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L’albanese e il delatore

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di Nicola Fanizza

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Era quasi sera e avevamo appena trovato posto su una delle tante panchine, che sono situate sulla rotonda a due passi dal mare. Ricordo che i miei amici mi parlavano, ma io non rispondevo, poiché il mio sguardo, improvvisamente, era stato catturato da una vela che passava, era bianca ed era gonfia di vento. Fu proprio quella vela a riportarmi alla mente il fantasma di Guglielmo. Infatti, quando ero ragazzo, lo avevo visto veleggiare con la stessa barca e sul medesimo specchio d’acqua.

Guglielmo era giunto a Mola verso la metà degli anni Cinquanta. Asseriva di essere nato a Spezzano Albanese in Calabria e che, non essendoci in quella regione alcun Liceo artistico, si era trasferito in Puglia per poter frequentare l’Istituto d’Arte di Bari. Per di più, diceva di aver scelto di abitare a Mola – a venti km dal capoluogo pugliese –, poiché era attratto dalla bellezza del suo mare.

Di certo, Guglielmo era un ragazzo che non passava inosservato. Si imponeva per sua altezza e, insieme, per la sua bellezza. Era alto quasi due metri, aveva la barba nera e, soprattutto, aveva gli occhi azzurri come il cielo. Da qui l’interesse delle ragazze nei suoi confronti. Infatti, ogni qual volta lo vedevano sfrecciare per le strade del paese alla guida della sua spider rossa decapottabile – una MG con cerchi a raggi –, si abbandonavano dolcemente ai loro sogni d’amore.

La mia curiosità nei confronti di Guglielmo e del suo mistero era mediata dal racconto dei miei fratelli più grandi. Questi ultimi mi parlavano spesso di lui, degli accidenti che avevano costellato la sua vita e spesso congetturavano in merito alla sua improvvisa scomparsa.

Stando a ciò che essi mi raccontavano, Guglielmo si faceva apprezzare per la sua cortesia, era gentile con tutti e non alzava mai la voce. La sua gentilezza, congiunta alla sua disponibilità nel promuovere relazioni degne e sovrane, gli consentì in breve tempo di guadagnarsi la simpatia e la compagnia di numerosi amici, che appartenevano alle diverse classi sociali: marinai, contadini, studenti, professionisti, armatori, ecc. Nondimeno non tutti i suoi amici possedevano la sua stessa sensibilità. Pochissimi amavano la dépense. E quando qualcuno fra i suoi amici più devoti lo invitava a moderare la sua eccessiva generosità, lui rispondeva con un motto caro a Gabriele d’Annunzio: «Io ho quel che ho donato*.

Fra le sue passioni vi erano il mare e la fotografia. Il suo amore per il mare lo aveva indotto a comprare la barca a vela. Era attento ai mutamenti del tempo e appena si accorgeva che stava per alzarsi il vento, salpava l’ancora e si allontanava dalla costa fino scomparire all’orizzonte. Quando arrivava l’estate, si recava sulla spiaggia – unico fra i bagnanti – con le pinne, il fucile e gli occhiali. Si immergeva e dopo alcune ore tornava a riva con una rete piena di ricci, di polpi e di pesci di scoglio, che di solito regalava ai suoi amici.

Per quel che riguarda l’altra sua passione, Guglielmo riconosceva la valenza artistica della fotografia. Andava spesso in giro, armato con una macchina fotografica giapponese, per cogliere la bellezza che affiorava dai monumenti e dai volti che raccontavano una storia. E tuttavia si rifiutava di riprendere i palazzi che erano disseminati sul perimetro della piazza del Paese. Guglielmo giustificava tale rifiuto col fatto che aveva notato la mancanza di fiori su tutti i balconi di quei palazzi, che erano abitati dalle famiglie borghesi. Ebbene, Guglielmo riteneva che la borghesia molese, proprio perché non amava i fiori, non amava nemmeno la bellezza, era priva di cultura e di sensibilità.

Il rapporto di Guglielmo con la sua città di elezione cominciò a incrinarsi, allorquando cominciò a frequentare Lilly, la quale apparteneva a una famiglia del patriziato cittadino. Lilly era stata vista salire più volte sulla spider di Guglielmo, era salita anche sulla sua barca a vela, li avevano visti passeggiare nelle strade di campagna e qualcuno aveva detto che li aveva visti mentre si baciavano. Le voci inerenti al loro legame sentimentale si fecero insistenti e arrivarono alla famiglia di Lilly. Da qui la reazione dei suoi fratelli, che, non ritenendo Guglielmo all’altezza della loro famiglia, decisero di attivarsi per salvaguardare l’integrità del loro casato. Questi ultimi, coadiuvati da alcuni delinquenti, aggredirono con pugni e schiaffi Guglielmo e lo invitarono a mettere fine alla sua relazione con la loro sorella.

Dopo questo evento, lo stile di vita di Guglielmo divenne oggetto di attenzione da parte dei benpensanti e dei delatori. Stigmatizzavano il fatto che Guglielmo non andasse mai a messa; rilevavano che in più occasioni aveva assunto atteggiamenti anticonformistici e anarchicheggianti; sostenevano che aveva espresso giudizi negativi nei confronti dei partiti di governo; asserivano di non riuscire a capire il senso delle sue azioni, la sua generosità; affermavano che i soldi di cui disponeva erano di provenienza illecita; denunciavano le sue origini albanesi; e, infine, ritenevano che la sua iscrizione all’Istituto d’Arte di Bari fosse uno schermo per coprire la sua attività di agente segreto al servizio del Cominform.

Tutte queste considerazioni diventarono il fuoco da cui si originò una delazione nei suoi confronti, il cui contenuto fu inviato al capo della polizia. Nel documento il delatore sosteneva che Guglielmo si incontrava a Bari con «individui misteriosi», ossia con agenti sovietici del N.K.V.D., e che in detta città frequentava con molta circospezione la sede del P.C.I. In più, diceva che Guglielmo era di origine albanese ed era in continui rapporti con i proprietari dei motopescherecci. Ciò faceva supporre che i motovelieri svolgessero attività per il Cominform e che Guglielmo fosse quello che dava le direttive e procedesse al pagamento del lavoro compiuto.

Il capo della polizia prese atto del fatto che il documento era pervenuto attraverso una «fonte non controllata» e, pertanto, invitò la Questura di Bari ad assumere le opportune informazioni sulle attività di Guglielmo.

Appena giunse la direttiva, i delatori e i confidenti si scatenarono. Veniva seguito ovunque egli andasse. I confidenti lo seguivano: ogni volta che si recava a Bari per frequentare le lezioni; in mare, quando usciva dal porto con la sua barca a vela; quando si spostava con la macchina; persino quando era in casa nei suoi momenti intimi e inconfessabili. A tale proposito, un confidente si era posizionato di fronte alla finestra su cui dava la cucina della casa in cui abitava Guglielmo e si trovò, casualmente, ad assistere a una sua performance erotica: mentre la sua compagna era intenta a scolare la pasta, Guglielmo approfittò della sua momentanea fragilità e la prese da dietro.

Dopo mesi di attenta sorveglianza, gli inquirenti comunicarono al capo della polizia che dalla vigilanza esercitata nei confronti di Guglielmo non erano emersi elementi degni di segnalazione.

Intanto, dopo aver conseguito il diploma, Guglielmo ritornò al suo Paese. E non rimise più piede a Mola. Nessuno ha mai saputo dire alcunché della sua vita.

 

 

*Inciso sul frontone all’ingresso del Vittoriale, è questo il più celebre dei motti dannunziani. Il poeta affermò di aver trovato la frase incisa su una pietra di focolare appartenente a un camino del Quattrocento. In realtà è la traduzione di un emistichio del poeta latino Rabirio, contemporaneo di Augusto, citato da Seneca nel VI libro del De beneficiis:«Hoc habeo quadcumque dedi».

 

 

I neo-semplificatori

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di Domenico Talia

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A proposito di complessità, George Bernard Shaw tanto tempo fa notava che «Per ogni problema complesso, c’è sempre una soluzione semplice. Che è sbagliata». La complessità della nostra società sembra stia disorientando tutti e il suo vento caotico sembra sopraffare e confondere soprattutto quelli che non hanno contribuito a stabilire le regole del mondo, ma sono costretti a subirle. Il nostro mondo, sagomato dal capitalismo finanziario e dalla globalizzazione della produzione, è zeppo di meccanismi complessi. Meccanismi che è sempre più difficile governare e soprattutto mettere in sincrono con la democrazia, con la sua giustizia sociale, con la speranza in una vita dignitosa per ognuno. Moisès Naím nel suo libro La fine del potere (Mondadori, 2013) ci ha ricordato come il potere nel nuovo millennio diventi sempre più debole, decadente, inefficace, nonostante la sua retorica e il suo volersi mostrare inflessibile.
Come in altre epoche, quando le cose diventano complesse, quando iniziano a sfuggire di mano a chi dovrebbe guidarle e le soluzioni efficaci sembrano lontane, all’orizzonte compaiono i semplificatori. Questa è una categoria di uomini capaci di propagandare le loro suggestive e, allo stesso tempo, semplicistiche soluzioni per i problemi del mondo, persone capaci di suscitare l’entusiasmo delle masse, ottenere il loro consenso.

“Dentro gli attimi del possibile” di Pina Paone

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di Francesco Sielo

Lessi una volta, su una di quelle riviste di divulgazione scientifica che spesso poco hanno di scientifico ma tanto di immaginativo, che i passanti, intesi come quelle persone che incontriamo solo per pochi istanti, per strada, nelle stazioni, nei bar, risultano mediamente più belli rispetto alle stesse persone osservate però con calma, in stasi e non in moto, magari in condizioni in cui non ci possono, a loro volta, osservare.

L’effetto si deve, spiegava il dimenticato articolista, ad un preciso meccanismo evolutivo: il cervello umano, dovendo elaborare in fretta le informazioni relative a un possibile partner, sceglie di sopravvalutare le attrattive fisiche del lui o della lei che stiamo osservando. Meglio sbagliare sopravvalutando e ritrovarsi magari con un/a partner inferiore rispetto alle aspettative piuttosto che sottovalutare e non accoppiarsi affatto.

