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Antonio Turolo, ‘A parte il lato umano’: premio Ciampi Valigie Rosse 2016

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di Azzurra D’Agostino

Valerio Nardoni e Paolo Maccari dal 2010 propongono un’iniziativa più che lodevole nel panorama della poesia e dell’editoria italiane. Il progetto nasce intorno al Premio Ciampi, dedicato com’è noto alla canzone d’autore. I due curatori hanno portato questa esperienza nel campo della poesia internazionale, realizzando in collaborazione con Valigie Rosse una sorta di ‘premio alla carriera’ a un poeta italiano e a un poeta straniero in traduzione. Non ci si candida, ma sono i due attenti lettori che invitano un autore, degno in qualche modo di interesse, a proporre una plaquette inedita che verrà pubblicata nella collana del premio. Collana della quale chi scrive è entrata –con stupore e gratitudine – a far parte l’anno scorso, dopo Italo Testa, Matteo Marchesini, Andrea Inglese e Francesco Targhetta. Ne scrivo dunque in qualche modo ‘dall’interno’ pur essendo questo un caso non cercato: avevo letto tutti i libri precedenti, di autori che stimo, e fin dalla nascita di questa avventura avevo trovato molto interessante la formula di dare in qualche modo spazio – che fosse anche riconoscimento – a poeti diversi ma al contempo dal percorso significativo, dalla voce definita. Dopo aver coosciuto da vicino come lavorano Valerio, Paolo e Tiziano Camacci di Valigie Rosse, la mia idea iniziale di ammirazione si è rafforzata, per la passione, l’entusiasmo e la gentilezza che mettono nel progetto che hanno ideato. Ho poi provato un vero e proprio moto di gioia nel sapere il vincitore italiano di quest’anno: Antonio Turolo che, insieme al rumeno Ioan Es. Pop, è stato premiato lo scorso 25 novembre alle 21 al Teatro ‘La goldonetta’ di Livorno.
Perché ho gioito per Antonio Turolo? Innanzi tutto, per il fatto di poter finalmente leggere sue poesie inedite. Fin dall’esordio – che non a caso si chiamava ‘Le parole contate’, inserito nel VI Quaderno di poesia italiana Marcos Y Marcos – una caratteristica di questo poeta un po’ defilato è stata la scrittura centellinata. Due raccolte brevi, a distanza di 9 anni l’una dall’altra, uscite per editori piccolissimi. L’ultima prima di questo ‘A parte il lato umano’ è stata ‘Corruptio optimi pessima’, andata esaurita da tempo. Turolo non compare tra i nomi dei festival, non compare sui magazine letterari e non partecipa a dibattiti o querelle. Eppure i lettori di poesia sanno benissimo che questo autore è degno di nota e non se ne dimenticano da un decennio all’altro, perché Turolo ha qualche cosa da dire: e quando la dice, nel suo modo serrato, privo di fronzoli, dritto alla questione, la dice per tutti, senza fare sconti, dando alla nostra lingua e alla nostra lettura del mondo nuova aria e nuovi spunti.
In particolare ‘A parte il lato umano’ esce dal confine dell’autobiografismo e lo amplia in una sorta di autobiografismo collettivo, una storia personale rifratta in vari personaggi, uno sguardo dei vinti verso chi li ha vinti, in un gioco di specchi che mette il lettore – il chiunque stia dal lato dei ‘normali’ o dei ‘salvati’ – in una crisi spartana e domestica, quella del dover fare i conti con le disattenzioni quotidiane, con i soprusi minuti, con l’indifferenza ormai didascalica del nostro mondo e tempo.
Dice bene Maccari, sempre puntualissimo e lucido nelle sue postfazioni, che si potrebbe qui parlare di uno ‘studio delle solitudini’, indagate nel momento in cui il singolo destino è in un momento di svolta decisiva, quello che illumina tutta la vita.
La forma è interessante, si passa da brevi poesie che in qualche modo espongono il fatto – esistenziale, letto attraveso una lente quasi cronachistica – e dei prosimetri in prima persona dove il protagonista spiega le sue ragioni, portandoci dentro quel dolore e quelle ragioni che in genere non sappiamo (non riusciamo ? non possiamo? non vogliamo?) ascoltare.
Il saggio di Maccari, da leggere, dà interpretazioni e visioni puntuali, alle quali non c’è molto da aggiungere, se non la speranza che questo premio continui il suo percorso con la stessa coriacea indipendenza con cui è nato.
Riporto dunque in anteprima alcune poesie da ‘A parte il lato umano’, Premio Ciampi Valigie Rosse 2016, volume impreziosito dalle sculture di Riccardo Bargellini create ad hoc per la pubblicazione.

A parte il lato umano,
(schiarendosi la voce),

devi considerare che è difficile
per i colleghi del Pronto Soccorso
riuscire a stabilire quando
la TAC è veramente necessaria
poi ovviamente ci sarà l’inchiesta.

(E qui una breve pausa).

A parte il lato umano
ribadisce.

*

La morte di un poeta è una notizia
che scivola leggera sugli schermi
delle telescriventi e le agenzie di stampa.

Discreta si diffonde
nelle pagine interne dei giornali
in coda ai notiziari della televisione.

Lo ricordavamo vivo oppure no,
si scoprono gli anni
si fanno un po’ di conti.

All’improvviso ci si accorge di
un dispiacere, come
uno sgomento leggero.

*

Il dottore ha detto che devo stare attenta. Non lasciare scadere le medicine. Me le ha cambiate, ma mi sento sempre uguale. Certi giorni le prendo e certi no. Quando vado da lui, prima devo lavarmi. E poi prendere il posto. E litigano sempre, per chi è arrivato prima. Mi passano davanti perché hanno i bambini piccoli, perché devono andare al lavoro. Così ci ho rinunciato. Però era contento che ho smesso di fumare. Ha anche sorriso. La sigaretta mi faceva compagnia però. È venuto anche lui a visitarmi. Avevo messo a posto la stanza, ma lui si è arrabbiato lo stesso. Ha detto che non posso vivere in questo disordine, e che dovevo pensare all’igiene, dare una mano di bianco ai muri, ha detto, buttare via gli scatoloni. Ma sarà abituato, penso io, è il suo lavoro, no?

La piccola Perla

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di Antonio Sparzani

È domenica e non abbiamo appuntamento. Il suo quartiere è piuttosto lontano dal mio. Ma io prendo la mia Fiesta color perla e mi dirigo verso quel quartiere. Non so cosa farò. La ragione non comanda sempre, anzi non comanda mai, ci sta sempre sotto tutto il mio corpo che è grosso e complesso ed è inesorabilmente un tutt’uno. Dunque questo corpo, persona, uomo, si sente girare dentro la testa, ma forse anche dentro altre parti, forse tutte le altre parti, una spinta, un desiderio di stare un po’ in quella zona, dove vive lei. E la macchina, che lei sì è veramente una macchina, si lascia condurre, lentamente, quasi per sviare l’attenzione, sul posto.
Il posto è poi un quartiere, con le sue vie rettangolari e qualche piazzetta che sembra proprio una piazza di paese. Io so il giro che bisogna fare per arrivare da lei, cioè davanti alla sua casa, che magari non esca proprio in quel momento, a portare a spasso il cane, uno shetland dal pelo lungo e simpatico, chissà, si potrebbe dire oh guarda che caso, aspetta che parcheggio. Ma poi parcheggio davvero e percorro pigramente a piedi le strade del quartiere, ristorantini, pizzerie, negozietti, perfino un falegname vero, con la bottega piena di strumenti e di legno, e poi mostre d’arte e tanti passanti svelti che tutti girano per le poche strade di un’isola nella grande e industriosa città.
Cerco di conoscere il posto, di imparare i nomi delle vie, di orizzontarmi senza fatica, vedo una sagoma lontana con un cane, affretto il passo, no, non è lei, son proprio cieco, ma nell’ombra di questi brevi crepuscoli invernali non si sa mai. Penso ma sono venuto fino qui per non suonarle neppure il campanello con una scusa qualsiasi, è questo che voglio? È mancanza di coraggio, di spavalderia? No, non credo, mi interrogo a lungo, guardo i fili dei miei pensieri che percorrono tutti i teatri possibili, sto attento a non cedere al primo impulso, ma forse è che l’impulso non è abbastanza forte; girellare nel suo quartiere è comunque starle vicino, magari sbuca da dietro un angolo, certo sarebbe bello, o forse un tantino imbarazzante? Cosa fai da queste parti, ma, sai, andavo dal falegname per una certa sedia rotta, ma no, ma no, la verità è sempre il meglio, sono venuto a girare qui sperando di incontrarti, e allora sì che ci si capisce e si capisce se ci teniamo in qualche modo, con i nostri modi diversi, tutti e due.
Ma naturalmente nulla di ciò accade, io mi perdo via a pensare come sono fatto strano, che poi figuriamoci che stranezza, chissà quanti altri se la raccontano di qui e di là, e ritrovo la mia piccola Perla che mi aspetta, lei, stupida prevedibile macchina, mi attende fedele.

Che tutte le farfalle smarrite vadano a casa

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Che tutte le farfalle smarrite vadano a casa

di Orso Tosco

L’apocalisse è così dolce.

Il Mondo, se questo è ancora il giusto nome da attribuirgli, somiglia a un’enorme bestia splendidamente rassegnata. Ninna ha sempre saputo che sarebbe andata in questo modo, l’ha sempre immaginato. Non a caso si aggiusta i capelli con due dita lunghe e belle, quasi mischiasse brace a chicchi di riso. Perché è così che si accetta la verità, perché così si accoglie il ritardo della verità. Come se servisse, o bastasse, a qualcosa.

«Cosa vedi?»

«Niente, lo sai, non vedo niente.»

«E cosa vedi dai denti?»

«Dai denti?»

«Sì. Dai denti.»

«Vedo il limone.»

«L’albero o il succo?»

«Il succo. È tiepido. E le balene, vedo le balene voltate verso il cielo.»

«E la pelle, cosa dice?»

«Mi dispiace. Dice mi dispiace.»

«Questo sei tu, tu lo dici, non la pelle.»

«Io sono la pelle, soltanto quello.»

«È per questo che bruci?»

«È per questo che smetto.»

E poi, lui che risponde alle domande, muore.

Ancora una volta, lui con la fronte alta e graffiata e le labbra carnose, muore.

E lei, Ninna, ancora una volta, osserva la costa. Osserva il profilo scuro della collina che si finge linea quando è invece foschia, miscuglio tenue di nebbia e di tratti nemici tra loro: dove l’albero smentisce la roccia e la roccia si allontana a nascondere il crepaccio, dove la poiana appare e scompare più veloce di qualsiasi frana, e la frana è nascosta e lontana, racchiusa nella linea esatta della costa, che raggiunge il mare e nega qualsiasi foschia con un solo tratto.

Contro la costa, come capelli, come fitto manto erboso, stanno le nuvole. Le prime nuvole.

Sono legate tra loro e dense, simili a fango grigio e blu, fango spesso e immobile, slabbrato verso il mare. Oltre la costa, più in alto, le nuvole appaiono invece ben delineate e il tramonto, quasi andato, ci rimbalza contro e sotto, e sopra, disegna pieni e vuoti soltanto per farle sembrare bugiarde e dolciastre.

Al centro del mare le nuvole sono verticali e scure, color del sangue, color del rame, e dentro si vede il vento che sbuffa e cambia posizione, allunga la luce, la spegne e la riaccende. Punte di rosso acceso, morbide e gonfie, vengono sfregiate dal breve passaggio di velature nere e verdi, per poi subito ricomporsi, come lava che dopo aver sbuffato si risistema quieta.

Ninna carezza il volto dell’uomo che muore spesso, dell’uomo così abituato a morire, poi si alza in piedi e si allontana. Ha il passo veloce e deciso. I suoi capelli scuri sono alti il doppio delle persone che sbucano dal mare facendosi largo tra le onde. Più l’Apocalisse cresce, più il Mondo finisce, e più Ninna diventa enorme, smisurata.

Il suo viso, che per via di una bellezza particolare, di uno splendore distante, già in passato, nei tempi andati e apparentemente pacifici generava eguale ammirazione e soggezione, adesso, nel pieno della quiete dell’Apocalisse, agli stanchi occhi della gente che vive sulla spiaggia, appare simile a un monolite di roccia scolpito dal ghiaccio: sovente, gli uomini e le donne della spiaggia guardandola vengono abbagliati. Allora istintivamente si nascondono dietro le palpebre, nonostante siano incorniciate dal sale marino, tagliente e urticante. La loro non è paura, bensì una forma ingigantita di quella stessa soggezione, o ammirazione, che in passato li avrebbe convinti a voltarsi verso di lei pur di osservarla camminare in strada, avvolta nei suoi lunghi cappotti neri, nel tentativo di decifrare se la qualità misteriosa del suo sorriso fosse un invito oppure un’ammonizione. E nel tentativo, quasi sempre vano, di attrarla, di farle posare su di loro i suoi occhi profondi e ampi, e blu.

Ma se allora, durante l’epoca delle passeggiate, dello studio e dei lavori, nelle giornate dei bar e delle mostre d’arte e degli amori, se allora molto, molto raramente Ninna ricambiava l’attenzione degli altri, adesso, mentre l’apocalisse dolce non fa che confermare le sue antiche supposizioni, adesso Ninna ricambia, anzi, anticipa gli sguardi; tutti gli sguardi. Ed è questa improvvisa disponibilità così a lungo taciuta che, miscelata alla sua bellezza, la rende abbagliante.

Ma non soltanto. Ci sono altre ragioni. Altre ragioni che se venissero pronunciate in questo istante sarebbero un insulto per questi uomini e queste donne che si aggrappano agli scogli, tagliandosi, pur di sfuggire alle acque mosse e gonfie di alghe. Perché questi uomini e queste donne, pur avendo già molte altre volte scoperto il motivo per cui Ninna li abbaglia, non lo ricordano. Ed è giusto così. È loro compito dimenticare e ricordare, dimenticare e ricordare senza sosta. Per questo Ninna li avvicina e porge loro un’anfora piena d’acqua. Perché lei sa tutto, ma loro hanno sete e hanno paura, quindi ciò che lei conosce fin troppo bene non ha valore. Non ora.

Theo indossa un pigiama di lana marrone, fradicio d’acqua e troppo largo, porta un paio di bretelle legate in vita senza motivo. Il viso è caratterizzato dalle guance scavate che lasciano sostanza al doppio mento, voluminoso come quello di un pellicano. Theo sorride, pulendosi dal sangue che sgorga da un brutto taglio a forma di mezza luna che ha sulla tempia. È sempre il primo a parlare. È sempre il primo a rivolgersi a Ninna con voce timida e soffice. Sarà per sempre il primo a dire: è bello, è bello essere a casa.

Il modo sguaiato con cui tutti gli altri sopravvissuti alle onde scoppiano a ridere, è il segnale. Tutto può continuare, ricominciando, ancora una volta. Ninna sa perfettamente ciò che sta per succedere, e conosce il modo in cui succederà. Per questo si allontana, incurante delle domande che le vengono poste dai naufraghi. Nonostante Karima, la vecchia minuta, allunghi le sue mani da bambina e provi a afferrarle la gonna per farla restare, nonostante Karima la implori di aiutarla a sconfiggere la paura, quella paura che improvvisamente fa smettere di ridere lei e gli altri, in questo istante che è al tempo stesso una nota cupa, quasi sorda, e un sorso d’acqua che fa tossire senza dissetare.

Ninna, durante le precedenti ripetizioni di queste stesse dinamiche, ha tentato ogni tipo di reazione. Ha informato i naufraghi, li ha ammoniti, li ha invitati alla fuga e alla resistenza, si è opposta fisicamente al processo in atto, ha brandito armi e fuochi, ha creato e formulato incantesimi, è persino arrivata a tentare d’immolarsi per loro: nessuna di queste strategie è mai servita a nulla. Se il Mondo precedente all’apocalisse prevedeva un canovaccio all’apparenza difficile da modificare, ma comunque corruttibile e influenzabile, il Mondo dell’Apocalisse impone il proprio copione con un’inflessibilità disumana.
Ciò che deve accadere, è ciò che accade.

