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Operazione Levante di Angelo Petrella

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Come un jab in pieno volto

di Davide Morganti

Sono sempre stato convinto che bisogna raccontare soprattutto ciò che non si conosce, ciò che non ci appartiene, ciò che è lontano da noi; perché quello che ci sta vicino, prima o poi si presenta. L’ultimo romanzo di Angelo Petrella (Operazione Levante, Baldini & Castoldi, pagg. 391, euro 18) viene considerato un thriller, una spy story, lo è, ma non lo conclude perché le storie che lo scrittore napoletano mette insieme hanno ritmo e potenza e una visione del mondo sulla modernità lucidissima. Questi tre uomini sono la spina dorsale del romanzo: Stanley Kavanagh è un esperto di informatica, distrutto dal dolore per la perdita della figlia e della moglie nell’attentato al Bataclan; Miša Bogdanov, ex agente russo, contrabbandiere di petrolio in Siria, rapito dall’Isis; Bob O’Malley, vicedirettore della Cia, chiede aiuto a Kavanagh per sapere di un attacco agli Stati Uniti di cui è venuto a conoscenza. La scrittura di Petrella incide con precisione nella geografia tragica di questi anni, scompone i confini, li delinea, li disegna; l’azione è continua, frenetica, il caso irrompe talvolta per risolvere o complicare, sparigliando le carte che si hanno in mano.

«I volti sono scavati, i bambini hanno piedi sporchi e paura nel volto, c’è perfino un gruppo di mutilati che si trascina sul selciato. Per il resto, soltanto terra e immondizia e macerie», la capitale dell’Isis è il regno del Lurido, dove la miseria umana ha un fetore peggiore della sporcizia. Trame nascoste, doppiogioco, tradimenti, sesso, morti violente, c’è tutto in questo romanzo che, pagina dopo pagina, suda, ansima, sanguina, soffre e spera con i suoi personaggi; lo stile terso di Petrella è deciso, segue tutti sempre da vicino, sembra un drone che dall’alto va in panoramica per poi abbassarsi e portarci ad altezza occhi. La nitidezza della narrazione spinge a seguire le singole vicende – in realtà ognuna intrecciata all’altra – con simpatia, nel senso etimologico della parola: patire insieme. Ci sono uccisioni che rattristano e altre che rallegrano, si avverte il ritmo di grandi serie televisive come Homeland o di House of cards; il petrolio diventa vergogna e morte, perché si muore e si inganna per questo malefico idrocarburo. Petrella descrive il mondo odierno infoiato di danaro e di potere: la Siria, passaggio obbligato di tanti gasdotti, è un martirio per gli innocenti e ingordigia economica per i politici. Bogdanov si muove tra stupore e rabbia, sopravvive di continuo alla vita, da lei ne è sedotto, non prova a dominarla come vorrebbero le mascelle di Obama e Putin; per questo malandrino russo, la vita è come quei compari che non sai mai se vogliono fregarti o meno, però tu alla loro compagnia non rinunci e la sera, quando ti addormenti, ignori se al mattino saranno ancora lì o no.

«Il Bahrein è un’isola a poco più di quattro ore d’auto da Riad. Un regno noto per il Gran Premio, le spiagge infinite e l’alcool a fiumi. Al punto che i giovani arabi lo soprannominano Saudi bar, recandosi in pellegrinaggio il sabato sera e tuffandosi tra discoteche, cinema e perdizione di stampo occidentale». È un mondo in perenne squilibrio quello che Petrella traccia, un ibrido tra est e ovest, sud e nord: i paesi cozzano tra loro come afflitti dalla deriva (economica) dei continenti, gli urti sono violenti e provocano reazioni a catena; ci sono però le guerrigliere curde e yazide che con il loro coraggio difendono il nord della Siria e provano a restituire dignità agli uomini. Romanzo insolito per l’Italia, abituata a un tipo di realismo minimale, da due camera e cucina e poco altro; invece l’opera di Petrella irrompe con forza, dà una spallata al piagnisteo locale su famiglie e femmine in eterna crisi contro i maschi: c’è una vis comunicativa classica, decisa e spedita. Il libro seduce, invoglia a continuare, l’adrenalina è in ogni pagina, una forsennata tensione che spinge verso Francesca (scoprite da soli chi è), Stan, Taahir (come Francesca), Nadwa. Nomi che contengono storie, storie fuori dal comune, esplosive, sono mine antiuomo, quando le si tocca c’è chi resta ucciso; in quasi quattrocento pagine Petrella ci racconta la follia di questo mondo digitale e carnivoro che corre, corre come la troika di Gogol perseguitata da due tragiche domande: Qual è la tua meta? Qual è il tuo destino? Quesiti che a distanza di quasi due secoli si ripetono. Dove corre l’Occidente e dove vanno la Russia e gli Stati Uniti. Romanzo corale, dunque, di grandi e piccole figure, che annaspano tra deserti e città, tra stanze lussuose e camere povere come la fame.

«C’è una luce sottile che filtra da qualche parte in alto nella cella umida. Nell’eccitazione del momento non aveva notato una finestra con le ante che si aprono dall’esterno: segno che trova nella parte perimetrale della prigione, o del rifugio che sia. Il braccio che pulsa gli fa improvvisamente ricordare tutto. Ha il volto gonfio, il torace pieno di ecchimosi ed ematomi, e le coste gli sembra che traballino». Questa secchezza descrittiva è una delle caratteristiche di Petrella, poco incline a manierismi, le sue parole sono jab sinistro e destro portati con destrezza. Il mondo arabo, i servizi segreti, i potenti della terra, il male di vivere, l’ossessione per i soldi e per la sopraffazione, la lasciva voglia di ingannare, la necessità di Stato, la polvere africana, l’uomo contro uomo; saggio sull’Occidente e sul suo tramonto che per il momento continua più a illuminare con i fuochi delle guerre che a spegnersi nel buio della stanchezza morale.

Angelo Petrella

Operazione Levante

Baldini & Castoldi editore

Pagg. 400 – euro 18

Piccoli combattenti

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di Gianni Biondillo

Raquel Robles, Piccoli combattenti, Guanda, 2016, 155 pagine, traduzione di Iaia Caputo

Non esistono limiti d’età per essere arruolati a combattere contro il male. Lo sa perfettamente la protagonista di Piccoli combattenti. Ha dodici anni e suo fratello minore ancora meno. I genitori sono scomparsi, una notte qualsiasi, portati via da casa con la forza da un gruppo di “nemici”. Tutto è accaduto senza rumore, senza esplosione di colpi. Il “Peggio” è accaduto in silenzio. Più che lo stupore della scomparsa, è la frustrazione di non aver potuto aiutare i genitori che attanaglia i due giovani combattenti. La spiegazione che hanno ricevuto dagli zii è che i genitori si sono lasciati catturare per difenderli. Così riferiscono anche le due nonne che vivono con loro. Una un po’ matta, sempre con la testa nei ricordi di gioventù nel ghetto di Varsavia, l’altra ormai abbandonata al dolore, sempre con un fazzoletto zuppo di lacrime, in attesa davanti alla finestra di rivedere il ritorno della figlia portata via dalle milizie: perché è di desaparecidos, dittatura argentina e militanti montoneros stiamo parlando, in questa lucida favola di Raquel Robles.

È più che evidente che la protagonista del romanzo, non avendo nome, non è nient’altro che la proiezione letteraria dell’esperienza autobiografica dell’autrice, anch’essa figlia di desaparecidos tutt’ora impegnata nella lotta contro i crimini perpetrati negli anni della dittatura.

La forza di questo romanzo sta in una lingua semplice ma mai mimetica – nessun infantilismo – e nella descrizione puntuale della psicologia dei due piccoli protagonisti. Veri e propri eroi di una guerra che non si vede, difensori di una fortezza già espugnata, in attesa di un ritorno che si fa, di giorno in giorno sempre più improbabile, i due bambini crescono in un vuoto incolmabile, eppure ritti contro il male, maturi e consapevoli del loro ruolo testimoniale. Perché nulla venga dimenticato.

(precedentemente pubblicato su Cooperazione numero 13 del 29 marzo 2016)

LEZIONE SU CARMELO BENE

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di Giorgiomaria Cornelio

 

 

 

 

“E’ stato detto e scritto che Carmelo Bene non ha eredi, è falso. Sono eredi
tutti coloro che, rintracciando nella sua opera quell’alito che continua a cantare
oltre le sue contingenze linguistiche e biografiche, sanno e sapranno registrarlo,
custodirlo, innestarlo nella propria disciplina a salute della conoscenza.”*

 

Nel Giugno di quest’anno è stato pubblicato, per la collana “Minimo Teatro”, il libro Lezione su Carmelo Bene di Maurizio Boldrini, compendio affrancato dalla pretesa di essere totale e quindi studio dei singoli materiali, dei reperti lavati dallo storicismo mirabolante che li ha già predisposti, fissati come tinte del genio.
Boldrini ribadisce, piuttosto, che la poesia è in superficie, che la nobiltà viene dall’esattezza del gesto (il libro saluta i lettori con una nota di Italo Calvino da Lezioni americane), e che le specifiche competono a chi conosce l’elemento primo, non all’industria spettacolare. Troppo occupati a trattenere, di Carmelo Bene, solo quanto è chiassoso  e ricevibile (quello che nel libro Boldrini indica come uno dei suoi “limiti di sartoria”) abbiamo consegnato il resto del canto alla semplice indifferenza. Un esempio su tutti: mentre le Opere pubblicate da Bompiani non sono più disponibili, le due serate al Maurizio Costanzo sono divenute un catalogo mitologico di tic, un roboante oggetto televisivo con una propria grammatica ripetibile, da giocare ad oltranza come partitura scaduta, a conforto di un C.B. “parafrasato”.

A Boldrini interessa invece “essere dalla parte dell’operatore del tracciato labirintico”, quindi studiare, per prima cosa, la lista che Carmelo Bene ha indicato come sintesi dei suoi traguardi nell’ Autografia di un ritratto,  illustrazione del “teatro senza spettacolo”, a proposito del quale Boldrini scrive:

Nel crinale tra il predisposto e il predisposto appresso, in questa zona di scarto, avviene il teatro che lui non sa ed è. Egli qui vive, nell’estremo di un calcolo puramente corporeo dove ogni estetica, anche la più raffinata, declina, riconducendo l’attore all’acrobata, alla presa in volo, che suscita sì meraviglia nello spettatore, ma che è poca cosa rispetto alla maestria dell’operatore. Egli brucia in un gesto le teorie, le letture matematiche e fisiche: è dimostrazione poetica del suo essere indiscutibilmente esatto per l’immediato.

