di Francesca Matteoni
1. Zerkalo, lo specchio, è una superficie dove la luce si inocula e ripete il mondo, lo fissa nell’attenzione dell’occhio. Nell’opera di Tarkovskij si procede lentamente, per lunghi piani-sequenza, la fotografia che vira dai colori al seppia, al bianco e nero dell’onirico, soffermandosi sull’erba, le pareti – sulle figure assenti, che si rivelano negli oggetti, mostrano la presenza non lineare del tempo. Ogni scelta di colore è una diversa malinconia.
2. Raggiungere l’altra parte dello specchio. Nella poesia del padre, Arsenij Tarkovskij, è una donna che sta al di là, l’amante, la madre – tutte e due riunite insieme in una sola figura, avversa e compagna. Non so davvero parlare di mia madre. Lei è sempre una strana primavera, la temo e ne ho bisogno. Come all’inizio del film: un ragazzo affetto da balbuzie viene guarito con l’ipnosi. Quando c’è da dire una verità sull’essere, sui legami, i pensieri si fanno sconnessi, balbettanti, il linguaggio fallace ed inutile. Forse si possono solo pescare parole, studiarne ognuna, scandirla, sovvertire la sequenza ordinaria dei discorsi.













