Questo accadeva a Palermo appena qualche mese fa (il 12 dicembre 2009), all’assemblea del Popolo delle Agende Rosse convocato in Via d’Amelio…
di Evelina Santangelo
Questo accadeva a Palermo appena qualche mese fa (il 12 dicembre 2009), all’assemblea del Popolo delle Agende Rosse convocato in Via d’Amelio…
di Evelina Santangelo
Se sia lecito a un intellettuale di sinistra collaborare con un giornale di destra è una questione, visti i tempi, che ha il sapore delle innocue quaestiones assegnate come esercitazioni agli studenti nelle antiche scuole di retorica (si doveva o no fare la guerra per Elena?), o dei casi di coscienza (è lecito mangiare di grasso il venerdì?) su cui si accapigliavano nel diciassettesimo secolo gesuiti e giansenisti: roba vecchia. Troppo mutati i termini, troppo lontana una certa idea di intellettuale come rappresentante dell’universale obbligatoriamente schierato dalla parte giusta, da troppo tempo defunta ogni pretesa e speranza di un’egemonia culturale della sinistra (concetto mal compreso, peraltro: chi ne parla oggi cita Gramsci ma in realtà ha in mente Paolo Mieli.
a cura di Antonio Sparzani
proseguendo una mia minima esplorazione della straordinaria qualità della scrittura di Cristina Campo (nome d’arte di Vittoria Guerrini, Bologna 1923 – Roma 1977), scrittrice, traduttrice e interprete, iniziata qui, trascrivo ora una sua introduzione all’opera del poeta statunitense William Carlos Williams (Rutherford, N.J. 1883 ‒ 1963) e la sua esemplare traduzione della poesia Pioggia (Rain), quale appare nel prezioso libretto di traduzioni campiane con testo a fronte: W. C. W., Il fiore è il nostro segno, pubblicato in edizione numerata nel 1958 da All’insegna del pesce d’oro e dedicato da Cristina Campo e dall’editore stesso Vanni Scheiwiller al settantacinquesimo compleanno del poeta.
Ecco il testo della Campo:
SU WILLIAM CARLOS WILLIAMS
constant in its swiftness
as a pool.
«Un’antologia di William Carlos Williams (sia pure piccola, sia pure quasi privata) è una cosa assai difficile da comporre. L’intera opera del poeta si configura infatti come un lunghissimo e minuzioso diario cosmico: composto giorno per giorno, segmento per segmento, in quel ritmo caleidoscopico di crollo e ricomposizione da lui stesso definito in una celebre lettera:
«“La vita” scrive Williams “è soprattutto sovvertitrice della vita stessa, quale era un attimo prima:
di Tommaso Giagni
Arrivo alla Nuova Fiera di Roma, dopo aver attraversato chilometri di campi e cantieri sulla Portuense in direzione Fiumicino, pochi minuti prima che vengano aperti i cancelli. Questo enorme Centro fiere da poco inaugurato è un gigante di quattordici padiglioni, scintillante al sole, in mezzo al niente: uno strano punto di riferimento tra la città e il mare, creato secondo lo stesso principio di edilizia selvaggia che ha tirato su il complesso residenziale e commerciale di Parco Leonardo.
Davanti all’ingresso Est, accalcata sul marciapiede intorno a me, c’è effettivamente l’Italia reale che sono venuto a cercare: l’Italia degli stivali di pelo bianco, dei tacchi di vernice, l’Italia dei colpi di sole, delle sessantenni con gli ombretti violacei fino alle sopracciglia, l’Italia delle gomme ciancicate. Una ragazza con narici spanate da cocaina, mettendo e togliendo e rimettendosi gli occhiali da sole, con l’altra mano si trascina dietro un trolley rosa.
Un sopravvissuto di Varsavia
oratorio per voce recitante, coro maschile e piccola orchestra
Testo e Musica di Arnold Schoenberg
op. 46 [ 11 – 23 agosto 1947 ]
Video di Saskia Boddeke & Peter Greenaway
I cannot remember everything.
I must have been unconscious most of the time.
I remember only the grandiose moment
when they all started to sing, as if prearranged,
the old prayer they had neglected for so many years
the forgotten creed!
But I have no recollection how I got underground
to live in the sewers of Warsaw for so long a time.
Non posso ricordare ogni cosa
Devo essere rimasto privo di conoscenza il più del tempo.
Ricordo soltanto il grandioso momento
quando tutti cominciarono a cantare,
come si fossero messi d’accordo prima,
l’antica preghiera trascurata per così tanti anni
il credo dimenticato!
Ma non ho memoria di come riuscii sotto terra
a vivere nelle fogne di Varsavia, per un tempo così lungo.
