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Una piccola nota sulla distribuzione

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[Mi piacerebbe che questo intervento sulla distribuzione fosse letto tenendo d’occhio questo intervento di Vincenzo Ostuni sulla qualità nell’editoria, ecc. a. i.]

Enrico Piscitelli

Qualche tempo fa, Andrea Inglese ha pubblicato su Alfabeta2 una mia piccola nota, sulla situazione attuale della narrativa italiana – non di major. Scrivevo, in quella nota: “la narrativa italiana ha un riscontro bassissimo. Al momento, il più basso degli ultimi anni. I librai prenotano pochissime copie dei libri di narrativa. Non si fidano. Sanno, o qualcuno ha detto loro, che venderanno solo un piccolissimo numero di romanzi italiani, e solo di alcuni autori. Qui stiamo parlando di numeri così bassi, che cinquecento copie vendute di un libro di una piccola casa editrice, sono un successo clamoroso, roba da brindare col prosecco”.

Questa nota è stata ripubblicata da molti. Per esempio da Loredana Lipperini, nel suo blog. Lì, nei commenti, Federico Guglielmi (Wu Ming 4), scrive: “quanto all’intervento di cui sopra, non mi sembra (più) vero che nessuno scrive questa verità. Forse non è sbandierata a titoli cubitali sui giornali, ma in realtà è risaputa e sotto gli occhi di tutti”. Ma, soprattutto, Guglielmi si chiede cosa fare e come agire. Domande impegnative, e importanti. Senza dubbio.

Parole e musica all’Arci Bellezza

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CONCERTO presentazione del cd libertAria e INCONTRO su Servi

Sabato 12 febbraio 2011 – Arci Bellezza Milano, via Bellezza 16A

[ore 18.00] SERVI – il paese sommerso dei clandestini al lavoro

Discussione con l’autore MARCO ROVELLI. Interverranno gli scrittori GIANNI BIONDILLO e ALESSANDRO BERTANTE, il critico letterario DANIELE GIGLIOLI e l’attore MOHAMED BA

[ore 22.00] CONCERTO

MARCO ROVELLI  – voce e chitarra acustica

MAURO AVANZINI – sax e flauto

LARA VECOLI – violoncello

27-31

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27-31 / gherardo bortolotti

27. Seguivamo le vicende delle nostre settimane come storie di un’età parallela, come intrecci secondari in cui la merce era innocente, le immagini infinite. Nel corso delle giornate, alcuni accettavano di assistere alle cose dal punto di vista di chi non ha ragione, di chi riconosce al mondo le sue necessità, i suoi bisogni, anche crudeli. Non capivamo fino in fondo perché eppure eravamo in vita, in visita presso il reale, presso le notizie di cronaca, le fattispecie del capitale.

28. Come tracce di una civiltà scomparsa, ritrovavamo al mattino il senso delle nostre giornate, dei mesi a venire, mentre ascoltavamo in radio gli editoriali sull’accordo a Mirafiori, sulle rivolte tunisine. Sentivamo, nel petto, il peso di ciò che era in corso, di ciò che era vero, e guardavamo al futuro dalla cucina, quasi avendo il sospetto di un finale diverso.

aspettando l’oltre (con Berardinelli)

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di Gaia Manzini

Nel prezioso libello di Alfonso Berardinelli c’è un solo elemento che rende dubbiosi. Il titolo: Che intellettuale sei? Domanda che s’immagina pronunciata con sussurro gentile. Domanda che in realtà presuppone un lettore già eletto, o auto-elettosi, intellettuale. Tutti gli altri potenziali lettori si escludono da sé con orgoglioso diniego: tipico di chi, suo malgrado, è stato fatto fuori da un’élite. E questo è un peccato. L’intellettuale è un misantropo. Forse un filantropo critico. Possiede un’attitudine umana (la tendenza a isolarsi) che determina o sostiene un’attitudine dello sguardo. Critica e smonta il vivere sociale, le sue finzioni e le sue menzogne. E’ conscio di aver iniziato a esistere come individuo nel momento in cui ha scelto la solitudine e sa che l’ambiente sociale è diventato conoscibile solo da quando ha smesso di farne parte. Non era Montaigne a fare di solitudine saggezza? L’intellettuale misantropo vive fuori dalla società. Un fuori che diventa un oltre migliore. E qui viene il punto.

