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Les nouveaux réalistes: Alberto Bile

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Smarrirsi: quando lo smartphone sostituisce il destino

di

Alberto Bile

 

«Sono scappato a Honk Kong col primo idrovolante su cui son riuscito a salire, alle 3.45, e mi son messo a letto coprendomi bene per non farmi assaltare dai fantasmi, con una domanda in testa a cui non riesco a trovare risposta: che cos’è una città? Le case? La luce? I cammini che ci si sono fatti come le linee del destino sul palmo di una mano? O la memoria che si ha delle emozioni che ci si sono avute? Forse le fantasie che il solo nome suscita ancor prima di esserci stati? […] E tu dove hai la tua stella? In quale memoria trovi il tuo orientamento? Dove la tua sicurezza? A quale immagine di città ricorri quando vuoi sapere chi sei? Quando vuoi trovare la forza di sentirti diversa dal montare della marea altrui?». Così Tiziano Terzani in una lettera alla figlia (Un’idea di destino, Longanesi, 2014). Ora, nei nostri viaggi, sul palmo della mano più che il destino abbiamo uno smartphone, un telefono intelligente. L’immagine della città in esso contenuta stenta tuttavia a dirci chi siamo, e la marea altrui ci travolge altissima. Finiamo anzi per farne parte.

Il problema non sono cellulari e app di per sé, ci mancherebbe. Chi scrive ne ha fatto e fa uso in diverse fasi del viaggio. Il problema è che possono prendere il sopravvento e l’iperconnessione può snaturare il senso del partire. Non siamo educati alla tecnologia e non ne capiamo i rischi: cosa guadagniamo e cosa perdiamo. Non c’è un foglio illustrativo che menzioni tempo sprecato e solitudine, e che ci parli del senso di vuoto di arrivi in hotel con connessione immediata al wi-fi, invece di posare le valigie, affacciarci alla finestra e andare. Fotografiamo il mare in tempesta prima di farne parte. Accogliamo esultanti ogni nuova connessione, ma è comunque su un piccolo schermo, magari acceso di notte: illumina gli sguardi spiritati di ragazzi nei letti a castello, in un ostello che ha gli spazi comuni semivuoti, birre che meriterebbero di essere stappate, amache da dondolare e linguaggi da esplorare.

Nell’ultimo “Album Viaggi” de «la Repubblica», nell’articolo Nessuna mappa né conoscenza, l’app ci guiderà, Marino Niola scrive: «Ormai non servono più né cartine né senso dell’orientamento, né esperienza né conoscenza, né organizzazione né preparazione». Non servono a cosa? Occorre metterci d’accordo sull’obiettivo del viaggio: se è muovere il nostro corpo in luogo altro, allora è vero, non servono a niente. Se invece è conoscere e rigenerarci, tutto ciò è ancora indispensabile. Altrimenti il viaggio diventa una specie di “Pokemon Go”, una realtà virtuale aumentata, dove inseguiamo, acchiappiamo e passiamo oltre. Una processione di gente accartocciata su uno smartphone e non un cammino che drizza la schiena, alza le antenne e spalanca gli occhi e le narici.

La pallina che si muove su una mappa disseminata di stelle sarà anche a volte utilissima, ma il rischio è di essere solo pedoni su una scacchiera di percorsi consigliati. È l’emozione della scoperta a venir meno, se non in forma di imitazione e di sentire obbligato: possiamo arrivare più velocemente possibile alla stella (ma può mai essere lei quella cercata da Terzani?), inanellare una dopo l’altra le giostre della città luna park, possiamo farlo, certo, ma possiamo anche spegnere il cellulare, chiedere indicazioni in un negozio di alimentari, restare a parlare due ore di musica, uscire con una busta di caffè verde che non ci serve a niente. Possiamo, come invoca Claudio Magris ne L’infinito viaggiare (Mondadori, 2017), «viaggiare non per arrivare ma per viaggiare, per arrivare più tardi possibile, per non arrivare possibilmente mai».

Non consumare, ma immaginare e poi interpretare un luogo. Attendere, fantasticare. Masticare entusiasmo e timore. E, una volta arrivati, perché no, annoiarci pure. «Benevola noia, protettrice insignificanza», per dirla sempre con Magris. Foriera di intuizioni e incontri risolutivi. Starcene a guardare, sentire di perdere il tempo. Invece di riempire il vuoto fissando lo schermo tentatore, passare dalla sospensione all’azione, dal silenzio alla conversazione inattesa con i compagni di viaggio. Alzarci di scatto e fare una scelta indimenticabile. Trovarci a giocare a calcio in piazza con bambini colombiani, e segnare tre gol. Scoprire la musica portoghese da un vecchio juke-box. Fingere di essere assistenti di Tony Renis per poter entrare negli studios di Abbey Road (ma questa è un’altra storia).

Un luogo è molto più di un safari. È molto più di tre o quattro stelline di valutazione o di un hashtag. Persi tra reporter e blogger che dei loro viaggi sanno raccontarci solo un selfie e un sorriso smagliante (centinaia di like, consenso facile, un enorme “embè?” a spazzarli via) dimentichiamo di essere un paese di grandi raccontatori. Così Renzo Biasion in Sagapò (Einaudi, 2014): «Sulla passeggiata, nella parte della città rimasta intatta, tutto era come prima. Le donne camminavano allacciate ai loro amanti, reclinando la testa sulla loro spalla. Bambini, ignari, giocavano. Un vecchio seduto su una panchina fumava lento, assaporando con delizia ogni boccata di fumo. Le donne erano tanto belle, pulite, coi capelli lucidi, lunghi, abbandonati sulle spalle». Che cosa c’è in una passeggiata! Capiamo ancora che i bambini sono “ignari”, sentiamo anche noi la delizia del fumo lento? Cerchiamo donne belle solo in foto.

Niola saluta l’arrivo delle app che ci permettono «di cercare anime sorelle, desiderose di condividere la nostra erranza». Ma allora cosa rimane dell’erranza? Cos’ho in comune con queste anime sorelle, se non una certa ansia? Intento come sono a cercarle con un dito sullo schermo, a scorrere il catalogo delle autorappresentazioni, non troverò nessun’anima sorella, né alimenterò la mia con conversazioni da treno, ricordi d’infanzia e sogni.

Infine, propone Niola, «se poi sentiamo la mancanza delle persone che fanno parte del nostro quotidiano materiale e virtuale, c’è la possibilità di ricevere un alert […] che ci avverte se un conoscente, un amico o un nostro contatto è in giro negli stessi giorni e dalle stesse parti». Per amor di Dio! Non è meglio dimenticare per un po’ il nostro quotidiano (materiale e ancor di più virtuale), senza esserne prigionieri? Possiamo cambiare identità, in viaggio: ci rendiamo conto? Possiamo fingerci dj, scrittori maledetti. Possiamo tuffarci nel nuovo, e tornare un po’ nuovi anche noi, nel quotidiano.

L’anno scorso a Parc Guell, circondato da schiavi del selfie che non guardavano dov’erano, da allucinanti pose da sfilata di moda, osservavo un agente della Security con l’impossibile speranza di un suo intervento, un sequestro di cellulari. L’applicazione di un decreto legge che fissa un tetto alle foto, che proibisce quelle con autori inclusi. In un futuro ipotetico di selfie vietati, vuoi vedere che molti non troverebbero più ragioni per viaggiare? In quanti accetterebbero di confrontarsi con genti nuove, invece di condividere affannosamente con la nebulosa virtuale di conoscenze vecchie?

E invece siamo pronipoti di “Capitan Video”, il crocerista maniaco della telecamera ritratto nel 1997 da David Foster Wallace in Una cosa divertente che non farò mai più (Minimum Fax, 2010): «La registrazione magnetica dell’esperienza in crociera extralusso di Capitan Video deve essere una di quelle cose noiosissime alla Andy Warhol, di lunghezza esattamente pari alla crociera […] La gente mostra una tolleranza sorprendente verso Capitan Video, almeno fino alla terzultima sera, durante la Scorpacciata Caraibica di Mezzanotte in piscina, quando fa irruzione nel trenino conga e cerca di cambiarne la direzione in modo da riprenderlo al meglio; e a quel punto c’è una specie di incruenta ma irritata sommossa contro Capitan Video, che mostra uno sguardo offeso per il resto della crociera, mentre riordina e cataloga i suoi nastri».

La rivolta ha avuto vita breve. Adesso, tra tanti “Capitan App”, il trenino conga stenta a partire, e se parte è irriconoscibile: tutti sembrano più intenti a riprenderlo e a dargli un voto che a divertirsi. E poi è un trenino già ampiamente previsto, se ne conoscono i componenti da settimane. Non vale quanto quello dell’altra nave da crociera, il viaggio altrui che scorre sullo schermo.

E ci smarriamo smarriti, tra la gente che non sa smarrirsi.

 

After Lorca, di Jack Spicer – una prima traduzione italiana

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Caro Lorca,

Vorrei poter fare poesie di oggetti reali. Che il limone fosse un limone che il lettore possa aprire o spremere o assaggiare – un limone reale, come un giornale in un collage è un giornale reale. Vorrei che la luna nelle mie poesie fosse una luna reale, che all’improvviso possa essere coperta da una nuvola che non ha niente a che fare con la poesia – una luna completamente indipendente dalle immagini. L’immaginazione dipinge il reale. Mi piacerebbe indicare il reale, rivelarlo, per fare una poesia che non abbia suoni al suo interno se non l’indicare di un dito.

Abbiamo entrambi provato ad essere indipendenti dalle immagini (tu sin dall’inizio e io solo quando sono diventato abbastanza vecchio da stancarmi di provare a far sì che le cose si connettano), a rendere le cose visibili piuttosto che a farne delle immagini (phantasia non imaginari). Com’è facile, in una rimuginazione erotica o nella più vera immaginazione onirica, inventare un bel ragazzo. Com’è difficile prendere un ragazzo in un costume da bagno blu, visto non meno casualmente di un albero, e renderlo visibile in una poesia tanto quanto un albero è visibile, non come un’immagine o un dipinto ma come qualcosa di vivo – catturato per sempre nella struttura delle parole. Lune vive, limoni vivi, ragazzi vivi in costume da bagno. La poesia è un collage di reale.

Ma le cose decadono, ribatte la ragione. Le cose reali diventano spazzatura. Il pezzo di limone laccato sulla tela comincia a sviluppare muffa, il giornale racconta di fatti incredibilmente antichi in uno slang dimenticato, il ragazzo diventa un nonno. Sì. Ma la spazzatura del reale continua a penetrare il mondo attuale, rendendo i suoi oggetti, a sua volta, visibili – il limone chiama il limone, il giornale il giornale, il ragazzo il ragazzo. Ciò che decade riporta il proprio equivalente all’essere.

Le cose non si connettono; corrispondono. È questo che rende possibile ad un poeta di trasportare oggetti reali, di portarli attraverso il linguaggio con la stessa facilità con cui li può portare attraverso il tempo. Quell’albero che avete visto in Spagna è un albero che non avrei mai potuto vedere in California, questo limone ha un odore diverso e un diverso sapore, MA la risposta è questa – ogni posto e ogni tempo ha un oggetto reale per corrispondere al vostro oggetto reale – quel limone può diventare questo limone, o può persino diventare questo pezzo d’alga, o questo particolare tono di grigio in questo oceano. Uno non deve immaginare quel limone; deve scoprirlo.

Perfino queste lettere. Esse corrispondono a qualcosa (non so cosa) che avete scritto (forse così poco chiaramente quanto quel limone corrisponde a questo pezzo d’alga) e, a sua volta, qualche futuro poeta scriverà qualcosa che corrisponde ad esse. Questo è il modo in cui noi morti ci scriviamo l’un l’altro.

Con affetto,

Jack

 

 

*

 

 

Narciso

Una Traduzione per Richard Rummonds

 

Bambino,
Come continui a cadere nei fiumi.

Sul fondo c’è una rosa
E nella rosa c’è un altro fiume.

Guarda quell’uccello. Guarda,
Quel giallo uccello.

I miei occhi sono caduti
Nell’acqua.

Mio dio,
Come stanno colando! Ragazzo!

– E io stesso sono nella rosa.

Quando ero perso nell’acqua
Capii ma non ti dirò niente.

 

 

*

 

 

La Ballata della Fuga

 

Una Traduzione per Nat Harden

 

Tante volte mi sono perso lungo l’oceano
Con le orecchie piene di fiori appena tagliati
Con la lingua piena d’amore e d’agonia
Tante volte mi sono perso lungo l’oceano
Come perdo me stesso nei cuori di alcuni ragazzi.

 

Non c’è una notte in cui, dando un bacio,
Uno non senta i sorrisi della gente senza volto
E non c’è nessuno che toccando qualcosa appena nato
Possa dimenticare davvero gli immoti teschi di cavalli.

 

Perché le rose cercano sempre nella fronte
Un duro paesaggio d’osso
E le mani d’un uomo non hanno altro scopo
Che imitare le radici che crescono sotto campi di grano.

 

Come perdo me stesso nei cuori di alcuni ragazzi
Molte volte mi sono perso lungo l’oceano
Lungo la grandezza d’acqua vago cercando
Una fine alle vite che hanno provato a completarmi.

 

*

 

Venerdì 13

Una Traduzione per Will Holter

 

Alla base della gola c’è un piccolo marchingegno
Che ci rende capaci di dire qualsiasi cosa.
Sotto di esso ci sono tappeti
Colorati di rosso, blu, e verde.
Dico che la carne non è erba.
È una casa vuota
In cui c’è soltanto
Un piccolo marchingegno
E grandi, bui tappeti.

 

 

*

 

 

Caro Lorca,

La solitudine è indispensabile per la poesia pura. Quando qualcuno si intrufola nella vita di un poeta (e ogni improvviso contatto personale, che sia a letto o nel cuore, è un’intrusione) questi perde momentaneamente l’equilibrio, scivola nell’essere che è, usa la sua poesia come si usa il denaro o la simpatia. La persona che scrive la poesia emerge, esitando, come un paguro dal suo guscio. Il poeta, per quell’istante, cessa di essere un uomo morto.
Io, per esempio, non ho potuto finire la lettera che vi stavo scrivendo sui suoni. Eravate come un amico in una città lontana a cui di colpo non ero più in grado di scrivere, non perché la struttura della mia vita fosse cambiata, ma perché d’improvviso, temporaneamente, non ero nella struttura della mia vita. Non potevo parlarvene perché entrambi, questo ed io, eravamo momentanei.
Perfino gli oggetti cambiano. I gabbiani, il verde dell’oceano, i pesci – diventano cose da scambiare per un sorriso o il suono di una conversazione – gettoni più che oggetti. Niente importa, se non la grande menzogna del personale – la bugia a cui questi oggetti non credono.
Quell’istante, dicevo. Può durare un minuto, una notte, o un mese, ma ve lo assicuro, García Lorca, la solitudine ritorna. Il poeta incista l’intruso. Gli oggetti tornano al loro posto, accigliati, in silenzio. Comincio di nuovo a scrivervi una lettera sul suono di una poesia. E questa cosa immediata, quest’avventura personale, non sarà trasferita nella poesia come lo erano le onde e gli uccelli; apparirà, tutt’al più, nel delicato disegno delle crepe, in una poesia in cui l’autobiografia è andata in pezzi ma non ha distrutto del tutto la superficie. E l’emozione incistata diventerà essa stessa un oggetto, da trasferire infine nella poesia, come le onde e gli uccelli.
E io diventerò di nuovo il vostro speciale compagno.

