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Il cuore è un cane senza nome

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di Giuseppe Zucco

Una volta, lei, entrando in bagno, l’aveva trovato dentro. Non aveva bussato, né si era sincerata in altro modo se ci fosse qualcuno. Ma adesso lui era davanti a lei, seduto sulla tazza, i jeans e le mutande alle ginocchia. Non che ci fosse niente di male o che non fosse capitato altre volte. I due erano parecchio intimi, avevano passato ore a perlustrare l’uno i pori dell’altra, i difetti fisici e le irregolarità corporali non erano più tabù, in alcune occasioni potevano toccare quegli argomenti senza provocare ferite o ritorsioni. Eppure, trovarsi così, sotto lo sguardo di lei, mentre era concentrato sui propri intestini – il viso contratto e gli occhi persi sulle mattonelle – lo aveva messo pazzescamente a disagio, come se lei fosse entrata in una sfera di verità assoluta, la sfera in cui lui si conservava vero ma per se stesso, dove lei non avrebbe mai dovuto mettere piede.

Lui, il cane, all’inizio, mentre microscopiche goccioline cadute dagli abissi del cielo si appendevano ai suoi baffi, non sapeva cosa c’entrasse quel ricordo con quel momento. Successivamente, sentendo il freddo umido del bosco, e la paura dell’oscurità del bosco, e quella angoscia sottile che andava comprimendo i suoi punti vitali, ebbe ragione di se stesso, e arrivò a capire che avrebbe potuto sopportare anche quel senso di soffocamento, ma non che lei lo guardasse e lo scoprisse così fragile, spaurito e senza risorse. Era un bene che, perlomeno adesso, lei non fosse lì.

Facendo qualche passo indietro, il cane mise una zampa su quel punto, e da lì, di colpo, si sprigionò nell’aria il volo di quegli esserini, il cui corpo consisteva più che altro nel frullio di sottilissime ali nere.

Il cane, senza pensarci, gli corse dietro. Si issò sulle zampe posteriori e sbatté le altre due per aria. Saltò da un verso all’altro, a bocca aperta, cercando di chiudere tra i denti il palpito misterioso di quella vita che da qui, tra l’erba, sembrava rispondere solo a poche ed elementari istruzioni.

A più riprese, il cane, abbaiando, aiutandosi con la coda, tentò di disperdere lo stormo in invisibili e isolati ronzii. Ma per quanto ne distraesse il volo, lo stormo poi si ricompattava, si affusolava, si arrotondava, scopriva nuove e inesplorate forme con cui dare senso alla comunità, come se ogni esserino trovasse la fondatezza della propria esistenza al cospetto dell’isterico battito d’ali di tutti gli altri.

Senza perdersi d’animo, puntando a quello, rovinare la piccola e mobile armonia di cui era testimone – del resto, da bambino, era stato il terrore dei formicai e l’incubo delle lucertole avviticchiate ai mattoni sotto il sole – il cane continuò a inseguire e insidiare lo stormo, appostandosi dietro gli alberi e saltando fuori di colpo, al punto che, l’ultima volta, al cane, tra i denti, era rimasto quell’esserino in volo, e lui lo sentì sbattere furiosamente contro il palato, la lingua, l’interno delle guance, anche se fu più lo sgomento che la pietà a spingere il cane ad aprire la bocca e lasciarlo andare.

Si era perso. O, almeno, non sapeva dov’era. Così, lui, il cane, sgranando gli occhi, prese a girare su se stesso. E abbaiò. E guardò intorno se avesse lasciato orme così evidenti da essere usate come filo conduttore verso la radura. Ma l’erba, impassibile, una volta schiacciata, era tornata su.

A un tratto, il cane pensò di inseguire ancora lo stormo – magari, a furia di girare, lo avrebbe riportato di nuovo nello stesso punto. Ma anche lo stormo era sparito.

Il cane ricacciò un guaito dentro, non tutto era perduto – scoprì quell’albero, con il tronco inclinato, e saltando, arrampicandosi al tronco con le unghie, lo avrebbe scalato, riuscendo a scorgere poi da lassù, tra le fronde, dove si trovasse. Il peso non giocò a suo favore, e precipitò di schianto, lasciando solchi disperati sulla stessa tenera corteccia in cui, di solito, risaltava il profilo scheggiato di un cuoricino inciso da ragazzi in gita posseduti dal ribollire degli ormoni e da un’idea di eternità già svaporata sull’autobus di ritorno con quel bottino tra le mani – piccoli rospi rinchiusi nei barattoli di vetro.

Allora, lui, il cane, affidandosi al caso, prese a correre. A correre veloce mentre l’oscurità si allargava e le goccioline bucavano a intervalli l’aria.

Il cane prese la prima striscia d’erba rada, e la seguì. Incontrò degli alberi sulla sua direzione, lì aggirò. Sentì degli schianti tra le macchie scure, non diede tempo al proprio sangue di gelare. Filando in apnea, sacrificò allo spirito del bosco i ciuffi della coda rimasti impigliati in un intrico di rovi. E dove l’erba svettava in guglie più alte e più fitte, celando con la sua massa chissà quali trappole e disastri, il cane chinava il capo e la fendeva con audacia. Ma anche così, il cane non sanò la distanza che intercorreva tra il suo respiro rotto in piccole parti e la radura selvatica, sì, ma ricca di quel tesoro, i croccantini.

Forse le creature del bosco avevano già approfittato dei croccantini, pensò il cane, stipandoli nel cavo degli alberi, sotterrandoli come monete d’argento. Oppure, pensò, il bosco stesso, ripiegandosi fronda su fronda, aveva sepolto la radura, in modo che lui non potesse trovarla.

Non potendo di meglio, il cane, nel suo cuore di cane, maledisse il padre. E dichiarandosi per quello che era diventato, ululò a più riprese.

Quel verso gli si seccò in gola. Cosa ci poteva essere di più destabilizzante del dolore? Il cane non ne aveva esperienza, e già le sue narici erano attraversate da un odore fetido e dolce insieme. L’odore dell’inesauribile fermentare di cose vive e cose morte nell’oscurità del bosco.

Le sue orecchie si drizzarono, la coda puntò al cielo cupo. Sentì uno scricchiolio, poi un altro, lo strisciare di qualcosa, e si voltò di scatto – ma le chiome degli alberi erano ferme, i rami e i boccioli erano fermi. E per essere sicuro che quei rumori fossero reali, il cane lasciò che l’aria nauseante gli riempisse i polmoni e poi trattenne il respiro.

Anche così, in quel silenzio, un silenzio più carico e profondo, non trovò risposte – i suoi timpani riverberavano solo il battito accelerato del suo cuore. E in quel modo, il cane ebbe solo certezza che lui, nonostante tutto, esisteva, e che un terrore indicibile gli aveva scavato quella nicchia dentro. Era proprio quanto lei gli aveva lasciato in dote andando via. La memoria involontaria e uno spavento costante. L’idea di essere inadeguato alle situazioni. La sensazione minacciosa che tutti gli elementi cospirassero segretamente contro di lui.

Per questo non trasalì più di tanto quando tutto cominciò a ondeggiare. Di colpo, a grandi folate, il vento gonfiò le ombre, e gli alberi cigolarono con stridore.

Il cane sentì i peli più minuti prendere il verso del vento, e scoprì delle forme nerastre staccarsi dai rami in volo.

Gli lacrimavano gli occhi, e piegando la testa tentò di assestare i passi nel vortice dell’aria. Se per lui, grande e grosso, era così, chissà cosa ne sarebbe stato dei ragni e delle falene. Tutto si disperdeva senza rimedio. E il cane non fece in tempo a considerarsi parte di una popolazione più vasta e con un identico destino, che il vento, soffiando forte, gli infilò l’orecchio destro, procurandogli dolore.

Glielo disse anche lei, quella volta, uscendo dal ristorante, dopo che tutti erano andati via. Non doveva permettersi di soffiarle nell’orecchio. Le dava fastidio. Le faceva male. La metteva in imbarazzo. Soprattutto con gli amici davanti. Lui, tenendo il suo passo, disse che l’aveva fatto solo una volta, era uno scherzo. No, che non era uno scherzo, disse lei. Ah, no?, disse lui. Per niente, disse lei. E cosa sarebbe?, disse lui. Lei aprì la borsa cercando le sigarette. Ma non ti viene in mente?, disse. Lui la guardò rovistare nella borsa. Era impossibile che le trovasse. Almeno mentre camminava a quella velocità. No, non mi viene, disse. Che mi vuoi scopare, disse lei. Che cosa?, disse lui. Che mi vuoi scopare davanti a tutti, disse lei. Cosa?, disse lui. Le sigarette non saltavano fuori e la luce dei lampioni faceva il punto sul tetto delle macchine parcheggiate. Che ti annoi o che ti è venuta voglia e vorresti farmi, disse lei. Tu  non stai bene, disse lui. E tutto questo mentre ci sono altre persone. Persone che ci conoscono. I nostri amici. Ma proprio non ti viene?, disse lei. Aveva il viso contratto, dalla borsa non cavava niente, era sul punto di lanciarla tra le macchine. Lui, allungando il passo, fece per prenderla da un braccio. Lasciami, disse lei. Fermati un attimo, disse lui. Lasciami perdere, disse. Camminarono ancora, anche se avevano superato la loro macchina da un pezzo. Le loro ombre rigavano le serrande dei negozi chiusi. Ma dove stiamo andando?, disse lui. Non sei obbligato a seguirmi, disse lei. Ma che ti ho fatto?, disse lui. Mai stata così in imbarazzo, disse lei. Soffiarmi in un orecchio. Credevi fossimo soli? Che ti dice la testa?, disse lei. Che ti dice? Portare la nostra camera da letto in mezzo al ristorante. Ti rendi conto, o no?, disse.

Tutto era più scuro, le goccioline ripresero a cadere, anche se a causa del vento il cane sentiva gelare punti impensabili del suo corpo. Era come se minuscole dita gli toccassero il ventre.

La massa nera di un albero si piegò orribilmente sotto il vento. Gli arbusti solcavano l’aria fracassandosi sui tronchi. Le foglie gli filarono in bocca, gli tapparono le narici, e lui, il cane, scrollando a più riprese il capo e il dorso, avanzava completamente disorientato.

Non pensava più a niente, tanto era concentrato sul punto in cui posare le zampe, ma anche così, crollando improvvisamente, finì in una buca. Il cane guaì per lo spavento. Non aveva un graffio, era tutto bagnato, e strisciando fino a uscire dalla buca si portò dietro i guaiti che non ne volevano sapere di richiudersi dentro. Aveva l’erba addosso, qualcosa in un orecchio, e il cane si dimenò con forza, cercando di liberarsi anche dal peso dell’acqua, ma continuò a essere percorso da quei brividi.

Il cane abbaiò, il vento non si lasciò intimidire, né perse intensità davanti ai suoi denti sguainati. E si fiondò ventre a terra tra gli arbusti. Ma la notte e il cielo erano un enorme sibilo, e il cane, sentendo il vento caricare gli arbusti, ricordò la volta in cui lei gli aveva mandato quel messaggio vocale sul cellulare. Il messaggio era muto. Si sentiva l’aria, i fruscii. Quando la chiamò per capire cosa gli avesse mandato, lei disse che era una prova. Si sente il tuo respiro, disse lui. Veramente?, disse lei. Giuro, disse lui. Allora cancellalo, disse lei. Se poi ci lasciamo, ti resta l’unica cosa di me che non dovresti avere – anche se lui lo salvò comunque nella memoria del cellulare, il suo respiro carico di anidride carbonica, il suono di una dissipazione continua.

Gli arbusti furono sradicati dal vento, il cane filò via. Il vento soffiò più forte, e preso alla sprovvista, il cane rovinò su un albero, e sfregò il fianco sulla corteccia, e fu come se vi avesse lasciato qualcosa di sé, perché poi ululò come se l’avesse perduto per sempre. La pioggia centrava la ferita, sentiva caldo e freddo insieme. Ma invece di accucciarsi e leccarsi, immaginò la cima di una lunga radice strisciare silenziosamente, stringersi intorno a una sua zampa e trascinarlo via.

Così, raccogliendo un legno da terra, pensò a lei, solo a lei, le sue labbra. Serrò il legno tra i denti, e continuò a infilare l’oscurità, e quando sentì una fitta più forte, affondò i denti nel legno, e trattenendo in bocca un sapore di resina e terra, fu investito da una bufera di cose appuntite.

Avanzò con gli occhi chiusi. Tutto perse gravità, ogni cosa si convertì in una frequenza sonora, e nel fragore assoluto, inaspettatamente, il cane fu in grado di cogliere i crepitii dei rami, i gemiti degli steli, lo stridore delle foglie, e in quel modo, anche lui diventato suono nella notte scura – tutti quei guaiti a denti stretti – si sentì parte della materia viva e pulsante del creato.

Fu quella sensazione a tradirlo, non era mai saggio sentirsi parte di qualcosa, si finiva per equivocare e abbassare le difese – il cane seguitò a strisciare le zampe a terra con gli occhi chiusi, e in un attimo fu invaso da un rumore terribile, atroce, sepolcrale, spaventosamente al di là della sua capacità di sopportazione. Una luce rischiarò la notte, perfino quella trattenuta sotto le sue palpebre serrate, e si adunò e si disperse un boato a cui seguirono altri boati ancora, come se il cielo si stesse strappando dalle fondamenta.

L’orrore fu tale che il cane si piegò sulle zampe. Gli si era contratta la gola, non guaiva più, tremava senza riuscire a tendere le zampe. E avvertì un freddo, un freddo spietato, un freddo che risaliva le sue cellule e le declassava da piccoli giardini brulicanti di vita a roccia inerte ricoperta da uno strato di ghiaccio.

Lui, il cane, ripiegato su se stesso, pensò alla morte. La morte, sì, ecco tutto. E subito dopo ricordò che, una volta, neanche così lontano da casa, aveva visto la faccia della morte, e quel giorno lei era con lui. Camminavano per strada. Tornavano dal supermercato. Lui reggeva le buste cariche di spesa, lei un sacchetto di carta colmo di arance. Davanti a loro, su uno strato di foglie sgualcite, una ragazza peruviana spingeva una sedia a rotelle su cui era accomodata una vecchia dall’età indefinita. La vecchia, avvolta in un giaccone bianco, il cappuccio bianco sulla cuffia blu, un plaid allungato sulle gambe, aveva la faccia marmorizzata in un’espressione vacua. Gli occhi sbarrati, la pelle tesa sugli zigomi e incavata sulle guance, la bocca aperta in un ovale scuro e senza denti. La possibilità che le labbra chiarissime e irrigidite fossero attraversate dagli insetti era altissima. Lei guardò la vecchia che le veniva incontro, guardò lui. Mi amerai anche quando sarò così?, disse lei. Certo, disse lui. Mi amerai anche in quelle condizioni?, disse lei. Sempre, disse lui. Mi amerai anche quando sarò vecchia e mi colerà la saliva sul mento e non potrò scendere con le mie gambe dal letto e dovranno spogliarmi, lavarmi e rivestirmi ogni volta che sentirò la necessità di andare in bagno, liberandomi lì dove sono?, disse lei. Facciamo così, disse lui. Ti chiamo Catetere. Cancello il tuo nome dalla rubrica del telefono, metto Catetere. Così, mentre arriva quel momento, mi abituo, tutti i giorni, mille volte al giorno, ogni volta che mi chiami, disse. Ma devi sempre scherzare?, disse lei. E chi scherza?, disse lui. Poso le buste a terra, e cambio il tuo nome sulla rubrica, disse lui. Giuro, disse. E la guardò – le sue guance rosse per via del freddo o di qualche altra cosa che le aveva sospinto il sangue in superficie.