Dopo dodici passi in direzione opposta al mare, Ninna sa che alcuni dei naufraghi sono sul punto di notare qualcosa di strano. Eccoli, eccoli intenti a sbracciarsi, increduli e spaventati. Ninna non ha bisogno di voltarsi, sa benissimo che stanno provando in tutti i modi a attirare l’attenzione degli altri. Degli altri e delle altre che, però, non riescono a capire. Infatti gli altri non possono, non ancora, vedere. Capiranno, capiranno anche loro, ma non prima di essere stati aggrediti. L’aggressione è l’unico varco che permetta di accedere a una visione piena e senza reticenze. Nelle ore o nei giorni, o nelle settimane, alle volta sono mesi, che precederanno la loro aggressione, i naufraghi avranno soltanto modo di osservare, allarmati e increduli, le improvvise, assurde e angosciose posture adottate da alcuni dei compagni di sventura. Chi ancora non sarà stato aggredito, potrà soltanto domandarsi: perché i miei compagnie e le mie compagne, all’improvviso e senza ragioni apparenti, si stringono la gola con le mani? Perché sputano fuori la lingua dalle bocche deformate? Cosa li spinge a gettarsi in terra e a rotolare come scatole calciate? E quale forza invisibile li convince a rituffarsi tra quelle stesse onde da cui, così a fatica, siamo sfuggiti? E gli occhi, si domanderanno, cosa significano quegli occhi improvvisamente dilatati, quegli occhi senza iride che ancora più improvvisamente appaiono come svuotati, scavati? Gli unici in grado di rispondere a queste domande sono quei naufraghi che hanno già subito l’aggressione, che l’hanno osservata subendola. Ma loro non possono raccontarla, essendo scomparsi immediatamente dopo l’aggressione stessa, risucchiati dalle onde, oppure sollevati per aria da correnti invisibili e gettati oltre la linea dell’orizzonte. O ancora inghiottiti dalla roccia, grazie a improvvise voragini, rapide, profonde, che dopo il pasto prontamente scompaiono.

La sola persona che potrebbe spiegare ciò che succede è Ninna. Ma Ninna ci ha già provato, ha già spiegato, ha già sperimentato l’inutilità della rivelazione. Per questo cammina altrove. Quel che poteva fare, dissetare gli assetati, è stato fatto.

Il luogo in cui l’uomo che muore spesso muore, è lo stesso luogo in cui altrettanto spesso smette di morire. Ed è un luogo che muta d’aspetto, di vita in vita, di morte in morte. Può essere composto da un semplice telo da spiaggia, sbiadito, umido, secco e spelacchiato verso i bordi. O da una siepe crollata, da una siepe crollata ma, al tempo stesso, diligentemente potata affinché contenga il corpo dell’uomo che continuamente muore e continuamente smette di morire. Altre volte, il luogo in cui l’uomo aspetta che Ninna ritorni, somiglia a un elicottero abbattuto dalla contraerea, o a un palcoscenico, alla sala di un museo durante i saccheggi che seguono una rivoluzione, oppure all’inizio di un progetto idraulico interrotto per mancanza di fondi. Altre volte a uno scavo archeologico senza reperti. Spesso, come in questo istante, la roccia si tinge di nero. Ninna osserva il nero scuro e calmo sgorgare dalla roccia, come sudore, come un pianto composto, quasi sereno. Poi, dal nero della roccia, fuoriescono piccoli brandelli di carta dai contorni irregolari, simili a quelli usati da Ninna nei tempi passati per le sue opere d’arte. Somigliano a brandelli di neve ritagliati, sempre che la neve decidesse di lasciarsi ritagliare. Sempre che la neve esistesse ancora.
Ninna sa che l’uomo ha smesso di morire, è ritornato, e sa che è curioso.

«Sono di nuovo i pesci?» Domanda l’uomo con la voce ancora gracchiante per via della morte.

«No.» Risponde Ninna, mentre alcuni naufraghi urlano e si dibattono come ossessi.

«Allora gli uccelli, i gabbiani, sono loro che li attaccano?»

«No, nemmeno loro. Sono le piante, questa volta.»

Ninna allora siede accanto all’uomo che ha smesso di morire e che non può vedere. E gli spiega il modo in cui i naufraghi iniziano a subire l’attacco, glielo descrive passandogli le dita lunghe e belle lungo i punti in cui le piante colpiscono.

«Qui», dice Ninna premendo sul collo dell’uomo sdraiato, «qui si è attorcigliata le buganvillea, con spine lunghe il doppio dei canini di un giaguaro. Qui invece», dice Ninna posando la mano sul cuore dell’uomo sdraiato che ascolta e immagina, «qui stanno portando il loro attacco i fiori della digitale gialla, e quelli viola del solano, i fusti pelosi della menta d’acqua. Ma non prima di aver sviluppato una dentatura adeguata. Migliaia di denti affilati sono apparsi lungo i bordi dei petali e dei fusti, persino sui pistilli. E adesso lacerano e scavano, qui», dice Ninna continuando a premere sul cuore dell’uomo che ascolta e prova a immaginare « e qui», dice Ninna premendo al centro dello stomaco.

«E gli altri, gli altri che non subiscono l’attacco, non vedono nulla?»

«Soltanto gli effetti dell’attacco. Soltanto quelli.»

«Eppure, anche loro, anche loro sono stati attaccati mille e più volte. Sono morti mille e più volte. Dovrebbero sapere, dovrebbero ricordare.»

«Anche tu sei morto infinite volte, ma nemmeno tu ricordi.»

«Ricordo che ti ho amata, e ricordo che ti ho delusa.»

«Non ricordi come.»

«Tu si?»

«Io purtroppo ricordo soltanto quello. Il modo. Nient’altro.»

«Raccontamelo.»

Il corpo dell’uomo che vuole conoscere il modo in cui è stato capace d’amare e di deludere, è segnato da un’infinità di piccole linee, simili alle crepe che straziano il terreno quando la siccità è libera d’esprimersi. Da queste crepe, che spesso sono scure e altre volte bianche o giallastre, esce del fumo. Il fumo, invece di librarsi in aria, resta incollato alla pelle dell’uomo e la scurisce. Fatta eccezione per la fronte ampia e graffiata che invece resta pallida, e le labbra, carnose e asciutte, le labbra su cui di tanto in tanto volano frammenti di alga o code di geco.

«Ti sei sempre ritenuto colpevole di tutto », racconta Ninna, «tutte le colpe erano la tua colpa, tutti gli sbagli, tutto il dolore, persino il mio, era il tuo dolore, lo facevi tuo. Ma non per generosità, no, soltanto perché accettare che anche gli altri sbaglino, accettare che anche gli altri soffrano, ti avrebbe costretto a misurare il tuo amore, a soppesarlo, a metterlo a confronto con la difficoltà e la fatica che i tentativi per gestire gli sbagli e le colpe altrui comportano. E invece no. Tutte tue le colpe, tutto tuo l’amore e tutta tua la paura. Ti sei costruito una baracca isolata, impastando i muri con i tuoi morti e le tue responsabilità, i tuoi fantasmi e il tuo bere, le tue storie, i progetti sempre sul punto d’iniziare e per sempre immobili, e poi hai decorato la tua baracca come fosse l’inferno, un piccolo inferno di provincia in cui tu ricoprivi il ruolo di amministratore di condominio, e l’hai fatto per potervi soffrire comodamente, orribilmente e comodamente. Poi ci hai fatti entrare, una alla volta o in gruppo, e ci hai mostrato il colore del glicine, le costole, i cani addormentati, la lingua, il cuscino su cui i tuoi morti poggiano la testa per sorseggiare la luce, e poi, con gentilezza e amore, pieno di paura e di rassegnata stanchezza, hai fatto crollare tutto. Per proteggerti, nella rovina, come una seppia nel proprio liquido scuro.

E ti sei scusato, a lungo, con sincerità e disprezzo verso te stesso, ma mai abbastanza a fondo. Hai sempre scelto la comodità di un dolore sicuro e rassicurante all’imprevedibilità della gioia. Per paura di essere deluso hai sacrificato non soltanto le tue illusioni, ma anche le mie, le nostre. Qualsiasi illusione, all’interno del tuo piccolo inferno, è stata sacrificata affinché le tue scelte apparissero come le uniche scelte possibili: la semplicità, l’autarchia del dolore ha soffocato il complesso ardito della felicità possibile. Ti ho molto amato, e tu mi hai molto amata, e non è bastato. È così che è successo quel che è successo. Ma anche in mille altri modi.»

«Raccontameli, raccontameli tutti. È tutto quello che ho.»

«Non posso. Non capiresti. Dovrei trovare le parole giuste, soltanto quelle giuste. E non perché le parole siano importanti, come hai spesso sentito dire; le parole non sono importanti. Nemmeno il loro significato è importante, nemmeno il loro suono. La forma delle parole, quella, quella è importante. La forma che le parole evocano nelle nostre teste e sulle nostre lingue, dietro le nostre teste e dietro le nostre lingue. Perché è con quella forma, è grazie a quella forma che noi riusciamo, quando ci riusciamo, a raggiungere il silenzio. E subito dopo a perderlo. Per poi cercarlo ancora e ancora. E allora capisci, dovrei trovare infinite parole racchiuse, protette o prigioniere di altrettanti infiniti silenzi, per poterti spiegare tutti i modi. E forse, forse non basterebbero comunque. »
«Ma abbiamo tempo, adesso che il Mondo continua a finire, adesso abbiamo il tempo.»

«L’abbiamo sempre avuto,» dice Ninna carezzando la fronte ampia e graffiata dell’uomo sdraiato «l’abbiamo sempre avuto. Non è mai esistito, non è mai stato niente, il tempo.»

Come sempre, il tramonto finge l’oscurità, abbozza persino le stelle, per poi virare, con un rumore di laccio di cuoio che scoppia, e terminare in un’alba nervosa, in una serie concitata di abbagli, di rapidi ripensamenti della luce. Dunque l’alba si placa, all’interno di un giorno già maturo, fluorescente come un caco osservato controluce.

Come sempre l’uomo che spesso smette di morire, ha ripreso a morire. Ninna lo osserva per qualche istante e prova una tenerezza improvvisa, improvvisa e straziante, al pensiero di loro due, su quella spiaggia, nel cuore del Mondo che continua a finire, nel centro dell’Apocalisse, intenti a parlare d’amore e rimpianti: minuscola, stupida, preziosa punteggiatura.

Sulla spiaggia, i naufraghi che ancora non sono stati attaccati, iniziano a costruirsi delle baracche di legno, come sempre. Hanno immediatamente dimenticato i naufraghi e le naufraghe sbranate dalle piante e quelli annegati tra le onde. Già iniziano a stabilire tra loro legami e rapporti di forza, alcuni si preoccupano di raccontare il mondo con bugie più o meno elaborate, altri fingono di ricordare, altri ancora meditano la fuga, inventano malinconie, stabiliscono la composizione dell’odio e del desiderio.

Ninna li osserva, illuminata dalla luce di un sole a cui non crede. I naufraghi si voltano verso di lei e restano immobili, a osservarla. Ninna adesso è in piedi, immensa e fragile. Rappresenta la rara, irrimediabile bellezza dei condannati a morte che vorrebbero morire e che invece, senza spiegazioni, vengono graziati. È una bellezza imperiosa e risolta, offerta a qualsiasi spreco, una bellezza aperta ai venti e buia, e pulsante. Grappolo d’uva in parte vittima della decadenza imposta dal tempo e in parte luminoso. Grumo di minerali illuminato dal bagliore passeggero di un faro o di una candela.

I naufraghi sono costretti a chiudere gli occhi, abbagliati.

Anche l’Apocalisse li chiude. Anche lei. E poi li riapre.

Il confine tra l’inizio e la fine del Mondo è un buio sorridente che dura troppo a lungo e mai abbastanza.

Che ne sai tu

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di Mirfet Piccolo

Era in un paese di settecento quarantatré abitanti e un circolo anziani aperto solo d’estate. Il sole non c’era ancora ma stava facendo giorno.

– Sei ancora qui – disse Carla.

In cucina, la TV accesa senza audio frastagliava il buio. Carla guardò lo schermo, osservò la bocca della giornalista comporre parole, il suo viso magro e teso; accanto, un riquadro mostrava la foto tessera di una donna.

– Ha ucciso sua figlia e l’ha sotterrata in giardino, le disse lui.

Carla continuò a fissare lo schermo, e quando lui le disse A stasera fai una buona giornata, Carla non rispose. Poi i passi di lui furono oltre la porta e sul giardino, arrivarono al cancelletto e poi furono oltre, dissolti uno dopo l’altro nella brina lucida e sottile.

Carla si sedette sul divano della sua bella casa di provincia. Una casa con un giardino curato, una taverna di vini e una mansarda ammobiliata dove, aveva creduto insieme a lui, gli amici non sarebbero mai mancati. Nella sua bella casa di provincia, Carla spense la TV e non accese la luce: il buio, quando era sola, non le faceva paura.

Poi Carla sentì il richiamo della figlia e così, come ogni mattina, ancor prima che Carla raggiungesse l’interruttore, le luci della casa si accesero come fari e le spesse mura divennero limpide, permeabili a chiunque, e da qualunque angolazione, volesse guardare. Carla aveva capito come fare.

Mentre percorreva il corridoio che l’avrebbe portata nella camera della figlia, mentre la prendeva in braccio e poi tornava in cucina, Carla sentì di avere qualcosa che quella donna del riquadro in TV non aveva: Carla, un giorno, alle prime luci dell’alba aveva capito che il modo migliore per non commettere errori era accertarsi di non essere mai sola. Perché erano passati sei mesi (quella notte era successo qualcosa di confuso, qualcosa che fu la piccola testa contro la sponda del lettino per due o forse tre volte) e lei non lo aveva detto a nessuno.

Carla alzò lo sguardo agli angoli del soffitto per accertarsi che la speciale architettura che lei stessa aveva creato, quella non-solitudine che era la salvezza sua e di sua figlia, fosse sempre al suo posto: una telecamera là e là, un’altra sotto il lampadario e una sotto la cappa della cucina; e poi tutte le persone che sostavano attorno alle mura trasparenti della sua casa, i loro occhi bianchi in corpi sfuggenti. È così che Carla sarebbe riuscita, anche questa mattina, a fare ogni cosa con la giusta serenità. Preparò la colazione per lei e per la figlia e interagì con le sue parole imperfette, guardò i suoi grandi occhi attenti che la seguivano e le chiedevano rendiconti e spiegazioni su ogni cosa. Dopo colazione, Carla mise la figlia seduta sul divano con una borsa colma di cubi da costruzione e tornò al tavolo a sparecchiare. La bambina rovistò famelica nella borsa, prese due cubi e iniziò a batterli ripetutamente uno contro l’altro; Carla la guardò ancora e sorrise: era da tempo ormai che aveva smesso di chiedersi quando sarebbe arrivato il giorno in cui la figlia avrebbe costruito qualcosa.

– Ti piacciono i cubi, vero? Brava. Suona, fai la musica.

Dalle mura trasparenti della casa, tutti potevano vedere la scena di una bambina felice con i suoi giochi e di sua una madre, una giovane donna, che riponeva in dispensa una comune scatola di biscotti. Era una scena che aveva tutto per concludersi con la vestizione paziente della piccola in previsione della passeggiata quotidiana. E infatti così fu, una scena mite e senza perdite.

– Vero che vuoi bene alla tua mamma? Vero?

Il parco giochi era spoglio di bambini, era un campo di foglie bagnate dall’inverno e di rami secchi spezzati dal vento. Due palazzine basse lo cingevano; case silenziose abitate da un proletariato chiamato a giornata. Una volta Carla aveva visto un bambino su uno di quei balconi: Carla gli aveva fatto ciao con la mano e il bambino si era spaventato e aveva chiamato sua madre perché lo riportasse in casa.

– Magari oggi arriva qualcuno – disse Carla.

Dal passeggino la bambina si allungò per toccare l’altalena.

– Vuoi che ti dondoli?

La bambina fissava l’altalena con ostinazione, con il busto teso verso l’oggetto dei suoi desideri. Non voleva altro.

– Aspetta, è bagnata.

Carla cercò dei fazzoletti di carta nella borsa. Era un borsa grande, comprata apposta nelle settimane precedenti al parto, quando lei e lui ridevano ubriachi di attesa. Il pannolino di cambio, un pantalone in più, la crema, le salviettine, la merenda, una bottiglietta d’acqua. E niente fazzoletti.

La bambina si stava agitando: voleva ciò che aveva chiesto e lo voleva subito. Altrimenti perché portarla lì?

– Ti ho detto aspetta.

Tra i rami secchi Carla avvertì le telecamere che erano la sua certezza, la sua salvezza dal fallimento.

– Devo asciugare l’altalena altrimenti ti bagni – spiegò – e se ti bagni poi non posso cambiarti al freddo.

La bambina storse la bocca in una smorfia che Carla conosceva bene, era il preludio al pianto isterico. Carla si sfilò in fretta la sciarpa e ne fece un fagotto: asciugò l’altalena con la consapevolezza di avercela fatta anche questa volta: stava facendo del suo meglio, alla luce del sole e sotto gli occhi di tutti, e il suo meglio sarebbe stato sufficiente. Infatti fu solo una questione di pochi attimi ed ecco che la bambina, in braccio alla madre, aveva capito che stava per ottenere ciò che aveva chiesto. Carla infilò le piccole gambe nel seggiolino, le coprì bene le orecchie con il cappello, le strinse la sciarpa.