Perchè, e come, scrivere un romanzo (su Galeazzo Ciano)

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di Giacomo Sartori

In passato ho voluto scrivere un romanzo sulle ultime fasi della malattia di mio padre, sulla sua agonia. Mi sono quindi messo all’opera. Prima ancora che me ne rendessi conto il testo mi ha però preso per mano, conducendomi molto indietro, in plaghe dove non avevo pianificato di avventurarmi. Incurante della mia costernazione me ne ha mostrate i recessi meno presentabili, ha preteso che prendessi nota di quello che vedevo. Non c’era niente da fare, non mollava la mia mano: dovevo stare lì, dovevo liberarmi dei filtri abituali con i quali interpretavo il mio mondo. Per capire qualcosa del paesaggio inospitale dove mi trovavo, costellato di canzoni patriottiche e motti ideologici e camice nere, mi sono dovuto documentare sul fascismo, del quale sapevo molto poco. Un vero lavorone, che mi ha permesso però di penetrare nel tempio segreto del mio genitore: molte di quelle che pensavo essere particolarità del suo carattere, scoprivo, erano in realtà riverberi più o meno diretti e più o meno vividi della sua epoca. Del resto quel suo universo nero, constatavo, mi aveva in realtà irrimediabilmente contagiato, beninteso senza che me ne rendessi conto: le reazioni erano germinate in me come malattie non ancora diagnosticate, vere e proprie bombe a effetto ritardato.

La decrescita non è un impoverimento

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[Questo articolo è apparso sul numero 6 di “alfabeta2”]

di Marino Badiale e Massimo Bontempelli

L’idea (o slogan) della decrescita è una componente essenziale di un pensiero critico capace di confrontarsi con la situazione del mondo contemporaneo, e di interagire con una possibile nuova pratica politica adeguata ai gravissimi problemi attuali. Il punto di partenza del pensiero della decrescita è la ritrovata consapevolezza, annullata nel senso comune da qualche secolo di capitalismo, che i concetti di bene economico e di merce non sono identici: beni (intesi anche come servizi) sono i prodotti del lavoro umano che soddisfano determinati bisogni e necessità, merci sono, tra quei beni, quelli inseriti in un mercato monetario con un prezzo di vendita, e acquisibili, quindi, soltanto pagando quel prezzo. In termini logici, sono due concetti interconnessi, ma non coestensivi. La distinzione chiaramente riecheggia quella, introdotta dagli economisti classici e ripresa da Marx, fra valore d’uso e valore di scambio. Quando si parla di crescita si intende la crescita della sfera della circolazione di merci, quindi della sfera di compravendita di beni e servizi dotati di un prezzo. Quando si parla di decrescita si intende la diminuzione del raggio di questa sfera.

Ci sono i draghi dietro i cieli del mondo

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di Francesca Matteoni

Una volta un vecchio della mia città mi disse che ero aria infiammabile, tanto più pericolosa perché volatile e incostante – non si poteva distinguere il nucleo da cui si sarebbe originato l’incendio e poi l’esplosione. Me lo disse con una sorta di rancore, ed ero molto giovane, ma non ho mai dimenticato le parole, il loro scandirsi vagamente profetico nella mia mente. Questo fuoco corrosivo e letale è sempre apparso, proiettato alle spalle degli uomini che chiamavo amore, che pure lo sapevo venivano a rapinarmi della mia solitudine, quello stato invincibile in cui non avevo paura ed ero sfrontata e inafferrabile, proprio ciò che loro volevano, sbriciolandolo come un volto di creta. Non ho mai redento nessuno, pur pensando di poterlo fare, di poter essere attraversata come si fa con foreste primordiali che conducono alla salvezza  e non capivo di essere io ad attraversare, mentre le lingue bruciavano pezzi di me e  mi rialzavo di cenere, compattata sul terreno morto, ma non sono che i morti, infine, a suggerire le storie.

INNO-QUI, INNO-QUA, CANTICCHIAR, AFGHANISTÀN!

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ovvero

I 150 anni dell’Unità Nazionale celebrati dal tenente Meldosi
e dai suoi commilitoni di stanza in Afghanistan
durante un’esercitazione notturna.

