A proposito di un vecchio romanzo giallo

di Franz Krauspenhaar

duerrenmatt.jpgCi sono libri che non si possono non leggere, a mio parere. Per carità: esistono libri capitali, come Il Capitale, guarda caso, che andrebbero letti senz’altro. Io non l’ho fatto e forse ho fatto male, magari sarei diventato comunista. Ho fatto comunque sicuramente benissimo a leggere per la prima volta parecchi anni fa “La promessa” di Friedrich Duerrenmatt. Definito da più parti un “antiromanzo giallo”. Definito dall’autore stesso, nel sottotitolo, “Requiem per un romanzo giallo”. Nel quale romanzo-requiem del grande svizzero (autore definito dal critico tedesco Reich-Ranicki “la nostra coscienza, una coscienza che non ci lascia mai in pace”) le consuete regole del genere vengono distorte senza però stravolgere o soppiantare lo stesso genere, che in effetti ha continuato a prosperare fino ad oggi con –artisticamente parlando – alterne fortune.

La promessa è un giallo perché vi sono gli ingredienti indispensabili per un simile piatto di portata, compresa la svelazione dell’assassino; ma allo stesso tempo è un romanzo mainstream che segue il corso strambo, caotico e a volte perverso della vita; è imprevedibile, beffardo, grottesco, contraddittorio, disonesto. E’ follemente umano.

Il giallo canonico è grosso modo onesto: attraverso il ragionamento l’investigatore arriva alla soluzione tacitamente richiesta dal tacito lettore. Il tacito patto tra i due ipocriti baudelairiani (l’autore e il lettore) viene onestamente rispettato. Poirot è onesto nel suo trafficare, Maigret è onesto nel senso borghese del termine e onestamente arriva alla conclusione dei suoi casi umani. Certo Maigret usa la logica, ma da questa non si fa fuorviare, diciamo così: perché per il celeberrimo commissario residente a Parigi in Boulevard Richard Lenoir è più che altro il fiuto, l’osservazione psicologica ciò che lo guida e lo sospinge e lo arma. I Maigret sono romanzi psicologici, anzi dei veri e propri psicodrammi gialli.

Ma La promessa che libro è? Abbiamo un abominevole assassinio, quello di una bambina. E un commissario svizzero di nome Matthaei, noto per essere un investigatore seminfallibile, che davanti a quel caso praticamente archiviato decide di decollare fin verso –quasi- la follia pur di risolverlo, costi quel che costi: e il prezzo da pagare è, in ultima analisi, se stesso. L’ostinazione di quest’uomo – che continua ad indagare a modo suo anche dopo essersi ritirato dalla polizia, cioè attendendo e attendendo e attendendo – è qualcosa che lo apparenta alle granitiche montagne alpine di quei posti a noi così vicini ma anche così lontani. E’ qualcosa, quest’ostinazione, che trascende l’umano. Il personaggio Matthaei è l’uomo che non si arrende davanti a nulla, nemmeno davanti al nulla; è una specie di superuomo trasandato e ridotto progressivamente a straccio, a parvenza di se stesso, che nonostante tutto persegue il dettato della risoluzione del caso soprattutto perché ha promesso ai genitori della bambina di trovare l’assassino. Matthaei è un uomo antico, forse ottocentesco, che crede ancora che certe promesse vadano mantenute. E’ il moralista nel quale Duerrenmatt ha potuto probabilmente identificarsi. E per mantenere la promessa che dà il titolo al libro Matthaei non si muove, resta fermo dov’è, in attesa, diventando una montagna umana disincantata ma appunto inamovibile. Il caso non è più tale, il caso è finito tra le braccia stellari della legge del caso. L’uomo di legge e d’ordine ormai dimissionato diventa una specie di angelo dalla barba incolta, un essere più metafisico che fisico che tra i dirupi e le tortuose strade della Svizzera profonda, tra ombre inesorabili e improvvisi scoppi di sole in cieli lividamente azzurri, attende con mostruosa pazienza che il pesce assassino abbocchi al suo volonteroso amo d’acciaio.

Pescatore di torti per destino, Matthaei va contro se stesso, contro la logica, contro gli elementi non solo del giallo letterario ma anche del giallo reale, vale a dire del giallo a tinte più che altro nere che giornalmente si consuma nelle case e nelle strade e in innumerevoli commissariati, in tutto il mondo reale.

Dunque La promessa è un libro che tuttora svetta, credo, su tutti quelli denominati di genere proprio perché è un geniale libro killer, è l’assassino perfetto del genere in forma di libro: uccide il giallo, uccide il genere, dà altissima dignità letteraria, finalmente e una volta per tutte, a certe storie che hanno nel crimine il proprio indispensabile centro di gravità.

La promessa è uno spartiacque: dopo quel libro così smilzo e così splendidamente secco nel suo fraseggiare (pubblicato per la prima volta nel 1958 dalla zurighese Diogenes Verlag) il giallo non è stato più lo stesso. E anche la letteratura nel suo complesso.

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