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Un libro, anzi almeno quattro, di “Rais” Perotti

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di Giuseppe A. Samonà

Il 1492 è un anno eccezionalmente gravido, e apre di fatto il formidabile XVI secolo, in cui l’Occidente si sarebbe per la prima volta fatto mondo, con una vera e propria globalizzazione ante litteram. Si pensa subito, ovviamente, al 12 ottobre, in cui Colombo tocca le coste delle Bahamas, cioè le propaggini dell’America. In realtà quel 12 ottobre non si può capire se non si considera prima il 2 gennaio di quello stesso anno: Granada cade nelle mani delle forze cristiane e Boabdil II, ultimo sovrano musulmano d’Europa, si ritira nell’Africa del Nord. Si chiude così, in Spagna, uno scontro durato sette secoli: ne erano state protagoniste due delle più grandi religioni monoteiste, o meglio si dovrebbe dire due culture, due modi di pensare la società e il mondo. Se si considera che all’estremità orientale dell’Europa Costantinopoli, una cinquantina d’anni prima, era caduta in mano agli Ottomani, si capirà meglio la “naturalezza”, per così dire, di un riequilibrio dell’espansione a Ovest, la strada a Est essendo ormai impraticabile: fra l’altro, la fine della guerra contro i “Mori” rendeva disponibili le forze di Spagna ad altre imprese. In mezzo a queste due date, c’è il 31 marzo, sempre nel 1492, con l’editto dell’Alhambra, che sancisce l’espulsione degli ebrei dai Regni di Castiglia e di Aragona, i quali ebrei si ricollocheranno soprattutto lungo i bordi del Mediterraneo e nel florido Impero ottomano. D’altro canto, la lotta fra Cristianità e Islam è tutt’altro che finita, ma non matura più nel continente europeo, bensì attraverso il Mediterraneo, e al posto degli arabi Omeyyadi troviamo appunto i turchi Ottomani: fra i suoi picchi c’è la famosa battaglia di Lepanto, nel 1571.

Questo il quadro dentro il quale si muove il romanzo di Simone Perotti (Rais,Frassinelli, 2016; nuova edizione Oscar Mondadori, 2025), che segue l’itinerario della vita di Dragut Rais, il “Capo” Dragut, un pirata, nato povero in uno sperduto villaggio dell’Anatolia e diventato a un certo punto Kapudan Pascià, cioè Ammiraglio supremo della flotta della Mezzaluna, come dire, il più importante comandante di mare dell’Impero ottomano. Parallelamente, il romanzo segue l’intrigo, la lotta per il possesso della misteriosa carta di Piri Rais, una sorta di portolano dell’inizio del XVI secolo che, ben prima della loro scoperta o esplorazione, traccia le linee dell’Africa Occidentale e del Sud America e forse, più a sud, addirittura i contorni del continente antartico: più precisamente, l’itinerario di Dragut Rais e quello della carta sono indissolubilmente intrecciati l’uno con l’altro, anche per via di un dettaglio su cui tornerò fra breve. Da notare che la carta di Piri Rais è veramente esistita, è stata scoperta nel 1929 durante degli scavi al Palazzo Topkapi: se la carta è vera, tuttavia, nella ricostruzione di Perotti l’intrigo è totalmente inventato, ma lo è con una tale sapienza nel contempo nascosta e ben governata, da sembrare vero – anzi, mi verrebbe da dire, da vecchio appassionato e frequentatore del XVI secolo-viaggiatore, da diventare vero. Sapienza nascosta, discreta, di cui si è nutrito il romanzo, ma che qua e là affiora nella navigazione del libro, come la punta di uno scoglio nel mare, frammenti, alcuni estremamente precisi – ad esempio, ma è solo uno fra tanti, una finissima disquisizione intorno al Trattato di Tordesillas, che due anni dopo la scoperta di Colombo traccia un’ideale frontiera di demarcazione che dovrà permettere di assegnare alla Spagna o al Portogallo le future scoperte – i quali tutti rivelano un lavoro di ricerca che dev’essersi protratto per molti anni.

Un romanzo storico a pieno titolo, dunque. E invece no: la Storia, la storia di quegli anni, c’è tutta, ma come se fosse stata assimilata, facendosi quasi invisibile, non è quella che Perotti cerca di raccontare attraverso i suoi personaggi, ed è ciò che mette questo romanzo in una prospettiva originale, su diversi piani – il che è stato il primo motivo che mi ha dato voglia di parlarne.

Innanzitutto è originale come la storia si costruisca attraverso l’intreccio di una serie di voci diverse e con diversa modalità di narrazione. C’è la voce di Dragut Rais, neutra, oggettiva, raccontata alla terza persona, come in un romanzo classico: i suoi dialoghi con l’attendente Kadir snocciolano naturalmente alcune perle di saggezza che sono anche un altro modo di raccontare il romanzo: “Sai qual è il momento più triste del guerriero? La vittoria” potrebbe essere quella che le intitola tutte, a testimonianza dell’autentico soffio omerico che spinge in avanti queste pagine. C’è la voce di Bora, una schiava, sin da ragazza vive reclusa in un’isola sperduta e Dragut di tanto in tanto le rende visita: il libro è anche la storia del loro grande amore, per entrambi in realtà l’unico, anche se iniziato sotto il segno della violenza, l’unico linguaggio che il pirata sembra conoscere (fino all’incontro con lei); e Bora invece parla alla prima persona, il suo tono è quello di una donna, femminile e caparbia come solo una donna sa esserlo, la cui coraggiosa trasparenza è incomparabilmente più onesta, più assoluta di quella di un uomo, e si rivolge a un invisibile personaggio che la interroga oramai vecchissima, e che solo alla fine scopriremo essere l’Inquisitore (altro scoglio di sapienza che emerge): parla di se stessa, certo, ma anche, da una diversa prospettiva, vibrante di amore, aggiunge un altro tassello alla comprensione di Dragut. C’è la voce di Keithab infine, La Spia, colui che accompagna fedelmente Piri Rais e lo tradisce, passando al nemico… Si può essere nel contempo fedeli e infedeli? Sì, si può, e la potenza della letteratura riesce a raccontarlo… Keithab ha un registro di narrazione particolarissimo, il suo è una sorta di sfogo-testimonianza a futura memoria, destinato a lasciare la traccia dell’incredibile storia appunto della Carta di Piri Rais. Ma la sua, è anche una riflessione sul destino, sulle strade diverse dei destini, sull’amicizia e sul tradimento, su come possano correre insieme, sulle contraddizioni che attraversano la vita… Perché Keithab e Dragut sono stati amici da bambini, sono stati catturati insieme, anzi, Dragut è stato catturato perché è tornato indietro a difendere l’amico… Ma uno è diventato pirata, l’altro alto dignitario, e poi Spia, la spia che ha tenuto in scacco insieme due mondi, per poi ritrovarsi di fronte l’uno all’altro, Dragut oramai morente, anche se vincitore, e lui prossimo a soccombere. E a distanza i due uomini amano anche la stessa donna, che tuttavia ama il pirata, non il dignitario, la spia…  Così, tutti i personaggi hanno uno spessore, una nobiltà, una luce, al di fuori del giudizio morale, e su tutti emerge, da tutti raccontato, Dragut, che sceglie il mare anche per il suo bisogno di libertà, per la sua incapacità di obbedire a lungo (la “terra”, la politica comportano obbedienza…), nel contempo condannandosi, quasi contro la sua volontà, alla solitudine, a diventare Rais. Da notare anche che il suo contrappeso, Keithab, la “terra”, la politica appunto – con Bora in mezzo, a tenere la rotta –  è colui che permette alla storia di trasformarsi veramente in storia, facendosi libro. Non è un caso, credo, che Kitap in turco significhi Libro.

Eccolo, il primo livello di originalità. Un romanzo che è, classicamente, un romanzo, come non se ne vedono più (la “classicità” dunque ha qualcosa di originale), che iniziato non si può smettere sino alla fine, semplicemente perché il meccanismo narrativo, nonostante la sua polifonia, è accattivante, è accattivante lo studio dei caratteri: non è questo il primo, indispensabile segno della riuscita di un libro? Semplicemente, che prenda, che non annoi.

Anzi, dovrei dire meglio, un vecchio, classico romanzo di mare, nella sublime scia di Melville o Conrad. In questa prospettiva, si intravedono in chiaroscuro altri personaggi: in particolare Piri Rais e il suo corrispettivo cristiano, Colombo, orientato però in una luce insolita, e attraverso di lui l’Atlantico, ma osservato, analizzato dalle coste della Turchia, attraverso il Mediterraneo, che è, in certo senso, il vero protagonista del romanzo. In questa prospettiva, il secolo delle grandi scoperte, sognato, seguito, spiato con gli occhi dell’Islam ottomano rivela alcuni aspetti insospettati.

Ma soprattutto – ed è quel che più mi ha catturato nel libro – è lo stile a essere autenticamente marino. Le tre voci narranti sono infatti diverse l’una dall’altra, e questa è di per sé una prodezza, ma tutte hanno la potenza, l’irruenza del mare, che procede fra onde e correnti, tumultuosamente. Ogni singola pagina zampilla di immagini, di idee, di situazioni, ci si perde in continuazione, in continuazione ci si ritrova, a ogni pagina supplementare abbiamo imparato qualcosa di più, di come si vive nel mare, cioè di come si vive tout court. Vallate, cascate di scrittura, una punteggiatura tumultuosa, frasi che si susseguono senza punto fermo per una, due, tre pagine, con intuizioni, lampi, riflessioni, osservazioni che si inanellano una dopo l’altra, anche se lo stile di Bora è suadente, quello di Rais è ruvido, quello di Keithab piano, come flautato. Un esempio fra molti (con la voce di Dragut): “… di tutto possiamo fare a meno, tranne del nemico, balsamico avversario, destinatario di ogni maledizione, causa di ogni sventura…” (e giù per tre pagine, senza un punto fermo, con lo sviluppo di un’idea su quel che è il nemico che, di nuovo, ci riporta all’epica omerica).

Non è un caso, Simone Perotti è un uomo di mare, anzi, del Mediterraneo, vi ha dedicato la sua vita, e non saprei dire se questo abbia influito sul suo stile di scrittura, o se in qualche modo, volontariamente, abbia cercato di imitare quel mare in cui si muove con così grande agio. Quel che so è che le sue scelte di vita e di scrittura si sono in qualche modo confuse. In qualche modo, al di là dei suoi libri – una ventina, fra romanzi, saggi filosofici e non, diari, etc… – è come se avesse voluto scrivere la sua propria vita tra i flutti, cioè libera, o aspirante tale (perché la libertà non è mai definitiva, è sempre da conquistare e difendere), anche facendone uno strumento di agitazione artistica e, soprattutto, sociale. Già, perché una ventina d’anni fa Perotti ha lasciato una comoda posizione di manager editoriale in RCS MediaGroup, a Milano, per adottare una scelta di vita minimalista, monacale, anche se “socialsmente” alacre, e andarsene ad abitare su una sperduta isola del Mediterraneo, dando inizio a un modello rivoluzionario alternativo, dal basso, da dentro, oggi noto come downshifting (riduzione del lavoro puramente alimentare e del reddito, aumento del tempo libero e della libertà, ricentraggio della propria vita sulle relazioni, sulla creatività etc., con evidenti implicazioni ecologiche, sociali, dal momento in cui molte persone cominciano a praticare questa via, etc.): e appunto, ha tradotto in scrittura le diverse tappe di questo percorso, con tre libri che sono anche manuali di attivismo e rivolta (Adesso basta, 2009; Avanti tutta, 2011; L’Altra Via, 2021). Parallelamente, sin dal 2013 ha armato, culturalmente e scientificamente, una barca a vela, e, con spirito profondamente odisseico, ha compiuto diverse spedizioni attraverso il Mediterraneo – e si noti bene, il che vibra in ogni pagina di Rais, che il Mediterraneo tiene insieme ben tre continenti: Africa, Europa, Asia… – toccando decine di paesi, incontrando scrittori, antropologi, scienziati, con l’intento di promuovere un vero e proprio meticciato transculturale e, all’orizzonte (l’utopia di Eduardo Galeano?), lo splendido progetto degli Stati Uniti del Mediterraneo: e di nuovo, anche questa esperienza eccola trasformata in scrittura, con Rapsodia mediterranea (2019), molto diario di viaggio in prima persona, singolare e plurale (Perotti è un comandante, un “rais”, ha formato un gruppo di marinai-esploratori, che in fin dei conti sono un po’ rais anche loro) e anche quaderno di appunti filosofici, una sua ossessione, testimonianza di vita e di avventure, ma molto meno degli altri tre appena menzionati manuale-modello di rivolta: al suo posto, semplicemente, travolgentemente, il mare, la vita appunto, il mare che è la vita. Soprattutto questa infatti è, in generale, la sua caratteristica più forte: Perotti non separa vita e scrittura, non le sente, come molti scrittori, in competizione. Innanzitutto vive, Simone, con entusiasmo, alimentarmente, enologicamente, fisicamente, intellettualmente: incontri, chiacchiere notturne senza limiti, allegre bicchierate di vino, scorpacciate bambinesche di ostriche, flâneries fra porti e bar, senza meta, sempre sorretti, attraversati da una costante riflessione sul mondo e su di sé, come un basso continuo, ma subito, sempre, c’è il bisogno – anche assistito da un naturale talento di inanellare parole a getto quasi continuo, incontenibile, a volte graforroico, ma quasi sempre interessante – di trasformarsi, se stesso, la propria vita, i propri desideri, le ostriche, le chiacchierate, le riflessioni, in scrittura. Insomma, Perotti appartiene alla categoria degli scrittori “prolifici”, ma senza allontanarsi dalla vita, anzi: è come se la vita gli esplodesse dentro, accanto, di fronte, e lui, trasformandola in scrittura, tentasse di navigarla, di governarla, volendone catturare ogni schizzo, ogni onda, ogni dettaglio, che a volte il lettore pensa, ecco, ora scoppia, e invece si salta, con incredibile freschezza, in un’altra pagina, in un’altra situazione.