(Parole e musiche del tenente Liarco Cippùn Meldosi
ispirate al Canto degli Italiani di Goffredo Mameli)

di Carlo Cuppini

Tenente Meldosi:

Cominciare a raschiare
se la tavola è imbandita con bombe al fosforo
come il pesce condito al magnesio sul cuscino
tra magnitudini collaterali a latitudini
nel 2011 terremoti a catena con epicentro
tra coltello e forchetta a un millimetro
della zuppiera stracolma di pesce che sguazza
già cotto stecchito bollito pulito
in grave difficoltà a riprodursi in assenza
di un preciso comando dei presenti indaffarati
a quanto pare col petrolio
che fuoriesce tuttora dalla crepa
sul fondo dell’oliera a condire
la broda primordiale sotto il tavolo
di plastica liquame che spalmato sul viso
per altro purifica i pori fa bene è anti-aging
cantiamo!

Risorgimento, tutta un’altra storia: Massimo Novelli

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composizione di effeffe

Con gli occhi di uno sterminatore
Alessandro Bianco di Saint Jorioz
di
Massimo Novelli
Dove si riparla della gloriosa casata dei Saint Jorioz, e di un figlio che tardivamente non disonorerà del tutto il nobile padre. I piemontesi hanno le mani per sparare, uno di loro ha pure gli occhi per guardare. Si fa la guerra alla frontiera pontificia, bisogna che niente cambi e niente resti com’è. Quando morì a settantaquattro anni, il 25 febbraio del 1893, nessuno o quasi se ne accorse. Un operaio, forse lo stesso che lo aveva trovato cadavere in un’abitazione dello Stradale di Francia al numero 25, a Torino, andò a denunciare il decesso dell’uomo qualificato come «maggiore a riposo». Venne sepolto il 28. Sui giornali della città, rammentò il Parmentola, «non un necrologio, non un’inserzione ». La famiglia «con lui si estingue completamente».

I diari di Rubha Hunish. Anteprima

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Dall’11 febbraio 2011 torna in libreria I Diari di Rubha Hunish, pubblicato per la prima volta nel 2004 da Baldini e Castoldi e riproposto in versione aggiornata e accresciuta dalle Edizioni Galaad. Il libro, piuttosto anomalo per il panorama italiano, raccoglie esperienze di viaggi tra le Alpi, le Highlands Scozzesi, le Ande ed il Grande Nord, terra magnifica ed in estinzione, seguendo l’insegnamento per cui ogni viaggio è un momento sospeso: siamo sottratti nelle vite intorno che ci attraversano. Gli Inuit dicono che diventare sciamano significa diventare mezzo nascosto: metà umano, metà nel mondo degli spiriti, dove si osserva a lungo, prima di parlare. Succede anche a chiunque abbia viaggiato almeno una volta, con il pensiero-paesaggio terso nell’occhio, ancora prima di comprendere. Auguro a questo libro tutto il bene possibile.(f.m.)

di Davide Sapienza

10 aprile 2006. Iqaluit, Nunavut. Non sono invisibile.

Ci siamo diretti da Iqaluit verso Tar Inlet, dunque verso Est. Da lì abbiamo proseguito verso Sud-Est. La pista era chiara nella mente di Lootie: dovevamo sfociare sulle acque ghiacciate del fiume Qiarrullituuq (“il posto delle foche”, come lo chiama lui), una volta percorsi circa cinquanta chilometri.
E lì si aprì davanti a noi una visione sconvolgente e maestosa: niente può prepararti a questo dispiegamento di potenze bianche, le muraglie di ghiaccio create dalla marea sul Qiarrullituuq Inlet. Il nostro continuo è un zigzagare tra figure e profili impossibili, lastre di ghiaccio multicolore, fogli di vento divenuti neve e quindi il mare aperto – ancora ghiaccio solido – che diventa l’orizzonte, la strada aperta verso la Groenlandia.

Un libro vi trasporterà: Rosaria Capacchione

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Nuova puntata di “un libro vi trasporterà” per gli amici di torno giovedì, dedicata all’importante libro di inchiesta, “L’oro della camorra” (ed. Rizzoli). Ne abbiamo discusso con l’autrice Rosaria Capacchione in pieno trasloco di mobili e montaggio del letto. Operazione che ha richiesto molte domande e soprattutto l’intervento di un altro romanziere casertano, Paolo Mastroianni che oltre ad aver scritto lo straordinario “Altrove” (ed. Effigie) ha conseguito una laurea in ingegneria. E poi, lo sapevate che la genovese si mangia solo a Napoli? effeffe

Maestro, a Mario Monicelli

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di Alessandro Gioia (Chiappanuvoli)

Le giunture alle gambe
non fan poi tanto male,
le dita non tremano granché,
gli occhi non soffrono più la luce,
tutto è coperto da un leggero
strato di prima neve soffice
.                                         ed innocua.
Anche il culo non pesa più,
la prostata un infinitesimo
lontano e neanche fastidioso
.                                           ricordo.