– Così non prendi freddo, giusto?

Avanti e indietro, Carla era una madre capace di presagire i passi da fare e le conseguenze da gestire; avanti e indietro, e la bambina era felice.

– Ti piace così, vero?

La bambina sorrise al dondolio e al volto di sua madre, al sole alto anche se l’aria fredda la faceva lacrimare.

– Ti piace, eh?

Carla sentì il rumore di una tapparella: forse la stavano alzando, un altro poco; o forse la stavano abbassando, ma non del tutto.

Dalla borsa Carla prese il pacco di biscotti e ne diede uno alla bambina che se lo portò subito alla bocca. Nel pacco ne erano rimasti solo due, ma sarebbero bastati. Cresciuta in un piccolo appartamento di periferia colmo di parenti e amici dei parenti, con pane bagnato di pomodoro fresco e un costante odore di caffè appena fatto, Carla era stata una bambina senza bisogno di cibo. La canzonavano che era magra come un’acciuga e che doveva mangiare un po’ se voleva trovare un fidanzato ma a Carla la parola fidanzato non interessava, lei voleva solo saltare alla corda e diventare grande per fare l’astronauta.

Carla guardò la figlia ingoiare l’ultimo pezzo di biscotto, osservò la piccola bocca piena che già ne chiedeva un altro e provò una punta di disgusto. Eppure Carla prese un secondo biscotto dal pacco e lo diede alla figlia.

– Tieni. Guarda che dopo questo ne è rimasto solo uno, hai capito? Solo uno.

La bambina afferrò il suo trofeo.

Avanti e indietro, la madre che spinge via e la figlia che torna sempre; avanti e indietro, il cigolio dell’altalena era un canto liso in uno spazio vuoto.

Il ciottolato della piazza era sconnesso e la spinta del passeggino una fatica. Però qualcuno era passato di lì e aveva allestito un presepe: le sagome erano di cartone, dipinte con colori che forse un tempo erano stati vivaci. C’era del fieno dentro un recinto storto, c’era un albero di Natale fatto di tappi di plastica. Un cartello diceva: creato dai bambini della scuola elementare. Lui, un giorno, le aveva raccontato che quel cartello era stato scritto dieci, forse quindi anni prima. Anche l’albero di Natale non era nuovo; lui lo sapeva perché una volta ne aveva marchiato uno con un pennarello indelebile e lo aveva ritrovato l’anno successivo.

– Ti piace, vero?

La bambina fissò, puntò con il dito.

– Quello è un presepe. Il bambino lo chiamano Gesù ma è solo una storia, una cosa che si racconta. E questo è l’albero di Natale. Un giorno che papà torna presto lo facciamo anche noi a casa, che ne dici?

Attraverso le crepe del ciottolato deserto e tra il fieno nel recinto storto, attraverso gli occhi di cartone e da ogni tappo di plastica, oltre le tende chiuse di un paese senza voci, Carla sentiva che la sua architettura era sempre presente, che la sua non-solitudine era una solida certezza. Carla trovò il tappo marchiato, erano tre punti di domanda sbiaditi.

Carla aveva freddo ma andò a sedersi sulla panchina; con il piede spinse avanti e indietro il passeggino per simulare un movimento verso qualcosa o qualcuno. Era la cosa giusta da fare, almeno per un po’.

Poi la bambina iniziò ad agitarsi, ad emettere lamenti e a tirare il suo stesso corpo in maniera spastica.

– Hai freddo, vero? Adesso andiamo. Noi andiamo altrimenti ti ammali. Va bene?

Il campanile batté il primo di dodici tocchi. La bambina iniziò a piangere e loro erano solo a metà strada.

– Calmati, siamo quasi arrivate.

La bambina pianse più forte.

– Smettila.

Una vecchia con un cappello in feltro e scarpe a punta passò loro vicino, guardò la bambina e poi guardò Carla e disse, Povera piccola si sente che ha fame.

Con la bambina in braccio, Carla accese la luce della dispensa.

Con la mano libera spostò scatole di tonno e pacchi di pasta, pannolini e barattoli e detersivi.

– Vedi, lo vedi che siamo dove c’è la pappa che la mamma ti deve cucinare? Non piangere. Lo vedi?

La bambina non vedeva né sentiva, le sue urla coprivano ogni forma e colore, annullavano ogni altro suono al di fuori di quello che nasceva dai suoi polmoni e dalla sua gola tesa, dalla sua bocca spalancata.

– Adesso cerchiamo la pastina. Tu riesci a vederla? Aiuti la mamma a trovare la pastina, eh? Vero che adesso aiuti la tua mamma?

Le luci si spensero troppo presto e Carla tornò all’interruttore a riaccendere il mondo. La bambina era rossa in viso, le sue mani stringevano i capelli di Carla, la tiravano.

– È colpa di papà, dice che aggiusta le luci e poi non lo fa. Lo dici tu a papà, eh? Vedrai che adesso la troviamo la tua pastina, quella con le stelline. Ha dentro pure le vitamine, vero? Vero che ti piace, eh?

Le luci si spensero di nuovo e la bambina pianse più forte.

Carla riaccese le luci per scacciare quel buio.

– Facciamo così, ti metto un attimo a terra così la mamma cerca meglio, va bene? Solo un attimo, così faccio in fretta.

Gli occhi di Carla cercarono il pacco di pasta con le stelline che le dicesse che stava facendo la cosa giusta, che la rassicurasse che quel momento stava per finire. Non lo trovò. E quando le luci si spensero nuovamente Carla sentì un sudore acido mangiarle il viso e corroderle gli occhi, entrare nella sua testa e farle male. Fu allora che le telecamere cessarono di esistere e gli occhi bianchi scomparvero, che le mura della sua casa tornarono ad essere spesse e impermeabili. E la bambina piangeva e i colpi in testa facevano male. In quel buio, Carla sollevò a sé la bambina e la strinse forte, quella figlia ingorda e strillante che non parlava e che non ne voleva sapere di aspettare, di portare pazienza. La strinse, petto contro petto, le braccia chiuse in una morsa; erano loro due, nella dispensa di quella casa perfetta in un paese di provincia, loro due e nessun altro, e Carla avrebbe voluto che quel corpicino tra le sue braccia si annullasse nel suo, e che la smettesse, una volta per tutte, una volta per sempre, di generare tutto quell’indicibile dolore. La strinse forte, sempre più forte. Bambina ingorda, figlia mia.

– Che ne sai tu – urlò Carla –, che ne sai tu di come sto io?

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Babbo Natale giustiziato

1

 

di Ornella Tajani

I pagani pregavano i morti, mentre i cristiani pregano per i morti.

S. Reinach

 

È il 23 dicembre del 1951. A Dijon si assiste a un’esecuzione sensazionale: Babbo Natale viene impiccato alle grate della cattedrale e poi bruciato sulla pubblica piazza. Nel comunicato dei giustizieri, ripreso anche dall’edizione di France-Soir dell’indomani, si legge: «In rappresentanza di tutti i cristiani della parrocchia desiderosi di combattere la menzogna, 250 bambini, raccolti davanti alla porta principale della cattedrale di Dijon, hanno bruciato Babbo Natale».

La notizia cattura l’attenzione nazionale e Claude Lévi-Strauss trae spunto dal fatto di cronaca per scrivere il suo Père Noël supplicié, oggi riproposto in Francia da Seuil in una nuova edizione (in italiano: Babbo Natale giustiziato, ed. Sellerio, 1995, trad. Clara Caruso).

La chiesa di Dijon organizza la spettacolare esecuzione per denunciare una preoccupante «paganizzazione» del Natale, che dal suo punto di vista dovrebbe restare la festa della natività. Ma è già un paradosso, commenta subito Lévi-Strauss, fare di Babbo Natale un simbolo dell’irreligione, lasciando alla chiesa il ruolo di paladina della verità, e ai razionalisti quello di guardiani della superstizione. È questo rovesciamento, necessariamente sintomo di fenomeni più complessi, che accende l’interesse dell’etnologo, spingendolo a compiere un’analisi sincronica e diacronica, tessendo una tela di rimandi storici che rimonta fino ai Saturnali dell’antica Roma.

Babbo Natale, scrive L.-S., non è un essere mitico, perché non esiste alcun mito che renda conto della sua origine, né è un personaggio leggendario, perché non c’è nessun racconto semi-storico collegato alla sua figura. Di fatto si tratta di una sorta di divinità: un’entità sovrannaturale, immutabile, caratterizzata da apparizioni periodiche e fisse, e oggetto di venerazione da parte di una specifica categoria di persone: i bambini. Ciò che in primis va rivelato è che dunque, sebbene gli adulti non credano alla sua esistenza, si occupano nondimeno di incoraggiare i bambini nel loro culto.

Si delinea così una separazione fra due gruppi di persone: gli iniziati – cioè gli adulti, che sanno che Babbo Natale non esiste – e i bambini. Ciò inscrive la narrazione di Babbo Natale nello schema dei riti di passaggio e di iniziazione, che prevedono, fra i vari obiettivi, quello di permettere agli iniziati l’esercizio di un potere di controllo sui non iniziati, imponendo loro ordine e obbedienza:

«Durante tutto l’anno invochiamo la visita di Babbo Natale per ricordare ai bambini che la sua generosità sarà commisurata alla loro bontà; e il carattere periodico della distribuzione dei regali serve a disciplinare in maniera appropriata le richieste dei bambini, a circoscrivere il periodo in cui hanno davvero diritto di pretendere dei regali. Ma questa semplice affermazione basta a far saltare lo schema della spiegazione utilitaria» (trad. mie).

Cosa significa, si chiede infatti Lévi-Strauss, che i bambini hanno dei diritti, e perché gli adulti si sentono in obbligo di industriarsi nel creare una mitologia, fra l’altro dispendiosa, per contenerli e limitarli? L’autore lo spiega paragonando l’opposizione fra adulti e bambini – iniziati e non iniziati – a quella fra i vivi e i morti, caratteristica di molti riti di passaggio: i non iniziati, come i morti, hanno anche dei poteri speciali, ed è per questo motivo che gli iniziati si preoccupano di compiacerli. I bambini, che non sono ancora parte attiva e ufficiale della società ma lo diventeranno, sintetizzano in un’unica figura il ruolo di vivo e quello di morto: la loro richiesta di regali natalizi può essere vista in effetti come l’ultimo attimo della lunga questua che inizia con l’autunno, nel periodo critico in cui «la notte minaccia il giorno allo stesso modo in cui i morti assillano i vivi». Ne è paradigma la festa di Halloween, durante la quale i bambini, vestiti da scheletri, fantasmi o zombie, tormentano i vivi, che offrono loro dei dolci in cambio di una pace che duri fino all’autunno seguente. Per l’autore, Babbo Natale sarebbe il discendente di una schiatta che annovera fra i suoi appartenenti l’Abbé de Liesse, vescovo-bambino «abate della gioia», il Saturno romano divoratore di fanciulli, lo Julebok scandinavo e San Nicola che resuscita i fanciulli e offre loro dei doni, senza contare le sue affinità con le divinità Kachina delle popolazioni indiane d’America, sulle cui ritualità Lévi-Strauss entra nel dettaglio, comparandole alle usanze natalizie.

«Si chiariscono allora le caratteristiche apparentemente contraddittorie dei riti di Natale: per tre mesi i morti hanno visitato i vivi in modo sempre più insistente e oppressivo. Il giorno della loro partenza vengono festeggiati e si concede loro un’ultima occasione per manifestarsi liberamente o, secondo l’appropriata espressione inglese, to raise hell. Ma chi altri, nel mondo dei vivi, può rappresentare i morti, se non coloro che, in un modo o nell’altro, non sono ancora pienamente integrati nel gruppo e partecipano dell’alterità propria del dualismo supremo: essere, insieme, vivo e morto? Non sorprende che siano gli stranieri, gli schiavi e i bambini i principali beneficiari della festa».

Per quanto concerne gli stranieri e gli schiavi, il riferimento è alle usanze natalizie medioevali, per le quali la festa era concepita come momento di abolizione d’ogni distinzione di classe, come occasione per servi e padroni di sedere insieme alla stessa mensa. Protagonisti del Natale contemporaneo restano invece i bambini, ed ecco che le strenne appaiono come un sacrificio offerto alla vita, una richiesta di rinviare la morte. Gli adulti regalano ai bambini ciò che desiderano perché questi, in cambio, li aiutino a tenere chiuse le porte dell’aldilà: i non ancora adulti, i non iniziati, si collocano fuori della vita, vicinissimi alla morte – essendone sua “personificazione classica”, secondo l’autore – e al contempo lontanissimi da essa, mentalmente e oggettivamente; è esattamente questa condizione che regala loro il potere di esorcizzarla.

Così, con l’autodafé della comunità cattolica di Dijon, Babbo Natale riemerge in tutta la sua essenza pagana: una figura divina, strettamente legata ai riti di iniziazione, che per Lévi-Strauss riafferma con prepotenza, proprio nel momento della condanna religiosa al rogo, la sua invulnerabilità.

La Missione Impossibile dell’Ethan Hunt Tunisino, la Verità di Transito e la Bizona Minniti

4

di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

 

Anatole. Giusto il tempo di far emergere i dettagli circa l’identità dell’attentatore e saltano naturalmente fuori i famosi amici del jihadista, secondo il copione che avevamo tracciato nella puntata precedente. Subito si dimostra che il Califfone è ramificato dappertutto (mi perdonerai l’omaggio al coattissimo cinquantino da motocross della nostra giovinezza) e tutti gli amici degli attentatori sono il brodo di coltura nel quale il radicalismo sguazza, eccetera (ma poi non vale se la stessa cosa accade in North Carolina, chissà perché, chissà percome). E naturalmente come potrebbe mancare il complottismo dei passaporti, che mette in fila una serie di fatti relativi alla dinamica dell’attentato di Berlino, concludendo a proposito del rifugiato pakistano arrestato che: «qualcuno potrebbe avanzare il sospetto che magari si sia cercato un capro espiatorio per chiudere la vicenda e per evitare che dilagasse il panico. O altro e più oscuro. A pensar male, purtroppo, ci si azzecca». A fare scopa, troviamo parecchio rilanciata ll’imbecillata di Fusaro del 26 luglio (controllare la data di pubblicazione non va più di moda), che suggeriva al terrorista islamico di pigliarsela con la finanza internazionale, non con laggente, perché devi fare la lotta di classe contro la finanza internazionale, non il jihad, come ti suggeriscono le fonti di informazione egemonizzate dalla finanza internazionale. Se te la pigli con laggente vuol forse dire che sei disperatissimo o, peggio, pagato da Soros, che ti fa entrare in Italia con l’aiuto del nostro amico Andrea Costa, il quale viene intervistato dal New York Times, a dimostrazione del fatto che, appunto, egli è a tutti gli effetti élite liberal radicale al servizio della finanza internazionale. Anche perché con l’elezione di Trump abbiamo capito che quando si dice finanza internazionale si intende Soros.

Lorenzo. Sul fatto che la permeabilità europea al terrorismo radicale islamico del Califfone sia una cosa che ha l’Italia al centro, immediatamente comincia ad agitarsi la politica di casa nostra, col neo-insediato Governo che s’inventa lo Schema Minniti, una roba che a me ricorda molto la bizona 5-5-5 di Oronzo Canà. E proprio a questo proposito, siccome avevamo finito la puntata scorsa parlando di soluzioni sbajate a problemi mal inquadrati (circa il qual tema anche molto interessante è questa riflessione di Domenico Talia sui “Neosemplificatori”), vorrei suggerirti una riflessione che metta a confronto il profilo di questo  , ventiquattrenne tunisino sospettato di aver sequestrato camion e camionista a Berlino al fine di procurare la strage del mercatino di Natale, con lo Schema Minniti.

Anatole. Nel senso di “buttiamola in tribuna” o “viva il parroco”?

Lorenzo. Certo, ovviamente.

Anatole. Ma anche nel senso di mettere in luce l’abissale distanza tra la dimensione reale del fenomeno e le opzioni che si mettono in campo per rispondere. Voglio dire, abbiamo un personaggio uscito da Mission Impossible Gone Astray: delinquente comune, galeotto, dotato di qualità elusive che Ethan Hunt je spiccia casa. Addirittura, dice il Guardian, «had researched bomb-making online and been in contact with Isis at least once». Se c’è una fine a questa spirale di infantilismo giornalistico, sapresti indicarmi dov’è? E quanto trova riscontro nelle misure grazie alle quali vorremmo catturare questi elusivi e subdoli jihadisti?

