Home Blog Pagina 2

Radio Days: Mirco Salvadori

0

Il Rigore della Risonanza
  La Biennale 2025-2026 sposta il rigore dalla delimitazione alla coerenza poetica
di
Mirco Salvadori

La Biennale Musica del biennio 2025-2026, affidata a Caterina Barbieri dal Consiglio di Amministrazione della Biennale per due anni, nasce sotto il segno di una scelta che appare subito netta: non presidiare un territorio già definito, ma ridefinire il territorio stesso. Barbieri, nata a Bologna nel 1990, formata in chitarra classica e in composizione elettroacustica, con una tesi in etnomusicologia sul rapporto tra minimalismo americano e musica classica hindustani, arriva alla direzione artistica della Biennale Musica con un profilo che intreccia formazione accademica e ricerca di confine fra composizione, elettronica, percezione dell’ascolto e dimensione immersiva della performance. È un dato biografico verificabile, e conta, perché in un festival la poetica di chi sceglie non è un dettaglio laterale: è spesso il principio ordinatore, talvolta persino il filtro invisibile attraverso cui tutto viene fatto passare.

Già il primo titolo, La stella dentro, con cui si presenta il 69° Festival Internazionale di Musica Contemporanea, dice molto. Il programma 2025 si propone infatti di esplorare il tema della “musica cosmica”, e lo fa attraverso una lingua curatoriale che insiste su parole come cosmo, metamorfosi, risonanza, interconnessione, ascolto profondo. Nella presentazione ufficiale il suono non è descritto innanzitutto come forma, scrittura, tecnica o conflitto fra linguaggi, ma come vibrazione che mette in relazione il vivente, come esperienza che trasporta fuori dai confini dell’ego e apre all’alterità. L’anno successivo, con A Child of Sound, il 70° Festival, in programma dal 10 al 24 ottobre 2026, radicalizza quella stessa linea: il “bambino di suono” diventa simbolo di rivoluzione e guarigione, e il cartellone viene presentato esplicitamente “al di là di una rigida distinzione di genere, epoca e stile”, con molte commissioni originali, lavori site-specific e pratiche di ascolto partecipative. Non si tratta dunque di una semplice alternanza di programmi, ma di un biennio pensato come discorso unitario.

È qui che la domanda più interessante, e forse più necessaria, si impone senza nostalgia meccanica ma con un minimo di memoria storica: era meglio quando era “peggio”, cioè quando la Biennale Musica si esponeva come luogo più severamente dedicato alla musica contemporanea? La formula è volutamente provocatoria, ma il punto non è difendere per riflesso un passato irrigidito in canone. Il punto è chiedersi che cosa si guadagni e che cosa si perda quando un’istituzione nata per rappresentare, discutere e spesso anche irrigidire criticamente il contemporaneo musicale comincia a parlare una lingua più larga, più porosa, meno gerarchica. Nel 2025 il programma annuncia Meredith Monk e Laurie Spiegel, ma anche Johann Sebastian Bach; nel 2026 mette insieme Keiji Haino, Laraaji, Gigi Masin, ML Buch, Kara-Lis Coverdale e Sarah Davachi, e lo fa rivendicando proprio l’attraversamento di genealogie diverse. È una dichiarazione di poetica, non un accidente.

Se si guarda il disegno da vicino, diventa chiaro che Barbieri non sta tentando di “popolarizzare” banalmente la Biennale. Sarebbe una lettura pigra, e non suffragata dai fatti. Gli artisti scelti nel biennio non sono nomi accomodanti né figure da consumo culturale semplificato. Meredith Monk è una figura decisiva dell’avanguardia multidisciplinare; Laurie Spiegel appartiene a una genealogia cruciale della musica elettronica; Chuquimamani-Condori, Leone d’Argento 2025, viene presentata dalla Biennale come voce visionaria della sperimentazione contemporanea; Keiji Haino, Leone d’Oro 2026, è definito “poeta del rumore” e pioniere dell’improvvisazione radicale; Sarah Davachi, Leone d’Argento 2026, è indicata come una delle voci più coerenti del paesaggio contemporaneo, incentrata su una ibridazione innovativa di linguaggi elettronici e acustici. Insomma: non c’è abbassamento del livello, né desiderio di compiacere il gusto medio. C’è piuttosto un mutamento di asse.

Questo mutamento si può definire così: il centro della Biennale, sotto Barbieri, sembra spostarsi dalla nozione di avanguardia come conflitto linguistico alla nozione di suono come campo esperienziale. Non scompare la composizione, ma perde il monopolio simbolico; non scompare la ricerca, ma non è più identificata soltanto con la scrittura; non scompare la contemporaneità, ma viene intesa meno come frontiera storica e più come intensità di ascolto. È una differenza capitale. Per decenni molte istituzioni dedicate alla musica contemporanea hanno costruito il proprio prestigio sulla capacità di delimitare: qui la ricerca, là il repertorio; qui il nuovo, là il derivativo; qui il rischio, là l’intrattenimento. Barbieri, invece, sembra voler costruire una Biennale che non delimita anzitutto, ma connette. Il problema critico, allora, non è accusarla di eclettismo: è chiedersi se una istituzione di questo tipo, mentre connette, riesca ancora anche a discriminare, nel senso più alto e meno ideologico del verbo.

Perché il guadagno è evidente. Una Biennale che mette in dialogo Monk e Bach, Haino e Laraaji, Davachi e Gigi Masin, non produce soltanto una somma di nomi diversi: tenta di restituire il contemporaneo come costellazione, non come caserma. Restituisce la musica a una continuità più ampia, dove l’innovazione non nasce soltanto dalla rottura, ma anche da un ascolto obliquo della tradizione, da una diversa temporalità, da un’attenzione alle soglie, alle persistenze, ai ritorni. In questo senso la formazione di Barbieri, che tiene insieme studi classici, composizione elettroacustica e interesse etnomusicologico per il minimalismo e l’India, non è un elemento accidentale: aiuta a capire perché la sua Biennale tenda a leggere il suono come luogo di relazioni piuttosto che come sistema chiuso di appartenenze.

Ma proprio qui si apre anche il limite possibile del suo disegno. Quando la curatela privilegia il suono come esperienza di espansione, immersione, trance, meditazione, rito, interconnessione, si finisce inevitabilmente per favorire artisti che, pur molto diversi tra loro, condividono un certo clima spirituale e percettivo. La processione site-specific di Chuquimamani-Condori nei canali di Venezia, costruita attorno a un immaginario rituale e collettivo dell’acqua; il ruolo di Laraaji come maestro della meditazione sonora; la presenza di Sarah Davachi con il suo lavoro per organo da camera e nuova commissione; la valorizzazione di figure come Meredith Monk, che da sempre pensano la voce e il corpo come spazio di trasformazione: tutto questo non denuncia un difetto, ma mostra una predilezione precisa.

Il rischio, allora, non è la confusione ma quasi il contrario: una coerenza troppo atmosferica. Vale a dire una Biennale dove le differenze di linguaggio esistono, ma finiscono per essere raccolte dentro un medesimo alone simbolico. La parola chiave non sembra più essere “contrasto”, bensì “risonanza”. E una rassegna costruita sulla risonanza tende naturalmente a escludere, o almeno a marginalizzare, tutto ciò che insiste sullo strappo, sull’attrito, sullo scandalo della forma, sulla secchezza analitica, sulla dimensione progettuale della composizione intesa nel suo senso più duro. Non perché questi elementi siano incompatibili con Barbieri in assoluto, ma perché non sembrano stare al centro della narrazione ufficiale del biennio. Nei testi di presentazione dominano immagini cosmiche, organiche, infantili, terapeutiche; molto meno visibile è il vocabolario storico della complessità, della discontinuità, della dialettica fra sistemi compositivi.

Per questo la domanda “era meglio quando era peggio?” merita una risposta meno sentimentale di quanto sembri. Se con quel “peggio” si intende una Biennale più esclusiva, più autoreferenziale, più rigidamente custodita da codici di legittimazione novecenteschi, allora no: non era necessariamente meglio. Le istituzioni troppo chiuse finiscono spesso per parlare solo a se stesse. Ma se con quel “peggio” si intende una Biennale più disposta a definire un campo, a sostenere conflitti estetici, a esercitare una funzione selettiva più aspra, allora la nostalgia qualche ragione la conserva. Non perché il passato fosse più puro, bensì perché aveva un fuoco più riconoscibile. La Biennale di Barbieri ha invece una luminosità diffusa: affascina, avvolge, invita, ma talvolta sfuma il confine tra mappa e programma, tra apertura e dispersione.

Anche i Leoni del biennio sono rivelatori. Nel 2025 il riconoscimento alla carriera a Meredith Monk e l’Argento a Chuquimamani-Condori definiscono una linea che tiene insieme genealogia dell’avanguardia e sensibilità rituale, corporea, non eurocentrica. Nel 2026 la coppia Keiji Haino-Sarah Davachi ribadisce un doppio asse fra radicalità storica dell’improvvisazione e lavoro di lunga durata su risonanza, organo, continuità timbrica. Non sono premi casuali: sono quasi l’autoritratto indiretto di una direzione artistica che si riconosce nelle pratiche dove il suono è evento fisico, presenza, vibrazione mentale, esperienza trasformativa.

In questo senso le connessioni tra una direttrice artistica giovane e i musicisti che sceglie di proporre non vanno lette in chiave generazionale o, peggio, mondana. La questione non è anagrafica e non autorizza alcun gossip. È semmai una questione di affinità poetica e di paradigma estetico. Barbieri non programma dei “simili” nel senso debole del termine; programma artisti che rendono leggibile una sua idea del suono. Questa idea è seria, colta, internazionalmente aggiornata, e possiede una sua necessità. Però, proprio perché è così riconoscibile, espone la Biennale a una domanda che ogni curatela forte deve accettare: quanto una visione sa illuminare il presente, e quanto invece lo seleziona in base alle proprie premesse fino a trasformarlo in conferma?

La sensazione, guardando il biennio nel suo insieme, è che Barbieri abbia avuto il merito raro di restituire centralità immaginativa alla Biennale Musica. Non un semplice cartellone di eventi, ma un racconto del suono. In tempi di programmazioni spesso compilative, questo è già molto. E tuttavia un racconto, per essere davvero critico, deve ogni tanto ferire la propria stessa continuità, mettere in crisi il proprio lessico, introdurre ciò che non gli somiglia. La Biennale 2025-2026 sembra invece preferire una persuasione sottile, una continuità di visione, un’idea di ascolto come riconnessione. È una postura nobile, ma non neutra. E forse il punto, alla fine, è tutto qui: non siamo davanti a una Biennale meno rigorosa; siamo davanti a una Biennale che ha spostato il rigore dal terreno della delimitazione a quello della coerenza poetica. Non è poco. Ma non è nemmeno la stessa cosa.

Ecofascisti

2

di Francesca Santolini

ringraziando l’editore per la disponibilità, pubblichiamo la prima parte dell’ultimo capitolo (“Conclusioni”) del saggio di Francesca Santolini “Ecofascisti. Estrema destra e ambiente”, pubblicato da Einaudi (2024)

«Il fascismo era un totalitarismo fuzzy. Il fascismo non era una ideologia monolitica, ma piuttosto un collage di diverse idee politiche e filosofiche, un alveare di contraddizioni», sintetizzava Umberto Eco nel Fascismo eterno (1995), delineando al passato un profilo che sembra essere ancora oggi perfettamente somigliante, come abbiamo visto aggirandoci tra i gruppi di (piú o meno) estrema destra: eterogenei, contraddittori, ma al tempo stesso in movimento, in ascolto della società, anche se per coglierne gli umori piú irrazionali e pericolosi. Nella società di oggi l’umore da intercettare è certamente quello sulla questione climatica: il tema politico fondamentale da cui dipenderà il senso della storia, attorno al quale si ridefiniranno gli antagonismi sociopolitici, le sfide del futuro. Non si può prescindere dalla crisi climatica. E questo è ormai chiaro a tutti, a sinistra come a destra.
Al netto degli ultimi fervori negazionisti, segmenti sempre piú numerosi della destra radicale in Europa e negli Stati Uniti non solo riconoscono il collasso ambientale in corso, come abbiamo visto, ma lo considerano un’opportunità per riorganizzare la società secondo logiche autoritarie, xenofobe, quando non apertamente razziste.
Esiste il rischio che l’ecologismo possa diventare il fattore normalizzante di ideologie di estrema destra? Dobbiamo prendere sul serio il pericolo di una deriva ecofascista?
Per rispondere occorre innanzitutto, ormai lo sappiamo, abbandonare la convinzione che l’ambientalismo progressista sia il titolare esclusivo dei temi ecologici. Perciò abbiamo iniziato questo percorso dalle radici dell’ecofascismo. E lí, alla fonte, abbiamo visto formarsi l’idea aberrante ma ampiamente argomentata nel tempo della convergenza tra purezza razziale e concetto di ambiente come parte del piú vasto concetto di patria: ogni nazione e ogni etnia è stata fusa con il proprio ambiente, la protezione dell’una comporta quella dell’altra.
Se l’ecologia ha vinto una fondamentale battaglia culturale e politica per cui oggi il cambiamento climatico è in cima alle preoccupazioni dei cittadini italiani ed europei, l’esigenza di occupare questo spazio politico anche da parte dell’estrema destra sfocia in misura e forma diverse nell’opportunismo politico, quando non nella grave manipolazione ideologica.
Nelle mani della propaganda di estrema destra, l’idea progressista di proteggere l’ambiente e gli esseri umani viene distorta, manipolata e strumentalizzata per diffondere false teorie, nazionalismi, xenofobia, per fomentare divisioni sociali e conflitti politici, alimentando le paure verso i cambiamenti nel nostro stile di vita, dai trasporti all’alimentazione.
Soffiando sul fuoco delle paure per le ricadute quotidiane che avrà la transizione ecologica, l’“ambientalismo” di estrema destra promuove un’ideologia tecnicamente reazionaria, che mira a difendere il modo di vivere e di consumare dei cittadini, denunciando qualsiasi evoluzione green possa minacciarlo.
Un approccio politico opportunistico appunto, che cerca di creare una contrapposizione tra il “buon senso paesano” e l’“ideologia urbana borghese”. Da qui, o accanto a questo approccio quello altrettanto radicale piú strettamente ruralista, che considera la globalizzazione e le politiche europee come il nemico dei paesaggi e della tradizione.
Nel collage ideologico fuzzy dell’ecofascismo, però, ci sono anche alcune caratteristiche dominanti che sono emerse con estrema chiarezza dal percorso che abbiamo seguito. Il tema centrale è quello dell’idea di Stato e di autorità. L’ecofascismo in maniera largamente condivisa (salvo qualche irregolare solitario come FC/Unabomber) auspica la costruzione di uno Stato forte che ha il compito di proteggere il suo ordine naturale dal degrado ambientale, dalla sovrappopolazione e dalla contaminazione etnica: tutti fattori che minacciano contestualmente l’identità e l’integrità del popolo e del suo habitat naturale.
L’ecofascismo sostiene che l’integrazione di determinati gruppi di persone, come migranti o stranieri, non sia (piú) possibile: i loro modi di vita e il loro numero in costante crescita costituiscono una minaccia per l’ambiente naturale e per le sue risorse, oltre che evidentemente per l’identità della comunità. I migranti vengono paragonati a specie «infestanti» e incarnano, in tale impostazione ideologica, l’irruzione di una natura nociva per l’ecosistema.
Per l’ecofascismo, la difesa di una comunità passa attraverso la preservazione ecologica del suo territorio, l’assegnazione delle risorse a coloro che vi sono nati e la stigmatizzazione sociale dei gruppi considerati estranei. La «grande sostituzione» di Renaud Camus ha dunque aggiunto alla sfumatura etnica anche quella ambientale: la distruzione consapevole di un ambiente naturale perpetrata dagli “invasori”, un “ecocidio”. E il termine «sostituzione» per parlare dei fenomeni migratori è entrato nel lessico anche di molti politici di destra: ha parlato di «sostituzione etnica», per esempio, il ministro dell’Agricoltura di Fratelli d’Italia Francesco Lollobrigida2. In Francia invece a parlare di remplacement sono soprattutto politici come Marine Le Pen ed Éric Zemmour, leader del partito di estrema destra Reconquête, condannato a piú riprese per incitamento all’odio razziale.

Una questione di vita o di morte

0

di Mattia Majerna

 

Dopo un’ora e mezza di lavoro, con la costruzione a metà, ci siamo accorti che è da rifare. Tutta. «Non tutta» mi dice Jacopo che, a quanto pare, mi legge nel pensiero. E mi spiega la sua teoria: possiamo conservare alcune parti della struttura, già montate, e rifare quella sotto. Con la solita proprietà di linguaggio, che ha smesso, almeno da due giorni, di stupirmi. La compagnia delle persone anziane ha reso il suo lessico più ‘maturo’. Persone troppo stanche per semplificare la propria lingua o per incoraggiare, in lui, la sgrammaticatura, che, d’improvviso, rivela una falla nei costrutti di noi adulti.

«La fabbrica del Duomo! Hai presente? Se ci rimettiamo al lavoro finiremo tra cinque secoli e addio divertimento!»

Allora mi fa un’altra offerta: non importa se lui è venuto apposta con la scatola di un nuovo castello Lego da costruire, impresa che non può portare a termine a casa, né con il nonno (deficit visivo e artrite), né con la nonna (non gioca, bensì veglia su di lui e tutta la sua persona è impegnata a permanere).

«Usciamo! Il tempo è splendido!» (i nostri dialoghi sono sequele di esclamazioni).

Ci guardiamo per un attimo, misurandoci nelle nostre rispettive solitudini, è come se confrontassimo la taglia di due grosse trote pescate negli abissi, ciascuno nel proprio. Una voce mi ammonisce che paragonare la mia alla sua è un’indecente forma di vittimismo, però, per una ragione o per un’altra, è così che ci troviamo in un pomeriggio di fine agosto, nella casa di montagna dei miei. Solo io, e solo lui (il nonno ha dovuto accompagnare la nonna all’ospedale, o il contrario, o forse ne approfittano per farsi visitare entrambi).

Quindi abbandoniamo tutto e usciamo davvero con una palla. D’altronde, è cominciata così. Poche mattine prima, mi trovavo sul terrazzo a guardare niente di particolare, il che consiste precisamente nel rifiutarsi di mettere a fuoco i dettagli e, da lì, ricostruire il paesaggio intorno, un’unità organica, a cui, un po’ per partito preso, non volevo riconoscere alcuna bellezza. Aspettavo che il mondo si accorgesse della mia assenza e m’inviasse un cenno. Mi sarei accontentato, in mancanza di meglio, di un simbolo, un evento minimo e singolare, stagliato sulle giornate tutte uguali, da interpretare nelle ore che precedono il sonno. Il telefono, però, rimaneva silenzioso. A volerci trovare un senso a tutti i costi, si sarebbe detto che aspettavo l’esito delle cure di mia madre, ma tutto è più vago di così, estraneo alla cruda logica binaria della vita e della morte. Per l’attesa, poi, ho talento. Se si vuole trovare un mio eguale, lo si deve cercare tra i cani: lontano dal padrone, per loro, ci sono solo attimi d’inesistenza; non possono fare altro che aspettare, come se il ritorno dipendesse dalla loro dedizione, dalla loro pazienza. Un uovo da covare finché non si schiude: il padrone riappare!

Qualche mattina fa, dicevo, sul tardi, è arrivata una palla. Ne ho potuto apprezzare la parabola fulminea al di sopra della siepe che divide il mio dal giardino accanto.

«Posso entrare a prenderla, per cortesia?»

Il recupero della palla, da parte di un bambino di otto anni, biondissimo, con gli occhiali dalla montatura spessa, Jacopo, è bastato a creare un precedente (ho dovuto far conoscenza con la nonna che, dall’interno della casa, dove ci si orienta a stento con la bava di lumaca dell’argenteria, si è subito accorta dell’assenza del nipote; e sono stato approvato: vivace, ma nel rispetto delle regole). Non ricordo neanche più come, quello stesso pomeriggio, ci siamo messi a giocare. Io ero abbastanza sfaccendato, lui bisognoso di un compagno; in assenza di un coetaneo, si faceva andar bene un adulto che, a certe latitudini della giornata, fosse disposto a rinunciare alla serietà.

Tornando a oggi, abbiamo giocato a calcio davanti alla casa, più che altro per mancanza di fantasia (che cosa fare con una palla?), nessuno di noi due è capace, un punto in comune che rende divertente sbagliare di continuo i passaggi, colpire di punta con tanta goffaggine. Le nostre terminazioni nervose s’interrompono all’altezza del ginocchio, si vede. Poi, la palla finisce dall’altra parte e abbiamo la sensazione che qualcuno ci abbia tenuto a spiattellarci la morale della favola (il cancello di casa sua è chiuso a chiave, la palla irrecuperabile), ma noi la conoscevamo già. Facciamo spallucce. Jacopo, solo appena scomposto (una sprimacciata veloce e ritorna come prima, piega dei pantaloni e scriminatura a piombo), mi propone allora di giocare a nascondino. Il giardino della casa dei miei, dietro, è sterminato e, se avessi con chi giocare, ci giocherei ancora. Oggi si dà il caso che qualcuno c’è: Jacopo. A contare inizia lui. In due è un vero duello.

Per me il giardino ha conservato le dimensioni indefinite che aveva nella mia infanzia, la stessa ombra impenetrabile; addentrandosi tra gli alberi, ci si trova in un boschetto. Gli aghi di pino attutiscono i passi, per ogni scampolo di paradiso, con more e lamponi, c’è un girone infernale di ortiche, magari vipere. A tracciarne il perimetro su una carta, non saprei da dove cominciare. Insomma, non ci vuole molto prima che io sia travolto dall’eccitazione del gioco. Trovarmi solo all’improvviso mi offre un inatteso sollievo. Non perché mi sia stufato di giocare con Jacopo, anzi. È solo una vacanza temporanea dai bisogni che la presenza di un’altra persona genera. Diciamo che adesso siamo legati con una corda più lunga e godo della mia nuova libertà di movimento tra le felci. Mi appoggio a un tronco per scendere la scarpata che porta al campo da tennis abbandonato. M’inzacchero di resina ed è come se mi sporcassi con qualcosa che ho rovesciato io trent’anni prima, ma il pensiero della malattia di mia madre raddrizza la freccia del tempo. Succede così, in due battute: prima ho la sensazione che ci sia qualcosa di sospetto nel quadro che mi circonda, un elemento illusorio che, una volta scoperto, renderà solo più dolorosa la verità; cerco quindi di ricordarmi perché, tra tutti i giorni dell’anno, oggi non ho diritto alla spensieratezza, e la risposta arriva immediata: mia madre è rimasta a Milano per farsi operare e cominciare subito la chemio. La consapevolezza della mortalità di mia madre mi trafigge proprio mentre sono più indifeso e sto sperimentando un inatteso ritorno all’infanzia. Regredisco finché posso e sbatto la faccia contro l’assenza di chi n’è stato il custode. Improvvisamente spero che Jacopo si dimentichi di me e vada ad aspettare i nonni davanti al cancello di casa (anche lui un giudizioso cagnolino). Mi aggiro intorno al campo da tennis inselvatichito. Sarà finita la conta? Se viene da questa parte mi vedrà subito, ma il giardino è grande, posso sperare che perlustri un’altra zona. Che io ricordi nessuno ha mai giocato a tennis, qui. La rete è floscia da sempre, dalle crepe crescono, a ciuffi, fragoline di bosco. Alla fine, spossato, mi siedo sulle radici di un nocciolo, ai confini della proprietà. Cerco di cancellare le tracce di pianto e aspetto che Jacopo mi scopra, il più tardi possibile, mi auguro. Raccolgo una manciata di frutti acerbi o vizzi, come capirlo?, di certo mangiarli è escluso. Quindi li sbuccio solamente, con un po’ di trepidazione per quel che troverò. Le risate mi riscuotono, m’affaccio dietro al tronco, guardo in giro e, solo al ripetersi del suono, un liquido che si riversa dal collo di una bottiglia, a singhiozzo, vedo Jacopo nel campo da tennis, issato sulla sedia da arbitro (mi ha visto), e io mi affretto a raggiungerlo, ormai dimentico del gioco. È vecchia e rugginosa, innumerevoli le possibilità di farsi male. Lo prendo in braccio (i suoi otto anni pesano poco, come sei, sette al massimo, tutto in lui dimostra una maggiore età, o una minore, l’impressione è quella di uno sviluppo difficoltoso: lo sguardo meditabondo vs la statura, la proprietà di linguaggio vs la calma con cui attende le istruzioni dei grandi, come se il mondo debba essere ancora premasticato da uno sguardo adulto, affinché lui lo assimili) e lo rimetto a terra.

«Vittoria! Vittoria!»

Si dimena. Non sto a precisare che per vincere dovrebbe correre alla tana e strillare il mio nome, il tutto prima che ci arrivi io e, considerata la differenza delle nostre falcate, ci sono poche probabilità che ciò accada. Vorrei proprio correre. Il “Libera tutti” mi si gonfia in gola. Immagino un giorno del giudizio, in cui Cristo sfreccia alla tana e si limita a gridare, e dopo basta, le spoglie spolpate tornano alla pienezza della vita, le guance si gonfiano per i sorrisi a lungo trattenuti nella morsa dei teschi, le orbite si riempiono di vecchia nuova lucentezza. Più Tim Burton che l’Apocalisse di Giovanni.

Dentro un pomeriggio di fine-estate c’è un bambino nascosto. Siamo con il fiato sospeso. È in mezzo a un cespuglio di felci. Tutto, lì, pizzica: le foglie, i rami, i moscerini. Il solletico di una presenza furtiva dietro il collo, sul polpaccio, dove il suo sguardo non arriva e, quando ci arriva, o ci porta la mano, nel caso della nuca, non c’è mai nulla, solo un’ombra di un’ombra. È accovacciato sulla terra umida, le sensazioni a brandelli: lo scampanio dell’ora, i rintocchi si sparpagliano, impossibile contarli, il filo teso del vento, che si accorda al pulsare dei raggi solari, sfogliando le fronde sopra di lui, un bruciore sul ginocchio; è scivolato sulla scarpata, si è fatto male, ma la necessità di nascondersi, lo ha reso stoico, si è allontanato più che ha potuto dal campo da tennis, non voleva commettere un errore già commesso da me, ha seguito la recinzione e presto solo il numero dei passi, che ci sono voluti per arrivare fin lì, gli assicura che si trova in un buon nascondiglio. Si chiede se lo sto ancora cercando o l’ho dato per disperso. Se saprà trovare la strada di casa da solo, mentre io proseguo la ronda a vuoto e mi domando dove sia finito. Un bambino senza genitori è facile da perdere, anzi è già perso. S’infonde coraggio: tra poco spunterò da qualche parte e sarà per lui facile cogliermi di sorpresa. La sua paura si cristallizzerà in un’effervescenza, su e giù di tante bollicine. O magari l’ho abbandonato come mamma e papà, prima uno, poi l’altra. Ma non è il momento di pensare ai suoi genitori. Nel corso degli ultimi due anni ha già imparato che ci sono momenti in cui è autorizzato a ricordarli e momenti in cui è pericoloso, rischia di farsi male. Forse la morte dei suoi genitori è colpa sua, della sua tendenza a farsi male. Se solo fosse stato senza paura, non sarebbero morti. Come i cani, che ti mordono se hai paura di essere morso. Con la testa sul cuscino, per esempio, può ricordarli, quando la loro presenza, nel passaggio dalla veglia al sonno, torna reale, incontrovertibile. Nei sogni il suo cuore è una ciliegina sottospirito. Magari se si addormenta, saranno loro a trovarlo, lì dov’è adesso, dove non sa. Io lo cerco e piano piano scivolo sotto la sua pelle. Cercare ed essere cercato, ruoli di colpo reversibili. Anch’io mi nascondo in una macchia di felci di tanti anni prima, ho un ginocchio sbucciato e il bosco freme intorno a me. Il fruscio delle foglie mi sfiora con impazienza come se fossi un’epigrafe in braille, da decifrare alla svelta. In bocca il sapore di un lampone trovato nei dintorni s’attenua fino a scomparire. Mi sento al sicuro nel mio nascondiglio, perché il perimetro del mio spazio vitale è presidiato giorno e notte da mia madre. E, quando finiremo di giocare a nascondino, mi darà la merenda, il pasto più importante della giornata, il più solenne, perché è pura celebrazione, dell’estate, della luce che ha intriso i frutti fino a scoppiarli nella pentola, e sono diventati marmellata da spalmare sul pane, tanta marmellata e tanto pane, per tutti. Se il mio amico mi trova, andremo dritti a far merenda. I suoi genitori non verranno a prenderlo, non sono morti, no, ma il sole è ancora alto, e a farlo scendere non bastano i salti della corda o i rimbalzi della palla. È tutto così denso intorno a me, sono isolato da tanti strati protettivi (una ciliegina sottospirito!), sensazioni e ricordi si confondono: la spremuta del mattino, il sangue sul ginocchio, il cerotto che mi metterà mia madre sulla sbucciatura, ecco ora posso dimenticarmene, nel caso, sarà sempre lei a sostituirlo, perché è la mamma che tiene la luna al suo posto quando chiudo gli occhi, la mamma non gioca a dadi con l’universo. Se tua madre ti ama, puoi nasconderti dove vuoi, ma sei sempre dentro, nel cerchio di luce che accendono tutti i suoi sguardi, un puntino sul suo radar…

Dov’è Jacopo? È quasi un quarto d’ora che vago per il giardino, cercandolo. Ho una mezza intenzione di chiamarlo e ordinargli di uscire allo scoperto. Ha vinto. Tra non molto torneranno i suoi nonni ed è meglio farci trovare seduti al tavolo a montare il castello, anziché spettinati, con sgommate d’erba su gomiti e pantaloni. Qui tutto è rimasto uguale, eppure, da un lato, sento che vorrei congedarmi una buona volta, ho paura che nuovi ricordi, nuovi tempi si sovrascrivano a quelli più antichi, che il groppo nella gola si diluisca in un sorso omeopatico di malinconia. Percorro il giardino lungo la recinzione esterna, convinto che prima o poi lo troverò, ho superato il campo da tennis, ho evitato un isolotto di ortiche e adesso sto tornando all’altezza della casa. Uno sfrascare alle mie spalle e vedo Jacopo che mi corre incontro a perdifiato, come se stesse scappando da qualcosa, o lo stessi facendo io. Gli sorrido. C’è qualcosa nei bambini che mi commuove infallibilmente: l’urgenza che li fa scattare all’uscita della scuola per coprire la breve distanza che li separa dai genitori, la facilità con la quale mettono in gioco tutto l’ammontare del loro piccolo universo, e magari lo perdono, ma poi è di nuovo lì, a loro disposizione per la puntata di un nuovo impossibile amore, fino a quando?