L’Egitto e le sporche coscienze

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di Sherif El Sebaie
Alcuni individui sono duri di comprendonio. Non si spiega, altrimenti, il fatto che qualcuno continui a chiedermi se sto con ocontro Mubarak, manco fosse una partita di calcio. Lo voglio ribadire forte e chiaro: dividersi fra chi sta con e chi sta contro Mubarak in questo particolare momento storico e con la brutta piega che stanno prendendo gli eventi, è stare semplicemente contro il bene supremo del paese.

Settanta chilometri dall’Italia. Tunisia 2011: la Rivolta del Gelsomino

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Una nuova pubblicazione curata da Quintadicopertina e Voci Globali sui recenti eventi tunisini, il passato e il futuro del Paese e della sua gente, fra storia, cronaca e testimonianze dirette. In formato ebook (epub, pdf e mobi) e con licenza Creative Commons (BY-NC-SA)

Leggi l’introduzione
Scarica il libro

Cosa sta accadendo in questi giorni sulle sponde meridionali del Mediterraneo? Cosa ha originato le rivolte popolari che ora stanno infiammando l’Egitto e che in Tunisia hanno portato alla fuga del Presidente Ben Ali? E quale il ruolo svolto dai social media in questi frangenti: semplice megafono per le notizie di prima mano oppure concreto sostegno alle “rivolte popolari”?

SCIABORDI di Emilia Dagmar

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[eccovi un racconto che mi è piaciuto della scrittrice italo-svedese Emilia Dagmar tratto dalla raccolta La seduzione rudimentale, Senza Patria editore, € 5,00, già recensito ad esempio qui, a.s.]

Decima

Oh, sì, stavolta è quella buona, certamente e finalmente. D’altronde mi dice che mi ama e mi ha anche dedicato I was born to love you dei Queen. Gli è addirittura balenata l’idea di avere un figlio con me, attempata signora che ha archiviato da tempo il capitolo della riproduzione, e me l’ha svelata con esitante commozione.

È uscita fuori un po’ per caso questa storia. Archivio tiepida il primo incontro. Svolazza un inizio di corteggiamento che si appollaia tenace su due labbra incollate una sera di fine novembre sotto la pioggia. Toh, quanto mi piace questo uomo fresco, appassionato, tenero, riflessivo. Toh, quanto gli piace questa donna navigata, arguta, scostumata e romantica. Ne ammira l’intelletto e il corpo competente. È valsa la pena solcare così tanti letti sfatti, orfani d’amore, per approdare qui. Certo è un guaio vivere questa storia nella clandestinità, ma presto tutte le cose si aggiusteranno. Sicuro. Col dovuto tatto sapremo gestire la fine del suo ventennale matrimonio. Come no. E poi siamo innamorati e invincibili.

Bene, Grazie!

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Intervista ad Anna Maria Papi
a cura di Francesco Forlani
(Pubblicata in formato rivista e con un ricco dossier fotografico sull’ultimo numero di Reportage )

Anna Maria Papi e Carmelo Bene sul set di "Un Amleto di meno"

Mentre mi accingo a salire sul treno Torino Firenze, mi risuonano i versi di Pasternak nella sua ode In morte di Majakovskij

Oh, s’io avessi allora presagito, 
quando mi avventuravo nel debutto, che le righe con il sangue uccidono, 
mi affluiranno alla gola e mi uccideranno. 
Mi sarei nettamente rifiutato 
di scherzare con siffatto intrigo. 
Il principio fu così lontano, 
così timido il primo interesse.
I versi, sono quelli magnificamente tradotti da Ripellino, ma la voce che ho in memoria, con ogni sua pausa, è quella di Carmelo Bene, in “Quattro modi di morire in versi”. Anna Maria Papi, da cui sto andando per Reportage mi ha fatto avere la biografia di Giuliana Rossi, I miei anni con Carmelo Bene, e così mentre la voce all’altoparlante avvisa gli accompagnatori dei viaggiatori di scendere, apro a caso su un passaggio.

