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Sotto l’intercessione di Pasolini

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Pubblico l’ultimo intervento della manifestazione Sguardi a perdita d’occhio. I poeti leggono il cinema. L’introduzione e gli altri si possono leggere qui, qui qui e qui.

di Valerio Magrelli

I. Prologo

Tra le tante iniziative che nel 2005 hanno accompagnato l’anniversario della scomparsa di Pasolini, una in particolare mi ha colpito. Mi riferisco a una mostra tenutasi a Roma con il titolo “Pasolini: ultimo atto?” e composta da 110 foto, in gran parte inedite, scattate da Dino Pedriali nel 1975. Si tratta di immagini impressionanti per il loro valore documentario, oltre che artistico, in quanto scattate poche ore prima che il regista venisse massacrato. Esse lo ritraggono in varie situazioni, mentre scrive o legge nella sua torre a Chia, nei dintorni di Viterbo, oppure, in qualche caso, completamente nudo, nell’integrità del suo corpo non ancora martoriato, come si legge nelle note di accompagnamento.

Luce, buio. Didi-Huberman

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UNA ALLEGORIA POLITICA RISCHIARATA DALLE LUCCIOLE

di Isabella Mattazzi

Nel 1975 Pier Paolo Pasolini scrive per il Corriere della Sera una pagina diventata in seguito famosa come L’articolo delle lucciole. Le lucciole, racconta, metafora del sottoproletariato nell’Italia del Centro-Sud degli anni ’60, non esistono più, annichilite dalla luce abbagliane dei fari del “neofascismo dei consumi”, umiliate da un conformismo che ne ha distrutto ogni tratto peculiare.

Oggi, più di trent’anni dopo, Georges Didi-Huberman, storico dell’arte tra i più autorevoli della nostra contemporaneità, risponde alla provocazione pasoliniana con un’altra provocazione. Non sono le lucciole a essere scomparse, ma è lo sguardo disilluso di buona parte della nostra cultura filosofica ad aver perso il dono di vederne la sagoma evanescente, non sapendo più riconoscere, nel bagno di luce violento e massivo imposto dalle nuove “società dello spettacolo”, ogni forma, pur tenue, di speranza.

Abbiamo incontrato Didi-Huberman a Roma, in occasione della sua conferenza di stasera a Villa Medici per il ciclo di proiezioni “Pasolini/De Martino: scienza dei gesti e danza dei conflitti”, e abbiamo discusso con lui del suo ultimo libro (che uscirà in aprile da Bollati Boringhieri con il titolo Come le lucciole. Una teoria della sopravvivenza), e di questa nuova apertura del suo pensiero critico.

Danilo De Marco: R/ESISTENZE

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testo di Erri De Luca

il partigiano “Cid”

la partigiana “Dorica”

AMBIENCE – Laboratori d’ascolto sul tema di musica e ambiente

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Secondo incontro dei Laboratori d’ascolto!

Die Schachtel, O’ e Sincronie
presentano:
AMBIENCE
Laboratori d’ascolto sul tema di musica e ambiente

giovedì 25 febbraio, ore 19.15
presso O’, via Pastrengo, 12 Milano

“György Ligeti visto da Lontano”

Il secondo incontro sviluppa il tema di musica e ambiente dal punto di vista di un grande della musica del Novecento: György Ligeti”.
Nel corso della serata verranno presentati due lavori “storici” del compositore ungherese: “Continuum” per clavicembalo e “Lontano”, brano per orchestra utilizzato da Stanley Kubrick nella colonna sonora di “Shining”.

ingresso libero

per maggiori informazioni: info@sincronie.org | info@o-artoteca.org

Aladaaaaaar!

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Ecco un brano da Il pianeta a due dimensioni, un episodio del cartone animato ungherese La famiglia Mezil (Mézga család). La famiglia Mezil era una serie di avventura e fantascienza, oggetto di culto per chi ancora se la ricorda e prodotta tra la fine degli anni ’60 ed i primi ’70. Seguiva le vicende di una famiglia normale alle prese con casi per nulla normali. Tra i vari personaggi, spiccava Aladar, una bambino prodigio in grado di trasformare una vecchia radio in un dispositivo per comunicare con il futuro, e parlare ad un lontanissimo pronipote, come anche di costruire un’astronave gonfiabile per viaggiare tra le stelle.
È proprio a bordo di quella astronave che Aladar raggiunge il pianeta a due dimensioni, dove interviene per salvare un maestro che sostiene che il “linguaggio debba essere arrichito e sviluppato” e per questo motivo viene perseguitato dal re. Si noti che nella versione originale (http://www.youtube.com/watch?v=5ye4Jy7E9TM) la modifica del linguaggio è veramente sottile (e forse per questo ancora più insidiosa): non si tratta di aggiungere delle parole, come nella versione italiana, ma di introdurre due nuove vocali (la “o” e la “u”) in una lingua che possiede solo la “e”. Perec l’avrà vista questa puntata?
Gherardo Bortolotti

