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Versi liberi

di Daniele Ventre

Mi spiace se si è usciti fuori tempo
e non si può piacere a lor signori,
fosse anche solo per vizio di forma.

Fatto sta che la storia si deforma
finita per suo vano contrattempo
senza che si disturbino i signori.

Ma fra avveduti non pare s’ignori
quanto di controcanto prenda forma
in segno che perverso cada a tempo

nel tempo dei signori senza forma

* * *

1.

E penserai di calcolarti il giorno
del quando del perché fra senso e segno,
se l’orizzonte ne rispecchi traccia
da chiederne ragione a qualche stella,
né pensi che a turbarti ordine e campo
basta appena un errore di pianeta.

Eppure ancora interroghi il pianeta
che ti si quadra al termine del giorno,
quasi che sorte t’abbandoni il campo
e non ti marchi in via con ruga o segno,
quasi che basti la tua buona stella
a consegnarti alla tua giusta traccia.

Ma di futuro non si scorge traccia
da interrogarne cerchio di pianeta
per meridiano o per virtù di stella,
per notte senza luna o chiaro giorno,
sperando che l’età non lasci segno
o la tua fibra stanca tenga campo.

Magari indagherai per casa e campo
cercando di ragioni alcuna traccia
per quel che indicherà coluro o segno,
per ruota d’astri o corso di pianeta,
di che ti serbi con l’aurora il giorno
levatosi domani alla tua stella.

O chiederai la rotta a qualche stella
che d’alba o di tramonto occupi il campo,
così che ti palesi aperto il giorno
che mostri d’un destino ombra di traccia
seguendo il luccichio di quel pianeta
che tiene obliqua via di segno in segno.

Non fosse che fin troppo ostico è il segno
che per ambigua via mendace stella
cerchia d’errori in gorgo di pianeta,
così che non vedrai per casa o campo,
per orma vaga o per sicura traccia,
quale fortuna t’ha covato il giorno

Che ti sia franco il giorno o ferreo il segno,
non ne sai traccia per brillio di stella
che tenga campo in corso di pianeta.

2.

Eppure vedi bene che alla donna
certi avvocati fanno poco all’uso,
che troppe volte mutano di legge,
quando di casa se ne vanno in piazza,
ma se gonna talvolta fa loro ombra,
eccoli pronti con la prima pietra.

Sempre negli atti qualche bella pietra,
dove troppo oltre il segno parli donna
che non sia prona a rimanersi in ombra,
al consueto censore viene all’uso,
o che si levi qualche rogo in piazza,
o si ritorni al libro della legge.

Per breve norma non si muta legge
dove rimanga fermo nella pietra
quel che fra quattro mura o messo in piazza
si ascriva per confine e segno a donna,
purché tranquilla si contenti all’uso
che dei corpi si fa tra il letto e l’ombra.

Così non poco ci rimane in ombra
di quanto occulta formula di legge
sotto la forma pronta dell’abuso
che per lama sottile o grezza pietra
macchia le vite con sangue di donna
per piaga di delitto o forca in piazza.

Non vale verso declamato in piazza
dove suoni percossa in cerchio d’ombra,
perché tu stesso intendi che alla donna
non vale vana formula di legge
dove regna di fatto o sferza o pietra
che al boia col suo dio sia presti all’uso.

Dunque riponi il formulario all’uso
di cui fai troppa mostra in aula e in piazza,
ma sotto il manto hai già la vecchia pietra
che per dolore e infamia opprima d’ombra,
per il secondo tomo della legge,
voce discorde o libertà di donna.

Certo in bocca hai la donna e in cuore abuso
e la tua vana legge ostenti in piazza
ma nell’ombra non sei che vento e pietra.

3.

Era solo una posa -eco dell’eco
-e preso a lavorare -sempre loro
prendono a lavorare -c’era solo
la posa del caffè -la brutta cera
e lo spot dei blue-jeans -quelli del vate
fra carriera e carrera -era una posa:

era soltanto un’eco nella posa
-la posa della pietra dove l’eco
risuona ancora alla posa del vate
con la solita idea di similoro
-con quella posa da statua di cera
ma io non posso dirlo -sono solo:

ma io non posso dirlo -sono solo
un piccolo-borghese -ho la mia posa
e dopotutto ho anch’io una brutta cera
e preso a lavorare -e sento l’eco
del laborinto -non ci trovo l’oro
e non ho certo autorità di vate.