«Dove ti eri cacciato? Iniziavo a preoccuparmi»

«Lì, tra le felci»

«Chi ti ha insegnato a riconoscerle?»

«La mamma o forse la nonna non ricordo»

E questo è tutto quello che ci diciamo sul tema, per oggi. Mentre m’incammino verso casa lui mi affianca e mi prende per mano. Io gliela stringo forte.

 

Les nouveaux réalistes: Oliviero Carugo

0

 

Il mercato di C
di
Oliviero Carugo

In città c’è un mercato coperto, costruito in vetro e acciaio nel 1874, ben rifornito e affollato. La storia che racconto si svolge lì e mi è stata raccontata da due che persone che ci lavorano e che non si sopportano. Inaspettatamente, le loro versioni concordano, per cui credo che sia ragionevole pensare che le cose siano andate proprio così.
Loro sono Tarek e Guillaume.
Il primo gestisce un caffè con una bella terrazza riempita da una ventina di tavolini di fronte all’ingresso principale del mercato. È di origini tunisine ma vive in città da quasi vent’anni. Guillaume, invece, viene dalla Normandia e da quasi vent’anni anche lui lavora in città, aprendo quotidianamente il suo grande bancone di fruttivendolo, sotto una tettoia di tela, di fianco all’ingresso principale del mercato.
Con Tarek lavorano moglie e figlia, la prima bassa e sovrappeso come il marito e la seconda alta e slanciata, con una curiosa bocca che sembra una ventosa. Con Guillaume, lavorano fratello e nipote, imponente il primo e magrolino come lo zio il secondo. Essendo cliente da tempo di entrambi, ammiro la loro voglia di lavorare, facendo al meglio il proprio mestiere, senza mai una lamentela o un mugugno. Sgobbano come pochi e a me sembrano persone molto a modo, magari il mondo fosse fatto solo da gente come questa!
Circa coetanei, sui cinquantacinque anni, Tarek e Guillaume si incontrano quotidianamente, tranne il lunedì mattina, quando Guillaume non apre il suo bancone e riposa a casa con la moglie. Ma non si sono mai frequentati, mai oltrepassando un freddo e cordiale buongiorno. Fino al confinamento del 2020, imposto dalle autorità per contrastare l’epidemia di Covid-19.

Entrambi, come la maggior parte dei commercianti del mercato, erano in quel periodo molto critici nei confronti del governo. Il confinamento della popolazione toglieva la clientela che garantiva le loro entrate e, contrariamente ad altri settori del commercio, loro non avevano la speranza di rifarsi una volta finita l’epidemia. Infatti, i venditori di scarpe o cappelli potevano ragionevolmente sperare di vendere domani quel che non vendevano oggi, dacché si può procrastinare l’acquisto di paio di sandali, ma alla fine li si compra lo stesso. Invece, la frutta e verdura invenduta oggi, non la si potrà vendere tra qualche mese così come il cliente che non beve una birra oggi non recupererà alla fine del confinamento.
Tuttavia, a Tarek e Guillaume non era andata troppo male in confronto ai colleghi che occupavano gli stalli all’interno del mercato coperto, che erano tutti chiusi per ostacolare la diffusione del virus. Loro due, lavorando all’aperto, avevano avuto il permesso di continuare a lavorare e, in mancanza della concorrenza, i loro affari andavano ragionevolmente bene.
Durante quei pochi mesi di confinamento, sembrò che diventassero persino amici, non si limitarono al cortese ma pur sempre formale buongiorno, ma si scambiavano battute più o meno salaci la mattina presto, prima delle sette, quando avevano il diritto di cominciare a fatturare.
Guillaume prese l’abitudine di prendersi un caffè da Tarek ogni mattina, dopo aver scaricato le cassette dal camion e averle ben disposte sul bancone, verdure a destra e frutta a sinistra e in mezzo frutta secca e tropicale, e prima di apporre i prezzi a ogni prodotto in vendita, che tanto, prima delle sette e mezza – sette e quarantacinque non si vede nessun cliente. Per Tarek, Guillaume non era il primo cliente, si fermavano da lui parecchi operai – imbianchini, muratori, idraulici, elettricisti – per un caffè sulla strada verso uno dei numerosi cantieri di ristrutturazione in centro storico, un quartiere vecchiotto e pittoresco, ma decadente e, si può ben dire, letteralmente cadente, con case appoggiate le une alle altre come un castello di carte.

Solitamente, Guillaume era il solo europeo nel caffè di Tarek, perché gran parte degli operai erano immigrati, per lo più magrebini, anche se non mancavano ucraini, rumeni e altri europei orientali. Forse, persino qualche russo. Talvolta, si sentiva fuori luogo, circondato da chiacchiere in lingue incomprensibili e dai suoni così poco francesi.
Ma il caffè di Tarek era buono, migliore della media, meglio persino di quello che beveva a casa verso le tre del mattino, preparato la sera prima per far presto, prima di correre in camion con fratello e nipote al mercato generale dove ritirare la frutta e la verdura prenotata il giorno prima. Il caffè del thermos, poi, era del tutto privo di aromi e sapori, e serviva unicamente a scaldarsi le mani nelle fredde mattine d’inverno.
Mai che Tarek gli avesse offerto il caffè, malgrado fossero, per così dire, colleghi. Vero è che neanche lui aveva mai regalato niente al barista, nemmeno la frutta un po’ stanca di fine giornata, buona per le marmellate. È anche vero che Guillaume non era sicuro di potergliela regalare senza metterlo in imbarazzo. Non si sa mai, la gente può essere suscettibile. Certo che quella frutta mica andava buttata, c’era una piccola azienda di marmellate che la ritirava a basso prezzo, ma non gratis. Insomma, meglio che buttarla.

Con la fine delle restrizioni sanitarie, bastarono pochi giorni perché tutto tornasse alla banale normalità col trambusto della folla, le cartacce razziate dai vortici di vento e i piccioni a frugare nell’immondizia. Guillaume riprese le vecchie abitudini, tra le quali il caffè al mattino al solito bar, non quello di Tarek. Il caffè, bisogna ammetterlo, era peggiore, non molto diverso dalla brodaglia di casa, un vero e proprio jus de chaussettes, per dirla in modo elegante. Ma migliore era l’atmosfera, calda e familiare, la stessa da vent’anni, le stesse facce, alcune non proprio simpatiche se non addirittura sinistre ma tutte prevedibili e rassicuranti. Non c’era niente di sorprendente, lì dentro, dove tutto era prevedibile, come piccioni e cornacchie accanto all’immondizia del mercato. Non c’era niente da temere in quell’ambiente dove si rideva sempre delle stesse battute fatte dagli stessi avventori, ognuno con le sue specialità, chi la moglie, chi i figli, chi il vicino molesto, chi appassionato di rugby, chi vicino alla pensione. Un teatro dal repertorio modesto: questo era il solito bar, non quelli di Tarek.

Quest’ultimo ricordava i suoi inizi da barista, da suo cugino, a Sidi Bou Said, la collina di case banche e imposte azzurre a picco sul mare turchese, dove, assieme all’anima di Paul Klee, la clientela araba si mescolava ai turisti europei nel reciproco disinteresse. Non capiva come mai Guillaume gli avesse girato le spalle d‘un tratto, per rifugiarsi in quello squallido baretto da francesi fumoso e maleodorante. E non credette alle sue orecchie quando, con la calma di un cane feroce, Guillaume gli sparò una mattina: volevo dirtelo in faccia, io, da te, venivo solo perché eri l’unico aperto: perché le facce come la tua non dovrebbero stare su questa sponda del Mediterraneo. Non morse, ma è come se lo avesse fatto. O, almeno, così parve ad entrambi. E forse a entrambi non parve vero di avere pronunciato e ascoltato queste parole.
Prima di trasferirsi in città, con la moglie aveva peregrinato parecchio, prima in Tanzania, a Zanzibar, poi in Italia, a Genova, e poi ancora in Grecia, sull’isola di Cos. Ovunque aveva fatto il barista e in nessun luogo aveva visto qualcosa di simile: i francesi del mercato di C. preferivano segregarsi tra loro, in un locale angusto e trascurato, piuttosto che mescolarsi con stranieri, sia turisti sia immigrati. Ché di turisti francesi, nel loro baretto sudicio, non v’era traccia.

Dalla fine del confinamento, Guillaume e Tarek si salutavano appena, con finta noncuranza, come ex-amanti, con quell’imbarazzo di chi prova pena per l’altro e anche per sé stesso.
Tarek non ne parlò mai con sua moglie; nonostante vivesse nel XXI secolo, era ancora permeato dall’antico orgoglio maschile, gonfio di steroidi, che gli impediva di condividere l’amarezza, i dolori o le preoccupazioni.
Guillaume, da parte sua, iniziò a rimuginare senza sosta, come un ruminante.
I chimici chiamano efficacemente questa relazione come un antilegame. È una repulsione la cui ragione sfugge anche all’intuizione più acuta, proprio come accade con tutta la chimica quantistica, del resto.
Con l’arrivo dell’estate, puntuale come una data sul calendario, giunse la canicola, tanto micidiale quanto minacciosa, poiché più intensa di ogni anno precedente e, probabilmente, mano intensa di quelle degli anni a venire. Col caldo, Tarek si rifugiò nelle limonate profumate all’acqua di rosa e Guillaume nei vapori di Pastis gelido e stemperato. Bevande incompatibili.

Ad ogni incontro, Guillaume era assalito da pensieri disturbanti. Si chiedeva qual vento avesse portato Tarek proprio lì, di fronte al suo bancone della frutta. Con tutti i posti a disposizione e con tutti quelli dove era già stato! Forse era una spia, forse i servizi segreti tunisini si servivano di lui per monitorare i propri espatriati, forse il suo caffè non era che una copertura per altre attività, magari persino illecite. Certo è che gli affari dovevano andargli bene per potersi permettere un appartamento in centro, non lontano dal mercato, dove lui, Guillaume, non avrebbe potuto permettersi nemmeno un monolocale o una piccolissima mansarda. Pare persino che non fosse in affitto ma proprietario della propria abitazione.

Lui, invece, doveva vivere nell’estrema periferia, ai confini con i primi campi di colza e i primi frutteti, in una casetta che era sì accogliente e in ordine, ma valeva al catasto poco più di un garage in centro città. Ci viveva con sua moglie, che coltivava l’orto perché loro volevano verdure più fresche di quelle in vendita al mercato. Non come i fagiolini marocchini che avevano viaggiato per almeno una settimana prima di essere messi in vendita. O come i meloni algerini, che marcivano dopo meno di due giorni.
Pensieri torbidi, densi e viscosi come catrame, più amari dei fiori di luppolo, aggrovigliati come un canneto. E inutili. Inutili come una vita vuota, una vita meramente animale, l’attesa automatica e ripetitiva di un’alba dopo l’altra, tutte identiche e indistinguibile tra loro. Inutili come l’idiozia balistica di credere, per pigrizia, in semplici soluzioni a problemi complessi. Inutili come un accendino sott’acqua o come un salvagente nel deserto.
Tarek sospettava che Guillaume fosse un elettore di uno di quei partiti populisti di estrema destra, quelli che avevano una sola e sempre la stessa risposta a qualsiasi problema: cacciare gli stranieri. Questi ultimi erano il perenne capro espiatorio, adatto a pretendere e rivendicare qualsiasi cosa. Se le tasse sono troppe, se i pedofili agiscono indisturbati, se il clima impazzisce: colpa degli stranieri. Se i figli vanno male a scuola, è per via degli immigrati, che non parlano francese e che per di più sono prolifici come conigli. Se la droga invade ogni strada, piazza e cortile, è a causa dei ragazzini immigrati pronti a tutto pur di riempirsi le tasche. Se è diventato difficile trovare un medico di famiglia, è per via degli stranieri che sembra che si divertano ad ammalarsi in continuazione, bastava sedersi in una sala d’attesa qualsiasi per rendersene conto.

Con ogni probabilità, secondo Tarek, quelli come Guillaume lo sospettavano di essere un religioso fanatico o perfino un jihadista armato fino ai denti. Solo perché di venerdì sua moglie copriva i propri capelli con un velo di lino. O forse per via di alcuni clienti barbuti che rifiutavano qualsiasi bevanda alcolica.
Scoramento. Era quel che provava Tarek nell’essere considerato un fanatico religioso, quasi un terrorista. Proprio lui, cresciuto in una Tunisia laica, anche se non liberaldemocratica, ma allergica a qualsiasi eccesso religioso e rispettosa più di Dio che degli imam. Proprio lui che si era sposato prima davanti al sindaco e poi, ma solo poi, nella moschea di Sidi Bou Said. Proprio lui, che quando portava un bel paio di baffi sembrava un ballerino cubano o, vista la pancia, un chitarrista mariachi. Proprio lui che, gli islamisti, avevano esplicitamente minacciato di morte. Era principalmente per questo, del resto, che aveva abbandonato la Tunisia ed era finito in città.
Le vite di Tarek e Guillaume continuarono a lungo e furono forse persino felici. La figlia del tunisino studiò chimica all’università e trovò un eccellente impego presso un’azienda che sviluppava batterie per automobili. Il nipote del francese, invece, continuò l’attività di famiglia, affiancandola a una piccola fabbrica di frutta sciroppata. Il caffè fu venduto a una società di fast-food e la figlia di Tarek e il nipote di Guillaume non si incontrarono più. Sia Tarek sia Guillaume passarono la loro pensione in città con le proprie consorti, senza traslocare in nuove abitazioni.
Ma ognuno visse in un suo universo, impermeabile a quello dell’altro. Caffè turco da un lato et jus de chaussettes dall’altro. Limonata in uno e Pastis nell’altro. Multietnico il primo e rigorosamente bianco e francese il secondo.
Ci sono storie come questa, in cui due esistenze si sfiorano quasi piacevolmente e, malgrado la reciproca curiosità, senza clangore, si separano, come amori effimeri e superficiali, lasciando la scena a poco più che sguardi furtivi lanciati di sottecchi. Si chiudono in questo modo i sipari su storie che non potranno essere raccontate, nel dissiparsi di futuri possibili.

Arbitri e arbìtri del caso a Garlasco

1

 

NE BIS IN IDEM
di
Seia Montanelli

Alberto Stasi entra in carcere nel 2015. Ha trent’anni. Nel 2026 è ancora lì, in semilibertà. Intanto, per lo stesso omicidio, si indaga su un altro uomo.
Chiara Poggi viene uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di Garlasco. Stasi trova il corpo, chiama i soccorsi, entra in quella vicenda e non ne esce più. Viene assolto due volte, nel 2009 e nel 2011. Nel 2013 la Cassazione annulla, critica la valutazione degli indizi e riapre il processo. Nel dicembre 2015, davanti alla Cassazione, il procuratore generale Oscar Cedrangolo dice di non essere in grado di stabilire se Alberto Stasi sia colpevole o innocente. Aggiunge che nemmeno i giudici possono esserlo e chiede l’annullamento della condanna. La Corte la conferma: sedici anni.

Chi ha studiato legge sa che la verità processuale non coincide con quella dei fatti: deriva dal sistema probatorio al centro del dibattimento, da ciò che si può dimostrare o che sembra più plausibile. Ma il principio del ragionevole dubbio deve tenere sempre. Gli indizi devono essere gravi, precisi e concordanti e la loro valutazione complessiva serve a coglierne la convergenza. Le Sezioni Unite lo hanno detto con una formula che bisognerebbe tenere a mente: più zeri non formano un’unità. È un principio che viene da lontano: nel 1764 Beccaria scrisse che è preferibile assolvere un colpevole che condannare un innocente. Nel caso Stasi, per anni, quella soglia è stata abbassata.

Fuori dall’aula, poi, la logica si rovescia del tutto, perché lì non servono prove e non esiste assoluzione. Ciò che non tiene diventa racconto, e il racconto tiene anche senza fatti. Ogni dettaglio della vita di Stasi è diventato indizio, ogni esitazione prova, fino a costruire una coerenza che nei fatti non c’era ma nel racconto diventava tale: un processo che non finisce mai, replicato ogni giorno fuori dalle aule.

Alessandro Manzoni, ne La colonna infame, racconta il momento in cui la colpa pubblica smette di avere bisogno dei fatti. Kafka, nel Processo, spinge quella logica più avanti: la colpa coincide con l’aspettativa che la genera.
La sentenza passata in giudicato per il caso Garlasco è diventata un sigillo usato in modo selettivo: definitiva quando condanna, più incerta quando assolve, scomparsa quando complica, mentre è proprio lì che dovrebbe tenere. Il ne bis in idem, da principio tecnico, finisce per indicare qualcosa di più elementare: il diritto a non essere giudicati in eterno per lo stesso fatto.

Adesso Andrea Sempio è indagato e convocato dalla Procura di Pavia. Nel nuovo impianto accusatorio è l’unico responsabile dell’omicidio. Questo non dice ancora nulla sulla sua colpevolezza, ma è segno che la storia si è rimessa in moto e che può prendere di nuovo quella forma. Vale per lui ciò che dovrebbe valere sempre: la presunzione di innocenza. Colpisce però la rapidità con cui attorno a questa nuova ipotesi si è creato un riflesso di cautela. È una cautela giusta. Ma arriva tardi.

A Chiara Poggi è stata strappata la vita. Ad Alberto Stasi, se innocente, e il dubbio qui non è teorico, sono stati sottratti anni che nessuna revisione saprà restituire. Tenere insieme questi fatti non significa confonderli. Un errore giudiziario non ripara un omicidio, lo prolunga. La giustizia non si esaurisce nella sentenza: deve saper tornare sui propri passi, riaprire, verificare, correggere. Quando lo fa, non si tratta di una concessione, ma di ciò che la rende eticamente sensata e pubblicamente credibile.

Eppure, è proprio qui che il meccanismo si inceppa. Attorno a questi casi si è costruita un’economia riconoscibile: podcast, comparsate televisive, libri, spettacoli, carriere intere fondate su una colpevolezza data per certa. La colpevolezza diventa una rendita, e ogni dubbio serio entra come un guasto. Anche quando si tratta solo di verificare se si è sbagliato, viene respinto e ridotto a fastidio. Non si difende la verità, si difende ciò che nel frattempo si è costruito attorno a quella verità.

Ho studiato giurisprudenza sull’onda dell’assassinio di Paolo Borsellino e degli agenti della scorta: era il luglio del 1992, avevo diciassette anni, ero in Sicilia. Volevo che il male avesse un nome, un volto, una pena. Il diritto mi ha insegnato altro: che il limite conta più dell’ordine, e che un processo sbagliato non restituisce nulla, a nessuno.

Dal 1992 a oggi, in Italia, decine di migliaia di persone sono state detenute ingiustamente, e lo Stato ha speso quasi un miliardo di euro per indennizzarle. Non sono eccezioni. Sono vite finite dentro il punto cieco del sistema. Molte delle voci che hanno chiesto di riaprire il caso non vengono da luoghi culturali che sento miei, e questo mi pesa più di un disaccordo. La sinistra, che dovrebbe avere un riflesso naturale davanti agli abusi dello Stato sulla persona, qui tace. Il dubbio ragionevole, la libertà personale, il rapporto tra accusa e difesa non sono temi di parte: sono il minimo sindacale di una civiltà.
Voltaire intervenne sul caso Calas mentre il danno era ancora aperto. Zola scrisse J’accuse mentre il caso Dreyfus era in corso. Non dopo.

E dunque mi espongo. Per Alberto Stasi, prima di tutto.
E per Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo in un processo in cui la prova genetica resta al centro di obiezioni mai davvero sciolte nel pieno contraddittorio. Per Monica Busetto, in carcere da dodici anni per un omicidio confessato da un’altra donna.
E per gli altri quando la giustizia sembra avere più paura di correggersi che di avere sbagliato.
Il caso Tortora oggi è una serie tv. Gli altri continuano a svolgersi.

Scritto nel maggio 2026, mentre Andrea Sempio è convocato dalla Procura di Pavia e si discute la revisione del processo a Stasi

Riappropriarsi di sé: la conoscenza impegnata di Rose-Marie Lagrave

0

 

 

di Ornella Tajani

«Il femminismo mi ha fatto diventare donna», scrive Rose-Marie Lagrave in Riappropriarsi di sé, apparso in Francia nel 2021 e ora pubblicato dalle Edizioni Alegre nella traduzione di Annalisa Romani, all’interno della collana «Working Class» diretta da Alberto Prunetti. Rimodulando la celebre affermazione di Beauvoir nel Secondo sesso – «Non si nasce donna: lo si diventa» –, l’autrice, sociologa e per anni Directrice d’études all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, dichiara così il ruolo fondamentale che il pensiero e la militanza femminista hanno rivestito nella sua formazione.

Tale consapevolezza è alla base di questa «inchiesta autobiografica di una transfuga di classe femminista», come recita il sottotitolo. Constatando quanto la questione di genere sia trascurata dalla maggior parte degli autori transfughi, Lagrave decide di farne il perno del suo racconto di vita, che difatti inizia incisivamente così: «Mia madre è stata incinta per centodiciassette mesi, quasi dieci anni; ha fatto nascere tredici figli, due dei quali sono morti in tenera età». Il pensiero, sconvolgente, di un corpo impegnato, “occupato” tanto a lungo nella gravidanza traccia la direzione del saggio autosociobiografico in cui Lagrave, dopo anni di studi scientifici sul mondo rurale e sull’intreccio fra disuguaglianze di genere e di classe, si ritrova ineditamente a scrivere usando la prima persona singolare.

Il libro è un resoconto del suo percorso di vita, di transfuga di classe, di militante femminista, di intellettuale a cui la sociologia fornisce le chiavi di comprensione del mondo, di donna e madre che riesce, studiando e lavorando contemporaneamente, a raggiungere l’apice della carriera accademica e a rivestire ruoli importanti all’interno dell’istituzione universitaria. Il suo racconto ha qualcosa di prodigioso. L’autrice offre il suo romanzo familiare e personale con una completezza tale da restituire davvero, a chi legge, la traiettoria di una vita intera, mostrando il tessuto sociale che l’ha resa possibile: la famiglia prima, poi le compagne e insegnanti di scuola, i docenti universitari, l’MLF, cioè il movimento per la liberazione delle donne, infine le colleghe e le allieve, che, dopo aver imparato da lei, le hanno a loro volta insegnato qualcosa.

Dopo un’introduzione in cui si delineano le sfide che una scrittura più personale pone alla studiosa di sociologia, il libro si divide in tre parti. Inizialmente Lagrave racconta il contesto familiare in cui è cresciuta, l’ambiente rurale della sua infanzia in Normandia, l’educazione cattolica, gli anni del liceo. La seconda comincia con l’arrivo a Parigi: gli studi universitari, il dover lavorare per vivere, gli equilibrismi per coniugare lavoro e studio, l’incontro con Pierre Bourdieu e con la sua sociologia critica, determinante anche per altri autori transfuges come Ernaux, Eribon, Édouard Louis; ma anche la crescita personale, l’occasione di riscattare la propria vergogna sociale viaggiando e lavorando per una istituzione prestigiosa come l’EHESS. Questa sezione centrale contiene infatti anche un capitolo intitolato “Diario di un’oblata”, riprendendo il termine usato da Bourdieu per coloro che si dedicano devotamente a un’istituzione, riconoscendola come “salvifica” per il proprio percorso. Successivamente Lagrave condensa le tappe salienti della sua formazione femminista. Nell’ultima parte, infine, dedicata a “l’ora della verità”, l’autrice riflette sul come la vecchiaia sia concepita nella società di oggi e sulla particolare coloritura che assume per le donne questa fase esistenziale. «Bisognerebbe poter essere vecchi tutta la vita – scrive –, per rallentare i ritmi di lavoro, per osare dire che ci sono dei limiti alla resistenza e ammettere che si ha bisogno degli altri».

Come si diceva, il prisma del pensiero femminista è centrale nel libro:

Il femminismo è stata una scuola di formazione all’autonomia intellettuale, alla critica sociale, alla rivelazione delle trappole della neutralità assiologica nelle scienze sociali, così come ha orientato i miei oggetti di ricerca e confermato la tendenza ascendente della mia traiettoria. A questo proposito, coniugando la classe sociale, la razza, il genere e le sessualità, gli studi di genere e l’internazionalizzazione delle lotte femministe hanno aperto la possibilità di una nuova forma di “conoscenza impegnata”.

Si tratta nuovamente di un’espressione di Bourdieu: la conoscenza impegnata, insieme naturalmente alla coscienza impegnata (e «imbrigliata al corpo», potremmo aggiungere con Susan Sontag), si struttura all’interno del campo del sapere.

Quello che colpisce, leggendo il libro di Lagrave, è proprio assistere al progredire della sua coscienza, che, come in ogni percorso di formazione compiuto, costruisce conoscenza e contemporaneamente è costretta a decostruire retaggi, a liberarsi dai clichés introiettati; interessante, ad esempio, il capitolo che l’autrice dedica al cattolicesimo e al modo in cui è evoluto il suo rapporto con la religione: discostandosene, liberandosi dalla sua «morsa», ma continuando in qualche maniera a dialogarvi.

Lagrave riesce nella decostruzione coniugando studio e pratica militante sociale e femminista. Poco a poco vediamo come la giovane sociologa e poi docente affermata cominci a mettere in discussione lo stato di cose, a far sentire la sua voce davanti al dominio maschile contro cui si ritrova costretta a scontrarsi nella pur illuminata École dove insegna: la riflessione femminista inizia a permeare tutti gli aspetti della sua attività di studiosa, di docente che non smette di interrogarsi sul come istituzionalizzarsi «senza perdere il potenziale sovversivo iniziale». È commovente e arricchente ripercorrere gli anni di storiche lotte che sono state alla base di grandi conquiste, come il diritto all’aborto, percependone l’energia al contempo distruttrice e creatrice che v’era alla base: un’energia che oggi può fungere da monito, da modello e che suscita sempre, almeno nella sottoscritta, infinita gratitudine.

Per Lagrave la scrittura di Ernaux è stata fondamentale: le due autrici appartengono alla stessa generazione, sono cresciute in contesti simili e hanno raccontato, ciascuna con i propri strumenti, la loro traiettoria. Questa comunione d’intenti è all’origine del denso dialogo fra le due, già pubblicato con il titolo Una conversazione (in italiano per Oligo, 2024); in quella sede Lagrave ha sottolineato l’importanza della distinzione fra autobiografia (o autosociobiografia, nel caso di Ernaux) e inchiesta autobiografica: per lei il termine «inchiesta» implica il dovere di raccogliere fonti e documenti così da provare che i risultati di una ricerca, di una ricostruzione non dipendono soltanto dalla propria soggettività, ma sono fondati su materiali empirici. Quali sono queste fonti? Le carte di famiglia, le agende della madre, le lettere di fidanzamento dei genitori, i risultati scolastici dei suoi fratelli e sorelle, gli atti di battesimo, le fotografie — colpisce, a questo proposito, che la primissima frase del libro evochi una «foto color seppia», esattamente come nell’incipit del racconto L’altra figlia di Annie Ernaux. Esplorare questo materiale significa appunto passare dall’autobiografia all’inchiesta autobiografica, poiché non ci si affida più ai soli ricordi personali.

Se è vero che i confini fra la letteratura e la sociologia sono porosi, e sempre più lo diventano con la grande diffusione dei racconti di transfughi sociali, Lagrave però mantiene una separazione fra i due campi, che anche a me pare essenziale: in questo libro – ricchissimo di note e di rimandi ad altri testi, una miniera di informazioni che racchiude un pezzo di storia francese – l’autrice, pur assumendo la prima persona, mantiene la sua démarche da sociologa, il suo passo, il suo approccio specifico, ed è questo che ne rende la lettura diversamente stimolante e foriera di riflessioni rispetto a un testo di narrativa.

Nonostante tale specificità, il dialogo con la letteratura, in particolare con i libri di Ernaux (ma non solo) è continuo: Lagrave, come Ernaux, risvegliano la coscienza sociale raccontando i loro percorsi. Ci sono espressioni e concetti che ricorrono in entrambe, come l’immagine del palinsesto (altrimenti declinata), o il trauma della vergogna sociale, trasformata dall’autrice soprattutto in stimolo «a lottare contro [sé] stessa e rimanere a tutti i costi nel sistema scolastico». Rispetto al percorso d’istruzione Lagrave articola un’attenta critica della retorica del merito, ma, al contempo, rivendica con fermezza l’importanza dello stato sociale. Vale la pena citarne qualche passaggio:

Ora che il merito è diventato un dato manageriale e una ricompensa onorifica, mi dichiaro non meritevole, con buona pace di alcuni giudizi che ancora mi attribuiscono questa qualifica. L’uso del termine meritevole, riservato a chi proviene da classi sociali svantaggiate, nasconde in realtà un disprezzo di classe che rimanda direttamente alle proprie origini. Il termine assistita, invece, lo rivendico, perché descrive accuratamente il contributo finanziario dello Stato senza il quale, in una sola generazione, la mia famiglia non avrebbe potuto conoscere l’ascesa sociale decisiva che provo a mostrare qui.