Li ho letti tutti e venti, i suoi libri? No. Quelli che ho letto, mi piacciono tutti con la stessa intensità, nello stesso modo? Neanche – e per altro meriterebbero un’analisi a parte i libri più direttamente legati al suo attivismo, con le luci e le ombre proprie di ogni attività, in particolare con i rischi che sempre implica, dal punto di vista della letteratura, la preminenza del  “messaggio”. Ma ecco: ho appunto letto e molto amato Rais, come anche nella stessa prospettiva L’estate del disincanto, 2008, il suo primo romanzo marino che, anche se la storia è diversissima, lo prepara; e poi Rapsodia mediterranea appunto (anche se non lo è, l’ho letto come un romanzo) e Atlante delle isole del Mediterraneo, 2017, che trasforma la geografia in una sorta di itinerario dell’anima e della sua inquietudine (e di nuovo, è letteratura, ogni singolo tassello, luogo descritto avendo il soffio di un vero e proprio racconto). È come se con questi quattro libri il messaggio, nel senso potenzialmente negativo di cui dicevo prima, rientrasse in se stesso, scomparisse, o quantomeno vivesse discreto nella testa del lettore, che si pone domande, nel testo ormai c’è solo pura letteratura. Così, dopo aver passato non poco tempo fra le pagine di questi suoi quattro libri, sono arrivato alla paradossale conclusione (provvisoria, come tutte le conclusioni…) che quello che a volte inizialmente mi sembrava un difetto, è in realtà, come spesso capita appunto nella vita, una qualità. Voglio dire: ecco che ci imbattiamo in un paio di pagine che ci sprofondano nell’essenza dell’andare per mare, come se stessimo navigando noi, e poi, dietro l’angolo c’è un’esemplificazione di quel che sono o non sono gli italiani, i francesi o gli spagnoli che, pur se Perotti mette le mani avanti (“attenzione alle generalizzazioni”) finiscono per scivolare nello stereotipo, sia pur elegantemente espresso – perché Perotti scrive bene, sempre, naturalmente. O anche: in poche battute Perotti attraverso il suo non-incontro con Naguib Mahfouz riesce a raccontare qualcosa di quell’eccelso scrittore, come se lo avesse incontrato, o viceversa descrive il suo reale incontro con Abraham Yehoshua, del quale in qualche riga restituisce un ritratto di grande profondità; e poi, del tutto inaspettato, qualche pagina dopo ci imbattiamo in un elogio di Michel Onfray, che il lettore avvertito non può non stropicciarsi gli occhi. E poi, eccolo nei suoi riferimenti di letture sul Mediterraneo orientale con una lista di persone fra le quali, e sembra fatto apposta, mancano da un bordo all’altro i nomi dei pensatori e storici più importanti, che so Edward Saïd o Zeev Sternhell, tanto per citarne due, il che farebbe storcere il naso a più d’uno, al primo approccio. Anch’io l’ho storto del resto, il mio naso, ma poi l’ho ristorto nella direzione opposta, perché appunto questo difetto, apparente o reale che sia, nasconde una ben più grande qualità: Perotti, al di fuori da un cursus intellettuale diciamo accademico, nutrito da letture intense anche se a volte disordinate, non sempre canoniche, ma sempre pronto a leggere ancora, in tutte le direzioni (perché è cocciuto ma anche molto aperto e curioso), fa parte di quei rari esseri umani che hanno un fiuto spesso giusto di quel che è bene o è male, che rifugge le semplificazioni, perché soprattutto, prima e al di là delle letture, possiede la capacità di incontrare la vita e la gente, di ascoltarla, tutti con la stessa intensità, con la stessa naturalezza, con lo stesso rispetto e spontaneità, che si tratti di un anonimo pescatore del porto di Marsala, o di uno dei più grandi scrittori viventi. Qua e là ci sono scorie? ostacoli? sobbalzi? Che importa finalmente, mi verrebbe da dire. Attraverso molte delle sue pagine, soprattutto appunto quelle marine, ho letteralmente avuto l’impressione di navigare, ogni tanto una secca, uno scoglio sfiorato, un pezzo di legno che ci viene addosso, o un’onda imprevista e beviamo un po’… Ma il senso di arricchimento, di viaggio appunto, di essere più che lettori viaggiatori insomma, non ha pari, e si nutre anche di questi contrattempi – insomma, almeno coloro che amano il Mediterraneo dovrebbero leggerlo.

Ed io mi chiedo – è l’interrogativo, l’altra motivazione che mi ha spinto a scrivere questo lungo articolo – come mai di uno scrittore con dietro per altro case editrici importanti (Perotti pubblica soprattutto con Bompiani e Mondadori), alcuni dei cui libri sono diventati best sellers, long sellers, con molte pagine di ottima, originale letteratura, e assolutamente originale nel suo itinerario di vita, sia rimasto, di fatto, ignorato dalla nostra critica ufficiale… Forse pesano la natura e le forme, i mezzi del suo “attivismo”, che come dicevo meriterebbe di essere analizzato. O forse pesano la sua eterogenea geografia di frequentazioni e amicizie, in cui non spiccano uomini e donne “di lettere”, anche se quando li incontra, come si è visto, sa entrarci facilmente in sintonia; il suo non appartenere a nessuna parrocchia, e magari a volte il suo meticciarle, infrangendone le regole corporative, anche dal punto di vista del suo modo di scrivere, del suo linguaggio, il non essere completamente da nessuna parte, il che per altro mi fa una gran simpatia, il suo essere profondamente solo, nonostante il suo continuo crepitio comunicativo, legato appunto soprattutto all’attivismo, il suo essere più che per terra per mare, dove non ci sono né salotti né premi, né (come suggerisce Dragut) gli intrighi della politica – in una parola, il suo aver messo la ricerca della libertà al di sopra di ogni calcolo, di ogni convenienza. Ma non basta a spiegare: il persistente silenzio critico che avvolge queste migliaia di pagine molte delle quali pregevoli resta per me un mistero. Una sorta di caso letterario in negativo.

Si può uscire dalla catastrofe? Su “Adieu” di Balzac

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di Marco Viscardi 

Adieu di Honoré de Balzac
Saggio introduttivo di Alessandra Ginzburg
Traduzione dal francese di Mariolina Bertini
Roma, Il ramo e la foglia edizioni, 2026

Addio è una parola fatale, e come tutte le parole fatali porta con sé una carica di melodramma, di eccesso e di falsa coscienza. È davvero possibile dirsi addio? Lo si vuole davvero? Forse, dietro questo commiato così definitivo, c’è la speranza di una contraddizione, di un ritorno che capovolga l’addio in un bentornato, o – ma qui siamo nel campo dell’utopia – in un nuovo e vero inizio. Ci avviciniamo a questa novella di Balzac con in mente le nostre idee sull’Addio. Innegabile. Ma prima di parlare della trama, situiamo l’opera nella produzione d’autore.

La prima edizione di Adieu risale al 1830 ma, dopo qualche trasformazione, la sua forma definitiva arriva solo nel 1845. La prima stesura dunque risale a un momento chiave nella carriera dello scrittore. La rivoluzione di Luglio, di lì a poco, avrebbe mandato all’aria il regime dei Borboni di Francia e in contemporanea Balzac avrebbe dato alle stampe il primo vero pilastro della Comédie Humaine: quella strepitosa riflessione sul desiderio che è La Peau de chagrin, nella quale il realismo è già declinato verso il delirio, l’allucinazione e la magia.

In Adieu, il fallimento della relazione adulterina fra l’ufficiale napoleonico Philippe de Sucy e la contessa Stéphanie de Vaudières, moglie di un generale dell’Armata, si intreccia al fallimento dell’avventata invasione napoleonica della Russia: l’ultimo sguardo fra i due amanti avviene nel caos tragico della Beresina, il momento più desolante della ritirata delle truppe francesi.

Balzac sceglie di non dirci nulla della relazione che lega i due amanti. Di quella che intuiamo essere stata una passione travolgente conosciamo solo la separazione definitiva. Si può dire che in Adieu si celebri il mistero della fine.

La trama del racconto è così appassionante che vorrei solo abbozzarne l’inizio, per non togliere al lettore il piacere del testo: Philippe de Sucy e il suo amico D’Albon, l’uno ufficiale dell’Impero e l’altro magistrato della Restaurazione, durante una battuta di caccia – che sembra riprodurre in trentaduesimo le asperità della campagna di Russia –, giungono ad un convento le cui mura separano quello spazio, un tempo sacro, dal resto del mondo.

Come nelle leggende medievali, questi due cacciatori, incarnazione della vecchia Francia napoleonica e di quella nuova e reazionaria, arrivano alle soglie di un mondo altro che, anche se desacralizzato, appare separato dai pericoli della vita: «un rifugio ai confini del mondo» dove non trovano spazio «le passioni umane». Un luogo di esilio, «funesto [e] abbandonato» che a D’Albon pare lo spettrale capovolgimento del «palazzo della Bella Addormentata» nel bosco (pp. 43-45).

Poche pagine dopo, il lettore scopre che questo convento era intitolato un tempo ai bons-hommes, quasi un annuncio di questi due strani visitatori che, sbirciando oltre le grate, vi scorgono figure ellittiche, fantasmatiche, sfuggenti.

La prima ad apparire è una «donna strana» che, dice D’Albon ricordando la scena, «mi sembrava appartenesse più alla natura delle ombre che al regno dei vivi» (p. 47). Si tratta ovviamente di Stéphanie, che qui vive il suo isolamento alienato accanto ad un’altra donna, una contadina folle per amore, che è lo stralunato doppio della nostra eroina. Entrambe vivono sotto la protezione del medico Fanjant, che, veniamo a scoprire, è anche lo zio della nobildonna.

Fanjant è una figura di passaggio fra i grandi precettori della narrativa illuminista e i manipolatori occulti del mondo balzacchiano. Non ha l’ossessione del potere dei Vautrin o dei Tredici, ma mette in opera la sua azione medica allo scopo di guarire una donna, sua nipote, che la follia ha allontanato dai modi e dalle convenzioni sociali.

Persa nel suo delirio, Stéphanie vive in un eterno presente animalesco. Assomiglia a un uccello, ma anche ad un gattino, a uno scoiattolo, a un cane obbediente, a un daino sensuale, ad una scimmia. Vive nel suo corpo senza morale, cerca lo zucchero che ora la delizia mentre quando era in possesso della ragione detestava. La donna che è stata contessa di Vandières è perfettamente identificata col suo corpo. Un corpo mobile e disumanizzato. Creaturale e rarefatto come quello della Vegetariana di Han Kang.