Lo stesso meccanismo coinvolge i passanti letterari, indagati nel libro di Pina Paone Dentro gli attimi del possibile. Passanti letterari dall’Ottocento a oggi.

Significativamente infatti, quasi tutti i passanti analizzati o solo menzionati in questo libro di ampio respiro appartengono al sesso opposto rispetto all’io narrante, configurando quindi la tematica del passante come essenzialmente erotica.

In realtà sarebbe possibile e anzi auspicabile estendere il discorso anche a quei passanti che non risvegliano nell’osservatore alcun desiderio sessuale, appartenendo (ovviamente nel caso di osservatori eterosessuali) allo stesso sesso dell’io narrante. Si attiverebbero in quel caso dinamiche legate all’invidia o all’immedesimazione ma sarebbe interessante analizzarle con gli stessi parametri adottati da Paone per i passanti, per così dire, eterosessuali ed eroticamente coinvolti.

Il “tipo” di passante analizzato nel volume è in realtà solo uno, ovvero la donna osservata, inseguita e talvolta raggiunta da un osservatore e narratore maschio. Solo raramente assistiamo a un temporaneo rovesciamento di ruoli, anche se la campionatura testuale a cui il volume si affida è davvero notevole, spaziando dalla lirica provenzale ai giorni nostri.

La fenomenologia del passante letterario viene allora indagata minuziosamente, secondo la cronologia, dai precursori (Marcabru e Cervantes ma anche Gogol’, Hoffman e Poe) all’iniziatore del vero e proprio archetipo, ovvero Baudelaire, fino alle interpretazioni moderniste di autori come Joyce e Virginia Woolf. Infine ci si occupa del tema alle soglie del postmodernismo con Calvino e al postmodernismo trionfante di Murakami e Stefano Benni, dando anche un’occhiata al cantautorato con Guccini e De André. Impossibile dare conto di tutti gli autori analizzati e di tutte le opere citate, in un volume che grazie alla gradevolezza della scrittura riesce a mantenersi fresco e godibile fino all’ultima pagina.

Come nota anche l’autrice, un simile tema è potenzialmente inesauribile ed è soltanto per ragioni di spazio che ci si costringe a una selezione: purtroppo, malgrado l’apprezzabile numero di campionature, il volume è costretto a una certa rapidità e non sempre l’interpretazione riesce a trarre tutte le conseguenze dai dati testuali.

Paone dimostra come alcune forme si mantengano intatte dall’archetipo in poi: la passante, quasi sempre una donna come abbiamo detto, è spesso fiera e altera, distante anche se vicina. Nell’Ottocento capita ancora che ci sia tra osservatore e passante un éclair, un lampo, un colpo di fulmine, un incrocio di sguardi che incide profondamente nel destino di entrambi i personaggi.

L’incontro, direbbe Luperini, è ancora significativo e anche se casuale, avvenuto solo grazie agli innumerevoli incroci possibili in una città affollata, può ancora essere evento profondo e sconvolgente, farsi storia, diventare narrazione.

Alle soglie del modernismo questo sistema entra in crisi, l’incontro non è più necessariamente significativo: nella società di massa, nelle sterminate metropoli, si possono avere incontri fulminanti ogni giorno ma la luce che adesso gettano questi casuali incroci di sguardi tra passanti diventa troppo breve. Istanti luminosi che si consumano senza lasciare traccia.

Nel modernismo pieno i personaggi non sono più nemmeno sicuri del loro effettivo incontro e si limitano a sfiorarsi, chiusi nei loro inconsci diventati troppo complessi e consapevoli. L’abitudine all’autoanalisi mina l’effettiva possibilità di contatto con l’altro e nel tentativo di portare alla luce quanto più possibile del proprio inconscio i personaggi si scoprono inetti a toccare concretamente l’altra persona.

Queste interpretazioni sono già state date da diversi critici e Paone non manca di citare il fondamentale L’incontro e il caso di Luperini ma ancora molto ci sarebbe da fare nel comprendere i dettagli e le sfumature. Si potrebbe ad esempio analizzare i passanti non coinvolti in un interessamento erotico ma impegnati a misurarsi o empatizzare con gli altri. Oppure si potrebbe tentare di spiegare questa proporzionalità inversa tra il crescere dell’autoanalisi e il diminuire delle capacità di effettivo contatto verso gli altri. Il tema è ancora ricco di domande da affrontare.

Il tema del passante nasce assieme ai temi della città, della velocità, dello spazio-tempo compresso che ci permette in pochi istanti di parlare con persone lontane, di proiettarci verso luoghi distanti e raggiungerli talvolta con velocità impressionante. Ma questi temi non possono essere compresi se non si analizza a fondo l’illusione, propria della modernità, di avere infinite possibilità, innumerevoli occasioni realizzate o vanificate soltanto in base al talento dell’individuo.

E il postmodernismo è precisamente l’amara scoperta dell’inettitudine o meglio dell’effettiva impossibilità per un individuo normale di cogliere tutte le occasioni, di vivere tutti gli incontri, di conoscere (ed eventualmente amare) tutti i passanti che incontra per strada.

Paone affronta quest’argomento parlando della poesia Les passantes di Antoine Pol, musicata da George Brassens e poi tradotta e tradita da De André. Chiama quel tema nostalgia ma è invece forse rimpianto, la nostalgia essendo il dolore per qualcosa che sia aveva e poi si è perso, il rimpianto essendo invece amarezza per qualcosa che si poteva avere e non si è mai avuto il coraggio di afferrare.

Il passante postmoderno è allora probabilmente da ricollegare proprio a questo sentimento delle possibilità sprecate, all’angoscia che deriva da questo continuo mostrarsi di occasioni forse illusorie forse reali ma che effettivamente non è possibile attuare.

Sembra infine che il tema si rifletta nella stessa opera critica e leggere Dentro gli attimi del possibile è come passeggiare in un elegante corso cittadino, dove si incontrano gli esemplari più vari e preziosi, si riconoscono volti familiari, si incrociano conoscenze recenti. Marcabru, Poe, il Baudelaire di Benjamin, i modernisti e i postmodernisti a noi contemporanei: tutto si inserisce in un carosello multicolore che è una gioia per gli occhi.

(Pina Paone Dentro gli attimi del possibile. Passanti letterari dall’Ottocento a oggi,  Ledizioni , pagg. 398., 22 euro).

[Una registrazione della presentazione del libro, presenti con l’Autrice, Stefania Sini e il sottoscritto,presso la Libreria popolare di via Tadino, è ascoltabile qui  B.C.]

Ciliegie

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di Mario Schiavone

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Da circa sei mesi esco di casa tutti i giorni feriali e fingo di avere una vita che non ho più. Dopo la doccia mi vesto, poi indosso la mia giacca ben stirata e prendo l’agenda. Scendo nel cortile del condominio metto in moto l’automobile e raggiungo la fermata dell’autobus del primo quartiere che segue la zona in cui vivo, per non farmi notare dai vicini.
Salgo sull’autobus e percorro la strada che una volta mi portava al magazzino di libri in cui lavoravo come capo magazziniere. Poco prima di arrivare al magazzino suono il campanello dell’autobus e scendo alla fermata che sta all’ingresso del parco.

Controlli

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di Rosaria Lo Russo e Daniele Vergni

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Da Il canto di Hafez

di Rosaria Lo Russo

Dall’arco del tuo sopracciglio scoccò uno sguardo maligno
Per spargere il mio sangue, io piangevo impotente

Ubriaco e sudato sei venuto nel parco
L’acqua sul tuo viso diede fuoco all’albero di Giuda

Ogni sguardo vanesio dei tuoi occhi narcisi
Solleva cento tumulti nel mio mondo

Per la vergogna che lo paragonavo al tuo viso, il gelsomino
Chiese aiuto alla brezza che gli coprisse la bocca di terra

Dall’arco del tuo sopracciglio scoccò uno sguardo maligno
Per spargere il mio sangue, io piangevo impotente

La viola annodava la sua ciocca attorcigliata
era la brezza che raccontava la storia dei tuoi ricci

Prima d’ora ero un ascetico pio senza vino
Sono diventato il menestrello dei ragazzi belli

Dall’arco del tuo sopracciglio scoccò uno sguardo maligno
Per spargere il mio sangue, io piangevo impotente

Il vino dei ragazzi, dono eterno della sorte
In questa sfattezza Hafez si concede sollievo

Mi apro al sollievo in questa disfatta
Il sollievo di questo poeta è nella disfattezza

Così il mondo adesso si piega ai miei desideri
Ora il mondo soddisfa i miei desideri

Dall’arco del tuo sopracciglio scoccò uno sguardo maligno
Per spargere il mio sangue, io piangevo impotente.

Mi apro al sollievo in questa disfatta
Il sollievo di questo poeta è nella disfattezza

Così il mondo adesso si piega ai miei desideri
Ora il mondo soddisfa i miei desideri

Lo stupore mi ha bruciato la mente
La lingua sta ferma ma la bocca si riempie di poesia (…)

 

Rosaria Lo Russo, Daniele Vergni, Controlli (Millegru, 2016)

Un’intervista a Lisa Ginzburg

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Lisa Ginzburg risponde a Giacomo Sartori

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GS “Per Amore” si ispira a una tua vicenda personale, ma poi molti elementi sono di invenzione, mi dicevi. Mi piacerebbe sapere con quali criteri, se  ci sono, e se ti va ti rispondere, hai rispettato la “verità dei fatti”, e dove invece te ne sei allontanata. Non certo per scavare nella tua vita personale, ma per capire meglio la genesi e le motivazioni di questo lavoro.

