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Mangiare Bere Abitare

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È un detto popolare lancinante quello che il Forum dei bisogni – Mangiare Bere Abitare ha scelto per chiudere le attività del 2012. “Il sazio non crede al digiuno” significa infatti che il bisogno è incomunicabile, che è impossibile per gli esseri umani capirsi quando c’è da condividere la mancanza. Una impossibilità ancor più inquietante quando si pensa che il bisognoso è di solito il “senza-parola”, colui che non può dire da sé la propria condizione. “Il sazio non crede al digiuno” significa pertanto che noi tutti non riusciamo a credere a nessuno dei discorsi che ci vengono proposti a proposito della povertà: nonostante i tempi che corrono, nonostante l’evidenza che è oggi sotto il naso di ognuno.

Dopo aver invitato a discutere economisti, antropologi, operatori sul territorio, filosofi e artisti affinché incrociassero saperi, competenze, modelli e proposte di soluzione, il Forum chiude la prima fase dei suoi lavori facendo il consuntivo di cinque intensi mesi (luglio-dicembre) e rilanciando verso le attività del 2013 con tre brevi interventi di Giancarlo Alfano, Carmelo Colangelo e Gabriele Frasca.

Il ponte tra la fame e l’abitare, tema del prossimo anno, è invece affidato a Enzo Moscato, che per l’occasione propone un suo monologo sullo statuto insidioso del domestico a Napoli: quale fame e quale abitare ci stanno intorno? Quali presenze ribattono sul presente?
A partire da gennaio 2013 si comincerà una sorta di call for paper (o richiesta di contributi), un appello a partecipare alle iniziative del Forum anche per costruirlo insieme. Cos’è oggi il bisogno abitativo? Un tema senza dubbio adatto a chi condivide lo spazio di Nazione indiana.

La terra di Scajola dove scorrazzano i clan

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di Giuseppe Conte

Due elicotteri e 200 carabinieri in azione prima dell’alba, sul cielo e per le strade di Ventimiglia. È un dispiegamento di forze che fa pensare a una azione di guerra. E di guerra ormai si tratta. La’ndrangheta: vi ricordate la smorfia tutta ligure di fastidio con cui Sandro Pertini pronunciava questo termine?
C’era in quella smorfia la riprovazione e l’orrore che dovevano essere riservati a un fenomeno paragonabile a un cancro nell’organismo di una società.
Che smorfia comparirebbe oggi sul volto di Pertini sapendo che l’estremo Ponente della sua Liguria è in mano alle cosche calabresi, che dai tavoli di un ristorante di Marina San Giuseppe, il lungomare di Ventimiglia, un anziano signore di nome Peppino Marcianò tesseva le fila della politica, dell’amministrazione, dell’economia di una ricca fetta della regione, e distribuiva consigli, raccomandazioni, avvertimenti, appalti, secondo il più collaudato stile mafioso?
Quello che preconizzò un magistrato coraggioso come Anna Canepa si è avverato: Ventimiglia è diventata come Gioia Tauro.
E Vallecrosia e Bordighera non sono da meno. Avevo dalle colonne di questo giornale lanciato un grido d’allarme quando i consigli comunali di Ventimiglia e Bordighera furono sciolti per infiltrazioni mafiose.
Invitavo a ribellarsi, perché, al di là dell’aspetto giudiziario della vicenda, c’erano tutti i segni di un degrado etico, culturale e soprattutto politico contro cui bisognava agire. Oggi lo scenario è ancora più vischioso, si sono aperte voragini ancora più profonde, il fango sta schizzando dappertutto.
Due ex sindaci, di Ventimiglia e Bordighera, vengono indagati per concorso esterno in associazione mafiosa, il sindaco in carica di Vallecrosia per voto di scambio. Indagato è anche un ex city manager, espressione pomposa, a un filo dal ridicolo, per chi, secondo le indagini, ha dedicato la sua indubbia intraprendenza a far aggiudicare il grosso degli appalti a ditte di proprietà delle cosche. Non finisce lì: un ex vigile urbano è accusato di fare da cinghia di trasmissione tra cosche e municipio. E dalle intercettazioni si evince che Marcianò era in contatto con un ispettore di polizia, con un finanziere: e che il vecchio boss tirava in ballo con calcolata disinvoltura un generale e un giudice genovese cui doveva passare 10 mila euro per avere un trattamento di favore. È una ragnatela di crimini e sospetti che soffocherebbe qualunque società.
Com’è potuto accadere? Avevo ed ho una sola risposta: la’ndrangheta ha trovato terreno fertile nell’estremo Ponente soprattutto perché qui si è verificato ancor più che altrove un pericolosissimo vuoto morale e politico.
L’onnipotente leader di Imperia, quello che non fa muovere foglia senza che lui voglia, quello che poteva far nominare sindaco del capoluogo,non dimentichiamolo, anche Paperina, quello che oggi dice agli avversari interni (quasi tutti uomini inventati o cooptati da lui) di conoscere i loro peccatucci grazie ai suoi contatti con i servizi segreti, voglio dire Claudio Scajola, si è sempre distinto nel sostenere a muso duro che la mafia qui non c’è.
Punto e basta. Se in queste terre la politica è lui, queste terre sono state abbandonate e indifese.
Se la politica è diventata affarismo, speculazione, favoritismo, arroganza, era quasi naturale che la ’ndrangheta ci si infilasse comodamente. Spesso i mafiosi sono, “purtroppo”, come aggiungeva Leonardo Sciascia, più intelligenti degli altri. Stupisce allora scoprire che il vecchio Peppino Marcianò aveva in mano sindaci, amministratori, imprenditori? Il blitz che ha portato al suo arresto viene chiamato “la svolta”. Ma se una svolta vera deve esserci, il repulisti deve essere completo.
I nodi ambigui tagliati. La politica deve ritrovare con energie nuovissime il suo primato morale e ideale.

(questo pezzo è apparso sul “Secolo XIX” del 06.12.2012)

Marina Abramović, in fila al discount delle emozioni

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di Veronica Raimo

Per quasi quaranta anni Marina Abramović ha fatto di tutto per portare a termine la sua missione: dimostrare 1) che lei non era matta, 2) che la performance art è arte.

Tanto zelo ha dato i suoi frutti e nel 2010 il punto numero 2 della questione è stato definitivamente dimostrato in modo inconfutabile: il MOMA le ha dedicato l’imponente retrospettiva dal titolo “The Artist is Present”, il che – secondo la logica dell’Abramović – spianerebbe i dubbi anche rispetto al primo punto: se la performance art è arte, lei è un’artista e non una matta. Ciò che è stato abilmente rimosso è però un’altra questione: la possibilità di giudicare l’arte dell’Abramović una volta dimostrato che si poteva chiamare arte. Lei stessa non sembra porsi questo problema, si descrive sempre come una guerriera, una stacanovista, una che ha cercato di spingere il suo corpo e la sua mente forzando sempre più i limiti dell’umana sopportazione, proponendosi come una specie di Karate Kid della performance. Parlando di sé ricorre a una sintesi interessante: un forte senso religioso e spirituale ereditato dalla nonna, una ferrea disciplina ereditata dai genitori (comunisti). Grazie a una sintesi del genere l’Abramović si trincera in una doppia botte di ferro, da un lato mette in campo un’idea dell’arte legata a un elemento mistico e insondabile (“la paura ancestrale”), dall’altro si assicura un’inattaccabilità di diverso tipo, connessa alle potenzialità del suo corpo allenato militarmente attraverso l’esercizio fisico e la meditazione.

Fin da una delle sue prime performance, Rhythm 0, a Napoli nel 1974, in cui si autoriduceva alla totale passività mentre il pubblico poteva accanirsi sul suo corpo con una serie di oggetti contundenti (fino al rischio scongiurato di arrivare allo stupro o al linciaggio), l’Abramović ha costantemente rivendicato che tutto ciò che accade nel momento della performance è reale, generando quella tautologia secondo cui la performace art è vera perché vera. Se nel teatro, come ci tiene a precisare in una delle sue distinzioni preferite, il coltello è un giocattolo e il sangue è ketchup, nelle sue performance il coltello è un coltello e il sangue è sangue. L’autenticità diventa dittatoriale e autoassolutoria. Il paradosso è che se da un lato l’Abramović ha lottato per non essere considerata una matta, dall’altra ha usato il ricatto dell’autenticità come il vaticinio che si accorda ai matti. Se il sangue è vero, se il dolore è vero, se il corpo è martoriato, se la ferita è reale perché è reale, che categorie critiche possiamo usare? Che ci resta da fare se non annuire e constatare la vulnerabilità umana? La performance, per l’Abramović, congela il tempo in un presente totalizzante. Il pubblico partecipa all’evento e ne diventa parte sostanziale. Se questo negli anni ’70 aveva il senso di una rottura per i modi di fruire l’arte, oggi le performance dell’Abramović sono degli spacci di emozioni per chi ha bisogno di farsi una dose. Non importa che emozioni siano, perché siamo di fronte a un’altra tautologia: se provi un’emozione vuol dire che provi un’emozione. L’azzeramento del pensiero in nome di una dittatura dell’emotività, l’annullamento del passato e del futuro in nome di un presente denso e astorico, è ciò rende ingiudicabile l’opera dell’Abramović se non attraverso un rapporto osmotico di visceralità in cui ci si sente di aver provato qualcosa.

Nella retrospettiva al MOMA, documentata nel film “The Artist is Present” di Matthew Akers e Jeff Dupree, l’Abramović è restata per tre mesi, impassibile, seduta su una sedia mentre a turno i visitatori potevano accomodarsi su una sedia di fronte. È impressionante vedere la quantità di gente che è scoppiata a piangere, o che si portava la mano all’altezza del cuore all’apice dello struggimento, mentre lei non faceva altro che fissarli uno ad uno col suo sguardo addestrato, con disciplina ferrea, a sembrare constatemene intenso.