Stéphanie è il mistero di questo racconto: come ho già detto di lei conosciamo pochissimo, la guardiamo solo dall’esterno, impenetrabile e perturbante. Indifferente alle cure degli uomini che vorrebbero plasmarla a loro modo: lo zio dall’attaccamento morboso e il vecchio amante ferito dalla guerra. Fra i due uomini si crea un legame di insopprimibile rivalità: entrambi vogliono curare la donna, entrambi però vogliono addomesticarla al loro compiacimento.

Stéphanie è prigioniera del passato: non riesce a superare la tragica separazione dal suo amante, avvenuta durante la ritirata della Beresina, a cui è dedicata la seconda parte del racconto.

In Adieu, Balzac riesce a far convergere e intrecciare le passioni private e la grande storia collettiva. Incorniciato fra due parti che si svolgono nella Francia della Restaurazione, il centro del racconto ripercorre l’orrore e il disonore della Beresina: la parte forse più disarmante della tragica campagna napoleonica di Russia, quando Napoleone e la Grande Armata, incalzati dall’esercito russo, trovano fra le acque della Beresina dei blocchi di ghiaccio che ne rallentano la ritirata. Siamo nel novembre 1812, e se il fiume fosseutto ghiacciato, come avveniva di solito, i soldati non avrebbero avuto problemi ad attraversarlo, ma le acque sono solo parzialmente gelate e questi blocchi che galleggiano costituiscono una difficoltà ulteriore. Occupata la città di Studzianka, i genieri francesi e olandesi riescono a mettere in piedi due ponti di legno che devono contenere il passaggio di moltitudini di esseri umani e animali, verso i quali si è compattata la micidiale forza nemica.

Quando i russi si avvicinano troppo, ai francesi non resta altro che dare fuoco ai ponti, sacrificando le vite di chi si trovava sopra e di quanti erano rimasti in territorio nemico.

L’amore di Philippe de Sucy e della contessa Stéphanie de Vaudières si chiude in una distesa di cadaveri, quell’Addio intimo e privato è soffocato dalla rovina collettiva. Ma in fondo il disonore della Beresina è anche un evento fondante: è il punto di caos dal quale iniziano la caduta di Napoleone e la Restaurazione. Per quanto Balzac abbia ammirato in Sir Walter Scott l’inventore del romanzo storico, il suo modo di procedere è agli antipodi di quello dello scrittore scozzese. Se Scott mette al centro dei suoi romanzi la felice soluzione delle crisi nazionali, Balzac mostra il disfacimento e la perdita. C’è la coralità di Tolstoj, ma senza la serena nobiltà che accompagna anche i momenti più atroci di Guerra e Pace.

La storia è catastrofe, mancanza di redenzione: il disordine dei corpi e dei cadaveri, la vigliaccheria, lo smarrimento delle gloriose armate di Francia inghiotte la vicenda dei due amanti. De Sucy e la contessa de Vandières sono due reduci di guerra, due revenants, come un’altra grande figura balzacchiana, il Colonnello Chabert, eroe eponimo del racconto del 1832.

Hyacinthe Chabert, soldato valoroso fatto conte da Napoleone, torna alla società degli uomini dopo che per anni è stato creduto morto eroicamente combattendo ad Eylau. Nella nuova Francia della Restaurazione, questo relitto del passato chiede vanamente che gli venga riconosciuto il suo patrimonio monetario e affettivo, ma nel frattempo la moglie si è risposata col conte Ferraud, ambizioso protagonista della nuova fase politica, col quale ha avuto due figli.

Come Stéphanie de Vandières, anche Chabert è un fantasma: una figura liminare fra mondo dei vivi e mondo dei morti, che non riesce a integrarsi nel mondo nuovo. esta imprendibile, sta sulla soglia, ma – a differenza della struggente Stéphanie – fatica ad accettare la sua non esistenza, protesta, sbraita, ma non penetra nei ranghi della nuova Francia, di cui non capisce le convenzioni e le furberie.

A un certo punto della sua vicenda, irretito dalla moglie che tenta in ogni modo di rispedirlo ai margini del vivere civile, Chabert coglie in lei la trasformazione; era una contessa dell’Impero, frivola, sensuale, elettrica, ora è diventata una contessa della Restaurazione: calcolatrice, devota per interesse, madre per essere accettata in società.

Nella Restaurazione il vecchio mondo napoleonico perisce, scompaiono il conflitto, l’eroismo, la vocazione ed appaiono il compromesso sociale, la scalata al successo e l’ansia di arrivare secondo le regole di una società capitalista e feroce.

Nel suo passaggio dal passato al presente, Stéphanie si rarefà, si perde, si smarrisce nel delirio e nella natura. Diventa il mistero di sé.

Questa edizione di Adieu è stata magnificamente tradotta da una delle maggiori studiose e conoscitrici dell’opera di Balzac: Mariolina Bertini, ed è preceduta dalla densissima introduzione di Alessandra Ginzburg, preziosa per orientare il lettore nelle pagine del testo, ma che andrebbe letta alla fine per ripercorrere mentalmente la trama e coglierne tutte le dinamiche segrete, psicanalitiche.

La pubblicazione di Adieu si inserisce nel consolidato lavoro di Bertini e Ginzburg che sta riportando in libreria testi apparentemente minori del grande romanziere francese, come Il figlio maledetto o I martiri ignoti, che sono altrettante chiavi di lettura essenziali per comprendere l’insieme della sua opera. La loro militanza balzacchiana è un dono per tutti noi lettori.

Come forse si sarà capito, in Adieu si intrecciano tanti elementi: amore, malinconia, follia. Dei singoli e delle nazioni. La storia di un amore ma anche un enigma. L’addio del titolo non è solo commiato di chi teme di non ritrovarsi, è la voce del destino che crepa per sempre le esistenze di due individui e del loro mondo.

Verrebbe da dire che nessuna relazione di amore e passione si può chiudere in modo pulito, ma in quella raccontata in queste pagine la separazione fa emergere i fantasmi latenti della coscienza. Forse gli stessi fantasmi di una nazione che non aveva ancora elaborato la vergogna della sconfitta storica che aveva convertito l’eroismo dei campi di battaglia nella foga amorale della speculazione economica.

Adieu è la storia dei fantasmi mentali che ci aspetta alle soglie della Comédie Humaine. Un racconto sulla sopravvivenza impossibile: sopravvivere alla Beresina non vuol dire uscirne indenni, perché ciò che si è perduto — la dignità, l’amore, il senso, la speranza — non torna più.

Memoria contemporanea

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di Luca Vettori

All’interno del libro Il futuro alle spalle, l’antropologo inglese Tim Ingold analizza il modo in cui diverse culture e differenti generazioni hanno sviluppato, nel corso dei secoli, una consapevolezza dello scorrere del tempo e una specifica percezione del futuro.

Osserva ad esempio come i Ciukci, indigeni dell’estremo nord-est della Siberia, distinguano nella propria lingua la parola “vita – unatgirgin” dalla parola “esistenza – va’irgin“. Da una parte, scrive Ingold, “unatgirgin” si riferisce agli esseri e alle cose che incontriamo intorno a noi, che vivono ed esistono nel loro particolare percorso, andando avanti nel tempo nel loro fluire. D’altra parte, “va’irgin” specifica come questa esistenza sia solo una specie di attorcigliamento, un avvolgersi di un eterno movimento creativo.

In questa visione, la natura percettiva degli esseri viventi sembra essere quella di girare su sé stessa, in una ricorsività, in uno scavo – come scriveva René Char nei suoi formidabili Feuillets d’Hypnos: “Sprofonda nellignoto che scava. Costringiti a roteare.

Intervistato da Daniela Passeri a settembre 2024, in risposta alla domanda su come l’arte contemporanea possa aiutarci a immaginare un mondo migliore, Ingold risponde che “l’arte può avere un ruolo importante.” Ma specifica subito che contemporaneo significa letteralmente «condivisione del tempo». “Penso che questa condivisione non debba essere solo cronologica, non debba parlare solo all’oggi, ma possa attraversare il tempo per darci l’opportunità di dialogare idealmente con gli artisti che sono vissuti in epoche diverse. Come fanno, per esempio, gli aborigeni australiani che durante le cerimonie dipingono i loro corpi come facevano i loro antenati e così diventano in qualche modo contemporanei dei loro antenati. L’arte contemporanea il più delle volte esprime quella perdita di amore per il mondo di cui abbiamo parlato prima e dà sfogo a paura, frustrazione. È come un urlo, che dura il tempo di un attimo. Invece penso che abbiamo bisogno di arte che parli ma non solo al presente, ma a tutte le epoche, che sia universale.”

Mascha Schilinski, per il film Sound of Falling – Il suono di una caduta – vincitore del Premio della Giuria al 78° Festival di Cannes (ex aequo con Sirât), ha spiegato che il progetto prende vita dal suo interesse per il modo in cui la memoria e la percezione si intrecciano, evidenziando le fratture e le trasformazioni che avvengono nel corpo e nella mente.

In un susseguirsi di fluttuazioni narrative, come in parabole mescolate le une nelle altre, la regista tedesca nasconde abilmente delle soglie, dei portali che permettono a chi guarda di scivolare nella grana onirica di immagini senza tempo, intervallate abilmente anche con materiali d’archivio come dagherrotipi e Super 8 e arricchite da una magistrale sonificazione.

A restare fisso come un perno – pur nelle sue metamorfosi materiali – è un luogo. Una fattoria nell’Altmark fra Berlino e Amburgo, dove si alternano in differenti periodi storici, tra gli anni che precedono la Prima Guerra fino al tempo presente, le protagoniste femminili.

Sono i loro corpi a fremere, a tremare dentro al suono della caduta: corpi di donne che spalancano il tempo, che abitano i medesimi spazi, sguardi che indugiano sugli stessi corridoi, ammutoliscono alle stesse finestre o lungo le stesse sponde di fiume, volti che sprofondano nel medesimo silenzioso suono – ovattato, fugace, acquatico come un sogno. Sebbene separate dal tempo, le loro vite iniziano a risuonare segretamente l’una nell’altra, scomposte e ricomposte, intrecciate e innervate come le fibre di una corda.

“Trovo che a volte il mio corpo restituisca dei ricordi come se potessi osservare dall’esterno un’esperienza che nel presente avevo vissuto in modo completamente diverso” rivela Mascha Schilinski. “Volevo far raccontare il film da soggettività molto precise ma anche dare ai personaggi l’opportunità di guardarsi indietro da un altro punto di vista”. Alma, Erika, Angelika e Lenka, di differenti generazioni, sono le protagoniste del film che viene raccontato e attraversato dalle loro voci e per mezzo dei loro sguardi, con l’alternato ritmo di un lento quotidiano che scorre insieme a rituali contadini, bisbigli nel grano estivo, addii. Vengono introdotti “qua e là indizi che potrebbero far pensare che i personaggi siano in qualche modo connessi tra loro, attraverso le decadi” commenta Giulia D’Agnolo Vallan su il manifesto, “ma che quegli indizi siano false piste o no, e che si tratti della stessa famiglia o meno non è importante nell’intricato/delicato sistema di sovrapposizioni che fanno collassare tempo, memoria e storie dei personaggi in una sorta di unicum. Una sincronia corale di meraviglia, desiderio, dolore, e anelito che danzano tra di loro.”

Dove risiedono i nostri ricordi? Nelle cavità cerebrali elettriche della mente, come dentro un archivio segreto e nascosto? O lungo le vie arteriose del nostro corpo?

In questo senso, negli studi svolti in ambito sportivo si parla di “memoria muscolare” come di quella capacità del corpo di recuperare rapidamente tono, forza e massa, persi durante un periodo di inattività proprio grazie agli adattamenti neurologici e cellulari pregressi. In ambito paralimpico e non solo si parla del fenomeno dell’”arto fantasma”, quando il soggetto prova dolore in una parte del corpo amputata, accusandone sensazioni moleste, talora addirittura di movimenti come se questo fosse ancora presente.

A ricordare sono dunque il corpo e le nervature che ci attraversano?