Lorenzo. Iniziamo dalla schema Minniti, premettendo però che come dicono all’AISI (intervistati da Gad Lerner, vedi alla fine di questa puntata), questi jihadisti in Italia sono molto, molto pochi e non hanno contatti con le organizzazioni di musulmani italiane, se non labilissimi, che l’Italia ha in ruolo un progetto di deradicalizzazione nelle carceri che pare stia funzionando, che ci abbiamo tutto un sistema di siti civetta per intercettari gli appassionati dell’ISIS, che forse qualcosa in Italia succederà, speriamo di no, ma che di certo da tutti i punti di vista attaccare l’Italia non è nelle priorità dell’ISIS (e non per merito della mafia che li tiene lontani, come una mia fb-friend ha sentito dire sull’autobus), a meno ché non continuiamo a seminare il panico ogni volta che un qualsiasi scalzacani con un fucile in mano viene a dirci che “conquisteremo Roma”. Non lo è stato nemmeno per al-Qaida, in tutti questi anni. L’unico a provare a fare un attacco fu un libico molto strano, Mohamed Game. Un lupo solitario ante-litteram se vogliamo. Come scrivevo nel lontano 2009:

 

Il nostro wannabe-kamikaze, che viveva ai margini della nostra società, andava in biblioteca, in particolare frequentava la biblioteca comunale vicino a casa sua. E questa è una notizia perché, secondo i dati Istat, Mohammed Game faceva parte di quell’esiguo 6,7% della popolazione italiana fra i 35 e i 44 che va in biblioteca almeno una volta l’anno.

Un vero disadattato.

L’articolo ci informa anche sulle letture di Game. Ma questa non mi sembra una notizia perché leggeva cose:

  1. su Gheddafi
  2. di politica mediorientale
  3. sul colonialismo italiano in Libia

Ovvero proprio esattamente quello che ci si aspetta da un immigrato libico.

L’articolo del Corriere, invece, alle letture terroriste di Game da un certo rilievo:

anche la lista dei libri che ha letto potrebbe essere in­teressante, per cercare di rico­struire quale sia stato il percor­so psicologico che lo ha porta­to da un tiepido attaccamento all’islam, all’esaltazione di martire della jihad

Quando si dice “affabulazione”… Segue l’elenco dei libri posseduti dalla biblioteca Harar, cioè quella frequentata da Game, sui tre argomenti succitati:

  1. Gheddafi : una sfida dal deserto / Angelo Del Boca. – Roma (etc.) : Laterza, 1998. – XIX, 372 p. ; 21 cm.
  2. Gli italiani in Libia / Angelo Del Boca. – Roma (ecc.) : Laterza. – v. ; 21 cm.
  3. A Babilonia con Hammurabi / Fiona MacDonald, Gerald Wood. – Firenze : Giunti Marzocco, [1991]. – 35 p. : ill. ; 27 cm. ((Trad. di Elena Mendes.
  4. La costruzione del Medio Oriente / Bernard Lewis. – Roma (etc.) : GLF editori Laterza, 1998. – XI, 229 p. ; 21 cm. ((Trad. di Pier Giovanni Donini.
  5. Cronache mediorientali : il grande inviato di guerra inglese racconta cent’anni di invasioni, tragedie e tradimenti / Robert Fisk ; traduzionedi Enrico Basaglia … [et. al.]. – Milano : il Saggiatore, [2006]. – 1180 p. : c. geogr. ; 23 cm.
  6. Cucine mediorientali / a cura di Carla Coco. – Torino : Sonda, 2000. – 143 p. : ill. ; 17 cm.
  7. No : la seconda guerra irachena e i dubbi dell’Occidente / Lucia Annunziata ; in appendice: La strategia della sicurezza nazionale: i nuovi indirizzi di politica internazionale della Amministrazione Bush. – Roma : Donzelli, [2002]. – XI, 154 p. ; 19 cm.
  8. L’Africa nella coscienza degli italiani : miti, memorie, errori, sconfitte / Angelo Del Boca. – Roma (etc.) : Laterza, 1992. – XV, 486 p.; 21 cm.
  9. Conquistadores, pirati, mercatanti : la saga dell’argento spagnuolo / Carlo M. Cipolla. – Bologna : Il mulino, 1996]. – 83 p., 7] c. di tav., : ill. ; 22 cm.

Che insomma Minniti può fare pure questo schema per poi forse tra un po’ vantarsene, ma tanto lo sa anche lui che il lupo solitario è solitario e che l’Italia è un posto relativamente tranquillo dal punto di vista del jihadismo (tocchiamo sempre ferro eh).

Anatole. Minniti ha battezzato la nuova dottrina come “prevenzione collaborativa”, immaginando un coinvolgimento pieno degli amministratori locali, i sindaci in primis, e dei corpi di polizia municipale delle città, affiancati da questori e prefetti. I soli in grado di rendere efficaci e capillari quelle forme di vigilanza attiva e di difesa passiva delle aree urbane di fronte alla minaccia del lupo solitario.

Lorenzo. E subito mi viene in mente il racconto di uno di quegli eroi del Baobab che mi disse: “un giorno, dopo un attentato, arrivarono quelli della polizia e mi chiesero: come stiamo a jihadisti, qui?”.

Anatole. “Benino e voi? A Lupi Solitari forse boh…”, che roba…

Lorenzo. C’è gente in questo paese che vieta di indossare il burkini per le strade della città senza nemmeno immaginare che, al di là del fatto che “burkini” è un marchio, stiamo parlando di un costume da bagno. C’è una baracca di disinformazione secondo la quale chiunque sia contro Asad è dell’ISIS (compreso il sottoscritto). Abbiamo uno storico in cui una percentuale altissima di “presunti terroristi” catturati in retate propagandatissime (ricordo da giovane una giornata a Il Manifesto per scrivere un pezzo sulla cosiddetta “Operazione Sfinge”, risoltasi poi in nulla) sono stati poi riconosciuti come cittadini qualunque. Abbiamo talmente poco da dire, che la prima condanna per terrorismo di qualche giorno fa ha preso le prime pagine dei giornali.

Anatole. C’è un’opinione pubblica che preme perché si faccia qualcosa, dobbiamo fare qualcosa, qualunque cosa, purché dia la sensazione che la stiamo facendo, specialmente tra il momento in cui l’attentato si produce e quello in cui, ammazzato il terrorista, non gliene frega più un cazzo a nessuno perché c’è il derby Juve-Crotone. È evidente che, come abbiamo sottolineato spesso, la soluzione ce l’hai dentro di te, epperò è sbajata. A testimoniarlo è il fatto che il luposolitarismo bersaglia di anno in anno un Mercatino di Natale diverso, anzi ogni due anni, a cadenza biennale. Potremmo definirla la Biennale del Mercatino di Natale, tie’, tanto per fare pendant con la performance art del terrorista turco che ha ammazzato l’Ambasciatore russo ad Ankara. Due anni fa’ era Nantes, quest’anno Berlino. Cosa cazzo gli significhi, poi, questo mercatino di Natale al luposolitarismo radicale islamico potremmo forse anche chiedercelo. Un’assembramento casuale? Colpire il conzumismo occidentale? Il simbolo religgioso crociato? Niente di tutto questo? Secondo me il lupo solitario radicale islamico “non sa, non risponde”.

Lorenzo. Di sicuro dietro lo schema della schedatura di massa dei potenziali lupi solitari c’è un rischio, cioè l’esplosione incontrollata di “falsi positivi” all’analisi “lupo solitario”. Praticamente tu metti delle “sentinelle” su un fronte ma le sentinelle dicono “aiuto” praticamente ogni volta che si muove paglia. È un rischio grosso. C’è il rischio di fabbricare cose più che evitarle. Non sarebbe meglio mettere 1000 persone a studiare seriamente questa roba qua per poi metterle a lavorare a soluzioni più meditate? Magari fuori dallo schema dell’ordine pubblico, provando a staccare le etichette dalle persone, provando ad immaginare una società in cui puoi provare ad essere quello che ti pare, indipendentemente dalla tua origine o identità culturale, sociale, poiché, magari, ti percepisci come qualcosa di diverso dal modo in cui vieni etichettato, ma non hai spazio per proporti in quel modo.  Più dispendioso, di certo, ma anche immensamente più sensato.

Anatole. Ma ci mancherebbe. Piuttosto che rinunciare alle nostre premesse culturaliste, siamo pronti a farci mettere sotto dal primo camion che passa. E comunque, se avevamo ragione la volta scorsa a parlare di Sindrome di Lee Oswald, va da sé che alla fine tra quelli che schedi non c’è mai quello che poi si schianta contro il buzzichetto del vin brulé al mercatino di natale.

Lorenzo. Oppure c’è, come nel caso di questo tunisino, ma sta in mezzo a mille, quindi che te ne fai, poi, di questa schedatura?

Anatole. Da capo, il problema non è riducibile alla povera testa di cazzo che alla fine commette il gesto, perché esso problema si prende, in realtà, tutto lo spazio che separa te da quelli che non lo commetteranno.

Lorenzo. Intendi il problema di tutti noi proprio, di noi come società democratica ecc. Sono d’accordo, c’è anche questo. Siamo in un anello più grande. Per dire:  quando fai pauristica sugli immigrati o sui profughi, generi virtualmente l’immigrato o il profugo solitario, che può essere pure che fa una strage.

Anatole. Di sicuro faciliti il processo di deriva che lo condurrà ad essere quello che vuoi che sia, in assenza di altre opzioni. Poi ti possono dire che se circoscrivi il novero dei potenziali lupi solitari, allora gli altri campano tranquilli, cioè, tuteli, per dire, i rifugiati, ma, come dicevamo, questo Anis Amiri era schedatissimo. S’era fatto quattro anni di gabbio, per dire, era segnalato ovunque, non poteva volare negli USA. Allora una volta che l’hai schedato, segnalato, dipinto intorno con l’evidenziatore, ci hai attaccato sopra un cartello, quello che ti pare, ma cosa succede? Per citare il poeta “so boni tutti / a mettece un cartello”.

Lorenzo. Senonché, anche se poi riuscissi a limitare la cosa con questi criteri, cioè hai fatto questo anello sanitario attorno a stereotipi, ti scappa er Pizza Connection o simili.

Anatole. Perché quello ti cade fuori dai tag che mecciano “lupo solitario”, in quanto non sei capace di riconoscere il senso di esclusione che scatena gesti violenti individuali fuori dal quadro di referenza col quale li hai identificati. E invece, come abbiamo detto ormai centinaia di volte, il problema è che una volta acceso il riflettore, l’attore che se lo prende prima o poi arriva. La Sindrome di Lee Oswald, appunto. E non è detto che costui sia nelle tue liste di prescrizione, che guarda caso, si applicano agli ‘slamici a rischio di radicalizzazione, non, ad esempio, allo svalvolatone bianco della middle class nel North Carolina. Anche perché altrimenti dovresti schedare 1:1 mezzo pianeta terra.

Lorenzo. Sì, il riflettone paga pegno. Ti ricordi il matto di Monaco che urlava Allah akbar ma proprio non sapeva di che stesse parlando? Ma anche quel pilota che ha deciso di suicidarsi con l’aeroplano pieno di passeggeri, per non parlare di Brevik, il nazi di Utoya. È proprio roba di riflettori e non si accetta che sia così, che cioè tutte queste cose siano parte dello stesso problema, perché si preferisce, per ragioni credo ormai di idiozia conclamata più che di interesse, propagandare stupidagini identitarie basate su stereotipi culturalisti capiti male.

Anatole. Ti faccio un esempio che aiuta a capire al volo: pensa a fare la stessa cosa per il femminicida in Italia. Chi schedi? Dieci milioni di mariti frustrati? Ma non siamo alla bizona pura? Ma non sarebbe più semplice riconoscere che “Houston, abbiamo un problema”? Cioè che in Italia c’è un serissimo problema legato al fatto che abbiamo un’educazione patriarcale ai rapporti tra i sessi, tale che il maschio a una certa sbrocca e ammazza la compagna, perché non è banalmente all’altezza delle sue stesse aspettative circa la sua propria vita e/o il suo proprio rapporto sentimentale?

Lorenzo. Yes, ci siamo capiti.

Anatole. Allo stesso modo, non sarà che c’è anche un serissimo problema legato al modo in cui una vastissima maggioranza della cosiddetta opinione pubblica, che sia islamica, non islamica, laziale, feticista dell’addobbo natalizio, quello che ti pare, si confronta con i temi all’ordine del giorno, ad esempio quelli sollevati dalla situazione di Aleppo, in maniera rabbiosa e livorosa, poiché li sente straordinariamente vicini alla propria miseria anche se non lo sono manco un po’? Ne parlavamo già a proposito del Tronismo di Massa e della Sestessità Scatologica, come vedi i fili si intrecciano di nuovo.

Lorenzo. Esatto. Che poi è su questa cosa che ragioniamo quando ragioniamo di complottismo, postverità varie e – nei momenti in cui ancora non si sa niente su cosa è avvenuto a Berlino, ad esempio – anche delle transverità (il camionista fantasma pakistano ecc.) – mi si passi il termine – cioè delle “verità di transito” che presto dimenticheremo, che poggiano su un corredo discorsivo già pronto (dai fatti di Colonia in poi), che vanno bene almeno per qualche ora e su cui ci si può un po’ accapigliare rendendo la vita di un utente medio di telefonone meno angosciante anche se molto più livorosa.

Anatole. Mi piace molto la Verità di Transito. Quella cosa che succede da Mentana mentre aspettano il primo exit poll. Ero allucinato dalla diretta del TG2 la serata dopo l’attentato di Berlino: se andavi a cercare il riferimento ad un fatto, una notizia, qualcosa nel susseguirsi anche fluido del discorso, non trovavi niente che non significasse “vabbe’, c’è stato questo attentato e ancora non sappiamo un cazzo”. Ma, ribadiamolo ogni volta, l’opinione su qualunque fatto di cronaca si struttura nel corso delle prime 24 ore susseguenti, quando, appunto, non se ne sa veramente un cazzo.

Lorenzo. E infatti la Bizona Minniti salta fuori nell’intervallo che separa l’attentato dal momento in cui l’attentatore viene ammazzato per strada a Sesto San Giovanni.

Anatole. Esatto, in quell’intervallo mediatico in cui devi dire qualcosa per riempire il vuoto ansiogeno, rispondendo in maniera tecnocratica ai populismi che te se magnano vivo.

Lorenzo. Poi una volta che hai preso e ammazzato l’attentatore è tutto un trionfante strombazzare la grande efficacia dell’azione delle forze di polizia italiana, che i tedeschi e i francesi ce spicciano casa. Al netto del dramma del povero Alfano, costretto a dare la notizia della morte della ragazza italiana a Berlino da Ministro degli Esteri nel giorno in cui Minniti, nuovo Ministro dell’Interno, si prende tutti i meriti dell’azione che ha portato alla morte del terrorista, naturalmente.

Anatole. Ecco, sul copione, adesso che questo pericolosissimo terrorista è stato abbattuto, penso che potremmo riflettere un istante, prima di congedare anche quest’altra patetica puntata del Lupo Solitario. Ricostruendo la parabola di vita di questo Anis Amri, come fa ad esempio piuttosto bene questo articolo di Libération, salta agli occhi la questione che stiamo cercando di mettere a fuoco da un anno ormai, che cioè se sei musulmano e criminale, talmente prevale la prima caratteristica, che alla fine, inevitabilmente, le due cose devono coincidere, cioè devi diventare criminale poiché musulmano, in quanto musulmano. Cioè, se sei musulmano non puoi essere altro che musulmano. Non dico trovare lavoro, fare la vita che ti pare, magari anche piuttosto contraddittoria rispetto all’opinione che dovremmo farci di te in quanto musulmano, ma manco puoi vivere la tua disonesta vita di comune criminale in santa pace. Se ad esempio sei Rom, o etichettato in quanto tale anche se non lo sei, il criminale comune te lo facciamo fare. Perché? Perché ci sta che se sei zingaro fai il criminale comune, anzi, sei proprio antonomastico di criminale comune.

Lorenzo. Certo, zingaro e criminale sono la stessa cosa, mentre se sei musulmano non ce la conti giusta, non puoi essere soltanto un comune criminale. Devi essere un terrorista e insisteremo a trattarti da terrorista finché non ci diventi. Se volevi fare il criminale comune, dovevi nascere zingaro. Ce dispiace.

Anatole. Pefforza, sei tunisino e musulmano, quindi fai il terrorista e non rompere il cazzo.

Lorenzo. L’antonomasia si nutre dello stereotipo culturale e ricodifica tutti i segni a senso unico. Gli amici diventano la rete terroristica, i crimini che commettevo un sintomo di incompatibilità culturale, eccetera. Se vieni dal North Carolina e sei middle class bianca, come nel caso del Pistolero del Comet di cui parlavamo nella puntata precedente, le stesse cose valgono altro: sei una persona per bene esasperata dalla crisi e i tuoi amici non sono terminali dormienti di un reticolo terroristico, ma brava gente che ti ha lasciato andare a fare il matto perché, in fondo, che cosa ci potevano fare?