Pubblico a partire da oggi e per altri quattro giovedì, gli interventi di poeti italiani sul cinema, raccolti per la manifestazione SGUARDI A PERDITA D’OCCHIO. I poeti leggono il cinema, svoltasi nella primavera del 2009 a Bergamo e curata da Corrado Benigni, Luciano Passoni e Mauro Zanchi. Gli scritti sono successivamente apparsi sul numero 13 della rivista A+L. Quella che segue è l’introduzione di uno dei curatori.
di Corrado Benigni
La creatura, quali siano gli occhi suoi, vede/ l’aperto. Soltanto gli occhi nostri son/ come rigirati, posti tutt’intorno ad essa,/ trappole ad accerchiare la sua libera uscita.
R.M. RILKE, ELEGIE DUINESI
di Andrea Inglese
Il mio punto di partenza è sempre un senso di partigianeria, un senso d’ingiustizia. Quando mi accingo a scrivere un libro io non mi dico: “Voglio produrre un’opera d’arte”. Lo scrivo perché c’è qualche bugia che voglio smascherare, qualche fatto su cui voglio tirare l’attenzione, e il mio primo pensiero è quello di farmi ascoltare.
George Orwell
Se non puoi dire la verità – taci.
Guardati dalle mezze verità.
Danilo Kiš
C’è qualcosa di male se, nell’Italia di oggi, uno scrittore che si ritiene di sinistra pubblica su di un quotidiano come “Il Giornale” o come “Libero”? Piuttosto che sopportare il silenzio, si può anche cominciare una discussione con una domanda brusca. Intorno a questa domanda, dapprima in rete, nella forma del frammentario dibattito per commenti, e poi in contesti più tradizionali e codificati, si è avviato un dibattito pubblico intorno a una vecchia questione, quella della responsabilità dello scrittore. Si è partiti dalla notizia della collaborazione di Paolo Nori a “Libero”, ma le occasioni di porsi certe domande sono state diverse. Un articolo di Tiziano Scarpa proposto a un giornale di sinistra e mai da questo pubblicato, che finisce anch’esso su “Libero”. Ma anche le scelte di coloro, come Berardinelli, che già da anni scrivono per giornali quali “Il Foglio” o“Il Domenicale”. Nonostante molte persone – scrittori, giornalisti o semplici lettori comuni – siano ormai convinti che qualsiasi forma di dissenso, scontro d’idee, discussione critica equivalga ad un puro attacco alla libertà individuale, riprendere in mano la questione della responsabilità dello scrittore, partendo da situazioni così concrete, può essere molto più fecondo che lanciare un astratto dibattito sull’impegno dell’intellettuale o sul rapporto tra lo scrittore e la realtà. Per me si tratta di un’occasione importante per chiarire innanzitutto le mie posizioni, cercando di dissipare un po’ di malintesi e confusioni. Il confronto critico con le posizioni altrui non è tanto mirato a distribuire colpe, quanto a mostrare la bontà di posizioni alternative.
di Massimo Rizzante
Eravamo agli inizi della decade scorsa. In Italia quasi nessuno si era accorto di Bolaño, sebbene molti suoi libri fossero stati pubblicati da Sellerio. In Spagna e in Francia l’autore era già molto noto. Nella primavera del 2007 «Nuova prosa» (46), diretta da Luigi Grazioli, pubblicò un volume dedicato alla nuova narrativa latinoamericana. Oltre a Bolaño (di cui si presentava lo scritto postato qui sotto e che ora si trova nella raccolta di scritti saggistici Tra parentesi, in uscita in questi giorni da Adelphi), appaiono molto nomi di sicuro valore: scrittori già classici come Sergio Pitol e Ricardo Piglia, i più giovani Volpi, Fresán, Angel Palou, Paz Soldán…
Nel maggio del 2005, nel quartiere sufi di Granada, io e il «mio solo fratello» Miguel Gallego Roca leggevamo Bolaño e scoprivamo un’altra America Latina che stava reinventando l’Europa del XXI secolo, o almeno la sua tradizione romanzesca. Poi, la radiografia del mondo di Bolaño si trasformò improvvisamente in una sala operatoria dove un chirurgo si dilettava in esperimenti di crudeltà. Ci fu l’incontro con Osvaldo Lamborghini e la sua opera, di cui si dirà fra un po’ di tempo…
Granada, 13 maggio 2005
[…]
Massimo Rizzante: Quando ho letto i romanzi di Alan Pauls, Rodrigo Fresán, Jorge Volpi e di altri scrittori latinoamericani (spesso esuli volontari in Spagna, in Europa o negli Stati Uniti) mi sono detto: «Finalmente degli interlocutori!». «Finalmente degli scrittori-lettori che non hanno paura del passato, che dialogano con tutta la tradizione letteraria, europea, americana e latinoamericana, da Rabelais a Borges, da Dante a William Gaddis!».