E ancora:

Esaltare il merito significa far ricadere il peso di un ipotetico successo sugli individui, cancellando la funzione di riproduzione sociale della scuola. Esaltare il merito significa pulire la coscienza di chi mette l’accento su una scuola che appiana le disuguaglianze sociali e non smette di invocare le eccezioni per confermare la regola. Non voglio pulire loro la coscienza col mio esempio.

Anche per Lagrave, come per Ernaux, la vergogna sociale provata diventa un motore per defatalizzare l’esistenza, cioè per capire, come recitano le ultime righe del libro, che «nessun destino è già scritto», ma anzi «bisogna lottare collettivamente per abolire il dominio maschile e la società di classe in modo da non dover più passare da una classe all’altra» – rendendo così la stessa condizione di transfuga impossibile perché innecessaria.

 

Il sistema. Per Willard Van Orman Quine (2000 ✝ – ?)

0

di Fausto Paolo Filograna

“Dio ha la faccia piena di latte”

Da quando mi hanno incaricato di scrivere la necrografia di Quine, non penso che a lui.

Se qualcuno mi chiedesse il motivo, non lo so dire precisamente, ma di sicuro ha a che fare col fatto che l’illustre era mio fratello e che sono poeta. Se qualcuno mi chiedesse cos’è una necrografia, direi che non è che una biografia che parte dalla morte di un individuo.

Ho ricevuto l’incarico, e con la musica di Chopin in sottofondo, giù a lavorarci e a sopportare il dolore dell’infanzia comune. Con me, secondo la volontà dell’editore, ha iniziato a scrivere anche Randolph (Università di Houston, Texas), il quale è stato suo discepolo in senso stretto, come Pietro con Cristo. Randolph farebbe a meno di me se l’editore non l’avesse costretto a dividere l’onere di questa necrografia.

Ora posso solo stare seduto, e scrivere.

***

Il giorno di Natale dell’anno 2000, mentre stava contando i soldi depositati sul centrotavola all’ingresso per uscire a comprare delle tortine da dare ai suoi sei nipoti (due piccolini della figlia femmina e quattro del figlio maschio), il lume della filosofia Mr. Willard Van Orman Quine, detentore della cattedra “Edgar Pierce” di Harvard[1], fu preso da un infarto terribile, e in meno di due ore, da quello che dissero i medici (riunitisi in sei attorno al suo eminente cadavere) morì, restituendo alla terra il movimento che gli era appartenuto per oltre novant’anni con tanta dignità. La terra, ora, lo ospitava steso, accanto alle chiavi di casa e a degli spiccioli, indistinguibile da questi perché le cose, si sa, non hanno volontà a questo mondo.

Era il giorno di Natale, ma se quando si svegliò fosse stato davvero, ancora, Natale, nessuno può più dirlo. Perché da quello che so Willard Van Orman Quine si era ritrovato nell’aldilà, dove persinolui non si poteva nemmeno sapere se fosse davvero ancora lui, ovvero quello che per novant’anni abbiamo chiamato a gran voce sul pulpito dell’aula Pierce: Willard Van Orman Quine, professore di logica.

“Via, via, lo sapete, meno parole si usano e più si è accurati”, aveva detto in una sua intervista. Ma ora risvegliatosi in mezzo ai morti, non aveva detto proprio nessuna parola. E il perché va reso chiaro dall’inizio.

Bisogna dire apertamente che lui dagli studi di Harvard, dalle passeggiate a Mulholland Drive, dalle occhiate alle vetrine, dai panini che addentava con passione, dalle sciarpe che desiderava acquistare e impacchettare per la figlia e per i nipoti, dai nostri giochi infantili nella vecchia casa dove approfondì i suoi tic, da tutte queste delicatezze sperava, con spietata ma discreta, misurata amarezza, di liberarsi, quando fosse arrivato il suo momento, con la stessa velocità con cui era venuto al mondo.

Un giorno, riunitici nel suo studio prima di uscire a cena insieme, qualcuno dei suoi disse che voleva “passare” da questo o quel posto a ritirare dei libri. Lui non rispose altro che “sicuro, sicuro, Donald, che ci passiamo”. Poi fece una pausa, prima di riprendere a dire: “Tutti passiamo”, e mettendosi comodo su una poltrona aveva aggiunto: “Per me gli uomini, le donne sono corpi; finiti quelli, finita la festa, passiamo. Come taxi che vanno nel nulla, e vengono dal nulla”; poi, allegro come sembrava di carattere, cercò fumando di dimenticare quanto detto. Eppure io so che quando gli si diceva con leggerezza “passiamo di qua?”, le sue orecchie sacrificavano il punto interrogativo, e lui di colpo pensava alla morte.

E ora che la morte lo aveva preceduto c’è chi giura che si sia stretto la mano sulla bocca, per corrispondere con un gesto all’attività lussureggiante del suo cervello, che ancora raziocinava. C’è chi giura che lì, lì dentro all’aldilà, quel giorno che qui era Natale, lo si sentì bofonchiare qualcosa vedendo quelle pletore di morti a perdita d’occhio.

Ce n’erano infiniti e solenni, come erano stati i suoi pensieri da vivo. E ogni volta che vedeva uno qualunque di quei morti, bofonchiava – ma io so che erano lamenti. Quando gli appariva un’entità, lui subito emetteva un lamento.

Camminavano un po’ sospesi, a qualche centimetro da terra, camminavano spontanei, definiti, come le proposizioni di quando era vivo, sì, e forse proprio per questo – e per come si coprì la testa con le mani – c’è chi giura che tutto ciò gli sembrò intollerabile, ben più che marcire nella tomba.

Ma soprattutto gli alberi (che dovevano essere la cosa più innocua agli occhi di un intelletto meno che divino, dice Randolph). Erano sospesi, con le chiome altissime e il grande apparato radicale che ciondolava all’altezza dell’occhio di Willard. Gli alberi, io lo so, lo riportarono a pensare ai viali verdeggianti di Johnstone Gate, in mezzo ai quali si svolgeva il cenacolo delle nostre risse verbali, delle nostre guerre proposizionali su nostra madre. Ora anche quegli alberi sradicati e sospesi da terra (come i feti nelle pance delle madri quando queste passeggiano) gli sembrarono intollerabili.

Lo si vide, preso dalla smania, correre verso uno di quegli alberi e provare ad appendercisi per ripiantarlo nella terra a forza di salti. Ma poi, dato che non pesava più nulla, gli dovette sembrare di aver fatto qualcosa di stupido e smise. Io so che gli sembrò di appendersi a cordoni ombelicali al termine dei quali non c’era nessuna donna, nessuna rissa, nessun manicomio, nessuna vita.

Tutti quegli uomini, quelle donne, che assomigliavano tanto alle donne agli uomini dell’altro mondo, ma senza il corpo. Come chiamarli? Si chiedeva, sentendoli intollerabili. Con che parole pensarli? Le parole possono indicare ciò che non ha corpo? E se non si possono pensare, come possono esistere? Forse, rifletteva, non esiste niente di tutto ciò che vedo, dice Randolph, il quale si è soffermato maniacalmente su come la filosofia di Willard lo condizionò nell’aldilà – mentre io su qualcosa che Randolph dice di non aver capito, e che riguarda il fatto che io scrivo poesie, e questo è certo un segno di malattia mentale, dice lui, ben più grave della parentela.

Ma ecco il punto, che nelle mie note sul filosofo emerge come l’unico centro della faccenda, e mi scusi Randolph se non è il suo centro. Ma se l’editore vorrà tenerci entrambi, dovremo mettere il mio centro.

Quine non era certo un’aquila, un’aquila dai due occhi feroci, come afferma Randolph a chiunque gli parli, ma al massimo un ciclope, che di occhio non ne aveva che uno, e quell’unico occhio, seppur miope, aveva potuto vedere il suo cosiddetto sistema, il suo cosiddetto sistema perfetto a due varianti, il sistema di Quine, che io soltanto so come e da dove nacque. “Qualunque parte si attacchi, ecco che bisogna attaccare tutto il sistema: non la madre, non il figlio, non la moglie, ma tutta l’umanità” aveva detto in vita, e aveva poi aggiunto “Si dubiti di tutto, o si lasci tutto com’è”.

Ecco dunque il punto, che io ho dovuto aggiungere per amore di verità, nonostante Randolph lo ritenesse intollerabile: c’è chi giura di aver visto Quine tentare di strapparsi i capelli, quando in un angolo, nemmeno troppo tempo dopo essersi svegliato per così dire morto, in mezzo alla folla, vide nostra madre. Camminava distratto, lontano da tutti, e vide nostra madre. Qui sta il punto, io dico. Ecco l’occhio che intravide il sistema.

Impossibile che fosse lei, pensò, eppure so che provò un desiderio insopprimibile di parlarci. Non è d’altronde normale avere fame quando si ha lo stomaco vuoto, anche se non si crede nell’esistenza del cibo?

Nei miei appunti c’è scritto: “si alzò e la seguì, ma lei non si girava mai, non si girò mai a guardarlo”. Ed è lì che Willard tentò di chiamarla per nome, ma niente, tentò altri nomi, mentre i capelli si staccavano nelle sue dita che li tiravano smaniosamente. Elencò aggettivi, verbi, li articolò in proposizioni, in ordine alfabetico ma nessuno si girava, e nemmeno lei, la madre del professore di logica analitica, nostra madre.

Allora Quine cominciò a girarle attorno, come aveva sempre fatto, come fanno gli animali che studiano le prede. C’è chi giura che cominciò a dire suoni animaleschi, i quali qui bisogna trovare un modo per trascrivere: “gicola” “ruxonatis”, “uahuar”, “ararararar”.

Infine, stremato nell’anima (non aveva che quella) le si avvicinò e le si sedette a fianco, muto, come un bocciolo spuntato sullo stelo di un fiore, non sapendo nemmeno se fosse ancora sua madre (si è ancora madri e figli quando si è morti?).

I nomi, nell’aldilà, devono essere come cordoni ombelicali senza ombelichi. Si rassegnò al silenzio, e seduto accanto a lei (o a quel che era ora) la ripensò da viva, e pensò alle sue parole, poiché nient’altro che parole vecchie, parole di quando era viva potevano restargli nell’aldilà.

“Perché passiamo da un reparto all’altro, Willard” gli aveva detto dal suo letto bianco di un ospedale di Los Angeles nostra madre, “non vedi come ormai passiamo solo e soltanto dal reparto di maternità a quello di psichiatria? Da quello di maternità a quello di psichiatria. Al punto che uno, quello di psichiatria, sembra a tutti gli effetti essere diventato la prosecuzione dell’altro, quello di maternità. C’è in effetti un solo corridoio tra i due reparti. Vorrei alzarmi, Willard”, gli disse, e lui aveva pensato che nemmeno la sua enorme intelligenza avrebbe avuto tanta forza da sollevare un corpo da un letto. “Stiamo sempre e solo stesi nel nostro letto, e qualcuno, quando ancora siamo lunghi poco più di qualche centimetro, come un sedano, come un ramoscello, ci porta dal reparto di maternità a quello di psichiatria. E poi, di nuovo, qualcuno ci porta al reparto di maternità, come quando mi ci portarono per metterti al mondo, per poi andare in psichiatria in due. Perché passiamo da un reparto all’altro, Willard, eh? Te lo dico io: perché il mondo è un ospedale. E perché il mondo è un ospedale, eh, Willard? Be’, perché siamo corpi. E siamo tutti malati, Willard. Vorrei alzarmi, ma per andare dove? Questa casa, Willard, è solo un ospedale. L’Europa, l’America, il mondo è ormai solo un ospedale, e chi guarisce non sa dove andare. Gli uomini non sono più che malati di orfanezza o di testa, orfani o matti. Si può solo, camminando, cambiare reparto, andare in camera da letto o in cucina, o in bagno. So che hai cambiato il bagno per me, che lo hai ridipinto, e che sopra gli ci hai fatto scrivere “Toilette”, perché dicevi che era impossibile che fosse “così vecchio e così ostile”, e hai rifatto la cucina che era “feroce e assurda”. Hai cambiato i nomi delle stanze per confondermi e solo per confondermi, ma io so che ovunque vada non sono che dentro un ospedale, sì, e che la verità non è la verità, ma l’abitudine, la natura non è la natura, ormai essa è inquinata fino al midollo, la natura è solo abitudine, sì, e ormai non ci sono in America e in Europa che orfani e matti, e tutto ora è un ospedale. Oh ma io vorrei alzarmi. Non per cambiare i nomi delle stanze, ma per far saltare in aria tutto l’ospedale, vorrei alzarmi” gli aveva detto, mentre lui guardava fuori dalla finestra gli spazzini che svuotavano i bidoni stracolmi di spazzatura, e masticava per l’ennesima volta, fino a portarla al compimento, la parola sistema, e io sedevo lì accanto a rileggere le mie scialbe poesie.

La ripensò così, in quel giorno lontano. C’è chi giura che da allora lo si è sentito dire suoni per formare parole, “givova” “ruxonatis”, “uahuar”, e simili burle, aspettando che qualcuno di quella pletora di morti si girasse a guardarlo mentre vagava.

Oggi, dunque, 23 Ottobre 2025, dopo più di vent’anni dall’inizio della necrografia e contrariamente a quanto pattuito con Randolph, che mi ha escluso dal mio lavoro, assieme al consenso dell’editore, segno solo:

Parla Willard. Dì cose che assomigliano ai tuoi “schiacciante…”, “ora tentiamo”, “la similarità”. Ma di tutto quello che dici laggiù, qui non arriva che il grandioso atroce pianto di un bambino.

[1] Per il suo studio sulle proposizioni analitiche e sintetiche.

La corsa

3

di Francesco Gallo

La telefonata arrivò mentre il tempo gli scorreva tra le dita. Video brevi, uno dopo l’altro: guerra, una risata registrata, un corpo che si muoveva per qualcuno che non era lì. Non c’era ordine, solo continuità.
Il numero dell’agenzia comparve sul più bello, quando il movimento di un culo si faceva promessa. Ma lo schermo si oscurò.
Rimase un attimo col pollice sospeso. Poi rispose.

La ragazza dell’agenzia parlava in fretta, con l’entusiasmo di chi teme che una buona notizia cambi idea se la si trattiene troppo al telefono.

«C’è un signore molto interessato.»

L’uomo portò il telefono all’orecchio.

«Molto interessato quanto?»

«Molto interessato nel senso che oggi stesso sarebbe disposto a fare la visita. E se gli piace come gli sono piaciute le foto, anche una proposta.»

L’uomo guardò fuori dalla finestra. Il cielo sopra i tetti era basso e grigio.

Si era trasferito lì qualche mese prima, quando aveva capito che attraversare la città per andare al lavoro era una perdita di tempo.

«A che ora?»

«Riesce fra… quaranta minuti?»

«Sì,» disse. «Ce la dovrei fare.»

Aveva lasciato la casa pronta per le visite.
Un tavolo, due sedie, una pianta. Il necessario per accennare una vita senza suggerire troppo.

«Benissimo. Il cliente preferisce fare la visita con il proprietario.»

«Lei quindi non viene?»

«Ho un’altra visita. E le ho detto, col proprietario. Non dimentichi le chiavi.» Infilò una mano in tasca. Le sentì.

«Mi raccomando, non faccia tardi. Mi ha dato l’impressione di essere uno serio.»

La ragazza puntava spesso sulla serietà. In tre mesi aveva visto passare nell’appartamento abbastanza persone da formare ormai una categoria precisa: le persone serie. Così serie da non buttare soldi in case.

Entravano con passo prudente, come se la casa fosse una creatura suscettibile.
Guardavano le stanze. Le immaginavano piene. Aprivano i rubinetti, bussavano sui muri. Chiedevano della facciata, delle spese, del vicino del piano di sopra. Poi se ne andavano con un sorriso educato.

Si alzò. Prese il cappotto. Ritastò le chiavi nella tasca dei pantaloni e uscì.

Aveva piovuto fino a poco prima e il marciapiede luccicava. Alzò una mano.

Un taxi si fermò accanto a lui. Era un’auto scura, pulita, ma piuttosto vecchia. Salì e diede l’indirizzo.

«È dall’altra parte della città», disse il tassista.

Aveva una voce calma, neutra, una voce che non si lamentava: constatava.

«Ho un appuntamento. Dice che in mezz’ora ce la facciamo?»

«Ce la faremo.»

All’inizio il tragitto non ebbe nulla di strano. Le strade erano quelle di sempre: semafori, officine, il negozio di materassi, il bar con le sedie rovesciate sui tavolini, un autobus fermo in doppia fila. Se il traffico teneva, sarebbe arrivato con qualche minuto di anticipo.

Guardò il cellulare: due tacche di batteria. Lo rimise in tasca e si sistemò meglio sul sedile. L’abitacolo profumava di plastica tiepida e di un deodorante al pino tanto discreto da sembrare un cipresso.

Il tassista guidava bene. Non accelerava mai inutilmente. Non inchiodava. Non parlava.

A un certo punto, ebbe l’impressione che stessero facendo un percorso insolito.

«Scusi,» disse, sporgendosi appena. «È la più veloce?»

«È la più scorrevole.»

Guardò fuori. Non riconosceva nulla, ma questo di per sé non significava molto. Da quando aveva lasciato il suo quartiere, si accorgeva di quanto poco conoscesse la città oltre i tragitti abituali.

Passò altro tempo. Poi altro ancora. Le macchine diminuirono. Anche i palazzi si fecero più radi. Comparvero capannoni, un distributore abbandonato, prati spelati con pneumatici in fondo, un cavalcavia sopra un cavalcavia sopra un altro ancora.

«Ma… quanto manca?»

Il tassista sollevò appena gli occhi verso lo specchietto.

«Non molto.»

Guardò il tassametro. L’importo saliva con una rapidità irritante ma ancora compatibile con un disguido. Decise di non dire niente. Un uomo adulto non può agitarsi per una deviazione di dieci euro. Un uomo che sta per vendere casa deve mostrarsi all’altezza.

Passarono davanti a un cimitero. Le linee bianche si persero poco dopo lungo una serie di campi sportivi, oltre un quartiere di villette tutte uguali. Alla rotonda con la statua di una vela in cemento capì di non essere mai stato in quel posto.

«Mi scusi, ma questa non è la strada.»

«Dipende.»

«Da cosa?»

«Da dove bisogna arrivare.»

L’uomo sorrise, non perché avesse trovato la frase divertente ma per educazione, come si fa con gli estranei quando si teme di aver sentito male.

«Ma ha capito bene l’indirizzo?»

«Ci arriviamo. Non si preoccupi.»

«Quando?»

Il tassista non rispose subito. Girò a destra. Un sole basso entrò nel parabrezza e restò per qualche secondo sospeso nell’abitacolo, come un ospite che avesse pagato anche lui la sua corsa.

«In tempo per il suo appuntamento.»

L’uomo avvertì una stanchezza precisa, la stanchezza delle cose cominciate male. Decise di non farne un problema. Avrebbe aspettato ancora dieci minuti, poi avrebbe chiesto di fermarsi e sarebbe sceso.

Dieci minuti dopo costeggiavano un canale lattiginoso lungo il quale crescevano alberi senza foglie. Le sponde erano coperte di una brina sottile.

Si raddrizzò.

«Ma un’ora fa non era ottobre?»

Il tassista non sembrò sorpreso dalla domanda.

«Era una stagione di passaggio.»

Nei campi c’erano strisce bianche. Non pioggia, non nebbia: neve vecchia, compatta. Un uomo con una pala camminava sul bordo della strada. Per un attimo gli sembrò di conoscerlo. Si voltò di scatto, ma il taxi l’aveva già dimenticato.

«Fermi un momento.»

«Qui?»

«Sì, qui.»

«Non conviene.»

«Perché non conviene?»

Il tassista esitò un istante.

«Non è ancora il punto giusto.»

Sentì montare un fastidio più pulito della paura. Si sporse fra i sedili.

«Guardi, io ho un appuntamento. Lei mi sta portando in giro da non so quanto. Si fermi.»

Il tassista accostò. Il motore restò acceso.

Fuori c’era una distesa bianca e piatta. Non un edificio, non un cartello, non un’edicola, non un essere umano. Solo il respiro del riscaldamento e un tergicristallo che, senza bisogno, strisciò sul vetro.

«Benissimo,» disse il tassista. «Se desidera scendere, possiamo finirla qui.»

L’uomo guardò fuori. Il vento trascinava aghi di ghiaccio rasoterra.

«Dove siamo?»

«A metà.»

«A metà di cosa?»

«Del tragitto.»

«Non ha senso.»

«È la strada.»

Ebbe l’impressione che, se avesse aperto la portiera, il paesaggio lo avrebbe assorbito senza restituirlo a niente di riconoscibile. Non aprì.

«Andiamo,» disse.

«Come preferisce.»

Dopo l’inverno venne una primavera torbida. Non avrebbe saputo dire quanto tempo dopo. Lungo la strada comparvero campi gialli, biciclette appoggiate a recinzioni, ragazzi in maniche corte. A un certo punto l’uomo pensò di aver dormito. Si svegliò con il collo piegato e la certezza di essersi perso qualcosa di importante.

«Possiamo fermarci a mangiare?» chiese.

«Si può.»

Non si fermarono.

Il tassista, però, allungò una mano verso il sedile accanto al cambio e gli porse una brioche.

«Non la voglio.»

«Come crede.»

Passò un’ora, o un mese, e l’uomo la mangiò. Aveva un sapore di tempo e zucchero.

Il paesaggio mutava senza transizioni. Un pomeriggio primaverile diventava pioggia d’estate. I boschi diventavano cantieri. I cantieri centri commerciali. Gli stessi cartelloni tornavano con pubblicità diverse, come se il tempo mutasse la pelle lasciando intatto lo scheletro.

Controllò il viso nello specchietto. Gli sembrava uguale, poi più stanco, poi uguale di nuovo. Una mattina notò un filo grigio che non ricordava.

«Da quanto stiamo viaggiando?» chiese.

«Abbastanza.»

«Quante ore?»

«Non saprei.»

«Lei non guarda il tempo?»

«Ho il tassametro.»

L’uomo cercò di mettere ordine nei pensieri. Aveva messo in vendita l’unica cosa di valore che possedeva, un valore diventato scomodo.

Ripercorse le stanze, una per una. Ingresso stretto, soggiorno con la finestra larga e il radiatore che ticchettava, la cucina dove d’estate si moriva, il bagno con la piastrella crepata dietro al bidet, la camera che al mattino prendeva luce da est.

«Lei l’ha mai vista, la mia casa?» chiese all’improvviso.

Il tassista sterzò a sinistra.

«Quale casa?»

«La mia. Quella dove stiamo andando.»

«Potrebbe chiamarla ancora sua?»

Sentì un colpo allo stomaco. «Finché non la vendo, sì.»

«Certo,» disse il tassista. «Finché non la vende.»

Attraversarono una zona di colline. Su una di queste c’era un condominio identico al suo: stessa facciata ingiallita, stessi balconi chiusi a veranda, stesse tende azzurre. Per un istante ebbe la certezza che il suo appartamento fosse lì, al terzo piano, e che se avesse suonato si sarebbe aperto lui stesso, qualche stagione più giovane, con una tazzina di caffè in mano.

«Si fermi.»

Il tassista rallentò.

«È quello?»

«Vuole che sia quello?»

Guardò meglio. Al balcone del terzo piano era steso un lenzuolo con stampati dei limoni enormi. Lui non aveva mai posseduto un lenzuolo del genere.

«No,» disse. «Non è quello.»

Il taxi riprese la sua corsa.

Una sera – la chiamò sera per via della luce arancione, ma avrebbe potuto benissimo essere un’alba di settembre o il riflesso di un incendio lontano – cominciò a parlare da solo, per non lasciare al motore del taxi l’unica compagnia possibile. Elencò a bassa voce gli oggetti rimasti nell’appartamento: la pianta, le due sedie, gli asciugamani, il tavolo. Poi ripassò i pregi dell’immobile, come se dovesse ancora illustrarli a un cliente: posizione strategica, doppia esposizione, spese contenute, vicinanza ai servizi, soffitti alti, stabile tranquillo. A “stabile tranquillo” rise. Rise abbastanza da tossire.

«Vuole un po’ d’acqua?» chiese il tassista.

«No. Ha già piovuto abbastanza.»

Accadde anche che fuori, sopra un qualche marciapiede, comparisse sua madre. Non intera: prima il cappotto color cammello che portava l’inverno in cui si ruppe il femore; poi, più avanti, il modo in cui inclinava il capo davanti alle vetrine. L’uomo non disse nulla. Era cambiato abbastanza da non essere più nemmeno suo figlio.

Una mattina di un mese qualunque, il tassista disse:

«Ci siamo quasi.»

L’uomo non reagì. Lo aveva già sentito due o tre volte, forse di più.

Fuori comparvero strade sempre più note. La panetteria all’angolo con la saracinesca rigata, il tabaccaio, la cancellata verde della scuola, il platano storto che sollevava i sampietrini con le radici.

Si sporse in avanti. «Questo lo riconosco.»

«Immagino di sì.»

Il cuore cominciò a battergli forte.

Anche il negozio di ferramenta dove aveva rifatto le chiavi. Il fruttivendolo che teneva le cassette delle arance così in fuori che se eri distratto ci andavi contro. E il bar dove, il giorno del rogito dei suoi genitori, avevano festeggiato con un prosecco e un succo all’albicocca.

Il taxi rallentò. Svoltò nella sua via. E davanti al portone, si fermò.

L’uomo rimase qualche secondo fermo.

Il condominio era lì. Il citofono con i nomi storti. La cornice annerita dell’ingresso. Il vaso di orchidee finte nell’androne. Al terzo piano, dietro la finestra del soggiorno, gli sembrò di vedere il riflesso del cielo sulla parete vuota.

Si toccò la tasca per sentire le chiavi. Non si erano mosse da lì.

«Sì… Siamo arrivati. Quanto le devo?»

Il tassista spense il motore.

Poi girò il tassametro verso di lui. L’uomo guardò la cifra. La lesse una volta.

Poi una seconda.

Poi avvicinò il viso come se il problema fosse la vista.

Ma quello era il prezzo da pagare. Non arrotondato. Non approssimato. Esattamente quello. Fino agli ultimi tre nove che l’agente immobiliare gli aveva suggerito per ragioni psicologiche e che ora gli si ribaltavano addosso come una maledizione.

Sentì un vuoto nelle gambe. «C’è un errore.»

«È stata una corsa lunga.»

Guardò il portone. Poi di nuovo il tassametro. Poi l’uomo davanti a lui. Studiò per la prima volta con attenzione il suo volto: sui cinquanta, forse meno, con un viso ordinario, pulito, senza alcun tratto memorabile se non l’indifferenza. Le mani sul volante erano asciutte, curate. Lo guardava con la calma di chi si presenta a un appuntamento dopo essere arrivato in anticipo.

«Nessuno può pagare una cifra simile per una corsa in taxi.» Ridacchiò. «Chi è lei, il Diavolo?»

Allora rise anche l’uomo davanti. «Possibile che non l’abbia capito?»

Si fermò. E capì. Il cliente. Lo pensò con la fatalità con cui si sarebbe scritto il nuovo cognome sul citofono del terzo piano a sinistra.

Un colpo di fiato. «Questo non ha nessun senso.»

«Al contrario. Ci serviva quella cifra.»

«A lei! Ma io che ci guadagno?»

«Lei ha avuto la sua corsa.»

«È assurdo.»

L’uomo davanti si girò a guardarlo. «Lei aveva un immobile di cui voleva liberarsi e io un mezzo. Lei ha chiamato e io sono venuto.»

La cifra non si muoveva più. Era arrivata dov’era necessario arrivasse.

«Lei mi ha truffato.»

«Non direi. La corsa è stata reale.»

Guardò fuori. Dietro quel portone c’erano trentadue anni di vita compressi in settanta metri quadri: le domeniche di febbre, la muffa nell’angolo nord, il primo stipendio contato sul tavolo della cucina, il padre seduto vicino alla finestra con le scarpe ancora ai piedi, la donna che una notte di agosto gli aveva detto che non sarebbe rimasta, il soffitto osservato per ore quando il sonno non arrivava, il silenzio dopo i temporali, la piastrella rotta, l’alone del quadro all’ingresso, l’odore del detersivo nelle mattine d’inverno.

«Lei non può comprarsi una casa così,» disse.

«Perché no?»

«Perché non si comprano le case con una corsa in taxi.»

«Molti le comprano con molto meno.»

Strinse le chiavi nel pugno fino a farsi male. «E adesso dovrei semplicemente darle le chiavi?»

«Se preferisce possiamo salire insieme. Controllo lo stato dell’immobile.»

La frase lo colpì più di tutto il resto. Non la truffa, non l’assurdo, non la cifra. Quel tono professionale, quasi notarile. Era questa la cosa più intollerabile.

Guardò ancora quella cifra. Esatta. Guardò il portone.

Dal balcone del primo piano una donna scosse una tovaglia a fiori. Le briciole caddero nel vuoto e si dispersero nell’aria. Qualche briciola cadde sul parabrezza.

«Lei cosa ci farà?»

«Ci abiterò.»

«Tutto qui?»

«Non basta?»

Non seppe rispondere. Era la risposta più terribile. Non speculazione, non vendetta, non truffa. Solo abitare. Entrare, sistemare le proprie cose, aprire le finestre, mettere una tazza in un pensile, dormire dove lui aveva dormito, guardare la stessa luce arrivare sul pavimento.

Il cliente tese una mano aperta, discreta, verso le chiavi.

Avrebbe potuto scappare. Attraversare la strada, infilarsi nel bar all’angolo, chiamare qualcuno, gridare. Ma raccontare cosa? Di aver preso un taxi troppo a lungo? Che il tempo era scivolato troppo in fretta? Che il taxi non era solo un mezzo ma anche il fine?

Aprì il pugno.

