di Benedetta Centovalli
A vent’anni dalla morte si onora con i suoi film un grande regista, François Truffaut. Così mi è capitato di rivedere con curiosità e una punta di apprensione, per paura che il tempo avesse fatto giustizia del ricordo, uno dei suoi film più noti, Fahrenheit 451. Ma che diavolo manderebbero a memoria gli uomini-libro se Truffaut girasse adesso la sua pellicola? Il film, ispirato al romanzo di Ray Bradbury, poneva domande inquietanti sul valore e sul significato della lettura, sulla logica del potere volta al controllo e alla manipolazione della verità, domande di bruciante attualità.

Gentilissimi “pariniani”,




“Esistono nicchie temporali che non sono contemporanee alla nostra epoca? Sacche di tempo fossile che si perpetuano a dispetto del calendario?”; si chiede uno scrittore italiano de cuyo nombre no puedo acordarme, almeno non qui. Certo che esistono. Una di queste si trovava a Milano, in un punto del trafficatissimo viale Monza. Era un caseggiato esploso a causa di una fuga di gas. Vi era stato pure un morto.Per controversie sul rimborso dell’assicurazione, l’edificio rimase per circa un anno semidistrutto, senza impalcature e ponteggi che lo velassero pudicamente; e nei piani più alti, dov’era sopravvissuto parte di un pavimento, si potevano ancora osservare i resti di una stanza arredata, colta nell’attimo esatto della deflagrazione. Un cassettone, uno specchio appeso a parete, qualche soprammobile rimasto miracolosamente integro e al suo posto nonostante la terribile onda d’urto; tutto come sospeso sull’orlo dell’abisso. Sembrava una casa di bambole, di quelle che puoi vederne l’interno. Ogni cosa superstite era ferma a quell’istante, come il famoso orologio della stazione ferroviaria di Bologna dopo la bomba dell’agosto del 1980.
Il destino nel nome (nel cognome, più esattamente). Lello Voce è poeta e performer (nonché straordinario romanziere), memore di altri tempi, nobili e tutt’altro che “moderni”: la lettura privata della poesia è del resto un fenomeno che ha meno di due secoli, è retaggio di quella concezione solipsistica, marginale, di derivazione tardo romantica e assurta poi a marchio di “genuinità”, di introspezione e insomma di nicchia e quindi di emarginazione.
Cinema. Televisione. Pubblicità (timidamente). Tutto rigorosamente separato, come se il cinema non si consumasse ormai quasi esclusivamente via cinescopio. Come se gli Autori non tornassero sempre più assiduamente in palestra, a confezionare short. Come se novelas, soap, telefilm, tv movie, videoclip e quarkate non avessero attinenza con l’Arte del secolo (scorso). Come se tutta la tivù, politica e comici compresi, non fosse affare di sceneggiatura, scenografia e regia.

Circa un anno fa, ai primi di novembre del 2003, si è tenuto a Torino, presso la Scuola Holden, una giornata seminariale promossa da Enrico Palandri. All’incontro di Torino ne sono seguiti altri tre, a Bologna, Milano e Venezia. Ogni volta l’obiettivo è stato quello di far convergere la riflessione su un aspetto specifico del narrare. A Torino si è parlato di consapevolezza. A me era stato domandato di ragionare sulla consapevolezza nei laboratori di scrittura. Ho recuperato e provato a riordinare quanto avevo detto a suo tempo. 