“È stata una specie di catarsi per loro” spiega l’Abramović, “piangevano come bambini, si sentivano smarriti”.  Klaus Biesenbach, il curatore della retrospettiva al MOMA, rincara la dose: “il pubblico si abbandona incondizionatamente”, “alcuni si innamorano di lei”. Arthur Danto, sottolinea come davanti a “La Gioconda” la gente non resti più di trenta secondi, mentre davanti all’Abramović può passare anche le ore. Cosa dovremmo dedurne? Che se qualcosa ci induce a piangere abbia un intrinseco valore artistico? Che la sofferenza è immediatamente catartica? Che la soggezione provata se qualcuno ti guarda intensamente negli occhi ci eleva nello spirito? Che la durata di visione di un’opera è proporzionale al suo valore?

Tra le persone che si sono sedute di fronte all’Abramović al MOMA c’è stato anche il suo compagno storico, Ulay, che ha lavorato insieme a Marina dal 1976 all’89, separandosi da lei con una performance impegnativa: novanta giorni di camminata per dirsi addio sotto la grande muraglia cinese. Guardarsi in silenzio uno dinnanzi all’altro era un loro cavallo di battaglia ai tempi in cui la performance art stava ancora studiando per prendersi il diploma di arte. Rivedere Marina e Ulay sotto i riflettori del MOMA con lei che si lascia andare alla commozione e gli tende la mano ha scaldato il cuore del pubblico e fatto scattare un applauso, ovviamente anche quello catartico. Il dio dell’autenticità stava di nuovo lì a reclamare il suo sacrificio emotivo. Ma c’è un altro momento nel documentario “The Artist is Present”. Ulay che va a trovare Marina nel suo appartamento di lusso a New York, che è il contraltare perfetto del furgone dove hanno vissuto insieme per anni, lui è impacciato, vestito con dei jeans sformati, un paio di Clog coi calzini, lo sguardo malinconico di chi è rimasto fermo al sogno indistinto degli anni ‘70, si aggira per lo spazio asettico di quell’appartamento senza sapere cosa fare. L’Abramović è l’Abramović. Perfetta. “La nonna della performace art, o la diva”, Ulay non sa come chiamarla. Si dicono le frasi sceme di chi si è amato tanto e si è perso di vista. “Siamo nel terzo atto della nostra vita”, confessa lei. Ulay osserva il ragazzino vestito in puro stile Williamsburg che è diventato l’assistente dell’Abramović, le distinzioni sono chiare: il vecchio e il nuovo, il fallito e l’arrivista, la barba bianca, la barba da hipster. Non succede niente in quello spazio, niente performance, niente gesti eclatanti,  solo il disagio e la tristezza di un incontro che non è più possibile, e quando tornerà – sotto forma di performance – dentro al MOMA – sarà il funerale definitivo di quell’impossibilità. L’emozione infiocchettata di cui il pubblico ha bisogno.

[Questo articolo è stato pubblicato su Orwell. La fotografia è tratta da qui]

Raccontare l’Italia postcoloniale: note sparse su identità e cultura nei documentari Aulò e La quarta via

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di Daniele Comberiati

Nel documentario La quarta via. Mogadiscio Italia di Simone Brioni, Ermanno Guida e Graziano Chiscuzzu, contenuto nel libretto Somalitalia. Quattro vie per Mogadiscio a cura dello stesso Brioni e distribuito da Kimerafilm, viene intervistata la scrittrice Kaha Mohamed Aden, già autrice per Nottetempo del bel libro di racconti Fra-intendimenti. La narrazione qui ha inizio attraverso un paradosso: “È molto difficile per me raccontare Mogadiscio”, attacca Kaha, ed è da questa difficoltà, dalle parole che non vogliono rendere concreto il ricordo, che la capitale somala inizia a prendere forma. Curioso che anche nel documentario Kaha si serva di carta e penna per disegnare la città, per tracciarne linee e confini, così come aveva immaginato qualche anno fa Igiaba Scego in un suo racconto, Il disegno, nel quale una Mogadiscio dimenticata, ricordata e infine ripensata e ricostruita veniva disegnata ad un bambino che non l’aveva mai vista. “Esiste ancora questa città, mamma?” chiedeva il bimbo nel racconto della Scego; la scrittura dunque come luogo della ricostruzione, della negoziazione delle identità e della riformulazione dei ricordi. In La quarta via, se possibile, il segno è ancora più rarefatto; non sono figure ad apparire sul foglio che i registi inquadrano costantemente, come a scandire i tempi della narrazione, ma linee orizzontali ondulate, “vie”, che nella loro giustapposizione (una sopra l’altra, quasi a voler mostrare i segni archeologici della storia, ma anche la complessità delle loro relazioni) rendono il senso di un passato spezzato. La quinta via, di fatto, ancora non c’è, poiché la nostra narrazione si ferma alla quarta, il cui colore grigio (un colore “metallico, senza vita”, dice Kaha) indica la cancellazione dei segni precedenti. La stessa dinamica appariva nel racconto della Scego: anche lì era la matita a dover soccorrere la memoria, quasi che nell’atto fisico, quale ricordo automatico, fossero presenti elementi che il pensiero razionale si rifiutava di mettere a fuoco, per nostalgia, tristezza o paura.


Fra le vie segnate, all’interno del film, c’è molto altro, come ad esempio gli spezzoni di un documentario del 1960, che descrive la fine dell’Amministrazione Fiduciaria Italiana in Somalia. Ad ascoltare oggi quelle parole, si comprende con facilità quanto siano radicati, nella cultura italiana, il retaggio coloniale e gli stereotipi ad esso legati. D’altronde è lo storico Antonio Maria Morone, in uno dei saggi introduttivi del libro, a mettere in guardia dalle banalizzazioni e dai luoghi comuni sul colonialismo italiano: che è stato feroce, violento, inscindibilmente legato alla costruzione dell’identità nazionale quanto quello di altri stati. E non si può certo pensare di addurre ad un progetto politico di “colonizzazione dal volto umano” eventuali carenze organizzative o tecniche che hanno impedito che il programma di violenza e segregazione prendesse ancora più piede.
Vi è inoltre nel film una tensione continua, quasi ossessiva, fra l’immobilità e il movimento; Kaha è intervistata quasi sempre in stato di immobilità, ma in una quiete nervosa: muove gli occhi e le mani sul divano, prende libri, impugna la penna e inizia a tracciare le vie; guarda la macchina all’esterno mentre il Ticino dietro di lei scorre e la riporta col pensiero a Mogadiscio; persino nelle scene girate all’università di Pavia lo spettatore è distratto dai movimenti in campo delle altre persone, perfettamente a fuoco, che interrompono brevemente la stasi del corpo in primo piano. Alcune note finali, a questo proposito, creano un legame fra radicamento e distanza, appartenenza e migrazione, situando il documentario, che va visto “insieme” ai libri che lo accompagnano, all’interno di una riflessione che, da una storia coloniale che potrebbe anche apparire lontana, riporta quasi con veemenza all’attualità e alla riformulazione, oggi, dell’identità italiana.
Nel libro allegato un intervento di un’altra scrittrice somala, Shirin Ramzanali Fazel, che con Nuvole sull’equatore (Nerosubianco, 2010) ha ben descritto i dieci anni di Amministrazione Fiduciaria Italiana, si sofferma sull’Arco di Trionfo, uno dei pochi monumenti rimasti in piedi e risparmiato dalla guerra civile. A partire da questo monumento si intrecciano le storie dell’Italia e della Somalia, che dal periodo coloniale giungono fino ai nostri giorni. Un procedimento, quello di sovrapporre passato e presente, evidente anche nell’altro documentario della duologia distribuita da Kimerafilm, Aulò. Roma postcoloniale (prodotto dalla Redigital di Roma), dove ad essere in scena, questa volta, è la scrittrice di origine eritrea Ribka Sibhatu.

In questo caso gli autori hanno optato per una contronarrazione italiana, la voce e il corpo di Ermanno Guida che fa da controcanto alle parole e alle poesie di Ribka. Documentario prezioso, questo (scritto da Sibhatu e Brioni, per la regia di Brioni, Guida e Chiscuzzu), perché porta almeno a due riflessioni importanti. La prima riguarda l’impiego del mezzo cinematografico nel recupero e nella trasmissione della cultura orale, come già si poteva intuire in La quarta via. La seconda riguarda le relazioni fra Roma e le capitali delle antiche colonie e più in generale le dinamiche fra centro e periferia: nel film Roma è percorsa attraverso le tracce coloniali che vi rimangono e secondo i luoghi che la nuova postcolonialità ha riformulato. Asmara poteva apparire provincia durante il ventennio, eppure già vi si sperimentavano conflitti che rendevano il nostro centro molto più marginale di quanto si poteva pensare.
“Una città è di chi la vive”, conclude Ermanno Guida. E non poteva essere altrimenti, visti i complessi percorsi migratori (coloniali, postcoloniali, ma anche riferiti alla cosiddetta “nuova mobilità”) che i due testi mettono in gioco. E bisognerebbe anche chiedersi, seriamente, quanto stia cambiando la cultura italiana grazie ai processi di immigrazione, ma anche grazie alle nuove emigrazioni, poiché sono sempre di più le persone che si trovano a lavorare sulla cultura e sulla letteratura italiane all’estero (in maniera precaria o strutturata), cercando di ricontestualizzarne le dinamiche di potere e di rimetterne in discussione il canone.