Le chiavi gli lasciarono nel palmo un segno rosso.

Le posò sulla mano del cliente, che le prese senza avidità, come si ritira un documento atteso o un testimone alla fine di una corsa.

«Grazie,» disse.

«E io?»

L’uomo infilò le chiavi nella tasca interna della giacca e il tassametro tornò lentamente a zero.

«Se vuole,» disse al passeggero, «posso riaccompagnarla a casa.»

L’etica comunicativa delle élite da Kant a Donald Trump

1

di Omar Bellicini

Quando Kant, nel 1784, risponde alla domanda «Che cos’è l’Illuminismo?», la definizione a cui si affida è: «L’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che deve a se stesso». Una minorità non provocata da difetti d’intelligenza o carenze di cultura, come penserebbe – forse – un erudito mondano, bensì di coraggio. Sapere aude, scrive il filosofo: osa conoscere. Un invito che condensa l’ethos di quella stagione intellettuale, presentando l’Illuminismo come volontà di sottoporre autorità, tradizioni e presunte «realtà di fatto» al vaglio del ragionamento; cioè, dell’argomentazione. Un altro tedesco, Jürgen Habermas, avrebbe completato la riflessione circa due secoli dopo, focalizzandosi sul metodo: la razionalità – ammonisce – è il prodotto di una conversazione a più voci; non una conquista meramente individuale (v. Teoria dell’agire comunicativo, 1981).
Al netto delle diverse sensibilità per l’interazione con l’altro, per oltre duecento anni la capacità di argomentare è stata la fonte di legittimazione di ogni discorso, culturale e politico, e ha costituito perciò una qualità ineludibile delle classi dirigenti. Non importa che le soluzioni individuate fossero tra loro divergenti o persino inconciliabili: dalle teorie reazionarie di De Maistre alla sovversione mazziniana, dalle «leggi economiche» liberali allo storicismo marxista, il comune denominatore era l’ambizione di fondarsi su criteri razionali; la pretesa di appellarsi a verità – rivelate, scientifiche o appunto storiche – capaci di giustificare le rispettive visioni. La politica, in breve, si concepiva come interpretazione coerente del mondo; e non solo la politica: perfino il culto – per abitudine antica, ma con rinnovata energia – cercava nei «buoni argomenti» un veicolo di diffusione e una garanzia di reputazione.
Così nel passato, anche recente. La fotografia dell’oggi, però, restituisce un paesaggio diverso. Il discorso pubblico si compone di stimoli emotivi, slogan, contrapposizioni elementari. Le leadership contemporanee – in genere – non si propongono più come attuatrici di modelli di pensiero: reagiscono agli avvenimenti, orientandoli solo di rimbalzo. La psicologia sociale, del resto, ha dimostrato ormai da decenni come i meccanismi di conferma del pregiudizio e l’euristica dell’affetto – fenomeno per cui il benessere emotivo influenza le scelte ben più della razionalità – determinino le propensioni collettive in misura più efficace della ponderazione. La sociologia dei media, poi, ha evidenziato il consolidarsi, nell’accesso all’informazione, di comunità omogenee, in cui le convinzioni preesistenti si sclerotizzano: sono le cosiddette «camere dell’eco», divenute d’attualità soprattutto con l’avvento dei social.
In questo contesto, l’argomentazione perde terreno rispetto alla sollecitazione. Non si domanda al cittadino di comprendere, ma al consumatore politico di accogliere. Per comprendere la portata della frattura occorre tornare alle ragioni storiche dell’Illuminismo. Esso nasce in un’Europa lacerata da conflitti dinastici, in un continente che ha sperimentato per più di un secolo il prezzo dell’assolutismo e dell’intolleranza religiosa. L’appello alla ragione, allora, può essere letto come strategia di pacificazione: si intende sottrarre il potere all’arbitrio, si cerca di fondare l’azione di governo su principi valutabili. La convinzione è che l’uso politico dell’intelletto possa migliorare fattivamente le condizioni di vita. La scienza diventa quindi un modello, non solo per l’indagine dei fenomeni naturali ma anche per l’organizzazione del dibattito. Da quel momento in poi, la politica – anche quando si traveste da mito o da fede, come nel caso delle ideologie novecentesche – si sente in obbligo di spiegare se stessa. L’avversario, persino il nemico, è anzitutto «qualcuno che sbaglia».
Nel XXI secolo, questa tensione verso la ricerca del vero sembra però attenuarsi. Il termine «post-verità» – selezionato dagli Oxford Dictionaries come parola dell’anno, nel 2016, in concomitanza con la prima elezione di Donald Trump – è entrato nel lessico comune per indicare una fase in cui le narrazioni contano più dei fatti: una questione che non riguarda soltanto la proliferazione di notizie false, favorita dai nuovi media, quanto la diffusa indifferenza nel distinguere tra il vero, il verosimile e addirittura l’inverosimile. Dal «Pizzagate» – teoria del complotto secondo la quale esponenti dei Democratici statunitensi avrebbero gestito un traffico di minori in una pizzeria di Washington – ai «350 milioni di sterline a settimana» prelevati dall’Unione Europea – slogan della campagna in favore della Brexit – fino ai dati distorti su migrazioni e vaccini, la smentita non produce più scandalo. Il politico non teme di essere colto in contraddizione: confida nella volatilità dell’attenzione.
Le premesse di questo disinteresse sono profonde. La secolarizzazione ha eroso l’idea di una verità ultima, che trascenda le opinioni. Concezioni novecentesche, come il post-strutturalismo di Foucault e Derrida, hanno messo in discussione la possibilità stessa di un accesso neutrale al reale, insistendo sul carattere artificiale dei discorsi: se tutto è linguaggio, se ogni affermazione va situata in un contesto, la differenza tra interpretazione e manipolazione tende ad assottigliarsi; è solo questione d’intenzioni. Insomma: la critica alle grandi narrazioni, nata per liberare, ha finito per disperdere il senso, aprendo la porta a nuove contraffazioni.
A queste trasformazioni si sommano, inoltre, cause tecniche. La crisi dei media tradizionali ha indebolito i dispositivi di verifica che per decenni avevano filtrato le informazioni: le redazioni ridotte, la precarizzazione del lavoro giornalistico e la competizione per l’attenzione comprimono il tempo da dedicare all’analisi delle fonti. Le piattaforme digitali, dal canto loro, offrono un ambiente in cui notizie effettive e pure invenzioni condividono la forma grafica, lo stesso ambiente di circolazione. Non c’è diversità di rango tra una ricerca scientifica e un’opinione improvvisata. Marshall McLuhan aveva intuito, già nei primi anni ’60 – nel pieno del trionfo della televisione –, che il mezzo di comunicazione non è un semplice canale di trasmissione, ma un contenitore che modella il contenuto; e, se il medium continua a essere «il messaggio», nel contesto dei social ciò si traduce nella radicale equivalenza tra i contenuti che si susseguono nei feed. I social network, infatti, si propongono come apparentemente antigerarchici: evitano quella dichiarazione implicita di valore che, sui giornali, viene data dall’organizzazione di pagina. Il contenitore non guida più l’interpretazione. Il lettore scorre, reagisce, condivide. Il tempo lungo della riflessione cede al flusso veloce dell’impressione.
In questo scenario, il potere avverte sempre meno la necessità di giustificare se stesso. La legittimazione non passa più attraverso l’argomentazione, ma attraverso la capacità di interpretare umori diffusi e occupare spazio mediatico. Sono venuti meno i tre pilastri che sorreggevano l’etica dei Lumi: l’apprezzamento per il dibattito ragionato, l’ammirazione per il metodo scientifico, come paradigma di rigore, e la fiducia nell’avvenire, sostituita da una pulsione distruttiva nei confronti del presente. La competenza diventa sospetta, l’ottimismo fatuo – o come si usa dire «buonista». L’apoteosi di tale tendenza è rappresentata da Donald Trump, il cui stile combina infantilismo psicologico — uso sistematico dell’insulto, semplificazione estrema, personalizzazione del conflitto — e avventurismo politico-economico. Il comune denominatore è l’ostilità alle regole: normative, di opportunità, finanche linguistiche. La trasgressione è prova di autenticità.
D’altra parte, non solo la politica ma anche la produzione artistica sembra aver rinunciato a proposte programmatiche, manifesti, visioni coerenti: la domanda orienta, l’opera si adegua al gusto anziché sfidarlo. È il postmodernismo descritto da Fredric Jameson, in opposizione al modernismo delle avanguardie novecentesche, che si percepivano come avamposti di trasformazione (v. Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo, 1989). Oggi, prevale una pluralità senza centro; talvolta brillante, ma raramente sorretta da un’idea di progresso o di verità. Se l’età dei Lumi aveva insegnato a dubitare dell’autorità, la nostra epoca sembra dubitare della possibilità stessa di fondare qualcosa.
Dire «fine dell’Illuminismo», ad ogni modo, non significa auspicare un ritorno ai dogmi o alle gerarchie incontestabili. Significa riconoscere che l’imperativo categorico di esporre le proprie ragioni non è più un presupposto condiviso. Resta da chiedersi se sia possibile riattivare quel coraggio sollecitato da Kant; non come nostalgica rievocazione, ma come esigenza presente. Perché, senza l’ambizione di distinguere il vero dal falso, il potere non ha bisogno di spiegarsi; e una società che non chiede spiegazioni al potere rinuncia, in fondo, a un approccio adulto; e alla libertà di scelta che contraddistingue gli adulti.

L’ultimo pensiero prima dei sogni

0

Tre domande ad Andrea Accardi su Ogni cosa fuori posto

di Noemi De Lisi

“La scena è questa”

Ogni cosa fuori posto (Edizioni Industria & Letteratura, 2024) è l’esordio narrativo di Andrea Accardi, già poeta e prosatore. La storia è ambientata in una indefinita cittadina del Nord. Un luogo avvolto nella nebbia in cui vi sono pochi punti di riferimento chiari per non smarrirsi: un lago, un castello, una scuola. Un perfetto scenario alla “Twin Peaks” in cui la stasi e la noia vengono presto smosse da una serie di eventi molto strani, apparentemente scollegati fra di loro. Il ritmo della prosa è ipnotico e poetico (ma incredibilmente iperrealistico), una nenia funebre che attraversa le pagine, e accompagna i personaggi mentre si muovono dentro una doppia planimetria, quella visibile e quella ribaltata dell’invisibile.
Infatti, il romanzo di Accardi procede per ritorni, per immagini che si depositano e riemergono; e non è detto che tutto ciò che affiori sia in carne e ossa. Ad esempio, nel film Lo zio Boonmee che ricorda le sue vite passate (Apichatpong Weerasethakul, 2010), i morti e i vivi condividono lo stesso spazio, siedono alla stessa tavola: chi è morto si è soltanto “smarrito” e dopo aver vagato a lungo, finalmente torna a casa, ma come fosse un estraneo.
Nel romanzo, l’acqua ritorna in forme diverse: il lago della cittadina, la vasca dei ranocchi, l’acqua stagnante nel “ventre della balena” (p. 33) dell’ascensore, l’uomo terrorizzato da un bicchiere d’acqua…. Diversi specchi d’acqua, quindi, (attenzione alla parola specchi), che riflettono la superficie e contemporaneamente nascondono il fondo (più è torbida l’acqua e migliore sarà la difesa). In entrambi i casi, comunque, sembra proprio che “l’acqua non è quello che sembra”. Non a caso, è proprio la vasca dei ranocchi che Claudio “dimentica” di segnare sulla sua personale mappa, a diventare il luogo gravitazionale in cui l’orrore affiora (“come un fiore giapponese” p. 109). Come se l’acqua fosse il punto cieco della planimetria razionale, la parte che non può essere ridotta a delle semplici coordinate. Mi viene in mente il film A Pool Without Water (Koji Wakamatsu, 1982) dove le piscine si trasformano in luoghi ambigui e desideranti, dove la perversione dell’uomo può risultare perfino romantica (gli specchi d’acqua sono come gli specchi del luna park).

1) Per prima cosa, quindi, ti vorrei chiedere se l’elemento acquatico in Ogni cosa fuori posto è una metafora dell’inconscio, oppure è qualcosa di più concreto e fisico, una materia che corrode e altera la realtà? E soprattutto: perché l’acqua, nel tuo romanzo, sembra sempre sul punto di restituire ciò che si voleva tenere sommerso?

Direi che il significato metaforico, che senz’altro c’è, subentra però in un secondo momento. Invece ormai so che la mia scrittura ha bisogno di emanare dai luoghi, e anche in questo romanzo l’azione ha preso la forma dello spazio, e in particolare quello di due cittadine reali, poco distanti fra loro, che ho qui cucito insieme fino a farne una: Lonato del Garda e Desenzano del Garda. Per un intero anno scolastico (2015/16) ho insegnato nella prima, dove ho anche inizialmente abitato e da cui il lago si avvista dall’alto, per poi trasferirmi a Desenzano, che invece si trova proprio sulla sponda meridionale del Garda. Per me che vengo da un’isola, già quello mi sembrava avere a che fare con un equivoco letterario: un lago così grande da sembrare il mare, ma che mare non è; le anatre al posto dei gabbiani; gli altri piccoli comuni da raggiungere in battello come fossero isolotti, mentre dietro comincia l’autostrada (tutte cose fuori posto, appunto, che avevo già provato a indicare in una vecchia poesia intitolata Gardaland…). Soprattutto, se penso a quei mesi ricordo quanto è stato importante per la scrittura di questo libro il ricordo trepido e tetro, la traccia emotiva di quei luoghi dove ho camminato a lungo, sentendomi spesso estraneo e solo, simile in effetti ai personaggi che racconto. Quello stato puerile e avventuroso, pieno di oscurità ma anche di rivelazioni improvvise, è rimasto a lungo in me come una radiazione di fondo. Ce lo avevo ben presente mentre scrivevo e torna a esserlo ogni volta che mi rileggo, come un senso di esposizione e di mistero che nasceva anche dalla novità dei luoghi, conosciuti peraltro nella sospensione dei mesi più freddi (un intero capitolo, intitolato proprio “Il lago”, è tutto centrato su quell’atmosfera fuori stagione, che diventa più in assoluto rappresentativa di un rapporto sfalsato con il tempo). Poi è chiaro che l’elemento acquatico, come tu dici, adempie non solo una funzione strutturale (la scena di idrofobia iniziale in qualche misura anticipa la violenza finale), ma anche simbolica: “il lago fa un brusio continuo e nascosto come di un problema che prima o dopo andrà risolto in qualche modo”, e invece del tutto non si risolve e il lago sembra restare lì a ricordarlo.

2) Per quanto riguarda il “portare a galla”, com’è nato Ogni cosa fuori posto? In che momento hai capito che non stavi più scrivendo una nuova raccolta di poesie, ad esempio, o di prose poetiche, ma un organismo narrativo con una propria planimetria, visibile e invisibile?

Tra la fine del 2020 e l’inizio del 2022 avevo portato a termine quello che credevo già essere un breve romanzo, ma che in realtà si presentava come una successione di quadri poco collegati fra di loro, fatta eccezione per il personaggio di un estraneo che faceva capolino di quando in quando, portandosi dietro uno strascico di… esplosioni (volevo insomma che coincidesse con improvvisi e indicibili traumi del reale) (Intorno all’Estraneo era il titolo iniziale, e un personaggio similare, ma senza esplosioni e con ben altro peso narrativo, si è poi riproposto dentro il romanzo, ma incarnando in entrambi i casi un più generale sentimento di estraneità che coinvolge tutti). Nel primo scomparto l’estraneo se ne andava in giro in lungo e in largo per la nostra città, in pagine dunque autoescludentisi dall’ambientazione nordica e lacustre di Ogni cosa fuori posto (ma quel capitolo, ampliato, troverà presto spazio, come tu sai bene, in un volume collettivo di scritture su Palermo). Molte parti del libro a venire erano invece già incluse nei capitoli successivi, ad esempio per intero l’episodio iniziale del medico, con il cane idrofobo nascosto nella nebbia e la ricerca di notte dell’ambulatorio, con quel pathos del perdersi che mi sembra un’altra costante in tutto quello scrivo. La vicenda dello studente universitario che finisce dentro una casa piena di ratti in una città straniera (dove l’estraneità si reifica a maggior ragione nello stare all’estero, circondati da un’altra lingua), che nel romanzo sono gli unici due capitoli in cui va in deroga l’unità di luogo, è uno spunto narrativo che negli anni ho ripreso e plasmato più volte, già all’interno delle Cartoline persiane, una rubrichetta tra il serio e il faceto che mi ero concesso sul litblog Poetarum silva tra il 2013 e il 2015, e perfino tra le prose poetiche di Nosferatu non esiste (Arcipelago Itaca 2021), e infine appunto dentro quel blocco eterogeneo da cui ho recuperato tanto materiale. C’era già anche il capitolo sul condominio, con il suicidio della ragazza e il verso della tortora alla fine, ma costruito secondo una polifonia da un interno all’altro che arrivava alle soglie dell’illeggibilità. Pochi mesi dopo sono partito da quell’episodio (la ragazza suicida), che non era centrale nella prima stesura, rivoltando quello che avevo già scritto e fornendogli un vuoto su cui convergere (oltreché fissando uno spazio ridotto e ben definito, dove fare accadere la tempesta in un bicchiere), per ottenere una storia che davvero funzionasse. Aggiungo che è stato per me decisivo, a mo’ di interruttore inconscio, il cinema di David Lynch, e aver visto per la prima volta Strade perdute.

3) Le figure femminili di Ogni cosa fuori posto sono davvero poche, e quasi tutte legate a un’assenza inevitabile (proprio come in un’altra tua opera cfr., Frattura composta di un luogo – Frattura composta di un nome). Il femminile, quindi, sembra funzionare esclusivamente come una sorta di soglia tra l’Heimat e il Fremde; o come una proiezione delle emozioni maschili: desiderio, angoscia per l’abbandono, nostalgia. L’unico modo di veicolare le emozioni dei personaggi maschili è attraverso il femminile e il paesaggio? Parlami delle scelte consce e inconsce che hai operato riguardo i personaggi femminili e se ti cimenteresti mai in futuro in un romanzo con unA protagonistA.

Il dittico delle Fratture (Ladolfi editore 2019 e 2020, poi riunite nel 2022) rappresenta in effetti l’anticipazione in frammenti di quello che sarebbe diventato l’altro libro, e in quel caso era stata la serie “Twin Peaks” ad agitare un immaginario che mi portavo già dentro, risalente al mio soggiorno da studente Erasmus in una cittadina belga (anche lì un luogo piccolo dove ci si perde comunque, e ancora un trauma legato al femminile, stavolta una sparizione). Va da sé che il vortice emotivo di Laura Palmer e del suo tema musicale me li sono trascinati anche in Ogni cosa fuori posto, tanto più che ho visto per la prima volta “Twin Peaks” proprio nei mesi in cui abitavo a Desenzano, in una casa piena di specchi (e in quel periodo traducevo insieme a un’amica e poi commentavo i monologhi della Signora Ceppo, per un’altra rubrica nata su Poetarum per l’occasione, Ciò che disse il legno). Direi che è un romanzo scritto dal punto di vista maschile, ma che i veri protagonisti sono i personaggi femminili, nel senso che mettono loro in moto gli affetti tra i quali ondeggiano violentemente i vari Davide, Claudio, ma anche Lorenzo, il fratellino di Roberta, o Marco, il ragazzo all’estero. L’escursione sentimentale del libro passa così continuamente dallo struggimento per qualcosa di irrimediabilmente perduto (l’abisso su cui si affacciano Lorenzo e Marco, che hanno perso entrambi una sorella) all’angoscia per cose che non si conoscono e non si capiscono (le domande tremanti che Davide rivolge a Marta all’inizio della storia), e io stesso percepisco come questa complessità si agganci a qualcosa per me di doloroso e irrinunciabile. In futuro mi piacerebbe in effetti tirar fuori il femminile dalla custodia di mistero dove l’ho finora narrativamente relegato. Pensavo alle vicende di una coppia, sullo sfondo però di grandi fatti storici traumatici degli anni zero, capaci di modificare anche le passioni private (pensavo insomma di aprire il piccolo dei luoghi al grande e al grandissimo della Storia, ma pur sempre dai luoghi avrò bisogno di partire).

 

She is the Weaker

0

di Nawaal al-Saadawi

(traduzione di Simona Kaldas)

Solo il dito medio della mano destra. Nessun altro dito. Il mignolo era più lungo del dovuto, il pollice più tozzo. L’unghia del dito indice era morta; non era più cresciuta dopo essere stata schiacciata da una zappa. E l’unghia era importante, forse più importante del dito stesso, perché sarebbe stata l’unghia ad aprire la via. Aveva implorato sua madre di usare qualcos’altro, qualcosa di più duro, come la punta di una canna di bambù. Ma sua madre l’aveva punzecchiato sulla spalla con le sue dita forti e lui era rotolato al suolo, incapace di sputare ma solo di leccare il terreno con la lingua mentre guardava gli ampi piedi della madre che avanzavano fermamente, il suo imponente corpo muscoloso che scuoteva il suolo, le sue lunghe dita indurite intorno alla zappa che la sollevavano come se fosse una pannocchia secca, riportandola giù a terra per aprirla in due come un cocomero. Forte come un toro. Sulla testa portava carichi più pesanti di un asino. Lavorava vasche di impasto, spazzava, cucinava, zappava, aveva portato figli in grembo e li aveva partoriti, eppure non si era mai stancata o stufata. Tuttavia, nonostante fosse sua madre, colei che l’aveva generato dalla sua carne e dal cui sangue lui aveva bevuto, si era tenuta la forza per sé. Da lei non aveva preso niente se non bruttezza e debolezza. Il violento bisogno di aggrapparsi a sua madre, di mettere la sua testa sul suo seno e di inalare il suo odore non era amore. Voleva fondersi con lei una volta ancora, così che lei potesse partorirlo di nuovo con muscoli più forti. Voleva inalare un po’ di forza dal suo respiro. Quando la baciava, non voleva davvero baciarla ma morderla e mangiare la sua carne muscolosa un pezzo dopo l’altro. Ma non poteva farlo. Tutto ciò che poteva fare era nascondere la testa sulle sue cosce e odiarla. A volte piangeva, a volte scappava. Una volta era sgattaiolato via dal campo a fine giornata e, con l’orlo della galabiya tra i denti, aveva corso fino ad arrivare in un posto sconosciuto. L’oscurità l’aveva circondato su tutti i lati e, sentendo l’ululato di un lupo, aveva girato sui tacchi ed era corso di nuovo verso casa. Una volta aveva rubato una moneta da 5 piastre dalla borsa di sua madre e aveva preso il treno per arrivare in un paesino di cui non conosceva il nome. Aveva iniziato a girovagare per strada fin quando il suo stomaco aveva brontolato e le piante dei piedi avevano iniziato a bruciare. Così aveva comprato un biglietto ed era tornato al suo villaggio. Un’altra volta aveva rubato un pezzo da 10 piastre ed era andato segretamente dal barbiere-chirurgo. Gli si era parato davanti, ansimante.- Parla, ragazzino. Che vuoi? Aveva provato a staccare la sua lingua asciutta dal palato, le mani nascoste nella sua galabiya. – Le mie dita… – Cos’hanno che non va? – Non tengono la zappa come quelle di mia madre. L’uomo l’aveva colpito sulla spalla – Vergognati, ragazzino. Vai a farti fare mezzo chilo di carne da tua madre e diventerai forte come un cavallo. Aveva pianto sulle ampie cosce di sua madre finché non gli aveva comprato un pezzo di carne che poi aveva divorato. Aveva bevuto e ruttato, una piacevole sensazione di calore che gli scorreva tra le dita. Le aveva contratte e allungate, piegate e allargate, felice del suo nuovo potere. Ma sentendosi le palpebre pesanti, aveva chiuso gli occhi ed era caduto in un sonno profondo. Quando si era svegliato, due giorni dopo, era corso fuori sentendo che i resti della carne erano scivolati via dal suo corpo, insieme al suo nuovo potere. Ci doveva essere una soluzione. Nella sua testa aveva un cervello funzionante. Era l’uomo più sveglio del villaggio. Leggeva loro il giornale, scriveva le loro lettere, risolveva i loro problemi, recitava il sermone del venerdì quando l’Imam non c’era. Ma il suo cervello e la sua intelligenza non l’avrebbero giustificato. Per loro, essere un vero uomo significava avere un corpo forte anche avendo la mente di un mulo. Il suo cervello funzionava ma i suoi muscoli erano deboli. Il tempo passava. Il fatidico giorno si avvicinava e nessuno dei suoi tentativi si rivelava di qualche utilità. Chiudeva a chiave la porta della sala sul retro e si allenava. Contraeva le dita, le piegava e le allargava e le scrocchiava. Si allenava ogni notte. A volte le sue dita si contraevano in un pugno, altre volte si contorcevano e si afflosciavano… Il giorno arrivò. Aveva guardato sua madre spolverare e pulire il salone prima dell’alba e impilare panchine di legno davanti la casa. Aveva finto di essere addormentato o morto, ma sua madre gli aveva punzecchiato la spalla con quelle sue dita e lui era scattato in piedi. Gruppi di persone avevano iniziato a riversarsi nel cortile della casa; uomini che portavano bastoni, che giocavano e ballavano, donne con tuniche di colori vivaci, che cantavano e ululavano, lanciandogli cose che gli pizzicavano la nuca. Era inchiodato al terreno da un paio di nuove babbucce di pelle gialle che gli irritavano i piedi. Intorno al suo collo una nuova kuffiya, che strattonava con dita doloranti e con la quale si sarebbe strangolato se solo i suoi muscoli non fossero stati molli come un impasto. Le sue gambe non si muovevano, venivano spinte da dietro, la sinistra, la destra, facendolo oscillare come se stesse danzando con dei ballerini e barcollando finché non si era ritrovato sull’uscio del salone. Sollevando la testa, aveva visto davanti a sé una cosa curiosa, una cosa coperta a metà da un grande scialle rosso, l’altra metà due gambe nude, al fianco di ogni gamba una donna che l’afferrava con braccia robuste dalle quali sporgevano vene spesse. Era rimasto in piedi sull’uscio, gli occhi accecati, la bocca che tentava di aprirsi per urlare. Ma niente veniva fuori dalle sue labbra se non un rivolo di saliva che scorreva, tiepida e fluida, dall’angolo della sua bocca, come la coda di un serpente inoffensivo… Aveva sentito dita forti come quelle di sua madre spingerlo verso il basso dalla spalla. Si era sentito quasi sollevato, con il sedere sul terreno pulito e umido. Era rimasto seduto, gli occhi chiusi, semicosciente. Ma un altro colpo sulla spalla l’aveva portato ad aprire gli occhi per ritrovarsi faccia a faccia con le gambe divaricate. Aveva distolto lo sguardo e con la coda dell’occhio aveva notato una folla di uomini e donne riuniti nel cortile dietro di lui. No, non avrebbe fornito loro uno scandalo. Non era stupido. Era l’uomo più sveglio del villaggio… leggeva loro il giornale e scriveva le loro lettere, recitava il sermone quando l’Imam non c’era. Doveva uscirne a testa alta, come tutti gli uomini del villaggio, anche lo sciocco ragazzo che balbettava e sbavava… Allungò le dita della mano destra e le portò in direzione delle gambe. Ma il suo braccio tremava, scuotendo violentemente il dito che si afflosciò come la coda di un cucciolo morto… Non si fermò. Ci riprovò e si sforzò. Il sudore scivolava copioso tra le rughe del suo viso e arrivava alla bocca; lo leccò con la lingua, gettando uno sguardo furtivo alle due donne che sedevano vicino a lui. Ognuna teneva stretta una gamba, il viso voltato verso il muro, troppo gentili per guardare una scena simile, o indifferenti a un qualcosa di visto e rivisto, o rifiutando di essere ispettrici della virilità di un uomo durante la cerimonia del suo matrimonio, o imbarazzate o apprensive, o qualcosa. L’importante era che non lo vedessero. Cautamente, portò gli occhi verso la porta per trovare una sezione della folla in piedi che guardava. Con la coda dell’occhio aveva notato il vecchio, il padre della sposa, in piedi sulla porta, gli occhi ansiosi e spaventati che guizzavano dalla porta alle facce delle persone. Si strofinò le dita con sicurezza. Nessuno sapeva la verità. Le due donne non avevano visto niente a parte il muro e il vero interessato era assorto nel pensiero del suo onore… Nessuno sapeva la verità… tranne lei. Lei? Chi? Non la conosceva, non l’aveva mai vista, non aveva mai visto il suo viso né i suoi occhi né un singolo capello della sua testa. La vedeva in quel momento per la prima volta e non vedeva una sposa, non vedeva una persona, vedeva solo un grande scialle rosso dal cui bordo spuntavano due gambe spalancate come quelle di una mucca paralizzata. Ma eccola lì di fronte a lui, che esponeva la sua impotenza. Stava lì come una trappola per la sua debolezza e il suo fallimento e la odiava tanto quanto odiava sua madre. Avrebbe voluto farla a pezzi con i suoi denti o gettarle addosso dell’acido per bruciarla. L’odio gli aveva conferito ingegno e orgoglio. Sputò a terra con scontento e strinse le labbra con disprezzo. Si predispose, si alzò lentamente dal suo posto e si girò verso la porta, la testa alta, il fazzoletto abbassato. Si avvicinò al vecchio con falcate lente e sicure, gli lanciò uno sguardo di superiorità, poi gli gettò il fazzoletto in faccia. Era pulito come prima, immacolato come prima. Non una goccia di sangue rosso l’aveva macchiato. Gli occhi del padre della sposa si abbassarono per l’onta. Le sue spalle si accartocciarono finché la sua testa non raggiunse il suo petto. Gli uomini lo circondarono da tutti i lati per confortarlo, poi si voltarono verso la porta del salone, in attesa… La sposa apparve sull’uscio, sotto lo scialle rosso il piccolo capo penzolante per l’avvilimento, con sguardi brucianti e accusatori lanciati da tutti i lati.

