di Christian Raimo
Se è vero che la mia adolescenza, la mia distesa post-adolescenza e tutta la mia formazione come quella dei miei coetanei sia stata vissuta sotto il segno – limpido e ineluttabile – del disincanto, è vero anche che tra l’inverno e la primavera del 2007 mi resi conto, in modo così lucido da non essere nemmeno preoccupato, che la mia capacità di trovare bello un qualunque elemento del mondo circostante si stava riducendo a livelli patologici.
Negli anni avevo metabolizzato molte cose: la disillusione per le battaglie politiche, il fatalismo per il disastro della scuola e dell’università (ossia il posto dove avevo passato i 9/10 della mia vita), l’incredulità per qualsiasi parola che venisse spacciata per “verità”, l’annoiata indifferenza per le molteplici apparizioni del “nuovo”… Avevo certo considerato che questa forma di sfiducia progressiva fosse anche un sinonimo di realismo, e quindi di maturazione personale. Intanto, per essere sincero, diffidavo di ogni persona che mi venisse a raccontare o – peggio – a proporre alcunché in modo entusiastico. Non mi appassionavo, ok, a nulla.

Mia figlia Francesca ha 4 anni. Ieri, mentre pensavo all’eventualità di dedicare il Contrappunti odierno alle ultime notizie sulla lotta alla pedofilia in rete mi è venuto in mente di estrarre il cellulare e scattarle questa foto. Dateci una occhiata: mi serve come premessa (e come difesa) a quanto sto per scrivere.
di Luca Ricci