Effettivamente, doveva essersi strappato qualcosa nell’altezza irraggiungibile del cielo – il cane, tremando ancora, alzò gli occhi, e dietro alcuni corpi neri e sfilacciati, salì la luna, la luna piena.

Dov’era prima? Dove si trovava? Era mai possibile nascondere un’enormità simile?, pensò il cane. La luna sgusciò via dalle ultime velature, si dimostrò per quello che era. Maestosa, freddissima, distaccata – era bastato quel bagliore perché tutto mutasse. La luna aveva suscitato le forme del creato, e ora non c’era tronco, fronda, rovo sbattuto dal vento che non saltasse via dall’oscurità con un profilo netto e illuminato.

Non che prima il cane non vedesse o non capisse dove fosse – ogni oscurità possedeva un suo intimo chiarore. Solo che in quel momento, sotto quella luce, il bosco era così nero e così chiaro che il cane allentò la morsa dei tremori concentrandosi sui dettagli mai notati prima. Le foglioline lanceolate. Le spine appuntite. La corteccia a scaglie.

Il vento e la pioggia vennero a riprendersi il cane. E il cane, uggiolando, si alzò sulle zampe. Imboccando una via tra gli alberi, avvertì una stretta allo stomaco – il cane guaì e pensò fosse per la pioggia. Ma quella sensazione andava oltre il freddo che il vento incollava al pelo zuppo d’acqua. Era il peso di una nostalgia insostenibile, nostalgia per la vita con lei che non si sarebbe più verificata, una nostalgia del futuro, di tutto ciò che avrebbe potuto essere e che, paradossalmente, nel fitto del bosco, sentiva ancora a portata di mano – il modo in cui lei infilava la testa nel collo di un maglione chiudendo gli occhi, il modo in cui lei apriva la porta di casa non dosando mai la spinta, tanto che nel tempo, a furia di battere la porta, si era formata quella concavità nella parete, una nicchia polverosa che ricordava gli angoli di certe chiese svuotate dai santi.

Il cane sollevò gli occhi al cielo, e la luna gli restituì lo sguardo. Erano crateri che si specchiavano nei crateri. E il cane prese a ululare.

 

Tratto da: Giuseppe Zucco, Il cuore è un cane senza nome (minimum fax, 2017)

da Primine / Alessandra Carnaroli

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2.

Primine
Primine

mamma è depressa mio fratellino
se la fa addosso
la notte chiama mamma
babbo mai

Il tempo tormentato nelle celle siriane, “Il luogo stretto” di Faraj Bayrakdar

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di Giuseppe Acconcia

“Il luogo stretto”, l’ultima raccolta di poesie del siriano Faraj Bayrakdar (Nottetempo, 2016, 98 pag., 10 euro), traduzione di Elena Chiti, si inserisce nel magnifico e vario filone della poesia in carcere e sul carcere fiorita negli ultimi decenni nel Paese. Faraj ha trascorso sei anni in completo isolamento e 14 anni in carcere, attivista del partito comunista anti-governativo, il poeta è stato costretto ad imparare a memoria i suoi versi perché non aveva né fogli né penne. “Ho esercitato la memoria” per scriverci direttamente, ammette il poeta nella prefazione al testo. Di sicuro questa confessione conferisce ai versi una forza ancora più struggente di quanto non abbiano le parole. La poesia diventa un esercizio del detenuto per conoscere e “proteggere” la propria anima. In altre parole serve per conquistare la salvezza e dare senso o valore alla vita. Proprio quel senso di cui il carcere priva la vita dell’uomo. È nelle mani di sua figlia che l’autore ha consegnato i suoi testi non appena ne ha avuto la possibilità durante le visite concesse ai suoi familiari. Ma Faraj non è mai stato davvero solo in carcere, anche i suoi due fratelli erano nelle celle del regime degli al-Assad, per affiliazioni politiche diverse dalla sua. Tragico è stato l’incontro con uno dei suoi fratelli, incarcerato a pochi metri da lui. E ogni parola, ogni incontro esprime con chiarezza il motto che sembra echeggiare in ogni verso: “la libertà che è in noi è più forte delle prigioni”. Tant’è vero che una campagna internazionale per il suo rilascio e l’eco che ha avuto in tutto il mondo la traduzione in francese dei suoi versi da parte del poeta marocchino, Abdellatif Laabi, avrebbe alleviato la sofferenza dell’autore.
I temi ricorrenti in questa raccolta vanno dalle donne, alle visioni del detenuto, dalla trasfigurazione della cella e dei versi degli animali, fino ad una più generale rivoluzione della natura che prende forma nei fiumi proprio nel luogo dove queste poesie sono nate: il carcere. La prigione è intesa come un luogo senza tempo e pieno di contraddizioni. Si tratta di versi profondamente politici che esprimono la più convinta opposizione dell’autore verso gli autocrati di turno ma più in generale verso uno Stato che trasforma la sua terra in una “fossa comune” più che in una “nazione”. Sono elegie delle donne che circondano il poeta che siano esse madri, figlie, sorelle, innamorate. In “Due sigilli”, Faraj richiama proprio la nostalgia verso le sue “due gazzelle” (moglie e figlia), “smetti mia nostalgia/ di non avere approdo”. In “Storia”, il poeta è attraversato dallo sgomento della solitudine della cella “scrivi sui muri/riferisci al sultano tuo signore/ che una cella non è più stretta/della sua tomba/ che una cella non è più corta/ della sua vita”. Un “sultano” che per l’autore è “indegno di sepoltura”.
E da qui in poi al poeta ingabbiato non rimane che affidarsi ai versi degli animali. In “Richiamo”, Faraj vorrebbe aprire le mura del carcere alle colombe. Non importa se questo potrebbe ucciderlo perché il richiamo è “come il vino della poesia”. E così non gli resta che ululare vegliando il cadavere penzolante di uno studente universitario. In tutta questa tristezza, l’unica salvezza è sì la poesia, ma una certa creazione che mira all’equivalente poetica della donna. “Lei sola disseterà l’anima”, “è presente nell’assenza” del carcere “quasi le stelle fossero tue schegge”. Il tempo diventa un continuum di visioni straordinarie, ma tragiche. “Non ero né vivo né morto”, ma un amico suggerisce a Faraj la forza che cresce intorno a lui fuori dalla cella “Ricordo chi piange per te e mi pare/ che siamo in molti e le nubi rare”. Questa angoscia e questo sgomento attraversano i giorni di “Sciopero della fame” in cui si sentono i palpiti del sangue e dei ricordi. Ritornano i versi, i nitriti questa volta, “perché il mio corpo è cella/ e la poesia è libertà inattesa”. I versi sono a questo punto dei sinonimi del dolore. In questa poesia del dolore, “il blu del profondo è dolore/ e il profondo del blu è dolore”. E così le mani di sua moglie diventano le rive di un fiume di dolore. Le visite dei familiari sono come una rinascita ma fugaci, tanto che quando terminano “le finestre del carcere chiudono gli occhi/ e le pareti si coprono di/ un colore di estremo pudore”. Questi versi si trasformano in gemiti, di corpi su corpi, nei momenti più tormentati in cui Faraj è solo “e la morte è tutto” “e lo Stato ti regala una morte/di riserva”. Uno Stato perverso che “spezza la schiena” e lascia dietro al poeta un’epoca che “si vergogna/per la menzogna della geografia”. In “Questo è ora” ormai la cella si trasforma nello spazio mentre un passerotto costruisce un orizzonte sull’altra finestra. Questa tragica ma umanissima raccolta “Il luogo stretto” non omette di aprire alla possibilità della vita futura e così si chiude inaspettatamente con poesie più serene da “Eco” a “Diagnosi” fino a “La lacrima”. “È una vita della notte”.

La casa dei bambini

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“La casa dei bambini”, di cui pubblico l’incipit, esce oggi per Fandango (ndf).

di Michele Cocchi

Il cuore gli batteva così rapidamente e da tanto di quel tempo che ne era esausto. Procedevano in silenzio, carponi, in fila indiana, lungo il muro di cinta. In testa Nuto, poi lui e dietro Dino. A tratti, folate di vento gli spostavano un ciuffo di capelli davanti agli occhi. Tremava, non sapeva se di paura o di freddo. Che avrebbero fatto una volta fuori? Dove sarebbero andati? Non c’era stato il tempo di pensare a niente, soltanto al percorso migliore: raggiungere il muro e seguirne il perimetro fino alla capanna degli attrezzi. Attraversare il parco sarebbe stato troppo rischioso. Nuto si arrestò d’un tratto e lui sentì il cuore balzargli in gola. Poi lo vide agitare il braccio con insistenza: s’intuiva la sagoma della capanna. Non mancava molto, un centinaio di metri. Ancora però non si vedeva la scala che il custode, a detta di Dino, aveva dimenticato poggiata da un lato. Durante la cena era corso tra i tavoli ripetendo a bassa voce: “Riunione d’emergenza! Presto! Riunione d’emergenza!”, mentre le mamme lo sgridavano e gli intimavano di tornare a sedersi. Più tardi, nella stanza dei giochi, avevano organizzato la fuga.

Erano stati fortunati, la luna era sottile ma abbastanza luminosa da non aver bisogno di una torcia. Nella Casa nessuno dei bambini ne possedeva una, anzi, nessuno dei bambini possedeva niente di niente. Poi in lontananza lui vide un oggetto muoversi avanti e indietro. Sentì le braccia e le gambe gelarsi e diventare terribilmente pesanti.

Dino stava guardando nella stessa direzione. “Sandro, laggiù!”

“Ho visto. Che cos’è?”

“Una strega!”

Che avevano da parlare?, li sgridò Nuto a bassa voce. “Silenzio.”

“Guarda là.” Nuto si voltò. “Laggiù. Vedi? Si muove.”

“È l’altalena. È solo il vento.”

“Ma l’altalena è dall’altra parte.”

“No, è da quella.”

Lui e Dino avevano perso l’orientamento. Si meravigliava di come muoversi di notte fosse tanto diverso dal muoversi di giorno. Il parco che conosceva così bene adesso gli sembrava estraneo. Come se in assenza di luce gli occhi dessero importanza a oggetti che di solito non ne avevano. Grossi tronchi. Dossi sul terreno. Grovigli scuri di rami sugli alberi. Il buio tramutava le cose in mostri. Si sforzò di capire dove si trovassero con precisione. Vedeva un tratto di vialetto e un pezzo del grande cancello grigio, le sbarre lisce impossibili da scavalcare. Strizzò gli occhi. Le due colonne di cemento e poi il muro con il filo spinato per non farli scappare.

“Accidenti! Ho dimenticato le chiavi”, esclamò all’improvviso Dino. Stringeva nella mano il mazzo di chiavi di mamma Olga. “Ho dimenticato di rimetterlo nel suo grembiule.”

“Almeno hai messo i cuscini sotto le lenzuola come avevamo detto?”, gli domandò Nuto.

Lo aveva fatto.

“Se si accorge che le mancano le chiavi, darà subito l’allarme. Dai, muoviamoci.”

Finalmente raggiunsero la capanna. La scala era là, Dino aveva ragione. Nuto e Dino la portarono fino al muro. Si assicurarono che fosse stabile.

“Dai, veloci”, disse Nuto.

Salì i primi due scalini, quando la porta della capanna improvvisamente si aprì e comparve Pasquale, il custode.

La mattina dopo, appena svegli, furono condotti dal direttore. Le mani giunte e le dita incrociate sopra il piano della scrivania tarlata. I capelli neri con dei ciuffi bianchi. Lui si sentiva stanco, aveva passato la notte sveglio perché aveva troppa paura per riuscire a dormire, temeva la furia del direttore. Guardò fuori. Tutto intorno alla Casa il parco senza erba, la terra dura e gli alberi coi rami secchi sui quali da tempo non crescevano più foglie. Viola si dondolava sull’altalena, tenendosi ben stretta alle corde. Il sole era largo e pallido. Così freddo che lo si poteva guardare fisso senza bruciarsi gli occhi. Si domandò dove fosse Giuliano. Giuliano che aveva deciso di non fuggire con loro, ma che li aveva abbracciati uno a uno prima che uscissero di nascosto. Sentiva il bisogno di parlargli, di sapere il suo parere.

Il direttore guardò Nuto e Dino seduti accanto a lui. Entrambi nella stessa posizione: la testa bassa e le mani sulle ginocchia. Ripeteva cose già sentite molte volte: le regole, il rispetto per le mamme e gli altri bambini, lo sforzo che facevano per mantenerli in salute. Le orecchie gli ronzavano, non riusciva a stare concentrato e a seguire i discorsi. Vedeva scantinati e corridoi bui. Immaginò che per gli altri fosse lo stesso. Il perché lo sapeva: questa volta rischiavano l’espulsione. Avrebbe significato essere divisi e spediti in tre Case diverse. Sarebbe stato come morire. Se il direttore fosse stato un rettile, pensò, sarebbe stato un’iguana, con la cresta sulla testa come la corona di un re.

Il direttore sospirò. Perché avevano tentato di scappare?, chiese.

Nuto si mosse sulla sedia. Alzò la testa. Gli occhi grigio chiaro. Di loro tre era sicuramente il più coraggioso, però non disse niente.

Fu Dino, invece, a parlare. “Vogliamo sapere cosa c’è là fuori.”

Il direttore lo fulminò con lo sguardo. “Cosa volete che ci sia là fuori? Case, persone, niente di speciale.”

“E che succede?”

Il direttore alzò la voce: “Non succede niente. Niente di niente”.

“E quel rombo, il mese scorso? E tutte quelle luci?”

“Ve l’abbiamo già detto, era una gara automobilistica, e le luci erano i fuochi d’artificio.”

“Perché non ci avete portato a vederla?” Era stato Nuto a parlare.

“Perché era troppo lontana, e siete troppo piccoli. Se sarete scelti, o quando andrete alla Casa dei ragazzi, potrete fare quello che vi pare. Adesso fareste bene a studiare e a comportarvi come si deve.”

“Però c’è stato l’incendio.” Si accorse di aver parlato senza averne davvero l’intenzione. “L’incendio ha ucciso i miei genitori e quelli di Nuto. Guardi la ferita.” Allungò una gamba e cercò di arrotolarsi il pantalone fino alla coscia, ma la stoffa si bloccò all’altezza del ginocchio.

