di Helena Janeczek

Sensazione di una totale incomunicabilità che pagheremo in maniera devastante: forse non solo qui o in Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda.
Un programma mattutino della ARD, il primo canale tedesco, commenta lo scontro fra Hollande e Merkel. Il primo, spiega la moderatrice, sarebbe visto quasi come un messia da tutti coloro che preferirebbero spendere (ausgeben) anziché risparmiare (sparen), ma la cancelliera difenderà inflessibilmente la linea del risparmio.
Risparmia ora!!! (è conveniente)
No Logo, dodici anni dopo
di Giuseppe Zucco
Per chi c’era, per chi vorticava la propria tenera età allo scoccare degli anni duemila, quando la faglia tra i due millenni era così poco divaricata che lo sfregamento tra i secoli scatenava ancora euforia e speranza, io iniziavo l’università, ci andavano gran parte dei miei amici, abitavo a Milano, portavamo i capelli lunghi, la barba tardo hippie, i jeans larghi, le sneaker con i lacci colorati, broccolare stava per provarci con le ragazze, studiavo le nuovissime Scienze della Comunicazione, guardavamo Amores Perros, alle lezioni di storia del cinema mi accasciavo sui banchi davanti a Quarto Potere, appendevamo la bandiere della pace ai balconi, l’esame di economia politica dispensava la tinta unita della depressione, una volta ho messo la cravatta per vedere come stava, la parola performanza nel corso di semiotica ghiacciava all’istante ogni facoltà percettiva, si andava a ballare il reggae nel cavo in disuso dei centro sociali, nelle cuffiette scatenavo i Radiohead, tenevamo la fila per strappare dai vassoi dell’happy hour la sfoglia in vetroresina delle patatine, su internet cercavamo voli low cost per Porto Alegre, spedivamo i curriculum alle multinazionali di finger food, di giorno nel calore istituzionale delle università riportavamo su i quadernoni le slide di Power Point su come costruire e rendere appetibili i brand e i claim e i pay off, di notte nell’oscurità sovraffollata dei bilocali in affitto sognavamo di sbaragliare il capitalismo avanzato dei brand e dei claim e dei pay off, citavamo Fight Club, leggevamo No Logo, sopportavamo rette salatissime nelle università private per diventare i futuri quadri della classe dirigente, una scissione della personalità curata con la premurosa somministrazione di stage e tirocini che perdurano tutt’ora, anni dopo la fine della carriera universitaria, comunque sia andata, lode compresa.
Come sia stato possibile, non dico leggere No Logo, ma tenerlo in verticale tra il manuale di diritto pubblico e gli albi di Dylan Dog in bella vista, senza neanche accorgersi che di solito il mattoncino nero di No Logo poggiava sulla superficie nera o bianca o marroncino chiaro del logo dei logo, cioè una libreria Ikea, resta un mistero generazionale. Ovviamente, Naomi Klein non ha avuto la stessa lungimiranza di David Foster Wallace. Dove la studiosa sociale scorgeva la scintilla di un movimento globale che avrebbe spazzato via brand e claim e pay off, la terribile dittatura degli sponsor, lo scrittore intuiva il profilo sinistro dei brand e dei claim e dei pay off allungarsi nel futuro, fino a prefigurare in Infinite jest un tempo in cui le grandi imprese acquistano il diritto di dare un nome a ciascun anno del calendario, da cui Anno del Pannolone per Adulti Depend.
I brand, i loro logo, oggi, sono il paesaggio predominante dentro cui la vita quotidiana accade. Tutto è logo. Tutto è brand. Ma in maniera meno compatta di una volta. Il problema è che la porzione di realtà che il brand tenta di colonizzare con la costruzione e la narrazione di un mondo coinvolgente, appagante, definitivamente sexy, vedi alla voce Macintosh, per dirne una, non sempre riesce, il roseto della finzione è squarciato dalle spine aguzze della realtà.
