Vittorio Giacopini, a cui ho dedicato qualche tempo fa una puntata della mia rubrica dedicata ai libri (e ai loro autori) ha appena pubblicato un nuovo romanzo, L’arte dell’inganno, per le edizioni Fandango. Così gli ho chiesto di poter pubblicare su NI un’anticipazione, che spero spinga i nostri lettori a procurarsi il libro quanto prima. Di Vittorio Giacopini mi piacciono tre cose: le storie che racconta, lo stile con cui le narra e la faccia, la faccia di uno scrittore su cui non ci leggi, la carriera, d’abord! effeffe
Gli anni di apprendistato
di
Vittorio Giacopini
Ma il bambino senza nome non lascia alcuna traccia di sé, svanisce presto. Stolp (oppure Chicago, Frisco, Schwiebus, cosa importa?) resta come l’impronta – il negativo – di un’infanzia postulata e inevitabile. Nei suoi libri “americani” – La rosa bianca e quell’ultimo, bizzarro grande romanzo forse apocrifo, Aslan Norval (Il canale) – Traven si farà sempre beffe di strizzacervelli e terapie psicanalitiche (lussi per ricchi, intrattenimenti per la borghesia affluente, cretinate) ma ancora una volta sarà un modo per parlare di sé, senza fiatare. Provate a scrutarci, provate a rovistarci dentro l’inconscio di uno che non è stato bambino, sapientoni! Barricato nel suo eterno refrain – “la biografia di un autore non ha nessuna importanza. Se non si capisce chi è l’uomo dalle sue opere, delle due l’una: o l’uomo non vale niente o ha scritto soltanto roba da niente” – tuonava contro lo stupido mondo petulante, ribadiva le distanze, si astraeva.