LG La pulsione a romanzare qualcosa di (anche) privato si è innestata sulla necessità di costruire questo libro: due trazioni ugualmente forti. Non potevo scrivere la storia che ho poi raccontato, in altra forma che non fosse una in cui verità e invenzione potevano liberamente intrecciarsi, interagire sino a camuffarsi a vicenda, trasformandosi in un materiale ai miei stessi occhi inedito: non certo estraneo, ma “lavorabile” nel suo essere artefatto. Dall’inizio ho optato per la terza persona, senza più cambiare idea. Anziché dare alla protagonista un nome, l’ho battezzata “lei”. Una scelta che solleva domande tra i lettori. Rispondo loro che non è stata una presa di distanza, la mia. Piuttosto, ergere a nome un pronome ha significato aggirare il pericolo di un’adesione eccessiva a questo personaggio femminile. Evitare una deriva simbiotica che sarebbe andata a detrimento del racconto. La “spersonalizzazione” che un pronome comporta rispetto a un nome, è stato un criterio-faro per me, quello pure che durante le varie fasi del lavoro non è sbiadito. Sono tuttora convinta che l’interesse della storia stia nel suo comunicare qualcosa che la trascende, un senso più ampio dei singoli fatti, una frattura di portata maggiore rispetto al mero rendiconto di una sciagura privata.
L’invenzione di questa “lei”, così come della toponomastica brasiliana (tutta di fantasia, tranne per il caso di Rio de Janeiro e São Paulo), per me hanno funzionato da sponde. Anziché frantumare la storia, la densità della sua realtà, le invenzioni sono stati argini: hanno contenuto e foggiato questa materia mista di verità e finzione che avrebbe altrimenti rasentato l’informe.
La “verità dei fatti” è quella che la donna ricostruisce a partire dal trauma di una perdita e un lutto che la sconquassano. È una verità filtrata dal suo ricordare incessante, ossessivo. Una verità dunque del tutto soggettiva, non fosse che la donna è costretta a confrontarsi con altre verità, inimmaginate, ben più potenti del sentire di lei.

GS Una delle note fondamentali di questo testo mi sembra essere, indipendentemente dalla natura autobiografica o meno della vicenda, la volontà di scavare nell’intimità dei due personaggi principali. Da una parte la donna che ha perso il suo compagno pare mossa da una necessità per certi versi impellente, e dolorosa, di indagare il mistero di questo “altro” con il quale ha avuto un rapporto molto profondo, rapporto che dura anche dopo la sua scomparsa, e dall’altra pare avere un altrettanto sofferto bisogno di capire meglio se stessa, di aderire il più possibile ai fatti per trarne la loro verità più segreta. In altre parole il racconto sembra essere spinto da una sua necessità propria, più che procedere per assicurare il piacere della fruizione, o insomma per creare degli effetti per così dire codificati, che si ritrovano in tantissima narrativa contemporanea. Questo mi fa pensare a scrittrici nelle quali avverto una simile logica interna, e potrei citare qualche nome. Ma volevo chiedere a te se ti sei ispirata a qualche scrittrice o scrittore, o se insomma nella concezione e durante la scrittura avevi in mente dei testi che ti hanno accompagnata. 

LG Io credo molto in quella che tu definisci “necessità propria” dei testi. È stata la necessità a guidarmi, nient’altro: e non quella di cercare un allevio nello scrivere un romanzo (diffido dell’idea di “scrittura terapeutica”), ma perché ho sentito si trattava di una storia che era necessario raccontare. Quanto alle letture, hanno contato molto per me quella de L’anno del pensiero magico di Joan Didion, e di Men we reaped di Jasmine Ward. Il primo libro lo avevo letto quando uscì in italiano, amandolo moltissimo. Non ci ho pensato in modo consapevole mentre lavoravo a Per amore, ma dopo ho capito quanto il ricordo di quella prosa così intensa, nuda, a spirale nel suo fedele ripercorrere un cammino à rebours sulle tracce interiori di un lutto traumatico, avesse agito carsicamente in me. L’altro libro, Men we reaped (un memoir dedicato a un fratello e a degli amici, persone tutte perdute a poca distanza di tempo l’una dall’altra) l’ho ricevuto in regalo una volta che ero a New York e già avevo incominciato a scrivere Per amore. Ho sentito subito una grande sintonia con il modo di raccontare di Jasmine Ward, piano, lucido, così veritiero nel dare forma al sentimento della perdita.

GS E poi volevo chiederti, visto che citi autrici non italiane, cosa rappresenta per te scrivere in italiano, tu che vivi fuori dall’Italia, frequenti altre lingue, e descrivi situazioni non italiane (anche nella tua ultima raccolta di racconti, “Spietati i mansueti”). Perché certo il romanzo è un organismo che vive in tanti paesi diversi, come i funghi, che hanno ife in un raggio enorme, tutte appartenenti a uno stesso organismo, e che da sottoterra si spingono fino alla cima degli alberi, però poi uno scrittore italiano si  trova a scrivere in italiano, e lì il campo delle possibilità offerte dalla lingua stessa si restringe forse molto.

LG Può essere più difficile scrivere nella propria lingua, quando si raccontano mondi lontani “da casa”, e più ancora quando lontano “da casa” si vive. Il rapporto con le parole si fa più intenso nella misura in cui è solitario, non supportato dalle atmosfere circostanti. Nella narrativa italiana mi pare si dia eccessivo valore alla connotazione geografica della scrittura, come se origini “forti” da un punto di vista territoriale dessero maggiore forza e carattere allo stile. Io rivendico un diritto “cosmopolita” della lingua: che come per un rizoma, una stessa radice possa ramificarsi dando vita a contesti veri o immaginari non importa, ma diversi. Mi viene in mente John Berger, inglese di nascita i cui libri sono di impronta assolutamente transnazionale. Il futuro non è certo solo di narrative locali; né è necessario date atmosfere conoscerle dalla nascita, esserne biograficamente intrisi, per decidere di volerle raccontare. Se intendi come “restrizione del campo delle possibilità” una condizione di esilio della lingua dai suoi propri mondi, io aggiungerei che quella restrizione per la stessa lingua è anche un’opportunità, di misurarsi con se stessa, e di lì ampliarsi.

GS Certo, però l’italiano non è l’inglese, è una lingua relativamente recente, nella sua forma attuale, e che è stata usata relativamente poco per descrivere gli universi non italiani. E secondo me si porta dietro in qualche modo questa tendenziale limitazione dello sguardo, questa chiusura su se stessa. Tu mi sembra che ce ne esci molto bene, e questo dando alla tua lingua una grande essenzialità, che non è secchezza, ma pur sempre una estrema concisione, che impartisce alle tue frasi una tensione quasi vibrante di metallo sotto sforzo. Quasi l’impellenza di essere più precisa possibile non ammettesse nessuna sbavatura, nessuna aggiunta non strettamente necessaria. La forza della narrazione, e il valore del romanzo, mi sembrano venire da lì. Volevo chiederti se a questo risultato arrivi già con la prima stesura, o invece hai bisogno di lavorarci molto, passando per molte versioni.

LG Molto lavoro, moltissime riletture, varie stesure. Asciugare gli eccessi di uno stile rafforza la prosa, ne mette in risalto l’urgenza, il senso. Lo penso in assoluto, e nel caso di questo libro in particolare. Si trattava di una materia troppo incandescente, per non necessitare di venire controllata il più possibile dal punto di vista formale. Se uno scrittore riesce a dominare le possibili derive liriche della propria prosa, allora può nutrire più speranze di comunicare con i suoi eventuali lettori. Se invece per farsi sentire deve far leva sull’eccesso, o la ridondanza, o altri effetti “speciali”, allora si può presumere che qualcosa manchi a monte, che ci sia un vuoto all’origine del processo creativo. Al nucleo vero, allo strato di maggiore intima autenticità di una storia, si arriva per eliminazione, non adornando con scritture rutilanti una materia che di suo possiederebbe consistenza scarsa, poca luce.

GS Tornando al tuo romanzo, mi sembra che ci sia una lettura più di superficie, quella cioè dell’infatuazione amorosa, dell’estasi del corpo e di una comunanza totale, che si scontra poi con la dura realtà delle differenze culturali, di provenienza, di storia, di sesso, di tutto, e del tempo che passa, dell’inesorabile curva discendente di ogni amore. È una spiegazione che è presente nello stesso “Per amore”, e che ho letto in vari commenti al libro, ma che non mi soddisfa completamente, non foss’altro perché non mi sembra una molla sufficiente a tenere attaccata la protagonista a quel lungo calvario, certo anche con brevi istanti di gioia, però sostanzialmente molto doloroso. Perché non ci sono solo i momenti di insostenibilità assoluta, sopportati con una costanza autolesionista degna di un’eroina di Lars von Trier, quando si ritrova prigioniera della famiglia di lui, ma anche le parentesi della distanza sono in fondo intrise di infelicità. Io credo che la vera ragione del restare della protagonista nella relazione, anche quando questa è finita tragicamente, sia qualcosa di non detto, e che forse nemmeno lei sa, e che viene a coincidere con la sua testarda esigenza di capire, lavorando prima sui dati che via via accumula, e poi su quelli della memoria. Quasi la relazione totalizzante con l’altro, sia anche un modo per scendere in se stessa, per fare un viaggio interiore. Non so sei d’accordo con questa lettura, che mi sembra ricollegarsi a quanto dicevi prima, di un senso profondo che travalica i singoli fatti.

LG No, non credo che lei, la donna, resti al centro di tutto, che usi strumentalmente questo incontro per “viaggiare” dentro di sé. È la relazione, nelle sue complessità, a restare protagonista. La caparbietà, in una storia, si tratti pure di una relazione tra due esseri nati e cresciuti in identico ambiente, può esserne parte importantissima. Può esserci ostinazione nell’amare, o nel cercare una strada per sentirsi amati, o nel voler smontare (per ricostruire) una relazione. L’impegnarsi testardo non altera la natura dei sentimenti – né li potenzia, né li sminuisce. Piuttosto parlerei di una perseveranza che è consapevolezza (“che l’amore diventi coscienza dell’amore”, Pasolini diceva, ed è un buon modo di maturare, per un legame, la coscienza). Quel che conta, io credo, è che quell’ostinarsi, ai sentimenti non si sostituisca: che rimanga uno sfondo, una nota di accompagnamento. Forse ciò che accade, nella storia che ho raccontato, è questa sostituzione, da un certo punto in poi. Lo sforzo diviene preponderante sulla realtà che lo sforzo cerca di mantenere viva. Ma di costanze, autolesioniste o distruttive o sadiche o quant’altro, le relazioni profonde sono disseminate.