Prendete uno tra i brand più chiacchierati e forieri di leggende metropolitane della capitale. Ama Roma S.p.A. Azienda Municipale Ambiente specializzata in raccolta, trasporto, trattamento, riciclaggio e smaltimento dei rifiuti. Lasciate perdere le voci o le proteste infinite o la disavventura della raccolta differenziata o la ricerca spasmodica di nuovi siti per la discarica. Mettete da parte l’aura sentimentale che emana dai camioncini bordò con testa bianca stracarichi di maleodoranti sacchetti in seguito alla diffusione dell’acronimo aziendale. Guardate il logo. Come ogni macchia di Rorschach, anche qui è possibile leggere tutto il bene e tutto il male, la fantasia patinata del marketing e la nauseabonda composizione chimica della realtà. Sotto la lente d’ingrandimento delle associazioni di pensiero, il logo potrebbe designare in senso orario il primo quarto di un sole raggiante sulla natura restituita ai cittadini, uno dei guanti con cui gli operatori ecologici rimuovono i rifiuti fuori e dentro i cassonetti, la manata in questo caso bianca e non gialla che gli Uruk-hai si scambiavano l’un l’altro prima di precipitarsi in battaglia contro gli esseri umani, gli orchi che nella versione cinematografica de Il Signore degli Anelli perpetuavano sul loro corpo la Bianca Mano di Saruman il Saggio, il logo del male che non ha più abbandonato i ricordi dei giovani studenti seduti nel buio della sala, mentre fuori, poco tempo prima, chi in televisione chi per strada, avevano visto durante le manifestazioni contro il G8 di Genova le stesse mani dipinte di bianco sollevarsi nell’aria satura di fumo in segno di una sola parola: pace.
Questo testo è stato pubblicato su Vicolo Cannery (http://www.vicolocannery.it/)
Ombra di bestia
di Giusi Drago

[Giusi Drago è nata a Trento e vive a Milano, dove lavora nell’editoria. Traduttrice dal tedesco, ha ricevuto il Premio italo-tedesco per la traduzione letteraria 2011. Le sue poesie sono apparse nell’antologia 7 poeti del premio Montale, Scheiwiller, 1995. Ha pubblicato il volume La pazienza della mano (Nicolodi, 2004) e diretto per cinque anni la rivista «Dialogica. Semestrale di ricerca e culture letterarie». Pubblico qui molto volentieri una selezione di sue poesie. a.s.]
OMBRA DI BESTIA
I
in tre modi ha la meglio la paura:
in forma di battito pressante
anche muto o morituro,
Il saluto di Mesagne
di Domenico Pinto
Un desiderio di chiarezza, come dire di pace, imperturbabile e dirimente, sarebbe il sogno di qualunque osservatore. Non si hanno invece che frammenti, una sequenza di fotogrammi, nulla che ancora custodisca un senso fuorché la corrente di emozioni che continua a attraversare la città di Mesagne. Ora che una larga folla si va adunando in piazza IV Novembre, dopo due giorni dall’attentato alla scuola Morvillo-Falcone di Brindisi, tutti i piani interpretativi di questa realtà, infinitamente mediata e congetturale, irrisolta, contraddittoria, si aprono per far posto al più duro degli oggetti di realtà: il corpo di Melissa Bassi entra per l’arco della Porta Grande, viene seguito da un applauso; dalle finestre della biblioteca comunale si vede la folla dei vivi richiudersi su di esso.
Esercizi di copiatura: 53 lettere di Paul Cézanne
La filologia ha ormai da molto tempo fatto i conti con una questione piuttosto delicata, quanto inevitabile: esiste una situazione, o meglio, una condizione psicologica della copiatura. Dobbiamo in primis al magistero di Louis Havet e al suo Manuel de critique verbale appliquée aux textes latins (1911) le pagine più chiare e illuminanti al proposito. Senza farla lunga: chi copia un testo (ad esempio un manoscritto) incappa inevitabilmente in errori, più o meno involontari. Havet ne elenca alcuni: errori diretti e indiretti, errori di udito e/o di vista, senza dimenticare l’influenza del modello, del contesto e – aggiunge – della personalità del copista. Il nostro copista, qui in questione, ha un nome: John Rewald. E’ lui che nel 1937, tra mille ricerche e un accanimento costante, pubblica i risultati di anni di lavoro dedicati al suo artista prediletto, Paul Cézanne.