I film trattati nell’articolo sono a disposizione sul sito di Kimerafilm

Simone Brioni, a cura di. Somalitalia: Quattro Vie per Mogadiscio. Somalitalia: Four Roads to Mogadishu. Con allegato il documentario La quarta via: Mogadiscio, Pavia. Roma: Kimerafilm, 2012. Pp. 37. € 15.00. ISBN 978-88-907714-0-8

Ribka Sibhatu. Aulò!Aulò!Aulò! Poesie di nostalgia, d’esilio e d’amore. Aulò!Aulò!Aulò! Poems of Nostalgia, Exile and Love. Con allegato il documentario Aulò: Roma postcoloniale. A cura di. Simone Brioni. Roma: Kimerafilm, 2012. Pp. 41. € 15.00. ISBN 978-88-907714-1-5

 

Daniele Comberiati è chargé de recherches Frs-Fnrs presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha pubblicato la raccolta di interviste La quarta sponda. Scrittrici in viaggio dall’Africa coloniale all’Italia di oggi (Roma, Pigreco, 2007; seconda edizione Roma, Caravan, 2010), i saggi Scrivere nella lingua dell’altro. La letteratura degli immigrati in Italia (1989-2007) (Bruxelles, Peter Lang, 2010) e Tra prosa e poesia. Modernità di Sandro Penna (Roma, Edilet, 2010), autore per il quale ha curato la traduzione in francese di Peccato di gola (De la gourmandise, Paris, Ypsilon, 2009). Nel 2010 ha curato per le edizioni Nerosubianco di Cuneo la raccolta di racconti postcoloniali Roma d’Abissinia. Asmara, Mogadiscio, Addis Abeba: cronache dai resti dell’impero. Nel 2012, sempre per Nerosubianco, ha pubblicato Di eredi non vedo traccia. Storie di tani, mericani e tripolini, raccolta di racconti che affrontano momenti legati all’emigrazione italiana. Nel 2013 vedranno la luce il saggio «Affrica». Il mito coloniale italiano attraverso i libri di viaggio di esploratori missionari dall’unità alla sconfitta di Adua (1861-1896), presso l’editore Cesati, e la curatela, insieme ad Emma Bond, della miscellanea Il confine liquido. Scambi letterari e interculturali fra Italia e Albania, presso l’editore Besa.

 

Chiusa nella mia stanza in un’abissale solitudine

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«il Fatto Quotidiano» 10/12/2012

diario immaginario di Susanna Camusso

di Evelina Santangelo

 

Scrivere aiuta a capire chi siamo, dove stiamo andando…

Scrivere aiuta a capire chi siamo, dove stiamo andando. Per questo di tanto in tanto la sera, scrivo.

Conosco il mare aperto, non lo temo. So orientare la mia rotta, con vele e timoni. Conosco i venti e li so dominare e anche le correnti. L’ho imparato e praticato… come ogni bravo velista, d’altro canto, che sa quel che bisogna fare.

Posso ritenermi una donna dotata di un certo coraggio, dunque, che sa affrontare il mare aperto e che ha partecipato a battaglie sociali e civili coraggiose. E il coraggio, in battaglie del genere, è una qualità che si nutre anche di contagio. Ho contagiato coraggio e ne sono stata contagiata.

Ostalgie canaglia

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Gian Piero Piretto, La vita privata degli oggetti sovietici – 25 storie da un altro mondo, 208 pagine, Sironi, 2012

 

di Gianluca Veltri

L’Ostalgie è la nostalgia per l’impero socialista perduto. Rimpianto o demonizzato che sia, il passato sovietico conosce diverse declinazioni nel blocco dell’ex patto di Varsavia. Nella Germania unificata, nei territori dell’ex DDR, si dispensano memorabilia d’epoca socialista: dagli oggettini-ricordo da basso turismo alla rimessa in commercio dei prodotti autarchici del tempo che fu (detersivi, alimentari), per anziani cittadini della vecchia Germania Orientale. Siamo dalle parti del film Goodbye Lenin.

Gli oggetti dell’Unione Sovietica, balalajke, matrëske, colbacchi, distintivi, cabine telefoniche, bicchieri, porta-bicchieri: Svetlana Boym parla di «souvenirizzazione del passato socialista». Lo studioso di cultura russa Gian Piero Piretto racconta in “La vita privata degli oggetti sovietici – 25 storie da un altro mondo” (Sironi) la vita privata di alcune “cose sovietiche” — lampade, profumi, polpette, vodka, samovar e molto altro — per indagare attraverso esse le svolte culturali di cui sono state responsabili. Non tutti gli oggetti raccontati hanno perso la loro funzione originale: ma in qualche modo sono diventati testimoni di un passato sul quale lo studioso si sofferma con straordinaria efficacia, senza indugiare su eccessi emotivi o mitologie personali. Però è inevitabile che un’aura mitologica l’abbiano acquisita, questi simulacri sovietici. Nati con i presupposti del costruttivismo russo — negazione di design, praticità e resistenza, spartana sobrietà, eliminazione di tracce d’arte fini a se stesse — gli oggetti tornano in una risemantizzazione, con un design ben definito. Il consumismo occidentale doveva offrire all’uomo sovietico uno spettacolo di pornografia commerciale: eccesso e spreco di merci, continua sostituibilità, fruizione indistinta, assenza di affezione. Come afferma Ol’ga Gurova, invece, «la vita delle cose nella cultura sovietica era pressoché infinita»: le persone avevano una forte difficoltà a separarsi dai loro oggetti, caricati da investimenti emotivi, sentimentali e persino etici. In questo giocava anche, certo, la difficoltà a reperire un nuovo esemplare: la penuria delle cose. Comprendiamo meglio ciò nei capitoli dedicati ai barattoli e alla carta igienica. Quest’ultima conosceva una distribuzione privilegiata (alberghi stranieri, istituzioni) e scarseggiava nelle case. A questo dovette il suo incremento l’acquisto dei quotidiani, con utilizzo secondario, se non indebito, della carta dei giornali. Che però era più dura, senza contare che l’inchiostro poteva provocare effetti antipatici. I barattoli, dal canto loro, riempiti di conserve d’ogni tipo, dai funghi ai pomodorini, dai cetrioli alle mele, facevano bella mostra nell’intercapedine delle doppie finestre. Con coperchi sovente di fortuna e improvvisati: carta, stoffa, elastici e cordini. Personalizzazioni domestiche, private, in un mondo uniforme e pubblico. I poeti russi erano tutt’altro che insensibili alla vita degli oggetti: negli anni Sessanta Evgenij Evtušenko ricorda i tritacarne con cui si produceva l’impasto per le polpette, negli appartamenti comunitari dei quali rimpiangeva la solidarietà. La poetessa Bella Achmadulina celebra i distributori di acqua gassata nell’era in cui era ignoto l’usa & getta: cassoni grigio-azzurri — oggi smantellati e oggetto di nostalgia, emblemi mitologici — che popolavano le strade cittadine d’estate. C’era la coda alle macchinette: bastava una copeca, unità minima nel sistema monetario sovietico. Il bicchiere, incredibilmente, era sempre lo stesso, di vetro, perché la plastica non esisteva. Altro che monouso. Rarissimi i furti del bicchiere (!). Proprio al bicchiere a faccette, spesso e indistruttibile, è dedicata una canzone popolare composta nel 1943, a riprova dell’attenzione che l’arte varia nutriva nei confronti delle cose sovietiche.

Esemplare il capitolo sulla borsa a rete, la reticella sovietica inseparabile nelle croniche difficoltà di approvvigionamento. In russo il suo nomignolo era avos’ka, che significa più o meno “magari, volesse il cielo”. Ti tagliava le mani quand’era troppo piena (magari!), di mele, scarpe, farina. In un’epoca di tessere annonarie e mercato nero, il travet sovietico, con la reticella in tasca, in cuor suo pregava: «Volesse il cielo che potessi tornare a casa portandoci dentro qualcosa».

[pubblicato su Mucchio Selvaggio n. 701, dicembre 2012]

 

Vonnegut, Nabokov, Handke. Lezione, declamazione, rabbia

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di Davide Orecchio

LEZIONE (VONNEGUT)
Nel 1965 Kurt Vonnegut tenne un corso di Teoria e forma della fiction in un laboratorio di scrittura. Una sua studentessa, Suzanne McConnell, ha conservato il compito che Vonnegut le aveva assegnato per le sue esercitazioni (ne parla Slate in questo articolo). È scritto in forma di lettera (ed è stato pubblicato in Kurt Vonnegut: Letters):

«Vorrei che le tue tesine fossero ciniche e religiose allo stesso tempo. Voglio che adori l’universo e che sia facile piacerti, ma che tu sia pronta anche a trattare con impazienza quegli artisti che offendono le tue convinzioni più intime riguardo a cosa è o dovrebbe essere l’universo. Ti invito a leggere i 15 racconti in Masters of the Modern Short Story (…). Leggi per il tuo piacere e soddisfazione, cominciando ogni racconto come se, solo sette minuti prima, avessi bevuto un bicchiere di liquore prelibato.

(…) Riproduci l’indice del libro su un foglio di carta bianca, omettendo i numeri di pagina e sostituendo a ogni numero un voto dalla A alla F. I voti dovrebbero essere la misura infantilmente egoista e impertinente della tua gioia, o della sua assenza. Non m’importa che voti dai. Ma insisto che alcune storie ti debbano piacere più di altre. Prosegui oltre con l’allucinazione: sei l’editor minore ma utile di un buon magazine letterario non collegato ad alcuna università. Prendi le tre storie che ti sono piaciute di più e le tre che ti sono piaciute di meno, sei in tutto, e fa’ finta che ti siano state proposte per la pubblicazione. Scrivi un parere su ciascuna di esse immaginando di doverlo sottoporre a un superiore saggio, rispettato, spiritoso e un po’ stanco del mondo.

Non scrivere come un critico accademico, né come un fanatico (…). Scrivi come una persona sensibile che abbia un paio di intuizioni pratiche su come le storie possono avere successo o fallire. Elogia o stronca a tuo piacere, ma fallo in modo categorico, pragmatico, con attenzione per i dettagli che disturbano o soddisfano. Sii te stessa. Sii unica. Sii una brava editor. Dio sa quanto l’universo abbia bisogno di bravi editor.»

FONTI:
Slate
The News-Gazette

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DECLAMAZIONE (NABOKOV)
1958, Nabokov declama ‘An Evening of Russian Poetry’. (Al link l’articolo su WNYC e l’audio della registrazione).

«Immaginate un professore di letteratura russa, ad esempio il professor Pnin, invitato a tenere una lezione in un college femminile da qualche parte nel New England. Di fronte a un pubblico di fanciulle appassionate (eager maidens) che lo interrompono con domande appassionate (eager questions)». «This is going to be an impersonation, in iambic pentameter, with fancy rhymes».

L’AUDIO

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RABBIA (HANDKE)
Il 10 agosto del 1965 Siegfried Unseld, grande capo di Suhrkamp, annuncia per lettera al giovane Peter Handke che pubblicherà il suo romanzo d’esordio, probabilmente nel 1966, sempre che l’autore sia disposto a rivedere rapidamente certi dettagli ed eliminare alcuni austriacismi.