O a ricordare sono i ricordi stessi, come apparizioni che ci raggiungono, che ci attraversano, simili a fantasmi o ad angeli verso cui ci voltiamo?

La memoria si nasconde, si camuffa, talvolta gioca persino con noi.

Alcuni luoghi che abbiamo abitato, forse, si sono trasformati in crocevia di transiti, stanze di soglia che ospitano residui di scie, luoghi che noi abbiamo attivato con il nostro passaggio e la nostra danza.

A tentar di rispondere a questi interrogativi nel loro intero, sulla memoria dei luoghi, della storia, della letteratura, del teatro, si svolge il lavoro macroscopico – al microscopio – della compagnia teatrale Archivio Zeta.

Alternando la metodicità rituale di chi affonda nei documenti e nei testi – negli archivi viventi – con l’invito all’orizzontalità di un’esplorazione, il loro teatro espande i confini della scena: trasforma la confessione della voce in ponte, diviene eterotopia. La memoria, nei loro spettacoli, ha luogo.

Oltre alle stagioni (dal 2003) presso il Cimitero Militare Germanico del Passo della Futa, ribattezzato dalla compagnia Teatro di Marte, uno dei loro ultimi lavori, Gran Teatro Anatomico, liberamente ispirato a tre racconti contenuti nella raccolta I Vagabondi di Olga Tokarczuk, è stato allestito negli ambienti dell’antico convento olivetano di San Michele in Bosco, sede dell’istituto ortopedico Rizzoli a Bologna.

Gli ambienti dell’istituto Rizzoli, come la biblioteca seicentesca, i chiostri, la sala del disegno anatomico e il refettorio, dove si articolano le scene di Gran Teatro Anatomico, permettono con i loro straordinari oggetti simbolici, quali gli antichi trattati medici, l’enorme mappamondo o gli atlanti di anatomia, il riverbero dei temi trattati.

Sono tre storie distinte e lontane nel tempo, che condividono al loro centro la riflessione sul corpo e la sua memoria, sui corpi amputati, osservati come vagabondi che si muovono in epoche diverse, che s’intersecano in diverse trame insieme ai loro frammenti “che, come reliquie, sono la traccia di vite vissute ancora in grado di irradiare significato per i vivi”, commenta Alessandra Sarchi in un articolo su Doppiozero.

In una scena tra le più sublimi, nelle circolarità del chiostro ormai buio, il pubblico gira in circolo osservando al centro del chiostro Enrica Sangiovanni che s’appresta ad aprire una crepa nel tempo, nel teatro, e la vertigine della sincronicità di cui parla Sarchi si palesa: “siamo a fine Cinquecento, siamo nel Settecento, siamo nell’Ottocento ma anche nel presente.”

Il filosofo Gilles Deleuze dà un nome a questa ciclicità ricorsiva che abbiamo fin qui evocato – visiva, gestuale, sonora – e che potremmo prendere a prestito: la chiama ripetizione “della differenza pura”.

“Queste ripetizioni”, commenta Jane Bennett nel suo L’incanto della vita moderna, “somigliano più a una spirale che a un ciclo.” Nella rotazione a spirale “le cose si ripetono ma con una svolta. E questa svolta – deviazione – rende possibili nuove formazioni (tutte originariamente mutanti ma alcune delle quali troveranno una nicchia produttiva all’interno di una rete più ampia).”

In questo senso, i diversi intervalli, i diversi strati, nel loro ripetersi e nel loro incontrarsi subiscono una mutazione, “come in una perenne fase di micro-metamorfosi.”

Il modus operandi di Archivio Zeta – Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni, così come la filosofia interna al film Sound of Falling di Mascha Schilinski, sembrano applicare in opera le intuizioni “ripetute e rotanti” di Deleuze e Bennett, al pari delle analisi di Tim Ingold di un “futuro alle spalle”, da cui siamo partiti e a cui ora torniamo – di nuovo in un cerchio – per tirare le fila.

“Dove i terreni sono impilati, la memoria si presenta come un archivio. Le memorie più vecchie giacciono sotto e vi si può accedere solo rimuovendo le più recenti. E se invece supponessimo che il terreno non si impila ma si rivolta? Sotto e sopra possono assumere significati diversi. Nel ciclo di rotazione, sotto significa salire e sopra scendere: tutto non è né sotto – nel passato, né sopra – nel futuro, ma è in svolgimento”, in un processo vitale di dissotterramento, di morfismi, di bagliori.

Il terreno che si rivolta, i corpi che si palesano nelle nervature scomparse, le stanze che producono eco segrete, i ricordi che si mescolano come suoni di sogno, i monumenti che si trasformano in scenografie di senso esortano a praticare questa relazione sincronica, per salti, – in avanti, indietro – con l’arte: multipla, sorgiva, mai identica, contemporanea.

Crediti immagine: Da Homographs, edito da Shibboleth, dizionario visivo dove le parole selezionate hanno almeno due referenti diversi e sono disposte su una doppia pagina per sottolineare la ristrettezza del linguaggio rispetto all’ampiezza del mondo. Nella foto Mold è sia stampo, che muffa.”

«Brava Giulia» di Anna Toscano, il romanzo delle parole ritrovate

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di Antonella Cilento

“Le famiglie infelici sono cospirazioni di silenzio”, scrive Jeanette Winterson in Perché essere felice quando puoi essere normale?, titolo del suo straordinario memoir che proprio Anna Toscano, tanti anni fa, mi fece leggere.

Ho pensato a questo assunto sin da quando Anna mi inviò il manoscritto di Brava Giulia, che per un anno è stato accanto al mio computer, pronto per essere commentato con l’autrice, in attesa che guarisse, o stesse un po’ meglio. Di volta in volta, saliva e scendeva dalla pila, sempre in cima alle stampate da correggere, agli esercizi degli allievi, ai miei quaderni man mano che finivano. Sotto la copertina c’era il biglietto scritto nella sua bella grafia larga e chiara che mi diceva: te lo mando stampato, perché io detesto leggere a schermo e pure tu.

Ne avevamo parlato a Pordenone e poi a Milano, le ultime volte che ci siamo viste da vicino: il primo romanzo di Anna Toscano dopo tanti libri di poesia (Doso la polvere, Una telefonata di mattina, Al buffet con la morte per La vita felice, Cartografie, per Samuele edizioni), dopo i libri di studio (Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza, la curatela delle poesie di Sapienza, Ancestrale, entrambi ancora per La vita felice) e le antologie dedicate alle poete (due volumi, Chiamami col mio nome), usciti sempre per La vita felice, e dopo i libri in cui Anna aveva usato la prosa per incarnare e raccontare altre donne o personagge, invenzioni di altre scrittrici: era stata Lisetta Carmi, celebre fotografa, o la Modesta de L’arte della gioia che per una volta raccontava la sua autrice, Goliarda Sapienza, in due preziosi libri editi da Electa nella collana Oilà, Con amore e con amicizia e Il calendario non mi segue.

Dopo la passione per Agota Kristof, per Susan Sontag, per Mariella Mehr e per tante altre, era venuto il suo momento, senza alibi, senza travestimenti, come già accadeva in poesia. Adesso, invece, c’era lei, senza filtri, scrittrice di romanzo.

Poi, lo scorso dicembre, Anna ha lasciato questo giardino per raggiungerne un altro da cui avrà guardato, questo 17 aprile, Brava Giulia uscire da nottetempo edizioni, grazie all’amore e alla determinazione di Gianni Montieri, suo marito, a sua volta poeta e scrittore. In copertina, una delle sue splendide foto, poiché l’arte dello scatto era la sua seconda anima. Una gioia che avremmo voluto condividere con lei e che qui celebriamo.

Dunque, le famiglie infelici come cospirazioni di silenzio.

“Da piccola Giulia era convinta che gli uomini non parlassero, che lo facessero solo le donne.” A raccontare la storia di Brava Giulia in prima battuta è proprio Giulia, che ricava questa fulminea intuizione dal fatto che suo padre è sempre muto, mentre la madre, le nonne, le zie, parlano eccome. Giulia è cresciuta in una famiglia davvero speciale, dove però c’è antagonismo, anzi una guerra è in corso: “medici contro eccentrici”.

La famiglia del padre è composta infatti solo da medici: i nonni, suo padre, e naturalmente tutti si aspettano che anche lei faccia il medico, la vedono già primario in corsia. Fare il medico è un habitus, un’attitudine che esclude ogni altra idea di mondo: i nonni sono curvi come se portassero tutti i giorni ancora lo stetoscopio al collo.

La famiglia della madre è eccentrica: artisti, artigiani, si occupano di stoffe di design. L’azienda di stoffe d’arte per il padre di Giulia è una “fabbrica di stracci” mentre per la madre di Giulia è un “covo di bellezza”, per suo nonno è stato “impresa”, per il bisnonno “azienda”.

Dunque, Giulia è uno scherzo del sangue: medicina e arte s’incontrano in lei, al punto che da bambina empatizza con i quadri esposti nei musei, dove sua madre la porta, a dispetto di suo padre, avvertendo i dolori di vecchiaia di san Geronimo o il freddo che la bambina con in mano una colomba, ritratta da Simon Vouet ed esposta al Prado, avverte. Ma per il padre l’ipersensibilità di Giulia e di sua madre sono solo avvisaglie della depressione suicidaria che scorre nel ramo femminile e artistico della famiglia. Occorre trattare la madre, e anche la figlia, come malate.

In verità, tutti i genitori sono chimici dilettanti: nella famiglia di Giulia l’operazione algebrica, la reazione chimica, fra i coniugi, assai infelici, dà come prodotto Giulia stessa, che ci racconta la sua versione dei fatti, e solo dopo ascolteremo la versione della madre e per ultima quella del padre. Naturalmente, gli episodi sono spesso gli stessi ma la visione del loro senso e significato, il valore emotivo, l’interpretazione non collima mai.

Si tratta di trovare la soluzione, di eseguire bene il compito, sta a Giulia essere brava, come il titolo recita, brava come quando fa tanti esami all’università con esiti straordinari, così brava da sciogliere un nodo gordiano che i genitori e i nonni non hanno fatto altro che imbrogliare e stringere sempre di più, al punto che il romanzo è costellato da tre morti, quella del nonno, il suicidio di uno zio, il suicidio della mamma malata terminale.

Questa è quindi la storia di una profonda incomprensione, di una famiglia che, come forse tutte le famiglie del mondo infelici, come scriverebbe Tolstoj e ripete Winterson, non ha una lingua comune, anzi non ha proprio lingua.

L’immagine più potente del romanzo è racchiusa nella visione di Giulia che osserva la nonna preparare le lingue salmistrate per le anziane amiche che “le sono rimaste”: enormi lingue di vacca che assorbono parole al punto che Giulia si chiede quante parole possa contenere una lingua grande come quelle, rivalsa di una famiglia “senza parole, senza bocca, dai sorrisi stirati e i baci secchi”. Giulia una notte avrà un incubo: vedrà tutte le lingue salmistrate mettersi a parlare. A ogni parola salta fuori una rana, e tutte le rane si mettono in fila per saltarle in bocca, risvegliandola urlante.

S’immagina subito, leggendo queste pagine, che La lingua salvata di Elias Canetti sia l’antenato diretto di Brava Giulia (e naturalmente La lingua perduta delle gru di David Leavitt). Se a Canetti si aggiunge un’atmosfera linguistica, oltre che geografica, di diretta appartenenza, il Veneto, ecco l’altro antenato di parole perse e salvate, Goffredo Parise.

E ai racconti di Parise si pensa spesso leggendo Brava Giulia, perché questo è un esteso racconto, che avanza con l’andamento misterioso che a volte i romanzi non hanno.

Qui abitano le antenate, anche: il rapporto madre-figlia sempre al centro dei romanzi e delle pièce di Fabrizia Ramondino, da Althènopis a Terremoto per madre e figlia. Ma anche Natalia Ginzuburg e Alice Ceresa, scrittrici che più diverse non si può ma che contengono nelle proprie pagine lo smarrimento dell’infanzia e lo sguardo alieno delle bambine sugli adulti che Anna Toscano qui centra in pieno.

A chi tagliano la lingua: alle bambine che troppo vedono e sentono, o la questione è che dagli adulti si apprende sempre e solo a tagliare la propria lingua?

