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Abécédaire comique: Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini #lettera A

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Ritratto dei comici angelici, di Laura Gelati

Nota
di
effeffe

Svegliatomi da sogni agitati, mai e poi mai avrei immaginato di trovare accanto al caffé una lettera, chiusa in una busta poco elegante, non affrancata e perfino macchiata di caffé. Quando l’ho aperta non mi sarei nemmeno sognato di leggere le cose che anche tu onorevole lettore di nazione Indiana stai per leggere. Ho deciso di assecondare quel loro desiderio di compilare un’enciclopedia alfabetica del mondo per la sola ragione che se fai incazzare un comico quello diventa molto cattivo, e non c’è nulla di più terribile di un cattivo comico. E se sono due, i comici, allora sono cazzi.

Abécédaire comique
Due comici entrano in una rivista culturale. Non è l’inizio di una barzelletta, ma di una rubrica: Abécédaire comique. Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini: un esperimento di scrittura, due penne, ventisei lettere dell’alfabeto. Ogni puntata una lettera, usata come innesco per il titolo. Per il resto, carta bianca o quasi: l’unico vincolo è che, da qualcheparte, si rida. Attenzione, non “facce ride!”, né travestire la letteratura da monologo: piuttosto, esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera. Come un abbecedario, appunto: elementare solo in apparenza.

Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini

AAA collaboratore cercasi
di
Alessandro Ciacci

Erano i tempi in cui sbarcavo il lunario collaborando con la rivista Girarrosti per souvlaki dal mondo, per il mensile era il momento di massimo splendore e la tiratura al suo zenith. Contrariamente a quanto uno potrebbe pensare, la rivista non era greca, né greco era il suo ideatore: a meno che per greco non si intenda un ex tramviere del basso lodigiano, sig. Bencini Graziano.
Magari uno non ci pensa, ma là fuori pullula di gente per cui il souvlaki, e di conseguenza il suo girarrosto, non dico rappresenti l’unica ragione di vita, ma di certo lo inserirebbe tra i primi dieci, azzardo sette, motivi per cui la vita è degna di essere vissuta.

La grande intuizione del signor Bencini, il suo parto cranico vincente, è stata quella di pensare ad una casa letteraria per questi orfanelli souvlacofili, sì da diventare tutti una sola Grande Famiglia. E la Storia gli ha dato ragione. Certo, il prezzo da pagare è stato alto, non è uscito immune (che dico, non ne è proprio uscito!) da ombre e controversie (mi sto riferendo all’affaire Giovenzana? CERTO CHE SÌ), ma il mondo era un posto migliore quando dall’edicolante di fiducia potevi comprare l’ultimo numero di Girarrosti.

Ah, abbiamo tutti presente cos’è il souvlaki, giusto? Lo spiedino, quello tipico greco. Se ficcato nella carne o pesce o nella giugulare di qualcuno durante un raptus omicida, questa è cosa che compete i gusti e la sanità mentale di ognuno. Lo spedietto, lo spetìno, lo sbèdulo. E tanto il Bencini l’amava che un bel giorno, mentre era al timone del 15barrato (capolinea “Vrain L.” ore 15:48), ebbe la Prima Folgorazione: lasciare tutto e investire i risparmi di una vita per la creazione di una rivista dedicata unicamente ad esso, con i suoi bei reportage fotografici, articoli di approfondimento e di inchiesta (“carbone di legna o gas?”).

«Sarò il Pierre Bayle dello spiedo, il Gramsci del girarrosto, di più, l’Hugh Hafner della carbonella in legno di faggio!»

E quando dico lasciare tutto intendo proprio lì e in quel momento. Inchioda, apre la porta anteriore del tram e scende con la paciosità del bonzo: figurarsi se si preoccupava delle bestemmie e/o anatemi dei passeggeri a bordo, preso com’era a sgranare mentalmente i papabili titoli appioppandi: Tempo e tempi del souvlaki, Mondo souvlaki. Pratiche giratorie.

Vi starete chiedendo quando entro in scena io. Circa sette mesi dopo quel 15barrato: Bencini era nel pieno delle cause pendenti che l’ammutinamento gli aveva provocato, denunciato come fu dalla stessa Azienda di trasporti e da una madre di famiglia, sig.ra Raccimolatti, che era arrivata tardi di ore a ritirare il figlio a scuola (figlio che aveva avuto un attacco di panico, necessario il ricovero). Come se non bastasse il ginepraio leguleico, Bencini in quei giorni scopre l’amara verità: l’amata madre non legge Girarrosti. Mai letto neanche un trafiletto, forse proprio mai sfogliato!

«O mamma, perché? Questa rivista è come se ti fosse nipote, che ha fatto per meritarsi tanto triste menefreghismo?»

«Manca di romanticismo, Graziano. È fredda qual diagnosi, non scalda i cuori.»

Da cui la Seconda Folgorazione Benciniana: un inserto letterario atto a celebrare, con la dose q.b. di emozioni, lo schidione peloponnesiaco in ogni modo possibile, dal serventese caudato all’haiku. Passando pel racconto in prosa. Ed eccomi.

(Nota: i cuentistas transfughi di Churrascos al carbón 2000 li accoglieremo in redazione solo un semestre dopo, mentre per i poeti dell’ala tardo-esistenzialista di Gratelle poetiche (e dintorni) bisognerà aspettare un annetto buono).

Una sera me ne sto sul divano ad ascoltare il podcast su quella storiaccia degli spettatori scomparsi a teatro, quando mi arriva uno screenshot, mica lo sapevo che mio fratello era abbonato alla rivista. Aveva letto l’annuncio, me lo inoltrava con tanto di commento telegrafico: cercano uno scrittore, magari ti interessa. Mi interessava, eccome se mi interessava!
Erano i tempi in cui sbarcavo il lunario scrivendo dépliant per alberghi. Un settore in cui, se uno convive disinvolto con gli spazi ridottissimi a disposizione, può portarsi a casa una discreta sommetta, oltre a strappare convenzioni con le strutture che incensa.
So cosa potreste pensare, che quando uno decide di fare lo scrittore non si augura di finire a scrivere depliant, ma è pur sempre un modo per farsi conoscere.

«È pur sempre un modo per farsi conoscere”, mi aveva infatti detto M., un mesetto prima di lasciarmi.

Vado molto orgoglioso dei racconti che ho scritto nei 6 anni di collaborazione (continuo a credere che il non aver voluto pubblicare la mia ricostruzione della storia vera della Setta di Chalkida, sia stato un gesto di grande vigliaccheria da parte del Direttore), siccome però, dopo l’estinzione di Girarrosti, sono rimasto senza lavoro, è arrivato per me il momento di tentare la fortuna altrove. Mi permetto quindi di allegare un racconto (AAA collaboratore cercasi) per dare un’idea del contributo che potrei apportare. Metti che una rivista se lo senta affine.

 

Animali moribondi e dove trovarli
di
Lorenzo Catalini

 

La mia ragazza ha adottato un criceto.

Cedutole da una collega d’ufficio, giustamente nubile, che ha fama di avere in casa un numero di criceti (dati ISTAT) stimato fra i 30 e i 55 esemplari[1]. Dispongo, non chiedetemi perché, di un video in cui la dama in questione ammette, con inquietante leggerezza, di usare il Citrosil per tenere puliti i suoi animaletti domestici[2]. Membri della giuria, alla luce di questa prova, credo si possa asserire, senza alcun ragionevole dubbio, che la mia ragazza abbia non solo adottato, ma addirittura salvato, quel criceto. Giusto?

Sbagliato.

Ho sempre pensato che Flora avesse “il pollice verde” in fatto di animali. Se per strada incrocia un cagnolino gli fa un sacco di feste: si alza sulle zampe, cerca di leccarlo e abbaia festosamente, talvolta causando imbarazzo nel cane di turno. Ho capito che mi sbagliavo quando mi ha annunciato come lo avrebbe chiamato: Costantino. Non in omaggio al grande imperatore romano, bensì a Costantino Vitagliano, storico tronista di “Uomini e Donne”.

L’idillio è durato due giorni. All’alba del terzo mi sveglia un messaggio di Flora: Costantino quella mattina si era beccato la sua prima sgridata[3], poiché arrampicandosi sulla cima della gabbietta[4] era rimasto con la zampa posteriore impigliata, sospeso a testa in giù.

Flora è preoccupata. Le suggerisco di recarsi da un veterinario, più per tranquillizzarla che non per il criceto, ma lei, mi dice, non ha il tempo di andarci.

Dopo un paio di giorni altri messaggi. Sono foto di Costantino con una zampa gonfia e rossa. Cerco su internet[5], confronto con le immagini che mi ha mandato, e mi viene il dubbio che il criceto possa avere la zampa fratturata. Inizia una “situazione kafkiana”. Il criceto peggiora di giorno in giorno, ma lei nega che stia male. Invio le foto ad un mio amico veterinario[6]. Diagnosi e prognosi: il topino ha una frattura chiusa che, se non presa per tempo, lo condurrà ad una morte lenta e dolorosa; da medico, consiglia l’eutanasia. Inoltro tutto a Flora che, di risposta, mi manda un video dove il criceto, in una mini-versione del Mito di Sisifo, trascina faticosamente questa Big Babol che è diventata la sua zampa. In sottofondo, agghiacciante, la voce di lei: “Stellina! Che fai oggi?”. Sta morendo. Sta agonizzando da tre giorni, ecco che fa. Insisto sul fatto che Costantino ha (letteralmente) un piede nella tomba. Lei chiede un secondo parere. La sua coinquilina, Belfagor[7]. Per lei “Costi” non ha nulla, opinione a cui fanno eco i genitori di Flora, in quei giorni ospiti da lei. Secondo questa équipe Costantino, semplicemente, “inciampa”. Inizio a pensare che sia tutta una burla ai miei danni, e quando andrò a trovarla l’animale si esibirà in un orfeiano numero da acrobata. Da essere l’unica persona interessata a salvare la vita al roditore, inizio subdolamente a sperare che muoia, soltanto per avere ragione. E siccome quel piccolo bastardo continua a vivere nonostante la zampa sia ora talmente più grossa di lui da averne ormai eclissato il resto della figura, inizio ad assaporare l’idea di assassinarlo io stesso. Ho passato notti seduto sotto le coperte, illuminato dalla sola luce del PC, a fare ricerche online tipo: “Uccidere un criceto senza farsi scoprire”, “omicidio criceto Codice penale”, fino a quesiti più teologici come “uccisione criceto punizione divina”. Mi consola la speranza che, da qualche parte in California, in un triste e anonimo ufficio Google, un impiegato addetto a spiare le mie ricerche abbia detto al suo superiore una frase tipo: “Ehi capo, ne ho trovato uno strano”, ricevendo la promozione che sognava da una vita.

[1] Con un rapporto umani/criceti così sbilanciato a favore dei roditori, sono i criceti a tenere la signora nella loro tana, non il contrario.

[2] Che non sia l’unico farmaco che codesta scienziata pazza somministra ai pelosetti per testarne gli effetti? Non mi stupirei di sapere che ad uno di loro abbia dato lo Xanax. “Da quando ha divorziato non è più lui”, si giustificherebbe.

[3] A tali parole la mia mente viene rapita dall’immagine di questo esserino che vede parata davanti a sé una gigantesca creatura sconosciuta puntargli furiosamente il dito contro, inveendo in una lingua incomprensibile, con il suo cervellino che cerca di elaborare l’informazione.

[4] Eufemismo che quel loculo non merita. Trattasi dell’abitazione più piccola mai progettata da mente umana, al pari solo con certi monolocali affittati per cifre astronomiche a studenti fuori sede a Milano. Come questi, contiene al suo interno solo una boccetta per l’acqua, semi di girasole e una ruota, dove criceti e fuorisede, animali dal cuore debole, corrono all’impazzata per sfogare l’ansia.

[5] Non è facile talvolta rendersi utili in una relaziona a distanza, capitemi.

[6] Appaio sempre più fastidioso, me ne rendo conto.

[7] I lettori più perspicaci avranno capito che è un nome di fantasia, ma per me è il suo nome di battesimo. Nessun’altro essere umano sa incutermi timore come ci riesce lei.

➨ AzioneAtzeni – Discanto Venticinquesimo: Emanuele Pittoni

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Testo e voce: Emanuele Pittoni
Sonorizzazione: Marco Caredda

Azione Atzeni – Discanto XXV: Emanuele Pittoni

Discanto venticinquesimo*

La scarpa di quell’uomo è alta, fino al collo del piede. La suola, schiaccia una formica. Poi, un’altra formica. Le formiche escono da una crepa fra due pietroni squadrati – e si sistemano sotto il piede. Le schiaccia, una dopo l’altra, con regolarità da metronomo. L’uomo, in piedi, dietro la grata del porto, guarda il mare. E conta: il tempo, alle formiche: uno, due, tre, quattro, fino a venti: altra formica, schiacciata. Uno. Venti. Schiacciata.
dal ‘Primo racconto con colonna sonora’, di Sergio Atzeni,  in Racconti con colonna sonora



Frumigas
di
Emanuele Pittoni

 



La scarpa di quell’uomo è alta, fino al collo del piede. La suola schiaccia una formica. Poi un’altra formica. Le formiche escono da una crepa fra due pietroni squadrati e si sistemano sotto il piede. Le schiaccia una dopo l’altra, con regolarità da metronomo. L’uomo in piedi dietro la grata del porto, guarda il mare. E conta il tempo alle formiche: uno, due, tre, quattro, fino a venti e altra formica schiacciata. Uno. Venti formica schiacciata. Massacra le formiche e guarda il mare.
Uno. Venti. Crack.
Zimbra (chiameremo così una delle tante formiche che si aggirano sotto la scarpa dell’uomo che riprende a contare a venti osservando una nave che va via) ha percepito come la testa e l’addome della compagna accanto si spiaccicava e poi più nulla. D’istinto sfrega le antenne su quell’ammasso informe…nessun segnale…solo morte…tutto finito.
Intorno un brulichio di compagne dalla testa rossa atterrite, confuse, si muovono disordinatamente emettendo feromoni con messaggi chiari: PANICO! PERICOLO! SCAPPA!
Zimbra afferra il messaggio e parte. Le sue zampe si muovono frenetiche sull’asfalto malandato del porto che puzza di catrame, gasolio bruciato e salsedine rancida. Si allontana sempre di più dalla colonia e poco dopo perde la scia del suo formicaio, non c’è più contatto, smarrisce la pista. Annusa e riannusa muovendosi a scatti ma nulla, si è persa.
Zigzagando a tratti rallenta e poi riprende veloce. Zimbra percepisce una luce, un enorme lampione, deve essere il sole, si orienta e procede spedita.
Intorno il porto come sempre lo stesso. Il mare è calmo. Il rumore dello sciabordio dell’acqua sugli scafi dei pescherecci colorati si mischia al suono confuso della città di fronte che si prepara a festeggiare Sant’Efisio Màrtiri Gloriosu de Casteddu Protetori Poderosu.
Una panchina sotto il lampione che attira la piccola formica è la casa di un uomo africano. Si chiama Gunal. È alto, robusto, con un ammasso di capelli informe che ricade in ciocche aggrovigliate e nodose intorno alla testa. Gunal ripete una cantilena nella sua lingua e continua a piegare e ripiegare una coperta. Tutto intorno bottiglie in frantumi, brick di vino scadente, resti di ossa di pollo, tranci di pizza, patatine fritte e pane indurito. Accanto alla panchina una pila enorme di decine e decine di cartoni di pizza e due trolley aperti traboccanti di scarpe, giornali, lenzuola e vecchi capotti. I vestiti scoloriti, logori, sono sparsi e appesi su una siepe rinsecchita.
L’uomo impreca, getta a terra la coperta e va a pisciare sul tronco della palma più vicina.
Sopra l’albero una nidiata di parrocchetti osserva la scena gracchiando senza ritegno.
Gli uccelli lo guardano mentre beve fino a stordirsi, poi perdono interesse perché quell’uomo lo conoscono bene.
Gunal barcollando riprende la coperta, la strattona con violenza, l’abbraccia, la stringe forte ed infine l’adagia delicatamente sulla panchina di ferro e si siede.
Poi canta e uno dopo l’altro prende i cartoni di pizza e inizia a tagliarli a strisce.
Cadono quei pezzi di carta accanto alla palma e quasi travolgono Zimbra che li evita senza farsi schiacciare. La formica si muove veloce, adesso scala una scarpa. Sale l’insetto, sale sempre più su, lungo i pantaloni unti e incrostati di Gunal fino a sparire dentro una tasca.
L’uomo ha finito di tagliare i cartoni, batte le mani contento, prende la coperta e l’adagia su tutta quella carta ammucchiata.
Fruga nelle tasche, quasi schiaccia la formica che perde una zampa, tira fuori il coltello e taglia di netto una ciocca di capelli e dopo averla accesa con un fiammifero la lancia sulla pira. Prima il fumo e poi subito le lingue di fuoco.
Si alza un pochino di vento, soffia e aiuta le fiamme, che crescono prima a poco a poco e poi sempre di più avvolgendo in un attimo il cespuglio secco con tutti i vestiti. Il tessuto acrilico prende subito, rallegrando le fiamme che alte il giusto si impadroniscono dei rami secchi afflosciati della palma.
I pappagalli senza perdere tempo volano via e vanno ad appollaiarsi sull’albero di una barca ormeggiata poco più in là per godersi lo spettacolo.
Gunal è soddisfatto, osserva il fuoco, allunga le mani per scaldarsi e poi come se nulla fosse si mette un cappotto, si sdraia sulla panchina e prende subito sonno.
Una macchina che passa di lì accende i lampeggianti, si ferma con una brusca frenata. Scendono due carabinieri che corrono verso l’uomo che ormai russa di brutto, lo scuotono per svegliarlo, ma nulla. L’incendio ha preso forza e inizia a lavorarsi il tronco della palma.
I due militari sollevano con forza Gunal, che finalmente si sveglia e inizia a gridare.
“Lasciatemi stare! Voglio dormire, sono stanco!”
Un’altra pattuglia e un’altra ancora intervengono subito! Una palma infuocata, aiutata dal vento, cade sul parabrezza dell’auto dei militari, e diversi tizzoni ardenti entrano nell’abitacolo, attraverso l’apertura lasciata da un finestrino aperto. In un attimo il fumo si trasforma nel fuoco che inizia a squagliare sedile, volante e tutto il posto di guida.
I carabinieri circondano Gunal che inizia a piangere e a urlare. Corre intorno agli agenti, non si fa afferrare facilmente, è veloce. Due carabinieri visibilmente sorpresi, non appena vedono la loro macchina in fiamme corrono verso il mezzo. Da una pantera appena arrivata, un poliziotto rapidamente tira fuori dal cofano un estintore e va verso la gazzella. Spacca il vetro e rivolge l’estintore verso l’abitacolo, schiaccia la valvola, ma nulla! Nulla di nulla! Non c’è pressione, non esce la schiuma, l’estintore è guasto, non funziona.
Gunal urla e si arrabbia “Le fiamme lasciatele andare, lasciatemi in pace, lasciatemi stare!”
L’incendio ormai in strada ha creato un ingorgo, un tappo di clacson che non permette l’arrivo dell’autobotte dei pompieri che più in fondo prova a farsi largo a sirene spiegate.
L’auto dei militari è avvolta dal fuoco, scoppiano le gomme con tonfi sordi e inquietanti e molti automobilisti in coda, spaventati, scappano a piedi.
Si alza il vento che adesso soffia più forte, si è propagato sulle altre palme che decorano quella parte del porto.
Nel mentre un’altra autobotte, passando dal porto in contromano, dopo aver urtato decine di suv parcheggiati a cazzo, riesce a raggiungere il punto più vicino all’incendio. I pompieri srotolano le manichette e rivolgono i getti a tutta pressione verso il rogo.
In mezzo a tutto quel fumo acre, tossico e pesante Gunal prova a scappare, circondato da una decina di poliziotti e carabinieri incazzati. Ma lui è una palla impazzita che non si fa mica prendere.
Il cerchio si stringe sempre di più intorno all’uomo che morde e abbaia.
Un poliziotto tira fuori il taser e lo punta verso Gunal.
“Adesso fermati o sparo!”
Ma lui non si ferma, vuole andarsene, vuole tornare a casa, non gli piace questo posto, non ci voleva neppure venire, non vuole più stare da solo, deve bruciare tutto, perché così lui si addormenta e rincomincia tutto da capo.
“Adesso conto fino a tre! Se non ti fermi, ti sparo”.
Però non conta l’agente scelto, preme subito il grilletto, tanto che gliene fotte. Ma nulla, non parte nulla! Non spara! Ritenta, una due tre volte. Niente!
Il poliziotto rivolge l’arma verso di sé per capire come mai non funziona. La porta troppo vicino, gli da due colpetti e inavvertitamente preme il grilletto. Questa volta eccome se funziona!
I dardi elettrificati sfrecciano! Dritti schizzano via! Si conficcano sul collo dell’appuntato dei carabinieri che il poliziotto ha proprio accanto a lui. Il militare viene sbalzato a terra, trema tutto, gli occhi quasi schizzano fuori dalle orbite. Tutti gli uomini in divisa percepiscono lo stesso segnale. PANICO. PERICOLO! CHEMINCHIASTASUCCEDENDO.
Corrono verso il carabiniere che si dibatte in preda a vere e proprie convulsioni.
Solo più tardi, a bocce ferme, in commissariato, si capì che il taser era difettoso e tra l’altro aveva mandato una scarica elettrica tarata per abbattere un orso bruno del Parco degli Abruzzi.
Il vento ora è il Maestrale che soffia forte. Le fiamme sono indiavolate e sfidano i pompieri.
La coltre di fumo nero denso investe gli uomini in divisa che mentre soccorrono il militare tossiscono, lacrimano e si sentono male.
Gunal è libero! Ne approfitta, inizia a correre, correre più veloce che può verso il mare. E sono flash di una vita che scorre al contrario. Via le scarpe, il cappotto, lascia cadere a terra la maglietta e i pantaloni e arrivato al limite della banchina un salto.
In quel volo Gunal torna a casa perché sa chi è, da dove viene. Quel corpo nudo, non appena sfiora il pelo dell’acqua non produce schizzi, spruzzi o schiuma. Quell’anima leggera, sguiscia sottile, si fonde con l’acqua e scivola via.
Di lì più in fondo, nel molo, un pescatore troppo vecchio per salire su una barca e andare in giro a pescare osserva Gunal che gli passa davanti nuotando veloce.
“Dove stai andando, torni a casa?” domanda il vecchio.
“Sì, me ne vado, è troppo, non ce la faccio più, ridivento pesce!”
Dopo poche bracciate, Gunal si fermò e salutò con una mano che sembrava una squama poi si immerse per sparire per sempre.

Zimbra percepisce che può uscire, ma non è facile tra le pieghe di quella tasca del pantalone. Tenta tutte le vie ma nulla, finché con le antenne trova un passaggio: la tasca in quel punto è bucata.
Si avvia verso l’apertura e finalmente sbuca fuori. È libera!
Si muove qua e là a scatti assaggiando il terreno accidentato … poi avverte qualcosa … ma! … vuoi vedere! … sì … l’inconfondibile odore di piscio di cane che … forse il suo formicaio è vicino!
Corre la formica in avanti e dopo mezzo metro tutta a dritta, riacchiappa la pista, la sua pista, quella di casa! Senza manco guardare la imbocca veloce e poco dopo è davanti alla crepa fra due pietroni squadrati.
Uno. Venti. Crack

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

Si può seguire il PODCAST su:

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Da “Quadranti”

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di Daniele Poletti

[Nel 2024, per le edizioni Anterem, è uscito I Taglienti. Trusioni e sfalci dall’Ordet di Daniele Poletti, con un saggio introduttivo di Luigi Severi. Ne presentiamo qui uno stralcio dalla sezione Quadranti. More geometrico potenziale. Non guardano nessuno non si aprono su nulla. Il libro di Poletti è un’opera mondo, o un’opera anamnesi del mondo, dove quel che è stato dimenticato risiede innanzitutto nella ricchezza stratificata di una lingua, che le istituzioni e i poteri hanno nel corso del tempo ogni volta semplificato, amputato, ridotto. Non è quindi un libro che si presta a “entrate” rapide, come quelle che un prelievo in rete consente. Ma è un libro che esiste, e di cui se non altro mostriamo qui qualche sporgenza, nella speranza che il lettore, ancora in cerca dell’opera, sia messo su questa pista importante. a. i.]

*
Non guardano nessuno non si aprono su nulla cartigliature
biglietto da visita (lucido o semimat superiore) della classe
o del gruppo dominato. Aperto muto come quaderno
potenza liscia e senza difetti intonata in scale sorde di pariola
l’azione della ragione di credere a capriccio del restare
un filato speciale per pelletteria sintetico che resista
alle trazioni e al tarmario. I sintomi sono una mossa
ritardata offesa dell’acciaio sulla seta masse di ife
filamenti ramificazioni di strutture rimosse grattate
via un antimicotico l’antimuffa steso bene sana e perverte
la proprieta della pietra che gemma per contusione.



*
Imbottita di sale e pregiudizio qualsiasi parte di essa o l’intero
puo' servire allo stesso modo come funzione dell’assoggettato
medesima disciplina che di necessita s’accoppia a sufficienza.
Piu liscio possibile senza pecche introiezioni follicolari
turacciolate da stoppiature una carta vetra fina polvere
di levigo in olocausto all’onnipresenza del discorso in questo senso
quasi nudo ma senza esserlo alimentando il plusvalore
imperativo dell’anonimo: potrete mangiare questo e questo
il resto in abominio; per questo e questo diventerete immondi
per ogni unghia tagliata, ma non divisa da fessura, procede
il blablio in rumine.



*
Gli amputarono i pollici e gli alluci facevano cio che e male
agli occhi una brancata di polvere nasconde l’equilibrio
perseguito per anni anche la polvere e sacra quella sotto
la piu vecchia nel giorno di tonsura degli arti si perdono
un po’ di diottrie. Coscia su femore femore contro tibia
la buona incudine non teme martello e fatto buon nome
diranno che e sudore la piscia fatta a letto troppa umilta
e assai comune siede in groppa la mano di Django Reinhart
il vero punge la bugia s’azzoppa ma solo per la porta stretta
non a misura d’uomo; sotto consiglio non richiesto
mi inducono a cambiare posto alle cose i due muri vecchio
e nuovo sono mal comune mentre le mosche ci divorano.



*
Corretto e participio di clavo confidente del potere deprivativo
in direzione illusoria della stabilita. Confidato per reggenza
e cio che emenda e diviene emendato usando il medesimo
metodo per cavarlo fuori quello che comunemente chiamiamo
setaccio. C’e possibilita di spiegare questi fatti pronunciando
alcune parole, sembra non ne rimanga nessuna. Piantare
un chiodo o piantarne molti cambia la tecnica l’attrezzo il progetto.
Nella disamina dello spazio il colpo sospende il giudizio a ciascuno
secondo il merito, il cane scodinzola ai padroni e si avventa
sugli estranei su chi gli vuol male per giustizia, nel rimescolo
delle minestre il mestolo si consuma nel legno ficcato dal chiodo
la fibra rimane ritrae per accogliere la chiave verbigiativa.