Con affetto,
Jack

 

 

*

 

 

Jack Spicer (Los Angeles, 1925 – San Francisco, 1965) fu poeta, studioso di linguistica, libertario – perse la cattedra per aver rifiutato il giuramento di fedeltà agli Stati Uniti – vicino a Robert Duncan e Robin Blaser con cui diede vita al San Francisco Renaissance, insegnante, ispiratore dei language poetsinsofferente nei confronti di definizioni ed etichette.

La casa editrice Gwynplaine, la rivista Argo, nella figura del curatore Fabio Orecchini, e l’impresa creativa non-profit Nie Wiem hanno sostenuto la traduzione di After Lorca (1957), la prima importante pubblicazione del poeta Jack Spicer in Italia. C’è ancora tempo per aiutare il progetto:

https://www.produzionidalbasso.com/project/after-lorca-di-jack-spicer-prima-traduzione-italiana/

 

After Lorca (1957) di Jack Spicer 
Edizioni Gwynplaine, collana Argo, 2018

Con una introduzione di Federico Garcia Lorca
Traduzione e Nota di Andrea Franzoni
Post-fazione di Peter Gizzi
A cura di Andrea Franzoni e Fabio Orecchini – Rivista ARGO

 

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Overbooking: Primo Levi

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Nota

di

Alida Airaghi

Di Primo Levi (Torino, 1919-1987) tutti conoscono i capolavori narrativi, testimonianze tragiche dell’esperienza vissuta nel campo di Auschwitz, in cui fu deportato nel 1944 in quanto ebreo: Se questo è un uomo, La tregua, Se non ora quando?, I sommersi e i salvati. In pochi sanno invece che Levi fu anche autore di versi, scritti tra il 1943 e il 1987, anno del suo suicidio, e pubblicati da Garzanti nel 1984, con il titolo Ad ora incerta. Il volume, ristampato più volte, contiene 63 poesie e dieci traduzioni (perlopiù da Heinrich Heine), ed è introdotto da un’epigrafe tratta da Coleridge: “Since then, at an uncertain hour, / That agony returns… (“Dopo di allora, ad ora / incerta, / quella pena ritorna”), utilizzata già come esergo in un romanzo.

Il libro, che nel 1985 vinse il Premio Abetone e il Premio Giosuè Carducci, aveva suscitato pareri critici contrastanti: piuttosto negativi quelli di Cases, Fortini e Mengaldo, più positivamente solidale quello di Giovanni Raboni, che così si espresse in una recensione su La Stampa del 17 novembre 1984: “A me sembra che la scrittura poetica di Levi abbia, sin dall’inizio […], lo stesso solenne acume morale, la stessa forza di memoria, ammonimento e pietà, che rendono così sostanziosa, così giusta, così naturalmente memorabile la sua prosa. […]. In Levi lo scatto, l’impulso iniziale di ogni singola poesia […] nasce dalla ragione, dalla lettura morale della realtà, da quella capacità di capire la propria sofferenza e di vivere la propria indignazione come patrimonio comune a tutti gli uomini, che formano la peculiarità e oserei dire l’insostituibilità della sua prosa”.

Primo Levi stesso, tuttavia, aveva dichiarato, con sorniona ironia: “[…] conosco male le teorie della poetica, leggo poca poesia altrui, non credo alla sacertà dell’arte, e neppure credo che questi miei versi siano eccellenti”. Aggiungendo, nella prefazione al volume, di aver ceduto al richiamo della poesia “ad intervalli irregolari, ad ora incerta. […] in rari istanti (in media, non più di una volta all’anno) singoli stimoli hanno assunto naturaliter una certa forma, che la mia metà razionale continua a considerare innaturale”.

Come nei romanzi, l’imperativo che sembra guidare la scrittura in versi di Levi è decisamente comunicativo; ciò che preme all’autore è poter raccontare ai lettori le esperienze vissute, i sentimenti e le riflessioni che lo animano. Una sorta di lascito e insegnamento etico, da esprimere con radicale onestà: “È poco redditizio, e poco utile, scrivere e non comunicare… l’importante per essere compreso da coloro a cui si dirige la pagina scritta è di essere chiari”.

Chiarezza che nelle poesie di Ad ora incerta viene perseguita con coerenza, con l’intendimento severo di trasmettere un monito a chi legge, senza raggiri stilistici o adulterazioni letterarie: il tono classicheggiante, biblico-dantesco, sospeso tra l’ironico e il perentorio, non rifugge da arcaismi e formule desuete, ma è sempre e comunque finalizzato a un coinvolgimento ammonitore del pubblico (“Voi che vivete… Considerate… Meditate… Ripetetele”, “O tu che segni, passeggero del colle”, “Dimmi: in cosa differisce / questa sera dalle altre sere?”). Uno stile quasi profetico, dunque, con una palese finalità didascalica, che si riflette anche nei contenuti.

I temi ecologici risultano evidenti nell’attenzione rivolta non solo al mondo animale e vegetale spesso antropomorfizzato (gabbiani, corvi, lucciole, formiche, chiocciole, topi, buoi, dromedari; ippocastani, agavi, licheni), ma anche nell’appello indirizzato all’umanità perché non persista nella distruzione cieca e masochista dell’ambiente, convincendosi invece che l’evoluzione della specie dovrebbe perpetuarsi in un perfezionamento materiale e morale, e non in una degradante regressione (Autobiografia).

L’ateo Primo Levi, pur orgogliosamente partecipe del proprio ebraismo (“popolo di altera cervice, /Tenace povero seme umano”), non crede a una divinità provvidenziale e benevola. Crede invece

nell’indifferenza del cielo verso il destino degli uomini, condannati all’infelicità, inghiottiti in una notte senza riscatto che accomuna tutte le creature nella sofferenza: “Forse è questa l’eternità che ci attende: / Non il grembo del Padre, ma frizione, / Freno, frizione, ingranare la prima. / Forse l’eternità sono i semafori”, “E tutti noi seme umano viviamo e moriamo per nulla, / E i cieli si convolgono perpetuamente invano”, “Signore, a fare data dal mese prossimo / Voglia accettare le mie dimissioni. / E provvedere, se crede, a sostituirmi”.

Si salvano i rapporti affettivi con i familiari, con i compagni di una vita, con gli amici: “Cari amici, qui dico amici / Nel senso vasto della parola: / Moglie, sorella, sodali, parenti, / Compagne e compagni di scuola // … A voi tutti l’augurio sommesso / Che l’autunno sia lungo e mite”.

All’amata moglie Lucia, cui è dedicato il libro intero, sono riservate parole commosse e grate, dall’epoca del fidanzamento fino all’età più avanzata: “Abbi pazienza, mia donna affaticata //… Accetta, dopo tanti anni, pochi versi scorbutici / Per questo tuo compleanno rotondo //… Sono il mio modo ispido di dirti cara, / E che non starei al mondo senza te”.

Il mito, la Bibbia, la storia universale e la scienza sono presenti in tutta la raccolta, che cita Aracne e Lilit, Plinio il vecchio e Galileo, la lotta partigiana cui Levi prese parte attivamente in gioventù e i cui ideali teme siano stati abbandonati o traditi.

Ma ovviamente è la tragedia della Shoah, rivissuta nella memoria lacerata e mai più ricomposta, a risuonare come un basso continuo in questi versi, insieme al dovere morale di rendere testimonianza di quell’orrore. Ecco quindi il ricordo dei milioni di vittime innocenti, dalla bambina incenerita a Pompei fino ad Anna Frank, “Poiché l’angoscia di ciascuno è la nostra”, quando “Ognuno è nemico di ognuno”: sempre con il terrore che l’abominio possa ripetersi, e di dover riascoltare “Il percuotere di passi ferrati” o “Il comando dell’alba: / «Wstawać»”. Per questo la notissima esortazione civile di Shemà, anteposta a Se questo è un uomo, rimarrà valida in eterno: “Voi che vivete sicuri / Nelle vostre tiepide case, / Voi che trovate ritornando a sera / Il cibo caldo e visi amici // Considerate se questo è un uomo, / Che lavora nel fango / Che non conosce pace / Che lotta per mezzo pane / Che muore per un sì o per un no”. Nella stessa maniera rimangono legittimi anatemi e maledizioni, rivolte sia ai torturatori nazisti come Adolf Eichmann (“Tu creatura deserta, uomo cerchiato di morte //… O figlio di morte, non ti auguriamo la morte. /… Possa tu vivere insonne cinque milioni di notti”), sia ai pavidi che non si sono opposti: “Vi si sfaccia la casa, / La malattia vi impedisca, / I vostri nati torcano il viso da voi”.

Demoni e “fantasmi immondi”, incubi e paure incontrollabili continueranno a tormentare Primo Levi, nonostante il desiderio più volte espresso di trovare sollievo dall’angoscia e dal tormentoso senso di colpa per essere scampato all’Olocausto. La voglia giovanile di tornare a cantare, “di camminare liberi sotto il sole”, di recuperare un impegno di lotta contro ogni sopruso, lentamente si ammorbidisce in una più docile e rassegnata aspirazione alla pace: “Felice l’uomo che ha raggiunto il porto, / Che lascia dietro sé mari e tempeste, / I cui sogni sono morti o mai nati…”.

Ma nell’ultima composizione del volume (Almanacco) torna desolata la constatazione che di fronte all’eternarsi indifferente degli elementi naturali, solo l’uomo è capace di intestardirsi nello scempio e nella devastazione: “Noi propaggine ribelle / Di molto ingegno e poco senno, / Distruggeremo e corromperemo / Sempre più in fretta; / Presto presto, dilatiamo il deserto / Nelle selve dell’Amazzonia, / Nel cuore vivo delle nostre città, / Nei nostri stessi cuori”.

 

 

 

Discorsi per un grande amore il giorno del suo funerale

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di Elena Tognoli

Cercavo una tua foto

(odiavi farti fotografare

come d’altronde ballare)

LA VERA ETA’

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di Giacomo Sartori (fotogrammi: film di Trapani-Sartori)

Si dà per scontato che l’età della gente

aumenti mano a mano

cambi di continuo

milan l’è un gran falò

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di Pino Tripodi

ultimo esercizio di letterosofia

 

qualcosa si può fare.

che cosa.

non lo so ma qualcosa si deve fare.

si deve è un’esagerazione. facciamo quel che si può. c’è sempre qualcosa che si può fare.

che differenza c’è, scusa, tra il si deve e il si può.

non so, ma quel si deve a pelle mi sembra un po’ inquietante. si può è più ragionevole, o no.

ma non è vero. a far quel che si può non si fa mai niente.

forse, ma a far quel che si deve si finisce a far sempre cazzate.

non c’è una via d’uscita?

non so. pensiamoci su, dai.

forse ho trovato.

sarebbe?

facciamo come si vuole. è  meglio, che ne dite?

come si vuole chi, scusa.

come si vuole noi che ne parliamo.

ti sembra più facile?

più facile non so. certo più curioso, più entusiasmante a spanne.

magari ha ragione gig, che ne dici geg?

avrà pure ragione, ma a far ciò che si vuole bisogna pur voler qualcosa.

giusto.

e noi cosa vogliamo?

il punto è tutto qui, gag. vogliamo? e se vogliamo, cosa vogliamo per davvero.

non facciamo le cose complicate. siamo solo in tre. iniziamo da qualche parte a dire cosa vogliamo poi se troviamo la strada valichiamo la frontiera della situazione altrimenti ci fermiamo sul bordo delle parole sbiascicate.

bravo gag. ben detto. ma se non vogliamo niente basta lamentele e pianti. si torna a pedalare e via andare in attesa di una rotaia che per pietà di noi ci tranci dalla vita infame.

giusto geg. però non drammatizziamo. siamo qui al parco di ravizza. c’è il gelso grande. guarda che meraviglia. e quante more rosse che attendono di essere assaggiate. basta che lo vogliamo.

vogliamo eccome. da dove iniziamo.

da noi, no. è inutile cercar lontano.

d’accordo. allora cosa vogliamo da noi, gig.

io vorrei la luna servita nel piatto. e voi?

bello. a me piacerebbe vivere guardandomi da lontano.

io invece vorrei tutti gli uomini ai miei piedi dire geg sei la più bella donna del pianeta.

bene. adesso che conosciamo la volontà generale possiamo metterci in cammino.

dov’è che andiamo, gig.

entriamo nel particolare, no, così la volontà impasta il suo corso.

giusto. allora inizio io se non vi spiace.

dicci. cos’è che vuoi, gig.

la ruota nuova. questa sculetta troppo. mi fa impazzire a pedalare quando consegno pizze a domicilio coatto.

vediamo. la ruota nuova. ma è assurdo gag. guardala la tua bici.

lo so. è sgangherata.

sgangherata è niente. è tutta scassata, non la vedi?

sgangherata o del tutto scassata, non fa lo stesso?

e no, mio caro. condisci le parole col cervello. non basta l’olio di rotula per le nostre pedalate.

fosse solo sgangherata potresti rimetterla nei cardini, ma se è tutta scassata la ruota nuova non la fa girare meglio. o cambi tutti i pezzi uno per uno o fai prima a prenderne una nuova.

ma non mi è possibile, gig.

non ti è possibile, vero? ti credo. io ti credo sempre anche quando dici l’asino vola. ma tu ci credi veramente?

perché non ci dovrei.

te lo spiego io gag, facile. perché ragione vuole senso e che senso ha a maggior ragione cambiare ruota se poi la bici continua a non andare.

forse hai ragione. che fare?

aspetta che decidiamo. adesso però dobbiamo andare all’assemblea.

giusto. così vediamo cosa fanno nei nostri panni gli altri rider fattorini.

andiamo allora, presto. c’è riunione generale al circolo della bellezza.

guarda geg. quanta gente.

che dicono gig. c’è qualcosa che ci può interessare?

sì, certo. c’è il sindacato. dice che ci devono lievitare il salario a ora.

ah e poi. chi c’è.

c’è l’esponente di un partito della sinistra fievole. dice che le tutele minime con qualche gradualità e con prudenza massima andrebbero col condizionale d’obbligo garantite.

e poi?

poi c’è uno della sinistra sinistrissima che più a sinistra sbanderebbe altrove, quel solito attivista dei diritti umani. dice che morire per strade non è giusto. accusa i padroni. criminali dice.

e poi. cos’altro vedi, gig.

c’è quello del precariato collettivo che protesta. non è giusto dice che andiamo a lavorare a nostre spese con scooter e bici nostri e nostro telefonino. le ditte ci devono fornire il materiale, la mensa e se ho sentito bene anche i cerotti per quando ci facciamo male.

e poi, finisce qui?

non geg, c’è l’ultimo, esponenente della carità cristiana. dice che se moriamo almeno l’assicurazione ce la meritiamo.

gig, attento. adesso mettono assieme le proposte per consegnarle al voto.

noi che vogliamo.

cosa vogliamo? una parola. è arduo pensar qualcosa tra tutta questa folla.

vabbè! lo so, ma non possiamo svicolare. ricordi? abbiamo detto che qualcosa vogliamo.

giusto. se non vogliamo niente stiamo muti senza perdere il tempo e  le lamentele.

ma noi vogliamo, no? cosa vogliamo. dai, pensiamoci su per bene. spremiamo le meningi per fare un succo neuronale ben cremoso.

non è semplice geg. bisogna sapere bene cosa vogliamo veramente perché volere è facile. anche il mio pollame nell’aia della nonna magari sa cosa vuol mangiare se avanzi di lattuga o mais a chicchi geneticamente modificati. volere veramente è un’altra cosa.

cos’altro è.