Metropoli locali

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    di Adelelmo Ruggieri
 
    È fatto di 8 reportages-racconti e 99 foto Il mondo in una regione, l’ottavo volume della collana “Carta bianca” (Ediesse , Roma, 2009). I racconti sono di Angelo Ferracuti, le foto di Daniele Maurizi. Fa da prefazione un dialogo degli autori con Mario Dondero che si chiama “L’arte dell’avvicinamento”. Questa locuzione – ‘l’arte dell’avvicinamento’ – viene fuori da una domanda ‘sulla fotografia’ [in particolare sulla differenza fra il bianco e nero con quel che “di poetico” che il b/n aggiunge alle foto, e una immagine ‘a colori’, ma priva “di qualsiasi valore aggiunto”] che Maurizi rivolge a Dondero, e alla quale egli risponde: “Le cose che riguardano la tecnica fotografica sono secondarie rispetto alla sostanza, che poi è l’arte dell’avvicinamento. Il senso più grande è introdursi in mondi che per noi sembrano impenetrabili.” In coda alla conversazione Ferracuti ricorda la prima delle epigrafi del libro: “Come epigrafe del libro ho messo una frase di Max Frisch che ti ho sentito citare tante volte.” E allora Dondero dice: “Aspettavamo delle braccia, e invece sono arrivati degli uomini”. E Ferracuti dice: “Proprio quella”. “Il mondo in una regione” si “avvicina” e ci racconta – benissimo – molte cose che ci allietano e insicurezze drammatiche, individuali e comuni. E forse è proprio per questo che a pag. 74 Ferracuti trascrive queste parole di Robert Castel: “Una società di individui non sarebbe più, propriamente parlando, una società ma uno stato di natura, cioè uno stato senza legge, senza diritto, senza costituzione politica e senza istituzioni sociali, in preda a una concorrenza sfrenata degli individui tra di loro, alla guerra di tutti contro tutti.”

carta st[r]amp[al]ata n.5

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di Fabrizio Tonello

C’era una donna di temperamento e di passioni non consumate in vitro giovedì sera a San Remo, scrive Marinella Venegoni su La Stampa. Una donna che ha cavalcato il ‘900 a muso duro e non ha smesso di essere attenta alla vita, sempre in viaggio tra emigranti solidali… Oggi, grazie a preziosi documenti, siamo in grado di rivelare la verità, appena sfiorata dal reticente articolo del quotidiano torinese. La storia della donna che ha cavalcato il ‘900 è ben più affascinante di quanto reso pubblico fino ad oggi.

Premio Dedalus – Classifiche totali febbraio 2010 + Classifica opere tradotte 2009

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Come da regolamento, sono stati esclusi dalle votazioni il libri di Guido Mazzoni, I mondi (Donzelli), per la Poesia e La strada di Levi di Marco Belpoliti-Andrea Cortellessa-Davide Ferrario- (Chiare Lettere) per le Altre Scritture.

NARRATIVA

1) N. Lagioia, Riportando tutto a casa, Einaudi- p. 79
2) D. Starnone, Spavento, Einaudi – p. 35
3) G. Mozzi, Sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili, Mondadori – p. 22
3) L. Pugno, Quando verrai, minimum fax- p. 22
5) E. Albinati, Guerra alla tristezza! , Fandango – p. 21
6) S. Ballestra, I giorni della rotonda, Rizzoli – p. 15
6) L. Rastello, Unidici buone ragioni per una pausa, Bollati Boringhieri – p. 15
8) A. Tabucchi, Il tempo invecchia in fretta, Feltrinelli – p. 14
9) L. Carrino, Pozzoromolo, Meridiano Zero – p. 11
10) Wu Ming, Altai, Einaudi – p. 10

È vostra la vita che ho perso

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di Amelia Rosselli e Isabella Vincentini

[L’intervista L’immagine del mondo fuori luogo è stata trasmessa il 28 dicembre 1988 durante la trasmissione Il mondo dei poeti di Isabella Vincentini su RAI Radio Uno.]