GS Capisco bene quanto dici, e sono d’accordo. Però nello stesso tempo il protagonista maschile è un iniziato, e ha un suo modo di vedere la realtà diverso da quello della razionalità occidentale, intuitivo. E finisce in certi momenti, grazie ai suoi poteri, per avere anche un ruolo di guida nei confronti della protagonista, che non ha queste facoltà, o comunque per opporle un qualcosa al quale lei non può accedere, del quale riconosce però il valore. Questa dimensione spirituale mi sembra fondamentale nel testo, perché se non fosse presente resteremmo nel dominio delle relazioni amorose classiche, quali sono state rappresentate e analizzate in tanti romanzi e racconti. E invece in qualche modo qui la passione ruota anche attorno a un mistero più profondo, di fronte al quale la razionalità, che è la sola arma di lei, resta impotente. Anche di qui mi sembra venire la sua attrazione, e il suo non esitare a sacrificarsi.

LG La sintonia più profonda tra Ramos e la donna, è di natura spirituale. Lui è più avanti quanto a consapevolezza delle proprie capacità intuitive: qualcosa da cui lei viene stregata, nella misura in cui si tratta di una ricerca, un percorso che già la interessano. Prima di tutto, a colpirla è la forza con cui Ramos comunica, danzando, la vibrazione di un mondo spirituale potente, l’olimpo degli Orixás del Candomblè afrobrasiliano. Un po’ come un medium a cavallo tra realtà e altre dimensioni più sottili: così le appare Ramos. Un canale di trasmissione tra terra e cielo – cielo affollato di figure archetipali, immagini simboliche di qualità e vizi dei viventi. Il talento di lui è un fiume che la travolge, accende il suo innamoramento. Lui anche però, Ramos, trova posto, si sente a casa nell’indole riflessiva di lei, nel suo osservare il mondo spesso provando a meditarlo, a meditare. Sono anime vicine, lui e lei, in questo pensare le cose come riflessi ed effetti di movimenti più forti, invisibili. Ed è la spiritualità la sola loro intesa davvero salda, consolidata, quella che neppure alla fine viene scalfita, quando morendo lui lascia comprendere a lei sino a che tragico punto si fosse spiritualmente smarrito.

 

NdR “Per amore” è pubblicato da Marsilio (2016), e su NI ne ha scritto qui Ornella Tajani; sempre su NI, qui Francesco Forlani parla invece della raccolta di racconti “Spietati i mansueti”, uscita successivamente con Gaffi (2016)

 

Che la droga non è un mistero

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di Andrea Inglese

 

Che la droga non è un mistero. Forse questo è un testo che plagia un testo altrui, perché il plagio a casa propria non si può fare, il plagio sul divano è impossibile, comunque Christophe Tarkos (Marsiglia, 1963 – Parigi, 2004) ha detto quel che andava detto della droga, in una trasmissione in diretta, in particolar modo ha detto – tutto per iscritto – che la droga è buona a drogato, plagio però a memoria, io, non avendo sottomano né droga né testo, e quindi è un plagio assai imperfetto, e me ne scuso con gli avvocati della parte avversa, droga si diceva, soprattutto. Che non è un mistero.

43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos

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A poco più di due anni dalla notte di Iguala e dalla sparizione forzata di 43 studenti della scuola di Ayotzinapa, vogliamo ricordare tutti i figli delle violenze in Messico attraverso alcuni stralci dal libro appena uscito: 43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos (a cura di Lucia Cupertino, con prefazione di Fabrizio Lorusso e postfazione di Francesca Gargallo), Edizioni Arcoiris, 2016.

Il libro sostiene la causa della scuola normale rurale di Ayotzinapa, storica fucina di cambiamento in Messico, appoggia le famiglie e tutti i membri della scuola e comunità e pertanto il ricavato sarà devoluto all’Associazione dei genitori della Scuola Normale Rurale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa.]

I 43 SONO FIGLI DI TUTTO IL MESSICO E I POETI LO SANNO

di Francesca Gargallo

43-poeti-per-ayotzinapa-copertina43 poeti per scacciare la morte, per dar sfogo a una indignazione vitale. La poesia come una affermazione, sono qui, sono con te, sono per tutti. Dove tutti significa molte persone, tutte le vive, tutte le sparite, tutte le torturate, tutte le assassinate di questo Messico contemporaneo, immerso in una guerra contro i poveri, contro chi si sente sicuro di fare il proprio dovere, contro chi vuole essere libero. Molte di più dei 43 studenti desaparecidos dall’esercito, la polizia e i narcotrafficanti ad Iguala la notte tra il 26 e il 27 settembre 2014. Però quei 43 ragazzi risvegliano la poesia: sono stati trasformati dal desiderio popolare di mettere fine alla violenza di stato e della delinquenza (nessuno sa dove finisce una e comincia l’altra) in semi di speranza.

La notte d’Iguala: cinque autobus di seconda classe che portano a casa o in città dei bambini che vengono dalla scuola, dal campo di calcio e raccontano tra sé cose da bambini. Così come stanno zitte le vecchiette, dormicchiano gli uomini e cinguettano le mamme. Iguala è una città pericolosa, spariscono molte persone, le fosse clandestine aperte nei dintorni hanno rivelato centinaia di corpi. Le mamme, i papà si stringono ai loro bambini. Ma sanno anche rilassarsi quando è il momento. Sui cinque autobus salgono gli studenti di Ayotzinapa che vogliono essere portati a Città del Messico per andare a una manifestazione che ricorda un massacro di molto tempo fa, quello degli studenti del 1968 a Tlatelolco, un 2 ottobre che non si scorda.

Una storia comune, molte volte ripetuta quella degli studenti che fanno caciara ed esigono un trasporto popolare. Sono belli, scuri, giovani e si siedono sugli autobus dove c’è spazio, un po’ qui, un po’ lì, senza pagare. Le persone di Iguala non hanno paura degli studenti, gli sorridono. Però per un motivo che non si capisce, che stupisce, quella notte no, gli studenti non sono ammessi. Droga nascosta nella carrozzeria di un autobus, ripicca del sindaco che non sa tenerli a bada, ordine di repressione per lanciare un messaggio di timore a tutti i docenti messicani? La polizia, l’esercito forse, magari già anche i narcotrafficanti mitragliano gli autobus, uccidono persone, le sparpagliano nei campi dove è calata la notte, dove si ha paura, dove ci si chiama con la voce fioca.

Poi molti ragazzi, 43 ragazzi della Scuola Normale Rurale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa, una storica fucina di maestri ribelli alla povertà e all’ignoranza, una eccellente scuola, in cui studiarono anche Lucio Cabañas e Genaro Vázquez, fondatori dei movimenti guerriglieri degli anni ‘70 nello stato di Guerrero, nel sud ovest del Messico, vengono fatti salire su pattuglie e camioncini e spariscono nel nulla dopo aver passato la notte tra fughe, ospedali e caserme.

Da allora i 43 sono figli di tutto il Messico. Sono un simbolo. Producono 43 modi di resistere contro i sequestri, le bugie della polizia e l’impunità degli agenti di stato associati ai delinquenti. Producono madri e padri che da due anni non smettono di cercarli, insieme alla pace per il Messico, che solo può nascere dalla verità sui fatti di sangue. Producono 43 forme di essere studenti, giovani, costruttori. 43 calci, pugni, graffi all’impunità e alla cultura della sopravvivenza a qualsiasi prezzo, pure quello del silenzio e l’umiliazione.

E riuniscono anche 43 voci di poeti che ripensano la morte, il territorio della morte, la cultura che normalizza la morte dell’altro e non vuole pensare la sua. Maya, bianchi, mestizos, zapotechi, mixtechi, latinoamericani, spagnoli, donne e uomini, fanno della tragedia storica un mormorio che sale e scende ed esige d’essere ascoltato. Come lo fa Briseida Cuevas Cob in “Mese Xuul”, i poeti ricordano che la morte arriva dai quattro punti cardinali, però che oggi l’odore dei morti giunge non si sa da dove perché ha cancellato le sue orme. Incalza la poeta maya: “Mentre sopporti le burle del potere / sfogli il fior di morto; / Interroghi ogni petalo marcito: / Vivono…? Non vivono…? / E a ogni do- manda senza risposta si sfoglia la tua anima.”

Il 2 novembre 2014, notte dei fedeli defunti, notte dei morti com’è conosciuta in Messico, la poesia “Ayotzinapa” di David Huerta, letta a Oaxaca nel patio del museo di arte contemporanea, il MACO, dove era stata incisa sul muro, fu la prima voce di conforto, di condoglianze del Messico con se stesso: il poeta ha in- nalzato il grido del Paese delle fosse clandestine, degli strilli, dei bambini in fiamme, delle donne martoriate.

“Ayotzinapa” ha ricordato ai turisti che si trovavano in un Paese che è alla ricerca, oltre che dei 43 ragazzi della scuola normale, anche di altre 30.000 persone sparite nel nulla. Che è alla ricerca di pace per i suoi oltre 150mila morti ammazzati violentemente e di giustizia per le madri delle ragazze che escono di casa per andare a lavorare, lasciando nella loro stanza i quaderni della scuola serale e temendo di non potervi fare ritorno, e per i bambini nati dai parti delle adolescenti, sogni di dolci fidanzati inesistenti.

“Ayotzinapa” sul muro del patio del museo, circondata dai lumicini che brillano nel buio della notte dei morti, ricordava a signore e signori una realtà: il Messico è un Paese che prima della guerra alle droghe, quella falsa guerra che serve per sottrarre alla vista la militarizzazione e la guerra contro i popoli, corollario dei piani d’espansione del commercio globale come il Plan Puebla-Panamá o il Transpacifico, si conosceva, conosceva se stesso, la sua storia ed esistenza, ma oggi ha gli occhi riarsi dal fumo, si sente perso, si sforza per tendere una mano alle persone morte e sparite.