*
Salire alberi significa onore vederne secchi inganno
bere aceto significa infermita fuoco ardente mutamento
discredito che nel sonno fa buon tempo lavarsi la testa
per essere libero dai pericoli s’accresce l’inequita
mangiare il formaggio significa danno feccia di vino
fetore e fonte chiara tutto e ripartito secondo osservazione
necessita di distinguere il solido dal vero il liquido
dal falso l’ossigeno dal prossimo, conservazione
delle tangenze per un’ipotesi sugli incidenti.



*
Angustia di scale soverchie sottoscala premono sopra
discesa in ciechi indietro il percorso e arcuato l’architettura
minoica ordini di ringhiere parapetti in passicoli non d’uso
comune verso imbotte senza uscita appercezione
dell’inganno per retrogrado ripetuto. Il punto di partenza
e sempre l’ampia sala d’aspetto bianca dove gli occhi
diventano appiccicosi e la cura protezione. Frequenza guasta
camminare all’indietro altri corridoi altre pendici
cubiculari svuotatoi potenziali evocati attese a tempo
regolato ordini di ciechi indicazioni di uscita entrata nella bianca.



*
A serramanico sempre vicino con la fertilita della terra
Tello il primo principio da cui procedono tutte l’annuncio
il discorso l’augurio, ricerca per il terzo cielo con non meno
di ventidue dita. In sorsi tagli di cordame tagli
trecciature tagli enunciati in converso colloquialmente
produciamo incertezza e sopraffazione di verita.
La neve e bianca chi non entra passando la porta
avere diritto all’albero eppure il solco apre un fondale
quattro pendici due cime sbriciolature canali frastagli.



*
Diventato insufficiente il foraggio l’acqua prolifera
disciolti smotta terra in muta a base tempo
paesaggistica margini assottigliati dubiti previsionali
assoggettati al frammento, gli incrementi di senso
non transitano statuiscono il limite. Nel definitivo
il forame e impervio tentativo di rappresentazione
approssimata, mezzo di rappresentazione ridotto
a soggiacenza se pervio il confine diventa contiguo
il frammento passa nell’elemento l’elemento
nella forma la deriva del suolo che accoglie
sposta le figure nell’emorragia della pietra.



*
Come suo inesausto presupposto nel suo riferimento
innanzi tutto al problema ancor prima riguarda
ancor prima non si fa esperienza tale e in realta
cio che puo sembrare in quanto accusato di non essere stato
infatti la quotidiana esperienza della notte
del giorno dall’infanzia della sofferenza del gaudente
innanzi tutto nel suo neutro di anonima gocciatura
quando poi ogni cosa nebbiata inghiottita dal passo
riferisce di qualcosa in sanie d’anemone che spira.



*
Non piu di tre mesi perso l’uso della mano non riconosco
trasferire camminavano nell’eco del corridoio o il significato
dei passi che calcano la superficie. Il puro dimostrativo
la pura descrizione identificano uno stato di fiato
un peso sull’orma. Esattamente che corrisponde al vero
che cosa, questo, rispondere a questa domanda, qui,
dove il segno produce e deruba un po’ la storia
del fiore che non va in frutto. La descrizione suppone
che uno e uno soltanto mi abbia derubato, ma potrei
non essere in grado di identificarne, i passi erano
molteplici sovradimensionali artifici del luogo
proiezioni di un ritorno, quale, il benedicente esige
dal parlante una risposta non ambigua, un’espressione
necessaria costituita pienamente definita dall’artrosi.



*
Ha parti taglienti per un utilizzo futuro conserva
questo rischio, e pur sempre un lamento si lamenta
di qualcosa che c’e o non c’e anche con fare distaccato
in forma di racconto parabola nella storia o fuori
da essa oscuramente con parole infantili conserva
l’indirizzo ossi di seppia quattro uno macchiato
alla cuspide, ho cucinato carne malata i cibi
ci entrano dentro attraverso fenditure monofore
finestre lucernari portali androni vie la filtrazione
non dipende dalla terra che gira sulla posizione
del costrutto nella buona creanza del giorno.




*

Ferrari, Moresco: «Chi la fa l’aspetti / la posterità».

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Una conversazione con Antonio Moresco

di Giorgiomaria Cornelio

Fin da La franca sostanza del degrado, la poesia di Ivano Ferrari (1948 – 2022) è stata una meraviglia acuminata come un uncino da macello. A quattro anni dalla morte, e a più di venti da Macello -opera a sua modo capitale-, esce ora, per Crocetti Editore, Transitori e risorti, raccolta che vuole riportare al centro del dibattito italiano un’opera radicale, estranea a ogni funzione meramente consolatoria della poesia. Il volume, curato da Antonio Moresco (amico fraterno di Ferrari), nasce da un lascito imponente: centinaia di cartelle che attraversano decenni di scrittura, tra poesia, appunti e materiali visivi. All’uscita di Macello, Moresco scriveva alcune righe che rilette oggi sono ancora più impressionanti nella loro puntualità: «Qui siamo posti di fronte alla vita e alla morte, alla morte degli altri ma anche alla nostra morte di specie; […] con un occhio fermo e una perentorietà alla quale non si può sfuggire facendo finta di non vedere, di non sapere, al termine del Novecento, secolo attraversato da stragi, guerre, olocausto, e all’inizio del nuovo secolo e del nuovo millennio e di fronte ai nuovi massacri che già ci sono e di quelli ancora più grandi che verranno all’interno delle stesse logiche ideologiche, biologiche, economiche, tecnologiche e militari bloccate.»

Proprio con Moresco parlo del perché di questa nuova ripubblicazione, tra congedo impossibile e gesto di resurrezione.

***

Cornelio:
Inizierei chiedendoti questo. Nella prefazione al libro metti insieme una serie di tue annotazioni critiche  che avevano già percorso, negli anni delle pubblicazioni Einaudi, l’opera di Ivano Ferrari. Poi, alla fine, dai questa immagine di un titolo pescato dalla moltitudine dei frammenti e delle frattaglie dell’opera di Ferrari: Transitori e risorti.

Ecco: per questo libro si transita, si passa come attraverso un fenomeno che resterà imprendibile, oppure ti auguri che la ripubblicazione funzioni come una resurrezione della poesia di Ferrari, ad oggi relegata a un silenzio a mio parere ingiusto?

Moresco:
Diciamo che questo libro partecipa di entrambe le nature. È Transitori perché Ivano è morto, quindi è nel passato, nel passaggio dalla vita alla morte. Ed è Risorti perché mi piacerebbe che fosse un gesto resurrettivo nei confronti della sua poesia, andando a pescare in questo giacimento che lui, con questo scherzo da prete, mi ha lasciato.

Un giacimento pieno di roba turbolenta, sporca, lirica, sconcertante, inusuale nella tonalità poetica di questi anni. Vorrei che significasse questo. E il fatto che il titolo sia stato pescato quasi per caso -è stato Crocetti a trovarlo in un secondo, tra Rosso epistassi– spero sia di buon auspicio.

A lavoro finito, ora che ho il libro tra le mani, ho pensato che ci sarebbe stato al suo interno anche un altro titolo possibile: Erezioni votive.

Cornelio:
C’è una poetessa che amo molto, Ida Travi, che ripete spesso che «il libro non basta». Soprattutto in poesia, il libro è una traccia di un passaggio che però, come nell’opera di Ferrari, trabocca di appunti, rimasugli, collage, montaggi.

Tutta questa opera che tu hai avuto in consegna -e che tu stesso definisci uno scherzo da prete– è anche il sintomo di un’amicizia stellare che ripercorri nell’introduzione. Come hai vissuto la responsabilità di un lascito così strabordante, che fatica a entrare in un libro di 200 pagine?

Moresco:
Per molti mesi, quasi un anno, sono rimasto annichilito. Ho accumulato queste 103 enormi cartelle: hanno occupato diverse librerie del mio corridoio, ma non le ho toccate quasi per un anno. In quell’anno sono stato anche male, ho avuto diversi ricoveri ospedalieri e interventi. Guardavo tutte queste cartelle senza osare avvicinarmi.

Poi, dopo un anno e mezzo, le ho prese in mano e ho cominciato a leggere. È stato un lavoro lungo. Sono rimasto sconcertato: c’era anche molto materiale che non conoscevo, strano, dato che lui mi faceva leggere tutto. Infinite versioni delle stesse poesie, poesie torride, perturbanti.

Mi ha colpito anche l’enorme quantità di cose che riguardavano me: testi miei che avevo dimenticato, cose mie che aveva conservato, ma anche suoi scritti su di me. Ne ho inseriti nel libro solo una piccolissima parte. Mi ha rimandato l’idea di un’amicizia artistica molto profonda, ma anche strana: quando ci eravamo conosciuti eravamo due ragazzotti di provincia che si sono montati la testa a vicenda, due invasati, due innamorati della poesia e della letteratura.

Il caso ci ha fatto incontrare alla stessa età, nella stessa città, per ragioni diversissime, tra follie politiche e letterarie.

Cornelio:
A un certo punto del libro, nei Prolegomeni per un commiato, Ferrari scrive che i fantasmi non amano che si dia loro un corpo, è un lusso che riservano a se stessi.

Fare questo libro è dare un corpo a un fantasma? Oppure è un modo per prendere commiato da questi testi “ereditati”?

Moresco:
Un po’ tutte e due le cose. È un congedo, nel senso che è il distillato di un enorme lavoro poetico, quasi un diario poetico che attraversa tutta la vita di una persona. Io però non riesco a sentire Ivano come una presenza morta, catalogata. È un poeta vivo, drammatico, perturbante. Un poeta perennemente in stato di risurrezione.

Il lavoro che ho fatto è stato istintivo. Se fossi stato un filologo che agiva con criteri specialistici, sarebbe venuto fuori un libro completamente diverso. Io ho voluto lasciare dentro lo sporco e il sublime, perché Ivano è una compresenza continua di queste due dimensioni.

Non volevo fare un santino postumo dell’amico. Volevo un libro ancora bruciante, sconcertante, vivente.

Cornelio:
C’è un verso che mi viene in mente a tal proposito: «Chi la fa l’aspetti / la posterità».

Moresco:
È un tipico guizzo suo. La poesia di Ivano è piena di questi cortocircuiti mentali. E ho voluto che venissero comprese jn questa raccolta anche altri aspetti della sua officina: poesie visive, fotomontaggi. Ho insistito perché nel libro ci fossero anche alcuni dei suoi numerosi fotomontaggi, anche se scuri, sporchi. Lui li aveva fatti a colori, ma quelli non li ho più trovati.

Ce n’erano di incredibili: lui mano nella mano con un matto del manicomio di Mantova, su una panchina; lui con un vestito da ballo che danza indiavolato; una ragazzona a cui aveva messo la sua faccia spiritata.

Erano segni di un’effervescenza mentale che poi si è tradotta negli accostamenti vertiginosi delle parole. Prima questo scatto ha attraversato altre forme; poi ha giocato tutto dentro la lingua, dentro le sue poche parole accostate in modo intenso e spiazzante.

Cornelio:
C’è in lui questo doppio aspetto terrestre e lunare, come in uno dei fotomontaggi: «Sono come la luna, condannato a stare in alto per colpa dei poeti». Tu invece dici che la sua poesia si abbassa radicalmente sulle cose. È un contro-movimento coraggioso: la poesia, dall’altezza dove è confinata nell’opinione comune, scende nello sporco delle cose – là dove non dovrebbe.

Moresco:
Proprio per questo Ferrari è difficile da incasellare. Possono venire in mente, ad esempio,  espressionisti tedeschi come Gottfried Benn, ma lui è diverso anche da questi. C’è in lui una commistione tra sublime e sporco, tra violenza e riso, tra sarcasmo e pietà, tra ironia e pietà, una miscela che è tutta sua.

Questa musica così dissonante non è stata compresa — nel senso etimologico del termine, cioè presa dentro — non è stata ancora accolta dal mondo della poesia italiana.

Cornelio:
Io appartengo a una generazione che non ha vissuto l’uscita di Macello, ma l’ha ricevuto dopo. È un libro fondamentale. In Italia c’è ancora un equivoco: la poesia dovrebbe essere consolatoria. Ferrari scriveva che la sua poesia stava nel cesso delle cose, nello spazio impuro. Questo la rende difficilmente digeribile, e insieme attualissima nel “macello planetario” in cui siamo raccolti.

Moresco:
È come se avesse visto in nuce il mattatoio di specie in atto nel mondo. Questa poesia è ineducata ma stratificata. Ivano non è un naif. Lui usava un’espressione buffa per certi poeti: «tutto pelo e senso». Ma lui non era così. Era viscerale e insieme raffinato. Ha raggiunto la concisione dopo un lungo percorso. Basta seguire il suo cammino interno testimoniato dalla Franca sostanza del degrado, dalla prime poesie piene, quasi naturalistiche, fino a quelle di Smaltitoio o Poesie laconiche.

C’è un’intransigenza profonda nel suo lavoro. Era un poeta che non era mai contento.

Cornelio:
Un’ultima domanda. Lui scriveva: «Lo spazio di un poeta è la prima volta di un prestito, dopo / la seconda». Abbiamo parlato dell’amore di Ferrari per la tua opera – ma tu cosa hai preso in prestito da lui?

Moresco:
Da ragazzo scrivevo poesie, ho cominciato come poeta. Poi ho distrutto tutto quello che avevo scritto fino ai vent’anni. Mi sono avviato verso altre avventure, anche artistiche. Non perché abbia cessato di essere un poeta, ma perché si vede che avevo bisogno di mettere la poesia dentro un altro alveo, che non fosse quello della forma-poesia  La frequentazione di Ivano, l’aver seguito passo dopo passo, da vicino, da amico, il suo percorso poetico mi ha pacificato. Ho pensato: non ho bisogno di scrivere poesie, le scrive Ivano.

È come se la parte di me che mi sono lasciato alle spalle si fosse realizzata attraverso di lui. Non mi ha fatto sentire un traditore della poesia. C’era lui sull’altro piatto della bilancia.

Cornelio:
Ti chiederei, a sigillo, una poesia di Ivano che porti con te.

Moresco:

Eccola qui:

Do quanto basta
per essere frainteso
il mezzo litro d’anima
che mi resta dentro
lo berrò con Dio.

Cassandra, ovvero La necessità della guerra

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di Beatrice Occhini

“Perché volli a tutti costi il dono della veggenza?” (Wolf 1984a: 6), se lo domanda Cassandra, protagonista del romanzo omonimo che Christa Wolf, la scrittrice più rilevante della Repubblica Democratica Tedesca, ha pubblicato nel 1983 con l’editore Luchterhand*. Ho iniziato questo libro su un autobus che mi stava portando da Catanzaro all’aeroporto di Lamezia Terme, stupita del fatto che questa linea extraurbana non solo esistesse davvero, ma avesse anche fatto appena cinque minuti di ritardo. Avevo trovato Cassandra sulla bancarella del signore marocchino che vive in città da sempre e che vende, per motivi a me opachi, pentolame da cucina e altre suppellettili, insieme a un ammasso disordinato di libri. È una ristampa del 2002, un po’ malandata e dalle pagine inscurite, della prima edizione che e/o ha pubblicato nel 1996 nella traduzione di Anita Raja. Un libro molto letto, conosciuto, ma di cui forse si sottovaluta l’attualità. Al centro del romanzo è la veggente e sacerdotessa di Apollo, figlia di re Priamo e della regina Ecuba di Troia, destinata, secondo il mito tramandato dall’Orestea di Eschilo e dai poemi omerici, a dar voce a premonizioni foriere di sventure e a non venir mai creduta. La più celebre delle sue visioni, che le costò l’imprigionamento in una torre per mano del suo amato padre: l’esito nefasto della guerra che la città era in procinto di combattere contro i principi achei.

In termini critici, il romanzo può essere considerato una riscrittura, ma questa definizione non è sufficiente per descrivere il modo in cui è la figura di Cassandra a permettere a Wolf di fronteggiare due temi congiunti l’uno all’altro. Il primo è la costruzione politica dell’inevitabilità della guerra: “È possibile sapere quando comincia la guerra, ma quando comincia la vigilia della guerra?” si chiede Cassandra, aggiungendo: “Se ci fossero delle regole, bisognerebbero trasmetterle. […] Conterrebbero, tra le altre frasi: non fatevi ingannare da quelli della vostra parte” (Wolf 1984a: 84). Il secondo: l’esclusione delle donne dall’amministrazione del potere e il loro assoggettamento istituzionale e culturale. Si tratta di temi fondamentali per la scrittrice e, mi pare, attualissimi anche per lettori e lettrici di oggi. Il primo passo per “liberare Cassandra da mito e letteratura” (Wolf 1984b: 20) – così si esprime Wolf nelle Premesse a Cassandra (1), le atipiche lezioni di poetica in cui traccia il suo avvicinamento a questa figura – è dare ampio spazio alla sua verità: “[p]arlare con la mia voce: il massimo. Di più, altro, non ho voluto” (Wolf 1984a: 6).

Il romanzo è un lungo ed evocativo monologo interiore, pronunciato in modo laconico, frammentario ed ellittico dalla protagonista ormai prigioniera di Agamennone. Alle spalle della protagonista, al di là del mare: la distruzione di Troia, del suo mondo, l’assassinio della sua famiglia, di tutte le compagne, degli altri troiani e delle troiane, gli orrori della guerra, il tramonto di una civiltà. Davanti a sé: i leoni che troneggiano sulla porta di Micene che, come già Troia, verrà un giorno ridotta alle macerie che conosciamo oggi. La sacerdotessa di Apollo rievoca la propria vita, intrecciando, tra le maglie larghe del mito la lettura politica e femminista dell’inevitabile connubio tra guerra e patriarcato. Cassandra descrive gli anni immobili della preparazione alla guerra con gli achei e la trasformazione della città di Troia in uno stato sempre più autoritario, lungo un inarrestabile degrado etico che soffoca ogni traccia di dissenso interno e, infine, annienta la città stessa prima ancora che arrivi Achille a trucidarne gli abitanti.

Ho iniziato a leggere questo romanzo per ingannare il tempo, prima un po’ svogliata mentre attendevo il bus – per l’ansia ero in un anticipo davvero eccessivo –, poi sul mezzo vuoto a parte me e il conducente, poi al gate affollato, soglia sull’ennesima grande città europea. Era lo stesso giorno in cui Yoav Gallant ha annunciato l’assedio completo di Gaza e il romanzo mi ha accompagnata mentre nelle settimane successive iniziava l’assedio di terra. Fin da subito ho riconosciuto in Cassandra la stessa rabbia di fronte all’apparente ineluttabilità degli avvenimenti, lo stesso sgomento di fronte alla forma narrativa che prendevano nel discorso pubblico, la stessa bruciante impotenza che provavo quando sentivo etichettare come antisemita la posizione secondo cui il 7 ottobre 2023 non era un inizio, bensì la continuazione di una storia antica. Trovare il coraggio della propria verità e costruire la voce per esprimerla è uno dei temi di Cassandra, le cui visioni altro non sono che squarci momentanei di razionalità e autonomia critica nella coltre della propaganda cittadina: “Per evitare di vedere dietro la splendida facciata la realtà inquietante, cambiavamo in un lampo i nostri giudizi sbagliati.” (Wolf 1984a: 47) Una cecità che Cassandra condivide con tutto i troiani (“il mio innocuo, ingenuo popolo”, Wolf 1984a: 45), nonostante il dono della veggenza.

In effetti, il modo in cui Wolf intende questo dono è una delle deviazioni principali dal mito, a cui l’autrice perviene ponendosi un interrogativo semplice: “Ma per quale ragione [Cassandra], lasciando che la educassero alla ‘veggenza’, ha scelto una professione maschile? Per quale ragione volle diventare come gli uomini?” (Wolf 1984b: 20). Da qui l’adagio del romanzo: “Volli diventare sacerdotessa. Volli il dono della veggenza, a tutti costi” (Wolf 1984a: 47). Cassandra bambina, pur essendo “prediletta dal padre [Priamo] e interessata alla politica come nessuno dei [suoi] numerosi fratelli” (Wolf 1984a: 18), desidera ritagliarsi uno spazio di partecipazione alla responsabilità politica, agli incarichi governativi – in altre parole: al potere –, pur essendo donna. “Fossi lui” pensa Cassandra fanciulla, misurando la propria posizione sociale con quella di suo fratello gemello Eleno, “Potessi cambiare il mio sesso con il suo. Potessi rinnegarlo, nasconderlo” (Wolf 1984a: 37-38). La veggenza è frutto dell’ambizione di Cassandra, come riconosce Pantoo il greco, sacerdote di Apollo, uno dei primi che subirà la violenza dei troiani in quanto nemico interno: “Senza dubbio, diceva, c’erano alcuni tratti della mia natura che si addicevano al sacerdozio. Quali? Ecco – il mio desiderio di esercitare un’influenza sugli esseri umani; e come, sennò, una donna potrebbe dominare?” (Wolf 1984a: 34). Per arrivare al potere vi è un’unica strada: diventare sacerdotessa, scegliere il dono della profezia. Cassandra quindi non diventa sacerdotessa per volere di Apollo, il dio dei veggenti, bensì per propria volontà; il dio “sapeva cosa desideravo ardentemente: il dono della veggenza, che mi conferì con un gesto tutto sommato casuale, non osai sentirlo: deludente” (Wolf 1984a: 21). E “deludenti” sono anche le descrizioni delle visioni di Cassandra, ingigantite dalle voci e dalla propaganda di corte, che hanno raggiunto anche noi tramite il mito che l’ha resa eterna.

Del resto, inizialmente la protagonista non sembra tanto agire da mediatrice per la divinità, bensì per la casata reale, una posizione che le diventa sempre più invisa, man mano che il potere in città finisce in mano alla fazione reazionaria rappresentata da Eumolo, che celebra la guerra e impone un cambiamento antropologico alla città: “Obbedienza! […] Lui ci voleva secondo le esigenze della guerra. Dovevamo diventare come il nemico, per batterlo. Questo non ci andava a genio. Volevamo essere come eravamo, incoerenti” (Wolf 1984a: 39). A Troia si sviluppa una liturgia del potere volta a costruire il nemico esterno e interno attraverso la propaganda statale e a trasformare ogni sconfitta in vittoria e lustro per il palazzo reale: “Gli uomini di Eumelo erano al lavoro. Avevano fatto proseliti tra gli scribi di palazzo e i servi del tempio. Avremmo dovuto armarci anche spiritualmente, se il greco ci attaccava. L’armamento spirituale consisteva nella diffamazione del nemico (già si parlava di ‘nemico’, prima ancora che un solo greco fosse montato su una nave) e nella diffidenza verso chi era sospettato di fare il gioco del nemico” (Wolf 1984a: 80). Nel frattempo i primi scontri con i greci avvengono, come in tutte le guerre, in altri territori remoti, si svolgono per il controllo commerciale ed economico del Bosforo, non certo per Elena, che forse a Troia non è mai arrivata, riflette Cassandra. La città con il suo piccolo impero viene pian piano circondata e perde l’occasione di disinnescare la valanga bellica, ulteriormente accelerata dalla propaganda statale: “Il popolo in festa corse per le strade. Vidi una notizia farsi verità. E Priamo ebbe un nuovo titolo: ‘Il nostro potente re’. In seguito, man mano che la guerra diventava sempre più priva di prospettive, lo si dovette chiamare ‘Il nostro potentissimo re’” (Wolf 1984a: 82).

Così i primi momenti di veggenza di Cassandra, scomposti, incontrollabili, ancora adolescenziali, si trasformano in analisi ponderate della deriva autoritaria della città, che viene spacciata come strategia per rafforzarsi contro il nemico: “Priamo preparava la guerra. Io mi tenevo in disparte. Giocavo a fare la sacerdotessa. Pensavo che essere adulti consistesse in questo gioco: perdere se stessi. […] Sostenuta dalla stima dei troiani, vivevo come non mai di apparenze. Ricordo ancora come la vita mi sfuggisse. […] Non vedevo nulla. Sovraccaricata dal dono della veggenza, ero cieca. Vedevo solo quel che c’era, praticamente niente. Vivevo di evento in evento, che, a quel che si dice, facevano la storia della casa reale. Eventi che asservono a sempre nuovi eventi, per ultimo alla guerra” (Wolf 1984a: 35-36). 

La scelta della cecità altro non è che indifferenza, “il prezzo per sopravvivere”, “[la] meno benvenuta, l’estranea, dentro cui ci si perde certissimamente, ancor più certamente che nell’impotenza e nella colpa” (Wolf 1984b: 24). La fuoriuscita da questo stato è il percorso che la figura traccia a ritroso e con sbalzi temporali nel suo monologo, la “lotta per l’autonomia” (Wolf 1984b: 127) che le richiede la rinuncia a tutto, ai legami, ai suoi privilegi, al potere, all’identità costruita fino a quel momento: “Diventare tutt’a un tratto capace di vedere – questo mi avrebbe distrutta” (Wolf 1984a: 51). Da voce di Apollo e, quindi, della casata reale, Cassandra cessa di essere mero tramite e vive quello che Wolf ha definito il “dolore di farsi soggetto” (Wolf 1984b: 95). Ciò significa rifiutare la condizione di oggetto che le appartiene istituzionalmente in quanto donna e che sperimenta ampiamente, non soltanto quando diviene parte del bottino di guerra argivo, non soltanto quando subisce gli stupri degli achei (“Ignoravo che, come sempre, le schiave della stirpe vinta devono accrescere la fertilità dei vincitori?”, Wolf 1984a: 16), ma anzitutto nella città ancora protetta dalle mura, quando suo padre la costringe a sposare il principe Euripilo per ottenere rinforzi militari. O quando, ancora bambina, è costretta a partecipare al rito di deflorazione delle ragazze troiane.

Da soggetto con una propria voce, Cassandra diviene per la corte e per i troiani una nemica interna, una delle tante: “Sempre la stessa musica: non il misfatto, ma il suo annuncio fa impallidire, anche infuriare, gli uomini, lo so dalla mia esperienza. E so anche che preferiamo punire colui che nomina il fatto, piuttosto che chi lo compie: in ciò siamo tutti uguali, come in tutto il resto. La differenza sta nel saperlo oppure no” (Wolf 1984a: 19). Ovunque echeggiano le parole del palazzo, dei detrattori di Cassandra, della propaganda: “Io, la tremenda. Io, che volli la rovina di Troia” (Wolf 1984a: 15), recidere i rapporti con la corte e divenire invisa, andare in esilio, perdere la patria, essere tacciata di pazzia – questo il prezzo della scelta: “In seguito non se la sono mai tanto presa con me quanto per il mio rifiuto ad abbandonarmi al fatale entusiasmo dei loro desideri. A causa di questo rifiuto, non a causa dei greci, persi padre, madre, fratelli, amici, il mio popolo” (Wolf 1984a: 48).