Giulia, che da grande studia arte a Londra, è il prodotto del silenzio del padre e dell’atipica essenza della madre: la madre la ama, le trasmette passioni, è accanto ai suoi amori. La “materia amore” che Giulia sceglie a scuola, innamorandosi di Nico, una sua compagna di pallavolo, è quella che a casa più le manca, perché, come ha scoperto, non si può essere amati da tutti e chi ci ama spesso lo fa nel modo sbagliato.

Padre e madre, entrambi, credono di amare Giulia nel modo giusto e che l’altro genitore la ami nel modo sbagliato. Si litigano un amore che cercano di preservare, di salvare dalle mani dell’altro. E Giulia, in mezzo, viene strappata.

Eppure, se amare significa trovare nell’amato o nell’amata un mondo nuovo, questo accade sia al padre di Giulia, che da giovane lo trova in sua moglie, sia a Giulia che lo vede chiaramente in Nico. Eppure anche chi ama giudica: il padre oculista che è divenuto intimamente cieco alle emozioni altrui a furia di guardare negli occhi degli altri e che con gli occhi giudica e taglia. Tanto che sua figlia si vede odiata, come sua madre, e a sua moglie non resta che indossare occhiali colorati, anche se pure quelli il padre, per errore, calpesterà. Sono indimenticabili le tre voci di questo romanzo, per differenza, per la straziante impossibilità a tradursi, a capirsi, a farsi conoscere fra loro, per la lama che taglia la famiglia.

La scrittura di Anna Toscano si travasa nella prosa con la stessa esatta e acuta nitidezza che ha quando si esprime in poesia: Giulia che ha lo sguardo ceruleo e sorpreso di chi arriva a una festa e sta già finendo. E l’immagine di Ritratto di bambina con colomba, anno di grazia 1622, dove Simone Vouet ritrae sua figlia, mostra lo scatto della piccola Giulia che la romanziera fa usando un quadro: arrossata, la bocca schiusa a un gridolino di felicità, gli occhi stropicciati d’amore, la camiciola in disordine, bruna e allegra, la colomba fra le mani. Ma Giulia la guarda e dice alla mamma: ha freddo.

Scrive Patrizia Zappa Mulas a margine di La morte del padre di Alice Ceresa che esistono scrittori per lettori e scrittori per scrittori, a sottolineare la qualità di chi scrive non asservendosi a logiche di mercato ma compiendo la propria, rischiosa, personale ricerca: Anna Toscano in Brava Giulia ha portato a termine una ricerca personale e stilistica, formale di straordinaria e gentile qualità, come era lei, e al tempo stesso lascia un romanzo che sarà un buon viatico anche alle giovani lettrici di solo romance. Perché di famiglie infelici ve ne sono ovunque e di giovani lettrici in cerca, anche. L’augurio che facciamo loro è di incrociare Brava Giulia.

Premio di poesia Tirinnanzi: il bando

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Il Comune di Legnano, la Famiglia Legnanese e la Fondazione Tirinnanzi, per ricordare il poeta Giuseppe Tirinnanzi (Firenze 1887 – Legnano 1976), indicono la quarantaquattresima edizione del Premio di Poesia Città di Legnano – Giuseppe Tirinnanzi.

Il premio si divide in tre sezioni: a) Lingua italiana; b) Giovani poeti e poete c) Premio alla carriera.

La partecipazione è libera e gratuita.

  1. a) Sezione Lingua Italiana. Solo per libri editi nell’ultimo biennio.

Si partecipa inviando quattro copie di un libro di poesia stampato tra il 1° gennaio 2024 e il 30 aprile 2026. I 4 volumi, corredati da breve biobibliografia, dati anagrafici e recapito dell’autore/autrice, nonché dalla dicitura “Partecipa al Premio Tirinnanzi 2026”, vanno inviati entro il 30 aprile 2026 (fa fede il timbro postale) al seguente indirizzo:

Segreteria Premio Tirinnanzi c/o Fam. Legnanese, C.P. 71 – 20025 Legnano Centro (Milano).

La Giuria Tecnica, composta da Franco Buffoni (Presidente), Uberto Motta, Fabio Pusterla e assistita dal Presidente della Famiglia Legnanese o da un suo delegato, dal Sindaco di Legnano o da un suo delegato, da un membro della Famiglia Tirinnanzi e dal Segretario Luigi Crespi, sceglie tre libri i cui autori/autrici saranno invitati alla cerimonia di premiazione che si terrà a Legnano sabato 21 novembre 2026 h 16.45 presso il Teatro Tirinnanzi, piazza IV Novembre 4, Legnano (Mi).

Ciascuno/a dei tre finalisti riceverà un premio in denaro di euro 1.500. Non sono ammesse deleghe. In caso di forzata assenza il/la finalista rimarrà tale, ma non riceverà alcun premio in denaro.

Alcuni testi di ciascun/a finalista saranno stampati nel programma di sala. Nel corso della cerimonia ciascuno/a dei/le tre finalisti/e sarà intervistato dal Presidente della Giuria e verrà invitato/a leggere le poesie stampate nel programma di sala. Al termine, la Giuria Popolare esprimerà su apposita cartolina il proprio voto decretando il/la vincitore/vincitrice, che riceverà un ulteriore premio di euro 2.500.

  1. b) Sezione Giovani. Tra i libri pervenuti per la Sezione Lingua Italiana la Giuria premierà anche, con euro 1.000 ciascuna, 2 opere prime o comunque di giovani poeti e poete. Non sono ammesse deleghe. In caso di forzata assenza il vincitore/la vincitrice rimarrà tale, ma non riceverà alcun premio in denaro.

Seguirà una festa del dialetto milanese con l’artista e performer Dome Bulfaro che reciterà testi della grande tradizione lombarda.

  1. c) Premio alla Carriera della Fondazione Tirinnanzi. Già assegnato nel 2010 a Luciano Erba, nel 2011 a Franco Loi, nel 2012 a Giampiero Neri, nel 2013 a Giorgio Orelli, nel 2014 a Vivian Lamarque, nel 2015 a Milo De Angelis, nel 2016 a Valerio Magrelli, nel 2017 a Maurizio Cucchi, nel 2018 a Biancamaria Frabotta, nel 2019 ad Antonella Anedda, nel 2020 a Giuseppe Conte, nel 2021 a Umberto Fiori, nel 2022 a Dacia Maraini, nel 2023 a Eugenio Finardi, nel 2024 a Walter Siti e nel 2025 ad Antonio Prete. il Premio alla Carriera di euro 4.000 verrà assegnato a un/una autore/autrice di chiara fama che si sia particolarmente distinto/a nella propria ricerca linguistica, tematica e nell’impegno civile. In caso di forzata assenza il vincitore/la vincitrice rimarrà tale, ma non riceverà alcun premio in denaro.

Ai sensi del Regolamento UE 679/2016 e del D.Lgs. 196/2003 e s.m.i., i/le concorrenti autorizzano la Segreteria al trattamento dei propri dati personali forniti per la partecipazione al Premio, per tutte le finalità connesse alla gestione dello stesso. Con la partecipazione i/le concorrenti danno atto di aver letto l’informativa di cui all’art. 13 del citato Regolamento UE, pubblicata sul sito Internet www.premiotirinnanzi.it.

La partecipazione costituisce implicita accettazione delle norme del bando. Per quanto non previsto valgono le delibere della Giuria, il cui giudizio è insindacabile.

Contatti:    telefono: 0331-545178

mobile:    347-5913468

Un marsupio di pietre e di terra

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di Marino Magliani

il testo che segue è tratto dalla parte iniziale del racconto lungo del narratore Marino Magliani “Fondovalle”, pubblicato di recente dalla casa editrice Carabba, che ringraziamo

Poi, c’era il marsupio. Una parola che non avevo mai usato e avrei imparato solo col tempo. Conoscevo l’entroterra, tutto composto di vallate una accanto all’altra, dalla spalliera delle montagne al mare, con i suoi costoni, i suoi vallonelli interni, i torrenti, e un giorno la scrittura mi insegnò a vedere e cercare parole nuove. Scoprii così che ogni vallata era un marsupio di pietre e terra, di paesi e di parole e che io l’andavo abitando. Il fondovalle era il marsupio. Il marsupio era il fondovalle.
Lo riconoscevo lentamente. Era una specie di luogo interno, ben definito e spopolato, l’unico mondo, in quanto privato, che mi apparteneva interamente. La notte assomigliava a una camera, piena di luna e di listelli di persiana. Io ancora non lo sapevo, ma intuivo avesse anch’essa la forma di un marsupio.
La questione verbosa, sia chiaro, la potevo risolvere da solo. Anzi era la sola questione che non potevo spartire con nessuno. Le parole, in dialetto e in italiano, davano un senso alla mia incapacità, al sentirmi pienamente inadatto alle diverse proposte di lavoro e ai diversi aspetti del mondo del lavoro. E nello stesso tempo riuscivano a farmi accettare da un buon numero di cose mute, come la campagna ulivata e gli orti, i muri intatti. Ciò che intendo è che i muri con la pancia, prossimi a crollare, non mi ferivano se mostravano una possibile frattura tra me e la natura, al contrario, attraverso il racconto e le parole, persino nell’eccezionalità sintetica di un dirmi «belin», le parole esaltavano in me una quota di ingegno.
Uno scrittore ligure, di un paesino di fondovalle come il mio, ma più di frontiera, pur non avendo mai rialzato un muro, si occupava di queste questioni, tra il lirico e il pratico, diventando una specie di guru, di santone in grado di esercitare fascino, di costruire la sua poetica della decadenza. L’avrei voluto conoscere e mi chiedevo se anche a me non fosse riservato un destino simile. Ma io non scrivevo, non lo facevo ancora, l’avrei mai fatto? Sentivo, tuttavia, senza mai aver eccelso nelle materie umanistiche – o in altre – che mi attendeva un destino, una missione. Un giorno mi convinsi a confessarlo ai miei genitori. Fu verso agosto, durante un pranzo. Non lo sarei diventato o non lo avrei fatto, non c’era niente da fare o non c’era da fare niente, che è diverso, semplicemente ero lo scrittore di quella valle e lo sarei stato persino di un insieme di vallate, rigorosamente senza mai scrivere nulla.
Mio padre disse «belin», mia madre inclinò la testa e trattenne, mi pare di ricordare, un meschin.

Per il resto dell’estate, il pomeriggio prendevo un asciugamano e andavo a un laghetto. L’agitazione dell’acqua piena di girini e di una vita da osservare sotto la pelle dell’acqua mi dava un senso di movimento, era l’impressione di far parte di un mondo frenetico, di avere per me e per quel mondo un’occupazione. Senza saperlo esercitavo per ore l’occhio, mi descrivevo la ruvidità del paesaggio come se ne stessi elaborando la poetica, il corso dell’acqua mi accoglieva e mi chiedeva di realizzare un impianto botanico e zoologico, collocare tutti quegli animaletti anfibi in una storia. Abbassavo un filare di americana che attraversava il torrente, e quando l’uva non bastava a togliermi fame e sete, tornavo in paese. Immagino che mio padre avvertisse il rumore dei miei zoccoli come io sentivo le sue ciabatte e i gambali infangati. A casa facevo una faccia da lavoratore stanco, come se avessi faticato a qualche prosa, e in effetti a qualcosa del genere avevo lavorato.