Il Paese degli ahoritas, degli “adesso, dei subito” che non arrivano mai, come ha definito i messicani il poeta spagnolo Antonio Orihuela, non ne può più di vivere soffocato da Vergini di Guadalupe, sfruttamento dei corpi e del lavoro, dai morti e dalle mafie. Non ne può più di essere complessivamente quell’alienato martire del progresso descritto da David Hernández Rivera. Non vuole più essere il corpo scelto dall’anofele che ti gira intorno per irrompere nei tuoi sogni descritto da Héctor Iván González.

Irma Pineda sa che il Messico non vuole essere mai più la domanda di una donna a sua madre su come vivere quando l’esercito sequestra suo marito. La poeta zapoteca vuole decifrare la speranza negli occhi del firmamento di ognuna delle figlie del Messico, vuole sapere dove vanno a finire i fiori strappati alla terra che sostiene le loro radici. La poesia è come i corpi, cammina, perfino vola, ma non può essere sradicata. È fluida come le identità contemporanee, ma si sofferma, medita, consente la vita perché, come dice Javier Castellanos, anche lui zapoteca, è sempre più di quello che è: è la colonna poetica dei non dominanti che desidera lo spagnolo Jesus Lizano, è il bambino maestro del maya Jorge Cocom Pech, è il miglior raccolto di una terra, come sottolinea Juan Campoy.

La particolarissima narrativa in loco dello scrittore Tryno Maldonado, che da novembre del 2014 è andato a vivere a Ayotzinapa per spartire significati con madri, padri, mogli, figli, fratelli minori e sorelle maggiori dei 43 studenti di Ayotzinapa, ci permette di vedere con i loro occhi i volti e toccare con le loro mani i sogni e i progetti dei ragazzi, che si preparavano per diventare maestri rurali, agenti dei sogni delle bambine e dei bambini dei popoli che com- pongono il Messico incarnato nel mais, i fagioli, le zucche e il lavoro collettivo. E questa vicinanza si riscontra con la poesia della spagnola Katy Parra che vuole ripetere i loro nomi per esigere la loro vita, qui e adesso. Tra “Ayotzinapa. El rostro de los desaparecidos” di Tryno -un racconto che fa leva sulla cultura contro la violenza ed è una testimonianza intima e multifocale dei fatti della notte di Iguala- e “La canzone dei desaparecidos” di Katy, i nomi compongono i volti e creano un vincolo di solidarietà di ferro tra i ragazzi e i lettori.

Il Messico che attende notizie sui 43 studenti spariti è anche il Messico de Las Patronas, le donne di Veracruz che da anni preparano da mangiare per porgerlo alle persone migranti che viaggiano su La Bestia, il treno che va dalla frontiera sud con Guatemala alla frontiera nord con gli Stati Uniti. È il Messico delle carovane per la pace. Quello in cui, dal 2010, ogni 10 maggio marciano per le strade delle principali città le madri che non hanno nessuno che le festeggi in casa propria: le madri delle ragazze e dei ragazzi spariti nel nulla. Come María Herrera, che cerca quattro figli, un nipote e un genero. Perché? Forse perché vivevano nel posto sbagliato, in quel Michoacán che in altri tempi era un bosco rigoglioso e felice.

Marciano le camminatrici delle polverose strade del Messico del nord, le promotrici della Fundec e la Fundel, le fondazioni “nuestros desaparecidos de regreso a casa” (i nostri desaparecidos di ritor- no a casa) che agiscono tra Coahuila e Nuevo León. Il corteo si ripete ogni 10 maggio, giorno della mamacita (“mammina”) messicana, la madre dea della casa, la madre esaltata un giorno all’anno. Si tratta di una ricorrenza voluta nel 1922 da un supermercato e dal direttore del quotidiano Excélsior, influenzato dal ministro dell’istruzione José Vasconcelos, per festeggiare “la madre messicana” e vendere i prodotti necessari a svolgere i “doveri di genere” e porre un freno al nascente movimento femminista che aveva realizzato due incontri nazionali nel 1916 nello Yucatán.

Molte madri di desaparecidos temono oggi che i 43 studenti di Ayotzinapa opachino con la loro tragica luce la realtà di un Paese che affonda nella più brutale violenza. Anche le madri delle “morte di Ciudad Juárez”, le vittime dei femminicidi che hanno richiamato l’attenzione mondiale sulla violenza in Messico già dal 1993, paventano il pericolo che lo sguardo puntato solo su 43 persone, tra le migliaia di sequestrati, spariti e ammazzati, faccia perdere di vista il quadro generale di violazioni ai diritti umani e di continue omissioni della polizia nei confronti delle denunce, sporte ma mai seguite, relative ad altri migliaia di casi. Per questo il gruppo di scultori che ha forgiato l’anti-monumento detto “+43” in tre pezzi, collocati durante un’azione artistica collettiva e clandestina il 26 aprile 2015 all’incrocio tra Avenida Reforma e Bucareli, in pieno centro di Città del Messico, hanno insistito nel dare importanza proprio alla prima delle tre parti dell’anti-monumento, cioè a quel “+” alto tre metri di ferro rosso, che sta a rappresentare l’esigenza del ritrovamento in vita dei 43 ragazzi e anche di tutte le altre persone sparite.

Ma i poeti lo sanno: il lutto s’estende a tutto il Messico e la poe- sia non è una struttura innocente, come ben dice Marc Delcan, perché parlare del mondo è una forma di proporre un mondo senza false verità, senza principesse stolide né poliziotti malfattori. Se, come scrive e canta Lorenzo Hernández Ocampo nel suo dolce idioma mixteco, non riposerà il suo canto di pioggia, si moltiplicheranno i simboli che fanno ballare le nuvole, si moltiplicheranno i suoni mitici fino a far riapparire le figlie e i figli dell’acqua. Figli della pioggia: tutte le persone che spariscono in Messico e nel mondo perché è più facile non dire quello che è necessario ricordare sempre. La poesia ha deciso di non tacere. Ne va della sua vita.

FRANCESCA GARGALLO

Città del Messico, 2016

Anteprima della postfazione del libro “43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos.” (a cura di Lucia Cupertino), Arcoiris, Salerno, 2016.


Juan Campoy

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Spagna

AYOTZINAPA

Erano il miglior raccolto del Paese,

una generazione

di pensatori liberi,

la speranza di un popolo.

Ma il potere appesta

e va marcendo

fino a servire d’adorno

negli uffici.

Tutto ciò che poteva essere orizzonte,

un cielo libero fecondato di vita,

non era nient’altro che una pagina

archiviata in uno scantinato buio.

43 voci con faccia e nome

disposti ad essere concime nel campo,

viveri sul tavolo dei poveri,

vaccino miracoloso

contro la febbre nera del lebbroso,

43 poesie

contro la longitudine vertiginosa

di una sferza o di una sciabola.

Erano il miglior raccolto del Paese,

però hanno lasciato solo equazioni

irrisolte,

verbi e aggettivi contro l’inverno

e il suo bacio mortale,

così riga dopo riga

hanno scagliato metafore

contro l’iniquità

insopportabile dei genocidi.

Forse li colsero distratti,

o forse avevano troppa fiducia

nei pilastri basilari della loro fede.

Spaccati in pronomi,

il campo è rimasto seminato di ossa.

Juan Campoy

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España

AYOTZINAPA

Eran la mejor cosecha del país,

una generación

de pensadores libres,

la esperanza de un pueblo.

Pero el poder apesta

y va pudriéndose

hasta servir de adorno

en los despachos.

Todo lo que pudo ser horizonte,

un cielo libre preñado de vida,

no era más que una página

archivada en un sótano oscuro.

43 voces con rostro y nombre

dispuestos a ser abono en el campo,

víveres en la mesa de los pobres,

vacuna milagrosa

contra la fiebre negra del leproso,

43 poemas

contra la longitud vertiginosa

de un látigo o de un sable.

Eran la mejor cosecha del país,

pero sólo dejaron ecuaciones

sin resolver,

verbos y adjetivos contra el invierno

y su beso mortal,

que renglón a renglón

dispararon metáforas

contra la iniquidad

insoportable de los genocidas.

Quizás los eligieron distraídos,

o porque confiaron demasiado

en los pilares básicos de su fe.

Partidos en pronombres,

el campo quedó sembrado de huesos.

Traduzione di Lucia Cupertino

 

Dove trovare il libro: www.edizioniarcoiris.it

Leggere altre poesie dal libro: http://www.lamacchinasognante.com/ayotzinapa-messico-a-due-anni-memoria-e-poesia-marciano-assieme/

La prefazione al libro di Fabrizio Lorusso: https://www.carmillaonline.com/2016/09/27/ayotzinapa-somos-todos-prologo-e-poesie-del-libro-43-poeti-per-ayotzinapa/

mater (# 12)

4

di Giacomo Sartori

Volevo dirti

volevo dirti che

il libro su dio

vendicchia benino

anche se certo

la critica latita

(i clerici delle lettere

son così ligi

ai riti prestabiliti

così disattenti

così asserviti!)

Le cose possibili

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lecosepossibili_copdi Martina Germani Riccardi

uno, uno, uno.
provo a pensare solo uno

e passano i primi venticinque metri.

due, due
neanche metto la testa fuori,
neanche la giro:
voglio restare qui sotto
né per difesa né per fiato, solo per
stare con me.

Un giorno ci svegliamo vivi

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[Esce per Valigie Rosse, Premio Ciampi 2016 per la poesia straniera, l’antologia di Ioan Es. Pop, straordinario poeta rumeno. Qui alcuni testi, in coda un brano dell’introduzione che ho scritto per il libro. a. i.]

di Ioan Es. Pop

traduzione di Clara Mitola

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Appunti nomadici 2

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di Giuseppe Cossuto

Proseguiamo il nostro viaggio nel passato di coloro che venivano considerati nomadi, scrivendo qualche nota sulla situazione degli zingari nell’ex mondo del “Socialismo Realmente Esistente” (la prima puntata è qui).