Alla protagonista non resta che uscire dal palazzo reale, abbandonando il suo status di principessa, rinunciare ai propri obiettivi. Famiglia di elezione diventa una comunità di donne – e qualche uomo come Anchise, il saggio padre di Enea – che vivono in sorellanza fuori dalle mura, sulle rive del fiume Scamandro e sul Monte Ida, dimentiche delle precedenti distinzioni di ceto. Le unisce la venerazione della Grande Dea, una divinità il cui culto risale a culture ancestrali, annientate da quella troiana che ne ha anche cancellato e vietato i culti. Per concepire questa società alternativa, Wolf si rifà presumibilmente alle teorie di Marija Gimbutas (2) e Robert Graves (3), secondo cui prima delle culture elleniche esistevano società con forti tratti ginecocratici o persino matriarcali: “Sì, una volta è esistita la terra dove le donne erano libere a pari agli uomini. Dove loro erano le dee […]; dove, in tutte le rappresentazioni pubbliche, occupavano posti privilegiati […]; dove prendevano parte alle pratiche rituali e costituivano anche la gran massa delle sacerdotesse” (Wolf 1984b: 66). Unendosi a questa minoranza, Cassandra vive un cambio di pantheon che segnala la rinuncia al modello antropologico rappresentato dagli achei ed oscenamente incarnato proprio da Achille, “Achille la bestia”. Secondo Anna Chiarloni – tra le maggiori studiose italiane di Wolf – la “techne ellenica”, cioè l’immagine di razionalità, coerenza, ed efficacia soprattutto bellica che il mito ci ha tramandato, è rappresentata nel libro “come espressione di una cinica volontà di dominio” (Chiarloni 1996: 191), una “opaca prassi razionale” (Chiarloni 1996: 191) che i troiani assorbono, ma che è in realtà contraria alla chiarezza. È oscuramento della ragione, generatrice di violenza. Forse è questa l’immagine di grecità cui si è rifatto Netanyahu, quando, incitando i cittadini israeliani ad affrontare l’eventuale isolamento internazionale, ha evocato Sparta (4). Un modello eroico, bellico, virile. “In quale altro modo”, si chiede Wolf, “un autore potrebbe combattere contro l’abitudine (che non corrisponde più alle esigenze del tempo) di ricordare la storia come storia di eroi?” (Wolf 1984b: 126). Cassandra è infatti il primo tassello di quello che Chiarloni ha chiamato “impulso alla verifica, anche linguistica, dei dati tramandati dalla tradizione”, caratterizzante la ricerca artistica di Wolf, che “tende a mettere in discussione la rappresentazione usuale del mondo, decostruendo la cosiddetta ‘cultura dell’uomo europeo’” (Chiarloni 2001). Un’altra tappa fondamentale di questo percorso si trova nell’ultimo romanzo di Wolf, Medea. Voci (1996) (5), dove la tradizionale rappresentazione della protagonista come infanticida viene decostruita, rivelandosi il risultato di una propaganda statale finalizzata a mascherare i crimini della corona.

Medea ha una forte motivazione autobiografica, giacché venne scritto all’indomani del cosiddetto Literaturstreit – traducibile come ‘contesa letteraria’–, cioè lo scandalo che travolse Wolf all’apertura degli archivi fino ad allora segretati dell’ormai dissolta Germania Est. Negli atti che vennero alla luce nel 1992, la scrittrice viene indicata come “inoffizielle Mitarbeiterin” (‘collaboratrice informale’) della Stasi, i temuti servizi segreti tedesco-orientali. Non fu solo il ruolo ricoperto da Wolf dal 1959 al 1962 a scandalizzare il pubblico della Germania riunificata, quanto il fatto che, per tre decenni, la scrittrice non ne avesse parlato. D’altro canto, i suoi resoconti erano inservibili, giacché includevano esclusivamente dettagli positivi sui compagni sorvegliati (Galli 2009). Si trattò secondo molti di un vero e proprio linciaggio mediatico, volto a screditare l’intellettuale tedesco-orientale, come si fece per altre voci provenienti da quella regione (tra cui Heiner Müller).

Tornando al romanzo: ormai posta di fronte all’ineluttabile assedio di Troia, Cassandra accetta la caduta della civiltà che aveva sperato di proteggere, riconoscendo che le conseguenze della sconfitta non sono diverse da quelle della vittoria. Nei primi capitoli del romanzo, che sono anche gli ultimi attimi della sua vita, la protagonista osserva il trionfo dei Micenei, consapevole che nulla può opporsi alla ciclicità della distruzione: “l’orrore della vittoria. Oh le sue conseguenze, che vedo già nei loro occhi ciechi. Sì, colpiti da cecità. Tutto ciò che devono conoscere si svolgerà davanti ai loro occhi, ed essi non vedranno nulla. È così” (Wolf 1984a: 11).

Con questo romanzo Wolf riesce a parlare del proprio tempo, della sua Repubblica Democratica Tedesca e del suo ruolo di intellettuale e donna in uno Stato che si era trasformata in un regime totalitario retto sulla sistematica distruzione del dissenso interno e sull’isolamento dai nemici esterni. Troia circondata da mura “che la proteggevano, ma anche la limitavano” (Wolf 1984a: 42) è un evidente riferimento alla Berlino Est in cui è cresciuta Wolf. Ma soprattutto, il romanzo è frutto dei primi anni Ottanta, quando, dopo un periodo di apparente distensione, il rischio di una guerra atomica in territorio europeo era tornato a essere discusso: “Sia il comando supremo della Nato che quello del Patto di Varsavia discutono della necessità di nuovi armamenti, ciascuno per essere in grado di contrapporre qualcosa di equivalente alla presunta superiorità tecnica dell’‘avversario’ sul piano militare” (Wolf 1984b: 90). Un’epoca in cui, ancora una volta e non per l’ultima, nel discorso politico internazionale si fece strada il “pensiero aberrante”, “l’assurdità dell’affermazione secondo cui il massimo degli armamenti atomici da parte di entrambe le potenze diminuisce il pericolo di guerre grazie all’‘equilibrio del terrore’” (Wolf 1984b: 94). Una corsa agli armamenti che si accompagnava a limitazioni della libertà di espressione e protesta, di distorsioni della realtà volte a giustificare scellerate alleanze politiche ed economiche. Una storia che si ripete. Del resto il tempo di cui ci parla Cassandra, come il nostro, è “inaudito”, ma accade “tutti i giorni”, come scrisse Ingeborg Bachmann in una sua poesia: “La guerra non viene più dichiarata, /ma proseguita. L’inaudito/ è divenuto quotidiano”.

Ho iniziato questo libro su un autobus che mi stava portando da Catanzaro all’aeroporto di Lamezia Terme, stupita del fatto che la linea esistesse e fosse in orario. Lo leggevo mentre, sgomenti, ascoltavamo la questione palestinese essere trattata come se fosse iniziata il 7 ottobre 2023, con l’uso sapientemente differenziato di due termini – “ostaggi” per gli israeliani, “prigionieri” per i palestinesi. A marzo 2025, quando Israele ha violato la tregua, l’avevo finito da tempo e non riuscivo a liberarmene, mentre parlare di genocidio sembrava ancora un crimine antisemita o, alla meno peggio, una insulsa quanto opinabile preferenza terminologica. Termino questo saggio dopo mesi di altre espressioni, di ReArm Europe, di deterrenza militare, di sanzioni e della loro assenza, di voci solipsistiche, arroganti, prepotenti e ciniche. “[L]a doppia morale degli antichi”, riflette Wolf, “forse non è così onnipresente, così dominante e pervasiva come la doppia morale della civiltà cristiano-occidentale, la quale deve compiere un enorme demagogico lavoro intellettuale, sempre più sottile e cavilloso, per riconoscere a fondamento etico della sua vita il comandamento NON UCCIDERE e nel contempo per annullarlo in relazione al suo agire pratico, senza avere un tracollo morale” (Wolf 1984b: 44). Un tracollo che riesce a rendere invisibili anche i processi che portano all’autoannientamento di quella stessa civiltà. Finisco questo saggio nel momento in cui Netanyahu ha il potere di dire “I’ll finish the job”, la Flotilla è in mare e le persone scendono finalmente in piazza a migliaia. Per salvarci, forse Cassandra ci chiederebbe questo: chi sono i nemici che state costruendo per trasformarvi rapidamente in ciò che vi distruggerà? Qual è il vostro capro espiatorio? Qual è il limite della sopportazione, della vostra indifferenza, del vostro silenzio?

“Ecco quello che so: ci sono buchi nel tempo. Questo ne è uno, qui e ora. Noi non possiamo lasciare che passi inutilizzato” (Wolf 1984a: 154).

__________________

*Su Ad alta voce di Rai Radio 3 è in corso in questi giorni la pubblicazione a puntate dell’audiolibro: https://www.raiplaysound.it/audiolibri/cassandra

 

Note

  1. https://www.germanistica.net/2011/12/22/christa-wolf-premesse-a-cassandra-voraussetzungen-einer-erzahlung-kassandra-1983/
  2. https://www.preistoriainitalia.it/2019/01/10/intervista-a-marija-gimbutas-su-dea-madre-indo-europei-nascita-e-sviluppo-del-patriarcato/
  3. https://academic.oup.com/book/2905/chapter-abstract/143543713?redirectedFrom=fulltext
  4. https://www.timesofisrael.com/netanyahu-admits-israel-is-economically-isolated-will-need-to-become-self-reliant/
  5. https://www.edizionieo.it/book/9788876417283/medea.-voci

 

Bibliografia

Chiarloni, Anna (2011): “La Medea di Christa Wolf”, germanistica.net, https://www.germanistica.net/2001/05/26/la-medea-di-christa-wolf/.

Chiarloni, Anna (1996): “Postfazione”, in Christa Wolf, Medea. Voci, trad. dal tedesco di Anita Raja, Roma, e/o, 2023, pp. 191-197; or. Medea. Stimmen 1996.

Galli, Matteo (2009): Literaturstreit o della sovranità ermeneutica: le accuse a Christa Wolf e la liquidazione degli intellettuali, germanistica.net,https://www.germanistica.net/2011/12/15/literaturstreit-o-della-sovranita-ermeneutica-le-accuse-a-christa-wolf-e-la-liquidazione-degli-intellettuali/.

Wolf, Christa (1984a): Cassandra, trad. dal tedesco di Anita Raja, Roma, e/o, 2002; or. Kassandra 1983.

Wolf, Christa (1984b): Premesse a Cassandra. Quattro lezioni su come nasce un racconto, trad. dal tedesco di Anita Raja, Roma, e/o; or. Voraussetzungen einer Erzählung: Kassandra 1983.

Il guardiano dell’amore

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di Max Mauro

Ai primi di settembre del 2015 decisi di partire per incontrare una persona che non c’era più. Lo so, voi direte che è una follia, che non è possibile incontrare qualcuno che è scomparso, ma io so che non è così. Vi racconterò come è andata, ma prima lasciatemi spiegare le ragioni per cui il viaggio lo dovevo fare e quelle per cui, in teoria, non aveva alcun senso farlo. Dopo che vi avrò spiegato questo sono quasi certo che sarete d’accordo con me.

A quel tempo abitavo a Dublino, Repubblica di Irlanda. Lavoravo in un caffè gestito da un torinese di origine meridionale (come ci teneva a specificare lui stesso) chiamato 8 ½ Café. 8 ½ Café era il nome del posto, mentre il mio boss si chiamava Tony, Antonio all’anagrafe. Continuavo a pensare fosse un lavoro temporaneo, ma ormai questa temporaneità durava da due anni. La paga non era alta, soprattutto considerando i costi della città, ma Tony era un tipo tranquillo; non tirava cocaina, come era abitudine nel settore della ristorazione, in questa come in tutte le grandi città, e ciò era già una buona cosa. E poi 8 ½ Café era in centro, vicino al Trinity College, giravano molti giovani, studenti e turisti, anche se io non rivolgevo la parola a nessuno. Avevo 31 anni, non ero più anagraficamente giovane, ma stentavo ad entrare appieno nell’età adulta.

Andavo spesso al cinema.

Tramite Tony ero riuscito ad avere una tessera scontata dell’IFI, il cinema dell’Irish Film Institute. Andavo al cinema ogni settimana, vedevo uno, due, talvolta anche tre film. Preferivo le retrospettive, le visioni di film non recenti, perché mi piace il passato e poi i biglietti sono più economici, e le proiezioni meno affollate. Mi piacevano i film drammatici con storie d’amore impossibili. Li sentivo molto vicini, perché la mia vita sentimentale era un disastro (non è che le cose siano andato molto meglio dopo, ma questo è un altro discorso).

Fu all’IFI che, nell’estate del 2010, vidi un film che mi fece piangere.

In sala eravamo in pochi, circa una ventina sparsi in una sala da 98 posti. Credo che nessuno notò che stavo piangendo, forse piangevano anche loro e come me se ne vergognavano un po’. Come faccio a sapere quante persone c’erano in sala? Io di solito occupo il tempo della pubblicità prima del film contando quanta gente c’è in sala. Conto anche le poltrone, così posso fare dei calcoli accurati. Due blocchi di poltrone, sette file, ogni fila quattordici poltrone, totale 98 posti. Al momento della pubblicità c’erano 21 persone, circa il 21 per cento della capienza. C’è sempre qualcuno che arriva tardi, ma quelli non li conto.

Le mie non erano lacrime di dolore, o non solo di dolore. C’era anche gioia, perché i due protagonisti si innamoravano e si amavano, si amavano molto, nonostante le cose terribili che accadevano nelle loro vite.

Era un film tedesco, ma il regista e gli attori protagonisti erano turco-tedeschi e rappresentavano una Germania lontana dagli stereotipi. Era in lingua originale sottotitolato in inglese e i dialoghi alternavano tedesco a turco. Il film si chiamava Gegen die Wand, che in tedesco significa “contro il muro”; in inglese lo avevano intitolato Head on.

Racconta la storia di due giovani, lui meno giovane, ormai un uomo fatto, lei ventenne, che si incontrano in una clinica psichiatrica, dove sono stati ricoverati per aver entrambi tentato il suicidio. L’incontro cambierà le loro vite. E anche la mia.

Nel film succedono molte cose che non vi svelo, ma si innamorano e quell’amore così difficile e complicato è la cosa più umana che potessi immaginare. Avete presente la sensazione di trovarvi a una fermata del bus dove non siete mai stati prima e non sapete come ci siete finiti ma avete dimenticato il cappotto, e non sapete dove, forse sull’autobus, ma quale? Fa freddo, molto freddo, non avete soldi, sono rimasti nel cappotto, e nemmeno gli occhiali, dove sono finiti gli occhiali? La vostra miopia vi impedisce di leggere le indicazioni stradali e pure gli orari dei bus posti in un pannello troppo alto per essere letto dai vostri deboli occhi. In quel momento in cui sentite una disperazione senza appigli qualcuno vi porge la mano. E’ un’offerta d’aiuto che arriva da una ragazza bellissima, ai vostri occhi bellissima, e qui la miopia non c’entra perché tutti sanno che l’amore non ha bisogno di occhiali per manifestarsi. La ragazza è bella come nei sogni, perché non hai mai pensato che una ragazza così bella potesse interessarsi a te, ed eccola offrirti la mano, e la sua mano è calda e basta quella per scaldarti tutto, corpo e cuore inclusi. Avete presente quel tipo di sensazione? Ecco, Gegen die Wand mi fece stare così.

I due protagonisti, Cahit e Sibel, divennero miei compagni di vita. La mia vita si intrecciò alle loro, e non significa nulla il fatto che le loro vite erano quelle del film e la mia quella dell’8 ½ Café e una camera in affitto nel vecchio quartiere ebraico di Dublino. A loro pensavo ogni volta che volevo pensare a qualcosa di bello, di tragicamente bello come la vita, perché la vita è sempre una cosa tragica per chi vive i sentimenti senza filtri né infingimenti.

Sul lavoro, dietro al banco dell’8 ½ Café, potevo pensare liberamente perché il mio ruolo era essenzialmente quello di preparare caffè, cappuccini, latti macchiati, tè, infusi, e sandwich. Facevo il mio lavoro in silenzio, non c’era bisogno di comunicare. Gli ordini li prendevano Tony e una ragazza rumena che era brava a fare le torte, ma non i caffè. Tony aveva colto i miei punti di forza, lavoravo sodo e non mi lamentavo mai, e i miei punti deboli, ero timido e facevo confusione con le ordinazioni alla cassa. Lui mi chiamava “il sognatore” anche se i miei sogni non li conosceva, non li condividevo con lui.

Cahit e Sibel erano con me al lavoro, perché a lato della macchina del caffè avevo attaccato una fotocopia della locandina del film. Sibel e Cahit si guardano negli occhi, uno di fronte all’altra; lui indossa un collare ortopedico perché ha avuto un incidente, è andato a sbattere con l’auto contro un muro. Non è successo per caso, lo ha fatto apposta, da qui il titolo del film. Cahit è poco più alto di Sibel, più alto il giusto per un film e per la vita, perché la vita dovrebbe somigliare ai film, non l’incontrario. Ha la barba di vari giorni, i capelli castani che gli cadono sul viso e uno sguardo severo. Lei indossa un vestito rosso un po’ scollato, non molto, giusto un po’; è un vestito primaverile. Ha i capelli neri, lievemente ricci, che arrivano fino alle spalle. Ha un naso che si nota, un po’ lungo, lungo elegante con una leggera onda in mezzo. “Guarda il mio naso”, dice Sibel a Cahit in uno dei primi incontri nei corridoi della clinica. “Toccalo”. Lui la guarda spiazzato, un po’ infastidito, e non si muove. Lei gli prende la mano e l’avvicina al suo naso. “Me l’ha rotto mio fratello a forza di botte”.

Sibel gli vuole bene quasi subito, ma Cahit ci mette un po’ a capire che quella ragazza così giovane e spigliata è l’unica persona che può salvarlo.

Ogni tanto, tra un caffè e un altro, guardo Sibel e Cahit e rivolgo loro alcune parole. Lo faccio sottovoce, per non farmi sentire, ma credo che Tony se ne accorga e non me lo faccia notare. Pensa che sono un tipo un po’ strano, ma lavoro bene e non faccio male a nessuno. Dico cose tipo: “Hey stronzo, smettila con l’alcol, lei merita tutto il tuo amore”. Parlo in confidenza con Cahit e Sibel (soprattutto con Cahit) perché sono un loro amico, sono la persona più vicina al loro amore che possa esistere. Io voglio bene a tutti e due, a Sibel e Cahit, ma voglio bene più di tutto al loro amore. Farei di tutto per quell’amore, perché non cessi e non cambi, non cambi mai. Io sono il guardiano del loro amore.

Mi rivolgo a loro in tedesco, anche se non lo parlo benissimo. E’ una lingua che ho appreso nella prima infanzia e poi l’ho un po’ dimenticata. Ma la capisco ancora bene. Il mio legame con Sibel e Cahit mi permette di praticare il tedesco, e questo rende la nostra relazione più intima. Fra di loro parlano in tedesco, ma con i famigliari di lei usano il turco. Sono entrambi cresciuti in Germania, Sibel ci è pure nata mentre Cahit ci è arrivato da bambino. Io il turco non lo capisco, ma come guardiano del loro amore potrei anche impararlo, se me lo chiedessero.

Un giorno, verso la fine dell’estate del 2015, lessi in una rivista di cinema distribuita gratuitamente all’IFI una notizia che mi sconvolse. Diceva che Cahit era rimasto senza casa, viveva in strada e aveva un problema con l’alcol. Nella rivista usavano il suo nome civile ma per me lui era Cahit, Cahit e basta.

Gegen die Wand gli aveva dato la fama, il film aveva vinto il Leone d’oro al Festival di Berlino e lui era stato premiato come miglior attore tedesco. Poi c’erano stati alcuni altri film, ma mai con ruoli da protagonista, e infine le proposte si erano diradate fino a sparire del tutto.

Online lessi vari articoli di giornali tedeschi che aggiungevano dettagli alla storia. Il dolore che Cahit viveva nel film, e che cercava di sedare con l’alcol, era lo stesso che viveva nella vita. Era un attore famoso, ma non si sentiva né si comportava da star. Coi soldi guadagnati non aveva comprato un appartamento per sé, tantomeno una casa. Viveva in condivisione, anzi secondo i giornali ormai da anni dormiva sui divani di amici, di chiunque gli desse ospitalità.

Al giornalista che lo incontrò a Kottbusser Tor, nel quartiere di Kreuzberg, in una piazza frequentata da tossici e sbandati, disse di aver perso le chiavi dell’appartamento e di essere stato poi allontanato da chi lo ospitava. Non aveva più il passaporto, lo aveva perso anni prima e mai rinnovato. Il contratto per il telefonino era scaduto e non aveva soldi per uno nuovo. Nell’articolo si diceva che avesse passato delle notti in prigione, per corse in taxi non pagate e offese a pubblico ufficiale. Le guardie gli avevano chiesto l’autografo. Al giornalista disse che aveva ridotto il consumo di birra a non più di quattro-cinque bottiglie al giorno e che era in contatto con una regista per un nuovo film. Sperava che l’articolo lo avrebbe aiutato a trovare un tetto sotto cui dormire. Il giornale lo pubblicò in prima pagina con una foto di Cahit disteso sul marciapiede e il titolo: Qui giace uno dei migliori di Berlino.

Erano passati appena dieci anni dal film e la vita di Cahit era sottosopra. Proprio come accadeva nel film, ma senza l’amore di Sibel. Io non sapevo nulla di questi eventi. Io ero il guardiano del loro amore. Questo era il mio ruolo, l’unica missione nella vita che mi sentissi in grado di assolvere. Ma ora tutto mi stava cadendo addosso. Cahit non era più. Di Sibel gli articoli non parlavano ma poi ne trovai uno che riferiva che era volata negli Usa, che lavorava a Hollywood, faceva un’altra vita, lontana da Cahit. Per Cahit, il film aveva rimpiazzato la vita che aveva rimpiazzato il film. E io, cosa potevo fare io?

Decisi di partire per Berlino.

C’erano delle ragioni per cui il mio viaggio non aveva senso, ma altre, quelle giuste, per cui era l’unica cosa sensata che potessi fare. Non aveva senso perché se anche avessi trovato Cahit, e lui avesse accettato il mio aiuto, che aiuto avrei potuto dargli? Non possedevo una casa dove ospitarlo, e non avevo soldi da prestargli. Però potevo stargli vicino, potevo aiutarlo in qualche modo, in qualunque modo. Forse lui non lo sapeva che mi era stato assegnato questo ruolo, che io ero il guardiano del suo amore per Sibel e di quello di Sibel per lui. Forse era colpa mia di quanto era accaduto nella sua vita. Forse non ero stato un buon guardiano, non avevo svolto bene il mio compito, altrimenti Sibel non sarebbe andata via e lui non sarebbe finito in strada.

I pensieri mi sbattevano in testa come biglie dentro una betoniera e mi facevano camminare a sbalzi; era come se il mio corpo avesse dei blackout e la mia testa non li potesse controllare. Dovevo fare qualcosa, agire. Non potevo lasciare Cahit in balia di una vita che non era la sua, che non era più la sua. La sua vita, quella vera, era rimasta nel film e per colpa mia ora era svanita.

Dissi a Tony che dovevo assentarmi per alcuni giorni per ragioni famigliari e comprai un volo Ryanair per Berlino. Tony sapeva che i nonni con cui ero cresciuto erano morti da tempo e che i miei unici parenti erano degli zii che vivevano in Svizzera e con cui avevo rari rapporti. Non mi chiese spiegazioni. Forse vide nel mio viso la preoccupazione e l’ansia che mi dominavano. Mi avvicinai alla macchina per il caffè e tolsi delicatamente il volantino del film. Lo piegai in quattro e lo infilai nella tasca della giacca.

Quella notte non dormii. Rientrai nella mia camera e preparai lo zaino. Nonostante l’incedere dei pensieri, sapevo quello che dovevo fare. Avvicinai la sedia all’armadio e ci salii sopra per raggiungere una scatola per scarpe infilata dietro alla valigia. La scatola per scarpe conteneva le uniche cose care che mi portavo dietro da anni, da quando avevo lasciato il mio paese. C’erano alcune foto di me bambino, al mare coi nonni, sulla prima bicicletta, nel cortile degli zii con mio cugino. Infine, c’era la scatola di metallo per sigari con dentro l’orologio da taschino del nonno; nonno Artemio. L’orologio di nonno Artemio era la cosa più preziosa.

Il volo era alle sei del mattino e decisi di passare le ore che mi allontanavano dalla partenza direttamente all’aeroporto.

A Berlino presi alloggio in un ostello della gioventù nel quartiere di Schöneberg, vicino a Kreuzberg. Presi un posto in camerata, era il più economico che potessi trovare. Conoscevo la zona di Kreuzberg dove il giornalista della Berliner Zeitung aveva incontrato Cahit. Prima di trasferirmi a Dublino avevo vissuto per tre mesi a Berlino, lavorando in nero in un ristorante italiano proprio in quel quartiere.

Disteso nel letto della camerata, presi in mano l’orologio di nonno Artemio. Me l’aveva donato in punto di morte raccomandandomi di tenerlo sempre con me, ché mi avrebbe protetto come aveva fatto con lui durante la prigionia in Germania, dopo l’8 settembre 1943, nelle miniere del Belgio dopo la guerra, nella fabbrica siderurgica sul lago Ontario, nel Canadà degli anni cinquanta, e infine nel suo lavoro di autista di camion per una fabbrica di esplosivi, nel Friuli degli anni sessanta e settanta. Volevo donare l’orologio a Cahit. Ero convinto che con l’orologio si sarebbe ripreso, sarebbe stato in grado di risalire la china. Aveva bisogno di un talismano e l’orologio colmo del mio affetto disinteressato era quello che serviva. Volevo fargli capire che il suo amore per Sibel e quello di Sibel per lui era la cosa più preziosa al mondo, almeno per me.

A Berlino conoscevo un’italiana che aveva lavorato con me al ristorante, si chiamava Rita, era originaria di Modena. Rita era arrivata a Berlino subito dopo la caduta del muro, aveva vissuto in case occupate dell’ex Berlino Est e frequentato la scena punk. Mi aveva raccontato che il suo primo amore tedesco era stato un cantante punk di origine turca. Facendo due calcoli, i miei soliti calcoli, il cantante punk doveva avere più o meno la stessa età di Cahit. Nel film, Cahit ascoltava musica punk, nel suo piccolo appartamento c’era un grande poster di Siouxsie. Telefonai a Rita. Era sorpresa di sentirmi, ma era impegnata, aveva due figli adesso. Non volevo farle perdere tempo e le chiesi se avesse conosciuto Cahit, se il suo ex lo conosceva. Mi disse di sì, in quegli anni ci si conosceva tutti. Mi disse che quello che era capitato a Cahit non l’aveva sorpresa, lo sapevano tutti che aveva dei problemi con l’alcol. Aggiunse che non sarebbe essere stato difficile incontrarlo, se era quello che volevo. Bastava andare all’Ankorklause o al Delphi Bistro, o in uno dei bar turchi sul Kottbusserdam. Verso sera era sicuramente in uno di questi locali, gli stessi nominati nell’articolo del giornale. Mi disse di passare a trovarla se fossi rimasto alcuni giorni a Berlino e ci congedammo.

L’Ankorklause è un bar-bistro addossato al ponte che collega la Kottbusserstrasse con il Kottbusserdam. Arrivai lì verso le cinque e vi rimasi fino alle otto, ma Cahit non apparve. Chiesi al barista se Cahit si vedeva spesso lì. Talvolta sì, talvolta no, dipende dalle settimane, mi rispose. Se ha soldi o qualcuno che gli offre da bere. In qualche bar non lo fanno più entrare perché ha accumulato debiti. Mi accorsi che la mia cronica timidezza era sfumata, quasi svanita. Il senso della mia missione, del mio viaggio, mi rendeva una persona diversa, un uomo con un destino. Passai anche al Delphi Bistro e all’AntalyaSpor Café, ma Cahit non c’era.