Il direttore si alzò bruscamente e la sedia cadde sul pavimento con un tonfo terribile.

“La conosco la tua ferita, Sandro”, lo rimproverò. “Te l’hanno detto anche le mamme. Devi smettere di inventarti queste storie. Tu vedi cose che non esistono. Spaventi gli altri bambini.”

“Non se l’è inventato”, disse Nuto. “Sandro dice la verità.”

“Ora basta.” Il direttore batté il pugno sul piano della scrivania e tutti e tre si zittirono e abbassarono la testa. Erano maledettamente sfacciati e ingrati, aggiunse. Avrebbero saltato la scelta per sei sabati consecutivi. E se avessero aggiunto anche soltanto una parola, li avrebbe espulsi tutti e tre.

 

Intelligenze nomadi

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di Nicola Fanizza

Verso la fine del mese di luglio, sono tornato nel paese che mi ha visto nascere. Avevo appreso – attraverso facebook – che erano quasi terminati i lavori di ristrutturazione della piazza. E, pertanto, la mattina del giorno successivo al mio arrivo, sono andato subito a vedere la sua nuova veste. Ho avvertito subito la sensazione di trovarmi di fronte a una meraviglia accecante!

Se è vero che il bianco dei mattoni amplifica e dilata lo spazio, è altresì certo che il riverbero della luce del Sole costringe i presenti a chiudere gli occhi.

Nell’ora del meriggio ho avuto l’impressione che il tempo e la natura si fossero, addirittura, fermati in una stasi inquietante: gli effetti dell’astro hanno cessato all’improvviso di essere benefici e si sono fatti opprimenti e disseccanti. Da qui la mia fuga verso l’unica zona d’ombra della piazza, dove ho incontrato alcuni amici che non vedevo da diversi anni.

Nel ricordare quelli che non ci sono più, i miei interlocutori hanno chiamato in causa la discarica, che è ubicata nel perimetro di un paese vicino. Viene ritenuta, infatti, la causa principale della brutale devastazione del territorio e, insieme, delle numerose neoplasie che hanno colpito i residenti.

La devastazione dello spazio sociale l’ho percepita, invece, attraverso il tono di voce con cui essi mi hanno parlato. Il sentimento che ho potuto riconoscere nelle loro parole, nei loro tristi sorrisi e nei loro sguardi è stato di amarezza e di rabbia disperata.

A volte mi è capitato di cogliere nei loro discorsi ciò che da sempre accomuna gli abitanti del Sud: l’ostinazione a voler essere sempre se stessi, lamentandosi delle proprie mediocrità salvo poi godere inconsciamente di quest’attitudine a essere immobili, languendo nel vedersi affondare.

Pensavo pure che l’età avanzata rendesse gli individui liberi di esprimersi, di esistere, di comunicare. Invece ho visto vecchie persone rancorose ancora in preda al bisogno di marcare il proprio territorio, segnare il tempo e non riuscire a sorridere alla vita che prima o poi apre a tutti le sue finestre di libertà.

Nel gioco dei ricordi, i miei amici mi hanno riportato alla mente il motto pronunciato da mio fratello, in occasione della sua partenza per il Canada. Prima di salire sul treno – era la primavera del 1965 –, Giovanni si rivolse ai suoi amici, che erano andati alla stazione ferroviaria per salutarlo, con queste parole: «Addio paese dell’Oriente. Qui c’è troppa fantasia!».

La fantasia non è il male. La fantasia di per sé è positiva. Serve per rendere più dolce la vita, serve per sognare. Nondimeno, quando non è supportata da alcun sostrato materiale, quando è eccessiva, può assumere una curvatura negativa. Spesso ci dimentichiamo che Narciso non ama sé stesso, bensì la sua immagine. Infatti, dopo aver forgiato la propria immagine, si riconosce per davvero nel fantasma che ha prodotto, ossia in ciò che è frutto solo della sua immaginazione, in ciò che non esiste!

Non penso comunque che i giovani di oggi abbiano più o meno fantasia dei giovani degli anni Sessanta. Ciò che abita, sicuramente, nei loro pensieri sono i sentimenti, le paure, la solitudine e il senso di inadeguatezza dei giovani. Di ieri, di oggi, di sempre.

La mancanza di lavoro rappresenta di fatto la pietra di inciampo che impedisce loro di fare progetti o di coltivare eccessive illusioni. L’hanno capito persino quelli che si iscrivevano ai partiti di governo per trovare il «posto» ai propri figli. Manca il lavoro. E quei pochi temerari che tentano l’avventura, aprendo nuove attività commerciali, sperimentano, dolorosamente, il fallimento.

Le uniche attività in cui i datori di lavoro ti pagano alla fine della giornata sono solo quelle dell’agricoltura e della pesca. Nelle attività rimanenti, i salari sono di fame e i lavoratori non sanno mai quando saranno pagati.

Per quel che riguarda il caporalato, va detto che nel Mezzogiorno non è mai morto, anche perché le istituzioni non lo hanno mai combattuto. Si può dire che spesso i politici e i sindacalisti lo hanno addirittura incentivato, assumendo essi stessi il ruolo dei caporali.

D’altra parte, i giovani hanno capito che la scuola non è più un ascensore sociale, vivono in un mondo ostile, un mondo che non riconosce più i diritti, un mondo che li fa vivere in una perenne incertezza. Da qui la loro fuga verso altre nazioni europee, sanno che la loro strada non passa per il paese in cui sono nati.

Vivere nel luogo che ti ha visto nascere, vivere respirando sempre la stessa aria, non è una cosa positiva. Gli uomini non sono come gli alberi, non hanno radici. Sono nati per uscire, per vagare nel mondo. Il tempo del paese è il tempo della ripetizione, è un tempo sempre uguale e, insieme, il tempo dell’attesa, è un tempo sprecato, è il tempo della noia, è un tempo che ti rende infelice.

Il Sud, oggi, non può farcela da solo. Ogni anno perde i suoi figli migliori: il 50% dei giovani che si diploma va a studiare nelle università del Nord o in altri Paesi e pochissimi sono quelli che, dopo aver conseguito la laurea, tornano a vivere nei luoghi in cui sono nati. Da qui l’impossibilità di affidare lo sviluppo dello spazio sociale ed economico del paese solo ai rimanenti.

E’ risaputo che chi arriva da lontano il più delle volte ha un piglio e una disponibilità che, difficilmente, trovi in chi è catafratto da sempre nel suo paese. I rimanenti, invece, amano la ripetizione, sono nevrotici e, a volte, tendono a impigliarsi nelle reti della malinconia. Occorre aprire le porte del paese, occorre fargli prendere aria fresca, accogliendo gente nuova. Il paese non deve configurarsi come un luogo identico sempre a se stesso, bensì come un luogo di transito, non come luogo dell’essere, ma come un luogo del divenire.

Il paese deve aprirsi agli altri, rimanendo nel contempo contratto: infatti, mentre la contiguità spaziale ed emotiva consente la dilatazione dell’anima, l’ipertrofia urbanistica sortisce, invece, la sclerosi delle coscienze, ossia individui chiusi, monadi senza finestre, ripiegate sempre su se stesse.

Ma ciò che può davvero avviare un movimento di rinascenza del Mezzogiorno è, soprattutto, il ritorno a casa delle intelligenze nomadi. Penso a tutti quegli individui che, non riconoscendosi nel discorso canonizzato del paese, sono andati a vivere altrove.

Questi ultimi devono essere ascoltati, sono individui che dicono il vero (parresiates), sono come i pittori di cui parlava Machiavelli, i quali per rappresentare il paese si collocavano sulla collina alla giusta distanza. Mentre i rimanenti non riescono a cogliere ciò di cui paese soffre poiché sono troppo vicini, gli stranieri non riescono a mettere a fuoco il paese, in quanto sono troppo lontani. La distanza in cui si collocano le intelligenze nomadi è, viceversa, quella giusta. La loro è una prossimità distanziante. Sono vicini, poiché sono nati nel paese e, insieme, lontani, giacché hanno acquisto durante la loro erranza le lenti per mettere a fuoco i problemi reali del paese.

La rinascenza del Mezzogiorno sarà, comunque, possibile solo riattivando la grande tradizione di pensiero dei nostri meridionalisti.

Il degrado culturale nel Mezzogiorno, intanto, è diventato onnipervasivo. Gli intellettuali impegnati sono ormai una specie in via di estinzione in tutta la penisola Italiana e nel Sud in modo particolare. Gli eredi dei meridionalisti hanno gettato la spugna da un sacco di tempo e sono stati sostituiti da uno strato di operatori culturali variamente occupati nella produzione di un immaginario che – dicono loro – deve essere utile e spendibile. Ciò che viene riciclato, a fini di marketing territoriale, è un passato folclorizzato e devitalizzato: ossia come ti vendo il Salento ai milanesi!

 

 

Belve, mostri e scatole di cartone. L’incontro con l’altro nei libri illustrati per l’infanzia.

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di Francesca Matteoni

L’altro, si sa, è sempre il grande enigma che ci definisce. Lo si fugge, lo si cerca, lo si teme, lo si incontra per caso, lo si guarda come in uno specchio ribaltato. Tornando a perdermi nella mia collezione di albi illustrati per la prima infanzia, mi sono accorta che gran parte di quella folla di bambini buffi e normalissimi, di animali feroci che compaiono in luoghi improbabili, di famiglie bizzarre, mostri, attraversatori di boschi di professione ha in comune proprio l’esperienza dell’altro nel suo molteplice manifestarsi. Con la potenza evocativa dell’illustrazione, poche parole essenziali, che a ogni pagina si rida a crepapelle o ci si commuova una volta chiuso il libro, questo suggeriscono al bambino e all’adulto che vi entrano: l’altro c’è, ineluttabile, sorprendente, necessario. Di più: sotto tutti i sentimenti che ne derivano resiste un impulso primigenio dell’umano e dell’infanzia: il desiderio di esplorazione, di scovare chi vive dall’altra parte, sta dietro una porta, fa capolino dalle grotte, viene a sedersi sulla nostra collina preferita.

Si comincia con un rito, complice un babbo tentatore, che guida tutta la famiglia, cane domestico incluso, a caccia di un orso, seguendo il ritmo incoraggiante della filastrocca: “A caccia dell’orso andiamo. Di un orso grande e grosso. Ma che bella giornata! Paura non abbiamo.” A caccia dell’orso scritto nel 1989 da Michael Rosen e illustrato da una delle più note illustratrici britanniche, Helen Oxenbury, è un classico per l’infanzia, con una struttura semplice e un testo memorabile, dove l’altro viene affrontato con spirito d’avventura, alternando tavole in bianco e nero in cui si ponderano gli ostacoli del percorso ad altre colorate ad acquarello, immersive, in cui insieme ai protagonisti si scivola nei suoni dell’erba e dell’acqua verso la caverna dell’animale… che non ha alcun desiderio di essere disturbato da una famiglia impicciona e spavalda e infatti fa scappare tutti a gambe levate, a ritroso nella natura che unisce e separa, fino alla porta di casa.  I suoni onomatopeici,  il fiorire del paesaggio dal tratto della Oxenbury, in negativo prima, a colori poi, segnano un percorso di avvicinamento, eccitazione, fuga, come un bellissimo gioco in cui la paura si trasforma in curiosità. E anche l’orso che alla fine torna verso la sua dimora per riprendere sonno, sembra più malinconico che minaccioso.

L’altro spaventoso, che sarebbe meglio non disturbare e non andare a molestare nella sua tana, lo si ritrova nelle amatissime storie del Gruffalò (senza accento nell’originale inglese), inventate da Julia Donaldson e illustrate da Axel Scheffler. Chi è il Gruffalò? Un bestione peloso, aggressivo con artigli e zanne affilate, occhi giallastri, che, soprattutto, non esiste se non nella fantasia di un topolino deciso a scampare agli inviti a cena di volpi, gufi, serpenti… perché, casomai accettasse, sarebbe lui stesso il piatto principale! Il Gruffalò è l’altro immaginario, confezionato appositamente per difendersi, perché nulla funziona meglio che vantare conoscenze altolocate e zannute nella piramide alimentare, meglio ancora se perfino ignote alla massa, quando si è destinati a una vita da preda. Ma cosa succede se poi l’energumeno si manifesta davvero? Andrà “cucinato” anche lui con l’inventiva che viene dalla lotta per la sopravvivenza.  E nel caso il Gruffalò, ormai pieno di timore verso il Topo Tremendo, avesse una figlioletta temeraria, il topo aguzzerà l’ingegno, giocando sull’illusione, la luce della luna che ammalia e inganna chi la guarda, proiettando ombre tremule e gigantesche. Alla fine il topolino si salva sempre, raggira i predatori, muta la sua fragilità in potenza. Nei libri del Gruffalò l’altro viene creato più che riconosciuto o incontrato, si nutre di dettagli presunti che passano di bocca in bocca, viene manipolato dalla consapevolezza del narratore e dall’ingenuità di chi ascolta, diventando una mera questione di prospettiva, in cui la fantasia è più vera del vero, le menti dei vari animali, vittime dell’eloquente topolino, vedono la bestia terribile (Gruffalò o Topo Tremendo che sia) ben prima che questo abbia corpo.

Addentrandosi in una sfera più intima dell’esperienza infantile fantasia e paura animano Una strana creatura nel mio armadio scritto e illustrato da Mercer Mayer nel 1968, con una tecnica e un immaginario molto vicini a quella di Maurice Sendak nel suo capolavoro Nel paese dei mostri selvaggi, pubblicato cinque anni prima. La vicenda è la più ordinaria: un bambino nel suo letto che non riesce a prender sonno perché teme il buio e coloro che lo abitano. L’armadio per esempio, socchiuso e sospetto, non potrebbe essere la dimora di un mostro famelico? Il bambino si arma con un fucile giocattolo, ma il mostro che esce allo scoperto non ha nulla di raccapricciante: è a pallini, ha l’espressione di un povero malcapitato che non sa dove cercare riparo, piange e urla quando il bambino gli “spara”. A questo punto il bambino diventa il consolatore – il povero mostro è innocuo, un po’ ridicolo, sciaguratello… e se ne va dritto sotto le coperte con il protagonista, dove entrambi aguzzano nuovamente i sensi, perché altre porticine scricchiolano, altri intrusi, magari stavolta davvero minacciosi, si avvicinano. Grazie al disegno incantato e buffo insieme il libro ci porta nella conoscenza reciproca, il metodo più efficace contro la paura dell’altro. Paura, scoperta, ribaltamento di ruoli, amicizia, infine. Non si è più stranieri quando si diventa amici, quando vengono messe in condivisione le proprie vicende. Di amicizia trattano i prossimi libri sfogliati e ammirati, ognuno declinandola secondo un particolare sguardo e ambiente. Un leone in biblioteca scritto da Michelle Knudsen e illustrato da Kevin Hawkes, ha ancora une belva come protagonista, che però si distingue per un comportamento inusuale: va in biblioteca per ascoltare le storie che vengono lette nell’angolo dei ragazzi, impara a non infrangere le regole, si mette al servizio della direttrice, la signorina Brontolini. Poi un giorno la signorina Brontolini cade dallo sgabello, fratturandosi un braccio, e per soccorrerla il leone rompe tutte le regole: corre, ruggisce, fa rumore nel luogo del silenzio e per questo, brontolato malamente dal bibliotecario, se ne va. Solo più tardi il bibliotecario comprende l’errore, trovando la signorina a terra nel suo ufficio e da lì inizia la ricerca del leone in città, perché la biblioteca senza di lui non è più un luogo speciale. Il libro è prima di tutto un inno alla lettura, al mondo delle storie e ai posti dove questo è custodito, ma l’inno si dispiega proprio attraverso la presenza straordinaria di un altro inaspettato, indomabile all’apparenza e poi mite e fedele quando viene vicino. Un amico speciale dalle pagine, fatto di stupore, selvaticità, riconoscenza. Nessuno è mai solo ciò che sembra, gli altri, come i libri, vanno aperti.