Miguel Gallego Roca.: E poi, quando hai letto i racconti e i romanzi di Roberto Bolaño, ritenuto da costoro un fratello maggiore e un maestro, che cosa è successo?
M.R.: Nei confronti dell’opera di Bolaño non provo soltanto ammirazione, ma quella felicità attiva grazie alla quale ti senti sciolto da ogni obbligo morale, professionale, e perfino intellettuale. La vera letteratura ti mette le ali. Ti rende più coraggioso.
di Mauro Baldrati
Chi ama Proust, chi ha letto la Ricerca e ne è rimasto affascinato, o impressionato, spesso ama anche le sue cose, gli oggetti, le notizie della sua vita. E’ come se da questo romanzo immenso, abissale, si sprigionasse un fascino che coinvolge il suo autore, l’angelo notturno, la macchina di scrittura totale che fonde la vita con la letteratura, tanto che, con Kafka, potrebbe affermare, e di fatto afferma: “Io sono letteratura.”
Se la sinistra perde, è anche perché non ha compreso come funziona la mente umana. In Pensiero politico e scienza della mente (Bruno Mondadori, 2009), George Lakoff, uno dei più eminenti linguisti americani, torna a invitare la sinistra ad articolare un proprio linguaggio piuttosto che inseguire la destra sul suo terreno. Secondo Lakoff questa rincorsa ha segnato negativamente il destino dei liberal americani nei confronti dei repubblicani – ma viene naturale riportare il suo discorso anche alle derive politiche italiane.
Il fatto è che per vincere occorre comprendere l’inconscio cognitivo, il sistema di concetti che organizza la nostra mente, strutturata da “frame”, cornici concettuali metaforiche di cui per la maggior parte siamo inconsapevoli ma che orientano in maniera decisiva la nostra interpretazione dei temi e dei discorsi politici. Questi frame sono indipendenti da noi, è circuiteria neurale che si è formata fin dai primi anni della nostra vita, è “esperienza incorporata”.
di Fabrizio Tonello
Martedì sera vado tranquillamente a dormire e mercoledì mattina penso che il mondo continui come sempre: Obama alla Casa Bianca, i paracadutisti della 101° divisione a Haiti, il salmone affumicato di Barney Greengrass a New York sempre in testa alle classifiche mondiali. E invece no. Apro, dopo aver compiuto opportuni riti purificatori, l’edizione on line di Libero e leggo: “il dato veramente rilevante è che l’elezione di Brown fa perdere a Obama la maggioranza in Senato”. Ostia!, come diceva mio nonno quando pensava che mia nonna non lo sentisse.

Antiquum Oratorium Passionis- Basilica di S. Ambrogio, a Milano.
28 gennaio, giovedì, alle 18.30
Da strato a strato è il titolo di un libro e di una mostra.
Raccoglie 21 immagini di quadri e 21 stanze di un poemetto di Biagio Cepollaro. Testi e immagini nate contemporaneamente, parole che si sono coagulate sulla pagina e parole che hanno dialogato con i materiali della pittura, diventando segni tra segni.
Le parole della poesia sono leggibili, stampate in un libro: possono essere lette ad alta voce chiamando chi ascolta al significato, le parole che sono diventate segni possono in un certo senso essere viste per quelle che sono: tracce su legno o su tela di movimenti della mano e della sua intensità nell’insieme di altri gesti e di altre tracce.
di Piero Sorrentino
ANABOLIZZANTI ALLA FIDANZATA MORTA: 6 ANNI DI CARCERE A CULTURISTA
21/01/2010 – Sei anni di reclusione per aver dato alla fidanzata anabolizzanti che ne provocarono la morte. E’ la condanna inflitta oggi a Roma al culturista Federico Focherini, accusato di aver provocato la morte (avvenuta l’ 8 marzo 2004), della fidanzata, campionessa di body building. I reati contestati: esercizio abusivo della professione medica, somministrazione di sostanze pericolose per la salute pubblica e morte conseguente ad altro delitto. Focherini ha sempre negato di aver procurato alla vittima anabolizzanti.