Eppure incontra adesso fare il vate
magari poi se ci rimani solo
-a salvarti la posa sono loro
prendono a lavorare -con la posa
ti mettono al museo con tutta l’eco
di sdrucciolii che s’è data la cera.

E però non lo so con questa cera
con questo sangue versato da vate
con questa strana tessitura d’eco
mi sa che pure io rimarrò solo
con la mia poco dignitosa posa-
anch’io la medaglietta in similoro.

O forse ancora lo diranno loro
-o forse la litura sulla cera
-o forse ancora serberò la posa
-la posa del caffè che ho offerto al vate
che l’uno e l’altro sarà poi da solo
a far quadrare a vuoto eco per eco

-che poi nel vuoto ci si posa l’eco
-si posano i blue-jeans -lo sanno loro
che ti prendono a vendere- e c’è solo
sole di carta sul museo di cera
con la faccetta del poeta vate
faccetta vera con la bella posa.

E poi nel vuoto l’eco fa la posa
del pavone e così la piuma d’eco
per scrivere di vento ce l’ha il vate
-ma il vate poi te l’hanno fatto loro
con maschera mortuaria impressa a cera
e tu col mausoleo sei solo a solo.

Sarà che ormai sono rimasto solo
ma un tempo non tremava la mia posa
da canzonetta che ricalco a cera:
tanto ne prendo con la trama l’eco
per la bigiotteria di similoro
che si ricalca con posa di vate.

Intanto uno lo prende in giro il vate
che nel frattempo se ne resta solo
perché la giostra se la fanno loro
tutti impettiti con la bella posa
di chi cammina fra le vòlte e l’eco
con le pattine -che han dato la cera.

Ma nel frattempo la mia brutta cera
peggiora sempre con faccia di vate
perché le mie parole non hanno eco
e in casa mia me ne rimango solo
perché la poesia con la sua posa
l’hanno già presa a lavorare loro.

E non volevo poi trovarci l’oro
a scrivere su tavole di cera
quello che poi con atteggiata posa
si detta in manicomio un pazzo vate
che gli hanno perso i versi e resta solo
a parlare con sé fra l’eco e l’eco.

Ma poi dell’eco lo sapranno loro
che in fondo è solo un tratto sulla cera
-che farsi vate è solo più una posa.

4.

A volte non comprendo questo metro
ontoso degli amici di una volta
che tanto se la prendono per versi
buttati giù per ammazzare il tempo
o per tenersi in esercizio e in gioco,
quasi che tutto poi ritorni colpa.

Davvero non mi sembra sia gran colpa
il cucire due sillabe in un metro
quale che sia pigliandosela a gioco
e poi lo si dirà per una volta
che se uno vuol perderci il suo tempo,
il peggio non sarà perderlo in versi.

Ma perché tanta collera si versi
quasi feriti da crudele colpa
così da avvelenarsi il poco tempo
che ci defrauda al ripetuto metro,
io non riesco a intenderlo stavolta
o a che ci serva questo amaro gioco.

Ed è perciò che me ne prendo gioco
rispondendo ai rimproveri per versi
e lo si capirà una buona volta
che ad ammazzare il tempo non c’è colpa
o a litaniare scherzi in vecchio metro
fin tanto che non ci ha ammazzato il tempo.

Pazienza, non vorrò molto altro tempo
da rispondere qui nel vano gioco
a una lite non mia con lieve metro,
per quanto fiele la memoria versi
e per rancore che richiami in colpa
i compagni di birra di una volta.

Ma ci si calmerà una buona volta
e impiegheremo in altro modo il tempo
senza sentirci addosso ombra di colpa
col mutare il balocco al tetro gioco
di rinserrare la stanchezza in versi
usando o forse no d’un certo metro.

Che si gradisca il metro o che stavolta
in fiele si riversi il fosco tempo
il triste gioco sarà vostra colpa

* * *

Via via via via via via via via via via
via mo’ via mo’ via mo’ via mo’ via mostra
via mostra mostra ordina ria mente

via ria via ria via ria via ria via mente
via aria via via aria via aria via
via aria via via mostra aviaria mostra

via via via via viva chi via vi mostra
via chi si mostra via aria chi mente
via mo’ che vi amo via aria mo’ via

vi amo vi amo straordinariamente

6 Commenti

  1. una piccola, sommessa ‘cantata’, di affettuosa ironia di fondo,di contro risposta alla vuota, ripetitivamente vuota, intellettual iattanza…

  2. sappia, comunque, che il museo virtuale
    le porte sbarrerà se chiede asilo
    lei tiri dritto e se ne faccia vanto

    lc

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daniele ventre
Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).