Già nelle pubblicazioni precedenti (La voce recitante ed Enciclopedia dell’attore finito, entrambe pubblicate da Bulzoni), e in particolare nel suo Teatralfilosofia (Mariano e Giovanni Prosperi Editori, 2013) Boldrini evitava le divisioni del pensiero, riconducendo lo studio teatrale a dinamica del degenere, a combinazione del disarmo: chiudere l’operato di Carmelo Bene nella sola attività di regista-attore  vorrebbe dire ignorarne l’etimo indisciplinato e i tanti assalti incontenibili nelle corsie della storia dell’arte. Sembra, però, che si voglia fare con Bene quanto si è fatto, ad esempio, con la Pietà di Michelangelo, opera “posta in attesa secolare di comprensione, depositata nel ricovero dei capolavori invece che adottata come misura di conoscenza, metro di giudizio nelle cause pendenti.”

Altro punto scalato da Boldrini è quello della “macchina attoriale”, lo strumento dell’attore “per mettersi costantemente fuori luogo, fuori da ogni luogo comune, per restituire la voce-immagine alla purezza dell’essere”, quindi come dispositivo per attentare al canto,  per fissare a corpo la cortocircuitazione. Prima di operare questa trascolorazione espressiva (trascolorazione: immediata condensa dell’equilibrio), bisogna che l’attore esamini le singole tinte sulla scena (due le principali: “collera e tenerezza”) e che poi, “recitandosi addosso”, le ribalti combinandole in poesia, sfuggendo perciò all’automatismo e ponendosi in un ambito di percezione in cui il dialogo disintegra  i ruoli di artefice e spettatore:

Lo spettatore fisicamente disapprova l’attore mentre egli si attiva, l’attore lo percepisce immediatamente e reagisce di scarto. È questo concorso, in cui non ci sono né vincitori né vinti, il nuovo luogo inventato in sostituzione del luogo atletico drammatico, del campo di battaglia. Il recitarsi addosso è, pertanto, condizione operativa irrinunciabile per minimizzare la lontananza tra spettatore e attore, perché la distinzione perda senso a favore di un seme di umana comprensione.

Sempre più  l’attore è tolto alla legislazione spettacolare, al suo ruolo di dicitore di battute, per essere nuovamente compreso nell’ambito della strumentazione fonica mossa a flusso organizzato. Insieme, egli s’appresta ad essere misura rigorosa della partitura che esegue: non traduttore delle parole  del poeta ma poeta esso stesso, che dicendo il predisposto, in simultanea si ascolta e reagisce, quindi edifica un nuovo senso non adulterato dalla “bella lettura” o saturato dal congegno sociale-politico. Il passaggio, quindi, è quello che Boldrini definisce “dal simulatore all’acrobata”:

Il simulatore, similattore, finge di essere un personaggio. L’attore, nel senso di Bene, gioca coscientemente, suo malgrado, se stesso sulla corda tesa della poesia. L’interesse fondamentale del primo consiste nel risultare credibile, l’arte del secondo consiste di almeno tre congiunti interessi: essere stupore, essere equilibrio oltre il limite provato dell’equilibrio, essere manifestazione.

Eccedendo l’ingombrante teatrino della storia e la sua praticabilità orizzontale, Bene ha ribadito che l’orchestrazione e la scrittura di scena avvengono altrove rispetto al luogo del dramma. Nel suo Otello dal “gesto addormentato” il mezzo televisivo viene forsennato in caduta, impiegando la cinepresa come protesi per trivellare l’immagine (Boldrini registra solo  66 campi medi su 698 inquadrature: per il resto, primi o primissimi piani). In questa alluvione di volti sparisce una volta per tutte la la custodia della narrazione, in questo caso domestica, e nasce “l’opera lirica altra, poiché sottratta dalla vicenda, amplificata nei meandri del canto, sparata a portata estrema d’orecchio e d’occhio.”

Prima di concludere il suo studio in divagazione (tra le altre cose, il libro è dedicata alla memoria di Riccardo Cucciolla e di Nando Gazzolo), Boldrini lancia un appello a sconfinare questa lezione agli altri ambiti operativi: ne verrà, da parte degli studenti che insisteranno ad orchestrarsi, una lettura spietata del presente. Parte del disinteresse verso il teatro è dovuto, mi sembra, proprio a questa irrigidita circoscrizione, alla letargia di quei dipartimenti già così radicalmente smantellati da Carmelo Bene. Muoviamoci altrove:

È ora che almeno qualche “scienziato” delle sedicenti scienze esatte (esatte per produrre) si prenda il lusso di andare a scuola da scienziati delle arti (…). Potranno così impiantarsi di nuovo nelle rispettive discipline, con una luce che da soli non avrebbero potuto immaginare.

Questo piccolo cosciente nulla che siamo, non è prossimo alla fine, è ancora da inventare!

 

 

*Tutte le citazioni, laddove non riportato diversamente, sono citazioni del libro Lezione su Carmelo Bene, per gentile concessione dell’autore.

Vite salvate #1

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di Davide Orecchio

 

Al mattino ero nel sole, ero sulla strada, io sono una cellula germinale che prolifera nella città, nessuna terapia può annientarmi né cronicizzarmi, comunque mi autocancellerò, ero sul motorino, scendevo verso i quartieri di valle e ho visto una donna salire dal serpente d’asfalto, neppure sul marciapiede, camminava nella mia corsia, è vecchia, s’appoggia a un bastone, su dai fianchi la schiena le architetta un angolo ottuso appena protetto dalla camicia larga coi fiori, questa donna è una cellula germinale che prolifera nella città, ma sta per autocancellarsi, ero nel sole, ero sulla strada, ho visto che la donna si ferma, poi lasciò cadere il bastone, portò la mano sul cuore, per questo ho frenato, chiesi Ha bisogno di aiuto?; non rispondeva, sta per autocancellarsi, non conosco bene la procedura ma credo includa dei gesti come camminare in salita sul serpente d’asfalto, nella corsia delle auto, non sul marciapiede, e lasciare il bastone, e portarsi al cuore la mano, e restare nell’angolo ottuso, la paura viene un momento prima dell’autocancellazione, poi anche quella svapora, noi siamo cellule germinali che proliferano nella città, ci insegniamo l’un l’altra a morire

ma sono sceso dal motorino, l’ho parcheggiato, salgo verso la donna e quando le sono vicino lei mi sussurra Non respiro, ho dolore al petto; allora le mostrai i giardinetti poco sopra di noi dove c’è una panchina sotto l’ombra degli eucalipti, e una fontanella per dissetarsi: Vogliamo andare su insieme?; la donna fa cenno di no: non riesce più a muoversi, forse questa cellula mi sta insegnando a morire, le cellule germinali della città, nel momento in cui imparano a morire, insegnano a morire, ma io ero nel sole, ero sulla strada, non ho voglia di imparare quest’oggi io/l’ho presa in braccio come una sposa, come Benigni con Berlinguer e con la donna ho scalato i gradini di marmo fino alla panchina nell’ombra dell’eucalipto, l’ho messa a sedere, andai alla fontanella dell’acqua e ne raccolsi nelle mani serrate, tornai dalla donna che bevve dalle mie mani, così lei ora respira e dice Forse ho meno dolore,

aspettiamo nell’ombra, le cellule germinali sanno occasionalmente fermarsi, allora l’autocancellazione va in pausa, non c’è ancora la morte, c’è stata, ci sarà, ma non adesso, e questo si chiama presente, e chiedo alla donna Ha un numero che possa chiamare?; lei mi porge il telefono dalla borsetta e disse Cerchi “Serena nipote”, non “Serena portiera”, non si confonda; così chiamai “Serena nipote” che disse Arrivo; così l’aspettiamo, la donna sdraiata, io seduto sulla panchina, offro il mio grembo alla testa grigia di lei, si fermò una Fiat Cinquecento ed ecco “Serena nipote”, ho dato alla ragazza sua nonna, la ragazza l’ha fatta sdraiare nell’auto, le cellule germinali proliferano nella città egoisticamente ma occasionalmente offrono riparazioni alle sorelle gratuitamente, hanno la facoltà di fermare l’autocancellazione delle sorelle, questo solo nel presente, non vale per il futuro, e la ragazza portò via la donna dell’angolo ottuso, e ne raccolse il bastone, ma prima che vada le lascio il mio numero per sapere la fine.

Ed ecco la fine.

Il giorno dopo mi chiama: L’ho portata dal medico, ha detto che poteva morire, è molto fragile, ma si ostina con le sue passeggiate, la proliferazione ostinata delle cellule germinali della città, insomma se non c’eri tu non ci sarebbe più lei, le hai salvato la vita, cosa posso fare per sdebitarmi?

Non puoi fare nulla, nulla di nulla, hai già fatto tutto, mi hai appena detto che ho salvato una vita, nel presente delle cellule germinali questo è possibile sebbene raro, mi hai detto quello che serve.

E questa è stata la mia prima vita salvata.

Immagine tratta da https://pixabay.com/it/users/Witizia-261998.

L’importanza di essere piccoli – VII edizione

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…Con una coda ma senza la testa
solo per finta, solo per festa
solo per fiamma che brucia per fuoco
fammi giocare per gioco

B.Tognolini, Rime Raminghe, Salani

 

L’importanza di essere piccoli – VII edizione

poesia e musica nei borghi dell’Appennino

VII edizione 1-6 agosto 2017

un progetto dell’Associazione Arci SassiScritti

con il contributo di

Regione Emilia-Romagna, Arci Bologna progetto Polimero

e dei comuni di Alto Reno Terme, Castiglione dei Pepoli, Grizzana Morandi,

Pistoia, Sambuca Pistoiese

BCC Alto Reno e COOP Reno

LA POESIA COME FUOCO, LA VITA COME GIOCO

con

PAOLO BENVEGNÙ, MURUBUTU, LUCIO CORSI, IVAN TALARICO, GABRIELLA LUCIA GRASSO, SAVERIO LANZA, BRUNO TOGNOLINI, GIULIANO SCABIA, CARLO BORDINI, ALESSANDRO RICCIONI, ANDREA DE ALBERTI, FRANCESCA GENTI, MANUELA DAGO

Questo è il settimo anno in cui l’Appennino è reinventato e ricreato dall’incontro di poeti e musicisti con gli abitanti di paesi abbarbicati sui crinali tra Emilia e Toscana. Un piccolo festival con una dignità da gigante che si propaga tra bosco e radura, tra monti e borghi disabitati prendendosi tutto il tempo e il lusso dell’ascolto di un paesaggio parlante.

I versi di Bruno Tognolini e il dinosauro fuoritempo e fuoriluogo ritratto da Guido Mencari, raccontano l’anima de l’importanza di essere piccoli con una speciale dedica ai mondi intermedi e incandescenti dei bambini, così vicini e aderenti a quelli inattuali della poesia.