Isabella Vincentini: Spesso nei tuoi testi ci sono delle visioni: l’aspetto visivo della poesia ha un ruolo geneticamente primario rispetto al piano dell’espressione stilistica?

Amelia Rosselli: Nasce da uno studio della realtà. L’immagine è coltivata, ovviamente. Non sempre, però, nella poesia diventa metafora, l’immagine del mondo fuori luogo, come dire. Si può parlare della metafora in questo senso: l’immagine di una parte del mondo, o pura o esterna, che si spiazza nel tempo e entra nella poesia. Ma, in realtà, il fenomeno ispiratore è semplicemente la vita, il vivere, e un senso di ricerca formale per quanto riguarda la metrica.

Internet Slowbookfarm: nasce la prima libreria online di qualità

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La società editrice Pier Vittorio e Associati Srl vara Isbf , l’e-store che si rivolge a quei lettori ormai stanchi di un’offerta indifferenziata e fuori misura, facendo piazza pulita dei libri pubblicati solo per inseguire mode e fatturati, senza rispetto né per il gusto né per l’ambiente.

No best seller No istant book No print on demand

I più recenti chapbook delle edizioni Arcipelago: Broggi, Cavallera, Padua

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di Marco Giovenale

La collana ChapBook dell’editore milanese Arcipelago, a cura di Michele Zaffarano e Gherardo Bortolotti, nata circa quattro anni fa, ha al suo attivo già undici uscite. Tra gli autori spiccano alcuni dei nomi più interessanti della scrittura di ricerca contemporanea in lingua inglese e francese, secondo direttrici che possono essere – genericamente – inquadrate per l’area inglese nell’eredità o versante della Language poetry, e per l’area francese nel vasto spazio di scritture che hanno fatto séguito alle esperienze successive (a volte distanti da) “Tel Quel”. La collana ha uno spazio per italiani che lavorano in non diverse direzioni. Si parla di nuovo cut-up, googlism.

Recitando dietro il paravento

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di Antonio Sparzani

Sono stato a Milano ai giovedì di Sud giovedì 11, come spesso faccio, e ho sentito il reading di Alessandra Racca (che ha un bel sito). Titolo della serata “eroticismi”, con annunci di spogliamenti e stranezze varie. Ero dunque un po’ perplesso, ma anche incuriosito, dato che mi fido abbastanza dei gusti delle due brave organizzatrici degli incontri del giovedì, Anna Lamberti Bocconi e Francesca Genti, poetesse esse stesse, e quindi amiche di queste allitterazioni, alle quali si è ora aggiunto come “preziosissimo co-organizzatore” Luciano Mondini.

L’allestimento dell’evento era semplicissimo, Alessandra recitava le sue cose con alle spalle un filo da bucato con appesi calzini e altri indumenti che aumentavano durante lo spettacolo, e tante mollette da bucato pronte all’uso. C’era poi sulla destra di chi guarda, un paravento, cioè un telo appeso allo stesso filo, dietro il quale ogni tanto Alessandra si rifugiava per fare i suoi trucchi, o meglio per fare finta di spogliarsi.

La prima cosa che mi è piaciuta è che Alessandra offriva i propri versi accompagnandoli col suo corpo, voce e gesti, in modo da arricchirli e valorizzarli. Sarà normale per un poeta, direte voi, no che non lo è, la maggior parte dei poeti, mi perdonino essi ed esse, recitano le proprie poesie come fosse la lista della spesa, come fosse la prima volta che le vedono, una cosa avvilente, che riduce immediatamente il valore dei testi. Alessandra proprio no, lei leggeva con passione e si sentiva che aveva pensato e scritto lei quelle cose.