è quella cosa che quando si vuole non sente inciampo. muri, montagna o mare risultano anziché ostacoli mezzi di propagazione.

ma tu che hai fatto l’esempio della ruota qualcosa ce l’hai in testa di sicuro. forza, pensaci su. spremi il cervelletto.

gig, aspetta. forse una strada radicata nella mente l’ho pescata.

figo. e che aspetti. mostraci il germoglio della nostra volontà, geg.

spero non mi fischiate.

giuro, non lo facciamo. dicci. al massimo ci seppelliamo di risate.

allora inizio a dire?

dici.

per prima cosa mettiamo in un cestino le delibere proposte, così una per una le vagliamo bene.

giusto. allora cominciamo, rapidi. ecco il cestino e queste sono le mozioni dell’assemblea. leggile, geg. a voce alta così entrano di prepotenza nel labirinto delle orecchie.

l’aumento salariale. lo vogliamo?

ma va gig, che ce ne facciamo.

sulle maggior tutele, che diciamo.

che fanno schifo, no!, cos’altro si può dire.

e del fatto che non si può morire di lavoro, è giusto, no, che dite!

gag, ma cosa dici. il tuo cervello s’è annegato nel banale. non me l’aspettavo, sai, da te.

scusa, geg, però non fare la figona. non è che il banale adesso che vogliamo qualcosa ce lo leviamo in un secondo come il sapone con l’acqua della doccia.

sì, me l’hai già detto, gig. il banale è il primo soldatino a mettere l’elmetto ed è sempre l’ultimo milite a morire. però, che gli diciamo a quello della mozione che non si può morire di lavoro.

digli che se lo sento ancora dire cazzate a quello là, lo prendo a botte, giuro.

rimane da dire qualcosa su bici e scooter. è giusto siano nostre o della  ditta?

ma che giustizia è questa, gig. noi ce ne freghiamo di tutto ciò, sbaglio?

vero. e dell’assicurazione sulla morte. e della pensione. non è magari giusto pensare cosa succede se moriamo.

basta, geg. mi fai vomitare se ripeti ancora quelle terribili parole.

calma, gig. rilassati, per favore. e riassumiamo. le proposte vagliate nel cestino non hanno il nostro gradimento. che ne facciamo.

le bruciamo, no? facciamo un piccolo falò che metta a fuoco tutte le imposture della nostra condizione.

bello. bruciamo le minchiate della vita. forza. aiutami  nell’incendio all’impostura.

e allora, cosa vogliamo, adesso è forse chiaro.

certo mannaggia a te. non lo hai capito?

ancora no, gig. se me lo spieghi ti ringrazio come amico.

non c’è più tempo, gag. adesso occorre andare là nel mezzo delle masse a fare la proposta decisiva.

dai, che aspetti. corri. vai a dire a tutti cosa vogliamo per davvero.

corro sì. guarda quanto sudo. adesso che son qua sul palcoscenico delle decisioni, scusatemi a nome mio di gag e geg io che son gig vi dico cosa vogliamo.

cosa volete. dite, svelti ché si va a votare.

primo. che di tutte le proposte messe ai voti si faccia un piccolo falò.

falò? ma tu sei matto, amico. sono le uniche mosse per  migliorare le nostre cose.

no. ci vuole un piccolo falò. chiedete a gag il mio amico se serve cambiar la ruota in una bicicletta ormai tutta sbrindellata.

non si capisce nulla. cosa vuoi dire. e voi di sotto, non fischiate per favore. lasciatelo parlare.

dico che a tentare di pedalare cambiando ruota quando la bicicletta è totalmente sbrindellata ci rende fessacchiotti, ha ragione la mia amica.

ancora non ci hai detto cosa volete.

vogliamo la luna servita nel piatto, vivere guardandoci da lontano e tutti gli uomini ai miei piedi dire geg sei la più bella donna del pianeta.

questo gig è matto. facciamolo tiessoare.

sicuro, mi faccio pure arrestare, ma prima ascoltate cosa vuole la volontà generale.

sbrigati. non c’è più tempo. occorre votare.

il tempo lo ritroviamo se lo vogliamo veramente.

se passa, non se ne fa niente.

il tempo torna, sai. m’ha detto gag che è una freccia veloce di direzione sconosciuta. può andare avanti o indietro a piacimento suo ma preferisce dice star fermo spesso e volentieri.

sarà come tu dici, ma cosa vuoi, si può sapere.

noi vogliamo.

anche noi vogliamo.

sicuro, ma voi volete quel che si vuole per migliorare la condizione che anche se migliora puzza così tanto che non c’è olfatto che la possa sopportare.

e voi?

noi vogliamo veramente.

cosa. per dio, rispondi o ti butto giù dall’impalcatura.

giuro che fino ad ora non lo sapevo, ma m’è venuto in mente una cosa che davvero vogliamo fare io gag e geg, non è vero?

vero, gig, diglielo cosa vogliamo veramente.

vogliamo, ecco, non mi fischiate per favore. vogliamo organizzare un falò grande e uno sciopero totale.

sarebbe?

sarebbe che invece di continuare a consegnare, adesso prendiamo le chiamate, ciascuno di noi va a ritirare sushi, pizza e carbonara e porta tutto sulla darsena di milano.

per cosa fare, prego.

come per cosa fare.

pizza, carbonara e sushi li diamo ai piccioni da piluccare e ai pesci d’acqua dolce da succhiare. senza la pizza e il resto del mangiar meschino dentro l’involucro di cartone rimane solo la vergogna di  concepire un atto alimentare così brutale. con tutto  quel cartone facciamo un gran falò che resta sempre acceso come la fiamma olimpica così a bruciare di giorno in giorno ogni ignominia della vita che i matti seguitano a chiamare lavoro salario merce o giù di lì.

se anche si accende il gran falò non migliora la condizione di noi rider fattorini.

geg, diglielo anche tu che non è vero. le cose possono migliorare se sono. ma senza semi il niente rimane tale e quale, non diviene zucca.

e i rider fattorini cosa sono, allora.

non sono semi da diventar zucchina. restano niente a vita condannati alla zucconeria.

ma cosa dici. offendi.

la servitù è come la morte. si può abbellire, ma nella servitù non si rinasce. si diventa mummie già prima di morire.

noi servi non siamo. noi prestiamo un servizio.

gig, ma che lo stai ad ascoltare. è un servo schiavo vestito da generale.

geg. smettila. non insultare. è nostro amico nella storia fatale. forza. vogliamo votare per il gran falò di milano e per lo sciopero totale.

aspetta. il gran falò lo abbiamo capito, ma lo sciopero totale. cos’è. dillo, prima di votare.

lo sciopero totale? è quello che proponiamo gig, gag e io.

cioè.

cioè cosa.

dicci cos’è, per dio.

lo dico, ma non t’arrabbiare.

sbrigati. dobbiamo votare.

ci sono cose che  non vogliamo fare né vivi né morti né in ospedale.

questo va arrestato di sicuro. ce l’ha con le ditte che ci danno il lavoro. e con chi torna a casa e stanco da morire chiede pizza, sushi e carbonara per non faticare ancora.

no, no ti sbagli totalmente. io gig e geg non ce l’abbiamo con la volontà dei committenti. loro giusto o sbagliato nobili e miserabili vogliono qualcosa.

con chi ce l’hai allora, non farci perder tempo.

ce l’ho con chi vuole ciò che vogliono loro.

ma loro ci dan lavoro.

gig, diglielo che va a caccia grossa ma non prende neanche una zanzara.

cosa vuoi dire tu che urli dal fondo della sala.

dico che siamo noi la chiave della loro volontà.

 

cantagli la canzone, gig. così convinci tutti.

quale canzone, gag.

la canzone di marte di lunedì. ricordi?

no, cantala tu, ti prego.

d’accordo. fatemi il coro.

 

se lo vogliamo veramente non c’è nemico che ci viene a mente.

il fuoco sale sul salario della città che sale della città che sale.

il sale della città nella città che sale non è nel mio salario di fattorino rider.   non è nel mio salario di fattorino rider

noi lo vogliamo veramente. mai più salario, mai più salario.

 

se lo vogliamo veramente

il raffreddore ci prende bene e gli intoppi della vita si scalano in fretta anche se la scalata appare infinita.

se lo vogliamo veramente.

se lo vogliamo veramente la miseria finisce nel burrone accompagnata da lamenti e questue che sono le sue dame preferite.  accompagnate da lamenti e questue che sono le sue dame preferite

se fai la merda e non lo sei diventi merda e non lo sai. e non lo sai. se fai la merda e non lo sei diventi merda e non lo sai.

 

se poi decidi di fare il servo non servirai mai a niente non servirai mai a niente neanche al servo che c’è pure in te.  non servirai mai a niente neanche al servo che c’è pure in te.

 

la volontà si pesa a chili. sotto il grammo si sniffa al parco come la maria, ma oltre la tonnellata la volontà diventa un muro invalicabile senza di lei. un muro invalicabile senza di lei

se lo vogliamo veramente la vita la prendiamo con le mani senz’affidarla al padroncin di turno che rende schiava anche la nostra aria. anche la nostra aria che cantiamo diventa schiava diventa schiava.

 

noi che vogliamo veramente non consegniamo pizza sushi e carbonara più per nessun salario. per nessun salario

bici e motorino noi li vogliamo per andare in città nella montagna al mare ma a fare i fattorini non ci stiamo più ci rifiutiamo ci rifiutiamo

se lo vogliamo veramente andiamo anche nella montagna al mare ci troviamo nella città che sale,  anche nella montagna al mare ci troviamo nella città che sale.

 

hai visto gag. senti quanti applausi. piace a tutti la nostra ballata.

 

basta. la discussione è chiusa. ora si passa ai voti.

gig, la folla si esprime con le mani sollevate. urla, si agita, si divide. c’è un movimento infernale. a esigua minoranza geg la massa alla fine decide per il gran falò. per lo sciopero totale. la maggioranza gag ci rimane male. piange, si dispera per la delusione. adesso non sa più come umanizzare i mostri umani. ma gig gli dice pronto che i mostri se non hanno occasione di mostrare anche se non sono tanto umani non ha importanza alcuna. non si possono umanizzare.

la decisione è presa, gig. forza con l’algoritmo. ritiriamo il cibo maledetto. andiamo a pedalare sulla darsena. distribuiamo da mangiare alle bestioline.

geg, guarda che bello. neanche i pesci mangiano il sushi e i piccioni che spettacolo rifiutano carbonara e pizza.

fantastico, gag. adesso in amicizia di pesci piccioni e perché no zanzare  facciamo il gran falò per riscaldare la città.

e poi gig. cosa facciamo piccioni pesci e noi quando il gran falò è al massimo sviluppo.

ciò che vogliamo, non l’hai capito ancora?

ciò che vogliamo certo, ma che vogliamo ancora.

diglielo tu gag. io mi sono stancato di parlare.

si va in corteo per la città, no. finito il gran falò sulla darsena di milano, si forma il gran corteo che attraversa ogni angolo della città. gridiamo assieme ai pesci e ai piccioni e perché no alle zanzare. esponiamo i nostri manifesti con la scritta. sushi, pizze e carbonare cucinateli da voi pirla. nessuno ve li consegnerà più, chiaro. c’è sciopero totale contro la mancanza di volontà generale.

e poi, cosa vogliamo ancora.

chiediamolo a zanzare piccioni e pesci.

giusto. anche loro sono nella partita. sentiamo. gag che dicono.

dicono che da domani si fa picchetto generale. scooter e biciclette per le consegne sono vietati. chiunque non segua la vicenda finisce con il carico sequestrato nel gran falò di milano.

gig, nella città che sale il fuoco si alimenta di giorno in giorno. è questo che vogliamo?

vogliamo quel che si fa e poi si vede, geg. diglielo tu, gag.

glielo dico certo. cantiamo tutti in coro. milan l’è un gran falò. cantiamo in coro così pure zanzare piccioni e pesci si mettono a ballare milan l’è un gran falò.

Ancora domenica. La papera del tempo

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di Giorgio Vasta

(Nazione Indiana ha compiuto quindici anni a marzo, da allora molte persone e molte cose sono cambiate; testimonianza molto importante, e talvolta emozionante, di questa lunga storia è il suo archivio, del quale abbiamo deciso di ripubblicare alcuni post, che riteniamo significativi. Oggi proseguiamo con un brano di Giorgio Vasta, in passato redattore di nazione indiana. La redazione)

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Il pomeriggio della domenica è poroso e assorbe tutto. Il pomeriggio della domenica è un sentimento oleoso. Non c’è modo di resistere. Non è un tempo dal quale è possibile restare fuori (ce ne sono alcuni che ti permettono di scorrergli attraverso senza che prendano possesso di te, senza farti sentire il loro tallone sulla testa).

Il pomeriggio della domenica è un tempo di detenzione quieta (anche i suicidi, numerosissimi la domenica pomeriggio, avvengono quieti: solo qualche gocciolina di sangue che cade intorno al polso, poche e leggere, sangue leggero, nulla di troppo aggressivo – e il corpo dell’impiccato cedendo non scalcia, ha solo una lieve oscillazione, lenta e pesante, riposante).

Il pomeriggio della domenica corrisponde anche a un luogo, a una geografia riconoscibile, a un cosiddetto “paesaggio interiore” (qualcun altro dice “luogo dell’anima”): in qualunque posto ci si trovi si è sempre in casa, nella propria casa, nel punto più immobile della propria casa, un punto lontano, separato, isolato, conficcati lì come un chiodo in un asse di legno.

