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Il posto dei tigli

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   di Claudia Bruno

Le mattine di giugno hanno un profumo tutto speciale, che sa di pistilli e cielo, foglie verdi e vento fresco sulle strade accaldate. È così che i tigli alla fine non si trattengono, e si lasciano sbocciare tra le foglie grappoli di fiori.

Non pensate che si possa restare indifferenti a questo incantesimo, no. I fiori di tiglio hanno un profumo inconfondibile, quello delle gioie nascoste, dei piaceri rimasti a lungo inascoltati. Il profumo delle attese segrete, degli imprevisti benaccolti. Un odore grato, a cui essere grati.

Neanche fare, neanche vedere. Sul cinema di Magdalo Mussio

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di Giorgiomaria Cornelio

 

Per la casa editrice Quodlibet è stata pubblicata recentemente un’antologia di scritti critici dal titolo Marginalia, a cura di Paola Ballesi, che traversa l’opera di Magdalo Mussio sul filo d’un discorso pittorico.

Mussio è stato il poeta della memoria randagia, della memoria a non concludere, cioè di tinte, umori e timbri dati come incrostazioni, resti indecisi di senso: «in principio era la rovina». Non si tratta di indugiare nel conforto della catastrofe, di spacciarsi, cioè, ancora per spacciati, ma di disorbitare l’assunto comune, di dire: ci troviamo, come sempre, alla fine dei tempi. Così pure è il suo cinema: uno sforzo di raccogliere -attraverso stanze animate- un etimologiario di termini devoti all’origine eppure da sempre scomparsi ed evasi.

(Senza titolo di Magdalo Mussio)

 

Tre film, tra gli altri: Il potere del drago (1971), Il reale dissoluto (1972), Umanomeno (che nel 1973 vinse il Nastro d’Argento); tre violazioni assemblate in forma di fiaba o forse di riaffioramenti mitici «sul versante ghiacciato del ritmo».  Bisogna innanzitutto dire che Mussio fu collaboratore in Canada di Norman Mclaren, i cui lavori sono già pareti di segni, di antefatti obliterati e messi in circolo, in gioco, giocati e contesi allo stesso tempo con lo spazio vuoto e con la misura del suono (Blinkity Blank, del 1955).  «E Bisanzio è distrutta» tuona una voce ne Il potere del drago… eppure, non assistiamo ad uno statico scandagliare dei ruderi, ma piuttosto ad un pedinamento dell’enigma sismico della superficie, di cui s’affrontano soltanto le tracce e le tracce delle tracce, i rilievi e i numeri dimenticati.

Ancora sulla questione della profondità: ugualmente nel disegno e nello schizzo, il tratto è conteso tra la memoria e la mano. Derrida apre il suo La memoria di un cieco con un frammento di Diderot: «Scrivo senza vedere. Sono venuto, volevo baciarvi la mano. È la prima volta che scrivo nelle tenebre senza sapere se formo dei caratteri. Dove nulla ci sarà leggete che vi amo».  Regno della scancellatura e della sopraffazione, ma anche fedeltà agli itinerari incerti: così come Cy Twombly dipingeva al buio o con la mano sinistra quadri visitati da memorie verbali, anche Mussio battezza nel suo cinema un elenco di inventari animati e sconnessi come preistoria degli oggetti: nominarli è chiarirne il carattere -di stampa, di riproduzione- affollato di imposture: corpo certo o il luogo di una perdita. Ma nominarli è anche e soprattutto porne la questione in essere, impuntarne il senso e l’eclissi. «Neanche fare, neanche vedere, per proprio riscuotere della vita superflua quel poco di chiarore che essa può pagare» scriveva Emilio Villa.

 

(Apollo di Cy Twombly)

 

Quelli di Mussio sono film colmi di ibridi fecondi, di ibridi inchiodati alle scenografie araldiche, alle macchine industriali o ancora a giostre ospitanti vicende del mito; sono, cioè, film di figure che continuamente si androginizzano, si danno (visitandosi di fotogramma in fotogramma) un nuovo appello: «(…) e si disse che la Terra è tutta torbida, e sotto di essa giace un altro continente» (Il reale dissoluto).  In questo senso (in questo succedersi di montaggi e verifiche incerte), l’intera opera di Mussio potrebbe essere percepita come un’unica grande riflessione attorno all’onnipresente movimento cinematografico delle cose (ecco perché una storia del cinema andrebbe fatta incominciare prima dei Lumière, come tra l’altro aveva già indicato Saint Pol Roux nel suo Cinema Vivente: «(…) la prima presentazione ebbe luogo presso Nabucodonosor. Una sera, sul muro del palazzo che faceva da schermo, si poté leggere in caratteri luminosi: Mane Thecel Phares. L’autore-proiezionista del film altri non era che Daniele dal profondo della fossa dei leoni. Poi vennero le lingue di fuoco. E di seguito, fino ai fratelli Lumière, dal nome così appropriato.»)

 

 

Opera del solco, di materia in lotta, di contesa e fedeltà sregolata verso il segno filmico, liturgia della distruzione e proposta d’etimo (coltivato e irrisolto), la grafica di Magdalo è una parentesi che instaura col cinema d’animazione una conversazione rimasta tutt’ora priva di approfondimento. Anche per questo urge uno studio che sappia vivificarne la misura, affinché il silenzio, come spesso Mussio ha ripetuto, «apprenda a non tradirsi nel tacere».

 

NOTA (2017-2020)

 

Mi pare sempre più evidente quanto già Mussio aveva avuto modo di affermare in un suo appunto del 1977, che qui cito:«[…] ho pubblicato, su Marcatrè, delle colonne di numeri, dall’alto in basso e da destra a sinistra, ebbene non so spiegarlo (ma forse è facilissimo per gli altri): è lì che la macchina da ripresa, il supporto/pellicola pienamente realizzato è chi guarda».

L’affermazione che la vera macchina da presa «è chi guarda» è un’ulteriore conferma di quanto si poteva comprendere proprio da un’attenta osservazione delle «colonne di numeri»: il cinema di Mussio sarebbe, prima ancora che una serie di cortometraggi, un qualcosa di interno al montaggio dei segni, e insieme un processo di accensione della percezione, un modo animare lo spazio ben teorizzato da Von Hildreband ne Il problema della Forma nell’arte figurativa (1893). Spiega Andrea Pinotti: «Per Hildreband, […] il movimento è ciò che permette l’articolazione del senso, è ciò che permette di connettere gli elementi disponibili nello spazio, è ciò che permette di formare l’oggetto […]. Per questo l’opera d’arte contiene sempre le indicazioni della mobilità, perché essa stessa è un suo prodotto e nello stesso tempo chiede al fruitore di mettere in movimento la propria attività percettiva che gli consente di comporre/scomporre l’immagine.»

Il cinema, dunque, come movimento percettivo: qualcosa di non fissabile in un’unica disciplina, ma piuttosto l’attentato che ogni disciplina ben “delimitata” rivolge contro se stessa.

 

 

Il rovescio della libertà

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di Giorgio Mascitelli

Massimo De Carolis, Il rovescio della libertà. Tramonto del neoliberalismo e disagio della civiltà, Macerata, Quodlibet, 2017, € 22.

Sarebbe un vero peccato che la ricezione di questo libro di Massimo De Carolis restasse confinata agli addetti ai lavori del dibattito filosofico- politico contemporaneo non solo per i meriti di una scrittura chiara e  non priva di un rigore didascalico che non dà mai per scontati i concetti chiave su cui si fonda l’argomentazione, ma anche per le qualità, per così dire, cartografiche del testo: mi sembra infatti che questo saggio costituisca una vera e indispensabile mappa per orientarsi nella crisi politica, economica e di valori odierna.

Assunto di partenza di De Carolis è che il neoliberalismo non sia semplicemente una dottrina politica ed economica, ma un’ideologia complessiva che tende a rimodellare tutti gli ambiti dell’esistenza umana a partire da una certa antropologia, ossia da una certa idea dell’uomo e della sua natura, e a presentarsi come una tecnica di governo di ogni dimensione della vita. Non è un caso, infatti, che il testo fin dal sottotitolo si richiami a un concetto, il disagio della civiltà, estraneo alle categorie politico-economiche oggi in voga e tipico del pensiero filosofico umanistico e psicoanalitico. Coerentemente con questa premessa, la tesi che l’autore sviluppa “è che a spingere, ai nostri giorni, il neoliberalismo verso il suo inesorabile tramonto non siano le urgenze economiche o gli equilibri politici fluttuanti, ma principalmente la sua incapacità di riconoscere, capire e governare fino in fondo proprio la dimensione antropologica primaria che esso stesso ha contribuito a fare emergere.” ( p.16). In pratica il mondo che è stato generato da decenni di politiche neoliberali è totalmente ingovernabile e persino incomprensibile secondo quegli stessi metodi di governo.

L’idea cardine su cui è stata costruita questa operazione di governo è la catallassi: questa parola, coniata su un prestito dal greco da alcuni economisti neoliberisti, indica l’ordine spontaneo che nasce da una sorta di gioco di mercato a cui partecipano tutti i membri di una società nel perseguire i propri interessi individuali. Questo ordine non solo è superiore a quello prodotto da qualsiasi pianificazione politica ed economica, ma soprattutto non attiene soltanto alla sfera dello scambio economico. Infatti la catallassi investe tutto l’agire umano che, in sintesi, è improntata a una regola generale del do ut des, che funziona in tutti gli ambiti dell’agire sociale. In altre parole le regole di mercato non funzionano solo per l’economia, ma definiscono la stessa azione umana in ogni momento dell’esperienza sociale. E’ questa tra l’altro uno delle grandi differenze con il liberalismo classico, nel quale, per esempio, Adam Smith affiancava all’egoismo razionale del soggetto di mercato uno spazio in altri ambiti della vita per azioni determinate da sentimenti morali.

Il gioco della catallassi è, secondo i neoliberisti, l’unica possibilità per una società di resistere ai rischi di rifeudalizzazione, con questo termine viene indicata la tendenza da parte dello stato o di gruppi di potere privato di bloccare la libertà di scelta dei cittadini ottenendo di solito ubbidienza in cambio di protezione. Le politiche di governo devono pertanto contrastare questi rischi creando le condizioni nella società perché la catallassi possa operare. Queste politiche però devono per quanto possibile ridurre al minimo le decisioni, ossia l’atto politico vincolante per l’intera collettività, e invece, tramite una serie di provvedimenti amministrativi e di incentivi e l’introduzione di regole informali, in breve tramite quella che si chiama governance, favorire la scelta individuale.

Ovviamente De Carolis ha qui buon gioco a mostrare che la caratteristica essenziale della nostra società dopo trent’anni di governance neoliberista è proprio quella della rifeudalizzazione: dall’abnorme aumento di potere di gruppi privati in grado ormai di trattare i governi nazionali dall’alto in basso come ai tempi di Carlo il Temerario, alla sempre più frequente nascita di enclaves ormai non sottoposte alla legge fino al ritorno delle compagnie di ventura e dei signori della guerra nei paesi ‘salvati dalla dittatura’ dalle varie guerre umanitarie. Con un’analisi stringente e rigorosa De Carolis mostra come tale risultato non sia il prodotto di congiunture impreviste ma l’esito naturale delle teorie neoliberali. La catallassi infatti non è nient’altro che la semplificazione idealizzata delle condizioni in cui si svolge concretamente il gioco del mercato. Basti pensare a titolo d’esempio che la distinzione fondamentale in questa teoria tra ‘decisioni’, negative perché basate su un’imposizione di una volontà sovrana sugli individui, e ‘scelte’, positive in quanto espressione della creatività individuale che non vincola nessun altro, è nella realtà molto meno netta, dove le scelte di alcuni soggetti potenti si trasformano in vincoli per la libertà di scelta di molti subordinati e in definitiva in decisioni travestite da scelte. A questo proposito sono molto illuminanti le considerazioni che De Carolis dedica all’uso di metafore sportive da parte dei teorici neoliberali per illustrare l’azione della catallassi perché richiamano l’idea di una competizione paritetica retta da regole formalizzate e stabilite in precedenza quando nel quotidiano non esistono o quasi circostanze del genere.