«Sono convinto che il suo lavoro non sfigurerà accanto a quelli di Peter Weiss e Ror Wolf e che porterà avanti la prospettiva di questi due autori.»

Il 25 agosto del 1965 Peter Handke risponde a Unseld dichiarandosi «felice oltre ogni misura» e pronto a intervenire sui dettagli segnalati dall’editore. Viaggerà al più presto da Graz a Francoforte per discuterne di persona.

Passa circa un anno. Il libro di Handke esce: I calabroni. Escono anche le prime recensioni. Non tutte positive. Ed ecco che il 20 giugno del 1966 lo scrittore riprende il carteggio con l’editore per denunciarne una, che l’ha fatto arrabbiare, uscita sulla Zeit. Handke non si capacita che il suo libro sia stato affidato in lettura a «persone prevenute e che neanche si premurano di nasconderlo». Denuncia le «critiche insensibili, stupide e scritte male» apparse non solo sulla Zeit, ma anche sulla Welt. Avvisa di volersi difendere per dimostrare che le recensioni sono «bugiarde e avventate».

«Vorrei scrivere un “grande” articolo contro tutti questi critici che pretendono di elevare a norma la letteratura di consumo, come ad esempio i romanzi di Günter Grass. Vorrei riabilitare il mio libro.»

Due giorni e Unseld risponde. La lettera è tutto uno “sconsiglio”:

«Non ha alcun senso reagire direttamente alle critiche. Ogni critico ha il diritto a esprimere la propria opinione e, se essa non contiene nulla di oltraggioso, chiunque entri nel dominio pubblico è tenuto ad accettarla».

Unseld invita Handke a non scrivere nulla, a non replicare né attaccare i recensori, le cui opinioni non sono «bugiarde né avventate». L’autore della recensione sulla Zeit, Wolfgang Werth, tra l’altro è «molto giovane» e «per nulla prevenuto».

FONTI:
Die Zeit
Per il 70mo compleanno di Handke, Suhrkamp ha pubblicato il suo carteggio con Unseld. 35 anni di corrispondenza. Circa 600 lettere.

P.S. «Vorrei scrivere un “grande” articolo contro tutti questi critici che pretendono di elevare a norma la letteratura di consumo, come ad esempio i romanzi di Günter Grass.» = Dal 1966 a oggi il concetto di “letteratura di consumo” è piuttosto cambiato.

La luce sui corpi

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Alcune riflessioni su Il tempo materiale di Luigi Ricca, dal romanzo omonimo di Giorgio Vasta.

di Vanni Santoni

Via via che la mia collaborazione con Tunué andrà solidificandosi, potrò parlare sempre meno dei suoi libri, il che è un peccato: se conoscevo già bene la casa editrice di Latina per il suo catalogo estero, nel quale spiccano capolavori come Rughe di Paco Roca o Perché ho ucciso Pierre di Alfred & Ka, sto scoprendo solo adesso la sua altrettanto interessante produzione italiana, nell’ambito della quale si va a inserire il nuovo progetto di adattamento di romanzi italiani recenti, la cui prima uscita è Il tempo materiale, fumetto di Luigi Ricca tratto dal romanzo omonimo di Giorgio Vasta, uscito per minimum fax nel 2008. La scelta, va da sé, è azzeccata: quando, quattro anni fa, per effetto dell’aver cominciato a scrivere, per così dire, “seriamente”, cominciai ad avvicinarmi anche alla letteratura italiana contemporanea dopo anni spesi soltanto su opere dei secoli scorsi, Il tempo materiale fu uno dei romanzi usciti in quel periodo che mi persuasero che anche qui e oggi si potevano fare cose ottime: che, insomma, valeva la pena. (Gli altri due erano Ultimo parallelo di Filippo Tuena e Puerto plata market di Aldo Nove, che non è del 2008, ma che comprai nella riedizione Einaudi Stile Libero di quell’anno, credendolo appena uscito).
Tornando a Il tempo materiale targato Tunué, sarebbe riduttivo definire quello di Luigi Ricca un adattamento: si tratta a ogni effetto di una nuova opera, nata per gemmazione, come sottolinea lo stesso Vasta nella postfazione, ma indipendente dal romanzo nelle modalità operative e nei risultati.
La cosa che colpisce immediatamente chi, come me, conosce già il testo d’origine, è il bianco, tutto quel bianco. Il tempo materiale di Giorgio Vasta è un romanzo cupo, denso, dettagliatissimo ed emotivamente opprimente, privo quasi di spazi vuoti e momenti di liberazione (anche per questo è essenziale il capitolo, prossimo al finale, dedicato alla sonda Venera 11: non soltanto per la sua funzione simbolica, ma anche per la boccata di “aria” siderale che concede al lettore), per il quale la rappresentazione a fumetti più naturale da immaginare sarebbe un lavoro giocato sui neri e sui retini, se non addirittura uno in graffiato, alla Thomas Ott o Maria Colino.
Invece Il tempo materiale di Luigi Ricca è un lavoro dominato dal bianco, pieno di luce, che di fatto, pur mantenendo una certa fedeltà filologica, sconvolge la percezione dell’opera da parte di chi già la conosce in versione romanzesca, fino a innervarla, nella memoria, di nuovi significati – un parallelo recente è quello che la visione del Cosmopolis di Cronenberg ha fatto alla mia percezione del romanzo di DeLillo: ha tracciato una possibile pista, la quale, lungi dal ridurre a sé stessa le possibilità di lettura, ha avuto l’effetto, con la sua chiarezza, di illuminarne di nuove.
Il tempo materiale di Luigi Ricca è altresì un’opera diversa da Il tempo materiale di Giorgio Vasta per un fatto semplice ma cruciale: se, nella mente del lettore del secondo, la dimensione allegorica e quella simbolica dei tre protagonisti Nimbo, Raggio e Volo prendono moltissimo spazio anche a causa della centralità della lingua, nel fumetto il fatto di averli sempre tutti e tre sott’occhio, lì disegnati, se da un lato limita le suddette dimensioni, dall’altro potenzia la vicenda sotto il profilo del crudo realismo, e ci si scopre a pensare “ma guarda che razza di piccoli, perfidi bastardi,” mentre li si guarda catturare Morana, “interrogarlo”, fotografarlo, ucciderlo, o a scuotere la testa di fronte alla messa in scena dei loro deliri ideologici.
Lo stesso Morana, che nel romanzo, a causa dell’assonanza del nome (ancor più “pesante” in un contesto di strapotere della parola), diventa inscindibile dal riflesso di Aldo Moro, nel fumetto recupera, tramite il disegno di un volto, di un corpo, di un’espressione, di una mimica, tessuto umano, e rende ancora più mostruoso il delitto dei tre bambini, strappandolo dalla dimensione delirante, quasi fantastica, del punto di vista di Nimbo, e riportandolo alla terribile oggettività della testimonianza oculare; allo stesso modo, ma in direzione inversa rispetto a Morana, la bambina creola da simbolo si fa carne (o, volendo, labbra, naso, codine e sopracciglia) e ci ricorda che sono i corpi, prima ancora delle anime, a covare segreti inesprimibili.

Il tempo materiale, Tunué 2012; pp.128, euro 14.90


Lettera al direttore del Corriere

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Caro Direttore,
abbiamo apprezzato l’articolo apparso lunedì scorso sul suo giornale a firma di Armando Stella, nonostante ci chiami, immeritatamente, “comitato del no”. Il pezzo era dedicato all’area prospiciente il Cimitero Monumentale (chiamata ex-Enel), investita da un progetto di edificazione assai discutibile. Grazie infatti alla nostra propositiva passione civile – una petizione, una raccolta di firme, un sito e una serie di articoli sui giornali – abbia rimesso in gioco quel progetto da tutti poco amato, innescando un processo virtuoso. Più che “no”, il nostro è stato un comitato “pro”.
Con un’azione popolare si è portata all’attenzione della Amministrazione comunale, e della cittadinanza, la pochezza di un progetto, e nel corso di quest’anno il Comune ha risposto positivamente convincendo la proprietà a indire un concorso per la valorizzazione di questi spazi pubblici (due giardinetti e una piazza). Il progetto in questione era eredità della precedente amministrazione, la giunta Moratti, ma in modo inerziale avallato anche dalla giunta Pisapia.
Come gruppo di cittadini che amano la loro città abbiamo suggerito una visione globale del progetto, dal momento che l’area in fondo a via Bramante, è stata suddivisa in tre parti, con tre diversi proprietari, senza una visione urbanistica unitaria, come è tipico della rendita fondiaria nella città di Milano. Il nostro intervento, recepito dalla Amministrazione ha avuto un esito parziale, ma importante, e il concorso ha migliorato la qualità dello spazio pubblico migliorando anche – perché non dirlo? – l’appetibilità delle stesse aree di proprietà privata.
A fianco al concorso (su cui il Comune si è potuto spendere) abbiamo trovato la generosa e intelligente disponibilità della Cooperativa delle Acli, che costruirà appartamenti di edilizia convenzionata e che ha cambiato il progettista incaricato, fornendo un nuovo e più interessante disegno del suo edificio prospiciente via Procaccini, di fronte al Monumentale. Tuttavia nonostante il successo di aver ripensato lo spazio aperto al pubblico, restano irrisolti i problemi di fondo di questo luogo: due dei tre edifici previsti nella zona – un albergo e un edificio residenziale, entrambi di nove piani, decisamente fuori scala – non hanno alcun progetto o disegno, neppure un rendering, che ci faccia intuire come saranno, il loro ingombro, chi li costruirà, con quale carattere o qualità architettonica. Questo perché le operazioni immobiliari sono ancora gestite come compravendita di terreni, come interventi commerciali, e non come progettazione di spazi, relegando le questioni architettoniche a fatti mercantili.
Ed è proprio riguardo a questo problema che abbiamo invitato il quartiere e la cittadinanza a un confronto pubblico con Salvatore Settis, (10 dicembre, ore 18, Fabbrica del Vapore) che su questo argomento ha pubblicato di recente un libro di forte impatto culturale, Azione popolare. Tutta la vicenda dell’area ex Enel è la dimostrazione che la democrazia è anche discutere in modo trasparente delle cose, pubblicamente e con spirito costruttivo. Per cooperare dialogando, partecipando. Nel nome dello stesso amore per Milano che ci accomuna.