E anche i bambini, con il loro universo, la loro alterità, vanno saputi vedere, senza sentimentalismi di sorta, quasi mettendosi al pari, permettendo al bambino che siamo stati e non all’adulto che ci invade di sentire e sapere cosa vive l’infanzia. La balena della tempesta di Benji Davies si svolge sulla costa e il paesaggio marino è il microcosmo abitato da Nico e da suo padre, un pescatore. Le giornate del bambino sono lunghe e  malinconiche, del grido dei gabbiani, dell’odore della sabbia e del pesce, come ampiamente suggeriscono i disegni di Davies, dove nessuno parla, sebbene l’emotività dei personaggi riempia la pagina. Dopo una tempesta Nico trova una balenottera spiaggiata. Riesce a trascinarla in casa e la sistema nella vasca, nascondendola, almeno fino a sera, dal padre. Il bambino teme che il padre si arrabbi, ma quando infine l’uomo scopre l’esistenza dell’ingombrante e silenzioso ospite, sarà per lui la rivelazione dei sentimenti di solitudine del figlio, profondi, struggenti, azzurri come un cetaceo disperso. Insieme riporteranno l’amica nell’oceano e il distacco è reso più leggero dalla presenza del genitore. Chi è la balena apparsa all’improvviso? L’infanzia nel suo costante evolversi fatto di arrivederci, abbandoni e scoperte, la bellezza e il timore di essere soli, la necessità di una conferma in chi è più grande: non tanto perché sia maestro e guida, ma perché sappia stare accanto.

Privo di adulti e tutto concentrato sulle relazioni fra bambini, anche Sulla collina, sempre illustrato da Benji Davies, ma scritto da Linda Sarah. Devo dire che ho un particolare attaccamento a questo libro – e spesso, sfogliandolo, mi sono proiettata su quella collina del primo autunno, quando il cielo cambia e quasi si rannicchia sulla terra, le foglie ondeggiano e c’è ancora abbastanza luce e calore per giocare all’aperto. Uto e Leo salgono sulla collina, trascinando scatole di cartone più grandi di loro. “Certe volte sono re, soldati di ventura, astronauti. Certe volte sono pirati che solcano cieli e mari in tempesta. Ma sempre, sempre sono Grandi Amici”. Hanno un ritmo a due che li contraddistingue. Poi un giorno Samu, un altro bambino, prende coraggio e con la sua scatola di cartone raggiunge i due amici: Leo subito accoglie il nuovo arrivato, ma qualcosa si interrompe per Uto, che si incupisce, si isola, fino a non voler più salire sulla collina e distruggere la sua scatola. Il nuovo arrivato è un destabilizzatore per lui, stravolge un equilibrio segreto. Seduto in casa disegna per ore due scatole l’una vicina all’altra. Deve accettare il mutamento e non ne sembra capace. Poi un pomeriggio Leo e Samu lo chiamano da fuori, lo invitano ad affacciarsi: hanno preparato per lui la scatola di tutte le scatole – gigantesca, piena di aquiloni, bandierine, colori e con le ruote!

Il gioco può riparare le ferite che nessuno ha inferto eppure Uto avverte benissimo. I tre bambini spingono l’incredibile “Mostro Creatura Scatola Cosa”, che chiamano MegaRobo, di nuovo su per la collina: fanno merenda, viaggiano attraverso incredibili avventure, semplicemente posizionando MegaRobo in modi diversi, sono felici, in una Samu-Leo-Utitudine, un ritmo a tre che finalmente piace a Uto.

“È nuovo. Ed è bello”. Dove si sta bene in due, andrà meglio in tre.E quanto sperimentano i bambini risuonerà in molti dei lettori come una nostalgia, uno di quei momenti in cui ci siamo approcciati a una nuova conoscenza con riluttanza e nessuno spirito collaborativo, convinti che sarebbe andato tutto storto… e invece l’altro ci ha sorpreso. Anzi, ci siamo sorpresi noi uscendo dalle nostre sicurezze, entrando in un nome nuovo, multiplo, un’attitudine alla spensieratezza che ha bisogno di scosse e novità per farsi forte.

Cosa succede però se l’altro non arriva dall’esterno, ma da dentro? Un sembiante infantile, per esempio, che si allunga nell’ombra di una belva boschiva e tutto si sforma, si fa scuro e contrario. Virginia Wolf, la bambina con il lupo dentro, scritto da Kyo Maclear e illustrato da Isabelle Arsenault affronta il tema complesso della depressione quando si è bambini, la tristezza inguaribile che toglie colore al mondo. Il libro gioca con la vicenda e i nomi di due sorelle famose, la scrittrice Virginia Woolf, affetta da una forma nevrotica che la condusse al suicidio, e Vanessa Bell, la maggiore, nota pittrice. Così nella prima tavola possiamo riconoscere la stanza iconica della scrittrice nella sua abitazione a Rodmell, nel Sussex, ma qui sono due protagoniste bambine ad animarsi: una di giallo vestita, dall’abito al fiocco in testa, l’altra in ombra, che urla invece di parlare e le parole riempiono la pagina a lettere capitali, che ha un muso lupesco e due orecchie appuntite invece di un viso da bambina. Niente va come dovrebbe: “Un giorno mia sorella Virginia si è svegliata che aveva un lupo dentro. Faceva versi da lupo e si comportava in modo strano”, dice Vanessa, che, decisa ad aiutarla, prende coraggio, e, trovando un pertugio ancora libero dal buio, entra nella dimensione in bianco e nero della sorella. Va, insomma, a casa dell’altro, ribaltandosi e rischiando pure lei di perdere il senno. Una volta arrivata qui chiede a Virginia dove vorrebbe essere, se c’è un posto bello e libero dalla malattia dell’anima, e quel posto è “Bloomsberry”, che fiorisce dal pennello di Vanessa in bocci, rampicanti, rami, uccelli canori, caramelle. Anche Virginia prende i colori e arricchisce questo paesaggio dove la tristezza si ribalta a sua volta in allegria e sorellanza e… mentre il mondo torna al suo posto scopriamo che quelle orecchie da lupo non erano che un fiocco azzurro sulla testa della bambina! Andare verso l’altro, quando l’altro fa male, è prigioniero nel suo infinito spavento, richiede amore e inventiva. Richiede di non avere pregiudizi, essere curiosi perfino quando ciò che atterrisce non ha unghioni ritorti e fauci spalancate, ma è invisibile e quindi può essere ovunque.

Concludo questo viaggio con un classico inglese amatissimo, finalmente tradotto in italiano nel 2016 – Una tigre all’ora del tè, scritto e illustrato da Judith Kerr e pubblicato nell’originale nel 1968. Il libro vive di un fascino segreto e della semplicità della storia, che è difficile e perfino inopportuno piegare a una qualsiasi morale, come è in genere malsano fare con le opere dell’immaginazione quando essa va selvaggia, simile agli strani animali incontrati fin qui. Sophie e la mamma si preparano a prendere tè con biscotti e pasticcini, quando il campanello suona. Sarà il lattaio? Il ragazzo delle consegne? Il babbo? Nessuno di questi normali soggetti: è una tigre “grande, grossa, pelosa e a strisce”, che educatamente chiede di unirsi al tè. Nessuno sbigottimento da parte di Sophie e della mamma, che accolgono la tigre come se fosse un ospite normale, solo che è l’appetito tigresco a essere straordinario: in breve la tigre dà fondo a tutto quanto trova di commestibile o di bevibile, dalle cibarie della dispensa all’acqua dei rubinetti, cosicché Sophie, quando la tigre saluta e si congeda, deve mettersi la camicia da notte saltando il bagno in vasca – speranza, in realtà, di molti bambini nell’ora serale. Per di più all’arrivo del padre non c’è niente da servire in tavola e l’uomo ha un’idea: andare a cena al ristorante! Un bel modo per terminare una giornata di quotidiana straordinarietà. Sarà davvero accaduto? O la tigre è una metafora, un’illusione condivisa? Judith Kerr fuga ogni dubbio prontamente: il giorno dopo, al supermercato, mamma e bambina acquistano un bel barattolo di Cibo per Tigri, perché.. non si sa mai, dovesse farsi di nuovo viva a scampanellare. “Ma da quel giorno nessuno l’ha più vista”, si conclude la storia. Una fiaba d’accoglienza – fare posto per chiunque viene -, un addio speciale all’infanzia, come una tigre che ha fame di tutto e che poi non c’è più e sarà stato vero? ci saremo stati davvero, mamma? certo, lo conferma questa Scatola della Sopravvivenza o di Cibo per Animali Ingombranti; un elogio della libertà e del caos; un inno all’inglesissima ora del tè –  la tigre è l’altro indecifrabile, ma è e resta soprattutto se stessa e suona una trombetta dispettosa, mentre noi chiudiamo il libro. L’altro è infine qualcosa o qualcuno che non si può imbrigliare. Ogni volta si trasforma, devasta, risana, ci assomiglia, ci fa scappare sotto le coperte, ci fa volare in una scatola con le ruote. Ogni volta che salta fuori dalle pagine dobbiamo ricominciare tutto daccapo, anche se il libro è vecchio, usurato, le illustrazioni sapute quasi a mente, il cuore già pieno della sua meraviglia.

 

Della poesia fatta a macchina, e anche di Sergio Rotino

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di Daniele Barbieri

A home transformed by the lightning
the balanced alcoves smother
this insatiable earth of a planet, Earth.
They attacked it with mechanical horns
because they love you, love, in fire and wind.
You say, what is the time waiting for in its spring?
I tell you it is waiting for your branch that flows,
because you are a sweet-smelling diamond architecture
that does not know why it grows.

 

È attraverso una segnalazione di Enzo Campi su Facebook che arrivo a questo articolo di Salvatore Luiso, “La poesia che (non) si doveva scrivere”. L’articolo inizia citando una (discreta, anche apprezzabile) poesia in lingua inglese (qui sopra), rivelando poi che non è stata scritta da nessuno, bensì composta da un algoritmo, un’Intelligenza Artificiale insomma, intorno al 2010. Ora cito io dal medesimo articolo (più veloce, onesto, e comodo che riassumere – per vedere il contesto vale il link sopra) che sviluppa il discorso a situazioni ancora più recenti:

 

Venendo a qualcosa più vicino a noi, Galileo.net ha pubblicato un articolo molto interessante sul lavoro di Jack Hopkins, fondatore della Spherical Defence Labs LLC di Londra ed ex ricercatore presso il laboratorio di Informatica di Cambridge. Hopkins sta sviluppando alcuni algoritmi per “insegnare” ad una rete neurale artificiale a comporre poesie paragonabili a quelle dei poeti umani. Il suo sistema è molto più “professionale”: sono stati caricati nel programma ben 7,56 milioni di parole ricavate da libri di poesie del ventesimo secolo. Questa IA, inoltre, avrebbe una speciale memoria sia a breve che a lungo termine, “esercitandola” alle emozioni. Il risultato è che il nuovo sistema riesce a scrivere poesie in diverse forme ritmiche, adoperando soluzioni formali e strutture retoriche, persino la rima.

L’IA di Hopkins è in grado di scrivere poesie su molte tematiche: proponendogli una poesia sull’estate, il sistema troverà tutti i termini che richiamano la stagione più calda e ci comporrà una lirica. Nel 70% dei casi in cui l’IA ha composto una poesia “sensata”, gli esseri umani non sono stati in grado di distinguere fra queste poesie e quelle composte da autori umani, trovando spesso le prime addirittura più belle, dunque emozionanti.

 

Ci sono alcune precisazioni da fare. Quando si dice “in cui l’IA ha composto una poesia sensata” si implica che c’è stato qualcuno, presumibilmente umano, che l’ha giudicata sensata. Quindi è stata compiuta una scelta sui risultati della produzione automatica. Di questa scelta ignoriamo i criteri, ma potrebbe anche trattarsi di criteri minimali di coerenza semantica – non di qualità estetica. Il problema sollevato da questa storia non cambia però di molto: comunque, un algoritmo ha generato poesie (non tutte, non sempre – ma quale umano lo fa?) che alcuni lettori hanno apprezzato (e tra questi, in qualche misura, anch’io).

Ora, il problema non è – come sembra credere Luiso, o anche Hopkins – se i computer davvero comprendano o sentano emozioni (o possano essere “esercitati” alle emozioni). Il computer non ha fatto che seguire regole che derivano dalla combinazione frequente di parole frequenti. Se invece di sottoporgli un corpus di poesie, gli avessimo sottoposto un corpus di ricette culinarie, il computer avrebbe prodotto ricette culinarie. Non lo avrebbe fatto, presumibilmente, con altrettanto successo: una ricetta culinaria deve certamente parte del suo successo al modo in cui viene scritta, ma se poi la ricetta, al momento di metterla in pratica, non funziona, la correttezza linguistica si rivela insufficiente, e il criterio dominante rimane un altro.

Una poesia non è però una comunicazione pratica con diretto effetto sul mondo, e la sua valutazione dipende unicamente da come è scritta. In più, proprio per questo, il lavoro che su di lei compie chi la sta leggendo è assai più importante che in qualsiasi altro tipo di comunicazione verbale. Potremmo dire che una poesia è un oggetto di proiezione, una specie di macchia di Rorschach su cui ogni lettore proietta ciò che può proiettare (senza che questo, evidentemente, si traduca in un giudizio sulla sua psiche); e la qualità di un componimento poetico è la qualità delle proiezioni che permette o suscita. Questo meccanismo può funzionare così bene da produrre un attaccamento anche molto forte da parte del lettore (e io stesso, come lettore di certe poesie, non faccio certo eccezione).