Nonostante ogni giorno emerga sempre di più l’evidenza dello scacco del neoliberalismo nel gestire le grandi questioni del nostro tempo e in definitiva nel governare il disagio della civiltà, De Carolis rileva che esso ha ottenuto un grande successo antropologico nella modificazione della cultura diffusa che vede sempre più soggetti affidarsi al gioco della catallassi in ogni ambito della vita e a un’accettazione della prospettiva della atomizzazione della propria vita sociale. Il neoliberalismo ha ottenuto questo successo perché ha lavorato sul desiderio di riconoscimento individuale tramite la sua misurazione con un valore apparentemente oggettivo quale il denaro; in questo modo esso offre, tradotta in una forma misurabile e secolarizzata, l’idea calvinista del successo terreno come segno della benevolenza divina, che Max Weber considerò essere alla base dello spirito del capitalismo. Dunque sconfitta socioeconomica e successo antropologico del neoliberalismo sono due volti della stessa medaglia.

Incidentalmente  vorrei osservare che l’attacco alla cultura umanistica perché improduttiva a cui si  assiste oggi e le riforme della scuola, che mirano a liquidare qualsiasi funzione di formazione culturale della stessa, in un quadro del genere assumono un significato ben più profondo di quello comunemente attribuitogli: non si tratta semplicemente di un attacco ad articolazioni dello stato sociale, ma l’eliminazione di pericolose fonti di idee per una vita alternativa rispetto a quello dell’umanità atomizzata e dedita al gioco del mercato che il neoliberalismo prefigura.

Il libro di De Carolis si conclude con la constatazione che il tramonto del progetto neoliberista rende necessaria una nuova alleanza politica per governare le contraddizioni lasciate aperte. E proprio il ritorno della politica o meglio il ritorno di una dimensione politica nelle nostre vite  può essere il cammino di uscita da un processo di atomizzazione sociale ormai dominante, visto che l’ascesa del neoliberalismo  non sarebbe mai stata possibile senza il processo di radicale depoliticizzazione che ha investito il mondo occidentale nel suo complesso a partire dalla seconda metà degli anni settanta.

 

 

 

MSQ→AMS→PAR #3

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di Andrea Inglese, Barbara Philipp, Aleksei Shinkarenko

Terzo episodio, di cinque. I primi due in versione italiana, qui e qui. In versione francese sul sito amico Remue.net; qui e qui gli episodi precedenti. Sulla natura del progetto, leggere in coda al pezzo.

Ho finito davvero per incontrare qualcuno, alla fine, ma non chi mi aspettavo. Avevo in testa delle apparizioni un po’ esotiche, un po’ stravaganti, e già non pensavo più agli animali, a dirla tutto ne ho abbastanza degli animali. Non sono mai presenti, non gli si può dare fiducia.

Gli anelli di Saturno

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 traduzione di Alessandra Giannace

https://saturn.jpl.nasa.gov/science/rings/

Prima d’ora gli scienziati non avevano mai studiato la dimensione, la temperatura, la composizione e distribuzione degli anelli di Saturno, osservandole dall’orbita stessa del pianeta. La sonda Cassini è riuscita a catturare straordinarie interazioni tra le lune e gli anelli, a rilevare – degli stessi- la più bassa temperatura mai registrata finora, a scoprire che dalla luna Encelado si origina l’anello E del pianeta e, infine, ad osservare gli anelli durante l’equinozio, quando il Sole li colpisce direttamente sul bordo, rivelandone dettagli e caratteristiche mai visti prima.

 

Punti chiave:

 

  1. Le particelle che formano gli anelli di Saturno possono essere minuscole come un granello di sabbia o gigantesche come montagne.
  2. La sonda Cassini ha scoperto che i getti d’acqua che si osservano sulla superficie della luna Encelado forniscono la maggior parte del materiale che costituisce l’anello E, il più esterno degli anelli di Saturno.

3.Cassini ha osservato che gli anelli presentano tratti caratteristici chiamati “raggi”, i quali possono essere più lunghi del diametro della terra. Gli scienziati sostengono che siano formati da minuscole particelle ghiacciate tenute in sospensione da una carica elettrostatica, e che vivano soltanto poche ore.

  1. Durante l’equinozio di Saturno, la luce solare colpisce gli anelli sul bordo e di conseguenza essi proiettano lunghe ombre rivelatrici della presenza di ammassi grandi diversi chilometri.

 

5.In tutto il sistema solare, nessun altro pianeta ha gli anelli belli come quelli di Saturno: sono così estesi e luminosi da essere stati scoperti non appena i primi telescopi furono puntati al cielo.

Galileo Galilei fu il primo a scandagliare i cieli con un telescopio e ad assicurarsi lo status di gigante dell’astronomia scoprendo le quattro grandi lune di Giove, nel 1610. La distanza tra Saturno ed  il Sole è circa due volte quella tra Giove ed il Sole, eppure i suoi anelli sono cosi grandi e brillanti che Galileo li scoprì nello stesso anno in cui notò le quattro lune di Giove.

 

Cassini ha osservato che mentre alcune delle  lune di Saturno rubano particelle agli anelli, altre ne riversano all’interno.

 

Nei 400 anni trascorsi dalla scoperta di Galileo, gli anelli sono diventati la caratteristica più particolare e forse anche la più riconoscibile tra tutti i pianeti del Sistema solare. Da dieci anni, la sonda Cassini li studia più da vicino di quanto altre sonde abbiano mai fatto.

Insieme alle lune, gli anelli rappresentano la terza componente essenziale del sistema di Saturno;  spessi circa 10 metri, sono composti quasi interamente da miliardi (se non addirittura migliaia di miliardi) di blocchi di acqua ghiacciata, alcuni piccoli come un granello di sabbia, altri imponenti come montagne.

La missione della sonda Cassini ha contribuito a comprendere meglio alcuni dei comportamenti più strani degli anelli e ad osservarne di nuovi.

Poche altre attrattive, nel sistema solare, sono più straordinariamente belle del pallido Saturno abbracciato dalle ombre dei suoi maestosi anelli.

 Al fine di osservare meglio la dimensione, la composizione e la distribuzione delle particelle che formano gli anelli, la sonda Cassini ha studiato  il modo in cui la luce di una stella lontana cambia quando li attraversa e come anche la luce solare venga rifratta dagli stessi.

È stato scoperto che mentre alcune delle lune di Saturno sottraggono materiale agli anelli, altre lo convogliano all’interno.

La maggior parte del materiale che si trova nell’anello E – l’anello che si estende all’esterno dei più splendenti anelli principali- proviene dalla luna Encelado, la quale orbitando intorno al pianeta, rilascia particelle ghiacciate e gas. La sonda ha inoltre scoperto che molte delle lune di Saturno orbitano letteralmente negli anelli (alcune solo parzialmente) costituiti da particelle schizzate via dalle stesse lune in seguito agli impatti con micro meteoriti.

La sonda ha persino individuato tratti caratteristici a forma d’elica, spesso lunghi migliaia di chilometri, la cui comparsa era stata segnalata per la prima volta nel 2006. Le eliche si formano per via dell’influenza gravitazionale delle piccole lune – grumi composti dallo stesso materiale degli anelli e dal diametro di circa 1 chilometro – cosi chiamate poiché più piccole di una vera luna, ma più grandi di una singola particella degli anelli.

Le piccole lune scaraventano le particelle degli anelli centinaia di metri al di sopra e al di sotto degli stessi, formando così le caratteristiche eliche immortalate dalla sonda.

Queste particelle vengono sollevate nello stesso modo in cui una barca in movimento crea una scia dietro di sé: quelle più vicine a Saturno si muovono più velocemente delle piccole lune, mentre quelle più lontane si muovono più  lentamente rispetto alle stesse, e poiché l’interazione è gravitazionale, man mano che le piccole lune orbitano, formano scie. “È come se l’acqua intorno alla piccola luna si muovesse in due direzioni opposte” ha dichiarato Linda Spilker, una degli scienziati del progetto. Nonostante queste scie gravitazionali somiglino ad eliche, non ruotano.

L’11 Agosto 2009, Cassini è diventata la prima sonda a fornire agli scienziati una vista estremamente ravvicinata degli anelli di Saturno durante il suo equinozio.

 

 Un pianeta “sull’orlo”

 

Proprio come quello della Terra, l’asse di Saturno è inclinato. Per metà del suo anno, il pianeta “inanellato” è curvato verso il Sole che illumina, quindi, la superficie superiore degli anelli. Per l’altra metà, invece, Saturno si inclina all’indietro permettendo al Sole di illuminare il polo sud cosi come la superficie inferiore degli anelli. In questo modo, per due brevi periodi in ciascuna delle orbitazioni di Saturno attorno al Sole, il bordo degli anelli è rivolto direttamente ad esso. Questo fenomeno chiamato equinozio permette ai due emisferi del pianeta di ricevere la stessa quantità di luce per un breve periodo. Tuttavia, Saturno impiega trent’anni terrestri per compiere un giro intorno al Sole e, di conseguenza, l’equinozio si verifica ogni 15 anni. Così come un albero al tramonto proietta un’ombra molto più lunga della sua effettiva altezza, l’equinozio di Saturno produce ombre che ingigantiscono le caratteristiche peculiari degli anelli, altrimenti troppo piccole per essere studiate. “Volevamo vedere se gli anelli fossero irregolari – ha detto la Spilker – ma non lo sono”. Eppure la sonda ha osservato che gli anelli di Saturno sono molto meno regolari e levigati di quanto gli scienziati pensassero.

Anche gli innumerevoli ammassi di ghiaccio negli anelli proiettano ombre enormi sugli stessi; gli scienziati pensavano fossero lunghi solo alcuni metri, ma in realtà il più grande di questi ammassi si estende per  chilometri al di sopra delle circostanti particelle. Alcuni di questi grumi sono alti quanto le Montagne Rocciose.

Durante l’equinozio, e grazie ad uno spettrometro ad infrarossi, Cassini ha monitorato la temperatura degli anelli, utile a stabilire la composizione, la dimensione, la forma e tutte le altre caratteristiche delle particelle che li compongono. Poiché in quella fase del ciclo del pianeta,  il Sole colpiva direttamente il bordo e non la superficie degli anelli, la loro temperatura era la più bassa mai registrata prima d’ora. L’anello A, per esempio, si era raffreddato fino a -230 gradi C°.

Inoltre, approfittando sempre dell’equinozio, la sonda ha potuto osservare meglio alcuni fenomeni ancora poco conosciuti, come ad esempio, i cosiddetti “raggi”. Individuati per la prima volta nel 1980 dalla sonda Voyager, i raggi sono strutture radiali (simili a dita o spicchi) situate negli anelli, e che ruotando insieme ad essi, ricordano per l’appunto i raggi di una ruota.

I raggi sono dunque delle marcature radiali, quasi spettrali, scoperte 25 anni fa dalla sonda Voyager.

Si pensa siano composti da particelle sottilissime di ghiaccio spinte in alto sulla superficie dell’anello da una carica elettrostatica; il meccanismo è lo stesso che induce un palloncino carico di elettricità statica a far rizzare i capelli sulla nostra testa, ma su scala più imponente. I raggi possono misurare oltre 16,000 chilometri ed essere più grandi del diametro della Terra, ma nonostante la loro dimensione, appaiono e scompaiono molto velocemente: possono formarsi nel tempo che ci serve per fare colazione e sparire prima che sia ora di pranzo.

I raggi non sono stati avvistati per un lungo periodo che va dal 1998 al 2005, anno in cui la sonda Cassini è arrivata nell’orbita di Saturno, riuscendo ad immortalarli a 360° soltanto tre anni dopo. Le immagini sono state assemblate a formare un video.

Raggi, ammassi, eliche, piccole lune, anelli che formano lune e lune che formano anelli; non resta che domandarci come avrebbe reagito Galileo se avesse potuto osservare gli enigmatici anelli di Saturno cosi come la sonda Cassini, e il mondo intero, possono ora vederli.

 

 

 

Filosofi per lo ius soli

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[Un appello]

Ci rivolgiamo alle senatrici e ai senatori della Repubblica affinché venga approvata la legge che conceda finalmente la cittadinanza italiana ai figli degli immigrati non solo per ius soli, ma anche – com’è giusto che sia – per ius culturae. È una legge di civiltà, che supera quel «diritto del sangue» che ancora prevale. Sono tanti gli adolescenti giunti nel nostro paese che, dopo aver frequentato le scuole italiane per anni, attendono un segno concreto di ospitalità. Occorre riconoscere i loro diritti, che sono anche i nostri. Non approvare questa legge sarebbe una sconfitta, prima ancora che per loro, per noi che ci definiamo «italiani», che veniamo dalla tradizione dell’umanismo, che non possiamo dimenticare l’esempio della «cittadinanza» romana, che vorremmo nel futuro prossimo avere più voce in Europa.