Il signor Rodolfo

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di Emil Zebru

Il signor Rodolfo amava il gelato: andava pazzo per il gusto malaga. Rispondeva cono, scuotendo la testa, quando veniva messo davanti alla scelta tra coppetta e, appunto, cono. La domanda era del tutto superflua, perché alla gelateria lo conoscevano bene, ma a loro divertiva chiederglielo comunque, proprio perché già pregustavano la sua reazione: era una specie di rito. Il signor Rodolfo in cuor suo sapeva che lo facevano apposta per canzonarlo, ma ne percepiva la natura affettuosa e quindi non se ne aveva a male. Come sempre, estraeva dalla tasca dei pantaloni qualche moneta, pagava lasciando la mancia, poi prendeva un tovagliolino (o sarvietta come diceva lui); sfilava il gelato dal porta cono sul bancone, e si congedava facendosi accompagnare all’uscita dai saluti cordiali del personale. Il signor Rodolfo, da che se ne aveva memoria, prendeva sempre e solo il cono al malaga, per poi sputare nella sarvietta le uvette, tant’è che molti gli chiedevano perché non prendesse il gelato alla crema se non gli andavano le uvette, ma il signor Rodolfo respingeva l’obiezione con forza. Terminata la pallina di gelato e arrivato al cono, il signor Rodolfo lo rosicchiava, ruotandolo tra le dita fino al raggiungimento dei trecentosessanta gradi, liberando così il gelato rimasto intrappolato in quella gabbia di cialda; cialda che poi sputava. Perché si incaponisse tanto a prendere il cono se poi non lo mangiava non era dato saperlo, ma forse era proprio sputare la cialda a dargli gusto. La storia del cono al malaga, così come altre sue innocue stramberie, erano note a tutti; quando il signor Rodolfo passava, le mamme lo indicavano ai bambini che, sorridenti, agitavano la mano per salutarlo. Il signor Rodolfo era un abitudinario, tutti i giorni pranzava con la pasta al ragù, e la sera cenava con del caffelatte nel quale inzuppava il pane vecchio. Tutti i giorni, dopo pranzo, indossava il completo carta di zucchero, si metteva l’orologio, l’anello d’oro con una pietra nera e si schiaffeggiava il collo con l’Aqua Velva; poi prendeva l’autobus per recarsi in città a mangiare il gelato. Si serviva sempre alla gelateria Gianni perché il proprietario (Gianni) era un suo conoscente di vecchia data. Gianni portava un foulard di seta al collo che gli dava un tocco giovanile e raffinato e, sotto la sua giacca intonsa da gelataio, era sempre vestito elegante. Con il signor Rodolfo, Gianni era sempre felice di scambiare quattro chiacchiere ed era chiaro che avrebbe voluto si fermasse lì con lui, ma il signor Rodolfo non voleva disturbarlo.

Un giorno, brandendo il cono al malaga come se fosse uno scettro, il signor Rodolfo imboccò il sentiero di una straordinaria passeggiata a strapiombo sul fiume, gremita di gente che si godeva il bel tempo e la frescura data dall’ombra proiettata dagli alberi. Trovando una panchina libera, il signor Rodolfo si sedette a contemplare quello scorcio di natura e a inebriarsi dell’odore dell’osmanto; nel mentre, sputacchiava le uvette nella sua sarvietta. Lo incantava ammirare il fiume lì sotto che, impetuoso, si faceva strada tra i massi che albergavano nel suo letto, mentre i piccioni, nel frattempo, si litigavano la cialda del suo cono. All’improvviso il sole si oscurò quasi totalmente, come durante un’eclissi, poi fu solo un’ombra, e davanti al signor Rodolfo si piazzò un gabbiano dalle dimensioni mai viste. Il ramo su cui si posò crepitò sotto il peso dell’uccello e sembrò quasi cedere quando questo, con un rapido movimento di becco, si sistemò le piume scomposte prima di assumere la posizione definitiva. Le pupille del gabbiano si dilatarono sempre più, fino a spalancarsi come un buco nero pronto a inghiottire il  signor Rodolfo, ma il signor Rodolfo sembrava non curarsene, neppure quando lo spazzino del mare intimò:

«Dammi le uvette!»

«Le uvette sono mie e sono la cosa più preziosa che ho».

«Ma se le hai scartate».

«Le conservo per gustarmele in un’occasione speciale».

«Allora… ti mangerò gli occhi» disse con tono di sfida l’uccello.

Il signor Rodolfo aggrottò le sopracciglia distogliendo lo sguardo dal gabbiano e dirigendolo al fiume, poi abbassò la mano con la quale teneva il gelato e iniziò a guardarsi attorno e, come se parlasse tra sé e sé, disse:

«Non importa, mi ricorderò del verde di questi alberi, e l’impeto di questo fiume, anche solo udendo l’acqua che scorre veloce tra le rocce».

«Se ti mangio gli occhi morirai, vecchio» ghignò il volatile.

«Ah, questo non m’importa!» tuonò in risposta il signor Rodolfo.

Il gabbiano sobbalzò rimanendo a becco aperto per la reazione del vecchio, il quale scattò in piedi facendo alzare in un volo sgraziato lo stormo di piccioni. I pezzi di cialda croccante scricchiolavano sotto le scarpe del signor Rodolfo mentre, con le uvette strette in pugno, si sporgeva al limitare del sentiero. Quando il signor Rodolfo si fermò, alzò la testa verso le chiome degli alberi arruffate dal vento; così fece anche il gabbiano che, quando abbassò di nuovo la testa, si accorse che il signor Rodolfo non c’era più.

 

Les nouveaux réalistes: Claudia Ferretti

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L’appartamento
di
Claudia Ferretti

Non ero felice quando sono venuta ad abitare in questo appartamento. La vita come la conoscevo era finita. Ed era finita male.

«Adesso tu mi dici che cos’hai.»
«Niente.» dici tu, come sempre.
«Hai un’altra.»
Silenzio.

Dicevano che nel 2012 sarebbe finito il mondo, invece siamo finiti noi.

«È una casa perfetta per una donna single. Vede signorina, qui c’è la cucina con il piano a induzione. Mentre lì, davanti a lei, c’è il divano. E non è un semplice divano, è un divano letto! Provi, signorina, si sieda.» dice l’agente immobiliare spingendomi verso il divano.
«Si sieda, forza. Così. Ora si giri e guardi verso destra. Vede che bellissima vista verso il cortile del palazzo? È dell’Ottocento.»
«Il divano?» chiedo io.
«Ma no, signorina… Il palazzo».
Non ce la posso proprio fare.
«Non credo che questa casa faccia per me. È davvero piccola. Non amo l’idea di avere i fornelli accanto al computer e l’odore di cipolla nel letto.»
«Nel divano letto, un bellissimo divano letto.»
«Sì, scusi. Il divano letto dell’Ottocento.»

Ti chiamano “Il Lustrina”, perché tutto deve brillare al bar della stazione. Anche a casa. Ogni acciaio deve essere uno specchio e ogni vetro deve essere tanto lindo da sembrare invisibile. Come quella volta che pulisti la boccia di Antony Ionio, il nostro pesce rosso, così bene che ebbe un attacco di panico e morì. O forse fu una reazione all’ammoniaca che usasti per togliere il calcare.
Il giorno dopo galleggiava a testa in giù. Mancava solo la bandiera bianca issata a poppa.

«Passi qui nel viale, mi segua. Questa è la porta d’ingresso, faccia attenzione e lasci sempre le scarpe sempre qui nella scarpiera condominiale. In questo modo manteniamo lo stabile igienizzato e silenzioso. Non vogliamo scatenare una nuova pandemia vero?»
«Credo che con la terza guerra mondiale non avremo molto tempo di pensare a queste stronzate.»
«Mi scusi?»
«Stavo mandando un vocale.»
«Dicevo, che l’igiene per noi è fondamentale.»
«Anche i cani si puliscono le zampe prima di entrare?»
«Quali cani? Gli animali sono banditi dal palazzo.»
«Io ho un gatto.»

«Molly resta con me.» dico.
Silenzio, come sempre.

In questa casa c’è tutto ciò che mi serve: una stanza abitabile (così è scritto nel contratto), un bagno, una cucina e il balcone per Molly. Tutto qui, ma può bastare. Il prezzo è ottimo e la posizione perfetta: a due passi dal centro storico e a due semafori dalla tangenziale. Un giorno resto e un giorno scappo. Come piace a me.

Ami circondarti di cose belle, anche se non hai un euro. Ami le stampe d’autore, i quadri dei tuoi amici artisti e gli oggetti di design.
«Guarda com’è bello questo vaso color piombo.»
«Tesoro, questo È di piombo.»
«Allora?»
«È tossico e tu non hai piante.»
«Potremmo metterci il tuo…»
Silenzio.

«Ho comprato un tappeto nuovo.»
“È così grigio che può confondere anche la polvere.” penso io.
“Guarda che bei ciuffi” pensa Molly.
Le sue ore sono contate.

“Ecco, la metto qui.” dici a te stesso mentre attacchi la calamita a forma di pizza napoletana tra gli ombrelloni di Rimini e la birra tirolese.
Ma c’è ancora chi attacca le calamite al frigorifero? Io pensavo fosse una moda anni Novanta, come gli scobidou, i frisè e i leggins psichedelici.

«Mi aiuti? Sono pesanti.»
«Cosa sono?»
«Mensole. Le fa Dugo, ricordi lo scultore?»
Le portiamo in sala.
Guardandole ci si chiede quale sia il vero significato della parola “mensola”, quale sia lo scopo di questo oggetto, la sua ragione di essere, il suo intimo desiderio.
Usiamo dieci fischer per appendere al muro le Dugo in legno massiccio. E non sono ancora stabili. La notte mi sveglio di soprassalto sognando che cadano facendo implodere tutta la casa su se stessa: un grande buco nero di calamite e ciuffi di pelo.
Il mattino, mentre faccio colazione, guardo le mensole proprio davanti a me, ne osservo la forma. Sono due trapezi scaleni: quadrilateri convessi con due lati paralleli e gli altri due di lunghezza diversa. Ogni lato è diverso dall’altro, uno più lungo, l’altro più corto e così via. Ovviamente nelle Dugo i lati più corti sono quelli orizzontali, quelli che rendono una mensola una mensola. Quelli su cui avrei voluto porre i miei libri, o le mie piante, o i miei soprammobili. Perché a questo serve una mensola, ad appoggiare le cose.
Invece sulle Dugo no: tutto appoggi e tutto scivola via. Un monito alla caducità della vita.

Quando sono arrivata in questa casa non c’era niente. Solo io, Molly, il letto, il microonde, il water e la doccia. E quella mensola, rossa, lunghissima, liscia, in legno. Che poi non è proprio rossa. Per intenderci: non è di un rosso primario o magenta, ma tende leggermente all’arancio. Solo leggermente. Io odio l’arancio. L’arancio è il più brutto dei colori: non ha traccia di nostalgia.

Io AMO questa mensola rossa (non arancione), lineare, lunga, liscia.
Posso riempirla di libri, di vecchi compact disc, di piante grasse e di vasetti. Oppure lasciarla vuota e immaginare nella sua cornice l’orizzonte che preferisco.
Qualsiasi cosa io posi su questa mensola diventa meravigliosa.
L’altro giorno vi ho appoggiato persino il cofanetto con tutti i successi di Festivalbar ’87. È diventato così bello che quasi quasi lo avrei inviato su Voyager. Così gli alieni avrebbero potuto ballare Boys di Sabrina Salerno.
Questa è la mensola dei miei sogni. Un monito alla stabilità e alla fantasia.

Quando sono arrivata in questa casa non ero felice.
Ma qui ho trovato la mia mensola.
E non mi importa se non c’è mai parcheggio nel cortile interno. Non mi importa e se ogni quarto giovedì del mese fanno la pulizia delle strade e io al suono delle spazzole sul cemento mi sveglio nel pieno della notte con il cuore che pompa a duemila, scendo in strada, in pigiama e ciabatte, e sposto la macchina per non prendere la multa.
Non mi importa se ogni volta che piove devo indossare le scarpe da guado perché il vialetto del condominio si trasforma nel Rio delle Amazzoni.
Non mi importa se quando sono in call con gli scienziati dell’Istituto Nazionale di Astrofisica Italiano i vicini di casa ansimano e urlano per ore e se nemmeno la correzione automatica del rumore di Meet riesce a cancellare i loro versi.
Non mi importa se l’ascensore non si ferma MAI perfettamente allineato al pavimento del pianerottolo: è un attentato alle caviglie di tutte le donne che indossano i tacchi.
Non mi importa se quando esco di casa incontro sulle scale la mia anziana padrona di casa che si prepara per andare alla riunione parrocchiale a cui è stata invitata il 3 gennaio 1983.
«Signora, si fermi. Ormai è in ritardo. La riaccompagno a casa.»
Mentre aspettiamo insieme che arrivi il figlio mi racconta la sua vita attraverso le ceramiche appese al muro. «Questa l’ho presa quando sono andata in Svizzera. E questa me l’ha regalata mio figlio quando è andato in Francia, il mio Gianfranco è così bravo…» Sono più di cinquanta.
«Eccolo, è arrivato. La lascio con lui, non è sola. Mi raccomando, la prossima volta sia più puntuale. È maleducazione fare aspettare le persone tutti questi anni.»

