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Sudeste

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di Haroldo Conti

Il vecchio morì proprio all’inizio dell’estate. Come se avesse continuato a ritardare il momento, per aspettare quel periodo e non un altro. E così successero tante cose, in qualche modo notevoli e definitive, anche se passarono inosservate.
Il Colorado Chico venne a cercarli con la lancia e tutti pensarono che il momento era arrivato.
– Andiamo! –⁠ disse soltanto. E partirono.
Avevano messo il vecchio in una stanzetta, da solo.
– Come un personaggio importante –⁠ disse il Bastos.
Erano due giorni che non riconosceva più nessuno. Tutto in lui si era consumato gradualmente, lentamente, e solo brillavano i suoi occhi, ancor più profondi.
Rimasero a osservarlo per un paio d’ore, muti e rammaricati, senza saper che fare nessuno dei quattro.
Entrarono due suore e cominciarono a dire il rosario. Ne furono anche più impensieriti. Cosa stavano facendo? Quando capirono che era arrivato il momento, la vecchia si avvicinò al letto e carezzò i capelli del vecchio. E in quel gesto c’era una sollecitudine e una tenerezza indicibile.
Allora il vecchio si rizzò nel letto e guardò tutti con una strana lucidità. Aveva un’aria serena, vittoriosa e tremendamente dignitosa. Afferrò una mano della moglie e disse:
– Vecchia mia!
Fu tutto quel che disse.

I becchini escono dalla fossa e si asciugano il sudore con le maniche della camicia. Ansimano. Loro e il gruppetto si guardano sospettosi. Il Boga osserva i loro stivaletti sudici, screpolati e affondati nella terra umida che hanno spalato. Impugnano la pala con una certa impazienza.
Il cimitero è silenzioso e deserto, come le isole sul fiume aperto. Le croci bianche, le lapidi bianche, dormono al sole.
– Forza! –⁠ dice uno dei becchini, e sollevano la cassa, la depongono sul fondo, trattenendola con le funi.
Si fermano e aspettano. Nessuno si muove.
Allora l’uomo dice:
– Gettate la prima terra.
La vecchia ne raccoglie un pugno e lo getta sulla cassa. Loro ne spingono altrettanta con i piedi. Le zolle di terra cadono sul coperchio producendo un suono sordo, simile a quello della pioggia. Adesso i due becchini cominciano a spalare con regolarità. Quando hanno finito non resta altro che un piccolo monticello di terra smossa. Nessuno riesce a capire come hanno potuto far così in fretta.
I becchini se ne vanno, e loro restano indecisi. La vecchia è lì, senza una lacrima, e tiene in mano il mazzo di fiori. La osservano di sottecchi, aspettando che faccia un gesto. Alla fine, il Colorado dice:
– Nonna, meglio che andiamo…
Lei solleva gli occhi verso il Colorado, con quella antica mansuetudine che si rassegna a tutto. Si china a depositare il mazzo sul monticello di terra smossa.
Escono. Ormai vicino alla porta il Bastos dice:
– Be’, se n’è andato come ha voluto… Quando si metteva in testa una cosa non si fermava fino a quando non la otteneva.

Il fiume cambia. A volte è amaro, ma altre volte sembra fatto a misura d’uomo.
L’inizio dell’estate venne a coincidere con la gran secca di dicembre, che durò cinque giorni. Si videro calare le acque e il fiume svuotarsi interminabilmente. Di notte il livello risaliva un po’, ma nel giro di poche ore le acque tornavano a scorrere verso il fiume aperto, sempre più spesse, perché si portavano via il fango del fondo.
Il Boga e il cane baio erano coperti di sporcizia dalla testa ai piedi. Il cane sembrava contento. Negli altri cresceva una sorda e costante irritazione. Di notte il Boga dormiva sulla veranda con il cane disteso di traverso ai suoi piedi, sentendo il fango che gli si seccava sul corpo e gli tirava la pelle. Gli infiniti fossi e rii che si scaricavano nel canale producevano un mormorio soporifero, sempre più intenso nella notte, fino a penetrare nelle vene. Il rumore secco dei pesci gatto che cercavano di uscire nel fiume aperto spaventava il cane baio. Allora il Boga prendeva la lampada e scendeva giù verso la metà del canale. Si appostava dove trovava un fondale basso e li ammazzava a bastonate. La pinna dorsale del pesce spuntava fuori dall’acqua e lui, per colpire, scaricava il colpo un po’ più avanti. Andò avanti così una notte dopo l’altra.
La mattina del sesto giorno tutta la zona era inondata. Alle ore piccole si alzò il vento di sudest e l’acqua cominciò a espandersi con una velocità incredibile.
La prima cosa che fece il Boga fu di gettarsi in acqua e levarsi di dosso la sporcizia. Poi lui e il cane uscirono ben oltre la foce, fino in mezzo al banco. L’acqua era altissima e loro sembravano sperduti in un mare infinito. Però, con l’acqua alta e il cielo rannuvolato, i rumori risuonavano più vicini.
Gli parve di sentire delle voci dalla parte del fiume, finché scorse, ben oltre il banco, la figura indistinta di un battello che avanzava con tutte le vele spiegate. Lì c’era poco fondale, ma lo yacht ci si era avventurato sfruttando la piena. In effetti era la prima volta che vedeva una simile imbarcazione da quelle parti, sicché l’acqua doveva essere davvero molto alta. Sembrava un grande uccello intento a eseguire dolci e maestose virate. Dalla struttura, gli parve di riconoscere il Pintarrojo, un ketch con le vele alla vecchia maniera.
Ne fu quasi abbagliato. Rimase in piedi in mezzo alla barca contemplandolo a lungo in silenzio. Il vento di sudest continuava a soffiare, ma più leggero, e portava con sé un odore come quello del mare. Il cielo cominciò ad aprirsi sopra l’orizzonte, verso est, e la luce penetrò di lì. Il Pintarrojo virò lentamente e mise la prua in quella direzione. Lo vide allontanarsi e sparire in una lama di luce.

Poteva considerarlo davvero come un segno.
Il giorno stesso andò fino alla capanna del Bastos e quando tornò mise tutte le sue cose in una sacca di tela incatramata. Il cane baio si mise a mugolare e a inseguirlo dappertutto, e lo guardava con aria agitata. Alla fine, il Boga si affacciò alla cucina e disse:
– Nonna, sei lì?
– Ti ascolto –⁠ disse la voce, dal buio.
Gli ci volle un po’ per decidersi.
– Nonna, me ne vado –⁠ disse alla fine, facendo uno sforzo.
– Lo vedo.
Capì che la vecchia si era alzata e veniva da lui. Quando gli fu davanti, lo guardò negli occhi.
– Come vuoi, ragazzo mio –⁠ disse con la sua voce piena di calma, che non si turbava mai.
Lui rimase in silenzio, senza saper che fare.
– Non preoccuparti per me, se è per questo.
Anche lui la guardò.
Lei li conosceva bene questi uomini.
– Ho parlato col Bastos… verrà qui lui… mi sembra la cosa migliore…
– Come vuoi, ma non preoccuparti per me.
– Sì, sì…
– Mi pare che il vecchio ti doveva dei soldi…
– Non voglio niente.
– Non è giusto.
– No, no. Non voglio.
– Vabbè, allora prendi il fucile del vecchio.
– No. Servirà a te… prendo la barca del Bastos, e il tramaglio, quello piccolo, e qualche palamito.
– È poca roba.
– A me sta bene così.
– Quella barca non è nostra, ed è marcia.
– Mi sta bene così.
– Che tipo che sei!
Il Boga si grattò la zucca.
– Quel coltello del vecchio… ti serve quel coltello?
La vecchia ebbe un debole sorriso.
– Che me ne faccio di un coltello?
Lui sorrise a sua volta e tornò a grattarsi la zucca.

La barca del Bastos, come ogni cosa, ha la sua storia. Adesso in pochi pagherebbero qualcosa per averla, ma a suo tempo era stata un’ottima barca e perfino qualcosa di più di una semplice barca. Anche oggi un occhio esperto si rende conto di quanto sia ben fatta. Il Bastos l’aveva comprata dal vecchio Messali quando era già vecchia. Il vecchio Messali, a sua volta, l’aveva comprata dal vecchio Sotelo. Fu quando avevano cambiato alcune assi della chiglia. Quanto al vecchio Sotelo, pare che avesse ricevuto la barca dalle mani del turco Zarur in cambio di una vacca che, pure lei, aveva la sua storia. Ma questi sono fatti troppo lontani e in verità, a partire dal vecchio Sotelo, esistono versioni discordanti. Tante volte si confondono le barche e si confondono le storie. Uno crede di parlare di una barca sola e in realtà sta parlando di due o tre. Per di più, la stessa barca dà luogo a diverse storie. A un certo punto la barca ha subìto tante di quelle modifiche che uno la prende per nuova. Capita che una barca, dopo un certo tempo, non sia più la stessa, salvo per la forma o per quello spirito che vive in lei, perché attraverso gli anni non c’è tavola, non c’è chiodo, non c’è niente che non sia stato sostituito. E non è affatto strano che una barca di una certa lunghezza finisca per diventare un’eccellente lancia. Era questa l’idea del vecchio Messali quando fu sul punto di montarci un motorino Lauson da 2 Hp. Li avevano messi in commercio nel ’38, molto a buon mercato, compreso asse, elica e premistoppa. Ma il destino decise altrimenti.

NdR: il testo è un estratto di Sudeste, romanzo di Haroldo Conti, nella traduzione di Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi, pubblicato recentemente da Exorma, che ringraziamo; Ferrazzi ne parla qui

 

Haroldo Conti (1925-1976) è stato uno scrittore e giornalista argentino.
Nel 1962 vince il premio Fabril per il suo primo romanzo Sudeste con cui diventa una delle figure di riferimento della cosiddetta «Generación de Contorno» (nello stesso anno pubblicano autori come Sábato, Mujica Lainez, Cortázar, Marta Lynch). Pubblica inoltre i romanzi Alrededor de la jaula (Premio Universidad de Veracruz, Messico) – poi trasposto per il cinema da Sergio Renán con il titolo Crecer de golpe – e En vida (Premio Barral, Spagna, della cui giuria facevano parte Mario Vargas Llosa e Gabriel García Márquez).
Nel 1975 pubblica il romanzo Mascaró, el cazador americano, che vince il Premio Casa de las Américas (Cuba), tradotto in Italia con prefazione di Gabriel García Márquez, Milano, Bompiani, 1983.
Il 5 maggio 1976, a seguito del golpe militare in Argentina, Haroldo Conti viene sequestrato. Il suo nome figura fra quelli dei desaparecidos. Molti anni più tardi il Generale Videla fu costretto ad ammettere il suo omicidio; probabilmente Conti è stato gettato in mare come molti suoi connazionali.

Quattro frammenti

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di Alessio Mosca

Chiromantica medica
Narrano degli uomini senza occhi, bocca o orecchie. Narrano degli uomini che non riuscivano a leggere il pensiero ma che dei pensieri riuscivano a percepire l’intensità.

Come un olfatto sviluppatissimo, come se ne sentissero l’odore nel diaframma o fin dentro le tempie.

Il loro senso era così fine che gli oggetti andavano ad alterare l’intensità della percezione, sentivano la densità del materiale attraverso cui filtrava, le forme che si frapponevano, i volumi e gli spazi, così che nella loro mente si andavano a formare figure e contorni. Narrano di come Essi, attraverso i pensieri altrui, vedessero.

Pare che i pensieri fossero così evanescenti che nessuna superficie riuscisse a schermarli del tutto, che diffondessero attraverso ogni corpo come luce da una finestra. Narrano del loro mondo trasparente, della sensazione di freddo che poteva dare una superficie piatta come il metallo e del torpore avvolgente della roccia. Il marmo con le sue venature era percepito come una dolcissima lastra di ghiaccio, l’acciaio e il ferro umidi e opachi come una spessa pellicola.

Si dice che per loro il legno fosse limpido come cristallo e che gli alberi si dispiegassero come elementi di una foresta di vetro.

Il loro essere era nella folla, sembra che il brusio di tutte quelle menti facesse sì che riuscissero a concepire un cielo, a intuire gli uccelli e le nuvole, che seguendo un pensiero fin dove andava dissolvendosi comprendessero l’orizzonte.

Narrano del buio della solitudine, di come fossero ciechi e indifesi, di come più di qualsiasi altra creatura avessero bisogno della presenza dell’altro per far luce nel loro mondo.

***

Per mantenere l’ordine decisero di scoraggiare la mascolinità. Fu proibito agli uomini di specchiarsi con il fallo eretto.

Funzionò.

***

Gli specchietti venivano piantati sulla grande tuberosità dell’omero all’incirca al secondo mese di vita quando il cervello dei bambini era al massimo della sua plasticità.

La Udvidet-Syn si raggiungeva a 12 anni. Si intendeva una coscienza espansa, una maggiore consapevolezza di se stessi nello spazio. Vedevano un universo di 202 gradi circa, era concepibile un mondo anteriore, Front e uno alle proprie spalle, Dertsyen.

I giovani amanti si sedevano schiena contro schiena e l’infinito prodotto dai due riflessi che incontrandosi si moltiplicavano, era un’emozione per la quale nemmeno loro avevano una parola.

Se uno specchietto disgraziatamente s’infrangeva non poteva essere sostituito ma chi era amato veniva accompagnato a braccetto per tutta la vita così che potesse guardare il mondo da altri specchi.

***

La mestruazione nel primo giorno di luna nuova, il dio nell’albero, la donna nel dio
La donna il cui ciclo era sincronizzato con la luna era considerata parte dell’albero. La sua schiena fusa con la corteccia, i piedi interrati fra le radici, lo sguardo rivolto al di là delle fronde, cercando di specchiarsi nell’astro, a farsi toccare dalla luce concupiscente, a indagare il mistero di quella sincronia fra carne e cielo.

Il terrore nel novilunio, la nudità, l’estasi. La donna-pianta era considerata una dea.

Gli uomini erano figli dell’albero, tutti. Privi di coscienza o pensieri, l’istinto li governava, il loro mondo di impulsi era incentrato nella cura della dea, la proteggevano dalle belve, le offrivano i frutti della foresta.

Non possedevano linguaggio e le conoscenze venivano apprese per imitazione. Era quando riposavano tutti insieme ai piedi dell’albero che un Noi affiorava, un Noi di carne e clorofilla, un misto di immagini ed emozioni, un sentimento d’esistenza.