Remo Bodei, Donatella Di Cesare, Roberto Esposito
Alessandro Dal Lago, Michela Marzano, Mauro Bonazzi, Adriana Cavarero, Salvatore Veca, Giacomo Marramao, Paolo Flores d’Arcais, Massimo Donà, Marta Fattori, Adriano Fabris, Nicola Panichi, Eugenio Mazzarella, Luca Illetterati, Enrica Lisciani Petrini, Caterina Resta, Piergiorgio Donatelli, Marcello Mustè, Simona Forti, Leonardo Caffo, Elettra Stimilli, Dario Gentili, Fabio Polidori, Luca Taddio, Leonardo Amoroso, Massimo Adinolfi, Davide Tarizzo, Laura Bazzicalupo, Massimo De Carolis, Giusy Strumiello, Gian Luigi Paltrinieri, Olivia Guaraldo, Giulio Giorello.

Una manifestazione per il diritto di cittadinanza, foto di Marco Merlini

La crisi della riproduzione e la formazione di un nuovo “proletariato ex lege”

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Intervista di Francesca Coin a Silvia Federici

Negli anni Settanta siete state le prime a parlare contro il lavoro domestico mostrando come il processo di accumulazione nelle fabbriche iniziasse sul corpo delle donne. Cosa è cambiato in questi anni?

Il lavoro gratuito è esploso, quello che noi vedevamo allora dall’angolatura specifica del lavoro domestico si è diffuso a tutta la società. In verità, se guardiamo alla storia del capitalismo vediamo che l’uso del lavoro non pagato è stato enorme. Se pensiamo al lavoro degli schiavi, al lavoro di riproduzione, al lavoro agricolo dai campesinos ai peones in condizioni di semi-schiavitù, ci rendiamo conto che il lavoro salariato è stato in realtà una minoranza circondata da un oceano di lavoro non pagato. Oggi questo oceano continua a crescere nelle forme di lavoro tradizionali ma anche in forme nuove, perché ora anche per accedere al lavoro salariato devi fare quantomeno una parte di lavoro non pagato. In Grecia mi hanno detto che ormai è necessario fare sei o sette mesi di lavoro non pagato nella speranza di trovare un lavoro pagato, quindi in varie situazioni si ripete la stessa dinamica: ti assumono a titolo gratuito, lavori sei o sette mesi e poi ti lasciano a casa. La coercizione del lavoro non pagato è ormai una pratica sempre più diffusa. Le scuole da questo punto di vista sono state le prime a servirsene. In questo caso è stata centrale l’idea dell’addestramento. Il training viene presentato come un beneficio per lo studente ma in verità lo spreme sin dai primi anni. L’età, infatti, si sta accorciando, si comincia a parlare di lavoro gratuito già nella high school. Nei giornali in questi giorni si parla molto di worker gig. Gig è un’espressione che viene dal mondo musicale dal jazz, una gig è un pezzo improvvisato, ora questo concetto viene applicato al mondo dell’impiego. Si tratta di prestazioni a chiamata senza alcuna garanzia che estendono il mo- dello Uber a tutti i settori, a indicare una precarizzazione della vita trasversale al mondo del lavoro che ha raggiunto livelli elevatissimi. Questo è importante dal punto di vista del femminismo, in parti- colare dal punto di vista di quelle femministe che consideravano l’ingresso nel lavoro salariato come una sorta di avanzamento o di emancipazione, mentre si prefigura sempre più come lavoro non pagato.

Tu avevi già indicato tempo fa come la crisi del fordismo fosse contraddistinta dal ripetersi di “crisi riproduttive” caratterizzate dall’erosione di tutte le sicurezze sociali. La trasformazione degli ultimi quarant’anni è stata quasi stupefacente, da questo punto di vista, perché da un lato ha reso sistema il lavoro non pagato e dall’altro ha tentato di renderlo invisibile attraverso un discorso colpevolizzante che attribuisce le cause dell’agonia sociale odierna a chi più ne fa le spese. Penso per esempio alla narrazione che produce e stigmatizza “i furbi del cartellino” – se ne parla in questi giorni – a nascondere lo smantellamento del welfare dietro il bisogno di disciplinare tutti quei soggetti che – si dice – “vivono alle spalle della società”. Che implicazioni ha tutto que- sto nelle relazioni sociali?

È il mondo sottosopra. Sino agli anni Settanta c’è stata una politica fordista – in verità si tratta di una politica che precede il fordismo e che si fonda sull’investimento da parte dello stato nella riproduzio- ne della forza lavoro. Si tratta di una concezione che culmina con il New Deal al fine di creare una forza lavoro più docile e più produttiva. alla fine dell’epoca fordista questa concezione salta. Dall’in- vestimento statale si è passati alla finanziarizzazione del lavoro di riproduzione, quello che una volta lo stato sussidiava oggi lo si deve pagare. una volta che il sussidio statale è stato eliminato, la riproduzione è diventata un momento di accumulazione. La rimozione dei sussidi ha costretto gli studenti a farsi carico di un debito enorme, quindi ci troviamo oggi con una popolazione studentesca fortemente indebitata prima ancora di entrare nel mondo del lavoro. Lo stesso è avvenuto nel campo della salute e nel campo dell’assistenza sociale, sopratutto per quanto riguarda l’assistenza agli anziani, il day-care e gli asili nido. Gli Stati uniti sono stati all’avanguardia di questo processo. Negli Stati uniti chi ha bisogno di assistenza deve pagare somme consistenti e i pochi assistenti sociali che sono rimasti sono oberati di lavoro. C’è stata una taylorizzazione del lavoro d’assistenza, in questi anni. Da un lato la spesa sociale è stata tagliata e dall’al- tro i servizi sono stati taylorizzati. Dunque oggi coloro che praticano l’assistenza sociale si trovano con un numero di utenti raddoppiato mentre aumenta anche il lavoro non pagato. Questa riduzione al mi- nimo dei servizi è al centro della crisi di riproduzione che stiamo vivendo. Si tratta di una crisi che colpisce anzitutto le donne, i bambini e gli anziani, con forme molto drammatiche. La situazione nelle nursing home, negli ospizi per gli anziani è preoccupante in quanto l’insufficienza di personale viene compensata con una continua medicalizzazione. I maltrattamenti nelle istituzioni di cura siano diffusi e continui. Gli anziani vengono spesso sedati e legati al letto. Non a caso il numero di suicidi tra loro è molto aumentato. L’uso dei farmaci è pratica comune anche tra i bambini nelle scuole al fine di costringerli a essere docili e disciplinati. Questo risvolto della crisi della riproduzione è il risultato del passaggio dalla spesa sociale al mercato. Ciò significa che devi assumerti il costo della riproduzione e in molti ambiti questo ha conseguenze letali per la popolazione. tu fai riferimento anche a un altro aspetto della crisi della riproduzione e cioé al public shaming – i rituali di svergognamento pubblico con cui si accusano i pochi che ancora godono di un minimo di sussidio statale di essere dei privilegiati e dei fraudolenti. Questi malcapitati vengono messi alla berlina e accusati di essere la causa dell’impoverimento del budget quasi fossero loro che dissestano l’economia. In Italia il public shaming ha raggiunto livelli vergognosi. Mi pare im- portante ribadire che si deve rifiutare con forza l’idea che il dissesto finanziario dello stato sia dovuto al misuso del sussidio statale, e dire che è una responsabilità diretta dello stato che in tanti casi costringe il proletariato alla criminalità. Ci stanno costringendo a essere criminali per sopravvivere perché hanno tagliato le forme di sussistenza e di accesso legale alla riproduzione in modo tanto drastico che non è possibile sopravvivere per grosse fasce della popolazione senza entrare nell’illegalità: senza vendere un po’ di droga, senza la prostituzione, l’assegno falso. È per questo che gli Stati uniti, il paese guida nell’applicazione del neo-liberalismo, è anche il paese guida per la creazione di una società carceraria, cioé di una società dove sistematicamente, come sistema di governo, si incarcera una grande parte della popolazione perché non è fonte di reddito e perché è vista come potenzialmente sovversiva e combattiva, come una popolazione che, essendo stata storicamente discriminata, può reclamare riparazioni per quello che gli è stato tolto. e quindi viene preventivamente incarcerata e esclusa da quelle poche vie legali che gli sono rimaste per la sopravvivenza, in un circolo vizioso e perverso. Marx sottolineava come lo sviluppo del capitalismo portasse alla formazione di un proletariato ex lege. potremmo dire che la formazione di un proletariato ex lege è al giorno d’oggi un fenomeno sistematica- mente perseguito a livello globale. Lo vediamo chiaramente nel caso dell’emigrazione. per sopravvivere è sempre più spesso necessario entrare nella illegalità e questo permette poi allo stato di intervenire con violenza sulla forza lavoro.

Stavo leggendo recentemente dei dati sulla Grecia che osservavano come lo smantellamento della spesa pubblica vada contro le donne due volte, la prima volta perché i tagli alla spesa sociale lasciano a casa anzitutto le donne assunte in modo predominante nei settori dell’assi- stenza sociale e la seconda perché i tagli costringono le donne a tornare a svolgere ruoli tradizionali di assistenza e di cura non pagati. Si diceva anche che la violenza sulle donne dovrebbe essere interpretata come cartina tornasole del clima di violenza sociale introdotto dalle politiche di austerità.

La violenza è enormemente aumentata in questi anni. È la violenza della guerra permanente. Ormai ogni pochi anni si distrugge un paese. Il mondo è sempre più un luogo di guerra e un sistema carcerario. La violenza capitalistica continua ad aumentare. Lo si vede dalla recrudescenza delle pene e dalla militarizzazione della vita. Oggi negli Stati uniti e in America Latina le polizie sono addestrate dai militari; gli Stati uniti hanno costruito carceri in tutto il mondo; le compagnie e le corporazioni hanno i loro eserciti privati e il numero delle guardie di sicurezza è in continuo aumento. Il modello della violenza sta plasmando la società e la soggettività a partire dalla soggettività maschile. Come sempre si tratta di processi che colpiscono anzitutto le donne. Di recente ho partecipato a un Forum sul femminicidio in Colombia in un porto del pacifico nella zona di buenaventura dove ci sono stati molti massacri. Lì si possono vedere molti dei fattori che contribuiscono a questa violenza. buenaventura è forse uno dei posti più belli del mondo. e’ una città sul pacifico in mezzo a una foresta tropicale meravigliosa ma recentemente contaminata a causa dell’estrazione dell’oro. Le acque e i fiumi che la popolazione usava per la propria riproduzione sono stati contaminati dal mercurio. Quindi ci sono continui scontri, perché la politica estratta porta allo sfruttamento e all’espulsione delle popolazioni locali. In questi luoghi la violenza, sopratutto la violenza contro le donne, serve a terrorizzare la popolazione. un’antropologa latino americana, Rita Segato, ha scritto un libro interessante a questo proposito. Lei parla di violenza-messaggio, di crudeltà pedagogica nel senso che uccidendo in forme atroci le donne, cioé persone inermi che non sono parte degli eserciti combattenti. Si avverte la popolazione che non può resistere all’espulsione perché si scontra con forze che non hanno pietà. uccidere le donne equivale a dare un messaggio di crudeltà incondizionata. Si deve aggiungere che le donne sono il motore della ripresa dell’economia globale. Negli anni Settanta il lavoro femminile ha riattivato la macchina economica. tradizionalmente le donne si confrontavano con la violenza nella sfera domestica, il marito attraverso la violenza disciplinava la moglie quando questa non compiva il suo lavoro domestico. Oggi le donne per poter sopravvivere devono spesso lavorare in luoghi dove sono particolarmente esposte alla violenza maschile. Si dice che le donne che emigrano dal Guatemala per gli Stati uniti prendano contraccettivi perché sono sicure che nel percorso uomini le stupreranno. Molte cercano forme di sopravvivenza vendendo cose nelle strade così che tutti i giorni si scontrano con la violenza e con la polizia. Il lavoro del sesso, il lavoro nelle maquilas – le nuove piantagioni in cui si lavora anche 14-16 ore al giorno – il lavoro delle venditrici ambulanti.. sono tutte occasioni di violenza. La violenza ha anche un effetto intimidatorio. previene o limita la possibilità di auto-organizzazione. La militarizzazione della vita fa sì che le donne si scontrino sempre più con uomini che lavorano con la violenza: il soldato, la guarda carceraria, la guardia di sicurezza. Questa militarizzazione ha un’influenza sulla soggettività e sui rapporti personali. Fanon scriveva che chi tortura tutto il giorno non può trasformarsi nel marito modello quando torna a casa, perché continuerà a risolvere i conflitti con le modalità a cui è abituato. Questo oggi lo vediamo in una società che è sempre più orientata alla guerra dove lo sfruttamento si regge sulla violenza diretta e questo ha sempre più influenza sui rapporti tra donne e uomini.