Un’edizione pensata per un pubblico multiforme che segue un ricordo d’infanzia, un giocattolo testimone della serietà del gioco che mette tutti al pari ed entra nel mondo con il passo leggero di chi si accinge a vivere un’avventura.

Sei giorni di festa in sei luoghi speciali, lontano dalle ragioni dei giorni feriali.

Un dinosauro giocattolo a capo di una sequela di esploratori che il primo agosto inizia la sua avventura dal versante toscano, dalla minuscola stazione di Castagno di Piteccio (PT) per ascoltare Paolo Benvegnù e il suo viaggio interstellare dentro i misteri di “H3+”, la molecola che sta alla base dell’Universo ispiratrice del suo ultimo album. Con lui Alessadro RIccioni poeta e bibliotecario dell’Appennino dei cui nativi ‘monti tondi’ la sua poesia porta traccia. La tribù del dinosauro il 2 agosto si sposta in Emilia e si addentra in un bosco di castagni monumentali nei pressi di Granaglione, qui la parola si fa epica grazie alla ‘letteraturap’ di Murubutu, in cui sonorità hip hop classiche fanno da tappeto a testi dalla forte curvatura cantautorale; insieme al “cantante filosofo” il “poeta-oste” Andrea de Alberti che con le poesie tratte dal suo Dall’interno della specie (Einaudi 2017) intraprende un viaggio antropologico-sentimentale dentro l’umanità. Cambiando versante il dinosauro il 3 agosto arriva a Rasora, nel comune di Castiglione dei Pepoli (BO) accolto dall’antica Casa del Popolo e dai testi scanzonati del cantautore Ivan Talarico, già attore e autore di libri dal sapore ironico. Uno sguardo limpido e sbarazzino è anche quello di Carlo Bordini, poeta e narratore romano che, pur non rinnegando le difficoltà dell’esistenza, non cede mai il fianco al nichilismo. Giunti a metà percorso le orme preistoriche conducono a La Scola nel comune di Grizzana Morandi in uno dei borghi più belli del versante bolognese: qui risuonano tre voci femminili, quella dal timbro purissimo della siciliana Gabriella Lucia Grasso che presenta il suo ultimo album Vussia Cuscenza, uscito per Narciso Records, etichetta indipendente fondata da Carmen Consoli. Se la Grasso porta nel fresco delle montagne un po’ della luce catanese, dal nord arrivano le sorprendenti Manuela Dago e Francesca Genti poetesse unite da un’amicizia profonda e dal progetto editoriale Sartoria Utopia, una ‘capanna editrice’ che produce libri di poesia cuciti a mano. Come un cerchio magico la chiusura del festival è in Toscana: venerdì 5 agosto a Monachino, nel comune di Sambuca Pistoiese (PT), in una graziosa valle in cui si intrecciano 4 province. Ad accogliere il dinosauro sono gli animali selvatici evocati dal giovane cantautore maremmano Lucio Corsi nel suo disco delicato e metamorfico Bestiario musicale. La poesia è invece affidata alla voce incantatrice di Bruno Tognolini, autore generalmente considerato per bambini anche se come dice lo stesso poeta, due volte Premio Andersen, quello che scrive è “per i bambini e i loro grandi”.

L’ultimo giorno di festival è a Spedaletto, paese che prende il nome dalla sua antica tradizione di ospitalità: se nel medioevo ai viandanti veniva offerto rifugio, ai seguaci dei piccoli domenca 6 agosto è donata una piazza trasformata da due artisti. A differenza degli altri giorni si inizia alle 19 con Saverio Lanza, musicista, compositore e produttore discografico che presenta il progetto originale Vocazioni, messa spontanea per coro misto con cinque solisti e il coro della Scuola di Musica Mabellini di Pistoia. Dopo la performance, che concilia il sacro al profano, gli spettatori e artisti sono invitati a fare una pausa per prepararsi all’ascolto di Giuliano Scabia, legato al festival da una tenera amicizia e da una profonda affinità elettiva. Per il festival il ‘più imprevedibile dei poeti’, così scrive Gianni D’Elia nella prefazione del libretto edito dalla casa editrice catanese “Le farfalle” che ne custodisce i versi, dà voce ai Canti brevi per il cielo della notte. Dentro un paese mutato dalla presenza di ospiti invisibili; poeti, bestie, persone e dèi sono cinguettati e vivificati da Scabia e amplificati da Saverio Lanza con i cantanti che poco prima hanno partecipato a Vocazioni.

PROGRAMMA

Tutti gli eventi sono a ingresso gratuito e si terranno anche in caso di pioggia nei luoghi indicati

Martedì 1 agosto ore 21-Castagno di Piteccio, PT

Paolo Benvegnù (live)
Alessandro Riccioni (lettura/incontro)
Mercoledì 2 agosto ore 21 -Parco didattico sperimentale del Castagno, Varano, Granaglione, Alto Reno Terme BO

Murubutu (live)
Andrea De Alberti (lettura/incontro)

 

Giovedì 3 agosto ore 21 – Rasora, Castiglione dei Pepoli, BO

Ivan Talarico (live)
Carlo Bordini (lettura/incontro)

 

Venerdì 4 agosto ore 21 – La Scola, Grizzana Morandi, BO

Gabriella Lucia Grasso (live)
Francesca Genti, Manuela Dago (lettura/incontro)

 

Sabato 5 agosto ore 21-Monachino, Sambuca Pistoiese, PT

Lucio Corsi (live)
Bruno Tognolini (lettura/incontro)

 

Domenica 6 agosto ore 19- Spedaletto, PT

VOCAZIONI, messa spontanea per coro misto di Saverio Lanza
CANTI BREVI PER IL CIELO DELLA NOTTE di Giuliano Scabia

 

ufficio stampa SassiScritti:

Daria Balducelli mob. 349 3690407; d.balducelli@gmail.com

 

Per le indicazioni stradali consultare la pagina FB SassiScritti_ L’importanza di essere piccoli

In caso di pioggia tutti gli eventi si terranno comunque in posti al chiuso nei luoghi indicati

Per tutte le info www.sassiscritti.org ; info@sassiscritti.org ; 3493690407 – 3495311807

 

L’importanza di essere piccoli c’è grazie a: Daria Balducelli, Ambrogina Bertone, Andrea Biagioli, Alessandro Borri, Azzurra D’Agostino, Sante Di Clemente, Lucia Mazzoncini, Guido Mencari, Andrea Montagnani, Lara Monterastelli, Silvia Tesone

Video Andrea Montagnani www.pupillaquara.com Fotografie Guido Mencari www.gmencari.com

Con la collaborazione di:

associazione La Sculca, Pro loco di Spedaletto, Pro loco di Castagno, Parco Didattico sperimentale del castagno, Casa del popolo circolo arci di Rasora, libreria l’Arcobaleno di Vergato, libreria Lo spazio di via dell’Ospizio di Pistoia, Hotel Helvetia Thermal Spa, Califfo ristopub di Porretta Terme, Birra del Reno di Castel di Casio, Le grandi ricette di Anna B. catering Castel di Casio, Hotel Roma di Porretta Terme, gelateria la Baracchina di Porretta Terme, Birrificio Beltaine.

Echi ed echi ed echi . . .

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di Fabrizio Centofanti

Echi

Estrema terra appare in questa sera
il pensiero di te, la lontananza
infida, l’attimo della finitudine,
del sacro vuoto d’amore,
dell’ignoranza indomita di qualsivoglia
umore, attonita baldanza,
attratta, astrattamente indotta
dal nulla che ti affoga, ti ride
sulla faccia. Apprendimi, sollevami,
scarta la tovaglia che si arriccia,
stropiccia il cuore, con l’unica
voce che mi strappa al dolore,
all’umido biancore del ritorno.

Diabolos

Chi l’avrebbe mai detto che i sorrisi
sarebbero rimasti a mezza bocca,
che una prosa barocca
non avrebbe arginato la disfatta.
Quanto duro è il cammino
che ti sfratta il demonio dal salotto,
che smantella l’accrocco
che imbastisce di notte, sotto sotto.
Sfìlati dal tempo,
guàrdati dall’alto, come l’uomo
in coma, sul letto d’ospedale.
Appena giunge l’eco della Voce,
attàrdati un momento, non è il canto
del gallo, è la colomba
che allieta le fessure delle rocce,
la gazzella che salta, all’ombra
della croce.

Ritenta, sarai più fortunato

Mi chiedi perché questo, perché quello,
ti angosci, ti contorci, logori
il cervello per spremerne risposte
più improbabili. Tu stesso
sei convinto di perderti nell’onda
dei pensieri, nel rumore assordante
dell’assenza di luce. Non hai provato
a fermarti un istante,
a decidere di prendere e gettare
le abitudini malate,
a compiere l’atto che dà senso, a gustare
l’approdo, dopo tanto
navigare. Una sola cosa
ti manca: amare. Comincia
adesso, cambia
una volta per sempre
le note del tuo canto, attracca al porto
dove l’io riposa.

Volo velo

Di attendere, di credere, di apprendere,
tutto è precluso dal negare,
irridere ogni volta, declassare.
Tappeti volanti della gioia,
rapitela, intanto che si fonde
con l’entourage del diavolo
in cravatta, sottratta all’orbita sacrale
delle cose! Ruttate, vomitate
il vostro odio, da scaffale
ammuffito di mercato.
Alzatela più in alto, che si veda
la stolida vittoria, l’apparente
sconfitta della storia.

Fabrizio è uomo. sacerdote, laureato in lettere moderne e ha scritto su Calvino. E’ l’animatore del blog letterario La Poesia e lo Spirito. Ha pubblicato numerosi libri, alcuni più letterari, altri più vicini alla fede, tutti reperibili qui. Malgrado la mia molto scarsa propensione per la chiesa cattolica romana, personalmente lo stimo molto, come uomo, come amico e come scrittore, a.s.

da “Fermate”

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di Paolo Maccari

 

C’era una volta un ragazzo, aveva meno di vent’anni e gli sembrava di vivere da tanto perché aveva vividissimi nella memoria molti ricordi, e, in particolare, la scansione precisa degli avvenimenti e dei pensieri. Non faceva confusione. Anche i parenti, gli amici, chiunque avesse visto da sempre, sapeva collocarlo esattamente com’era al tempo dei diversi ricordi.