E Noi che respiriamo col sole e abbiamo fame d’acqua, e Noi che amiamo solo lei, che a lei apparteniamo, che sogniamo tepore e paradisi pluviali.

Quando la luna era piena gli uomini possedevano l’albero e possedevano la donna in un girotondo voluttuoso che aveva fine col sorgere del sole. Fecondata da tutti e da nessuno, dopo nove mesi la dea generava e dai suoi seni sgorgava linfa con cui allattare il figlio del legno.

Le malattie veneree non erano considerate riprovevoli e venivano esibite come un dono divino. Tricchiolature agli angoli della bocca e occhi incrostati da licheni, muschi che parassitavano le loro schiene e funghi che crescevano fra i loro inguini.

Quando pioveva sulle foglie sentivano il bagnato sulla pelle, quando il freddo gelava la pianta gli uomini sentivano freddo, quando un ramo si spezzava provavano lo stesso dolore e il coro dei loro gemiti era accompagnato dal vento tra le fronde.

Buongiorno mezzanotte. Sull’ultimo libro di Lisa Ginzburg

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Nicolas De Staël - Fiesole, 1953
Nicolas De Staël – Fiesole, 1953

di Ornella Tajani

È difficile descrivere una voce, circoscriverne il raggio e le modalità d’azione. Leggendo gli scritti di Lisa Ginzburg – che si tratti di romanzo, racconto o dei suoi numerosi articoli e recensioni – non si può far a meno di riconoscere, nell’andamento della narrazione, in un giro di frase o nel costrutto di un’immagine, un medesimo timbro.

Con l’ultimo Buongiorno mezzanotte, torno a casa (Italosvevo, 2018), il cui titolo riprende nella prima parte un verso di Emily Dickinson, Ginzburg propone una esplorazione del vocabolario dell’esilio: distanza, déplacement, transito, esitazione, non ritorno sono alcuni dei lemmi a partire dai quali l’autrice indaga la nostalgia nervosa del dispatrio, un sentimento quasi speculare a quello racchiuso nel titolo del romanzo di Kundera L’ignorance, evocativo della sofferenza che sta nel non sapere cosa accade a ciò che si è lasciato. Qui il tormento nasce invece dall’incessante rovello sulla eventuale opportunità del ritorno: quello narrato è un esilio volontario, non mosso da ragioni concretamente drammatiche, ma tipico di molte vite plasmate sulla mobilità del XXI secolo, che mai esclude la possibilità del rientro in Italia – il paese più amato, continua ossessione di chi scrive.

In modo efficace Ginzburg associa l’idea del déplacement allo strabismo, spiegando come il disturbo ottico non sia una pulsione a guardare in direzioni opposte, bensì un’ostinata fissità che ostacola il cambio di prospettiva; così il termine francese viene a indicare «un dislocarsi fisico, senza che tuttavia al pensiero riesca di stare al passo con la transizione geografica». E, ancora, si legge: «Lontana dall’Italia, continuo a pensare all’Italia», lungi però dall’idea di concretizzare il ritorno.

Come si configura allora il rapporto con la terra ospitante, in questo caso la Francia? Il primo commento riguarda il polemico rapporto con la lingua: «Non mi sforzo di parlar bene al punto da mimetizzarmi e non lasciar trasparire il mio essere italiana. Mi esprimo al contrario con deliberata sciatteria, in segreto rallegrandomi con me stessa della mia imprecisione». In una città come Parigi, un atteggiamento di questo tipo rappresenta il supremo atto di resistenza a una forma di integrazione che la città pretende senza complimenti: restare significa inquadrarsi, anche linguisticamente, altrimenti la patina di straniero resterà il primo elemento identificante. Ginzburg – che è attratta dall’ossimoro perfetto, l’idea del transito duraturo, l’ebbrezza delle molteplici possibilità – si sottrae al gioco dell’incasellamento con la volontà di cogliere, invece, le occasioni creative che la libertà del vivere all’estero offre, nel momento in cui diventa possibile reinventarsi incessantemente e offrire così nuova linfa alla scrittura.

Nella prima metà di questo piccolo libro tutto sembra convergere verso l’idea che il ritorno resti incompiuto soltanto per la voglia di riservarsi tale possibilità per il futuro, suggerendo dunque che la nostalgia non sia altro che una raffinata forma di desiderio: finché non si torna, ci si può sempre gingillare con il pensiero del rientro; quale altrove immaginario resta invece a chi rimpatria?

Nella seconda parte, tuttavia, le carte si rimescolano. «A cosa servono le radici se non puoi prenderle con te?» diceva Gertrude Stein, citata da Susan Sontag, che commentava quanto un simile concetto fosse «very Jewish». Il nodo delle radici ebraiche è esplicitamente affrontato dall’autrice, che ad esse ascrive «l’ossessiva divagazione su distanza, nostalgia, autoascolto versus inventività quando lontana da “casa”»: ecco che il piano del discorso si sposta nettamente sulla creazione letteraria; compagni d’esilio dell’autrice diventano Ortese, Gogol, Joyce, Rhys. Quest’ultima scriveva: «non sarei mai appartenuta a nessun luogo, e lo sapevo, e sarebbe stato così per tutta la vita, cercare di appartenere, e non riuscirci». Attraverso il pensiero dei quattro autori, intervallato da suggestioni suscitate ora da una citazione, ora da una canzone, Ginzburg mette in luce il modo in cui la distanza «funziona come “fecondo tormento”», quando l’esilio – che è anche latitanza da sé stessi, e parziale vaccino al narcisismo – rovescia l’io al di fuori di sé, rendendolo più ricettivo ai sensori esterni, più attento e dunque più ispirato.

Al di là del legame tra creazione e nostalgia, l’altrove è diventato un’utopia condivisa, come l’autrice non manca di rilevare nelle ultime pagine, compiendo quel salto dal dato biografico alla descrizione di una condizione collettiva, lo slancio sempre necessario dal particolare all’universale. L’inquietudine geografica nasconde in realtà una difficoltà storica: è il proprio tempo che è difficile abitare e questo poco ha a che vedere con la città che scorre sullo sfondo. Abitare il proprio tempo: una sfida che Ginzburg sembra vincere entrando nella dimensione del racconto, seguendo il movimento della parola, trovando infine casa proprio all’interno della voce citata in apertura.

Anatomia del fantastico

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di Alfredo Zucchi

 

Facciamo una cosa diversa, cominciamo dalla fine. Dichiariamo solennemente:

Il fantastico non è un genere letterario ma un modello trascendentale, la cui funzione specifica è porre senza sosta la domanda: cos’è il reale?

In un mondo ordinato quest’affermazione sarebbe arrivata in chiusa, in seguito a una lunga e serrata argomentazione; inoltre sarebbe stata pronunciata (al netto della nota cacofonia lessicale del discorso filosofico) dal vecchio cieco Borges (già vecchio e cieco, voglio dire, al momento di enunciarla). Non è così invece – il motivo è semplice. Il vecchio cieco Borges avrebbe pensato questa frase a partire da un’opposizione fondamentale: realismo letterario vs. finzione speculativa (o non-empirica); questa opposizione nasconde un’altra coppia dualistica: natura vs. cultura.

I vocabolari

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di Orso Tosco

C’è un segreto. Io l’ho capito non uscendo mai di casa e guardando le persone dalla finestra. È un segreto importante e forse non lo meritate, ma ho deciso di dirvelo lo stesso. Magari migliorate, magari. Il segreto è che muore soltanto chi si sforza. Muoiono i muli, come muoiono i ponti e come muoiono le idee, perché provano a reggere il peso del mondo, e dopo un po’ di tempo si spezzano e allora crollano in terra e non si alzano più. Muoiono le persone come muore la memoria, come muoiono i contenitori, a furia di voler tenere tutto assieme, a portata di mano, tutto classificato, finisce che si ritrovano senza più energia e allora si lasciano interrare in silenzio, per la vergogna e la stanchezza.

Io e la mamma non ci sforziamo mai, siamo saggi come le nuvole, siamo saggi come le macchie: dove ci troviamo, stiamo, dove ci spostano, andiamo: per questo non moriremo mai. L’ha detto un tedesco, una volta. La vita è un ripiego. Così ha detto. A me e alla mamma basta guardare la vita degli altri, per vivere. La vivano loro, la vita, la vivano loro, la morte. Io e la mamma non usciamo mai di casa.

E li guardiamo. Il vecchio dai capelli gialli stringe il bocchino della sigaretta con i denti. Ha le mani aggrappate ai fianchi, i gomiti larghi, la pancia protesa in fuori. Osserva il cortile che si estende sotto di lui sporgendosi dalla ringhiera dell’ultimo piano, il suo sguardo scorre come un nastro trasportatore, e lui gli permette di spostarsi con fermezza e precisione da un dettaglio all’altro, senza intoppi e senza mutazioni di ritmo: ci sono appartamenti talmente illuminati che è possibile studiare ciò che gli abitanti fanno al loro interno – secondo il vecchio dai capelli gialli fanno tutti le stesse cose, cose necessari e banali che lui ha già fatto e che ha già fatto meglio – riesce persino a valutare il peso delle bici legate alle ringhiere, individuando la lega di metalli di cui sono composti i telai, poi sposta lo sguardo verso il basso, verso i vasi, e immagina l’odore delle piante appassite e di quelle rigogliose, avverte in bocca l’acidità dei terricci e l’eccessiva stagnazione delle acque. “Si crede padrone del mondo”. Questo dice di lui la mamma, ma soltanto quando lui è lontano o invisibile. La mamma ha sempre ragione, la ragione non si dà agli scemi, la ragione si dà alla mamma.

Il vecchio dai capelli gialli è felice di credersi il re del mondo, specialmente la notte, quando il cortile interno è deserto e ci sono giusto i sorci che lavorano, ma piano piano, in punta di zampa, coi baffi, nell’ombra. È più facile credersi re del mondo se nessuno fa rumore o si agita, ed è più facile essere felici. L’uomo dai capelli gialli ogni notte riafferma il proprio dominio sul mondo e per questo è felice. Lo si capisce dal modo in cui sputa il fumo della sigaretta, pronunciando lente bestemmie e ingiurie, che nella sua bocca sono dolci come cioccolata. Ma se lui è felice perché convinto di essere solitario e regale mentre contempla il proprio regno, io, che lo osservo e lo studio e lo capisco, io allora sono ancora più felice: io allora sono ancora più re di lui.

La vita trascorsa sempre chiusi in casa è uno zoo. Bisogna rispettare la flora e la fauna. Nessuno ti spiega chi è il cacciatore e chi la preda, sono cose che bisogna sapere, ci vuole intuito per non uscire mai di casa. Nell’appartamento quasi buio mi sposto con grande armonia. Il frigo gracchia, allora striscio il piede contro la moquette lasciando che il calzino mollo mi segua in ritardo, come la bava di una lumaca. Il lavabo della cucina perde, riempie la cucina lercia di un rumore da cascata in miniatura, e io succhio le guance all’indentro, come un pesce. Se sbatto contro i mobili o i sacchi della spazzatura, li faccio miagolare, li faccio cinguettare, trasformo il compensato e le lattine in gatti e uccellini. Riconosco gli oggetti sfiorandoli o calpestandoli coi piedi.

Sento il profumo del disordine sedimentato, del disordine quando viene lasciato in pace, a macerare. Sopra il mandarino iniziato e mai finito cresce una peluria scura, corta e morbida: se avessi un cugino avvocato o un amico bravo a giocare a scacchi, quella sarebbe la sua barba. Nel barattolo di yogurt vive una piccola foresta dominata da funghi e muschio neri. Chi ha paura del buio è complice della luce accecante, della luce degli ospedali, io invece sono pronto per i fondali del mare, per i posti profondi, nascosti sotto le isole remote. Dormo durante il giorno. È il mio modo di perdonare il mondo per il vizio che ha di sprecarsi nella confusione, in piena luce.

Le sirene blu della polizia, filtrate e deformate dai vetri dell’ingresso principale, sbocciano improvvise sui muri interni del cortile, sono piante rampicanti, coralli di ghiaccio. Gli uomini in divisa arrivano, come sempre, come quasi ogni notte, quando le urla sono finite. Indossano guanti adatti a indagare il silenzio che segue il rumore degli oggetti fratturati e del sangue colato. Non si fanno scrupoli a giudicare ciò che resta della violenza realizzata o di quella promessa e poi fallita, o soltanto rimandata. Poco dopo, immancabilmente, arriva l’ambulanza ad appiccicare altre luci sui muri, a disegnare righe in terra con le ruote delle barelle: gli infermieri sono uomini e donne di passaggio, si vestono di bianco. I nostri vicini si scopano come conigli e si scannano come cani, questa è la spiegazione della mamma, e io, più di una volta, avrei voluto domandarle se le due cose le fanno assieme, se è roba che si può fare tutta assieme, ma ho sempre mancato il momento giusto. Non ho mira col tempismo delle frasi, per questo parlo poco, per questo non parlo mai. E proprio adesso che vorrei domandarlo, adesso che mi sento pronto, la mamma continua a dormire, ha molta fame di riposo.

Quando scaldo il brodo affiorano graziosi dischi di grasso che somigliano a ufo in miniatura, sono puliti, eleganti, al tempo stesso bianchi e gialli, come il burro. Io il brodo lo bevo direttamente dalla pentola. Mi brucio di proposito la bocca perché voglio gli occhi bagnati, perché voglio dedicare questo pianto breve al tempo, al tempo vuoto e indifferente, crudele, che non smette di passare. Io ci tengo a vendicarmi con affetto, come i felini, che dopo lunghi e faticosi inseguimenti invece di sfogarsi contro la preda acciuffata con pugni e sputi, la infilano in bocca, trovano spazio tra i propri denti, e poi in gola, e poi ancora più dentro, in un abbraccio nascosto e lungo che dura fino alle budella, e magari ancora di più. Il brodo cura, l’acqua del brodo è come un olio di mucca, come una spremuta di bestie che invece di vivere lassù, nel verde dei prati, hanno fatto un sacrificio per noi. Per me e la mamma. E noi ricambiamo la loro generosità andando ghiotti di brodo. E poi il brodo dura, va avanti giorni e giorni, basta levare la membrana che si forma durante il giorno, basta sbucciarlo, il brodo, oppure basta farci dei buchi dentro, quando va a male, come fanno gli eschimesi per pescare nel ghiaccio. Io lo do alla mamma, lei ha bisogno di essere curata perché ha la malattia degli anni, l’accumulo, l’indigestione degli anni, e io invece ho bisogno di lei, ho bisogno che lei duri. Quando è troppo stanca per mangiare e preferisce continuare a dormire, io allora lo bevo anche per lei, il brodo. Mi sforzo di berne più di quanto me ne serva, e le sto vicino, bruciandomi la bocca e la gola, sudando, affinché il mio sforzo, come di rimbalzo, di carambola, si traduca in cibo per lei, in uno spuntino almeno, per farla durare ancora, ancora un po’ di più.