Splendore nel bosco

0

di Paolo Vernaglione Berardi

Ivan Fantini, chef sopraffino, vive insieme alla compagna Paola Bianchi in una casa nel bosco, facendo a meno del denaro. Ma, a differenza della rivendicazione naturista-reazionaria della famiglia catturata nel sovranismo strapaesano e ignorante, da tempo ha fatto esodo dalla farsa oscena del potere.

Il baratto e il recupero di legna e cibo, la danza di Paola, coreografa da sogno, sono “il lusso della povertà” di due individualità, come dice Ivan nella intensa intervista con Leonardo Mastromauro, in anonimo fra gli anonimi (Cronache Ribelli, collana “archeologia del presente”, pp. 48, 8 €.).

La libertà, per Ivan, non è vivere nell’isolamento programmato, permeabile ad ogni cattura del discorso della civiltà, ma è la forma di vita indisciplinata che segue gli orari del giorno e la sequenza delle stagioni e del lavoro degli ingredienti con cui “fa politica”. Il che significa che, da molto tempo, Ivan non mangia, non beve, non legge, non ascolta e non veste con ciò che desidera, ma con ciò che viene da altre persone.

Tutto comincia da una depressione. Anni fa, con l’idea di abbandonare tutto, l’anonimo comincia a disboscare un bosco con pendenza al 38% per farlo diventare un orto per la sopravvivenza alimentare.

Con tre casse di mele trovate sul ciglio di una strada comincia a fare marmellate con la pectina naturale generata da bucce e semi e con la macerazione notturna con zucchero di barbabietola.

Nel boscost’orto , che è anzitutto un luogo di ascolto, si arriva con qualcosa e si porta via qualcos’altro, dopo enormi discussioni di ore intorno al tavolo. A sette anni Ivan inizia a cucinare a casa ciambelle, tagliatelle, piade, lasagne e cannelloni; si iscrive all’alberghiero e viene assunto in un ristorante della riviera romagnola, mentre suona in un gruppo punk. Agli inizi degli anni novanta entra in un circolo ARCI, si licenzia dai due ristoranti in cui lavorava, prepara crepes e concerti nello spazio-locanda annesso e, tra teatro, danza, cene, digos, polizia e banche, scopre, nelle parole di un giornalista penetrato in quegli oscuri luoghi culinari, di essere il più abile cuoco del circondario. Seguono controlli e l’inevitabile chiusura del locale. Chiamato in diversi festival teatrali e nelle house gallery a Roma, apre una mostra di Kounellis e al Macro realizza installazioni fruibili con il cibo. Alla Biennale Teatro ne realizza una imponente per l’impagabile “Societas Raffaello Sanzio”, gruppo di sperimentazione teatrale anni ottanta di rara potenza creativa.

Nei primi anni duemila Ivan Fantini vive e lavora in un mulino ristrutturato del ‘300. Un successo, ma con le leggi sui controlli di qualità haaccp, arrivano le multe, i debiti e l’osteria chiude. Ivan si ammala e inizia a scrivere. Da allora, come sa chi scrive davvero, la vita si trasforma e tutte le parole che si mettono su carta devono essere efficaci. Per fortuna un amico, proprietario di una casa editrice in fallimento, lo pubblica in 300 copie e 100 le vende la sera stessa ai contadini.

Fantini è autore intelligente, rabbioso e colto, che ha realizzato una forma di scrittura che impiega residui biografici in saporose salse in cui esplode l’infanzia. Poichè si scrive per urgenza e non per blaterare di editoria e fare l’apoteosi di se stessi, Ivan smette e rifiuta di partecipare a festival ed eventi in cui si ciancia di recupero, che viene messo nelle mani di chef dai nomi altisonanti, con cene da 130 euro a persona. É una questione di come stare al mondo con il tuo nemico, dice.

Stare tra gli alberi, estirpare edere, formare giacigli, creare un luogo accogliente per nessuno, non fà “stare nel buio”. Si continua a seminare cose che non produrranno nulla, tranne che un convivio per animali selvatici. Si tratta di quel quotidiano lavoro improduttivo che ha molto a che fare con lo scrivere che, se è davvero tale, consiste in una pratica vitale, un pò come quello che Foucault chiamava ‘giornalismo filosofico’. Per questa ragione ci vuole coraggio a smettere di essere cittadino per essere ultimo, per essere nel mondo ma non “del” mondo. “Ma quando ci riesci scopri che hai vinto”.

 

 

 

Lo strano caso dell’attività che non era un lavoro

8

Di Andrea Inglese

Facciamo due ragionamenti. Uno su come si diventa anticapitalisti, il secondo sul perché uno scrittore (poeta per la precisione, ma non solo) considera la sua attività come qualcosa da difendere, preservare, anche al di fuori del mercato del lavoro e del salario.

 

Dove il capitalismo fa male e perché lo si odia

Partiamo dal primo punto. “Che cos’è il capitalismo? Una folla innumerevole di cose, di fatti, di avvenimenti, d’azioni, di idee, di rappresentazioni, di macchine, d’istituzioni, di significazioni, di risultati (…)” (Cornelius Castoriadis, L’institution imaginaire de la société, 1975). I risultati del capitalismo possono essere il riscaldamento climatico, le narrazioni che giustificano i tagli di spesa sociale, le annessioni di territori palestinesi in Cisgiordania. Il capitalismo è ovunque, ma non significa allora che non è da nessuna parte. C’è un contesto, una zona, un ambito dell’esistenza quotidiana, dove l’individuo lo incontra: il lavoro salariato. Nel lavoro salariato io cedo una parte significativa, preponderante, della mia giornata, a un datore di lavoro, in cambio di un salario che mi permette un’autonomia economica. La parte della mia giornata che cedo è dedicata a un’attività, di cui istituzioni pubbliche o aziende private si servono per i loro scopi, siano essi in accordo o meno con i miei scopi. Possiamo definire questo rapporto tra l’individuo singolo, il lavoratore, e il datore di lavoro, come un rapporto tra due entità più generiche: il lavoro e il capitale. All’interno di questo rapporto possiamo – la storia ce lo insegna – individuare condizioni specifiche: di sfruttamento, di alienazione, ecc. Tutto ciò ha ancora senso per noi, queste sono ancora termini che ci permettono di definire la nostra esperienza, e di identificare il punto dove il capitalismo duole. Dove esso ci fa soffrire.

Vorrei però tentare una ridefinizione di questi termini. Vorrei accostarmi il più possibile alla mia concreta esperienza di lavoratore salariato. A quell’esperienza, che manifesta una crescita del dolore, ed eventualmente della collera.

Prendiamo questo caso. Un lavoratore svolge il suo compito in modo apprezzabile. È sfruttato: ossia il valore immaginario che si attribuisce alla sua forza-lavoro è ragionevolmente basso, rispetto ai valori immaginari associati ad altri tipi di forza-lavoro. Questa scarsa valorizzazione, ovviamente, dipende dalle esigenze proprie al datore di lavoro di realizzare profitti e arricchirsi. Va bene. Il lavoratore è anche alienato: le finalità globali della sua attività lavorativa specifica gli sfuggono: dipendono dall’istituzione o dall’azienda per cui lavora. D’accordo. L’individuo storico che sono sa che deve accettare questa condizione negativa, dal momento che non è nato in una società socialista e democratica pienamente e coerentemente sviluppata. So che sono nato in una società capitalistica.

Jennifer, Michael, Mariangela, Gilles. Le Moulin, 15/7/2014.

 

Comunque sia svolgo il mio lavoro – nel caso specifico insegnante per enti pubblici o privati – e il mio lavoro è apprezzato, da colleghi, superiori, studenti. “Apprezzato” significa che, negli anni, nessuno si è lamentato, nessuno ha trovato da ridire, nessuno ha individuato pecche importanti sul piano professionale. Bene. Un compromesso è stato raggiunto. Io mi sorbisco il mio sfruttamento e la mia alienazione, il datore di lavoro utilizza le mie “capacità”, la mia forza-lavoro, e andiamo avanti così. Fuori dalla giornata lavorativa, io cercherò (eventualmente) in diversi modi di agire perché in una società futura sfruttamento e alienazione siano ridotti, combattuti, ecc.

Solo che al capitalismo, ossia al modo in cui è organizzato il lavoro nel nostro mondo, non sta bene che si vada avanti così. Che io faccia il mio lavoro in modo apprezzabile. Qualche mio superiore, qualche autorità più o meno remota, decide a un certo punto che bisogna sabotare, rimettere in discussione, rendere più difficile, stupido, frustrante quanto io stavo facendo.

Il capitalismo non solo mi sfrutta e mi aliena, ma anche vuole impedirmi di fare bene, in modo apprezzabile, il mio lavoro. Quindi cambia le carte in tavola, modifica le regole, complica le cose, muta la gerarchia delle priorità, toglie senso.

Non solo. Io avevo un ruolo, una funzione, uno statuto. E per anni ho rispettato quel ruolo, ottenendo di svolgerlo in modo apprezzabile. Questo è stato un grave errore. Avrei dovuto spendere le mie energie per salire, per competere, per mutare posizione e ruolo, per guadagnare autorità sugli altri colleghi. Avrei dovuto mettere molta energia in questo, ma non solo per guadagnare un po’ di più, non solo per sete personale di potere o prestigio, ma perché solo in questo modo mi garantivo di non diventare l’anello debole della catena. Chi non sale sulla testa degli altri, ad un certo punto non è semplicemente l’ultimo, quello che guadagna di meno, quello che ha meno prestigio: è quello che si può eliminare, quello che si può licenziare, quello che è più facilmente sostituibile.

Di fronte all’invadenza, alla prepotenza e all’idiozia dello stile capitalistico di organizzazione del lavoro, il lavoratore avverte di essere in una situazione totalmente asimmetrica: nonostante le norme ancora esistenti – e non già modificate, allentate, riformate, soppresse – che lo difendono, nei fatti il datore di lavoro ha uno strapotere nel momento in cui si andasse non dico allo scontro, ma alla semplice e più benevola negoziazione.

Se uno quindi non è sensibile al riscaldamento globale, alla limitazione dei diritti garantiti dalla costituzione, a ciò che avviene degli abitanti palestinesi della Cisgiordania, odia comunque il capitalismo, soffre per il capitalismo, per come esso progressivamente rende il suo lavoro più difficile, più idiota, più frustrante, inquinandogli una fetta importante della propria giornata.

(Parentesi: ci sono tipi diversi di anticapitalismo. L’anticapitalismo che vorrebbe ritornare al mondo feudale, ad esempio. Ho sentito un giornalista di estrema destra difendere la società feudale contro l’orrenda società capitalistica. Il mio anticapitalismo ha un modello che non si è realizzato che in rari momenti rivoluzionari nella storia. Grosso modo quelli in cui i lavoratori autogestivano il loro lavoro, e più generalmente la produzione. Una società non capitalista per me è quella dove chi lavora, e ha esperienza del proprio lavoro, dovrebbe decidere come organizzarlo e secondo quali finalità.)

 

 

Perché leggere, scrivere, tradurre può essere per alcun* un’attività non remunerata

Qualcuno pensa davvero che scrivere una recensione, un pezzo di teoria letteraria, un intervento politico, una traduzione, un racconto, e pubblicarli senza essere retribuiti sul blog collettivo (sulla rivista online) di cui si è membri, sia un’operazione da crumiro, sia un sabotaggio della lotta sindacale dei cosiddetti lavoratori della cultura?

Non so se qualcuno ha mai pensato seriamente qualcosa di simile. Ma dietro una tale accusa caricaturale e assurda, si cela una questione vera. Perché si scrivono gratuitamente e si rendono pubbliche cose, che in certi ambiti giornalistici o istituzionali o editoriali, potrebbero essere pagate? Qui ovviamente tutto dipende dal condizionale, ossia dalle condizioni che prevedono una retribuzione per una certa attività “culturale”.

La mia risposta è semplice: nel lavoro salariato, come insegnante (nel mio caso), sono costretto ad accettare dei compromessi per vivere (per avere un’autonomia economica); nell’attività letteraria, come scrittore, non sono costretto ad accettare sempre un compromesso con chi valuta e decide il compenso economico di quanto da me realizzato. Posso dire di no. Posso mandare al diavolo. Posso fare di testa mia. Posso essere autonomo. Il non dipendere da un datore di lavoro (in ambito culturale e letterario) mi dà un’autonomia decisiva su questioni importanti: forma di quello che scrivo, tema di quello che scrivo, lunghezza di quello che scrivo, tempistica di quello che scrivo.

Alessandra, Mariangela, Andrea, Michael, Marc, Jennifer, Gilles, Renata. Le Moulin, 15/7/2014.

 

Naturalmente, questa autonomia, concretamente, in un ambiente come quello letterario, può costruirsi solamente in banda, assieme ad altri scrittori e scrittrici che hanno le stesse esigenze, le stesse ossessioni, la stessa presunzione. Quindi io fin da subito sono stato attirato da tutti i progetti collettivi, tendenzialmente paritari, in cui era più facile garantire un’autonomia radicale a quanto si scriveva e pubblicava. Questi progetti collettivi erano a volte improbabili, a volte molto efficaci, e implicavano relazioni con editori indipendenti, librerie indipendenti, festival indipendenti, ma anche con realtà già affermate, magari istituzionali, ecc.

In questo modo, ad esempio, sono diventato membro di Nazione Indiana e ho continuato a esserlo per più di vent’anni. Un progetto collettivo, per cui svolgo dell’attività “culturale” gratuitamente, assieme ad altri scrittori e scrittrici, e che mi consente un massimo grado di autonomia (forma, tema, lunghezza, tempo) in quello che scrivo.

(Poiché io conseguo da anni questa pratica – attività gratuita in cambio di autonomia –, non ho eccessiva vergogna a proporre a persone che stimo contributi non pagati a Nazione Indiana. Inoltre, a essere sinceri, è abbastanza raro che io proponga dei contributi, e lo faccio con persone che sento davvero vicine, e che non avrebbero alcuna remora a dirmi di no. Nella maggior parte dei casi sono gli altri, persone che conosco o che non conosco, a propormi dei contributi, e io gliene sono ovviamente grato. E se c’è una cosa che il tempo della vita non mi permette di fare è leggere tutte le proposte che ricevo tramite la mail “indiana”. E ammiro gli o le indiane che ci riescono maggiormente.)

Va bene. Ho sbandierato questa mia grande sete di autonomia. Una tale sete, che mi fa preferire guadagnarmi soldi con il salario e un lavoro non letterario, per essere più libero, completamente libero, nell’attività letteraria. Da un lato, mi si potrebbe dire che questa condizione non ha nulla di eccezionale in Italia, perché campare, lavorando come scrittore, è dato a pochissime persone. E alcuni riescono a farlo solo per vie traverse (corsi di scrittura, ecc.). D’altra parte, essere un po’ pagati, riuscire a fare anche parzialmente della scrittura un lavoro, significa essere seri. Se ti pagano è perché te lo meriti (vendi o si presuma che, in quanto personaggio-autore, tu possa vendere); se non ti pagano è perché sei uno scrittore della domenica. In effetti, questo perseguimento dell’autonomia è rischioso. Assomiglia un po’ alla libertà del pazzo. Ma per chi scrivi? Le leggi del mercato – anche quello malandatissimo della letteratura (e del mondo culturale che le sta intorno) – saranno controverse fin che si vuole, ma almeno hanno un radicamento nella realtà, non nella mente di qualcuno, obnubilato da fantasmagorie espressive e chiuso in una stanza a scrivere.

Io, però, avendo stabilito un compromesso con la società in cui vivo, accettando un lavoro salariato non letterario, non ho mai pensato che la scrittura fosse per me un mestiere. La scrittura, inoltre, è sempre stata per me una zona di idiosincrasia forte. Una zona in cui non mi è mai stato granché chiaro quello che facessi, per chi lo facessi, e a quale scopo lo facessi. È in questo modo che sono arrivato alla poesia. Sì, lo ammetto, ero veramente poco preoccupato del “lettore”. Poco preoccupato del “messaggio”. Poco preoccupato di rispondere a un bisogno altrui, di proporre un servizio a una comunità ben definita. Naturalmente mi si potrà venire a spiegare (soprattutto con quella splendente risolutezza borghese) che non ho capito un bel niente di come funziona realmente il mondo editoriale-letterario. Il mondo dove libri vengono scritti e fabbricati, per poi essere venduti a lettori precisi, con esigenze precise. Nulla di questa precisione era mia, e dei miei amici e amiche poeti. Forse ho fatto parte di una strana setta. Sarà il privilegio-maledizione di chi fa le cose come la poesia o l’arte o il romanzo come arte. Pur essendo persone socievoli, persino rispettose del consesso sociale, ci teniamo a creare uno spazio di rarefazione, o di distanza, o di disturbo, rispetto alla mente collettiva che parla in noi. Non abbiamo nessuna pretesa di porci al di sopra o al di fuori di quella mente collettiva, ma costruiamo cose nei suoi vuoti, apriamo dei vuoti e ci facciamo qualcosa, di cui per altro non crediamo di avere il completo controllo. È già questa a suo modo una inoperosità. Una modalità di disfare zone della mente collettiva, eredità della mente collettiva. Naturalmente sarebbe bello essere pagati, per fare questo. In certi paesi – non nel nostro – anche l’attività strana dei poeti, stranamente sociale, è considerata come un lavoro che vale la pena di remunerare. Io non ho proprio niente contro il fatto che si consideri l’attività idiosincratica della scrittura come un lavoro. Quando questo avviene, è perché la società in questione crede di aver capito cosa fare della “poesia” secreta dal poeta. Se la società lo crede, al poeta sta bene. In ogni caso, non è certo lui a decidere come e cosa verrà utilizzato socialmente della sua attività. Come autore, si può solo sperare che qualcosa venga usato.

Michael, Alessandra, Jennifer, Anne, Marc. Le Moulin, 15/7/2014.

 

In estrema sintesi. Dal canto mio, non è mai stato un problema essere uno scrittore intermittente. Uno scrittore senza mestiere, che scrive per lo più in un genere fantasma (la poesia) e in modalità esplorative e critiche, ossia tendenzialmente fuori dalle forme costituite. Certo, facendo le scelte che ho fatto in termini di scrittura, mi sono dovuto confrontare a una sorta di dubbio e incertezza cronica. Esisti oppure no, come autore? I tuoi libri esistono oppure no (anche se pubblicati)? I tuoi lettori esistono oppure no? Ma questi dilemmi sono ormai parte del mio percorso, anzi parte del percorso di parecchi compagni e compagne di strada. Non ci siamo scoraggiati, non ci siamo persuasi della nostra irrilevanza. Facciamo sul serio, senza poterci prendere sul serio (ma un premio Strega, nel sistema culturale di oggi, può davvero prendersi sul serio?).

Il vero problema, quello più urgente, è stato sempre – e lo è tutt’ora – assicurarsi un mestiere per campare. Compito tutt’altro che facile nella società capitalista dove non solo “crepino tutti i poeti improduttivi”, ma non dormano tranquilli neppure coloro che fanno bene il loro lavoro (pur malpagato, pur alienato).

Faccio parte di quelli, e sono in tanti, che non possono mai dimenticare quanto il capitalismo è stronzo, ingiusto, demente, perché non ho mai archiviato il dossier sostentamento economico. Privilegi di classe o no, non posso dimenticarmi che sono sempre sotto il mirino. Che il monte ore d’insegnamento che mi è stato affidato può essere ridotto, che uno dei miei datori di lavoro può lasciarmi a casa, che uno sgomitatore folle può prendere il mio posto. (Certo dovrei fare mille precisazioni – lavoro nell’insegnamento privato, la mia scuola è stata comprata da un grande gruppo. Una volta avevo un capo, un avversario ben preciso; oggi ne ho una legione indifferenziata. Ma continuo a generalizzare, perché è il capitale a imporre generalmente idiozia e sofferenza sul lavoro, a prescindere dagli ambiti e dalle situazioni professionali.) Il capitale mi tiene costantemente sotto minaccia: quello che sai fare bene, anche se è socialmente importante, noi possiamo decidere che non vale niente, che non ti chiameremo e non ti pagheremo per farlo. L’attività letteraria non può fare nulla contro questa condizione, anzi mi rende più esposto, più sprovveduto. (Invece di tessere trame per conservare il mio posto e per prendere quello di un altro, “scrivo poesie” o “leggo poeti e poete”.) Ma scrivendo, traducendo, facendo lavoro di redazione, di commento, di lettura, ecc., io ignoro per un certo lasso di tempo la minaccia, vivo in una temporalità diversa, che non è quella della pura sopravvivenza, della difesa del proprio maledetto lavoro. Nel mondo immaginario del capitale, immagino un altro mondo.

 

Glossa

Autore, ti sei dimenticato il “che fare”! Il messaggio di speranza e di lotta! Non è vero, rispondo. Mostrare che si può costruire e difendere l’autonomia in un’attività per noi considerata importante, nonostante un prezzo da pagare, è già un messaggio di lotta e di speranza. La cultura neoliberista non solo non tollera, ma non comprende neppure il senso di un’autonomia che non sia ben inserita dentro un tessuto economico, e che non sia quindi verificabile sul piano del mercato. Naturalmente, questa mia prospettiva non vuole in alcun modo delegittimare compromessi accettabili che si riescono a realizzare anche nell’attività letteraria (accordi con testate giornalistiche, contratti con case editrici, ecc.). Infine, il che fare nei confronti del più generale conflitto lavoro-capitale, lo lascio formulare a chi ha maggiore esperienza e consapevolezza di lotte e strategie, in ambito lavorativo e politico.

Renata, Marc, Gilles, Anne, Mariangela. Le Moulin, 18/7/2014.

*

Ho voluto accompagnare questo testo con le foto di un’esperienza collettiva, di quelle che rendono “reale” l’attività letteraria non remunerata. Si tratta di un soggiorno a cui hanno partecipato dieci scrittori + un’artista visiva, soggiorno autoorganizzato e autofinanziato, dal 14 al 19 luglio del 2014 a Verberie, una località presso la foresta di Compiègne in Francia. Per una settimana, 5 autrici e autori francesi, 4 italiani e una statunitense, hanno discusso, letto, tradotto, scritto, cucinato, mangiato e vissuto assieme. Da questa attività è nato anche un “prodotto”, uno dei “Fogli” di Benway Series, in edizione bilingue (per un progetto editoriale a cura di Mariangela Guatteri e di Giulio Marzaioli).

*

Della scrittura dentro e fuori il lavoro, di lavoro e basta, si è parlato anche qui & qui.

Un appunto. A proposito di Ramstein

0

di Volker Braun

a cura di Anna Chiarloni

[Volker Braun (Dresda 1939) è uno degli autori più rappresentativi della letteratura tedesca contemporanea. Orfano di padre caduto in guerra, si profila appena ventenne quale esponente della società letteraria della DDR: minatore e macchinista negli anni tra il liceo e gli studi di filosofia, collabora col Berliner Ensemble, il teatro di Bertolt Brecht. Debutta nel 1965 con la prima raccolta poetica, Provokation für mich, centrata – come in generale tutta l’opera, sia poetica che narrativa e teatrale – sull’analisi delle contraddizioni insite nella società tedesca, prima e dopo la caduta del Muro. Nel 2000 viene insignito del prestigioso “Büchner Preis”. Col suo ultimo testo, Luf-Passion (2022), Braun indaga i massacri perpetrati dal colonialismo tedesco al tempo di Bismarck, leggendovi un raccordo con l’attuale dilagare della violenza razzista nel mondo occidentale. A. C..]

.

La Germania ha perso il suo volto. Ha un’espressione fiacca, indecifrabile. Il mondo la ignora e lei non sorride più al mondo.

Il Ministro della Difesa, si legge, “ha siglato un patto militare per l’Indopacifico”. Deal: ecco la ratio politica  di Trump. Un tempo si trattava di difendere un principio, adesso si fanno affari. In piena guerra – e con la guerra. Non è nostra questa guerra ma ci speculiamo sopra. Esportare armi risolleva il bilancio tedesco. La vacillante industria pesante cerca salvezza nel riarmo. Queste le ultime notizie.

Nella biblioteca di mio padre c’era uno smilzo volumetto, edizioni Kosmos: Perché si muore, Stuttgart 1914. Dentro c’è un nome, nero d’inchiostro: Johann Friedr. Braun – e io provavo un certo orgoglio leggendo la chiusa: “La ragione per cui oggi molti finiscono precocemente al cimitero dipende dal fatto che vivono in pessime abitazioni, mangiano male e sono ridotti a malconci schiavi del lavoro. Questi sono fattori molto più decisivi che non i batteri intestinali o un metabolismo carente. È lì che dovete guardare – e raddrizzar le cose!”.

Ma chi era questo Johann Friedr.? Ma certo, ora ricordo: è Fritz, e sarebbe stato mio zio… Quel libro se l’era preso proprio prima di partire per il fronte. Di guerra però l’autore, il Dr. Alexander Lipschitz di Zurigo, non parla. Fritz morì il 21. 4. 1918 presso Bailleul, appena diciottenne. Il libro se lo prese poi suo fratello Erich (che comprò pure il secondo volume della collana: Come invecchiare, 1936). Erich morì nella seconda Guerra mondiale, il 2 aprile 1945, a Ibbenbüren, aveva 40 anni. Noi cinque figli vedemmo Dresda bruciare.

Dalle vite mancate ai fatti compiuti. Sul suolo tedesco alloggia la Air Base di Ramstein. Alloggia, dico, grazie ai suoi comodi privilegi; e naturalmente sferraglia con gran fracasso.

Ottant’anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, di fronte al pericolo di una Terza Guerra Mondiale, il Cancelliere Schröder si batté per tenere la Germania fuori dalla guerra in Iraq. Una decisione essenziale data la situazione interna della Germania riunificata. Tuttavia fu da Ramstein che l’attacco venne sostenuto logisticamente e operativamente condotto. Sì – Ramstein costituì il cardine portante di quella spaventosa aggressione e fu dal cielo di Dresda che sfrecciarono gli squadroni di bombardieri verso l’Iraq. Ancora una volta la guerra muoveva dalla Germania. E così succede adesso con la guerra contro l’Iran. Dire che questa guerra non è la nostra, non ci mette a riparo. Al contrario, una guerra che muove dal suolo tedesco ci rende vulnerabili. Siamo di fatto un bersaglio militare primario e non sappiamo se ci aspetta la vecchiaia o la morte. Che Ramstein fosse territorio americano lo si subodorava; in realtà è una piaga purulenta in Germania. Il suo statuto speciale si è polverizzato, vanificato con questo ripetuto utilizzo in violazione del diritto internazionale. La Germania, se ha un minimo di buon senso, questa base deve chiuderla.

Solo uno Stato sovrano può essere uno Stato pacifico.

Lo scandalo sarà di breve durata; ben altri eserciti si sono già ritirati dalla Germania! Ecco il punto – e allora avanti! Era questa la parola d’ordine di Lipschitz: cambiare la situazione!

Quando decisi di non intervenire sull’ Alexanderplatz il 4 novembre 1989, in quanto rivendicare la libertà di parola e di stampa mi sembrava un approccio troppo limitato rispetto a una piena sovranità popolare, non immaginavo che quella manifestazione autorizzata avrebbe portato a un’auto-organizzazione delle forze democratiche. Quella fu un’autentica esperienza di libertà.

Se io ora mi limito a rendere noto che un problema di Stato è in attesa di soluzione, mentre si tratta di una rivendicazione più ampia, ossia del potere di una società sulle proprie decisioni fondamentali, lo faccio nella speranza che un atto di autodeterminazione, questo coraggio ‘spagnolo’, possa generare un nuovo sviluppo degli impulsi democratici. Un’ebbrezza liberatoria in questa nostra società apatica e spenta per porre fine alla stagnazione, all’impotenza e al suo declino.

Quando il nostro politico più esperto, il presidente Steinmeier, assieme al neocancelliere e al nostro sonnecchiante Parlamento, si gireranno tra le mani questo foglio, ci si chiederà: Quando entra in vigore? – e nell’aria già aleggia la famosa risposta: Entra in vigore… a quanto ne so… immediatamente. Senza indugio.

Questa sarebbe forse la salvezza della Germania, o semplicemente una manifestazione di ragionevolezza: sarebbe il suo sorriso al mondo.

*

L’intervento qui tradotto per “Nazione Indiana” è stato pubblicato il 4 aprile 2026 dalla “Berliner Zeitung” e dalla “Ostdeutsche Zeitung”. Braun esordisce con la denuncia della conversione industriale in armi pesanti, promossa dal neo-Cancelliere Merz, per innescare poi un’intensa riflessione autobiografica sul lutto che attraverso le guerre del Novecento ha colpito la sua famiglia.

Muovendo lungo il solco della tradizione pacifista tedesca, il poeta chiede la chiusura della base aerea statunitense di Ramstein, istituita nel 1951 in funzione antisovietica e forte di 36.000 soldati americani tuttora di stanza in Germania. Si tratta della più grande base aerea statunitense in Europa e costituisce il centro logistico principale per le operazioni militari USA tra Europa e Medio Oriente.

Stefano Bottero: «questo libro è un dalmata bianco»

0

di Stefano Bottero  

 

«Jeannie says my symptoms are unusual as normally you would expect one

eye to go. They’ve never seen two eyes affected in the same way.»

Derek Jarman, luglio 1990

 

«Questo libro è un dalmata bianco che perde i suoi bambini». [installazione] figure della perdita di Stefano Bottero è il nuovo titolo dei Cervi Volanti, collana di scritture poetiche che curo insieme a Giuditta Chiaraluce all’interno del progetto Edizioni Volatili.

«Libri come laboratori, primi confronti, materie pensanti, montaggi e scavi attraverso la carta; libri senza profitto, in tiratura limitata, consegnati agli autori e alle autrici, che ne gestiscono liberamente il transito (esoeditoria); libri evidenti nella loro invisibilità, indirizzati a chi saprà ospitarne l’implicita consegna; libri col solo intento di essere vigilie per una geografia del dopo-diluvio.»

