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Home Blog Pagina 140

In principio era l’Ulisse

Di
gianni biondillo
-
16 Marzo 2018
4

di Romano A. Fiocchi

Noel Riley Fitch, La libraia di Joyce. Sylvia Beach e la generazione perduta, Il Saggiatore, 2004.

In principio era l’Ulisse, l’Ulisse era presso Sylvia Beach e l’Ulisse era Sylvia Beach. Ecco, così si possono sintetizzare le 559 pagine di un libro che un cultore di Joyce non può evitare di leggere. È la storia di una giovane americana che il 17 novembre di novantanove anni fa aprì una libreria in rue de l’Odéon, a Parigi, sulla riva sinistra della Senna. Lei si chiamava appunto Sylvia Beach, la libreria era la Shakespeare and Company. Attenzione, non la Shakespeare and Company tuttora esistente in rue de la Bûcherie. Quest’ultima, fondata da George Whitman nel 1951 e oggi gestita dalla figlia, Sylvia Whitman, venne inaugurata con il nome di Le Mistral e diventò Shakespeare and Company in onore di Sylvia Beach nell’aprile del 1964, due anni dopo la sua scomparsa. Certo, anche nella libreria di George Whitman (qui il sito) i nomi dei frequentatori sono da brivido: Allen Ginsberg, William Burroughs, Anaïs Nin, Richard Wright, Julio Cortázar, Henry Miller, Lawrence Durrell, giusto per citarne qualcuno.

Ma lo splendido volume di Noel Riley Fitch, La libraia di Joyce, non fa cenno della libreria di George Whitman, nonostante arrivi all’anno della morte di Sylvia Beach. La Fitch si concentra sulla ricostruzione meticolosa e approfondita della biografia della piccola libraia americana a partire dal suo ambiente familiare e culturale – era nata a Baltimora, figlia di un pastore presbiteriano di Princeton – sino all’incontro con quelli che chiama i suoi tre amori: Adrienne Monnier, James Joyce e la Shakespeare and Company. È attorno a questi tre amori che ruota tutto il libro.

Il primo è un amore discreto ma duraturo tra due appassionate di libri. Adrienne Monnier, scrittrice ed editrice, è la proprietaria della libreria La Maison des Amis de Livres, collocata sul lato opposto di rue de l’Odéon. Sylvia ne farà la sua compagna di vita per trentotto anni. Il secondo amore è uno scrittore conosciuto quasi per caso al ricevimento degli Spire nel luglio 1920. L’incontro è proverbiale: lo scrittore è seduto nella biblioteca, rifugiato lì per sfuggire all’imbarazzo di un pessimo scherzo che gli ha fatto Ezra Pound, anche lui presente al ricevimento. Sylvia gli si avvicina e chiede con timore:

– Il grande James Joyce?

– James Joyce, – risponde lui, porgendole con fermezza una fragile mano.

È l’inizio di un rapporto di amicizia e di stima reciproca, quella di Joyce talvolta un po’ opportunista, che porterà Sylvia Beach a pubblicare l’unico e il solo libro per cui la Shakespeare and Company darà il tutto per tutto e rasenterà più volte il fallimento: Ulisse.

Il terzo amore di Sylvia Beach è proprio questa, la sua libreria. La Shakespeare and Company era una semplice libreria con funzioni di biblioteca, di quelle che, come si usava allora, non solo vendevano ma prestavano i libri dietro una forma di abbonamento. Ma era anche e soprattutto un centro di aggregazione di artisti, di scrittori, di letterati, di semplici bibliofili. Nei mitici anni Venti parigini la frequentarono, attratti da una sorta di magnetismo, personaggi come Thomas Stearns Elliot, André Gide, Ernest Hemingway, Ezra Pound, Gertrude Stein, Paul Valéry, persino musicisti innovativi come George Antheil. L’elenco si estenderà negli anni Trenta a nomi del calibro di Samuel Beckett, Simone de Beauvoir, Walter Benjamin, anche se gli effetti della grande depressione seguìta al crollo di Wall Street del ’29 e i venti di guerra che inizieranno a soffiare con l’avvento di Hitler ridurranno drasticamente l’attività della libreria.

La libraia di Joyce è dunque anche la ricostruzione del clima artistico-letterario di quel periodo, di una Parigi diventata patria culturale di decine di migliaia di cittadini americani. Lo scopo della Shakespeare and Company, in tutti i suoi anni di esistenza, sarà sempre quello di promuovere lo scambio culturale e l’amicizia tra gli autori americani e quelli francesi ed europei in generale. E fa davvero specie, così come emerge dal libro, vedere questo crogiolo di straordinarie potenzialità implodere lentamente e dissolversi di fronte al dilagare del nazismo. Sylvia Beach sarà una dei pochi americani che non lasceranno la capitale francese neppure dopo l’occupazione tedesca. Sapeva che a rischiare erano più che altro i suoi amici, e lei sarebbe rimasta per aiutarli. Ma a darle davvero forza era probabilmente la carica di ottimismo accumulata dopo aver affrontato un’avventura credo unica nella storia editoriale: la pubblicazione nel 1922 del più impubblicabile dei libri, l’Ulisse.

Che non fu una passeggiata, specie per una libraia che non era mai stata editrice, lo testimonia una molteplicità di aspetti. Si trattava innanzi tutto di realizzare un libro di una certa dimensione, con particolari caratteristiche editoriali che andassero incontro ai desideri di uno scrittore esigente come Joyce. Un libro già sotto processo per pornografia negli Stati Uniti dopo una pubblicazione parziale a puntate sulla rivista newyorkese The Little Review, un libro che nessuno aveva più il coraggio di pubblicare. Per trovare una tipografia disponibile, Sylvia Beach dovette andare sino a Digione, da Maurice Darantière, con cui si accordò per la stampa di una prima tiratura di mille copie, di cui cento su carta a mano olandese e con copertina di carta blu rilegata in marocchino dello stesso colore. Lavoro immane anche quello delle bozze, continuamente rifatte con correzioni e integrazioni di intere pagine aggiunte all’ultimo momento dallo stesso Joyce e ricopiate da tipografi francofoni che non conoscevano una sola parola di inglese. Poi c’era il lavoro di segreteria. Joyce incominciò ad utilizzare la Shakespeare and Company, quindi Sylvia Beach e le sue collaboratrici, come se fosse una struttura a disposizione sua e del suo Ulisse: inviti, spedizioni, contatti, fermo posta, richiesta di recensioni, presentazioni, e così via. La Shakespeare and Company fu coinvolta anche nelle questioni legali dovute alla pubblicazione di copie pirata, a partire da quella clamorosa dell’editore americano Samuel Roth. O, viceversa, al contrabbando di copie originali in nazioni dove ne era vietata la vendita.

Dalla storia della pubblicazione dell’Ulisse emergono due immagini contrastanti dei protagonisti: la tenacia e la generosità di Sylvia Bech e la fragilità di un Joyce pieno di ossessioni e spesso dedito all’alcol, squattrinato ma sempre pronto a vivere oltre le sue possibilità a scapito di amici e conoscenti, arrivando al punto di sfruttare le risorse economiche della stessa Sylvia e di “tradirla”, dopo undici edizioni, cedendo i diritti ad un importante editore americano.

Sylvia accettò tutto senza risentimento. Amava Joyce e le sue opere nonostante tutto. La sua soddisfazione non era soltanto vendere o prestare libri, di Joyce o di altri, ma aiutare la creatività e intrecciare una rete di amicizie. Fra le numerose prove di altruismo, l’aiuto e l’ospitalità che insieme ad Adrienne diede alla fotografa Gisèle Freund, giovane rifugiata ebrea di Berlino espulsa dalla Francia. Ma anche a Gordon Craig e alla sua famiglia, rinchiusi dai tedeschi e salvati grazie all’intercessione di un cliente della Shakespeare and Company che fece da tramite con la Gestapo e assicurò che i Craig non fossero di origine ebrea.

Joyce, dopo varie incertezze, rifiuterà alla Shakespeare and Company persino la sua prima edizione del Finnegans Wake, che uscirà contemporaneamente in Inghilterra e negli Stati Uniti il 4 maggio 1939, mentre Hitler attuerà l’invasione della Cecoslovacchia e della Polonia. Ma per mettere la parola fine all’esperienza della Shakespeare and Company e a tutto ciò che era stato bisognerà aspettare il 7 dicembre 1941, quando i giapponesi bombarderanno Perl Harbour e l’America entrerà in guerra. Lì Sylvia Beach incomincerà davvero a temere non tanto per sé, in quanto americana, ma per la sua libreria. E non avrà tutti i torti. Ecco come il libro della Fitch riporta le battute finali:

«Alla fine di dicembre (1941) l’ufficiale tedesco che voleva la sua unica copia di Finnegans Wake ricomparve alla porta della Shakespeare and Company. Chiese dov’era il libro e Sylvia gli rispose che l’aveva nascosto. Questa volta la sua resistenza fu vana: “Verremo a confiscare il suo negozio” annunciò l’ufficiale, tremando di rabbia. Non appena se ne fu andato, Sylvia corse dalla portinaia, che le concesse gratuitamente un appartamento libero al quarto piano. Sylvia si rivolse a Saillet, che le chiese se non poteva attendere l’anno nuovo per spostare le sue giacenze. Non poteva. Temeva la confisca di Shakespeare and Company più della prigione. A tempo di record (Sylvia racconta di averci messo due ore), usando scatole e cesti per la biancheria, lei, Adrienne, Saillet e la portinaia spostarono oltre cinquemila libri, migliaia di lettere, quadri, tavoli, sedie, insegne e perfino lampade, i fili per la luce e gli interruttori, portandoli al sicuro al quarto piano. Chiamò un falegname per smontare gli scaffali e un imbianchino per cancellare la scritta sulla facciata del negozio. Dopo anni di sogni, mesi di progetti e ventidue anni di ciò che lei chiamò “pilotare una piccola libreria attraverso due guerre”, Shakespeare and Company scomparve in un baleno».

Ciò che ripetuti assalti di difficoltà economiche non erano riusciti a ottenere, riuscì invece ai nazisti. Alcuni mesi più tardi, i tedeschi arrestarono Sylvia Beach e la internarono prima nello zoo del Bois de Boulogne, quindi a Vittel. Ma i tesori della Shakespeare and Company restarono nascosti sino al momento della liberazione. La libreria non venne mai più riaperta, neppure a distanza di anni.

Di Sylvia Beach, per chi volesse farsene un’idea anche fisica, restano delle interessanti interviste registrate, in inglese o in francese, da lei rilasciate durante l’ultimo periodo della sua esistenza, quello degli onori. Con l’avvio delle ricorrenze annuali del Bloomsday (termine da lei coniato) e il diffondersi di un vero e proprio culto per Joyce, il suo nome tornò alla ribalta. Qui, ad esempio, è un’intervista resa disponibile dagli archivi dell’INA, l’ente nazionale francese incaricato della conservazione delle documentazioni audiovisive. Sylvia parla ovviamente in francese, la sua lingua di adozione.

Alla sua morte, nonostante le obiezioni dei suoi amici francesi e i suoi quarantasei anni trascorsi a Parigi, le sue ceneri vennero sepolte a Princeton, nel New Jersey.

Le palme mozzate di Magliani

Di
giacomo sartori
-
15 Marzo 2018
0

di Marino Magliani

Boomerang

Quando ti penso è perché non ti vedo

non perché mi manchi.

E se da quassù getto uno sguardo

la tua bocca triste inventa un sorriso.

Liguria tutta vallate l’una afffianco all’altra

come un pettine rotto.

La vergogna non è di essermene andato via

dai tuoi costoni bruciati. Ma tornare

a questa fetta di anguria morsa male

e tornare a capire che era all’alba

quando dovevi salvarmi dal furore

del mare.

Pensa alla tua forma di boomerang,

alle rincorse nel rauco respiro di cicala,

la fronda dell’ulivo dinnanzi a un burrone.

Vuoi che te lo confessi? Sono io

che t’ho sempre rincorsa, scema.

Forse se durante i pomeriggi delle gabbie

azzurre, quelli dell’ombra al torrente,

solitudine fresca sotto gli olmi, fossi riuscita

in qualche modo a trattenermi,

invece di star lì a giocare con me

senza dirmi nulla. Invece di sorprendermi

ogni sera. Ogni sera. Invece di chiedermi di ubbidirti,

e non di lasciarti convincere.

A rotta di collo le mulattiere scivolose.

Dal fondovalle per guardar le cose

bisogna alzare gli occhi o inventarsi scemenze.

Invece di far finta di niente e accettare come buona

la fronte bagnata di rugiada e non di sudore.

E sbandare assieme nelle curve del portico,

il fruscio di canneti, una corrente magra ci ha trascinati

troppo presto in città, per ultimo il mare

e al fascio luminoso all’orizzonte

il faro si è voltato verso rami

di notte saccheggiata e ci ha mollato lì.

Eravamo già andati via. Ma solo io.

Ti rendi conto di come è andata.

Il cavernoso rantolo di altri moli ha messo a tacere

le campane a festa. Non le sentivo più. Per anni.

Solo le tue ombre tossivano ancora.

Lontano, nuotavo fino a una boa mi sdraiavo,

il mento sulle mani, e guardavamo la nuova costa.

Rotolavo sulle sabbie finte d’estate, in Costa Brava,

d’inverno era la pozzanghera spumosa

di un pugno di isole africane.

Abitavo le montagne svizzere.

Mi svegliavo davanti alle pampe

sulle panchine o in galera.

Mi rilasciavano con un foglio di via.

Ma via dove? Via c’ero già, ci sono andato

solo da te via.

E da dove mi spedivano, e dove cadevo

la verticalità che mi ricordava «lontanamente

qualcosa di troppo tuo» poteva essere giusto

un albero all’orizzonte. El ceibo, albero di corallo,

in fondo alla pampa fioriva d’estate, tra dicembre

e febbraio, le ombre sanguinavano.

E il resto?

Erano i golfi dei fiordi. Le dune del Nord.

I pesci congelati da scaricare dalle stive delle

barche frigo.

Zee, all’imboccatura del canale

rumbo Amsterdam, sta per mare.

Zeau, in dialetto sta per ghiacciato.

Ti piaceva giocarci e io non ci scherzavo:

una lingua senza passato remoto è una lingua

inutile. Ci dimenticavamo.

Che altro, un anno di piatti e pentole nei ristoranti

norvegesi, un anno a lavare.

Il detersivo, attraverso la cartina biografica

del mio continente, giungeva alle tue falde acquifere

per dirti ci sono. Forse. A volte, sono io.

Eppure ogni tanto giocavamo ancora a rincorrerci.

A chiederci le cose, anche ora.

Inizio io, dove sei stata?

Io qui, lo chiedo a te.

Io anche, non me ne sono mai andato. Il detersivo

era di un altro.

E poi domande intime.