Elevare il grado socio-culturale distruggendo la cultura tradizionale

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la fine del nazismo e del fascismo come sistemi di governo rappresentò per gli zingari sopravvissuti alle politiche di sterminio la fine di un tremendo incubo. Ancora scossi, molti sopravvissuti spesso rifiutavano di fornire le proprie generalità sia alle autorità americane che a quelle sovietiche. Molti, in vari Paesi europei, riconoscendo fascisti, nazisti e delatori, compirono vendette private e furono puniti dai tribunali militari alleati.

Tuttavia, nessuno zingaro venne mai chiamato a testimoniare contro gli aguzzini nei processi di Norimberga e, in quanto legalmente non perseguitati per motivi razziali ma per i “loro precedenti sociali e delinquenziali”, a buona parte dei superstiti non venne concesso alcun risarcimento da parte del governo della Repubblica Federale Tedesca.

Ciò nonostante un numero notevole di zingari provenienti dall’Europa Centrale ed Orientale continuò a scegliere proprio l’Austria e la RFT come luogo di immigrazione dopo l’instaurazione dei governi comunisti.

Il motivo dell’emigrazione è abbastanza complesso, e si lega soprattutto all’applicazione della concezione dogmatica marxista riguardo il “nomadismo” come stadio evolutivo primitivo dal quale emancipare gli zingari (ed altri gruppi nomadici).

Per l’emancipazione sociale degli zingari (e dei nomadi e dei vaganti) secondo i gradi progresso che contrastavano nettamente con i loro modi di vita, i governi del socialismo realmente esistente, investirono molte energie e risorse, sia economiche che di impegno umano.

Sedentarizzazione, collettivizzazione, lotta al presunto nomadismo si accompagnavano a politiche di acculturazione e di elevazione sociale, il più delle volte non gradite agli zingari, specialmente a chi da secoli viveva spostandosi.

Si erano avuti antecedenti di queste politiche già nei primi anni della presa di potere dei bolscevichi in URSS con attivisti comunisti di origine rom, come Ivan Ivanovich Rom-Lebedev, che molto si prodigarono nell’opera di combattere le “pratiche nemiche del lavoro produttivo”, intendendo per queste soprattutto la mendicità e la chiromanzia. Già nel 1925, era stata autorizzata la creazione dell’Unione Rom Pan-Russa, che aveva giurisdizione su tutta l’Unione Sovietica.

Con la creazione della prima fattoria collettiva per Rom, a Rostv, nel 1925, si intensificarono le pratiche anti-nomadiche e tra il 1926 e il 1928, ben 5000 rom si insediarono stabilmente in fattorie collettive in Crimea,  Ucraina e Caucaso settentrionale. Nel 1927 venne creato un alfabeto romanes avente per base il cirillico, mentre la prima grammatica, la Tziganskji Jazik (La lingua zingara), apparve nel 1931, così come l’anno prima era stato dato alle stampe il dizionario zingaro-russo, comprendente circa 10.000 vocaboli.

Oltre alla sedentarizzazione in fattorie collettive, tipica dei primissimi anni del bolscevismo, nei primi anni Trenta si iniziò ad “industrializzare” gli zingari, in appositi gruppi di lavoro chiamati artel’ (cooperative industriali specialmente chimiche e meccaniche).

Tuttavia l’Unione Rom Pan-Russa, già nel 1927-28 era stata oggetto di indagini e meticolosi controlli statali e polizieschi, che ne minarono l’azione, incarcerando e destituendo con vari capi di imputazione, molti dirigenti, per finire nello scioglierla definitivamente.

Sempre nei primi anni Trenta, numerosi zingari non di lingua russa, ma riconducibili ai Vlax, si accamparono nei dintorni di Mosca per venire poi radunati in un numero di 5470, per essere successivamente inviati nei campi di lavoro in Siberia.

Queste azioni del governo centrale contro i rom, colpirono, fino al 1938, numerose altre piccole nazionalità.

Grandi passi nella cultura ma che comportarono la distruzione dello stile di vita tradizionale.

Lo stesso schema fu applicato, con alcune varianti e differenze tra Stato e Stato, nei diversi Paesi del “Blocco Socialista”.

Ad esempio la lotta contro il nomadismo (o meglio, contro la non-stanzialità) come sistema di vita portò alla creazione di immensi ghetti zingari, come “Fakultet” a Sofia o di città abitate quasi esclusivamente da zingari come in Romania e in Bulgaria.

In Slovacchia, coloro che praticavano il “nomadismo”, dal 1958, potevano essere messi in carcere per sei mesi e, nel 1972, le politiche governative cercavano di invogliare le donne zingare a farsi sterilizzare.

Come “zingari” venivano classificati tutti i nomadi e, probabilmente, è proprio a causa di queste politiche assimilative “ziganizzanti” che si è perduta la maggior parte delle culture nomadiche, molte delle quali antichissime, che sopravvivevano, sia pur con difficoltà, nell’Europa orientale.

La drammatica evoluzione

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di Bernardo Pacini

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KANGASKHAN

Aborto naturale: defunto al sesto mese.
La madre che fraintese il corpo e il capezzale.
Il figlio era un progetto d’amore non saputo,
ridotto ad uno sputo al margine del letto.
Il fatto comportò la cupa depressione
che getta in contrizione qualunque Pokemòn.
Lei artiglia nella tasca il vuoto devastante,
espone sulla fronte la brama che rinasca.
Ma non c’è differenza tra giorno, sera e notte:
persino nelle lotte − è inutile − lei pensa:

«Da quando ho perso il figlio, è il male il mio giaciglio».

***

HAUNTER

Scriveva bene, Haunter, con grazia sepolcrale.
Racconto di Natale, Amleto, Poe & Bram Stoker,
letture un po’ datate, ma un buon apprendistato.
Talvolta era riuscito, scrivendo paginate
a prendere una forma: consistere incarnato.

Non spettro di se stesso, non madido riflesso.

Ma tutto quel talento, vuoi colpa del mercato
vuoi il tempo ahimè sprecato, rimase vivo a stento.
Mancò forse un maestro, un riconoscimento.
Sprecò il suo genio, Haunter, di fine narratore:
di un arido scrittore fu semplice ghost writer.

L’abisso che era scrivere se lo sentiva addosso.

***

PSYDUCK

Frequenti mal di testa, dolori ed emicrania
prostravano Psydùck, un dramma i suoi rapporti.
Un giorno andò in colonia che davano una festa
gli amici meno accorti gli offrirono un cognac.

«Compagni, vi ringrazio, ma devo declinare.»

Le zampe sugli orecchi, lui non sentiva niente.
Sperava che la mente, con tutti i suoi punzecchi
(lo stato di amnesia e logica stoltezza)
fosse per lui bellezza, gioiosa emorragia

o cumulo di buio, addio incondizionato.

***

ONIX

Come un mostro, arrotolato
nei dintorni di una cava.
Ha una colpa: essere un
corpo, un involucro sgradito.

La sua intima natura
ormai l’ha dimenticata
una massa rara, in onice,
la stupenda zonatura.

 

Testi da Bernardo Pacini, La drammatica evoluzione (Oedipus, 2016)

Disegno di Riccardo Bargellini e Manuela Sagona

Extraterrestrial activity #5: Hijab scene

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hijab

Scena dell’Hijab #3

“Qualcuno vuole candidarsi per il consiglio di classe?”
ha chiesto la donna picchiettando con la penna il portablocco,
“Sì, io”, ho detto, senza nessun effetto,
non mi vedeva proprio.
“Qualcuno per il consiglio di classe?” ha ripetuto,
“Sì, io” ho detto,
fossi stata antimateria era lo stesso.
Una regolare madre americana accanto a me
ha fatto spallucce e scosso la testa,
“Io! Io!”, ho mandato razzi d’emergenza,
suonato tamburi, sventolato bandiere di segnalazione,
provato coi segnali di fumo, il linguaggio dei segni,
l’alfabeto morse, Western Union, telex, fax,
il tenente Uhura ha provato a metterci in contatto
su un’altra frequenza.
“Dannazione, Jim, sono una donna musulmana, non un Klingon!”
Ma il campo di forza positronica del mio hijab
disturbava le sue coordinate cosmiche.
Salveremo l’astronave su cui siamo entrambe?
Salveremo
i cristalli di dilitio?

 

 

*

 

 

Hijab Scene #3

“Would you like to join the PTA?” she asked,
tapping her clipboard with her pen,
“I would,” I said, but it was no good,
she wasn’t seeing me.
“Would you like to join the PTA?” she repeated,
“I would,” I said,
but I could’ve been antimatter.
A regular American mother next to me
shrugged and shook her head,
“I would, I would,” I sent up flares,
beat on drums, wave navy flags,
tried smoke signals, American Sign Language,
Morse code, Western Union, telex, fax,
Lt. Uhura tried hailing her
for me on another frequency.
“Dammit, Jim, I’m a Muslim woman, not a Klingon!”
– but the positronic force field of hijab
jammed all her cosmic coordinates.
Can we save the ship we’re both on,
can we save
the dilithium crystals?

 

 

*

 

 

Mohja Kahf è autrice di poesia e professore all’università dell’Arkansas. È nata nel 1967 a Damasco, in Siria, paese che è stata presto costretta a lasciare per via delle pressioni contro la sua famiglia di oppositori politici. Al centro del lavoro poetico di Kahf l’incontro e le frizioni tra diverse identità culturali, la messa in discussione, spesso ironica, degli stereotipi, la meditazione sul senso di ‘casa’, ‘appartenenza’, ‘nostalgia’. E-mails from Sharazade (2003) è la sua prima raccolta di poesia, tradotta di recente in italiano da Mirella Vallone per i tipi di Aguaplano. Questa traduzione, invece, è a cura di chi posta.

 

Nell’immagine: una giornata complicata per Wonder Woman, appena tornata dal Punjab. In Sensation Comics, n.20, Dec. 2014.

Notizie dalla Descrizione del mondo ° 7/12/2016

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(sommario: Raffaella Aragosa, Gianluca Codeghini & Andrea Inglese – in Riscrizioni di mondo – , Alessandra Greco, Lorenzo Casali e Micol Roubini, Luca Rizzatello, Laurent Grisel…)

Non si potrebbe immaginare un tipo di scritti (nuovi) che, situandosi più o meno tra i due generi (definizione e descrizione), avrebbero del primo la sua infallibilità, la sua indubitabilità, la sua brevità anche, e del secondo il suo riguardo per l’aspetto sensoriale delle cose.