La paura e la voglia di non essere soli
di Gianluca Veltri
Tra qualche tempo, con l’ultimo album degli Amor Fou “Cento giorni da oggi” ripasseremo in rassegna questi anni. Con un’operazione che classicamente si definirebbe “coraggiosa”, la band milanese ha smesso in tempi vertiginosi l’aura cantautorale, vagamente melanconica, che aveva giustificato il credito guadagnato nell’ambito della musica d’autore. L’electro esistenzialista di “La stagione del cannibale”, la scrittura pensosa di “I moralisti” — i due primi lavori — sono stati spazzati via da un vortice, dentro cui è finito il nuovo, terzo disco. Doveva essere un album-concept sui giovani, disse Alessandro Raina, il front-man e autore del gruppo. Una sbornia di gioventù. E gioventù è stata, però da una prospettiva che nel frattempo è cambiata, perché Raina e compagni è come avessero aperto le finestre sul frastuono del mondo, facendosene invadere. Dalle loro camerette, anziché guardarsi l’ombelico, hanno allungato la vista sugli altri continenti, su quel che accade a varie latitudini, riportandolo poi a casa. Sentirsi immersi in un tutto. Un viaggio in Africa proprio nell’anno delle rivoluzioni maghrebine ha dato a Raina nuove chiavi di lettura. E così il singolo che lancia l’intero album è una canzone dal titolo “Alì”; “La primavera araba” è un altro dei brani portanti, insieme a “Le guerre umanitarie”. È come se le canzoni volessero costantemente creare un ponte tra le nostre cose (quasi sempre asfittiche, piccole, rinchiuse in sé) e tutto quello che nel frattempo sconquassa il mondo. “I figli dei persiani di Berlino Ovest” sono visti in controluce ai “figli dei precari di Milano”: i primi, felici come giovani leoni, si dipingono il viso col sole; i secondi, golosi come giovani vampiri, si riparano il viso dal sole (dimenticando di esistere). In “Goodbye Lenin”, brano che prende in prestito il titolo di un film (non è l’unico), viene eletta a epitome di risveglio la rinascita della Germania orientale uscita dal giogo comunista. La decadenza del mondo occidentale viene letta nelle crepe del presente, dalle derive di Scientology alla dittatura televisiva. “Bombardiamo Tripoli/ puniamo chi bestemmia nei reality”, canta Raina paradossalmente — ma nemmeno tanto — in “Le guerre umanitarie”. Accostando due eventi di siderale distanza, che però arrivano appiattiti davanti ai nostri schermi: i bombardamenti su una città araba e la blasfemia nel reality show. Ma non c’è denuncia, non c’è protesta. Le canzoni sono come cartoline spedite dal mondo. “I volantini di Scientology” enumera come in un’indagine: “tre milioni di persone consumano un mese di vita fra le code dei nuovi I-phone […], tre milioni di ragazze dimagriscono non sempre per colpa di Photoshop/ hanno soltanto vent’anni e pochissime non sogneranno il titolo di Amici”. Piccolo trattato di sociologia.
Intriso di presente, il nuovo lavoro degli Amor Fou ha in “contemporaneità”, oltre che in “gioventù”, le parole-chiave. Tempo reale. Vitalità, voglia di vita, straripante. Il titolo “Cento giorni da oggi” è il “carpe diem” degli Amor Fou. Descrive un perimetro sul domani immediato. La visibilità sul futuro non può superare, se non di poco, i tre mesi: cento giorni. Oltre questo sipario temporale non si possono stilare programmi. Niente nostalgia del futuro, bando alle malinconie. Il palinsesto è questo.