Non mi importa di essere sola in questa casa. Io amo la mia solitudine.
Non mi importa di essere sola in questa casa. Io non ho paura.

Non mi importa, perché questa è la casa che desidero. Una casa con una mensola rossa che io possa vedere ogni mattina.

«Il gatto lo prendo io. Ti lascio il tappeto e l’aspirapolvere.» Ti dico senza guardarti in faccia.
«Se vuoi le mensole prendile tu, so che ci tieni.»

Bando del Premio Nazionale di Poesia Pietro Polverini

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Premio di Poesia Pietro Polverini

Prima Edizione – 2026

Il Comune di Fiastra (MC), per ricordare il poeta Pietro Polverini (1992-2023), indice la prima edizione del Premio Nazionale di Poesia Pietro Polverini, con la collaborazione di MediumPoesia (www.mediumpoesia.com) e dell’associazione RicostruiAMO Fiastra (https://www.incantoperilmondo.it/project/ricostruiamo-fiastra/).

  1. Partecipazione

La partecipazione è libera e gratuita. Si partecipa inviando, entro il 2 maggio 2026, in formato digitale e cartaceo, un libro di poesia italiana (compresi libri in lingue minoritarie o dialetti dell’Italia) stampato tra il 1° gennaio 2025 e il 30 aprile 2026.

  1. Modalità di invio

Il Premio prevede due invii del proprio libro:

  • Invio Digitale: è richiesto l’invio del PDF editoriale del libro candidato, insieme alla copertina del volume e a una scheda contenente breve biobibliografia, dati anagrafici e recapito dell’autore/autrice, all’email: premiopolverini@gmail.com. L’oggetto dell’email dovrà essere: Candidatura al Premio Pietro Polverini – Nome e Cognome del candidato.
  • Invio Cartaceo: è richiesto altresì l’invio di una copia del volume, corredata dalla scheda biobibliografica e dalla dicitura Partecipa al Premio Pietro Polverini 2026, al seguente indirizzo: Via Marconi 10 – 62035 Fiastra (MC), Biblioteca Comunale.

Non potranno essere accettate le proposte che non siano pervenute entro il 2 maggio 2026 (fanno fede il timbro postale e il giorno di invio dell’email con gli allegati) in entrambe le modalità indicate nel bando (invio per email e invio cartaceo).

  1. Giuria e Selezione

La Giuria Tecnica – composta da Franco Buffoni (presidente onorario), Franca Mancinelli, Renata Morresi, Luigi Socci e Francesco Ottonello (segretario del premio) – selezionerà tre libri vincitori. Gli autori e le autrici saranno tenuti a prendere parte alla cerimonia di premiazione, prevista per il 25 luglio 2026, ore 18.00, a Fiastra (MC), presso il Castello Magalotti, Auditorium di via San Paolo snc.

  1. Premi

Ciascuno dei tre vincitori riceverà un premio in denaro di euro 500 e dovrà essere presente alla cerimonia di premiazione che si terrà a Fiastra (MC), il 25 Luglio 2026. L’organizzazione del Premio provvederà a fornire l’alloggio. Non sono ammesse deleghe: in caso di assenza, il premiato non potrà ricevere la somma in denaro e quest’ultima verrà destinata ad altro partecipante secondo la graduatoria redatta dalla Giuria. Nel corso della cerimonia ogni vincitore sarà intervistato dalla Giuria e verrà invitato a leggere le poesie stampate nel programma di sala. Al termine, una Giuria Popolare esprimerà su apposita cartolina il proprio voto decretando il vincitore assoluto, che riceverà un ulteriore premio di euro 1.000.

  1. Privacy e Accettazione

Ai sensi del Regolamento UE 679/2016 e del D.Lgs. 196/2003 e s.m.i., i concorrenti autorizzano il trattamento dei propri dati personali per le finalità connesse alla gestione del Premio. La partecipazione costituisce implicita accettazione delle norme del bando. Per quanto non previsto valgono le delibere della Giuria, il cui giudizio è insindacabile.

Contatti della segreteria organizzativa (Luca Chiurchiù)

telefono: +39 3334106630

email: premiopolverini@gmail.com

La pagina del premio: https://www.mediumpoesia.com/premiopietropolverini2026/

SU LA TESTA

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di Mauro Baldrati

Il racconto che segue dello scrittore romagnolo Mauro Baldrati, fa parte della raccolta “La sagra delle anime perdute”, pubblicata recentemente dall’editore Derive Approdi, che ringraziamo; ogni testo è preceduto da una “scheda introduttiva” e da una fotografia, entrambe dell’autore


 
SCHEDA INTRODUTTIVA

La seconda avventura del camionista-gruista Trapattoni, questa volta giù dal camion a sbadilare in uno scavo. Come ha detto qualcuno in un commento sotto al racconto, pubblicato su Nazione Indiana nell’aprile del 2006: “Finalmente gli altri hanno preso quella decisione che lui non riusciva a prendere”.  Nella foto: il rapper Papa Ricky.

SU LA TESTA

Ho il camion rotto, stamattina non è partito. Il Carnivoro, dopo avere sbraitato “te Trapattoni, tutte le mattine ci hai un casino!” ha consultato il foglietto dei viaggi, ha scosso il testone e ha detto: “Non ho neanche un camion libero. Va’ in cantiere a dare una mano”.
Gli autisti-cortigiani hanno ridacchiato. Dare una mano è lo spauracchio di tutti i camionisti. È dura, negli scavi. Si sgobba, ci si cuoce al sole, ci si congela nella nebbia invernale. E poi si è gli ultimi degli ultimi, senza uno straccio di prospettiva. I capicantiere, che non spostano un chiodo, si prendono tutto il merito e soprattutto intascano il premio di produzione. In cantiere si è pagati poco, non si avanza nella carriera, a meno di non fare parte di una delle mafie vincenti. Piuttosto che concedere una qualifica a un operaio fuori dalle mafie i vertici della cooperativa lo lasciano morire d’inedia nello scavo. E questo vale anche per gli autisti e per gli operatori di ruspe, pale, scavatori. Il capobastone è il Carnivoro in persona: o si è nelle sue grazie o si è destinati a sopravvivere in uno stato di inferiorità, senza mai avanzare di qualifica, fino alla pensione.
Salgo sul pulmino di una delle squadre in partenza. Sono tutti ferraresi e rovigotti, come la maggior parte degli operai del resto. Il capocantiere è il Zambaldo (il rospo, in dialetto), soprannome attribuito dal Carnivoro ovviamente. Non so perché: non ha un volto rospesco, assomiglia piuttosto a una scimmia. Ma Il Carnivoro ha una visione tutta sua della fisiognomica, e nessuno si sognerebbe di metterla in discussione.
Il cantiere è a Mezzalega, un misto edilizia-infrastrutture. Per la verità la parte edile, la costruzione di un grande capannone industriale, è quasi terminata, ed ora si stanno completando gli impianti: gli allacciamenti, le canalizzazioni, i pozzetti.
Vengo assegnato allo scavo dell’Enel. Devo stare di fronte alla benna dello scavatore e controllare che non vi siano cavi o tubi che si potrebbero tranciare. Nessuno conosce esattamente i tracciati preesistenti dei fili della luce, o dei tubi del gas. Si procede a tentoni, e non appena c’è qualcosa di sospetto, un blocco di calcestruzzo per esempio, il manovale dello scavo, cioè io, va a controllare col badile o col piccone.
Dopo mezz’ora arriva il camion che deve caricare la terra che lo scavatore asporta durante lo scavo. È quel pellagroso dell’Ortolano. Si piazza di fianco al tracciato, sulla destra, a portata del braccio della macchina. Quel puzzone però non spegne il camion, e siccome la marmitta è a sinistra mi scarica in faccia i gas di scarico.
Cerco di attirare la sua attenzione, urlo: “O’ scemo, spegni quel camion!”, ma L’Ortolano, che si è subito stravaccato con la musica a tutto volume, non sente, o fa finta di non sentire. “Spegni il camion!” urlo di nuovo, sbracciandomi. Niente. Fa il sordo e il cieco. Mi avvicino alla cabina, caccio un pugno sulla portiera. L’Ortolano mi guarda coi suoi occhi piccoli, acuminati. Abbassa il vetro elettrico. “O’ Trapattoni che cazzo fai? Sei fuso?”.
“Sei fuso te” grido, per farmi sentire nel frastuono dello scavatore, del camion e della musica di Gigi D’Alessio che esce dall’impianto stereo. “Spegni quel camion, ho la marmitta in bocca!”. L’Ortolano sghignazza. “Urca, come sei delicato Trapattoni. Che cazzo spengo, lo scavo è piccolo, non vedi che mi devo fare avanti ogni minuto? Cosa vuoi, che abbia solo il da fare di accendere e spegnere perché te sei delicato?”.
“Fai come ti pare! Io non posso respirarmi i gas della tua marmitta fino a sera!”.
L’Ortolano ghigna, dice “Trapattoni, io dico che te sei troppo delicato per fare questo lavoro” e tira su il finestrino.
Sono schiumante di rabbia. Prendo una pietra, se non spegne il camion gliela scaglierò contro la cabina. E chi se ne frega se spaccherò il vetro. In quel momento arriva il Zambaldo, che grida: “Ma cosa succede qui, perché lo scavo è fermo?”.
Indico il camion con la mano che stringe la pietra. “Quell’asino dell’Ortolano non spegne il camion, guarda un po’ dov’è la marmitta!”.
Il Zambaldo guarda il camion, lo scavo, guarda me. Non è un tipo bilioso il Zambaldo, non perde mai la calma. Procede in silenzio, tiene un profilo basso. Ma intanto fa correre gli operai come matti, gli aspira il sangue, il midollo.
Si rivolge all’Ortolano, dice: “E spegni quel camion, va là”. L’Ortolano tira giù i piedi dal cruscotto, abbassa il vetro e scaglia la cicca di sigaretta nello scavo. “Come faccio” dice, “devo avanzare ogni minuto. Cosa accendo e spengo per la bella faccia di questo qui?”. Il Zambaldo sbuffa, allarga le braccia. “O’ Trap, non puoi sopportare? Vedi pure che si deve spostare di continuo”.
Lascio cadere la pietra a terra. La rabbia mi è passata ma sono deciso a risolvere questa storia. Mi bruciano gli occhi e la gola con lo scarico del camion. “Perché non provi a scendere qui dentro? Ho la marmitta in bocca, non vedi?”.
Il Zambaldo continua a lanciare occhiate allo scavo, al camion, fa la faccia lunga. Si gratta il mento, borbotta tra sé. Probabilmente sta imprecando a bassa voce. “O’ sentite, voi due, cercate una soluzione perché lo scavo non può fermarsi”.
Una soluzione. L’unica possibile è che L’Ortolano spenga il motore, ma non lo farà mai. E non avrà problemi con nessuno. È il superfavorito del Carnivoro, è un intoccabile, può fare quello che vuole.
“Senti un po’” dico, “non si può respirare questa roba, lo capisci? Se quello scemo non spegne vengo fuori dallo scavo. Poi fai quel cazzo che ti pare”.
Il Zambaldo guarda per l’ennesima volta lo scavo, guarda il camion, borbotta. Lo sento che bestemmia, che dice: “Te Trapattoni se non spacchi le palle non sei contento”. Poi lancia occhiate in varie direzioni e dice, rivolto all’Ortolano: “Allora mettiti a sinistra dello scavo, così la marmitta spara dall’altra parte”.
L’Ortolano sembra riflettere intensamente su quella proposta, poi sospira, guarda in alto e dice: “Vacca troia, te Trapattoni devi andare in montagna, a fare le passeggiate, mica qua in cantiere”. Si ricompone con lentezza esasperante, ingrana la marcia e fa il giro dello scavo, piazzandosi alla mia destra. Così va meglio. Sento ancora la puzza della marmitta, ma almeno è dalla parte opposta. È tutto quello che posso ottenere. O così o me ne vado a casa.