Marco Belpoliti
Gianni Biondillo
Marco Biraghi
Paola Lenarduzzi
Roberto Marone
Luca Molinari
Alberto Saibene

(pubblicata ieri sulle pagine milanesi del Corriere della Sera. la vignetta è un regalo di Guido Scarabottolo)

Il mondo come prigione e la prigione come mondo

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di Antonio Sparzani

«Ora che, passati gli anni, ho smesso d’arrovellarmi sulla catena d’infamie e fatalità che ha provocato la mia detenzione, una cosa ho compreso: che l’unico modo di sfuggire alla condizione di prigioniero è capire come è fatta la prigione.» Così, nella puntigliosa e certo non filologica ricostruzione di Italo Calvino della narrazione di Dumas della saga di Montecristo, conclude Edmond Dantès riuscendo in qualche modo a ricostruire appunto un senso e uno scopo alla propria situazione così drasticamente costretta (dalla raccolta Ti con zero).

Totem & Tabù : Baricco

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di
Francesco Forlani

Nelle Cronache di Bustos Domeq, di Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares, c’è un breve racconto intitolato Esse est percipi, che riporta una conversazione fra due amici sulla realtà, piuttosto la finzione del calcio. Uno sport che abdica dalla imprevedibilità del gioco vero in nome dello spettacolo “organizzato”, truccato dietro le quinte dei media.
Quando ho letto l’ultimo libro di Baricco Tre volte all’alba, è stata proprio la frase di Berkeley a risuonarmi dentro. Vuoi per il risaputo amore di Baricco per il calcio, vuoi per l’anomalia Baricco, una su tutte quella di non potere come lettori prescindere dalle reazioni che suscita il nome, il personaggio, il simbolo, in una sola parola la mauvaise réputation che lo accompagna. Una cattiva reputazione che circa un anno fa fu proprio Baricco a raccontare suscitando tra le varie reazioni, quella di Antonio Moresco con un’accorata e bella lettera pubblicata da Repubblica.
Per fortuna, di Baricco, ma anche nostra in un certo senso, il tabù Baricco sembra interessare più la critica e un certo tipo di critica che i lettori, lettori in generale visto che le sue opere sono tra le più lette e vendute in italia e all’estero a cominciare dalle prime che pure avevano messo d’accordo tutti, come è possibile leggere in un documentatissimo dossier intitolato Castelli di rabbia, il caso editoriale, in cui lo stesso Goffredo Fofi non aveva esitato a definirlo “un inventore”.

Esse est percipi scriveva Berkeley e come Borges anche Beckett si era servito di questa tanto inoppugnabile quanto misteriosa tesi in Film. Proprio su questa idea di double, Berkeley vs Keaton/Beckett Gilles Deleuze aveva concentrato la sua analisi in Critique et clinique / 1993, ed è su questo paradigma del doppio che vorrei costruire la mia personale lettura del libro in questione.


Quando qualche giorno fa ho incontrato Alessandro Baricco per strada gli ho così detto che mi era piaciuto il suo libro e che ne avrei scritto nei giorni a venire. “Sorpreso eh!” o una cosa del genere mi ha risposto fulminandomi con ironia. Ho immediatamente realizzato che l’entusiasmo che gli aveva manifestato avrebbe potuto annunciarsi con una frase che rimaneva sotto testo, una cosa che sarebbe suonata tipo: roba da non crederci, non te l’aspettavi eh, incredibile ma vero, però il tuo libro mi è piaciuto. Insomma quel tipo di cose che partono come un complimento e finiscono per essere quasi un insulto.
E ho aggiunto a quel punto che il libro “tre volte all’alba” mi era piaciuto per due ragioni. Una per il coraggio di concepire un’opera interamente costruita su dialoghi, spartiti, in un momento in cui la letteratura sembra aver dimissionato da questi in nome delle descrizioni oggettive, e l’altra per la perentorietà della frase, un passo estremamente potente che proprio al teatro di Beckett mi ha fatto pensare.
Pubblico questa introduzione continuando la mia analisi nei commenti.

video arte #14 – guy ben ner

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http://www.youtube.com/watch?v=KDUrqKD9RHA

Guy Ben Ner, Stealing Beauty, 2007.

Riapparizioni

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di Davide Orecchio

Iniziano ad affiorare gli scomparsi.

Porto Palo 1996. Quindici pachistani annegati, trovati dai pescatori e rigettati in acqua, ora passeggiano sul molo tra barche ormeggiate, reti, persone incredule. Sono illesi: niente di loro l’ha trattenuto il mare. Conservano braccia e gambe e i bulbi degli occhi. La pelle non è neppure squamata. Ridono. Annusano molluschi e sugheri. S’informano se c’è lavoro in città.

Santiago 1975. Salvador Allende emerge davanti alla Moneda. Il suo cranio è intatto. Nessuna scorticatura sulla cute né cedimenti ideologici. Non indossa elmetto, non porta pistole. Mormora a un passante: “Ricominciamo”.

La resa della sera

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 di Luca Ricci

ai miei amici scrittori, bestie da macello

La mattina presto del giorno in cui uscì il libro del mio amico, verso le quattro o le cinque del mattino, la città venne messa in maschera da un acquazzone improvviso. Me ne accorsi da sotto le coperte e pensai che se fosse continuato a piovere la gente si sarebbe tenuta alla larga dalle librerie: tra scrittori succede sempre così, i libri degli amici sono accolti con un misto di curiosità e invidia. Quel sentimento ambivalente mi accompagnò anche durante la colazione, mentre notavo che il cielo si schiariva e le strade si asciugavano. Poco male, mi dicevo, una bella giornata non significa automaticamente una buona vendita. Mi vestii con sofferenza e decisi di fare una seconda colazione fuori. All’edicola comprai quei giornali dove ritenevo più probabile fosse uscita qualche recensione del libro, magari un’anticipazione o un pezzo concordato fatto da altri amici del mio amico. La sofferenza si tramutò ben presto in sollievo: anche se c’erano un paio di interventi molto elogiativi, in effetti se ne parlava poco o niente. Quando arrivò l’ora dell’apertura delle librerie non ebbi il coraggio d’entrare. Quello era il momento in cui i commessi aprivano i pacchi e sistemavano le novità sui banconi principali, quello era il momento in cui il libro del mio amico era incontestabilmente il libro più nuovo, l’appena nato. Me ne andai a contare le foglie dei platani lungo il fiume. Quante copie avrebbe potuto vendere, onestamente? Inviai un messaggino di congratulazioni al mio amico, e ancora camminai per cercare di svagarmi, di pensare ad altro. Verso mezzogiorno infilai l’ingresso di una libreria di catena e notai che il libro del mio amico, com’era prevedibile, se ne stava in un angolo oscurato dalle piramidi delle strenne natalizie. Pochi, pochissimi titoli occupavano la maggior parte dei metri cubi disponibili: proprio così, toglievano l’aria ancor prima dello spazio, e non c’era davvero modo di non notarli. Si trattava di quei libri che erano arrivati prima di quello del mio amico, e che con ogni probabilità sarebbero rimasti esposti anche dopo. Occupavano anche le vetrine ed erano gli stessi di cui avevo lungamente letto sui giornali. I soliti nomi, i soliti libri, nessuna sorpresa. Mi sentii un po’ meglio e rincasai per mettere qualcosa sotto i denti. Controllai la situazione su internet: chi non ha una visibilità immediata può sempre contare sulla remota possibilità di un passaparola in rete. Senza nascondermi un’oscura soddisfazione constatai che non stava succedendo nulla di particolare. Sì, del libro del mio amico si parlava ma entro margini del tutto accettabili: e in fondo di quale libro non si parla in rete? Non era scoppiato un caso, un interesse particolare, un’onda di commenti e feed-back e tweet anomala. Nel primo pomeriggio il sole venne di nuovo inghiottito da un cielo senza colore, e cominciò a fare freddo. Se fosse ricominciato a piovere la partita si sarebbe chiusa prima del tempo. Mi diressi verso un’altra libreria e chiesi al commesso una copia del libro del mio amico. Il commesso, vagamente disorientato, ci mise qualche minuto a ricordarsi dove mai potesse essere. E ancora non potei fare a meno di guardare allibito le torri di quei pochi titoli fortunati che la filiera editoriale aveva insindacabilmente scelto di vendere quell’autunno. Era divertente il fatto che la loro presenza aggressiva in libreria in genere fosse direttamente proporzionale alle opinioni piene di buon senso progressista della maggior parte dei loro autori. C’era parecchio intrattenimento e molta saggistica di denuncia. Mi venne da pensare, stavolta con inequivocabile malinconia, che dalle librerie era stato espunto il mistero della letteratura. Pensai proprio così, che certa narrativa ormai subiva lo stesso trattamento della poesia. Uscii con una copia del libro del mio amico sottobraccio, ma non ebbi il coraggio di cominciare a leggerlo. Mi sembrava già una concessione straordinaria, un fatto quasi inammissibile, che fossi stato proprio io a comprargliene una copia, a dargli quello scandaloso aiutino. In un modo o nell’altro comunque si erano fatte le cinque del pomeriggio, e la parabola della vita del libro era entrata nella sua fase discendente, il suo destino stava per compiersi. Forse il mio amico lo starà presentando da qualche parte, riflettei ironico. Sapevo che quella mossa sarebbe servita soltanto a rendergli meno amara la sconfitta. Mi chiamò qualcuno, un altro amico scrittore, chiedendomi a bruciapelo: “Allora quand’è che ti decidi a scrivere dei gialli seriali con un bel commissario che entri nel cuore della gente?”. Attaccai livido di rabbia e proseguii il giro delle librerie. Alle cinque del pomeriggio il libro del mio amico era stato spostato dal bancone delle novità agli scaffali. Alcune librerie l’avevano già parcheggiato in magazzino, segno inequivocabile di ciò che sarebbe successo tra poche ore. La cosa mi dette un tale sollievo che mi ripromisi di non pensarci più. Cadde ancora qualche goccia di pioggia, il che fermò diversi acquirenti nell’ora solitamente ritenuta di punta per quanto riguarda lo shopping. Con gioia – una gioia torva che poteva ben riassumersi nell’adagio “mal comune mezzo gaudio” – restai a guardare le strade un po’ meno affollate del solito. A casa poggiai il libro del mio amico sul comodino e ancora non ebbi animo di dargli un’occhiata: e se fosse stato buono? E se fosse stato molto buono? Mi cambiai velocemente e decisi che la mia giornata si sarebbe conclusa con un po’ di jogging. Fuori, il cielo era nuovamente tornato lindo. Tutta quella pioggia l’aveva pulito eccessivamente, e adesso soprintendeva le cose del mondo con la stessa indifferenza con cui, alla fine della corsa liberatoria, mi soffermai a contemplare le saracinesche abbassate di alcune librerie. Era tutto finito, per il mio amico. Tre lunghi anni per scriverlo e un giorno appena per venderlo. La novità del mattino si era trasformata nella resa della sera.