Negli anni Settanta mostravate come lo sfruttamento si fosse na- scosto nella soggettività, nella femminilità, naturalizzato e reso invisibile al punto che il lavoro delle donne veniva considerato una dote naturale. Trasformare quest’invisibilità in una lotta politica è stato fondamentale per mettere in evidenza la modalità con cui l’accumulazione avviene attraverso il corpo e sul corpo. Il nascondimento dello sfruttamento nella soggettività – penso al lavoro migrante e a La razza al lavoro di Anna Curcio e Miguel Mellino – viene dato talvolta come acquisito ma spesso mi appare, invece, un dato assai sfuggente. Penso all’idea di homo oeconomicus. Si fa ancora un ampio uso di questa categoria, dell’idea di libertà e dell’imprenditore di sé, eppure oggi l’imprenditore di sé non ha più sicurezze, l’unica sua assicurazione sul futuro è lavorare di più a costo ancor più basso, non è questo homo oeconomicus un’altra forma di sfruttamento presentata come emancipazione?

Questa dell’homo oeconomicus, della scelta e dell’auto-impiego, è un’ideologia del tutto neo-liberale. In realtà l’autonomia concessa dall’auto-impiego è limitatissima. Se da un lato l’irregimentazione della fabbrica dalle nove alle diciassette era una prigione è altrettanto una prigione non sapere se tra sei mesi tu potrai avere un reddito che ti permette di vivere, cosicché non hai alcuna possibilità di pianificare e di programmare. Di fatto non c’è niente di emancipatorio nel vivere con una instabilità continua, con l’ansia permanente di fronte alla precarizzazzione della vita. Bifo ne parlava in uno dei suoi libri. Diceva che la precarietà incide nei rapporti personali, crea personalità disposte a un certo opportunismo, costrette a coltivare rapporti sociali in funzione della sopravvivenza. Questo noi lo vediamo anche nei movimenti. Se una volta c’era una separazione netta tra il lavoro e la politica – la politica entrava nel lavoro quando lo si rifiutava ma il lavoro non era un impiego politico – adesso i confini si confondono, e ciò ha conseguenze negative, perché introduce forme di opportunismo nel politico e io credo che questo sia uno dei problemi maggiori che incontriamo oggi.

Lo scorso anno quando eri in Grecia parlavi degli spazi occupati e degli squat di Atene come esperienze importanti per sottrarre le condizioni della riproduzione al comando monetario. In questi anni ci sono state sperimentazioni molto ricche, forme collettive di esproprio nei supermercati, pratiche di auto-riduzione degli affitti e delle bollette, esperienze di riappropriazione della terra, creazione di circuiti economici alternativi capaci di usare la riproduzione come opportunità per liberare la vita dallo sfruttamento. In che modo si disfa questo comando monetario?

Si sfugge al comando del denaro anzitutto difendendo i nostri “beni comuni” e riappropriandosi del controllo e dell’uso della ter- ra, delle foreste, delle acque. Questa oggi è una delle lotte più impor- tanti che si danno nel mondo, e non a caso il capitalismo sta distruggendo intere regioni per assicurarsi che la loro ricchezza minerale non vada in altre mani. La lotta contro l’estrattivismo, così come contro la monocoltura, il transgenico, il controllo delle transnazionali sopra le sementi è al centro della politica dei movimenti sociali in America Latina come anche negli Stati uniti e in Canada. una delle lotte più forti oggi negli Stati uniti è la lotta dei Sioux contro la costruzione di un oleodotto che attraverserebbe il loro territorio connettendo il Dakota con l’Illinois. rappresentanti di popolazioni indigene, oltre a molti altri attivisti, stanno arrivando da varie par- ti del paese e dell’America Latina per bloccare questo progetto. e’ importante ribadire che queste lotte per la difesa dei beni comuni non sono mai puramente difensive. tutte creano “il comune”. Di- fendere la terra significa difendere anche la possibilità di controllare il territorio che è fondamentale per la costruzione dell’autonomia e dell’autogoverno. In area urbana gli squat e le reti di organizzazione che le donne creano nelle strade – perché oramai la riproduzione in molti paesi sempre più si sposta nelle strade – creano nuove for- me di sussistenza e solidarietà. Nelle favelas brasiliane o nelle villas argentine gli espulsi dalle zone rurali creano nuovi quartieri, nuovi accampamenti dove costruiscono case, orti, spazi per i bambini. Ho visitato una di queste “ville” in argentina, Villa retiro bis, dove ho incontrato donne che mi hanno fatto un’impressione enorme. Ho avuto la sensazione di qualche cosa di nuovo perché sono donne che vivono in una situazione in cui ogni istante della loro vita quotidiana diventa un momento di discussione politica. Il punto è che qui nien- te è dovuto, niente è garantito, tutto deve essere conquistato. tutto deve essere difeso. L’acqua, la luce devono essere contrattate con lo lo stato. però non si permette allo stato di organizzare la propria vita. Si lotta con lo stato per avere le sementi, per avere la luce gratis, per avere l’acqua potabile, per avere materiale per potere costruire la strada invece di avere solamente il fango e quindi è sempre una lot- ta continua. Queste donne stanno cercando di creare una loro vita, sono collegate tra loro, hanno creato la casa delle donne, dove ci sono anche spazi per assistenza preventiva. Gli hanno costruito un muro per separare la “villa” dal resto della città, per impedire altre appropriazioni e loro l’hanno distrutto, usano il teatro degli oppressi come forma di formazione politica, per instaurare un dibattito politi- co tra di loro, per affrontare certi problemi come può essere l’abuso sessuale in un modo anche divertente che invoglia le altre donne a partecipare. ecco, io non so se quanto sta avvenendo avrà la capacità di contrastare la macro-politica, ma so che qualcosa di nuovo sta avvenendo e dobbiamo partire da qui.

Tratta da:

Francesca Coin (a cura di), Salari rubati. Economia politica e conflitto ai tempi del lavoro gratuito, Verona, Ombre Corte, 2017, pp. 99-106.

IO SONO QUI. Geo-grafie di sé e dell’ambiente intorno a sé

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Progetto a cura di Emanuela Baldi, Francesca Campigli, Francesca Matteoni, Paola Papi, in collaborazione con Associazione Zappa! e Istituto Comprensivo Ugo Betti, con il patrocinio del Comune di Camerino.

IO SONO QUI è un progetto artistico-formativo rivolto a bambini e ragazzi tra i sei e i dodici anni, che si snoderà tra le strade e le piazze di Camerino tra Giugno e Luglio. Si compone di più interventi a carattere laboratoriale, con modalità esecutive e strumenti diversi, ma con una unica finalità: fare sperimentare ai partecipanti il mondo che li circonda e trovare in esso una dimensione di appartenenza e identità.

La proposta s’incentra sul valore dell’arte che trasforma grazie alla sua energia creativa, che permette di superare ostacoli e di convertire limiti in potenzialità ed ha come presupposto il principio che il mondo dipende da come lo guardo. Durante le attività verrà quindi presa in considerazione la relazione col reale, e la sua soggettività, in base alla qualità delle esperienze vissute e agli stimoli percepiti.

Accompagnati per 5 settimane in un  viaggio di presa di consapevolezza, dove il processo di apprendimento è mirato a esperire la creatività come strumento di libertà individuale e di rielaborazione del vissuto, gli studenti vivranno un’esperienza di consapevolezza a più livelli, emotivo/emozionale, intellettuale/didattico e fisico/performativo, in cui sperimenteranno attraverso diverse pratiche artistiche la propria capacità espressiva.

Il progetto è composto da 4 macro attività collegate tra loro: quattro laboratori con diversi registri espressivi, dalla scrittura al disegno, dal gesto performativo al disegno. In particolare: S-GUARDO, un percorso di educazione all’immagine attraverso la fotocamera; +SPAZIO, una esplorazione delle misure e dei concetti di spazio e tempo; ALICE IN 4 TEMPI, lettura e rielaborazione di un classico per immaginare nuovi scenari possibili; IMMAGINE CORPOREA, rielaborazione dell’ambiente che ci circonda attraverso l’empatia.

I partecipanti saranno protagonisti di un micro processo formativo sia individuale che collettivo, al termine del quale “torneranno a casa” con nuovi sguardi, nuovi valori, nuovi significati che convergono tutti in una ricerca verso il cuore delle cose, un essenziale, un riferimento valoriale da condividere con la collettività. Gli interventi faranno leva sulla curiosità dei bambini verso l’esplorazione, la scoperta e la conoscenza, passando attraverso l’osservazione del mondo che ci circonda, la relazione con i luoghi e il tempo, l’immaginazione di nuove possibilità, l’azione in empatia con l’altro, infine la crescita e la comunicazione del vissuto.

Il percorso si concluderà il 22 luglio, con un evento finale di restituzione pubblica, in cui i bambini e le bambine condurranno gli adulti attraverso l’esperienza vissuta. Tutto il processo sarà documentato ed i risultati saranno narrati in un video, una pubblicazione ed un piccolo percorso espositivo.

Il progetto è curato da uno staff di artisti e professionisti della formazione che condividono il valore evolutivo delle pratiche artistiche e riconoscono le arti come esperienze che trasformano, in particolare quando svolte in modo collettivo e partecipato. Le metodologie condivise dalle operatrici del progetto hanno carattere partecipato e sono volte al coinvolgimento dei vari soggetti all’interno di un processo formativo, creativo e artistico, tenendo conto delle varie caratteristiche dei partecipanti. In particolare si farà riferimento a un approccio learning by doing (imparare facendo) e alla condivisione delle pratiche proposte in una maniera trasversale e non giudicante, ma che accoglie le risposte di tutti alle varie proposte e che include così ognuno con le proprie attitudini e disponibilità a mettersi in gioco.

IO SONO QUI è uno dei progetti selezionati dal bando Progetti volti alla promozione di attività volte al recupero delle regolari attività scolastiche ed extrascolastiche nelle zone colpite dal terremoto, sostenuto da MIUR, IPSSEOA Costaggini Rieti, Ripartiamo dalla Scuola.

Info su pagina facebook IO SONO QUI

www.zappalab.com

iosonoqui.lab@gmail.com

No taxation without representation

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di Helena Janeczek

Dopo due anni d’attesa credevo che era fatta. Il decreto prefettizio firmato in data 12 aprile e notificato il 23 maggio dal mio comune di residenza, comunicava che mi è stata “conferita la cittadinanza italiana”. Ero così euforica che mi sono illusa di poter votare subito. “Deve aspettare il giuramento” m’hanno detto all’ufficio elettorale. Sono tornata a casa con la coda tra le gambe.

Lettura insolita a Campo Boario: cinque libri – o quasi – (e interventi sonori)

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DOLCI + RAOS, MORRESI, SEVERI, SCAPPETTONE + ARIANO > 20.06.17

 

 

 

da I processi di ingrandimento delle immagini

di Paola Silvia Dolci

 

Cremona. Lungofiume, c’è il sole.
I due sparano ai papaveri,
ai diphylleia grayi che saltano in aria
come palloncini pieni di fumo.

La gente si sveglia con un cane
che gli salta sul letto.

 

 

/

 

da Le avventure dell’Allegro Leprotto

di Andrea Raos

 

Penso il pensiero
altrui formarsi e farsi fiato e vedo
che le cose accadono
e non sono mai le stesse:
tutte cambiano,
le buone ingrigendo come il giorno, le cattive
fisse in uno sguardo pronto a spegnersi.
Così sono guardato
mai guarito dalle cose.

 

*

 

Tutto sta
in un giro di chiave
e in un doppio giro di chiave
e se voglio continuare
e mi sento cadere
giro ancora la chiave.
Tutto cade
non so dove.
Tutto è neve.
Quanto è breve.

 

 

/

 

 

da anti-sismiche

di Renata Morresi

 

Una casa avrà i vecchi e gli allettati
allineati per orizzontale e composti
gli uni sugli altri, alternati da strati
di badanti polacche e moldave,
per il sostentamento disposte ad incastro,
a spina di pesce, coi centenari montanari
a triplo vincolo, le vecchissime vergare
marchigiane usate a mo’ di foratelle,
gli intubati sussunti nel grande disegno,
le fantesche innestate come impianti,
i curati e i curanti, i validi e gli invalidi,
canterti delle nuove anti-sismiche,
anti-abitanti, senza bisogno.