Il giorno dopo tornai all’Ankorklause. Arrivai verso le sei e finalmente lo vidi, nella sala per fumatori. Era seduto da solo, di fronte a sé aveva un tavoliere per giocare a Tavla. Nel film gioca a Tavla con la sua amante, quella che era la sua amante prima di capire che Sibel era il suo vero amore. Sono entrambi nudi, fumano, bevono birra e giocano a Tavla con l’accompagnamento dei Depeche Mode in sottofondo.

Mi sedetti al tavolo, al lato opposto al suo, con una familiarità imprevista. Alzò gli occhi, erano gonfi come di chi non ha dormito o è abituato a dormire male. I capelli erano grigi adesso, le spalle un po’ ricurve, appesantite dalla vita. Non aveva più la giacca di pelle. Non era più Cahit, era Cahit ma non era più lui. Dovevo arrivare fino a qui per scoprirlo; il senso del mio viaggio era questo.

Il suo sguardo su di me non era diffidente. Era sorpreso, ma in un modo che non mi intimoriva. Sentivo che aveva capito chi fossi.

Vuoi giocare? gli chiesi. Ho sete, rispose. Ordinai due birre. Le rughe che scendevano lungo il suo viso apparvero per un attimo distendersi. Non era un sorriso, ma la sua espressione era meno rigida. Mi chiesi cosa stesse pensando. Avevo dialogato così spesso, e così a lungo, con lui e con Sibel. Erano diventati parte essenziale della mia vita, i miei migliori amici. Di fronte a lui, a Cahit che non era più Cahit ma era veramente Cahit, mi sentii forte, improvvisamente maturo.

Ti ho cercato a lungo, dissi. Volevo incontrarti. Mi dispiace per quello che ti è successo. Rimase con lo sguardo sul tavoliere, come se stesse studiando una mossa, ma sentivo che le mie parole erano giunte a destinazione.

Ti ho portato una cosa, gli dissi. E’ una cosa importante, che ti proteggerà, sono sicuro che ti proteggerà e ti porterà fortuna.

Appoggiai l’orologio sul tavolo, accanto alla bottiglia di birra, che spostai di lato con la mano. L’orologio di nonno Artemio luccicava, era proprio un bell’orologio, la catena lo rendeva elegante, unico. Cahit lo prese in mano, lo appoggiò sul palmo e lo osservò. Cosa stava pensando? Poi alzò lo sguardo. Mi guardò dritto negli occhi e per un attimo sentii la stessa tensione che avevo provato nel fissare i suoi occhi dentro il film; gli stessi occhi che si incontravano con quelli di Sibel, li sentivo come fossero i miei. Una pausa, il silenzio creato dallo sguardo, poi una parola sola: Grazie. Questa volta la bocca si distese in un abbozzo di sorriso.

Portalo sempre con te, gli dissi. Prima di andarmene voglio però chiederti una cosa, una cosa sola. Ami ancora Sibel?

Il suo sguardo si accese nuovamente, per un attimo ancora sembrò lo stesso del film.

Io l’amo ancora, non l’ho mai detto a nessuno. Sei l’unico a saperlo. Anche lei mi ama, ma non possiamo vivere il nostro amore. E’ tutto come nel film. Proprio come nel film.

Dallo stile singolare all’ibridazione plurale

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Di Andrea Inglese

[Questo testo è apparso sul n° 28 della rivista “Smerilliana”, in un dossier curato da Eugenio Lucrezi sulla nozione di “stile”.]

Singolarità e imitazione: lo stile tra dimensione estetica e sociologica

Nel regime moderno della letteratura, quello che subentra al modello umanistico e classico, la nozione di “stile” si accompagna al mito dell’individualità, anzi della singolarità dell’espressione linguistica e letteraria. Non è più il genere dentro cui lo scrittore opera né la lingua letteraria ereditata, che garantiscono la sua rilevanza, ma la sua capacità a differenziarsi dai modelli passati e dalle norme vigenti, che uniformano il lavoro letterario dei suoi contemporanei. Solo imprimendo la sua singolarità empirica (biologica) nell’enunciato globale dell’opera, come complessivo scarto dalla lingua letteraria e comune, l’individuo autore conquista uno stile proprio, une voce inconfondibile. L’autorità (e l’autorevolezza) dell’autore non vengono dalla capacità di padroneggiare un codice letterario trasmesso dalla tradizione, ma d’introdurre in esso l’unicità di un’esperienza individuale e dell’espressione letteraria che le corrisponde.

Fin da subito, però, come Balzac e Baudelaire insegnano, l’assillo per la singolarità (estetica) dello stile nella scrittura letteraria si accompagna all’assillo per la distinzione (sociologica) dello stile nel comportamento sociale. Vi è un preciso parallelismo, che pensatori acuti della modernità come Georg Simmel hanno rilevato, tra ciò che accade nella privatezza della stanza del poeta e in mezzo alla folla degli spazi pubblici, in cui si trova l’individuo metropolitano. Per quest’ultimo è chiaro come “l’istinto di differenziazione” sia l’altra faccia dell’”istinto d’imitazione”, dal momento che ogni distinzione sul piano sociale crea, al tempo stesso, una separazione e un’appartenenza. Ma questa ambiguità tra “singolarità” di un comportamento e “generalità” di un modello comportamentale, è già riscontrabile nell’accezione puramente letteraria dello stile. Lo evidenzia la studiosa francese Marielle Macé, in un saggio del 2016 intitolato Styles: “Lo stile rimanda sempre a una forma singolare e in quanto tale è un marchio d’individualità. Ma questo marchio d’individualità è sempre in un processo di ‘generalizzazione’. (…) [È] l’individuale (il “tale”) che si apre alla condivisione, al comune, e quindi anche all’espropriazione”.

È importante ricordare gli elementi ideologici che in una circostanza storica determinata – l’emergenza della modernità letteraria – hanno caratterizzato la nozione di “stile”. Questi elementi sono stati, infatti, riconsiderati in modo critico dalle avanguardie nel primo Novecento e soprattutto dalla stagione strutturalista e post-strutturalista a partire dagli anni Sessanta. Basti ricordare due interventi di Roland Barthes, che segnano appunto il passaggio tra fase “strutturalista” e fase “post-strutturalista”. In Il grado zero della scrittura, del 1953, Barthes afferma: “Si tratta di superare qui la Letteratura, confidando in una sorta di lingua elementare, ugualmente lontana dalle lingue viventi e dal linguaggio letterario propriamente detto. Questa parola trasparente, inaugurata da Lo straniero di Camus, realizza uno stile dell’assenza, che è quasi un’assenza di stile”. In La morte dell’autore del 1968 è l’ideale espressivista in quanto tale a essere decostruito in favore della nozione di scrittura: “se [l’autore] volesse esprimersi, dovrebbe sapere che la ‘cosa’ interiore che ha la pretesa di ‘tradurre’, non è essa stessa che un dizionario interamente composto, le cui parole non possono spiegarsi che attraverso altre parole, e questo indefinitamente”.

Sappiamo come, in questo inizio di secolo, sia andata a finire. Per l’industria culturale e la sua provincia editoriale, l’autore in quanto individuo “distinto” è tornato ad essere decisivo, dal momento che deve svolgere il ruolo di testimonial del suo prodotto letterario. Ma, paradossalmente, interessa meno la sua singolarità “letteraria” che “sociologica”; egli deve insomma condursi pubblicamente come “un autore” – come un poeta, come un intellettuale, come un romanziere – e questo suo comportamento nei festival, nelle interviste televisive o negli interventi sulla stampa, permette al suo prodotto – al suo nuovo libro – di differenziarsi dagli altri libri nuovi sugli scaffali delle librerie, firmati da autori “anonimi”. D’altra parte, sul piano dei comportamenti sociali, ognuno, scrittore o meno, lavora spinto dal duplice istinto di differenziazione e di imitazione, per affermare la propria singolarità d’individuo con passioni e opinioni autonome sul mondo, grazie all’appartenenza a una “bolla”, ossia a una cerchia di simili, che apprezzano i suoi comportamenti digitali e si identificano a essi. Ancora oggi, quindi, non ci siamo liberati del tutto delle pretese “individualizzanti” dello stile né sul piano letterario né su quello sociologico, ma la singolarità di un testo conta comunque molto meno che la distinzione di un comportamento. È come se l’assillo per sfuggire all’anonimato percepito dall’individuo qualunque avesse finito per inghiottire gli ideali espressivisti dell’aspirante scrittore. Non che, come voleva Barthes nel 1968, questi ideali siano stati del tutto rinnegati: essi perdurano sullo sfondo, come presupposti che poco interessa verificare, dal momento che l’urgenza è posta sull’aspetto sociologico della faccenda: l’autore deve farsi riconoscere dai lettori innanzitutto grazie al suo “stile” pubblico, al suo comportamento in società, e questo funge da garanzia di una qualche singolarità (di un qualche stile personale, originale) sulla pagina.

Ricerca letteraria, écriture, ibridazione

Diamo per scontato che oggi, al di fuori delle dinamiche dominanti nel mercato editoriale, esistono ancora pretese d’innovazione, rottura, ricerca nell’ambito delle scritture letterarie, e che queste pretese si manifestino in modo vivace nei dintorni del genere letterario più irrilevante per quel mercato, ossia la poesia. È questo il mio caso, in quanto autore; vengo dalla “poesia”, e in tale campo letterario ho sperimentato la ricerca di forme nuove, rispetto innanzitutto a quelle ereditate dal paradigma lirico. Ciò significa anche riconsiderare, ma con spirito critico, alcune delle pratiche promosse dalle avanguardie novecentesche e dalle teorie che a esse si sono ispirate, come quelle di Barthes già citate. In particolar modo, penso che si possa ancora difendere l’opposizione tra écriture e stile, a patto di rettificare il tiro su un punto importante: l’obiettivo non è una fantomatica scrittura trasparente, neutra, elementare, senza stile, un grado zero della rappresentazione. L’obiettivo è, innanzitutto, l’ibridazione dei generi letterari e delle forme d’enunciazione, attraverso varie strategie di montaggio o, al contrario, di dissoluzione delle componenti figurative. Ma questo implica una funzione metalingustica, critica ed ironica, e non solo nei confronti della lingua ordinaria – permeata di ideologia – ma anche dei linguaggi settoriali, da quello letterario a quello scientifico, che similmente sono, seppure in modi meno evidenti, condizionati ideologicamente. Tutto questo mi porta a rovesciare la metafora centrale della tradizione lirica, che considera la poesia come una Voce Interiore. La poesia per me è (soprattutto) un Orecchio teso verso l’Esterno, anzi un sistema ricevente voci, suoni, rumori. Poco importa che si tratti di voci vive o morte, voci che veicolano stereotipi linguistici o frasi lungamente lavorate. Con questo materiale eterogeneo bisogna costruire qualcosa, una sorta di enunciato inglobante, di cui però non possiamo mai del tutto padroneggiare il senso.

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Immagine: Andrea Inglese, M. Salade, 2020

“È un attacco alla libertà di stampa e al grande movimento per la Palestina in Italia”

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di Giuseppe Acconcia

Abbiamo intervistato Angela Lano, direttrice dell’agenzia Infopal, indagata nell’ambito dell’inchiesta di Genova che lo scorso 27 dicembre ha portato all’arresto di Mohammed Hannoun dell’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese (Abspp), insieme ad altre nove persone, accusate di associazione con finalità di terrorismo. Il 16 gennaio si è svolta l’udienza davanti al tribunale del Riesame.

L’assunto che Hamas sia un gruppo terroristico in Italia è vero?

L’Italia si aggrega a Stati Uniti e Israele che hanno messo Hamas nella blacklist. Ma ci sono 180 stati, tra cui il Brasile e altri, per i quali Hamas è un movimento di resistenza islamica, a cui viene riconosciuto il diritto di esistere, di difendere, di decolonizzare il proprio territorio così come sancito dalle Nazioni Unite.

L’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese di Mohammed Hannoun dà anche fondi alle brigate al-Qassam, il braccio armato di Hamas?

Ci sono stati venti anni di indagini e di archiviazioni su questa accusa che Israele solleva. Se ci sono state archiviazioni, le accuse sono infondate. Quello che so è che l’Abspp da tanti anni manda aiuti umanitari in Palestina. L’accusa di inviare fondi alle brigate al-Qassam è uno specchietto per le allodole, perché tutti sanno che ci sono stati musulmani che finanziano Hamas, le brigate al-Qassam, Hezbollah ecc. Israele vuole demonizzare tutte le associazioni di solidarietà umanitarie. Giorni fa ha messo nella blacklist 37 ong tra cui la Caritas International, dimostrando in questo modo che le sue accuse mirano solo a non far entrare niente a Gaza, vuole che i gazawi muoiano perché persegue un progetto di colonialismo di insediamento che prevede il genocidio, la pulizia etnica, l’espulsione dei superstiti: quindi più nativi muoiono meglio è.

Leggendo i documenti dell’inchiesta, sembra che l’intero caso si basi su informazioni di intelligence israeliana, è così?

Le persone con un po’ di coscienza dovrebbero iniziare a domandarsi se siamo una colonia israeliana in tutto e per tutto oppure se siamo uno stato sovrano con istituzioni, magistratura, mondo politico e giornalisti indipendente da Israele. Sembra invece che recepiamo le direttive di un altro stato cosa che è pericolosissima per il nostro paese, sovversiva. Si recepiscono informative costruite non da un qualsiasi stato terzo ma uno stato che si è macchiato di genocidio, denunciato dall’Onu, da Amnesty, i cui capi sono ricercati dalla Corte penale internazionale. Si tratta di uno stato che non ha le basi etiche, umane, politiche per dire a un altro stato cosa fare. È il carnefice che dice come perseguire la vittima, siamo al paradosso assoluto.

L’attacco diretto a lei e Infopal è un attacco alla libertà di stampa?

Sì, io dirigo questa piccola agenzia specialistica, e chi ci sostiene sono i musulmani italiani, con la zakat (elemosina legale) delle moschee, è come se dirigessi un piccolo giornale cattolico, ma sempre di giornalismo si tratta. Mi hanno tolto telefoni, computer, tutto l’archivio di 40 anni di lavoro di storica, antropologa sul mondo arabo-islamico. Hanno bloccato i miei soldi, come se fossi una pericolosa terrorista. Mi hanno portato via ricordi, un foglio in arabo di una canzone di Fayrouz di quando studiavo la lingua al Cairo nel 1989. È una cosa senza senso. Sono sconvolta e basita.

È in corso una stigmatizzazione più ampia delle mobilitazioni per la Palestina, come è avvenuto con il caso dell’imam Shahin?

Questo è il terzo punto. Hanno archiviato tutte le indagini negli anni perché non c’era niente. Questo faldone, arrivato a Genova a fine ottobre 2023 direttamente dal Mossad, voleva segnalare che fino a quel momento le indagini erano state archiviate ma che d’ora in avanti non sarebbe più stato possibile farlo. C’è stato un ribaltamento delle prospettive e le indagini sono state riprese su input israeliano. Ma è una risposta politica italiana alle manifestazioni oceaniche di ottobre e novembre 2025 per la Palestina. Le immagini delle piazze italiane hanno fatto il giro del mondo. E quindi sono partite le vendette con il caso Shahin, ragazzi messi agli arresti domiciliari e ora con questi arresti. Viene chiamata Operazione Domino ma sarebbe più corretto chiamarla Operazione Israele.

La lingua come sola patria

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di Alice Pisu

“Non mi sono riscattato attraverso lo scrivere. Durante tutta la mia vita sono morto e ora morirò davvero. La mia vita era più dolce di quella degli altri, la mia morte sarà tanto più spaventosa. Lo scrittore in me naturalmente morirà subito, poiché una tale figura non ha terreno, non ha consistenza, non è nemmeno di polvere; è soltanto vagamente possibile nella più folle vita terrena, è solo una costruzione della brama di piaceri. Questo è lo scrittore. Io stesso però non posso continuare a vivere, poiché non ho vissuto, sono rimasto argilla, la scintilla non l’ho trasformata in fuoco, ma utilizzata solo per l’illuminazione del mio cadavere.”
Scrive così Franz Kafka nella lettera a Max Brod del 5 luglio 1922, a cui l’amico risponde quattro giorni dopo notando la loro distanza nell’esperire la scrittura. Secondo Walter Benjamin Kafka ha voluto porre con questa amicizia un punto di domanda accanto alla sua vita (rilevante il volume Un altro scrivere. Lettere 1904-1924, Neri Pozza, per comprendere il complesso legame tra i due, retto più sulle divergenze caratteriali e letterarie che sulle affinità).
Il mondo dei fatti che conta per Kafka – sostiene Brod – è invisibile: la scrittura è una cifra della vita, condensa l’esperienza e la rende possibile. Non c’è opposizione tra le due, come ricorda Ricardo Piglia nell’Ultimo lettore, Sur, “è solo che la vita deve sottomettersi a questa continuità, perché in definitiva questa è l’esperienza per Kafka”. E forse la vera libertà, come suggerisce Raoul Precht, può arrivare per uno scrittore solo quando nessuno lo leggerà più. Quel desiderio, espresso come volontà testamentaria, verrà tradito da Brod, che passerà la sua vita a occuparsi della redazione e della promozione delle opere di Kafka, diventando il suo principale biografo.
Il nuovo romanzo di Burhan Sönmez, Gli amanti di Franz K. (trad. Nicola Verderame, Nottetempo) esplora questo cortocircuito con un’acuta riflessione in forma narrativa sul diritto all’oblio in letteratura, sul significato di fedeltà e tradimento, sul valore della giustizia, sul ruolo del passato in relazione all’identità dell’individuo, aspetti centrali nella sua intera produzione letteraria.
Originario di Haymana, avvocato specializzato in diritti umani, Burhan Sönmez è stato rifugiato politico in Inghilterra per un decennio dopo una violenta aggressione subita dalla polizia turca nel 1996. Attualmente vive tra Istanbul e Cambridge, dove è Senior Member dello Hughes Hall College e del Trinity College. Ogni sua narrazione, pur differente nei motivi espressivi e nelle vicende affrontate, verte sugli effetti sociali dei pesanti abusi di potere (significativo in tal senso il saggio ‘Erdoğan. Un uomo normale’ nel volume Strongmen a cura di Vijay Prashad, Nottetempo).
Affine alla sua intera produzione il racconto del doloroso esilio dai luoghi dell’infanzia, l’analisi delle storture del regime, i soprusi delle forze dell’ordine, le ripercussioni sulla politica sulla diffusione della cultura, sulla religione e sulla società. La condizione comune studiata nelle sue opere palesa meditazioni sul significato di patria come infanzia, capace di crescere nel distacco.
Nel suo ultimo romanzo ambientato a Berlino Ovest nel 1968, Sönmez sperimenta l’impianto del dialogo definito dal ritmo incalzante di un interrogatorio tra Ferdy Kaplan (l’omicida di uno studente di Biologia) e il commissario Müller, intervallato da scorci su Parigi e Tel Aviv e ingrandimenti su vicende che illuminano la principale. La scelta formale permette all’autore di definire la tensione apparentemente irrisolvibile tra forze dell’ordine e mondo intellettuale che solleva istanze rivoluzionarie.
Kaplan incarna il conflitto tra influenze diverse. Di padre turco e madre tedesca, entrambi ferventi nazisti, rimane orfano durante i bombardamenti sovietici, viene estratto dalle macerie da suo nonno che prima di morire lo manda dai parenti a Istanbul. Il ritorno in Germania è segnato dalla crescita in un paese distrutto dalla guerra, dai disastri politici turchi, dai tumulti francesi, e trova espressione nella militanza radicale e conforto nella passione letteraria.
La personalità complessa e le diramazioni delle sue radici portano gli inquirenti a battere piste bizzarre, sulla base di accuse pregiudizievoli di xenofobia e antisemitismo.
Una persona non è solo la sua identità, sostiene Kaplan dal penitenziario di Tegel dove è rinchiuso. Nello scagliarsi contro un’istituzione che sembra piegare il diritto a suo piacimento, rievoca casi disparati di manifestazioni contro l’oppressione e le ineguaglianze represse col sangue dalla polizia.
“Si rende conto di dove si trova, commissario Müller? Questo è un carcere, e la storia di questo posto è piena di ingiustizie compiute dallo Stato contro le persone, e non solo sotto il nazismo. E lei, in quanto funzionario dello Stato, viene a parlarmi proprio qui della morte di gente innocente. Annusi queste pareti e sentirà l’odore delle vite marcite degli innocenti”.
Attraverso il caso di Kaplan, Sönmez riflette sugli esiti di discriminazioni continue tra palesi violazioni dei diritti che ledono la visione dell’esistenza e possono portare a maturare una concezione di giustizia riparatrice. La vicenda personale si fa portatrice di istanze collettive, con rimandi a eventi drammatici nei quali rimane coinvolto anche il protagonista, come il pogrom di Istanbul del 1955.
Prende forma una vicenda complessa che innesca domande sul valore della verità. Il crescendo appassionato che delinea il vero obiettivo mancato, Max Brod, porta un commissario a studiare Kafka, le sue opere, la sua vita e il suo periodo berlinese, e un omicida a dispiegare i reali intenti della sua vendetta: punire con la morte l’artefice del crimine letterario verso uno dei massimi scrittori del XX secolo.
Tra i risvolti, il rischio di strumentalizzare l’attentato sulla stampa come ostilità antiebraica verso uno scrittore i cui libri erano finiti al rogo a Berlino la notte del 10 Maggio 1933 con altri ventimila volumi nell’azione nazista intrapresa contro ‘lo spirito non tedesco’. Nell’intento di scovare un’ipotetica organizzazione sotterranea, si indaga anche su voci dissidenti votate alla vendetta: realtà clandestine francesi attive attraverso riviste durante la Resistenza e nei decenni successivi.
Sönmez usa l’espediente della documentata finzione per riprendere la polemica realmente innescata dalla domanda ‘Bisogna bruciare Kafka?’ sollevata nel 1946 dalla rivista comunista Action che quattro anni dopo vede la risposta di Georges Bataille nel saggio Kafka de­vant la critique communiste. Una vicenda complessa in cui si inseriscono numerosi interventi critici, tra cui il pregevole Kafka Pro e contro di Günther Anders (pseudonimo di Günther Stern) oggi ripubblicato da Quodlibet con in appendice la critica di Max Brod del 1951 ‘Assassinio di un fantoccio chiamato Franz Kafka’, la replica di Anders e la controreplica di Brod del 1952.
Anders esorta a interrogarsi sul valore del fallimento per comprendere Kafka. Sönmez riprende idealmente tali assunti nell’assegnare contorni nuovi alla polemica immaginando un senso di colpa talmente lancinante in Brod da spingerlo a boicottarsi. Quella voce pentita trova spazio tramite una lettera che motiva la sua assenza in tribunale: è il pretesto per definire i motivi della sua scelta e il conflitto interiore che dopo l’euforia iniziale lo ha condotto all’infelicità.
“Poiché non gli è stato possibile vivere la sua vita come avrebbe voluto, aveva paura della morte. E così io ho vissuto questa vita al posto suo. […] La sua volontà era simile a quella di un amante che dice ‘Dimenticami’ prima di andarsene, ma non vorrebbe essere dimenticato. Io lo sapevo.”
Si insinuano per voce del protagonista continue riflessioni sul ruolo della lingua, sul significato del nome, sull’identificazione di sé sulla base dell’eredità culturale e sulla possibilità di affrancarsi da essa. Tra due poli all’apparenza opposti il terreno si sposta su questioni letterarie e filosofiche, riflessioni sul destino, sul libero arbitrio che avvicina l’essere umano a Dio, sull’opportunità o meno di pubblicazioni postume che non godono dell’avvallo dell’autore, sulla disobbedienza come forma di protezione, con un parallelo tra il tradimento di Brod a scopo di difesa, e quello di Satana, contrario alla creazione di esseri umani a immagine e somiglianza divina per il rischio di intaccarne l’unicità.
La bellezza dell’opera risiede anche nella vicenda che scorre in parallelo. Un amore lontano irrompe nel presente e destabilizza il protagonista attraverso un disegno capace di sancire un legame imperituro culminato, dopo la lettura di Un artista del digiuno, nel tributo alla vita con l’invio di lettere ai morti. Tale scambio impossibile rimanda al rilievo rivestito dalla corrispondenza come genere in Kafka, in grado di palesare, tra ossessioni e interruzioni, l’esigenza vitale di rendere visibili le connessioni, e di favorire nell’altro la lettura della realtà come sperimentata da lui.
A marcare i tratti dei soggetti narrati sono le reti sociali che hanno contribuito a definirne lo spessore intellettuale, come un dottore che per avvallare la tesi della superiorità della verità sulla paura, sull’amore e sulla morte, cita Immanuel Kant e Louis Aragon.
Sönmez studia l’ineffabilità del vivere attraverso un complesso universo figurativo con ricorrenze dominanti, come l’idea di un impossibile rispecchiamento, la peculiare concezione dell’altrove, la riflessione sulla solitudine attraverso l’immobilità degli oggetti, l’annullamento del passato e del futuro. Come per Kafka, non si tratta di una scrittura simbolista, ma che si regge sulle metafore per potenziare le suggestioni visive e concepire l’immaginazione come una delle possibilità del reale.
Affine a quanto sostenuto da Simone de Beauvoir – “Nessuno scriverebbe se non avesse, in un modo o nell’altro, sofferto la separazione e non cercasse, in un modo o nell’altro, di distruggerla” – Sönmez celebra il potenziale insito nella distruzione per interrogarsi sulle frontiere della letteratura nel conciliare l’inconciliabile. Con Gli amanti di Franz K. struttura un intenso omaggio a Kafka con un’opera che scruta l’incubo della libertà in assenza di confini tra esistenza e scrittura, e scandaglia i recessi di colpa e pena, la coesistenza del negativo nella visione del vivere, l’abbaglio della coscienza, il valore dell’alterità e la condizione della lingua come sola patria per lo scrittore, dove immortalare uno smarrimento condiviso e attestare l’urgenza vitale di cesura.

Ciao Giancarlo, poeta urbano

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un ricordo di Gianni Biondillo

Vivo con dolore la notizia che mi è appena giunta che è venuto a mancare Giancarlo Consonni, e al contempo con delizia il ricordo, che so indelebile, che ho e avrò sempre di lui.

È stato architetto, urbanista, pittore, poeta, professore universitario, intellettuale – l’incarnazione di quello che una volta si sarebbe detto “un uomo del Rinascimento” – sempre con la schiena dritta e la voce pacata, il professore che ogni studente dovrebbe meritarsi, un’anima pura, alta, quella tipologia di milanese che mi fa ancora amare la mia città.

Il debito di riconoscenza nei suoi confronti è per me impossibile da saldare. Il suo lavoro che durava da circa mezzo secolo, assieme alla sua compagna di vita e di lotta intellettuale (Graziella Tonon, a cui vanno le mie sentitissime condoglianze), sulla conservazione, studio e divulgazione dell’Archivio Piero Bottoni è monumentale. I suoi saggi, fra gli altri, sull’architettura del razionalismo – che spesso mi girava ancora in bozze – sono stati per me determinati sia per i romanzi che per i saggi. I suoi studi su Gadda, Meneghello, Gatto, Loi, Sereni, mi rassicuravano sull’idea malsana che ho sempre avuto che non esistono barriere fra le discipline, ma solo sensibilità e studio (tanto, tanto studio).

Amava Milano, non ostante negli ultimi anni abbia combattuto con alcuni di noi “giovinastri” alcune battaglie pubbliche sulla deriva utilitaristica della città. Anzi, proprio per quell’amore combatteva. Perché sapeva, come dice il titolo di un suo saggio, che “Non si salva il pianeta se non si salvano le città” (Quodlibet).