 

(Pubblicato su Orwell, l’inserto culturale di Pubblico, il 24-11-2012)

 

“Avere il coraggio dell’incertezza”: le culture della precarietà

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Convegno internazionale

Université Paris Ouest Nanterre La Défense, 6 e 7 dicembre 2012

Qui il link all’Università e al programma

Colloque organisé par le Centre de Recherches Italiennes (CRIX-EA 369 Études Romanes), avec le soutien de l’École Doctorale 138 LLS (Lettres, Langues et Spectacles) et l’UFR LCE. Avec la participation de l’Institut Culturel Italien de Paris. Dans le cadre du projet “Precarity and Post-autonomia : the Global Heritage”, avec le soutien du NWO (The Netherlands Organisation for Scientific Research).

Projet scientifique et organisation : Silvia Contarini (Université Paris Ouest Nanterre La Défense) et Monica Jansen (Utrecht University)

Collaboration : Luca Marsi et Christophe Mileschi (Université Paris Ouest Nanterre La Défense), Judith Revel (Université Paris 1)

Aide à l’organisation : Estelle Paint, Manuela Spinelli et Alessio Berré (Université Paris Ouest Nanterre La Défense)

Les partenaires du projet « Precarity and Post-autonomia : the Global Heritage » : Vincenzo Binetti (University of Michigan, Ann Arbor), Joost de Bloois (University of Amsterdam), Silvia Contarini (Université Paris Ouest Nanterre La Défense), Frans-Willem Korsten (Leiden University/Erasmus University Rotterdam), Federico Luisetti (University of North Carolina, Chapel Hill), Monica Jansen (Utrecht University)

La terra con la t minuscola

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di Giacomo Sartori

Oggi è la giornata mondiale del suolo. Il suolo è quella sostanza sporca che chiamiamo comunemente terra, nello stesso modo cioè della Terra, il globo terrestre, che invece i suoi quarti

El prologo alucinante

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 di Reinaldo Arenas, a cura di Gianluca Cataldo

 

Foto: “Baracoa”, di Eleonora Quadri

 

Pubblichiamo di seguito la traduzione di una parte del prologo scritto da Reinaldo Arenas in contemporanea, si presume, alla revisione del romanzo El mundo alucinante, un atto di difesa della propria visione poetica della Storia, fatta di storie incastrate in un frenetico e semplice fluire del tempo. Nella speranza di vedere presto un’edizione italiana delle sue prime opere, mi scuso per gli eventuali errori di traduzione, e ringrazio Fabio Burani per l’aiuto. 

Azione popolare: lottare per il bene comune

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Azione popolare: lottare per il bene comune
a cura del comitato Area ExEnel


Immagine della copertina del libro di Salvatore Settis Azione popolare, Einaudi, 2012

incontro  lunedì 10 dicembre 2012 ore 18.30
intervengono Salvatore Settis in dialogo con Marco Biraghi, Marco Belpoliti e Gianni Biondillo

Careof DOCVA
Fabbrica del Vapore, via Procaccini 4, Milano

“La comunità dei cittadini è fonte delle leggi e titolare dei diritti. Deve riguadagnare sovranità cercando nei movimenti civici il meccanismo di base della democrazia, il serbatoio delle idee per una nuova agenda della politica”. (dalla presentazione di Azione popolare, Einaudi, 2012)


Careof DOCVA
Fabbrica del Vapore, via Procaccini 4, 20154 Milano
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Come raggiungerci

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MM2, fermata Porta Garibaldi

La stanza del disordine (lettera aperta a un Curato carrucese)

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di Gian Balsamo

Gentile Signor Curato:

ci ricordiamo di tanti Curati a Carrù. Di nome, però, ricordo solo un suo successore: Don Luigino, che creò il Carnevale dei Cuori in festa, e s’è lasciato dietro tanto affetto in paese, meritato a parer mio. Ma, di fatto, ricordo molto meglio Lei, Signor Curato, sebbene, mi perdoni, abbia scordato il suo nome. Penso che molti dei miei coetanei di Carrù la identificheranno facilmente. Lei era alto e smunto e, strano manierismo, nei locali dell’Azione Cattolica ci diceva sempre: “spengi la luce,” invece di spegni. E uno alla volta, non l’avrà dimenticato, ci portava a turno nella Stanza del Disordine della Casa Canonica, la stanza immediatamente a destra della porta d’entrata. Oggi le scrivo per spiegarle la maniera in cui Lei mi indusse a lasciare Carrù. Mentirei se sostenessi che mi accingo a raccontarle l’unica ragione per cui me ne sono andato dal paese natale. Ma dopo aver letto questa lettera, dovrà riconoscere che Lei mi privò di alternative: rimanendo a Carrù, ero destinato a morire di fame.

Oggi comprendo che, per ragioni di censo, e anche in quanto ero il perenne primo della classe, ero un intoccabile, e infatti Lei mi toccò proprio poco nella Stanza del Disordine. Non ricordo altro che carezze sulle mie gambe nude; a quei tempi portavamo tutti pantaloncini esageratamente corti. È vero che potrei avere scordato altri dettagli, ma non lo credo; la moda di disseppellire memorie rimosse ha fatto scalpore qualche anno fa, devastando le vite di tanti suoi confratelli, però non mi pare che questo tipo di ricordo vada cercato col lumicino. Non so nemmeno fin dove Lei si spingesse con gli altri bambini.

Sono diventato scrittore anche grazie a Lei, perché mi ha aiutato a scoprire, intorno agli otto anni o giù di lì, la trama del triangolo amoroso. Questa stessa trama l’avevo vista rappresentata nei film proiettati al Cinema Moderno di mio nonno Francesco, ma ero troppo giovane per capirla. Poi un giorno, nella Casa Canonica, l’ho vissuta in prima persona, pur continuando a non comprenderla. Era d’estate? Lo penso, perché noi bambini trascorrevamo interi pomeriggi nella Casa Canonica. Non saprei dire perché, in quei giorni, venissimo nella Casa Canonica invece che nei locali dell’Azione Cattolica, nostra destinazione naturale, dove avevamo il ping-pong per giocare, il calciobalilla, etc. Forse i locali dell’Azione Cattolica erano in fase di costruzione o di ristrutturazione? È probabile. Fatto sta che, giorno dopo giorno, Lei ed io ci appartavamo nella Stanza del Disordine, dove mi prendeva in braccio e, canticchiando, mi accarezzava le gambe nude. Il senso di amore paterno e il conforto che mi comunicavano quelle sue carezze erano uno stimolante irresistibile. Tanto che ogni nuovo giorno anelavo a quei nostri abbracci; illuminavano le mie giornate.

Poi venne il giorno in cui la vidi avviarsi verso la stanza del disordine in compagnia di un altro bambino. In uno sprazzo, la mia mente infantile fu in grado di eseguire la semplice equazione: Stanza del Disordine uguale abbraccio. Ma non fui in grado di eseguire l’altra equazione, altrettanto evidente: 1 + 1 = 2. Così, terzo incomodo, vi seguii entrambi. La porta della Stanza del Disordine era già chiusa quando la raggiunsi. La spalancai. Al mio apparire sulla soglia, non solo lessi il cruccio colpevole sul suo viso, Signor Curato, ma anche la sorpresa indispettita sul viso del bambino al suo fianco. E vidi anche, in un lampo (come se fossi nella posizione privilegiata di un dio o d’un narratore onnisciente), i muscoli del mio viso contrarsi nell’espressione di un sentimento che non mi era per niente familiare, e di cui non conoscevo nemmeno il nome, credo: la gelosia. Avevo forse otto anni, e scoprivo in quel momento, in anticipo su ogni esperienza di delusione amorosa, il potere evocativo di una delle trame letterarie più comuni: il tradimento amoroso. È la trama che conosco meglio fin dall’infanzia, ma al tempo di questo incidente non potevo raccontarla ad altri che a me stesso. Mi bastava chiudere gli occhi per veder scorrere, come in un film, la sequenza delle scene: lei che cammina con un intruso al fianco; io che vi seguo, trovo la porta chiusa, la spalanco e compaio sulla soglia…

Questa esperienza mi ha facilitato, più tardi, nella scoperta del potere evocativo di tante altre trame: l’invidia, l’ambizione, la brama, la paura, la nostalgia, il desiderio. Le ho sfruttate tutte, una ad una, nei romanzi che ho firmato col nome di Luigi Ferdinando Dagnese. Ma la trama della mia gelosia di quel giorno lontano non l’avevo mai raccontata, finora.

Oh, Signor Curato, perché mi ha tradito?

È a causa sua, Signor Curato, che non sarei potuto sopravvivere a Carrù. Sulla porta della Chiesa Parrocchiale venivano affissi settimanalmente i titoli dei film mostrati nel Cinema Moderno di mio nonno Francesco, ed ogni titolo era seguito dal grado di peccato, veniale o mortale, di cui si sarebbe macchiato lo spettatore. I grandi film che hanno lasciato una traccia indelebile sulla cultura nazionale e internazionale, da Otto e mezzo di Fellini all’Avventura di Antonioni, provocavano immancabilmente peccati mortali. Ma Lei mi insegnava che non faceva molta differenza, che io li vedessi o no, quei film. C’era ben altro, a lordare la mia anima: nel proiettare quei film a pagamento, la mia famiglia vendeva il peccato. Un giorno, lo ricordo come se fosse ieri, alcuni bambini scrissero il proprio nome e cognome su una parete posticcia, in compensato, nei locali dell’Azione Cattolica. Quando io manifestai il desiderio di imitarli, Lei si limitò a chiedermi: “Il tuo nome, Balsamo, qui?” Ricordo specialmente il sorriso, un po’ crudele, un po’ ottuso, con cui mi disse queste parole.