C’è poco da fare. Si può – se si vuole e lo si ritiene opportuno – cantare una canzone recente, o fischiettarla (se non si conoscono le parole o se si preferisce), si può andare a correre al parco, a visitare i genitori o gli amici, o semplicemente passeggiare per le vie del centro, magari mangiando un gelato o guardando uno di quegli artisti di strada che corrono in tondo sul monociclo facendo roteare nell’aria le clavette colorate (la clavetta rossa gli sfugge e gli cade, lui non la guarda nemmeno, continua a far roteare le altre clavette), o ancora si può fare una gita fuori porta, con tutta la famiglia, guidare attraverso le colline contemplando i crinali delle montagne lontane (su alcune c’è ancora un orlo di neve, guardando bene è percepibile il segno più scuro e sottile dei cavi della funivia, forse c’è anche qualcuno – addosso una giacca a vento bianca e blu e, per un eccesso di prudenza, anche un paio di guanti di lana rossi, nella lana del guanto sinistro sono rimasti impigliati un rametto e un insetto, una specie di coccinella di montagna, la coccinella cerca di muovere la corazza d’ali trattenuta dalla lana, ma non se ne accorge nessuno – che sta aspettando di venire caricato e salire fino alla cima), è possibile fermarsi a pranzare in un ristorante un poco nascosto che solo tu sai dov’è, dove si mangia un risotto come mai, si può tornare la sera stanchi e senza avere ancora del tutto digerito (ma che buono però quel rimasuglio di funghi nella bocca), addormentarsi pesanti e soddisfatti, senza nessun rancore – oppure si può rimanere in casa, guardare la televisione, tutti i programmi in una volta, leggere, fare una telefonata, scrivere a qualcuno, disegnare, riparare un vaso rotto da settimane del quale si sono conservati i pezzi in una ciotola di terracotta, la ciotola a sua volta imballata in un sacchettino di plastica, per evitare dispersioni casuali di cocci, che poi solo per una scheggiolina il lavoro non viene bene – oppure si può fare l’amore con il proprio amore, restare nudi a respirare forte e a sudare o a prendere freddo (che, dopo, la temperatura cambia sempre, quella del corpo e quella dell’aria), parlarsi piano, accucciati su un fianco, le bocche vicine (ogni bocca è bocca ma è anche orecchio), parlare degli anni, della paura, dei figli che crescono o dei figli da fare – che il tempo passa e non è bene che ci sia troppa differenza d’età – di un pensiero del mattino, di un progetto – una nuova casa un po’ fuori città, con il tetto di tegole e tutti gli infissi blu, cambiare la macchina, organizzare una cena per la prossima settimana e invitare anche quegli amici che non si vedono da un sacco – di un ricordo improvviso del giorno prima, sai quando andavamo al mare dai tuoi e c’era sempre quel bambino magro con il petto e le gambe pieni di grandi croste e le croste erano ancora più evidenti perché erano tutte ricoperte dal mercuro cromo e allora avevamo paura a fare il bagno anche noi dove lo faceva lui perché l’acqua poteva essere infetta e comunque anche se non fosse stato così non era esattamente una bella prospettiva bagnarsi nella stessa acqua di quel lebbrosetto tutto rosso, non so perché mi è tornato in mente, così, senza motivo – e poi, quando arriva il sonno, avere ancora la forza di sollevare con un movimento inconscio della mano un lembo del lenzuolo per coprire la schiena nuda dell’amore, perché riposando non abbia brividi – insomma, si può immaginare tutta la vita che si vuole, anche quella passata e quella futura (oltre a quella, è ovvio, del pressante assente presente), e viverla (e considerato che viverla significa in buona parte immaginarla, allora possiamo considerare i due termini pressoché come sinonimi), andare dappertutto o restare dappertutto, ugualmente il pomeriggio della domenica non ci abbandonerà, starà sempre con noi, comunicando penombra e lentezza a ogni cosa (una angoscia lenta), sgranando, sgranulando, conficcato dentro di noi, nel corpo e nell’immaginazione, come una perplessità, o una sfiducia naturale (come un chiodo arrugginito dentro un pezzo di legno, una cosa vuota che ci assorbe al suo interno, non vuole mai più darci alla luce).

Detto questo,
la domenica io resto nel mio letto
come una papera dentro al suo laghetto.

Le domeniche dagli Hettner

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di Kika Bohr

Quando ero piccola a Milano, la domenica andavamo a trovare gli Hettner. Prima abitavano in via Rugabella in un piccolo appartamento pieno di libri e di belle cose. C’era un soppalco di legno costruito da lui, da Rolando, e lì sopra veniva a rifugiarsi un gatto a pelo lungo e dalla lingua penzolante. Questo gatto era caduto giù dalla finestra ed era “rimasto un po’ scemo” come diceva con affetto la Jose, che era una strana maestra elementare. Sapendo delle nostre difficoltà a scuola ci diceva sempre, facendoci sognare: “ma tu dovresti venire nella mia classe! Abbiamo dei canarini e dei pesci rossi. E i canarini una volta al giorno li lasciamo svolazzare!” e ogni tanto ci faceva la linguaccia, tanto per scherzare e noi restavamo allibiti.
Roland Hettner ci portava al suo atelier, in via S Calimero e ci mostrava i suoi ultimi quadri, enormi quadri astratti che spesso ci facevano un po’ paura con i colori molto forti, o disegni con personaggi dalle mani nodose come rami d’inverno. Quando doveva andare al gabinetto diceva “vado al boschetto”, il gabinetto lì era sul ballatoio. E c’era anche un altro signore un po’ calvo, il Baumbach uno scrittore o un traduttore con il quale gli Hettner e i miei genitori parlavano di letteratura e di arte per ore e ore, e fumavano e bevevano whisky (appena c’erano un po’ di soldi per comprarlo), mentre noi giocavamo con quei loro strani oggetti preziosi. Oppure ci davano colori o creta per modellare. (Così è capitato che a quattro anni ho modellato in creta bianca il primo presepe.) Il Baumbach era veramente uno strano personaggio con quelle sopracciglia foltissime, non aveva mai conosciuto suo padre, che gli aveva pagato eccellenti studi nelle più famose università, forse era un principe, si diceva.
Ogni tanto i grandi venivano ad ammirare le nostre creazioni. Ricordo un commento serissimo della Jose : “Oh, sì questo è proprio uno scimpanzé che fa le uova!”
Hettner e Olaf, mio padre, erano entrambi molto alti e molto magri. Si assomigliavano anche nella loro aria sognatrice. Una volta ho sentito Jose dire a mia madre mentre i due uomini stavano tornando verso di noi :“Tiens! Voilà Don Quischotte et son fils”. Non mi ricordo in che lingua lo abbia detto, lì si parlava francese, tedesco e italiano anche misto nelle stesse frasi.
In primavera o estate si facevano “pique-nique” come li chiamava entusiasta Rolando e si andava a Castellazzo o in alti posti vicini della Brianza con la sua vecchia macchina azzurra che si chiamava Caroline e con la nostra vecchissima Mercedes che non aveva nome ma era una “Mercedes”. Poi da loro comparve il cane Bosco, uno spinone bianco salvato da maltrattamenti contadini. Dopo qualche anno comparve un altro cane, chiamato Frac per via del suo mantello nero con sparato bianco. Ricordo che ci sono state discussioni sulla sua razza perché a me sembrava che fosse una specie di barboncino ma gli Hettner lo volevano bergamasco, “un incrocio bergamasco piccolo” e gli parlavano in un maccheronico bergamasco. Alla fine si è rivelato che Frac era una cagnolina e così ho potuto stabilire tranquillamente la corrispondenza tra Bosco e Monsieur Hettner, e Frac e Madame Hettner. Finché e arrivato un altro cagnolino, piccolo e pestifero questa volta, un maschietto tipo volpino con delle macchie arancio: Carotte. Questo Carotte che già con la sua chiassosa presenza turbava, secondo me, l’equilibrio della famiglia Hettner, lo turbò del tutto quando riuscì, in barba a Bosco, a fare due cuccioli con Frac.
Hettner aveva scritto un libro di testo per l’educazione artistica nella scuola media e con i soldi aveva comprato un pezzo di cascina a Vaprio d’Adda: la Cascina Noce. Con i cani, i gatti e tutto lo studio si sono trasferiti lì. E ancora, ma un po’ meno spesso, ci vedevamo la domenica nel loro giardino. Io stavo diventando adolescente e uscivo con i miei amici. Era il tempo in cui facevo politica e andavo entusiasta alle manifestazioni. Quando glielo raccontavo e gli dicevo che secondo me l’arte dev’essere impegnata, Hettner sorrideva e qualche volta ci raccontava della sua giovinezza, quando aveva preso parte al movimento spartachista. E poi passava d’improvviso a quando i tedeschi persero la testa per Hitler e le madri, ”pensa un po’, le madri, prendevano in braccio le loro figlie e le tendevano verso il Führer che passava, così” e sollevava la mia sorellina (che aveva sette-otto anni) per le gambe e la scuoteva un po’ verso una specie di Gesù Cristo immaginario.
Un giorno i contadini che abitavano vicino a loro ci avevano invitato a vedere il loro nuovo asinello Era molto grazioso e noi bambini non riuscivamo più a staccarci dalla stalla. Allora per scherzo il contadino chiede a mia sorella se vuole portarsi via l’asinello. “Sììì!” – Allora dammi la tua treccina!
Questa storia della treccia che il contadino voleva portarle via si ripeteva ogni volta che andavamo dagli Hettner e incrociavamo questi vicini. Ogni volta quello ripeteva – Allora, me la vuoi dare la tua treccia? Dài, dammela! E giù a ridere, anche la contadina. Mia sorella rispondeva sempre un secco no! E scappava via .
Questa volta, per l’asino, rispose invece subito: “Taglia!”
E tutti risero ancora di più della sua ferma decisione.
Perché i grandi fanno di questi scherzi? Perché gli Hettner si erano messi vicino a quei contadini che oltre ad allevare conigli e galline mangiavano anche i gatti? Non i gatti degli Hettner, almeno, non ufficialmente. (uno dei gatti era sparito e io ero sicura che erano stati loro)
Un’afosa domenica d’estate (ero in seconda liceo ed ero stata rimandata in matematica) ci sono andata con mio padre. Avevo preparato una crostata di mele e pesche. La frutta era disposta in modo decorativo ed ero fiera della mia produzione. Con la teglia ben imballata siamo dunque arrivati là poco prima del pranzo. Quando Hettner vede il pacco che maneggio con attenzione, gli brillano gli occhi. “Hai fatto qualcosa in ceramica? – mi chiede. – No, molto meglio, è una crostata di mele e di pesche!” – “Ah..” risponde lui, deluso. Ricorderò sempre questo suo “ah..” così sincero che mi ha fatto male più di qualsiasi schiaffo e mi ha fatto capire che non tutti hanno gli stessi valori.

GABRIELE DEL GRANDE Lettera al Ministro dell’Interno Matteo Salvini

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Da https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=2105161009497488&id=100000108285082

Confesso che su una cosa sono d’accordo con Salvini: la rotta libica va chiusa. Basta tragedie in mare, basta dare soldi alle mafie libiche del contrabbando.

S’i fosse Prunetti, rovescerei lo mondo. Il basso e l’alto in 108 metri

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di Pietro De Vivo

In fondo, anche Shakespeare aveva detto che il succo della vita era quella roba lì: uno ti dà uno schiaffo, te glielo ridai, un altro rompe una bottiglia e minaccia di aprirti il collo. A quel punto non puoi perdere la faccia coi tuoi amici, è una cosa di orgoglio. Ti fai sotto e scoppiano le tragedie. Sono secoli che gli studiosi e i critici cercano di decifrare i segreti di Shakespeare. Basterebbe entrare in un pub di lavoratori il venerdì sera e il mistero sarebbe risolto. Orgoglio, Paura, Vendetta, Gelosia. Ci sono più cose tra il bancone e la latrina di un qualsiasi pub inglese di una catena in franchising, di quante ne sogni la vostra filosofia.

Aprite i porti: manifestazioni nelle città d’Italia

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Con la vicenda della nave Aquarius assistiamo alla negazione dei diritti umanitari internazionali,  che sta mostrando una faccia dell’Italia che mai avremmo voluto vedere. Diritto umanitario internazionale si traduce nel diritto elementare alla vita, ricordiamocelo bene. Il governo italiano lo sta negando a una nave che ospita 629 esseri umani, fra cui un bambino di pochi giorni e oltre cento minori. L’Aquarius non può approdare in Spagna: il viaggio fino a Valencia sarebbe lungo e rischioso. Qui tutti i dettagli al riguardo. Questo è un post breve, informativo e chiediamo condivisione e interazione nei commenti a chi può.

L’appello di ANPI, Arci, Azione cattolica italiana, Legambiente, Libera e Rete della Conoscenza: http://www.anpi.it/articoli/2002/si-aprano-i-porti-allarrivo-di-vite-umane-che-fuggono-da-conflitti-e-disperazione

Vi segnaliamo di seguito le manifestazioni in giro per il paese: andiamoci e diffondiamo. Facciamo un gesto e che sia un gesto di vita, speranza, solidarietà e fermezza nell’opporsi alla barbarie.

IERI

A Palermo un presidio al porto: https://www.balarm.it/news/aprite-i-porti-a-palermo-in-centinaia-vanno-al-porto-in-sostegno-della-nave-aquarius-21085

A Roma ritrovo metro Castro Pretorio: https://www.facebook.com/events/178314316168411/

Altre informazioni sulle manifestazioni di ieri: http://www.lettera43.it/it/articoli/attualita/2018/06/11/porti-chiusi-aquarius-salvini-migranti/220960/

OGGI

A Salerno, Piazza Amendola dalle 10.30: https://www.facebook.com/events/2029643097299558/ 

A Catania, Via Etnea alle 17.00: https://www.facebook.com/events/230238854246520/

A Napoli, ritrovo metro Toledo alle 17.00: https://www.facebook.com/events/647398708935860/

A Milano in Piazza Scala alle 18.00: https://www.pressenza.com/it/2018/06/apriamo-porti-presidio-piazza-scala-milano/

A Lucca, in Piazza Napoleone alle 19.30: https://www.facebook.com/events/255439755225845/

A Pistoia, in Piazza Gavinana (Globo) alle 18.00: https://www.facebook.com/events/205629793493516/

A Firenze, Via Cavour alle 18.30: https://www.facebook.com/events/1266053763524979/

A Pisa, Piazza Mazzini alle 19.00: https://www.facebook.com/events/174497606533681/

A Trento, Commissariato del Governo alle 18.00: https://www.facebook.com/events/239869463232709/

A Genova, Piazza De’ Ferrari alle 18.00: https://www.facebook.com/events/837839359742471/

A Ferrara, Piazza Municipale alle 18.30: https://www.facebook.com/events/726900704367573/

A Torino, Piazza Castello alle 18.00: https://www.facebook.com/events/1606544936138112/

Ad Ancona, Piazza della Repubblica alle 18.30: https://www.facebook.com/events/2061096144102342/

A Parma, Piazza Garibaldi alle 18.30: https://www.facebook.com/events/208516756432813/

A Modena, Largo San’Agostino ore 19.00: https://www.primopianomodena.it/politica/aprite-porti-umanitaperta-iniziativa-di-protesta-contro-la-chiusura-dei-porti-voluta-dal-ministro-salvini/

A Brescia, Prefettura ore 18.30: https://www.facebook.com/events/440071623071901/

A La Spezia, Porto ore 18.30: https://www.facebook.com/events/885722808281925/

A Como, Piazza Boldoni ore 18.00: https://www.facebook.com/events/2225196811035205/

DOMANI

Livorno, Porto Mediceo (Andana degli Anelli) alle 18.00

Venezia, Porto di Venezia alle 17.00: https://www.facebook.com/events/186734902160229/