I lemmi e i nomi che troverete in queste tracce oltre a i-phone, reality, Photoshop e “Amici”, sono: Erasmus, social network, Ikea, rave, flash mob, sesso sicuro, master, Saviano, mercato, Thyssenkrupp. Musicalmente i nuovi versi di Raina non potevano più accompagnarsi ai consueti vestiti cantautorali. Un disco poco italiano, “Cento giorni da oggi”, e una svolta musicalmente poco praticata, quella degli Amor Fou. Se si eccettuano possibili rimembranze del Battisti di “Anima latina” e dell’assai influente Battiato di “La voce del padrone”, i riferimenti sono tutti anglosassoni. Le influenze più remote, classicamente anni ’80, affondano negli ascolti di Cocteau Twins, Cure, Talking Heads, Flaming Lips. Ma è soprattutto nel brodo recente che vanno ricercati i maggiori link. Più di De Gregori, allora, ci troverete The Drums, e un pizzico dei Vampire Weekend anziché la rimembranza di un De André. Oggi gli Amor Fou guardano più agli Arcade Fire che ai Baustelle, ma in fondo, sebbene con ben altra profondità, anche ai Coldplay. Perché un’altra parola chiave degli ultimi Amor Fou è “POP”. Variamente declinato: dream-pop, pop-funky, synth-pop, afro-pop. Non è smarrita quella cifra citazionista che connota la nuova canzone d’autore (“vengo a prenderti stasera”, “ti voglio cullare”, “per fare un frutto ci vuole un fiore”). Ma più di questo, resta altro, dall’ascolto di “Cento giorni da oggi”. Resta il tentativo di far circolare l’aria quando una casa è stata troppo a lungo chiusa, e questa casa è l’Italia dell’ultimo ventennio. Respirare a pieni polmoni. Mettere in circolo l’energia. Urlare a più non posso, e non più da una cameretta angusta, “la paura e la voglia di non essere soli”.
(qui il video e un’intervista ad Alessandro Raina)
Melissa e Nicola
di Antonio Sparzani
Una ragazzina e un ragazzino. Adesso sono morti tutti e due.
Melissa lo sanno tutti chi era e che è morta dilaniata da un’esplosione davanti alla sua scuola di Brindisi, mentre vi si stava recando, da Mesagne, come tutte le mattine. Atroce, semplicemente atroce.
Chi sia Nicola lo sanno in meno persone:
MGUS
di Fiammetta Cirilli
Nel vagone si respira l’aria dei treni pieni: un bambino di qualche anno, non distante dal posto occupato da Giulia, piange nevroticamente; mentre altri due o tre, appena più grandi, ghignano e si agitano, improvvisano giochi, sgambettano noncuranti dei rimproveri delle due donne che sono con loro. Un tale di mezza età minaccia, prima ancora che il treno parta, di chiamare l’uomo nero.
Giulia osserva e non dice nulla. Non sorride. Sfiora con la destra la tempia e la tiene premuta qualche istante, come se avesse l’emicrania. Ma sta bene. Nonostante tutto, oggi può dirsi in buona salute. Non le pesano l’insonnia accumulata negli ultimi giorni, la cattiva digestione, l’aver fatto da una settimana in qua solo pessimi pasti: roba confezionata, riscaldata magari, trangugiata controvoglia.