Ma questo meccanismo permette anche che, attraverso identificazioni potenzialmente molto diverse tra loro, lettori diversi si trovino accordati sul medesimo andamento, sul medesimo ritmo poetico (che è anche, ma non solo, quello prosodico-rimico: ci sono un sacco di altri ritmi in gioco in un testo poetico!). In questo modo, la situazione di fruizione collettiva prende la forma di una situazione rituale: benché lo facciamo in momenti diversi del tempo (e dello spazio) tutti noi lettori stiamo seguendo lo stesso andamento ritmico, stiamo vivendo un’esperienza accordata – come quella del ballo, o dell’ascolto musicale. Se la poesia prodotta dal computer, per ragioni qualsiasi, produce nei suoi lettori questa esperienza, allora è una poesia che in qualche modo funziona, ed è comunque una poesia di valore: anche se siamo ingannati, si tratta di un inganno positivo, fruttuoso; abbiamo davanti comunque un oggetto interessante.

La questione che questa storia pone non riguarda tanto, a mio parere, la supposta umanità del computer e la sua capacità di provare emozioni (semmai solleverebbe il problema di cosa sia l’umanesimo, ma sarebbe troppa carne al fuoco per questo post). Io la vedo diversamente: se la poesia composta a macchina può essere preferibile, più interessante, di poesie composte da umani veri, perché non domandarci come lavorano gli umani veri?

Cosa vuol dire essere un poeta? (Non faccio questa domanda da fuori: sono anch’io, comunque, un poeta.) Vuol dire cercare di rientrare, da autori, in un universo di testi di cui siamo stati in precedenza, e ancora siamo, lettori. Non c’è altro modo: se la poesia non ci ha affascinato come lettori, non potremo mai sentire il desiderio di riprodurre direttamente quella fascinazione – nemmeno se il nostro corpus di letture fosse quello banalmente scolastico. Se così fosse scriveremmo poesie altrettanto limitate, ma staremmo comunque riproducendo il meccanismo.

Per riconoscere come poesia quello che scriviamo (e se non lo riconosciamo noi certo non possiamo pretendere che lo riconoscano altri) quello che scriviamo dovrà assomigliare a quello che già abbiamo letto; quello con cui speriamo di affascinare qualcuno dovrà assomigliare a quello che già ha affascinato noi. Se vogliamo perpetuare il mito, dobbiamo riprodurlo: da quest’obbligo non si scappa.

È per questo davvero interessante che la poesia non rimanga nella Storia sempre uguale a se stessa, cioè che sia oggetto di un’evoluzione. È cioè davvero interessante che ci sia ogni tanto qualcuno (oppure più spesso, in minima misura, tanti) che nelle poesie mette dentro qualcosa che prima non c’era.

Ora, perché dovremmo stupirci che questo meccanismo di riproduzione inevitabile possa essere riprodotto artificialmente? Ormai le intelligenze artificiali sanno scrivere in linguaggio corretto. Addestrale con le ricorrenze delle parole e delle loro relazioni in poesia, aggiungi un po’ di regole metriche (non necessariamente canoniche – anche il verso libero ha le sue regole) e il risultato potrà essere non peggiore di quello della maggior parte di coloro che scrivono poesia. Il criterio di produzione, di fatto, non è molto diverso. Quel po’ di selezione che sta a monte della produzione automatica farà il resto.

Quello che viene messo in crisi, semmai, dalle capacità poetiche di un algoritmo è il mito della poesia come espressione dell’io. Certo, se siamo convinti che la poesia sia questo, dovremo pensare che la macchina possieda a sua volta un io (il che aprirebbe un fronte pesante su che cosa possa essere l’io), o arrampicarci sugli specchi in qualche modo che non riesco nemmeno a immaginare (e non ho voglia di farlo).

 

Una caratteristica che la poesia fatta a macchina certamente possederà è quella di assomigliare a tanta poesia che già esiste. Del resto tantissima poesia (per certi versi tutta) assomiglia a tanta poesia che già esiste; e ciò vale sia per la lirica che per la poesia cosiddetta “di ricerca”. A questo non c’è scampo, e non è necessariamente una caratteristica negativa; per essere considerato poesia, un testo poetico non può che ricordare altri testi poetici. Tante volte questa somiglianza è banale, così banale che se quello che cerchiamo è la novità non riusciamo a trovarlo; ma qualche volta le differenze sono davvero sottili, e passano a lungo inosservate: rimangono solo una vaga, inquietante sensazione sino a quando qualche lettore intelligente non è in grado di individuarle e descriverle (e questo è, per esempio, uno dei compiti cruciali della critica). Chi legge poesia e si trova a far da giudice nei concorsi letterari sa anche bene come esistano somiglianze disprezzabili e somiglianze apprezzabili, e che il giudizio da produrre in tempi brevi rimane comunque un’operazione complessa e discutibile, in cui l’originalità è sì un valore, ma non a tutti i costi. “C’è del bello e c’è del nuovo nella sua musica, ma il bello non è nuovo e il nuovo non è bello” si trovò a dire un caustico Rossini a un giovane che gli proponeva la propria musica.

Per coincidenza spazio-temporale, mi trovo a confrontare queste riflessioni con quelle fatte in questi giorni a proposito di un libro di Sergio Rotino, Cantu Maru, un libro scritto in un dialetto pugliese costruito – in realtà di nessun luogo preciso delle Puglie. Si tratta di un libro particolare, sia come libro di poesie sia come libro dialettale. Quando si pensa alla poesia dialettale, si sta il più delle volte facendo riferimento a una forma di lirica in cui l’uso di una lingua diversa dall’italiano, più vicina alle origini, permette una sorta di svincolo dal ritorno dei luoghi comuni incrostati nella lingua poetica. Il poeta dialettale, insomma, potrebbe permettersi di essere davvero poeta, nel senso tradizionale, quasi popolare del termine (almeno per gli ultimi due secoli), ovvero poeta lirico, senza dover troppo pagare lo scotto verso il già detto, il già udito, che rischia di pagare chi scrive in lingua italiana. Poiché la lingua si carica dei propri usi precedenti, il lettore di poesia in italiano è carico di tutte le espressioni, le frasi fatte che ritornano – e inevitabilmente le ritrova quando legge lirica in italiano (che essa sia scritta da un vero umano o da un algoritmo intelligentemente programmato). La poesia dialettale ha invece una storia molto più limitata, e i dialetti sono tanti quante le zone dell’Italia, e quindi è inevitabilmente poca la poesia scritta in ciascuno di loro: una competenza analoga da cui possa derivare un’analoga stanchezza non avrà mai il tempo di formarsi. Ecco dunque perché la poesia dialettale finisce per essere un possibile porto di approdo per chi – consapevole della stanchezza poetica dell’italiano – non possa rinunciare alla lirica.

E questo – di passaggio – stende un’ombra inquietante sulla nostra capacità di leggere poesia in lingue diverse dalla nostra. Questa poesia o la incontriamo tradotta (e allora si ricade nelle problematiche dell’italiano, se proprio non siamo capaci di liberarci dell’illusione che la traduzione ci dia accesso pressoché diretto all’originale) oppure la leggeremo secondo la competenza che abbiamo non solo della lingua, ma anche dei suoi usi poetici – quella competenza che nessun manuale, per ottimo che sia, potrà mai dettagliarci in maniera consapevole, ma che può entrare in noi solo per l’accumulo progressivo prodotto da una lunga e fedele frequentazione.

Cantu Maru non è questo. Come poesia dialettale è incongrua, forse sbagliata. La parola viene utilizzata all’interno di forme che non hanno rapporto con forme della tradizione: né versi canonici, né frasi tipicamente dialettali, né un argomentare che un parlante pugliese possa riconoscere come familiare. In realtà, dunque, non è poesia dialettale: Cantu Maru è poesia che usa il dialetto come forma verbale base per costruire il proprio discorso. Se confrontate (negli esempi riportati sotto) l’originale pugliese con la traduzione di servizio in italiano, vi accorgerete di come la secchezza, la brevità, la durezza delle parole e dei suoni dell’originale costruisca una sonorità che l’italiano non conosce, né potrebbe conoscere, per la sua stessa natura fonetica.

Questo ritmo prosodico e fonetico duro, quasi brutale, per certi versi primitivo, trasmette un effetto straordinario di impotenza del dolore, di difficoltà nel dirlo, nel comunicarlo. Lo trasmette attraverso i suoni ancora prima che attraverso il senso delle parole, proprio come un brano musicale. Ma a differenza che in un brano musicale, benché il senso arrivi dopo e in subordine al suono, in poesia esso non può comunque non arrivare – e quando arriva gioca a sua volta, e anche questa posticipazione di quello che normalmente, quando si legge nella propria lingua, è immediato e diretto contribuisce all’effetto di straniamento mitico. Rotino ci trasporta in una sorta di rito funebre che, pur avendo somiglianze solo remote con i riti della sua terra, viene percepito come non meno rituale e non meno arcaico. L’effetto che questa poesia produce è quello di una sorta di proto-rito, un rito precedente e più profondo di quelli di qualsiasi Terra del rimorso.

Qualche giorno fa mi è capitato anche di riascoltare la musica di un gruppo pugliese che conosco e grandemente apprezzo da lungo tempo, che si chiama Faraualla (su Youtube, per esempio qui e dintorni). Mentre ascoltavo queste bravissime quattro interpreti, che cantano (quasi sempre) a cappella, mi sono reso conto quasi di colpo di una somiglianza formale forte con l’operazione di Rotino: nell’uno come nell’altro caso c’è un lavoro sulla lingua e sulle sue particolari sonorità per produrre qualcosa che con la tradizione intrattiene comunque un rapporto controverso; e questo viene fatto per mezzo dell’inserimento di forme non tradizionali, magari moderne, che noi sentiamo come contemporanee, e quindi nate in contesti del tutto differenti. Questa introduzione forzata, questa violenza che si fa alla lingua della tradizione, introduce a sua volta uno scarto, ed è questo scarto che ci permette poi di vedere, di sentire, quello che altrimenti non vedremmo, non sentiremmo più, perché sommerso dalla tradizione stessa e dai percorsi fruitivi che essa stessa inevitabilmente ci suggerisce.

 

Ora, potrebbe una poesia come quella di Rotino essere stata scritta da un algoritmo? Certamente sì, date le opportune condizioni. O perlomeno, adesso certamente sì. In altre parole, adesso che qualcuno ha mostrato come si possa seguire questa via per produrre poesia, non dubito che un algoritmo sufficientemente ben costruito potrebbe produrre ottime poesie in questo stile, magari, talvolta, persino migliori di quelle di Cantu Maru.

Dato uno stile, è proprio la sua maniera quello che è imitabile tecnicamente. Ma l’imitazione della maniera è quello che si trova nella grande maggioranza dei testi poetici che vengono prodotti in qualsiasi tempo e luogo, tipicamente scritti da uomini, non da algoritmi. Fino a qualche secolo fa, questa imitazione non costituiva un problema: la qualità di un testo artistico veniva valutata per la sua aderenza al canone, non per la sua capacità di distaccarsene. Sino a quando l’idea di sublime non irrompe sulla scena della cultura europea, nel corso del XVIII secolo, il bello viene valutato in termini di aderenza, non di deviazione e conseguente novità. Siamo noi moderni a essere ammalati di novità, e lo siamo diventati proprio mentre ci ammalavamo di progresso ma anche di timore di essere ridotti a uomo-macchina: due grandi miti, contrapposti e paralleli, che crescono nel Settecento e finiscono per produrre il Romanticismo.

Ora, non sarebbe troppo difficile oggi, io credo, progettare algoritmi poetici che giochino sull’introduzione dello scarto, in modo da produrre autonomamente poesia interessante e nuova come quella di Rotino. Certo, il successo dei testi prodotti da questi algoritmi innovativi sarebbe probabilmente minore di quello dei testi prodotti per assomigliare al mainstream: questa è una regola generale valida indipendentemente da chi o cosa sia l’autore dei testi. Ciò che è innovativo è più difficilmente riconducibile al canone, e ci vuole capacità e decisione e amore del rischio da parte del lettore per deciderne il valore, separando quello che “è nuovo ma non è bello” da quello che resta bello pur essendo nuovo. Dal punto di vista commerciale, produrre testi non canonici (soprattutto quando lo spazio di manovra economico è così piccolo come nel caso della poesia) è certamente molto meno remunerativo che produrre testi canonici.

Ma il guadagno che i testi poetici possono portare all’autore di un algoritmo è davvero così minimo (anche quando ci sia) che non sarà per quello che si potrebbe costruire un programma che tenti di innovare in poesia. Magari lo si farà per il semplice gusto della sfida. In un caso di questo genere probabilmente dovremmo considerare poeta, autore, proprio chi scrive e mette in opera l’algoritmo, perché l’eventuale innovazione ce l’avrà comunque messa lui (o lei che sia). In fin dei conti l’operazione provocatoria che Nanni Balestrini compiva negli anni Sessanta (pubblicata alla fine di Come si agisce) andava proprio in questa direzione: il poeta è colui che costruisce la macchina che produce il testo, qualunque cosa ne sia poi il prodotto. E, andando ancora più in là, la prima di queste macchine veniva proposta da Tristan Tzara quando diceva (non ricordo più dove e quando) che per scrivere una poesia basta prendere un articolo di giornale, ritagliarne le singole parole ed estrarle a caso da un sacchetto.

Se la poesia fatta a macchina dovesse raggiungere davvero il livello di originalità e indistinguibilità che sto descrivendo, quali ne sarebbero le conseguenze? La poesia non è un genere da intrattenimento come altri. Credo che per molto cinema hollywoodiano, se lo spettatore scoprisse che viene interamente realizzato da un algoritmo, non cambierebbe nulla: nella misura in cui lo spettacolo c’è, e mi avvince, e ne godo, che importanza ha il modo in cui viene prodotto? Questo potrebbe valere anche per la musica e per molta letteratura.

Dovrebbe cambiare, probabilmente, il modo in cui ne parla la critica. Eppure, nella misura in cui la critica non si limita a dire se il suo oggetto è bello o brutto, e divertente o noioso, ma cerca anche di estrapolare il cosiddetto messaggio, questo cambiamento non farebbe che spostare l’istanza umana (ovvero chi ha detto queste cose) più a monte: dall’autore del film (musica, romanzo…) all’autore del programma che lo ha realizzato, o a chi ha comunque impostato i parametri per far funzionare l’algoritmo.

Il punto è che – e in poesia particolarmente – questa roba funziona perché noi la percepiamo come umana, cioè come discorso da uomo a uomo. La classica distinzione tra bello naturale e bello artistico sottolinea proprio questo; e se a monte della produzione di un oggetto artistico qualsivoglia non si potesse individuare un soggetto umano (e lo cercheremmo, in ogni caso, fino allo spasimo) avremmo sempre la chance di apprezzarlo come si apprezza un tramonto, un paesaggio, il viso di una persona che troviamo bella.