 

In missione ( senza diaria)

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di Giorgio Mascitelli

Le sigarette mi cascano. Le raccolgo. Le sigarette mi ricascano. Le riraccolgo. Mi cascano per la terza volta. A questo punto cambio tasca. Mi cascano di nuovo perché ho tutte le tasche del cappotto bucate e di buchi grossi, grandi abbastanza perché vi passi un pacchetto di sigarette, pacchetto rigido. Ecco dov’è finito l’accendino, ecco dov’è finito il calepino, ecco dov’è finito il telefonino. Ora io rammendo o smetto di fumare. Non è un problema grave, non è la fame nel mondo, però è un problema che mi si presenta perché ho voglia di fumare e non posso rammendare, peraltro io non so rammendare. Ci vorrebbe una rammendatrice. Non necessariamente una sarta, ma una femmina di una volta che sa rammendare. Tra l’altro il problema delle tasche bucate non sarebbe un problema grave in sé, basta fare attenzione, ma il problema è cosa vede la gente, quali segnali mandi e i segnali delle tasche bucate non sono buoni. Le cose in realtà sono semplici, è che poi ci sono tutti questi casini prossemici. In realtà poi il problema sarebbe trascurabile, se fossi in un ambiente domestico e noto, ma non sono in un ambiente domestico e noto, sono a Taroccate per la prima volta in vita mia, dunque il problema non è trascurabile. In realtà poi il problema sarebbe trascurabile, se fossi qui per gli affari miei, per diporto, ma io ho una missione, cioè piuttosto un lavoro ovvero un impegno. Questo rende le cose obbiettivamente difficili. Contattare il geometra del comune; questa non è la missione, ma un preliminare della missione,  anche se adesso il comune è chiuso per pausa pranzo, dunque contattare il geometra del comune dopo. Magari dovrei mangiare anch’io adesso. In effetti non c’è nessuno nella piazzetta assolata dove ho posteggiato la macchina. Sembra quel sole d’inverno che non scalda, però illumina. Ci deve essere un ristorantino pure qui, c’è sempre un ristorantino ovunque. Prima però mi fumo una sigaretta, ma siccome ho perso l’accendino, devo chiedere da accendere a qualcuno, solo che non c’è nessuno. Faccio due passi in qua, faccio due passi in là, ma continua a non esserci nessuno. Meglio andare a mangiare.

Mentre sto assaporando le pietanze al ristorante, si avvicina a me uno un po’ disfatto con gli occhi spiritati e si siede al mio tavolo.

  • Così sei tornato.
  • Prego?
  • Così sei tornato dopo vent’anni e non ti conosco quasi più.

Cerco di spiegargli che è la prima volta che vengo a Taroccate, quello per tutta risposta mi dice di chiamarlo pure Argo. Io allora gli spiego che deve trattarsi di un caso di somiglianza fisica, lui afferma che non può trattarsi di un caso di somiglianza fisica perché allora ero alto e biondiccio e adesso sono bassettino e moro. Forse potrebbero essere alcuni particolari, come il modo di stare seduto a tavola o le tasche del cappotto bucate, ma lui replica che dopo vent’anni non può certo rammentarsi di dettagli irrilevanti come quelli da me citati, in ogni caso mi assicura che non tradirà il mio segreto. Ed è confortante di sapere che c’è una persona di cui ci si può fidare ciecamente.

  • Se i tuoi nemici sapessero che sei tornato, tremerebbero.
  • Ma io non ho nemici.
  • Questa volta però non devi fallire, me lo devi promettere
  • Ma io non sono mai stato qui.
  • Arrivederci e grazie.

Grazie di cosa? Ma se ne è già andato. Penso che oggi, contrariamente alle mie abitudini, berrò caffè e ammazzacaffè. In effetti poi non ho abitudini precise, talvolta li bevo, talvolta no. Il caffè è buono, l’ammazzacaffè è buono, le pietanze erano buone, speriamo che sia buono anche il conto, comunque non mi devo dimenticare di farmi rilasciare la ricevuta perché sono in missione. Quando la chiedo al ragazzo, quello tergiversa un poco, ma poi acconsente, io per giustificarmi spiego che ne ho bisogno perché sono in missione, lui mi risponde che è arrivato fino ai quarantacinque anni facendosi i cazzi suoi e non intende derogare ora a quella norma di vita. La perentorietà della sua replica mi sembra che contenga un implicito invito ad attenermi alla medesima legge. In ogni caso chiedendogli da accendere, mi regala un pacchetto di cerini e anche il problema del fuoco è risolto. Ho davanti a me il pomeriggio con il geometra del comune.

Il problema , c’è sempre un problema, è che oggi il geometra del comune è fuori stanza e lo sarà per tutto il giorno. Quando lo apprendo, decido di guadagnare di nuovo l’uscita e di fumarmi una sigaretta nella piazzetta per ponderare con attenzione il mio che fare. Il mio secondo problema, c’è sempre un secondo problema, è che ho rimesso nelle tasche bucate del cappotto anche i cerini che avrei dovuto serbare con cura. Ma il dio dei distratti oggi mi aiuta perché li ritrovo per terra. Posso fumare e infine fumo, allorché mi avvedo che ho anche smarrito la ricevuta del ristorante inghiottita evidentemente dal pertugio della tasca. Così addio rimborso.

Osservo gli alberi, senza foglie in questa stagione, che sono degli stecchi e mi lasciano l’impressione di spaventapasseri dopo lo strip-tease. Un altro problema, c’è sempre un altro problema che ci si è dimenticati di considerare, è che la mia missione è urgente, urgentissima, ad alta priorità.  Questo paesaggio invernale è un’oggettiva irrisione delle mie priorità. Pare che il geometra non sia raggiungibile quando è fuori stanza: nell’era in cui i satelliti sono in grado di scorgere la pagliuzza nell’occhio di qualsiasi imbecille, qui non sono capaci di rintracciare un geometra fuori stanza!           Passa un drone in cielo, la cui ombra per un istante si assomma a quella degli stecchi.

Per fortuna le chiavi dell’automobile le ho messe nella tasca dei pantaloni. Almeno me ne posso tornare a casa con tanti saluti alla mia missione così urgente così importante. A mia giustificazione potrò sempre dire che le circostanze non mi hanno aiutato, che è la frase universale dei perdenti di ogni tipo e genere.

Ho finito di fumare. Butto la cicca per terra. Tiro fuori le fodere delle tasche del cappotto per vedere a occhio nudo il buco. Poi le rimetto dentro e constato che qui non c’è niente da fare. Mi avvio verso l’automobile.

La situazione sembra bisognosa di una pezza perché se no rischia di diventare cronicamente irrecuperabile. Mi prende un sordo furore al pensiero che non riceverò la diaria perché ho perso la ricevuta e anche al pensiero del sarcasmo, se non dell’aperta irrisone, di Falerini al mio rientro senza aver combinato nulla. Lui così precisino che sviscererà ogni aspetto e il relativo significato recondito di questa sfortunata spedizione crederà di aver raggiunto un’interpretazione definitiva e scambierà il mio silenzio indignato per una capitolazione alla sua superiorità ermeneutica. Ma la verità è che tutti sono capaci di imbastire un’allegoria, il vero problema è campare la vita!

 

 

Interférences # 19 / Christophe Tarkos, l’installatore performativo

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[Questo testo è uscito ieri in alfadomenica]

di Andrea Inglese

Da qualche tempo nelle discussioni letterarie – pur nella forma spesso frammentaria che hanno oggi assunto sui social – anche in Italia si è cominciato a fare il nome di Christophe Tarkos. Sembra addirittura che questo autore francese sia conosciuto e che vi sia una certa urgenza nel nominarlo, quando si parla di poesia contemporanea. Ebbene, ora si potrà finalmente leggerlo, dal momento che è da poco uscita la traduzione di L’argent, un suo importante libro del 1999, curata da Michele Zaffarano (I soldi, coll. «ChapBooks», Tic Edizioni, Roma 2018). Perché è consigliabile leggere Tarkos in Italia?

Un solo paradiso

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  di Gianni Biondillo

Giorgio Fontana, Un solo paradiso, Sellerio Editore, 2016, 194 pagine

Il caso ha voluto che due vecchi amici si ritrovassero al tavolo di un bar che anni prima fu il rifugio di una compagnia di giovani pronti a superare la loro linea d’ombra ed entrare nel mondo da adulti.

Il narratore, un fotografo da poco tornato in città, superati i primi imbarazzi (cosa si dice a chi non vedi da anni? Come si reagisce di fronte all’evidente sfacelo del tuo interlocutore?) ascolterà dapprima controvoglia il terribile racconto di Alessio – la sua perdita di dignità, il suo sprofondare nell’oblio dell’alcool – per poi ritrovarsi sempre più avvinghiato, persino affascinato dalla storia dell’amico. Diventando così il nostro testimone.

Perché Alessio, bicchiere dopo bicchiere, esporrà lucido e irredimibile la sua caduta nel baratro. Per amore. Perché infiniti possono essere gli inferni, ma il paradiso, quando credi d’averlo trovato, resta unico e irripetibile.

A parlare è il fantasma del ragazzo che fu. Quello che conobbe Martina per caso, che condivise con lei l’amore per il jazz (e Giorgio Fontana riferisce con precisione maniacale i suoi gusti musicali), che passò notti di indimenticabile amore. Un sesso carnale, primordiale. E che poi conobbe l’inaspettato distacco, proprio quando tutto sembrava perfetto, una lieve incrinatura nella voce, una piccola bugia, la ferita del tradimento, la perdita del centro.

Non a caso per l’intero romanzo, l’autore fa camminare il protagonista in una Milano livida, malinconica, straniata. Una città senza centro, fatta di infinite periferie, non necessariamente degradate, piene anzi di una poesia nascosta, ma incapaci di farsi casa per l’anima errante di Alessio, che come perduto nel buio non saprà mai oltrepassare la linea d’ombra, restandone imprigionato, vagando senza requie, inviluppato alla sua maledizione: amare, per una volta sola. Un solo paradiso.

(precedentemente pubblicato su Cooperazione n° 47 del 22 novembre 2016)

Non so cosa sia la poesia, ma qualcosa ho imparato dai poeti

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[Questo testo è incluso in Poesie e prose 1998-2016. Un’autoantologia, pubblicata per Dot.Com Press nel 2018]

di Andrea Inglese

E poi scrivi la tua biografia intellettuale, mi ha detto Biagio Cepollaro, spiegandomi come funzionava questa cosa dell’autoantologia. Io naturalmente ho risposto felice all’invito, perché il progetto è davvero bello, perché l’invito è venuto da un amico che io ho a lungo considerato nel mio percorso poetico come un fratello maggiore, ossia uno che ne aveva già viste prima di me, e che aveva avuto tempo di elaborare illusioni e disincanti, scoperte e punti morti. C’è però anche un altro fatto. Tutto questo lavoro lo sto facendo a poche settimane dall’anniversario del mio mezzo secolo di vita. Mezzo secolo. Sembra davvero tanto, se non fosse invece così poco. Fatto sta che tutto sembra organizzarsi, per invogliarmi a un bilancio. Ho iniziato a scrivere versi a sedici anni, ho pubblicato la mia prima raccolta a trentun anni e da quasi vent’anni sono divenuto, almeno formalmente, un poeta pubblico. Che cosa questo voglia dire, però, non sono sicuro di saperlo, né per quanto mi riguarda, né per quanto riguarda quell’entità chiamata “poesia” che mi dovrebbe includere e trascendere.

Una malinconia inconsistente

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di Helena Janeczek

(Nazione Indiana ha compiuto quindici anni a marzo, da allora molte persone e molte cose sono cambiate; testimonianza molto importante, e talvolta emozionante, di questa lunga storia è il suo archivio, del quale abbiamo deciso di ripubblicare alcuni post, che riteniamo significativi. Oggi proseguiamo con uno dei redattori fondatori Helena Janeczek. La redazione)

malinconia.jpgLa “malinconia dei molti” di cui vorrei parlare è, innanzitutto, malinconia nell’accezione più debole, ma anche più diffusa del termine come può testimoniare un qualsiasi dizionario di lingua italiana. Tale “vaga e intima mestizia” figura infatti come voce chiaramente distinta dallo “stato patologico di tristezza, pessimismo, sfiducia o avvilimento, senza una causa apparente adeguata, che rappresenta una della fasi della psicosi maniacale” (1). Non tratterò dunque della malinconia che ha come sinonimo moderno la depressione: né di quella detta reattiva – dove a una causa si potrebbe anche risalire – né tantomeno di quella endogena che lascio volentieri a chi se ne occupa di mestiere.

Ma qualcosa che per definizione rimanda alla vaghezza potrà mai essere adatto come oggetto di riflessione, anzi come oggetto tout court? Certo, la malinconia di cui intendo ragionare non è che un sentimento diffuso e fluttuante, o forse ancora più una coloritura del sentimento, una Stimmung. E ciononostante voglio affermare che si tratta di “malinconia dei molti”, vale a dire di un sentimento comune, collettivo. Più precisamente si tratta di un sentimento connesso a un certo tempo storico: un sentimento generazionale, di cui recano traccia i lavori di scrittori e artisti nati o almeno cresciuti nel dopoguerra. Sono questi autori e le loro opere che citerò a testimoniare l’esistenza di una malinconia che più di altre pare legata a cause sfuggenti o scarsamente significative, vaga fino all’inconsistente.

Sembra inutilmente complicato cercare di definire per via teorica la diffusione nel tempo e nello spazio di questa malinconia. Quindi è meglio passare subito agli esempi. Per inciso: se questi sono stati scelti nell’ambito della cultura italiana, ciò non significa che la malinconia di cui recano traccia sia un fenomeno esclusivamente italiano. Potrei trovare altrettanti esempi nella letteratura tedesca contemporanea (che è semplicemente quella che conosco meglio), ma dovrei citare testi non tradotti di autori in buona parte sconosciuti, così come sono quasi sempre ignoti all’estero gli scrittori italiani dei quali parlerò. Questo ha a che fare non solo con le condizioni di mercato cui vanno incontro i “giovani autori”, ma anche con le caratteristiche specifiche della “malinconia inconsistente”, sentimento tanto indifferente ai confini nazionali, quanto, per apparente paradosso, vincolato nella sua espressione a oggetti la cui diffusione reale o portata simbolica è geograficamente limitata.

Non è così per il primo nome che voglio citare, un autore che ha avuto successo anche all’estero e le cui frasi più incisive sono diventate proverbiali non solo fra i suoi fan: Nanni Moretti. Una di queste battute è il grido di dolore lanciato da Michele Apicella in Palombella Rossa: « “Le merendine di quando ero bambino non torneranno più! I pomeriggi di maggio! Mamma!”»(2). Il film, dove attraverso una partita di pallanuoto viene messa in scena una riflessione sul comunismo, rappresenta forse l’opera più vistosamente costruita di Moretti. Ma arriviamo al punto che mi interessa: la coesistenza del rimpianto per le merendine con un pensiero rivolto all’identità di chi si è riconosciuto in certe idee politiche. Nel successivo film, fra giri in vespa per Roma, vacanze alle Eolie e la cronistoria della lotta contro un tumore e contro i medici che sbagliano diagnosi e cure, Moretti, a scanso di equivoci sulla propria ormai manifesta vocazione all’autobiografia (3) (enunciata sin dal titolo Caro Diario), sbotta nel celebre urlo: « “Voi gridavate cose orrende e violentissime e voi siete imbruttiti. Io gridavo cose giuste e ora sono uno splendido quarantenne!”»(4) all’indirizzo degli attori coetanei che interpretano una sorta di versione italiana del Grande Freddo.