In quale segreta tua parte del mondo cercarti,

ora che non ci sono più estati australi

e sono qui a torturarmi all’ombra delle palme tagliate.

Si nasce d’estate a giochi fatti e il resto della vita

si passa a ubbidire a qualcosa che la vita ci chiedeva

quand’era ora. Che sforzi, mi dici.

Sotto le pietre del paese a trafficare con il reticolato

delle parole che tiene assieme il respiro e manda,

manda dispacci dalla valle, ora che sono qui

nel bosco ulivato tra Prelà e Dolcedo, e li cerco,

dove sono sepolti i nostri ciottoli?

Li avevo lasciati in un orto, promettendomi

poi torno.

Hanno addirittura frantumato per noi

il tuo carruggio, ti rendi conto, che onore.

Tu con un compasso avevi pensato a un cerchio

e perché la circonferenza lambisse la spalliera

di Moro e la foce del Prino, avevi trovato un centro

e in quel punto hai voluto il nostro carruggio.

Non è giusto dire è passato così tanto tempo

che a volte rientro e mi rifiuto di percorrere

la tua vena di asfalto.

Non è questione di tempo, no, e uno non torna

neanche perché sa che torna da clandestino,

ma perché anche stavolta sai che poi tornerai

ad andartene da espulso.

Per questo, mi basta sfiorarti e fermarmi

in una stanza di albergo ai tuoi piedi,

e star lì alla finestra – starci bene lo ammetto –

come il geco di Palomar, posto nell’insolita posizione

di spalle a te, le dita come ventose ai vetri,

il silenzio da cui appare un molo che non è

più terra né mare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NdR: la poesia è tratta dalla raccolta “All’ombra della palme tagliate” (Amos Edizioni, 2018), illustrata da Sergio «Ciacio» Biancheri

 

I poeti appartati: Fernando Bandini

Di
francesco forlani
-
14 Marzo 2018
3

Nota

di

Alida Airaghi

Fernando Bandini (Vicenza, 1931-2013) poeta, scrittore e docente di stilistica e metrica all’Università di Padova, compose versi in italiano, latino e dialetto vicentino, e fu egregio traduttore di classici.
Mondadori giustamente pubblica ora Tutte le poesie, a cura di Rodolfo Zucco, con introduzione di Gian Luigi Beccaria e un saggio biografico di Lorenzo Renzi. Il volume ripropone, nelle sue 700 pagine, non solo le raccolte minori (a partire da Memoria del futuro del 1969 fino a Un altro inverno del 2012), ma anche poesie disperse, una scelta di traduzioni e di testi in latino, con un ricchissimo apparato di note e una dettagliata bibliografia.
Partendo proprio dall’affettuoso contributo di Lorenzo Renzi sulla vita dell’autore, veniamo a sapere della sua nascita – primogenito di quattro figli – in una famiglia modesta, della perdita precoce del padre, degli studi prima in un collegio religioso, quindi all’università patavina, allievo di Gianfranco Folena. Maestro per sedici anni in varie sedi della provincia vicentina, nel 1972 iniziò la carriera universitaria. Non lasciò mai Vicenza, pur vivendo con la città un rapporto ambivalente, «di odio verso l’ambiente provinciale e retrivo», e insieme di affetto e identificazione. Ad Aznèciv (come la chiamava spesso nelle sue composizioni, trasfigurandola ironicamente con un palindromo) frequentava intellettuali famosi come Piovene, Parise e l’editore Neri Pozza, che fu il primo a pubblicarlo nel 1962, animando in loro compagnia circoli culturali e associazioni politiche. Da un’iniziale vicinanza al cattolicesimo progressista, passò con la maturità a un impegno laico e socialista, nel costante richiamo di integrità e resistenza rispetto a una contemporaneità imbarbarita e disumanizzante.
Renzi si sofferma anche sul carattere dell’uomo, semplice e signorile, dotato di humor, rasserenante nel suo eloquio dolcemente segnato dalla cadenza veneta.

La poesia di Fernando Bandini, sebbene non abbia goduto del riconoscimento e del successo pubblico che meritava, sia a causa della sua atipicità e del severo virtuosismo formale, sia per il profilo discreto e riservato della persona, ebbe molti estimatori tra letterati e critici: Zanzotto e Raboni, in primis, e poi i più giovani allievi e seguaci Paolo Lanaro e Rodolfo Zucco. Andrea Zanzotto lo definì: «poeta eccezionale tra pacatezza e meditazione», e Giovanni Raboni commentò con ammirazione la sua «poesia percorsa da una sottile mobilità e inquietudine», e il suo «parlare sommesso e ragionativo». Dello stile di Bandini si occupa specificamente l’introduzione di Gian Luigi Beccaria, che evidenzia «la limpidità della lingua… la sensibilità e la perizia metrica… la piena sostanza sintattica… una medietà e colloquialità simulata» praticate da questo poeta che si muoveva «fuori da scuole o gruppi», consapevole però del valore di tutta la tradizione letteraria italiana, e contiguo agli esiti di Giudici e Raboni, piuttosto che alle dissacrazioni, agli ermetismi e ai tecnicismi delle avanguardie. In relazione ai contenuti della sua scrittura, Beccaria sottolinea l’«appartata / tenerezza», affettuosamente complice, con cui Bandini guardava agli affetti familiari e alla quotidianità domestica, alle presenze animali e vegetali della natura, alla «farragine di tetti» della sua piccola Aznèciv («questa città dove all’alba / riconosco alla voce ogni campana», «questa città / indotta e bigotta»). Un mondo che amava raccontare anche in dialetto ‒ lingua “subliminale”, che scava nei meandri mentali ‒, rievocando e ricostruendo una storia personale e collettiva, piena di sogni e di incubi: «Dove le càtito, ciò! le parole / che ghi n’è sempre manco? / Le cato te le spassaúre / che i descarga de sfròso in meso ai prà».

Dal microcosmo locale, Bandini riusciva poi ad innalzarsi fino alle quote eccelse di un’osservazione stupefatta dell’universo: «oltre i confini dei miei occhi verso / regioni dove non arriverò mai».
La cifra più evidente della sua poesia rimane comunque quella della memoria, della nostalgia per l’infanzia e la giovinezza, soprattutto a partire dalle ultime raccolte di versi, là dove impegno e indignazione civile, pur rimanendo intuibili in una sorta di risentimento ideologico, cedono il passo alla consolazione del ricordo, allo struggimento per il perduto: «Voi dove siete andate, / care voci alloglotte / che una volta sentivo / parlare dalla cavità dei muri?», «O primavera celeste / dei miei quattordici anni, / fughe, proiettili, fiori», «A vent’anni sognavo allori. / Dio, che sciocchezza! / Ebbro del fumo della mia sigaretta / andavo incontro ai galli / che cantavano sulla collina, / vedendomi famoso», «I gatti che ho amato / adesso dove sono, in che tranquillo Eliso / o miagolante Averno?»,
«I miei compagni morti, franati nell’Eterno / sotto le bombe come / ora evocarne il nome, come piangerli?».
Orgogliosamente il poeta difendeva la sua scelta di far rivivere nei versi il tempo trascorso: «Non si tratta di ritrovare il passato né di guardare il passato con lo sguardo degli eruditi o con l’atteggiamento dei conservatori. Ma solo di ricordare che il futuro è anche memoria».
Vorrei infine accennare, per quello che può essere consentito nell’ambito di una semplice recensione, all’attività di traduttore e di autore in latino di Bandini, che così si esprimeva al riguardo: «Dialetto e latino sono lingue-rifugio, camminamenti di talpa scavati sotto la terra per vedere le parole dalla parte della radice». Riferendosi alla prima delle due specifiche competenze, con fierezza ribadiva: «Tradurre una poesia è scrivere una poesia». Si cimentò con i testi di Virgilio, Orazio, Arnaut Daniel, Rimbaud e Baudelaire, arrivando addirittura a trasporre in latino alcune composizioni di Montale («Anguilla borealium / syrenen marium //… quidni credideris paene sororculam?»).
Relativamente alla sua straordinaria capacità di utilizzare una lingua morta per esprimere contenuti e sentimenti del tutto moderni, affermava che ricorrendo ad essa intendeva recuperare «sensi perduti, la capacità di evocare una qualche immagine paradigmatica dell’uomo nel frammentato panorama della poesia d’oggi»: pertanto rigettava con fastidio l’accusa di sentimentalismo e di un conservatorismo “pascolizzante”. Se tali pubblicazioni si segnalarono a livello internazionale per quantità e qualità a partire dagli anni ’70, fu soprattutto la produzione in «un limpido, saldo italiano» quella a cui demandava l’interesse e la volontà di essere ricordato come poeta, convinto che movente fondamentale della sua scrittura dovesse essere la «volontà di dire», la capacità di comunicare con nitida eleganza, come giustamente sottolinea Rodolfo Zucco, attento e appassionato curatore di questo volume.

 

Sette poesie

di Fernando Bandini

 

Ci vorranno giorni

Ci vorranno giorni e giorni per lavare questa colpa
che non è colpa né mia né tua
ma di chi diede gli ordini e di chi vi obbedì,

per tutto il fascismo che ci brulica sotto
come un formicaio nascosto dall’erba:
fascismo nell’occhio della quaglia tremante

e in quello del ragazzo che attraversa il grano.

Da Memoria del futuro, Mondadori 1969

 

Nessuna parola

Così abbagliante ormai
la distesa di neve che la retina non ce la fa.
Tutto è silenzio dopo lo schianto dei rami,
nessuna parola aveva colto nel segno.

Da La mantide e la città, Mondadori 1979

***

Amnesia

Giorno per giorno qualche nome si eclissa
dalla mia lingua e dalla mia memoria,
usuali parole come sedia bottiglia.
Oh, trafelate corse per riprenderne
possesso! Annaspo naufrago
in un mondo che sempre più smarrisce
i suoi eoni, balbetto
come Mosè presso il roveto ardente.

E con nervoso tremito pronuncio
casa farfalla mela
per esorcizzare la buia notte
che si avanza a grandi passi;
ma poi casa precipita, farfalla
si polverizza in porpora,
mela mi è tolta divorata dal verme
che abita il mio cervello.
Come mi muoverò, poeta senza
gli amati nomi succo delle cose,
tra i buchi d’un saccheggiato universo?

Da La mantide e la città, Mondadori 1979

 

Desso i me spoia nuo

Desso i me spoia nuo.
I pensa
che la roba che i serca mi la sconda
soto i vestiti.
I dise che i me cavarà
le onge se no parlo,
i me mola na svèntola.
Desso i me verze
i denti co na méssola.
Quelo che i serca i pensa che lo sconda
soto la lingua.
No i sa che la xe solo
roba che se se insogna.

(Adesso mi spogliano nudo Adesso mi spogliano nudo. / Pensano / che la cosa che cercano io la nasconda / sotto i vestiti. // Dicono che mi caveranno / le unghie se non parlo, / mi mollano un ceffone. // Adesso mi aprono / i denti con una falce. / Quello che cercano pensano che io lo nasconda / sotto la lingua. // Non sanno che si tratta soltanto / di cose che si vedono in sogno).

Da Santi di Dicembre, Garzanti, Milano 1994

 

Meridiano di Greenwich

Mi sembravi quasi un’estranea
Mentre eravamo tra la folla
A Piccadilly o nella sotterranea.
Ma qui nei recessi del bosco
di Greenwich dove il sole è una fioca corolla
dai baci, amore mio, ti riconosco.

Da Meridiano di Greenwich, Garzanti 1998

 

Voci serali

Adesso il mondo non è più remoto.
Sta tutto addosso a noi,
tutto pigiato nelle
stanze sgomente delle nostre case.
Ma ci sono giù in strada dei bambini
che si gridano «ciao».
Una volta, due volte – mentre l’uno
dall’altro si allontana – tre volte, quattro volte,
senza voltarsi indietro.
E le voci si librano nell’aria
finché l’azzurro della sera è solo
loro esclusiva eco.
Cinque volte, sei volte, sette volte.
Forse perché si accordano
ai battiti del tempo, ne scandiscono
la diastole e la sistole.
O forse il loro modo di contare
somiglia un poco al mio
quando conto le sillabe dei versi
stoltamente sperando che una grazia celeste
mi rimanga impigliata tra le dita.

Da Dietro i cancelli, Garzanti 2007

 

Ricevendo da Copenaghen nel mio ottantesimo compleanno
una cartolina di auguri raffigurante un paesaggio polare

Si vedono i pinguini sulla banchisa dell’Oceano Artico
che guardano lontano schierati lungo il lido
a centinaia, in piedi, presumo senza un grido,
in quello sconfinato bianco. Ma dove spazia
il loro vacuo sguardo non c’è più mondo ormai,
solo disabitate isole che hanno il nome
di sovrani d’imperi già tramontati come
Zemlya Frantsa Iosepha.

Io t’invoco, Signore, dal mio più mite Sud.
Non sottrarmi, ti prego, le voci della terra,
il chiassoso risveglio dei tuoi uccellini.
Quanto c’era di meglio l’ho già visto quaggiù,
mi annoierei, io temo, nel tuo paradiso.

Da Un altro inverno, Il Girasole 2012

Questi fantasmi di un autunno romano, tra Manganelli e Hitchcock 

Di
francesca fiorletta
-
13 Marzo 2018
0

di Matteo Pelliti

Luca Ricci approda al romanzo, Gli autunnali (La Nave di Teseo, 2018) senza rinnegare il suo passo da raccontista convinto e, anzi, dedicando questo ultimo lavoro al suo nume Maupassant, l’autore che, a detta dello stesso Ricci, lo avviò sulla strada della scrittura durante una giovanile peregrinazione per i lungarni pisani in preda a una lettura capace di imprigionarlo fuori dal tempo fino a che non l’avesse conclusa. “Tornano, i morti?”, si chiede Maupassant nell’epigrafe del capitolo Ottobre. Evidentemente sì, se è vero che la letteratura è inesauribile dialogo coi morti (chi ha scritto prima di noi) e che questo romanzo è reincarnazione di alcune membra di racconti, smembrati (senza dolore) dell’autore per farne carne da romanzo. Specularmente a quanto aveva fatto appena poco tempo fa, sopprimendo romanzi per farne racconti (I difetti fondamentali, Rizzoli 2107) qui Ricci si auto-cannibalizza riusando suoi moduli propri (come dichiara esplicitamente nella nota a fine testo). Il risultato degli innesti è invisibile e riuscito (Il piede nel letto) e, dove in qualche punto qualche cicatrice pare riaffiorare sulla pagina (come nell’uso del racconto Amici immaginari), ciò costituisce un grumo narrativo posto a sbalzo, a render omaggio all’arte del racconto, come inserendo un quadro in un quadro. 