Lo scorso anno per Einaudi aveva pubblicato la sua, ormai ultima, raccolta poetica, “Il confronto dell’ombra”, e aveva da poco licenziato un volume, “Il verso di Milano” (About Cities), curato assieme a Gino Cervi, che era una mappa sentimentale di Milano, con ottanta poesie, di poeti e cantautori, scritte dal 1927 al 2025 e ottanta fotografie di Lorenzo De Simone.

Era un monumento di straordinaria leggerezza, come si può intuire da questi suoi brevi versi:

Qual è il peso di un bombo?
di un’ape?
di una farfalla?

Ogni fiore lo sa.

Ciao Giancarlo, straordinario poeta urbano, ti abbiamo voluto bene, che la terra ti sia lieve.

Come fu che messer Francesco Petrarca maledì i medici nei secoli

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Ritratto di Laura
Luca Marenzio [1533-1559]
Chiaro segno Amor pose alle mie rime
da Mia benigna fortuna e ‘l viver lieto
di Francesco Petrarca
in Madrigali a 5 voci, Libro 9


di Greta Bienati

Quando messer Francesco Petrarca era ancora un ragazzo affamato di libri, il padre gli acquistò un Virgilio manoscritto, che divenne il fedele compagno a cui il poeta affidò lacrime e pensieri di una vita intera. Non riuscirono a separarli nemmeno i ladri, che rubarono il prezioso libro dalla sua casa in Avignone: ansioso di tornare dal suo padrone, il manoscritto si fece ritrovare dodici anni più tardi, per non lasciarlo mai più.

Simone Martini, frontespizio del manoscritto di Virgilio

Fu con lui a Bologna e in Valchiusa, a Roma e ad Avignone. Fu con lui anche a Parma, quando la peste arrivò a seppellire le sue speranze, rendendolo misero e solo. E fu a lui per primo che, il giorno diciannove del mese di maggio dell’anno mille trecento quarantotto, messer Francesco confidò la notizia che gli era appena arrivata con una lettera da Avignone: il sei d’aprile, nell’ora prima, la luce di Laura si era spenta. La sera stessa, il corpo era stato deposto al convento dei frati minori, mentre l’anima tornava al cielo da cui era discesa.

Lo stesso mese d’aprile, lo stesso giorno sei, quasi la stessa ora in cui, più di vent’anni prima, sul principio dell’adolescenza, l’aveva vista per la prima volta nella chiesa di santa Chiara, alla funzione del Venerdì Santo. Annotò la data sul primo foglio, per avere sempre davanti agli occhi un monito a quanto rapido fuggisse il tempo e a quanto fossero inutili le cure e vane le speranze che riempivano le sue giornate: mentre Laura se ne andava, lui era a Verona, portato lì dal caso, inconsapevole di quel che il destino gli stava togliendo. Di lei adesso gli restava solo il ritratto dipinto da mastro Simone, di mirabile somiglianza, ma senza il dono della parola né, tanto meno, della vita.

E pensare che, al suo capezzale, era accorso mastro Guido de Cauliaco in persona, archiatra del papa e dottore con tanto di toga foderata di scoiattolo. Ma la peste aveva spazzato via titoli e toghe, e i medici, con tutta la loro scienza e supponenza, avevano saputo solo ripetere l’antico consiglio di Galeno: fuge cite, vade longe, rede tarde. Fuggi in fretta, vai lontano, torna tardi.

Messer Francesco fissava il ritratto, gli occhi offuscati dalle lacrime e dalla rabbia. Signori della vita e della morte, si proclamavano i medici, e davvero solo a loro era permesso di uccidere impunemente, come non era concesso nemmeno a re e imperatori. Di più: dopo aver ucciso, chiedevano pure un prezzo per quel che avevano fatto. E, tra tutti, mastro Guido era il peggiore: il più supponente e il più schiavo della pecunia a un tempo. Un conciaossa venuto dalla campagna, che aveva imparato il mestiere da un praticone ambulante, e che aveva potuto addottorarsi a Montpelhièr solo perché aveva guarito un graffio a una castellana.

«Un vile meccanico…» digrignò messer Francesco. Meccanico e mercenario, che lavorava con le mani invece che con il cuore e con la testa, pieno di sé e della sua scienza inutile. Un arrogante, che si faceva forte del fatto che nessuno gli avrebbe mai chiesto conto dei suoi errori e dei suoi abusi. Un chiacchierone, che si prendeva il merito se risanavi, mentre, se morivi, ti dava la colpa in aggiunta.

Messer Francesco si passò la mano sugli occhi, sforzandosi di cercare in cuor suo il perdono: probabilmente mastro Guido era già a rendere conto del suo operato davanti a Nostro Signore, dal momento che la peste non aveva l’aria di impressionarsi nemmeno davanti ai dottori di Montpelhièr.

«Signore, abbi misericordia di noi» mormorò messer Francesco, richiudendo il Virgilio.

Molti mesi dovettero trascorrere prima che la marea nera del morbo si ritirasse, e permettesse a messer Francesco di tornare ad Avignone. Finalmente, in un giorno caldo di giugno, poté inginocchiarsi sulla tomba di madonna Laura, nel convento dei frati minori.

«È stata fortunata» disse l’amico che lo accompagnava. «Lei almeno ha avuto una lapide».

Il morbo aveva infuriato con tale rapidità, che erano state approntate in fretta e furia enormi fosse comuni, appena fuori dalle mura. E quando, nel giro di pochi giorni, anche quelle erano risultate colme, il papa aveva consacrato il Rodano, perché anche la sepoltura in acqua fosse cosa da cristiani.

«Ho veduto coi miei occhi il Giorno del Giudizio» pianse l’amico, al ricordo delle scene d’Apocalisse che avevano riempito le vie della città. Davanti al perdurare del flagello, il papa aveva persino ceduto alle suppliche di mastro Guido, che voleva aprire i cadaveri, per vedere come agisse la peste.

«Mastro Guido ha aperto i cadaveri?» balbettò messer Francesco, e, davanti agli occhi, gli apparve l’immagine di madonna Laura, con mastro Guido coperto di sangue che le frugava i visceri.

«Così si dice…» rispose l’amico. E aggiunse che si mormorava anche che mastro Guido fosse venuto a patti col demonio, visto che, di tutti coloro che avevano presa la peste, lui solo era riuscito a salvarsi, e a nessuno aveva voluto spiegare come avesse fatto.

Messer Francesco rimase come di sasso, gli occhi fissi sulla pietra che gli celava madonna Laura. Poi, l’antica fiamma che lei gli aveva acceso in cuore divampò più violenta che mai, col colore della rabbia e della vendetta.

«Dove andate?» gli gridò l’amico, vedendolo avviarsi con passo da battaglia.

«A chiedere conto al papa del suo negromante!» rispose messer Francesco senza voltarsi.

Accadeva giusto in quei giorni che il papa fosse infermo, e che mastro Guido si trovasse appunto al suo capezzale. Quando messer Francesco se lo vide davanti, il fuoco che sentiva in petto gli eruppe dagli occhi e, soprattutto, dalla bocca.

«Vi fidate ancora di quest’uomo, Santo Padre?»

Si fidava di un meccanico averroista, di un mercenario senza battesimo, di un uomo che non distingueva i corpi dei cristiani da quelli delle bestie senz’anima? Un sacrilego, che non conosceva nulla di sacro, o mai avrebbe avuto l’ardire di sezionare membra che avevano suscitato amore e affetti!

«Non vi accontentate più di infierire sui vivi?» continuò, piantando gli occhi in quelli di mastro Guido. «Che bisogno avevate di accanirvi sui morti? Potevate forse guarirli?»

Mastro Guido resse il suo sguardo senza scomporsi.

«Potevano mostrarmi le cause del male» rispose.

Messer Francesco inorridì: «Quindi avete fatto scempio di cristiani solo per la vanità del vostro intelletto?»

Mastro Guido alzò un sopracciglio: «Non prendo lezioni da un arrogante superbo e presuntuoso, che si è fatto strada con l’adulazione e che non conosce nemmeno le basi della logica. Tornate alla vostra inutile poesia, e lasciate il campo agli uomini di scienza».

Messer Francesco dimenticò di essere al cospetto del pontefice.

«Assassino! Siete solo un assassino e un macellaio! Lo vedrete quanto è inutile la poesia!»

E, davanti a Domineddio e al suo Vicario in terra, giurò che lo avrebbe consegnato alla memoria dei secoli per quel macellaio e quell’assassino che era.

«Messer Francesco, ora basta!» tuonò il papa.

Messer Francesco digrignò un saluto, e se ne andò maledendo quella Babilonia reincarnata in terra di Francia. Il giorno stesso, la penna intinta nel dolore e nella rabbia, stese di getto quattro libri di invettiva contro il vile meccanico di cui sprezzò persino di scrivere il nome.

Quando il fuoco della vendetta si fu placato, gli occhi tornarono a cercare il ritratto di madonna Laura, che vegliava sul suo scrittoio.

«Vi guarirò io» promise. «Vedrete se la poesia non può mille volte più della medicina!»

E si diede con infinita pazienza a ricucire le parole e i versi che le aveva dedicato per oltre vent’anni. Lettera dopo lettera, rima dopo rima, meticoloso come un antico mosaicista, ricompose il volto e le membra di madonna, così com’erano prima che il tempo, la peste e i medici ne spegnessero la fiamma.

Fino a quando, una notte di luglio, mentre messer Francesco lavorava nel suo studio di Arquà alla luce di una candela, dal buio uscì una voce, chiara come quella delle fonti di Valchiusa.

«Messer Francesco…»

Al riconoscere la voce di madonna Laura, messer Francesco lasciò cadere la penna.

«Che sia diventato anch’io un negromante?» si spaventò.

Accostò la candela al ritratto e gli parve di vedere, nello sguardo di madonna, la fiamma della vita.

«Messer Francesco, non siete felice di vedermi?» disse la voce.

«Ma voi… siete morta!» balbettò. E, per convincere se stesso e il fantasma, aprì il Virgilio sul primo foglio, e indicò col dito la nota di tanti anni prima.

«Messer Francesco» continuò la voce, «proprio voi dubitate della vostra arte?»

Lo studio si illuminò d’una luce d’aprile, le pareti lasciarono il posto alle rive della Sorga. Seduta sull’erba, il grembo colmo di fiori, madonna Laura gli sorrideva giovane e bella.

«Sono viva» disse, appoggiando la mano sulla sua. «E sono vostra per sempre».

Messer Francesco cercò le parole che aveva serbato con cura per tanti anni, per dirle a lei sola; ma la sua lingua sembrava essersi inaridita, lasciandolo muto come un infante.

«Laura…» riuscì solo a balbettare, mentre il cuore gli esplodeva in petto.

Quando sorse il mattino, la serva trovò la candela consumata, e il padrone col capo abbandonato sul primo foglio del manoscritto di Virgilio, con gli occhi aperti sul nome di madonna Laura e, sulle labbra, una sembianza di felicità.

Petrarca ritratto da Andrea del Castagno [1450] Villa Carducci di Soffiano[FI]

➨ AzioneAtzeni – Discanto Ventiquattresimo: Mauro Tetti

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Azione Atzeni – Discanto XXIV: Mauro Tetti

  mi piace guizzare sotto il pelo dell’acqua e uscire ogni tanto a respirare e guardare il sole che scintilla sulle ondine di maestrale o abbaglia sulle onde di levante che ti succhiano in basso
mi piace giocare con le onde allungarmi perché mi portino in alto e mi buttino in un gorgo
scivolargli sotto combattendo il risucchio
passargli in mezzo spaccandole a volte sono dure come schiaffi
e quando il mare è come ieri piatto (il maestrale è andato via il levante arriverà più tardi) mi piace ascoltare nell’acqua il rumore del mio respiro che esce e entra ogni tre bracciate
mi piace sentire i piedi che si allargano come mani per spingermi e il movimento a rana delle gambe

da Bellas Mariposas, di Sergio Atzeni

Stella di mare
di
Mauro Tetti





Buongiorno pesciolini – buongiorno pesciolini,
buongiorno pesci rossi, pesci verdi e dorati,
ditemi una cosa: in quella vostra stanza di cristallo
gelida come le pupille dei morti, sigillata e solitaria
come il fondo delle notti in città,
udite forse il suono di un flauto che
dalla terra delle fate di terrore e solitudine
avanza verso la fiducia murata dei dormitori
e la nenia degli orologi a pendolo,
verso i grani di vetro della luce?

Forugh Farrokhzad, Io parlo dai confini della notte.





Cosa c’è dietro la superficie?

Dovevo nascere donna. Per correre sulla spiaggia di notte come queste signore che le vedo tutta l’estate e hanno gambe lunghissime abbronzate e reggono gli aperitivi ubriache e si avvicinano alla riva per guardare la luna argentata sulle ondine e piangono per la nostalgia di qualcosa, o per la bellezza o per la distanza.

O chissà perché piangono.
Io non piango, io non chiudo gli occhi, perché anche se dovevo nascere donna alla fine sono nata pesce e i pesci non hanno le lacrime e le palpebre e tutto l’apparato per piangere. Anche se non posso saltare correre volare comunque sono contenta così, vivo con mamma e i miei quarantatré fratellini. Lei è una manta e i miei fratelli sono i gamberetti che nuotano sotto le sue ali, fuori golfo dove l’acqua è più fredda. Viviamo al quarantasette C, in un buco di roccia della scogliera condominiale lungo i moli di levante, e anche se non ci stiamo tutti lì dentro ci piace lo stesso, a turno.
Babbo era uno scorfano sempre arrabbiato non faceva niente non ha mai lavorato, se ne stava sul fondo a fare il poeta diceva mamma, lui è il poeta di casa. Ma non si fa vedere da settimane o mesi o anni, non lo so da quanto, perché sott’acqua il tempo è tutto diverso, ci sono giorni che durano un battito di pinna e altri giorni che non sono ancora finiti.
E quindi babbo è sparito da un po’. Ma meglio, dice mamma, se lo sarà mangiato signora la murena vicina di scoglio che ogni tanto si porta via qualcheduno. Se tocchi i bambini ti pungo, lo vedi, lo vedi, le ha detto mamma una volta, e noi tutti a ridere e ridere perché la murena è sempre stata zurpa limpia che in lingua subacquea vuol dire che non ci vede un accidente di niente.

E cosa c’è dietro la superficie?
C’è il cielo, dico a Luna l’amica mia.

Lei ha due baffi attorcigliati da triglia e anche se la sua stirpe non è nota per brillare, lei invece ogni cosa che dice mi sembra intelligentissima e mi fa stare bene. Secondo lei basta dire “tana libera tutti” per avere pace e la liberazione e io ogni volta, anche se è una cosa stupida, quando mi sento soffocare dico “tana libera tutti” e rido e sto meglio. Non fermerà le fiocine dei pescatori ma chissà, meglio dirlo che non dirlo.
Io lo so cosa c’è oltre la superficie perché sono campionessa di apnea e ho fatto il corso di bagnina di terra e quando posso salto fuori dall’acqua e mi sdraio sulla roccia per guardare le architetture degli uomini, e mi fanno paura ma anche nostalgia allo stesso tempo, della vita che non ho: di bambina che sale e scende tutte quelle scale che corre su quei ponti levatoi che cade e si sbuccia le ginocchia e si rialza per correre dietro a un babbo meno scorfano del mio.
Cate

Cate
Oh!
Ti va? Mi chiede Luna quando passa nella nostra tana al quarantasette C, e lo vedo nelle sue pupille sbrilluccicanti da triglia che vuole fare cose pazze. C’è una lenza qui vicino, dice unendo i baffi a mo’ di preghiera.
Scordatelo.
Dice ci appendiamo per salire verso il cielo e cambiare vita e allora penso che non è così intelligente come sembrava. Ami palamiti e lame di coltello, lenze colorate e reti e polvere da sparo, sono tutte invenzioni degli uomini e solo gli uomini hanno inventato arnesi così spaventosi. Ci dicevano un tempo di allontanarci dalle cose umane, che a noi creature è dato il soffio puzzolente dei delfini, il movimento sinuoso delle pinne, le vibrazioni del carapace, il pianto delle balene.

Eppure col tempo ch’è passato, fatto di maree e tifoni e bonacce che non si possono credere, tutto si è trasformato – non per me che sono sempre la stessa, sono un pesce sognato dal mare – ma non c’è più una goccia di saggezza lungo la nostra scogliera. Il decadimento che dico è cominciato con l’arrivo dei polpi sempre eleganti in giacca e cravatta – anche se io lo vedevo che sotto le maniche spuntavano i tentacoli – ed erano tutto un: «Dottore, buongiorno! Salve architetto! Buongiorno a lei direttore. Ingegnere…», nuotavano avanti e indietro per tutto il golfo reggendo valigette ventiquattrore e continuando: «Professore, dottore! Architetto caro, a casa tutto bene? Ah, ingegnere, come la trovo bene». Io e Luna ci guardavamo sempre più alluate che è una parola inventata da noi in lingua subacquea e si dice quando perdi l’uso della lingua, ci guardavamo come per dire qualcosa: “e questi cosa vogliono?” Ma non dicevamo niente.
«Dottore ci fa entrare?» Chiedevano i polpi. E quello scorfano di babbo «certo prego», ogni volta così, che nessuno l’aveva mai chiamato dottore e chissà cosa si pensava. Una volta dentro, i polpi aprivano le valigette e tiravano fuori inchiostro e contratti da firmare, «una firmetta qui» dicevano, e vi facciamo arrivare la merce, «avrete le plastiche migliori del Mediterraneo, tappi di bottiglia dal raffinato design portuale, stanghette di ferro per le antenne più lunghe, cocci di vetro come parabole satellitari, lussuosi divani in gomma da masticare». E tutti i pesci della scogliera sorridevano incantati, incominciavano a parlare come loro e a indossare abiti di marca. Tutti tranne mio fratello maggiore gamberone, che non è certo uno studioso, nuota in retro marcia tutto il giorno coi suoi amici gamberoni e si è tatuato la scritta MARINA PICCOLA gigante sulla schiena carapace, per dire. Però l’aveva capito persino lui che a dare retta a questi prima o poi finiva male.

Cosa c’è dietro la superficie?
Cate andiamo a vedere, dice Luna.
Ci basta sapere cosa c’è prima della superficie, che abbiamo visto la scogliera trasformarsi piano piano silenziosamente in una discarica, le nostre tane rocciose sono piene di antenne e parabole e barattoli e cordini che sembra di vivere alla Nasa. E all’inizio tra vicini pesciolini anche noi cercavamo di parlare erudito «Dottore tutto bene?» Dicevamo. «Sì ingegnere, sì direttore». Invece adesso ci odiamo tutti. Ci facciamo tenerezza da soli, piangiamo di nascosto, anche se ci mancano gli strumenti primari per farlo.

Ma cosa importa quando sei campionessa di apnea. Luna mi spinge via da questi moli e ce ne andiamo a ponente lontano, nuotiamo e nuotiamo fino a perdere le forze: piroette guizzi capriole Luna tu sei una campionessa di atletica subacquea, dico, e lei ride e ride, prima o poi si esibirà negli acquari più lussuosi del mondo. Andiamo a nasconderci dentro la posidonia e aspettiamo che il sole scende per lasciare il Mediterraneo e andare verso l’oceano, e tutto è buio, sentiamo una musica latino americana che viene dalla playa e andiamo verso quelle rive. Se mi affaccio oltre la superficie dell’acqua vedo luci di ogni colore e lenze fosforescenti e lì giù, sulla sabbia, un’ondata di signore e signori col bicchiere in mano che ballano e ballano scalzi tutta la notte e hanno gli occhi felici.
Luna, dico, mi sembra che sono così sola quando guardo fuori.
Non sei sola ci sono io. Cosa vedi? Chiede lei guardandomi dal basso.
Niente Luna.
Come niente, dimmi cosa vedi.
Non c’è niente.

In quei momenti mi sento un contrasto di emozioni e vorrei non avere le branchie e uscire tranquilla dall’acqua e fuggire in un posto tutto mio per sentire il solletico che fa l’aria quando entra nei polmoni. E se mi sento sola penso che un giorno qualcheduno racconterà di questo mare verde e della nostra scogliera e di tutte le cianfrusaglie che ci hanno venduto e di una grande manta nera e di quarantatré gamberetti e di me e Luna campionesse di apnea e atletica subacquea; ma quello che racconteranno l’avrò già detto io. Così tutti, a quel punto, si accorgeranno della nostra poesia invisibile.

Cate, me lo dici cosa vedi?
Mi viene da dire una bugia.
Cosa c’è dietro la superficie?
Una stella.

 

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

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Quando gli alberi parlano

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Marino Magliani intervista Donatella Alfonso

Marino Magliani La prima cosa che vorrei chiederti a proposito del tuo romanzo Quando gli alberi parlano (Castelvecchi Editore), è su Borgo: nome di un luogo per cui se non essendo specificata l’ubicazione vale il marchio del borgo che non esiste. È una scelta della quale ci puoi parlare? Sono più di uno gli scrittori del ponente che decidono di confondere le idee sull’ambientazione; uno è Biamonti, pensa al suo Luvaira, allo stesso Avrigue che potrebbe essere, ma anche no, Apricale, oppure Pietrabruna, ma la Pietrabruna del suo Attesa sul mare è situata ben più a ponente e a ridosso della frontiera di quanto non lo sia la vera Pietrabruna, comune della Valle San Lorenzo non distante dal Faudo. Il motivo per cui anch’io mi ritrovo a usare toponimi inventati, Sorba su tutti, è che posso collocarvi storie e descrivere personaggi senza dare riferimenti geografici e senza dovermi giustificare se qualche conoscente mi accusa di averlo fatto vivere nelle mie pagine. Borgo tuttavia ha qualcosa di speciale, il libro stesso ha qualcosa di speciale, con la fotografia in copertina di un luogo esistente, peraltro molto significativo e vivo nell’epopea partigiana: la battaglia del Monte Grande, durante la quale un gruppetto di partigiani è riuscito a stanare il nemico nazista e a portare a casa, in montagna, una vittoria importante. C’è poi il luogo della Spianata, e trattandosi di un’autrice che ha frequentato molto Imperia vien subito da pensare che si riferisca alla Spianata di Borgo Peri. Ma qui è tutt’altro che spiaggia. E a chi ti sta intervistando viene da chiedersi: hai utilizzato prima Spianata (nel romanzo è la radura pietrosa e erbosa ai margini di un bosco di cui la flora di medio e alto fusto raccoglie e conserva le voci e le memorie della fauna umana), o è l’utilizzo di Borgo che ti ha suggerito poi l’utilizzo di Spianata? O forse Spianata è da riferirsi a un altro luogo?

Donatella Alfonso In realtà, la Spianata esiste ed è quella dell’immagine di copertina: è a San Bernardo di Conio, ai piedi del Monte Grande, il luogo dove ogni prima domenica di settembre si ricorda quella importante battaglia vinta dai partigiani. L’ho “incontrata” casualmente in uno dei tanti giri per l’imperiese e, anche per la lapidi che vi sono state erette, ho pensato che fosse uno dei luoghi fondamentali dove volevo situare il romanzo. Ma Borgo non è un semplice centro di una delle vallate dell’estremo ponente: è l’essenza del vivere un paese, con i suoi protagonisti – non a caso ho scelto di dare alle voci della gente il ruolo del “coro” – perchè è il paese stesso che è protagonista, che critica, valuta, definisce, tanto più se dall’altra parte ci sono le scelte di una donna libera come Antonia. Quindi Borgo è molti paesi, un luogo di molti luoghi visti – da Aurigo a Costa d’Oneglia, per restare nell’imperiese, ma vale anche per alcuni piccoli centri delle vallate cuneesi, o molto più in là, fino alle Cevennes – ma soprattutto è un essenza di paese e della gente che lo vive. Una realtà che chi ha vissuto i piccoli centri conosce bene.

M.M. Ci puoi parlare un po’ di Antonia, ribelle, giovane, le sta stretto il borgo, anche se in realtà in paese non le manca molto, almeno dal punto di vista di un minimo di benessere. Minimo, poiché il benessere negli anni della guerra significava non fare la fame, e Antonia non dovrebbe conoscerla, sostanzialmente per una buona ragione: i suoi genitori gesticono la bitega, l’alimentari del paese. Ma Antonia vuole andare via. Antonia “parla” o parlerebbe a un giovane del paese, Nini, partigiano, amico del fratello, che ha un certo fascino, ma in apparenza un sentimento tiepido, senza troppo entusiasmo. Il verbo “parlare” si usava anche subito dopo la guerra e non significa fidanzamento, ma piuttosto le prime prove, l’approccio, ora casto ora meno, e comunque pur sempre una scelta. Ma Antonia l’amore, o quello che lei crede esserlo, lo trova, forse, nella persona giusta che sta dalla parte sbagliata: un giovane tedesco della Wehrmacht.

D.A. Credo che non fossero poche le ragazze come Antonia, in un tempo in cui non solo le costrizioni della mistica fascista sul ruolo femminile, ma proprio le convenzioni, le abitudini, lasciavano alle donne poca scelta sul loro futuro. Infatti l’unica via che lei pensa di trovare per affermare la sua autonomia è, attendendo la fine della guerra, tornare sulla costa – volutamente non ho indicato le città, potrebbero essere Imperia, Sanremo, Bordighera – e trovare un impiego da maestra, visto che il diploma l’ha conseguito, o magari lavorare in un albergo, o chissà, incontrare un amore. Si sente ed è diversa dalle coetanee: ha comunque studiato e, nella piccola società di Borgo avere, come dici tu, la bitega, le garantisce una “posizione”, come si soleva dire. Paradossalmente, il paese ha deciso che può accasarsi con Nini, perchè viene da una famiglia benestante, e lei stessa forse accetta di “parlarsi” con lui, in attesa che la fine della guerra le riapra le porte del mondo. “Si parlavano” è un termine che mi faceva sorridere molto, quando lo dicevano mia nonna o mia madre, ma che tu definisci bene: non più solo un corteggiamento, una amitié d’amour, piuttosto, e poi sarebbe stato il tempo o il caso a decidere se sarebbe sfociata in un fidanzamento vero e proprio o si sarebbe persa per strada, di fronte a un sentimento più concreto. Antonia trova in Nini quella momentanea conferma del suo ruolo, e si affida a lui, ma soprattutto alle scelte del fratello Enzo, anche per decidere di affiancare la Resistenza. Antonia esprime il dubbio: quello stesso dubbio che, dall’altra parte, incrocia in Martin, l’ufficialetto tedesco che studia la letteratura italiana e alla guerra non crede. Il loro – spinto proprio dal fatto che lei sia maestra, quindi titolata a fare conversazione con il militare – è l’incontro di due dubbi, in quella zona grigia che ha riguardato tanti. Perchè siamo abituati a leggere, con quella retorica che purtroppo per molti anni ha accompagnato una certa narrazione della Resistenza, di scelte convinte e assolute. Ci sono state e sono fondamentali per la costruzione de ”l’esercito scalzo” come fu definito, che portò alla Liberazione, ma ci furono anche quelli che si trovarono coinvolti per ragioni familiari, affettive, casuali.

M.M. Non si può non tornare su questa parola che chiude la tua risposta. Non può essere casuale che Antonia sposti le sue attenzioni sul tedesco. Il cuore poteva battere per quello di un saloino (non un fascistone convinto, ma uno di quei repubblichini mezzi costretti, il cervelletto lavato dalla crescita in mezzo alle idee sbagliate), e invece è un tedesco. E questo perché, forse, a te tornava bene di introdurre un ragionamento sulla nazificazione della Wermacht.