Bambino intrappolato dentro il corpo di un adulto ritardato. Ti puzza l’alito anche quando tieni la testa sott’acqua. Cuore di blatta. Bestia senza la coda. Sei un ergastolo con i piedi.

Questi sono alcuni dei complimenti che mi fa mamma quando non è impegnata a dormire con la faccia premuta nello stomaco del divano sfondato. E quando si complimenta con me la mamma prova a darmi degli schiaffi, però senza mai riuscire a colpirmi come si deve, perché è vecchia, è stanca, e i suoi pugni dati nel vuoto sono carezze: sono le carezze di chi non avendone mai ricevute non ne conosce l’alfabeto.

Io invece, studiando la notte del cortile, osservando attentamente le persone gli animali e gli oggetti che la popolano, io conosco l’alfabeto delle carezze, io pratico la giurisprudenza del cortile interno, io so i vocabolari del mondo. Mi basta leggere o ascoltare una parola per sapere tutto di lei, per avere notizie dei suoi genitori, dei suoi piatti preferiti, tutto sulle lettere che per esistere è stata costretta a tradire. Tutto.

Una parola molto bella tra quelle dei vocabolari del mondo, secondo me, è miseria. Perché la miseria è profonda come una vasca, spaziosa come la gola di una balena, come un pozzo. Io e la mamma la nostra miseria la spendiamo senza sosta e senza remore, con la generosità di un fiume, che si chiama Volga o si chiama Danubio: la diamo a chiunque la desideri, la nostra miseria, la regaliamo per aria come un profumo forte.

Un’altra parola molto bella che ho trovato nei vocabolari del mondo è rapina.

La parola gonorrea per chi non esce mai di casa è come andare a raccogliere le more nel bosco, la dici in bocca e senti la bacca staccarsi, e sai che dopo arriva un bel gusto dietro la lingua.

Come parola, è bella anche alambicco, perché è una parola che sa di scogliera e di animali coperti dal guscio, una parola che di sicuro alleva al proprio interno ostriche e perle grosse come acini d’uva.

Io mi faccio la barba in corridoio, ripetendomi nella testa le parole che vivono dentro i vocabolari del mondo. E ci sono volte che le ripeto talmente bene che dagli altri appartamenti arrivano dei rumori forti, come a dirmi di continuare, di non smettere. Fanno i grugniti i vicini, ruttano i sospiri e bestemmiano le minacce: per incitarmi. Però io dopo un certo periodo di tempo non ho più barba da tagliare, è tutta per terra la barba, e allora devo smettere anche con le parole nella testa. Perché è una questione di correttezza. I vocaboli del mondo vanno esercitati poco alla volta, bisogna accettarli e fraintenderli a piccole dosi, pelo dopo pelo. Una volta che anche i baffi sono andati allora bisogna fermarsi e strizzare gli occhi con gratitudine, come fanno i ratti, come fanno i castori.

Ma anche palude e ghigliottina sono belle parole, anche budella e clistere, anche rigagnolo e uranio, anche vescica e balcone.

C’è grande soddisfazione, lo ammetto. C’è grande soddisfazione nell’aspettare che mamma si svegli. Perché è grazie alla mia paziente attesa che intere valli ospitano vigne e piantagioni, perché è grazie alle mie giornate trascorse rannicchiato sul pavimento che i minerali, superati i loro momenti di razzismo, si uniscono a formare catene montuose sulle quali le capre dalle lunghe corna possono vivere le proprie faccende private.

E se un giorno la mamma non dovesse più svegliarsi, senza dire nulla io aprirò la porta di casa e mi lancerò dal balcone: cadrò nell’aria e mi trasformerò in una divinità azteca, in un gas solido o in un grumo di piume. Qualsiasi parola andrà bene.

Danilo De Marco: lo stile della libertà

1

di Fulvio Dell’Agnese

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Che accadrebbe – si chiedeva un artista – se l’universo fosse leggibile? Forse c’è questo, nascosto dietro alla spaventosa bellezza della realtà. Ci accorgiamo che qualcosa parla con noi. Conosciamo quella lingua. Eppure non capiamo una parola»1.

Conchiglia con politica (a Carlo Ginzburg)

1

di Giovanna Frene

Museo d’Arti Applicate “ICTY”, L’Aia

che la storia non è un fatto, è invece un permesso,
a volte casuale:
attorno alla tazza madreperlacea si snoda un bassorilievo scolpito e inciso nella primavera del 1946 a Norimberga dal fattorino del Pubblico Ministero, tale Slobodan, durante i tempi morti, tra una consegna e l’altra, una fascia a narrazione continua come in un rocco della colonna di Traiano, un fregio in parte traforato in parte inciso sull’esterno di un ‘Nautilus pompilius’ incastrato a bocca all’insù tra un ampio piedistallo e una statuetta sormontante prensile, entrambi in argento dorato, cosicché la coppa, montatura e conchiglia, raggiunge la considerevole altezza di 48,5 cm. e una larghezza massima di 19 cm., e da solo il piedistallo bifronte è alto almeno metà dell’insieme

che fu realizzata così l’inversione, il crimine
di soppressione precedente al genocidio

che mai nella storia uno Stato è scomparso
per pura coincidenza

che è scivolato di lato il compromesso
della civiltà

circa a metà del fregio madreperlaceo un uomo con la testa di cane si sporge da uno scranno, mentre sulla destra tre figure in parte abrase si concentrano nella lettura di un documento, chi ad ascoltare distratto, chi si aggiusta le cuffie dicendo all’interprete di dire all’imputato di parlare più lentamente

e dire che non solo uno Stato è stato distrutto,
ma anche il Gioco dell’Oca, pedine e predatori,

che i giocatori multi-laterali, multi-centrali,
multi-internazionali

hanno calpestato suolo, sangue
e diritto

sul rovescio della base del piedistallo è stata scoperta l’incisione del nome dell’artista orafo autore del supporto argenteo, tale Markovic, croato, che ebbe la tazza intarsiata in dono dallo zio Slobodan – serbo, alla fine del processo di Norimberga, quando tornò in Patria -, e ne disegnò e realizzò il supporto nei tempi morti tra un massacro e l’altro, che

Fratello e Uno è il gruppo dei soldatini
di stagno,

che, meglio, si sganciò da cinque a sei volte più
veleno che a Hiroshima,

che sradicherà dopo cento anni la pianta e la sua
pestilenza

pesta il piede con ira una delle due statuette a tutto tondo del piedistallo, quella dell’uomo barbuto, mentre inforca una lancia sormontata da un bucranio che spaventa la donna sulla destra, la quale si ritrae alle sue spalle, inorridita, infine

che era ovvio che non era negli interessi degli Striati
che ci fosse pace nel cortile,
come la fiaccola pendente dalla mano del vertice
che attanaglia il processo, spelling I-C-D-S-M.

 

*

 

 

Oggetto: larva acquatica I

d’aprés Hubert Duprat

a una scala più grande i Nostri diventano i Vostri
a una scala più piccola i Vostri diventano i Loro:
Lei può immaginare che cosa provai in quel momento. (…) Quando aprimmo l’uscita di emergenza n. 38 il calore che ne uscì fu così intenso che non potemmo scendere
: nessuna scala che porti dentro al serbatoio
dal serbatoio nessuna scala che porti fuori:
come cotti, evaporati, astucci perlati custoditi in acqua
attorno a tricotteri carbonizzati, a immagine e somiglianza
divina,
con pagliuzze auree

(‘Museo di Arti Applicate’ di Dresda, Sala 45, teca 13/2a)

 

 

*

 

 

Oggetto: larva acquatica II

d’aprés Hubert Duprat

Negli ecosistemi delle acque dolci, specialmente nei corpi d’acqua superficiali dell’areale paleartico, i Tricotteri (Trichoptera Kirby 1813) sono uno degli Ordini più importanti degli Insetti acquatici in quanto componenti di catene trofiche complesse e per il fatto che la loro biologia interagisce con interi comparti di organismi fluviali
con interi comparti che non sapevano nuotare o nuotavano
male, con interi spiedini infilati ordinati dalla sera prima, chi
ancora ardente, nel gonfiore di larve esse stesse metalliche,
meglio a quel punto immergere al più presto la custodia
in acqua e guardare la città che brucia di fronte,
inanellando attorno a sé nuove pietre
preziose più della vita
– pagliuzze ossee

(‘Museo di Arti Applicate’ di Dresda, Sala 45, teca 13/2b)

 

Interférences # 17 / “Leggete Karl Marx”: una cartografia

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di Frédéric Montferrand

traduzione di Davide Gallo Lassere e Andrea Inglese

 

(Si vuole dare il politico per morto, soprattutto in Italia. Intanto arriva la politica dei morti viventi, che riesumano ossame ideologico che pensavamo ormai polverizzato. D’altra parte, in Francia e nel Regno Unito, ma non solo, il marxismo è ancora un crocevia fondamentale per la formazione di generazioni che hanno voglia di comprendere come funziona e come si può cambiare il mondo a partire dai rapporti di dominazione e sfruttamento. Pubblichiamo questo articolo apparso sul numero speciale di Le Monde, collezione “Une vie, une œuvre”, Karl Marx, l’irréductible, edizione 2018. A. I.)

M.

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di Hilary Tiscione

Dentro una gigantesca casa, ce n’era una molto più piccola. Al piano zero, sotto ad altri quattro piani enormi, che quasi la schiacciavano.
In quella casa, viveva un uomo nero di nome M.
Aveva quarant’anni e la pelle ancor più nera intorno agli occhi, tanto che M. sembrava un vecchio africano; il servo ammattito di una famiglia ammalata.
M., la sera, assumeva l’aspetto di quelle mele lasciate fuori dal frigo e poi dimenticate sulla mensola della cucina per giorni, dentro una ciotola sempre sporca con i rimasugli di altri frutti.
Il divano era la sua ciotola profonda. M. una mela putrefatta.
Una notte di giugno, guardava delle sagome muoversi lente dentro la televisione, non capiva cosa dicevano. Ruggivano, lontane.
Tracannava un sorso di whisky, poi respirava profondamente per raffreddare la gola e sistemava il bicchiere in mezzo alle cosce scarne.
Non aveva telefonato alla moglie. Costava troppo chiamare ogni sera. Non era neppure capace di parlare. Sua figlia chiedeva di lui? Un padre con dieci chili in meno, strinati dalla miscela macerata del malto, fermentato in botti di rovere esanime.
Era secco e scuro come un tronco d’acero sradicato dal mondo.
Sentì dei rumori venire da fuori, posò il whisky sul pavimento lurido, uscì nel piazzale lugubre, il cielo era foderato di nuvole, vide i due mastini corsi. Erano loro, pensò.
Uno dei due mastini, quello buffo, gli andò vicino contorcendosi un po’, l’altro lo guardava storto. Barcollava, si sentiva pesante e intanto leggero. Sedette in terra, sul cemento, con le gambe divaricate.
Aveva voglia di piangere. Fece dei singhiozzi, le lacrime non scendevano, ci provò ancora. Arricciò la fronte, strozzò gli occhi nelle arcate orbitali, la pelle divenne ancora più livida. Simulò il pianto come per ingannarlo o convincerlo a sgorgare. Gli girava la testa e più girava, più strizzava gli occhi come fossero pulsanti capaci di interromperla. Vedeva dei luccichii ad ogni battito di palpebre che sfregava più volte come un bambino appena sveglio.
I mastini lo lasciarono solo. Sembrava un’antilope sghemba col costato fracassato. Sentì degli uomini correre, cercò di muoversi senza cadere; ciondolava, un pezzo di strada la fece a carponi. Entrò in casa come un superstite.
Prese il whisky e ne buttò giù un bel sorso. Poi si fece coraggio, prese la mazza da baseball che teneva in camera da letto e uscì di nuovo passando dal garage. Fece un urlo e picchiò dei colpi in terra. “Andate via!”, gridò spiritato.
Disse altro, erano bestemmie. Scongiuri o formule.
Tornò sul piazzale e vide in terra delle chiavi, provò a prenderle ma erano troppe. Afferrava l’aria con una mano, mentre con l’altra si teneva in equilibrio con la mazza.
C’erano chiavi dappertutto.
I ladri hanno perso delle chiavi. No, sono le mie. Mi hanno rubato le chiavi e le hanno perse correndo. Non posso chiudermi dentro, le chiavi si sono spezzate. Le chiavi si sono liquefatte?
Rientrò. Chi c’è in casa? Su di sopra, la Signorina, la chiamava così. Dormirà? Non importa se dorme.
Sollevò la cornetta del telefono e compose il numero interno della sua stanza. La Signorina rispose al quarto squillo.
“Pronto?”.
“Signorina…”.
“Dimmi M. che ore sono?”.
“È notte, Signorina”.
“Cosa succede?”.
“Ci sono chiavi, chiavi ovunque”.
“Cosa stai dicendo?”.
“Chiavi in terra! Scenda giù. Può venire giù?”.
“Mi stai spaventando! Stai piangendo M.? Arrivo”.
La Signorina scese dal letto. Ricordava che suo fratello teneva una pistola nel comodino, una scacciacani che gli aveva dato suo padre per i momenti di bisogno. La terrorizzava più l’idea di tenere in mano una pistola, che affrontare M.
Mentre scendeva le scale, pestando i piedi per dichiarare l’angoscia, accese tutte le luci. Quelle del corridoio delle stanze da letto, più giù accese quelle lattescenti del secondo ingresso, quelle del salotto, della sala da pranzo.
Le luci del piano zero erano già vive.
Trovò M. in piedi davanti alla porta del suo appartamento, con le lunghe braccia penzoloni appoggiate ai fianchi e una camicia abbottonata in modo deforme.
“Cosa succede?”.
“Venga a vedere.”
“Ok. Cosa c’è?”.
M. la prese per un polso trascinandola dietro di sé.
“Lasciami, ti seguo”.
Uscirono. Costeggiarono la piscina mal illuminata per via dei fari rotti, attraversarono il prato fino al parcheggio. “Erano qui”, disse M. “Erano qui”.
“Cosa? Cos’era qui?”, gridò la Signorina.
“Le chiavi dei ladri. Sono davanti al cancello, laggiù!”.
“Puzzi d’alcol M. di quali chiavi parli?”, urlò.
Raggiunsero il cancello d’ingresso.
“Erano qui”, fece M. “Qui in terra”.
“Cosa dovrei dire a mia Madre, secondo te? Non so nemmeno dove sia mia Madre!”.
“Niente. La prego, non dica niente”.
“Sei ubriaco e hai le allucinazioni. Dovresti occuparti di questa casa, invece sei un danno. Vai a dormire M. Dormi!”.
La Signorina è cattiva. Ha ragione, ma è malvagia con me. Mi ordinerebbe di non piangere, se solo riuscissi a farlo, sarebbe capace di cacciare in dietro le mie lacrime. Se mi vedesse morto al tappeto, sono certo, mi pugnalerebbe ancora.
“Scusi”, disse M., ma non era sufficiente.
Erano mesi che lui non dormiva e dava fuoco alla solitudine con il whisky, quella benzina bronzea del supermercato, che gli scioglieva l’esofago. Era solo.
A Natale, a Capodanno, a Pasqua, tutte le domeniche nella sua baracca sudicia.
Non glielo avevano mai chiesto, gli esseri immondi per cui lavorava, quale fosse il giorno del suo compleanno. E cosa mangiava, la sera, abbandonato in quella tana, inondata di bottiglie vuote e di cibo guasto.
M. confessò in silenzio che non beveva da trentadue giorni. Il resto della stanza gli sorrise. Erano le 19.00.