Ora, io credo proprio che il tema della poesia realizzata interamente a macchina sia sconvolgente proprio perché alle spalle di tutti i recuperi autoriali che possiamo legittimamente tentare, rimane la prospettiva di doverla valutare come bello naturale, ovvero come un prodotto affascinante ma non umano. E poiché esso sarà privo anche di ciò che, in quanto naturale, sentiamo comunque in continuità – in connivenza, direbbe François Jullien – con noi umani, dovremo estendere il senso di accordo, di sintonia, di compartecipazione istintiva, a una dimensione inevitabilmente, intimamente razionale: quella della macchina, ovvero proprio ciò che, da qualche secolo a questa parte, sentiamo esattamente come la negazione dell’umano. Insomma, avremmo un bello naturale proprio là dove la natura non è nemmeno più la continuazione esterna dell’umano, bensì proprio un’alterità radicale; in quanto espressione esattamente di quello che il Romanticismo ci ha insegnato a riconoscere come nemico: la ragione estrema, con tutto il suo imperscrutabile inconscio.

“El sueño de la razón produce monstruos” è il titolo di una famosa acquaforte di Goya, che viene correntemente (e magari pure correttamente) tradotto come “Il sonno della ragione genera mostri”. Ma la parola sueño in spagnolo è ambigua, e può essere tradotta frequentemente anche come sogno: ecco quindi che non il sonno, bensì il sogno della ragione produce mostri (e l’acquaforte di Goya non contraddirebbe questa lettura). L’inconscio della ragione non è meno inquietante e mostruoso della sua vacanza: questo è il motivo profondo per cui l’ipotesi della poesia scritta a macchina sommuove tanto i nostri timori.

 

 

 

 

Sergio Rotino

Da Cantu Maru

Edizioni Kurumuny, Palermo 2017

 

 

 

mai cu te
basta cu
te a
tie mai
cu basta a

sempre picca ete

quiddru ca
sempre alli
sempre a
cine alli
muerti se
tae

 

mai che ti / basti che / ti a / te mai / che basti a // è
sempre poco // quello che / sempre ai / sempre a / chi
ai / morti si / offre

 

 

 

*

tienime
tienime
sangu

sangu tienime
sangu

tienime nu
me
lassare nu
me

menare
intra lu
jancu ancora
ancora nu

picca spetta

tienime
spetta
tienime
ancora tienime

sangu

tienime
ancora nu
me lassare

 

tienimi / tienimi / sangue // sangue tienimi / sangue //
tienimi non / mi / lasciare non / mi // gettare / dentro
il / bianco ancora / ancora un // poco aspetta /
tienimi / aspetta / tienimi / ancora tienimi // sangue //
tienimi / ancora non / mi lasciare

 

 

 

*

e puru
sangu simu
e terra
russa terra
ca

ca ni
esse

russa

fore la
ucca none
chiui none

mai arberi

mai fronde mai
chiui qua
bbasciu mai
chiati stamu
sementi simu
stati

simu sementi
fiacchi a
nui fiacchi

spundati

 

e siamo / anche sangue / e terra / rossa terra / che //
che ci / esce // rossa // dalla / bocca non / più non //
mai alberi / mai foglie mai / più qua / giù mai /
trovati stiamo / semi siamo / stati // siamo semi /
inutili a / noi inutili // spariti

 

 

 

*

comu ni
atte lu

sule

comu ni c
comu
comu ni
chiange la

ucca lu
core comu
ni
chiange ca
nienzi t
tene ca
nienzi s’ave
tenutu intru

piezzi

te
cose ave
lassatu cu
se ne
fucenu se

ne su
sciute
a gnaciu
a

 

come ci / colpisce il // sole // come ci p / come / ci
piange la // bocca il / cuore come / ci / piange che /
niente p / possiede che / niente ha / posseduto dentro //
pezzi // di / cose ha / lasciato che / se ne / scappassero
se / ne sono / andate / in giro / in
 

 

RIASSUNTO DI OTTOBRE

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dodici voci della scrittura contemporanea

 

seconda edizione, 2017
​a cura
di Sergio Rotino

 

​Letture di ​

​testi editi e inediti di

Leonardo Canella,

Anna​​ Franceschini,

Marco Giovenale,

Alessandra Greco,

Essere Ophelia Borghesan

1

 

di Ophelia Borghesan

 

ieri mia madre mi ha detto che ieri

all’area ristoro dell’autogrill

ha visto all’incirca quaranta monaci

buddhisti radunati per il pranzo

*

Foto non ne ho

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E’ uscito ormai da qualche mese Santa Mamma il nuovo romanzo di Giulio Cavalli. Pubblico volentieri qui su Nazione Indiana qualche pagina e ringrazio l’autore per la disponibilità. G.B.

di Giulio Cavalli

Domani portate una vostra foto da piccoli, ci aveva detto la maestra. Forse prima elementare: di solito è lì che si inizia con la perversione dell’inculcare la meraviglia per la natura col diventare grandi, con la polpa che si aggiunge a polpa e i peli che si fanno capelli. Portate una foto da piccoli, la maestra si chiamava Anna, che dobbiamo fare un lavoretto; e la classe già inebriata dal pensiero di forbici, carta a strisce e colla secca sui polsini del grembiule.

Io invece no. Io non ce l’avevo una mia foto da piccolo.

Non l’ho mai avuta perché sono stato piccolo al massimo a due anni e mezzo: prima niente foto, niente tutine, niente ciucci da tenere sotto teca e nemmeno le prime scarpine slacciughente e uncinettate. La mia prima foto sono io, verso i tre anni, seduto sui gradini di un giardino con la ghiaia al posto dell’erba mentre spingo una macchinina fuoristrada rossa con la ruota di scorta avvitata sul tetto. Indosso una maglietta a strisce orizzontali bianche e rosse, pantaloni rossi e lo sguardo abbacinato. Sarò stato colpito da tutto quel troppo rosso o forse dalla violenza di chi martella ruote sui tetti delle auto; mi sono dato questa spiegazione per giustificare la torvatura della faccia. Niente per cui strapparsi lacrime a inizio del capitolo, intendiamoci: la fotografia, pur tardiva, svolge serenamente la funzione delle nostre foto da piccoli e ogni sputata volta c’è qualcuno che mi trova perfettamente somigliante a uno a caso dei miei figli. Tutto a posto. Qualcuno spericolato vede anche qualcosa di spiccicato “alla mamma” e fa niente che io sia stato adottato: io e lei ci guardiamo e in silenzio ci diciamo che no, che non vale nemmeno la pena di dirglielo, e in silenzio ci diciamo che va bene così. Mica vorrai frantumargli l’eccitazione.

La foto per la maestra Anna comunque non ce l’avevo e già allora non avevo il fisico per inscenare un dramma che non mi sfiorava per niente. Piansi. Iniziai a piangere nel modo meno credibile di tutta la mia vita con un lamento bitonale come una sirena dalle batterie scariche. Per mancanza di lacrime mi misi anche le mani sulla faccia simulando una lentezza straziata e producendo singhiozzi con colpi di pancia: devo essere stato uno spettacolo orribile se è vero che la maestra Anna, con il solito fragore degli adulti che hanno paura dell’oscenità di un pianto in pubblico, si è alzata dalla cattedra per soffocarmi di consolazione. Era sempre abbronzata, Anna. Primavera, estate, autunno e inverno aveva quel colore di terra battuta dei campi da tennis e da vicino profumava di giglio. Mi chiese: “Cosa succede, Carlo?”, e aveva gli occhi blu come due orecchini persi durante una partita. Io sicuro non rispondevo, continuavo a piangere di diaframma. Mai rispondere durante la simulazione di una disperazione se non si ha tutta una tecnica e un’esperienza sulla voce. Ci vogliono anni per piangere e dire insieme.

Alla bidella che mi accolse portato fuori dall’aula dissi “Sono stato adottato”. Lei e Anna strizzarono un faccia contrita. Anna con i braccialetti che le si incagliavano tra l’orologio e i bottoni delle maniche e che disincagliava con uno scrollo schizofrenico e la bidella con il suo grembiule come se fosse intenta tutto il giorno a preparare minestre. Mi accarezzavano con la cautela che si usa per le bestie feroci, spizzicavano frasi fino alla seconda parola. “Non è mica brutto essere adottati”, fu la bidella a riuscire a finire una frase per prima.

Già, disse Anna. Già, anche la bidella.
“Però io non ho la foto.” Già.
In corridoio nuotava un puzzo di mensa e i muri soffia
vano vento. Avevo smesso di piangere, disattento, provai a riaccendermi e bastò per rinverdire l’allarme intorno. Anna mi strinse, finalmente. Con il naso tra i pelucchi del suo maglione e l’odore di giglio pensai che a simulare tristezza finisce che ci si intristisce per davvero. Deve essere liquida la tristezza se a versarne un po’ per gioco o simulazione poi si finisce per berla. “Ma la tua mamma è come una mamma vera”, la bidella me l’ha bisbigliato come se fosse un segreto di stato. “Lo so. Lo so.” L’avevo già sentito milioni di volte. “E poi”, mi disse Anna con la sua mano a farmi cerchi sulla schiena, “e poi non è mica colpa tua e nemmeno della tua mamma di adesso. Sei stato adottato ma sei un bambino normale.”

Sapeva di caffè, anche.

“Lo so.” “E perché piangi?” C’era un silenzio lirico, il mondo che s’era fermato con l’orecchio teso. Avevo vinto, a modo mio. E poi non lo sapevo perché mi ero buttato in quel lamento. O forse sì. Lo sentivo ma l’avrei saputo solo più adulto: piangere è il mio modo di partire e tornare, rassicurarmi di non essermi troppo indurito il cuore sformato dall’accidia che frequento. Mi capita ancora adesso di piangere, da solo, quasi di nascosto: è il mio grufolare cioccolato senza farmi vedere, mettersi il dito nel naso o imprecare contro qualcuno. Piango, mi prendo le misure e verifico di non essermi sformato. Un pianto ispettore.

“Ascolta Carlo, facciamo così…”

Quando gli adulti propongono soluzioni ai bambini indossano un servilismo cortese che stira le vocali.

“Adesso torniamo in classe…”

Si sente lontano un chilometro che hanno il terrore che gli si buchi il palloncino delle loro soluzioni.

“Parliamo con i tuoi compagni…”

Anna parlava come in chiesa. Con le parole pesanti, inzuppate.

“Gli spieghiamo che sei un bambino speciale…”

Speciale, normale. Fortunato ma come tutti. Si sarebbe fatta adottare anche lei, lì, per chiudere il discorso.

“E portiamo tutti una foto ma a tre anni. Da piccoli ma a tre anni. Tutti. Così siamo tutti uguali.”

“Ma io non lo voglio dire.”

“Non diciamo niente. Dico che ho deciso io. Sono la maestra, dico, e decido io. Va bene?”

Al rientro la classe non sembrò sfiorata dal melodramma consumato in corridoio: il solito vociare fitto come un ingranaggio in sottofondo di voci a punta non addomesticate si arrestò a bacchetta. Andrea mi ispezionava controllando che tornassi in classe tutto intero, vidi Roberta scimmiottare la contrizione osservata in chissà quali auliche nonne, tutti chi più chi meno cercavano di capire quel poco che basta per non sembrare disinteressati e scortesi spinti da quell’odiosa educazione fatta di posture affettate. Intanto io camminavo pieno di crepe ma la classe era troppo buia per vederle. Al mio banco Paolo, il compagno con cui avevo fatto il più bel pupazzo di neve della mia vita, si fece da parte anche se lo spazio non mancava e poi fu quel respiro prima della notizia.

Come succedono. Come succede la vita. Basta suonare le corde che stanno più in fondo la pancia perché tutto s’imbarazzi. Anni a progettare un pavimento solido e poi basta che si infiltri una lacrima, anche ammaestrata, e si naviga a vista sulle zattere.

Alla scuola di Tarrazza, paesino ai bordi della via Emilia, da quell’ottobre del 1983, fu regola portare a scuola la foto appena nati a tre anni per tutti i nuovi alunni della prima classe elementare. Poi la notizia si diffuse in qualche strascicata riunione provinciale e la norma dei tre anni prese piede fino a qualche istituto fuori regione. “È un’indicazione che ci viene da uno studio di psicologi dell’infanzia”, rispose qualche preside vestito marrone smunto di una piccola scuola borghese in Valtellina. Gli adulti sono così: se accade qualcosa di comodo diventa una regola; qualcuno a cui attribuirla al massimo si trova sempre. 

Ugo Mulas, Danimarca 61

1

di Dario Borso

“Ho sempre avuto, prima istintivamente poi consapevolmente, una tendenza a riprendere quelle cose che sono banali” . Se a ʻcose banaliʼ sostituiamo ʻvita quotidianaʼ, otteniamo il profilo essenziale di Ugo Mulas da giovane: fotoreporter.

Cominciò nel 1954 con la vita degli artisti al Bar Jamaica e quella degli immigrati nelle periferie milanesi, e proseguì metodicamente profittando delle occasioni lavorative ossia delle riviste che gli offrivano nuove, malpagate opportunità . Tra queste “L’Illustrazione Italiana”, mensile diretto da Livio Garzanti, costituì l’ancoraggio più sicuro e continuo: un centinaio abbondante di servizi a partire dal 1955 fino all’anno di chiusura 1962.
In tale contesto, i reportage sui Paesi esteri sono un capitolo a sé, emblematico del modo di operare di Mulas davanti a realtà sconosciute; e ciò soprattutto verso la fine della collaborazione col mensile, quando più consapevole si era fatto il suo approccio. Così, tra il 1959 e il 1960, Mulas accompagnò nelle due Germanie Giorgio Zampa, accademico fiorentino che volentieri si prestava al giornalismo .

La coppia funzionò particolarmente bene, tant’è che nel giugno 1961 venne spedita in Danimarca . Il risultato furono due servizi apparsi sui numeri di luglio e agosto de “L’Illustrazione Italiana”: Appuntamento con Karen Blixen, resoconto di un pomeriggio in casa dell’illustre scrittrice che qui riportiamo , e Danimarca serena.
Nel secondo servizio il testo di Zampa, che spaziava dall’arrivo in aereo all’incontro finale col primo ministro socialdemocratico, era attento a illustrare la specificità del modo di vita danese, il suo equilibrio, in un momento in cui l’Italia avviava un miracolo economico che ne avrebbe accresciuto invece gli squilibri (tra Nord e Sud, città e campagna, capitale e lavoro). E dentro questa cornice si allineavano nel servizio i vari episodi partendo da Copenaghen: Tivoli, il parco giochi più antico d’Europa; una visita alla Permanente con le ultime novità esposte di artigianato e design; l’incontro con gli architetti più significativi di quella stagione; varie incursioni nella campagna del Seeland tra fattorie e Università Popolari, luoghi di continuo aggiornamento tecnico e culturale; la visita al Nobel per la fisica Niels Bohr nella residenza che i birrai Carlsberg da un secolo ormai assegnavano ai vari campioni danesi dell’intelletto – dove magia è frutto non dell’alea, ma di una predisposizione dello sguardo e della mente ad accogliere l’esperienza inquadrandola. Una fenomenologia dunque come viatico, con le sue brevi soste e le sue quattro scansioni: la vita, il lavoro, l’arte, il genio.
Questo l’itinerario compiuto dai due reporter, i quali pur nell’unità d’intenti seppero durante quella settimana mantenere la propria autonomia, o non seppero resistere alla propria vocazione più intima: Zampa si recò infatti da solo a Odense, città natale di Hans Christian Andersen e sede del museo a lui dedicato ; Mulas, anche se il compagno non ne scrisse, fotografò per conto suo il Louisiana Museum of Modern Art di Fredensborg .