 

 

/

 

 

da Sinopia

di Luigi Severi

 

non era rimasto nessuno
così è uscito dalla stanza, ha salutato l’infermiere
dopo aver riposto nella bara con ordine la sua biancheria, aver investito
i suoi ultimi fondi pensione, a perdizione

 

da qualche parte filtra, in quel nero dove non si trova
(lacca di robbia, asfalto, blu d’oltremare: mescola
in furia, stendi senza tregua: stare),
questo è l’assedio immobile, premeditato / stop:

 

trattenere, rilasciare, trafiggere, credere sempre meno
fino all’ultima molecola che inspiri / crepa la guaina, poco,
crepa la guaina, in fondo, come si dice, al tubo: Schlauch
[Indica due punti] E qui, e qui – sotto pressione

 

corpo di vecchio e voce, per difendersi
è legno che brucia e in quell’attimo
forse sai (proprio alla fine) di guardare
(disegno che è una brutta imitazione):

 

la prima, finalmente, parola che dici

 

 

/

 

“Imagine a Cinder-Wench”

da The Republic of Exit 43

di Jennifer Scappettone

 

 

 

 

*

 

letture e performance per 5 testi:

> I processi di ingrandimento delle immagini, di Paola Silvia Dolci
> Le avventure dell’Allegro Leprotto, di Andrea Raos
> Anti-sismiche, di Renata Morresi
> Sinopia, di Luigi Severi
> The Republic of Exit 43, di Jennifer Scappettone

 

martedì 20 giugno 2017 

Studio Campo Boario
(Roma, Via Campo Boario 4/A)

ore 18:30

 

***

Marco Ariano è batterista/percussionista, compositore di musica improvvisata, artista multimediale. Sperimenta scritture poetico-scenico-sonore ed elabora dispositivi/strategie di produzione musicale. Nel 1999 fonda il laboratorio di ricerca artistica CarneCeleste con il quale sviluppa l’idea di un “teatro di eventi sonori” realizzando performance, installazioni e opere multimediali. È fondatore/co-fondatore di gruppi legati a pratiche eterogenee di improvvisazione, come Opera Mutica, Xubuxue, Difforme Ensemble, Ensemble Intondo.

Paola Silvia Dolci, ingegnere civile. Diplomata presso il Centro Nazionale di Drammaturgia. Collaborazioni con riviste letterarie. Direttore responsabile della rivista indipendente di poesia e cultura Niederngasse. Tra gli altri ha tradotto Maxine Kumin e Galway Kinnell. Ha pubblicato Bagarre (Lietocolle, 2007), NuàdeCocò (Manni, 2011), Amiral Bragueton (Italic Pequod, 2013) e I processi di ingrandimento delle immagini (Oèdipus, 2017).

Renata Morresi ha pubblicato Cuore comune (peQuod, 2010), Bagnanti (Perrone, 2013) e La signora W. (Camera verde 2013), quest’ultima apparsa anche in traduzione francese su Nioques 14 (2015). Ha tradotto Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012, Premio Marrazza 2014) e nel 2015 ha ricevuto il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Sta ultimando la traduzione di Zong!, poema della canadese NourbeSe Philip. È redattrice di Nazione Indiana e di punto critico°.

Andrea Raos è scrittore e traduttore. Il suo ultimo libro è Le avventure dell’Allegro Leprotto e altre storie inospitali (Arcipelago Itaca, 2017).

Jennifer Scappettone ha pubblicato From Dame Quickly (Litmus Press, 2009), Thing Ode / Ode oggettuale (La Camera Verde, 2008), tradotto con Marco Giovenale, Err-Residence (Bronze Skull, 2007), Beauty [Is the New Absurdity] (dusi/e kollectiv, 2007) e The Republic of Exit 43: Outtakes & Scores from an Archaeology and Pop-Up Opera of the Corporate Dump (Atelos Press, 2017). La sua monografia Killing the Moonlight: Modernism in Venice è uscito nel 2014 presso Columbia University Press. Ha tradotto e curato Locomotrix: Selected Poetry and Prose of Amelia Rosselli (University of Chicago Press, 2012, Raiziss/De Palchi Book Award dell’Academy of American Poets). Insegna letteratura alla University of Chicago. Il suo sito web è http://oikost.com/

Luigi Severi ha scritto saggi sulla letteratura rinascimentale e novecentesca (tra cui l’e-book Sull’intellettuale dissidente, e-dizioni Biagio Cepollaro, 2007). Libri di poesia: Terza persona (Atelier, 2006), Specchio di imperfezione e Corona (La camera verde, 2013), Sinopia (Anterem, 2016).

MSQ→AMS→PAR #2

2

di Andrea Inglese, Barbara Philipp, Aleksei Shinkarenko

Secondo episodio, di cinque. Il primo è uscito qui, in versione italiana, e sul sito amico Remue.net, in versione francese. Sulla natura del progetto, leggere in coda al pezzo.

Invece no. La caccia in fondo è una roba fascista, e il fascismo non mi ha mai entusiasmato. Capisco che ce ne sia.

Grazie, Sergione

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di Helena Janeczek

– Sergio, mi serve il tuo aiuto.
– Whatever, princess.
– Quando questi sparano da giù, a quelli sotto l’abbazia di Montecassino che cosa esattamente gli arriva in testa?
– La gittata?
– Sì, la frammentazione, l’impatto. Del fuoco di sbarramento. L’appoggio dell’artiglieria, in genere. Però hanno beccato i loro uomini, regolarmente.
– Okay. That’s how it goes.
– Okay. Ma me lo spieghi bene?

Sergio Altieri me lo spiegava bene. Mi spiegava come si produce uno shrapnel, come sfonda il cranio o dilania i tessuti, come un’esplosione acceca, assorda ecc. Poi chiedeva come stavano mio figlio e mia madre, quanti anni avessero, se era tutto a posto, a parte ciò che non lo era. Ricambiavo la domanda.
L’ho rivisto poco più di un mese addietro, assieme a Gianni Biondillo, dopo un numero di anni che non so precisare. Scorgere la sua stazza da grizzly, talmente incongrua con quella festa dell’editoria milanese, mi ha allargato il cuore, come sempre.
Ci si sentiva al riparo, vicino a Sergio. Accanto a Sergione non c’era spazio per il cinismo educato, il pettegolezzo, la sfiducia. Sergio Altieri era convinto che il mondo degli uomini stesse andando verso il definitivo game-over e che bastava poco perché, da sempre, la crosta di civiltà si rompesse e ne eruttasse la sopraffazione del homo homini lupus. Era un uomo che ne pativa, credo, nella misura in cui i suoi libri mettono in scena quella violenza e quel nichilismo. Era un uomo molto più sensibile di tanti che credono di esserlo e, a suo modo, ne era consapevole: una cosa assai meno scontata dato l’aspetto, l’eloquio e l’estetica dei suoi romanzi.
Non credeva in niente, Sergione Altieri. Ma credo gli farebbe piacere che il bene che ha disseminato gli stia tornando indietro, come si evince dal cordoglio, così corale e così sincero, che accompagna la sua morte doloramente improvvisa.
Ti terremo nelle nostre librerie e memorie che non prendono la polvere, se abbiamo ancora un po’ di tempo prima della Fine. Grazie, Sergio.

ps. Digitando “Alan D. Altieri”, potete trovare gli articoli dedicati a Sergio.

Letteratura e memoria/2: Michele Mari

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di Stefano Gallerani


Michele Mari
Leggenda privata
pp. 171, € 18,50
Einaudi, “Supercoralli
Torino, 2017

La riedizione (rivista e aggiornata) dei saggi contenuti ne I demoni e la pasta sfoglia (Il Saggiatore; già Quiritta e Cavallo di ferro) e quella del romanzo leopardiano Io venía pien d’angoscia a rimirarti (Longanesi prima, Einaudi ora) ha preparato, nei mesi scorsi, l’uscita dell’ultimo libro di Michele Mari: Leggenda privata (Einaudi, “Supercoralli”, pp. 171, € 18,50). Tre anni dopo l’aperçu ottocentesco di Roderick Duddle e sette dopo la psichedelia letteraria di Rosso Floyd, Mari vira su se stesso come già esplicitamente nel suo romanzo più vertiginoso, Rondini sul filo (Mondadori, 1999) o, in maniera più trasversale, nel volumetto fotografico Asterusher (Corraini Edizioni, 2015), non a caso sottotitolato “autobiografia per feticci”.

Irish in Italy

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Dopo l’allestimento dello scorso inverno alla Biblioteca Nazionale di Roma, torna oggi, 16 giugno, Bloomsday, la mostra Irish in Italy sui rapporti tra letteratura e politica irlandesi e italiane nella prima metà del Novecento.

In mostra per due settimane le più importanti prime edizioni italiane di Yeats, Joyce, Synge, Wilde, Shaw e di altri autori irlandesi, insieme alle lettere di Pavese, Montale, Joyce, Bragaglia, Yeats.

L’esposizione è ospitata nella sede romana della University of Notre Dame dal 16 al 30 giugno e l’ingresso è gratuito. Altre informazioni qui. [ot]

La poesia come ape operaia. Su Fatti vivo di Chandra Livia Candiani

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nota di Giorgio Morale

 

Silvio Perrella in un articolo su Il Mattino (19, 5, 2017) a proposito di Fatti vivo, il nuovo libro di Chandra Livia Candiani (Einaudi 2017) nota che “Chandra Livia Candiani mentre scrive è come se pregasse; i suoi sono esercizi di armonizzazione tra quel che è passeggero e quel che resta e sta ‘sopra il disordine della realtà’. Scrivere versi pregando è per lei l’infinito inseguimento degli elementi primi, come la pioggia o la sete. È il tentativo di scrutare ‘il fondo/sereno delle cose’”.

 

Anche Antonio Prete su Il manifesto (21, 5, 2017) parla della poesia di Chandra Livia Candiani come preghiera: “I versi di Chandra Livia Candiani – ho vive in me le impressioni che hanno accompagnato la lettura dei precedenti suoi libri – ospitano gli oggetti, la loro aura onirica, la loro anima, circondandoli di un sentimento del tempo e trasformandoli in presenze intime… A uno sguardo che è di stupore e di preghiera, insieme. Il mostrarsi del mondo – del suo suono, del suo furore – è accolto in una parola che è insieme accoglimento dell’esistente e interrogazione di sé… La poesia è tutta ospitalità che fa rifiorire quel che accoglie, oggetto o ricordo, presenza umana o animale”.

 

Vorrei porre in evidenza due cose che emergono da queste citazioni. Innanzitutto il rapporto tra io e mondo, per il quale le “presenze intime” diventano “sentimento del tempo” e il “mostrarsi del mondo” diventa “interrogazione di sé”. Questo ritrovare se stessi nel mondo e scoprire nel mondo quel che si ha dentro di sé è un atteggiamento che Candiani ha portato a piena evidenza ne La bambina pugile e che viene approfondito in Fatti vivo: “sono buttata in tutto ferito, / in questo solo questo mondo”. È un atteggiamento che rende il poeta accogliente e allo stesso tempo partecipe delle gioie e dei dolori del mondo e che rende la poesia “cantico” e “preghiera”. Di accoglienza del mondo e di sentimento del tempo oggi c’è molta necessità, ed è questo che rende quella di Chandra Livia Candiani una poesia di cui il nostro tempo ha bisogno. Si tratta di una accoglienza che non arretra di fronte ad alcuni aspetti in ombra della realtà, di fronte al dolore e al male del mondo: “Il dolore degli altri / non mi sta in mano / e nemmeno in gola / più che altro sta nel petto”. Perciò la poesia di Livia Candiani esprime un desiderio di “aspirare / il cielo” ma anche di “farsi terra e polvere”. Senza opporre barriere e difese: “Lasciati bruciare”.

 

In questo atteggiamento c’è anche un risvolto etico e quindi pragmatico: “L’amore è diverso / da quello che credevo, / più vicino a un’ape operaia / a un tessitore / che a un acrobata ubriaco, / più simile a un mestiere / che a un sentire”. Siamo molto lontani dall’immagine del poeta e dell’uomo come acrobata tipico delle avanguardie novecentesche. Amare è un mestiere, e accogliere implica un’azione che è quella di raccogliere quanto è violentato e disperso.