Anatole. Eppure, leggendo il profilo del pericoloso terrorista, i  collegamenti con l’Imam senza Volto (altro personaggione da film di spionaggio, più da James Bond, forse, che da Mission Impossible), con i salafiti di Duisburg, coi “reclutatori jihadisti” di Dortmund, paiono più che altro labili indizi a corredo di un tentativo di narrazione, che altro. Cioè, non emerge con chiarezza che Amri fosse “uno di loro”, qualcosa che denoti una vera e propria appartenenza.

Lorenzo. Effettivamente. Sta con un piede di qua e uno di là, come se provasse a combattere la sua battaglia identitaria solitaria, finendo per soccombere. E quando in conclusione l’autore del profilo su Libération si interroga se «L’investigation a-t-elle été trop superficielle? Amri a-t-il trompé la vigilance des autorités? Trois mois plus tard, il est devenu l’homme le plus recherché d’Europe», la risposta è che l’errore non è investigativo, ma proprio concettuale, e finché non cambiamo modo di ragionare, non capiremo nulla di quello che sta succedendo.

Anatole. E la parabola di questo qua è paradigmatica del modo in cui stiamo sbagliando ad affrontare la questione, perché non vogliamo capirla. Non vogliamo vedere, in sostanza, che il senso di “esclusione percepita” dall’attualità, dalle dinamiche ansiogene del contemporaneo, è lo stesso se sei un tunisino musulmano approdato col barcone a Lampedusa o appartieni alla middle class bianca del North Carolina. Non vogliamo vedere che la partecipazione alle dinamiche del reale si basa su una ricerca identitaria perennemente in bilico tra Qualcunismo e Sestessità. Non vogliamo vedere che l’unico modo per essere Testesso e Qualcuno allo stesso tempo è accettare l’etichetta che ti viene offerta. Non vogliamo capire che, in taluni casi, l’etichetta che ti appiccichiamo in fronte può portarti a sequestrare un camionista polacco, costringerlo a lanciare il camion su una folla sconosciuta, per finire sparato dai poliziotti a Sesto San Giovanni.

Lorenzo. Bel film. Che finirebbe bene secondo la narrazione che ci stiamo dando a bere, se davvero l’attentatore avesse urlato Allah Akbar prima di morire, invece che ACAB o una cosa del genere, come invece è accaduto.

Anatole. Peccato che è vero.

Lorenzo. Parecchio vero. Ci si è provato stamattina a chiudere il cerchio, a inserire Amri nel ciclo. Nell’ennesimo varco spaziotemporale trans-vero il terrorista urlava “Allah akbar” prima di morire. Repubblica nel titolo poi cancellato scriveva “prima di morire l’islamista ha urlato Allah akbar”. Laddove il tag “islamista” sussume in sé tutto il discorso delle etichette che abbiamo appena fatto (tralasciamo le 15 pagine di introduzione a “Islam 20 parole”, Laterza, 2016, nelle quali ho spiegato perché la parola “islamista” è pesantemente biased oltre che ambigua).

Anatole. E tutti dietro a dir minchiate.

Lorenzo. Era proprio una cazzata, una sonora immensa cazzata, un fantasma che prendeva corpo chissà come, smentita dal questore. Però le minchiate le hanno dette lo stesso, nel frattempo, la storia delle etichette ha funzionato perfettamente. E’ l’ultima puntata del capitolo che avevo iniziato a scrivere su Vice nel luglio di quest’anno. Il titolo era “Come la frase Allah akbar è diventata uno spauracchio”. Attualmente su Repubblica il titolo fa: “L’attentatore di Berlino Anis Amri ha urlato poliziotti bastardi”.

Anatole. *facepalm*.

Lorenzo. Mi sa che ci abbiamo preso anche stavolta, ma non abbiamo vinto niente.

Anatole. Malgrado gli sforzi di tinteggiare in maniera comica, si rimane comunque con una brutta sensazione addosso.

Lorenzo. E se non fosse che si è fatta una certa proverei a tirar su il morale instillando d’embée il sospetto del complottone ordito da Minniti per convincere gl’italiani che il suo “schema” funziona. Cioè: ha funzionato praticamente in maniera istantanea. Il questore, di certo non volendolo fare, l’ha confermato. Anche perché Minniti, occorre dirlo, è il destinatario ultimo dell’insulto generico lanciato da Amri alle nostre forze dell’ordine nel suo ultimo minuto di esistenza.

Anatole. E l’aereo libico, allora? E chiaro che Loro…

Lorenzo. Esatto, l’aereo libico. Però ci ho una vita, e pure tu.

Anatole. Vabbene, chiudiamola così, che col complottismo abbiamo dato.

Extraterrestrial activity#6 – “sempre limpida aria silenziosa”

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di Francesca Fiorentin

Se le minuscole pulci

Resero la peste nera all’umanità

Figuriamoci

Una febbre di moneta invisibile da moneta

 

*

 

La macina ha un potere

Venti ne ha lo Stato

 

Le mie mani senza frumento di maggio

Ottanta ne ha la banca

 

Tre giocatori rubano il sonno

Posseggono macchine truccate

 

Gocce notturne sul viso

Cadono sulla posidonia

Il mio funerale quasi indiano

 

 

*

 

 

No non desidero vedere te, lettore

Camminare

Lungo lo stretto spazio

Fra le piastrelle

O dove i nomi scivolano di zuccheri grassi

Se io accorro alle parole

Giudiziosa e limpida

 

 

*

 

Posso dormire

Se i cassetti sono colmi

Se non c’è più un luogo vuoto

Ogni persona

Tracimata dalle tre dimensioni

Dentro di me lavora

Il nero concime per il mio sangue arterioso

La pressione che scoppia

Erano i metallici ripetitivi “io…io”

Un surplus di essere

A rendermi vertigine e spavento

Pendolo, suona la mezzanotte dei fantasmi

Dei vivi dei ghigni

E dei morti che sono vivi

 

 

*

 

 

Sorrisi di infanzia in fotografia

Ed ora sono morti

Il dispiacere ha fiaccato loro le braccia

E la fine sempre

Limpida aria silenziosa

 

 

*

 

 

Il sole di novembre ha raggiunto Mosca

Ad est i fiori sono bianchi e stanchi

La luna di Napoli ha corso nei dipinti notturni

Visitava nidi di abeti

Un messaggio dal calendario

(Che ne sa più di Dio)

Assicura che non i pesi gravitazionali

Muovono i punti cardinali

Ma nostalgie indomite

Di essere in due

 

 

*

 

 

Cosa è questo silenzio

Metafisica e ordine

Allevia il tonfo del meteorite

La voce del re deposto

Torna

Guai a chi non lascia il clamore

Pentiti per le parole spostate

Dagli orizzonti vasti

Ai fornelli di cucina

Di mense metropolitane.

 

 

*

 

 

Se Marte mi incontrasse

Il tempo della terra

Ed il passo astronomico

I cerchi che scolpisce nel cielo

Le dimensioni discordi

Dalla mia pelle

Il magma universale

Diverso dalla mia saliva

 

Se hai tu, Universo

Un demiurgo

Restituiscigli i contrasti

E’ giustizia l’armonia di questa distanza

Disperata? Da cui non giunge suono

O le mie parole che lo chiamavano

vivente, umano, simile?

Dove sono i clamori della mia preghiera

Dispersi attraverso i millenni

di rotazione silenziosa

 

 

*

 

 

Pare che viva risolto ormai solo con il nero

Che è il più fermo!

A nord la scia boreale

Alta e verde islandese

Sognata

Ha uno scudo impermeabile e mobile

Per la sua totale incapacità al verde

 

 

L’albanese e il delatore

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di Nicola Fanizza

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Era quasi sera e avevamo appena trovato posto su una delle tante panchine, che sono situate sulla rotonda a due passi dal mare. Ricordo che i miei amici mi parlavano, ma io non rispondevo, poiché il mio sguardo, improvvisamente, era stato catturato da una vela che passava, era bianca ed era gonfia di vento. Fu proprio quella vela a riportarmi alla mente il fantasma di Guglielmo. Infatti, quando ero ragazzo, lo avevo visto veleggiare con la stessa barca e sul medesimo specchio d’acqua.

Guglielmo era giunto a Mola verso la metà degli anni Cinquanta. Asseriva di essere nato a Spezzano Albanese in Calabria e che, non essendoci in quella regione alcun Liceo artistico, si era trasferito in Puglia per poter frequentare l’Istituto d’Arte di Bari. Per di più, diceva di aver scelto di abitare a Mola – a venti km dal capoluogo pugliese –, poiché era attratto dalla bellezza del suo mare.

Di certo, Guglielmo era un ragazzo che non passava inosservato. Si imponeva per sua altezza e, insieme, per la sua bellezza. Era alto quasi due metri, aveva la barba nera e, soprattutto, aveva gli occhi azzurri come il cielo. Da qui l’interesse delle ragazze nei suoi confronti. Infatti, ogni qual volta lo vedevano sfrecciare per le strade del paese alla guida della sua spider rossa decapottabile – una MG con cerchi a raggi –, si abbandonavano dolcemente ai loro sogni d’amore.

La mia curiosità nei confronti di Guglielmo e del suo mistero era mediata dal racconto dei miei fratelli più grandi. Questi ultimi mi parlavano spesso di lui, degli accidenti che avevano costellato la sua vita e spesso congetturavano in merito alla sua improvvisa scomparsa.

Stando a ciò che essi mi raccontavano, Guglielmo si faceva apprezzare per la sua cortesia, era gentile con tutti e non alzava mai la voce. La sua gentilezza, congiunta alla sua disponibilità nel promuovere relazioni degne e sovrane, gli consentì in breve tempo di guadagnarsi la simpatia e la compagnia di numerosi amici, che appartenevano alle diverse classi sociali: marinai, contadini, studenti, professionisti, armatori, ecc. Nondimeno non tutti i suoi amici possedevano la sua stessa sensibilità. Pochissimi amavano la dépense. E quando qualcuno fra i suoi amici più devoti lo invitava a moderare la sua eccessiva generosità, lui rispondeva con un motto caro a Gabriele d’Annunzio: «Io ho quel che ho donato*.

Fra le sue passioni vi erano il mare e la fotografia. Il suo amore per il mare lo aveva indotto a comprare la barca a vela. Era attento ai mutamenti del tempo e appena si accorgeva che stava per alzarsi il vento, salpava l’ancora e si allontanava dalla costa fino scomparire all’orizzonte. Quando arrivava l’estate, si recava sulla spiaggia – unico fra i bagnanti – con le pinne, il fucile e gli occhiali. Si immergeva e dopo alcune ore tornava a riva con una rete piena di ricci, di polpi e di pesci di scoglio, che di solito regalava ai suoi amici.

Per quel che riguarda l’altra sua passione, Guglielmo riconosceva la valenza artistica della fotografia. Andava spesso in giro, armato con una macchina fotografica giapponese, per cogliere la bellezza che affiorava dai monumenti e dai volti che raccontavano una storia. E tuttavia si rifiutava di riprendere i palazzi che erano disseminati sul perimetro della piazza del Paese. Guglielmo giustificava tale rifiuto col fatto che aveva notato la mancanza di fiori su tutti i balconi di quei palazzi, che erano abitati dalle famiglie borghesi. Ebbene, Guglielmo riteneva che la borghesia molese, proprio perché non amava i fiori, non amava nemmeno la bellezza, era priva di cultura e di sensibilità.

Il rapporto di Guglielmo con la sua città di elezione cominciò a incrinarsi, allorquando cominciò a frequentare Lilly, la quale apparteneva a una famiglia del patriziato cittadino. Lilly era stata vista salire più volte sulla spider di Guglielmo, era salita anche sulla sua barca a vela, li avevano visti passeggiare nelle strade di campagna e qualcuno aveva detto che li aveva visti mentre si baciavano. Le voci inerenti al loro legame sentimentale si fecero insistenti e arrivarono alla famiglia di Lilly. Da qui la reazione dei suoi fratelli, che, non ritenendo Guglielmo all’altezza della loro famiglia, decisero di attivarsi per salvaguardare l’integrità del loro casato. Questi ultimi, coadiuvati da alcuni delinquenti, aggredirono con pugni e schiaffi Guglielmo e lo invitarono a mettere fine alla sua relazione con la loro sorella.

Dopo questo evento, lo stile di vita di Guglielmo divenne oggetto di attenzione da parte dei benpensanti e dei delatori. Stigmatizzavano il fatto che Guglielmo non andasse mai a messa; rilevavano che in più occasioni aveva assunto atteggiamenti anticonformistici e anarchicheggianti; sostenevano che aveva espresso giudizi negativi nei confronti dei partiti di governo; asserivano di non riuscire a capire il senso delle sue azioni, la sua generosità; affermavano che i soldi di cui disponeva erano di provenienza illecita; denunciavano le sue origini albanesi; e, infine, ritenevano che la sua iscrizione all’Istituto d’Arte di Bari fosse uno schermo per coprire la sua attività di agente segreto al servizio del Cominform.

Tutte queste considerazioni diventarono il fuoco da cui si originò una delazione nei suoi confronti, il cui contenuto fu inviato al capo della polizia. Nel documento il delatore sosteneva che Guglielmo si incontrava a Bari con «individui misteriosi», ossia con agenti sovietici del N.K.V.D., e che in detta città frequentava con molta circospezione la sede del P.C.I. In più, diceva che Guglielmo era di origine albanese ed era in continui rapporti con i proprietari dei motopescherecci. Ciò faceva supporre che i motovelieri svolgessero attività per il Cominform e che Guglielmo fosse quello che dava le direttive e procedesse al pagamento del lavoro compiuto.

Il capo della polizia prese atto del fatto che il documento era pervenuto attraverso una «fonte non controllata» e, pertanto, invitò la Questura di Bari ad assumere le opportune informazioni sulle attività di Guglielmo.

Appena giunse la direttiva, i delatori e i confidenti si scatenarono. Veniva seguito ovunque egli andasse. I confidenti lo seguivano: ogni volta che si recava a Bari per frequentare le lezioni; in mare, quando usciva dal porto con la sua barca a vela; quando si spostava con la macchina; persino quando era in casa nei suoi momenti intimi e inconfessabili. A tale proposito, un confidente si era posizionato di fronte alla finestra su cui dava la cucina della casa in cui abitava Guglielmo e si trovò, casualmente, ad assistere a una sua performance erotica: mentre la sua compagna era intenta a scolare la pasta, Guglielmo approfittò della sua momentanea fragilità e la prese da dietro.

Dopo mesi di attenta sorveglianza, gli inquirenti comunicarono al capo della polizia che dalla vigilanza esercitata nei confronti di Guglielmo non erano emersi elementi degni di segnalazione.

Intanto, dopo aver conseguito il diploma, Guglielmo ritornò al suo Paese. E non rimise più piede a Mola. Nessuno ha mai saputo dire alcunché della sua vita.

 

 

*Inciso sul frontone all’ingresso del Vittoriale, è questo il più celebre dei motti dannunziani. Il poeta affermò di aver trovato la frase incisa su una pietra di focolare appartenente a un camino del Quattrocento. In realtà è la traduzione di un emistichio del poeta latino Rabirio, contemporaneo di Augusto, citato da Seneca nel VI libro del De beneficiis:«Hoc habeo quadcumque dedi».

 

 

I neo-semplificatori

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di Domenico Talia

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A proposito di complessità, George Bernard Shaw tanto tempo fa notava che «Per ogni problema complesso, c’è sempre una soluzione semplice. Che è sbagliata». La complessità della nostra società sembra stia disorientando tutti e il suo vento caotico sembra sopraffare e confondere soprattutto quelli che non hanno contribuito a stabilire le regole del mondo, ma sono costretti a subirle. Il nostro mondo, sagomato dal capitalismo finanziario e dalla globalizzazione della produzione, è zeppo di meccanismi complessi. Meccanismi che è sempre più difficile governare e soprattutto mettere in sincrono con la democrazia, con la sua giustizia sociale, con la speranza in una vita dignitosa per ognuno. Moisès Naím nel suo libro La fine del potere (Mondadori, 2013) ci ha ricordato come il potere nel nuovo millennio diventi sempre più debole, decadente, inefficace, nonostante la sua retorica e il suo volersi mostrare inflessibile.
Come in altre epoche, quando le cose diventano complesse, quando iniziano a sfuggire di mano a chi dovrebbe guidarle e le soluzioni efficaci sembrano lontane, all’orizzonte compaiono i semplificatori. Questa è una categoria di uomini capaci di propagandare le loro suggestive e, allo stesso tempo, semplicistiche soluzioni per i problemi del mondo, persone capaci di suscitare l’entusiasmo delle masse, ottenere il loro consenso.