Credo che parzialmente la fortuna di Nanni Moretti come campione della sua generazione – vale a dire, aldilà dei dati anagrafici, del suo pubblico – sia fondata su questa duplicità: le frasi che riflettono un sentimento e una consapevolezza etica e politica comuni e la messa in scena dei propri tic, vezzi e gusti più personali (il famoso narcisismo morettiano) com’è, per esempio, la passione per i dolci diventata un leitmotiv dell’intera produzione. Ci si riconosce non solo in chi grida a Massimo d’Alema “di’ qualcosa di sinistra”(5), ma anche in chi sogna enormi barattoli di Nutella o in chi, sentendo una canzonetta di qualche estate passata, è travolto da una nostalgia spropositata(6): ci si identifica con chi, di sinistra o meno, è portatore della stessa malinconia.

Ha solo pochi anni meno di Moretti (nato nel 1953) il primo scrittore che voglio nominare, uno scrittore in cui, nonostante la coincidenza di età, manca qualsiasi traccia di “impegno”. Michele Mari, nato nel 1955, coltiva anzi una scrittura iperletteraria, alta e a tratti arcaicizzante, in gran parte però piuttosto apertamente basata sull’elaborazione di cosiddetto “materiale autobiografico”. La copertina del libro da cui verrà tratta la seguente citazione raffigura, in perfetta sintonia con il titolo Tu, sanguinosa infanzia, una serie di torte postmoderne, tanto piene di panna e ciliegine finte, quanto sottilmente mostruose: immagine che si appaia perfettamente ai cartelli con i dolciumi giganti sospesi sulla piscina vuota in una visione onirica di Palombella Rossa.

“Sorrideva di imbarazzo, mio padre, mentre nel sonno di questa notte mi guardava negli occhi. C’era una porta, di fianco a noi, e quand’egli mi chiese se sapevo cosa ci fosse dietro io risposi che non volevo entrare.
« Non ti ho chiesto se vuoi entrare, ma se sai cosa c’è dietro.»
«Meglio che non lo sappia mai papà, se c’è qualcosa d’ignoto sarà orrendo, se c’è qualcosa di familiare sarà triste.»
Ma tu insistevi, e quando hai addolcito il tuo sguardo di quella luce speciale che mi riconosce uguale a te io non ho più avuto difesa.

Ora che il sogno è finito ti chiedo perché non l’hai fatta davvero, questa cosa che se io sono stato tanto capace di inventare stanotte avrai ben immaginato tu pure, perché non hai osato quando ce n’era il tempo. Questo vuoto che mi rimbomba dentro, questo lutto che giorno dopo giorno ha contristato i giorni della vita mia, adesso so da dove vengono; adesso so dove fuggiva la parte più segreta dell’anima quando l’osceno mondo mi triturava.

«Lo conosci?» Mio padre mi stava mostrando un Winchester di cinquanta centimetri. «Acquistato il 20 dicembre 1963 in un negozio di corso Vercelli dai tuoi genitori; consegnato il 25 dicembre 1963 con il seguente biglietto: “A Mike per avermi salvato la vita – Johnny Guitar”; usato ininterrottamente dal 25 dicembre 1963 al 9 maggio 1964.»
«Cosa…cosa successe il 9 maggio?»
«Lo hai perso, ti è scivolato fra le assi di una panchina di piazza Napoli, e quando il nonno si è alzato per tornare a casa tu lo hai seguito senza esitare.»
«È così, che è andata?»
«È così. E queste, le conosci?» Sul palmo della sua mano destra c’erano tre macchinine Mercury lunghe quattro centimetri e mezzo, di ferro massiccio smaltato, una gialla una rossa una verde. Stesi un braccio per prenderle ma lui le chiuse nel pugno. «Acquistate il 18 dicembre 1964 in un negozio di via Foppa da tuo padre per conto dei tuoi nonni; consegnate il 25 dicembre 1964 senza accompagnamento testuale; usate ininterrottamente dal 26 dicembre 1964 al 19 febbraio 1968, giorno di uno sciagurato baratto di cui ti dovresti ricordare.»
Se me ne ricordavo! Si chiamava Federico Colla, aveva un anno più di me e una maledetta mattina mi offrì un gioco delle pulci e uno shangai: me le offrì in cambio, sì, mi fece questa violenza, e io ebbi la debosciatezza di accettare. La sua plastica in cambio del mio ferro! Però…
«Però gliene diedi solo due, di macchinine, perché quella gialla l’avevo persa in un tombino un po’ di tempo prima…»
«E questo ti sembra che cambi qualcosa?»
«No papà, non cambia.»
«Appunto, non cambia. Tanto ti saresti pentito subito anche se gli avessi dato una sola ruota: perché era una ruota Mercury e perché era una ruota tua.»
«Mia, sì, era mia.»
«Non commuoverti troppo, figlio, perché siamo solo all’inizio. Altrimenti come farai vedendo cose come questa» (fra le sue braccia era comparso un fortino fatto di canne di bambù) «o questa» (il libro di Saturnino Farandola,, mezzo slegato) «o questa, o questa, o questa.»
«Fermati, ti prego, pietà.»
«Saturnino Farandola, quanto l’hai amato! Ma questo non ti ha impedito, un giorno, di lasciare che qualcuno si mettesse fra te e lui. Un nonno zelante che correttamente ti chiese, 
perché te lo chiese, se lo si poteva dare a un cugino piccino quel libro, tanto tu…»
« Non dirlooo!»
«Tanto tu ormai eri “grande”…Vuoi la data, la data esatta del tuo tradimento?»
«Quel cugino, quanto lo ho odiato per quello!»
«Già. E chissà se dopo di lui ce n’è stato uno ancora più piccolo, di destinatario, o se lo ha tenuto sempre con sé, il Saturnino, o se un giorno lo ha buttato nella spazzatura, ci può dirlo?»
«Ma è qua, me lo hai appena fatto vedere.»
«E di queste biglie, cosa m dici? In fondo non chiedevano molto spazio, un sacchettino nell’angolo di un cassetto, eppure, a un certo punto, fine: esse vengono espulse dalla tua vita.»
«Menti! Sono le cose a scomparire, io per quelle biglie sarei morto, come avrei potuto abbandonarle? Le mie biglie…»
«Infatti è così, scompaiono. Tutto il segreto sta nel non distrarsi mai, mai abbassare la guardia…sapere sempre cosa si ha, dove lo si ha… E ciò che hai amato anche un solo mattino, tenertelo stretto fino alla morte. Tenere, tenere, tenere…»
«Non dover mai rimpiangere nulla…»”… 
(7)

Come Michele Apicella rimpiange le merendine di quando era bambino(8), l’io narrante di questo racconto è schiacciato dallo strazio per la scomparsa di alcuni oggetti che simboleggiano la sua infanzia. Si tratta, in questo caso, di giocattoli e di un libro, tutti però descritti nella loro natura di cose, anzi addirittura di merci (le macchinine Mercury, il meccano nr.5, la dimensione esatta del fucile ecc.; i negozi dove furono comprati). Anche qui, come nel più breve intervento di Moretti, assistiamo a un sogno di regressione, regressione tanto apertamente esibita (Michele Apicella grida “mamma!”), quanto ambigua. E’ il modo di riferirsi ai giocattoli perduti, modalità con la quale il padre fa presa sul figlio, a indicarci con chiarezza che l’io-narrante non è integralmente quello di un bambino: da un lato c’è il terrore infantile del padre strapotente, dall’altro il padre può essere visto come il fantasma di un senso di colpa maturato dall’adulto: la colpa, appunto, di non aver saputo “tenere, tenere, tenere…” gli oggetti dell’infanzia (un’infanzia, tra l’altro, nient’affatto idilliaca, bensì “sanguinosa”); di non aver capito che la loro scomparsa e il rimpianto conseguente mettono a repentaglio l’infanzia stessa. La memoria dell’io-narrante adulto, quindi la sua stessa integrità, si presentano minate dalla perdita di anche uno solo di questi oggetti, direi quasi tragicamente minate, visto che il comportamento “sbadato” del bambino d’allora appare invece perfettamente normale. In altre parole: smarrire il tale giocattolo, smarrire in più il ricordo di averlo posseduto e poi perduto, significa perdere la risposta alla prima delle domande “da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo?” e quindi non saper più affrontare le altre due. Da qui si origina una malinconia apparentemente così sproporzionata alle sue misere cause – la scomparsa di una merendina o di un giocattolo spesso per giunta “povero”(9)- , da poter essere espressa solo attraverso delle “messe in scena” di per sé iperboliche e esagerate.

Certo, il motivo dell’infanzia perduta con gli oggetti che la simboleggiano ha un peso e una centralità diversa nei due esempi fin qui considerati, ma si tratta comunque dello stesso sentimento, di un sentimento, soprattutto, rappresentato con analoghe modalità; in più, anche nel caso del film Moretti, di una componente significativa dell’insieme. Per il resto non saprei quali altre somiglianze trovare in questi autori così diversi sin dalle loro premesse poetiche se non delle affinità casuali e spurie o, alla meglio, “generazionali”, ma in un senso assai più debole: perché non conta il fatto che alcune generazioni di artisti da piccoli abbiano mangiato le stesse merendine oggi non più in commercio, letto gli stessi giornaletti ecc., né, ovviamente, il rimpianto dell’infanzia, motivo fra i più antichi e universali, determina in sé una novità. Quindi, per afferrare meglio la specificità della “malinconia inconsistente”, cercherò di aggredirla da tutt’altra parte.

“L’anno che D.D. Jackson si è fatta intervistare da Jocelyn su Telemontecarlo è stato praticamente l’anno più bello della mia vita.
Io, in quell’anno, ci sono andato a letto con D.D. Jackson!!!!
Era il 1981.
Erano anni completamente bui, quelli.
A me, piaceva sempre attraversarli con quell’ansia meccanica, tipo orologio digitale che c’è nelle patatine, che dei miei amici di Varese avevano comperato. Guardi l’orologio e non sai dove cazzo. Tu, comunque, dietro a quel tempo veloce.
Erano anni in cui si limonava di continuo. Oppure no. Erano anni così. Quegli anni, se li ricordo è perché cantanti come i Rockets li hanno fatti diventare un sogno immortale, e non solo i fantastici ragazzi della mia compagnia li conoscevano, ma chiunque comperava i dischi dei Rockets. I Rockets erano la versione maschile di D.D. Jackson; lei, è la bellissima cantante spaziale del mio amore eterno.”
 (10)

Anche l’io-narrante di questo racconto potrebbe rimpiangere quello che sin dalla prima frase definisce “l’anno più bello della mia vita” (passati dall’infanzia all’adolescenza ci troviamo pur sempre fra i ricordi di giovinezza, comunque terreno classico per l’elegia), ma sembra che il suo sentimento si collochi esattamente all’opposto di quelli incontrati fin ora: euforico, anziché malinconico. L’autore stesso appare essere quanto di più lontano, contrario e incompatibile con quelli citati prima si possa immaginare: Aldo Nove, acclamato o detestato come “cannibale” e, aldilà di questa etichetta, campione di un’estetica “trash” come quella chiaramente espressa dal testo citato.

E’ fantastico, dice Aldo Nove, che la mia adolescenza sia rappresentata da cantanti come D.D.Jackson e i Rockets, da personaggi minori della tv privata, da orologi gadget delle patatine: tutte cose scomparse dalla circolazione ormai da tempo, sebbene il passato rievocato disti dal presente meno di vent’anni. Per una scelta radicale, Nove riduce la sua memoria a un serbatoio di mero “trash” e ne esalta il contenuto al punto tale da applicargli alcune delle formule retoriche più alte: “sogno immortale”, “amore eterno”. Sembra, a prima vista, una mossa puramente provocatoria, tesa a sottolineare per contrasto il carattere assolutamente effimero degli oggetti designati con quelle parole, nonché a svelare quanto siano diventate trite, prive di significato queste ultime. In un mondo “trash” non ha più senso parlare di “sogno immortale” e di “amore eterno” o bisogna accettare che l’amore eterno – ossia il tipico innamoramento fantastico e idealizzante dell’adolescenza – possa davvero equivalere a D.D.Jackson, un nome al quale non associa nulla chi nel 1981, in Italia, aveva qualche anno in più o in meno di Aldo Nove o anche chi, pur coetaneo, frequentava compagnie in cui si ascoltava altra musica.

Per questo credo che, nel suo evidente artificio, Nove stia parlando sul serio, vale a dire che la sua dichiarazione d’amore abbia un fondamento diverso da un analogo uso retorico praticato da avanguardie e neoavanguardie con l’intento di esprimere la loro “critica del linguaggio” nonché di épater le bourgeois. Certo, è da cent’anni ormai che a filosofi, poeti e altri scrittori il linguaggio appare come uno strumento arbitrario privo di verità, in compenso però alleato con il potere, e la coscienza individuale, l’io, si è sfaldato. Ma accanto a questa esperienza estrema e di pochi si reggeva ancora una memoria storica collettiva: basti pensare a quanta parte della produzione poetica delle avanguardie storiche in cui si esprime la famosa disintegrazione dell’io, si offre al tempo stesso come testimonianza della Prima Guerra Mondiale (e anche grazie a questo rimane significativa o semplicemente comprensibile ancora oggi, mentre un racconto come quello di Aldo Nove nasce segnato – cosa inaudita per gli statuti tradizionali della letteratura – da un’inevitabile “data di scadenza” a brevissimo termine).

Che poi Aldo Nove sembra esaltarsi all’idea di confezionare qualcosa di ormai molto simile a uno yogurt mentre un altro – mettiamo Michele Mari – della stessa cosa si dispera cercando di contrapporvi uno stile alto e una memoria drammaticamente ossessionata dal compito di “tenere, tenere, tenere”, conta poco rispetto al problema di fondo, ineludibile sia per gli “archaisti” che per gli innovatori(11). Inoltre anche in Nove emerge chiaramente, anzi con chiarezza ancora maggiore, l’assoluta fragilità della memoria:

“Vi ricordate Maria Giovanna Elmi e il Dirigibile? Vi ricordate Mal? Vi ricordate Sammy Barbot? Vi ricordate Stefania Rotolo? Vi ricordate quello con la bocca storta, Enrico Beruschi? Vi ricordate la Guapa? Vi ricordate Tiziana Pini?, Vi ricordate il programma «Buonasera con…»? Vi ricordate l’amore infinito?”….
“Vi ricordate Mennea? Vi ricordate Franca Falcucci? Vi ricordate il mondo di Roberta Camerino? Vi ricordate Zanna Bianca? Vi ricordate Autogatto e Mototopo? Vi ricordate Goran Kuziminach? Vi ricordate Video killed the radio stars? Vi ricordate Barazzuti? Vi ricordate «Tre nipoti e un maggiordomo»? Vi ricordate Elisabetta Virgili? Vi ricordate l’amore infinito?”
(12)

Per circa una pagina intera il racconto procede con questo parossismo di domande ripetute, sempre rivolte a un “voi” privo d’identità, creando un effetto che oscilla fra il panico e l’estenuazione. Che poi il tutto si intitoli “La vita è una cosa meravigliosa”, pare una scelta di palese ironia: la vita potrebbe davvero sembrare meravigliosa se almeno una piccola parte dei lettori ricordasse almeno una piccola parte dei nomi snocciolati, cosa già data per improbabile in partenza, altrimenti l’elenco non sarebbe così lungo.