D.A. E’ vero. Non a caso – qui la mia storia di giornalista e di saggista prende il sopravvento – ho riportato il testo del decalogo di comportamento che veniva consegnato ai militari della Wehrmacht nelle zone occupate. E come si vede, riecheggia il rispetto, anche in zona di guerra, che doveva essere eredità dell’antico esercito del Kaiser, legato a canoni ottocenteschi. Nonostante la nazificazione della Germania, la Wehrmacht, soprattutto tra i richiamati, accoglieva molti uomini che ritenevano assurda se non intollerabile la scelta dei più fanatici, i rastrellamenti, le uccisioni di civili, l’odio per l’odio. Pochi, in realtà, si sono ribellati scegliendo di disertare, ma ci sono stati, prendendo anche parte attiva alla Resistenza, non solo in Italia. Solo negli ultimi anni, però, e a parte vicende famose come quella di Rudolf Jacobs, ben raccontato da Carlo Greppi ne “Il buon tedesco”, stanno emergendo queste vicende. Anche perchè in Germania, come ho potuto appurare, fino alla metà degli anni Settanta la diserzione o anche la collaborazione con il “nemico”, compresi i partigiani, veniva ancora considerato un atto di tradimento, con ricadute giudiziarie. Da qui una delle ragioni di tanto silenzio. Perchè se è vero che lo stato tedesco ha provato a fare i conti con il suo passato nazista, non lo ha fatto , se non in alcuni casi, con quanto i suoi soldati e ufficiali hanno fatto nei territori occupati. Va preso ad esempio positivo il discorso del presidente Steinmeier a Marzabotto nel 2024, quando chiese scusa ufficialmente per quella strage. Ma appunto, sono passati ottant’anni. E una presa d’atto e di coscienza non cancella migliaia di morti.

M.M. L’ultima domanda è sul nostos dei reduci tedeschi dopo tanti anni, tanti o relativamente tanti, ma che sono comunque tornati. È un argomento che affascina anche me. In un mio romanzo di quasi vent’anni fa, un veterano torna – da anziano – in una vallata ligure dove la sua compagnia ha commesso una crudeltà per capire e, forse, per espiare la sua colpa privata. È povero, vive di fronte al paese, nei rovi, poiché le fasce ulivate che un tempo venivano pulite e coltivate ora sono inghiottite completamente dai rovi, quasi che anche la terra si vergognasse e sentisse la sua colpa, si nascondesse. In realtà non è così, il nostos dei reduci è documentato, in genere si tratta di gente benestante, tornano per rivedere la bellezza della luce del mare che freme su scogliere, palme e uliveti. Altri, pare tornino – ma nelle vallate circolano a proposito alcune leggende – perché da qualche parte hanno nascosto segreti e tesori. Altri ancora tornano per comprare un rudere e restaurarlo, e per allungare così la decadenza di una terra e fingere che la loro stessa decadenza fisica assieme a quella crollante della Liguria assomigli a una dichiarazione poetica. Insomma, in genere questi reduci che tornano sono più o meno benestanti, ma cosa tornano a fare i tuoi reduci, e chi sono?

D.A. Non so se ci siano stati tesori segreti da recuperare, nelle ragioni per cui tanti tedeschi, a partire dagli anni Cinquanta, ma soprattutto nei Sessanta, hanno iniziato a cercare ruderi da recuperare o case coloniche da acquistare anche in luoghi – diciamolo francamente – non proprio turistici dell’entroterra ligure. E’ accaduto, peraltro, anche in Toscana, specialmente nelle zone dove si attestò a lungo la linea del fronte, nel Senese soprattutto. Credo che per i più l’Italia rappresentasse esclusivamente un bel posto dove avevano vissuto un periodo che ritenevano però superato, come quello della guerra, e quindi, dove garantirsi uno spazio per le vacanze. Di certo ci sono quelli che cercano o hanno cercato di capire: non casualmente, al Museo della Resistenza di Carpasio – salendo lungo la Valle Argentina – un luogo da conoscere e da visitare, ogni anno arrivano gruppi di persone dalla Germania e da altri Paesi che, dicono, vogliono capire, spesso anche perché vengono da famiglie che furono coinvolte nel nazismo. Martin torna, ma non sa cosa sia successo dopo la sua partenza: quando si renderà conto che c’è astio verso di lui, cerca di riprendere i fili di quelle scelte che non ha saputo fare fino in fondo, e anche le ragioni della distanza, dell’impossibilità, così gli sembra, di riprendere un filo di dialogo con Antonia. Capire, prendersi le proprie responsabilità: al di là della vicenda personale, credo che la storia che ho voluto raccontare sia tutta in questo contesto. E poi ci sono gli alberi, quelli che ascoltano le parole degli umani, quelli che la Storia e le storie le vedono passare. E che, a differenza delle persone, non giudicano mai. Ed è la ragione, in fondo, per cui Antonia quando va sulla Spianata, si sente libera. Anche se è rimasta a Borgo.

M.M. Grazie.

D.A. E grazie a te!

Vogliamo tutto. Vivere a Bagnoli prima della coppa

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di Marco Viscardi

Mentre scrivo queste righe, Frida posa la testa sulla mia gamba. Con un po’ di generosa approssimazione, si potrebbe dire che Frida è imparentata coi tremendi e furiosi beagle inglesi. Ma ci vuole proprio fantasia. Frida è arrivata da noi poco più di un anno fa, ha perso i padroni e spesso, quando la guardo, penso ad Alberto, con cui l’ho conosciuta. Già allora le eravamo simpatici io e Ulisse, il mio primo cane.
Alberto era un signore: aveva qualcosa di spericolato che faceva capolino fra i modi posatissimi. La voce era gentile e una volta, con una modulazione malinconica che ricordo benissimo, mi disse: «Ci avevamo creduto al cambiamento di Bagnoli». Pensava agli anni novanta, alla dismissione della fabbrica.
A quello che sembrava dovesse cambiare.

Credo che l’unico titolo che ho per scrivere questo pezzo, di cui sento tutta la responsabilità, sia il mio abitare qui da una decina d’anni. Bagnoli non è un quartiere antico: le ville che scandiscono parte del quartiere risalgono all’epoca del liberty. Il palazzo dove vivo fa parte dell’universo Ina Casa, risale ai primi anni cinquanta, dovrebbe essere un progetto di Stefania Filo Speziale. Si vede in questa cartolina d’epoca.

 

È il rettangolo grigio che chiude l’immagine in basso, alla destra di chi osserva. Mentre veniva scattata quella foto, al quarto piano abitavano mia nonna e mio padre. Venivano dalla periferia opposta della città: Barra, che ai tempi era ancora agricola. Qui si sono trovati insieme la modernità e il selvaggio.
Qui papà ha vissuto la sua avventurosa infanzia: nei suoi racconti non c’era la fabbrica, che fosse rimozione o indifferenza non lo saprò mai: era un mondo di mare, di estati interminabili, di cinema popolari. Un mondo atletico di corse in canottiera e pantaloncini cortissimi, la magrezza e la fame sana del dopoguerra. Arrampicarsi come i gatti, giocare con i compagni in un mondo che doveva essergli parso assai più grande di tutti quelli che ha conosciuto poi.
Sotto i suoi piedi, come sotto i nostri, persisteva e persiste il magma. Questo territorio non sta fermo, nei secoli si alza e si abbassa. Per capire un luogo non basta lo sguardo orizzontale, il volo dell’uccello, ma bisogna vederlo in verticale, considerarne le stratificazioni, individuarne anche i fantasmi.
Bagnoli prende il nome dall’acqua (balneolis), ma sorge sui Campi Flegrei, i campi del fuoco. E già questo è un bel paradosso. All’origine di tutto ci sono le gigantesche esplosioni dell’Ignimbrite Campana (circa 39.000 anni fa) e quella del Tufo Giallo Napoletano (circa 15.000 anni fa). Con quel tufo, che si è depositato nel sottosuolo, si sono per secoli costruiti gli edifici di Napoli.
Nella distruzione è il nostro principio.
La più bella immagine dei Campi Flegrei è questa di Francisco e Pietro a Vega. Realistica e perturbata, testimonia gli anni in cui alla bellezza si chiedeva l’emozione terrorizzante del sublime.

Ai tempi di Ferdinando II, qui c’era il campo di Marte: le grandi manovre di quell’esercito di soldatini, ben vestito, splendidamente equipaggiato, che di lì a poco anni sarebbe però collassato.
Lo vediamo in un dipinto di Nicola Palizzi degli anni cinquanta dell’Ottocento, quando nessuno di questi militari, nessuna di queste dame, avrebbe ammesso di non essere immortale.

La fabbrica arriva solo nel 1905. L’anno dopo la Legge Speciale per Napoli. Quello che all’epoca era l’ILVA copriva un’estensione di 120 ettari; nel momento di massima espansione sarebbe arrivata a 2 chilometri quadrati. Fra le storie dimenticate del quartiere c’è il bombardamento subito da un dirigibile tedesco, uno Zeppelin, nella notte fra il 10 e l’11 marzo del 1918.
Nel 1992 l’ILVA, diventata oramai Italsider, viene dismessa.

La fabbrica ha modificato il quartiere, lo ha riplasmato secondo le proprie esigenze. A vederla oggi è splendida: dinosauri industriali in decomposizione. Figure gigantesche, allegoriche, misteriose che un anno fa Franz Cerami ha trasformato in una visione notturna con i suoi Lighting Flowers.
Per decenni la fabbrica ha fatto da sfondo a tutto, come mostrano queste foto scattate a vent’anni di distanza:

Fra la prima e la seconda trapassano ere geologiche della società italiana. Nella prima c’è ancora la sobrietà del dopoguerra, l’eleganza operaia di un’Italia povera ritratta al Circolo ILVA; nell’altra il caos vitale e disperante degli sfacciati anni ottanta. Entrambe le immagini però oggi ci sembrano distanti, direi disturbanti. Non sono le estati italiane del Cornetto Algida, ma quelle delle periferie che preferivano non pensare, o che forse accettavano, o che semplicemente non vedevano perché era normale così. C’è un’angoscia forte a guardare questo scatto, che toglie ogni dolcezza agli anni che per molti di noi sono stati l’infanzia. La fabbrica dava lavoro e chiedeva adesione incondizionata.
Ma soprattutto, la fabbrica ha aggredito il mare. Nel 1963 è stata realizzata la colmata: un’estensione artificiale di 195mila metri quadrati di cemento e scorie. Come ha scritto Fabrizio Geremicca sul manifesto, la colmata incarnava il sogno di espansione senza limiti del capitale: un delirio del profitto industriale che ignorava i confini geografici e i limiti dell’ecosistema. Il borgo di Coroglio, uno degli insediamenti abitativi più antichi di questa zona, è stato così spintonato lontano dall’acqua, separato dal suo elemento vitale da una distesa di rifiuti siderurgici.
Il resto è la storia di un’illusione tradita. Già la legge 582 del 1996 aveva imposto la rimozione della colmata per ripristinare l’originaria linea di costa, ma col commissariamento iniziato nel 2014 e l’arrivo dell’America’s Cup sono cambiate le carte in tavola. Così dal 2024, la bonifica è diventata tombamento: per risparmiare tempo e costi in vista delle regate, l’80% dei veleni resterà lì, sigillato sotto uno strato di asfalto pulito su cui è previsto che sorga il villaggio degli atleti. Siamo al paradosso: il principio del «chi inquina paga», che la giunta de Magistris aveva concretizzato nelle sue delibere, si è capovolto. L’area della ex Cementir, di proprietà Caltagirone, che dovrà essere bonificata dopo il termine della Coppa, è stata ceduta a Invitalia, il soggetto attuatore della bonifica, ma nel frattempo proprio il gruppo Caltagirone è parte della cordata che ha vinto la gara d’appalto per la gestione delle operazioni. Nel frattempo il futuro degli abitanti di Coroglio è ancora incerto dopo sei anni dalla notifica di esproprio.
Così il quartiere si prepara a una futura mercificazione.
Non è gentrificazione, è un sopruso estetico e sociale. Mentre le agenzie immobiliari speculano sui prezzi, temiamo che Bagnoli diventi l’ennesima “zona morta” per turisti, seguendo il destino di un centro storico ormai svuotato di anima e artigianato. Napoli ha accettato un presunto grande evento che Barcellona e Valencia avevano rifiutato, barattando la salute e il suolo con una vetrina di lusso, tra le polveri sottili che i camion sollevano senza sosta. Un grande evento del quale ricercatori come Lucia Tozzi mettono in discussione l’impatto complessivo e l’arricchimento economico della collettività urbana. Fra i tanti interventi per approfondire la questione, segnalo la recente puntata di Report su Bagnoli e gli articoli sempre accurati di Riccardo Rosa apparsi su Internazionale e Napoli Monitor. Quest’ultimo si distingue da decenni per la riflessione e l’approfondimento su Bagnoli. Aggiungo che Riccardo, oltre ad essere una delle voci più autorevoli sull’argomento, mi ha aiutato moltissimo nella stesura di questo testo.
Nel frattempo il quartiere sta cambiando. L’aumento degli affitti nel centro cittadino ha portato una nuova comunità a vivere qui, nel fascino discreto di questa periferia che sta fra il mare e i binari della ferrovia. Accanto ai vecchi abitanti sono arrivate nuove famiglie, si sono stabiliti intellettuali e artisti, si è creata una piccola rete solidale che sembra dare vita a una nuova identità di quartiere. Il tutto senza troppi clamori.
Sabato scorso migliaia di persone sono scese in strada. Non erano solo attivisti, erano abitanti stanchi di respirare le polveri sottili sollevate dai cantieri. Sui muri sono apparse scritte come: “Bagnoli libera”; “Vogliamo Tutto: Bonifica Spiaggia Bosco”; “+ Cumane – Tav”. C’è anche una enorme scritta “No America’s Pacco”, che vediamo ritratta da Mattia Crocetti:

Sono slogan, frasi ironiche, più o meno intelligenti. Fra queste anche quella diventata tristemente famosa, che vediamo in uno scatto di Renato Cavallo:

Le cose e le scritte vanno contestualizzate e lette alla luce di un principio di realtà e nei contesti in cui sono state prodotte. L’iperbole grottesca di un Manfredi nella colata è stata usata strumentalmente per ridurre ancora una volta un corteo di migliaia di persone alla sfilata di facinorosi e violenti. Le dichiarazioni di solidarietà al sindaco Manfredi, venute anche da parti politiche come i Cinquestelle che pure erano nate come espressione degli umori popolari, sono complici in questo già consolidato meccanismo di rimozione delle voci della piazza.
Davanti a questa retorica, penso alle lezioni di letteratura inglese di Tomasi di Lampedusa, dove il principe cita una magnifica definizione dei critici: «persone che sanno leggere e che aiutano gli altri a leggere». A volte aiutare a leggere è un obbligo civile. Nessuna minaccia e nessuna incitazione alla violenza, se non in una lettura strumentale e riduttiva di una giornata di libertà democratica gestita con responsabilità da parte di tutti.
Ad essere minacciati in questo momento sono gli abitanti di Coroglio che rischiano di vedere abbattute le case. Per loro è previsto un indennizzo di 50.000 euro, che col mercato immobiliare napoletano non servono a nulla, e un’opzione per poter ricomprare gli appartamenti a un costo che potrebbe essere fino a sette volte superiore. Famiglie che per decenni hanno respirato i fumi della fabbrica, ora vengono trattate come cose da niente. Non credo si possa dire in un altro modo.
Immediatamente dopo la manifestazione, sui giornali ha imperversato la melassa. Le dichiarazioni di solidarietà da parte di un arco costituzionale che oramai dà come presupposto del proprio operato la delegittimazione dell’azione popolare; questo mi pare l’ennesimo caso. Ed è l’ennesimo caso in cui noto la distanza abissale fra quanto vedono i miei occhi e quanto raccontano i giornali. Temo che i giornali non distorcano solo i contesti che conosco direttamente, ma anche molti altri. La colmata è già stata riempita di rifiuti siderurgici, scarti industriali che questi lavori per la Coppa America rischiano di liberare nell’aria, e il vento li porta ben oltre i limiti del quartiere e della città.
Ieri, 10 febbraio, l’assessore all’istruzione e alle famiglie del comune di Napoli, Maura Striano, ha invitato dirigenti scolastici e studenti dell’area flegrea – sì, mancano i docenti – ad un incontro col vicecommissario Diomede Falconio per «definire un cronoprogramma di attività» in vista dell’attivazione di incontri formativi «utili […] a costruire modalità di partecipazione e coinvolgimento diretto ai giovani studenti».
La risposta di una parte dei docenti del napoletano è proprio la denuncia dello svuotamento semantico della parola “partecipazione”, ridotta a propaganda dai vertici commissariali in vista dell’America’s Cup. Ancora una volta, si contesta il tradimento dei piani originari che, ricordiamo, prevedevano la rimozione totale della colmata, a favore di scelte verticistiche che escludono la cittadinanza e mettono a rischio la salute pubblica. Gli educatori esprimono forte preoccupazione per il coinvolgimento delle scuole in incontri informativi che mimano la democrazia solo a decisioni già prese. E dicono una cosa bellissima quando chiedono il rispetto dell’ecologia del linguaggio e di una pedagogia che si basi sulla “cruda verità”.
Il vice commissario Falconio ha ribadito ieri che i lavori non si possono fermare ed ha aggiunto che l’aumento delle polveri sottili registrato dall’ARPAC in questi giorni è stato «colpa di una perturbazione sub-sahariana: sono dati parziali non validati sul periodo su cui bisogna testare questo inquinamento».
Leggendo le considerazioni dei docenti flegrei – di cui faccio parte – mi viene in mente quella lettera di Manzoni a Fauriel del 1821 in cui, presentandosi come romanziere storico, lo scrittore usa una parola tedesca per rafforzare il suo ragionamento: «le Festboden de la verité», il terreno duro delle cose, battuto dai venti, senza ripari, senza rassicurazioni, senza schermi. Ma, soprattutto, dalla manifestazione di sabato penso al capitolo del Gattopardo in cui Fabrizio Corbera si rende conto che il voto di Donnafugata è stato alterato e che l’adesione al nuovo stato unitario non era stata così plebiscitaria, ma con un colpo di penna erano stati cancellati malumori, perplessità, fedeltà antiche. In quella notte d’estate, il sindaco Sedara, quasi trasfigurato in «fata cattiva», aveva «strangolato […] una neonata, la buonafede; proprio quella creaturina che più si sarebbe dovuta curare». Ci penso da quando ho visto circolare questa foto, col conseguente corteo di dichiarazioni solidali per un attacco mai subito e per una minaccia inesistente.
Ci sarebbe da essere solidali solo verso la fiducia e la buonafede che di nuovo sono state accoppate.

Adesso Frida si è spostata sulla poltrona mentre Ulisse dorme sul divano. Alzo la testa dello schermo e vedo dalla finestra le gru in movimento sulla colmata. Sotto i nostri piedi c’è il magma sempre attivo che ci ricorda l’eterno divenire delle cose. La natura e la rivolta ribaltano il rapporto fra centri e periferie e in questi mesi tremendi per l’umanità sembra che anche la piccola Bagnoli stia diventando allegoria di qualcosa di più grande.

Geopolitica di facebook e opacità del presente: un intervento a due voci

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di Andrea Inglese e Pasquale Palmieri

 

Disagio da social e dissesto sociale

Per più di un anno, tra la fine del 2023 e i primi mesi del 2025, siamo stati confrontati a qualcosa d’impensabile: non solo come cittadini mediamente informati assistevamo a un massacro ignobile di una popolazione civile e alla distruzione del suo territorio da parte di un esercito super armato, ma questa vicenda era tenuta in una sorta di sordina mediatica, anche da quei paesi occidentali che più rivendicano autonomia e libertà dell’informazione. Nonostante contestazioni di strada, occupazioni di scuole e atenei, iniziative pubbliche, dichiarazioni di ONG e istituzioni internazionali, mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale, l’informazione “ufficiale”, sostenuta da opinionisti, esperti e politici, riusciva in vari modi ad attestarsi nel migliore dei casi su di una mezza verità, ossia l’equivalente, vista la gravità e l’urgenza del caso, di una vergognosa menzogna. Questo ha costretto ognuno di noi a sintonizzarci più assiduamente su tutti quei canali alternativi d’informazione (siti, newsletter, social). Sappiamo che il tappo è saltato durante la primavera dell’anno scorso, ma lo sgretolamento della propaganda israeliana e filoisraeliana ha avuto nelle piazze il suo terreno privilegiato, e in questa fase è stata rilevante anche la reazione di una parte di cittadini italiani. Durante tali mesi di risveglio, l’azione diretta nelle piazze, sui luoghi di lavoro e nelle scuole, è stata accompagnata da un’intensa attività sui social, di discussione, controinformazione, riflessione. Per un lungo periodo i miei algoritmi mi hanno portato continuamente al centro della crisi che più mi ossessionava. Non so se parlare di circolo vizioso o virtuoso, ma leggere del “genocidio” palestinese – dal momento che alla fine se ne parlava in termini aperti, chiari e tendenzialmente completi – ebbene leggerne in continuazione era più tollerabile, paradossalmente, che non leggerne affatto, o solo attraverso i circuiti esili, saltuari, della controinformazione militante. Anche perché ora qualcosa anche sembrava accadere, toccando frange più ampie della popolazione occidentale.

A un tratto, però, in una fase successiva e più recente, ho preso coscienza di una situazione diversa. Le grandi azioni collettive erano venute meno. L’eccidio della popolazione palestinese si era ridotto d’intensità, ma non era cessato e anzi si prospettava un rapido peggioramento della situazione in Cisgiordania e a Gerusalemme. Nel frattempo, su tutti gli altri fronti, dentro o fuori l’Occidente, il caos sistemico s’intensificava. E i social avevano ormai assunto la caratteristica di un’ininterrotta discussione geopolitica. Ed è la constatazione da cui voglio partire. A fronte di un’evoluzione politica che è vieppiù intricata, instabile e imprevedibile, sulle piattaforme digitali (Facebook e Instagram in particolare) si ha una sorta di rincorsa all’analisi politica a tutto campo, ovviamente in forma frammentata, aforistica, sull’evento del giorno, quasi sempre di rimbalzo a una fonte “ufficiale”, ossia a qualche informazione che venga da media televisivi o dalla stampa. In un’epoca di caos sistemico è in qualche modo comprensibile: si diventa sensibili alla geopolitica a forza, per ripetuti calci sui denti. Anche volendo postare i gattini – e quanto li rimpiango ora! –, si finisce alla fine per parlare della Groenlandia o dell’Iran. Però questa coralità in cui io stesso, consapevole o meno, mi trovo, mi ha provocato a un certo punto una sorta di disagio, persino di nausea. Mi sono chiesto se stessi facendo la cosa giusta. Se spendessi il mio tempo e le mie energie nel modo migliore. Se, insomma, per dirla in un altro modo, l’assiduità di “analista geopolitico in proprio” sui social fosse la risposta migliore al fascismo montante. Perché, quale che siano le dinamiche di potere tra le grandi potenze regionali e le loro strategie di approvvigionamento energetico o di controllo territoriale, un’internazionale neofascista esiste, e questo si avverte sia nelle politiche precise di alcuni governi, sia nelle costituenti ideologiche che ormai condizionano dibattiti pubblici e punti di vista privati.

Mentre ero assalito dal crescente disagio da “scorrimento social” sono finito su un breve intervento di Pasquale Palmieri, un amico virtuale di Facebook, di cui ho apprezzato spesso gli interventi per una certa loro obliquità rispetto al tema del giorno. (Facebook più di altri social vive del “tema del giorno”). E stavolta Palmieri sollevava i punti che ha poi svolto nell’intervento che leggete qui di seguito. Sono due quelli che mi hanno più colpito. Il richiamo al concetto di opacità, di illeggibilità relativa della storia, del presente storico, che di certo taglia un po’ l’erba sotto i piedi alle legioni di geopolitologi più o meno improvvisati, di cui ormai facciamo parte – ma, lo ripeto, quasi per necessità e controvoglia. E il secondo punto, riguarda uno strano fenomeno ottico, per cui perde di rilevanza tutto è quanto sotto il naso, tutto quanto ci condiziona più direttamente, ma su cui è anche, volendo, più plausibile intervenire. C’è Minneapolis, senza dubbio, ma c’è anche il sotto e dietro casa. Non si tratta di opporre un “particolare” o un “locale” più autentico a un “generale” o “globale” lontano e astratto. Il punto è che il dissesto sociale, sui cui campano populismi e ormai nuovi fascismi, già ci tocca quotidianamente. Minaccia in vario modo le nostre vite, solo che questa prossimità costituisce, o potrebbe almeno costituire, un’occasione d’intervento. A patto, però, che questo intervento non si limiti a una lucida analisi, a un brillante ragionamento e implichi di conseguenza una qualche forma d’azione con altre persone per costruire qualcosa sul territorio.

(Un po’ di tempo fa avevo notato che, per quel che riguarda il difficile, frustrante, a volte miserabile mondo del lavoro, i loquacissimi social mantengono una caratteristica “reticenza” (Di lavoro, non ne parliamo per favore | NAZIONE INDIANA). Il lavoro assorbe una fetta importante della nostra vita adulta, ma sulle condizioni in cui ciò avviene, in pubblico, si preferisce soprassedere. Quando qualcuno, invece di celebrare qualche magnifico successo, esibisce il retro della vetrina, e lascia trasparire un po’ di desolato e grigio quotidiano, vi è una sorta di soprassalto generale. Per qualche tempo si mette a fuoco collettivamente la situazione salariale. Ma i margini di manovra per mutare i rapporti di forza nella realtà sono minimi, anche se l’analisi è impeccabile, quindi si passa velocemente ad altro.)

Il monito relativo all’illeggibilità parziale del presente storico non funziona come alibi per rinunciare a ogni forma di pur germinale discussione pubblica e virtuale. Ma nemmeno come benedizione per restare appollaiati sopra i nostri mini-osservatori geopolitici, dedicandoci al nostro dispaccio quotidiano. L’oscurità parziale delle circostanze è ciò che per certi versi definisce il carattere della ragion pratica, ossia quel tipo di razionalità che ci accompagna nella deliberazione, nell’intervento diretto sul reale, e non semplicemente sulla dimensione conoscitiva o discorsiva. Questo sta a significare che bisognerebbe lanciarsi un po’ a testa bassa, accettando una certa inevitabile ignoranza e idiozia, piuttosto che ridurre tutto a una tenzone su chi possiede le chiavi dell’anticapitalismo più limate e perfette.

Inoltre, un atteggiamento volto a costruire con gli altri delle linee d’azione sollecita inevitabilmente la ricerca di un terreno comune d’intesa, più facile da trovare su obiettivi concreti e visibili, rispetto a obiettivi massimi e ultimi, sui cui è certo più difficile intendersi. Sono queste osservazioni in fondo banali, ma la pratica della geopolitica diffusa e digitale rischia di renderle esotiche e oscure.