 

Come ha detto Erri De Luca nel suo intervento alla riunione nazionale di Emergency, a Genova l’1 luglio 2016, “Il mio verbo moderno è raccogliere: un raccolto di vite che non abbiamo seminato, allegato, educato”. Realizzando il significato originario del verbo dire, in greco legein cioè raccogliere, Chandra Livia Candiani con la parola raccoglie questo che “Mio mondo / chiamano / mio mondo / essere senza mondo”. Il respiro del poeta, metonimia per dire la parola, “porta brandelli di mondo”. Ecco infatti che nei suoi elenchi Chandra Livia Candiani raccoglie “Abu faccia sbriciolata” e i nomi dei bambini morti annegati nel Mediterraneo, “lo sgombero visto da un bambino” rom e l’uomo che chiede “Dammi da mangiare / dammi da bere”, e perfino gli animali privati del loro ambiente naturale: “elefante, leone, tigre, orso bruno, lince, storione…”

 

L’auspicio è che possa verificarsi per il lettore quello che nella prima sezione del libro dice Il portone: “quelli che entrano / non usciranno uguali”. E che ognuno dei lettori raccolga queste “istruzioni per farsi vivi”, perché “Di guerrieri indifesi / ha bisogno il mondo, / di sacra ira / di occhi spalancati”.

 

Poesie tratte dalla nuova raccolta di poesie di Chandra Livia Candiani, Fatti vivo (Einaudi 2017).

 

L’amore è diverso

da quello che credevo,

più vicino a un’ape operaia

a un tessitore

che a un acrobata ubriaco,

più simile a un mestiere

che a un sentire.

Io amavo

un po’ con la memoria astrale

e un po’ con giustizia poetica,

ma l’amore

è più vicino a una scienza

che a una poesia,

ha delle sue regole di risonanza

e altre di respingenza,

ha angoli di incidenza

per profili alari e luce,

ma non ha regole per il buio

e l’assenza di ali.

L’amore è molto simile

all’insonnia,

non devi soffrirla

solo ospitarla,

lasciare che ti squassi

faccia di te un sistema nervoso

senza isolamento,

una corda tesa

di strumento musicale ignoto.

Essere temi musicali

non è una vocazione

ma una disciplina di spoliazione,

è farsi ossi

limati

dalle onde

goccia che si disfa

nel galoppante mare.

*

Il dolore degli altri

non mi sta in mano

e nemmeno in gola

più che altro sta nel petto

nella sua memoria

luogo schivo

che fa stazione

che scartavetra le fughe.

*

Mentre morivo

annegata di promesse

piombate al fondale

col cemento,

mentre deglutivo mare

non pensavo,

elencavo pezzetti di bene

scrostato dalla pelle:

le ombre salvifiche

le ciglia sotto il sole deserto

le labbra bambine

al capezzale del latte.

L’angelo africano

è un baobab

ha radici.

Mentre morivo

mi prendeva una nostalgia

che rapiva via

verso le rapide nuvole

e lui

l’angelo

teneva teneva.

*

E gli uomini della volta celeste

salivano e scendevano

uno spezzava il pugnale

contro la tua roccia

uno scavava con la zappa

fino al tuo serbatoio buio

metteva alla luce i reperti

li nominava

erano blu

uno scardinava il tuo uscio

chiedevi:

Mi porti in un posto sorvegliato?”

Nessuno è invasore del paesaggio

piuttosto il paesaggio resta per loro

non si muove.

Legge interna dei dormienti

un silenzio scrive che dormi

scrive che ti alzi

scrive che voli.

Fino a qui.

Diritto marittimo

di aspettarti.

Quando una leggenda si sbriciola

gli occhi diventano sassi.

Tu ascolta il prodigioso

canta il nome

non lasciarmi in pace.

*

Dammi da mangiare

dammi da bere

dammi i soldi bui

dammi terra sotto i piedi

dammi le mani

e l’acqua per cancellarle.

 

Da dove vieni bruci.

L’acqua le mani

gli angoli acuti

per la città dei tuoi passi

ecco

spiccioli di alta e bassa marea.

Fame è misterioso

richiamo

alza e abbassa regge lascia

ti reggo mi lascio.

 

Dove sono i miei uccelli?

Dove sono i miei cervi?

Chi non canta sui rami?

Chi non salta tra i cespugli?

Dov’è il vento,

il mio pescatore di uccelli?

Dov’è il giardiniere

che sa far ridere i crisantemi

dove sono i passi freddi

delle mucche nella notte?

 

Guarda, quante mani ha la pioggia

la terra tigre d’erba sotto l’asfalto

gli inciampi nel canto degli uccelli

che scavalcano l’aria.

“Devi” dicono gli alberi

alla leggera forza che smalta il verde

nel nero del ramo in inverno,

guarda il cielo che non è di nessuno

deserto di rondini e rondini.

Mangia parole,

vive.

 

Dammi l’acqua

dammi la mano

dammi la tua parola

che siamo,

nello stesso mondo.

Platone!

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di Francesco Bargellini

Il vagabondo

La gente non sa:
senza questo tragitto attraverso ogni cosa,
senza vagabondaggio

se pure la incontri non avrai intelligenza
della Verità

Parmenide 136e

***

La fine

alla fine di tutto l’amore
vedrà all’improvviso un mirabile
bello essenziale

o Socrate, a questo serviva
tutto il dolore

Simposio 210e

***

La cura

Quelli che putacaso
si danno alla filosofia rettamente
rischiano che ad altri si celi

che non hanno altro pensiero
che di morire e di essere morti

Fedone 64a

***

Il babau

Sorrise Cebete, e disse: Socrate,
prova a convincerci
come temessimo;

o meglio,

non come temessimo
noi ma ci fosse
anche dentro di noi un bambino
che ha queste paure;

ecco, allora convincilo
a non temere la morte
come il babau

Fedone 77e

***

La pianta

La specie di anima che in noi è dominante
va pensata così: un demone
che Dio ha assegnato a ciascuno.

E diciamo che esso ci abita il vertice della persona
e ci solleva da terra

perché congeneri al cielo, e in quanto
la pianta che siamo
non è terrestre ma urania,

e diciamo benissimo

Timeo 90a

***

La sepoltura

E come ti seppelliremo?

Come volete, disse,
se mi prenderete.
Se non vi scapperò via

Fedone 115d

 

Testi tratti da: Platone! (Aragno, 2017)

MSQ→AMS→PAR #1

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di Andrea Inglese, Barbara Philipp, Aleksei Shinkarenko

Si tratta di materiali per costruire storie: foto, disegni, frasi. O sono, forse, resti di storie. Arrivano troppo presto o troppo tardi. In ogni caso, tutto è cominciato a Minsk, da dove Aleksei Shinkarenko, fotografo bielorusso, ha inviato a Barbara e a me delle piccole serie di foto, durante l’inverno del 2015. Barbara Philipp, artista austriaca residente ad Amsterdam, rispondeva alle foto con dei disegni, a volte degli acquarelli. E io rispondevo alle foto e ai disegni, con dei testi scritti direttamente in francese.

Com’è trascorsa la notte

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com-e-trascorsa-la-nottedi Edoardo Zambelli

Filippo Tuena, Com’è trascorsa la notte, Il Saggiatore, 2017, 232 pagine

Mia adorata, la prima cosa che vorrei tu facessi per condividere questa specie di sogno nel quale mi trovo immerso è figurarti un palazzo lussuosissimo, ricco di saloni e gallerie, torri e terrazzi, giardini e fontane, scalinate e viali, grotte e cortili; e che questo immenso palazzo appaia tutto intero di fronte a noi; ne vediamo l’insieme e il particolare; ne siamo fuori e ne siamo dentro.

Così inizia Com’è trascorsa la notte, l’ultimo libro di Filippo Tuena. Un misterioso narratore invita la sua amata (e con lei il lettore) a immaginare il teatro dell’azione, la introduce alla fantasticheria notturna che sta per iniziare.

È un invito, ma è anche la prefigurazione di ciò che il lettore si appresta a leggere. Difatti anche lui si troverà allo stesso tempo fuori e dentro la storia, ne vedrà lo svolgersi e allo stesso tempo i meccanismi che la muovono.

La scena è quella della commedia shakespeariana: la preparazione ad Atene del matrimonio tra Teseo e Ippolita, la fuga dei due innamorati Ermia e Lisandro per sfuggire al matrimonio di lei con Demetrio (voluto dal padre di lei, Egeo, ma categoricamente rifiutato dalla ragazza), e di lì tutta la sarabanda di eventi che avverranno nel “bosco nei pressi di Atene”, popolato da magiche presenze, regno di Oberon e Titania, dove il folletto Puck combinerà guai versando il succo di viola del pensiero su occhi sbagliati.

Dicevo, la scena è quella, ma Tuena non si limita a dar voce ai soli personaggi della storia, estende questo diritto di parola anche agli attori che li interpretano. Si viene così a creare un incrocio di voci, di sdoppiamenti, un continuo moltiplicarsi di situazioni.

Dunque, immaginati sì al centro di questo strambo luogo di rappresentazione (gallerie, cortili, scaloni) ma pure immagina che rimani qui, accanto a me e mi ascolti sussurrare con diverse voci le vicende del “bosco nei pressi di Atene” come se quel che accade appartenesse al mio passato, in parte condiviso con te, in parte vissuto per mio conto. Ma lo sai, nella memoria le immagini si confondono. Si confondono gli atti coi desideri e le diverse figure che appaiono si compenetrano le une con le altre.

Filippo Tuena torna quindi in libreria con un’opera bizzarra. In certo modo, si potrebbe pensarla come un’evoluzione del precedente Memoriali sul caso Schumann, perché ne riprende la narrazione a più voci (cosa che comunque Tuena aveva già sperimentato con La grande ombra), e prosegue quella sorta di annullamento degli artifici del romanzo che ne erano caratteristica evidente (assenza quasi totale di descrizioni, ambientali o fisiche, nessun dialogo diretto vero e proprio).

A ben vedere, però, in Com’è trascorsa la notte, Tuena compie un passo ulteriore. Rinuncia ai personaggi, qui ridotti a semplici funzioni, a voci che si inseguono.

Mi viene in mente che Federico Fellini, dopo 8 e mezzo, diceva di non essere più interessato a raccontare una storia; che ciò che gli piaceva fare era lavorare, semplicemente andare sul set e lavorare, e in effetti tutta la seconda parte della sua carriera è fatta di film che hanno un andamento da deriva onirica, con protagonisti che si limitano a percorrere il territorio del sogno, privi (o quasi) di una reale psicologia. Si potrebbe addirittura affermare che i veri protagonisti degli ultimi film di Fellini siano i film stessi.

Questa stessa cosa, a me pare, si può dire anche dell’ultimo libro di Tuena. Perché anche qui, in effetti, il vero grande protagonista è l’atto del raccontare, e quindi, per estensione, il libro stesso.

Continuerò a chiamarlo “libro”, perché chiamarlo romanzo sarebbe allo stesso tempo un togliergli e un aggiungergli qualcosa. Forse sarebbe più facile fare un elenco di cosa non è, poi farne la somma, e così si otterrebbe un risultato che almeno un po’ si avvicini alla verità: riscrittura dell’opera di Shakespeare, insieme di monologhi, saggio sulla pittura dedicata al Sogno d’una notte di mezza estate, meta-romanzo, lunga e frammentaria riflessione sulla natura delle storie, giocoso resoconto di un’avventura onirica, trattato sull’amore in tutte le sue declinazioni e possibilità.

Ecco, tutto questo insieme, senza nello specifico essere nessuna di queste cose.

Pur nella sua brevità, è un’opera tanto complessa che potrebbe essere oggetto di lunghe trattazioni dedicate ad ognuno dei suoi aspetti. La cosa che a me personalmente ha più affascinato (l’ho già citata prima) è la continua riflessione sulla natura di una storia. Cosa rimane di un racconto? Di cosa è fatto? Possono i personaggi in qualche modo decidere il proprio destino? A tutto questo, Tuena dà la sua risposta (che qui è inutile riportare, perché è più bello andare a cercarla tra le pagine del libro).

È però utile una riflessione, che al lettore viene consegnata dalla voce dell’attore “che doveva interpretare Filostrato”. Questi, infatti, si trova ad un certo punto a rimuginare sul perché Shakespeare abbia scelto come motore dell’azione proprio il matrimonio fra Teseo e Ippolita, matrimonio che qui, nel Sogno d’una notte di mezza estate (e quindi anche nel libro di Tuena), alla fin fine si risolve in un momento di gioia, di trionfo d’amore, ma che invece, in altre rappresentazioni, vive un destino tragico. Non il matrimonio in sé, ma ciò che ne viene poi: la nascita di Ippolito, la tragedia di Fedra.