Letteratura oltre i confini. Clouds over the Equator: A Forgotten History e Wings di Shirin Ramzanali Fazel

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di Simone Brioni

Dopo 23 anni dall’uscita del suo primo romanzo, Lontano da Mogadiscio (ne parlo qui: http://www.laurana.it/pdf/postfazione%20LdM_Brioni.pdf) – una pietra miliare per quanti si sono occupati della scrittura della migrazione e dell’eredità coloniale in Italia – escono due libri di Shirin Ramzanali Fazel in lingua inglese: Clouds over the Equator, la traduzione del secondo romanzo di Shirin, Nuvole sull’equatore (2010) e Wings, una raccolta di poesie. Questa intervista vuole presentare questi due lavori al pubblico italiano e parlare della sfida che la traduzione e l’autotraduzione pongono agli scrittori transnazionali ‘italiani’.

Posti a sedere

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di Luciano Mazziotta

 

in casa invece c’è quello che occorre.

tre facce due parlano e l’altra

li osserva. poi quella che osserva

inizia a parlare e l’una che prima

parlava si ferma che adesso

li osserva oppure si alza

si lava le mani girata

che allora non guarda.

                                   come se a turno

l’una o l’altra o quell’altra

dovesse star muta in un angolo.

tre facce due parlano e l’altra

dovesse fare la spia.

Terza promessa

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di Raffaele Mozzillo

Il Rosario sarà un’arma potentissima contro l’inferno,
eliminerà i vizi, libererà dal peccato, distruggerà le eresie

La polvere pizzica gli occhi quando scendono nel fosso a farsi di Marlboro di contrabbando e gassosa, però non li ferma, sono comunque lì a riempirsi i polmoni di merda e a gonfiarsi lo stomaco. Stanno imparando a ruttare, Mariarosaria è la meglio. Glieli fa in un orecchio all’improvviso, i rutti, e le lacrime gli vengono agli occhi per l’emozione. Quelli di Lello sfiatano un poco, ma nel complesso l’esecuzione è apprezzabile, almeno a guardare Mariarosaria e a come scoppia in un applauso a ogni sua esecuzione. Hanno provato a cambiare marca, ma non c’è stato niente da fare: gassosa Arnone è un’altra cosa.

L’altra Cambridge. Un Massachussets quotidiano tra confessioni e traslochi

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di Eloisa Morra

Misi piede a Cambridge la prima volta per inseguire un amore; avevo da poco compiuto vent’anni, autunno inoltrato: foglie fradice affogavano il porch della casetta di East Cambridge condivisa con il figlio d’un rifugiato iraniano (con cui, ricordo, discutemmo a lungo sull’origine della pasta Alfredo) e con Brad, un ricercatore della Divinity School che passava il giorno a pensare a Adorno e Marx. L’inclinazione del pavimento della cucina rendeva affettare un avocado per l’insalata un’impresa ardita, e qua e là le pareti del soffitto rivelavano buchi: quando chiesi di cosa si trattasse mi venne risposto che in inverno i topi si infilavano nelle condotture alla ricerca di un cantuccio caldo, e chiunque fosse sano di mente teneva a portata di mano uno spray da passare nei muri per scampare all’invasione.

 

La primavera tarda ad arrivare

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  di Gianni Biondillo

Flavio Santi, La primavera tarda ad arrivare, Mondadori, 2016, 306 pagine

Ora che anche un ottimo poeta come Flavio Santi s’è messo a scrivere gialli, le certezze granitiche di una certa critica paludata che ragiona a compartimenti stagni inizieranno a vacillare. Io, ovviamente, non ci trovo nulla di strano che un poeta scriva un romanzo, per lo più “di genere”. Se esiste una peculiarità del “giallo” italiano sta nell’attenzione allo scenario dove muovere i personaggi piuttosto che alla macchina inesorabile della trama. Un’indagine, da noi, è soprattutto una scusa per raccontare un territorio. Santi lo ha fatto con le sue poesie dialettali e, in continuità, lo fa ora con La primavera tarda ad arrivare.

Protagonista del primo capitolo di quella che si prefigura già come una serie, è Drago Furlan. Poliziotto bonario, dall’indole contadina, che passa più tempo in osteria a chiacchierare con gli amici che in commissariato; quarantenne bamboccione, eterno fidanzato che vive ancora con la madre; tifoso accanito dell’Udinese e goloso seriale di frico e polenta. Drago non è esattamente il ritratto del ruvido sbirro contemporaneo. Per lui già andare a Udine è come perdersi in una metropoli. Un ispettore (neppure commissario) che non vede un morto da almeno vent’anni, passati in gran parte a coltivare pomodori. Fino ad oggi, fino al ritrovamento fortuito del cadavere di un anziano, freddato con un colpo di pistola in mezzo alla fronte.

Santi racconta l’indagine, e di conseguenza il Friuli, con una scrittura lieve, scanzonata, a tratti pop. Eppure mai superficiale. In realtà, sotto pelle, non ostante l’apparente leggerezza, tutto il libro appare come un accorato canto d’amore e di nostalgia. Furlan magia e beve di continuo come a stimolarci gusto e olfatto, sensi primari che ricollegano al territorio, ai suoi prodotti, alla sua storia millenaria. È come se Santi volesse farci tornare ad un Friuli che forse non esiste più. E che forse per questo continua ad esistere, nelle sue parole.

(precedentemente pubblicato su Cooperazione numero 9 del 1 marzo 2016)

p.s. questa recensione è dello scorso anno, nel frattempo è uscito un secondo volume dell’Ispettore Furlan: L’estate non perdona.

Diario parigino 7: la “terrasse” parigina e l’abnegazione al godimento

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di Andrea Inglese

 

A Parigi non è che sia facile vivere e che la gente si diverta. Vivere in una capitale, in una grande metropoli europea, persino mondiale, in un centro culturale d’eccellenza, cosmopolita, brulicante d’iniziative erotiche inconsuete, di punti di vista inauditi sull’abbigliamento, di credenze su come rendere lo scorrimento del tempo più arioso e inebriante, impone una certa responsabilità, esige in ogni caso competenze, preparazione, allenamento. Non è come chi vive in una periferia qualsiasi, in mezzo ai grigi vialoni dell’anonimato, dedito solo a centri commerciali feroci e a manovre nei parcheggi sotterranei.

Sole di mezzanotte ( bagatella dell’apericena)

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di Giorgio Mascitelli

Quando Guido della Veloira vuole fare il figo, si mette gli occhiali da sole.

In sé non c’è nulla di male, viviamo in un’epoca di ampia tolleranza ed è un saggio piacere di attardarsi a giocare proprio quando la vita mette fretta; tuttavia da un punto di vista tecnico la questione è di tutt’altro genere perché bisogna ammettere che Guido della Veloira prova questo impulso con particolare intensità nelle ore crepuscolari, all’ora dell’apericena, insomma, e vi è forse una correlazione tra la propensione al consumo di detta forma d’intrattenimento alimentare e l’utilizzo degli occhiali da sole al tramonto o subito dopo.

Ora le scelte sono scelte e non si possono sindacare, ma poi bisogna notare che tanti fanno la scelta di Guido della Veloira e in sé non c’è nulla di male, un po’ di conformismo non ha mai ucciso nessuno, anzi la vita di tutti i giorni si svolge anche perché  c’è un pizzico di conformismo nella maggior parte delle cose che facciamo. Il problema risiede piuttosto nell’implicita convinzione di Guido della Veloira di compiere una scelta esclusiva quando indossa gli occhiali da sole all’ora dell’apericena. Questo significa, dovrebbe significare, perché ormai in questi giorni di luce breve non c’è più nulla di certo ( e i miei occhi invecchiano a vista d’occhio),  che c’è un problema di percezione di sé, il che costituisce senza alcun dubbio un inconveniente.  Per tutti è difficile riconoscere la propria esperienza come un’esperienza tra le altre, ma addirittura Guido la pensa come l’inevitabile prodotto di un’accorta programmazione e di scelte felici.

Questa storia delle scelte è un po’ come quando all’apericena  ci si sofferma a considerare con ponderazione se si vuole lo spritz con l’aperol o con il campari, senza ricordare che spesso sono più importanti il vino, la quantità d’acqua e, in definitiva, lo stato d’animo con cui si beve. In pratica l’unica scelta possibile occupa tutto lo spazio mentale così che non si veda il resto del campo. Del resto anche l’apericena, la sua oggettiva importanza nella vita moderna e in particolare l’apericena con gli occhiali da sole va considerata come un parziale risarcimento ( di cosa non occorre precisarlo qui perché i tempi non sono maturi).

L’inconveniente principale di chi trascorre l’apericena indossando occhiali scuri sono due. Il primo, davanti al buffet, è di faticare a distinguere le vivande, specie i vari tipi di pasta fredda, cosicché spesso non si sa ma si presume quel che si porta al  tavolo nel piatto; il secondo è di protendere il viso verso l’interlocutore come fa quello che procede in base a quanto sente. D’altra parte viviamo in un’epoca o quanto meno in quest’epoca  frequentiamo apericene in cui nessuno porta più l’orologio ma tutti sanno esattamente che ora è, così è possibile che chi porta gli occhiali da sole veda meglio degli altri.

Non si registrano scontri nell’afflusso ai tavoli imbanditi con le pietanze per l’apericena tra i portatori di occhiali da sole che evidentemente sanno muoversi con destrezza. Si è sviluppata tutta un’abilità nel leggere nella penombra causata dall’occhiale nero le dimensioni dei volumi e degli spazi; abilità invero tanto più commendevole quanto più superflua dal momento che basterebbe togliersi gli occhiali per vedere le cose nella loro vera luce. Ma essi non vogliono levarseli, nemmeno Guido della Veloira che pure avverte un brivido di dubbio: per desiderare di vedere le cose nella loro luce bisognerebbe che questa fosse almeno presentabile, non certo questa luce livida breve che adesso va per la maggiore. Insomma essi non vogliono levarseli ed è difficile dar loro torto. Piaccia o meno,  questa è la legge dell’apericene in cui ci tocca vivere.