“Dentro gli attimi del possibile” di Pina Paone

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di Francesco Sielo

Lessi una volta, su una di quelle riviste di divulgazione scientifica che spesso poco hanno di scientifico ma tanto di immaginativo, che i passanti, intesi come quelle persone che incontriamo solo per pochi istanti, per strada, nelle stazioni, nei bar, risultano mediamente più belli rispetto alle stesse persone osservate però con calma, in stasi e non in moto, magari in condizioni in cui non ci possono, a loro volta, osservare.

L’effetto si deve, spiegava il dimenticato articolista, ad un preciso meccanismo evolutivo: il cervello umano, dovendo elaborare in fretta le informazioni relative a un possibile partner, sceglie di sopravvalutare le attrattive fisiche del lui o della lei che stiamo osservando. Meglio sbagliare sopravvalutando e ritrovarsi magari con un/a partner inferiore rispetto alle aspettative piuttosto che sottovalutare e non accoppiarsi affatto.

Lo stesso meccanismo coinvolge i passanti letterari, indagati nel libro di Pina Paone Dentro gli attimi del possibile. Passanti letterari dall’Ottocento a oggi.

Significativamente infatti, quasi tutti i passanti analizzati o solo menzionati in questo libro di ampio respiro appartengono al sesso opposto rispetto all’io narrante, configurando quindi la tematica del passante come essenzialmente erotica.

In realtà sarebbe possibile e anzi auspicabile estendere il discorso anche a quei passanti che non risvegliano nell’osservatore alcun desiderio sessuale, appartenendo (ovviamente nel caso di osservatori eterosessuali) allo stesso sesso dell’io narrante. Si attiverebbero in quel caso dinamiche legate all’invidia o all’immedesimazione ma sarebbe interessante analizzarle con gli stessi parametri adottati da Paone per i passanti, per così dire, eterosessuali ed eroticamente coinvolti.

Il “tipo” di passante analizzato nel volume è in realtà solo uno, ovvero la donna osservata, inseguita e talvolta raggiunta da un osservatore e narratore maschio. Solo raramente assistiamo a un temporaneo rovesciamento di ruoli, anche se la campionatura testuale a cui il volume si affida è davvero notevole, spaziando dalla lirica provenzale ai giorni nostri.

La fenomenologia del passante letterario viene allora indagata minuziosamente, secondo la cronologia, dai precursori (Marcabru e Cervantes ma anche Gogol’, Hoffman e Poe) all’iniziatore del vero e proprio archetipo, ovvero Baudelaire, fino alle interpretazioni moderniste di autori come Joyce e Virginia Woolf. Infine ci si occupa del tema alle soglie del postmodernismo con Calvino e al postmodernismo trionfante di Murakami e Stefano Benni, dando anche un’occhiata al cantautorato con Guccini e De André. Impossibile dare conto di tutti gli autori analizzati e di tutte le opere citate, in un volume che grazie alla gradevolezza della scrittura riesce a mantenersi fresco e godibile fino all’ultima pagina.

Come nota anche l’autrice, un simile tema è potenzialmente inesauribile ed è soltanto per ragioni di spazio che ci si costringe a una selezione: purtroppo, malgrado l’apprezzabile numero di campionature, il volume è costretto a una certa rapidità e non sempre l’interpretazione riesce a trarre tutte le conseguenze dai dati testuali.

Paone dimostra come alcune forme si mantengano intatte dall’archetipo in poi: la passante, quasi sempre una donna come abbiamo detto, è spesso fiera e altera, distante anche se vicina. Nell’Ottocento capita ancora che ci sia tra osservatore e passante un éclair, un lampo, un colpo di fulmine, un incrocio di sguardi che incide profondamente nel destino di entrambi i personaggi.

L’incontro, direbbe Luperini, è ancora significativo e anche se casuale, avvenuto solo grazie agli innumerevoli incroci possibili in una città affollata, può ancora essere evento profondo e sconvolgente, farsi storia, diventare narrazione.

Alle soglie del modernismo questo sistema entra in crisi, l’incontro non è più necessariamente significativo: nella società di massa, nelle sterminate metropoli, si possono avere incontri fulminanti ogni giorno ma la luce che adesso gettano questi casuali incroci di sguardi tra passanti diventa troppo breve. Istanti luminosi che si consumano senza lasciare traccia.

Nel modernismo pieno i personaggi non sono più nemmeno sicuri del loro effettivo incontro e si limitano a sfiorarsi, chiusi nei loro inconsci diventati troppo complessi e consapevoli. L’abitudine all’autoanalisi mina l’effettiva possibilità di contatto con l’altro e nel tentativo di portare alla luce quanto più possibile del proprio inconscio i personaggi si scoprono inetti a toccare concretamente l’altra persona.

Queste interpretazioni sono già state date da diversi critici e Paone non manca di citare il fondamentale L’incontro e il caso di Luperini ma ancora molto ci sarebbe da fare nel comprendere i dettagli e le sfumature. Si potrebbe ad esempio analizzare i passanti non coinvolti in un interessamento erotico ma impegnati a misurarsi o empatizzare con gli altri. Oppure si potrebbe tentare di spiegare questa proporzionalità inversa tra il crescere dell’autoanalisi e il diminuire delle capacità di effettivo contatto verso gli altri. Il tema è ancora ricco di domande da affrontare.

Il tema del passante nasce assieme ai temi della città, della velocità, dello spazio-tempo compresso che ci permette in pochi istanti di parlare con persone lontane, di proiettarci verso luoghi distanti e raggiungerli talvolta con velocità impressionante. Ma questi temi non possono essere compresi se non si analizza a fondo l’illusione, propria della modernità, di avere infinite possibilità, innumerevoli occasioni realizzate o vanificate soltanto in base al talento dell’individuo.

E il postmodernismo è precisamente l’amara scoperta dell’inettitudine o meglio dell’effettiva impossibilità per un individuo normale di cogliere tutte le occasioni, di vivere tutti gli incontri, di conoscere (ed eventualmente amare) tutti i passanti che incontra per strada.

Paone affronta quest’argomento parlando della poesia Les passantes di Antoine Pol, musicata da George Brassens e poi tradotta e tradita da De André. Chiama quel tema nostalgia ma è invece forse rimpianto, la nostalgia essendo il dolore per qualcosa che sia aveva e poi si è perso, il rimpianto essendo invece amarezza per qualcosa che si poteva avere e non si è mai avuto il coraggio di afferrare.

Il passante postmoderno è allora probabilmente da ricollegare proprio a questo sentimento delle possibilità sprecate, all’angoscia che deriva da questo continuo mostrarsi di occasioni forse illusorie forse reali ma che effettivamente non è possibile attuare.

Sembra infine che il tema si rifletta nella stessa opera critica e leggere Dentro gli attimi del possibile è come passeggiare in un elegante corso cittadino, dove si incontrano gli esemplari più vari e preziosi, si riconoscono volti familiari, si incrociano conoscenze recenti. Marcabru, Poe, il Baudelaire di Benjamin, i modernisti e i postmodernisti a noi contemporanei: tutto si inserisce in un carosello multicolore che è una gioia per gli occhi.

(Pina Paone Dentro gli attimi del possibile. Passanti letterari dall’Ottocento a oggi,  Ledizioni , pagg. 398., 22 euro).

[Una registrazione della presentazione del libro, presenti con l’Autrice, Stefania Sini e il sottoscritto,presso la Libreria popolare di via Tadino, è ascoltabile qui  B.C.]

Ciliegie

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di Mario Schiavone

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Da circa sei mesi esco di casa tutti i giorni feriali e fingo di avere una vita che non ho più. Dopo la doccia mi vesto, poi indosso la mia giacca ben stirata e prendo l’agenda. Scendo nel cortile del condominio metto in moto l’automobile e raggiungo la fermata dell’autobus del primo quartiere che segue la zona in cui vivo, per non farmi notare dai vicini.
Salgo sull’autobus e percorro la strada che una volta mi portava al magazzino di libri in cui lavoravo come capo magazziniere. Poco prima di arrivare al magazzino suono il campanello dell’autobus e scendo alla fermata che sta all’ingresso del parco.

Controlli

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di Rosaria Lo Russo e Daniele Vergni

*****

Da Il canto di Hafez

di Rosaria Lo Russo

Dall’arco del tuo sopracciglio scoccò uno sguardo maligno
Per spargere il mio sangue, io piangevo impotente

Ubriaco e sudato sei venuto nel parco
L’acqua sul tuo viso diede fuoco all’albero di Giuda

Ogni sguardo vanesio dei tuoi occhi narcisi
Solleva cento tumulti nel mio mondo

Per la vergogna che lo paragonavo al tuo viso, il gelsomino
Chiese aiuto alla brezza che gli coprisse la bocca di terra

Dall’arco del tuo sopracciglio scoccò uno sguardo maligno
Per spargere il mio sangue, io piangevo impotente

La viola annodava la sua ciocca attorcigliata
era la brezza che raccontava la storia dei tuoi ricci

Prima d’ora ero un ascetico pio senza vino
Sono diventato il menestrello dei ragazzi belli

Dall’arco del tuo sopracciglio scoccò uno sguardo maligno
Per spargere il mio sangue, io piangevo impotente

Il vino dei ragazzi, dono eterno della sorte
In questa sfattezza Hafez si concede sollievo

Mi apro al sollievo in questa disfatta
Il sollievo di questo poeta è nella disfattezza

Così il mondo adesso si piega ai miei desideri
Ora il mondo soddisfa i miei desideri

Dall’arco del tuo sopracciglio scoccò uno sguardo maligno
Per spargere il mio sangue, io piangevo impotente.

Mi apro al sollievo in questa disfatta
Il sollievo di questo poeta è nella disfattezza

Così il mondo adesso si piega ai miei desideri
Ora il mondo soddisfa i miei desideri

Lo stupore mi ha bruciato la mente
La lingua sta ferma ma la bocca si riempie di poesia (…)

 

Rosaria Lo Russo, Daniele Vergni, Controlli (Millegru, 2016)

Un’intervista a Lisa Ginzburg

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Lisa Ginzburg risponde a Giacomo Sartori

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GS “Per Amore” si ispira a una tua vicenda personale, ma poi molti elementi sono di invenzione, mi dicevi. Mi piacerebbe sapere con quali criteri, se  ci sono, e se ti va ti rispondere, hai rispettato la “verità dei fatti”, e dove invece te ne sei allontanata. Non certo per scavare nella tua vita personale, ma per capire meglio la genesi e le motivazioni di questo lavoro.

LG La pulsione a romanzare qualcosa di (anche) privato si è innestata sulla necessità di costruire questo libro: due trazioni ugualmente forti. Non potevo scrivere la storia che ho poi raccontato, in altra forma che non fosse una in cui verità e invenzione potevano liberamente intrecciarsi, interagire sino a camuffarsi a vicenda, trasformandosi in un materiale ai miei stessi occhi inedito: non certo estraneo, ma “lavorabile” nel suo essere artefatto. Dall’inizio ho optato per la terza persona, senza più cambiare idea. Anziché dare alla protagonista un nome, l’ho battezzata “lei”. Una scelta che solleva domande tra i lettori. Rispondo loro che non è stata una presa di distanza, la mia. Piuttosto, ergere a nome un pronome ha significato aggirare il pericolo di un’adesione eccessiva a questo personaggio femminile. Evitare una deriva simbiotica che sarebbe andata a detrimento del racconto. La “spersonalizzazione” che un pronome comporta rispetto a un nome, è stato un criterio-faro per me, quello pure che durante le varie fasi del lavoro non è sbiadito. Sono tuttora convinta che l’interesse della storia stia nel suo comunicare qualcosa che la trascende, un senso più ampio dei singoli fatti, una frattura di portata maggiore rispetto al mero rendiconto di una sciagura privata.
L’invenzione di questa “lei”, così come della toponomastica brasiliana (tutta di fantasia, tranne per il caso di Rio de Janeiro e São Paulo), per me hanno funzionato da sponde. Anziché frantumare la storia, la densità della sua realtà, le invenzioni sono stati argini: hanno contenuto e foggiato questa materia mista di verità e finzione che avrebbe altrimenti rasentato l’informe.
La “verità dei fatti” è quella che la donna ricostruisce a partire dal trauma di una perdita e un lutto che la sconquassano. È una verità filtrata dal suo ricordare incessante, ossessivo. Una verità dunque del tutto soggettiva, non fosse che la donna è costretta a confrontarsi con altre verità, inimmaginate, ben più potenti del sentire di lei.

GS Una delle note fondamentali di questo testo mi sembra essere, indipendentemente dalla natura autobiografica o meno della vicenda, la volontà di scavare nell’intimità dei due personaggi principali. Da una parte la donna che ha perso il suo compagno pare mossa da una necessità per certi versi impellente, e dolorosa, di indagare il mistero di questo “altro” con il quale ha avuto un rapporto molto profondo, rapporto che dura anche dopo la sua scomparsa, e dall’altra pare avere un altrettanto sofferto bisogno di capire meglio se stessa, di aderire il più possibile ai fatti per trarne la loro verità più segreta. In altre parole il racconto sembra essere spinto da una sua necessità propria, più che procedere per assicurare il piacere della fruizione, o insomma per creare degli effetti per così dire codificati, che si ritrovano in tantissima narrativa contemporanea. Questo mi fa pensare a scrittrici nelle quali avverto una simile logica interna, e potrei citare qualche nome. Ma volevo chiedere a te se ti sei ispirata a qualche scrittrice o scrittore, o se insomma nella concezione e durante la scrittura avevi in mente dei testi che ti hanno accompagnata. 

LG Io credo molto in quella che tu definisci “necessità propria” dei testi. È stata la necessità a guidarmi, nient’altro: e non quella di cercare un allevio nello scrivere un romanzo (diffido dell’idea di “scrittura terapeutica”), ma perché ho sentito si trattava di una storia che era necessario raccontare. Quanto alle letture, hanno contato molto per me quella de L’anno del pensiero magico di Joan Didion, e di Men we reaped di Jasmine Ward. Il primo libro lo avevo letto quando uscì in italiano, amandolo moltissimo. Non ci ho pensato in modo consapevole mentre lavoravo a Per amore, ma dopo ho capito quanto il ricordo di quella prosa così intensa, nuda, a spirale nel suo fedele ripercorrere un cammino à rebours sulle tracce interiori di un lutto traumatico, avesse agito carsicamente in me. L’altro libro, Men we reaped (un memoir dedicato a un fratello e a degli amici, persone tutte perdute a poca distanza di tempo l’una dall’altra) l’ho ricevuto in regalo una volta che ero a New York e già avevo incominciato a scrivere Per amore. Ho sentito subito una grande sintonia con il modo di raccontare di Jasmine Ward, piano, lucido, così veritiero nel dare forma al sentimento della perdita.

GS E poi volevo chiederti, visto che citi autrici non italiane, cosa rappresenta per te scrivere in italiano, tu che vivi fuori dall’Italia, frequenti altre lingue, e descrivi situazioni non italiane (anche nella tua ultima raccolta di racconti, “Spietati i mansueti”). Perché certo il romanzo è un organismo che vive in tanti paesi diversi, come i funghi, che hanno ife in un raggio enorme, tutte appartenenti a uno stesso organismo, e che da sottoterra si spingono fino alla cima degli alberi, però poi uno scrittore italiano si  trova a scrivere in italiano, e lì il campo delle possibilità offerte dalla lingua stessa si restringe forse molto.

LG Può essere più difficile scrivere nella propria lingua, quando si raccontano mondi lontani “da casa”, e più ancora quando lontano “da casa” si vive. Il rapporto con le parole si fa più intenso nella misura in cui è solitario, non supportato dalle atmosfere circostanti. Nella narrativa italiana mi pare si dia eccessivo valore alla connotazione geografica della scrittura, come se origini “forti” da un punto di vista territoriale dessero maggiore forza e carattere allo stile. Io rivendico un diritto “cosmopolita” della lingua: che come per un rizoma, una stessa radice possa ramificarsi dando vita a contesti veri o immaginari non importa, ma diversi. Mi viene in mente John Berger, inglese di nascita i cui libri sono di impronta assolutamente transnazionale. Il futuro non è certo solo di narrative locali; né è necessario date atmosfere conoscerle dalla nascita, esserne biograficamente intrisi, per decidere di volerle raccontare. Se intendi come “restrizione del campo delle possibilità” una condizione di esilio della lingua dai suoi propri mondi, io aggiungerei che quella restrizione per la stessa lingua è anche un’opportunità, di misurarsi con se stessa, e di lì ampliarsi.