Continua

Tre incontri sulla letteratura elettronica a Genova

Di
jan reister
-
11 Marzo 2018
0

Fabrizio Venerandi, autore dell’ebook Poesie Elettroniche coedito da Nazione Indiana, terrà a Genova tre incontri a ingresso libero sul tema della letteratura elettronica. Accorri numeroso! – Jan Reister

PRIMA GIORNATA – Martedì 13 marzo

Presentazione di Poesie Elettroniche di Fabrizio Venerandi (Ed. Quintadicopertina &Nazione Indiana 2016). Un viaggio, assieme all’autore, all’interno del suo ebook di electronic poetry. Quali sono stati i lavori ispiratori, come si scrive (e come si legge) una poesia elettronica, come la si programma, come la si modifica. Con l’Autore dialoga Donald Datti, poeta del gruppo Bib(h)icanti

SECONDA GIORNATA – Mercoledì 28 marzo

Letteratura elettronica: uno sguardo internazionale.

Dai text adventure degli anni Ottanta, alle App di lettura interattiva, dai Multi User Dungeon fino ai catalogi di Electronic Literature di ELO.

TERZA GIORNATA – Mercoledì 11 aprile

Il digitale prima (e fuori) del digitale.

Un viaggio tra i testi di narrativa cartacea non lineare: da Il gioco del mondo di Cortazar a Aurum Tellus di Gavino Ledda, da In balia di una sorte avversa di Johnson a La nave di Teseo di J. J. Abrams e Doug Dorst. Senza dimenticare i librogame.

Gli incontri sono alle ore 17 presso la Biblioteca Universitaria di Genova – ex Hotel Colombia – via Balbi 40 – 16126 Genova. Ingresso libero.

Comunicato stampa

Mutandine

Di
gianni biondillo
-
11 Marzo 2018
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di Mirfet Piccolo

Era mattina, e lui dal comò afferrò un paio di mutandine della moglie: un tanga di colore nero con pizzo, davanti; dietro, il filo sottile aveva come scopo la nudità delle natiche e, al contempo, lo sfregamento dell’orifizio. Le mise nella borsa in pelle, tra l’agenda e l’ultimo numero della rivista Anesthesiology. Nel fondo della borsa, Sergio intravide una caramella al lampone, residuo della sua più recente sosta fuori casa. Chiuse tutto in fretta per non cedere alla sua naturale propensione a soffermarsi sui dettagli. D’altronde, la richiesta era stata chiara e questa volta non avrebbe ammesso obiezioni: voglio le mutandine di tua moglie e questo è un ordine.

Poi Sergio entrò in bagno, abbassò la tavoletta del water e si sedette ad osservare il corpo nudo di Clara che appariva oltre il vetro smerigliato del box doccia: i tratti confusi e apparentemente inafferrabili avrebbero potuto essere di chiunque. In fondo era andata così, quella mattina all’alba dopo il turno di notte in ospedale, e a quel ricordo Sergio sentì il suo desiderio farsi carne nel pene turgido, e, ancora una volta, provò vergona e piacere e senso di colpa. Quando sua moglie chiuse l’acqua della doccia, Sergio si alzò e uscì dal bagno.

In camera da letto, Sergio accese la televisione: guardò le immagini disturbate, tagliate da scie bianche e nere che nella promiscuità diventavano grigie. Clara entrò in stanza con l‘asciugamano sui capelli bagnati e un sorriso stanco e un po’ triste. Sergio aprì l’anta dell’armadio; celare l’indicibile, ovvero la sua stessa corruzione, rimanere nell’ombra.

– Sei di turno ogni sabato, adesso.

– È solo un periodo, passerà. Hai chiamato il tecnico?

– Oggi la porto in negozio, ma forse dovremmo cambiarla, ci costa di meno. Queste cose si rompono di continuo, ormai.

– Forse non dovremmo tenerla in camera da letto – disse guardandosi allo specchio mentre si abbottonava la camicia -, forse potremmo farne a meno.

– Che differenza farebbe?

La camicia era abbottonata, ma lui rimase allo specchio ad osservare, nel riflesso, sua moglie che si vestiva. Eccola, elegante e fresca, le scarpe rosse con il tacco che lui le aveva regalato e che, una notte, le aveva fatto indossare mentre lei, nuda, in ginocchio e davanti al lungo specchio, con la bocca prendeva il suo sesso. Su e giù; la schiena riflessa, i glutei sodi leggermente dischiusi, i tacchi divenuti scostumati. Ricordò la bocca di lei riempirsi della sua eiaculazione, del suo trionfo. Dopo quella sera, la stesa scena era stata ripetuta qualche altra volta con un entusiasmo ed eccitazione via via decrescenti, fino a scomparire.

Le nove del mattino. Salutò la moglie ricordandole che avrebbe potuto fare tardi anche per cena, di non aspettarlo, e sua moglie, nell’abbraccio e dopo un bacio, non fece domande.

In strada, il calore dell’estate era una maschera che gli avvolgeva il viso dopo averlo schiaffeggiato; era punizione e godimento insieme. Stava per succedere ancora, pensò, e questa volta lui sarebbe stato l’artefice, il regista di un gioco che lui stesso non avrebbe mai immaginato possibile. Controllare il gioco come si controlla la vita e la morte; io so sospenderle, pensò, io so riprenderle e lasciarle andare. Salì sulla sua Audi ma non partì subito. Appurò che tutto fosse in ordine: il libretto di circolazione, la patente, gli specchietti ben posizionati; verificò che non ci fossero chiamate non risposte, messaggi non letti ai quali avrebbe dovuto rispondere con una menzogna e, infine, quando ogni cosa fu controllata, Sergio mise in moto.

La scritta a neon rossa Sex Shop era una prima donna in mezzo ai capannoni industriali di una provincia che il cemento aveva desertificata. C’era già passato davanti altre volte, ma senza mai fermarsi. Perché con Clara non era mai entrato in posto così? Sergio si ripromise che lo avrebbe fatto, certo, e che lui sarebbe tornato un marito non fraudolento, un marito conforme alle aspettative. Spense il motore. Il negozio era aperto da pochi minuti ma molti posti del parcheggio erano già occupati. Una donna, di apparente mezza età, con lo sguardo basso e il passo svelto entrò nell’adiacente Slot Machine Palace; l’insegna recitava: +18, aperto tutti i giorni dalle 10.00 alle 02.00. Sergio non poté fare a meno di pensare che, tutto sommato, se avesse avuto il vizio del gioco sarebbe stato peggio. Più in là, un camion della logistica entrava e usciva da un capannone; carichi e scarichi, vite impacchettate.

L’aria calda e immobile entrava dai finestrini abbassati. Sergio pensò che era ancora in tempo per tonare indietro, per annullare l’appuntamento, per cancellare tutta quella storia inqualificabile. Poteva controllarla.

Il negozio aveva appena aperto e Sergio, al momento, era l’unico cliente. Alla cassa, un uomo stempiato e sovrappeso era intento a compilare dei moduli e a firmare carte; l’uomo alzò lo sguardo verso Sergio: se ha bisogno chieda pure, disse. Il Sex Shop era un drappo di velluto scarlatto; la luce, calda, illuminava gli scaffali senza pretesa di sconvolgere. Era tutto lì, afferrabile da chiunque, misterioso e normale, ordinato, catalogato per genere e dimensione, colore, desideri e fasce di prezzo. Palline di Geisha, vibratori singoli e duo, stimolatori, plug Anal Dream, cuscini gonfiabili con fallo, bende, manette, corde. I best-seller del mese erano due: il Plug Anale Matrioska Prince of Kiev Pink, da una parte; e il Brent Corrigan Butt, dall’altra.

Andò nel settore lingerie e trovò subito le calze a rete con apertura. Erano parte degli ordini ricevuti; e gli ordini erano, per Sergio, la scoperta dell’eccitazione dove non se l’era mai aspettata. Andò alla cassa e pagò le calze a rete in contanti. Vuole che le faccia un pacchettino? No, grazie, va bene così. Chiese se ci fosse un bagno disponibile per i clienti; il negoziante, con un sopracciglio sollevato, rispose con tono pacato che se lì ci fosse stato un bagno a disposizione dei clienti, di certi clienti, sarebbe stato sempre occupato. Sergio si sentì sciocco e in imbarazzo e chiese scusa.

Rientrò in macchina. Il caldo si era impossessato di ogni cosa: della sua auto e dei capannoni e del cielo azzurro terso. L’insegna del negozio era la cosa più anarchica nel raggio di chilometri. Prima di mettere in moto, Sergio immaginò di vedere Clara nella sua Toyota color ambra. Immaginò di vederla entrare nel Sex Shop per fare l’equivalente di ciò che stava per fare lui, e trovò il pensiero sconvolgente ed eccitante. Molti anni fa, quando erano ancora fidanzati, Clara aveva raccontato a Sergio di aver vissuto un’esperienza sessuale estremamente stravagante per il suo carattere: aveva baciato un’altra donna, o meglio, una ragazza. Era accaduto in quarta liceo nei bagni della scuola – “nei bagni delle scuole ogni cosa è possibile”, aveva aggiunto portando la testa indietro con una grande risata -; era stato qualcosa di mai più ripetuto e lasciato andare senza nostalgia, piuttosto raccontato come un evento piacevole, sì, ma eccezionale e, tutto sommato, buffo.

C’era coda, e il bagno dell’autogrill odorava di tutto il piscio del mondo e di vacanze sfatte. Sergio si chiese quanti uomini, di quelli in coda, avessero fatto ciò che Sergio stava per rifare. Forse, pensò, sono in coda come me e loro sono come me; forse anche loro, nei loro borselli a tracolla, nascondono il tradimento. Chi non ha peccato scagli la prima pietra, o il primo borsello o zaino; chi non ha peccato si amputi il rigonfiamento carnoso che emerge dai bermuda a fantasia, il capo d’abbigliamento principe di un’altra (l’ennesima) estate in famiglia.

In bagno, Sergio si tolse i pantaloni e le mutande. Dalla borsa in pelle sfilò le mutandine della moglie e le indossò: dall’alto osservò il pene compresso dal tessuto in pizzo nero e lo accarezzò ma senza esagerare perché, si disse, non era ancora il momento; poi indossò le calze a rete, e infine si rivestì del tutto. Tra le natiche, il filo sottile era teso e, finalmente, poteva sentirlo in tutta la sua impertinente provocazione. Sergio uscì dal bagno con la straordinaria consapevolezza che la sua eccitazione sarebbe stata evidente a chiunque avesse abbassato lo sguardo anche solo di sfuggita, e in quell’istante, cioè quando aprì la porta del bagno e vide la coda essersi fatta ancora più affollata, scoprì che essere guardato nella sua indecenza era ciò che desiderava in quel momento. Non chiedeva altro.

Il Motel era elegante: cinque stelle e parcheggi riservati e discreti; la receptionist in tailleur e le caramelle al lampone in una ciotola color argento, le stesse che gli ospiti avrebbero ritrovato in camera. Sergio consegnò il documento d’identità; la receptionist era la stessa dell’altra volta e Sergio fu tentato di chiederle se Darina fosse il suo vero nome, e quanti anni avesse e se le piacesse quel lavoro e cosa ne pensasse degli uomini come lui. Fu tentato di dirle che sarebbe stata l’ultima volta, che non si sarebbero più rivisti; e, vede, io non sono ciò che crede lei. La numero diciotto, disse la donna, la stanno già aspettando.

Il percorso dalla reception al bungalow numero diciotto fu assai breve. Parcheggiò la sua Audi accanto a quell’atra macchina che conosceva così bene; il parcheggio, in effetti, era riservato, disposto in modo che nessuno degli ospiti degli altri bungalow avrebbe potuto vedere i rispettivi vicini entrare e uscire dagli alloggi e, ciascuno a bordo del proprio veicolo, fuggire di gran lena lontano dal luogo dell’adulterio.

Stava succedendo ancora, pensò, era già in stanza e lo stava aspettando. A motore spento, Sergio pensò anche che era ancora in tempo per andarsene, per tornare a casa da sua moglie e magari andare insieme a comprare un nuovo televisore, poi avrebbero potuto andare a pranzo fuori e sorridersi a vicenda tra i riflessi di un calice di vino, per poi tornare a casa a fare all’amore: il loro amore semplice e costante, il loro desiderio quieto. E nel tempo di quell’amore, Sergio avrebbe potuto, ancora una volta, abolire la sua coscienza e sospendere il battito del suo cuore per il tempo necessario a camuffarlo in un orgasmo senza discrepanze. Avrebbe potuto.

Smise di pensarci e scese dall’auto, bussò alla porta. Oltre la porta poteva sentire i suoi passi, e Sergio li ascoltò avvicinarsi uno dopo l’altro. La porta si aprì e lui era lì, ancora una volta davanti a lui, così osceno e così bello, ad accoglierlo: hai portato le mutandine di tua moglie, vero?

Occhi sul pianeta Terra ( Bagatella dell’invidia)

Di
Giorgio Mascitelli
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9 Marzo 2018
3

di Giorgio Mascitelli

Qualche volta Guido della Veloira va a trovare il fratello Corrado della Veloira, che ha messo su famiglia senza troppi calcoli. Guido invidia e allo stesso tempo è atterrito dalla vita di Corrado, ma resterebbe sorpreso se sapesse che tale ambivalenza di sentimenti è nutrita anche dal fratello. E invero ci sarebbe da sorprendersi della sua sorpresa perché questa legge, secondo la quale bisogna desiderare tutto se no si fallisce, è legge generale che riguarda coniugati e non coniugati ed è legge costitutiva del pianeta Terra ( in questa fase storica naturalmente). Dunque quasi tutti invidiano quasi tutto, spesso senza potersi permettere di ammetterlo o addirittura senza avvedersene, e l’invidia è la principale manifestazione psicologica di una coscienza acquiescente a quella legge. Quello dell’invidia come vizio o peccato è un falso problema, quasi una trascrizione in termini di morale religiosa di una raccomandazione sanitaria come lo sono certi precetti alimentari, perché in verità liberarsi dall’invidia serve a tutelare quel minimo di libertà interiore senza la quale ogni nostra iniziativa è solo la sclerotica ripetizione di uno schema dettato dall’esterno, anche se perfettamente interiorizzato.

Guido chiede a Corrado come vanno le cose e come sta il nipotino Ferruccio della Veloira che va alle elementari. Ferruccio va bene ed è andato a una festa di compleanno dell’amichetto Devid Trimboliti. La festa si tiene in una ludoteca con grandi gonfiabili a forma di castello e di vascello, del resto anche la festa di Ferruccio si è tenuta in un luogo simile, anche se, come gli ha fatto notare Devid, i gonfiabili di quella ludoteca sono più grandi e colorati di quelli della festa di Ferruccio. Ferruccio o sua madre, questo Corrado non lo sa con certezza, hanno ricordato a Devid o sua madre che lo stesso Ferruccio ha 10 in matematica e scienze a differenza di Devid che ha solo 9. Ma secondo la madre di Devid questo non è importante perché loro vogliono far crescere il bambino in un ambiente sano senza troppe pressioni perché arrivi giustamente carico allo sprint decisivo dell’adolescenza e infatti pratica solo due sport, un corso di inglese e uno di musica. E poi Devid gioca già in una squadretta di pallacanestro, mentre Ferruccio frequenta solo i corsi di minibasket del doposcuola. Nel nuoto eccelle però Ferruccio, mentre Devid a quanto pare annaspa, anche se il suo inglese ha già raggiunto un certo livello di fluency al contrario di Ferruccio, che sta ancora compitando a fatica i colori e i nomi degli animali. Entrambi studiano sintetizzatore elettronico, che Devid sembra suonare meglio, ma Ferruccio segue un metodo più difficile che usano in Conservatorio.  A parere di una selezionata giuria di mamme di compagne di classe dei due, Devid è più bello, ma Ferruccio è più simpatico.