Arginare l’odio

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di Valeria Rosini

Dirò prima di tutto che il libro di Monica Romano “Trans, storie di ragazze XY” (Mursia, 2015, 13 €) è leggibilissimo, scritto con un linguaggio semplice ed immediato, adatto anche per gli adolescenti, per i quali sarebbe una lettura importantissima. Ma è un libro essenziale anche per adulti acculturati che vogliano calarsi nelle complicazioni e nelle particolarità dell’esperienza di vita di una persona Trans. Un libro quindi, davvero, per tutti.
È in gran parte una narrazione in prima persona della protagonista, che si chiama Ilenia, e che ci accompagna dalla sua infanzia all’età adulta.  Il personaggio – si intuisce – dev’essere la sintesi di tante storie che si somigliano, ma mi sembra che ci sia molto dell’autrice, almeno nella parte in cui racconta di riuscire a vincere le sfide più difficili, rifiutando di ritirarsi dal mondo, proseguendo la scuola nonostante tutto, fino a riuscire a laurearsi e ad affermarsi nel mondo del lavoro. E questa non è cosa da poco.  Perché se è vero che abbiamo alcuni luminosi esempi di persone che ce l’hanno fatta ad essere accettate nel mondo ‘diurno’, quello del lavoro, delle relazioni sociali, della politica, dell’intellettualità, è ancora vero che la maggioranza delle persone che vivono questa condizione, vivono da prigioniere nel ‘mondo della notte’. Infatti, un implacabile circolo vizioso le stritola ancora troppo spesso, senza che riescano a trovare scampo. La derisione e il rifiuto sociale impediscono di finire la scuola, di trovare un lavoro, di avere amici.  Oggetti di bullismo e di esclusione, vivono una solitudine assoluta. Le famiglie che le cacciano di casa per nascondere la vergogna, insieme all’impossibilità di trovare fonti di sostentamento, e l’essere viste da tutti come viziose adatte solo ad eccitare le fantasie su di una sessualità perversa (non propria, ma altrui), finiscono quasi inesorabilmente per sospingerle nel circuito della prostituzione e spesso della droga per poterlo sopportare. “Ma le cose cambiano” ci dice, a più riprese, Monica Romano. E avverte soprattutto i giovani:  per quanto  infernale sia il presente, il futuro sarà migliore. Non perdetevelo!
Le pagine introduttive mostrano l’aspetto peggiore: il modo in cui gran parte dei giornalisti dipinge al pubblico lo stereotipo delle persone transessuali. Siamo nel 2009 e la scena è quella di due amiche di fronte ai servizi dei telegiornali che inseguono Brenda, la donna transessuale del caso Marrazzo (trovata poi morta nella sua casa, soffocata dal fumo di un incendio doloso il cui colpevole non sarà mai trovato, forse mai cercato). La aspettano sotto casa, la rincorrono nei giorni dello ‘scandalo’, si permettono di darle del tu e la chiamano al maschile. La nominano “Brendona” e il suo cognome non esiste, palesando tutta la morbosità da cui loro – i giornalisti – vengono irretiti, trasmettendola al pubblico. I titoli dei giornali non sono da meno, nemmeno per quel convenzionale, e magari un po’ ipocrita, rispetto che circonda chiunque di fronte alla morte: «Il viado Brenda ucciso da esalazioni di fumo», o  «Brenda: morto carbonizzato il travestito coinvolto nel caso Marrazzo». L’angoscia delle due amiche viene alla fine stemperata da una risata con cui concordano di avere un primato imbattibile: quello di essere indiscutibilmente le prime nella classifica degli esclusi. Gli omosessuali hanno ancora molti detrattori, ma sono tutelati e protetti da molti, e oggi hanno perfino una legge che ne tutela le unioni. Gli immigrati sono oggetto di paura, di rifiuto e di infinite contestazioni, ma godono della solidarietà dei movimenti di sinistra,  dei sindacati e della Chiesa. Solo i transessuali sono ancora oggetto di un odio che sembra non trovare argine, la loro condizione percepita come oscura e del tutto incomprensibile.
Si passa quindi alla narrazione in prima persona di un ragazzino che parla di sé al femminile – Ilenia, appunto –  e che sembra proprio non riuscire nemmeno a focalizzare il problema: sembra non riuscire a capire il perché di tanta aggressività, odio, disprezzo e violenza che su di lei si abbatte quotidianamente.  Andare a scuola è un incubo! Uno sprazzo di luce le sembra di intravvedere quando un compagno immigrato e nero diviene oggetto di un atto di bullismo: la lezione infatti si ferma. Gli insegnanti avviano un’altra lezione, contro il bullismo e le discriminazioni, per la tolleranza delle diversità e per l’accoglienza. Allora la nostra protagonista scrive in un tema tutto quello che subisce ogni giorno, ma la reazione non è la stessa. L’insegnante la prende da parte e, con molto imbarazzo, le dice che se si comportasse un po’ più da maschio, tutto questo non le succederebbe. Ilenia se ne dispera, eppure ci prova.  Va dal barbiere, si fa rasare i capelli,  cerca abiti più simili a quelli dei compagni maschi, prova e riprova allo specchio posture, modi di camminare, atteggiamenti.  Eppure le cose vanno ancor peggio.  Prima di tutto perché si sente malissimo (cosa sta facendo?  Si maschera?  Si traveste? Cerca di essere quello che non è?  E cosa è?).  E poi perché le provocazioni dei compagni, invece che attenuarsi, si aggravano.
In questo racconto quello che colpisce di più è che, nonostante tutto questo, Ilenia conserva l’amore per lo studio.  E’ sempre molto brava a scuola, sempre tra le prime della classe.  Questa, che è la migliore delle reazioni possibili, non è la più frequente. Per Ilenia sarà un elemento fondamentale della sua salvezza, insieme a molte altre cose che le succederanno più avanti, come gli incontri con persone a lei simili, e alla vita associativa che via via andrà sviluppando. Ma per la maggior parte delle persone – lo sa bene chi, come me, ha lavorato come psicoterapeuta – condizioni ambientali così avverse, così mirate a distruggere la stima di sé, impediscono reazioni positive e stimolano quelle di natura depressiva: fanno ritirare in se stessi, impediscono di esprimere anche le capacità che si possiedono e ciò finisce per confermare la disistima in se stessi e nel mondo, bloccando il futuro.
Se un messaggio viene da questa parte del libro direi che è questo, rivolto soprattutto ai ragazzi e alle ragazze:  se tutto intorno a voi va male, non mollate quello che vi piace e che potete fare in proprio, come leggere e studiare, o coltivare qualsiasi vostra capacità che vi dia soddisfazione, anche se nessuno ve la riconosce.  Perché, quando vi chiedete angosciosamente chi siete, lì trovate la vostra risposta.  O, almeno, una prima possibile risposta.  La seconda è che “col tempo le cose cambiano”.  Sono già cambiate moltissimo.
La solitudine si è ridotta.  Le possibilità di incontro moltiplicate.  La rete consente scoperte, informazioni, incontri un tempo impensabili.  Le associazioni di autoaiuto e di sostegno alla socialità e alla ricerca di una dimensione esistenziale vivibile si sono incalcolabilmente moltiplicate.  L’attività politica volta all’affermazione dei diritti è oggi alla luce del sole.  Già oggi, nulla è come prima. Nel libro si trovano poi informazioni sui graduali cambiamenti legislativi per la riattribuzione di genere all’anagrafe e per il cambio del nome sui documenti, cambiamenti che ci sono già stati e quelli che ancora si attendono. Si trovano informazioni sui cambiamenti già avvenuti nelle definizioni di questa condizione da parte della psichiatria, assestata oggi sulla quasi benevola definizione “disturbo della identità di genere” o “disforia di genere“, e di quello ancora atteso della cancellazione definitiva dall’elenco delle malattie dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (come già avvenuto per l’omosessualità, definita oggi come “normale variante della sessualità umana“). Ci sono cenni di storia dei movimenti LGBT nel mondo, e qui in Italia.
Ed infine, appena accennata, anche la questione filosoficamente più complessa e forse più interessante, su cui molto accesamente si discute, all’interno del movimento, e si discuterà ancora:  l’adeguamento del corpo con ormoni e chirurgia – percorso lungo e sofferto, e difficile da realizzare davvero – risponde ad un vero proprio bisogno o si tratta ancora di sudditanza ad una visione binaria del mondo che vuole tutto incasellato nel maschile o nel femminile, senza vie di mezzo?  O non sarebbe meglio  che l’ambiente attorno si abitui sempre più a vedere persone la cui appartenenza di genere non è definita o stabile? Questa forse è la domanda delle domande.

 

NdR: Valeria Rosini è psicanalista

MSQ→AMS→PAR #5

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di Andrea Inglese, Barbara Philipp, Aleksei Shinkarenko

Quinto episodio, di cinque. In versione italiana, primo, secondo, terzo e quarto. In versione francese sul sito amico Remue.net, premier, deuxième, troisième e quatrième. Sulla natura del progetto, leggere in coda al pezzo.

Quello che vedo, lo vedo bene, sì, almeno, è l’impressione che mi fa, tutto quello che vedo sembra buono,

Nitimur in vetitum: Tabù di Giordano Tedoldi

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di Alfredo Zucchi

Il romanzo nicciano è un genere a parte: una narrazione di pensiero, il cui motore ha a che vedere con la figura dell’eticità dei costumi – la morale, si usa dire semplificando, ma così facendo si riduce e si strozza la questione. Svetta tra i romanzi nicciani L’uomo senza qualità di Robert Musil.

Negli ultimi anni in Italia sono apparsi due notevoli romanzi nicciani: Contronatura di Massimiliano Parente e Tabù di Giordano Tedoldi, presentato da Tunué in occasione del trentesimo Salone del Libro di Torino. Mentre Parente in Contronatura prende la via cafonal,  la scelta di Tedoldi è più letteraria: affonda le radici nel genere del dramma borghese per piantarvi il seme della discordia –  per sfondare e attraversare il genere, appropriandosi, passo a passo, di forme e contenitori diversi (simbolismo, espressionismo, rappresentazione sacra). In qualche modo Tabù ripercorre, al suo interno, le stesse tappe che abbraccia il teatro di Strindberg (tra i nicciani della prima ora: non tedesco, non contaminato dal nazismo, non francese né esitenzialista – una rarità).

Le convenzioni narrative del dramma borghese (la lingua, i personaggi, il contesto, i conflitti) sposano alla perfezione il veleno che il narratore delle prime tre parti del romanzo, Piero Origo, ha nella lingua. Si adattano ai suoi fendenti, si lasciano martoriare. Il movimento (in discesa: è vera catabasi) che porta Piero da una casa borghese, dove scopa la moglie del suo migliore amico, alla rovina è vertiginoso. Piero è affilato come il rasoio di un Occam autolesionista[1]: il suo desiderio distrugge e ricrea; il suo pensiero non accetta mediazioni o consolazioni – davanti al dubbio supremo, non esita a colpire e colpirsi. Piero crea dubbi, fenditure, ferite in chi lo circonda – dubbi sui valori, sulle leggi che si ritengono inviolabili, sulla stessa desiderabilità del punto di vista normativo. È un personaggio col martello. La forma delle prime tre parti del romanzo è una grotta o uno scavo fino al cuore pulsante delle cose.