Francis Ponge

Chi dice che Varanasi è sporca non ha capito

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Testo e foto di Chiara Cerri

 

Torno a Varanasi, solo col pensiero.
Ci sono posti che ritrovi solo dopo mesi, ci sono foto che lasci a fermentare nel tuo hard-disk, fino al momento in cui le ritroverai. Diverse, lontane, sbiadite?
Ci sono viaggi che ti lasci alle spalle, solo per riposarti e poi riprenderli con la mente fresca e quieta del ritorno.
Ci sono foto che rivedi ed è come un tuffo in un passato lontanissimo che è solo di cinque mesi o di due anni fa.
Se i ricordi si sparpagliano riapro il mio diario di viaggio e tra le righe di una calligrafia sempre diversa tutto riprende le fila, i giorni si susseguono, gli itinerari combaciano, i nomi tornano alla mente.

Concerto a richiesta e altre poesie

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Viktor Krivulin

Contenere l’amore nel corpo della giovinezza,
sul ciglio del sonno, tra le rughe di una coperta.
(come l’ombra di un remo si torce, trepida
su un fondale assolato e sabbioso)
Quel tempo sin dai sedici anni, quando
gli oggetti quotidiani profumano di donna
(come l’ombra di un remo che cade in acqua,
come l’acqua oziosa e giallastra)
e quel costume bagnato, attillato,
e quel piccolo sole sulla spalla…

 

 

 

La nostra causa è cercare e non trovare,
La nostra causa è amare, fugaci, in segreto,
E i peccati ci sono rimessi solo perché
Nessuno è senza peccato, nessuno lo è.

Il nostro tempo è nebbia d’autunno sul fiume,
È il nostro nome eliso dalla nostra mano,
Perché di notte non ci restano che
Il dubbio, la coscienza e la neve.

 

 

 

In posa fetale

dieci anni di libertà
e ancora oggi ogni mattina
ti risvegli in posa fetale
avvinghiato con le mani
strette alle ginocchia
col mento sulla clavicola
e giaci così come una virgola
sopra un documento secretato
su lettera a inchiostro simpatico
coperta da segreto assoluto

 

*

 

Viktor Krivulin, Concerto a richiesta e altre poesie, a cura di Marco Sabbatini (Passigli, 2016).

 

La renitenza al risveglio ( bagatella mattiniera)

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di Giorgio Mascitelli

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La renitenza al risveglio è un piacere sottile e pericoloso che affligge Guido della Veloira  tutte le mattine. Il risveglio non è mai istantaneo, ma è un processo lento che spesso precede il suono della sveglia e in cui l’apertura degli occhi è solo una fase che succede al sorgere, sotto la cupola del sonno, di un barlume di coscienza delle cure del giorno, cioè delle angosce che esso porterà. Quando gli occhi si aprono una prima volta nell’oscurità per subito richiudersi, l’acre sapore delle angosce del giorno emana i suoi miasmi che s’insinuano fin nei precordi. Allora, e solo allora, comincia una lenta pantomima di giravolte sotto la coperta che non è un semplice stirarsi, ma è un complicato rituale di dilazione e di liberazione dell’istante dalle incombenze del poi. Il dolce tepore tra le coltri suggerisce che non è ancora arrivato il momento di alzarsi e questa salutifera consapevolezza del non ancora diventa piacere. Piacer figlio d’affanno, mentre la sveglia non suona ancora, ma emette il suo regolare ticchettio.

Proprio la sveglia è una specie di relitto vivente, come certi pesci negli abissi degli oceani,  di un’epoca passata in cui la misurazione rigorosa del tempo era necessaria per una misurazione rigorosa del lavoro che a sua volta era preludio di una vita rigorosa fondata sullo sfruttamento del lavoro. Il tempo dell’orologio fu il tempo della produzione. Ora che il tempo del computer è di una rapidità incalcolabile per qualsiasi mente produttiva, la sveglia diventa uno strumento obsoleto che si ostina a porre dei limiti a ciò che non ne deve avere perché usura è operativa ventiquattro ore su ventiquattro.  E’ il tempo incalcolabile  del progresso.

La sveglia suona, frattanto,  ma il rivolgimento nel letto prosegue per un istante allo stesso modo che la lucertola a cui è stata tranciata la testa prosegue per un frangente millesimale i suoi movimenti. Ancora due minuti e poi non si può più differire l’incontro con il muro del giorno.

Le angosce nel dormiveglia sono dismisurate ché ancora la ragione non le ha chetate, poste tra parentesi, contenute, analizzate, delimitate: verosimilmente sono sproporzionate. Il pieno risveglio le disciplina, anzi è la disciplina. Ma basta distrarsi un attimo con il tubetto del dentifricio in mano oppure nell’aspettare che il caffè venga su nella moca perché questo paziente lavoro degli strumenti della ragione vada in malora. D’altra parte se non ti puoi fidare nemmeno più della sveglia, è logico che per Guido della Veloira tutto diventi incombenza.  Ma dopo colazione, contro la forza centrifuga dell’angoscia del mondo che vorresti tenere fuori dal tuo mondo, muove con passo sicuro una uguale e contraria centripeta: la paura di attardarsi e di essere escluso.

Forse è vero quel che dice sempre Giampaolo  che si conosce il mondo solo nell’esclusione, nella separazione, quando la macchina sociale ti ha esodato fuori per qualsiasi motivo ( salute, età, pazzia, migliori opportunità d’investimento altrove); forse è vero che l’uomo è  così stolido che ci capisce qualcosa solo quando ormai sta sorseggiando la spuma o il gingerino al circolino della vita, mentre gli altri sfrecciano intorno. Quanto a Guido della Veloira lui non condivide le opinioni di Giampaolo, ma segue la doxa. Come chiude la porta di casa, gli si accende una spia rossa nel cervello, la cui luce è osservabile attraverso le tempie in certe giornate non molto luminose, che dice ‘non lasciatemi indietro’.  Non è facile di seguire le opinioni di Giampaolo tuttavia, persino il protagonista di Pentotal si lamenta di essere isolato in una Bologna del Settantasette in cui avrei immaginato che si pensasse a tutto fuorché all’ansia da esclusione. Essa non molla facilmente la presa, bisogna aver subito un danno pressoché irreversibile alla capacità di nutrire ambizioni o aspettative per essere sputato fuori.

Può anche darsi che Giampaolo abbia torto e ogni posizione che ci si trovi a occupare nell’arco dell’esperienza è soltanto un angolo della visuale senza alcuna priorità. Per il momento Guido della Veloira non si pone il problema e non conosce nemmeno Giampaolo, finché il fiato non si fa grosso nel correre e nel superare le persone per prendere il treno del metro che sta arrivando, ma senza sgomitare solo di agilità, anzi perfino disponibile a cedere il passo all’attempato claudicante e nonostante questo sempre per primo lì alla porta. Ma poi questi tempi finiranno. E anche adesso, che è nel pieno delle forze ma non lontano dagli affanni che tramano  nella penombra del risveglio, basta un incidente banale qualsiasi, che so un treno guasto, una giornata di sciopero del metro, uno che si butta sotto il treno per cancellare questa facciata olimpica di tranquillità e da sotto riemerge il solito banale urlo di sempre.

l’immagine è Freccia rossa di giovane artista milanese contemporaneo)

Ideafelix: un progetto di libri

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di Davide Orecchio

loniganSembra che i libri debbano darsi da fare. Non possono più accontentarsi di essere libri. Così, per restare nel mondo, i libri mutano. Alcuni perdono il potere della carta, e acquistano qualità digitali. Altri prendono la strada della socializzazione in Rete; capita in questi casi che il libro, che già di suo dovrebbe contenere tutte le storie possibili, divenga parte di una storia, o di uno storytelling intarsiato di status, post, video e immagini del quale il volume è solo l’innesco e poi appena un frammento. Altre mutazioni, le più frequenti, esulcerano nel protagonismo (virtuale, di network sociale) degli autori, che a volte aiuta il libro, a volte lo danneggia, a volte incoraggia i lettori ma può anche distrarli.

In altre circostanze, invece, il libro può diventare in dose non minima il motore di un progetto più ampio, e reale. È il caso di ideafelix (ideafelix.com), una nuova piattaforma editoriale aperta da pochi mesi che pubblica sei romanzi l’anno e che finanzia iniziative culturali o laboratori didattici nelle scuole, destinando loro il 20% del prezzo di copertina dei volumi, tutti in formato cartaceo e acquistabili direttamente dal sito.

«Abbiamo creato ideafelix – si legge nel chi siamo della piattaforma – perché vorremmo che l’esperienza legata alla lettura di un testo si trasformasse in qualcosa di funzionale alla nostra vita quotidiana. Così ci siamo chiesti: e se la vendita di un libro fosse anche l’occasione per finanziare dei progetti culturali o promuovere la creatività dei nostri figli? E se potessimo divulgare il messaggio: “Leggi una storia, realizza un progetto”? Oppure, al contrario: “Vuoi realizzare un progetto? Leggi un libro o chiedi ai tuoi amici di farlo”. I libri hanno finalmente una seconda vita: sono oggetti da leggere e sono oggetti che generano finanza da destinare alla realizzazione di altri progetti culturali».

Ideafelix è anche una piattaforma di crowfounding: chiunque può lanciare gratuitamente un progetto, condividerlo pubblicamente e ottenere un finanziamento collettivo.