… dove nascono e muoiono le stelle [ e non in senso metaforico ]
LATEST NEWS dalla ⇨ Grande Nube di Magellano e dall’ ⇨ OCCHIO DI HUBBLE
An Exciting Mission
di Monica Jansen
“Caution Church Van. An excited Church with an Exciting Mission”: guardando questa avvertenza sul retro di un pulmino di parrocchiani, posteggiato accanto alla ‘cappella’ di Hyde Hall sul campus della University of North Carolina a Chapel Hill, mi sono chiesta se potesse valere anche per la congregazione che per tre giorni, inizio maggio, lì si è ritrovata per discutere i pro e contro della “Anomia della terra” (titolo del convegno). Il progetto veniva da una rete internazionale di ricerca creatasi l’anno scorso tra le università di Amsterdam e Utrecht, Parigi (Nanterre), Michigan e Chapel Hill con il titolo generale “Precarity and Postautonomia: the Global Heritage”. Una delle conclusioni più sorprendenti del convegno-“assemblea”, almeno per me, è stata che l’autonomia concepita nell’Italia travagliata degli anni Settanta, non solo ha conquistato l’intellighenzia accademica statunitense in questi primi anni 2000, ma starebbe perfino cambiando la società americana nei suoi fondamenti. Gustavo Esteva, professore/attivista trasferitosi negli USA dal Messico nel 1954, nel dibattito conclusivo ha complimentato gli americani per il loro risveglio politico, con un (ironico?) “welcome to the boiling!” Ma cosa vuol dire applicare la (post)autonomia alla realtà sociale e economica delle due Americhe: dico due perché l’America del sud è ampiamente rappresentata nelle università dell’America del nord e lo spagnolo è ormai seconda lingua se è lecito trarre conclusioni dalle doppie scritte inglese/spagnolo nei servizi pubblici. E cosa si intende per “autonomia” se si estrae il concetto dalle sue origini operaistiche degli anni Settanta in Italia, segnati non solo da rivolte di studenti e operai ma anche dal terrorismo, di destra, di sinistra, e di Stato? Come ha osservato giustamente Andrea Righi, autore di Biopolitics and Social Change in Italy (2011), i pensatori che negli Stati Uniti vanno per la maggiore, da Negri e Virno a Bifo, son tornati alle giovani generazioni italiane dopo la loro riabilitazione nei campus americani. Un altro partecipante faceva notare invece che il nesso tra i Black Panthers e Autonomia non era stato indagato a sufficienza mentre era essenziale per comprendere il valore sociale del pensiero radicale negli Stati Uniti. E che risposta dare all’indignazione di una relatrice, rappresentante dei diritti degli indigeni americani, i first nation, non inclusi da nessun relatore nella ‘moltitudine’ dei richiedenti diritti, da Autonomia a Occupy ad Anonymous? Intanto, seduta accanto a me, una signora legge un giornale locale recante in prima pagina la foto di un poliziotto con sotto la dicitura “Life without Activism would be dull”, la vita senza attivismo sarebbe noiosa. In quale quadro concettuale si deve allora concepire l’attivismo, che per molti dei presenti al convegno andrebbe diretto contro lo Stato? Per tornare alla domanda sugli indigeni: forse, come ha suggerito un relatore, la strategia Occupy di diventare invisibili, di fondere la propria soggettività con quella dei passanti che popolano la strada, è più difficile da realizzare quando si appartiene a una minoranza “visibile”? Osservazione contraddetta da altri secondo i quali nel movimento Occupy negli Stati Uniti sono state proprie diverse minoranze specifiche, come i caraibici newyorkesi, a prendere l’iniziativa per azioni locali tipo ‘urban gardening’ che hanno funzionato come nuclei di aggregazione. Ma allora come la mettiamo con un episodio Occupy in Messico, dove il comitato organizzatore ha violentemente rifiutato i rituali iniziatici di un gruppo indigeno, provocando la scissone del gruppo d’azione? Contraddizioni su contraddizioni, paradossi che generano altri paradossi: in questo convegno, l’ambivalenza sembrava il punto di partenza per intravvedere le possibilità di legare l’astrazione teorica a modalità nuove di intervento politico. Karen Pinkus, per esempio, professore di letteratura italiana, ha preferito lasciare da parte l’intervento sulla fiction preannunciato, per richiamare l’attenzione sul gigantesco problema del cambiamento climatico e sull’azione concreta degli attivisti nella zona della sua università, Cornell, contro le tecniche di sfruttamento chiamate ‘fracking’; questi attivisti fanno leva, paradossalmente, su uno dei provvedimenti americani più conservatori, ovvero il prevalere