…appena Carmelo apriva bocca, la maggior parte dei critici che venivano a fare le recensioni al Teatro Laboratorio gli davano del “cretino” come minimo. La stampa parlava male, malissimo di lui […] L’ostracismo del mondo della cultura italiana si manifestava anche nei confronti di chi aveva lavorato con lui. Quando alcuni attori si presentavano in altre compagnie teatrali, dicendo che avevano recitato con mio marito, gli chiudevano ogni porta senza giustificare il motivo. Appena veniva nominato “Carmelo Bene” il diniego era immediato.”

Pubblico e poeti: una svolta civile?

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di Matteo Fantuzzi, Lorenzo Mari, Francesco Terzago, Guido Mattia Gallerani

Nel saggio collettivo, Matteo Fantuzzi s’interroga sul rapporto tra l’ascolto del pubblico e il lavoro dei poeti, portando ad esempio l’attualità della corrente di “Nuova poesia civile” nel nostro panorama. A prova delle capacità d’apertura verso il pubblico di questo modo poetico, Fantuzzi indica Fabio Franzin come autore rappresentativo, in quanto in grado di creare una poesia che parli “non a pochi”. Lorenzo Mari riflette invece sulla necessità d’intraprendere un’adeguata ricerca stilistica per questo filone, che non si deve ridurre a un solo fenomeno tematico di aderenza ai temi sociali della nostra epoca. Alborghetti, Cattaneo, Cangiano saranno per Mari possibili luoghi d’incontro di una messa a punto di una poesia che si serve della lingua d’uso, mentre Carlo Bordini apparirà un buon modello di apertura intellettuale e dell’assunzione del ruolo del poeta ai giorni nostri. A questo punto, Francesco Terzago scende ad approfondire il problema di comunicazione fra pubblico e poeti, il quale forse proprio la “Nuova poesia civile” potrebbe contribuire a migliorare, gettando i germi di un’epica italiana anche poetica, nell’interesse di guadagnare un pubblico più vasto. La riflessione sulla “poesia dell’oralità” e sulla poetica di Luigi Nacci permettono a Terzago di concretizzare il suo discorso con indicazioni retoriche. Infine, Guido Mattia Gallerani riflette sulle peculiarità che la “Nuova poesia civile” può assumere nel nostro paese e nelle sue deviate dinamiche sociali. In tal senso, solo una sorta di “rivolta morale” può consentire la creazione di quelle premesse di divulgazione che avvicinino il pubblico, e non lo respingano.

Mettiamoci la testa e la faccia: Donne del presente I

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di Mila Spicola

Migliaia di firme, testimonianze, indignazioni, il tappeto sterminato delle foto cambiate sui profili di facebook, la ritrovata voglia di alzare la testa. A onor del vero va riconosciuto a Ruby e al premier che erano anni che non si sollevava un simile dibattito sulla dignità delle donne. Segno che la misura è colma? Mi sono inorgoglita per tutte le testimonianze, per le prese di posizione e le dichiarazioni ben argomentate di tante donne. Una rivoluzione rosa.

Però… non tutto torna. Cosa voglio dire? Mi pare che in queste settimane si sia sentito un gran trambusto di pentole, di stoviglie, e meno male, visto il silenzio decennale e imbarazzante delle donne sulle donne, ma nulla di nuovo dal fronte occidentale: quello dei maschi.

Dieci buone ragioni per amare un romanzo: Florina Ilis

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Intervista a Florina Ilis
qui la recensione di Bruno Maillé

a cura di Francesco Forlani

1. Quanto tempo ti ci è voluto per scrivere “La crociata dei bambini!”? In che modo la durata della sua creazione ha condizionato il suo stile?
Devo fare una premessa, prima di poter rispondere alla tua domanda. Va detto che come scrittrice lavoro solitamente il sabato e la domenica, o durante le vacanze universitarie. Detto questo mi ci sono voluti diversi anni, quasi cinque per finirlo. La durata della scrittura non ha condizionato lo stile che volevo scorrevole, cioè in grado di andare da una parte all’altra senza fermarsi, talvolta in modo veloce, altre più lento, come un fiume che scorre fino al mare.

2. Le trasformazioni in atto, storicamente, nel tuo paese hanno influenzato il tuo racconto?
In realtà volevo fare un affresco della società rumena dopo la caduta del regime comunista. Una società in continuo mutamento, con certe cose che cambiano e altre che invece rimangono immobili soprattutto nella testa della gente.

3. L’episodio della Crociata dei bambini ha sempre interessato i romanzieri, a me è venuto subito in mente lo straordinario romanzo di Kurt Vonnegut Mattatoio n 5, lo avevi letto?