Quello che sembra voler suggerire qui l’autore è che una storia, qualsiasi storia, non si esaurisce nel momento in cui termina la narrazione. Ha bensì una vita molto più lunga, fatta non solo di un dopo, ma anche di un prima. Succede infatti qualcosa prima di una storia, e quando arriva la parola “fine”, in realtà quella storia va da qualche parte. Forse si limiterà semplicemente a trovare posto nell’immaginario di un lettore (che non è poco), oppure forse, con un po’ di fortuna, genererà altre immaginazioni, altre fantasie, altre storie.

Tuena viene da pensarlo come uno scrittore abitato da voci che si sovrappongono, lo incalzano, lo costringono quasi all’urgenza di metterle su pagina. E ad un certo punto, dopo il finale di Com’è trascorsa la notte, compare anche la sua, quella di Filippo Tuena intendo. Mai, infatti, mi era successo di imbattermi in un libro in cui anche la dedica e i ringraziamenti sembrano far parte della storia che è appena terminata.

Io sono la costumista e di tutti prendo le misure. Conosco i fianchi le spalle la pancia il culo ma adesso raccatto maschere e costumi e li rimetto nel baule dei teatranti, perché quel che oggi è finito ricomincia domani, più o meno allo stesso modo.

Over Game: Lucio Saviani

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Nota su Ludus Mundi

idea della filosofia di Lucio Saviani

Di

Francesco Forlani

 

Nella nota con cui Italo Calvino accompagna il volume Le più belle pagine di Landolfi, la parola che più ricorre e ricorrendo ne spiega il motivo, è gioco. La prima regola del gioco, per il lettore di Landolfi, avvisa Calvino, “è che presto o tardi ci si deva aspettare una sorpresa”. Ecco. In ogni libro di Lucio Saviani, parlo da lettore non averti (questa è la parola francese per dire addetto, specialista, avvisato) accade sempre qualcosa che alla fine o dal principio sorprenda; talora un paradigma impensato, talaltra una figura dimenticata o, come nel caso di questa sua ultima opera, un lungo poemetto filosofico di Pasquale Panella a fare da esergo. Del resto cos’è un esergo, se non un fuori\dentro l’Opera? E se non v’è vero confine che non sia ineffabile come faremo a sapere con certezza che chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori?

L’esplorazione del limite – se ogni gioco ha una regola è altresì vero che i giochi possono spostare o reinventare la linea del limite e insieme la sua pericolosità- che Lucio Saviani in tutti questi anni ci ha descritto, analizzato, raccontato, gioca un ruolo importante in Ludus Mundi Idea della filosofia ( Moretti & Vitali) come viene del resto riportato nell’introduzione.

 “Questo libro rappresenta il punto in cui confluiscono e trovano un senso unitario gli esiti di un percorso iniziato nei primi anni ottanta. la riflessione intorno al problema filosofico del gioco è spesso presente, in forme diverse, nei punti centrali di alcuni miei lavori che sono del decennio successivo, come Voci di confine (1993), A dadi con gli dei, (1994), Segnalibro (1995) e Ermeneutica del gioco (1998), di cui qui vengono riprese e rielaborate alcune parti.”

 Il rigore con cui il filosofo discetta di gioco, la chiarezza degli argomenti che ne indagano la centralità nell’idea stessa di filosofia, è assimilabile a mio avviso a certi libretti con il mode d’emploi, il complesso sistema delle regole, che certi giochi di società comuni ai nostri tempi, che si tratti del Monopoli o dello Scarabeo, Risiko o della più antica e tradizionale tavola degli scacchi, mette ben in vista all’interno della propria confezione. Potremmo allora dire che il saggio di Lucio Saviani sta al poemetto filosofico di Pasquale Panella come la regola al gioco? La filosofia alla poesia? Non saprei ma di una cosa ne siamo più che certi; chi volesse trovarvi per esempio citazioni letterarie “tematiche” – su tutte, quella giocata su tutte le ruote dei lettori amanti dell’azzardo, Il giocatore di Dostoevskij– o annotazioni pop, tipo una fenomenologia del gratta e vinci e simili vivrà la sorpresa di non trovarvi nulla di tutto questo, fortunatamente aggiungiamo noi, proprio perché alla stregua di un libretto con le istruzioni per l’uso, tratta delle regole che fondano il gioco ma non delle pratiche, tutte le pratiche che senza di queste non potrebbero nemmeno aver luogo. Non v’è affatto arbitrarietà, quella del bambino che annuncia il tempo del gioco al proprio compagno con la formula “facciamo che…” o del narratore che crea “i fatti”, ma disposizione genealogica e dunque storicizzata dei concetti chiave. Ripercorriamo così i frammenti dei presocratici, le indicazioni e controindicazioni di rispettivamente Platone ed Aristotele sulla questione della Mimesis, e dell’autenticità di ciò che appare, ma sarà soprattutto in area tedesca, in primis Nietzsche e Heidegger e a seguire, Huizinga, Fink e Gadamer che il pensiero filosofico del gioco si gioca le sue carte. Lato francese, si leggeranno le inattuali di Jacques Derrida e Vladimir Jankélévitch sul game over.

Ecco allora che in un momento in cui i filosofi non “giocano” più il ruolo di penseurs sur scène – così Peter Sloterdijk aveva intitolato una sua opera dedicata a Nietzsche – ma quello di intrattenitori di massa, alla Michel Onfray, per citarne uno, leggere un filosofo che trattenga il fiato, che “sospenda” la scena, non può che salutarsi come si accoglie una bella sorpresa. Prima di lasciare la parola al filosofo Aldo Masullo che ne ha firmato la postfazione mostrando quanto necessario sia oggi partire da questo paradigma, eccomi ritornare  lì dove avevamo cominciato.

Grazie a Ludus Mundi finalmente potremo capire meglio insieme ai tic dei nostri giochi moderni, all’anima dei giocattoli che popolano le nostre stanze, i concetti di tempo e destino, o la gravità della frase, per quanto ostentatamente pubblica, “Les jeux sont faits, rien ne va plus”. E rassicurarsi grazie a questa lettura del fatto che la filosofia, il pensiero,  possa esercitare ancora la propria libertà fino in fondo, intervenire perfino a giochi fatti sulla realtà. Ma soprattutto risuoneranno più forte che mai perfino le meravigliose pagine del racconto di Tommaso Landolfi, “Lettera di un romantico sul gioco”, come quando scrive:

Pure, miracolo della grazia, v’è per imperscrutabile decreto in questa condizione alcunché d’eroico: qui spira il largo, sebbene vorace, vento degli spazi, che dissipa i meschini ambagi, i vili e uggiosi compromessi, qui, un istante re e imperatore, quello seguente verme della terra, il rampollo dell’uomo, sia travolto o trionfi, è ugualmente travolto, e dunque sempre trionfa, se con puro cuore chini il capo ai voleri del cielo. Qui egli, percosso di religioso stupore, vive le sue ore più gravi; qui, da ultimo, l’Avventura e il Mistero, questi supremi doni della Provvidenza, menano la loro libera vicenda. Sia dunque lode al gioco, la più alta attività dello spirito umano!

 

 

Postfazione  al libro Ludus Mundi

Filosofia del gioco e gioco della filosofia

di Aldo Masullo

La destrutturazione antimetafisica, operante nell’ermeneutica novecentesca, riduce la filosofia a linguaggio che si autointerpreta, o infine a scrittura, e si serve della ‘ermeneutica del gioco’ per simboleggiare la poetica gratuità dell’interpretazione o il casuale tracciarsi della ri-scrittura. Essa rivela il suo paradossale errore metafisico, oscillando tra due polarità.

O, con Heidegger, s’identifica il potere dell’“altro” con quel “far-esser-la-presenza [An-wesen-lassen]”, a cui l’“esser-presente [An-wesen]” è sospeso. Perfino il linguaggio, il luogo stesso della presenza, fonda la sua presenza in “altro” da sé. L’avvertimento di Heidegger è lapidario: “l’essenza del linguaggio non è un fatto linguistico”.

Oppure, per liquidare l’equivoca significatività dell’“altro”, lo si nega. Così Derrida riduce l’“altro” del linguaggio effettivo al gioco gratuito dei rinvii, all’assenza di qualsiasi ragione, alla pura negatività del caso, insomma a un nulla. Per lui lo stesso discorso filosofico che parla del gioco del linguaggio si risolve nel gioco della “ri-scrittura”, nel semplice e magari “inutile” anche se intellettualmente raffinato spostamento di “margini”, che si compie mentre si ri-percorrono le tracce delle scritture “filosofiche”. Qui non v’è più alcun positivo “altro”, di cui un gioco che gioca possa essere figura.

Certo non si può fare a meno di obiettare che al concetto di “originario” non appartiene affatto, intrinsecamente, il significato di fondamento. L’“originario” in se stesso vuol solo dire l’estrema prossimità di un limite. Il limite è “origine” in un’accezione non metafisica o fisica, ma analoga all’astrazione geometrica, con cui il punto viene definito “origine” di una semiretta, la linea “origine” di un semipiano, il piano “origine” di uno semispazio. Se dalla nozione ideale di limite si passa alla sua applicazione empirica, caso esemplare ne è la linea immaginaria dell’orizzonte come contorno del campo di visibilità definito da un punto di vista. la linea d’orizzonte, come ogni limite, si coglie sensibilmente in un “di qua”, in ciò che le è estremamente prossimo e, visualizzando l’“origine”, è l’“originario”. Essa cioè, nella sua potenza di apparizione sensibile, irresistibilmente suggerisce all’immaginazione un “di là”, un “oltre”.

Ma in un decostruzionismo radicale non può concepirsi un “di là” del limite, neppure immaginario, così come non può concepirsene un “di qua”. La nozione di gioco è stata introdotta proprio per sostituire, e quindi escludere, la nozione di limite. Il limite infatti implica necessariamente il “di qua”, la “presenza”, e insieme il “di là”, l’“assenza”. Derrida, nel ridurre il linguaggio a scrittura, e questa a gioco, intende purificare la filosofia dall’idea metafisica di “presenza” ma, con ciò, anche dalla complementare idea di “assenza”. Espunta la nozione di limite, e dunque la possibilità stessa della verità, la quale o è in sé, perfettamente determinata, o non è, non si dà più “presenza piena”, ma neppure assenza. La filosofia, risolta nel linguaggio interpretante e nel ri-scriversi della scrittura, non s’arroga più d’essere totalizzante, dunque non pretende più di unificare il molteplice nei limiti della determinatezza, e di ridurlo così a presenza di verità. È un esercizio senza “origine” e senza termine, un puro gioco che non dipende da alcuna presenza, o alternativa di presenza e di assenza. Anzi, proprio presenza e assenza non sono che possibilità del gioco.

Non resta alcuna verità, la cui presenza riempia i significati o la cui assenza li trascenda.

C’è ormai solo un gioco di segni, e di relazioni di significanza (significanti-significati), che in questo gioco si fanno e disfanno. si tratta di un gioco che, pur senza regole, senza principio e senza fine, senza vincitori né vinti, senza scopo e senza risultato, tuttavia, per il solo fatto d’esser giocato in un campo (il linguaggio) costituito da un numero finito di elementi, non può assurgere alla leggerezza del play, del gioco giocante. Esso piuttosto inevitabilmente si riduce alla pesantezza dell’agonistica ripetitività del game, del gioco giocato. Infatti, “una modificazione del codice non può provenire da un puro movimento interno al codice stesso”. E, fuori del codice, non c’è “altro”.

A questo punto, appare evidente che, attraverso l’“ermeneutica del gioco”, con l’incauta presunzione di cancellare l’errore metafisico o umanistico di un “oltre” come assolutamente determinato “altro” e, in quanto tale, come “fondamento”, si rende in effetti impensabile la serietà dell’esistere, ovvero l’iniziativa e la responsabilità.

Alla nozione di “altro”, respinta come indebita entificazione dell’Essere, non si risponde se non con la pura e semplice negazio- ne dell’Essere. Così, la difficoltà si radicalizza.

Negl’incunaboli della “filosofia ermeneutica”, ossia nei corsi heideggeriani degli anni 1919-1923, “e-sistere” vuol dire l’incessante trascendere, l’uscire dalla semplice identità di ente, e l’uscire ogni volta dall’essere usciti, l’intenzionale muoversi-verso. perciò un e-sistere che, al “di là” della sua identità, del suo essere il linguaggio interpretante, verso nulla possa trascendere, non è affatto un e-sistere, ma un fortuito gioco di segni. Effetto di una casuale combinatoria, esso non è la soggettività, ma il suo fantasma.