A queste parole Guido, che ha fatto quasi un principio del non pensare mai alla sua infanzia, si ferma e cerca di ricordarsi se anche loro fossero così e poi lo domanda, senza pensarci troppo, a Corrado. Si tratta di una domanda imbarazzante e infatti lo stesso Corrado ribatte, a sua volta troppo spontaneamente, con un “così come?”, ma poi si avvede che un’ulteriore risposta del fratello aumenterebbe il vicendevole imbarazzo, che potrebbe concretarsi in un increscioso incidente verbale e sospirando aggiunge che ai loro tempi i genitori erano meno assidui, meno attenti, non avevano tempo per queste finezze. Anche loro da piccoli avevano delle occupazioni e degli obblighi, subivano delle aspettative, ma la loro tirannia non era sistematica. Ed è probabile che sia così, che la tanto decantata libertà della loro infanzia, il mare assoluto del tempo libero che poteva temere poco oltre alla risacca del tempo scolastico, non fosse altro che un prodotto di un’organizzazione ancora arretrata, ancora non scientifica della giornata, insomma dipendente da un deficit tecnico più che da una diversa impostazione. Guido vorrebbe aggiungere che, però, lui non si ricorda affatto di questa spirale di invidie incrociate, ma si censura per timore di compromettere il bel rapporto con il fratello. Essi sono entrambi senza parole e non per la sorpresa o per l’incapacità di dire, ma perché ogni parola potrebbe uscire dal perimetro dello spazio riservato all’espressione delle proprie idee non suscettibile di scatenare reazioni.

Certo, anche Corrado si rende conto di qualcosa, non di tutto ma di qualcosa sì, e vorrebbe dire che la colpa è della mamma, ma si trattiene perché non c’è nessuna colpa, al contrario si tratta di offrire opportunità alla propria prole. Così le opportunità crescono, ma purtroppo aumentano anche quelle degli altri ed è ovvio allora mettersi a cercare sempre quell’opportunità in più che fa la differenza. In un simile contesto possono venire alla mente immagini balzane, come quella da Vita agra di impiegati che cercando si accaparrarsi gli uffici migliori nella nuova sede dopo il trasloco della ditta, solo che la scena si svolge in una scuola dove i bambini competono per i banchi migliori ( la prima fila in una classe tradizionale, i posti del cerchio meglio visibili dal maestro in una classe rovesciata).

Si è fatto tardi ormai, Guido della Veloira saluta Corrado ed esce. Sulla strada s’imbatte in una pubblicità dove sono rappresentati un bambino e una bambina che sono vestiti, gesticolano e sorridono come adulti.

 

 

MAGDA MINCIOTTI “Considerate che avevo quindici anni “

Di
orsola puecher
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8 Marzo 2018
1

di Orsola Puecher

Magda Minciotti a quindici anni

Anna Paola Moretti, storica della memoria e della deportazione femminile, nel libro Considerate che avevo quindici anni. Il diario della prigionia di Magda Minciotti tra resistenza e deportazione, [ed. affinità elettive 2017], ricostruisce la storia personale e il contesto storico politico della vicenda della giovane partigiana marchigiana in modo esemplare, con dovizia di documenti, citazioni, raccolta di testimonianze, ricerca sul campo, note accuratissime e riflessioni che ci riportano dal passato al presente. La memoria, il dare spazio alla vicenda della gente comune [pag. 14] è sempre la chiave di volta per comprendere il presente. Oggi 8 marzo, in un paese dove dopo le recenti elezioni politiche il numero delle donne non raggiunge nemmeno un terzo dei deputati eletti, parlare di quanto la vita delle donne è stata a lungo espulsa dalla storiografia e relegata nel privato [pag. 13] ci racconta doverosamente di una emancipazione femminile mai del tutto raggiunta, piena di vuoti e di assenza, e il compito della storia è riempire queste lacune, stabilire una continuità di fatti, reiterpretarne i contorni.

Se la ricerca storica è atto di invenzione interpretativa, ossia vedere tratti finora trascurati, tenere insieme memoria e storia in una diposizione all’accoglienza che sia rievocativa e partecipe di ciò che si racconta, comporta anche una scrittura che varchi i confini dei generi, anche questa tutta da inventare: “nuove parole e nuovi metodi”, come chiedeva Virginia Woolf. [pag. 16]

Da questa scrittura puntuale eppure avvincente, la figura di Magda Minciotti, catturata insieme al fratello Giorgio per rappresaglia, durante un rastrellamento alla ricerca dell’altro fratello partigiano Giacinto, si anima dalla pagina a tutto tondo, innanzitutto nelle pagine del suo diario, che inizia a scrivere detenuta a Ripe, in provincia di Ancona, il 23 luglio 1944, 15 giorni dopo il suo arresto, con una matita copiativa sul retro delle pagine di blocchetti di ricevute scadute 8×12, sottratti di nascosto, con una calligrafia minuscola. Nelle sue peregrinazioni di lavoratrice coatta fra gli “schiavi di Hitler” negli Arbeitlager gestiti dalle grandi industrie germaniche, da Norimberga fino all’aprile del ’45 a Bayreuth, riesce a portarsi appresso il suo diario e, con alcuni momenti di silenzio, non smette mai di scrivere, nelle pause del duro lavoro alla fabbrica Siemens, di sera fino a quando la luce non viene spenta. Quella che per noi oggi è una preziosa documentazione, ha per lei il compito di contrastare la solitudine e di farsi coraggio, di resistere, affidando a un interlocutore immaginario tristezze e dolori, ma anche sogni, segreti, speranze, desideri e volontà di sopravvivere al terribile presente. La naturale curiosità di adolescente, il suono di una campana lontana che la riporta con nostalgia a casa, la bellezza della natura, nonostante tutto, della neve, di una giornata di sole, e, perché no, qualche palpito amoroso, la tengono ancorata alla vita e alla sua dignità di persona.

[Nürnberg 28/8/44]
Comincio a essere meno pessimista. Per arrivare a ciò ho voluto cominciare come facevo a scuola, cioè sognare ad occhi aperti. [pag. 44]

In questa vera e propria strategia di sopravvivenza non parla molto di eventi dolorosi, cerca di mantenere saldi gli ideali mazziniani, risorgimentali e antifascisti a cui la sua famiglia l’aveva educata, l’amore per il prossimo, la giustizia, la Patria con la p maiuscola, che non è certo quella tronfia e autoritaria del fascismo, la solidarietà, l’amore per il prossimo, riuscendo sempre con autoironia e distacco a sdrammatizzare e a superare la durezza del presente, ad affezionarsi alle persone e persino ai luoghi squallidi della prigionia. A mantenere allegria di giorno, con orgoglio, e a piangere di nascosto di notte. Ma nel racconto della disinfezione al campo di Dachau non riesce a non lasciar trasparire i suoi sentimenti di profonda indignazione per il pudore violato e di odio verso i Tedeschi:

[Nürnberg 17/8]
Devo fare un passo indietro per annotare un particolare sfuggitomi. A Dachau ci fecero la disinfezione, Ci mandarono al forno i panni e dopo averci fatto spogliare nude, prima il bagno e poi ungere la testa con la creolina. Tutto questo raccontato così sarebbe una cosa giusta e necessaria… Ma quanta mancanza di pudore in Germania! Nel corso dei secoli il popolo tedesco è rimasto selvaggio. Sono ancora i barbari di Attila questi del secolo 20mo? Per rispondere giustamente bisogna venir qui vedere e giudicare. Solo chi mi ha conosciuto può dire se rimasi indignata avanti ad un simile spettacolo. Non solo ma un odio feroce contro questo popolo devastatore mi fa desiderare sempre più forte che questo tutto finisca per ritornare alla mia cara Patria. [pag. 42]

Questa liceale quindicenne dagli occhi profondi e sensibili, con le lunghe trecce raccolte, che nella sua famiglia di resistenti aveva partecipato a diverse azioni partigiane, come staffetta, sventando l’attentato a un ponte minato dai tedeschi in ritirata, soccorrendo il giovane partigiano ferito Nello Congiu, nei 66 foglietti del suo diario apre una particolare dimensione “letteraria”, che dalla quotidianità si spinge a una scrittura alta, spesso poetica, a tinte pascoliane e carducciane, con grande proprietà di linguaggio e sintassi e vero talento narrativo.
Un secondo supporto del diario è andato perduto, ma Magda, tornata a casa, ricopia le pagine ormai consunte, macchiate e quasi illeggibili, su un quaderno nero quadretti con il bordo rosso, di 36 pagine più un foglio volante. Gli dà l’ironico titolo Le mie prigioni. Nella breve introduzione scrive:

[Chiaravalle, Agosto 1945]
Il mio carattere, i miei pensieri sbattuti dalla tempesta, la nostalgia, le mie lacrime amare e mai sgorgate, i miei dolori assillanti e segreti, potrà comprenderli solo colui che soffrì la prigionia tedesca, solo colui che sa cosa vuol dire essere soli senza risorse, lontani dalla Patria; (…)
Non domando altro: – Siate magnanimi!! Non giudicatemi troppo severamente se anche fra tutte le intemperie siano sbocciate nella mia anima delle illusioni, qualche sogno, qualche speranza.
E se qualche giudizio dato con troppo buon cuore, se qualche osservazione fatta con animo pettegolo sia da biasimare, – oh posteri!!!, non tacete – ma nello stesso considerate… considerate che avevo 15 anni.
[pag. 31]

M.M.

Nel dopoguerra le viene proposto di pubblicare il diario, ma come per molti altri sopravvissuti ai lager, subentra una specie di ritrosia a renderlo pubblico, nel clima post bellico di ottimismo forzato, di desiderio di dimenticare, l’interesse e la comprensione per le vicende dolorose della deportazione è scarso.

Anche il rientro in Italia ebbe tratti comuni per tutti gli uomini e le donne che erano stati deportati: ebrei, oppositori politici, militari internati, lavoratori coatti si trovarono accumunati dalla freddezza e dall’indifferenza con cui furono accolti da una società che usciva dai disastri della guerra, poco disposta ad ascoltare il loro dramma e propensa invece a rimuovere e occultare le responsabilità, la maggior parte di loro si chiuse a lungo nel silenzio. [pag. 267]

Propagada per il lavoro coatto

Così il diario rimane chiuso in un cassetto. Magda tornata in Italia gravemente malata di tubercolosi renale, fatica molto a guarire, difficile trovare antibiotici e cure adeguate allora, cerca di riprendere il liceo senza riuscirvi, si sposa con Vincenzo Castellani un giovane carabiniere lui pure deportato, conosciuto in Germania, e si dedica alla famiglia e ai suoi quattro figli. Non l’abbandona mai il dolore e anche forse il senso di colpa per la morte del fratello Giorgio Minciotti, arrestato con lei, che scelse, nonostante fosse stato scartato alla visita medica per la sua salute cagionevole, di andare in Germania per non lasciarla sola, e mandato a scavare trincee dall’Organizzazione Todt non sopravvive alla durezza del lavoro e agli stenti. Magda Minciotti consegna il suo diario al figlio pochi giorni prima di morire nel 1990. Ad Anna Paola Moretti il merito di averlo riportato alla luce, insieme allo studio approfondito del contesto e soprattutto della questione del lavoro coatto, propagandato ingannevolmente dal regime fascista come opportunità di guadagno e che vide molti partire volontari, con la complicità mai punita delle maggiori fabbriche tedesche dalla Siemens, alla Volkswagen, Mercedes e Bayer. Solo in Italia più di 100.000 persone con il 10% di morti, soprattutto giovani dai 14 anni in su, prestarono la loro manodopera al nazismo, un ambito ancora pochissimo studiato, ingiustamente distinto dalla deportazione nei campi di sterminio, ma non meno crudele e degno di essere ricordato e analizzato.

Quaderno Azzurro – Poesie 2012-2016

Di
mariasole ariot
-
6 Marzo 2018
3

Pubblico qui alcune poesie tratte da Quaderno Azzurro, Poesie 2012-2016 di Pierino Gallo (Campanotto Editore). Un libro intenso e denso, in cui la parola e gli spazi bianchi che l’accompagnano portano il lettore a una completa immersione nella poetica dell’autore. I ricordi si intrecciano al presente, in un incedere elegante, privo di esibizione ma piuttosto di un’esposizione a tratti commovente, a tratti duro, ma sempre delicato nella sua compostezza.

 

Tengono altari chiusi,
altari sacri,
corsetti di madonne,

e scapolari di lana.
Sottrazioni,
dietro i mattoni
bianchi,

sottrazioni.

Il candore di un abbaglio
apre la notte
e gli inguini.

***

Si è come rotto il cerchio
dell’erranza
ed io Caino col marchio sopra il petto
mi divoro.

Il mio mese è d’inverno,
ché addosso ho le catene
della neve.

Vengono steli di ghiaccio
sul dubbio se lasciare

la terra.

***

È inverno di bocche schiuse e neve ferma.
Dopo la breve sosta, è gelo tenue e stanco,
scarnificato sui fili delle radio.
Dall’alto, le mie dita impertinenti
segnano il tempo.
È il tuo turno,
stavolta,
di vegliare su me.

 

Genoma

Di
andrea inglese
-
5 Marzo 2018
0

di Carlo Bordini

 

Questa è una poesia dedicata a mio nonno

 

Lui aveva la stessa testa come la mia. Piena di cose. E anche di cose

troppo numerose, che cozzano tra loro, e che a volte

non riescono a

trovare l’armonia.

Continua

 Il doppio sguardo. Su Parlarne tra amici e Lealtà  

Di
francesca fiorletta
-
2 Marzo 2018
3

di Eloisa Morra                                                     

Ci sono tanti tipi di lettori quanti tipi di romanzi; tra questi ultimi preferisco quelli che chiamo tra me e me “romanzi-gazzella”: testi brevi il cui fascino è racchiuso nella brillantezza dei dialoghi e in una voce narrante capace di rendere interessante il paesaggio o il tipo umano più noto. Certi romanzi di Maugham, tutto Lernet-Holenia, il primo Roth… Leggo questi libri con lentezza esasperante, maledicendo gli autori per non aver scritto un tomo. Poi però mi dico che se li venero è proprio per la brevitas, e che i romanzi “obesi” non sono davvero nelle mie corde: di David Foster Wallace mi divertono i saggi, ma ho ripreso tre volte in mano Infinite Jest senza mai riuscire a finirlo (per Zadie Smith il discorso è diverso, ma forse lei è l’eccezione che conferma la regola). Come mai mi trovo più a mio agio nella Firenze volutamente cliché di Maugham o nella felix Austria di Lernet-Holenia che in quelle pagine ribollenti di attualità?