della sicurezza dei cittadini in situazione di pericolo. Però, un altro partecipante aveva apposto sul suo “mac” un adesivo con lo slogan: “the green scare”, affermando che occorre resistere contro ogni strumentalizzazione della paura del cambiamento climatico, che distoglie la nostra attenzione da altre emergenze più problematiche. Nonostante le controversie interne, tutti i presenti sembravano d’accordo con la “missione” di cui gli intellettuali dovrebbero farsi carico per –almeno – limitare i danni. Molti di loro sono attivi sia nell’università sia in movimenti, che talvolta sono anche accademici: Elise Danielle Thorburn, dottoranda e rappresentante di EduFactory, ha lanciato un appello a favore degli studenti in Quebec, le cui manifestazioni contro l’aumento delle tasse sono state represse con violenza dalla polizia, con tanto di feriti e arrestati, e quindi notevoli costi legali per il movimento. George Caffentzis, professore di filosofia dell’università di Southern Maine invece ha chiesto solidarietà con la lotta studentesca contro il debito del prestito di studio, che negli Stati Uniti pare sia ancora più grave di quello della carta di credito. Si sentiva insomma che alcuni partecipanti provenienti da varie aree di attivismo, si aspettavano che i relatori non offrissero solo analisi teoriche ma concepissero anche strategie pratiche. E si è creata anche una divisione tra gli antagonisti del capitalismo e chi sosteneva che il capitalismo ormai capillare sia piuttosto un nemico interno; tra chi sosteneva una visione anti-umanistica della lotta, proponendo una dimensione impersonale allargata alle entità di animali e molecole, e chi riteneva essenziale riportare i problemi a realtà concrete e soluzioni pragmatiche; tra chi si sentiva attratto all’‘anomia della terra’, che oltrepassa il concetto territoriale di Stato, e chi invece rigetta una critica irresponsabile e elitaria dello Stato. Un esempio: l’autonomia sanitaria può funzionare senza l’assistenza da parte dello Stato?
Per me, partecipare a questo convegno, è stata un’esperienza davvero molto eccitante, ma che perde la sua pertinenza se non ci si sforza di comprenderne le ambivalenze, le contraddizioni e i paradossi. Non per fermarsi all’impotenza della complessità, ma proprio per poter aprire altri orizzonti di pensiero. E perciò la sfida posta dall’anomia della terra, lanciata dall’organizzatore Federico Luisetti sulla scia del filosofo tedesco Carl Schmitt, ha funzionato bene come propulsore provocatorio che ha liberato diversi tipi di vitalismo, complementari e conflittuali.
Per ulteriori informazioni: postautonomia.org
Da “Le Qualità”
di Biagio Cepollaro
1.
il corpo si rende conto che senza secernere un po’
di gentilezza non offre spazio né accoglimento
in cui l’umano possa trar conforto dallo specifico
delle sue peregrinazioni: è come se uno dovesse
simulare l’arco aperto del porto che ferma
il mare ma che non trattiene tempesta o male
ma lui non può: è ancora colmo d’odio che è
olio che dal vaso trabocca ad ogni occasione
e così vorrebbe lui una specie di miele o di oblio
così – come si dice – morde la serpe coda ch’è sua
Piazza Macao

di Gianni Biondillo
(ero in Piazza Macao il giorno dello sgombero. Ho scritto una cosa, “all’impronta”, che solo ora riesco a pubblicare)
“Sei stato a Macao?” mi chiede via skype Marco Rovelli e io non capisco la domanda. Vengo a conoscenza così dell’occupazione della torre Galfa, gioiello dell’International Style meneghino tanto amato da Gio Ponti. Ma quelli erano gli anni Cinquanta e bastava Melochiorre Bega per farsi ammirare dal mondo, senza bisogno di chiamare archistar irachene o giapponesi per rifare il trucco alla città. Ho passato, per lavoro, buona parte della scorsa settimana fuori Milano. “Ci vado appena posso”, ho risposto, convinto che l’occupazione sarebbe durata più a lungo. Non per romantico spirito ribellista, ma per ingenua convinzione che l’inerzia avrebbe sopraffatto tutto, come al solito. In fondo il grattacielo è rimasto vuoto per quindici anni, a pochi passi da un ganglio urbano in piena trasformazione. Un vuoto sordo, incomprensibile. Che artisti, musicisti, designer, scrittori, avessero deciso di trasformarlo in un luogo vero, pieno di contenuti condivisi con la cittadinanza mi sembrava una cosa importante, oggi, in un tempo del quale persino il Ministro della Cultura sembra un desaparecido (qualcuno di voi sa cosa sta facendo? Ha notizie dal Ministero? Com’è che inizio a provare una nostalgia indicibile per Bondi?).