Pubblico qui alcuni estratti in anteprima. Le partiture visive sono di Giuditta Chiaraluce.

 

***

 

17

L’opera presuppone dal corpo una fuoriuscita.

Non solo la spaccatura ma la spaccatura come varco – perdita di un corpo che cola. Emidio Clementi riprende John Cage e scrive «contenitori che perdono acqua noi siamo | nuotiamo, e ogni tanto affoghiamo». «We swim, drowning now and then». Tutto questo consuma.

Nel gesto formale si esaurisce in progressione il corpo. L’opera come il punto dello svuotamento – con Adonis [tradotto da Fawzi al-Delmi] accade «fino a svuotarsi del tutto».

Corrispondere come pesci nell’annegamento, senza lessico. Sguardo che muove nel significato che è il nero, per un momento nel corpo – dopo, il collasso.

 

***

11

Procede per consumazione. La poesia implica in un luogo verbale il vuoto del significato, muove da uno spazio immateriale a un altro, materico. Alterità che si attesta in una forma – gravando sul corpo, lo apre. Fino a dove ha ragione il fisico, l’atto formale incrina progressivamente. Gli occhi dell’artista restano in vita ma senza sguardo.

Penso alle vene di Rothko. Si sporge per valutare lo spazio. Danneggia le costole, si annerisce progressivamente il respiro, porta l’oggetto a essere l’altro e sé stesso. Quando il corpo si contrae la crepa si allarga.

La composizione è quindi il ripetersi continuo del preludio – mai conclusione in essere. Dove avviene il significato, dove si mostra Godot e le costole passano dall’incrinatura alla compromissione, l’atto formale è impossibile. Lo svelamento del nero annulla la pièce.

***

19

Dalla poesia alessandrina in avanti – la composizione impone all’artista non più il collasso ma il ripetersi del collasso. La possibilità di contatto immediato con il significato è ormai negata: la parola della tragedia arcaica è diventata insostenibile.

Insopportabile, il gesto diventa serie – il farsi dell’opera accade una volta per sempre e ripete. si ripete.

La composizione è così esperienza dell’ininterrotto. Dal terzo secolo avanti Cristo il dire è per l’artista pratica del dire, raggiungimento che si nega –

il racconto di Kafka non ha termine.

***

19.1

La relazione con la parola poetica è di per sé una separazione. Rapporto basato sul contatto del corpo, ma contatto tra limiti. Estasi che ricade nel nero – altrimenti

«dovresti stornare gli occhi», scrive nei Quaderni in ottavo, «o diverresti una statua di sale».

 

Abécédaire comique: Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini #lettera B

1

Nota
di
effeffe

Svegliatomi da sogni agitati, mai e poi mai avrei immaginato di trovare accanto al caffé una lettera, chiusa in una busta poco elegante, non affrancata e perfino macchiata di caffé. Quando l’ho aperta non mi sarei nemmeno sognato di leggere le cose che anche tu onorevole lettore di nazione Indiana stai per leggere. Ho deciso di assecondare quel loro desiderio di compilare un’enciclopedia alfabetica del mondo per la sola ragione che se fai incazzare un comico quello diventa molto cattivo, e non c’è nulla di più terribile di un cattivo comico. E se sono due, i comici, allora sono cazzi.

Abécédaire comique
Due comici entrano in una rivista culturale. Non è l’inizio di una barzelletta, ma di una rubrica: Abécédaire comique. Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini: un esperimento di scrittura, due penne, ventisei lettere dell’alfabeto. Ogni puntata una lettera, usata come innesco per il titolo. Per il resto, carta bianca o quasi: l’unico vincolo è che, da qualcheparte, si rida. Attenzione, non “facce ride!”, né travestire la letteratura da monologo: piuttosto, esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera. Come un abbecedario, appunto: elementare solo in apparenza.

Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini

 

Bruno Pizzul, se ci sei batti un colpo
di
Lorenzo Catalini

Da un po’ lavoro come telecronista sportivo. Ho iniziato con grande entusiasmo: avrei calcato le orme di leggende come Bruno Pizzul e Sandro Ciotti, e come loro, chissà, un giorno sarei potuto finire a commentare un Mondiale o, meglio ancora, a doppiare la voce di un topolino in “Space Jam”.
La redazione ha sede a Roma. Non proprio in centro, ecco. Fuori dal raccordo, ecco. A Pomezia, ecco. Si tratta di una vecchia villa semi abbandonata , il cui salone principale è usato come quartier generale dai membri della testata. Le altre stanze, inusate, sono arredate in stile post-bellico: mobili distrutti, vetri rotti, cavi scoperti, calcinacci a terra e soldati stranieri accampati, datisi dispersi per non tornare dalle loro famiglie. La temperatura percepita all’interno è siberiana in ogni stagione, un luogo maledetto dal freddo. L’unica fonte di calore è una vecchia bombola del gas (una bomba ad orologeria): i presenti vi si stringono attorno come una tribù di pellerossa, ed essa troneggia al centro di questo cerchio come un totem; i giornalisti si inchinano a Lei, intonano canti pagani, sacrificano stagisti sul Suo altare, pregandoLa di non spegnersi mai.
La mia prima partita vede fronteggiarsi Top Autoricambi VS Tor Legacy. Il match si disputa in un centro sportivo nel quartiere della Magliana, undici di sera, orario perfetto per girare in quelle zone, soprattutto sei hai in mano dell’attrezzatura per riprese abbastanza costosa. La postazione la telecronaca è sopra ad una torretta. Le scale per raggiungere la cima sono rovinate secondo un disegno ben preciso: un gradino spezzato, tre gradini marci (di un verde così scenografico che è quasi commovente), uno mancate e due traballanti. Lo schema si ripete per tre volte esatte.
Mi sarebbe piaciuto iniziare la telecronaca con un’introduzione ciottiana sulla bellezza del cielo striato d’azzurro, invece la giornata è uggiosa, e promette pioggia. Quando i giocatori entrano per fare il riscaldamento, qualcuno, credo per far gasare la squadra, fa partire da uno stereo “Live is Life” degli Opus, sulle cui note in un prepartita rimasto nella storia Maradona eseguì per gli spettatori del San Paolo di Napoli veri e propri numeri da circo con la palla. Qui il N.10, presumibilmente il giocatore con più qualità, riesce a mettere in fila una serie di palleggi consecutivi massima di tre tocchi . La lista con i nomi dei giocatori mi viene fornita appena un minuto prima del fischio d’inizio, per cui nel primo tempo sono costretto a riferirmi alla maggior parte degli atleti con appellativi come “il n.8”, “quello sulla destra”, “il tipo con scarpini di colore diverso”, “il giocatore con una corsa che definirla tale mi fa sentire disonesto”. Inoltre, c’è una sola squadra in campo (il passivo finale sarà un poco interpretabile 13-0 a favore del Tor Legacy), per cui della squadra in difficoltà, che non vede mai palla, imparo solo il nome del portiere, tale Trinca. Quando però ha inizio la ripresa, guardo verso la porta del Top e Trinca non c’è. L’unico giocatore che ho memorizzato non c’è più. Passano alcuni minuti e a centrocampo noto un giocatore che prima non c’era, e assomiglia tanto a…Trinca! “È proprio lui. Che cazzo ci fa a centrocampo? Cioè, Trinca si sposta in mezzo, e nessuno qua mi dice una sega?!” – dico fra me e me. O meglio, credo di fare così, perché in realtà quello che succede è che lo esclamo a tutta voce nel microfono. Sussurro qualcosa, provo a camuffare la gaffe con qualche rumore di sottofondo, simulo problemi di connessione. Sale il panico. Inizia a piovere. Poi a diluviare. Infine, grandina.
Bestemmio. Di nuovo nel microfono.
Così finirono i miei giorni di telecronista, e non ho altro da dire su questa faccenda.

 

Bramito del cervo, il
di
Alessandro Ciacci

“Lo sai qual è il verso del cervo?”, mi chiede a tradimento Laura.

Vorrei risponderle: Tesoro, non ho sacrificato la mia adolescenza chiuso in biblioteca, mentre fuori, i miei compagnucci trascorrevano il loro tempo misurandosi il pisello usando come unità di misura di turiste straniere, per cadere su una risposta così facile.

Il verso del cervo è il bramito. Dico, “Fammi indovinare, sette lettere? La prima è forse una B? Bramito!” Ma fermi tutti! Laura non sta facendo la Settimana Enigmistica. Cincischia col telefono…

“Macché sette lettere! Come fa, l’hai mai sentito dal vivo?”
Chi è, Bob Dylan?, penso subitaneo. Non mi risulta un Festival San Remo vinto da un’antilope, un muflone giudice di X Factor. Achille Lauro featuring un camoscio.
“Ho visto che organizzano delle gite nella faggeta vetusta (sic) per andarlo a sentire. 180 euro cadauno. Partenza ore 4:00. Di mattina. E se ci iscriviamo subito ci inseriscono nella chat di gruppo per condividere emozioni. La natura selvaggia… ci andiamo?”

La prima cosa che penso non posso riportarla, perché trasgredisce il secondo comandamento “Non nominare il nome di Dio invano”. Sebbene sia difficile dire dove finisca il nominarlo invano e inizi il plaudere la sua camaleontica facilità a immedesimarsi in molteplici specie animali.
La seconda è: voglio devolvere il mio 8×1000 alla Barilla, perché inizi a produrre il nuovo ragù “gusto cervo”.

Ma sto degenerando. Mi dico, vergognati sei uomo di cultura, datti un contegno e vedi di rimanere lucido, a maggior ragione adesso che Laura è malata. Non sta bene, dai, deve avere un malaccio al cervello e questa proposta è un sintomo evidente. Oppure è psicologia inversa. Forse Laura vuole farsi lasciare, ma siccome è una creativa, non ha optato per un banale “farsi sgamare appecorinata con un insegnante di zumba”, no, preferisce regredire di qualche era geologica, tornare indietro di svariati eoni, quando la nostra occupazione culturalmente più impegnata era spaccare crani con la tibia di un mammuth. Per Laura questo bramito è importante, non sia mai che nostro figlio nasca con una voglia di marmotta sulla fronte. Ci tiene proprio alla faggeta vetusta: chissà come ci rimarrà male quando le dirò che il neolitico è finito.

Cara, per curiosità, questo tuo revival dell’Età della Pietra cosa prevede dopo? Dipingere una scena di caccia sulle pareti del salotto? Rispondere alle chat coi segnali di fumo? Accendere la tv sfregando il telecomando? Diceva di amari, Laura! E invece… La natura selvaggia… Il mio concetto di “natura selvaggia” è una camicia senza iniziali ricamate.

Sarà forse la scenografia silvana del quesito, ma inizio subito una metamorfosi platonica e mi trasformo in un segugio, non tanto per inseguire il cervo, raggiungerlo e dargli un valido motivo per bramire, ma perché fiuto subito il pericolo che la proposta di Laura porta seco. Mi ascolto di nascosto delle registrazioni del verso in questione. Sembra il ritornello di una canzone di Ligabue, però intonato, o il rutto di un camionista lituano dopo un’indigestione di Pandoro Bauli.

“Bramito del cervo-experience”: secondo me spendere €180 ha senso solo se il cervo ti canta Baglioni all’alba sotto il faggio. Ma chi li spenderebbe quei soldi? Come lo immagino l’ascoltatore-tipo di bramiti? Secondo me si danno 3 categorie.

Uno: di sicuro c’è un creator, c’è sempre!, l’influencer è come la gotta nel corpo di un aristocratico del ‘700: immancabile. Indossa delle ciabattacce tardo francescane Birkenstock, con calzettone di spugna bianco, un blazer destrutturato pervinca, e un colbacco Armata Rossa vintage, uno dice: perché alle 4 di mattina si è dovuto vestire in fretta e al buio… No, perché ha proprio un gusto di merda in fatto di stile. Già lo vedo, scendere dal pulmino e iniziare a urlare manco fosse un muezzin sotto anfetamine, seminando il panico in un ecosistema delicatissimo.

Due: Signora alternativa sui 60, nata troppo tardi per godersi le orge wagneriane di Woodstock, ma troppo in anticipo per arruolarsi nelle Femen senza scadere nel ridicolo; dopo l’eroina, i fiori di Bach e il sesso anale con un insegnante di danze folk, camuffa la sua mancanza di personalità con la passione per il macrobiotico, che le ha fatto credere di poter guarire quella fastidiosa stitichezza facendosi il bidet con un infuso di kombucha.

Terza e ultima categoria: io! La più miserabile di tutte, ovvero: i partner dei fanatici-del-bramito, che affrontano l’escursione nel bosco come se andassero davanti al plotone di esecuzione, e accettano di andare solo per poter poi ricattare subdolamente la fidanzata.

Ma voglio trovare un lato positivo in questo dramma, per cui mi dico: Poteva andare peggio. Pensa se Laura si convertiva e ti proponeva un viaggio a Medjugorie con Paolo Brosio… “Partenza pulmino ore 4:00 di mattina, 800 euro, chat del gruppo di preghiera”

Stando così le cose, allora, a me piace pensare a un universo parallelo, in cui il mash up raggiunge vette sublimi: c’è la parrocchia che organizza il pulmino, sì, ma per andare nel bosco a sentire il bramito di Paolo Brosio. 1000 euro incluso selfie con flash, grattino sotto al mento e lancio di noccioline. Ci andiamo, cara?

Politiche della memoria

1

di Niccolò Furri

«Mentre l’accumulazione di memoria prosegue monotona» ripete spesso la voce fuori campo in Méditerranée di Jean-Daniel Pollet, a indicare come lo scorrere del tempo sedimenti la storia umana negli oggetti e più in generale nella produzione culturale che la camera inquadra. Ma una tale visione, che si potrebbe dire destoricizzata, che escluda cioè la conflittualità e le forze agenti sulla formazione della memoria, che la astragga dalle condizioni materiali della sua composizione, rischia di naturalizzare questo processo, prendendolo per mera e immutabile necessità. Perché gli oggetti o luoghi, rifacendosi ai lieux de mémoire di Pierre Nora, e la memoria stessa sono campi in cui si scontrano sia i rapporti di potere che li hanno prodotti sia i discorsi che li innervano.

Lo ha rilevato, seppur all’interno della classica scissione tra struttura e sovrastruttura tanto cara al marxismo, Walter Benjamin nelle celebri Tesi di filosofia della storia quando scrive che «Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo “come propriamente è stato”. Significa impadronirsi di un ricordo nell’istante di un pericolo»[1] e questo pericolo è la sua riscrittura, la risignificazione della memoria, la sua tecnicizzazione, ovvero il suo utilizzo distorto a fini ideologici. Il termine memoria, in questo contesto, non si riferisce a ciò che qualcuno ricorda, alle memorie personali che essendo soggettive, per quanto importanti, sono costitutivamente sempre parziali e spesso soggette a ricostruzione specie se lontane temporalmente dai fatti, ma a quella che si potrebbe chiamare macchina memoriale, una politica del ricordo che stabilisce cosa possa essere ricordato, in che modo e da chi. E chi si appropria della macchina, impone la sua memoria.

Ne vediamo il funzionamento ogni 10 febbraio, giornata istituita come Giorno del Ricordo  nel 2004 dalla legge 30 marzo 2004 n. 92. Se all’interno della macchina stanno alcuni fatti, diversamente dalla macchina mitologica jesiana il cui centro è inconoscibile, sulle sue pareti si staglia una serie di elementi di propaganda in questo caso (neo/post)fascista, fatti propri dallo Stato italiano: già solo il giorno (l’anniversario del Trattato di pace di Parigi del 1947, così disconosciuto in particolare per la cessione dei territori orientali) e il nome (mutuato dal Giorno della Memoria, preso a modello ma in contrapposizione a esso) scelti sono indicativi della matrice e della ratio del provvedimento. A più di vent’anni dall’istituzione della giornata la macchina memoriale fascista, che raggruppa arbitrariamente eventi a sé stanti  (le foibe istriane del 1943, quelle giuliane del 1945 e l’esodo istriano-dalmata protrattosi per un decennio circa, indicativamente dal 1947 al 1957), inventando nessi causali e finalità di pulizia etnica, isolando i fatti dalla serie degli eventi che li hanno preceduti e gonfiando le cifre, è diventata ormai narrazione nazional-popolare attraverso opere di dubbio gusto, cerimonie istituzionali e una polizia della memoria che taccia di riduzionismo o di negazionismo le voci critiche. Questo dispositivo al tempo stesso sacralizzante e banalizzante (dove la sacralizzazione mira a «sottrarre un evento […] al suo contesto storico specifico, […] semplificandone la rappresentazione e preservandola da incursioni indesiderabili»[2], mentre la banalizzazione propone «equiparazioni indebite […] le quali finiscono per minimizzare o per relativizzare»[3] il termine di paragone, in questo caso la Shoah, aumentando il capitale simbolico dell’altro termine per falsa analogia) riallaccia il solito vittimismo di destra al mito degli “Italiani brava gente”, uccisi “in quanto Italiani”, per nascondere i crimini del Ventennio e per integrarlo così nella storia citabile come un qualsiasi altro periodo, prodromo alla sua esaltazione legittima o, peggio, istituzionalizzata. Non è un caso che questa narrazione abbia trovato uno spazio sempre maggiore dagli anni Novanta del secolo scorso, quando in Europa il processo di integrazione dei vari Stati nella UE e la caduta dei cosiddetti Paesi a socialismo reale, culminata con la mattanza ex jugoslava, hanno rinfocolato i relativi nazionalismi, mentre in Italia la destra ex missina ha acquistato centralità nell’assetto politico seguito allo scossone di Mani Pulite.

Non è nemmeno un caso, quindi, che proprio nel 1992 il Presidente della Repubblica Scalfaro abbia dichiarato monumento nazionale la Foiba di Basovizza. È questo un esempio estremo ma emblematico di come funzioni la macchina memoriale. Innanzitutto, il termine usato: la cavità assurta a simbolo del fenomeno foibario non è una foiba, ma un pozzo minerario, chiuso da una lastra e sormontato da una scultura che riproduce la struttura portante di un argano usato per le esumazioni, culminante con una croce. Le cifre ufficiose parlano prima di 400, poi di 400-600 e infine di 1500 vittime gettate nello strapiombo tra il 2 e il 5 maggio 1945, mentre la stele esplicativa nelle vicinanze del monumento di 300 metri cubi di resti umani nel 1996, che salgono a 500 l’anno successivo. Le operazioni di recupero condotte dagli angloamericani nell’ottobre del 1945 portarono alla luce corpi di soldati tedeschi e di cavalli lì precipitati dopo la battaglia del 30 aprile. È perciò stratigraficamente molto improbabile che salme successive si possano trovare sotto a quelle precedenti e le uniche che si potrebbero rinvenire potrebbero essere quelle di cui si sbarazzarono i nazifascisti dopo l’8 settembre 1943. Ci sono inoltre le smentite del Comando generale dell’Ottava Armata britannica, del Ministero della Difesa neozelandese (anche se del 1996) e documentazione delle Forze armate statunitensi che qualifica come «inconcludenti» gli esiti della ricerca. Successivamente alla sospensione dei recuperi il pozzo è stato usato come discarica dall’amministrazione di Trieste, quasi completamente svuotato nel 1954 e infine chiuso nel 1959[4]. Se tutto ciò non fosse sufficiente, basterebbe un’ulteriore ricognizione ad appurare i fatti, così da allinearli con una nuova e corretta narrazione, ma si preferisce invece mantenere la parete della macchina memoriale poggiata su discorsi propagandistici.

Un esempio di segno opposto nel trattamento riservato al patrimonio culturale (che Benjamin chiama, a ragion veduta, «preda destinata al vincitore»[5]) è lo Spomenik di Barletta. Alloggiato nel cimitero monumentale della città pugliese, è un Ossario commemorativo dei caduti jugoslavi in Sud Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, realizzato dall’architetto Dušan Džamonja nel 1970. Civili, internati politici e militari jugoslavi fuggiti dai campi di concentramento fascisti in Italia o riparati in Puglia in seguito alle vicende belliche nei Balcani, si unirono alla Resistenza italiana e, dall’estate del 1944, quando la regione divenne una retrovia anche per la guerra di liberazione in Jugoslavia, lì vennero riaddestrati, per poi riprendere la lotta in patria[6]. Nell’ambito della normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi, culminata con il Trattato di Osimo del 1975, con un accordo del 1964 si stabilì la costruzione di alcuni Ossari dove traslare le spoglie delle vittime combattenti. A Barletta, che durante il conflitto ospitava la sede di un contingente militare e di un ospedale e dove già riposavano 175 caduti, venne realizzato il più importante. Si tratta di un monumento brutalista su due livelli che «si sviluppa a raggiera da un nucleo centrale ellittico, costituito dall’oculo posto sulla cripta»[7] a cui si accede scendendo una scalinata, ai cui lati stanno le celle sepolcrali contenenti i resti di 825 salme, le porte bronzee con i loro nomi (a cui se ne aggiungono 463 di dispersi), la vasca in mosaico rosso per le commemorazioni e da dove si accede a una terrazza affacciata sul mare. Al piano superiore, una serie di imponenti blocchi di cemento simili a lapidi aumentano in altezza dall’esterno verso l’interno, fino a raggiungere gli 11 metri di altezza, a protezione dell’accesso alla cripta. I due piani dialogano sia tramite gli incastri tra il solaio e la parete che chiude la scalinata, sia tramite il lucernario che permette «il collegamento visivo dello spazio inferiore con gli elementi del monumento a livello superiore, evidenziando maggiormente la crescita degli elementi verticali dalle fondazioni stesse della cripta al loro punto più alto.»[8] Tre, invece, sono le linee di fuga che segue lo sguardo del visitatore: una, ovviamente, verso la macchia di colore rosso in basso, una frontale verso il lontano, l’Adriatico e idealmente la Jugoslavia e la terza verso l’alto a seguire l’altezza degli steli, che acquistano quasi le sembianze di vele di una nave pronta ad attraversare il mare. Con l’implosione sanguinosa della Repubblica Socialista Federale, alla quale spettava la manutenzione e la conservazione dell’opera, non si è più fatto fronte al deterioramento dello Spomenik causato dagli eventi atmosferici e il suo stato di deperimento si è fatto via via più evidente sia direttamente sui materiali con efflorescenze, licheni, crepe e la scopertura di alcune armature del cemento, sia nell’incuria degli spazi dove talvolta vengono abbandonati rifiuti e che sono usati addirittura come latrina. Lontano dagli itinerari e assente dalle guide turistiche, difficilmente instagrammabile, scenografia per cerimonie ufficiali di commemorazione dei caduti che purtroppo non riescono a svincolarsi dalla retorica nazionalista, statolatrica e militarista, l’Ossario di Džamonja è l’esempio più calzante di un doppio smemoramento: dei fatti e di ciò che è stato pensato per ricordali. Ma, come in un negativo fotografico, «le mutazioni di forma cui è soggetto un edificio sono processi di registrazione: le deformazioni, in quanto materia in formazione, sono anche informazione[9]

Questi due monumenti si configurano, quindi, non solo come lieux de mémoire, ma anche come quelli che potremmo chiamare lieux d’oubli, luoghi in cui la memoria si perde o, meglio, viene fatta perdere e che concorrono alla ri-produzione dell’identità nazionale proprio attraverso il loro oblio. La loro funzione obliante agisce, però, in maniera antitetica. Se la Foiba di Basovizza impone una e una sola memoria, sacralizzandola e impedendo ulteriori ricerche con la tanto simbolica quanto materica lastra a chiusura della bocca del pozzo, per lo Spomenik sono lo stato di abbandono e la marginalizzazione a operare la rimozione. In questo caso si può parlare di oblio in sé o completo (che tende cioè a dimenticare un luogo per dimenticare una serie di eventi, anche se non è mai, sul piano storico, del tutto compiuto), nel primo di oblio relativo o parziale (che tende, ricordando un luogo, a nascondere una serie di eventi). Fortunatamente c’è chi si oppone a tutto ciò proprio perché il nucleo della macchina memoriale è conoscibile, pur con le ovvie difficoltà della ricerca documentale, archeologica e testimoniale. Non ci si limita, infatti, «a girare in cerchio»[10] attorno al centro e, se le sue pareti sono permeabili alla manipolazione, allo stesso modo possono essere attraversate per far emergere quali fatti siano stati occultati, quali inventati e quali siano ricostruibili.

Non si tratta di esaltare la Resistenza titina, in nome di una qualche jugostalgia, né di nasconderne i crimini, ma di (re)inserirla all’interno della lotta internazionale (e internazionalista) al nazi-fascismo, di iniziare, allo stesso tempo, a denazionalizzarla assieme a quella italiana, mettendone in luce le pluralità e, in qualche modo, smitizzarle entrambe, de-eroicizzarle, per sabotarne la latente retorica bellicista. Si tratta di preservarne il ricordo, visto che «anche i morti non saranno al sicuro dal nemico, se egli vince»[11] e non lasciare che la ricostruzione fascista degli eventi rimanga maggioritaria, una ricostruzione che inventa un genocidio per occultare la partecipazione dei suoi progenitori politici a Shoah e Porrajmos, modellata da chi non vuole vedere il genocidio palestinese in corso, di cui è complice, che rivendica le politiche stragiste alle frontiere e quelle concentrazionarie dei centri di detenzione amministrativa.

  • Note

[1] Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia, in Id., Angelus novus. Saggi e frammenti, Einaudi, Torino, 1962, p. 77

[2] Valentina Pisanty, Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah, Bruno Mondadori, Milano-Torino, 2012, p. 89-90

[3] ivi, p. 49

[4] Sulla Foiba di Basovizza, cfr. Claudia Cernigoi, Operazione foibe a Trieste. Tra mito e storia, Udine, Kappa Vu, 2005; Id. La Foiba di Basovizza, La Nuova Alabarda, Trieste, 2011: https://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2012/01/la-foiba-di-Basovizza.pdf; Jože Pirjevec, Foibe. Una storia italiana, Einaudi, Torino, 2009

[5] Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia, in Id., Angelus novus. Saggi e frammenti, cit., p. 76

[6] Cfr. Andrea Martocchia, I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana. Storie e memorie di una vicenda ignorata, Odradek, Roma, 2011

[7] Rosanna Rizzi, Il Cimitero degli Slavi di Dušan Džamonja a Barletta, Politecnico di Bari – Facoltà di Architettura, Bari, 2003/2004: https://www.academia.edu/109464680/Il_Cimitero_degli_Slavi_di_Dusan_Dzamonja_a_Barletta

[8] ivi

[9] Eyal Weizman, Architettura forense. La manipolazione delle immagini nelle guerre contemporanee, Meltemi, Milano, 2022, p. 78

[10] Furio Jesi, Mito, Quodlibet, Macerata, 2023, p. 119

[11] Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia, in Id., Angelus novus. Saggi e frammenti, cit., p. 78

Oltre la diaspora. Storie di fantasmi

0

di Daniele Comberiati

Quello che segue è un estratto del primo capitolo del romanzo Oltre la diaspora. Storie di fantasmi uscito per Rubbettino. Nel libro si racconta la storia di Antonio, rimasto a vivere in Italia, mentre tutti intorno a lui partivano: Barcellona, Amsterdam, Stoccolma, i racconti dei suoi amici espatriati riempiono gli spazi ormai vuoti della sua città. Un giorno riceve una telefonata: il suo amico Livio, emigrato da tempo nel quartiere di Sant Andreu, a Barcellona, è sparito nel nulla. Ma Livio non è il solo ad essere scomparso: Silvia ad Amsterdam, Francesco a Stoccolma, e con loro molti espatriati italiani di cui all’improvviso non vi è più traccia. Antonio inizia così una ricerca impossibile, nei suoi affetti e nella diaspora italiana di ieri e di oggi, affidandosi a memorie personali e a documenti storici. Le lotte sociali di Barcellona all’inizio del secolo, con gli italiani che combattevano nei due fronti, fra gli anarchici e gli agenti infiltrati; la “rivolta degli spaghetti” nella Amsterdam del 1961, quando gli emigranti che lavoravano al porto pretesero cibo decente; i quartieri operai nella Stoccolma degli anni Sessanta e Settanta, un tempo ghetti e ora trasformati in quartieri di lusso. La fuga dei cervelli attuale si lega all’emigrazione storica, attraverso un viaggio nelle tre città che è destinato a non finire mai: perché chi è partito è già diventato altro e gli italiani che cerca Antonio, semplicemente, non esistono più.

Il treno che usciva da Torino percorrendo orizzontalmente la Francia meridionale era uno dei vanti della Rotschild. Quel modello spaccava l’Europa in due: Budapest, Vienna, Torino, Nizza, Barcellona, l’oriente e l’occidente, il nord e il sud del continente erano finalmente riuniti. Anno di grazia 1884, la locomotiva aveva una forma basica nella sua semplicità: macchina con quattro grandi ruote per ogni lato, un fumo nero denso che usciva dal fumaiolo (come una ciminiera…), il tender che sembrava scoppiare per quanto era pieno. Carbone, vapore, fumo, pistoni, cilindri: quel modello era il simbolo di un mondo che era già cambiato, ma an- che una testa di ponte, o un cavallo di Troia. I padroni lo avevano fatto costruire a operai malpagati e sfruttati, e ora proprio quegli operai lo avrebbero utilizzato per trasportare non le merci del capitale, ma le idee della rivoluzione.