Il gioco può ben essere la metafora di un codice o sistema di segni, il cui funzionare è la significazione linguistica, immenso prodursi di significanti e complicato istituirsi di significati. Ma qual è il senso, la radice vitale, da cui il codice si genera e che lo mette in movimento e lo fa funzionare, e che tuttavia non è, né può essere, contenuta nel codice? Come può la stessa giocosa mancanza di origine e di scopo del linguaggio esercitarsi interminabilmente, se non radicata nella serietà della vita la quale, come dolore o piacere, essendo non indifferente perdersi nel cambiare ma sempre appassionato concentrarsi vissuto, con essa gioca?

Questa è la decisiva questione, con cui è necessario confrontarsi. La sua intera scansione apre, del resto, la strada verso la finale formulazione esplicita della domanda, che fin dall’inizio la sottende.

Nel giro di pensieri del secondo Heidegger, di Gadamer, di Derrida, l’Essere si risolve nel linguaggio. Allora la filosofia, ponendo la domanda sull’Essere, non fa che interrogarsi sul linguaggio.

Qui si pone la difficoltà radicale. il linguaggio è un contesto di significazione, l’Essere è un contesto di senso. Se la filosofia è il linguaggio stesso nel suo autointerpretarsi, essa non sull’Essere in effetti s’interroga, ma soltanto sui significati.

Cos’altro allora resta alla filosofia, se non riconoscersi in un semplice gioco di segni?

Fermarsi a ciò, secondo Lucio Saviani, che per lunghi anni ha esplorato la serrata ricerca novecentesca sul gioco come via al superamento del pensiero metafisico, esprimerebbe una “idea di [questo] superamento ancora tutt’interna al discorso, al progetto del moderno, o di pratica dei margini della modernità, come scrittura- lettura di ‘bordo’ e note a margine del linguaggio (e del testo) della metafisica”.

Paradossalmente chi come Saviani si pone da questo punto di vista pensa di sottrarsi alla prigionia del linguaggio filosofante non uscendone, ma al contrario lavorando al suo interno, facendone aumentare al massimo la tensione, e alla fine lasciando che esso esploda. A lui, nella pratica filosofica del linguaggio, sembra possibile “la novità di una chance in termini di contaminazione, oscillazione e ‘indebolimento’ dell’idea di essere e di tutte le opposizioni metafisiche […]”. Certamente la filosofia, secondo la sua natura, non può non formulare definizioni, perfino di se stessa e dei concetti con cui lavora. Però lo stesso pensiero del gioco, come Saviani scrive in questo libro, “irrompe, scalzando di continuo ogni lavoro di definizione”.

A chi argomenta in questo modo sembra, in conclusione, che dalla costitutiva e perciò insopprimibile metafisicità della filosofia come gioco del linguaggio con se stesso, non si possa salvare la prospettiva antimetafisica se non in quanto “il gioco innesca la sua carica esplosiva innanzitutto su se stesso”.

A questo punto sopravviene irresistibile l’ultima e radicale domanda.

Cosa vuol dire l’esplosione del linguaggio, se non la rovina del riparo che esso costituisce, e il finale restar del pensiero esposto ad “altro”, per quanto sempre dentro il cerchio della soggettività, anzi forse nel cuore di essa, ossia gettato nella tanto familiare quanto oscura terra del senso ?

I “significati” non sono che le pensabili oggettività degli enti, ossia ben definite funzioni dell’operare interpretativo del linguaggio.

Il “senso” invece è la vita che, in sé ri-piegandosi, di continuo da vivente diviene vissuta. impulso irresistibile ne è il tempo, traumatico irrompere della differenza, nativa emozione del cambiamento, patita contingenza del sé: insomma non la compromessa “presenza” teoretica della verità ma l’assoluta “attualità” del patire.

Solo così s’intende come possa il linguistico gioco dei segni fare i conti con la serietà di “altro”, che non sia il metafisico simulacro di un fondamento.

“Oltre” il linguaggio, non come un “di là” bensì un “di qua” da esso, e dunque dentro l’orizzonte della soggettività, vigoreggia l’affettività del vissuto.

La soggettività non si riduce al linguaggio.

In essa vive anche “altro”. Questo, a essa intimo, è l’“originario” noi stessi, che è tale, non originato da alcunché, poiché nulla di vissuto v’è, “prima” del vissuto. È l’ambigua emozione d’irrimediabile perdita eppur di nuova possibilità, del sentirsi morendo nascere e nascendo morire, il tempo appunto, la radice di ogni “senso” che, vissuto, di volta in volta noi siamo.

Con l’esplosione del linguaggio, dileguano le protettive finzioni del suo gioco.

Ora l’arcana nudità della vita vissuta, come dolore e come piacere, fronteggia seriamente il pensiero. Essa, estrema severa occasione, lo consegna all’ineludibile prova dell’etica. La filosofia intanto si fa “pratica del limite ed esercizio di radicale finitezza”.

Tutto all’improvviso è immobile

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di Stefano Iucci

[Pubblichiamo un estratto da Tutto all’improvviso è immobile. Poesie 2012-2016, Il seme bianco, Roma 2017]

È vietato cambiare.
Chi cambia muore
solo chi è fermo vive, non dissipa.
Sterile è il mutamento e falso moto
bisogna rimanere immobili
e fuori dal tempo

L’autore a se stesso

3

di Giuseppe Felice Matteo Givanni (con un commento di Roberto Antolini)

 

 

L’è za na sfilza d’ani, che ‘l refles

D’esser prest vechio* m’avea fat desmeter     [*si legga: vecio]

Dal far versi ‘n la lengua del paes

E pena ‘n carta per esnsim de meter;

Perché quel che ‘ntum zovem no rencres,

Un vechio no se pol mai comprometer,

Che se ‘l lo fa, e orevesi, e saltori

A sentirlo no i diga: oh mat Bidori!

 

Ma come no l’è colpa de l’infermo

Quel so sbater de polsi, ma del mal,

Cossì, se de componer no me fermo

El pecà l’è tut quant del natural,

Natural che ve zuro, e ve confermo,

L’è ‘l sol ereditari capital,

Che porto da la vechia* me genia;     [*si legga: vecia]

Che chi de gata nasse sorzi pia**.

 

**NOTA dell’A.: “proverbio trito”

 

TRADUZIONE

È già una fila d’anni che il riflesso, d’essere presto vecchio mi aveva fatto smettere di far versi nella lingua del paese e persino di mettere penna su carta; perché quello che in un giovane non rincresce, un vecchio non se lo può mai permettere, che se lo fa, e orefici e sarti a sentirlo non dicano: oh matto (come) Bidori! [nome di un matto effettivamente vissuto a Rovereto, divenuto poi proverbiale nella cultura cittadina] / Ma come non è colpa dell’infermo quel suo sbatter di polsi, ma del male, così, se non smetto di comporre, il peccato è tutto quanto del naturale, naturale che vi giuro, e vi confermo, è il solo ereditario capitale, che porto dalla mia vecchia stirpe; che chi di gatta nasce prende topi.

 

Questo testo dialettale pressoché inedito[1] viene composto sicuramente negli ultimi anni vita del sacerdote Giuseppe Felice Givanni (Rovereto 1722-1787), ed è dunque attribuibile agli anni ’80 del Settecento. È una appassionata confessione del suo bisogno di scrivere ribadito dalla soglia dell’ultima età, ed una difesa della sua vocazione letteraria dialettale, di quel suo «far versi ‘n la lengua del paes», che l’autore fa risalire al suo «natural», cioè alla sua indole, che afferma – con gran consapevolezza personale e storica – essere «‘l sol ereditari capital, Che porto da la vechia me genia», cioè tutto quanto aveva ricevuto dalla sua storia familiare.

Giuseppe Felice Givanni vive nella fascia centrale del Settecento nella cittadina di Rovereto, geograficamente periferica – a sud di Trento, lungo la “via imperiale” fra Verona ed il Brennero – ma ricca, per il grande sviluppo della “arte della seta” (cioè della produzione serica), che vi fiorisce nel Sei- Settecento. Rovereto è in quest’epoca il principale centro di produzione serica dei possedimenti asburgici, ed esporta i suoi filati in tutta l’Europa centrale. Da questa attività produttiva e commerciale trae origine una locale borghesia, spesso agli inizi di origine immigrata – dalla Germania e dal veronese – che nel Settecento, dopo oltre un secolo di arricchimento, subisce un processo di acculturazione, ed emana dal suo seno un ambiente letterario ispirato ai principi del razionalismo arcadico-erudito, con punte che arriveranno alle soglie di una specie di riformismo illuminato, a cui si può forse arruolare, pur con molta moderazione, anche il Givanni. Lui proviene da una famiglia di piccoli imprenditori trasferitisi nella zona Rovereto (probabilmente dall’alto veronese, dove era molto diffusa la bachicoltura) a metà Seicento, per inserirsi nello sviluppo dell’industria serica che la zona stava conoscendo. La famiglia migliora la sua posizione generazione dopo generazione, fino al notevole successo economico, coronato verso il 1739 dall’acquisizione di un titolo di bassa nobiltà, di Giacomo Givanni (1665-1759), uno zio del poeta.

Giuseppe Felice Givanni è quindi un poeta di origine e cultura boghese (anche se lui personalmente non sarà mai ricco). Ma proviene da una borghesia “ruspante”, che si da un gran da fare: impianta filatoi per la seta, forni e cartiere, inseguendo con le unghie e con i denti la ricchezza e l’affermazione sociale. È una origine borghese che il nostro poeta sente ancora immersa nella vita popolare, e la sua “scelta dialettale” usa il dialetto per fondare una sua identità letteraria solidamente impiantata nella cultura popolare, lontana dalla ambizioni – per lui evidentemente astratte – di quei «siori» che «com pu che i vol parlar en quincis quancis, tant pu i casca ‘n tel bazzom»[2] [quanto più vogliono parlare in quincis quancis – in modo affettatamente raffinato – tanto più cascano nel secchio-pozzanghera]. Nella premessa al manoscritto autografo in cui è raccolta tutta la sua produzione (che viene conservato presso la Biblioteca Capitolare di Verona) afferma, parlando scherzosamente a/di sé stesso «voi se ‘l vero retrat dei vossi antichi Noni, e Barbi, i quai s’ha sempre segnalai co le so bizarie e facecie. Oh! Se quei fus ancora al mondo, che legrezza no avariei a vederve voi, che avè mes en rima pu de una de quele stesse lezarie, che quando ere ‘n fraschet grand come‘n zom, tegnantve tra i zinochi, i ve conteva su, e voi steve lì con na spanda de boca atent a scoltarle?»[3] [voi siete il vero ritratto dei vostri antichi nonni e zii, i quali si sono sempre segnalati con le loro bizzarrie e facezie. Oh! Se fossero ancora al mondo, che allegria ne avrebbero a vedere che voi avete messo in rima più di una di quelle stesse leggiadrie, che quando eravate un ragazzino grande come un birillo, tenendovi tra le ginocchia, vi raccontavano, e voi stavate lì con una spanna di bocca attento ad ascoltarle?]. Givanni si sente erede di quelle «lezarie», cioè della cultura popolare dei suoi avi, ed usa la sua attività letteraria per traghettarle nella cultura scritta nella loro lingua naturale, il dialetto. Anche queste nostre «strofe» terminano con la trascrizione all’interno della poesia di un «proverbio trito», quel «chi de gata nasse sorzi pia» che troviamo drammaticamente documentato nella zona di Rovereto già nel secolo precedente: era servito infatti in un seicentesco processo alle streghe tenuto in un paesetto di fronte a Rovereto (Nogaredo), per incriminare una sventurata diciasettenne, figlia di una madre già precedentemente incriminata e torturata.

 

NdA: Una delle novelle in versi dialettali di Giuseppe Felice Givanni la si può trovare in rete all’indirizzo:

http://www.carloromeo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=215:la-novela-dodese-1752-di-g-f-givanni&catid=9&Itemid=107

 

 

 

 

 

 

il palazzo Pizzini, a Rovereto, dove Givanni ha vissuto negli anni ’50 e ’60 del Settecento

 

[1] È stato pubblicato da me, ma en passant all’interno di un articolo di storia: Roberto Antolini, Origine familiare e condizione sociale del sacerdote roveretano Giuseppe Felice Matteo Givanni, poeta dialettale (1722-1787). In “Studi Trentini. Storia”, A.92 (2013) n.2, p. 432

[2] Roberto Antolini, La ‘Musa Sgrovia’ di Giuseppe Felice Givanni, In “Atti della Accademia Roveretana degli Agiati”, s. 9, vol. 4 (2014), fasc. 1, p. 23

[3]  Idem, p. 23