La fotografia del Louisiana Museum, riprodotta grazie alla gentile concessione dell’archivio Ugo Mulas, accompagna la nota introduttiva del volume “Danimarca 61” uscito in questi giorni in edizione bilingue presso Humboldtbooks.

Fuori dalla Storia: adolescenza e spazio liberato

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Antonio vive dal 2006 a Pistoia, ma ci siamo conosciuti e incontrati soltanto dopo la disfatta politica delle ultime elezioni che hanno visto la destra prendere il posto della sinistra in cui entrambi avevamo creduto e continuiamo a credere. Poi, una mattina, sul treno per Firenze, mi ha raccontato del suo coinvolgimento attivo nel quartiere di Bari dove è cresciuto, ci siamo confrontati sul rapporto con gli adolescenti, sugli spazi liberati, difesi e a volte perduti, sul bisogno vitale di credere che quegli spazi siano riabitati, in modi a noi sconosciuti e sorprendenti dai più giovani. Gli ho chiesto di scrivere la sua storia per Nazione Indiana – cominciamo da qui, dal mettere in comune le esperienze e le speranze (f.m.).

di Antonio Sofia

Sono tornato all’oratorio dopo diversi anni, l’avevo lasciato alla fine della scuola. Il portone grigio di via Zuccaro è sempre semichiuso. Una catena permette il passaggio di un ragazzo alla volta. Capita che i più piccoli si contendano l’ingresso e finiscano per passare insieme, spalla a spalla. A questo prodigio segue una risata beffarda per aver violato la norma o la fisica, non lo so.

Non solo il portone è grigio, so che il grigio è ovunque: si stende per tutta la superficie dell’appendice parrocchiale, interrotto solo dai tracciati dei campi di calcetto, di pallavolo, di basket, dalle grate per lo scarico dell’acqua piovana. Superato il portone, c’è spazio per tutti e tutti insieme, quando ero ragazzo io, nei primi anni ‘90, eravamo più di cinquecento. Era stata l’intuizione di padre Mimmo, un prete assai basso e dalla chioma orgogliosamente corvina: tutto quello spazio poteva essere riempito, proprio perché non c’era spazio altrove. Bari era in continua espansione, i traffici nella buona e nella mala vita prosperavano, anche in virtù dell’improvvisa contrazione del Mediterraneo; un groppo in gola, una crisi di panico era stata l’urgenza albanese rivelatasi poi un affare per la Puglia, in mostra al mondo attraverso le immagini di un esodo drammatico, primi singhiozzi della globalizzazione di lì a poco a venire.

Nonostante la città crescesse e arrivasse a inglobare le frazioni vicine come fa la muffa ostinata su un solaio mal progettato, per bambini e ragazzi c’erano solo le strade, quelle sempre meno larghe. Le automobili erano un colesterolo di tracotanza e vanità, destinato a sedimentarsi nella rappresentazione di un corpo privato sempre più invadente lo spazio pubblico, eppure precarie, esposte allo sfregio ultrapop di un furto o all’aggressione tragica del fuoco minatorio. I bambini si annidavano sui cofani cercando quelli con gli allarmi meno sensibili. Stavano a guardare i ragazzi più grandi sciamare dietro un pallone di cuoio da poche lire, schierati in squadre variabili, composte intorno a pochi leader immediatamente riconoscibili per il tocco di palla o per la pettinatura aggressiva. I bambini aspettavano di esser convocati per fare numero, mentre le bambine giocavano per i fatti loro, impegnate in filastrocche infinite o in salti tra la terra e la luna; le ragazze più grandi si vedevano meno, comparivano incollate l’una all’altra come addobbi di una festa. Al loro passaggio la partita di calcio reagiva, come se di colpo tutto avvenisse su un piano privato d’equilibrio: allora occorreva un grande sforzo perché il pallone non scivolasse via, in una buca oppure oltre i bordi, verso l’ignoto.

Il prete aveva aperto l’oratorio, laddove la parrocchia affittava campi e campetti, l’aveva aperto ed eravamo arrivati da ogni parte, persino dalla provincia: tutti insieme, più di cinquecento, passavamo uno a uno da quel portone grigio di via Zuccaro, con un tesserino che costava cinquemila lire e serviva a contarci, a sapere da dove venivamo e a pagare le poche attrezzature. In questo oratorio avevamo un’altra città, dove si poteva fare tanto, molto di più di qualsiasi altrove mai visto prima, non perché ci fossero percorsi o attività, non per i campetti quasi rettangolari. Era quel grigio: quanto era bello, così vasto, così meravigliosamente vuoto!

Non ho dovuto aspettare molto davanti al fatidico portone.

Sono tornato all’oratorio poco più che ventenne, con un lavoro, anzi due, forse tre lavori temporanei che mi han permesso di andare via di casa e prendere una stanza non lontano da via Zuccaro. In questi anni ho studiato, viaggiato, mi sono innamorato, ho convissuto a Roma che da piccolo sembrava Marte e sono stato felice nello spazio, poi atterrato deluso e ferito, per questo sono tornato. Non ci sono più cinquecento ragazzi e ragazze, neanche cento, neanche cinquanta, spersi nel grigio saranno stati una ventina quasi tutti maschi, sparsi nel grigio a lambire i perimetri di gioco e a calciare pigne. Il portone l’ha aperto un prete che non conosco, si chiama Vincent e viene dalla Nigeria. Non c’è più il tesserino.

Facciamo due chiacchiere, gli dico chi sono e chi sono stato in quell’oratorio. Mi spiega dei problemi che ha con la parrocchia, che preferirebbe affittare i campi, mi dice che i ragazzi non sono tanti perché forse escono meno o hanno corsi e allenamenti, ma non ne è certo; in ogni caso per quelli che ci sono lui da solo riesce comunque a far poco. Non mi concedo tempo di esitare, gli prometto che, se lasciamo perdere discorsi su una mia improbabile conversione, gli darò una mano.

Ho mantenuto la parola. Per un anno e mezzo tutti i pomeriggi son stato presente dall’apertura del portone delle 15, alla chiusura per la cena; i miei lavori da cococo schiacciavano ogni progettazione del futuro e io mi rifacevo limitando il loro peso nel presente allo stretto necessario.

Aveva ragione Vincent: sembravano pochi quei venti ragazzi, ma non lo erano stati per lui, non lo sono per me. Non ho preso chissà quale iniziativa, hanno età diversissime, dai dieci ai sedici anni, come per la strada è il pallone che li fa stare insieme per tante ore. E riconosco le dinamiche di un tempo, tutti in fila spalle al muro, per fare le squadre: a dir il vero non tutti, c’è differenza tra chi sceglie e chi spera di essere scelto. Chi sceglie è il più bravo e si è guadagnato il diritto di stare faccia al muro, sono i capitani che scandiscono nomi a turno. Così nelle ultime battute si rivela chi nessuno vorrebbe in squadra, troppo scarso persino per quel palcoscenico, ma che, per una regola non scritta, potrà giocare come gli altri se garantirà l’impegno di limitare i danni e la pazienza di incassare insulti.

Li ho osservati e ho capito che, nonostante la turnazione, la composizione delle squadre si presta a derive subdole e accade quasi sempre che i migliori siano nella stessa compagine. Ho deciso di intervenire e capovolgere il meccanismo. Ho dato la scelta a quelli meno dotati tecnicamente, il muro dietro la schiena è toccato ai migliori. Poi ho iniziato ad arbitrare le partite stando sempre in mezzo al loro.

Possono giocare a calcio per ore e ore e non lo faranno mai senza impegno. Contestano, si arrabbiano, dal grigio emergono con le braccia alzate per chiedere un passaggio, urlano per un fallo e si promettono botte, anche se in palio non c’è nulla. Sono sorpreso da questa determinazione. Da quando vigilo sulla composizione delle squadre le partite sono più incerte negli esiti; io li mescolo in continuazione sperando invano di limitare un agonismo che sconfina in rabbia al primo urto. Ma c’è dell’altro. Per quanto se ne dicano e se ne diano in campo, per quanto si infurino contro di me, al termine dei giochi tutto finisce. Dopo i primi conflitti con alcuni di loro, per un rigore non fischiato o per una espulsione non compresa, io ci stavo male: li cercavo per controllare che nulla si fosse compromesso, logorato da quest’ansia sin da piccino, quando le buscavo dai miei e temevo di essere il peggior essere umano di tutti i tempi. Scopro che a loro non gliene importa nulla, che hanno già altro per la testa; anche se poco prima avevano i goccioloni agli occhi e minacciavano vendetta, terminato il gioco io scompaio, le loro liti si spengono, non importa neanche più chi ha vinto. Per certi versi è frustrante, per altri penso che stiamo facendo qualcosa di sano insieme. In questo spazio così privo di caratteristica, in questo enorme cortile senza colori, noi passiamo un tempo tra parentesi, siamo fuori dalla Storia. E con questa premessa si può anche immaginare di non giocare solo al calcio.

Possiamo provare a raccontarci delle cose; mi chiedono e gli chiedo di raccontare ciò che avviene all’esterno del portone grigio, rispondo e mi rispondono, ma siamo d’accordo sempre sull’eccezionalità del nostro vivere senza scopo, niente lezioni, niente da imparare, solo racconti. Difficile che qualcuno desideri fare male nel gruppo o ostacolare gli altri, persino la competizione sfuma, settimana dopo settimana: quella strabiliante intenzione alla contesa dei primi giorni, feroce pur senza premi da ottenere e priva di conseguenze fuori dal gioco, ha lasciato spazio a un’ambizione nuova, quella di far ridere. Ci provano tutti con coraggio: dicendo e mimando oscenità, reinterpretando peripezie scolastiche o successi musicali del momento; o solo ridendo, perché ridere fa ridere. C’è servito tempo, un tempo tra parentesi che tornava giorno dopo giorno, per iniziare un’altra Storia, questa tutta nostra.
Dalla scoperta di un tempo senza fini, né investimenti, siamo finiti un anno dopo a scrivere, a disegnare scenografie, a provare uno spettacolo per farlo bene anche se, per non contraddirci, avevamo a stento definito una struttura. Piuttosto vi si trovava una coerenza: ognuno di loro era impegnato a far ridere il pubblico oppure, più spesso, a ridere di se stesso. E l’allegria, ho pensato, si è presa una grossa rivincita sulla felicità.

Qualche settimana dopo lo spettacolo ho deciso di partire. Prima di salutarci siamo andati insieme al mare. Durante quel fine settimana ho assistito con loro a una messa, credo sia stata l’unica da allora. Li ho osservati nella piccola cappella mentre Vincent celebrava e mi sono chiesto cosa significasse per loro quel rito: un insieme di battute che stonavano nelle loro voci, le richieste di pietà e perdono a dio, la coscienza del bene e del male, l’astrazione necessaria a dichiararsi fratelli uniti da un sacrificio, l’amore universale e intangibile del miracolo. Come poteva appartenerci quel lessico e quella forma? Stavano tra i banchi e, per rispetto al prete e per abitudine, facevano quello per cui erano lì. Eppure credo di aver potuto apprezzare un ulteriore aspetto del nostro tempo tra parentesi: in quella liturgia, così come nelle brevi preghiere che Vincent faceva coi ragazzi prima di iniziare il pomeriggio insieme, avveniva di emettere tutti lo stesso suono nello stesso momento. Era stata quella l’accordatura, il legame tra i suoni prima della melodia, il coro come una sorgente. Le parole non erano importanti, quelle scelta da ciascuno sarebbero venute dopo.

Le mie giungono adesso, ho quarant’anni e sono padre. Quel tempo tra parentesi penso sia stata una grande scoperta, ma non potevamo far altro che viverlo e poi lasciarlo andare. Ne scrivo, incerto sulla verità di quanto mi dicono i ricordi, ma va bene così.

CROWDFUNDING non troppo educato [litote lenitiva]

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Rivoluzionare il sogno. Note su “Le giunture del sogno” di Sergio Finzi

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 di Gianluca Garrapa

Se ti dico “psicoanalisi”, probabilmente penserai a “inconscio” e la parola “sogno” la collegherai a “interpretazione dei sogni”. Invece “Le giunture del sogno” è tutt’altra cosa. Le giunture del sogno (Luca Sossella editore, 2016) è un saggio, ma a tratti ricorda un romanzo filosofico, dello psicoanalista Sergio Finzi che, lungi dal ripercorrere la chiave interpretativa freudiana del sogno, evidenzia la sua struttura geometrica connessa con le leggi della natura, del corpo e del pensiero. Un sogno, dunque, più vicino alla filosofia e all’etica, alla matematica e alla libertà dell’uomo.

Je so’ pazzo – un film di Andrea Canova

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di Mariasole Ariot

“Ogni realtà sociale è, per prima cosa, spazio”.

Braudel

 

Riabitare i luoghi di confine significa riscriverne la storia senza cancellarla –  là dove tutto sembra(va) votarsi proprio a questo: all’oblio. Significa dare alla storia precedente, per sottrazione, una nuova voce.

Riabitarli, riscriverli, e infine raccontarli: perché senza una narrazione che sappia entrare nei sotterranei di un passato dimenticato e di un presente riedificato, con occhio spalancato ma con la delicatezza che non sfonda i muri ma li apre come si aprono le maglie del sottile, il nuovo resterebbe confinato all’invisibile.

Il regista Andrea Canova, realizzando il film per la giovane etichetta Inbilico Teatro & Film – e con l’aiuto di una campagna di crowdfundig per sostenere le spese di post-produzione,  con un incedere largo ma in sordina, senza sovrapporsi ai rumori e alle voci del luogo ma posizionandosi dal lato della testimonianza, restituisce una visibilità per molto tempo mancata: ripercorrendo il territorio che si propone di raccontare, lo attraversa non solo nella sua dimensione spaziale, ma anche in quella temporale: è l’alternanza tra il movimento creativo dell’oggi e la staticità coatta di ciò che era ieri l’ex ospedale psichiatrico di Sant’Eframo, ora sede del collettivo Je so’ pazz che, occupandolo nel 2015, l’ha rifondato, dandogli una nuova possibilità di parola, di respiro, di libertà.