Ritorna sempre la stessa configurazione: la memoria si presenta occupata e invasa dagli oggetti e con questi si confonde. Gli oggetti diventano in sé significanti: sono i veri testimoni dell’esistenza di una memoria individuale e del soggetto stesso cui appartiene. Quindi, pur di potersi considerare tale, il soggetto deve andare a caccia di una pur raffazzonata collettività che confermi e ratifichi il valore simbolico di quegli oggetti. E’ come se ci trovassimo davanti alla proliferazione mostruosa delle “madeleines” di Proust, come se aumentando di numero le “madeleines” tendessero a divorare il mondo ricordato (e il tempo ritrovato) che da loro scaturiva. Alla fine di questo processo resterebbero solo le “madeleines”: destituite, anche se si trattasse di oggetti preziosi, di ogni vero valore dall’accumulo meccanico, e quindi rese sostanzialmente “trash”. Ma anche laddove questo meccanismo non si spinge agli estremi della memoria completamente reificata, genera comunque un senso di inconsistenza che si deposita come fondo di malinconia: e non importa che quest’ultimo traspaia dal furore anacronistico di Mari, dalla nostalgia critica di Moretti o dall’acclamazione dell’esistente espressa da Aldo Nove (ci si può chiedere, invece, se sia giusto ritenere “d’avanguardia”, in più “d’avanguardia critica”, chi anche alla reificazione più banale e quotidiana risponde con un consenso programmatico): persino Nove, infatti, si lascia “scappare” frasi come “erano anni assolutamente bui, quelli”. E in altri testi, trattando la materia del ricordo d’infanzia con i toni di un’incantata elegia lirica, rivela un’insospettata vicinanza ai primi due autori.

“Io sapevo che, oltre quel cortile, c’era l’Oriente e tutte le strade avevano l’odore strano delle spezie per l’arrosto in cucina con i cammelli disegnati color cannella che appena scorgevo quando qualcuno lasciava aperto il portone si intravedeva questo mondo dove io ero arrivato buonsapore Bonomelli condimento.
…Nel mondo c’erano l’Africa e l’Asia coperta di malattia e lebbra dei giornali illustrati con i colori diversi che ci sono adesso, leggermente più sbiaditi trattassero di Asia o di Euchessina dentro il negozio in cui mio padre mia madre lavoravano tranne che la notte erano esposti assieme alla brillantina Linetti in via Roma 104. Ogni giorno tornavano lì a lavorare a lavorare saltando a piè pari la notte.”
(13)

Sembra dunque impossibile sfuggire allo struggimento provocato dalla mera evocazione dell’”Euchessina” o della brillantina “Linetti”, qualunque posizione poetica, politica o altrimenti ideologica si voglia poi abbracciare a riguardo del proprio passato, presente e futuro in una società consumistica avanzata. Del resto, è sul piacere – o sul bisogno – di ricordare collettivamente, di cementare in un rito pubblico la propria fragile memoria reificata, che si fonda l’immenso successo popolare di trasmissioni televisive come “Anima mia” o la progettazione e il lancio di una sempre più ampia gamma di prodotti che vendono a caro prezzo un “plusvalore” consistente nel ricordarne altri, prodotti appartenenti a un passato prossimo già “mitico”: penso, per esempio, al nuovo “maggiolino” della Volkswagen che sembra una versione disneyiana, vale a dire infantile e regressiva, di quello vecchio.

Per questo credo che fino a quando l’accelerata evoluzione e espansione degli oggetti continuerà a determinare il nostro tempo e il nostro spazio, dovremo, come scrittori, lettori o come persone qualsiasi, fare i conti con il nostro senso di inconsistenza e con il suo corollario di malinconia: cercando di dare un’espressione, un volto adeguato a un’esperienza in cui tutti ormai “siamo uguali, perché siamo diversi”(14).

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Note

(1) Nicola Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana, dodicesima edizione, a cura di Mira Dogliotti e Luigi Rosiello, , Zanichelli, Bologna 1998, p.1040

(2) Palombella Rossa, regia di Nanni Moretti, Italia 1989

(3) Segnalo l’interessante rilievo di Gianni Canova, il quale sostiene che proprio da Caro Diario in poi, cioè dal momento in cui rinuncia a qualsiasi tradizionale elemento di finzione come ad esempio quello di interpretare un personaggio chiamato Michele Apicella , il personaggio Nanni Moretti perda in centralità rispetto ai luoghi e alle cose mostrate nel film.
Gianni Canova, Il tramonto del corpo, in «Fucine Mute webmagazine», 1998-1999

(4) Caro Diario, regia di Nanni Moretti, Italia 1993

(5) Aprile, regia di Nanni Moretti, Italia 1998

(6) Il recente, assai ben accolto romanzo d’esordio di David Wagner, giovane scrittore tedesco nato nel 1970, evoca la pace ovattata, profondamente malinconica di un’infanzia dorata, trascorsa fra gli anni settanta e ottanta a Bonn, capitale della BRD, riferendosi alla generazione del protagonista come a “Nutellakinder”, definizione subito riproposta dalla stampa.
David Wagner, Meine nachtblaue Hose, Alexander Fest, Frankfurt 2000

(7) Michele Mari, L’uomo che uccise Liberty Valance, in Tu, sanguinosa infanzia, Mondadori, Milano 1997, pp.17-20

(8) Cfr. anche: “A mia madre piacevano molto le feste, le feste come questa: oggi sarebbe venuta qui. Vale, ti ricordi quando ci comprava le “nugatine”: metà cioccolatino metà caramella. Le “nugatine”, oggi non le fanno più. A ottobre un giorno arrivava a casa e diceva: “indovinate cosa vi ho portato…”. Ma noi lo sapevamo già, erano i primi mandarini della stagione. Ora, invece, ci sono le ciliegie tutto l’anno, le fragole tutto l’anno, ma che ricordi avranno un giorno questi bambini, eh?”, in: La messa è finita, regia di Nanni Moretti, Italia 1985

(9) In un altro racconto di Tu, sanguinosa infanzia una raccolta di “Urania” viene trattata alla stregua di una collezione di incunaboli.

(10) Aldo Nove, Il gusto di tutti i pianeti che ci sono, in «MicroMega», n. 5/96, p.163

(11) Alludo al titolo originale Archaisty i novatory del celebre saggio di Jurij Tynjanov, reso in italiano con Avanguardia e tradizione (Dedalo libri, Bari 1968). La questione di quanto i modelli interpretativi modellati sull’esperienza del modernismo storico siano da rivedere, è tanto appassionante, quanto spinosa e complicata: qui basti soltanto rilevarne l’esistenza.

(12) op.cit, p.166.

(13) Aldo Nove, Bio, in Il ‘68 di chi non c’era (ancora), a cura di Raul Montanari, Rizzoli, Milano 1998, pp.77-78.

(14) Palombella Rossa, Regia di Nanni Moretti, Italia 1989

Overbooking: Kareen De Martin Pinter

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Nota di lettura

di

Francesco Forlani

su Dimentica di respirare di Kareen De Martin Pinter

Prima di raccogliere le idee su questo libro che, come ho avuto modo di dire ad ognuno dei miei amici lettori, considero tra le cose più belle lette in questi anni, mi sono andato a cercare i significati possibili della parola apnea, dall’etimologia tutto sommato semplice, diretta- apnèa s. f. [dal gr. ἄπνοια «mancanza di respiro», comp. di ἀ- priv. e tema di πνέω «respirare»]- e ho scoperto così l’esistenza della maledizione di Ondina. Tra le mille leggende che equiparano queste creature acquatiche alle sirene omeriche, ve n’è una secondo cui, Lorelei tradita dal proprio cavaliere si fosse vendicata obbligandolo alla veglia eterna, all’impossibilità del sonno, pena la morte per assenza di respiro. Anche nel romanzo di Kareen De Martin Pinter creature angeliche popolano i fondali della storia, sono le ama, le pescatrici giapponesi maestre dell’arte dell’apnea, arte trasmessa da generazione a generazione per più di mille anni. Giuliano riesce nei suoi lunghi anni d’immersione nella vita a condividerne lunghi e interminabili momenti di non respiro, perfino a incrociare lo sguardo di una di loro dopo avere pescato negli abissi.”Prima di perderle di vista, però, mi voltai a guardarne una, era bellissima. E anche lei mi guardò. Un filo luminoso lanciato dai suoi occhi m’immobilizzò.

foto di Fosco Maraini

Ma quale sarà mai la colpa di Giuliano e dunque la sua maledizione? Una parte di responsabilità nella morte del fratello più grande, un tentativo maldestro di aiutarlo a rimanere più a lungo sott’acqua per vincere la sfida con un altro amico anch’egli tuffatore. La sua colpa è quella che ci si porta dietro da sopravvissuti e che sembra non dare pace. Toccare il fondo è davvero una sfida contro il tempo, un’esperienza che contempla preparazione, allenamento, attraversamento della soglia sospesa tra la vita e la morte. La frase del romanzo procede così per sospensione del respiro, accelerazioni, riprese brusche e la lettura diventa un rito d’iniziazione a quella misura imponderabile oltre la quale non v’è più misura, il respiro cessa. Come in ogni rituale che sia pervaso di sacralità deve esserci una condivisione e allora eseguiamo insieme a Giuliano gli ordini del suo maestro d’immersione Maurizio, ogni singola

fase della guarigione della delfina Mary, l’amicizia con Marco ma soprattutto il miracolo che ogni volta si ripete quando la vita, la nuova vita di un neonato si ricongiunge all’acqua. In certi momenti si sovrappongono le immagini del bellissimo film di Jean-Luc Besson, le Grand Bleu (1988), ispirato alla vita di Enzo Maiorca e Jacques Majol,  soprattutto la dimensione onirica, il sogno ad occhi aperti di chi fa immersione. Del resto come nel più celebre dipinto dedicato ai tuffatori, custodito a Paestum, anche in questa narrazione c’è una parte di cielo- nel momento in cui il tuffatore spicca il volo e si distacca da terra- e poco importa se questo avverrà perché è destino o come un atto testamentario. Dimentica di respirare infatti non è un consiglio, né tanto meno un ordine da eseguire, ma una legge e come tutte le leggi insieme inesorabile e liberatoria.

 

 

La metafisica delle buche di Roma

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di Lorenzo Pompeo

 ( Natale 2016, rovine della palazzina di via della Farnesina 5, misteriosamente crollata il 24 settembre dello stesso anno. Foto dell’autore)

Nel 1963 Rafael Alberti si stabilì a Roma, a Trastevere. Fuggito dalla Spagna a seguito della sconfitta dei repubblicani nel 1939, si rifugiò inizialmente in Francia (dove gli venne ritirato il permesso di lavoro in quanto “pericoloso comunista”), poi nel 1940 si imbarcò per l’Argentina, dove visse a Buenos Aires (nel 1946 fu per un breve soggiorno in Cile fu ospite di Pablo Neruda, dove conobbe Salvador Allende). Ma forse il richiamo del sangue (il suo nonno paterno, Tommaso Alberti Sanguinetti fu un garibaldino toscano), insieme ad altre ragioni di natura contingente, dovettero portarlo a Roma. Nel 1972 uscì nella collana mondadoriana “lo specchio” Roma, pericolo per i viandanti. dalla quale è tratta Notturno. Lo stesso Alberti, in una breve nota introduttiva al volume, raccontava:  «Scoprivamo il segreto delle insidiose viuzze, con le loro porte chiuse, i muri screpolati, i panni ondeggianti da balcone a balcone, le impreviste immondizie – un pezzo di motocicletta, un water-closet gettato dall’alto, un gatto morto gettato su un mucchio di rifiuti alla voltata d’un cantone… – vera atmosfera surreale, squassata, specialmente durante il bel tempo, dalla stridente musica che usciva dal bar, gli scappamenti assordanti delle moto sfrenate, dalle cariche cieche delle auto, dalle quali bisogna salvarsi toreandole come tori fuggiti Iddio solo da dove… insieme imparammo il nostro Trastevere, la sua sozza e sgangherata miseria, il suo mistero e incanto popolare, estatico e rumoroso, muto improvvisamente e solitario.»

 

 

NOTTURNO (1)

 

Di colpo Roma è vuota. Non c’è un’anima.

Soltanto pietre e crepe. Silenzio e solitudine.

L’implacabile madre dei rumori ora giace

davanti a me in un silenzio di cimitero.

Vo come un ubriaco, senza meta, arrembando.

Nel buio che m’attornia, son rimasto senz’ombra.

La cerco, non la trovo. In vita mia è la prima

notte ch’essa è fuggita dal mio fianco.

Non so più dove sono i muri, le porte.

Tutto è come un’immensa catacomba serrata.

L’acqua è morta, son morti voci e passi.

Non so chi sono e ignoro verso dove cammino.

M’empie la bocca il sangue.

Roma mi sa di sangue ed a fiotti la sputo.

Scricchiola, salta, si sfascia, vien giù, cade.

Solo una vuota buca m’avvisa nelle tenebre

di quello che mi aspetta.

 

Il poeta milanese Ermanno Krumm, nel 2005 (trentatré anni dopo Alberti), dedica a Roma un paio di poesie della raccolta Respiro.:La prima è Non finisce l’evo antico (2)

 

Fra 100, 200 anni, sotto onde

di mattoni che s’ingorgano, Roma

sarà ancora questa, ancora arco, domani

qui, da Caracalla al Circo Massimo,

saranno ancora chiese che scavalcano

Costantino e veleggiano in anni luce,

nanosecondi nascosti nell’ossatura d’un dio

e abbocca per dire che basta mettere

il piede su queste pietre perché

sia ancora tutto lì, non nicchie di morti

ma dappertutto il grande corpo

che si ricompone, secoli che s’affacciano

dentro splendidi palazzi nella testa

di milioni d’uomini e pezzi di tutto

che tornano da tutte le parti.

