di Guido Caserza
Quella notte i ghiri, che popolavano il sottotetto della nostra pericolante casa, piansero sino all’alba. Quelle graziose bestioline gemevano, salutavano con gli occhietti umidi l’essere umano che avevano tanto amato, rizzandosi sulle zampette annusavano l’aria per coglierne l’ultimo sentore, e mentre i treni della morte si fermarono per un lunghissimo istante sulla linea dell’orizzonte, esprimendo il loro cordoglio con un triste fischio, le foglie di un magnifico albicocco ricolmo di fiori e di promesse di frutti, che il nonno piantò tre anni prima in una terra fertile, ricca di minerali, quelle foglie, che la sera prima splendevano rigogliose, la mattina pendevano giù come spettri, cartocci che si sgretolavano fra le dita. La linfa, come mi dimostrò il nonno facendo un’incisione nel tronco, scorreva tuttavia nell’albero, ma le foglie, che erano seccate di schianto, non avevano più ombra di vita. Sono come le mani di tua mamma, mi disse il nonno accarezzandomi la testa, che ce l’aveva bianche come la neve gli ultimi giorni, e questa era la sua tesi, che all’albicocco si erano gelate le foglie, com’era successo alle mani della mamma, era arrivato l’ictus e aveva fulminato pure lui, la mamma e la pianta avevano vissuto in simbiosi e insieme se ne erano andate, folgorate dalla morte si erano incamminate a braccetto, come due dolci amiche.













Niente rami legati in cerchio, avvolti da nastri che recano stemmi e iscrizioni patriottiche: somiglia piuttosto a una ciambella di salvataggio, un salvagente di verde sfrangiato, ornato da un residuo di fiori finti che non si sforzano di imitare fiori veri.

di Marco Simonelli