Bambino cattolico irreprensibile, sentivo che era compito mio espiare la vendita del peccato per conto di tutti quanti i miei famigliari. E ce n’erano davvero tanti, di colpevoli da redimere, oltre a Nonno Francesco: la famiglia di mio padre Agostino, il droghiere, e quelle dei suoi due fratelli Domenico e Franco. Il cibo che i miei genitori, mia sorella ed io mangiavamo a tavola, nel retro della drogheria, era acquistato con i frutti di proventi immondi; ogni boccone, dunque, mi spingeva nello stomaco un’oncia di peccato. E il peccato  ̶  immagino che Lei lo sappia bene, Signor Curato  ̶  è indigesto. A fasi alterne, smisi di mangiare oppure ridussi i miei pasti, per così dire, all’osso. Espiavo. I miei coetanei dovettero rinunciare a chiamarmi “ciccione,” perché pienotto, sì, lo ero stato, ma non lo ero davvero più. Digiunavo e mortificavo la carne alla maniera, senza rendermene conto, dei primi eremiti cristiani d’Egitto e di Palestina. Sono diventato un mistico perché, grazie a Lei, non potevo più considerarmi cattolico.

Ma, Signor Curato, se ero degno di sederle in grembo, non sarei stato anche degno di sedere in grembo a San Pietro?

È certo che sarei finito male, se avessi speso il resto della mia vita  a Carrù. Già a vent’anni sapevo che, per salvarmi dall’anoressia, sarei dovuto scappare dalle case e dalle strade che avevano visto crescere e radicarsi in me quel complesso assurdo. Anche Lei è scappato da Carrù, mi risulta, o meglio, venne rimosso precipitosamente dalle proprie mansioni di Curato. La fuga da Carrù m’è costata sacrificio ma m’è anche valsa avventure impagabili. Lo racconto, se le interessa, nella “Lettera a mio figlio” che ho appena pubblicato, a mo’ di introduzione alle mie memorie carrucesi, in Amori, americhe e amarezze. E Lei come se l’è cavata, dopo Carrù? Dov’è finito?

Mi creda, Sinceramente,

Gian Balsamo

ricevo questo testo da Balsamo, e lo posto volentieri; lui stesso, nella lettera di presentazione, lo definisce “un artefatto letterario che sostituisce l’ironia al legalismo e al rancore”; GS

(Gian Balsamo ha pubblicato di recente un memoir, “Carrù,” in Amori, americhe e amarezze a cura di Danilo Manera (Araba Fenice, 2012). È autore di Lettera alla venere in pelliccia (BdV, 1993) e Joyce’s Messianism (University of South Carolina Press, 2004). Vive a Palo Alto in California.)


 

 

“Se uno fa il mediatore culturale”

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di Alessandro Portelli

Annalucia Accardo mi ha chiesto di fare questa lezione e capita che sia l’ultima volta che faccio ufficialmente lezione all’università. È una felice coincidenza anche perché l’argomento della lezione è lo stesso con cui ho cominciato: musica e movimenti negli anni ‘60. Perciò ve lo racconterò come una testimonianza, una storia personale di formazione in cui queste canzoni sono state cruciali, perché senza queste canzoni sarei una persona diversa, non avrei fatto questo mestiere.

Avevo 16-17 anni, non avevo alcuna idea politica in testa eccetto che la politica era una cosa sporca, che erano tutti uguali, eccetera. E al telegiornale vedevi cose come quei nove bambini neri dell’Arkansas che passano in fila tra sputi, sassate, bastonate, per entrare a scuola e rivendicare il diritto a un’istruzione comune a tutti. Questa scena, per un ragazzino di sedici anni di allora è un’illuminazione: ‘Ma allora la politica è questo, la politica è un luogo nel quale le persone si muovono per dei valori, per dei principi, per l’uguaglianza…’ Il movimento per i diritti civili afroamericano ha avuto un impatto del genere su tutto il mondo – la rivelazione di tutta un’altra dimensione, dell’azione collettiva, della pratica solidale, della morale nella politica, dei diritti di tutti. Io già bazzicavo la musica americana, il rock and roll e il resto, in cui mi riconoscevo come generazione. Così un elemento di fascino ulteriore fu che questo movimento dei diritti civili si esprimeva in primo luogo attraverso la musica. Ascoltiamola: una registrazione fatta in una manifestazione di massa in Mississippi, nel 1953: ‘libertà, libertà su di me, e prima di essere schiavo sarò sepolto nella tomba, andrò a casa dal mio Signore e sarò libero’. È uno spiritual che risale almeno dalla Guerra Civile, attorno al 1860. Come in tantissimi spiritual c’è l’espressione di un desiderio di libertà, che non si può esprimere se non in immagini bibliche: dentro il canto religioso c’è un’idea di liberazione che può essere mondana o ultramondana ma comunque un’idea di liberazione.

Il movimento si esprime grazie a una grande cultura musicale. Da un lato, le radici africane, con un rapporto molto stretto tra ritualità, musica e danza, che viaggiano persino nelle navi degli schiavi, perché sono un linguaggio del corpo e i linguaggi del corpo sono gli ultimi a venire cancellati. Dall’altro, in tutti gli Stati Uniti, fin dal ‘700, i culti metodisti, battisti, evangelici, sono fondati sulla musica collettiva – sia per l’influenza afroamericana, sia perché forma di comunicazione col divino e uno strumento di coesione della comunità. Pensate alla scena di Moby Dick in cui Father Mapple, predicatore, inizia un canto e le persone sparse si raccolgono e diventano congregazione, comunità. L’altra cosa importante di questo brano è la forma: una strofa che si ripete sempre uguale, cambiando solo una parola all’inizio. Quindi tu puoi anche non avere mai sentito questa canzone però dopo trenta secondi sei non solo in grado di cantarla, ma anche di reinventarla, perché immetti dentro il canto le tue istanze del momento. È uno strumento flessibile che ti permette di combinare memoria di cent’anni e più di storia con il presente, con la lotta in corso; e di improvvisare collettivamente, combinando comunità ed espressione individuale, perché si canta tutti insieme ma ciascuno si può inventare un sua strofa e condividerla con gli altri.

[…] Nel 1981, mi trovo in un posto che si chiama Highlander, una scuola di base fondata negli anni ’30 da giovani studenti di teologia, in mezzo delle montagne del Sud più reazionario, per formare i quadri del sindacato, e poi negli anni ’50 quelli del movimento per i diritti civili. Sto salutando il direttore, entra una segretaria e gli dice “c’è Rosa Parks al telefono”. Se mi avessero detto che aveva telefonato Karl Marx mi sarei emozionato di meno. Perché Rosa Parks ci è stata raccontata come una vecchietta con i piedi gonfi, stanca, che non ce la fa ad alzarsi e a cedere il posto a un bianco sull’autobus a Montgomery, Alabama – l’episodio da cui si fa partire tutta la vicenda del movimento. Mi bastò sentire che era in contatto con Highlander per capire una dimensione del movimento che nessuno ci raccontava. Prima di quell’episodio Rosa Parks aveva fatto un seminario di formazione proprio a Highlander: la sua era un’azione politica, consapevole, programmata e organizzata. Infatti a Montgomery c’era tutta una rete che non aspettava altro, era già pronta, e in pochi giorni organizza un boicottaggio di massa. Quindi non era una cosa nata sull’onda dell’emozione, ma da una intelligenza politica – cosa che raramente attribuiamo ai cosiddetti subalterni, ai quali si suole riconoscere magari sentimenti e virtù, ma mai l’intelligenza. È a Highlander che cambia l’uso della musica. Un musicista di nome Guy Carawan convince il movimento che questa forma musicale, di cui i giovani si vergognavano perché la identificavano con la memoria umiliante della schiavitù, è invece uno strumento di comunicazione di mobilitazione fondamentale. E la canzone che gli insegna è uno spiritual, che avevano sentito cantare anni prima dai braccianti del North Carolina in sciopero, e a cui adesso cambiano solo una parola: da “I’ll Overcome” diventa “We Shall Overcome”.

[…] Il movimento per i diritti civili cambia l’aria che si respira in America, e ha un impatto fortissimo su tutta una generazione – che è poi quella del ‘68, che comincia con la lotta per il diritto di parola all’università di Berkeley nel ‘64, condotta in gran parte da ragazzi che tornavano dall’aver partecipato alla “Freedom Summer” per i diritti civili in Mississippi. Gli studenti bianchi tornano alle loro università e scatenano una lotta che segna la rottura tra una generazione di ragazzi, magari privilegiati, ma che non si riconoscono più nell’insegnamento che li porta verso la carriera, il successo, i soldi, la competizione. Da lì partono i nuovi movimenti contro le guerre e gli interventi militari, da Santo Domingo al Vietnam. La voce in cui si riconosce tutta una generazione è quella di Bob Dylan. Lui poi si sottrarrà per tutta la vita dal peso di essere la voce di questi movimenti, ma in questa fase, tra il 1962 e il 1964, lo è davvero. E la canzone fondamentale degli anni ’60 è sua: “The Times they are a-Changin’”. È difficile immaginare il senso di eccitazione e di ebbrezza che ti dava una canzone come questa: sentivi davvero che “i tempi stanno cambiando” e che eri tu che cambiavi coi tempi e cambiavi i tempi. Questo erano gli anni ’60, la sensazione fortissima che si apriva una nuova strada, e che – come dice la canzone – politici, famiglie, intellettuali, istituzioni o si levavano di mezzo o ti davano una mano; o nuotavano con te o affondavano.