Continua

Essendo il dentro un fuori infinito #14

Di
mariasole ariot
-
1 Marzo 2018
1

di Mariasole Ariot

Gaia si muove respirando faticosamente, il dolore lancinante come punte di spillo sotto i piedi, l’asfalto rimasto da quando si è gettata, l’orribile dentro le scarpe, l’orribile nelle caviglie, al posto dei tutori. La carrozzina si sposta voltandosi come un corpo muto, una protesi di acciaio sotto il suo, prima così delicato, ora in piena.
Gaia ride, si è dipinta gli occhi di azzurro, Gaia parla a perdifiato bevendo spremute d’arancio, Gaia si traveste da cervo o cerbiatto, Gaia sa parlare tre lingue.

Di quel giorno ricordo il flacone di tachipirina, la gola arsa, lo svenimento. Poi mi hanno portata in coma nell’ala ovest, so solo questo. So che quando mi sono svegliata volevano prendermi, portarmi nel reparto “giusto”, e io mi sono tuffata. Tre piani, sono caduta in piedi, i talloni scoppiati, le fratture,i corpo schizzato in mille pezzi d’ossa : sono viva per miracolo.

Di questo miracolo porta il segno negli occhi e nella bocca : un miscuglio di donna e di rossetti, di figli e di amanti, di imprecazioni e di risate, di desiderio e vergogna. Porta i miracoli nelle dita che giocano a scacchi a tutte le ore, porta i miracoli nella sala del fumo, porta i miracoli a cena, quando le ragazzine si distendono per evitare di mangiare e lei le riprende con parole secche.

Gaia è quello che rimane di un salto nel vuoto, il molto che non ci si aspettiamo, Gaia scherza anche quando piange, Gaia ha parole dolci per i neonati, per la vecchia fuggita in tram, Gaia galleggia sulla città, Gaia non cede, Gaia non tace.
Il letto è stato affumicato dall’ultima sigaretta, Gaia si sporge dalla sedia a rotelle e lo innaffia con vasi di mare, traffica con le parole dette e con quelle chiuse dentro la stanza dei ricostruttori. I piedi non le danno tregua.
Non li sento e continuo a sentirli. E’ come un arto amputato che continua a piangere, un temporale di acquavite sulla vita, un sole che brucia a mezzogiorno mentre non ho niente addosso, i cinquanta gradi a sud del mio corpo. Viva per miracolo non significa niente, significa esistere senza giustificazione. Non c’è bisogno di una giustificazione all’esistenza, bambina: sono qui perché dovevo essere qui. Perché ho due figli e un uomo che mi corica a letto e m’innaffia di seme buono, perché ho le gambe morte ma ancora aperte, perché dalle cosce in su io sento tutto, perché il tutto non è niente se non è travestito, perché ho una lingua potente, che batte sulle cose, che striscia sui tetti e sulle finestre, perché sono una finestra. 
 
Gaia ha infilato il cuore in una scatola quadrata che ricopre di piccole conchiglie, la sera prima di addormentarsi lo sfila, lo mangia tutto fino all’ultimo boccone, Gaia lo sente battere per la notte, Gaia ha i sogni nel battito cardiaco, Gaia ha un rumore di fondo che la perseguita e le dice di avanzare. Gaia avanza, non può inginocchiarsi di fronte al mare, può solo berlo. Le abbiamo visto il seno protruso in una gigantesca montata lattea, accudisce i bambini del corridoio, li mette uno a uno sotto lo sterno e comincia ad allattare. E’ umore buono, l’umore delle madri salve, delle donne salvate, delle armi depositate.
Gaia ride come sempre, con un rivolo di sangue sulla bocca per essersi morsicata un labbro mentre decideva cosa farsene dei piedi, Gaia cambia le scarpe con scarpe nuove, il pungente è sempre allenato, Gaia lo reprime cantando una canzone per i passati andati a male. Gaia è protesa al futuro :
 
“Non, rien de rien, non, je ne regrette rien
Ni le bien qu’on m’a fait, ni le mal
Tout ça m’est bien égal
Non, rien de rien, non, je ne regrette rien
C’est payé, balayé, oublié, je me fous du passé”
Ho lasciato ai miei occhi quello che è stato, resta sotto le ciglia, quando divento una soluzione per un movente, quando divento la donna che sono – sempre stata e mai stata. Mi sono gettata dal terzo piano, ma ho un piano per risalire : il suono della ruggine capita perché mi sono piovuta addosso. Un ramo mi dice di non fuggire, e non fuggire nemmeno tu, bambina dagli occhi grandi: non c’è passato che non passi, non c’è futuro che non resti, non c’è che questa sala in cui voi vi dimenate e io sono immobile ma ho una bocca abile a parlare la voce degli altri. Ora tu segui la mia voce : segui il mio canto : segui il rifugio : sei tra i rifugiati ma non sei perduta. Mi sono sfracellata, sono caduta, non sono fuggita. Dalla bottiglia da cui ti parlo ti mando luci di incendi e stellate, ti mando mani aperte alle verità più crude, ti apro la verità con un soffio. I trafficanti non hanno tempo di scusarsi, ma tu svegliati, bambina: il sonno non è una cura. 
 
* le foto sono state scattate alla mostra di DOGUKAN BELOZOGLU

Elegia

Di
davide orecchio
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27 Febbraio 2018
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di Davide Franchetto

La vide affacciarsi in cortile dalla porta della cucina. Aveva già addosso il cappotto e l’ombrello in mano, le scarpe buone ai piedi, quelle nere con un po’ di tacco che la facevano brontolare per le caviglie gonfie e rimpiangere le ciabatte e la cucina. Lui tirò un ultimo calcio al pallone che rimbalzò contro la rete di cinta e ricadde nella gigantesca pozzanghera che da poche ore s’era allargata dal centro del cortile fino ai suoi confini. Dal pollaio le anatre spingevano il becco tra le maglie delle gabbie e starnazzavano di desiderio.

“Ti prenderai un accidente!” Gli urlò.

Succedeva che la nonna lo chiamasse ad accompagnarla nelle sere in cui sua madre restava assopita sul divano e il nonno brillo davanti al televisore. Non erano molte le occasioni per le quali si prendesse un pensiero dopo che s’era fatto buio: passare la notte accanto a un malato, portare le condoglianze alla famiglia di un defunto, una messa di trigesima.

“Lavati le mani, guarda come sei sporco”. Gli disse.

S’infilò la giacca e fuori casa lei lo prese sottobraccio per condividere l’ombrello. Camminarono lungo le vie scure e gialle della luce che dai lampioni sgocciolava sull’asfalto. Più giù, alle cascine, era buio e a fare strada era la memoria, era il fosso pieno d’acqua che s’affacciava sullo sterrato, sbordava sulla ghiaia dei vialetti e gonfiava il legno dei portoni.

Dentro non c’era più posto e uno sciame si stringeva sull’uscio, contro i muri, tutt’intorno al perimetro del cortile: si scontravano le stecche degli ombrelli, si sussurravano scuse, uno, distratto, aveva scalciato un vaso di gerani lasciato a prendere pioggia: ora i petali viola spuntavano come vecchie promesse tra i cocci e le zolle. Lui e la nonna avevano conquistato una spanna di muro sul fondo, al riparo sotto uno spiovente di coppi centenari e ora lei lo teneva stretto a sé, lo cingeva al petto stringendolo contro il suo. Lui riconosceva l’odore di muffa del cappotto, affondava la faccia nella manica coprendosi fin sopra il naso. Quando erano arrivati qualcuno s’era girato a guardarli e nessuno per salutare. Una donna gli era venuta incontro, una vecchia alta e dal passo deciso con certi occhi grifagni che avevano artigliato sua nonna.

“Sei matta!” Le aveva detto. E per quanto sottovoce dopo tutti avevano bisbigliato qualcosa.

Lei non aveva risposto. Lui aveva guardato la donna e morso la manica del cappotto.

Cominciò la preghiera.

“Metti bene le mani, come ti hanno insegnato”. Lui giunse le mani all’altezza del petto e chiuse gli occhi godendosi il tepore della stretta di lei. Li riaprì subito immaginandosi che tutti lo stessero guardando, ma le rare occhiate non erano per lui, e chi le lanciava inciampava nelle orazioni per spettegolare con la vicina che annuiva e non guardava.

“Credo!” Non conosceva quella preghiera, faceva eco alle beghine che gracchiavano per prime e comandavano tutti gli altri. Lo rassicurava che anche la nonna la borbottasse, come un ricordo che si dice ma non si è sicuri di avere.

“Padre!” Si fecero più forti le voci di tutti e la sua con le altre. Scandiva bene le lodi e si guardava intorno. Sentì l’abbaiare dei cani e lo schiocco delle catene sul cemento arrivare dal lato opposto della cascina; vide sbucare in cortile un bastardino basso e grasso, un pezzato dalle zampe curve che prese ad annusare i piedi dei fedeli uno ad uno. Quando fu il suo turno disobbedì e allungò una mano verso il muso, quello l’annusò accompagnando un lento scodinzolio, lui sorrise sentendosi inumidire le dita.

“Angela”. Alzò la testa seguendo una voce poco più in alto, di fianco a sua nonna e vicina al suo orecchio. Continuando a sussurrare l’Ave Maria lei voltò lo sguardo verso la donna.

“Angela”, ripeté l’altra. Aveva un tono dolce e più che chiamare pareva stupirsi per qualcosa che le fosse apparso lì in mezzo al cortile: le ali stese sul cappotto bagnato.

“Teresa”

“Ma perché sei venuta?”

“A pregare”. Rispose Angela.

Teresa rimase al loro fianco a rimandare indietro le occhiatacce che ancora osavano. Lui appoggiò la testa al petto della nonna, continuò ad andare dietro alle preghiere, sbadigliò, seguì con lo sguardo il cane che dopo aver annusato tutti i presenti si era affacciato sulla porta di casa, era stato scacciato ed era tornato nel cortile ad annusare la terra e i ciuffi d’erba che sbocciavano dalle crepe del calcestruzzo. A torturare i vermi che la pioggia chiamava fuori.

“Amen”.

La folla si distese, si riaprirono gli ombrelli, ci furono nuovi saluti e i crocchi delle beghine e le voci ora alte degli uomini. In molti si misero in coda per le condoglianze e sua nonna e lui dietro tutti gli altri.

“Angela, vai a casa”. La supplicò Teresa.

Ma lei niente, un passo dietro il nipote e la mano sulla sua spalla. Avvicinandosi all’ingresso si cominciava a vedere il buio dentro e si sentivano i sospiri che lo attraversavano.

“Angela, andiamo a casa”.

Lui si fermò, si voltò verso la nonna.

“Torniamo a casa”. Le disse e cercò di sembrare annoiato, di non mostrare paura. Lei gli diede un’altra carezza.

“Salutiamo e poi torniamo a casa”

“Non vorrai mica”, sbottò Teresa.

“E’ grande”.

Superarono la soglia e fecero due passi in corridoio. C’erano persone che andavano e venivano da una stanza sul fondo, e qualcuno che entrava in un’altra stanza lì vicino. Si sentivano le giaculatorie sommesse di chi credeva di non aver pregato abbastanza, e gli uomini dalle donne si distinguevano dall’odore: La calce, la terra e la canfora.

Si avvicinò a loro una donna, quella di prima o un’altra con la stessa faccia. La nonna lo strinse più forte sulle spalle e lo spostò di due passi avanti, che quella si piantasse lì e non si permettesse oltre.

“Non credere eh!” Gracchiò la donna, e le sfuggì un gesto col braccio, uno schiaffo all’aria nera. L’indice indicava la stanza sul fondo. “Con tuo nipote. Senza cognizione!” E di nuovo sottovoce abbastanza da farsi sentire.

“Basta!” Saltò su Teresa.

“Non la faccio mica andare”

“Solo un momento”, disse Angela “E andiamo via”.

Lui si girò verso la nonna. La voce non era la solita ma di preghiera. Vera, non come prima. La donna imprecò, sollevò lo sguardo al soffitto o al cielo che erano ormai la stessa notte. A quel dio che aveva fatto buio.

“Vieni”. Disse Angela passando avanti.

Aspettarono che una coppia finisse l’ultima Ave Maria e consegnasse un bacio dalla punta delle dita sulla sponda della bara. Angela chinò il viso accanto a quello del nipote.

“Pensa che sta dormendo”. Gli disse all’orecchio.

Teresa entrò per prima, si fece il segno della croce, farfugliò la preghiera e come gli altri consegnò il bacio. Poi tornò sulla porta e rimase di guardia. La camera era illuminata da due grandi candele che spiccavano dai candelabri sistemati ai lati della bara, lì accanto una sedia per sostenere la notte di veglia. La luce delle fiammelle svelava la tinta porpora delle tende, sbuffava contro la vecchia credenza grande una parete. Dalle vetrine sbirciavano le statuette in gesso: una Madonna, gli angeli paffuti, un vecchio abbracciato a una damigiana, la fotografia incorniciata di una coppia d’anziani, quella di due giovani in bianco e nero.

“Non fa paura, sta dormendo”. Ripeté Angela.

Lui strusciò una caviglia contro l’altra, serrò cosce e ginocchia e s’ingobbì un poco per trattenere una scoreggia. Si fece coraggio, pensò agli amici: -Ho visto un morto. Dal vero. – Avrebbe raccontato.

Angela s’accostò alla bara, appoggiò entrambe le mani sulla sponda come per tenersi su: le caviglie gonfie, le scarpe.

“Vuoi vedere?” Gli chiese.

S’avvicinò alla nonna. A passi pesanti e attenti, sulla graniglia che i passi di tutti gli altri prima avevano reso scivolosa. Un paciocco di terra e pioggia.

Un morto vero.

Angela gli strinse la mano.

“Non fa mica paura”.

Lui si sporse oltre il bordo della cassa e guardò: era sdraiato un uomo in giacca e cravatta. Quasi calvo come tutti i vecchi, con la faccia di una cera grigiastra e le rughe stirate che lo facevano dieci anni più giovane di quanto fosse stato. Gli ricordava certi zii al Barbera conosciuti di scorcio alle cerimonie di famiglia. Uomini sottili come steli e sempre in silenzio, che ci fosse da far festa o stare abbottonati.

Non gli faceva paura.

Angela diede una carezza alla salma e si sedette sulla sedia.

“Diciamone ancora una”. Disse, e attaccò con un Ave Maria quando lui aveva già cominciato con un Padre.