Ci sono tuttavia almeno due Nietzsche. Quello che Tedoldi interroga, e a cui attinge, è il Nietzsche novecentesco: apollineo e dionisiaco, anticristo, il Nietzsche di Bataille (noi senza paura/ tante aurore devono ancora risplendere). L’altro Nietzsche, quello del ventunesimo secolo – i cui pensieri speculativi vengono oggi ripresi e citati nel quadro della teoria dell’evoluzione, da fisici teorici nel contesto della meccanica quantistica – nessuno l’ha ancora interrogato in letteratura. E di fatto, proprio quando Tedoldi si allontana inesorabilmente dalla cornice del dramma borghese – non nei temi ma nella forma: dalla quarta parte in poi – il libro comincia a soffrire.  La prima avvisaglia è l’emergere dello strato metatestuale, prima sopito o innocuo (i cambi di voce, il libro che si fa oggetto e soggetto narrativo, l’improvviso tu al lettore, le false attribuzioni, la cifratura dei toponimi).

La seconda riguarda gli inserti fantastici. C’è modo e modo di interrogarsi su “cosa sia il reale” – l’indagine vorticosa, spiazzante, violenta e delicatissima della prima metà del libro, poggiata sulle basi salde del realismo letterario, fa spazio a una forza diversa nella seconda metà, una forza che proprio mentre impenna nel fantastico non riesce a prescindere dalla traccia della verosimiglianza: vuole una prova – per quanto inverosimile e tirata per i capelli essa sia – una prova dirimente. Sembra che nei passi finali, e in due svincoli decisivi, l’autore non sia riuscito a inventarsi di meglio, che abbia voluto, a ogni costo, costringere la storia in una direzione, quando forse quest’ultima intendeva prendere altre pieghe.

(Un anno fa, in un intervista via posta elettronica in occasione della ristampa di Io odio John Updike, quando ho citato una frase di Julio Cortázar in cui lo scrittore argentino indica una differenza ontologica tra forme narrative brevi e forme estese, Tedoldi ha risposto: «Il platonismo è una cosa seria, troppo seria per lasciarla in mano a Cortázar.» Mi pare invece che una dose del tunnel cortazariano avrebbe solo giovato alla chiusa di Tabù – in qualche modo, in narrativa, la chiusa di una testo, la sua possibilità e la sua esecuzione, è la prova ontologica).

 

Nonostante questi dubbi – questi strappi che costringono il lettore fuori dal flusso fino a quel momento impetuoso, irrefutabile del testo – anche nella seconda metà del libro si verificano momenti di puro rapimento. La voce del narratore principale delle parti 4-6, Padre Eusebio Kuhn – le sue esperienze, la sua moralità, la sua percezione distorta – immersa nella rovina di Piero, allarga ulteriormente lo spettro – se Piero può tutto e niente, vuole tutto e niente, il desiderio trattenuto e filtrato di Eusebio dona al libro la spinta essenziale del voyeurismo. L’intreccio tra i due personaggi rivela inoltre un altro tema nitzscheano fondamentale: l’amicizia virile. Un legame forte e debole allo stesso tempo, in cui, a differenza della relazione di Piero con Domenico, suo sedicente migliore amico, non si fugge il conflitto ma lo si cerca costantemente – in cui la serenità è una ricompensa, una rarità post bellum.

 

La capacità di Tabù  di soggiogare il lettore sta anche, forse soprattutto, nella precisione e profondità con cui Tedoldi descrive le dinamiche relazionali. Solo, tête-à-tête, trio, partouze: c’è tutto nel romanzo. C’è una capacità di penetrare i pensieri e le voglie di ognuno e di tutti, di giocare col binomio sacro oscenità-evidenza con maestria e naturalezza – un acume psicologico che ammalia, seduce e feconda come una serpe.  In questa traccia, in cui ogni gesto, ogni desiderio, è spontaneo e ipocrita insieme, spiccano le pagine sull’amore di Piero per Emilia, la moglie del suo migliore amico – l’amore a distanza, ormai ritualizzato, idolatria pura  e morte viva; allo stesso modo spicca il gesto fondatore della relazione tra Piero e Eusebio, principio primo dell’amicizia dionisiaca. E in realtà ognuno dei personaggi principali porta con sé un carattere unico e indimenticabile (Antonia l’amazzone, Dolly il furetto di dio, Marco il rosicone, Eva Kate Moss, Messabianca la Pura), possiede una forza che viene dalla riduzione delle variabili a un unico elemento essenziale. Questa riduzione agisce come un detonatore di conflitti atomici tra i personaggi – le esplosioni, a loro volta, lasciano strascichi perduranti, irreversibili.

 

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Tabù
Giordano Tedoldi

Latina, Tunué, 2017

  1. 360

 

 

 

[1] Occam autolesionista fa l’amore con gli animali: rappresentazione non-naturalista, fedele, di Nietzsche all’apice dell’euforia torinese.

Spiagge, eterotopie, corpolatria

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Date: 2008 - 2012.Location: Piscinao de Ramos, Rio de Janeiro, Brasil.Description: Ramos. Credit: Julio Bittencourt

di Ornella Tajani

Si on ouvrait les gens, on trouverait des paysages.
Moi, si on m’ouvrait, on trouverait des plages.
Agnès Varda
[da Les plages d’Agnès]

 

L’eterotopia foucaltiana è un luogo reale che accoglie la dimensione dell’immaginario. Secondo Jean Rieucau e Jérôme Lageiste, curatori del numero della rivista «Géographie et cultures» dedicato a La plage : un territoire atypique«la nozione di eterotopia di deviazione, intesa come spazio in cui gli individui assumono un comportamento deviante rispetto alla norma prestabilita, aiuta a spiegare meglio l’idea della spiaggia come luogo di fuga, in cui determinate pratiche diventano possibili».

 

 

L’eteropia, continuano i due autori, presuppone l’esistenza di un sistema d’apertura e di chiusura che la isola e al contempo la rende accessibile. La decodificazione dei codici sociali riscontrati in spiaggia può consentirne una migliore comprensione come costruzione sociale e culturale. L’eterotopia costituisce anche una rottura temporale, una fuga dalla vita quotidiana.

Per Gorges Cazes, la spiaggia è «una successione di desideri dominanti».

 

 

Mostriamo il nostro corpo – scrive Lageiste -, ci offriamo ostentatamente allo sguardo altrui, al desiderio altrui […]. Il gioco sessuale praticato in spiaggia ricorda in molti modi le tattiche d’approccio primitive e ormai vietate. Così il sesso costituisce senza dubbio uno degli elementi d’attrazione della spiaggia. In Brasile la «corpolatria» è ormai talmente intrinseca […] da aver assunto le forme di una grande esposizione pubblica dei corpi sulle spiagge urbane.

 

 

Corpi. E da ognuno
si leva una voce. Molti
come cercando, come andando lenti
verso una sacra meta
camminano nell’acqua.
Altri più frettolosi sulla riva
portano passi decisi verso un niente.
Qualcuno più piccolo scava, edifica,
qualcuno disteso, immobile
sonda i propri complicati pensieri.

Questa è la carne della specie
stesa sotto un cielo magnetico
[…]
Mariangela Gualtieri
L’agosto celebrava proprio là
la sua grande orgia pagana

da Le giovani parole (Einaudi, 2015)

 

 

«Si tratta di relazionarsi con una natura addomesticata, facile da conquistare, soddisfacente dal punto di vista del gioco che vi si svolge […] La spiaggia non richiede nessuna competenza fisica, morale o intellettuale per poterne fruire. La spiaggia appare come un luogo riposante perché offre un compromesso fra il confort della distesa sabbiosa e il carattere imprevedibile, indomabile del mare che la osserva a distanza» [Lageiste].

 

 

Le foto sono tratte dalla serie Ramos di Julio Bittencourt [qui il suo sito], che ha fotografato per tre anni le piscine artificiali di Ramos, fra le favelas della zona nord di Rio de Janeiro. Nella sua prefazione al libro che presenta questo lavoro, Martin Parr ha scritto: «you can almost smell the beach when you look at these images».

 

Il paesaggio pensato di Mario Giacomelli Intervista con Arturo Carlo Quintavalle

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di Corrado Benigni

«Quante cose col passare degli anni si dimenticano…Ma ricorderò tutta la vita Mario Giacomelli che arrivava dalla sua Senigallia a lasciarmi una busta rossa con le sue fotografie. La sua delicatezza e gentilezza. Giacomelli era un uomo schivo, umile, generoso, che quasi mai raccontava di sé. Per lui parlavano le sue fotografie». Così Arturo Carlo Quintavalle, già professore di Storia dell’arte medievale all’Università di Parma, tra i primi in Italia a scoprire il talento di Mario Giacomelli, ricorda il grande fotografo. Nel 1980 ha curato la prima importante monografia analitica sul maestro marchigiano, in occasione della grande mostra al Centro Studi e Archivio della Comunicazione di Parma. Come scrisse allora nel saggio introduttivo del volume: «L’intera fotografia di Giacomelli si può leggere, trascrivere come autoanalisi come e forse molto più di tante altre, e se si dovesse indicare per essa una valenza, o almeno una valenza emergente, questa pare essere forse l’angoscia, e la pulsione di morte unita insieme ad un mitico sogno, quello della memoria che, come ogni ricordo, è appunto amore».

Tra i temi trattati dal fotografo marchigiano, quello del paesaggio è stato senz’altro il più importante, un motivo che ha percorso dall’inizio alla fine il suo lavoro. «L’opera di Giacomelli ha segnato in modo decisivo il formarsi di un nuovo approccio nei confronti della fotografia di paesaggio», spiega Quintavalle.

Quando e come vi siete conosciuti?

Negli anni Settanta, un periodo in cui io facevo la spola tra l’Italia e le università americane, dove ero già stato nel 1964 alla University of Chicago. Un tecnico della fotografia, mio collaboratore all’università, Rienzo Losi, che andava in vacanza in un campeggio delle Marche, mi disse che era diretto da un bravo fotografo e che dovevo assolutamente conoscerlo. Io, in quegli anni, ancora non sapevo chi fosse. Così un giorno è venuto a Parma per mostrarmi le sue fotografie. Mi sono accorto subito che erano foto di alta qualità e da lì è cominciato un rapporto che è durato negli anni, fino a fare la mostra allo CSAC nel 1980. In quell’occasione ho curato un importante volume sulla sua opera, dove sono stati ripubblicati molti testi sul fotografo, fra cui quelli di John Szarkowski, Nathan Lyons, Giuseppe Turroni. Io stesso ho introdotto la mostra e ho costruito una scheda sui diversi nodi delle opere. Penso che quel volume possa ancora oggi essere utile, l’ho realizzato dialogando con il fotografo. I miei incontri con Giacomelli si sono prolungati nel tempo, anche dopo la fine della mostra, lui era molto schivo, ma sempre generoso, arrivava, magari quando tornava da Milano, lasciava la busta rossa con le foto da donare allo CSAC e poi partiva, magari salutandomi soltanto davanti alla porta dell’aula dove facevo lezione.

Cosa la colpì di Giacomelli?