Risentendola adesso, però, mi colpisce il verso che dice “the present now will never be past”. Nel ’63 lui e noi diciamo: “voi siete il presente, tra un po’ sarete il passato”. Ma nel 2012, il passato siamo noi che eravamo il presente di allora; è lui che è sempre bravissimo ma non è più la voce dei tempi. Mi fa pensare al discorso che circola da noi, i giovani contro i vecchi, le rottamazioni – fra dieci o vent’anni anni questi giovani saranno vecchi, è la fallacia di ogni movimento su pura base generazionale. Dicevamo, “non vi fidate di nessuno che ha più di trent’anni”, e il giorno in cui compì trent’anni Bob Dylan fu un trauma per tutta una generazione, che non si poteva fidare più nemmeno di lui, e di se stessa. Però in quel momento una canzone come questa ci diceva una cosa che è molto più difficile dire oggi: e cioè che c’era un futuro, che c’era una strada, e che eravamo noi a crearli.

[…] Abbiamo ascoltato le canzoni del Black Power (“Oginga Odinga” dei Freedom Singers), quelle di Pete Seeger e Phil Ochs contro la guerra, quelle dei soldati che rifiutano di andare in Vietnam, quelle delle lotte proletarie (i corridos dei braccianti messicani in California). Alla fine, come scrive nel suo ultimo libro Bruno Cartosio, tutti questi movimenti scompaiono, vanno in crisi, eccetera, e quello che tira le fila di tutto e che sopravvive e cambia tutto è il movimento delle donne. Nel 1972 viene a Roma Barbara Dane, grande cantante di blues e di canzoni di lotta, e organizzo un incontro con il collettivo del Manifesto. Barbara canta un po’ di canzoni delle lotte in corso, e poi le chiedono: ‘Che cosa succede adesso di importante in America?’ Lei risponde: ‘La cosa più importante è il movimento delle donne’. Avreste dovuto vedere la faccia dei presenti, che non solo non ci avevano mai pensato ma che da questo movimento si vedevano mettere in crisi i paradigmi di una lettura un po’ dogmatica della storia attraverso la sola categoria del conflitto di classe. La novità con la quale si chiude questa stagione e se ne apre un’altra è questa scoperta, che il pianeta è limitato e che l’aria a un certo punto finisce, e che oltre i rapporti di razza, di classe, eccetera, al centro di tutto stanno i rapporti di genere.

L’ultima cosa che ascoltiamo l’ho sentita per la prima volta proprio a casa di Barbara Dane. Un giorno arriva una sua amica, una giovane musicista che si chiama Beverly Grant, per farle sentire un po’ di sue canzoni nuove. Con mio grande entusiasmo – per un intellettuale non c’è gioia più grande di scoprire una cosa alla quale non avevi pensato prima – scoprii l’importanza, la forza, l’intelligenza, l’eloquenza, di questa nuova realtà delle donne. Non mi dimenticherò mai che lei aveva una bambinetta di due anni, totalmente autonoma che si gestiva il biberon… Questa sua canzone è la storia di come una donna trova se stessa liberandosi di una subalternità instillata fin dalla nascita. Finisce dicendo “Mi chiamo Janie e sono io – non Janie di papà, non Janie di mio marito, ma Janie di Janie”. Come dire: “io sono mia”.

[…] Infine. Queste musiche ci dicono, su uno dei momenti più straordinari del ‘900, più di tutti i romanzi scritti in quegli anni e di tutti i film fatti dopo. Riconoscere l’intelligenza e la passione di questi movimenti passa per l’ascolto di voci non autorizzate, antagoniste, marginali che proprio perché non autorizzate sono portatrici di una spinta liberatoria che sta già nell’atto stesso di prendere la parola. Per capire un tempo, per capire anche noi stessi in rapporto a quel tempo, ascoltiamo voci non autorizzate, ascoltiamo chi erano questi militari che cantavano andando a protestare contro la guerra, ascoltiamo questi musicisti messi sulla lista nera e fuori mercato, questi afroamericani che cantavano rischiando la vita a Birmingham o Selma. Noi in questa facoltà, che siamo tecnici della parola, dobbiamo tenerci molto stretta questa competenza, questo privilegio, questo diritto, perché non solo abbiamo la parola ma siamo destinati ad aprire spazi di parola agli altri. Se uno fa il mediatore culturale, questo fa: apre spazi di parola e di ascolto, e allora ecco che la musica, i racconti, le storie, arrivano, e non li ferma più nessuno.

 

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Barbara Dane, “I’m on my way”

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[apparso, con il titolo “Musica e movimento negli Stati Uniti – una lezione finale”, su http://alessandroportelli.blogspot.it/, il 22 Novembre 2012]

Libri italiani nel mondo – L’immaginaria patria degli edonisti infelici

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di Cristiano de Majo

Hiroshi Watanabe – Marco Andreatta as Pulcinella, From the series Comedy of Double Meaning, Venice, 2010

Sul Corriere della Sera dell’8 ottobre, un articolo di Ranieri Polese, riportando dati e chiacchiere con agenti letterari ed esperti del settore alla vigilia della Buchmesse, attestava una sorta di spread alla rovescia – di dimensioni molto più ridotte in realtà – nel rapporto tra autori italiani di narrativa tradotti in Germania e autori tedeschi  di narrativa tradotti in Italia. Le ragioni di questo successo del, direbbe Montezemolo, romanzo made in Italy sono, a sentire gli intervistati: “l’elemento folklorico, pasta, un bel paesaggio, un intreccio giallo, magari un thriller fra i vigneti del Chianti con un ispettore simpatico e un morto con un coltello nella schiena”, oppure “un immaginario arcaico femminile, la Sardegna. Per un po’ di anni anche mafia camorra e ‘ndrangheta hanno funzionato bene”.  Insomma un grande amore per le storie che non tradiscono l’immagine del Belpaese vagheggiata dai nordeuropei (una mescola di tradizioni, crudeltà, passione e gioia di vivere), anche se, in verità, in questi anni l’editoria tedesca, come quella francese, non è stata del tutto disattenta alla nostra letteratura cosiddetta di ricerca.

È ancora più difficile farsi un’idea di quali siano le logiche che guidano la pubblicazione di romanzi italiani in lingua inglese, un mercato storicamente poco attento alla narrativa straniera, e forse per abbondanza di prodotto interno oltre che di sciovinismo letterario. Su Amazon.com si trovano edizioni in inglese di Piperno, Ammaniti, Veronesi, Avallone, Giordano; c’è una notevole invasione di crime novel nella patria del crime novel (Camilleri, Carofiglio, Carlotto); ma sono anche annunciate per il 2013 di due romanzi complessi, non proprio dei best-seller, Storia della mia purezza (Pacifico) e Il tempo materiale (Vasta); mentre sono del tutto assenti i nomi considerati più alti e influenti della nostra letteratura contemporanea: Siti, Moresco, Nove, Trevi; Tommaso Pincio che, forse superficialmente, potrebbe sembrare lo scrittore più in sintonia con quell’immaginario, è presente, e per motivi credo più musicali che letterari, con Un amore dell’altro mondo e basta. Se ne potrebbe trarre la conclusione che la forma romanzo compiuta abbia maggiori garanzie di riscuotere attenzione e che lo sperimentalismo sia visto con diffidenza, con le eccezioni di Pacifico e Vasta, che però scrivono di due temi molto sentiti in America: il problema dell’identità religiosa e il terrorismo.

Un altro dato interessante viene dal Premio Alassio 100 libri, che ogni anno incorona un “libro per l’Europa” a opera di una giuria composta da italianisti stranieri. Vincitrice di quest’anno Valeria Parrella, che segue Michela Murgia, Margaret Mazzantini. Tutte a vario titolo rappresentanti di una letteratura che verrebbe da definire normale.

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere sulla Los Angeles Review of Books un lungo articolo su una edizione bilingue dei Canti di Leopardi curata da Jonathan Galassi, celebrato traduttore di Montale, oltre che poeta e presidente di Farrar, Strauss & Giroux. Alan Williamson, l’autore della recensione, si soffermava sulla difficoltà di tradurre Leopardi, citando Calvino – “oltre i confini dell’Italia, Leopardi non esiste” – e, attraverso qualche esempio, riconosceva a Galassi la buona riuscita in un’impresa così difficile. La parte finale del pezzo era dedicata, invece, a un ragionamento interessante sull’immagine degli italiani. Per quale ragione, si chiedeva l’autore, gli italiani, percepiti da nordeuropei e americani come un popolo caldo, amichevole ed edonista, hanno nel loro pantheon letterario scrittori cupi come Leopardi, Montale, Pavese?

Le risposte che ipotizzava Williamson non convincono del tutto: un passato troppo più glorioso del presente (pessimismo storico); condizioni di vita estremamente dure fino al Ventesimo secolo. Ci vorrebbe forse una maggiore conoscenza dell’identità italiana e della sua letteratura per concludere che la profonda cupezza di cui parla Williamson è un elemento tuttora presente nei nostri venerabili maestri letterari, e anche una caratteristica rimossa nella nostra autorappresentazione. In quanto a cupezza, proviamo a tracciare una linea che unisca i puntini Leopardi e Pavese, appunto, fino a Pasolini e Moresco… Se è vero che la nazione italiana è una costruzione letteraria prima che geografica (Carducci, Volponi) – tema tra l’altro approfondito ne L’Italia letteraria di Stefano Jossa, uscito qualche anno fa per Il Mulino – bisognerebbe forse abbandonarsi alla letteratura per scoprire qualcosa di più su noi stessi; la cupezza dei nostri classici potrebbe indicare che il modo in cui amiamo rappresentarci e odiamo essere rappresentati sia una falsa pista, che sole pizza e mandolino siano specchietti per le allodole per dissimulare un antropologico mal di vivere.

Nelle Lezione americane Italo Calvino dà una definizione magnifica di Leopardi dipingendolo come un “edonista infelice”. Ed è bizzarro come questa stessa definizione si possa applicare a molti prototipi di arci-italiano, veri o solo scritti, dai personaggi di Alberto Sordi a Silvio Berlusconi. Leopardi, a ben vedere, non sarebbe come vuole il luogo comune, il mostro, l’alterità, l’anticorpo, ma l’incarnazione di un elemento ben presente nel nostro DNA. La cupezza è in noi e nel nostro spirito, sotto la maschera di Pulcinella.

[Questo articolo è stato pubblicato su Orwell]