 

Oggi, trascorsi quarantasei anni dal Notturno di Alberti e appena tredici dalla poesia di Krumm, è possibile tracciare una linea che collega le due liriche e che arriva ai giorni nostri. Di certo quella Trastevere dove abitò Alberti non ha più nulla a che fare con quella attuale. Ma non ho nessuna intenzione di indurre nel rimpianto di tempi ormai lontani. Mi interessa invece estendere il discorso alla città di Roma nel suo complesso, alla sua identità infinitamente stratificata e al suo endemico deficit di razionale efficienza (che tuttavia continua a ispirare, e giustamente, i poeti di tutto il mondo). Il “l’atmosfera surrealista” descritta da Alberti in relazione a Trastevere (che era la realtà a lui più vicina in quanto vi abitò) sembra essere diventato con il tempo un elemento identitario permanente di tutta la città. Infatti qui il mito progressista non sembra aver lasciato un segno, non è riuscito a dotare la città di una spina dorsale identitaria. Le grandi opere pubbliche concepite e parzialmente realizzate nel ventennio fascista sono stata forse l’ultima scommessa, fallita però prima di tutto a causa della sconfitta del fondatore di quel regime. La città è cresciuta nel dopoguerra grazie a quel inurbamento in massa dalle campagne circostanti e dal Meridione che ha dato vita alla stagione delle cosiddette “borgate romane”, un fenomeno che la neonata Repubblica è riuscita appena ad arginare, a contenere nelle sue più estreme manifestazioni di degrado. Tutto ciò che appare “moderno” a Roma è disfunzionale proprio poiché non corrisponde a un progetto complessivo e coerente. La città in sostanza è come se si fosse ingrandita da sola, continuando per anni a divorare terreno semplicemente in virtù di una sua autonoma e misteriosa vitalità biologica. Viene in mente a proposito quanto scriveva Ermanno Krumm in Davanti a una chiesa antica (3):

 

Anche questo è Roma o Bisanzio:

il rampicante qui che non ha appoggio

ma carne, polpa e pelle vegetale

di cui è scritto – e credo si possa dirlo

anche di animali e piante –

che neppure un capello andrà perduto.

 

Ciò può essere ricollegato a quanto scritto dal saggista e poeta Guido Mazzoni in una sua recente intervista:.«Roma è, alla lettera, un palinsesto, una superficie raschiata molte volte sopra la quale la città moderna convive con le tracce di due fra i più grandi imperi di tutti i tempi, con i resti di molte società scomparse. In nessun’altra città al mondo il peso del passato è così ingente e così difficile da portare; in nessun’altra città al mondo quello che Nietzsche scrive sull’utilità e il danno della storia per la vita risulta vero a ogni passo (4)».

Il poeta romano Filippo Strumia in una recente intervista invece dichiara: «Roma è, a mio parere, una buona metafora dell’umanità. Un luogo di bellezza e sordida trascuratezza, eleganza e sciatteria. Per questo è il mio ambiente ideale, quello che meglio riflette le spettacolari contraddizioni che contraddistinguono l’animo umano. (..)Per rappresentare Roma, credo sia utile abbassare lo sguardo sulle cartacce, sui tombini, poi alzarlo ai passanti distratti, ai palazzi decadenti, alle chiese barocche, alle edicole religiose scolorite. E’ divertente includere, nello stesso giro ozioso in motorino, l’eleganza degli edifici barocchi e la percezione scarnificata, quasi metafisica, delle periferie. E’ un modo per accorgersi che siamo vivi, contraddittori e, in ultimo, inaccessibili senza un’attenzione estetica disordinata (5)».

Abbassare lo sguardo, come consiglia Strumia, è utile e forse anche necessario anche per evitare di cadere in quella che Alberti definiva «la vuota buca che m’avvisa delle tenebre/ di quello che m’aspetta». Ma se nello stesso tempo ha ragione anche Krumm, quando scrive che «qui neppure un capello andrà perduto» (nemmeno «un pezzo di motocicletta, un water-closet gettato dall’alto, un gatto morto gettato su un mucchio di rifiuti alla voltata d’un cantone» – scriveva Alberti a proposito di Trastevere) forse è proprio perché l’identità della città è racchiusa tutta nella sua complessa stratificazione. Come una barriera corallina che si è formate dalle incrostazioni dei microrganismi che si sono succeduti nel corso del tempo sulla sua superficie.  O se preferite un collage surrealista creato dal capriccio di una sconosciuta divinità.

Le buche di Roma non sono semplici cavità del terreno, appaiono piuttosto discontinuità del continuum spazio-temporale nel quale il passato e il futuro di ogni umana esistenza, la viltà e la gloria, il bello e il brutto si danno la mano («siamo vivi, contraddittori e, in ultimo, inaccessibili senza un’attenzione estetica disordinata» avvertiva Filippo Strumia).

I poeti di tutte le latitudini ne saranno forse irresistibilmente attratti, ma si consiglia comunque di fare attenzione per evitare di caderci dentro.

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1 Trad. di Vittorio Bodini, da Antologia della poesia spagnola e ispanoamericana, La biblioteca di Repubblica, Roma 2004, p. 389

2In Respiro, Mondadori, Milano 2005, p. 55

3Ibidem, p. 56

4Tratto da: La poetica della post-poesia di Guido Mazzoni con intervista esclusiva, apparsa sul blog «Ilvascellofantasma.it» pubblicato il 10/03/2018.

5Tratto da: Il mondo visto dal basso di Filippo Strumia con intervista esclusiva, apparsa sul blog «Ilvascellofantasma.it» pubblicato l’1/02/2018

Il racconto di un quadro e di una mostra

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(La Pietà di Girolamo Troppa. Alatri, Chiesa degli Scolopi, fino al 17 giugno 2018)

di Tarcisio Tarquini

Questo quadro merita un racconto. Raffigura una Pietà, è stato dipinto in un anno imprecisato ma non prima del 1680 e non dopo il 1685, ne è autore Girolamo Troppa, un pittore nato in un piccolissimo borgo della bassa Sabina, Rocchette, che fu per secoli sede di vacanza della curia pontificia, a parecchie decine di chilometri da Castelgandolfo, luogo del riposo estivo del papa, quasi a mettere una distanza, tra questo e quella, sufficiente per assicurare ad entrambi la pausa e la tranquillità che la eccessiva vicinanza avrebbe potuto rendere più contrastate.

Il quadro è stato giudicato dal massimo conoscitore dell’opera di Troppa, il tedesco Erich Schleier, “acerbo”. Non se ne comprende la ragione. All’epoca in cui lo dipinse, il maestro sabino aveva più di quaranta anni, l’acerbità non pare dunque un portato dell’età, lo stigma di una maturità ancora non compiuta. Il severo richiamo del critico tedesco, dunque, sembra piuttosto alludere a una sorta di irresoluzione stilistica che spaccherebbe la grande tela in due parti: su una, quella bassa, la figura del Cristo rigorosa nella sua compostezza classica, sull’altra, quella superiore, la figura della Madre, quietamente appassionata, che non nasconde né esibisce il dolore, ma lo tradisce e lo risolve in un fremito barocco.

Il pregio e l’importanza del quadro, però, stanno proprio in questa sua duplice natura, classica e barocca. Lo scrive Mario Ritarossi, l’appartato storico dell’arte che lo ha scoperto, con la sua cornice d’epoca recante ancora il ricordo dell’originaria sontuosità, su una parete, nascosta allo sguardo indiscreto degli stessi fedeli, della sacrestia della cattedrale di Alatri, chiarendo a tutti che in questa doppiezza si trova enunciata la modernità del dibattito artistico in cui Troppa fu immerso, da protagonista sia pure minore. E che, come afferma Francesco Petrucci, il conservatore del Palazzo Chigi di Ariccia conoscitore assoluto del barocco romano, lo certifica quale pittore di dimensione europea, lui spinto solo dal talento a trasferirsi, nella ricerca di miglior sorte, dalla periferia in cui era nato a Roma, capitale delle opportunità.

Un quadro custodito, o dimenticato, dentro una sacrestia, ma collocato nel suo posto giusto. Chi lo commissionò fu infatti, con ogni probabilità, un vescovo di Alatri colto e potente, Michelangelo Brancavalerio, assai legato al circolo romano dei Barberini e perciò a contatto con gli artisti più in vista della Roma degli ultimi decenni del “gran secolo”, tra cui Troppa era annoverato con ruolo non secondario. Lo volle come quadro “devozionale”, preposto a fungere da richiamo meditativo per il sacerdote in procinto di dire messa, oggetto sacro di devozione per la intima funzione della “praeparatio ad missam”, tuttora vigente ma alla quale, forse, la “Chiesa in uscita” di papa Francesco ha tolto la secolare e suggestiva riservatezza.

Questa firma merita un racconto. Una pennellata persa nella sfilacciatura della tela, un filo d’erba che spunta dal terreno su cui è posto il giaciglio che accoglie il corpo di Cristo. In realtà quei segni sono un nome abbreviato, una firma in latino, invisibile a occhio nudo, nascosta già nell’intenzione e perciò scritta nell’estremità più segreta della tela. Potrebbe sembrare il gioco di un pittore tutt’altro che propenso al gioco, per il carattere impulsivo e facile all’ira che le cronache della vita romana gli attribuiscono. Improbabile che si tratti di un caso, visto che il nostro Girolamo non risultò immune dall’ansia moderna e laica di segnalare con l’opera la sua individuale presenza nel mondo. Se di gioco si tratta, comunque, è stato svelato da Mario Ritarossi, il primo ad aver individuato la firma e ad averla impressa in un scatto fotografico messo a disposizione di tutti. Anche a conforto di quegli studiosi che, a dispetto della frettolosa diagnosi emessa dai funzionari della soprintendenza, si erano opposti a menzionare il quadro come frutto della scuola napoletana del seicento e, per indizi stilistici sapientemente colti nelle foto d’archivio, lo avevano correttamente riferito a Girolamo Troppa, pare per un certo suo modo di disegnare – che so – il risvolto delle maniche delle vesti. Intorno alla firma – si è notato – il pittore aveva ingaggiato una personale e definitiva prova di autorevolezza. Egli si autografa, infatti, con il titolo di “equites” dal momento in cui per volere e riconoscimento del papa Innocenzo XI viene insignito del titolo di “cavaliere”, dopo il 1685 quando aveva già lasciato Roma, o era sul punto di farlo, per tornare alla sua Rocchette. La Pietà di Alatri è allora precedente, appartiene agli anni dell’ascesa, della ricerca del prestigio, ma è già il risultato di una committenza facoltosa, come il costoso lapislazzulo, identificati da Mario Ritarossi con un’accurata analisi dei pigmenti utilizzati nell’impasto che colora d’un azzurro strabiliante il manto della Madonna, starebbe a dichiarare.

Questa mostra merita un racconto che ha un protagonista assoluto e tanti comprimari. L’idea nasce da una emozione germinata nella fantasia di un bambino che, incuriosito di tutto ciò che la polvere nasconde ma non confonde, vede un quadro e lo custodisce dentro la memoria fino al momento in cui, da adulto, decide di rivelarlo al mondo che, dopo tanti anni di attesa, tarda ancora ad accorgersi della sua presenza e del mistero che sembra celare. Quel protagonista ha un nome, si chiama – lo abbiamo già ricordato – Mario Ritarossi, storico, docente di pittura ma soprattutto un artista anche lui che si divide tra ardite sperimentazioni coloristiche, composizioni digitali e un disegno che indulge, compiacendosene, in una provocatoria inattualità. È lui il bambino che osserva ed è lui l’adulto che studia la Pietà di Girolamo Troppa. Con una dedizione che mette a nudo un’ansia autobiografica, quella di aver ritrovato, tre secoli prima, una traccia della sua vocazione e il destino del suo carattere nel lontano maestro della provincia sabina che seppe farsi valere a Roma e i cui quadri e disegni sono esposti oggi perfino nei grandi musei europei ma non godono della giusta fortuna a casa loro.

È una mostra che si è fatta in una cittadina della nostra grande provincia italiana, ricca di idee e povera di eventi, senza contributi pubblici, con i cittadini e le imprese locali che si sono eletti a “azionisti” e testimoni di un’impresa culturale progettata per un risarcimento, per un cenno d’affetto della memoria. E con tante persone che hanno messo a disposizione lavoro, tempo, competenze professionali, attuando un progetto di comunità, che smentisce la maledizione del “familismo amorale”, con il suo orizzonte ristretto di azioni, che da sempre arriva dal meridione più profondo fin quassù a lambire queste terre denominate ciociare.

Può aprire una strada nuova di partecipazione civica, di cordialità umana, di fiducia comunitaria. Anche questa sarebbe poi una storia da raccontare.

“Il Cristo svelato. La Pietà di Girolamo Troppa”. Alatri, Chiesa degli Scolopi, fino al 17 giugno 2018. Un progetto di Associazione Gottifredo realizzato da Coworking Gottifredo.

Curatore: Mario Ritarossi, con la collaborazione di Eugenia Salvadori. Allestimento: Marco Odargi. Paesaggio sonoro: Luca Salvadori. Impianto audio: Marco Canegallo. Video: Angelo Astrei. Traduzione tattile per non vedenti: Paolo CullaAlba Lisa Mazzocchia, con la collaborazione di Leonardo Roma e gli studenti e le studentesse del Liceo Artistico di Frosinone (progetto di alternanza scuola-lavoro).

Catalogo con saggi di Mario Ritarossi, Eugenia Salvadori, Marco Odargi, Alba Lisa Mazzocchia, Francesco Petrucci. Foto del quadro di Marco Ritarossi.

Dal lunedì al venerdì ore 9-13/16-19, sabato e domenica fino alle 22.

Informazioni: +39 3332821579/+39 3923145127

Il 10 dicembre del 2057

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di Antonio Sparzani

Il 10 dicembre del 2057 una strana nave a vela, carena di acciaio lucente e velature bianche del XVIII secolo, solcava l’oceano Atlantico verso le coste francesi, destinazione Bretagna. A bordo un equipaggio di uomini con divise ricucite e messe alla bell’e meglio, una decina di militari armati e pochi altri in abiti comuni, ma che di comune avevano poco.
In una delle cabine, un uomo anziano, visibilmente sofferente, lavorava ad una scrivania: scriveva qualcosa. Era assorto e turbato. Bussarono alla porta.
“Avanti.”
Entrò un militare, sulla cinquantina, magro, testa rasata e occhi di un azzurro trasparente che gli conferivano un aspetto glaciale e inquietante.
“Presidente Orugan.” salutò, richiudendo la porta dietro di sé. Fermo sull’attenti davanti al tavolo traboccante di carte. In attesa.
“Generale Gael. Buongiorno. Novità?”
“Tra due ore saremo in terra bretone”

Eugenio Cambaceres

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Immerso nel suo pessimismo, scavato dai più grandi demolitori meccanici moderni, affondato nel più profondo nulla delle nuove dottrine, trascinava la vita nella più nera solitudine.
Era come morto, chiuso tra le pareti di casa, giorni interi senza voler vedere o parlare con nessuno, portato dalla corrente rovinosa del suo secolo. Pensava a se stesso, agli altri, alla miseria di vivere, all’amore (un maldestro richiamo dei sensi), all’amicizia (un disastroso sfruttamento), al patriottismo (un dovere o un residuo di barbarie), alla generosità, all’abnegazione, al sacrificio (tutte chimere, o