Sono anni strani: in Francia un secolo prima c’è stata la rivoluzione, ma la gente continua a sentirsi sfruttata e a scendere in piazza. L’Italia è da pochi anni finalmente unita, eppure i contadini del sud sono poveri come prima, alcuni anche di più. Nelle fabbriche tedesche e inglesi, teoriche avanguardie della rivoluzione industriale, si fanno strada idee diverse, conflittuali, ma accomunate dal desiderio di cambiare, abbattere, andare oltre. Perfino i commerci olandesi e belgi sono in crisi: cominciano a circolare anche lì, apparentemente indistruttibili, i libri di Marx ed Engels, ma la cosa più strana è che questi libri per alcuni sono già vecchi. Bakunin ha passato diversi mesi in Italia a spiegare a operai e contadini che non c’è rivoluzione comunista che tenga se si continua a mantenere l’idea di Stato. Lo Stato, dice Bakunin, conserva i rapporti di potere, le gerarchie, lo sfruttamento. È la semplice sostituzione di una classe sociale con un’altra, per quanto maggioritaria. Ma è davvero questo che vogliamo, dopo una rivoluzione?

No, certo, o almeno non tutti. Molti militanti italiani sono frustrati. Hanno combattuto per l’unità nazionale accanto a Garibaldi pensando a Mazzini e credendo di cambiare il mondo. Si sono ritrovati Cavour, il massacro dei briganti e i Savoia. Alcuni, come Foscarini, sono ancora giovani. Hanno creduto in Venezia e si ritrovano Crispi che vuole invadere l’Eritrea. Hanno sognato l’internazionalismo e la caduta delle frontiere e si sono svegliati nel colonialismo di fine Ottocento. Per loro, come per Bakunin, la dittatura del proletariato è solo una dittatura. Nessuna delega, nessuna rappresentanza. Se la massa si ribella, la massa prenderà il potere. Foscarini è uno dei più accesi, nei dibattiti a fine turno nelle campagne emiliane: contro i padroni, contro il Re, ma anche contro il sindacato e contro il partito, ennesimi esempi di un potere centrale che vuole reprimere la forza del popolo.

Qualcuno ne parla a qualcun altro che aveva conosciuto per vie traverse Bakunin, o una cosa del genere. Anche nel movimento anarchico, sottili come steli d’erba ma ugualmente fastidiose nel solleticare la superficie del corpo, esistono le gerarchie. Magari non entrano nel sangue, ma segnano l’epidermide provocandole un ricordo fisico leggero ma non per questo più facile da dimenticare. È uno di questi “emissari” che lo contatta. C’è bisogno di te, in Europa. Ogni idea va amata, come una religione. C’è bisogno di gente che sappia trasmettere il Verbo. E tu, caro Foscarini, sei tra gli eletti.

Per questo su quel treno diretto a Barcellona, nella primavera del 1884, c’era anche il giovane italiano. E con lui decine di anarchici, socialisti, comunisti e -isti vari, pronti a portare testa, cuore e pancia nelle fabbriche catalane, dove si preparava – con toni epici – l’Esposizione Universale del 1887. E quindi cantieri, operai e padroni. E scioperi, boicottaggi, manifestazioni. Riunioni, scontri, rivolte.

Les nouveaux réalistes: Pino Lucà Trombetta

0

 

 

Verda
di
Pino Lucà Trombetta

1

Quando mi vidi riflessa nella porta a vetri del Bouillon Chartier sussultai: occhiaie scure, pelle spenta, capelli spettinati.
Ero uscita dalla Fondation Suisse, dove abitavo, nell’ovatta del sonno. Mi ero sforzata di leggere alcune pagine della Société post-industrielle di cui dovevamo parlare nel pomeriggio. Poggiai la testa sul libro per una ricarica che durò fino alle due e mezza. Ci volevano almeno quaranta minuti: fino al metro, poi linea 4, coincidenza; e di corsa in bd Montmartre. E dovevo rendermi presentabile.

Cercai il pettine nella borsa a tracolla.
Ma c’era Rocco che apriva la porta e mi fissava. Non volevo mi vedesse così. Mi sentii nuda.

– Mi sono addormentata leggendo Touraine – dissi.
– Non aiuta a star svegli – rispose lui ridendo.

Mi ripresi indugiando, nella parete a destra, sulle foto in bianco e nero dell’inaugurazione del ristorante a fine Ottocento. Non volevo confrontarmi subito con le teorie di Touraine sui movimenti sociali che non capivo, e con Arduino: all’ultimo incontro, voleva convincermi delle motivazioni di classe dell’invasione turca a Cipro.

Quando lo raggiunsi, si limitò a un grugnito senza smettere di far stridere il pennarello sulla tovaglia di carta. Fece gli ultimi ritocchi. Poi passò al film “La Ciociara” su cui voleva fare la sua ricerca.

– Parla dello sfruttamento capitalistico…
– Sempre quello – rise Rocco
– …dell’opposizione città e campagna, borghesi e proletari.
– Non è sempre lotta di classe – aggiunsi, per proteggermi soprattutto

Poi Rocco iniziò a spiegare il suo, di schema. L’aveva disegnato sulla tovaglia, accanto all’altro. Era su certe lotte di alcuni anni prima a Reggio Calabria per il Capoluogo. Fu interrotto dal cameriere con un grande vassoio in mano, col Beaujolais e le costolette, che li seppellì entrambi. Ci sedemmo.
Il tavolo era in una postazione rialzata che allargava lo sguardo. Le cappelliere d’ottone, i vetri in motivi floreali, l’orologio al centro della vetrata alludevano alle hall liberty di certe stazioni di Parigi. Ero arrivata da poco in città e m’immaginavo in sala d’aspetto, in attesa di un treno.

Mentre prendevo appunti, fra una patatina e un sorso di rosso, sentii un’euforia che da tempo non c’era. Al diavolo fondotinta e copri-occhiaie – mi dissi, aprendo un’altra pagina del block-notes – Qui valgo per ciò che ho da dire. E Cipro accende sempre l’interesse.
Loro due non sapevano cosa c’era stato e quanto mi riguardasse.
Alla fine proposi di scrivere io l’introduzione comune alle nostre ricerche.

Sul Boulevard ci salutammo. Si era fatto tardi. Arduino corse a raggiungere i compagni del collettivo. Io cercavo le parole, quando Rocco mi propose di tornare a piedi insieme alla Cité Universitaire.

2

Camminammo a lungo. Quando arrivammo alla Fondation Suisse erano le dieci. Lui volle entrare, con la scusa che è una maison storica. Gettonammo due baguette al distributore e sprofondammo nelle poltrone blu del salone, di fronte alla Peinture du silence che riempiva la parete.
Dopo, mi chiese di vedere dove vivevo.

Nel corridoio c’era una lama di luce sotto la porta. La lampada dello scrittoio era rimasta accesa. Sul tavolo La société post-industrielle aperto alle pagine che avevano accolto il mio sonno. L’aria viziata frenava il respiro. Avrei preferito trovarmi ancora di fronte all’affresco di Le Corbusier o prima, sotto le colonne dell’ingresso, e dirgli buonanotte.

Aprii la finestra.
L’umidità e il rombo lontano del Bd Periferique facevano emergere la camera dal suo isolamento.

– Volevo solo fuggire stamattina — dissi.
– Non stai bene qui?
– Non so… non è ancora il momento
– Non sei obbligata – replicò.

Rimase in silenzio.
Ma, a qualcuno dovevo dirlo, forse lo meritava, l’avrei capito dopo.
Un soffio piovoso bagnò la plastica trasparente del grammofono. Abbassai il vetro e schermai la lampada sul tavolo con un fazzoletto rosa. Nella penombra, mi disponevo a raccontare. Lui sedette nella poltroncina, mettendo sul letto i vestiti e la biancheria che c’erano sopra.

Cercavo un punto da cui iniziare.
Mi venne in mente la festa di Hanukkah, a fine anno, a Famagosta.

– Celebravamo, insieme alla Festa delle luci, la vigilia del matrimonio con Eli. Il mio fidanzato di Istambul.
– Non sei nata a Cipro… – interruppe Rocco
– Avevo raggiunto mio padre quando era rimasto vedovo. Per non abbandonarlo in un paese straniero.
– Poi?
– Ci furono le benedizioni cantate da Eli e da mio padre, gli amen entusiasti dei parenti. Io speravo solo che qualcosa interrompesse quella messa in scena. Mi venne in mente un terremoto che demolisse l’appartamento al piano sopra dove avrei vissuto da sposata.
– Nientemeno – commentò.
– Si, da un mese, dopo la scuola, andavo a casa di Yorgo, collega del liceo dove insegnavo. Aveva vent’anni più di me. Non sapevo come dirlo a mio padre e a Eli, a quel punto, ormai.
La mano tremava mentre, con la candela al centro, accendevo gli altri otto bracci. Ogni nuova fiamma avvicinava il punto di non ritorno.

Andai a bere dal lavandino intasato

– Non so perché te ne parlo.
– Puoi smettere… – fece lui, come prima.
– …Forse perché ne ho bisogno.

Tornai al mio posto.

– L’indomani mattina mio padre prima di uscire mi abbracciò stretta: grazie a me, si sentiva finalmente a casa su quell’Isola. Piangeva.
In quel momento decisi.
Scrissi la lettera, la lasciai sul tavolo in mezzo agli avanzi della festa e feci la valigia.

Rocco poggiò la testa fra le mani, protendendosi.

– A casa di Yorgo, mangiammo una torta di spinaci al sole, nel balcone e ci ubriacammo.
Verso mezzanotte, mentre finivamo la bottiglia di retzina, vidi dalla finestra, in fondo al molo, l’agenzia di mio padre illuminata.
C’era andato lo stesso, come se la lettera non l’avessi scritta.

Girai nella stanzetta aspettando che i battiti rallentassero.

– Ti annoio? – dissi per mascherare il rosso che sentivo in viso. – Questo è il primo tradimento: il mio.
– Ce n’è un altro? – chiese lui con un’ironia che mi alleggerì.

Sedetti sul letto, accanto alla poltroncina.
Non gli parlai dell’anno con Yorgo. Ripresi da quando i turchi arrivarono e portarono la guerra civile.

– Il liceo convocò un’assemblea per cancellare il mio corso di cultura turca. Yorgo mi assicurò che avrebbe lottato per me. Ma seppi che l’abolizione era passata all’unanimità.
Il primo pensiero fu: “me lo merito”.
Da un mese non c’era luce nell’agenzia di mio padre.
I turchi evacuavano la città.

Rocco mi raggiunse e mi massaggiò le spalle. Riempii i polmoni e mandai fuori l’aria, lentamente, guardando il linoleum verde striato del pavimento. Restammo così.
Poi propose di riordinare la stanza.

Estrassi il telo verde acqua dalla cassettiera: una delle poche cose che mi ero portata da Istambul. L’avevo comprato in un viaggio con mio padre nell’Egeo, prima di Cipro.
Lo stesi sul letto e appoggiai contro il muro i cuscini blu raccolti da terra. Lui intanto estraeva i capelli dal lavandino. Non volevo, ma lo lasciai fare.

Quando tutto fu in ordine, mi sentii leggera. Andai alla finestra e sollevai il vetro.
Il suono della notte riempì la stanza.
Lui stava sul letto allestito a divano.

– Meriti un regalo – dissi

Il 45 giri era sul piatto. Spensi la lampada sulla scrivania e lasciai che il bagliore giallastro ci avvolgesse. Lo raggiunsi.
Rocco voleva parlare. Per farlo tacere avvicinai la punta dell’indice alle sue labbra; la strinse fra i denti.
L’avevo ascoltata, in quei giorni. Era Across the Universe.
Però il ritmo regolare, gli accordi che il sitar faceva scivolare uno nell’altro risuonavano diversi, come le parole che rimandavano a estasi cosmiche, durature.

Quando il giradischi emise un gracchiare ritmico, aggiunsi:

– Mi aiuta… Chissà se anche per me niente potrà cambiare il mio mondo, come dice la canzone

Gli passai il foglio col testo che avevo trascritto e riavviai:

Le parole scivolano come gocce di pioggia
in una tazza di cartone.
I pensieri vagano come un vento irrequieto
nella buchetta delle lettere.
Jai guru deva om
Niente potrà cambiare il mio mondo.

– Frasi insensate — disse lui.
– No – obiettai – il messaggio è: se rinuncio a capire, capisco.
– Cosa vuol dire?
– È la sconfitta della mente che vuole spiegare, tutto.

Gli dissi che da due settimane frequentavo un monaco giapponese: Deshimaru che mi aveva dato il disco.
Lo rimisi. Entrambi sapevamo adesso che qualsiasi parola o pensiero avrebbe distrutto quell’istante: i Beatles che facevano convergere le emozioni; i bagliori e il sussurro del Périphérique, noi sui cuscini blu, concentrati sul respiro.

3

Alla fine l’avevo convinto.
Sedemmo, come gli atri, sui cuscini che ci eravamo portati. Deshimaru arrivò con la valigia arancione. Tirò fuori la statua del Buddha magro e dorato seduto su un grande fiore di loto. La sistemò su un tavolino. Accese accanto due lumini a olio e uno stecchetto profumato.
Disse poche parole. Poi spense le luci.
Durante lo zazen girava per la sala colpendo sulla spalla con un bastoncino piatto, quelli che gli sembravano distratti o assonnati. Alla fine, dopo quasi un’ora d’immobilità, ci mise in fila e camminammo, lentissimi lungo i muri della sala.
Era una delle due sedute settimanali che teneva al pomeriggio, nel seminterrato della Fondation Suisse.

Una volta disse, all’inizio, che lo Zen deve diventare una consapevolezza che illumina tutta la giornata del praticante. Qualcuno chiese se valesse anche per la sessualità.
Un calore salì alle guance. Mi girai: anche Rocco mi guardava.
Finita la camminata, salimmo nella mia camera.
Accesi un triangolo d’incenso e spensi il neon del soffitto.

L’imbarazzo fu breve.
Continuammo lo zazen a modo nostro nella luce della sera.
Mentre mi spogliavo mi accorgevo che il corpo era perfetto così: con le macchie marron delle lentiggini sulle braccia, la pelle sgranata del seno, i capelli sottili. E anche il suo: con le gambe denutrite, l’assenza di pettorali, il torace senza peli, da ragazzo.
Poi il dolore della penetrazione che si trasformava in piacere, gli alti e bassi dell’erezione, le sensazioni mutevoli generate dalle mani sulle diverse parti del corpo.
L’energia che spingeva a concludere in fretta, la riversai nei movimenti lenti, irregolari, nell’odore di sudore che si mescolava all’incenso, nei bisbigli che ci accompagnavano.
Andavamo avanti, senza le aspettative che minavano gli incontri con Yorgo, finché c’era desiderio ed energia.
Alcune volte ricominciammo dopo la cena al Resto U.

4

Quando Rocco bussò, stavo rimettendo a posto i cuscini e la coperta della seduta con Deshimaru. Da dieci giorni non veniva allo zazen.
L’avevo invitato. Volevo che vedesse come avevo sistemato la stanza.
Dopo i baci sulle guance aspirò il profumo dall’incensiere che avevo piazzato sotto la finestra, accanto a un piccolo Buddha e un bonsai fiorito. Guardò la struttura di bambù che nascondeva il neon al soffitto, il paravento di carta di riso davanti al lavandino, le nuove fodere dei cuscini.

– Se penso com’era… – disse girando per la stanza
– Il primo passo è la cura dell’ambiente…
– È un miracolo
– Iniziato quando, invece di scappare, mi hai aiutato a ordinare.

Gli parlai delle ultime sedute, anche se erano uguali alle altre.
Lui non parlava. Tracciava solchi concentrici col piccolo rastrello nella vaschetta di sabbia rosa che avevo messo sulla scrivania.
Indifferente.

– Perché non sei venuto? – dissi.
– Touraine mi ha fatto riscrivere il progetto sulle lotte per il Capoluogo.
Non so più se Reggio sia una società post-industriale. Se vale la pena andare avanti…
– Lasceresti il seminario?
– Sarebbe meglio, forse.
– …lo zazen?
– Toglie tempo al lavoro.

Aggiunse altre cose.
Una parte di me cercava un senso nelle parole. L’altra, sapeva che c’era altro.
Avevo iniziato a vedere la stanza coi suoi occhi e mi sbagliavo. Mi sentii stupida ad aver comprato il paravento, il pannello di bambù e tutto il resto. Mi alzai; sollevai il vetro della finestra e guardai gli studenti che uscivano dalle Maison per andare in mensa. Come ogni sera. Ci restai un po’ prima di chiudere.
Nella stanza, l’odore d’incenso non mi trascinava nella dimensione che conoscevo. Il silenzio era intollerabile. Spensi il bacchetto, aprii il grammofono e misi sul piatto il disco della prima volta; dall’altro lato: The Long and Winding Road.
Allargai il braccio e appoggiai la puntina dove iniziavano i solchi.
Gli diedi il foglio col testo e mi distesi anch’io sul copriletto verde acqua.

La disillusione si scioglieva nelle armonie e nelle strofe della canzone che parlano del vano desiderio verso qualcuno che non risponde:
Mi hai lasciato qui ad aspettare, tanto, tanto tempo fa.
Rocco volle riascoltarla.

Poi mi abbracciò con una frenesia che non conoscevo.
Per un po’ l’illusione di essere ancora voluta, gli consentì di insinuare la mano sotto il maglione. Ma, cosa voleva? Io ero quella che si abbandonava dopo lo zazen. Non il corpo inerte che cercava di possedere.
Mi allontanai:

– Mi fai pena – dissi riallacciando il reggiseno – vorresti far l’amore con me, ma non puoi più.

Dopo pochi minuti uscì.

Non l’ho più rivisto.

Ricevetti poi la lettera.
Che mi aiutò a capire, e dimenticare.

5

Bologna, 19 aprile 1975

Ciao,

da un mese quell’ultimo incontro mi perseguita, ogni volta con una sfumatura dello stesso dolore.
Notai tutto: il separé, il bonsai, l’albero della vita, la cassetta con la sabbia. Li toccai. Ognuno produceva una fitta al cuore

E poi i Beatles.
Quel lamento senza orchestra, all’inizio.

La strada lunga e tortuosa che conduce alla tua porta
Non scomparirà mai. L’ho già vista quella strada.

Mi riconoscevo.
È un loop: quando lui si avvicina alla fonte del desiderio, una forza ostile lo porta indietro. Somigliava a un sogno che facevo da quando il mio professore, in Italia, mi aveva detto di aver ottenuto per me un posto nella sua università. Non potevo rifiutarlo.
C’erano isole fantastiche nel mare piatto e case meravigliose sull’arcipelago. Potevo prenderne una. Ma qualcosa lo impediva: era occupata, stava crollando, aveva stanze piccolissime. Se l’avessi avuta, sarebbe stata un riparo, definitivo,

dalla pioggia che lascia pozze di lacrime:
il pianto di un giorno intero.

Quella musica mi illudeva che l’obiettivo fosse vicino: possedere te, sdraiata accanto sul telo verde acqua. Come se tu potessi rivitalizzare, per miracolo, l’esistenza parigina che si sgretolava.
Ti accarezzai. La tua pelle morbidissima s’insinuò fra le dita quando raggiunsi il seno.

Ma hai fatto bene a cacciarmi.
Non era te che volevo. Era tutto quello che non sapevo trattenere.
Il seminario, Deshimaru, la Fondation Suisse; la biblioteca con la vetrata insonorizzata su Bd Raspail che faceva somigliare i flussi di traffico al semaforo a branchi di pesci in un acquario. Svanivano; come quei sogni carichi di eccitazione di cui, al risveglio, si ricorda solo che non sono veri.

Mentre tornavo alla Maison d’Italie, nell’aria che gelava le orecchie, mi resi conto di aver percorso per intero la strada lunga e tortuosa: l’alternarsi di desiderio e disperazione, della canzone dei Beatles.

Coraggio.
Forse non ne hai bisogno.
Lo dico a me.

Rocco

Napoli infinita

0

(È da qualche mese in libreria “Napoli infinita”, il libro che raccoglie le escursioni, reali e sentimentali, di Davide Vargas nel cuore di Napoli. Pubblico qui di seguito uno dei suoi racconti urbani, consigliadovi di leggere gli altri 349 presenti nel libro pubblicato da La nave di Teseo)

La biblioteca del Pimentel Fonseca

di Davide Vargas

Il portone è aperto e il richiamo è troppo forte. Non sono mai entrato e c’è aria di famiglia, ricordi ovviamente. In un paese ancora devastato dalla guerra una giovane donna con gli occhi bassi partiva in treno verso l’emancipazione, sulle panche dei vagoni da tradotta conobbe un giovane più spavaldo, si amarono e divennero i miei genitori. Nella mitologia familiare questo viaggio dalla piazzetta di provincia verso il primo Istituto Magistrale di Napoli intitolato a Eleonora Pimentel Fonseca sorretto da una tenace volontà assumeva ad ogni racconto come per i pionieri l’alone di conquista di un territorio più fertile. Via Benedetto Croce all’imbrunire è ormai invasa dall’aria natalizia. All’ingresso, nella cornice del portale, un gruppetto di giovani in divisa fa accoglienza, una ragazza vede la mia indecisione e si offre di accompagnarmi alla biblioteca, ne vale la pena dice, è bellissima. E così entro passando sotto un festone che pende al cancello dopo il portone, percorro il lungo androne e salgo lo scalone. Allo smonto si apre un lungo corridoio ma la mia guida continua a salire. Il secondo rampante sale costeggiando il bugnato a punta di diamante della chiesa del Gesù Nuovo confinante con il convento. Il pianerottolo è la prima tappa. Un grande finestrone inquadra Santa Chiara e puoi vedere il rosone a tu per tu, una vista frontale, senza alzare la testa per capirci. Le luci della città distendono sul paramento tufaceo della chiesa un unico tono dorato, muto e irreale, il vociare della strada qui non entra. Il corridoio superiore è una lunga galleria bugnata interrotta dai fiocchi delle volte. Immagine potente, è la cifra di una città stratificata, dove il nuovo si accosta al precedente, si sovrappone, ne interseca la trama senza mai cancellare del tutto la preesistenza. I ragazzi si trattengono e fanno capannelli con gli insegnanti ed è un bel vedere. Ecco la biblioteca. Una porta di ingresso imponente decorata da pannelli di legno intagliato introduce in un ampio locale rivestito dall’apparato decorativo settecentesco, scaffalature di gusto naturalistico, pavimento marmoreo con intarsi dello stesso colore del legno. La libreria ricopre per intero le pareti lasciando liberi solo i vani delle finestre, il primo ordine scandito da lesene termina con un ballatoio che gira intorno con la sua balaustra rigonfia e traforata, fogliame animali e medaglioni si intrecciano come un unico festone continuo. I libri non ci sono più e gli scaffali sono vuoti. Su tutto la volta affrescata dal Sarnelli nel 1750, chiara e luminosa. Siamo nell’insula dei Gesuiti che giunsero a Napoli alla metà del Cinquecento e fondarono il convento del Gesù Vecchio in cui si provvedeva all’educazione dei giovani. La storia va avanti per ampliamenti successivi favoriti dallo stretto rapporto tra potere politico e religioso, fino alla fondazione della Casa professa. L’espansione dei conventi portava la conseguenza della penuria di spazi verdi e abitazioni. Ma nella Casa professa c’era veramente bisogno di spazi, si curavano le anime e alla fine del Seicento si contavano cinque oratori con sagrestie annesse. Nel vicino Liceo Genovesi la volta dell’antico oratorio dei Nobili è affrescata da Battistello Caracciolo e l’androne di ingresso era l’antica sagrestia decorata con nappe festoni e girali del tardo Seicento. Il liceo Pimentel Fonseca è noto anche come Casa professa. Eleonora Pimentel Fonseca faceva parte dell’élite culturale napoletana impregnata di idee liberali, curò la pubblicazione del “Monitore napoletano” che fu il primo giornale politico e civile della città. Salì al patibolo in piazza Mercato dopo aver assistito senza cedimenti all’esecuzione di tutti i compagni arrestati, qualcosa come le esecuzioni naziste quando Priebke chiamava a nome uno a uno i prigionieri che faceva fucilare. Il contegno degli uomini del ’99 davanti alla morte fu il riscatto eroico rispetto alle ingenuità rivoluzionarie, a tutt’oggi sono un punto luminoso di idee e impegno morale nella nostra storia. È bello che un luogo dell’educazione porti l’utopia del suo nome. Quando esco le ragazze in divisa mi salutano, la sera è tiepida e la strada si è ancora di più affollata. Una zingara si avvicina alle donne offrendo ciondoli a forma di corno e una promessa di protezione contro il malocchio. La guglia dell’Immacolata in prospettiva è una specie di faro, secondo tradizione l’8 dicembre un vigile del fuoco salirà con una scala telescopica e offrirà come ogni anno un fascio di rose alla statua in cima. Il portale in piperno del liceo, alto e solenne racchiude nella cimasa curvilinea l’epigrafe in memoria della Principessa di Bisignano e i grandi finestroni ai lati emettono una luce bianca come lanterne fuori scala.

Davide Vargas, 6 dicembre 2022

 

Scampagnata

0
Foto: Archivio storico nazionale Cgil

di Lucia Mancini

Stamane mi son dovuto alzare presto perché io e i miei amici abbiamo una scampagnata. Non è che è una cosa solo di sfizio, io e i miei amici ci siamo trovati questo mestiere qui e oggi c’abbiamo da accompagnare i villeggianti su per i monti che altrimenti quelli in mezzo ai nostri boschi e con questi paesini tutti uguali mica se la riescono a sbrogliare da soli. Ma non è solo un lavoro. I miei amici dicono che lo fanno per convinzione. Lo dico pure io, ma non lo so mica se è davvero così. Non sono il più sveglio della covata, lo so e non me ne faccio un cruccio. Nemmeno i miei sanno perché sono così, forse per colpa della caduta o della brutta febbre che ho avuto da fantino. Oppure così ci sono proprio nato e non ha senso cercare colpe. Comunque, se non era per i miei amici me ne starei in un canto della piazza a giocare coi tollini o a suonare l’organetto, invece ora ho un compito importante: suonare l’organetto alle scampagnate dei villeggianti.

Quando ci sono queste scampagnate, per prima cosa ci troviamo noi amici in piazza, non quella davanti casa mia, anche se è la più vicina al loro alloggio, ma quella vicino a casa di Lauretta, perché anche se è una femmina è lei il nostro capo. Non ce lo diciamo, però sappiamo tutti che è così.

Di solito sono sempre io il primo ad arrivare, invece stamane Lauretta è già giù. Anche se andiamo in montagna e ci sarà da camminare e da tribolare si è messa tutta precisa e ordinata, con la gonnellina nera e le calzine e la camicina bianca. Chissà come se la riduce quella camicina dopo la caccia. Non so se i vestiti se li lava lei e se glieli lava la su ma. La mia, dopo la prima scampagnata, si è messa a piangere e ha detto che quello scempio me lo dovevo sistemare da solo. Poi è scappata a chiudersi in camera. Io ero fuori al fontanile in strada e la sentivo urlare e singhiozzare dalla finestra aperta e francamente mi è sembrato un po’ esagerato per una camicia e un paio di calzoni. Ma visto che il babbo non c’è e le mie sorelle sono sposate, in casa siamo rimasti solo io e lei e per quieto vivere da allora ai miei cenci ci penso da me.

Ma perché sto parlando di cenci sporchi e dei problemi con la me ma? Il fatto è che io sono così, mi si attorcigliano i pensieri e perdo il filo.

Lauretta si è messa anche due fermagli sopra le orecchie per tenersi i capelli in ordine, li porta corti e un po’ gonfi, come le donnine del cinematografo. Ha pure la borsetta. Dentro ci porta un borsello, un fazzoletto ricamato e una scatola di fiammiferi. Lo so perché una volta me l’ha fatta tenere. Lauretta fuma, ma le sigarette non le ha: ha solo i fulminanti perché così può accendere la sigaretta agli altri e chiederne una in cambio. Non è un cambio molto vantaggioso, per gli altri dico, ma a lei riesce sempre. Se ci provassi io mi riderebbero in faccia. Ma tanto io non fumo, che quando c’ho provato mi sono sentito un rospo in gola. I miei amici hanno riso, ma non mi hanno preso in giro. Loro non mi chiamano infelice, idiota o mentecatto o con altre brutte parole come gli altri ragazzi. È per questo che a loro ci voglio bene e faccio tutto quello che mi dicono.

Lauretta è nervosa e batte il piedino sul selciato. Tiptiptip. Io ci dico solo buongiorno perché so che di prima mattina è inversa e oggi è davvero presto, manca un’ora all’alba. Anzi, no, secondo me è ancora più prima perché il cielo è nero nero. La me nonna diceva che il mattino c’ha l’oro in bocca, ma secondo me quello di Lauretta c’ha il fiele.

«Dove diavolo sono finiti gli altri?»

Io mi gonfio tutto perché Lauretta non mi parla spesso. È perché sono un po’ lento mentre lei è veloce.

«Arrivano, arrivano. Hanno fatto solo un po’ tardi.»

«Dovrebbero essere già qui» fa lei. Ma mi sa che stavolta non è arrabbiata, sembra preoccupata. Si morde pure una pellicina e lei non lo fa mai perché le mani delle donne non devono essere da contadina e non devono avere le unghie mangiate. Lo ha detto una volta e io me lo ricordo ancora perché sto attento quando parla lei. «Spero che i bastardi non li hanno presi.»

Ah, ecco perché è preoccupata. Lei sì che è intelligente, io non ci avevo punto pensato ai bastardi.

Ma i bastardi questa volta non c’entrano perché dall’angolo della piazza spuntano Otta’, Miglio e quel lungaccione di Durante. Portano tutti a tracolla uno schioppo per la caccia, mentre io a tracolla c’ho l’organetto.

Lauretta mi prende per il braccio e mi trascina dagli altri e mi ribolle il sangue, perché lei non mi tocca mai.