Come al solito la sinistra meneghina non ha capito niente. Il capogruppo PD al Comune, Carmela Rozza, innervosita, ha trattato gli occupanti come dei perdigiorno radical chic. I “cosiddetti creativi”, così li ha apostrofati, vadano a Quarto Oggiaro, ché lì c’è bisogno di cultura. Eppure Rozza, per la sua storia personale, dovrebbe sapere che in quel quartiere già molta gente lavora sul territorio, organizza eventi, invita scrittori. C’è Vill@perta, Quarto Posto, Il Baluardo… Associazioni che fanno tutto – e tanto – nell’indifferenza dei media e, sospetto, della politica. Occupare la Torre Galfa – il “torracchione” che, nella Vita Agra di Lizzani, Ugo Tognazzi vuol far saltare in aria -, trasformarla in un “Temporary Cultural Center”, dopo tanti inutili “Temporary Shop”, è un gesto oculato, intelligente, fortemente mediatico. Significa, in breve, che la democrazia partecipata, quella che ha portato a Palazzo Marino questa giunta, vuole fare di un simbolo del capitale finanziario un luogo di cultura popolare.
Perché questi che sono stati sgomberati stamattina non sono ragazzi capricciosi, finiamola con la retorica paternalistica dello Stato forte ma giusto. Li vedo, ora che li ho raggiunti in bicicletta, mentre occupano la strada, trasformata in una forzosa piazza pedonale. Ci sono studenti universitari, designer, artisti, musicisti, scrittori. Non c’è la cupa e passatista atmosfera da centro sociale – “poche birre, niente cani”, m’è stato detto, per gioco -, sembra più un vernissage, un Fuori Salone. Questi con cui parlo sono persone che vorrebbero e dovrebbero vivere di cultura ma non ce la fanno, perché mai come in questi anni l’unico talento che potrebbe farci uscire dalla crisi, il loro, viene continuamente represso. Sono la classe creativa, gli intellettuali, gli artisti, che nel resto d’Europa avrebbero già spazi dove esprimere le loro idee innovative, senza doverli rubare ad un capitalismo indifferente alle novità. Sapevano benissimo di aver forzato la mano, sapevano benissimo che li avrebbero sgomberati. Sono usciti senza opporre resistenza.
Guardo i pochi poliziotti e finanzieri in assetto da battaglia, che presidiano l’ingresso, sbadigliando sotto il sole. Nessuno li considera, tutti presi come sono a inventarsi altre forme di lotta creativa. Mi dispiace davvero di non aver visto i concerti gratuiti, le letture, i dibattiti dentro la torre, assieme a loro. Di non aver goduto del panorama agli ultimi piani. Ho perso un’occasione, penso. Ma, quel che è peggio, è che forse anche la politica ha perso la sua, di occasione. Speriamo sappia recuperare al più presto questo inespresso desiderio di dignità e di gioia collettiva. Conviene.