In conclusione, vorrei citare anche un’osservazione di Paolo Pecere, che in uno scambio mail esprimeva un disagio molto simile a quello di cui parliamo io e Palmieri. E metteva in evidenza come sui social “ci si esprim[a] soprattutto per etichettarsi, per liberarsi la coscienza, o, nel migliore dei casi, per auspicare scenari e esercitare il ragionamento, piuttosto che per organizzare azioni”. E sia ben chiaro, che il problema non è l’uso dei social. Il problema siamo noi. Il nostro ripiegare sui tanti monologhi corali, per tenere fermi nella violenza e nel disordine che ci sta sommergendo almeno il nostro profilo, la nostra identità, le nostre aspirazioni a un mondo migliore.

                                                            Andrea Inglese

 

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Gli algoritmi e la geopolitica dell’io

Negli ultimi mesi ho provato a comunicare all’algoritmo di Facebook e di Instagram le mie preferenze. Con risultati disastrosi. È stato infatti del tutto inutile inviare segnalazioni sui lunghi post dedicati a temi di politica internazionale, usando l’opzione “non mi interessa”, “non desidero più vederli nella mia sezione notizie” (ho seguito la stessa strategia per gli aggiornamenti su Corona, Signorini, Toffanin e delitto di Garlasco, solo per dire quanto ormai mi erano venuti a noia). Avrei il desiderio di ascoltare di tanto in tanto – anche solo per mettere in pausa i lambiccamenti della geopolitica o le amenità del pettegolezzo corrente – qualche voce che racconti lo stato pietoso dei trasporti, i ritardi insostenibili dei treni, i prezzi dei biglietti e dei pedaggi autostradali, la sanità a pezzi, i milioni di malati che rinunciano alle cure per mancanza di mezzi economici, il dramma delle abitazioni nelle grandi città, la scuola ridotta a una vuota macchina burocratica, le università pubbliche diventate gabbie di privilegio, i giovani del sud che continuano a emigrare, lo sfruttamento del lavoro, i salari da fame. Quasi niente, purtroppo. Temo che questi argomenti non siano di tendenza.

La situazione è dunque rimasta invariata. Penso di avere tante opzioni, ma sono sintonizzato sempre sullo stesso canale, come se non ci fossero altri palinsesti possibili. Rileggo sempre le stesse persone – una quarantina in totale, a conti fatti – che ripropongono in buona sostanza le stesse linee di pensiero, autoproclamandosi competenti su ogni affare umano emerso dal magma degli ultimi 3000 anni di storia, denunciando con solerzia alcuni crimini di guerra e ignorandone altri, alimentando feroci doppiopesismi, sottoponendo le idee altrui a logiche riduzioniste, pronunciando giudizi inappellabili su quello che accade in 48 angoli diversi del pianeta.

C’è un po’ di tutto in questa “fauna” (una parola che Pier Vittorio Tondelli amava usare): opinionisti radiofonici, critici letterari, editorialisti di quotidiani, blogger, saggisti, influencer più o meno improvvisati, insieme a professori universitari di diverse discipline, dalla filologia romanza alle scienze agrarie, dalla storia greca alla fisica nucleare. Molti di loro sono assenti dai miei contatti, ma comunque appaiono come “suggeriti per me”. Spesso puntano il dito contro una massa indistinta, opaca, accusandola di essere ignorante, insensibile, distratta, soggetta a immaginarie opinioni egemoniche. L’obiettivo è chiaro: fare in modo che la comunità dei followers si senta inclusa in una minoranza illuminata che mira a redimere un popolo stolto e manipolabile.

Ci troviamo, con tutta evidenza, di fronte a un meccanismo consolidato, che si ripresenta con forza di fronte ai nostri occhi. La politica internazionale è un grande specchio deformante, sul quale proiettiamo i temi del nostro dibattito interno. Siamo ormai abituati a riascoltare con insistenza chi si dichiara preoccupato per il destino della popolazione di Gaza, ma si rammarica per la mancanza di una sensibilità adeguata verso l’Ucraina, verso i dissidenti iraniani, verso i paesi del sudamerica governati da dittatori, verso le comunità del continente africano sottoposte a massacri. È fin troppo palese che questo gioco retorico non favorisca nessuna di queste cause e non abbia alcun effetto mobilitante. Serve invece ad alimentare un processo di autoaffermazione e di ricerca di visibilità nel grande magma degli universi virtuali, anche per regolare i conti con le voci concorrenziali e coagulare piccole bolle di consenso.

Non serve far riferimento ai tanti studi dedicati a questo tema, per il semplice fatto che lo possiamo verificare anche nella nostra esperienza quotidiana. I calcolatori della macchina social premiano l’uso della prima persona singolare. In altre parole, raccogliamo un numero maggiore di like quando scriviamo o diciamo “io”, “io”, “io”. Questo meccanismo produce delle conseguenze del tutto prevedibili quando ci confrontiamo con contesti distanti. Per quanto sia surreale, il problema smette di essere la sofferenza di un popolo, ma diventa quello che gli altri intorno a me pensano – o si presume che pensino – della sofferenza di quel popolo, in una grottesca competizione alla ricerca di un primato sul piano conoscitivo, argomentativo o morale: ne so più di te, sono più coerente di te, sono più onesto di te. Anche quando diamo l’idea di avere a cuore i destini del pianeta, quindi, stiamo in realtà parliamo soltanto solo di noi stessi, delle nostre ansie, delle nostre ambizioni, delle nostre idiosincrasie, delle nostre paure, dei nostri vicoli ciechi, del nostro rapporto col potere.

Ecco, il rapporto con il potere. Risulta forse utile tornare su un concetto che potrebbe apparire scontato: le grandi ondate di dissenso si sviluppano contro un decisore politico visibile, prossimo, concreto, o quanto meno percepito come tale. L’indignazione per Gaza deriva soprattutto dal fatto che i nostri governi sono vicini a Nethanyahu e al suo esecutivo. Pur trovandosi di fronte a crimini mastodontici (di certo non catalogabili come legittime reazioni ai crimini di Hamas), non hanno prodotto alcuna sanzione verso l’alleato. Abbiamo quindi la sensazione – o forse solo l’illusione – di poter fare qualcosa per salvare le vite di persone innocenti. Quel massacro è anche roba nostra, lo sentiamo nostro. La Flotilla ha avuto questo ruolo: smuovere i nostri rappresentanti politici, metterli di fronte alle loro contraddizioni, sperare di rompere la spirale di violenza.

Sul fronte ucraino, invece, accade qualcosa di completamente diverso. Siamo coinvolti direttamente, certo. Ma non siamo schierati – in quanto cittadini (ed elettori) italiani, europei o “occidentali” – dalla parte del carnefice. Possiamo muovere qualsiasi obiezione a Meloni, Macron, Von Der Leyen, Merz, ma di certo non possiamo accusarli di aver protetto Putin, di non averlo sanzionato o combattuto. Questo significa che non esistono in Italia sostenitori di Putin? Esistono, e hanno voce. Come i sostenitori di Trump o di Nethanyahu, che sono parecchi, agiscono in maniera più o meno subdola, talvolta rivendicando con orgoglio le loro posizioni.

In questa situazione, resta comunque decisiva la posizione assunta dalle rappresentanze politiche, che ci piaccia o meno. E dovremmo guardare in primo luogo a questo problema, alla coerenza e alla linearità di chi ci governa, senza cedere alla tentazione di sciogliere i nodi in modo sbrigativo, puntando il dito contro le incoerenze – il più delle volte immaginarie, e quanto meno non paragonabili a quelle dei governi – delle opinioni pubbliche, dei popoli, dei cittadini. Si ritorna sempre, in un verso o nell’altro, alla tenuta del sistema democratico. I dibattiti sulla politica internazionale ci dicono ben poco, purtroppo, sulle tragedie del pianeta, ma ci dicono molto sul nostro rapporto con il potere, con le istituzioni italiane ed europee. Ci parlano di noi stessi, in sostanza, ed è per questa ragione che sono accarezzati o ingigantiti dagli algoritmi.

Abbiamo quindi l’impressione di trovarci di fronte a un effetto di asimmetria generato dalle scatole virtuali in cui siamo immersi, interessate in primo luogo a farci rimanere dentro il flusso (e sarebbe difficile raggiungere questo scopo se, tanto per dire, ci inducessero davvero a studiare le dinamiche politico-economiche della Groenlandia, dell’Argentina, della Corea o della provincia di Catanzaro). In parte è così, poiché l’irradiazione dei contenuti agisce sul nostro stato intellettuale ed emotivo. Ma dobbiamo pur sempre ricordare che i problemi “mediatici” non nascono dentro un astratto universo tecnologico o dentro una macchina industriale avulsa dalla realtà sociale: sono legati al nostro modo di interagire con le persone, al vivere comunitario, alle regole della convivenza civile. Vogliamo davvero capire perché alcune cause mobilitano e altre meno? Beh, guardiamo prima alla cabina di regia e poi agli umori della platea. Conta la capacità dei nostri rappresentanti di intervenire sulla realtà e di cambiarla. Credere nella politica significa sentirsi coinvolti, poter partecipare, poter decidere sul futuro. Quando mancano questi presupposti, ogni conseguenza diventa plausibile, anche la più nefasta.

                                                            Pasquale Palmieri

 

 

Libro delle coniche e delle angolature

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di Danilo Paris

Dimmi ora in compagnia o a fianco di chi vivi,
ti dirò chi sei; descrivi il tuo doppio, il tuo angelo
custode o parassita, vedrò la tua identità.
Michel Serres, Atlas

I.

Adesso è l’ora di /nessuna voce
ha messo i sigilli sulle matrici in fila sul limite
le coppe del versatore/
ci riempie fino all’orlo quei loro nostri incontri
una splendida pellicola, spiluccata
qui sui nasi / le sue immagini sdoppiate
nella buccia/ essiccata riproduce il primo verso,
de-estinzione al dito sulla traccia
precede l’era dei ghiacci, mi linka il salmo sul palato
in nuova genesi, lo fa direttamente sulla cellula,
sul fossile che non c’è ancora. Forse una maniera
di trasformare ancora-vivi in già-fossili, un modo di guardare
a questi corpi come fibra-copia per la prosa vegetale.

II.

Su ognuno dei voti. Piccoli e depositati nelle nicchie.
Con le mani del vasaio ora prende
posto un dentro vuoto sortilegio- corteccia o specchio-
scollatura che si attacca fino al lembo delle cose, come il fiore
a mazzi, salvato a spaccatura e il teschio del re reietto o il capo
a stracci sfatti a schiodo per il piombo, è un punto stirato a curva
l’inflessione della piega/ senza tocco l’ambiente in cui corregge
il tiro a una colonna/ la distanzia per l’ingresso ai tramutati
gli scolonnati ||||
la serie alternata delle coniche al suo visore- tabulato
<immagine>
<immagine> / le arcate più in dettaglio in resa al suo tributo sullo spazio/
<immagine>
<immagine> / le firme fatte in dieci sussurrando sulle pietre, accovacciati
saltare, arrampicarsi e poi di nuovo intorno a un buco/ per le parti
rovesciate al suo rigetto, è solo un’altra inflessione che si fa per il calcolo
su un arco di cerchio in caduta sulla linea ___dei punti razionali-
<immagine> /definire le arcate circolari e
aggiungere un’altra cunetta/ per un totale di cinque spazi- per le serie convergenti/
distaccare la cosa dal gruppo in cerca di descrizione per far carte
senza spolpare/ dall’osso la sua icona
dove il resto del reale stona col simbionte/ un pezzo di scavo o del liceo
che ti cavi nell’unghia/ bagna il suo vacante, l’oggettile esteso in un calco continuo
la presa dei detriti in clausura all’inerente [il meta da soma inviluppato nella serie].

III.

E nella groppa dei suoi innesti ora scola/ filo a filo/ il suo vortice sdoppiato
e senza buche, senza tasche per chi bussa/
tutti gli ordini e le masse dei passanti per la Porta scontornata/
del tutto identica a una porta più piccola da cui non passa Fuori/
il somigliante non è entrato. È già dentro, per la cosa stessa//////

ad ogni perimetro senza timbro sulla sostanza termale/
e per ogni Cetera dei suoi specchi in rivoli di latte tracciato di gesso e carbone
e i sovrappiù nel libro delle transumanze, per eccedere filatori e carristi
e non corrispondergli in qualcuno che andava cercando/
il versatore tumula il credito di spugna in algoritmo di Anticitera.
È un codice binario per il genio accompagnatore che non molla la sua presa.
Nessuno prova orrore stando fuori nel vederci in assenza di ombelico.
Noi però ci vediamo. Dallo stesso pungolo mi prende le sue dita
dalle mie stesse dita/
lo vedo scrosciare sui gruppi in corsa e i tessuti rammendati quando io ci corro dietro con i sacchi dei sonagli e i più piccoli vicini/
lo vedo premere un bottone e spegnere il mondo.

Testo: Danilo Paris- Immagine: Archivio Lucido

Il mondo dipende da chi lo racconta

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di Paolo Morelli

Grazie a dio forse, e quindi raramente, abbiamo l’impressione che non tutto sia perduto. Per esempio che quella del narrare non sia un’arte ormai delusa o esausta, solo preda di calcoli residuali, ma una predestinazione insegnata più che altro dal vento, come era nei toni svitati del cantore prescelto quella sera attorno al fuoco.

Sicuro che esagero, ma mi sono venuti i toni elegiaci nel leggere Ardesia, della georgiana (ma da tempo vive a Palermo) Ruska Jorjoliani, da lei scritto in italiano e stampato da Italo Svevo (16 euro). Un piccolo libro in cui la protagonista, assai contigua alla narratrice, torna dall’Italia al paesino natale dove si trova per caso ad assistere alla riesumazione, la ricerca in un campo incolto delle ossa perdute del bisnonno, un irrequieto, un ribelle, un delinquente, forse un tagliagole. Assieme ai resti riaffiorano man mano i ricordi di quello che per lei era invece “un angelo custode e un compagno di giochi” e, siccome diceva Balzac il caso non visita mai gli stupidi, quello scavo, la traslazione si trova ad assumere il modello quasi solenne di un coro funebre, uno zari, che nella tradizione locale è per i maschi mentre qui è lei da sola a intonarlo, appassionato e rivoltoso assai più che mesto o struggente.

In Georgia, nella sua vasta terra del confine, tra coloro che sono ancora vivi e il Gran Paese dei più persiste un doveroso, dignitoso e per lo più laico scambio continuo, non solo nella settimana invernale in cui vengono invitati e accuditi nelle case; e l’ardesia è nei muri delle abitazioni ma pure nelle pietre che ricoprono i morti, “segna il varco, il passaggio da un mondo all’altro, la trasformazione, e persino il nome con cui la si designa, ka, ha la brevità e il fascino di certe parole fondative”.

Per quanto riguarda la trama potremmo fermarci qui. Basta e avanza perché si proceda alla lettura. Ma, ci si potrebbe chiedere, come mai le categorie scadenti del veromile realistico, del servile, vero sine qua non delle odierne scritture italiche, qui non hanno presa? Per come la vedo io la caratteristica fondamentale di una storia è il narrare e non il suo contenuto, vale a dire che il necessario contenuto è il veicolo del racconto, non il racconto il veicolo del contenuto. Questo libro è perfettamente attuale, cammina tra i b&b della moderna economia turistica locale e le truffe promesse dai bitcoin, i bistrot e i cocktail (“il tutto un po’ mischiato, sconnesso”), eppure sembra provenire dall’epoca in cui raccontare storie si occupava di una cosa evidente: che esiste il tempo e la nostra vita è vissuta in quanto tempo. Quando raccontare storie significava occuparsi del tempo e esperire che la nostra vita ha un termine, e così quella di coloro che amiamo e che si portano via per sempre il loro mondo. Significava accettare la tristezza di questa finitudine, in questo caso poi indissolubilmente intrecciata al particolare sense of humor di quella parte di mondo: “Quasi che il riso e il pianto siano stati distribuiti nel mondo in quantità precise, un tot a testa; il riso molto meno rispetto al pianto, e se c’è un’eccedenza del primo bisogna subito far quadrare i conti. Il georgiano in questi casi cerca di negoziare: «Perdonami, Dio, se rido. Non mi chiedere gli interessi per questo piccolo credito. Ripianerò il bilancio con il prossimo pianto». Ma non è mai un buon debitore.”

Neppure questo libro lo è. In questa sorta di instabile “taumatropio che ruotando crea l’illusione del movimento delle immagini”, l’indagine delle reminiscenze si svolge tutta all’aperto, a ribadire l’assunto cruciale che lo scrivere non procede dall’interno, ossia dall’alto della presunzione dei pensieri, del dominio della scena, bensì dall’esterno verso l’interno, e solo nel finale infatti, in un tempo sospeso nel “penultimo atto del giorno”, la protagonista verrà riaccompagnata a casa. E perché ancora quel tempo non è determinato dal contenuto ma dal narrare, e la storia è una storia perché ce ne ricorda altre, e se lo fa non è solo attraverso i fatti ma per i toni, la sua voce, cioè a dire quel congegno infallibile che ogni volta ci riporta al remoto, al condiviso. In questo modo la narrazione torna ad avere la sua funzione primaria come luogo di convergenza, un dispositivo che è parte di una ricerca fantastica che ci lega affettivamente agli altri, del bisogno di storie che l’umanità ha sempre avuto.

Questo è il modo per avvicinarci bravamente a ciò che abbiamo perso, quelle figure da leggenda caucasica, burbanti, stravaganti e piene d’umori, il bisnonno come classico eroe-bandito (“Quelli come lui non hanno una tomba, ne ero convinta. Non muoiono. Al massimo, in certi periodi di grande siccità, evaporano”: i georgiani tutti ancora figli del leggendario capo pagano Kartlos); alla vitalità che emana dalla totalità del carattere dell’individuo e a noi giunge come esasperata, e così la sofferenza di chi si mette in gioco senza limiti eppure, a brandelli, instilla ancora fiducia. Ed ecco che tornando ad essere quello che è sempre stato il narrare può ancora offrirci un’opportunità, è l’occasione incolta degli universi che convivono, e tanto basta a tutt’oggi per rappresentare qualcosa di sovversivo.

Sembra che il Mondo Nuovo che ci si impone creda di esistere soltanto nella cancellazione, nell’annullamento del passato, pare che solo così trovi le sue folli ragioni. Pure con il suo svelto montaggio finale (sola concessione forse alle scuole creative), assieme alle figure sbiadite questo piccolo libro ci ricorda che la letteratura ha il compito e il senso di continuare la tradizione del narrare, perché, checché ne dicano gli ignavi, noi possiamo sostenere la prova della nostra vita solo raccontando. E la domanda poi se ciò sia naturale o acquisito è, specie in questi tempi, solo irrilevante.

 

La realtà del desiderio. “Dreams” di Dag Johan Haugerud

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di Ornella Tajani

«Quando si fantastica di qualcosa mentre si è a letto, si dimentica che la realtà è spesso molto diversa, le luci sono diverse, ci sono altre persone, e le parole che volevi usare sono impossibili da pronunciare nel pomeriggio di una normale scuola di Oslo». È quel che si dice fra sé e sé Johanne mentre si allontana dalla sala professori dove era corsa con l’intenzione di dichiararsi all’insegnante di cui si è innamorata – dichiarazione resa impossibile dalle contingenze, la prof che sta parlando con i colleghi, il viavai, i brusii, il normale scorrimento della vita quotidiana. La scena che il soggetto innamorato si era accuratamente preparato nella mente, una sorta di palcoscenico perfetto, la platea vuota, il teatro silenzioso, la sola destinataria del discorso pronta ad ascoltare, si scontra con la realtà: le luci non sono adatte.

Siamo nei primi venti minuti di Dreams, secondo volet della trilogia di Dag Johan Haugerud, film vincitore dell’Orso d’oro a Berlino l’anno scorso e al momento disponibile su Mubi. I sogni, i desideri d’amore della protagonista diciassettenne colonizzano di colpo ogni frangente del vissuto: l’insegnante Johanna diventa il pensiero fisso dell’allieva Johanne (le due protagoniste hanno quasi lo stesso nome, un dettaglio che sarebbe piaciuto a Jean Cocteau e che strizza l’occhio a una tradizione della passione omosessuale come attrazione per il proprio doppio); andare a scuola ogni giorno assume un senso rinnovato già soltanto per la possibilità di incrociarla pochi secondi in corridoio. Johanna è un’artista del lavoro a maglia, così Johanne si rimprovera di non esservisi mai dedicata abbastanza (qualcosa di molto simile si ritrovava nel romanzo lesbico È la storia di Sarah di Pauline Delabroy-Allard, di cui avevo scritto qui) e coglie l’occasione per cominciare a far visita all’insegnante un pomeriggio alla settimana. Tutto diventa per la ragazza un’esperienza esaltante, anche solo attraversare Oslo per andare a casa della donna, perché tutto ora è filtrato dai sensi: «è strano come la città cambi da un quartiere all’altro», riflette mentre cammina, come se a quell’esplorazione topografica facesse eco una scoperta del sé.

Sebbene Johanne riconosca il primo amore e sia consapevole del suo carattere indimenticabile, decide nondimeno di scriverne, perché col passare del tempo, si sa, «i ricordi cambiano»: la scrittura permette di conservare lo stato delle cose (o quasi). E tuttavia sempre si scrive per essere letti, a maggior ragione perché esprimere, raccontare il desiderio diventa qui una forma di consolazione: così la ragazza consegna il suo testo alla nonna poeta, la quale coinvolgerà poi la madre. «I sogni possono essere una cosa bellissima, finché non ci fai entrare qualcun altro dentro», commenta Johanne in fuori campo: finché non parli con nessuno, il desiderio è libero di vagare nel delirio più completo, nell’irrealtà che in fondo è la sua dimensione congeniale.

L’intervento delle due donne adulte nella vicenda è al contempo classico, imprevisto e semi-comico: divise fra la preoccupazione per lo stato emotivo della ragazza, l’entusiasmo per l’ardore che sta provando e quello per il suo talento narrativo, si ritrovano a riconsiderare anche le proprie vite. Verso il finale c’è una scena inedita rispetto al tradizionale racconto d’amore adolescenziale: il confronto con l’insegnante, davanti a due tazze di tè, non è sostenuto dalla ragazza, bensì dalla madre, il che scatena una conversazione surreale in cui Johanna passa dalla paura d’essere denunciata al ventilare l’ipotesi d’aver subito un abuso, mentre alla madre tocca il ruolo ingrato di chi imbraccia le armi per stanare un germe di passione inconfessata e forse inconfessabile. La verità, diceva Dürrenmatt, resiste soltanto se non la si tormenta.

Dreams è un piccolo trattato sul desiderio, girato con grazia e pensato con una forma di raffinata leggerezza, che tuttavia non toglie consistenza e serietà al tema. In un film continuamente, ostentatamente pieno di scale, dove il riferimento esplicito è alla biblica scala di Giacobbe che porta verso il cielo (cioè verso Dio, o verso quegli astri che generano etimologicamente il desiderio), sembra infine che sia proprio Johanne ad aver colto l’essenza delle cose: allo psicologo che le chiede «come pensa che sia l’amore», risponde «So come si sente l’amore, non come appare. Come appare non mi interessa molto».

 

Radio Days: Mirco Salvadori

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disegno di Andrea Pazienza

disegno di Andrea Pazienza

Il rischio di essere frainteso, ovvero: se oggi cantassi contro il potere senza usare nessuna parola del passato, saprei ancora farlo?

di

Mirco Salvadori

 

Esiste una scena, in un’Italia tutt’ora ancorata al termine indie o alternativo, che continua a presentarsi come avanguardia (?): “in prima fila”, con l’aria di chi porta in tasca l’arma decisiva. Ma l’oggetto offensivo, spesso, è un fischietto da arbitro. E lo stadio non è più lo stesso. La domanda, allora, non è provocatoria: è opportuna: Musica alternativa di sinistra in che senso? In senso storico, rituale, identitario? In senso estetico? In senso etico? O in quel senso più ambiguo, da manifesto appeso in camerino, che suona bene finché non lo si mette alla prova del presente? Perché il presente, e qui sta lo scarto, non è soltanto “un altro governo”, “un’altra fase”, “un’altra crisi”. È un’altra forma di mondo: piattaforme, algoritmi, logiche di visibilità, economie dell’attenzione, lavoro frantumato e senza fabbrica, comunità che si radunano e si dissolvono come stormi. Il sistema non è più un palazzo da assaltare: è una nebbia che si respira. E quando il conflitto cambia forma, anche le vecchie parole cambiano peso: certe parole diventano memorabilia.

 

In Italia la canzone “impegnata” ha avuto una funzione enorme: non solo per commentare la realtà, ma per insegnare a nominarla. A volte perfino a sostituirla: “noi” contro “loro”, il padrone, la divisa, il compagno, la piazza, la lotta. Una grammatica che ha avuto senso, e spesso coraggio, quando il conflitto era tangibile, quando si toccava: fabbriche, atenei, strade. E quando una canzone poteva davvero diventare una miccia comune, una cosa che si canta insieme per non sentirsi soli. (Non è un caso che la storiografia del “canto sociale” sottolinei proprio la funzione collettiva, identitaria, non riducibile al solo testo). Il problema non è il passato. Il problema è il passato usato come sostituto del presente. Oggi molta “musica alternativa di sinistra”, non tutta, ma molta, somiglia ad un rito: si ripetono gesti, simboli, parole d’ordine. Si evocano genealogie come santi nel calendario. “Resistenza”, “memoria”, “antifascismo” diventano talismani sonori, più che strumenti di lettura. Ci si aggrappa alla certezza emotiva del già detto: perché il già detto consola. Il nuovo, invece, chiede responsabilità. E così, mentre il mondo si sposta, una parte della scena resta ferma a presidiare un luogo che non è più il fronte: è la rievocazione storica del fronte.

C’è un’immagine che non smette di tornare: la canzone militante come folklore militante, “ruota movimentista di riserva”. Non perché sia falsa, ma perché è comoda. Il sistema che stupido non è, ha imparato ad usare anche l’opposizione come funzione decorativa: una valvola, un colore, un segmento di pubblico. Il caso più evidente, per dimensione e simbolo, è il grande rito televisivo e istituzionale del Primo Maggio: nato nel 1990 e legato ai sindacati confederali, è insieme celebrazione del lavoro e spettacolo, piazza e palinsesto, conflitto e format, un terribile ed inguardabile mix. Non è una condanna morale: è una diagnosi. Quando l’“antagonismo” entra in regia, diventa coreografia. Quando l’urlo ha i tempi televisivi, diventa ritornello. Qualcosa di simile è successo, da un’altra parte, nelle grandi feste politiche popolari: le Feste de l’Unità, con dibattiti, cucina, spettacoli e concerti dove per decenni la musica è stata collante comunitario, sì, ma anche infrastruttura di consenso, socialità organizzata. Anche qui: non si tratta di nostalgia o disprezzo. Si tratta di capire quando la musica smette di essere rischio e diventa arredo. E l’arredo non offende nessuno, non sposta nulla: conferma. Raduna chi è già d’accordo. Trasforma la “lotta” in un album di famiglia.

Un altro meccanismo è più sottile: la memoria come moneta emotiva. In Italia la costellazione resistenziale è diventata un repertorio infinito: canti, storie, anniversari, luoghi, nomi. È un patrimonio reale, spesso prezioso. Ma il patrimonio, quando entra nell’industria culturale o meglio: di intrattenimento (ringrazio il sempre presente Arlo Bigazzi per il suggerimento), tende a diventare format: ripetibile, esportabile, vendibile, spendibile come identità. “Bella ciao” è l’esempio perfetto di questa ambivalenza: canto simbolo della Liberazione e della Resistenza, con origini e stratificazioni complesse, è ormai anche un oggetto pop globale, ripreso, riusato, reimmaginato. Non è “colpa” della canzone: è la logica del tempo. Ma quando un simbolo diventa ubiquo, rischia di perdere attrito, di diventare etichetta. Una maglietta. Un coro automatico.