Poi Angela rimase seduta a guardarsi le mani grosse, lentigginose, le unghie grigie. Teresa si scostò dalla soglia e le andò vicino.

“Andiamo Angela, dai”

“Un minuto”

“Ti guardano già male”

“Anche prima”.

Teresa rimase in piedi, in silenzio per dovere e rigida d’impazienza.

“Non ti fa nemmeno più piangere”. Disse.

“Gli somiglia”

“Chi?” Chiese Teresa.

Angela sollevò una mano verso il nipote.

“Shhht”. La riprese Teresa come prima coi pettegoli.

Lui stava ancora osservando il morto, fiero di non avere paura, quando aveva colto quel gesto con la mano: dal grembo a lui. E più d’averla vista l’aveva sentita. E Teresa che l’aveva zittita allo stesso modo di sua nonna quando lui si permetteva: col sibilo tra i denti e lo sguardo che minacciava se l’avessi fatta vergognare ancora.

“Andiamo su”, Teresa si chinò su Angela, allungò le braccia come volesse sollevarla.

“E’ abbastanza”. Disse.

Lui spiò sua nonna: aveva mezza faccia tirata da una smorfia, l’altra metà nascosta dal palmo della mano.

“L’ha fatto ancora una volta”. La sentì piangere.

Gli prese di nuovo il mal di pancia, di nuovo dovette serrare le gambe per paura di farsela addosso. A chi somigliava? A quella faccia lucida, gelida di sicuro, che per farla sembrare meno morta l’avevano fatta di cera? Angela si alzò dalla sedia, poggiò ancora la mano sul bordo della cassa ma non ci furono più preghiere e nemmeno un bacio. Guardò la salma e disse qualcosa: tre parole, non di più, che nessuno riuscì a sentire. Gli si avvicinò e lo prese per mano. Lui continuava ad osservare il vecchio: quel naso un po’ a becco, le orecchie piccole, le labbra, pallide ora, e sottili, le mani in pace sul ventre ma con le dita d’ossa storte da anni di vanga o piccone. Il vestito buono per tutte le occasioni di un paio di misure più largo. Era suo nonno o suo padre, o uno zio, un cugino dimenticato. Era tutte le generazioni di uomini ingobbiti sulla terra di Fruttuaria. Era lui. Teresa si affacciò sull’uscio e guardò in corridoio. Non c’erano altri ad aspettare. Si voltò ancora una volta verso la bara, si segnò e fece strada verso l’uscita. Angela dovette strattonarlo per portarlo via. Dalla stanza a margine del corridoio si affacciarono due cornacchie, una voce di donna da dentro sbraitò: “Sciò, sciò!”. Gli ultimi arrivati a portare le condoglianze si scostarono di un poco al loro passaggio.

In cortile i fedeli si accomiatavano, scuotevano il capo fingendo stupore per quella morte inattesa, chiedevano a dio pace per l’estinto e l’eternità che gli toccava davanti e quaggiù per gli anni, sempre pochi avrebbero giurato, che restavano loro. Si davano la buonanotte. Aveva smesso di piovere. Teresa si fermò accanto al muro sul fondo, fece per dire qualcosa, sbuffò, sollevò una mano e diede una carezza sulla guancia di Angela. Lui sentì il tocco della mano di Teresa nella mano di sua nonna che piano s’apriva e lo liberava. Fece due passi indietro e guardò verso la casa: s’era accesa una luce dietro le tende della finestra al piano di sopra, oltre la porta ancora aperta sul cortile e in fondo al corridoio lo tentavano i fuochi fatui delle candele. Si accorse di qualcosa che puntava contro la sua caviglia, abbassò gli occhi e vide il cane che lo annusava attento come se tra le pieghe dei suoi pantaloni potesse nascondersi chissà quale tesoro. Il cane sollevò il muso e scodinzolò. Come prima lui allungò la mano per sentire il naso freddo contro le nocche, poi batté i palmi sulle cosce e il cane si mise su due zampe. La coda a mulinello. Lui fece un salto all’indietro e lo chiamò di nuovo battendo le mani e il cane saltò in avanti e abbaiò.

“Shhhhtt!” Fece lui preoccupato ma lo richiamò a sé e presero a rincorrersi e a fermarsi di colpo, una carezza una grattata sotto il collo, quando qualcuno gli passava accanto. Guardò verso sua nonna che rimaneva accanto a Teresa: le parole che forse si dicevano, i gesti lenti che le accompagnavano. Sembravano due ragazze goffe e grasse cacciate dalla festa. O due streghe. Corse fino al cancello e si fermò, il cane lo seguì. Lo chiamò ancora e insieme superarono il vialetto d’ingresso e si fermarono a margine dello sterrato. Era buio da non vedersi i piedi un metro più in basso, la via un pantano, il fosso che ruggiva, minacciava di disastrare i campi. Il cane puntò il naso verso la notte, le orecchie dritte, il corpo teso in un’eccitazione tutta diversa da quella del gioco.

“Che c’è? Che hai visto?”

E il cane già s’anneriva verso la boscaglia.

“Vieni qui, torna qui!” Voleva convincerlo e non si permetteva di gridare.

“Vieni qui!”

Lo rincorse nel prato e a ogni passo si voltava verso la cascina.

“Torna qui”. Piagnucolava e si spingeva verso gli bosco e il buio dove faceva più spavento.

“Ehi quiiiii!“ E batteva le mani sulle ginocchia.

Si rannicchiò. Le mani che reggevano la testa, coprivano le orecchie.

“Vieni qui”. Pregava convinto adesso.

Sentì un abbaio, alzò il capo, scorse una sagoma, chiazze di pelo bianco, un muso, uno scodinzolio venirgli incontro.

“Qui, qui”. Quando il cane gli fu vicino gli accarezzò la testa, la schiena, si impiastrò le mani di pioggia fango e foglie. Il cane ansava, la lingua pendeva da un lato, sollevò le zampe si appoggiò alle sue ginocchia e gli leccò la faccia.

“Bravo, stai bravo”, gli disse ridendo e intanto lo stringeva a sé con entrambe le braccia.

“Non so nemmeno come ti chiami”.

Il cane smise di colpo di leccarlo, voltò il muso e puntò di nuovo verso il sottobosco. Lui lo strinse più forte.

“Che c’è? Cosa vedi? Stai qui eh. Stai qui”.

Ma intanto fissava verso lo stesso punto dove il buio avanzava avvolgendo i fusti gobbi dei castagni: i rami scheletrici sulle cime e quelli ancora vigorosi più in basso; copriva lo strepito degli insetti e il gorgogliare sazio della terra. Guardò verso la cascina: due sagome, di donne certo, erano ferme sul vialetto. Poi guardò di nuovo verso il buio e gli sembrò più vicino.

“Andiamo”. Disse.

A prescindere dai numeri – note a margine della violenza

Di
mariasole ariot
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26 Febbraio 2018
4

di Mariasole Ariot

In de Jouvenel si legge: “un uomo si sente più uomo quando riesce a imporre se stesso e a fare degli altri strumenti della sua volontà”, cosa che gli procura un “piacere senza confronti”.

L’8 gennaio 2018, a 40 anni di distanza dall’uccisione di tre militanti di Fronte della Gioventù, Casa Pound organizza una manifestazione a Roma. Lo striscione aperto, Onore ai camerati caduti. Sfilano lungo le vie in silenzio rigoroso, assoluto, il silenzio che serve a non far parlare troppo di sé ma abbastanza da arrivare negli occhi e nelle bocche di chi vede. Saluti romani, teste dritte, petti impettiti. Il corteo si ferma e si dichiara PRESENTE.

In quell’occasione, in molti sottolineano l’esasperazione delle cifre: la foto del corteo passa di mano in mano, di bocca in bocca, vorticando tra chi si dice preoccupato e chi viveziona la realtà per risalire alla “vera verità” della grandezza del corteo, una verità numerica.

Io dico: a prescindere dai numeri.

A prescindere dalla possibilità di una foto ritoccata: conta che sia stato quel che è stato – che il violento abbia spazio, trovi territorio, confini per sconfinare.

E nel silenzio, in questo cortocircuito di silenzio, la violenza – detta e agita – prolifera.

Non abbiamo voluto vedere il troppo che già c’era, ma il nostro compito è di vedere prima: si diceva in fondo dicono solo al lupo al lupo.

Ma il lupo c’è, morde anche quando ulula.

Nel giorno immediatamente successivo alla morte di Pamela Mastropietro, in tv comincia lo sciacallaggio emotivo: gli intervistati non perdono l’occasione del pretesto per ricordare che quanto è accaduto era prevedibile. Prevedibile perché la presunta mano che ha fatto a pezzi il corpo non è una mano qualunque, nemmeno quella di un folle criminale, è una mano che sulla mano porta mani di altri, degli altri che un certo estremismo vuole ridurre a cenere.

Le parole di uno psichiatra molto presente nei media, Alessandro Meluzzi:

“questa ragazza non era un’eroinomane cronica […] , era una ragazza con delle fragilità, con dei comportamenti tossicofilici […] e che per una drammatica circostanza della sorte, incontra quanto di più mostruoso oggi stia calpestando il suolo italiano.

Nessuno poteva immaginare che sulla sua strada non trovasse un normale spacciatore di eroina ma trovasse una situazione di mostruosa ritualità – perché di questo si tratta – che purtroppo popola oggi il mondo della mafia nigeriana che sta progressivamente controllando il meracato degli stupefacenti in Italia. Rivolgerei anche un appello anche a coloro che oggi si ritrovano nella drammatica situazione di dipendere dal mercato: sappiate che il mercato a cui vi rivolgete è un mercato che potrebbe offrivi oltre alla droga , che è un mostro, un mostro ancora più terribile della droga“.

Non stiamo tornando indietro: stiamo andando avanti malissimo, velocizzati da quel che viene detto e da quello che non viene detto : il problema più rilevante.

Non si parla di fascismo, non si parla di razzismo, non si parla di violenza, di odio razziale, di xenofobia. Quando lo si fa, la parola è in sordina.

E il popolo va mantenuto in una condizione di sordità, come andasse scaraventato fuori dalla storia, tenuto ai margini, ammaestrato da chi racconta narrazioni che pacifichino l’esistenza.

“Estrema fonte di potere è tutti contro uno, estrema forma di violenza è uno contro tutti. E quest’ultima non è mai possibile senza strumenti” – scriveva la Arendt.

Ma non stanno forse dando i media, le parole che scorrono nelle testate dei giornali, questi stessi strumenti di cui la violenza ha bisogno? Non hanno forse dato i media quegli strumenti di cui Traini aveva bisogno?

Se la violenza compare “dove il potere è scosso”, significa che siamo in una situazione in cui il potere è muto ma per sottrazione, un potere muto e sordo, che cede di fronte al reale. Esiste un potere che si scuote e che scuote, che omette non per proteggere ma per non creare allarmismo.

L’allarme invece va detto, va urlato.

Noi abbiamo il dovere di allarmare, il dovere di dire ciò che non si vuole dire, di aprire le maglie della storia e infilarci la testa, il corpo, mettere le mani dove non si vorrebbe venissero affondate. Abbiamo il dovere di dire, di dichiarare, di non sottrarci, di non fare passi indietro: abbiamo il dovere di avanzare in direzione contraria, denunciare il denunciabile, estrarre le parole che non vengono dette, farlo non solo nella dimensione dell’anti, ma nel respiro dell’adesso, del cosa fare, del possibile. A prescindere dai numeri, a prescindere dalla quantità.

Interférences # 16 / Jean-Patrice Courtois: da “Imballaggi”

Di
andrea inglese
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26 Febbraio 2018
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[Dal sito alfabeta2,  rubrica Interférences : interventi di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.]

Traduzione di Gabriele Stera

Nota di Andrea Inglese

 

 

Ogni sorta di cose fanno le cose che arrivano a una sorta d’esistenza. L’infinito si muove per l’opaco centrale, dove gli adulti, appena lo sono, e i bambini per primi si tuffano tutti vestiti formando insieme il menù del giorno. Vivono al centro d’innumerevoli dormizioni di firme accumulate senza repertorio che valga.

Continua

Tre risposte allo specchio (quand’è storto)

Di
jamila mascat
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24 Febbraio 2018
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di Danilo Laccetti

Foto di Suzanne Saroff
 

Però, suonare così bene e nello stesso tempo sapere 

che non hai nessuno intorno capace di apprezzarti 

Čechov, Tre sorelle

 

Postilla pacifica e necessaria

Diritta, coerente, rispettosa vorremmo l’immagine di noi che negli altri si riflette, così come l’abbiamo vista riflessa nei nostri occhi per tanto tempo. Ciononostante a un dato momento, per impreviste, maligne occorrenze, l’immagine si fa storta né si dà verso di mutarle postura; eccola curva, non lineare, deforme, perciò sbagliata, non corrispondente alla costruzione, alla perseverata pianificazione del nostro io (in verità di tutti gli io che stratificano silenziosi; ignari, noi, di imprendibili sovrapposizioni, dissolvenze così capricciose). L’aspettativa, spesso le ripetute aspettative, mancate più volte, dapprima cercano giustificazione. Ma se gli specchi perdurano storti, la frustrazione così conglomerata, quanto più s’agglutina intensa sull’oggetto desiderato che procura dolore, tanto più accresce la sua massa critica; la sofferta mancanza ha bisogno di sfogare gli umori costipati da questa insistente sordità dell’immagine, cerca riscatto. L’immagine storta, non più forzatamente emendabile, viene fatta innocua, rimossa, esiliata; se questo oscuramento non basta, l’immagine va distrutta e tale distruzione può concretizzarsi contro il suo proprietario, reo confesso d’impotentia generandi, conclamanta incapacità d’aver prodotto l’io desiderato, ovvero l’ostilità trova degno avversario nell’oscuro manovratore di quell’immagine, qualcuno che, nascosto dietro il nostro specchio, quello specchio avrebbe deturpato, procurandoci la disfatta: un usurpatore, infiltrato strisciante nella nostra vita, ne ha fatto scempio.

Gli infiniti modi di oscurare l’immagine storta, facendo nebbia attorno ad essa, precario e labile proponimento a volte, talvolta superlativa capacità di intrappolarsi a vita in quelle medesime nebbie, pertengono al teatro del grottesco, la comicità trasuda malinconie drammatiche; quelle esemplari di un monsieur Jourdain di molieriana memoria, per citarne una: pur di diventare ciò che solo la nascita gli avrebbe consentito, cioè nobile, calpesta patrimonio e affetti, tanto che la messinscena finale lo saluta soddisfatto e ingannato, cieco e felice, assolutamente non rinsavito a petto dei suoi “fratelli” Orgon e Argan, salvati dalle loro manie. Eloquentissima rappresentazione, quanto mai contemporanea, di un’ambizione scomposta e frenetica: voler essere a tutti costi ciò che non sei stato “capace” di diventare.