L’editore riluttante. Cartoline dalla Fiera
di Marilena Renda
Alla Fiera del Libro di Torino si va per incontrare gli editori, o almeno così dicono. Gli esperti del settore, i redattori, gli uffici stampa, gli scrittori. In ultimo si incontrano anche i libri, la cui quantità è spropositata e la cui presenza fisica, anche volendo, non è facilmente ignorabile. Alla Fiera del Libro di Torino i libri si presentano come un immenso dinosauro cartaceo che lascia sgomento anche il visitatore più volenteroso; anche solo farsi un’idea più che generale di quello che pubblica l’editoria italiana è impossibile, a meno di non interrarsi vivi dentro l’immenso dinosauro.
Ecco come sono andate le cose a me, che volevo solo comprare alcuni libri che mi interessavano e vedere alcune persone che non vedevo da tempo.
LA RIVOLTA IMPOSSIBILE vita di Lucio Mastronardi
Capitolo quarto
Prima che Il calzolaio approdi nelle librerie nella collana dei «Coralli», ampliando in questo modo la cerchia degli happy few che l’avevano letto sul Menabò, via Biancamano propone ai lettori Il maestro di Vigevano. «Siamo tutti molto impressionati», gli confida Calvino in una breve lettera con cui gli annuncia la pubblicazione.
stati caldi di vacanza
di Roberto Cavallera
stati caldi di vacanza 1
tra sé e sé, una per una, infarcite delizie di casa per forni più capienti. lenti con tutto disputano sul prezzo. non s’alza nessuno. muti sul posto. le corrispondenze su quello che cade. un guadagno sulle vendite i subalterni confusi entrano da dietro danno il resto ne danno un altro s’adoperano superlativi per il lancio. riprendono con gusto, si fanno vedere disgiunti dal piano, più d’uno s’appaga smuovendo un trillo, un tintinnìo
La storia di Genji
Poco prima di partire per il cammino a piedi della Stella d’Italia ho avuto la gioia di ricevere un regalo meraviglioso e ben augurale, una grossa busta dell’Einaudi con dentro uno dei romanzi che amo di più, scritto dalla più grande scrittrice di tutti i tempi: La storia di Genji di Murasaki Shikibu, appena uscito nella traduzione italiana di Maria Teresa Orsi, per la prima volta direttamente dal giapponese antico.
Su questo libro giapponese dell’anno Mille ho già scritto molte volte e chi conosce i miei libri conosce anche l’intensità del mio trasporto per questo impareggiabile romanzo e il mio amore fisico per la sua misteriosa autrice.
Diversi anni fa, quando io e gli altri amici del Primo amore eravamo ancora in Nazione Indiana, abbiamo organizzato al Teatro I una serata su questo libro ancora in cantiere, con la presenza tra gli altri della sua traduttrice, di Andrea Raos e di altri.
Ringrazio e abbraccio Maria Teresa Orsi e – attraverso di lei – anche il corpo o il corpicino di Murasaki avvolto negli strati sovrapposti delle sue vesti.
Le fossoyeur y Don Manuel Bueno, mártir, Miguel de Unamuno – Recensione per la quale è necessario avere letto il libro
di Gianluca Cataldo
Durante i funerali i parigini mantengono una compostezza invidiabile. In fila indiana, tenendosi appena un fazzoletto sul naso, non sempre vestiti di nero, si aggirano fra le tombe di Montparnasse nella speranza che il proprio caro venga sepolto di fianco a Guy de Maupassant. Piangono, è vero, poi mi notano a due tombe di distanza, in attesa con la mia macchina fotografica – quest’oggetto violento – e reprimono il naturale sfogo del dolore. Io scatto una foto, poi mi giro dall’altra parte.
visti dall’interno – un panorama poetico
[ compresenza possibile – naturale – e necessaria – di poetiche differenti ]
pubblicato da orsola puecher
Piccolo Karma
di Marco Coccioli
Negli ultimi anni si è assistito a un graduale ritorno nelle librerie di una potente e tormentata voce della nostra letteratura del dopoguerra. Carlo Coccioli, nato nel 1920 a Livorno e vissuto in Messico dal 1954 al 2003, anno della sua scomparsa, ha scritto una quarantina di opere, quasi tutte pubblicate nelle principali lingue del mondo.


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