PERCHÉ BUÑUEL

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Di seguito il terzo intervento della rassegna Sguardi a perdita d’occhio. I poeti leggono il cinema. L’introduzione e gli altri interventi si posso leggere qui, qui e qui.

di Franco Buffoni

Perché scelgo di proporre Buñuel per questo ciclo di Bergamo-poesia, che mira a coniugare l’arte di un grande regista con la scrittura di un poeta contemporaneo?
Ricordo che negli anni accademici 1969-70 e 1970-71 – mentre ero studente alla Bocconi – frequentai anche i corsi di “Teoria cinematografica” tenuti da Sergio Raffaelli e Morando Morandini presso la Facoltà di Teologia dell’Aloisianum di Gallarate. E il regista sul quale svolsi la mia tesi fu Luis Buñuel. Basta questo perché io lo scelga di nuovo a distanza di quasi quarant’anni?

Portami a ballare

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di Mirfet Piccolo

Anche la cataratta dovevi farti venire, sbuffa Irene. La madre, seduta sulla sponda del letto, con le gambe nude e secche che dondolano, su e giù, avanti e indietro, non ne vuole sapere di alzare le braccia. Dalla vita in su, il suo corpo è pesante, immobile nel vuoto. Irene si ferma, spazientita; la camicia da notte è una palla tra le sue mani magre, affaticate. Affonda le dita nella palla di stoffa, la guarda negli occhi: e se tu fossi morta, mamma. Sbrigati, la strattona, lo sai che non potevo lasciarti addosso il vestito bello. Irene le alza un braccio, e infila. Dai, forza. Poi le alza l’altro, e Irene infila ancora. Il pannolone lo ha già cambiato stamattina, prima di andare in ospedale per la visita. Adesso è ora di pranzo e il bar sarà pieno. Ci mancava solo la partita, pensa. Irene vuole andare a fare il suo dovere in fretta, preparare i caffé che deve e riempire i bicchieri senza fare domande. Perché l’unica cosa che desidera, che desidera veramente, è che arrivi sera. Per andare a cena con Salvatore. Speriamo si sia ricordato di prenotare il ristorante, pensa Irene, speriamo che non vada a finire come con il teatro al loro secondo appuntamento.

Ho perduto la memoria

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di Marco Mantello

Ho perduto la memoria

sopra un libro di storia

negli archivi di Stato,

tra le glosse, i manoscritti

e gli altri resti del passato.

da “Prati”

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di Andrea Inglese

Prato n° 147 (magnetofono e proiezione super otto)

Cerchiamo di farla noi, in tutta tranquillità, così ravvicinati, confidenti, un’infanzia, senza drammatizzare. In qualsiasi momento, è di grande utilità, rimbocchiamoci le maniche, un’infanzia nuova, con rigore. È ovvio che ci va di mezzo un bambino, soluzioni alternative non ne esistono, ci andrà di mezzo, anzi mettiamocelo subito, meglio un maschio allora, che le bambine sono più difficili, se si sdraiano sull’erba, e sollevano i loro vestiti leggeri, a fiori. Come quelle fotografate da Lewis Caroll, dai vestiti logori e le facce adulte, per via delle gonnelline quasi rovesciate, di quella pelle troppo dolce, ma le labbra gonfie, come disegnate sopra, del tutto false, da donna matura, nessuno sa come gestire le labbra adulte, sulle gambe dolci, con il gonnellino tirato su, che poi uno le fotografa, come Lewis Carroll, queste bambine, e non sa più perché va a fotografare tutta questa infanzia, proprio tra le bambine, sui loro corpi, appena si sdraiano, e sceglie le facce più adulte, le labbra mature.

La responsabilità dell’autore: Erri De Luca

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[Nell’ambito del dibattito sulla responsabilità dell’autore, dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, rispondendo a una nostra richiesta De Luca ci ha gentilmente mandato il pezzo che segue]

IL CALZOLAIO

di Erri De Luca

Un calzolaio è tenuto a fare bene le scarpe, questo è il suo compito istituzionale. Se poi vuole darsi un supplemento di responsabilità civile, allora deve stargli a cuore la buona causa di dare libertà di scarpa e di cammino a tutti, di più a chi ne è privo.
Lo stesso uno scrittore: è tenuto a scrivere bene le sue storie e se ha fatto questo in buona coscienza, ha meritato il rango e lo stipendio. Ma se ci tiene a darsi un impegno in più, allora gli spetta di promuovere la libertà di parola per chiunque, compresi i suoi avversari. Libertà di parola detta, scritta, letta, cantata: per tutti non solo per qualche collega ristretto da un regime.
In anni passati ho letto di qualche scrittore nostrano che esigeva il silenzio, l’ammutolimento civile per qualcuno a lui sgradito. Questo è rinnegamento puro dell’unico impegno e impiego utile di uno scrittore: garante del diritto di espressione di chiunque.