Finora i romanzi pubblicati sono due. Scelte originali. Repêchages di autori e opere fuori catalogo non banali. Come  Studs Lonigan dello scrittore nordamericano James T. Farrell (1904 – 1979), primo capitolo (tradotto da Giuliana Villa) di una trilogia che negli anni Trenta del Novecento ebbe molto successo negli Stati Uniti, e ispirò, tra gli altri, Ernest Hemingway, Tom Wolfe, Norman Mailer, Kurt Vonnegut. «Attraverso i suoi libri – ha scritto Vonnegut di Farrell – mi ha mostrato che era perfettamente normale, e forse anche utile e bello, raccontare com’è davvero la vita, cosa si dice e cosa si prova veramente, cosa si fa, cosa succede»; e ancora: «Il suo lavoro è immenso. Balzachiano nella sua vastità. Se solo avesse prodotto una tale mole di opere in un paese più piccolo, avrebbe già vinto un Premio Nobel». Farrell, figlio di immigrati irlandesi, cresciuto all’inizio del secolo nei quartieri più poveri e violenti del South Side di Chicago, riporta alla vita quei luoghi col raccontare le peripezie del quattordicenne Studs e dei suoi compagni. La violenza, gli scontri tra bande, l’amore, il sesso, la povertà, la speranza e la paura del futuro escono dalla penna di un autore profondamente socialista.

Studs Lonigan ha contribuito a realizzare “L’alba della meraviglia”, un laboratorio di filosofia per bambini tra i 6 e i 10 anni in una scuola elementare. Leggiamo dalla descrizione: «Domandare in continuazione, cercare risposte sempre nuove e diverse, non accontentarsi mai dei risultati raggiunti: non sono forse queste le caratteristiche comuni ai bambini e alla filosofia? E allora perché non farli incontrare proprio nel luogo che la nostra società ha costruito per far sì che ciascun individuo cresca e progredisca nelle sue capacità intellettuali, affettive, morali, ossia un’aula scolastica?».

Il meccanismo ha funzionato. «Siamo molto soddisfatti – racconta Felice Di Basilio di ideafelix –. Siamo riusciti a presentare un circuito virtuoso in cui i libri generano finanza da destinare ad altri progetti culturali. Quindi il libro è diventato più forte, un vero protagonista. Ad oggi il romanzo Studs Lonigan ha finanziato il 60% del laboratorio didattico “L’alba della meraviglia” (sei classi su dieci). Ma avremmo voluto finanziare il 100%, quindi c’è ancora molto lavoro da fare».

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La seconda tappa (uscita: il 30 novembre) è La montagna ci cade addosso (traduzione di Valeria Lupo), dello svizzero Charles-Ferdinand Ramuz (1878 – 1947). Scritto nel 1934, il romanzo è ispirato alla frana che nel 1714 si staccò dal monte Diablerets, e – citiamo le parole dell’editore – si tratta di un’opera «lirica, dallo stile irregolare, magico e avvincente, che svela l’imperscrutabile e misterioso legame che unisce l’uomo al suo ambiente». Qui la protagonista, «l’eroina viva e pulsante, è una montagna, una creatura che parla e a cui gli esseri umani rispondono. Alle volte ride, fa brutti scherzi, gioca con il diavolo, e ha una sua chiara volontà».

Il romanzo finanzierà il progetto Radio Freccia Azzurra, curato dall’Associazione Matura Infanzia e rivolto a sei classi della scuola elementare e a una classe della scuola media: «Una web-radio scritta e condotta dai bambini: interviste impossibili, microstorie sonore inventate, lezioni in classe preparate da bambini e insegnanti come fossero un’équipe di ricercatori al servizio di una comunità che impara ad ascoltare. Un laboratorio di radio per trasformare la scuola, gli ambiti delle materie, il curriculo scolastico in un potenziale palinsesto radiofonico».

Spiega ancora Di Basilio: «Ideafelix vive grazie al coinvolgimento di una comunità, così come il libro esiste se incontra dei lettori. La nostra comunità deve crescere ancora molto, consolidarsi. Ogni progetto è una sfida molto impegnativa. Essere riusciti a finanziarne uno non assicura il successo di quello successivo. Così ogni volta che presentiamo il nuovo progetto e il nuovo romanzo è come iniziare tutto da capo. E per questo ci vuole molta lucidità e soprattutto un’ottima organizzazione. Il nostro primo romanzo non è stato distribuito nelle librerie, ma non è frutto di una scelta ideologica. Diciamo che il motivo è molto più banale: non abbiamo avuto tempo di organizzarlo. Siamo presenti in una libreria perché sono stati loro a proporsi. E’ la libreria Fahrenheit di Piacenza, il nostro primo amore. Adesso ci presenteremo in alcune librerie di Roma e con il tempo cercheremo di aumentare la nostra esposizione».

Ma non è semplice – conclude Di Basilio, «perché il modello ideafelix presuppone vendite certe in un lasso di tempo di circa due mesi. Quindi con le librerie stiamo cercando una formula commerciale che rispetti questa esigenza. Tutti i nostri interlocutori – l’utente, le scuole, le Onlus, i privati – vogliono sapere in tempo reale e nella più assoluta trasparenza quello che succede, come avviene in una classica piattaforma di crowfunding. Quindi complicato, ma si può fare».

Maldifiume

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logo-biblioteca-viandante-orizz(La biblioteca del viandante è una nuova collana diretta da Luigi Nacci per Ediciclo. Vuole accogliere opere scritte con i piedi sulla strada e la testa nell’utopia. Non testi d’occasione, non guide, non manuali sul camminare, ma libri-progetto,  che sappiano attraversare i generi con lo stesso passo con cui attraversano la realtà. E’ in libreria il primo volume. Direttore, editore e autrice ci regalano l’incipit. E noi li ringraziamo. G.B.)

 

di Simona Baldanzi

Il fiume non sta in un barattolo

Gli italiani mettevano tutto in un barattolo” mi disse un uruguayano di oltre novantanni una calda sera di febbraio sotto il pergolato della sua bassa e spartana casa. Santino, suo nipote, spremeva limoni, triturava il ghiaccio e ci passava i margaritas. Quell’uomo anziano, alto e snello, che teneva con una mano il bracciolo di una sedia in ferro e con l’altra il bicchiere tozzo e largo, iniziò a parlarmi dei primi italiani che conobbe, quelli che emigravano e arrivavano nel Sud America. Per lui gli italiani erano quel popolo che conservava tutto: pomodori, marmellate, confetture e passate di ogni tipo. Le parole di quell’uomo erano biascicate e impastate di alcol, limone e ghiaccio, faticavo a comprenderlo, le palpebre si chiudevano in un movimento lentissimo e ogni volta definitivo, un tempo e un gesto a cui non ero abituata, eppure lo ascoltai tutta la notte.

Quando ero arrivata a Pasos de Los Toros insieme a Caterina e Pia, facevano 42 gradi. Un caldo che aveva spento tutto: rumori, odori, movimenti. Le uniche cose vere sembravamo noi, noi che spingevamo la porta aperta di casa di Santino, noi che entravamo in una casa senza chiavi, noi che avevamo il permesso di sistemarci anche se non c’era nessuno. Posati i bagagli guardammo i colori alle pareti, i libri di Mario Benedetti, i pochi mobili, le tende con disegnati le nuvole e gli uccelli. Il caldo e quella sensazione del tempo fermo non cessavano e quando con le gambe madide provammo a darci lo smalto alle unghie e il rosso si seccava prima di distenderlo, decidemmo di uscire.copertinamal

I negozi erano chiusi, le strade erano strisce roventi di asfalto e non trovavamo nessuno. Individuammo un passante, che camminava svelto per scansare il sole, lo fermammo. Ci guardò con stupore e ci disse che erano tutti al fiume. Quale fiume? El Rio Negro. Ci indicò la via, oltre la scultura del grande toro che dava il nome al paese. Facemmo una ventina di minuti a piedi sotto un cielo accecante, di quelli che paiono che neanche il sole ci sia da quanto è scoppiato ovunque. Quando arrivammo fummo inondati dal verde, da ogni tono di verde e sfumatura e densità. Un alito di vento, un gorgoglio d’acqua, una risata. Tutto si mescolava, si confondeva e si dispiegava. Donne, uomini, bambini, anziani, stavano tutti lì. In acqua o sulle rive di quel fiume verde colmo di piccole alghe che parevano ci avessero versato tutte le scorte di mate, circondato di erba, alberi, macchia. Bevevo quello che vedevo, si placava la sete e il caldo. Ricordo ogni passo verso l’acqua più alta, la freschezza sulla pelle, i brividi, gli occhi di una bambina che guardava il mio pallore dilatarsi e galleggiare.

Avevo i capelli ancora umidi e intrisi delle piccole alghe del Rio Negro, quando il nonno di Santino posò sul tavolo un guscio di tartaruga. Lo aveva trovato intatto durante l’alluvione del Rio Negro. In ogni esagono c’erano incise date e numeri. C’erano le partite, le coppe, i goal più importanti. Seguivo il suo indice rugoso e sottile. La storia di quell’uomo vissuto da calciatore professionista in Uruguay stava tutta imbastita in quel guscio donato dal fiume.

Ancora non lo sapevo, ma il primo momento in cui ho iniziato a pensare a un viaggio lento lungo l’Arno, è stato lì, su quel tavolo in Uruguay, a migliaia di chilometri di terre e mari lontano da casa. Quel Rio Negro che mi aveva accolta a quel modo, bagnata e risvegliata, mi poneva tante domande. Cosa è per me il fiume? Cosa è l’Arno? Cosa è diventato? Come è cambiato? Noi italiani che mettiamo tutto nei barattoli, che prepariamo riserve, che siamo bravi a conservare, cosa ce ne facciamo oggi del fiume? Come viviamo il fiume che passa paesi, parchi, città, che si muove vicino a ferrovie, autostrade, che sibila sotto i ponti, che divide comunità in due rive, che attrae e spaventa insieme?

Le domande aumentavano, ma io non guardavo fuori, cercavo l’intimità, la mia storia, i miei fiumi.

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Sentire voci, inventare lingue. Le narrazioni di Amitav Ghosh.

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di Anna Nadotti

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«Parole! Neel era dell’opinione che le parole, non meno delle persone, fossero dotate di una propria vita e di un proprio destino. Allora perché non c’erano astrologi a studiarne il kismat e a predirne il fato? L’idea che avrebbe potuto essere lui ad assumersi tale compito gli venne all’incirca all’epoca in cui cominciava a guadagnarsi da vivere come linkister – vale a dire durante i suoi anni nella Cina meridionale. Da allora, per molti anni, prese ad annotare regolarmente le sue divinazioni sul fato di certe parole.