L’amore a vent’anni

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di Giorgio Biferali

Guardavo mia madre, con gli occhi nascosti nelle mani, con davanti il piatto che si freddava. Diceva che bisognava capirlo, che era preoccupato perché il medico aveva ricordato a mio padre delle sigarette, che fumava troppo, e c’era mancato poco che mio padre non lo prendesse a calci. Aveva usato quella parola, quella brutta parola che uno quando la sente un po’ si spaventa, anche se era solo per prevenzione, così diceva il medico, ma per mio padre non cambiava poi tanto, aveva usato quella parola, ed era tutto il giorno che se ne stava un po’ allucinato con gli occhi persi nel vuoto. I medici non lo capiscono che soprattutto loro devono stare attenti con le parole, diceva mia madre, io ne so qualcosa. Quella è stata una delle poche volte che me la sono presa con lei, e una delle tante volte che non sono riuscito a capire mio padre. Le ho detto che lo giustificava sempre, che proprio per averlo sempre giustificato adesso lui poteva fare il bambino, non aprire bocca, rispondere male. Non è mica colpa sua, le ho detto, ma tua. Da quant’è che è così? Da quando è andato in pensione? Perché non gli hai mai detto nulla? Lei cercava di spiegarmi, senza alzare la voce, con calma, come aveva sempre fatto. Mi diceva che nelle storie d’amore non è mai così semplice, bisogna cercare di capire, di accettare l’altro per quello che è, anche con dei compromessi. Non lo so com’è che potessi dirle quelle cose, in fondo non ne sapevo granché, delle storie che duravano per anni, dei matrimoni, della convivenza, dei figli, di quando si invecchia e si sta ancora insieme. Io l’avevo conosciuta che di anni ne aveva già quarantuno, sapevo solo che fumava, anche quand’era in classe e spiegava Hegel, che le piaceva fumare con me, che mi svegliava spesso la mattina quando io non sentivo la sveglia, che aveva dei capelli sottili, quasi neri, che quand’era giovane erano biondi, che le piaceva ascoltarmi, andare al cinema, ai concerti, che era forte, l’avevano operata tante volte nella pancia perché c’era una specie di morbo che ogni tanto tornava, che ci aveva ospitato dentro di lei, dentro a quella pancia, a me e ai miei fratelli, per ventisette mesi, nove per uno. Sapevo solo che era mia madre, ecco, che era diversa dalle altre madri, non so bene perché, lei non solo cucinava lavava puliva, ma aveva insegnato a scuola, filosofia, ci si era laureata, aveva fatto la supplente col pancione, accompagnava i figli dappertutto, a scuola, a nuoto, a calcio, a danza, li vestiva, li asciugava, li aiutava, li conosceva, sapeva come ascoltarli. Mio padre, invece, era diverso. Anche lui, come me, era un po’ una macchina da scrivere, che di mattina ricominciava tutto da capo, sembrava un altro uomo, diverso da quello che era andato a dormire qualche ora prima. Le mattine per me sono sempre appartenute a lui, un po’ come se le avesse inventate, come se lui e le mattine di tutto il mondo si conoscessero bene e nel tempo avessero costruito tra di loro un’intimità speciale. Anzi, a dirla tutta, a lui è sempre piaciuto anticiparle, si alzava prestissimo mentre il cielo schiariva e la notte piano piano si faceva da parte, come se in fondo facesse finta di dormire e ingannasse il tempo guardando fuori dalla finestra, sbirciando il futuro.

Tratto da: Giorgio Biferali, L’amore a vent’anni, Tunué 2017

L’enigma di Sasso di Castalda

4

di Nicola Fanizza

L’ombra della Montagna Sacra cominciò ad abitare nei mei pensieri sin da quando frequentavo la scuola elementare. Ricordo che quel pomeriggio nel gennaio del 1959 faceva davvero molto freddo. Il vento invernale aveva costretto Benedetto ad aprire la porta di casa sua a noi ragazzini che giocavamo nella strada. Appena fummo seduti intorno al braciere, Benedetto ci regalò dei tarallini zuccherati. Subito dopo iniziò il suo racconto che era incentrato sulla sua permanenza a Sasso di Castalda, un villaggio della Basilicata, che aveva lo stesso nome della montagna.

Disse che era stato lì, come confinato, per più di un anno. Vi era giunto da Mola, verso la fine del 1941, per aver pronunciato una battuta irriverente nei confronti del regime fascista: «Saluti al Duce. Di sera senza luce, di giorno senza pane, e la notte con l’areoplano!».

La Commissione provinciale di Bari, sulla scorta della denuncia di un delatore, era stata inesorabile nei suoi confronti. Per una sola battuta, lo aveva condannato a due anni di confino.

I diciotto mesi passati a Sasso di Castalda – così ci disse – erano stati tra i più belli della sua vita. Era rimasto incantato dal suo cielo, dai suoi boschi, dalle sue acque, dai suoi luoghi senza gloria, così poveri e antichi. Aveva imparato ad amare la generosità dei contadini lucani, la loro disponibilità a ospitare persino lo straniero di cui non conoscevano neppure il nome.

I pastori gli avevano detto che la montagna era situata a una distanza pari fra l’Adriatico, lo Ionio e il Tirreno e che dalla vetta, quando il cielo era limpido, era possibile vedere scintillare insieme le tre marine!

Da qui il suo desiderio di raggiungere la sua sommità più alta. Un’esigenza che diventa comprensibile se si tiene presente che nel nostro immaginario la Montagna rimanda da sempre al legame fra la Terra e il Cielo.

Quando Benedetto arrivò in cima alla montagna, il cielo azzurro gli apparve così vicino da poterlo toccare. Vide scintillare insieme le tre marine e si rese subito conto che in quell’inedito spazio esistenziale non avvertiva più la differenza fra l’alto e il basso, fra il vero e il falso, fra la salita e la discesa.

Il racconto di Benedetto mi aveva a tal punto coinvolto sul piano emotivo da farmi dimenticare i dolci che avevo nelle mani. Cominciai a sognare ad occhi aperti. Salivo anch’io sulla cima di quel monte fantastico e vedevo da lontano lo scintillio delle tre marine. Mi ripromisi che, non appena ne avessi avuta la possibilità, sarei andato anch’io in Basilicata per salire sulla vetta di quella montagna meravigliosa.

Benedetto lo chiamavano «u fascianaise» (il fasanese), poiché era nato per l’appunto a Fasano. Si era poi trapiantato a Mola e abitava in via Pascasio, ossia nella stessa strada in cui era ubicata la casa dei miei genitori. Era un contadino benestante e senza figli. Possedeva un bellissimo sciaraballe* (calesse), impreziosito sulle sponde del cassone da due dipinti simmetrici in cui erano raffigurati, sullo sfondo celeste, due cesti di uva nera.

Mentre la moglie Francesca era piuttosto minutina – la chiamavano «a cordelécchie» (la piccolina) –, Benedetto, invece, era longilineo. Il suo viso era roseo sul fondo scuro della barba incolta; aveva gli occhi di poeta e parlava in modo frizzante e saporito. Era simpatico, carico di sorrisi e di cordialità, allegro e generoso con tutti.

Era un uomo che sapeva vivere. Ogni fine settimana organizzava delle feste, in cui si beveva a volontà, si discuteva di politica, si parlava del libero amore, si ascoltava la musica e si cantava.

Benedetto era anarchico e tuttavia non si perdeva mai una processione. Andava in giro con la giacca piena di «pizzini» su cui riportava gli aforismi dei pensatori anarchici e quando gli capitava l’occasione li tirava fuori e li leggeva.

D’altra parte, rivendicava la sua devozione per San Nicola, di cui raccontava un’antica leggenda: «San Nicola mentre si recava attraverso la steppa russa a un incontro con Dio, non poté impedirsi di arrivare in ritardo, poiché si era attardato a liberare dal fango la vettura impantanata di un mugik!».

Grazie agli insegnamenti di San Nicola – il santo della carità –, Benedetto era penetrato fino al midollo di quel senso universalistico della fraternità che si configura come ciò che accomuna tutte le religioni e che sta a fondamento di ogni cultura. La carità per Benedetto era coestensiva alla pietà. Era insomma una categoria antropologica.

Quando dopo alcuni anni feci notare a mia madre la sua contraddizione, lei mi disse che ero ancora troppo piccolo per capire certe cose e che «Benedetto era un uomo straordinario, un individuo che trovava il tempo e il modo per fare tante cose insieme!».

Benedetto era un individuo sovrano, un uomo che aveva fatto della sua vita un dono. Era, infatti, generoso con i poveri e, in modo particolare, con Ciccillo «u mamaune» (lo scemo), il quale era goloso di maccheroni.

Ricordo che quest’ultimo era anche egli altissimo, aveva una corporatura massiccia, l’andatura era callosa e si trascinava a passi lenti e pesanti. Viveva da solo e nell’ora di pranzo si recava ogni giorno dai suoi parenti per ricevere il «rancio» quotidiano, che consumava, però, a casa sua.

Ciccillo aspettava sempre con ansia le festività più rilevanti, poiché in quelle occasioni avrebbe mangiato i suoi adorati maccheroni. E tuttavia proprio nel giorno della festa patronale accadde l’imponderabile.

Ciccillo si recò come al solito dai suoi parenti per prelevare ciò che aspettava da diversi mesi, ma, quando tornò a casa, fu investito da una triste meraviglia: nel piatto non c’erano i maccheroni, bensì le fave!

Lo vidi fare avanti e indietro nella strada, e lo sentii manifestare la sua amarezza, ripetendo ad alta voce: «Nooo. Oggi è la festa della Madonna, io le fave non le mangio: voglio i maccheroni con la carne!».

I vicini uscirono in strada per commentare – divertiti – l’accaduto, ma solo mia madre e Benedetto recepirono la sua accorata richiesta. Ciccillo, però, accolse l’invito di Benedetto: sapeva che alla sua tavola non mancavano mai i maccheroni con la carne!

L’occasione per andare a Sasso di Castalda mi capitò solo dodici anni dopo, grazie a mia sorella Caterina, la quale conosceva il mio desiderio di salire sulla vetta della montagna di quel paese. Caterina si era sposata da appena due anni con Francesco, un funzionario del Banco di Napoli. Tuttavia, subito dopo il matrimonio, il marito fu inviato dalla sua banca presso la filiale di Senise in Basilicata, in provincia di Potenza, e Caterina era stata costretta a seguirlo. Da qui il suo invito a raggiungerla a Senise, che dista settanta chilometri dal paese in cui Benedetto era stato confinato.

Prima di giungere nel paese, vidi che stavano costruendo una diga in terra battuta, che frenando il corso del fiume Sinni creava un lago artificiale. Caterina aveva cominciato ad amare quel lago che era appena nato per l’azzurro delle acque, il giallo ocra della sabbia, il verde dei suoi boschi. Tutto ciò – mi disse Caterina – contribuiva a rendere quello specchio d’acqua un «angolo di pace e tranquillità».

Il giorno successivo al mio arrivo a Senise, ci mettemmo in cammino, con la macchina di mio cognato, per raggiungere Sasso di Castalda. La strada era sconnessa e tortuosa come un cavatappi. Da lontano vidi un pugno di case, abbarbicate a uno scoglio aspro, coperto a tratti dal muschio di colore verde.

Quando iniziammo la salita, si unì a noi un uomo che era già avanti negli anni. Capelli bianchi, corporatura esile, viso lentigginoso, occhi verdi, l’uomo che camminava, col passo lento, al nostro fianco sembrava un norvegese e, invece, ci disse che era francese. Senza che nessuno lo invitasse a parlare, asserì che quello per lui era un bel giorno. Aveva cercato per trent’anni il luogo in cui si trovava la Montagna Sacra e, finalmente, l’aveva trovata: era a Sasso di Castalda!

Dopo aver ascoltato le sue parole, gli chiesi di parlarmi del mistero di Sasso di Castalda e del perché la ritenesse una Montagna Sacra.

Il Francese rispose solo in parte alle mie due domande. Si limitò a dire: «ragazzo ricordati che ogni ascesa è anche una discesa!».

Eravamo giunti a un centinaio di metri dalla vetta, quando mi resi conto che il Francese non era più con noi. Rivolsi più volte il mio sguardo sia in alto sia in basso, ma non lo vidi più. Avrei voluto sapere come si chiamava. Avrei voluto parlare più a lungo con lui. Avrei voluto fargli altre domande … Niente. Il Francese senza nome era scomparso!