Ci siamo spediti email dal 31 agosto 2006 al 21 maggio 2007. Nella prima, gli chiedevo un numero di telefono per chiamarlo. Stavo lavorando a quella che sarebbe diventata Il corpo che siamo, una delle inchieste raccolte da Christian Raimo nell’antologia Il corpo e il sangue d’Italia. Un lavoro sul doping nelle palestre italiane. Federico Focherini mi aveva risposto pochi minuti dopo con una impressionante rapidità
Ciao Piero,
io ora sto lavorando vicino a Roma. Quindi ti do il numero di tel. della palestra in cui lavoro. 06-972*****. chiedi di me dalle 13.30 alle 22.00
grazie
federico
di Francesca Matteoni
Era un Sì verde scuro, pieno di adesivi di capi indiani e di semi-sconosciuti gruppi ska. Con i freni scassati e la catena rotta – ecco perché poi me lo rubarono. Era il motorino dei diciannove anni – prima e dopo sempre avuto solo biciclette – un improbabile pulmino su due ruote, dove riuscivamo a viaggiare perfino in tre + cane. E poiché era l’unica cosa motorizzata che abbia mai avuto, e che abbia saputo grossomodo guidare, dovevo dargli gli un nome importante – dritto, dritto da una delle mie grandi passioni: gli Indiani d’America.
In un intervento apparso di recente sul blog Nazione indiana, Dubravka Ugrešić, scrittrice croata di stanza ad Amsterdam, si esprime in modo pressoché definitivo sul vizio molto euro-occidentale di affibbiare etichette in difesa delle «minoranze»: «la ricezione delle opere letterarie ha mostrato che il fardello dell’identità finisce per impantanare l’opera. Perché è stato dimostrato chiaramente che le etichette alterano la sostanza di un’opera e il suo significato. Perché l’etichetta è, in effetti, un’interpretazione testuale semplificatrice, quasi sempre fuorviante. Perché un’etichetta fa sì che si legga in un’opera qualcosa che non c’è. E infine perché l’etichetta discrimina l’opera».
La linea ferroviaria tra Belgrado e Sarajevo venne interrotta all’inizio della guerra in Bosnia. Dopo diciotto anni è partito di nuovo il treno che collegava le due città. La locomotiva ha trainato tre vagoni con solo quindici passeggeri. La breve composizione del convoglio rispecchia la situazione politica attuale, cioè la divisione in atto in quel Paese: un vagone delle ferrovie della Republika Srpska, uno di quelle della Federazione della Bosnia Herzegovina e il terzo appartenete alle ferrovie della Serbia.
Mi ritenevo una persona adulta, una donna emancipata. Eppure, come l’ultima deficiente, portavo i miei vestiti sporchi una volta al mese a Sarajevo, perché la mia mammina me li lavasse. Da maggio all’inizio d’ottobre viaggiavo con l’aereo, poi con il treno perché la nebbia o la neve in Bosnia rendevano incerto il viaggio aereo.
All’epoca, tra Sarajevo e Belgrado circolavano tre treni al giorno più uno notturno. Mi sono imbarcata, come al solito, su quello notturno che partiva da Belgrado intorno a mezzanotte. Quella volta, a parte il solito bagaglio sporco, portavo una grande valigia piena dei libri in russo che mia sorella mandava da Mosca a Sarajevo per metterli al sicuro.
di Mauro Baldrati
Io e Luigi camminiamo sempre veloci, passo di marcia, ma oggi dobbiamo avanzare come lumaconi, andatura frenata da passeggio, perché abbiamo al traino lo zio.
Ci caracolla dietro lo zio, fa del suo meglio, muove le braccia senza coordinazione, ciondola la testa.
Luigi ogni tanto si gira e lo guarda preoccupato.
“Tutto bene?” chiede.
Lo zio borbotta. Non si capisce se risponda a Luigi o parli da solo. E’ così lo zio, vive in un mondo suo.
“Sarà meglio che rallentiamo” fa Luigi, “se no arriviamo al ristorante che lo zio sembra uno fuso.”
“Ma lo zio non sembra, lo zio è fuso” faccio io.
“E va be’, ci capiamo, no?”
di Antonio Sparzani
Nel 1924, a quest’ora e in questo giorno 21 gennaio, moriva Vladimir Ilyich Ulyanov, in arte Lenin, dopo una lunga malattia, il primo attacco della quale si manifestò nel maggio 1922, anche come conseguenza della pallottola che gli era rimasta nel collo dopo l’attentato del 1918.
Io qui non tento neppure di parlarne (ho linkato la voce di wikipedia che mi pare piuttosto informativa, come pure la sua versione francese), limitandomi ad affermare che, per quel che pare a me, la sua prematura morte fu una vera sciagura per le future sorti del comunismo.
Invito se mai, a rileggere qui, dato che in tempi calamitosi come i nostri rinfrescarsi qualche memoria fa bene alla salute, il documento noto come testamento di Lenin, su cui riporto qualche notizia e di cui trascrivo due brevissimi stralci.