Arminio all’inizio e alla fine della neve.
di
Livio Borriello
La scrittura di Franco Arminio, quella miscela di levità e tetraggine, di impalpabile quanto irresistibile humour e di avvelenato disfacimento, di olimpica serenità linguistica e incoerenza etica che definiscono il suo segno caratteristico, è tutta giocata su un movimento fondamentale: quello che ribalta la sua paura della morte in presenza del corpo, in ansia o meglio smania di vita, in un narcisismo esasperato e spesso disperato che sembra costantemente dire: io ancora esisto. Per ragioni genetiche, psicologiche e culturali, la mente di Arminio è affetta da questa strana caratteristica: al di là della vicenda di apparenze e persistenze che è la vita, essa vede sempre nitidamente, implacabilmente, insanabilmente davanti a sé, l’abisso vuoto del non essere, l’orlo del precipizio verso cui – chi può negarlo – i nostri atti sono precisamente indirizzati.




Milano films 1896-2009. La città raccontata dal cinema, Fratelli Frilli Editori





di Marco Belpoliti