Ci fermammo, infine, su una radura e di lì, grazie all’assenza di nubi, vedemmo le tre marine inondate dalla stessa luce color verde-oro, iridescente. Era una luce meravigliosa. Una luce reale e, insieme, irreale!

Dopo quella salita sulla vetta di Sasso di Castalda, mi accadde di pensare più volte alle parole che il Francese senza nome aveva detto nel corso della nostra ascesa. Ma col passare del tempo la mistica dell’alpinismo si fece sempre meno pervasiva, fino a scomparire del tutto dai miei pensieri.

Ciò che riaccese in seguito il mio interesse per l’enigma di Sasso di Castalda fu il mio amico Federico La Sala. Quest’ultimo mi parlò di uno scritto autobiografico di don Giuseppe De Luca, il quale era nato proprio a Sasso di Castalda.

De Luca aveva svolto la sua funzione di «mediatore» fra la cultura profana e quella sacra, era stato amico e collaboratore di Giovanni XXIII, e va ricordato soprattutto per aver dato il via al progetto e al lavoro dell’«Archivio italiano per la storia della pietà».

Grazie anche alla sua scrittura ispirata, De Luca aveva attribuito una notevole valenza simbolica a Sasso di Castalda. Nella sua rappresentazione la vetta della montagna si trovava sul vertice di una piramide, la cui base era delimitata dai lati di un triangolo, su cui battevano le onde di tre mari diversi: il Tirreno, lo Ionio, l’Adriatico. Sul Tirreno, c’era Elea, la città in cui era nato Parmenide, il fondatore della metafisica (immanenza); sullo Ionio, Metaponto, la città in cui aveva vissuto Pitagora, il fondatore della filosofia religiosa (trascendenza).

E, tuttavia, De Luca aveva taciuto sul terzo tassello, capace di risolvere l’enigma di Sasso di Castalda!

E’ probabile che abbia taciuto volontariamente. De Luca era un uomo dotato di una grande cultura sapienziale. E come spesso accade, i sapienti non mettono per iscritto tutto ciò che sanno, per lasciare al lettore la possibilità e il piacere di svelare ciò che essi hanno volutamente taciuto o nascosto.

In seguito mi sono venute in mente le parole con cui il Francese senza nome mi aveva invitato a mediare fra ciò che sta in alto e ciò che sta in basso. Ho ripensato, inoltre, a Benedetto che voleva rinnovare lo spazio sociale con le pratiche che stazionano nell’atmosfera del dono. Ho rivolto, infine, l’attenzione alle città che sono disseminate sulla costa del Mar Adriatico e, in particolare, alla Terra che mi ha visto nascere. Qui i miei occhi si sono fermati – improvvisamente – sulla città di Bari, che custodisce le reliquie di San Nicola, il santo della carità

 

 

 

 

* Carro a un solo asse piuttosto elegante trainato da un cavallo, generalmente adibito al trasporto di persone. Il termine deriva dal francese «char à banc», che designava il carrozzino utilizzato, per lo più, dai proprietari terrieri per recarsi in campagna a controllare i loro poderi o per fare delle passeggiate con la famiglia.

 

 

 

Overbooking: Felice Piemontese e Renzo Paris

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Nota

di

Salvatore D’Angelo

su:

Felice Piemontese (Il lavoro rende liberi Stampa Alternativa collana Eretica, 2018 pagg.147 € 14,00)

e

Renzo Paris (Bambole e schiavi Elliot collana Scatti, 2018 pagg.185 € 18,50)

 

Raramente capita di leggere in successione due romanzi diversissimi per stile, impostazione e formazione degli autori, eppure simili per sottotesti.

È quanto mi è accaduto con Piemontese e Paris, autori rispettivamente di Il lavoro rende liberi e Bambole e schiavi.

Lo dico subito, due romanzi che catturano e si fanno leggere con interesse. Riporto qui le mie suggestioni, senza nulla dire delle trame per rispetto di chi volesse leggerli.

Stile e struttura de Il lavoro rende liberi sono quelli dell’ informe (relazione): otto capitoli, ciascuno dei quali intessuti di sequenze verbovisuali da discorso libero indiretto, ma in prima persona, che scorre asciutto e senza intoppi ad opera del protagonista, Stefano Rinaldi, cinquantino professore di letteratura alla Sorbona, esperto di Guy Debord, l’autore de La società dello spettacolo, teorico e fondatore dell’Internazionale Situazionista.

Rinaldi, inquieto, precario professore di origini pugliesi trapiantato a Napoli e poi trasferitosi in Francia, vive con disincanto i turbolenti avvenimenti politici parigini, in una sorta di esilio per disadattamento dalla realtà napoletana, avendoci comunque lasciato gli anni migliori della sua vita e alla quale ritorna per subito rifuggirne, dopo un viaggio-confronto con la realtà di parigino d’adozione, a pro di una narrazione che si sviluppa in un futuro quasi presente – siamo infatti nel 2022, nel periodo in cui si stanno svolgendo i due turni delle elezioni presidenziali francesi.

La referenza narrativa è l’apologo politico; contesto, trama e riferimento finzionale sono quelli di Soumission (Sottomissione) di Michel Houellebecq.

Piemontese, da seguace di Guy Debord, teorico del citazionismo dell’arte/nell’arte, ne utilizza ampiamente contesti, trama, personaggio e situazioni per ribaltarne però esiti e punto di vista, mutatis mutandis, in piena coerenza con quanto da lui prodotto come scrittore: penso a Epidemia (1989) romanzo con cui rileggeva/riscriveva La Peste di Albert Camus, riallocandolo a Napoli e nel micromondo radiotelevisivo napoletano dell’O.R.T.I. (Organizzazione Radio Televisione Italiana). Ma penso anche alle prove poetiche di La città di Ys e Il migliore dei mondi.

Il François protagonista di Soumission è anch’egli un (quasi) cinquantino docente universitario, appassionato fino all’ossessione di J.K. Huysmans (1848-1907), autore di Á Rebours, A ritroso (1884), romanzo epocale sulla crisi del vecchio, inerte mondo borghese, paralizzato sulle soglie del Novecento e della definitiva nevrotica industrializzazione; romanzo di un personaggio, Jean Desseintes che osserva controcorrente, a ritroso il flusso di un mondo in cui non si riconosce, ma da cui, in definitiva, non riesce ad isolarsi, accettandone la deriva. Giusto quello che accade – mutatis mutandis anche al François di Soumission e a Stefano Rinaldi, il personaggio del romanzo di Piemontese, ossessionato non da J.K. Huysmans, ma da Guy Debord (1931-1994), artista, pensatore e filosofo postmarxista, controcorrente autore dell’altrettanto epocale saggio de La società dello spettacolo (1967), sorta di must sessantottesco contro la società del danaro e dello spettacolo, cartina di tornasole della crisi del mondo post-industriale e dell’Occidente, i cui tratti sono nella spettacolarizzazione parossistica di ogni piega della vita quotidiana, sia nel micro che nel macro sociale. Toh, proprio l’epoca che c’investe in pieno, al tempo di facebook, di twitter, della società liquida e dei non luoghi. Un quadro di fondo, umano e sociale, che ritroviamo pari pari sia nel romanzo di Piemontese che in quello di Paris.

A leggere tra le pieghe del romanzo di Houellebecq e di Piemontese, referenze e sottili legami teorici non stanno solo nel riferimento letterario dei due protagonisti (Huysmans, Debord) ma anche in molto altro, che lascio individuare alla curiosità degli appassionati e/o dei potenziali lettori.

Direte, e Paris? E il suo romanzo, Bambole e schiavi? Che c’entra con Piemontese, esponente dell’avanguardia, seguace di Debord e delle sue rivoluzionarie teorie, sull’uso e riuso dell’arte in senso citazionista e in direzione ostinata e contraria alla classicità e alla tradizione, dal momento che Renzo Paris non è stato di sicuro un appassionato dell’avanguardia e del Gruppo 63?

C’entra, c’entra. Anche se l’apparenza di Bambole e schiavi direbbe di no.

Qui abbiamo tutt’altra trama, struttura e stile rispetto al romanzo di Piemontese. Trenta capitoli con intestazione illustrativa del contenuto, alla maniera del grande romanzo francese ed europeo del settecento; trenta capitoli serrati che contengono due romanzi e due narratori, giustapposti e/o intrecciati in maniera dialettica.

I personaggi principali sono Francesco Cosini (cognomen omen, come vedremo), attempato scrittore in visita alla casa di Freud a Vienna, nel cui aeroporto incontra Dana, ventenne e bella ragazza di un villaggio dei Carpazi rumeni, in fuga da Berlino e da  un misterioso delitto che avrebbe commesso e diretta a Roma. Ingredienti adatti a sviluppare una trama in cui vengono ibridati generi e stili, in ispecie il noir e il romanzo dell’eroina settecentesca alla Moll Flanders, ma anche il romanzo psicologico del Novecento europeo ed italiano via Joyce, Svevo e Moravia, con tocchi di classicità internazionale alla Philip Roth e Yasunari Kawabata (1899 -1972), giapponese autore de La casa delle belle addormentate (1962) pubblicato in Italia nel 1972 , premio Nobel per la letteratura nel 1968 ( appuntatevi l’anno), romanzo da cui Paris attinge, riportando lunghe citazioni che fanno da motivo conduttore dialettico e tematico in Bambole e schiavi .

Infatti siamo, col romanzo di Paris, alla dura e disincantata analisi di un tema ricorrente in letteratura: la vecchiaia, il decadimento, il desiderio senza desiderio.

Le epigrafi d’apertura, dànno subito la chiave al potenziale lettore:

Lasso! Che bramo ancor, che più voglio

Se nulla cosa da voler mi resta

E son, senza disio, pien di disio?

(Ludovico Ariosto)

 

La donna a me non piaceva intera…ma a pezzi

(Italo Svevo)

 

Non ci si mette l’animo in pace, mai

Per vecchio che uno sia.

(Philip Roth)

 

Il suo personaggio, l’attempato Francesco Cosini – scrittore, tre mogli e svariate amanti, alle prese con la giovane Elsina, che lo irretisce in una relazione estenuata, fatta di cupo, triste sesso sado-maso – ha lo stesso cognome di Zeno Cosini, il personaggio de La coscienza di Zeno, per non dire di Svevo come autore di Senilità. Francesco è ossessionato dal sesso: “Il sesso è la mia tragedia. Bambole e schiavi!” riferisce in un grido. E’ lui che narra in prima persona ed è lui che ci riporta le citazioni tratte da La casa delle belle addormentate di Kawabata, l’altro punto di riferimento letterario.

Paris ha già trattato il tema della vecchiaia, il tema dell’esser “senza disio, pien di disio” ne Il mattino di domani, volume di poesie uscito appena nel giugno del 2017, che ha preceduto di poco Bambole e schiavi; libri legati da uno stretto rapporto di filiazione, in quanto a temi. Nel primo c’è il riflettere del settantino Paris in quanto tale, attraverso la voce poetica, sulla vita personale nel corso della senilità, nel momento in cui la vive: ne vien fuori un ritratto in chiaro, organizzato strutturalmente nel ciclo delle stagioni, ma temi quadro di fondo e alcuni personaggi del reale sono, a ben vedere, gli stessi di quelli fittizi di Bambole e schiavi: una Roma decadente e decaduta, le strade frequentate dai colorati fantasmi delle etnie, la stazione Termini come una riva, sorta di Gange in cui si bagnano e/o approdano gruppi umani in cerca di salvezza, in fuga da mondi di fame, miseria e dannazione, fantasmi ai margini di un banchetto pullulante di accidiosi, sazi, disperati, assediati internamente da ben altre paure e fantasmi, in preda allo sradicamento, all’informe blob del presente fatto di luci e merci ormai asfittici. Su questo sfondo, che è anche europeo, si muovono, in flashes raccapriccianti, le ombre terribili e inquietanti dei terroristi islamisti, nuovi barbari le cui azioni e linguaggi violenti appaiono sempre più insensati, paralizzanti. En passant, questo è il medesimo sfondo che ritrovate ne Il lavoro rende liberi di Piemontese.

 Nel quadro ritroviamo Dana la Moldava, “…silenziosa, / anoressica, non guarda mai negli occhi/le persone, si difende/dai giovanotti/ russi che vorrebbero condurla/ a battere in via Palmiro Togliatti./ E’ di religione ortodossa. Vive/ con dieci euro a settimana bevendo latte. /Ti ho rivista con il tuo giubbetto bianco/ dietro i finestrini di un autobus. / Ho rincorso inutilmente il tuo sorriso/ ironico, meravigliata delle mie attenzioni. / E io sono ancora qui a ricordare/ quel tuo improvviso ridere brutale”(Il mattino di domani, pag.47).

Ecco un fantasma del reale che in Bambole e schiavi diviene la giovane co-protagonista e co-narratrice. Ecco, nelle terzine, il nucleo di uno dei due romanzi che formano il romanzo unitario di Bambole e schiavi, ecco il romanzo di Dana la Moldava, narrato in prima persona grazie a Francesco che ne registra, a pagamento, la storia e che noi possiamo leggere in presa diretta.

Dicevo del desiderio senza desiderio, della senilità e dell’ombra della morte. “(…) Il desiderio/ si accontenta di guardare la vita/ degli altri, nelle mie passeggiate/affollate di ricordi spuntano/guance arrossate, occhi complici, /svogliati. E quando la luce/ridiventa chiara, autunnale, / il desiderio grida tutto il suo dolore. / (Il mattino di domani pag. 88)

 “(…) Non mi piace/marcire in una nicchia per trent’anni/sfamando gli insetti voraci. Mi chiedo/ come ho fatto a credere nella vita, /perché ho amato la consolazione/della scrittura. Il corpo detta legge, /vuole essere nutrito, protetto, vuole fare/l’amore finché dura. Anche lo spirito/non dura. Fuggo come posso la pira/che giunge. Ricorda che anch’io non sono più chi ero. O luce della vita, /lascia che abbiano fine le mie canzoni. / (Il mattino di domani pag. 107)

 Tutto ciò confluisce in Bambole e schiavi, ma trasfuso in un ritratto in nero, per una struttura fatta di due romanzi, due protagonisti, due voci e due punti di vista. Lo sdoppiamento reiterato serve da filtro, come a mettere distanza tra l’autore e una materia e dei personaggi duri, orribili nel loro disfacimento e negatività. Ma è anche un procedimento per osservare, a contrappunto, i lati in ombra della vecchiaia, del decadimento del corpo e della vita, attraverso personaggi quali l’Architetto e l’avvocato Surace, con quest’ultimo che richiama il pittore Balestrieri, de La noia, uno dei romanzi più noti di Alberto Moravia, ma un Balestrieri decrepito, impotente e tuttavia psicologicamente vorace; entrambi condividono lo stesso destino finale per mano, pardon, per il corpo, è il caso di dire, di Cecilia ne La noia e di Dana in Bambole e schiavi.