La struttura carceraria, ricavata dalle mura antiche di un vecchio monastero del ‘600, convertito in ospedale psichiatrico giudiziario nel 1978 a seguito della Legge Basaglia, e chiuso definitivamente nel 2008, è un’architettura imponente. Un’architettura abitata per anni da un mondo confinato e invisibile, in cui Michele Fragna, voce e corpo narrante che appare a tratti, nell’imprevisto della discorsività visuale, attraverso i suoi vecchi scritti poetici di ex internato, fa riemergere ciò che prima era – e ciò che prima non era – Sant’Eframo.

 

“Quand’anche fosse son pazzo, e allora?/Mi rimane un tanto per essere felice/ Mi rimane un tanto per le mie sofferenze/Mi rimane un tanto per dire ho un amico, per dire ti odio, ho paura/ed altro ancora/Mi rimane un tanto per dire: sono un uomo”
Michele Fragna

 

Dove il colore predominante era il grigio, ora sono murales e tinte forti, dove prima era silenzio, ora sono risa di ragazzini che giocano a pallone, dove prima erano detriti, ora spunta un sottile strato erbaceo, dove prima era muraglia di separazione, ora è palestra di roccia, dove prima erano letti imbrattati di umori, ora c’è il suono di un violino, dove prima erano grida soffocate, il battere di cucchiai sulle sbarre, ora c’è uno strumento che suona, le voci che l’accompagnano.

Perché un paesaggio in cui l’umanità si muove è anche questo: un paesaggio sonoro. E l’elemento sonoro è un’altra componente fondamentale del documentario che, in alcuni precisi momenti, ci riporta al precedente lavoro di Canova, Il vicino.

Riabitare luoghi infernali (“qui ho visto l’inferno”, recita una delle testimonianze appese alle pareti), permette anche (per i “sopravvissuti” e per la memoria collettiva) la rielaborazione di un lutto: il lutto dei dimenticati, di ciò che prima faceva scarto, dei residui corporei, dei vecchi plichi ingialliti, dei frammenti di vita gettati nelle macerie. L’abbandono assoluto, l’uscita dalla scena del mondo.

“Vengo qui perché nel quartiere non abbiamo un campetto da calcio”, dice un bambino.

E come lui, nell’ex opg, oggi trova casa e senso comunitario chi altrove non riesce a costruirlo e a farne parte. L’ambulatorio medico, le aule d’insegnamento, il laboratorio di teatro, le “pizzicate”, la stanza dei violini, l’accoglienza ai migranti, le tavole rotonde, la passeggiata, lo scambio pieno della parola, il riconoscersi, l’appartenenza: una scena che esonda in fermento, che s’interroga sui nuovi significati e i vecchi significanti:

“Non è che sono pazzi, sono persone normali, soltanto che hanno un piccolo problema. Se tu ti spezzi una gamba ti devono chiamare zoppo?”

Nel ricordare è sempre e necessaria anche una “perdita di ricordo”, una dimenticanza : non significa rimozione, negazione, al contrario significa dimenticare qualcosa per poter far rivivere qualcosa di nuovo.

Se questo è quello che il collettivo Je so’ pazz ha fatto concretamente nei fatti, l’operazione del regista si sposta in una zona simbolica pur restando a stretto contatto con un Reale ustionante: nel documentario non si tratta solo di descrivere lo stato attuale delle cose, né solo di tenere a mente ciò che in un tempo straziante è stato: si tratta piuttosto di  questo: raccontare il Possibile.

Non è quindi un’operazione che si limita a denunciare e svelare ciò che non è stato fatto, ciò che non doveva farsi, ma anche e soprattutto: ciò che si può fare, ciò che si può dire. Lì, come nei tanti altrove che ancora, sfortunatamente, permangono nel mutismo.

Come dichiara Werner Herzog “Per una civiltà così avanzata come la nostra, essere senza immagini che siano adeguate ad essa è un difetto così grave come l’essere senza memoria”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un’altra scuola di Francoforte: gli anni Settanta di Jörg Fauser

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Di Daria Biagi

È il 17 luglio 1987 quando un uomo di quarantatré anni, poche ore dopo aver festeggiato il suo compleanno, viene travolto e ucciso da un camion lungo il tratto autostradale tra Feldkirchen e München-Riem, alla periferia di Monaco. Si tratta di uno scrittore francofortese noto per il momento più nell’ambiente delle forze dell’ordine che non nei circoli letterari: ad attirarlo fuori città, secondo alcuni, sarebbero stati presunti informatori con cui si era messo in contatto per un’indagine sui rapporti tra spaccio di droga e politica; secondo altri stava invece semplicemente barcollando verso casa, ubriaco come il personaggio di uno dei suoi libri. Le incertezze su questa strana morte avrebbero contribuito, negli anni successivi, ad alimentare il mito di Jörg Fauser, romanziere, poeta, giornalista, alcolista, testimone polemico della contestazione studentesca e di tutto quello che, in Germania e non solo, ne sarebbe conseguito.

“Pacific Palisades”. Un testo al confine

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di Stiliana Milkova

Pacific Palisades, il nuovo libro di Dario Voltolini, è appena uscito da Einaudi. Pacific Palisades racconta una vita attraverso la mappa di una città. Per specificare, il suo è un testo autobiografico che colloca la propria storia sulla pianta topografica di Torino (la città natia dello scrittore) per poi espandere la prospettiva dell’io narrante e dunque anche quella del lettore fino a comprendere territori lontani e definitivamente stranieri e fare un giro dalla California a Tokyo. Quei territori geografici vengono descritti anche come territori limitrofi, posizionati al confine tra realtà cartografica e immaginazione, tra presente e passato – territori che sono innanzitutto dentro di noi, luoghi che generano la nostra identità e per questo anche plasmano le nostre esperienze. In questo modo l’ottica testuale si muove vertiginosamente dal dettaglio personale alla panoramica globale, si sposta da paesaggi urbani a paesaggi psichici.

una rete di storie festa di Nazione Indiana 2017

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Nella sua storia lunga ormai ben 14 anni Nazione Indiana ha pubblicato più di 10.000 articoli di critica, racconti, poesia, traduzione di inediti e saggistica con quasi 150.000 commenti dei lettori, spesso in appassionate e agguerrite discussioni. La Redazione, composta attualmente da 25 membri, vivendo in uno spazio virtuale fra Italia, Francia, Inghilterra e America, dal 2010 ogni anno sente il bisogno di organizzare un evento festa-convegno, per calarsi nella realtà, guardarsi in faccia, sentire le voci, suscitare dibattiti dal vivo. Quest’anno ha scelto la moderna cornice della ⇨ Mediateca Montanari di Fano, che sabato 28 e domenica 29 ottobre 2017 le ha aperto i suoi spazi con grande disponibilità. L’evento UNA RETE DI STORIE, realizzato grazie alla collaborazione dell’Assessorato alla Biblioteche del Comune di Fano e della Mediateca Montanari-Memo, storie raccontate in rete, che “fanno rete” tra di loro e con il mondo, si articotla fra appuntamenti più specificamente letterari e temi di attualità. Dei numerosi redattori parteciperanno Gianni Biondillo, Francesco Forlani, Andrea Inglese, Helena Janeczek, Renata Morresi, Orsola Puecher, Jan Reister, Giacomo Sartori, Antonio Sparzani, Maria Luisa Venuta.

“Dare tempo al tempo”, un’antologia tematica della poesia novecentesca

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[Segnalo con colpevole ritardo questa iniziativa editoriale interessante. Alma Gattinoni e Giorgio Marchini hanno curato un’antologia dal titolo Dare tempo al tempo. Variazioni sul tema della poesia italiana del Novecento (Giulio Perrone editore, 2016). Nell’intento dei due curatori, che hanno una lunga esperienza d’insegnamento nella scuola secondaria, vi è senza dubbio anche un aspetto pedagogico. E un approccio alla poesia attraverso un tema fondamentale come quello del tempo risulta particolarmente fecondo.]

Dalla postfazione dei curatori, Per un alfabeto poetico del tempo.

Dare tempo al tempo raccoglie, intorno a un grande tema poetico, filosofico e umanissimo, come quello del Tempo, centotrenta autori italiani del Novecento (il più “vecchio è Pascoli, i più “giovani” sono nati oltre la metà degli anni Sessanta), rappresentati ciascuno da un solo testo e proposti in sequenza alfabetica.

Il mondo di Fiorino: autunno

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di Antonio Sparzani

Erano i mesi dell’autunno nebbioso. La quarta ginnasio era passata e Fiorino frequentava la quinta con qualche difficoltà iniziale. Stranezze, pensava suo padre, non abituato a dover firmare brutti voti. Il fatto è che Fiorino perdeva tempo, talvolta come in trance, e poi usciva spesso e aveva cominciato a vedere degli amici nuovi, conosciuti tramite Ernesto. Susa era sparito ed Ernesto si portava dietro spesso un paio di altri ragazzi della sua età che parlavano diversamente e che, in particolare nei confronti di Fiorino, nettamente il più giovane del gruppo, mostravano una specie di affettato paternalismo. Si vedevano nei tardi pomeriggi, bighellonavano per le strade di San Bruno, sotto i portici, ma anche nelle stradette oltre il duomo, vicino al lungolago. Fiorino stava spesso zitto, ad ascoltare e a pensare; pensava qualche volta per conto suo e qualche volta a quel che dicevano gli altri; diceva cose convenzionali, forse per paura di sbagliare, non erano persone alle quali aprire l’animo, come a Franco o a Giancarlo. E tuttavia Fiorino amava la compagnia, quel chiacchierare fitto nella luce filtrata dell’autunno, quei passi che ogni tanto si fermavano per capire meglio cosa si stava dicendo. Non c’era il rumore delle auto nelle zone dove andavano, c’erano dei nuovi mondi di conoscenza che facevano finta di essere da grandi, che imitavano le mosse dei grandi discorsi senza averne lo spessore, che tuttavia qualcosa agitavano nella mente, come un rimestamento in un magma informe per far affiorare ogni tanto una forma definita.
Questi nuovi compagni di strada erano il Meme, piccoletto, sempre infagottato in un cappottino marrone a spina di pesce e poi Corrado, il maggiore d’età, più alto e con un soprabito grigio a doppio petto, sempre dritto sulla persona, spalle indietro, capelli tirati e radi sul biondo cenere, che parlava con un tono pacato e sicuro. Parlava però degli amorazzi che aveva sentito dire a San Bruno e di come fosse sfortunato tizio ad essersi imbattuto nella tale nel momento sbagliato. Quando qualche parola veniva detta, che qualcuno dei grandi pensava potesse offendere le orecchie ancor giovani di Fiorino, gli veniva chiesto scusa, così, quasi per vezzo. Fiorino sorrideva imbarazzato, assicurando che non si turbava per questo e non sapendo bene poi cosa dire, tanto gli sembravano poco naturali tali scuse.
Un pomeriggio, con già l’invito del crepuscolo, incontrarono un ragazzo più vecchio di tutti, Alberto, forse già sui venti, che non andava più a scuola, era impiegato in qualche ufficio. Era di quelli che parlavano fitto, un po’ tra i baffi neri e corti e faceva lunghi racconti. Era triste quella sera e spiegò a tutti perché. Era morto giovane un suo caro amico, che anche gli altri vagamente conoscevano di vista, era uno di San Bruno che girava nell’ambiente della parrocchia. Quel che in particolare sconvolgeva Alberto era che solo poche sere prima di quell’avvenimento erano stati a chiacchierare e l’amico gli aveva parlato della vita e della morte, così, come spesso si faceva allora a vent’anni, con una sorta di tranquillo turbamento, come se fosse una cosa naturale; e veramente lo era, si disse Fiorino che quel pensiero l’aveva spesso. Fiorino in realtà credeva di essere lui un po’ strano a pensare così spesso alla morte e a tutto quello che la circonda, ma scoprì in pochi momenti che non era poi tanto strano. Si dipanò subito un discorso tra tutti, su quest’argomento così insolito, nel quale alcuni ruoli della piccola compagnia vennero rovesciati. Corrado aveva poco da dire, Ernesto parlò invece della sua nonna e di come l’aveva trovata una mattina dolcemente addormentata; il Meme si accalorò sulla questione dell’al di là e di dove si sarebbe poi andati e Fiorino, che aveva la triste esperienza della sua mamma che se n’era andata da pochi anni, arrivò a raccontare dei pensieri che quasi mai aveva raccontato perfino a se stesso. Pensieri sulla tristezza di vedere quelle casse, con quel che contenevano, nascondersi un po’ alla volta in terra, o infilarsi in un loculo di quella pietra che sembra sempre bianca e sporca dei cimiteri, ma anche pensieri di comunicazione con i “propri morti” – così egli li chiamava dentro di sé – come con dei mediatori di un dialogo con se stesso che trovava così uno sbocco più scorrevole. Questa possibilità che quella sera gli venne casualmente offerta di tirar fuori un grumo di riflessioni assai raramente comunicate fu vissuta da Fiorino come una affermazione di sé e della propria identità, di cui, più nascostamente ma anche più testardamente di altri, sempre andava in cerca.
Si sentì esistente; pensò se stesso pensante – usò dentro di sé questa formula appena appresa da qualche insegnante filosofo – e fece un altro passo dentro la vita. La luce dei lampioni di San Bruno, di solito così fioca, sembrava più invitante, la nebbia più amica e Fiorino propose, inauditamente, di entrare in un caffè, pensando con tremore che le poche monete che tastava con le dita in tasca sarebbero forse state sufficienti per un caffè macchiato.
Gli amici, vagamente stupiti, accettarono e trovarono un tavolo intorno al quale potersi sedere, per scaldarsi e raccontarsela il più a lungo possibile. Si sentivano più uguali quella sera, la morte, che già rende uguali dopo, aveva operato la stessa cosa anche prima, bastava parlarne tirando fuori quei pensieri fissi che, senza che normalmente apparisse, ognuno aveva.
Quando uscirono dal caffè, nelle stradette illuminate dalla nebbiolina del crepuscolo che saliva dal lago, si rimisero a camminare, scambiando solo poche battute, ognuno assorbito da quel giro di discorsi che erano emersi anch’essi forse dal lago. Alberto, che aveva innescato la discussione, pareva imbarazzato per l’interesse che i suoi racconti avevano risvegliato, mentre il Meme ruminava tra sé e sé poche incomprensibili parole. Neppure Ernesto riusciva a sfoggiare qualche pensiero chiaro e distinto.
Fiorino rifletteva inorridito che la morte di sua madre gli aveva permesso ora un ruolo insolitamente alto nella discussione con gli amici; che poi tanto amici non si potevano neppur dire – Fiorino stava sempre molto attento all’uso di quella parola – tranne Ernesto, s’intende. Gli altri erano come interlocutori che avevano però il pregio di schermare la presenza talvolta ingombrante di Ernesto, e di creare un contesto nel quale Fiorino s’era sentito libero, e anzi spinto, a mostrarsi.
Era ora di andare a casa per Fiorino, che doveva rispettare orari un po’ più rigidi degli altri. Si congedò con maggior sicurezza del solito e si avviò per la salita con un passo più certo.

Le precedenti storie di Fiorino sono qui e qui e anche qui.