Al di fuori di questo ambito a me è capitato nella vita di servire qualche buona causa. Ho fatto parte dell’ultima generazione rivoluzionaria di Europa, ho fatto l’autista di convogli di aiuti nella guerra di Bosnia, sono stato a Belgrado nella primavera del ’99 a stare dalla parte del bersaglio degli attacchi aerei della Nato. Queste e altre simili sono state mie mosse di cittadinanza. La scrittura non c’entra e se c’entra, segue come in una cordata su un ghiacciaio. A battere pista davanti ci pensa la vita.
Diffido di scrittori in politica.

Io non sogno mai

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Sapienza Università di Roma – Dipartimento di Italianistica e Spettacolo
IO NON SOGNO MAI
Scrittura e sguardo in Giorgio Messori
Giornate di studio
23-24 febbraio 2010
Facoltà di Lettere e Filosofia – Aula III (piano terra)

Radio Kapital : Alain Badiou

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Elogio dell’amore
di
Alain Badiou (intervistato da Nicolas Tuong)
traduzione di Roberto Bugliani

N.T. -: Perché non progettare una “politica dell’amore”, allo stesso modo in cui Jacques Derrida aveva abbozzato una “politica dell’amicizia”?

A.B. – Non penso che amore e politica si possano confondere. A mio parere, “politica dell’amore” è un’espressione priva di senso. Ritengo che quando si dice “Amatevi gli uni con gli altri” si faccia una morale, ma non una politica. Perché in primo luogo in politica vi sono persone che non si amano. E’ incontrovertibile. Non possono chiederci di amarle.

N.T. – Contrariamente al protocollo dell’amore, la politica sarebbe innanzitutto scontro tra nemici?

A.B.- Veda, in amore la differenza assoluta esistente tra due individui, che è anche una delle più grandi differenze rappresentabili perché è una differenza infinita, un incontro, una dichiarazione e una fedeltà possono dunque cambiarla in un’esistenza creatrice. In politica non si produce niente di tutto ciò per quel che concerne le contraddizioni fondamentali, il che permette l’effettiva esistenza di nemici designati. Una questione molto importante del pensiero politico, oggi difficilissima da affrontare – in parte a causa del particolare contesto democratico in cui ci troviamo – è quella dei nemici. Si tratta della domanda: ci sono dei nemici? Ma dei nemici per davvero. Colui che lei, triste e rassegnato, vede assumere con regolarità il potere, solo perché molte persone hanno votato per lui, non è un vero nemico.

Darsi all’ippica

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di Gianni Biondillo

La verità è che io non ci sono mai entrato. Mi ricordo quando, da bambino, mio padre mi portava allo stadio e si passava davanti all’ippodromo ed era tutto un racconto di cavalli, scommesse, gran dame, nobiltà. Una specie di mondo incantato, una favola, una realtà parallea a quella che frequentavo io, piccolo sottoproletario milanese. Come poteva mio padre conoscere quel mondo magico e misterioso, sapere di galoppo, trotto e alta società?

Nel segno della parola: Viton, Cepollaro, Bertasa a Monza

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[Giovedì 18, al Teatro Binario 7, un’occasione importante per ascoltare la poesia di Biagio Cepollaro, Mario Bertasa e Jean-Jacques Viton, uno dei maggiori poeti francesi. Di Viton, su NI, leggere qui.]

Giovedì 18 febbraio h. 21.00
MONZA Teatro Binario 7 (via Turati 8, di fianco alla stazione FS)
un’iniziativa di Poesiapresente

NEL SEGNO DELLA PAROLA

Jean-Jacques Viton (FRA), intervista e reading
Biagio Cepollaro (MI), reading con videoproiezioni
Mario Bertasa (MB), reading con videoproiezione

Viton (1933), uno dei poeti francesi contemporanei più significativi, leggerà il suo “commento definitivo” (traduzioni di Andrea Inglese). Inoltre, grazie all’intervista condotta dal poeta Andrea Raos, sarà possibile approfondire la poetica dell’autore, la cui ricerca presenta caratteristiche difficilmente rintracciabili negli autori Italiani.