Ma la supponente autodeterminazione di quella stessa voce interiore, che si pronuncia non convocata, cerca sovente il teatro del tragico come palcoscenico acconcio per il riscatto: vendicarsi contro il proprietario o contro l’usurpatore, due modalità piuttosto complementari per attestare il proprio ego, sebbene in articulo mortis.

Rimane una terza, assai faticosa risposta per l’io ferito a morte, desideroso di vendetta; impone l’esercizio dell’adattamento, del radicale, progressivo, spesso repentino, cambio di prospettiva.

Prima: cette Psyché qui palpitait des ailes

Alla metà del secolo decimonono il biancore della mussolina incantesimò le dame del bel mondo parigino: così Manet ritrae Suzanne, sua moglie, nel dipinto La lettura, abbracciata dalla vaporosa purezza di questa stoffa, bianco nel bianco del divano, dei tendaggi. Anni dopo il pittore collocò alle spalle della donna, in un oscuro che tanto richiama i famosi suoi neri, il figlio, intento a leggere qualcosa da un libro; figurazione di un perturbante chiaroscuro, antitetico alla luce di quella stoffa, che tutto di sé irradia.

In Avatar di Gautier, quando ha luogo la sfortunata confessione d’amore di Octave de Saville,  la bella contessa lituana Praskovie Labinska viene rappresentata sola, stesa sul canapé di giunco: una ninfa marina immersa dans l’éclume blanche d’un ample peignoir de mussoline des Indes; la candida vestaglia di mussolina, bianca immagine ritagliata dentro la cornice esotica, lussureggiante del giglio rosso di Firenze (più tardi teatro di un’altra passione amorosa romanzata da Anatole France).

Per Octave il mancato ottenimento del suo desiderio si trasforma in ossessione maniacale; lo spinge ad accettare la proposta del dottor Balthazar Cherbonneau: per virtù magiche trasmigra nel corpo del suo “rivale”, legittimo marito della contessa. La traslatio animae non sortisce effetto; gli occhi, gli occhi infuocati d’amore di Octave sono troppo distanti dal sereno, sicuro amore del conte Olaf; nel duello fra i due, Octave ha la possibilità di uccidere il “nemico”, carcerato in quel corpo, il suo, che tanto oramai odia, un odio che travalica l’ostilità verso il marito della contessa. Non lo fa; anzi chiede al dottore di ripristinare l’ordine delle cose. Al momento di migrare di nuovo nel suo corpo, è proprio un’esitazione di questo moderno alchimista, pris de pitié, a decidere la sua fuga; l’anima, una “Psiche dalle ali che palpitano”, sale sempre più in alto, nulla oramai potendo il severo richiamo del suo incantatore; petite lueur tremblotante, piccola tremante luce, sguscia dalla finestra, svanisce. L’evasione dalla prigione di quel corpo, contenitore d’un io che ha fallito il suo desiderio, fa coincidere la libertà con la morte, l’affermazione di sé si dà per annullamento, l’ego svaporando si determina. Tale il disprezzo per questa immagine storta, tanto lontana da quella auspicata; nemica saldata alla propria pelle, quasi calamita funesta, fatale compagna, sicaria congenita. Che il dottor Cherbonneau, commosso e forse anche spaventato, si reincarni in Octave, donandogli una seconda vita, non esprime una vera speranza di rinascita; è sostituzione di intelligenze, supremazia di ingegno che si perpetua: esercizio portentoso di chi domina le altrui vite. Quella, la vita di Octave, ha creduto di mancare il suo destino, disperando di riformularlo in qualche modo; la coscienza distorta d’essere una vittima innocente ha causato il resto.

Seconda: Malek-adel redivivo

Nel 1872 sono trascorsi dieci anni da Padri e figli, romanzo che segna per Turgenev l’interruzione provvisoria della sua carriera letteraria, di sicuro il punto apicale della felicità narrativa, avviata anni prima con le Memorie di un cacciatore; le feroci critiche dei giovani, la rottura dei rapporti con illustri intellettuali dell’epoca gettano l’autore in uno stato di profondo scoramento, spegnendo i suoi ultimi anni in una produzione spesso fiacca e tendenziosa. In un contesto simile decide di aggiungere nuovi racconti alla sua raccolta d’esordio, per l’appunto quelle Memorie, il cui clamore ai tempi lo consacrò un maestro del realismo russo. I pezzi passano da ventidue a venticinque e tra quelli aggiunti ce n’è uno: La fine di Čertopchanov.

Il personaggio spicca per una certa fattura donchisciottesca: s’aggira, fra i boschi e le forre, la sua malinconica figura con accanto l’immancabile “Sancho”: un delizioso cliens della steppa, Nedopjusckin, ritratto dall’autore con pregnante empatia. Lui, Čertopchanov, rientra nella galleria dei padroni oramai decaduti, ma severamente nostalgici del bel tempo che fu; la servitù della gleba sarà abolita pochi anni dopo e Turgenev tratteggia con nettezza, talvolta impietosa, questi feudatari al tramonto. Nel racconto aggiunto assistiamo alla sua progressiva rovina, non tanto economica quanto morale: prima la giovane sposa, una zingara, lo abbandona, agìta dalle sue furie nomadiche, poi muore Nedopjusckin. Solo e sempre più amareggiato Čertopchanov, in virtù del bel gesto di salvare un ebreo da un pogrom, riceve da lui, a un prezzo irrisorio, un meraviglioso purosangue: un grigio pomellato chiamato Malek-Adel.

Questo esemplare magnifico per il protagonista diventa motivo di riscatto, proiezione rigenerata di sé. Una notte, però, il cavallo viene rubato; Čertopchanov non si rassegna alla disperazione e decide di partire per ritrovarlo. Trascorso un anno di ricerca in tutti i mercati russi, torna vittorioso.

Eppure, giorno dopo giorno, il Malek-Adel redivivo manifesta sempre più qualcosa di cariato; un logorìo lento, inarrestabile cova dentro Čertopchanov, perché quel cavallo non ha le stesse movenze, i medesimi pregi dell’altro. L’oscuramento dell’immagine storta, così lungamente perpetrato, viene talvolta squarciato da lampi di lucidità; finché il rovello cessa grazie a un diacono del paese che, incontrandoli, nota una verità lapallisiana: come può un grigio pomellato dopo un anno non aver ancora imbiancato il suo manto? Il cavallo montato da Čertopchanov è ancora interamente grigio. Quello dunque non è Malek-Adel; quello è solo un impostore. Meglio: un usurpatore.

Allo svelamento consegue il disprezzo per l’immagine storta; fin quando una notte Čertopchanov, sorretto e sospinto da una solenne ubriacatura, conduce il falso Malek-Adel nella campagna, in mano la pistola. Sta per ucciderlo, esita; lo sprona giù per un dirupo. Incamminato sulla via del ritorno, qualcosa lo tocca sulla schiena: il muso del cavallo. Quell’immagine, sua figurazione, sua creatura, reclama di esistere: il proprietario pensa di liberarsene uccidendola. Lo fa, ma poche settimane dopo Čertopchanov, consumato da una malattia fulminea, che lo smagrisce e gli toglie la parola, si spegne, orribilmente trasfigurato.

Terza: alla fonte di Urdar

La principessa Brambilla di Hoffmann inscena un carnevale romano quale sommo ministro del fantastico, mai disgiunto, però, da quella nota d’ironia che è il sigillo più profondamente autentico dell’autore. Giglio Fava, scadente attorucolo, sprofonda in un oscuramento della sua immagine storta grazie al mago e ciarlatano Celionati, che gli fa credere d’essere l’oggetto d’amore della principessa Brambilla, mentre il giovane, licenziato dal teatro Argentina, fa parlare di sé la città per le sue stramberie; anche l’innamorata di Giglio, la sartina Giacinta, è sulla bocca di tutti: avrebbe fatto girare la testa niente meno che a un principe. Il racconto, trascorsi alcuni mirabolanti capovolgimenti, transitando attraverso una sarabanda di svelamenti e pittoresche fantasticherie, si conclude con un happy end: finito il carnevale i due innamorati tornano ad essere quello che erano e per quello che sono si amano. Celionati si rivela per il principe Pistoia, gran cerimoniere di questo vorticoso putiferio.

Esiste, però, un breve inserto narrativo, carico di intense sfumature allegoriche: nel Caffè Greco, dove Giglio si reca per gustare un piatto di maccheroni, viene avviato il racconto del malinconico re di Urdar Ofioch, cui non riesce a donare un sorriso neppure la sua fin troppo gaia sposa, la regina Liris; per giunta i due finiscono per addormentarsi d’un sonno profondissimo. Ma il mago Ermodio, al suo ritorno da Atlantide, dona agli abitanti di Urdar una fonte, la quale possiede una virtù: riflette l’immagine, ma capovolta. I sovrani, risvegliati, corrono a specchiarsi nella fonte per primi e, trovatisi così deformati, finalmente riescono a sorridere proprio davanti a quel loro io rovesciato, quell’immagine storta. Ma, sobillati dai filosofi, che predicano come disdicevole guardare se stessi a testa in giù, gli abitanti di Urdar iniziano a gettare immondizie nel lago, tanto da trasformarlo in una palude graveolente. Intanto i due sovrani muoiono e il popolo chiede soccorso di nuovo a Ermodio; nascerà, egli preconizza, la nuova regina di Urdar dallo stagno. Così avverrà: la regina Mistilis, il cui linguaggio, dapprincio incomprensibile, grazie al mago tornerà a farsi comprendere.

Quando, passato il carnevale, il principe Pistoia, alias Celionati, rimette in sesto la realtà riconsegnando i due giovani al loro amore “ordinario”, nel suo discorso d’addio cita di nuovo la fonte di Urdar. In un luogo la paragona allo specchio deformante del teatro, all’incanto e al disincanto generati dal palcoscenico; poi si congeda con una fin troppo scoperta chiarificazione (cap. VIII, trad. Laura Bocci):

(…) Sono venuto e verrò qui sempre nell’ora fatale del vostro riconoscimento, per confortarmi insieme con voi al pensiero che dobbiamo considerare ricchi e felici noi stessi e tutti coloro ai quali è riuscito di guardare la vita, se stessi e tutto il loro essere nel meraviglioso specchio solare del lago di Urdar e di riconoscervisi.

“L’ora fatale del riconoscimento”; quando accetti di “conoscerti di nuovo”, di tornare a conoscerti. Dinanzi alla propria immagine storta il popolo di Urdar reagisce rabbioso, vuole intorbidarla, cerca di oscurare quell’immagine; al pari dello sventurato Octave de Saville, quando si affida all’incantesimo del dottor Cherbonneau, o come Čertopchanov, fintantoché si convince di aver recuperato il suo Malek-Adel. Svelata quell’immagine, caduto il velo dagli occhi, tre risposte si danno davanti a quello specchio deformante: distruggere l’immagine, cercare il colpevole di tale deformazione, sorridere; il sorriso di chi si riconosce e riconoscendosi rinasce, poiché, conformato alla mutevole morfologia dell’esperienza, cammina accanto a se stesso, unica guida sovrana, secondo l’intera lezione di Montaigne, l’esperienza medesima. Esperienza come sperimentazione costante di sé; una laicissima esplorazione. Esplorazione da intendersi fino all’ultima istanza, cioè profanazione di qualsivoglia idolo interno, che  nel tempo ci siamo andati costruendo; per dirla stirnerianamente, tradirsi ripetutamente è il cardine della vera conoscenza di sé. Perché solo tradendoci ci “consegnamo” davvero a noi stessi interamente.

 

Foto di Suzanne Saroff

 

La fine dell’acqua

Di
francesca fiorletta
-
23 Febbraio 2018
0

di Vincenzo Corraro

Verso la fine di agosto, quando già l’estate precipitava in un vortice di luce avanzata, Miro Brunetti pensò bene che era venuto il tempo di ratificare il passato. Tenne la cosa in gran segreto ancora per alcuni giorni, e invece che stare lì a vagare per i boschi fissando con gli occhi ormai saputi l’algoritmo degli uccelli in volo o a fiutare nell’aria l’odore asprigno di rosa canina dei caprioli in amore (era un anno che si trascinava tra le montagne e dal velario di quei dirupi, con le spalle alla roccia, sentendosi protetto, sentinellava gradasso il bosco vagliandone minuziosamente, da competente, ogni respiro: acquattato e calmo come una bestia in fuga nella vegetazione fittissima, si teneva lontano da certe minacce che persino i carabinieri di R. gli avevano preannunciato serie tanto da dissuaderlo dal farsi vedere in giro, per un bel po’), si decise a scendere al casolare e tornare diritto da Piera, scusarsi una volta per sempre, portarla a mangiare una pizza e dirle com’era il fatto. Ma fin quando avesse avuto negli occhi solo cielo e il riflesso del sole sulla lastra bocciardata della falesia, quella faccia livida di rancore a stento contenuto poteva dirsi tranquilla e piena di fiducia tra le balze delle rocce che l’infallibile crudezza di popolo aveva segnato per sempre come l’Abisso del Diavolo.

Continua

Le buone maniere

Di
francesca matteoni
-
22 Febbraio 2018
2

di Marco Simonelli


 
A tavola

“E fra voi due chi è che fa la donna?”

Ce lo chiede verso il dolce
dopo un primo con le arselle
e un secondo a base di branzino.

Per lui è naturale chiederlo.
A tavola, si sa
la confidenza aumenta.

Pare scortese glissare e non rispondere
e certo non è il caso di discutere,
tentare di spiegargli che due uomini

dispongono di modi più creativi
per divertirsi a letto.
Così gli raccontiamo

questo nostro segreto inconfessabile,
arcana metamorfosi notturna
sempre pronta a mutarci in qualcos’altro:

di come il seno cresca e il pene cada,
della voce che s’alza d’un’ottava,
di come bestiali ci accoppiamo

– animali feroci come gli uomini –
per poi tornare a correre ululando
alla mannara faccia della luna.

***
Sul lettino

Tre volte a settimana salgo le sue scale
senza mai incontrare anima viva.

Lui m’aspetta in piedi, al pianerottolo
col viso di chi attende un incidente.

Mi saluta stringendomi la mano
dopodiché il rito operatorio

si ripete identico a se stesso.
E mentre io mi sdraio sul lettino

lui richiude la porta della stanza
e prende posto dietro, scomparendo.

La prima volta è stato imbarazzante
non avevo idea di come comportarmi.

“Verbalizzi un qualsiasi pensiero”
suggerisce, “cercando, se riesce

di limitare al minimo la mole di scempiaggini
che ognuno si racconta per seguitare a vivere”

Un fascio luminoso mi esce dalla bocca
proietto alla parete i super8

di gite al mare, feste e compleanni.
Col tempo siamo entrati in confidenza

guardiamo horror, porno e gli snuff-movie.
Ogni tanto mi fa delle domande:

di chi era la mano col coltello?
a chi appartiene quel pene in erezione?

ed è proprio sicuro che la salma
non provasse un sottilissimo piacere?

Ma per il resto, tace. Lo sa fare benissimo.
Sa farlo così bene che lo pago.