«Cecco è più affidabile di tutti voi messi insieme.» Si mette le mani sui fianchi e mi sembra ancora più carina. Un po’ perché così si vedono di più le puppe, un po’ perché mi ha fatto un complimento. Ma non ha tempo di rampognarli perché si rischia di fare ancora più tardi coi villeggianti, che quelli sono buoni e cari, ma sull’organizzazione non sentono ragioni. E così corriamo a rotta di collo e ci fermiamo solo all’angolo prima del loro alloggio così possiamo tirare il fiato e sistemarci perché noi ai villeggianti ci facciamo da guida e li aiutiamo, ma loro devono capire che siamo loro pari, che non scattiamo sull’attenti appena schioccano le dita. Per tutta la corsa sono rimasto un metro dietro a Lauretta, così con la gonnellina che saltellava ci ho guardato per tutto il tempo le cosce. Sarò pure lento, ma per certe cose sono furbo.

Lauretta apre la borsa e piglia uno specchietto. Ecco, prima mi sono dimenticato di dire che nella borsetta ci tiene pure quello. Comunque piglia lo specchietto e si mette il rossetto. Il rossetto non se l’era messo mai, quindi non ero tenuto a sapere che aveva pure quello. È buffa, sembra che si è sporcata con la pomarola, ma questo non lo dico perché mi sa che per lei invece è importante quel rossetto, che poi chissà dove l’ha trovato. Comunque quando si è rimessa in ordine ci passa in rassegna. Sistema la camicia di Miglio, il fazzoletto di Durante e poi si lecca una mano per abbassare il ciuffo di Otta’, che capelli così sgrendinati non ce li hanno nemmeno i bastardi. A me non sistema niente e un po’ mi dispiace, però non devo rimanerci male, significa che andavo già bene, no?

Ci fa cenno e svoltiamo l’angolo. Lauretta per prima. Otta’, Durante e Miglio dietro e io per ultimo. I villeggianti sono già tutti sulle camionette e ci urlano qualcosa. Certo che campano male questi, anche se stanno in villeggiatura sono sempre neri. Il capo dei villeggianti ci viene incontro e gesticola come un matto. Durante, che parla un po’ della loro lingua ed è diventato amico del loro cuoco che gli passa sottobanco qualche lattina di latte condensato e di carne, una volta mi ha detto che i villeggianti ci prendono in giro perché parliamo forte e gesticoliamo tanto con le mani. Mi ha fatto pensare a quella storia che raccontano i preti sulla trave e il ruscello, perché francamente come urlano e gesticolano questi qui io non ho visto mai nessuno dalle nostre parti.

Comunque Lauretta ci dice qualcosa, pure lei parla un po’ della loro lingua, ma questo non stupisce perché lei impara sempre tutto quello che c’è da sapere. E quello subito si calma. Sbuffa un po’, questo sì, però è tranquillo. Ci fa montare sul cassone delle camionette, insieme ai villeggianti. Io e Lauretta siamo insieme, uno di fronte all’altra. Durante e Miglio, che conoscono meglio la strada, sono saliti di fianco a due autisti mentre Otta’ è finito su un altro cassone. Poveretto: è da solo e non capisce niente, quindi può solo dormire o guardare il panorama. Non può nemmeno giocare a carte perché magari loro giocano con regole diverse e possono pensare che li vuole gabbare.

Partiamo. Le camionette tossicchiano e borbottano, mi ricordano il rumore del paiolo con la zuppa. Usciamo dalla città e cominciamo a salire su per i monti. Il cielo è scuro, ma le montagne cominciano ad avere un po’ di aureola quindi significa che l’alba si sta avvicinando.

Le strade sono messe male. Erano bruttine pure prima, però adesso con i botti di questi e i botti di quelli sono tutte un crepaccio e sul cassone ballonzoliamo come patate in un sacco. Era pure divertente se potevamo buttarci di qua e di là seguendo le curve o saltando quando la camionetta prendeva una buca. La prima volta che sono partito per una scampagnata facevo proprio così e continuavo a buttarmi contro il mio vicino che però non era tanto simpatico e mi ha subito urlato: «Capù». Aveva uno sguardo così arrabbiato che mi sono fatto piccolo piccolo e per tutto il viaggio me ne sono stato buono buono abbracciato al mio organetto. È stato a quel punto che mi sono accorto che sul cassone della camionetta i villeggianti stanno buoni buoni e fermi fermi, e mi è tornato in mente quello che ci dice sempre Lauretta: «Se non sapete cosa dovete fare, guardate gli altri». E in effetti funziona sempre.

Un po’ devo aver dormito perché adesso siamo molto più in alto, il cielo è rosa e ho il mento tutto sbavato. Lauretta scherza con il villeggiante vicino a lei. Ha le gambe un po’ allargate e ci vedo le mutandine. Al ritorno se le toglie e si allontana con uno dei villeggianti. Forse il fortunato di oggi è lui. Mi sa che i ragazzi ci piacciono biondi e col naso piccolo, ma chissà, magari quando i villeggianti se ne tornano a casa deve farsi andare bene i bruni col nasone. Una volta, dopo una scampagnata, l’ho vista con un villeggiante. Erano appoggiati alla camionetta e lui aveva i calzoni alle ginocchia. Lo sapevo che mi sa che me ne dovevo andare, però lei mi ha visto e non si è arrabbiata. Anzi, si è messa a guardarmi e a miagolare più forte e a quel punto mi sono toccato. Di solito cerco di resistere perché è peccato e la Madonnina piange, ma quella sera lì non ce l’ho proprio fatta. La notte mi sono sentito tanto in colpa che continuavo a girarmi nel letto e non riuscivo a dormire. La mattina, di buonora, sono andato a confessarmi. L’ho detto subito ed ero tutto preoccupato perché pensavo che don Martino s’arrabbiava. Ma don Martino è stato zitto. Io ho contato aspettando che mi sgridava, sono arrivato a quarantasei però non ho cominciato subito, quindi era di più. Invece lui mi ha chiesto: «E non devi dirmi altro?». Io ci ho pensato e ho detto di no, che la me ma non sapeva niente perché i vestiti della scampagnata me li lavo da solo, e che comunque ero molto dispiaciuto e non lo facevo più. Ed è stato a quel punto che don Martino si è arrabbiato. È uscito dal confessionale, mi ha tirato per un braccio che credevo che me lo staccava e mi ha buttato fuori dalla chiesa. Ha detto che, povero di spirito o no, lui lì dentro non mi ci voleva vedere mai più e che l’unico peccato della me ma era che non mi avvelenava la minestra, che Gesù Cristo l’avrebbe perdonata. Ci sono rimasto male, ma mica perché si è arrabbiato, lo sapevo che avevo fatto una cosa che non si fa e infatti ce l’avevo detto subito. Ci sono rimasto male perché non ha accettato le mie scuse e voleva farmi confessare altre colpe che però io non avevo, perché non avevo dato incomodo alla me ma. Comunque in chiesa non ci sono più tornato, anche se adesso don Martino non c’è più. Ci hanno sparato in testa una settimana fa, è morto in mezzo alla piazza. La testa ci è esplosa e quello che c’era dentro si è tutto streminato per terra. Io ho detto: «Sembra un cocomero spiaccicato». Ho copiato quello che aveva detto Miglio a una scampagnata, solo che quando l’ha detto lui tutti hanno riso, mentre quando l’ho detto io la me ma è scappata a casa e quelli che stavano portando via il corpo di don Martino mi hanno guardato male. Forse perché mi sono sbagliato e ho detto «spiaccicato» invece di «spappolato», che se dicevo «spappolato», come aveva detto Miglio, magari faceva ridere. Comunque sono stati tutti molto cattivi. Uno ha detto che gli idioti come me andrebbero affogati da piccoli, come si fa con i gatti. Un altro che il mio babbo, a sapermi così, moriva di crepacuore. Che poi anche lì, è difficile capirli. Prima tutti mi tiravano i sassi e mi prendevano in giro perché el me ba è al confine, mentre ora dicono solo «povero il tu babbo». Comunque ce l’ho raccontato ai miei amici e loro mi hanno detto di non preoccuparmi, che si prenderanno cura di me, ed è per questo a loro ci voglio così bene.

Mi sa che siamo vicini perché il monte col nome d’uccello è proprio qui, el me ba me ci provava a insegnarmi i monti ma io sono poco buono coi nomi, non mi ci vogliono rimanere nella testa. Anche questo fiumiciattolo lustro qua di sicuro el me ba me l’ha detto come si chiama. Per questo il maestro a scuola mi bacchettava le mani e mi mandava dietro la lavagna, mettendomi in capo il cappello d’asino. Anche con le persone c’ho lo stesso problema, devo vederle spesso e allora sì che i nomi me li ricordo. Come per i miei amici.

La nostra camionetta, quella di Miglio e quella di Otta’ si ferma, mentre quella dove c’è Durante a guidare l’autista prosegue insieme ad altre due. L’importante, quando si fanno queste scampagnate, è la panificazione, l’ho sentito dire a Lauretta. Bisogna che i villeggianti si fermino in due punti e poi piano piano si vengano incontro per trovarsi a mezza via, perché così i polli e i bastardi non possono scappare e la caccia è più grossa. Però ieri diceva che secondo lei di bastardi oggi ce ne toccano pochi, solo polli, perché di sicuro quelli hanno sentito la storia della santa e sono scappati. Devono avere l’orecchio fino questi bastardi perché sentono sempre storie che io non conosco. Comunque ha detto che noi e i villeggianti ci faremo andare bene quello che troviamo, e questa è una grande dimostrazione di saggezza. La me nonna me lo diceva sempre che si campa bene solo se ci si accontenta.

Smontiamo e ci raccogliamo all’inizio del paese. È un paese come ce ne sono tanti in queste montagne qua e infatti io non so proprio come facevano a sbrogliarsela da soli i villeggianti se non c’eravamo noi a indicarci la via. Be’, lo so che la via ce l’hanno indicata Otta’ e Durante, non voglio fare la parte di quello che si prende i meriti degli altri, ma come dice Lauretta noi siamo una cosa sola, come le dita di una mano, e quello che fa uno è come se lo avessero fatto gli altri, e se qualcuno fa qualcosa a uno di noi è come se l’avesse fatta a tutti. Noi siamo più di una famiglia, siamo amici. I parenti non si scelgono, gli amici sì.

I villeggianti scaricano l’attrezzatura, sono tutti bardati, chissà che caldo sentono. Quando siamo tutti pronti Lauretta mi fa un sorriso e con un gesto del capo mi incoraggia a partire. Eh sì perché questo è il mio momento e lei si è impegnata tanto a strappare il permesso al capo dei villeggianti, dice che è il nostro numero distintivo. E così io mi incammino per l’unica via del paese con tutti dietro e attacco a suonare l’organetto. Lauretta dice che così tutti capiscono che siamo noi e che cosa ci sta per succedere perché nessun altro ha un suonatore di organetto che accompagna le scampagnate. Dice che così cominciano a farsela sotto prima ancora di vedere gli schioppi. Capito? Il numero distintivo sono io, sono io che faccio capire che siamo noi! Non ero mai stato così importante per nessuno. E allora io do sempre il meglio quando suono. A dire la verità non è che mi costa tanta fatica, perché suonare è l’unica cosa che mi è sempre venuta, mi basta sentire una musica che subito la so rifare. Dipenda che c’ho l’orecchio soluto. El me ba se n’è accorto quando ero piccino ed è stato lui a comprarmi l’organetto. La me ma mi rinfaccia che lui non ha mangiato un mese per comprarmelo e che ora lo uso per sviolinare quelli che l’hanno mandato al confine, ma mica sono stati i miei amici a mandarlo via e mica suono un violino. Comunque nel silenzio del primo mattino con il cielo ancora rosa e il ruscello che cinguetta io attacco a suonare e la musica del mio organetto riempie il paese, rotolando contro i muri e rimbombando. Cominciano a sentirsi dei rumori che vengono dalle case, ma non è che capisco mai bene, perché sono concentrato a suonare e a camminare, perché ci manca che inciampo proprio sul più bello.

Il mio momento non dura mai tanto, però non so se è davvero così perché quando suono mi sembra che il tempo passa in fretta. Poi i villeggianti cominciano a fare baccano: prendono a calci le porte, entrano nelle case ed escono trascinando i polli per i capelli. E qui secondo me sono un po’ esagerati perché vabbè che i polli sono stupidi, però magari se ce lo chiedi gentilmente escono pure da soli. Ma forse loro ce l’hanno chiesto e quelli non ne hanno voluto sapere e allora i villeggianti sono stati costretti a fare così, io questo non lo so perché sto sempre fuori e faccio avanti e indietro coll’organetto. Qualche sparo c’è subito, ma pochi, mica come dopo. Comunque i botti fanno scappare gli uccelli e comincia il finimondo. La gente esce per strada e cerca di scappare, di andare nei boschi e su per i monti. Mi sa che aveva ragione Lauretta, sono quasi tutte donne e vecchi. E poi ci sono i fantini e gli storpi. Però non bisogna farsi ingannare perché magari non sono bastardi però sono loro amici. Qualche giorno fa i villeggianti avevano preso una ragazza. Non era una bastarda, ma credevano che sapeva qualcosa. Magari ci era amica o magari era una loro stufetta. Che poi anche i bastardi sono un po’ polli, che bisogno hanno di una stufetta ad agosto? Ma ora non devo perdere il filo, che mentre suono mi fa bene raccontarmi le storie. Insomma, i villeggianti avevano preso questa fanta e l’avevano portata al loro alloggio. Era pomeriggio e io e i miei amici eravamo lì fuori. Durante e Lauretta fumavano, Miglio e Otta’ no perché non erano riusciti a farsi offrire una sigaretta e per questo erano un po’ inversi. La ragazza era tutta altezzosa e quando ci ha visto ci ha sputato contro. Io ci sono rimasto male perché non la conoscevo, e che bisogno c’è di essere cattivi con qualcuno che non conosci? Miglio però si è messo a ridere e ci ha urlato dietro: «Brava, brava, mo ci pensano loro a farti la festa». I villeggianti l’hanno portata fuori che era quasi il tramonto e io me ne stavo giusto andando perché la me ma non mi fa mangiare se arrivo tardi. Lei era tutta disordinata e un po’ traballante, sembrava briaca. È mezzo inciampata e un villeggiante l’ha riacchiappata per un braccio, lei però ci ha dato uno schiaffo e sembrava che piangeva. A quel punto io ci ho urlato: «Guarda che mica erano tenuti a farti la festa!». Perché a un certo punto ai maleducati bisogna dirlo che sono maleducati. I miei amici si sono girati tutti verso di me e sono scoppiati a ridere, e hanno battuto forte forte le mani. Al che la fanta mi ha guardato e ha detto: «Tu sei quello che mi fa più schifo di tutti». E se n’è andata. E a me il dubbio che la conoscevo è venuto, perché altrimenti come faceva a dire così? Ma Lauretta mi ha detto che noi siamo famosi e ci conoscono tutti: «Noi siamo quelli dell’organetto». E allora io penso che el me ba sarà orgoglioso che il su figliolo è diventato famoso coll’organetto che ci ha regato lui.

Le donne corrono per strada, urlano ai bambini di nascondersi dove sanno. I proiettili fischiano. Sono sempre un gran casino queste cacce. Lo so che casino è una brutta parola e non la dovrei usare, però ogni tanto nella mia testa mi scappa. Io non so perché ci insegnano che ci sono le brutte parole che non vanno usate e quando andavo a confessarmi da don Martino e ci raccontavo delle brutte parole che mi dico nella testa lui non sembrava curarsene e voleva sapere di altri peccati che però non avevo fatto. Perché oltre alle parole brutte e a quella cosa di Lauretta che ora non voglio ridire perché altrimenti mi distraggo, io di altri peccati non ne ho mica sulla coscienza. Avrei voluto chiedercelo a don Martino, ma lui mi ha cacciato e adesso non c’è più.

Durante spara alla testa alle donne e Lauretta si arrabbia, dice che è meglio se prima di ucciderle si spara ai loro figlioli così quelle urlano e si disperano, che così è più divertente. I villeggianti hanno radunato una ventina di vecchi e storpi contro una parete e ci hanno montato davanti un treppiede. Grande macchina, quella! Con una sventagliata falcia tutti, quando vengono colpiti i corpi fanno una specie di balletto tipo burattini e rimangono in piedi finché il treppiede non smette di sputare proiettili, poi si afflosciano e finiscono per terra. Alla fine sono tutti così scomposti e mischiati che sembrano una brancata di rumenta. L’unica cosa che non mi piace del treppiede è il rumore. È troppo forte e dopo mi sembra di sentire tutto ovattato, ho paura che non mi fa bene all’orecchio soluto, che è l’unica cosa che ho. Ma Lauretta dice che il bello è proprio quello, e allora mi sa che sono storto io.

Miglio ha preso per la collottola una ragazza e la sta portando in casa, mi sa che ci vuole fare la festa. Io non lo so come fanno a sapere quando è il compleanno o lo nomastico delle ragazze per farci la festa, ma è per questo che non sono il più svelto della covata, ma non mi lamento: a me basta sapere che devo correre un metro dietro a Lauretta e che mi devo sedere davanti a lei sul cassone della camionetta.

Comincia a sentirsi odore di bruciato, mi sa che i villeggianti hanno portato pure lo sputafuoco. Ecco quello non mi piace per niente, mi fa paura. Però me lo tengo per me perché Lauretta dice che è saltante, e Miglio dice sempre che i polli hanno proprio l’odore dei polli.

Lauretta ha preso una donna che stringe in braccio uno fantino piccolo piccolo e viene verso di me. La donna cade in avanti e boccheggia, Lauretta si gira e questa volta si arrabbia proprio con Durante perché lui lo sapeva cosa voleva fare. Gli va contro a brutto muso e ci dà pure uno schiaffo. Durante dice a Lauretta che dovrebbe accontentarsi di ammazzarli, e Lauretta dice a Durante che così lui toglie tutto il divertimento. Che poteva essere il brindisi di quella sera, perché lei brinda sempre al pollo che ci dà più soddisfazione. Stanno litigando e a me non piace proprio perché noi siamo amici e gli amici si devono voler bene. Comunque Lauretta rivolta il corpo della donna, prende il fantino che è piccolo piccolo perché è ancora in fasce e dice qualcosa all’orecchio del fortunato di oggi. Quello ride. Lei allora lancia in aria il fantino e quello ci spara contro. Il bambino esplode come un uovo e cade a terra. Io non lo so come mi sento, e non mi piace quando succede così, mi sembra sbagliato. Ma io non ho fatto niente quindi posso stare tranquillo. E poi Lauretta sa quello che fa, e questi polli hanno aiutato i bastardi che hanno ucciso dei villeggianti e che vogliono cacciare il caro duca, soffrire l’ordine stituito, bruciare le chiese e far venire baffone. E non va mica bene. È per baffone che el me ba è al confine, se non c’era lui, el me ba rimaneva con me.

Comunque io continuo a fare su e giù per la via coll’organetto. Le mani cominciano a essere stanche, mi fanno male le dita, però non posso mollare mai. «Boia chi molla» dice il duca e lo diciamo anche noi amici. E perciò continuo con le quadriglie, i valzer e le porchette. Ogni tanto pure le canzoni che canta Otta’: Baciami piccina, Maramao e Falcetta nera. Quando proprio le dita sono pesanti pesanti vado coi ritmi lenti, quando poi mi sono riposato un po’ vado su quelli più veloci. Ai margini della via c’è una donna riversa a terra con un palo che ci attraversa la pancia. Si trascina e lascia una scia, mi ricorda una lumaca. Quando ero piccolo, dopo la pioggia, el me ba mi portava a raccoglierle, poi la me ma ce le cucinava. Andavamo pure nel bosco a raccogliere le castagne, novembre era il mese che si mangiava meglio e che si mangiava di più.

Stanno suonando le campane, non so perché. Però potrebbe essere la mia testa, quando sono molto stanco mi fa sentire cose che non ci sono. Però questa volta dovrebbe essere vero, perché nel campanile mi sembra di vedere il riflesso di qualcosa che si muove e che luccica. Bisogna stare attenti alle campane perché possono essere un segnale per i bastardi.

La strada è tutta un pasticcio, è sporca e scivolosa come il pavimento del mattatoio e c’è pure lo stesso odore. In alcuni punti devo trattenere il fiato perché ho lo stomaco debole e rischio di rovesciare. E non farei una bella figura a rovesciare davanti ai villeggianti e ai miei amici. Non voglio lamentarmi perché non è giusto lamentarti quando hai la fortuna di coprire un ruolo di responsabilità, però più passa il tempo e più diventa difficile. È una cosa che mi dimentico tutte le volte e poi me la ricordo solo quando mi ricapita: le dita pesanti, la strada scivolosa, il fiato da trattenere, far attenzione a non intralciare la caccia. Sono tante le cose che vanno tenute a mente e io mi stanco. E ora ci si mettono pure le mosche, arrivano a nuvole, io non so come fanno a essercene sempre così tante. Non so perché quando non si caccia non ce ne sono, e quando la caccia comincia e spunta il sangue arrivano e coprono il cielo e allora io mi chiedo dove stanno di solito.

Lauretta è con Miglio e il fortunato. Durante non c’è, si vede che ci sta lontano per non litigare. Tengono per le braccia una pregna. Deve mancare poco, perché cammina come quelle che stanno per sgravare, con le gambe larghe e i piedi d’infuori. Si dimena e chiede pietà per il bambino. Lauretta la tranquillizza, dice che glielo faranno vedere il bambino e che stasera brinderanno a loro. Avevo ragione: la camicina se l’è conciata da buttare. È tutta rossa e tutta bagnata, le sta appiccicata alla pelle e si vede il reggipetto. In alcuni punti il sangue ha cominciato a seccarsi ed è diventato marrone, ma a lei non sembra dispiacere per la camicia, forse le palanche che prende le usa per i vestiti e magari per il rossetto. Anche a me le avevano date, ma io non so che farci e allora dico ai miei amici di spartirsele. Perché quando le ho portate alla me ma lei è scoppiata a piangere. Ha ragione Miglio a dire che le donne son buone solo a piangere, lo dice quando Lauretta non c’è perché lei non è come le altre e non vuole offenderla. Comunque la me ma i soldi non li ha voluti, ha detto che i soldi sporchi di sangue in casa nostra non dovevano entrare. E allora io li ho controllati e ci ho detto: «Oh ma, non son mica sporchi questi soldi». E lei ha pianto ancora più forte e mi ha buttato fuori casa. Quella notte ho dormito in strada e mi è andata bene che cominciava già a fare caldo, perché altrimenti avrei patito il freddo. Potevo andare dai miei amici, che loro mi avrebbero ospitato, ma non volevo che loro poi parlavano con la me ma. Perché quando qualcuno mi tratta male loro poi ci vanno a parlare e dopo tutti mi lasciano in pace. Ma anche se la me ma qualche volta è cattiva, a me non mi va che la trattano male, e allora piuttosto soffro io. Perché la notte che el me ba l’hanno portato via, lui me l’ha detto che dovevo fare il bravo figliolo e voler bene alla mamma.

Mi sa che la scampagnata sta finendo, sono rimasti solo i villeggianti e uno di loro mi guarda e si passa il dito sotto la gola, da destra a sinistra. O da sinistra a destra, non lo so mai. Comunque quello è il segno che usano per dirmi che ho finito e che posso fermarmi. Mi metto l’organetto in spalla e vado a cercare i miei amici. C’ho le mani pesanti, le orecchie che fischiano, lo stomaco che brontola e mi fan male i pe. Risalgo la via per andare nella piazzetta che ho visto facendo su e giù e che sta più o meno a metà paese, secondo me sono tutti là. Mentre cammino vedo Otta’ che rivolta i corpi di quelli sparati dal treppiede per controllare le loro tasche, perché con la miseria che c’è è un peccato che i morti si tengano risorse che possono aiutare i vivi. Tanto a loro non servon più, no? E infatti Otta’ a un certo punto fischia e esulta perché ha trovato un bel po’ di tabacco.

Nella piazzetta ci sono tutti e Lauretta mi chiama e dice: «Cecco, Cecco vien a vedere!». E magari il fortunato stasera sono io. Mi avvicino e vedo che la pregna è seduta su una panca. Ha uno squarcio dalle puppe in giù e in braccio c’ha un groppo piccolo piccolo e coperto di sangue e io ci metto un po’ a capire che è il suo fantino. Ma non riesco a guardarli più di tanto perché Lauretta mi prende sottobraccio e riscendiamo alle camionette. Durante non c’è, magari si è offeso, lui ogni tanto si offende e per un po’ non si fa vedere, ma poi ritorna. Ritorna sempre. Lauretta fa passetti corti corti per non scivolare e si regge stretta stretta a me, ride e chiacchiera veloce che non riesco a starle dietro. Però quando mi dice «oggi sembravi proprio indiavolato con quell’organetto» lo sento bene e mi inorgoglisco tutto.

I villeggianti caricano le loro cose e alla fine montiamo sul pianale. Io sempre davanti a Lauretta. Lungo il viaggio però mi addormento. Quando mi sveglio è quasi notte, Lauretta sta baciando il fortunato di oggi, fanno degli schiocchi umidi. Lui le infila una mano sotto la gonna e avevo ragione: si è tolta le mutandine, ce le ha arrotolate a una caviglia, ma è quasi buio e non si vede niente. E penso che sono stupido, perché magari se stavo sveglio il fortunato di oggi ero io. Comunque va bene così, sono stanco ed è tardi. Quando arriviamo in città saluto tutti, i miei amici mi chiedono se voglio andare con loro all’osteria a bere un bicchiere di vino e brindare alla donna sbudellata, ma dico di no. Ho bisogno di dormire tanto e poi la me ma mi chiude fuori se arrivo tardi a casa. Loro non insistono perché sono buoni e sanno cosa è meglio per me. È questo che la me ma non capisce: loro non mi forzano mai a fare le cose, se faccio qualcosa è perché lo voglio fare.

Non ci metto tanto ad arrivare a casa perché non abito lontano dall’alloggio dei villeggianti, è più lontana la casa di Lauretta. Comunque quando arrivo trovo la me ma tutta precisa e ordinata con il vestito che ha messo per il matrimonio de la me sorella e con i capelli belli pettinati. Mi sorride e mi saluta felice e a me sembra di essere tornato a quando c’era el me ba e vorrei abbracciarla ma lei fa un passo indietro, io mi guardo e allora capisco che non voleva sporcarsi il vestito. «Vado subito a lavarli.» Ma lei mi dice di no, mi dice di buttare i vestiti nel fuoco e di andare di sopra, che mi ha messo il cambio buono sul letto. E io ci chiedo se è impazzita a bruciare i vestiti che le palanche non crescono mica sugli alberi. E lei mi dice che ci aveva dei risparmi e allora penso che ha ragione Miglio quando dice che alle donne non bisogna crederci perché la me ma diceva sempre che non avevamo gli occhi per piangere e invece i soldi c’erano. E allora lei mi dice che questa notte partiremo per un viaggio e che andremo dal babbo, e possiamo lasciare tutto che poi ci pensa lui a noi. E a me viene da piangere perché sono tanti anni che non vedo el me ba e pensavo pure che era morto e non volevo crederci perché faceva troppo male e ora sono felice e ho fatto bene a non crederci perché stanotte andiamo da lui. Corro a lavarmi e a vestirmi. La me ma mi ha fatto trovare la brocca e il catino e pure il cencio per asciugarmi e sul letto ho i calzoni buoni e la camicia del matrimonio della Piera. Mi lavo e mi vesto tutto preciso e vado in cucina. La me ma dice: «Prima mangiamo». Vedo che a capotavola ha messo la foto incorniciata del babbo. Io mi siedo e lei mi versa la minestra. La assaggio ed è buonissima, ha un sapore che non conosco. Ne ha fatta tantissima, non so da quanto tempo non ne preparava così tanta. Continua a versarmela e se la versa anche lei. «Che buona, con cos’è?» Lei si pulisce la bocca, guarda el ba e dice: «Stamane sono andata per erbi». Qualche volta ce l’ho accompagnata, ci chiedevo sempre di insegnarmi anche a me ma lei non ha voluto perché diceva che è niente scambiare un’erba per un’altra. Però mi faceva ripetere i nomi: borasna, cicerba, orecia d’asen, piscialetto, papavero, raponzolo, ortiga, margherite, pimpinela, crescione, radicchio, sciopeti… Sono tanto felice e ce lo dico alla mamma, perché voglio che io e lei andiamo d’accordo e ci dico pure questo. E lei mi guarda, è triste però sorride. Si asciuga gli occhi, ma mi sa che stavolta piange di felicità. Son strane le donne, piangono per piangere e piangono per ridere. E mi dice:

«Lo so, è colpa mia. Dal babbo dovevamo andarci prima». E lo penso anch’io che dal ba dovevamo andarci prima, ma io mica lo sapevo che nell’isola di confine potevamo andarci pure noi che sennò glielo dicevo io di andarci prima. «Lui mi voleva più bene di tutti» e quasi mi viene da piangere, ma non lo faccio perché tra poco lo rivedo. «Lo so» dice la me ma, «e di sicuro è contento che andiamo da lui, lo avrebbe fatto anche lui al mio posto.» Mangio finché non sono pieno pieno e rimango a chiacchierare con la me ma. Era tanto che non chiacchieravamo così. Da quando ho fatto amicizia con i miei amici lei era sempre inversa e da quando ho cominciato a suonare alle scampagnate non mi parlava più e ce lo dico. Lei però dice: «Non parlare di loro, non stasera. Parliamo del babbo». E allora continuiamo a parlare del ba finché non mi sento gli occhi pesanti pesanti e anche alla me ma deve essere venuto sonno perché sbadiglia pure lei. E dice: «Vai a riposarti figlio mio, quando ti svegli siamo dal babbo».

*

Sebbene molte delle efferatezze qui descritte si siano effettivamente consumate nei paesini apuani lungo la Linea Gotica, questo racconto rimane un’opera di fantasia. Come pure di fantasia sono tutti i personaggi. Per approfondire l’argomento rimando al libro di Agnese Pini, Un autunno d’agosto (Chiarelettere, Milano 2023), che ricostruisce con umanità e precisione storica alcuni dei più tragici eccidi perpetrati dalle SS e dalla Brigate nere nella provincia di Massa Carrara [NdA].