Aveva un bello sguardo, era una persona dolce con una bella stretta di mano e uno sguardo ironico. Non era un teorico della fotografia e tantomeno disquisiva sul bello, credo avesse però una forte cultura storico-artistica, almeno sull’arte contemporanea. Certo quando scorreva con me le fotografie che mi portava, non le spiegava mai, né sul piano tecnico e nemmeno sulle scelte di taglio, di temi, o altro. Parlando diverse volte ho capito che, ad esempio per il paesaggio, lui intendeva modellarlo e quindi suggeriva ai contadini di scavare i solchi col trattore in determinati luoghi e secondo un disegno preciso, insomma una Land Art in chiave marchigiana. Ma la spiegazione di quelle scelte, di quelle rappresentazioni del paesaggio nasce dal suo dialogo con Alberto Burri, con cui deve avere avuto scambi e comunque una diretta conoscenza delle opere. Insomma Giacomelli era tutto fuorché una persona estranea al dibattito culturale.

Perché, secondo lei, era così restio a parlare del proprio lavoro?

Innanzi tutto per pudore. Aveva sì la consapevolezza di essere un grande e originale fotografo, ma non come altri che misteriosamente a quel tempo erano professionalmente forse più affermati di lui. Certo ogni sua fotografia era costruita. In alcune ricerche tarde era sua abitudine portare con sé degli oggetti, dei frammenti del mondo contadino che poi disponeva negli spazi che intendeva riprendere. Il suo era uno sguardo attento agli spazi, al modellarsi del paesaggio ma anche ai frammenti, ai dettagli più minuti, aveva un profondo senso della materia e della sua durata. E aveva una forte attenzione alle persone, come si comprende bene dai ritratti. Pensando al paesaggio, quel progetto di disegno dei solchi, e la scelta delle riprese dall’alto, magari dall’aereo, e poi la decisione di tagliare le foto in un certo modo e di controtipare i negativi per aumentare i contrasti ed eliminare molti dei grigi, tutto questo era una scelta consapevole che fa, di supposte fotografie realistiche immagini di totale invenzione. Giacomelli certo non legge le sue Marche o l’Appennino centroitaliano come un paesaggio da cartolina, si trasforma invece in progettista di una ricerca, di un’arte che ripensa un territorio. Insomma una diversa idea, una land art che penetra nel profondo della storia, come dicevo, legata a un diverso senso della materia e della sua durata.

Eppure lui non si sentiva vicino alla Land Art…

Vero. Se noi adoperiamo i catrami, le muffe, i gobbi, le cuciture, i sacchi di Burri, abbiamo una chiave di linguaggio per capire il senso della materia e la costruzione di Giacomelli; bisogna però considerare che le fotografie si costruiscono con un progetto mentale. Giacomelli lavorava in camera oscura in maniera incredibile, controtipava i negativi per indurirli. Rielaborava molto le immagini in laboratorio; in questo modo le fotografie che stampava avevano una forte incidenza sul piano della scrittura, della grafia. Il modo di stampare di Giacomelli mi ha sempre ricordato il lavoro di Giovanni Battista Piranesi, i suoi numerosi passaggi sulla lastra prima di arrivare all’immagine finale, all’ultimo ‘stato’ dell’incisione. Questo discorso non c’entra con la Land Art, ma ha a che fare con la scrittura, la grafia e l’accento delle sue fotografie. I fotografi, anche se in apparenza non hanno una formazione accademica, hanno sensibilità e cultura precisa e conoscono molto di più di quello che la gente, guardando i loro scatti, riesce a intendere: dietro il lavoro di Giacomelli si sente l’attenzione a Burri, ma anche a Castellani e a Lucio Fontana.

Che importanza ha il tema del paesaggio nell’opera di Giacomelli?

In Giacomelli, ripeto, il paesaggio è progettato, costruito, nulla è lasciato al caso. Le sue fotografie sono sempre delle scene vuote, con rarissime figure, costruite con grande rigore. Nei suoi paesaggi c’è grande attenzione per l’ordine geometrico. Se dovessi pensare e spiegare Giacomelli come un inventore di immagini, direi a uno studente di approfondire Mondrian o Malevič, l’astrazione, e poi di guardare come quelle griglie finiscono nelle cosiddette foto ‘di natura’ di questo autore. Se non si fa questo non si possono comprendere le sue immagini. Nelle foto di Giacomelli non c’è la contemplazione o il patetismo dell’Informale, e nemmeno sublimazione, ma durezza. Proprio nei paesaggi c’è una cattiveria, in qualche maniera un pessimismo nel considerare le cose. Sono un racconto di vita e hanno il senso di un testamento.

Le serie dei Paesaggi in che rapporto stanno con il ciclo del Motivo suggerito dal taglio dell’albero?

Credo che il taglio dell’albero, con le immagini delle concrezioni, della scorza, a volte delle radici, sia un discorso sul tempo inteso come durata, come storia, proprio come nella serie dei Paesaggi. Poi si potrebbe fare un’interpretazione autobiografica, ritrovando in esso la metafora della vecchiaia, della morte, della paura. Lui aveva una consapevolezza precisa e viveva confrontandosi molte volte con la fine. Viveva la durata della vita e rappresentava l’albero come angoscia della morte. D’altronde in pittura l’albero isolato è da sempre una rappresentazione autobiografica palese.

Nelle nature di Giacomelli, pur in assenza di presenze umane dirette, forte è la componente antropomorfa, spesso come proiezione del suo sguardo, della sua immaginazione.

Nella sequenza dell’albero tagliato, abbattuto, ferito, scorticato, ritroviamo lui. L’isolamento dell’albero, il suo taglio, è una proiezione autobiografica dell’autore. Ci sono fotografi che si raccontano e parlano fin troppo e altri che parlano pochissimo, come Giacomelli. Il paesaggio ha invece soprattutto a che fare con la figura della madre, una terra madre, appunto, una figura femminile. Potremmo interpretare il paesaggio di Giacomelli come interpretiamo quello di Giorgione. Nella Venere di Dresda il paesaggio sul fondo del quadro corrisponde all’articolazione del nudo di donna in primo piano. O, ancora, certi paesaggi di Giacomelli ricordano quelli del tardo Giovanni Bellini; l’idea insomma di un paesaggio che si fa figura.

Nelle colline e nei pendii che fotografa c’è anche una componente sensuale.

Proprio la sensualità è una chiave per capire i paesaggi di Giacomelli. Lui ha uno sguardo sensuale su queste curve della terra, delle colline, vede, forse evoca, forme femminili. Coglie in questi paesaggi da un lato la dolcezza, la sensualità, dall’altro l’angoscia. Eros e thanatos, potremmo dire.

Come uno scrittore fa con un racconto, che ha un inizio, uno sviluppo e una fine, Giacomelli ha costruito vere e proprie narrazioni per immagini. Per questo le sue fotografie dei paesaggi risultano così organiche pur essendo state scattate in anni diversi.

È così. La dimensione, il contrasto, la sequenza delle fotografie è esattamente questo. Per Giacomelli era importante la scelta del ritmo e del senso narrativo che dava a ogni ciclo. In generale la chiave per comprendere le fotografie di Giacomelli è leggere le sue immagini come pagine di un diario, diario di un rapporto fra un grande autore che, attraverso le fotografie, racconta le sue ossessioni, le sue angosce, le sue paure. I grandi paesaggi di Giacomelli sono densi di paura, di un senso di morte durissimo, come molti quadri di Burri. Naturalmente Giacomelli era una figura veramente generosa, aperta, ma non direi solare. Solo a lui poteva venire in mente di realizzare fotografie come quelle di Verrà la morte e avrà i suoi occhi. Qui la pelle dei vecchi è corrotta come le terre dei paesaggi che lui fotografa.

Dalle fotografie di Giacomelli si intuisce la sua straordinaria immaginazione analogica, come forma di pensiero e di sguardo sul mondo.

Io credo che lui riconoscesse nel naturale come l’esistenza di un corpo e credo percepisse e considerasse le colline come corpi fisici, corpi da “vestire” con un aratro, un trattore, corpi da mascherare con delle coltivazioni, corpi che avevano una precisa esistenza. La sua formazione letteraria non era vicina a Montale o Saba, piuttosto poteva evocare certe poesie di Giovanni Pascoli, le Myricae, soprattutto, ovvero Cesare Pavese, in particolare il Pavese de La luna e i falò. La sua opera è tutta tesa a raccontare un’ossessione di morte ma anche la memoria di un paesaggio amato. Tuttavia la sua cultura era attenta soprattutto alla ricerca figurativa, ho detto di Burri e Fontana, ma conosceva a fondo anche l’astrazione, quella storica, indispensabile per capire l’impaginazione, la struttura delle sue opere. Giacomelli si lega comunque piuttosto alla ricerca di Paul Klee che a quella di Max Bill o di Josef Albers. Non era vicino a Morlotti, a Birolli o a Cassinari, che pure raccontavano altri paesaggi; il loro, infatti, è un paesaggio evocato, pensato attraverso Cézanne ma scomposto, corroso dalla matrice Informale. Quello fotografato da Giacomelli è invece un paesaggio vissuto, amato, stratificato di memorie dell’arte ma anche segnato dal dramma, dalla denuncia di una solitudine, dalla sconsolata consapevolezza della fine.

MSQ→AMS→PAR #4

1

di Andrea Inglese, Barbara Philipp, Aleksei Shinkarenko

Quarto episodio, di cinque. In versione italiana, primo, secondo e terzo. In versione francese sul sito amico Remue.net, premier, deuxième e troisième. Sulla natura del progetto, leggere in coda al pezzo.

Di colpo mi rendo conto che si tratta piuttosto di un’atmosfera poliziesca, voglio dire la mia esperienza, la mia vita assume questo tono, questi colori di poliziesco, pensavo di avere una vita tranquilla, e invece no, la situazione è tesa,

Radio days

4

 

 

London Still Calling

di

Mirco Salvadori

 

 

 

 

 

Lascio la Laguna, mi inoltro nella provincia vicentina e raggiungo Rosà, un piccolo paese alle porte di Bassano del Grappa.

Con un breve reading, immergendomi in un luogo un tempo famigliare, reso alieno dai tanti anni trascorsi lontano dalle strobo, dai banchi mixer e dal danzante sudore, aprirò la porta al passato. Sarò cerimoniere di un rito antico, nero come il vinile che dona il nome alla mia storica meta. Mentre viaggio seleziono i miei pensieri, apro i file dei ricordi ed estraggo un momento zippato e catalogato da decine di anni nel profondo dei miei scassati ingranaggi mnemònici.

Mi ritrovo a percorrere lo stesso tragitto in vaporetto: San Marcuola/Piazzale Roma, appostato nell’unico spazio vitale disponibile di fianco alla cabina di pilotaggio, lí dove nessuno puó travolgerti con l’insulto del braccio teso che sorregge una lancia munita di offensivo cellulare innestato sulla punta, a due centimetri dal tuo volto.