GS Certo, però l’italiano non è l’inglese, è una lingua relativamente recente, nella sua forma attuale, e che è stata usata relativamente poco per descrivere gli universi non italiani. E secondo me si porta dietro in qualche modo questa tendenziale limitazione dello sguardo, questa chiusura su se stessa. Tu mi sembra che ce ne esci molto bene, e questo dando alla tua lingua una grande essenzialità, che non è secchezza, ma pur sempre una estrema concisione, che impartisce alle tue frasi una tensione quasi vibrante di metallo sotto sforzo. Quasi l’impellenza di essere più precisa possibile non ammettesse nessuna sbavatura, nessuna aggiunta non strettamente necessaria. La forza della narrazione, e il valore del romanzo, mi sembrano venire da lì. Volevo chiederti se a questo risultato arrivi già con la prima stesura, o invece hai bisogno di lavorarci molto, passando per molte versioni.

LG Molto lavoro, moltissime riletture, varie stesure. Asciugare gli eccessi di uno stile rafforza la prosa, ne mette in risalto l’urgenza, il senso. Lo penso in assoluto, e nel caso di questo libro in particolare. Si trattava di una materia troppo incandescente, per non necessitare di venire controllata il più possibile dal punto di vista formale. Se uno scrittore riesce a dominare le possibili derive liriche della propria prosa, allora può nutrire più speranze di comunicare con i suoi eventuali lettori. Se invece per farsi sentire deve far leva sull’eccesso, o la ridondanza, o altri effetti “speciali”, allora si può presumere che qualcosa manchi a monte, che ci sia un vuoto all’origine del processo creativo. Al nucleo vero, allo strato di maggiore intima autenticità di una storia, si arriva per eliminazione, non adornando con scritture rutilanti una materia che di suo possiederebbe consistenza scarsa, poca luce.

GS Tornando al tuo romanzo, mi sembra che ci sia una lettura più di superficie, quella cioè dell’infatuazione amorosa, dell’estasi del corpo e di una comunanza totale, che si scontra poi con la dura realtà delle differenze culturali, di provenienza, di storia, di sesso, di tutto, e del tempo che passa, dell’inesorabile curva discendente di ogni amore. È una spiegazione che è presente nello stesso “Per amore”, e che ho letto in vari commenti al libro, ma che non mi soddisfa completamente, non foss’altro perché non mi sembra una molla sufficiente a tenere attaccata la protagonista a quel lungo calvario, certo anche con brevi istanti di gioia, però sostanzialmente molto doloroso. Perché non ci sono solo i momenti di insostenibilità assoluta, sopportati con una costanza autolesionista degna di un’eroina di Lars von Trier, quando si ritrova prigioniera della famiglia di lui, ma anche le parentesi della distanza sono in fondo intrise di infelicità. Io credo che la vera ragione del restare della protagonista nella relazione, anche quando questa è finita tragicamente, sia qualcosa di non detto, e che forse nemmeno lei sa, e che viene a coincidere con la sua testarda esigenza di capire, lavorando prima sui dati che via via accumula, e poi su quelli della memoria. Quasi la relazione totalizzante con l’altro, sia anche un modo per scendere in se stessa, per fare un viaggio interiore. Non so sei d’accordo con questa lettura, che mi sembra ricollegarsi a quanto dicevi prima, di un senso profondo che travalica i singoli fatti.

LG No, non credo che lei, la donna, resti al centro di tutto, che usi strumentalmente questo incontro per “viaggiare” dentro di sé. È la relazione, nelle sue complessità, a restare protagonista. La caparbietà, in una storia, si tratti pure di una relazione tra due esseri nati e cresciuti in identico ambiente, può esserne parte importantissima. Può esserci ostinazione nell’amare, o nel cercare una strada per sentirsi amati, o nel voler smontare (per ricostruire) una relazione. L’impegnarsi testardo non altera la natura dei sentimenti – né li potenzia, né li sminuisce. Piuttosto parlerei di una perseveranza che è consapevolezza (“che l’amore diventi coscienza dell’amore”, Pasolini diceva, ed è un buon modo di maturare, per un legame, la coscienza). Quel che conta, io credo, è che quell’ostinarsi, ai sentimenti non si sostituisca: che rimanga uno sfondo, una nota di accompagnamento. Forse ciò che accade, nella storia che ho raccontato, è questa sostituzione, da un certo punto in poi. Lo sforzo diviene preponderante sulla realtà che lo sforzo cerca di mantenere viva. Ma di costanze, autolesioniste o distruttive o sadiche o quant’altro, le relazioni profonde sono disseminate.

GS Capisco bene quanto dici, e sono d’accordo. Però nello stesso tempo il protagonista maschile è un iniziato, e ha un suo modo di vedere la realtà diverso da quello della razionalità occidentale, intuitivo. E finisce in certi momenti, grazie ai suoi poteri, per avere anche un ruolo di guida nei confronti della protagonista, che non ha queste facoltà, o comunque per opporle un qualcosa al quale lei non può accedere, del quale riconosce però il valore. Questa dimensione spirituale mi sembra fondamentale nel testo, perché se non fosse presente resteremmo nel dominio delle relazioni amorose classiche, quali sono state rappresentate e analizzate in tanti romanzi e racconti. E invece in qualche modo qui la passione ruota anche attorno a un mistero più profondo, di fronte al quale la razionalità, che è la sola arma di lei, resta impotente. Anche di qui mi sembra venire la sua attrazione, e il suo non esitare a sacrificarsi.

LG La sintonia più profonda tra Ramos e la donna, è di natura spirituale. Lui è più avanti quanto a consapevolezza delle proprie capacità intuitive: qualcosa da cui lei viene stregata, nella misura in cui si tratta di una ricerca, un percorso che già la interessano. Prima di tutto, a colpirla è la forza con cui Ramos comunica, danzando, la vibrazione di un mondo spirituale potente, l’olimpo degli Orixás del Candomblè afrobrasiliano. Un po’ come un medium a cavallo tra realtà e altre dimensioni più sottili: così le appare Ramos. Un canale di trasmissione tra terra e cielo – cielo affollato di figure archetipali, immagini simboliche di qualità e vizi dei viventi. Il talento di lui è un fiume che la travolge, accende il suo innamoramento. Lui anche però, Ramos, trova posto, si sente a casa nell’indole riflessiva di lei, nel suo osservare il mondo spesso provando a meditarlo, a meditare. Sono anime vicine, lui e lei, in questo pensare le cose come riflessi ed effetti di movimenti più forti, invisibili. Ed è la spiritualità la sola loro intesa davvero salda, consolidata, quella che neppure alla fine viene scalfita, quando morendo lui lascia comprendere a lei sino a che tragico punto si fosse spiritualmente smarrito.

 

NdR “Per amore” è pubblicato da Marsilio (2016), e su NI ne ha scritto qui Ornella Tajani; sempre su NI, qui Francesco Forlani parla invece della raccolta di racconti “Spietati i mansueti”, uscita successivamente con Gaffi (2016)

 

Che la droga non è un mistero

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di Andrea Inglese

 

Che la droga non è un mistero. Forse questo è un testo che plagia un testo altrui, perché il plagio a casa propria non si può fare, il plagio sul divano è impossibile, comunque Christophe Tarkos (Marsiglia, 1963 – Parigi, 2004) ha detto quel che andava detto della droga, in una trasmissione in diretta, in particolar modo ha detto – tutto per iscritto – che la droga è buona a drogato, plagio però a memoria, io, non avendo sottomano né droga né testo, e quindi è un plagio assai imperfetto, e me ne scuso con gli avvocati della parte avversa, droga si diceva, soprattutto. Che non è un mistero.

43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos

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A poco più di due anni dalla notte di Iguala e dalla sparizione forzata di 43 studenti della scuola di Ayotzinapa, vogliamo ricordare tutti i figli delle violenze in Messico attraverso alcuni stralci dal libro appena uscito: 43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos (a cura di Lucia Cupertino, con prefazione di Fabrizio Lorusso e postfazione di Francesca Gargallo), Edizioni Arcoiris, 2016.

Il libro sostiene la causa della scuola normale rurale di Ayotzinapa, storica fucina di cambiamento in Messico, appoggia le famiglie e tutti i membri della scuola e comunità e pertanto il ricavato sarà devoluto all’Associazione dei genitori della Scuola Normale Rurale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa.]

I 43 SONO FIGLI DI TUTTO IL MESSICO E I POETI LO SANNO

di Francesca Gargallo

43-poeti-per-ayotzinapa-copertina43 poeti per scacciare la morte, per dar sfogo a una indignazione vitale. La poesia come una affermazione, sono qui, sono con te, sono per tutti. Dove tutti significa molte persone, tutte le vive, tutte le sparite, tutte le torturate, tutte le assassinate di questo Messico contemporaneo, immerso in una guerra contro i poveri, contro chi si sente sicuro di fare il proprio dovere, contro chi vuole essere libero. Molte di più dei 43 studenti desaparecidos dall’esercito, la polizia e i narcotrafficanti ad Iguala la notte tra il 26 e il 27 settembre 2014. Però quei 43 ragazzi risvegliano la poesia: sono stati trasformati dal desiderio popolare di mettere fine alla violenza di stato e della delinquenza (nessuno sa dove finisce una e comincia l’altra) in semi di speranza.

La notte d’Iguala: cinque autobus di seconda classe che portano a casa o in città dei bambini che vengono dalla scuola, dal campo di calcio e raccontano tra sé cose da bambini. Così come stanno zitte le vecchiette, dormicchiano gli uomini e cinguettano le mamme. Iguala è una città pericolosa, spariscono molte persone, le fosse clandestine aperte nei dintorni hanno rivelato centinaia di corpi. Le mamme, i papà si stringono ai loro bambini. Ma sanno anche rilassarsi quando è il momento. Sui cinque autobus salgono gli studenti di Ayotzinapa che vogliono essere portati a Città del Messico per andare a una manifestazione che ricorda un massacro di molto tempo fa, quello degli studenti del 1968 a Tlatelolco, un 2 ottobre che non si scorda.

Una storia comune, molte volte ripetuta quella degli studenti che fanno caciara ed esigono un trasporto popolare. Sono belli, scuri, giovani e si siedono sugli autobus dove c’è spazio, un po’ qui, un po’ lì, senza pagare. Le persone di Iguala non hanno paura degli studenti, gli sorridono. Però per un motivo che non si capisce, che stupisce, quella notte no, gli studenti non sono ammessi. Droga nascosta nella carrozzeria di un autobus, ripicca del sindaco che non sa tenerli a bada, ordine di repressione per lanciare un messaggio di timore a tutti i docenti messicani? La polizia, l’esercito forse, magari già anche i narcotrafficanti mitragliano gli autobus, uccidono persone, le sparpagliano nei campi dove è calata la notte, dove si ha paura, dove ci si chiama con la voce fioca.

Poi molti ragazzi, 43 ragazzi della Scuola Normale Rurale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa, una storica fucina di maestri ribelli alla povertà e all’ignoranza, una eccellente scuola, in cui studiarono anche Lucio Cabañas e Genaro Vázquez, fondatori dei movimenti guerriglieri degli anni ‘70 nello stato di Guerrero, nel sud ovest del Messico, vengono fatti salire su pattuglie e camioncini e spariscono nel nulla dopo aver passato la notte tra fughe, ospedali e caserme.

Da allora i 43 sono figli di tutto il Messico. Sono un simbolo. Producono 43 modi di resistere contro i sequestri, le bugie della polizia e l’impunità degli agenti di stato associati ai delinquenti. Producono madri e padri che da due anni non smettono di cercarli, insieme alla pace per il Messico, che solo può nascere dalla verità sui fatti di sangue. Producono 43 forme di essere studenti, giovani, costruttori. 43 calci, pugni, graffi all’impunità e alla cultura della sopravvivenza a qualsiasi prezzo, pure quello del silenzio e l’umiliazione.

E riuniscono anche 43 voci di poeti che ripensano la morte, il territorio della morte, la cultura che normalizza la morte dell’altro e non vuole pensare la sua. Maya, bianchi, mestizos, zapotechi, mixtechi, latinoamericani, spagnoli, donne e uomini, fanno della tragedia storica un mormorio che sale e scende ed esige d’essere ascoltato. Come lo fa Briseida Cuevas Cob in “Mese Xuul”, i poeti ricordano che la morte arriva dai quattro punti cardinali, però che oggi l’odore dei morti giunge non si sa da dove perché ha cancellato le sue orme. Incalza la poeta maya: “Mentre sopporti le burle del potere / sfogli il fior di morto; / Interroghi ogni petalo marcito: / Vivono…? Non vivono…? / E a ogni do- manda senza risposta si sfoglia la tua anima.”

Il 2 novembre 2014, notte dei fedeli defunti, notte dei morti com’è conosciuta in Messico, la poesia “Ayotzinapa” di David Huerta, letta a Oaxaca nel patio del museo di arte contemporanea, il MACO, dove era stata incisa sul muro, fu la prima voce di conforto, di condoglianze del Messico con se stesso: il poeta ha in- nalzato il grido del Paese delle fosse clandestine, degli strilli, dei bambini in fiamme, delle donne martoriate.

“Ayotzinapa” ha ricordato ai turisti che si trovavano in un Paese che è alla ricerca, oltre che dei 43 ragazzi della scuola normale, anche di altre 30.000 persone sparite nel nulla. Che è alla ricerca di pace per i suoi oltre 150mila morti ammazzati violentemente e di giustizia per le madri delle ragazze che escono di casa per andare a lavorare, lasciando nella loro stanza i quaderni della scuola serale e temendo di non potervi fare ritorno, e per i bambini nati dai parti delle adolescenti, sogni di dolci fidanzati inesistenti.

“Ayotzinapa” sul muro del patio del museo, circondata dai lumicini che brillano nel buio della notte dei morti, ricordava a signore e signori una realtà: il Messico è un Paese che prima della guerra alle droghe, quella falsa guerra che serve per sottrarre alla vista la militarizzazione e la guerra contro i popoli, corollario dei piani d’espansione del commercio globale come il Plan Puebla-Panamá o il Transpacifico, si conosceva, conosceva se stesso, la sua storia ed esistenza, ma oggi ha gli occhi riarsi dal fumo, si sente perso, si sforza per tendere una mano alle persone morte e sparite.

Il Paese degli ahoritas, degli “adesso, dei subito” che non arrivano mai, come ha definito i messicani il poeta spagnolo Antonio Orihuela, non ne può più di vivere soffocato da Vergini di Guadalupe, sfruttamento dei corpi e del lavoro, dai morti e dalle mafie. Non ne può più di essere complessivamente quell’alienato martire del progresso descritto da David Hernández Rivera. Non vuole più essere il corpo scelto dall’anofele che ti gira intorno per irrompere nei tuoi sogni descritto da Héctor Iván González.

Irma Pineda sa che il Messico non vuole essere mai più la domanda di una donna a sua madre su come vivere quando l’esercito sequestra suo marito. La poeta zapoteca vuole decifrare la speranza negli occhi del firmamento di ognuna delle figlie del Messico, vuole sapere dove vanno a finire i fiori strappati alla terra che sostiene le loro radici. La poesia è come i corpi, cammina, perfino vola, ma non può essere sradicata. È fluida come le identità contemporanee, ma si sofferma, medita, consente la vita perché, come dice Javier Castellanos, anche lui zapoteca, è sempre più di quello che è: è la colonna poetica dei non dominanti che desidera lo spagnolo Jesus Lizano, è il bambino maestro del maya Jorge Cocom Pech, è il miglior raccolto di una terra, come sottolinea Juan Campoy.

La particolarissima narrativa in loco dello scrittore Tryno Maldonado, che da novembre del 2014 è andato a vivere a Ayotzinapa per spartire significati con madri, padri, mogli, figli, fratelli minori e sorelle maggiori dei 43 studenti di Ayotzinapa, ci permette di vedere con i loro occhi i volti e toccare con le loro mani i sogni e i progetti dei ragazzi, che si preparavano per diventare maestri rurali, agenti dei sogni delle bambine e dei bambini dei popoli che com- pongono il Messico incarnato nel mais, i fagioli, le zucche e il lavoro collettivo. E questa vicinanza si riscontra con la poesia della spagnola Katy Parra che vuole ripetere i loro nomi per esigere la loro vita, qui e adesso. Tra “Ayotzinapa. El rostro de los desaparecidos” di Tryno -un racconto che fa leva sulla cultura contro la violenza ed è una testimonianza intima e multifocale dei fatti della notte di Iguala- e “La canzone dei desaparecidos” di Katy, i nomi compongono i volti e creano un vincolo di solidarietà di ferro tra i ragazzi e i lettori.

Il Messico che attende notizie sui 43 studenti spariti è anche il Messico de Las Patronas, le donne di Veracruz che da anni preparano da mangiare per porgerlo alle persone migranti che viaggiano su La Bestia, il treno che va dalla frontiera sud con Guatemala alla frontiera nord con gli Stati Uniti. È il Messico delle carovane per la pace. Quello in cui, dal 2010, ogni 10 maggio marciano per le strade delle principali città le madri che non hanno nessuno che le festeggi in casa propria: le madri delle ragazze e dei ragazzi spariti nel nulla. Come María Herrera, che cerca quattro figli, un nipote e un genero. Perché? Forse perché vivevano nel posto sbagliato, in quel Michoacán che in altri tempi era un bosco rigoglioso e felice.