E qui nasce il paradosso: ci si sente “contro” mentre si sta dentro un ingranaggio che metabolizza ogni gesto e lo rimette sul mercato, in forma più innocua. La canzone come “arma” resta, ma spesso è un’arma scarica, buona per il museo.

C’è poi il terreno materiale, che di rado viene nominato con la stessa passione delle parole d’ordine: la filiera. Management, booking, bandi, fondazioni, sponsor, festival, rassegne comunali, circuiti “virtuosi”. Una parte della musica “impegnata” vive stabilmente in questa rete: non clandestina, non marginale, non “fuori dal sistema”, ma co-gestita dal sistema culturale.

 

Non è necessariamente un male: l’autonomia totale è un mito romantico (anche se esiste). Ma è un problema quando ci si racconta l’opposto, quando l’immaginario resta quello dell’assalto mentre la realtà è quella del capitolato. In certi testi e analisi sul rapporto tra musica e contratti discografici, torna proprio l’idea dell’autore ridotto a funzione amministrativa: “per brevità chiamato ‘artista’”. Se l’artista diventa una casella, anche la ribellione rischia di diventare una casella: una “linea editoriale”. E allora: contro chi si sta combattendo, esattamente, quando la macchina che ti ospita è la stessa macchina che ti distribuisce, ti promuove, ti monetizza? Molti repertori “rossi” italiani contemporanei, soprattutto nell’area folk-rock, nel cantautorato civile, nella canzone di memoria, hanno costruito lavori coerenti e spesso intensi: progetti sulla Resistenza, sulle stragi, sulle lotte operaie, sulle ferite del Novecento. Esistono gruppi che hanno fatto della memoria un percorso, non un accessorio, con dischi e iniziative radicate nei territori e nelle storie locali. Eppure, anche qui, scatta la trappola: quando la memoria diventa cartolina del conflitto, quando il passato viene “messo in scena” per evitare la domanda più crudele: che forma ha oggi l’oppressione? chi è oggi il padrone? dov’è oggi la fabbrica? Se la risposta resta quella del 1972, la canzone diventa un grammofono: bella, calda, ma fuori tempo. Una riga di De André corta e tagliente, sembra scritta per questi casi: “dai diamanti non nasce niente”. È un verso che invita a guardare la terra, non il luccichio. E oggi il luccichio non è solo il denaro: è la visibilità, la reputazione, la postura giusta. Il “posizionamento”.

 

      

C’è un equivoco che si trascina: pensare il potere come un volto, una divisa, un palazzo. Ma il potere contemporaneo spesso non si presenta: si integra. Non proibisce, suggerisce. Non censura, deprioritizza. Non ti arresta, ti rende irrilevante. Non spegne il microfono, ti lascia parlare in una stanza senza eco. Per questo gli schemi politicamente obsoleti, l’eroismo automatico, l’idea che basti nominare “il sistema” per essere contro, oggi producono un effetto quasi comico. Un tempo certe frasi erano pietre. Oggi, ripetute fuori contesto, diventano slogan vintage. E l’industria culturale li ama, questi slogan vintage: sono innocui, riconoscibili, vendibili. Funzionano come segnali di appartenenza: non cambiano il mondo, ma ordinano il pubblico. Il punto più delicato è questo: la sinistra, nella musica, spesso sopravvive come gesto morale più che come immaginazione politica. È una sinistra di buone intenzioni, di parole giuste, di indignazione “corretta”. Ma non sempre è capace di leggere i nuovi conflitti: il lavoro che non si vede, la solitudine di massa, la crisi climatica non come slogan ma come struttura, le migrazioni non come simbolo ma come destino, la guerra come economia, la tecnologia come governo. Il passato, invece, è leggibile: ha già un copione. E allora si recita.

 

Qui entra la tentazione più seducente: confondere la commozione con l’azione. Cantare insieme “una canzone giusta” dà un senso di comunità e quel senso è reale, quasi sacro. Ma può diventare anche un surrogato: ti fa sentire in marcia quando sei fermo. La musica, allora, non è più un’arma d’offesa: è un calmante sociale. Un modo elegante per non impazzire e anche questo è umano ma non necessariamente un modo per cambiare le cose.

Non si deve “abbandonare” la memoria, non usarla come scudo. Forse l’unica forma credibile di “musica alternativa di sinistra” oggi dovrebbe essere: meno scenografica e più artigiana, meno bandiera e più inchiesta emotivameno slogan e più linguaggio nuovo, meno liturgia e più rischio di essere fraintesi, meno comfort identitario e più attenzione a chi non è già dei tuoi. E soprattutto: smettere di immaginarsi “fuori dal mondo” per posa romantica. Perché “fuori dal mondo” non è un merito: è un fallimento di ascolto. Il mondo cambia anche senza di noi e spesso contro di noi e la musica, se vuole davvero essere politica, deve prima di tutto fare una cosa antica, umile, quasi contadina: stare all’orecchio del tempo, proprio come nel passato.

 

In fondo, la tradizione migliore, quella che vale davvero la pena salvare, non è la ripetizione dei simboli. È il coraggio di quando i simboli non esistevano ancora e qualcuno li inventò perché non bastavano le vecchie parole.

 

Ed ecco la domanda finale, più onesta della posa: se oggi cantassi contro il potere senza usare nessuna parola del passato, saprei ancora farlo?

 

 

PS: questa immagine è indicativa di quanto asserito: la copertina di un disco indimenticabile dato 1976; per dire. Non sono riuscito a trovare nulla di altrettanto significativo recentemente se non forse, il canto nel dialetto di frontiera degli esuli istriani, insediati nella periferia rurale slovena di Trieste, una lingua dura, tagliente e al tempo stesso avvolgente, che appartiene a chi ha conosciuto la fabbrica e il cantiere, le mani sporche e la schiena piegata, il turno che comanda la vita, le case basse e i cortili, il pane contato e la dignità ostinata, la fatica di arrivare a fine mese, la solidarietà tra vicini, il freddo delle periferie e il calore delle osterie, la strada prima delle parole.

 

                                                       Una bela casa.

Co te vedi una bela casa
Te vedi solo che una bela casa
E no te vedi altro che una bela casa

No te vedi i serbi
Che butava malta
A sei euro in nero
Chi che se fa un impero
Chi che riva più in alto
Ga sempre i pie pozai
Sule spale de un altro

E la xe l’ impirada
Dele robe bele
Che le par sempre bele
Co te le vedi lá
Cos’ che se scondi dentro
Se se scondi qualcosa
No te saverá mai

Toni Bruna – tratto da ‘Formigole’ album 2011

 

 

 

 

 

Primo capitolo del romanzo Chianafera (NN Edizioni, 2026)

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di Orazio Labbate

La fuga necessaria

Non conosco il moto. I miei muscoli sviluppano, da ormai decenni, la forza paziente della lenta pioggia. Non posso ancora incamminarmi, infuocato, sull’unico sentiero di arenaria, giallo sciatto e lordo, fuori di qui. È annerito dalla pioggia, compatto come spaghetti incollati da più sputazzate di bambini. Collosi e nodosi, piccolini, gli scaracchi.
Vedo, dassùtta, alcuni lampi, pochi altri subito dopo, gemelli insicuri, dentro le nuvole sconvolte, senza la madre a sistemarli. Nessuno può sapere della natura scombussolata di Dio.
I lampi sono cuori di polvere e di agavi abbrustolite, dentro la materia screpolata delle nuvole. Esse sono disposte come tumultuosi cancelli rossi nei campi del cielo, al di là della linea barcollante del mare fasullo che è l’atmosfera. Poi i lampi, nella mia stanza, penetrano e diventano ceneri sottratte al rogo dell’aria. Finiscono per aggirarsi nei miei occhi. Mi fanno vedere l’inflessibile paranoia della mia penombra. Oltre l’unica finestrella c’è l’immenso patrimonio del buio della campagna attorno a Riesi. Intravedo l’impassibilità paralitica degli uccelli notturni che rimangono mucciàti e impigliati, con la propria lingua, nei rami di carrubi scheggiati dalla rottura temporale di altri fulmini. Dio affretta i tempi e li affretterà, Signore dei tempi e delle occasioni, Messia per il quale il tempo preme e aggiunge una dimensione di urgenza anche agli uccelli e alla notte. L’ordine del tempo ne è rovesciato e mi interrogo per mezzo di presagi, i critici e i vastàsi dell’anima: ora che uscirò da qui, come entrerò nel disordine dell’oscurità degli uccelli? Finirò innanzi a un’antropomorfa bestia siciliana, ripiena di enigmi e di lingue accartocciate, pronta a interrompere il camminamento?
Qui, nella stanza, di ora, di prima?, ho trascorso un presente detemporalizzato, una catastrofe che si è ripetuta col male supèrchiu. Oltremisura è accaduto tutto nello stesso
tempo, come se tutte le cose fossero sigillate nell’ossario antico del mio santo.
Ho accettato lo strano sacramento della dimenticanza, catalogato il mio inconscio come fosse l’animale imbalsamato di un museo a cui è ancora, sempre, negato di accedere all’esistenza. Ho acquistato, infine, un’intelligenza tacita nei ragionamenti. La capacità silenziosa di apprezzare le metamorfosi perverse e sdìsuneste di volontà estranee alla mia. Sono parole impiccate o appese di sogni. Le ho viste e sentite pronunciare nel cuore fitùsu dei muri. Le udirò ancora nella bocca mortificata di bellezza, impastata di tranelli, quella di chi forse è solito affogarsi di rebus per mestiere? Perché chi fa parte di altri mondi più complessi– una nevrotica sfinge, una disarticolata bestia seduta di paese? – ci confonde attraverso le sue irresolutezze, sempre a partire dalle nostre. E noi gliele risolviamo, per poi scivolare, sicuru, negli altri livelli della nostra psiche, fino a uccidere il prodigio finale affinché ci liberi dagli annebbiamenti della nostra ragione mortificata.
Un giorno, una faccia di merlo, congestionata d’ira, faceva la conta simbolica sulle pareti. Con le vene lilla, simili a quelle sotto la lingua, componeva poi un màgnu pannello provvisto di una cassetta composta di cifre mobili e io giocavo, prudente, col suo meccanismo rotan­te. Sono penetrato nella malinconia dell’uccello quando sbagliavo la combinazione e non vedevo nessuna fenditura nel muro appena spariva nell’indescrivibile solitudine del capannone tenebroso che è il corridoio notturno del nosocomio.
È stata una vera indecenza la sfacciata fulmineità della scomparsa delle figure le quali, rettilesche, scivolose come sporgenze labiali, sono sprofondate nella sozzura delirante
della mia ragione.
Sono ancora affaticato dai discorsi di tutti quei reperimenti prodigiosi, dal loro silenzio mai assoluto, dall’inguaribile delirio mondano accaduto tra le pance reiette della mia psiche. Eppure, c’è lo stesso tenace lavorio mentale nelle costellazioni – impìstate da Dio per i più –, che solo dopo eoni vomitano, cerebrali e faticose, appena un loro elemento incongruo è rigettato sulla terra per farsi reale.
Che sia una stella, che sia una piccola peripezia notturna cancellata dall’improvviso illuminismo di Dio lungo il firmamento, non si mostra alcuna contenuta tenerezza nei
confronti della deflagrazione di una tristezza stomachevole nell’invisibile.
Capto proprio adesso degli smottamenti interiori, ma non per ulteriori metafisiche disumane da osservare, bensì a causa del mero benevolo statuto dell’ansia. Il mio spirito
non è più la rappresentazione geometrica di un enigma. È imbevuto dell’ordine fatidico di una mappa sconosciuta che mostra, però, il paese presso cui recarmi e quello da cui sto scappando irrisolto.
Getto una guardata.
La pioggia disorienta gli uomini con le sue forzose tempeste di robustezza eretica. Riesi, distante, sembra accudita dagli alberi circolari, a mo’ di una morta fresca di assassinio nel cofano splendente di un’auto. La pianura dentro cui è incassata, composta di spighe ritirate
e di rocce sbiadite (quelle sottoposte a vecchi incendi), ora riluce – di picca –, di grappoli di lampioni ingobbiti attorno alla robusta chiesa della Madonna della Catena.
È svuotata di reliquie, non si intravedono i fedeli. Ispessendo gli occhi, frettolose e fumose stelle ornano i tetti di una colonna di case incomplete, in cemento, come fossero sbilenche antenne. Ci vivono, sicuru, dentro, giacché le luminarie della festa patronale mariana non sono ancora state espulse, mentre fumi di zolfo fuoriescono dalle stesse fratturate dalla pioggia. Le miniere Trubia, unna sono, mi chiedo. Non ricordo. Non le vedo in piazza Garibaldi, in centro. Non le ho mai viste? Nessuna cattedrale metallica di zolfatara serpeggia nella notte a confondere il firmamento con chissà quale cometa stràmma prima
che essa capitomboli nella sua scomparsa per disgrazia atmosferica. Che siano state masticate a bocca aperta, le torri, vastase, delle miniere, dall’arsura di questa terra saturnina anche se fradicia? I paesani sono stati immersi nei sotterranei e i loro scheletri, in qualche misura integri, hanno fondato, venuti fuori precari di mente, il nosocomio, il loro?
L’aria è vuota e gelatinosa. L’orrore e le paure incontrollabili della vita sono onnipresenti nei posti in cui risultano ubique. La redenzione che aspetto con avidità, al di là della strada, è prossima. Pirchì?
Siamo mostri psichici che bramano con avidità la fuga, altresì, nella pericolosità eccentrica degli incubi. Le nostre conversazioni segrete, ogni profonda irritazione dolorosa, le malinconie incoscienti vengono fuori nelle ore notturne con un’agitazione confusa di parole. Ci sfondiamo l’anima e io conosco, da molto tempo, l’inframondo di questo divoramento.
Scavo preghiere nel costato svuotato di Dio e ho ascoltato i canti del tintinnio delle costole fra di esse e non c’è stata carne santa che ha potuto frenare la melodia a me piacevole. L’ho gustata dal burrone di vertigine della mia stanza, quella d’ora o quella dopo?, mentre pervertito dall’anima rompevo per poco i sigilli scandalosi della tensione psicologica. Ho bevuto acqua con pillole sotto i deboli lumi della luna della camera, d’ora o dopo, ho sentito l’oscillazione catastrofica dello scirocco, la tragica interruzione del sole prima di stutàrsi dentro di me, l’accorciamento dei tempi di Dio per lasciare spazio al sole della malattia invece. Il tempo è stato ricolmo di queste sacche illuminanti, di una sconvolgente letteratura delle macerie.
Quale sarà la tessitura del tempo nuovo, della sua sacca? So che questa fuga qualificherà la serietà del mio tempo successivo. L’ho ripetuto più volte nauseandomi, come se stessi andando in giostra dentro un ristretto loculo ospedaliero. Si è adagiato, il mio pensiero, nella paralisi fatale delle mie interiora animiche, è stato illuminato da una sorta di penosa luce d’emergenza come quella che usiamo allo stremo, rannicchiati, l’unica disponibile, per leggere i libri astrusi dai doppi sensi.
Ho tentato di raffigurarmi i posti di coloro che mi hanno abbandonato, ho allontanato in me i problemi della messa in immagine del divino. Sono rimasto defraudato del mio nome, da non conoscerlo.
Una bara, la mia Butera, l’unica, ritratta in una geometria imprevista che non vedo ancora bene, nel mio cuore doppio, che sto lasciando? Scacciato, da chi?
È un corpo in miniatura, un corpuscolo, il paesino dove sono nato. Sarà il doppio del mio corpo vivente, d’ora in avanti? Il rivestimento definitivo del mio vuoto, la cui proprietà essenziale è stata l’assenza.
Rinascono così gli uomini assurdi, indossando una bara, che è la città o meno, come se si vestisse, attorno all’involucro osseo del nostro corpo, un qualcosa di simile a una bandiera conquistata.


Orazio Labbate (1985) è nato e cresciuto a Butera, in Sicilia. Autore di romanzi e saggi, nel 2018 ha vinto il Premio Rocco Federico per la narrativa. Dal suo romanzo Lo Scuru è stato tratto il film omonimo. Dirige la collana “Interzona” di Polidoro e scrive come critico letterario per La Lettura.

Quel “mito genuino” cantato da Bruno Di Pietro

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Ἐλέα. Quando verrà il passato

di

Paolo Lago

In una delle sequenze iniziali di Medea (1970) di Pier Paolo Pasolini, il Centauro, una presenza mitica e contemporaneamente sacra, si rivolge a Giasone bambino con queste parole: “Tutto è santo, tutto è santo. Non c’è niente di naturale nella natura, ragazzo mio, tienitelo bene in mente. Quando la natura ti sembrerà naturale, tutto sarà finito e comincerà qualcos’altro”. Questa concezione della natura sacra e magica deriva a Pasolini dalle teorie di Eliade e Frazer, importanti fonti per la tessitura ‘antropologica’ del suo film, ma si potrebbero azzardare anche dei punti di contatto con la concezione del “mito genuino” che Furio Jesi deriva da un altro importante antropologo e studioso, Károly Kerény.

Se il “mito tecnicizzato” è il frutto della deformazione mostruosa del passato operata dagli apparati di potere, quello “genuino” può essere bene rappresentato anche dall’opera di artisti e poeti come, ad esempio, secondo Jesi, dalle DuineserElegiendi Rilke .

Bruno Di Pietro, nella sua recente raccolta poetica dal titolo Ἐλέα. Quando verrà il passato (LesFlaneurs Edizioni, 2024) rappresenta uno spazio naturale ‘non naturale’, un universo mitico scaturito appunto da un “mito genuino”. Il luogo dove sorgeva l’antica Elea si trasforma così in una spazialità mitica e assoluta, solcata da un Parmenide (filosofo noto per le sue teorie sull’Essere statico e immutabile) convertitosi alla teoria del divenire.
In un componimento dal sapore proemiale, riportato in caratteri corsivi, Di Pietro scrive infatti: “Parmenide convertito al divenire / è in buona salute. / Zenone si è offeso. / La bouganville è in rigoglio / il melograno è in fiore / ponente pettina il grano. / Nella piana di Elea / tutto è e sarà / come è sempre stato. (Io invecchio)” (p. 11).

Quella frase “tutto è e sarà come è sempre stato” si riferisce indubbiamente alla teoria parmenidea ma è come se racchiudesse in sé il segreto del “mito genuino”: quel passato non è passato, è ancora lì; la piana di Elea è ancora quella solcata da Parmenide e da Zenone.
Le parole poetiche dell’autore riescono, in una sorta di evocazione sacrale, a ricreare una spazialità mitica che non è cambiata, che è rimasta immutata nel tempo, luogo deputato all’“antica festa” come immaginata da Jesi. Quest’ultimo, infatti, individua nelle pagine di alcuni romanzi di Cesare Pavese un altro spazio mitico genuino, quello della campagna delle Langhe, un vero e proprio “luogo sacro” .

La piana di Elea è come la campagna pavesiana o il Friuli materno di Pasolini: uno spazio intatto, mitico, ove possono ripetersi in una sorta di estatica continuità i rituali di un passato che non si è mai spento.

Nella prima sezione della raccolta, intitolata Ἔως, cioè “aurora”, viene descritto un luogo ancora avvolto dalle ombre della notte, in cui ancora splende la lunae sono accese delle torce, in cui “danzano l’uno e i molti / intorno alla rotonda luna”, una danza scaturita dal pensiero filosofico parmenideo ma anche – pare – profondamente legata allo spirito arcano del luogo, a una dimensione di “antica festa” che mai si è offuscata (e, nel momento dell’aurora, sarà una ragazza a “improvvisare” “sulla spiaggia / una danza del senso”, p. 28).

Il pensiero filosofico, nei versi di Di Pietro, erompe potentemente come entità corporea e fisica che si manifesta negli elementi naturali-non naturali: la luna, i boschi, gli ulivi, il mare (che compare ad esempio in un efficace distico allitterante: “Solo il mare / rumoreggia”, p. 21) assieme a figure sacrali come le ninfe. L’“antica festa” si materializza così in un teatro mitico in cui protagonisti sono elementi naturali anch’essi mitici come quei “suoni di alberi / scossi dai vènti” (p. 22).

È un luogo ove giungono anche le antiche vestigia del passato, vestigia che ancora continuano a parlare riferendo i loro arcani messaggi, le loro antiche e quasi inenarrabili storie, come quei “cocci di argilla” che il poeta ci dipinge come recanti “tracce di una lingua arcana” che “dicono di un’isola / dalle spiagge rosa” (p. 24): immagini frammentarie di un mitico mondo antico che ci può far pensare ai frammenti narrativi messi in scena da Federico Fellini nel suo Satyricon (1969), storie interrotte, spazi esotici e magici, anch’essi inesorabilmente appartenenti ad un “mito genuino” che non smette di sopravvivere nelle parole dei poeti.

Ma quella parola foriera di storie, nella dimensione della festa, può perdersi e frammentarsi ulteriormente in pura ed arcana sonorità: “Suoni e riti e miti / riportano i vènti / meridionali. Dall’orizzonte / è scomparsa la parola” (p. 26). Quel vento che elimina la parola, il vento mitico del ricordo e del passato, felliniano ma anche montaliano, è una voce che sembra erompere, ancora una volta, da una dimensione mitica pura. Perché, come ricorda il poeta, “c’è più mistero nel creato / che nel creatore”, p. 30).

Nella seconda parte della raccolta, intitolata Κρόνος, cioè “tempo”, lo spazio del mito è inquadrato dallo sguardo di Parmenide, ormai anziano, ormai preda dello scorrere del tempo (“Ho incontrato da vecchio / il tempo. / E mi umilia”, p. 38).

Se lo spazio appare incastonato in un’assolutezza dai contorni sacrali, fermo nella sua appartenenza all’“antica festa”, la figura di Parmenide è caratterizzata da un corpo mortale, un corpo preda della malattia che contempla quella stessa assolutezza (“Quanta eternità mi circonda! / E non mi appartiene”, p. 42): forse anche il mito, allora, può appartenere al tempo e al suo movimento, alla trasformazione incessante che investe la realtà. Ma, nonostante questa trasformazione, esso rimane costantemente “genuino”, nell’accezione data da Jesi: ed è grazie allo sguardo del personaggio Parmenide ma, soprattutto, grazie allo sguardo del poeta che si conserva questa caratteristica, se così si può dire, di ‘genuinità’.

Lo sguardo di Parmenide è ‘mitizzante’ perché appartiene ad un sapiente, a un filosofo che in nessun modo può osservare ciò che lo circonda in modo banale e scontato: “Di bellezza vera mi appare / lo sguardo paziente / dei muli al frantoio, / la sapienza della chiocciola / che nel guscio sverna. / Di bellezza vera / forse eterna” (componimento n. 8, parte seconda, p. 44). Parmenide è il sapiente che veglia la notte per aumentare la sua sapienza, vorrebbe capire più a fondo ciò che è scritto nel mondo e negli astri, ma ormai il tempo e la malattia lo aggrediscono: “Vegliato notti intere. / Interrogati gli astri / per carpirne le leggi, / so che Vespero e Lucifero / sono la stessa stella” (p. 47).

La figura del filosofo ci potrebbe far venire in mente – l’inconsueto paragone non mi sembra azzardato – il Filemazio, “protomedico, matematico, astronomo, forse saggio”, protagonista della canzone Bisanzio, dall’album Metropolis (1981) di Francesco Guccini, che, ormai vecchio e malato, si trova di fronte a un mondo che non riesce più a comprendere: “Anche questa sera / la luna è sorta affogata in un colore / troppo rosso e vago. / Vespero non si vede, / si è offuscata / la punta dello stilo / si è spezzata. / Che oroscopo puoi trarre questa sera, mago?” .

Se, come è stato notato, la figura di Filemazio può essere stata ispirata a Guccini dal personaggio di Tiresia presente ne La Terra desolata di Thomas Stearns Eliot , è doveroso ricordare che Eliot è anche uno dei poeti preferiti di Bruno Di Pietro, considerato un vero e proprio “testo sacro”, secondo quanto egli stesso afferma in un’intervista rilasciata a Michele Paoletti e uscita su “Laboratori Poesia” l’8 febbraio 2019. Ma se il Filemazio di Guccini appare immerso nella storia in quanto non riesce più a comprendere i cambiamenti storici e sociali che stanno avvenendo a Bisanzio, il Parmenide di Di Pietro riesce pur sempre a decifrare lo spazio che lo circonda e a carpirne la bellezza, una bellezza che appartiene indubitabilmente ad un ambiente sacro, abitato dagli dei: “Il sale impregna la gola / la parola non ha suono. Respiro la bellezza del mondo” (p. 51).

La terza e ultima parte, intitolata φύσις, cioè “natura”, si configura come un canto alla natura in tutta la sua sacralità, una natura scaturita dall’immaginario di un uomo antico appartenente al mondo antico, sulla quale si posa una “luce greca” e ove soffiano “venti orientali”, mentre ancora presente appaiono la luna e le stelle, in notti attraversate dalle lucciole, albe e ore meridiane (rinfrescate da ombrosi faggi) che si aprono su baie solcate da placide imbarcazioni, leggere sul mare come lo scorrere del tempo.

La raccolta di Di Pietro, impreziosita da sapienti tonalità ritmiche e musicali frante in assonanze, allitterazioni e rime al mezzo, si conclude con un componimento intitolato Incipit in modo ossimorico, ma qui lo sguardo pare affidato al ricordo di un tempo dell’infanzia capace, forse, di stendere un nuovo orizzonte mitico: “Allora noi bambini / si andava per canneti / a fare capanne improvvisate / e cerbottane / mangiavamo la sorba spontanea / e una radice dal sapore di liquirizia”(p. 77).

Lo spazio circostante torna ad essere inquadrato in una dimensione mitica da uno sguardo che si volge all’infanzia come lo sguardo “fanciullino” pascoliano o il ricordo del passato messo in atto da Pavese. Anche uno spazio connotato dal continuo divenire e da una continua trasformazione, grazie soprattutto allo sguardo del poeta, rimane incastonato in una dimensione mitica “genuina”. Infatti, dopo aver letto l’intera raccolta ci rendiamo conto che la sapiente parola poetica di Ἐλέα riesce meravigliosamente a rendere mitico e sacro uno spazio naturale consegnandolo all’eternità.

[Paolo Lago è dottore di ricerca in Letterature e Scienze della Letteratura e in Scienze linguistiche, filologiche e letterarie. Si occupa soprattutto di ricezione dell’antico, estetica del romanzo, critica tematica nella letteratura e nel cinema. È redattore della rivista “Carmilla online” e collabora con altre riviste. Fra le sue monografie: L’ombra corsara di Menippo. La linea culturale menippea, fra letteratura e cinema, da Pasolini a Arbasino e Fellini (Le Monnier, 2007); La nave, lo spazio e l’Altro. L’eterotopia della nave nella letteratura e nel cinema (Mimesis, 2016); Lo spazio e il deserto nel cinema di Pasolini. “Edipo re”, “Teorema”, “Porcile”, “Medea”(Mimesis, 2020); La natura ostile. Visioni e prospettive nella narrativa contemporanea (Terracqua, 2023).]