 

 

 

Delle rimembranze: inverno 1979. I file man mano si aprono e torno a quel giorno di 37 anni or sono. Ricordo bene cosa tenevo in mano durante quel tragitto in vaporetto. Lo tenevo bene in vista quel disco con la copertina che urlava London Calling! La usavo al pari di uno striscione durante una delle tante manifestazioni che normalmente frequentavo, ci credevo. Ostentavo la reliquia sfidando chiunque a guardarla, anche solo di sbieco. Chi osava soffermare lo sguardo sulla foto dell’incazzato Paul Simonon in azione riceveva il mio sguardo di disprezzo: che ti guardi, mezze maniche! Lo tenevo stretto sul petto, ero l’unico su quel mezzo pubblico che sapesse cos’era rivolta, rabbia, voglia di rock. Avevo 23 anni e mi sentivo fiero, giovane, sicuro. Quello dell’imberbe stupidità era un territorio a me sconosciuto.

 

 

Guido mentre l’insana e improbabile melodia degli Autechre mi aiuta a rafforzare con tagliente lucidità la visione che torna a quel giorno, suggerendomi sommessamente un pensiero: era tutta una finzione, per me allora era impossibile comprenderlo ma tutta quella boria nascondeva solo una veritá; ero già vecchio e in ritardo. In ritardo sul punk, sull’indie rock , sulla rivoluzione. Ero un vecchio ventitrenne inquieto che stringeva tra le mani un doppio lp per giovani incazzati la cui copertina rendeva omaggio ad un ancor più vecchio e morto eroe, sommerso di lustrini e frange nei suoi bianchi completi da bianco d’America. Nel 1979 la mia consapevolezza era decisamente basica.

 

 

 

Parcheggio ed entro, scendo quegli scalini un tempo superati con fatica cercando di trattenere un carro con sopra due pesantissime casse cariche di dischi. Penetro lungo la navata di questo vecchio tempio dove ben poco è cambiato o forse tutto, chissà. Dovrei chiederlo al buon Lallo, sempre seduto a guardia della sua creatura nel botteghino all’entrata ma lo trovo appoggiato al banco del bar che mi guarda curioso: quando ho sentito il tuo nome mi son chiesto se eri veramente tu quel Salvadori che avrebbe letto stasera, lo stesso della radio, quello delle feste dark, hai idea quanti anni sono trascorsi? Un sorriso gli circonda il viso, un sorriso nel quale mi perdo per qualche istante, avvolto nella densa nebbia della commozione.

 

 

 

La voglia di tornare nel buio quadrato, dietro al banco mixer mi assale, una voglia mista di curiosità malata e pesante consapevolezza del tempo trascorso. Seguo l’insostituibile guida nel limbo di una discoteca un tempo mio paradiso privato. Charlie Out Cazale, divino Virgilio che ancora vigila con aria disincantata sul giovane girone danzante, lo fa dall’alto del suo mai esausto antico elettrodomestico che usa la malìa del Tango come gas refrigerante. Tutto è scomparso, non esiste più la confusione d’un tempo: i dischi dimenticati dal resident dj di turno, il paio di cuffie rotte, i mille bicchieri di plastica testimoni dei mille drinks bevuti, il grande mixer e gli insostituibili giradischi. Tutto è volato via assieme alle stagioni che si sono ininterrottamente alternate per oltre trent’anni. Il furioso vento giunto da un futuro allora remoto ha portato con sé la fredda professionalità di due lettori cd, miseri immobili simulacri rilucenti spie che brillano intermittenti, come invisibili lucciole sospese nel calare della notte.

 

Lascio la postazione di mixaggio e torno al bar mentre i giovani volti d’un tempo, trasformati dallo scorrere degli anni incrociano il mio sguardo. Mi appoggio al bancone stringendo in mano un ritrovato Cuba libre, un tempo il primo di una lunga serie che al pari dei catarifrangenti lungo l’autostrada, segnavano il percorso da qui fino all’alba. Tra poco salirò sul piccolo palco di fronte alla pista da ballo, con il mio raffazzonato reading aprirò le porte al rock, quello da anni elegantemente indossato da Renato Abate in arte Garbo.

 

Ci siamo salutati poco fa al ristorante, ritrovati dopo un primo incontro veloce a Verona qualche anno addietro. Guardo il buon vecchio new waver cercando di immaginare cosa possono vedere i suoi occhi, dietro quelle ampie lenti. Non ci conosciamo affatto, se non per via di qualche recensione e intervista dedicate a lui e ai suoi dischi, i pochi ancora rimasti di un’era per me lontana, i pochi che ancora riesco ad ascoltare senza cambiare traccia dopo il primo riff. Non siamo in amicizia ma sento di condividere la stessa provenienza. Apparteniamo al medesimo mondo antico, un luogo che ho lasciato tempo fa, lo stesso che ancora lo accoglie e forse protegge.

 

Passo al secondo drink ed entro nel backstage scambiando qualche parola di rito; sono un ospite di passaggio, viandante senza amici nè legami giunto da un luogo lontano, anima in pena che si fermerà il tempo necessario a capire dove realmente si trova. Ora mi nutro di strane sillogi che odorano di silicio, penetro nei circuiti indefiniti dei numeri e galleggio in assenza di peso nello spazio che si crea tra il silenzio e il suono che produce. Al ritmo delle pelli preferisco quello dei tasti del laptop, allo scalmanato fragore elettrico abdico, nascondendo le tracce della mia fuga dentro scie di purezza elettronica. Sono un ascoltatore che corre costantemente avanti, felice di perdersi in luoghi nei quali sentirsi ancora capaci di attendere con stupore lo scorrere della puntina sul prossimo solco.

 

 

Alberto Milani, bravissimo chitarrista del gruppo di supporto inizia il suo improvvisato carpet sonoro sul quale tra poco inizierò a stendere la mia storia colorata di nero, nero fitto come il colore di quei capelli e di quelle unghie che ancora abitano il mio ricordo. Sarà un breve racconto per celebrare gli anni del fulgore oscuro, quel lasso di tempo racchiuso nel trattino che unisce il post al punk. Una recita più volte interpretata nella vita e sul foglio di carta:

 

Agli Amici che ci hanno lasciato.

Ai new wavers con i quali ho condiviso lunghi tratti di cammino.

Alle donne e agli uomini di oggi che, un disco nero corvino tra le mani, sorridono ancora inquieti ma colmi di esperienza e di Vita …

 

Leggo mentre la mano serra il microfono in una morsa dolorosa, leggo mentre la chitarra incalza il mio raccontare, leggo davanti ad un mare in tempesta che spuma e si infrange contro il banco del bar, un oceano di ondate che urlano e ridono, flutti incontrollabili di giovani vite distanti anni luce da quanto sto volontariamente disperdendo attraverso l’amplificazione del mio raccontare. Forse qualcuno anche mi percepisce, penso mentre leggo, qualcuno che rispetta le regole dell’ascolto, qualcuno che ha vissuto con me quel periodo, qualcuno che c’era e comprende la lingua con la quale mi esprimo. Il basso incalza la chitarra, la mia storia volge alla fine mente goffamente mi inchino davanti al lieve e sempre atteso applauso.

 

Serata di full immersion nel suono d’un tempo, questa. Eccolo lì, in pieno open act a precedere con la sua band il live di Garbo. Il ricordo del Valente amante dell’art decò mi coglie di sorpresa. Un altro superstite di ere remote trascorse seduti sugli scalini della Fenice. Punk, new wavers, new romantics, freaks e ragazzi comuni seduti tutti sugli scalini di un gran teatro delle arti nel quale solo pochi riusciranno in seguito ad entrare. Eccolo interpretare il ruolo del frontman suo malgrado intonso, candido nella sua assenza di alcol e droghe che lo trasformano in attore tenero ed elegantemente educato, dietro un microfono abituato all’urlo sporco di rabbia.

 

La sua intenzione di morir giovane è meravigliosamente fallita, è riuscito ad indispettire il tormento che forse ancora alberga lì dentro, nelle sue più intime fibre. Un fidato cubino pericolosamente appoggiato sul synth alla sua destra, il principe dell’avanguardia musicale italiana anni ’80, colorata di inconfondibile elettro-rock, si offre al suo pubblico. Lo fa naturalmente sapendo di avere alle spalle una band decisamente preparata e affiatata. Garbo distribuisce le sue ultime manciate di dolci rêveries e testi impossibili da scordare. Da abile frequentatore di palchi sa come ammaliare il suo pubblico giocando la carta del paternalismo da viveur sfoderato con furba ironia nelle lunghe pause tra una canzone e l’altra. Avvolge e affascina le ragazze degli anni ’80 che lo imitano cantando a squarciagola tutte le sue canzoni, scende dal palco e con timbro di voce inconfondibile coinvolge una platea con la quale interagisce e si diverte. Siamo ben lontani dall’icona androgina, lontani da Berlino e da quella classica domanda che tutti ora iniziano a porgli. Lontani dalla morte e dalla fredda determinazione romantica di un’epoca che si prendeva troppo sul serio. Assisto in disparte alla performance di un grande entertainer che non riesco più a collocare nel tempo, le immagini mi giungono al rallentatore. Dove siamo esattamente ora tu ed io Renato? Che ci facciamo in questo luogo che, diciamocelo, non ci appartiene più. Alza il volume, sintonizzati su Radioclima e aiutami a fermare questa noia che va, aiutami a capire una volta per tutte quanti anni ho, quanto pesa il tempo che ci portiamo appresso. Il rock preme, aumenta il suo battito e sfonda la barriera di contraddizioni che mi tiene in bilico tra i due mondi nei quali da sempre mi dibatto. Mi unisco al coro imprimendo al mio comportamento un’improvvisa e non prevista accelerazione mainstream. Ora canto, canto con te Renato e chi se ne fotte se qualcuno passando mi vedrà intonare “…e dentro a quel letto mi sento protetto dal tempo che esplode e chiede di me!”.

 

 

Mi avvio verso l’uscita girando le spalle a quell’attimo di tempo ancora sospeso sulle note di On The Radio, un omaggio al Bianco Duca. Una canzone nata nella Berlino…dove tutto andava bene. Parole che profumano di radio e di stelle tra le quali Bowie ora si muove con tutta l’agilità dell’esperto astronauta. Avvio il motore e guardando di sfuggita lo specchio retrovisore scorgo l’espressione sicura di uno sguardo convinto; Londra chiama e lo farà per molto tempo ancora.

 

CREDITI FOTOGRAFICI – LUCREZIA PEGORARO               **esclusa la foto 1