Marciano le camminatrici delle polverose strade del Messico del nord, le promotrici della Fundec e la Fundel, le fondazioni “nuestros desaparecidos de regreso a casa” (i nostri desaparecidos di ritor- no a casa) che agiscono tra Coahuila e Nuevo León. Il corteo si ripete ogni 10 maggio, giorno della mamacita (“mammina”) messicana, la madre dea della casa, la madre esaltata un giorno all’anno. Si tratta di una ricorrenza voluta nel 1922 da un supermercato e dal direttore del quotidiano Excélsior, influenzato dal ministro dell’istruzione José Vasconcelos, per festeggiare “la madre messicana” e vendere i prodotti necessari a svolgere i “doveri di genere” e porre un freno al nascente movimento femminista che aveva realizzato due incontri nazionali nel 1916 nello Yucatán.

Molte madri di desaparecidos temono oggi che i 43 studenti di Ayotzinapa opachino con la loro tragica luce la realtà di un Paese che affonda nella più brutale violenza. Anche le madri delle “morte di Ciudad Juárez”, le vittime dei femminicidi che hanno richiamato l’attenzione mondiale sulla violenza in Messico già dal 1993, paventano il pericolo che lo sguardo puntato solo su 43 persone, tra le migliaia di sequestrati, spariti e ammazzati, faccia perdere di vista il quadro generale di violazioni ai diritti umani e di continue omissioni della polizia nei confronti delle denunce, sporte ma mai seguite, relative ad altri migliaia di casi. Per questo il gruppo di scultori che ha forgiato l’anti-monumento detto “+43” in tre pezzi, collocati durante un’azione artistica collettiva e clandestina il 26 aprile 2015 all’incrocio tra Avenida Reforma e Bucareli, in pieno centro di Città del Messico, hanno insistito nel dare importanza proprio alla prima delle tre parti dell’anti-monumento, cioè a quel “+” alto tre metri di ferro rosso, che sta a rappresentare l’esigenza del ritrovamento in vita dei 43 ragazzi e anche di tutte le altre persone sparite.

Ma i poeti lo sanno: il lutto s’estende a tutto il Messico e la poe- sia non è una struttura innocente, come ben dice Marc Delcan, perché parlare del mondo è una forma di proporre un mondo senza false verità, senza principesse stolide né poliziotti malfattori. Se, come scrive e canta Lorenzo Hernández Ocampo nel suo dolce idioma mixteco, non riposerà il suo canto di pioggia, si moltiplicheranno i simboli che fanno ballare le nuvole, si moltiplicheranno i suoni mitici fino a far riapparire le figlie e i figli dell’acqua. Figli della pioggia: tutte le persone che spariscono in Messico e nel mondo perché è più facile non dire quello che è necessario ricordare sempre. La poesia ha deciso di non tacere. Ne va della sua vita.

FRANCESCA GARGALLO

Città del Messico, 2016

Anteprima della postfazione del libro “43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos.” (a cura di Lucia Cupertino), Arcoiris, Salerno, 2016.


Juan Campoy

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Spagna

AYOTZINAPA

Erano il miglior raccolto del Paese,

una generazione

di pensatori liberi,

la speranza di un popolo.

Ma il potere appesta

e va marcendo

fino a servire d’adorno

negli uffici.

Tutto ciò che poteva essere orizzonte,

un cielo libero fecondato di vita,

non era nient’altro che una pagina

archiviata in uno scantinato buio.

43 voci con faccia e nome

disposti ad essere concime nel campo,

viveri sul tavolo dei poveri,

vaccino miracoloso

contro la febbre nera del lebbroso,

43 poesie

contro la longitudine vertiginosa

di una sferza o di una sciabola.

Erano il miglior raccolto del Paese,

però hanno lasciato solo equazioni

irrisolte,

verbi e aggettivi contro l’inverno

e il suo bacio mortale,

così riga dopo riga

hanno scagliato metafore

contro l’iniquità

insopportabile dei genocidi.

Forse li colsero distratti,

o forse avevano troppa fiducia

nei pilastri basilari della loro fede.

Spaccati in pronomi,

il campo è rimasto seminato di ossa.

Juan Campoy

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España

AYOTZINAPA

Eran la mejor cosecha del país,

una generación

de pensadores libres,

la esperanza de un pueblo.

Pero el poder apesta

y va pudriéndose

hasta servir de adorno

en los despachos.

Todo lo que pudo ser horizonte,

un cielo libre preñado de vida,

no era más que una página

archivada en un sótano oscuro.

43 voces con rostro y nombre

dispuestos a ser abono en el campo,

víveres en la mesa de los pobres,

vacuna milagrosa

contra la fiebre negra del leproso,

43 poemas

contra la longitud vertiginosa

de un látigo o de un sable.

Eran la mejor cosecha del país,

pero sólo dejaron ecuaciones

sin resolver,

verbos y adjetivos contra el invierno

y su beso mortal,

que renglón a renglón

dispararon metáforas

contra la iniquidad

insoportable de los genocidas.

Quizás los eligieron distraídos,

o porque confiaron demasiado

en los pilares básicos de su fe.

Partidos en pronombres,

el campo quedó sembrado de huesos.

Traduzione di Lucia Cupertino

 

Dove trovare il libro: www.edizioniarcoiris.it

Leggere altre poesie dal libro: http://www.lamacchinasognante.com/ayotzinapa-messico-a-due-anni-memoria-e-poesia-marciano-assieme/

La prefazione al libro di Fabrizio Lorusso: https://www.carmillaonline.com/2016/09/27/ayotzinapa-somos-todos-prologo-e-poesie-del-libro-43-poeti-per-ayotzinapa/

mater (# 12)

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di Giacomo Sartori

Volevo dirti

volevo dirti che

il libro su dio

vendicchia benino

anche se certo

la critica latita

(i clerici delle lettere

son così ligi

ai riti prestabiliti

così disattenti

così asserviti!)

Le cose possibili

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lecosepossibili_copdi Martina Germani Riccardi

uno, uno, uno.
provo a pensare solo uno

e passano i primi venticinque metri.

due, due
neanche metto la testa fuori,
neanche la giro:
voglio restare qui sotto
né per difesa né per fiato, solo per
stare con me.

Un giorno ci svegliamo vivi

1

ian-es-pop-404x640

[Esce per Valigie Rosse, Premio Ciampi 2016 per la poesia straniera, l’antologia di Ioan Es. Pop, straordinario poeta rumeno. Qui alcuni testi, in coda un brano dell’introduzione che ho scritto per il libro. a. i.]

di Ioan Es. Pop

traduzione di Clara Mitola

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Appunti nomadici 2

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di Giuseppe Cossuto

Proseguiamo il nostro viaggio nel passato di coloro che venivano considerati nomadi, scrivendo qualche nota sulla situazione degli zingari nell’ex mondo del “Socialismo Realmente Esistente” (la prima puntata è qui).

Elevare il grado socio-culturale distruggendo la cultura tradizionale

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la fine del nazismo e del fascismo come sistemi di governo rappresentò per gli zingari sopravvissuti alle politiche di sterminio la fine di un tremendo incubo. Ancora scossi, molti sopravvissuti spesso rifiutavano di fornire le proprie generalità sia alle autorità americane che a quelle sovietiche. Molti, in vari Paesi europei, riconoscendo fascisti, nazisti e delatori, compirono vendette private e furono puniti dai tribunali militari alleati.

Tuttavia, nessuno zingaro venne mai chiamato a testimoniare contro gli aguzzini nei processi di Norimberga e, in quanto legalmente non perseguitati per motivi razziali ma per i “loro precedenti sociali e delinquenziali”, a buona parte dei superstiti non venne concesso alcun risarcimento da parte del governo della Repubblica Federale Tedesca.

Ciò nonostante un numero notevole di zingari provenienti dall’Europa Centrale ed Orientale continuò a scegliere proprio l’Austria e la RFT come luogo di immigrazione dopo l’instaurazione dei governi comunisti.

Il motivo dell’emigrazione è abbastanza complesso, e si lega soprattutto all’applicazione della concezione dogmatica marxista riguardo il “nomadismo” come stadio evolutivo primitivo dal quale emancipare gli zingari (ed altri gruppi nomadici).

Per l’emancipazione sociale degli zingari (e dei nomadi e dei vaganti) secondo i gradi progresso che contrastavano nettamente con i loro modi di vita, i governi del socialismo realmente esistente, investirono molte energie e risorse, sia economiche che di impegno umano.

Sedentarizzazione, collettivizzazione, lotta al presunto nomadismo si accompagnavano a politiche di acculturazione e di elevazione sociale, il più delle volte non gradite agli zingari, specialmente a chi da secoli viveva spostandosi.

Si erano avuti antecedenti di queste politiche già nei primi anni della presa di potere dei bolscevichi in URSS con attivisti comunisti di origine rom, come Ivan Ivanovich Rom-Lebedev, che molto si prodigarono nell’opera di combattere le “pratiche nemiche del lavoro produttivo”, intendendo per queste soprattutto la mendicità e la chiromanzia. Già nel 1925, era stata autorizzata la creazione dell’Unione Rom Pan-Russa, che aveva giurisdizione su tutta l’Unione Sovietica.

Con la creazione della prima fattoria collettiva per Rom, a Rostv, nel 1925, si intensificarono le pratiche anti-nomadiche e tra il 1926 e il 1928, ben 5000 rom si insediarono stabilmente in fattorie collettive in Crimea,  Ucraina e Caucaso settentrionale. Nel 1927 venne creato un alfabeto romanes avente per base il cirillico, mentre la prima grammatica, la Tziganskji Jazik (La lingua zingara), apparve nel 1931, così come l’anno prima era stato dato alle stampe il dizionario zingaro-russo, comprendente circa 10.000 vocaboli.

Oltre alla sedentarizzazione in fattorie collettive, tipica dei primissimi anni del bolscevismo, nei primi anni Trenta si iniziò ad “industrializzare” gli zingari, in appositi gruppi di lavoro chiamati artel’ (cooperative industriali specialmente chimiche e meccaniche).

Tuttavia l’Unione Rom Pan-Russa, già nel 1927-28 era stata oggetto di indagini e meticolosi controlli statali e polizieschi, che ne minarono l’azione, incarcerando e destituendo con vari capi di imputazione, molti dirigenti, per finire nello scioglierla definitivamente.

Sempre nei primi anni Trenta, numerosi zingari non di lingua russa, ma riconducibili ai Vlax, si accamparono nei dintorni di Mosca per venire poi radunati in un numero di 5470, per essere successivamente inviati nei campi di lavoro in Siberia.

Queste azioni del governo centrale contro i rom, colpirono, fino al 1938, numerose altre piccole nazionalità.

Grandi passi nella cultura ma che comportarono la distruzione dello stile di vita tradizionale.

Lo stesso schema fu applicato, con alcune varianti e differenze tra Stato e Stato, nei diversi Paesi del “Blocco Socialista”.

Ad esempio la lotta contro il nomadismo (o meglio, contro la non-stanzialità) come sistema di vita portò alla creazione di immensi ghetti zingari, come “Fakultet” a Sofia o di città abitate quasi esclusivamente da zingari come in Romania e in Bulgaria.

In Slovacchia, coloro che praticavano il “nomadismo”, dal 1958, potevano essere messi in carcere per sei mesi e, nel 1972, le politiche governative cercavano di invogliare le donne zingare a farsi sterilizzare.

Come “zingari” venivano classificati tutti i nomadi e, probabilmente, è proprio a causa di queste politiche assimilative “ziganizzanti” che si è perduta la maggior parte delle culture nomadiche, molte delle quali antichissime, che sopravvivevano, sia pur con difficoltà, nell’Europa orientale.

La drammatica evoluzione

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di Bernardo Pacini

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KANGASKHAN

Aborto naturale: defunto al sesto mese.
La madre che fraintese il corpo e il capezzale.
Il figlio era un progetto d’amore non saputo,
ridotto ad uno sputo al margine del letto.
Il fatto comportò la cupa depressione
che getta in contrizione qualunque Pokemòn.
Lei artiglia nella tasca il vuoto devastante,
espone sulla fronte la brama che rinasca.
Ma non c’è differenza tra giorno, sera e notte:
persino nelle lotte − è inutile − lei pensa:

«Da quando ho perso il figlio, è il male il mio giaciglio».

***

HAUNTER

Scriveva bene, Haunter, con grazia sepolcrale.
Racconto di Natale, Amleto, Poe & Bram Stoker,
letture un po’ datate, ma un buon apprendistato.
Talvolta era riuscito, scrivendo paginate
a prendere una forma: consistere incarnato.

Non spettro di se stesso, non madido riflesso.

Ma tutto quel talento, vuoi colpa del mercato
vuoi il tempo ahimè sprecato, rimase vivo a stento.
Mancò forse un maestro, un riconoscimento.
Sprecò il suo genio, Haunter, di fine narratore:
di un arido scrittore fu semplice ghost writer.

L’abisso che era scrivere se lo sentiva addosso.

***

PSYDUCK

Frequenti mal di testa, dolori ed emicrania
prostravano Psydùck, un dramma i suoi rapporti.
Un giorno andò in colonia che davano una festa
gli amici meno accorti gli offrirono un cognac.

«Compagni, vi ringrazio, ma devo declinare.»

Le zampe sugli orecchi, lui non sentiva niente.
Sperava che la mente, con tutti i suoi punzecchi
(lo stato di amnesia e logica stoltezza)
fosse per lui bellezza, gioiosa emorragia

o cumulo di buio, addio incondizionato.

***

ONIX

Come un mostro, arrotolato
nei dintorni di una cava.
Ha una colpa: essere un
corpo, un involucro sgradito.

La sua intima natura
ormai l’ha dimenticata
una massa rara, in onice,
la stupenda zonatura.

 

Testi da Bernardo Pacini, La drammatica evoluzione (Oedipus, 2016)

Disegno di Riccardo Bargellini e Manuela Sagona

Extraterrestrial activity #5: Hijab scene

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hijab

Scena dell’Hijab #3

“Qualcuno vuole candidarsi per il consiglio di classe?”
ha chiesto la donna picchiettando con la penna il portablocco,
“Sì, io”, ho detto, senza nessun effetto,
non mi vedeva proprio.
“Qualcuno per il consiglio di classe?” ha ripetuto,
“Sì, io” ho detto,
fossi stata antimateria era lo stesso.
Una regolare madre americana accanto a me
ha fatto spallucce e scosso la testa,
“Io! Io!”, ho mandato razzi d’emergenza,
suonato tamburi, sventolato bandiere di segnalazione,
provato coi segnali di fumo, il linguaggio dei segni,
l’alfabeto morse, Western Union, telex, fax,
il tenente Uhura ha provato a metterci in contatto
su un’altra frequenza.
“Dannazione, Jim, sono una donna musulmana, non un Klingon!”
Ma il campo di forza positronica del mio hijab
disturbava le sue coordinate cosmiche.
Salveremo l’astronave su cui siamo entrambe?
Salveremo
i cristalli di dilitio?

 

 

*

 

 

Hijab Scene #3

“Would you like to join the PTA?” she asked,
tapping her clipboard with her pen,
“I would,” I said, but it was no good,
she wasn’t seeing me.
“Would you like to join the PTA?” she repeated,
“I would,” I said,
but I could’ve been antimatter.
A regular American mother next to me
shrugged and shook her head,
“I would, I would,” I sent up flares,
beat on drums, wave navy flags,
tried smoke signals, American Sign Language,
Morse code, Western Union, telex, fax,
Lt. Uhura tried hailing her
for me on another frequency.
“Dammit, Jim, I’m a Muslim woman, not a Klingon!”
– but the positronic force field of hijab
jammed all her cosmic coordinates.
Can we save the ship we’re both on,
can we save
the dilithium crystals?

 

 

*

 

 

Mohja Kahf è autrice di poesia e professore all’università dell’Arkansas. È nata nel 1967 a Damasco, in Siria, paese che è stata presto costretta a lasciare per via delle pressioni contro la sua famiglia di oppositori politici. Al centro del lavoro poetico di Kahf l’incontro e le frizioni tra diverse identità culturali, la messa in discussione, spesso ironica, degli stereotipi, la meditazione sul senso di ‘casa’, ‘appartenenza’, ‘nostalgia’. E-mails from Sharazade (2003) è la sua prima raccolta di poesia, tradotta di recente in italiano da Mirella Vallone per i tipi di Aguaplano. Questa traduzione, invece, è a cura di chi posta.

 

Nell’immagine: una giornata complicata per Wonder Woman, appena tornata dal Punjab. In Sensation Comics, n.20, Dec. 2014.