E Kawabata, che c’entra Kawabata?

C’entra e come. Eguchi Yoshio, il protagonista di La casa delle belle addormentate è un sessantasettenne che si reca in una casa di piacere frequentata da vecchi senza più desiderio che pagano per coricarsi con giovanissime donne, senza tuttavia avere rapporti completi con loro. Dunque lo stesso tema della vecchiezza e della decadenza, del desiderio senza pulsione fisica; Kawabata, inoltre, è un raffinato scrittore che ha scandagliato in profondità le regioni della coscienza in cui si incontrano sesso e pulsione di morte, gioventù e vecchiaia, leggerezza e decadenza, vita e morte. Paris nel suo romanzo lo utilizza come termine di paragone alto, rispetto alla materia terribilmente negativa che sta rappresentando.

E Piemontese? E il suo Stefano Rinaldi de Il lavoro rende liberi? Che c’entrano con questi temi?

Anche qui, a leggere bene tra le righe della diversità di stili, generi e temi, c’è la sottile linea rossa della decadenza e della vecchiaia.

Nel romanzo di Piemontese autore e personaggio, sul tema, sono in rapporto dialettico, s’interrogano e si scandagliano l’uno attraverso l’altro. Ricorre spesso, nel flusso di coscienza del personaggio di Piemontese, il tema della solitudine, della vecchiaia e del decadimento, dall’inizio alla fine, in un crescendo che non è casuale ed è emblematico del significante ipertestuale, come si direbbe in termini specialistici.

“Tutto sta per finire, pensavo, presto ci sarebbero stati i primi segnali di marasma o di demenza, il venir meno delle funzioni vitali, insomma quello che il mio amico Spinelli definiva sprofondamento” considera Rinaldi, nel finale, in uno dei suoi abituali flussi di pensieri. E va qui detto che Spinelli, caro amico cumano che Rinaldi rivede nel breve viaggio di ritorno a Napoli, si suicida lasciandogli una lettera da cui emerge la disperazione e la solitudine, la caduta delle illusioni e il senso ineluttabile della fine.

Ripeto, quello che più colpisce, nei romanzi di Piemontese e Paris, al di là della psicologia dei protagonisti, entrambi vili, inetti, sostanzialmente conformisti, è un sentimento pervasivo di un mondo confuso, in disfacimento, un diffuso senso di vampirismo autistico e di caduta che tocca in profondità il tessuto sociale, la sua coesione.

A ben vedere, poi, sia Piemontese (1942) che Paris (1944), due settantini, imbevuti di Sessantotto da sponde letterarie diverse, sono accomunati dall’amore per la Francia, la sua cultura e letteratura (Corbière, Mallarmé, Apollinaire, Breton, Debord, l’école du regard e il romanzo sperimentale); l’uno ha eletto Parigi a sua seconda patria, risiedendovi per lunghi tratti dell’anno, l’altro per anni docente di letteratura francese all’Università di Salerno prima e di Viterbo poi.

Il 1968, inoltre, è l’anno in cui Yasunari Kawabata, riceve, primo giapponese, il premio Nobel per la letteratura. Anno fatidico per i due romanzieri di cui tratto. Il primo, sull’onda e nell’humus di quel periodo, buttandosi a capofitto nelle prove di romanzo sperimentale e dei saggi di rottura rispetto alla tradizione letteraria, il secondo, cantore del fallimento degli ideali di quell’epoca con Cani sciolti, diventato un classico. Insomma, tutto si tiene.

Ma qual è, nelle mie suggestioni di lettura, il significante ipertestuale che accomuna il romanzo di Piemontese e quello di Paris?

È l’affresco di un mondo in crisi, la decadenza inarrestabile di una civiltà (quella occidentale) che ha perso la spinta propulsiva. La vecchiaia dei personaggi, vissuta o paventata, come metafora della vecchiaia di un mondo, di un sistema ormai senza grandi coordinate, i cui valori sono come svuotati, un mondo che si trascina vampirizzando coloro che vi affluiscono, quelli che sono comunque esclusi e mai ammessi alla mensa del ricco epulone (il capitalismo), come si inferisce attraverso Dana, la co-protagonista di Bambole e schiavi e come si legge in trasparenza nel suicidio di Spinelli e nel conformistico accomodamento di Rinaldi, il protagonista di Il lavoro rende liberi.

A ben vedere, pur da sponde di stile e formazione diverse, Piemontese e Paris, sembrano suggerirmi un affresco in nero di un mondo confuso, aggrappato alle sue evanescenti certezze, roso dal cinismo, pronto a vampirizzare, divorare, masticare e sputare via popoli e persone in fuga dalla desertificazione: gli uni da quella geoeconomica, gli altri, abitanti della vecchia Europa/Occidente, da quella interiore.

 Sicché le convulsioni, la confusione politica e morale, la violenza parigina e francese dell’apologo di Piemontese, con gli esiti ribaltati rispetto a quello di Soumission di Houellebecq, il vile scivolamento del protagonista verso l’ineluttabile sottomissione ai nuovi vampiri del potere; lo sprofondamento dei Surace e dell’architetto, dello stesso Francesco assoggettato al gioco perverso di Elsina di Bambole e schiavi, emblemi di relazioni umane e sessuali segnate dalla violenza del potere, per quanto psicologico o economico e personale, e dalla sopraffazione, altro non sono che emblemi della vecchiezza di un mondo al capolinea, o quanto meno a un capolinea epocale, sullo sfondo del crollo delle grandi narrazioni ideologiche.

Il Rinaldi de Il lavoro rende liberi, aggirantesi col suo carrello per il centro commerciale (non luogo per antonomasia), contento di quel piccolo piacere di fronte alla gravità del disastro, che cinicamente/ciecamente riflette “ma mi piaceva l’idea che forse, col passar del tempo, avrei avuto almeno qualcosa da rimpiangere”, mentre la voce autoriale, qui e là nel romanzo, mimeticamente commenta, ora attraverso una quartina di Franco Cavallo, lasciata nello scritto del personaggio Spinelli – non c’è dunque un futuro,/non c’è rimasto più niente,/ solo un brusio che si spegne,/solo qualcuno che si pente- ora attraverso il flusso dei pensieri dell’ormai anestetizzato professore Rinaldi “Forse, come aveva detto qualcuno, Shakespeare credo, se il mondo significa qualcosa, è che non significa niente, tranne che esiste. E si tratta di farlo continuare ad esistere”.

 C’è poco spazio per l’ottimismo consolatorio, com’è giusto. Forse solo Dana e la sua amica, quintessenze dell’ingenuità, le cui violenze e corruzioni umane subite, la cui estraneità a una qualsiasi forma di consapevolezza intellettualistica di sé che non sia la pura vitalità di sopravvivere sempre e comunque al male, pur di tornare al proprio villaggio, in fuga dagli orrori del mondo ricco, dopo essere state in fuga da quelli del mondo povero, lasciano spazio a un barlume di speranza nel futuro.

Forse nel ribaltamento dell’esito dell’apologo di Soumission operato da Piemontese in Il lavoro rende liberi, proposto all’intelligenza del lettore, perché consideri con lucida amarezza “gli eterni ritorni” del “fascismo strutturale” insito nelle forme del potere, sta quel minimo di luce, Dal limite estremo e Sotto gli occhi dell’Occidente, postindustriale e finanziarizzato, cento e più anni dopo i romanzi di Conrad, l’altro grande apolide della letteratura decadente tra Otto e Novecento.

 E Huysmans di Á rebours, l’ossessione dell’intellettuale François di Soumission? Che c’entrano? Á rebours, a ben vedere, è il romanzo chiave della letteratura francese di fine ottocento: segna il vero e proprio inizio del decadentismo, la linea di confine con il romanzo naturalista e l’apertura al Novecento letterario.

Ecco, Huysmans, Joyce, Svevo, Conrad, Kawabata, Moravia, Roth, Debord, Paris, Piemontese, autori diversi tra loro, eppure, fatte le debite proporzioni e detto delle differenze di scuola e di stili, mi sembrano tutti uniti dalla sottile linea rossa della letteratura di tipo decadente o neodecadente, chi per vie classiche, chi per vie sperimentali. Tutto si tiene, alla fine.

Potenza e forza della letteratura. Pardon, potenza e forza delle sue suggestioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ultima notte di Antonio Canova

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di Edoardo Zambelli

 

Gabriele Dadati, L’ultima notte di Antonio Canova, Baldini + Castoldi, 2018, 341 pagine

Pur nella gravità del momento – una prima visita a un uomo in cui il male aveva operato con tanta tenacia – il medico sentì risalire per il tramite del braccio uno stupore non scientifico, ma piuttosto mondano, da chiacchiericcio: possibile che un lavoratore del marmo, che per tanti anni aveva trattato quella materia, abitasse dentro un corpo così snello? Dov’erano i muscoli che si sarebbero dovuti naturalmente sviluppare?

Antonio Canova, il più grande artista del suo tempo, sta morendo. Su questa immagine – il corpo di Canova ormai esausto, prossimo alla fine – si apre L’ultima notte di Antonio Canova, nuovo romanzo di Gabriele Dadati. Al suo capezzale c’è il fratellastro, Giovanni Battista Sartori, e proprio a lui Canova affiderà le sue ultime parole, i suoi ultimi ricordi e l’ultima confessione.

Rigorosamente scandito dalle didascalie che collocano tempo e spazio dell’azione, il racconto inizia il 10 Ottobre 1822 a Venezia e si conclude – sempre a Venezia – il 13 Ottobre 1822. Tra queste due date se ne rincorrono altre, precedenti di pochi anni, e in quelle si nasconde il cuore del romanzo.

Credo sia utile a questo punto segnalare che il titolo del libro rappresenta quasi un inganno, ma un inganno, se così posso dire, positivo. Mi spiego: se da un lato è vero che si parla di Canova e delle sue ultime ore di vita, dall’altro è anche vero che il libro racconta molto di più, e anzi trova il suo centro in vicende di cui Canova è più spettatore che attore.

Dalla Venezia del 1822 infatti si scende – e dico “scende” perché ho avuto l’impressione, leggendo, che il libro sia stato costruito come un’immersione – fino al 1810, nella Francia di Napoleone, periodo in cui Canova fu chiamato a corte per realizzare il ritratto della nuova regina, Maria Luisa d’Austria. E qui succede qualcosa che anni dopo, sul letto di morte, Canova avvertirà ancora come una colpa, una colpa che andrà cercata proprio nel rapporto che lo scultore instaura con la giovane regina all’ombra del grande imperatore.

C’era, nella narrazione del dolore, se non proprio un’allegrezza, almeno un brio. Canova si trovava a credere che questo fosse salvifico e spaventoso allo stesso tempo. Che non si potesse confidare in altro per salvarsi dalla persecuzione dei ricordi, dal progressivo sprofondamento negli incubi. Lo sapeva per certo, e da molto tempo. Ma che in questa pratica ci fosse, come dirlo?, un certo piacere, sì, un piacere della narrazione, del privilegio di essere stati non testimoni ma vittime del massacro, questo suscitava in lui un brivido che gli percorreva per il lungo la schiena.

Hanno del sorprendente la facilità e la grazia – mai parola fu adatta come in questo caso – con cui Dadati porta il lettore avanti e indietro nel tempo, senza mai fargli avvertire fatica o confusione, dipanando con calma – e un pizzico di suspense – gli avvenimenti passati, mostrandone gli effetti nel presente, e portando così il lettore ad avvertire lo stesso senso di pace che pian piano Canova trova nella sua confessione.

Nelle pagine del libro il grande scultore – e con lui l’autore – riflette sull’eredità di un’intera vita dedicata all’arte. Cosa resterà dell’uomo Antonio Canova alla sua morte? La risposta il lettore la troverà nello struggente finale, in un sogno che riporta Canova ad una giovinezza impossibile, in compagnia di una donna amata, per ammirare il lascito di un uomo che non solo ha passato una vita a fare arte, ma anche ad amare l’arte.

«E questi, tutti questi…» disse lui, ma si interruppe. Aveva infatti deciso di abbracciarla. E durante quell’abbraccio di baciarla, cosa che lei gli permise e anzi ricambiò. Fu un bacio lungo, poi ne vennero altri. Alla fine si sciolsero. Lei lo incoraggiò: «E questi?» «Questi», riprese lui, che ancora una volta le teneva la mano, mentre con l’altra indicava attorno, «tutti questi sono figli. Figli che staranno al mondo per sempre. Sono sorti dalla pietra, ma non per questo sono soltanto pietra.»

L’ultima notte di Antonio Canova è un romanzo storico che “abita” la Storia, non la ricostruisce, è fatto di personaggi che vi si muovono dentro semplicemente stando nel proprio tempo. Scritto con una lingua sempre chiara, perfettamente aderente alla materia narrata, conferma Gabriele Dadati come un bravissimo scrittore e un bravissimo narratore – e non sempre le due cose coincidono.

Verso uno spazio antilirico della lirica

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di Fabrizio Maria Spinelli

 

Nonostante la ricchezza e la varietà delle voci che costituiscono l’orizzonte proteiforme della poesia degli ultimi cento anni, pare ancora non del tutto tramontato uno dei miti più duraturi della modernità letteraria: che tutta la poesia sia da considerare poesia lirica e che la lirica sia, sostanzialmente, liricità, un’accezione tonale più che un genere letterario.

A fondamento di tale mito convergono numerose ricostruzioni storiche dello scorso secolo, dal libro di Marcel Raymond, Da Baudelaire al surrealismo, a La struttura della lirica moderna di Hugo Friedrich, passando per il primo Anceschi (Autonomia ed eteronomia dell’arte), Béguin (L’anima romantica e il sogno), Benn (Probleme der Lirik) etc.

