di Antonio Moresco
Cari amici,
vi comunico la mia decisione di uscire da Nazione Indiana. Negli anni in cui ci siamo conosciuti e siamo stati insieme ci siamo sempre detti le cose con chiarezza. Per cui sento il bisogno anche adesso di esprimermi in modo libero e trasparente.
Quando alcuni di noi hanno messo al mondo attraverso il mezzo della rete questa piccola cosa dinamica, creativa e controcorrente nel panorama culturale di questi anni e delle sue strutture (che tendono ad atrofizzare e a rendere atomizzate e puramente funzionali le persone e le vite che si muovono al loro interno) si è cercato di prendere coscienza e di definire la natura dei nostri desideri e delle nostre aspettative. L’idea era di fare qualcosa che si muovesse nella dimensione del combattimento e del sogno, cioè di un movimento unico che tenesse indissolubilmente uniti dentro di sé sia il conflitto delle idee e l’aspirazione all’apertura di spazi che l’amore per l’oggetto e la cosa in sé, sia la responsabilità intellettuale radicale che l’incandescenza, l’intransigenza e l’integrità artistica e di conoscenza.



Nella vita quanti scrivono romanzi? Diciamo che nella vita il romanzo non esiste. Quando qualcuno racconta una storia mai accaduta, viene censurata come frottola o menzogna e espunta dalla circolazione sociale. Certo il racconto, la narrazione, il mito, sono già presenti nella vita, ogni racconto che ascoltiamo al bar è una narrazione, ma è la narrazione di una realtà, o di un’irrealtà, nel caso del mito, ritenuta reale.
Il 21 maggio alle ore 21 Nazione Indiana organizzerà a Milano, al Teatro i, un nuovo incontro per festeggiare la traduzione ancora in corso della 
Di Biagio Cepollaro