“Pensi a me come ad una prostituta.
Per un’ora può farmi ciò che vuole”.

“Può piangere, strillare ed insultarmi
può lanciare anatemi ed accidenti –

sacrileghi o blasfemi, non importa:
accoglieremo tutti a braccia aperte”.

Una volta scoccato il termine dell’ora
scattiamo in piedi entrambi; premuroso

lui mi scorta di nuovo al pianerottolo
e scendo più leggero per le scale

fino all’angusto portone dell’ingresso
da cui sguscio infine all’aria aperta

fuori, fuori, coperto di placenta.

***

Il fumatore

Dopo il caffè ma prima dell’amaro
potrà sgattaiolare sul balcone
per soddisfare il proprio orrendo vizio.
Chiederà il permesso ai commensali
e si congederà rammaricandosi
con l’aria di chi cerca una toilette.
Imparerà ben presto a riconoscere
le facce solitarie dei cortili,
il livido richiamo verso il vuoto
in agguato da sotto le ringhiere.
Aspirerà veloce la sua cenere
fingendo di trovarsi lì per caso.
Nasconderà la cicca indifferente
fra i gerani appassiti dentro un vaso.

Poesie tratte da: Le buone maniere (Valigie Rosse, 2018)

Da Genova a Istanbul

Di
giacomo sartori
-
21 Febbraio 2018
1

di Marino Magliani

Genova. La città da cui si può solo partire, forse perché sembra non accogliere, con i suoi imbuti stretti e le sue fungaie di palazzi rosi dal salso, e soprattutto con subito dietro le montagne. Strana città, Genova, le cui comunità di emigranti hanno trovato il loro spazio nel centro storico e non nelle periferie. È da questa città che viaggiano le storie umane di Sesso apocalisse a Istanbul (Giunti, 2018). Giona Castelli, poco più che cinquantenne, affascinante libraio, e perdedor, ha dovuto chiudere la sua libreria (guarda caso situata nel centro storico di Genova) che aveva messo su in gioventù con l’aiuto del padre avvocato perché quel figlio non “sapeva fare altro”. In effetti è vero, ma quel mestiere di libraio, in seguito, Giona Castelli l’ha saputo fare come pochi. Fin quando la crisi non gli ha rosicchiato gli affari e il capitale e Giona non riesce a salvare nulla. Deve vendere persino la casa. Non gli rimane molto. È il crollo dei sogni, “ il crollo delle sue Torri Gemelle”, ci racconta un io narrante del quale sapremo ben poco. Avesse una famiglia, una madre… E questa ce l’ha ma è una madre cui manca il cuore di madre.  E sull’aspetto materno, sulle madri che mancano, in questa nota che prova a far conoscere la mineralità e l’umanità del romanzo di Giuseppe Conte, torneremo.
Il personaggio femminile è Veronica, Vero, una donna molto bella e sensuale, colta, divoratrice di libri. Vero è una ricca ereditiera, famiglia di armatori, sposata a un noto nome della politica nazionale, un senatore. Qualche anno prima del viaggio a Istanbul con Giona (viaggiano separatamente perché lei è una donna sposata e troppo in vista) ha conosciuto il nostro libraio nella sua libreria, e in mezzo alle pile di libri prende corpo il loro rapporto, che all’inizio è pura attrazione fisica e poi diventa qualcosa di importante. Vero non è una donna modello, bella fuori e dentro (alta se porta i tacchi e lo stesso alta se se li toglie), ma una donna piena di passioni e contraddizioni, di fantasia, di ossessioni. Una donna vera, si direbbe, figlia del nostro tempo. Ci si chiede come sia possibile che una donna libera e ricca non prenda le distanze da quel senatore che a letto, tra loro due, ha messo la politica, la corruzione, gli affari. Un figlio? Ecco sì, un po’ il motivo per cui non divorzia dev’essere questo rampollo che dopo l’università se ne sta sulle coste occidentali americane a studiare surf come i suoi antenati hanno studiato commercio marittimo. Ma viene sempre il dubbio che lei, Vero, non voglia salvare questo matrimonio neppure per quel figlio di cui si ricorda in poche occasioni. Perché Vero è questo, pulsione, vita, gentilezza, e nello stesso tempo dominio. È un piano di lettura molto interessante questo del carattere di Vero e dei personaggi. Vero non è bella e perdente come Giona, ma come lui è vera, è il vizio dell’occidente. Ha l’arroganza e la bassa soglia persino di rinfacciare pubblicamente a Giona che che lo sta mantenendo durante questo soggiorno a Istanbul. E tutto ciò che non vuol perdere da quel matrimonio, a parte i soldi che già possiede, è il potere.
E nel crovevia di civiltà che è Istanbul Giona e Vero si amano, si concedono e si divorano come se il mondo e la vita finissero dopo aver trascorso laggiù quel fine settimana. Assieme conoscono la città  e assieme incontrano il vecchio amico di scuola di Giona, Giuseppe Maria, “Ritz” raffinatissimo direttore dell’Istituto Italiano di Cultura, che ama Luca, un giovane prete.
Ma prima di tutto questo, c’è un giorno che è quello dell’attesa. Vero arriverà l’indomani e oggi, da solo, Giona, si trova a Istanbul e incontra lo scrittore turco Ilhan Durcan, parecchio famoso, (l’ha conosciuto nella sua libreria a Genova anni prima) il quale è in compagnia di Khaled Nejim, scrittore di Tangeri che si trova a Istanbul su invito dell’Università. I tre bevono in un caffè, parlano di mondo e di piaceri, e quando escono vengono avvicinati da uno spettro, il quale apparentemente di spettrale ha solo una bocca piena di denti guasti, e in realtà è l’elemento che senza volerlo scatenerà l’Apocalisse. Tutto, compreso il giorno di attesa, si consuma dunque in un fine settimana, ed è il tempo che, come direbbe Roberto Arlt, contiene l’infanzia del pianeta.
Ma torniamo a Genova. Genova personaggio. Perché è da lì che è partita anche un’altra storia. C’è un solco, specie di costone invaso dalla luce e di fronte la più nera ombra. È un’idea che prende corpo fin dall’inizio della narrazione e si chiude solo alla fine, nel sangue.
Anzi non può chiudersi. Il sole gira e ciò che sembrava all’opaco la mattina, il pomeriggio è nella luce.
Anche il terzo grande personaggio – l’altra storia – è partito alla ricerca di qualcosa. Ha diversi nomi, e a noi interesserà come lo Sconosciuto. Si tratta di una giovane vita tagliuzzata dalla solitudine e dalla disperazione, dall’odio. Una madre con la quale vive sottomettessa dal suo nuovo compagno che la fa prostituire. E lo Sconosciuto è abbastanza grande per rendersene conto. Un padre biologico che se ne va di malattia ma col quale per colpa della nuova compagna di lui, lo Sconosciuto non riesce a legare, neanche quando a quel padre resta più poco. Segue il vuoto, e assieme al vuoto un tentativo di affidarsi a un’idea di purezza dalla quale punire il mondo, e vendicarsi di quel mondo. E quel tentativo passa per Istanbul. Ma quale vita può rimettere dignità in un progetto di sola morte? Il terzo personaggio è dunque una vittima e sceglierà per sé un futuro da torturatore della vita altrui. Mentre la limousine dall’aeroporto di Istanbul porta Vero verso l’albergo di lusso dove la aspetta Giona, lo Sconosciuto, questo ragazzo tormentato che non riesce a salvarsi e che è già diventato spietato assassino, attraversa la strada. Stridio. Urla, la limousine non riesce a frenare in tempo. Vero scende e chiede allo Sconosciuto se si è fatto male. L’apocalisse inizia su quel marciapiede.
Questo libro ha una struttura perfetta, si gioca in quota per alcune pagine, e quando l’areo su cui vola Giona Castelli si cala su Istanbul il lettore sbarca che possiede già una dose equilibratissima di dati. Per il resto sarà la curiosità a muoverlo. E man mano che si addentra nella di vita di Istanbul – gioia e infezione – la capacità del narratore dilata le immagini, ne deforma alcune e ne aggiunge altre, l’acqua del torrente perde se stessa nelle anse e rotola verso la pianura con altra liquidità, fango, vita e morte.
C’è infine qualcosa che proietta oltre la narrazione, è qualcosa che l’autore affronta da sempre (dico da sempre perché è dagli anni settanta che Giuseppe Conte parla di natura e dignità quando la moda era ben altra), in poesia e narrativa. Qualcosa su cui lavora in Liguria, scagliandosi contro gli usurpatori di quella riga di vallate che crollano in mare, e qualcosa che  compie altrove, dentro e fuori dell’Europa, accanto a intellettuali arabi liberi come Adonis. E’ un’aria di libertà che si respira anche in queste pagine e ce n’è bisogno.

Sonata per pianoforte e vento n. 1

Di
davide orecchio
-
20 Febbraio 2018
2

di Alessio Mosca

Sappiamo che la loro promiscuità era tale che il concetto di paternità e maternità non esisteva.

I bambini assumevano il cognome dalla canzone che i genitori ascoltavano durante il concepimento e non appena venuti al mondo erano assegnati alla comunità cui erano destinati.

Lì venivano cresciuti fino alla maturità sessuale, dopodiché erano considerati adulti.

Jörg Alba-chiara, Amina Wake-me-up-before-you-go-go, Vasiliy Rhapsody-in-blue.

Già dalla fecondazione la canzone determinava lo sviluppo e la personalità del bambino, funzionava come un segno zodiacale e per tutta la vita avrebbe influenzato la sua sfera emozionale e comportamentale. La musicologia aveva sostituito la psicologia, i melomani erano i nuovi astrologi.

I figli dei canti gregoriani avevano più tendenza alla psicopatia, i glam-rock mostravano labilità e spiccata empatia, i funky-house presentavano tratti narcisistici. Questo generalmente.

Pare che talvolta i figli di Rachmaninov sognassero di un pianeta dove il vento era una forma di vita. L’aria calda saliva mentre la fredda si abbassava generando una brezza che soffiava tirando su la polvere della landa. Durante il suo tragitto la brezza scaldava nuova aria aiutata dall’attrito e dal calore di una stella che non era altro che il loro sole. La rotazione del pianeta dava l’ultima spinta, così, nel torpore della scia di un vento che moriva, l’aria tornava a salire e un nuovo soffio nasceva, figlio della terra, della stella, delle pressioni atmosferiche ma soprattutto della brezza iniziale da cui aveva ereditato il respiro e la consistenza.

A volte due venti si incontravano e le loro correnti si deviavano leggermente cambiando direzione, si evolvevano.

Altre volte si fondevano in un’unica raffica e il vento che ne nasceva era diverso e uguale a entrambi e anche questo era un modo di fare l’amore.

Al centro dell’inverno

Di
biagio cepollaro
-
19 Febbraio 2018
0

Biagio Cepollaro,Kun,2008-Ibrido digitale

di Biagio Cepollaro

 

Da Al centro dell’inverno (2013-2017)

 

*

il corpo nell’occhio del crollo d’Occidente imbandisce

con scrupolo la cena: vino rosso che conta i suoi anni

e pesce che ha risalito la corrente. il nutrimento comune

è una festa e a cantare l’inno di gloria è il desiderio

di mescolarsi alla luce che radente si stende sul tavolo

 

*

il corpo non sa se o da dove si avvisterà

il primo tratto della speranza: l’Occidente

avvitato su se stesso inizia la sua implosione

dividendosi all’interno. la forma che nel tempo

si è data per lo scambio ha portato l’intera

specie all’estinzione. ma invece di frenare

sull’orlo del precipizio sembra accelerare

 

*

il corpo ai margini del crollo d’Occidente misura a spanne

la distanza dalla sua fine e conta di cogliere gli ultimi

bagliori dell’epoca che è stata: fantasie distopiche fioriscono

al cinema e nei sogni un’ansia collettiva che non può

essere detta fa tenere il capo chino e trattenere il fiato

 

*

il corpo ora sa che in suo potere vi è solo

la parola da formulare: nella sua bocca

prende forma rotonda un concentrato di pensiero

e passione l’uno nell’altra fusi

in una posizione. il dire è significare il mondo

non descriverlo né raccontarlo: che il senso

si dice e si misura nell’ascolto di chi resta

 

*

il corpo attende l’autunno come la scossa che smuove

la smemoratezza. il caldo ha fatto dei pensieri vapore

e l’acqua ha dominato come l’ombra il campo dei desideri

ora è un tornare lento a sé un riprendere forma dell’espressione

e del moto. l’azione qual sia ha il sapore buono dei risvegli

 

*

il corpo nell’afa fatica a respirare: l’aria mossa

dai ventilatori è solo aria che si sposta. resta

la stessa la condizione come quella d’Occidente

preso dalla favola della “crescita” senza fine

e senza senso e dal controllo di massa sul dissenso

 

*

il corpo ai margini del crollo d’Occidente desidera

mettere in salvo i manufatti di parole da cui un giorno

forse l’umanità potrà ripartire. così fu per l’antico

Medio Evo così è per questo nuovo: in salvo le parole

ancora potranno risuonare alla fine della prossima notte

 

*

il corpo ai margini della speranza d’Occidente si chiede

come accade che d’improvviso la folla dei corpi sottomessi

possa ribellarsi e riscattare le attuali vittime della forza

come si diffonde il virus benefico che renda intollerabile

il comando spingendo corpi inerti a prodigiosi moti

 

*

il corpo ora vede come tutte le espressioni che scorrono

sugli schermi si mescolano con bocche eguali

anche se diversi sono i palati e diversi i denti: nessuno

vieta di parlare anzi a tutti l’incoraggiamento a dire

è il modo questo per sgretolare l’Occidente che s’infutura

in uno stagno sempre presente da cui non si può uscire

 

*

il corpo ai margini della fine della speranza d’Occidente

ha poche parole da mettere in salvo nel palmo di una mano

la luce che contagia alla giusta distanza del sole dal pianeta

l’euforia animale che si diffonde sulle scale della metropolitana

il centro di una festa che risuona di voci dalla casa di fronte

e il fervore della notte che sale lentamente fino a sfociare

 

*

il corpo ha fatto del dire il sogno del suo ritmo: il nero

sullo sfondo e intorno da sempre ha richiesto un raggio

di piacere e presenza un antidoto buono a fare di poco

un mondo: la forma dell’arte è niente senza questo

discernimento: la lotta sulla terra è fare del giorno cielo

 

Nota

Al centro dell’inverno è in corso di pubblicazione presso L’arcolaio. E’ il terzo libro della trilogia Il poema delle qualità , dopo Le qualità (La camera verde, Roma, 2012) e La curva del giorno (L’arcolaio,Forlì,2014). Per una video registrazione del Prologo e di altri versi si può cliccare qui .e qui  Pagine dedicate alla trilogia si possono trovare qui e  qui L’immagine è Kun, 2008, una stampa digitale con intervento a mano successivo.

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