Inutile dire che gran parte della produzione poetica del XX secolo (soprattutto a partire dalla conclusione del secondo conflitto mondiale) si sia sviluppata in senso opposto a questa traiettoria egemonica, secondo una linea oggettiva e antilirica (quanto mai paradigmatico è il rovesciamento prospettico anceschiaco che si registra a partire dalla pubblicazione di Poetica americana).

Civitavecchia non è solo un porto di mare

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Tutto quel che siamo si racchiude qui, in un sasso muto, una pietra di montagna calpestata da millenni, erosa dall’acqua piovana. Adesso, dove tutto è ricordo, ci risvegliamo alla periferia di un enorme città fotografata in negativo: le pareti nere, nero il pulviscolo della polvere accecato dai raggi che filtrano dalle pareti, bianca nitida l’ombra delle cose.

Siamo stanchi, il mondo  caduto in cui non ci ritroviamo continua a sanguinare, a darsi la caccia e non sono streghe: dall’alto, un uccello necrofago si getta a capofitto sui cadaveri dei bambini – e noi ce ne stiamo lì, fermi, non guardiamo nemmeno all’orizzonte, riusciamo solo a respirare, muoviamo le braccia come fossimo in un lago o forse in una piscina coperta dal vetro, da cui nessuno può sentirci.

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A Civitavecchia il sole era limpido e le lumache d’acqua continuavano a danzare sul porto. Un pescatore di molluschi mi si è avvicinato : “ti stai chiedendo cosa sono, vero?”

“sì” “non lo so il nome, sono però una scocciatura, e non vanno mangiate. Sembrano pipistrelli, non trovi?”

Non lo trovavo. Mi sembravano all’opposto delle creature meravigliose, venute dallo spazio infinito, cadute per meteora, cadute a caso, nell’anfiteatro di questa zona costiera. Mi sono alzata, ho rimesso il cappello, e sono sparita.

Non ho più notizie del pescatore da quando sono arrivata, l’ho solo intravisto un giorno, mentre le statue nelle vie si muovevano, contorcendo arti e volti in una massa multiforme e allucinata. Civitavecchia ha statue umane : un bacio sulla riva, il marinaio e la sua donna, una madonnina che ha perso sangue quattordici volte, un padre pio alla rotatoria maggiore. Appena prima del crepuscolo si animano, cominciano a vorticare separandosi dalla loro inquadratura statica. Passeggiare, a quell’ora, è terrificante. Centinaia di corpi grigioperla si muovono per le vie, escono dagli occhi e inondano le bocche : fa paura, molto più paura delle lumache d’acqua

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Il 26 dicembre, quando una mano si è allungata verso il mio petto, mentre le gambe correvano sulle punte come si fa sui davanzali, nuovamente, sono sparita.

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Ancora, in questa zona cava e remota in cui ci siamo intrufolati per passarci cosa che non sia cosa, sotto il vetro infrangibile che ci fa da tetto, il mondo tutto è rimasto in silenzio. Arrivano i secondini alle calcagna, si muovono penzolando l’arma di cui sono fatti – perché non c’è arma che si porta ma arma di cui si è costruiti, che rende la sola parola una mina o una minaccia.

Gli uccelli predatori, i lupi, gli orsi e gli avvoltoi hanno smesso di cibarsi delle carni minori. Ecco che allora  inizia lo sguardo : un vuoto è il pieno di cui siamo fatti quando ci dichiariamo umani.

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Passeggiare per la strada del pesce portava in seno qualcosa di stupefacente. Le casse scoperchiate, l’odore pungente emanato dal mare racchiuso nelle conchiglie, il male dentro il male, e poi i sorrisi accecati dei pescivendoli, con le maglie a righe e il grembiule sporco di sangue. Passeggiare per quella strada era come entrare in acquario, diventare un mollusco, o un’alga riccia ancora appicicata al resto del mondo.

Ero affacciata sul Tirreno. I giovani si baciavano e giocavano a calcio balilla sotto i tendoni, il vento si aggrappvaa alle palme della marina, le faceva muovere come fossero ali d’angelo o di farfalla – e mentre noi ci dedicavamo all’ultimo bicchiere prima di preparare il letto, programmare la sveglia, azionare la macchina del caffè, le poche anime che ancora restavano prima dell’animazione delle statue, si distraevano per un gruppo di omini neri che avanzavano con gli occhi bendati.
Civitavecchia non è solo un porto di mare.

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Tutte le cose accadute si prestano a un nuovo parlato, una lingua che non ci abita ma che decidiamo di abitare. Fare a patti con l’oscuro è una posizione di congedo : vedere e poi allontanarsi, piegare il buio in un cassetto, fare il movimento degli astri quando le stelle sono già cadute decine di milioni di anni fa e noi le vediamo solo adesso. All’alba del mondo nuovo non ci siamo travestiti da burattini, abbiamo piuttosto tolto la pelle vecchia per ricominciare in silenzio.

Avere una mina al posto degli occhi significa : saper far esplodere il primo senso, prepararne un secondo.

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Il piccolo uomo antico si trasportava con le sacche sul naviglio, si è messo in posa per una fotografia in bianco e nero, si è guardato, ha sorriso, ha detto “fallo ancora”. Ci siamo congedati con un pacchetto di sigarette e due birre chiare mentre il sole precipitava nel mare. Lo chiamavano Marietto, il matto di Civitavecchia.

Sono rientrata nella casa dalle pareti rosa per appendere un quadro alla parete sinistra, vicino ai fili di una lei che ha cucito volti e occhi e bocche e corpi senza piedi. La vera riconoscenza era parlarsi fino all’alba standocene in ammollo sul terrazzo, quando una nave passava e tu dicevi: “La vedi?” No. Dunque sei cieca. Sì, rispondevo: sono arrivata qui perché ho smesso di vedere.

Civitavecchia aveva un umore giallo e uno ambrato, le strade affollate delle statue diventavano un ricordo. Bevevamo vino rosso mentre attorno, tutto attorno, la pietra miliare si era posata sulle nostre teste, e la città piangeva.

Non avevo mai riso così tanto.

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Sentiamo sottopelle una grossa tumefazione, sono piccole sacche di dolore che ci è concesso di vedere per poterle togliere di mezzo, estrarle con la punta di un coltellino. Non siamo già stati, siamo ancora nel sempre stato, in ciò che fa dei resti la conoscenza martoriata di un presente da cui vogliamo sottrarci. Gli esseri umani hanno tutti un foro da cui entrano ed escono altri esseri umani, collocato appena sotto la nuca, dove nessuno può essere scoperto : esserci non è mai servito se non per dire : finiamo. E noi finiamo, come il fiore sfinisce nella sua corolla.

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Poi abbiamo dato l’avvio ai baci, alle lingue del nostro sapere, ci siamo accatastati all’interno di una tenda, o forse una pelliccia, ci siamo scoperti gli umori, scoperchiati le pelli. Eravamo tutto con la stellata, giorno o notte, notte e giorno a scambiarci umori e lacrime e risate. Di questo tutto resta un resto, un nucleo rosso centrale che fa uno con l’universo.
La città si era calmata sotto le nostre intemperie, e noi la guardavamo dall’alto : l’acqua, i fusibili, la noia. C’eravamo detti che i per sempre non avevano ragioni d’esserci, e la città lo confermava. Ho preso un biglietto di ritorno, l’ho scambiato con l’andata.

Rivedere Manhattan all’epoca del #metoo

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di Alberto Brodesco

Nel pieno dello scandalo Weinstein/#metoo, su Paris Review è apparso un importante articolo, intitolato “What Do We Do with the Art of Monstrous Men?” (www.theparisreview.org/blog/2017/11/20/art-monstrous-men), che chiama in causa Woody Allen, uno degli artisti attualmente sotto processo mediale. Claire Dederer, l’autrice, non si concentra troppo sulle accuse al regista, ma ragiona su come esse possano cambiare la nostra percezione delle sue opere. Dederer, una fan del regista newyorkese, parla in particolare del senso di fastidio o tradimento che ormai pregiudica la sua visione di Manhattan, ora che sappiamo cose sull’uomo che condizionano il ragionamento sull’artista. Ma non si tratta solo di questo: in Manhattan vediamo un regista con la passione per donne molto più giovani mettere in scena la storia di un uomo di 42 anni (Isaac, interpretato da Allen stesso) che ha una relazione con una diciassettenne, Tracy (Mariel Hemingway). Questa sorta di mise en abyme spingerebbe, persino al di là della volontà dello spettatore, a una lettura morale (o moralista) del film.

Il tema del giudizio sull’opera attraverso un giudizio sull’artista è stato in questi mesi abbondantemente affrontato e ripreso – ad esempio, proprio a commento dell’articolo di Paris Review, dalla voce autorevole di Jonathan Franzen. Si può affrontare la questione accennando all’ennesimo fallimento divulgativo della teoria della letteratura o della teoria del cinema (dalla “morte dell’autore”, alla “funzione autore”, alla “storia del cinema senza nomi”), incapaci di rendere scontate nozioni come quella dell’autonomia dei testi. O forse basterebbe solo dire che l’interpretazione di un’opera d’arte non può essere ridotta agli elementi più scontati, evidenti o ingombranti della trama.

Oltre all’uomo maturo che frequenta una ragazzina, nel film di Allen ci sono altre cinque coppie degne di attenzione: la coppia di amici sposati di Isaac, Yale (Michael Murphy) e Emily (Anne Byrne); la coppia di amanti – lo stesso Yale e Mary (Diane Keaton); la coppia Mary ed ex marito, Jeremiah (Wallace Shawn); la coppia lesbica costituita dall’ex-moglie di Isaac, Jill (Meryl Streep), e la sua nuova compagna Connie (Karen Ludwig); e infine la coppia Allen-Keaton, Isaac e Mary, costituita quando i due si liberano (provvisoriamente?) dalle relazioni in cui si trovavano a inizio film. La tipologia è quindi abbastanza diversificata: abbiamo coppie interstiziali, squilibrate, sposate, clandestine, divorziate, omosessuali.

Anche solo rimanendo concentrati su questo primo livello di lettura, esplicito, per parlare della trama bisogna tener conto di tutte queste relazioni. Il ragionamento sui personaggi, una volta iniziato, va portato avanti fino in fondo, in modo da poter vedere cosa il testo ci dice davvero. Uno sguardo appena meno superficiale sposta subito l’attenzione sul personaggio interpretato da Diane Keaton, che emerge in tutta la sua forza narrativa come il vero grande centro di gravità del film. È attorno a lei che ruotano tutti i personaggi di Manhattan. Anche se al primo incontro Mary appare insopportabile ad Isaac per la sicumera con cui liquida alcuni dei suoi idoli intellettuali (persino Bergman), è proprio questo eccesso (di confidenza? di spavalderia? di sfacciataggine? di coraggio? di intelligenza? di vita?) che la rende un personaggio dal fascino fatale, praticamente un sinonimo di libertà. Mary vede il mondo a modo suo. Prima parla ad Isaac del suo ex marito esaltandolo come un epico amatore; ma poi, quando Isaac e Mary lo incontrano in un negozio, l’uomo si rivela nelle sue apparenze fisiche di omettino, stretto e compito nel ruolo di accademico. “It’s amazing how subjective all that stuff is”, commenta Isaac.

Soggettività” vuol certo dire punto di vista, gusto, necessaria parzialità della visione, ma anche smarrimento soggettivo. E il film si spinge oltre, suggerendo che si tratti anche di perdita del soggetto nelle relazioni. I giochi di incastro fra coppie provocano un senso di spaesamento identitario. Dove si riposiziona, anche fisicamente, l’io nell’incontro con l’altro/a? Case private, ristoranti, bar, traslochi, il museo, il parco, il planetario: il quartiere di Manhattan, spazio per perdersi e ritrovarsi, è popolato da gente spostata dall’amore.

Il confronto tra oggettività e soggettività della percezione quando si tratta di analizzare (o persino giudicare) dei comportamenti d’amore è dunque uno dei temi portanti di Manhattan. Cosa sappiamo davvero, ad esempio, di quella corsa finale di Isaac verso la casa di Tracy, dopo esser stato lasciato da Mary, dopo aver pensato che il viso della ragazzina è una delle “ragioni per cui vale la pena vivere”? L’inutile pentimento di un pavido? La riscossa di un innamorato? Lo sfogo di un frustrato? La manifestazione fisica di un disagio interiore? La ricchezza dello spettro interpretativo ammette ma al contempo svilisce le letture più grossolane della trama. La forza di un film come Manhattan sta nel resistere alle semplificazioni, nell’inquietudine comica e grigia che trasmette mentre ci ritroviamo a specchiarci nella coscienza di un personaggio.

Quando la letteratura vampirizza i padri

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di Antonella Falco

Il 1816 passò alla storia come “l’anno senza estate”. Infatti gravi anomalie del clima – provocate da un insieme di concause quali imponenti eruzioni vulcaniche che immisero nell’atmosfera, di fatto raffreddandola, ingenti quantità di cenere, fenomeni astronomici come il “minimo di Dalton” (un periodo di bassa attività solare) e la “piccola era glaciale” che dalla metà del XIV alla metà del XIX secolo produsse un brusco abbassamento della temperatura media terrestre – determinarono in Europa del Nord, ma anche in Canada e Stati Uniti d’America, grandi tempeste di neve, piogge torrenziali e inondazioni che si protrassero fino ai mesi estivi, distruggendo i raccolti e determinando carestie e incremento dei prezzi.

La situazione si rivelò essere particolarmente critica in Svizzera. Proprio qui, in una villa sulle sponde del lago di Ginevra, si trovò a soggiornare il poeta inglese George Gordon Byron, che vi giunse nel maggio del 1816 dopo aver definitivamente lasciato l’Inghilterra a causa dei molti debiti ereditati da un prozio e dagli scandali relativi al suo divorzio da Anne Isabella Milbanke e al rapporto incestuoso con la sorellastra Augusta, dalla quale nel 1814 aveva anche avuto una figlia, Medora.

Byron soggiornò nel villaggio di Cologny, prendendo dimora a Villa Diodati, insieme al suo medico personale John William Polidori; in una villa non molto distante, a Montalègre, soggiornarono Percy Bysshe Shelley e la sua futura moglie Mary Godwin Wollstonecraft, insieme alla sorellastra di lei, Claire Clairmont, con cui Byron aveva avuto una relazione a Londra e che riprese a frequentare in Svizzera.

Il piccolo cenacolo di intellettuali era solito trascorrere molto tempo insieme e fu proprio durante uno di questi protratti soggiorni nella villa di Byron – a causa della pioggia incessante rimasero chiusi in casa per tre giorni – che il gruppo si diede alla lettura di storie fantastiche, fra le quali figurano quelle contenute in una antologia nota col titolo di Fantasmagoriana. Era questa una raccolta di storie di fantasmi tedesca tradotta in lingua francese da Jean-Baptiste Benoît Eriès e pubblicata nel 1812.

Com’è noto queste letture ispirarono la composizione di due classici, capostipiti del genere gotico: Frankenstein, o il moderno Prometeo di Mary Shelley e Il vampiro di John William Polidori. Frankenstein venne pubblicato per la prima volta nel 1818; quest’anno, dunque, ne ricorre il duecentesimo anniversario. Nel corso di questi due secoli l’influenza che l’opera della Shelley ha esercitato in ambito letterario e cinematografico e sull’immaginario collettivo in generale è stata di notevole portata. Per la prima volta ci si trovò di fronte ad un mostro dotato di facoltà speculative: in questo essere abominevole l’orrido si fondeva al sublime. Ancora oggi il mito di Frankenstein non cessa di interrogarci, spingendoci a riflettere sui limiti della conoscenza e sull’eticità di taluni progressi scientifici e non smette di ispirare artisti e scrittori. Uno degli ultimi proseliti è un racconto di Michele Mari intitolato Villa Diodati e contenuto in Fantasmagoria, raccolta di racconti pubblicata nel 2012.

Il racconto è incentrato su una immaginaria conversazione tra John William Polidori e Mary Wollstonecraft, svoltasi “la sera dopo la conclusione del certame” e racconta la genesi delle opere dei due autori da un’angolazione a dir poco insolita: Polidori e la futura signora Shelley avrebbero immaginato ben poco, traendo invece ispirazione dalla realtà a loro più vicina, ossia la vera natura di lord Byron e di Percy Bysshe Shelley. Il primo sarebbe stato l’insospettabile dissanguatore di innocenti fanciulle, il secondo un essere tenuto insieme da punti di sutura e bulloni.

Un’affermazione che Mari mette in bocca a Polidori risulta particolarmente interessante: “d’altronde tutti i veri artisti succhiano la vita degli altri, da questo punto di vista il mio personaggio è una metafora del processo creativo”; lo stesso concetto, più volte teorizzato dall’autore milanese, trova una chiara formulazione anche in un testo critico contenuto ne I demoni e la pasta sfoglia. Si tratta del capitolo intitolato Letteratura come vampirismo: tra colui che narra e il contesto circostante esisterebbe una relazione “di tipo vampiresco”, lo scrittore ‘sugge’ dalla realtà le storie che racconta, trasfigurandole. Secondo Mari “esistono diversi gradi di vampirismo letterario, dal più semplice, consistente nell’appropriazione di bocconi mondani ma non nella loro digestione, fino al più mediato, paragonabile per forza trasfigurativa ai processi della cristallizzazione e della distillazione”, d’altronde diversa può essere “la natura della cosa succhiata”. Si può, ad esempio, attingere alla tradizione letteraria (operazione spesso compiuta da Mari nelle sue opere) e divenire pertanto “vampiro dei propri padri, cioè succhiatore di un sangue già mille volte succhiato”, oppure scegliere di affondare il proprio rostro nell’oscuro e denso magma delle consolidate idiosincrasie, dei terrori ancestrali, delle ataviche fobie del lettore, “chiamato in questo modo ad assaporare il proprio stesso sangue”. Altre volte il narratore attinge invece “al lutulento botro delle proprie angosce e ossessioni. […] è proprio lì dentro che lo scrittore sa di poter trovare in qualsiasi momento il sangue che gli è necessario a impastare la farina del mondo; voyeur e vampiro di se stesso, solo risucchiando quel plasma egli diventerà quel re Mida che tutto assimilando contagia”. I lettori più affezionati di Mari sanno bene che quest’ultima è una pratica cara all’autore che con cesello d’artista è più volte riuscito a trasfigurare il proprio vissuto in racconti e romanzi di mirabile pregio narrativo e stilistico.

Villa Diodati (che vuole essere un omaggio sui generis al capolavoro della Shelley, ma non è la prima volta che Mari, in una sua opera, fa riferimento al famoso romanzo gotico, era già accaduto infatti in Di bestia in bestia in cui l’episodio del rapimento e dell’uccisione di Teresa e Carlotta ricalca quello analogo del piccolo William in Frankenstein) è chiaramente uno di quei casi in cui l’autore si fa “vampiro dei propri padri”, ispirandosi alla tradizione letteraria che più ama e tessendo attorno alle storie ufficiali, attestate storicamente, una costellazione di apocrifi (è d’altra parte questo il principio cardine su cui poggia l’impianto di quasi tutti i racconti contenuti in Fantasmagonia): versioni prive di statuto a cui solo l’immenso potere della trasfigurazione fantastica conferisce una surreale verosimiglianza. Ai margini della storia letteraria perpetuata dai canoni esiste una landa inesplorata di (im)possibili percorsi alternativi in cui la libertà dell’autore vige sovrana. Lo scrittore, unico demiurgo di una realtà altra plasmata impastando dettagli tramandati a frammenti d’invenzione, può abbandonarsi all’ebbrezza di sfalsare i piani spazio-temporali, può raggiungere gli estremi confini del possibile e facilmente travalicarli, scorrazzare per gli sconfinati campi del sogno e le orride asperità dell’incubo, consapevole di essere l’artefice assoluto di un universo le cui geometrie sono il risultato di una “molteplicità di calcoli che si sanno esatti e che conducono a proporzioni che si sanno sbagliate”, come ebbe a scrivere Marguerite Yourcenar a proposito delle Carceri d’invenzione di Giovan Battista Piranesi, altro stupefacente creatore di mondi paralleli, che nel magnifico gioco di labirinti e inganni prospettici delle Carceri seppe coniugare la solidità dei parametri matematici alla surreale levità degli scenari onirici.

ti saluto fino a perdere la mano

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testi e disegni di Elena Tognoli

 

 

 

Ricorrenza

 

Ogni anno

ti saluto

fino a perdere

la mano

Performative Arts today

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PERFORMATIVE ARTS TODAY: Like the Grave of a Stone, Like the Cradle of a Star” Trinity College Dublin – 2 Febbraio 2018. Direttori: Dr Giuliana Adamo (Professor in Italian, School od Languages, Literatures and Cultural Studies, Trinity College Dublin) / Bianca Battilocchi (Ph.D. candidate). Direttori Artistici: Giorgiomaria Cornelio e Lucamatteo Rossi

di Giorgiomaria Cornelio

Prima parte

PERFORMATIVE ARTS TODAY: Like a Grave of a Stone, Like a Cradle of a Star”
Trinity College Dublin – 2 Febbaio 2018.
Direttori: Dr Giuliana Adamo (Professor in Italian, School od Languages, Literatures
and Cultural Studies, Trinity College Dublin) / Bianca Battilocchi (Ph.D. candidate).
Direttori Artistici: Giorgiomaria Cornelio e Lucamatteo Rossi

Il 2 febbraio si è tenuto, presso il Trinity College di Dublino, l’evento Performative Arts Today: Like the Grave of a Stone, Like the Cradle of a Star”, luogo eletto a raccolta di “vicinanze, avvicinamenti, concatenazioni, carteggi, disgiunzioni, proposte d’etimo, corrispondenze tra l’Italia e l’Irlanda ordite nel segno del sasso e della stella, del labirinto e del tappeto.” Il programma della giornata è stato progettato come strategia di liquidazione di quelle divisioni tra discipline artistiche che piuttosto che favorire una geografia di comunanze e sconfinamenti continuano a ripararsi nei rispettivi dipartimenti di conforto. La giornata è stata pertanto orchestrata come partitura a più voci tra loro anche dissonanti e a presidio di un’idea del fare poetico vicina a quella di Emilio Villa (il cui volto disegnato da Vincenzo Consalvi compare nel manifesto come scompigliata etimologia della parola labirinto):

Il bene è una modesta proposta

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di Paolo Morelli

“A un certo punto, nell’educazione di mio figlio, ho cominciato a sostituire i concetti di buono e cattivo con quelli di reale e irreale, per quanto ciò possa sembrare arbitrario”. Nei suoi ultimi libri Filippo La Porta pare prendere il via da considerazioni di carattere pedagogico assai personale. Ma se nel precedente, Indaffarati, l’indagine riguardava la gioventù odierna e i suoi problemi d’adattamento, qui il critico letterario torna alla grande letteratura e alle sue possibilità di interpretazione ed integrazione nel vissuto quotidiano. Sarà per questo intento iniziale forse, educatore ed autobiografico che la lettura di quello che è pur sempre un saggio dantesco si presenta confortevole, amicale, familiare, con tutta evidenza cosa assai rara.

Sedici marzo mille novecento settantotto

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di Davide Orecchio

… ed entra marzo quando Giulio Andreotti promette a Leone la lista del nuovo governo, e la fa, sposta ad esempio Tina Anselmi alla sanità, e con Aldo Moro fa il conclave del partito di Dio per i sottosegretari, per il sottogoverno, lo fa alla Camilluccia e dice al diario Ho tenuto duro; e dice che Aldo Moro promette che l’aiuterà; e non resta che giurare e chiedere il voto alle camere,

ed ecco il sedici marzo quando le maestre si apprestano a scuola,

i bambini si apprestano a scuola,

vestono i grembiali e i fiocchi azzurri,

prendono le cuccume dalle madri e le nonne,

i macellai tritano carne, i fruttivendoli legano asparagi,

Giulio Andreotti porta il governo alle camere,

i pizzaioli sfornano la rossa con le olive e l’origano,

i bidelli aprono scuola,

i tranvieri aprono le porte dell’autobus,

le brigate rosse prendono Moro,

i giornalai alzano le saracinesche,

le tintorie avviano le lavatrici,

le brigate rosse uccidono due carabinieri,

i postini imbucano lettere,

i bancari incassano assegni,

gli architetti progettano,

le scrittrici fantasticano,

le brigate rosse uccidono tre poliziotti,

alcuni bambini hanno il morbillo e non vanno a scuola,

alcuni bambini hanno la varicella e non vanno a scuola,

i bambini di Monte Mario sentono spari e frenate,

una notizia corre da Monte Mario a Montecitorio (di parola in parola, di filo in filo),

un’automobile si divarica stuprata nel sangue,

Andreotti si piega e vomita, sviene a Palazzo Chigi, si sdraia sul divano e in fretta gli portano un abito da cerimonia pulito,

un’altra camicia, un’altra cravatta,

Andreotti si piega come la madre si piegò sul padre che muore,

il dolore è un atto geometrico nel tempo dell’indimenticabile morte,

giurano i sottosegretari del nuovo governo,

Aldo Moro scompare coi brigatisti

e vengono a Palazzo Chigi gli uomini del partito di Dio, i socialisti, i sindacalisti,

il partito della storia invia i suoi rappresentanti più degni;

e Andreotti dice al diario Emozione profonda;

e dice Tutti concordano nel non dare (spazio bianco); e dice Ma (spazio bianco) immediatamente la fiducia per il governo (spazio bianco);

e in poche ore le due camere votano;

e Giulio Andreotti raccoglie le forze, sigilla lo zaino.

Ora Giulio Andreotti vede Aldo Moro: i capelli leonati, sulla fronte una ciocca di bianco germoglia sul cespo d’argento, gli occhi del lemure timido, dentro la gabbia il volto è lungo, appeso alle tempie e alle sopracciglia come un ometto aggrappato alla balaustra prima del precipizio, il labbro superiore sottile, il labbro inferiore carnoso, la camicia aperta sconfitta, il giugulo è l’ultima trave che regge Aldo Moro, sul capo Aldo Moro ha un drappo di cielo e una sola stella, gli artefici annunciano il processo al “Responsabile primo della controrivoluzione”, ora Aldo Moro è in un telo.

E i bambini sono in ostaggio,

e gli agrimensori, e i macellai, e i netturbini coi giornalisti,

e le casalinghe, i lavascale sono in ostaggio,

e gli stagnini con gli sterratori,

e gli elettricisti e le rammagliatrici: sono tutti in ostaggio con Aldo Moro;

sbiancano le pagine dei libri di favole,

tacciono tutte le storie;

dalle ville, dai palazzi a cortina, dalle borgate, dai condomini, dai tuguri spruzza nero di seppia;

nel tempo di morte e vita sospesa;

loro controllano se hanno ancora uno zaino, e se sia colmo o deserto;

loro chiedono se hanno ancora un governo;

loro chiedono Chi governa l’Italia?, le Br o Andreotti?;

e non accade nulla, questa malattia paralizza i dischi invertebrali e i corpi vertebrali e i nervi spinali.

E si spengono le lavatrici nelle tintorie,

i bidelli chiudono scuola,

le maestre diventano mute,

le scrittrici non fantasticano più,

gli architetti non progettano più,

i bibliotecari non catalogano libri,

i sarti non rammendano gli abiti,

gli stenografi non consegnano i verbali,

i capibarca affondano,

i barbieri rompono le forbici,

gli infermieri gettano i camici,

i tassisti parcheggiano e dormono,

i cuochi consegnano pietanze crude ai camerieri,

i camerieri portano in tavola pietanze crude,

gli idraulici non spurgano più,

i geometri non tracciano segni,

gli elettricisti spruzzano nero di seppia,

i preti stringono al petto gli zaini.

E i bambini sono sempre in ostaggio,

e i capibarca galleggiano sul fondale del mare, tra le grotte e il nero di seppia,

e i camerieri supplicano i clienti Mangiate noi, perché non abbiamo più cibo;

e le macchine da scrivere chiedono asilo agli svizzeri, perché i giornalisti non hanno più nulla da dire,

e le edicole non alzano più le serrande,

e le maestre convocano i sarti e le rammagliatrici e supplicano Cucite le nostre bocche, perché non abbiamo più nulla da dire;

dalle fogne emergono idraulici imbrattati di nero di seppia,

gli stenografi verbalizzano il tempo della morte e dell’omicidio,

i bancari incassano assegni in nero di seppia,

gli scrittori friggono libri in padella e poi ridono,

i falegnami restituiscono i mobili ai boschi,

i tranvieri ripartono sigillando i convogli,

e che nessuno vi salga.