Lavoriamo allo scavo tutta la mattina, poi andiamo a mangiare in una piccola mensa e all’una si riprende. Lo scavo si è fermato, lo scavatore deve spostare dei tubi di cemento, che è un lavoro che probabilmente avrei fatto io con la gru, se il mio camion non fosse in officina. Il Zambaldo mi manda dentro al capannone, a “dare una mano ai pavimentisti”.
Qui la situazione è peggiore, molto peggiore. Stanno realizzando un pavimento speciale, che si crea in opera con un cemento mescolato con una sostanza a base di cristalli di quarzo; viene steso da due operai col badile e tirato a livello con la staggia. È un lavoro delicato, perché l’impasto, che viene preparato da un operaio che ha come unico compito quello di aprire i sacchi per rovesciarne il contenuto in una betoniera, deve avere una consistenza perfetta, altrimenti si formano dei grumi che rendono difficoltoso il tiraggio.
Il problema è la polvere: il materiale a base di quarzo è finissimo, e si spande nell’aria come un aerosol. Sembra che nel capannone sia scesa la nebbia.
Sento una contrazione allo stomaco. Non posso stare tre ore qui dentro, in questa polvere assurda. Nessuno ha la mascherina, nessuno si pone il problema. Gli altri la respirano tutto il giorno senza fiatare.
Io, sempre io. Io devo protestare. Da solo.
Vado dal Zambaldo. Mi sembra di non avere più forze, di essere svuotato, rassegnato. Eppure non posso respirare quella roba tutto il pomeriggio. Questa è l’unica certezza.
“Che fai qui Trapattoni?” dice il Zambaldo, sorpreso di vedermi fuori dal capannone.
Inspiro una boccata d’aria. “Senti, là dentro è impossibile stare senza una mascherina. Il quarzo fa una polvere pazzesca”.
“Cosa?” esclama il Zambaldo, guardando verso il capannone con le sopracciglia aggrottate.
“Sì. Quella roba si spande nell’aria, c’è da prendersi la silicosi là dentro. Tra l’altro nessuno ha la mascherina, mi sembra una cosa assurda”.
“Che? La silicosi? Ma che cazz… Porco cane, Trapattoni, ma come fai te a creare dei problemi tutti i minuti? Ma ti rendi conto?”.
“Senti, ci vuole la mascherina. Non è possibile una cosa così, devi capirlo. Va’ dentro a vedere”.
Il Zambaldo sbarra gli occhi. “E dove me la prendo una mascherina adesso? Ma lo sai cosa stai dicendo Trapattoni?”.
“Sì che lo so. E ti dico anche: ma come si fa a non avere le mascherine in cantiere?”.
“Come si fa?” sbotta. “Sai quante cose mancano qua dentro, attrezzi, macchine? Ascolta, Trapatttoni” dice, calmandosi di colpo, abbassando lo sguardo a terra. “Quello è un pavimento ad alta resistenza. I pavimentisti mi hanno chiesto due omacci per preparare la roba, perché da soli non ce la fanno. Sono venti centimetri di spessore, capisci? E devono finire entro stasera, perché domani cambiano cantiere. Se non finiscono come facciamo? Siamo nella merda, siamo!”.
In quel momento una voce nasale, inconfondibile, arriva dalle nostre spalle. È lui, il Presidente della coop in persona, detto Johnny Profumo, perché dicono che abbia il vezzo di deodorarsi ogni mattina e si lascia dietro la scia. Non l’ho mai visto di persona, ma solo in fotografia, e in televisione, mentre stringeva la mano a Massimo d’Alema durante un convegno su L’etica del lavoro: i valori della cooperazione. “Che cosa succede qua?” Fa un passo verso di noi coi piedini che calzano un paio di scarpette con la frangia, muove con grazia le manine femminili che reggono una cartella di pelle. “Va tutto bede?”.
Il Zambaldo guarda a terra, sbuffa. Sta pensando come introdurre il problema, cioè io. Lo precedo, ormai sono lanciato. “Il fatto è, Presidente, che c’è da lavorare dentro al capannone senza mascherina, e c’è una polvere di quarzo incredibile”.
Johnny Profumo strabuzza gli occhi dietro gli occhiali di tartaruga e guarda il capannone. “Ah. E perché sedza bascherida?” dice, e rimane con la bocca aperta, come dopo ogni frase che conclude. Il Presidente è famoso anche per le sue adenoidi: sono così grandi che gli impediscono persino di respirare.
Il Zambaldo si gratta la testa. “Non ne abbiamo. Giovedì Roberto in magazzino era senza”. Probabilmente è una balla. È impossibile che il magazziniere Mercalli, uno dei pochi personaggi normali qua dentro, fosse senza maschere.
“Oh” fa Johhny Profumo. Si è avvicinato ancora, adesso sento l’olezzo di acqua di colonia. “E dod si può risolvere id qualche bodo?”.
Il Zambaldo allarga le braccia. “E come, Presidente? Sai che problemi abbiamo qua. I pavimentisti hanno bisogno di due omacci, io gliene ho dato uno. Stasera devono cambiare cantiere, e se non finiscono il pavimento siamo nella merdaccia. E siamo già in ritardo sui tempi lo sai anche te”.
Johnny Profumo ondeggia. Voglio prevenire la sua richiesta, ovvia, di sopportare fino a sera per cause di forza maggiore. Le sue cause, e del Zambaldo, non le mie. Ci sono io nella merda, non loro. “Sì, ma è impossibile lavorare là dentro senza una mascherina” dico. “Presidente, va’ a vedere. Tra l’altro anche quelli là non dovrebbero”.
Il Zambaldo sbotta, mi interrompe. “Ma cosa vuoi Trapattoni, quelli sono artigiani, sono cazzi loro”. Non è così. Lui è il responsabile del cantiere, lui deve obbligare chi ci lavora a usare i sistemi di sicurezza.
Johnny Profumo intanto strabuzza gli occhi, lancia occhiate verso il capannone che non so definire se di puro terrore o di assoluta ferocia. “Questo ragazzo ha ragiode” dice. Tira fuori dalla cartella un piccolo telefono portatile e compone un numero. “Bercalli, sodo io. Badda subito, ba subito, delle bascheride qua a Bezzalega… cosa?… Dod b’idteressa se dod c’è uda bacchida, ho detto subito!” Fa una pausa, dice una serie di “sì” e “do”, poi si arrabbia, dice “dod b’idteressa! Preddi la tua bacchida e viedi qua subito!” Poi chiude il telefonino e lo rimette nella cartella. “Tutto a posto” dice, ma non vi è traccia di sollievo nella sua voce: gli occhi continuano a roteare dietro le lenti, e la faccia è una maschera di marmo. “Staddo arrivaddo le bascheride”.
Il Zambaldo allarga di nuovo le braccia, sospira. “Bene” dice. “Allora Trapattoni, intanto che arrivano… vedi quei sacchi di plastica?”. Indica un cumulo di sacchi vuoti, quelli che proteggono i bancali di cemento. “Va’ là e bruciali”. Bruciare la plastica. Altra porcheria. Fa un fumo pestilenziale, e libera nell’aria delle sostanze cancerogene.
“Bruciare quella enorme mucchia di plastica? Ma che schifo!”.
Il Zambaldo resta come paralizzato. Come se non credesse alle sue orecchie. Ma forse davvero non crede alle sue orecchie. Non ribatte, lancia un’occhiata sfuggente al presidente Profumo, che per un attimo strizza gli occhi dietro le lenti.
“No ma te Trapattoni…” borbotta, e scuote la testa, cercando di riprendersi, di credere alle proprie orecchie. “Te, Trapattoni, ma che cazzo sei venuto a fare qui? Vuoi bloccarmi il cantiere, cos’è che vuoi boia d’un giuda?”.
Il Presidente profumo finge di frugare nella sua borsetta di pelle e pesta i piedini nella polvere. Gli occhi diventano piccoli dietro le lenti. Per un attimo mi sembra di captare un afrore più intenso del solito, come se il suo corpo avesse appena subito un subbuglio cellulare, intensificando verticalmente la temperatura.
“Ma che diavolo, la plastica è altamente cancerogena, scarica la diossina, non si può fare, lo vieta una disposizione della Sanità Pubblica”.
Non sono proprio sicuro di questa affermazione, forse l’ho letto da qualche parte, comunque è un vero schifo e la butto là.
Ancora una manciata di secondi di paralisi. Mi sembra che la faccia del Zambaldo si stia gonfiando, gli occhi stiano per uscire dalle orbite.
“E secondo te” insorge, “come dovremmo fare coi sacchi? Dove li sbologniamo? Ma lo sai che non basta neanche un camion a quattro assi per trasportarli tutti? E dove poi? Spesso li sotterriamo, ma qui non c’è spazio, non vedi?”.
Sotterrarli. Un’altra di quelle brutture immani. Lo so. Conosco punti del territorio bolognese dove sono seppelliti centinaia di sacchi vuoti.
Sto per commentare anche questa, anche se mi sto pentendo, mi pare di oltrepassare il limite della loro sopportazione. Ma il Zambaldo mi previene, intanto che il presidente Profumo, forse già oltre, fa: “Idsobba, vediabo di risolvere id qualche bodo. Adesso io vado là da…” e non capisco le ultime parole, fatto sta che si gira e ne va saltellando con le scarpine leggere nel ghiaino puntiforme del vialetto.
“Fai una cosa Trapattoni: li vedi quei sacchi pieni? Ecco, spostali uno per uno a due metri sulla destra. Poi riportali sul bancale. Fai così fino a sera. Questo è quello che puoi fare finché non arrivano le mascherine, boia d’un giuda!”.
E se ne va anche lui, dietro al presidente Profumo.

Alla sera arrivo a casa alle sette. Ho fatto due ore di straordinario, per aiutare i pavimentisti albanesi, che sono ancora in cantiere, a tentare di finire il lavoro. Ho detto loro di mettere le mascherine, ma non mi hanno neanche risposto. È gente taciturna, dura, che lavora senza un attimo di pausa per dieci, dodici ore di fila, compresi il sabato e la domenica.
Mia moglie è in piedi nel minuscolo soggiorno con un foglio in mano. Continua a leggere mentre mi tolgo gli scarponi e la tuta, che lascio cadere sul pavimento. Poi me lo porge. È un telegramma della cooperativa. All’inizio non riesco a capire il contenuto, devo rileggerlo: “Siamo spiacenti di comunicarle che il suo periodo di prova non ha avuto esito positivo. Non è quindi possibile riconfermare la sua assunzione a tempo indeterminato. Può passare dal nostro ufficio personale eccetera”.
Rimango col foglio in mano, senza parole e senza fiato. Ma che significa? Che mi hanno buttato fuori? Ma com’è possibile? Il mio periodo di prova non è ancora concluso, mancano due mesi. Quindi mi hanno cacciato prima del tempo. Ma come ha potuto il Zambaldo, in così poco tempo, non più di tre ore… O sarà stato il presidente? Sono incredulo, in stato confusionale. Devo sedermi sul divano, per non perdere l’equilibro.
“È meglio così” dice mia moglie. “Sono contenta. Avresti dovuto farlo prima”.
“Cosa?” dico, quando riesco a riprendermi, e a capire il significato delle sue parole. “Ma… ma… è un grosso guaio invece. Cosa faremo adesso?”.
“Qualcosa faremo. Ma è meglio. Tornavi sempre nervoso, la notte dormivi male, ti lamentavi. Portavi a casa del negativo, della sofferenza. È una benedizione del cielo”.
Già. Una benedizione. È accaduto ciò che non avevo il coraggio di fare accadere. Adesso sono di nuovo in strada, di nuovo senza lavoro. Accartoccio il foglio, lo lancio nel cestino vicino al lavello della cucina. “Non abbiamo un quattrino” dico, con voce grave. Un caos di sentimenti contrastanti si agita in me. Sollievo, paura, rabbia, incredulità. Di nuovo in strada…
“Ce la faremo. Tra un po’ mi metterò anch’io a cercare”.
“Tu? Tu devi badare a lei”. In quel momento mia figlia si sveglia. La sollevo dalla culla, la prendo in braccio. Mi molla un pugno sul naso.
“Io sono contenta. Chiederemo dei soldi ai genitori, per un po’. Ma è una liberazione. Se non fosse arrivato il telegramma ti avrei chiesto io di licenziarti”.
La piccola si mette a piangere, protende le braccine verso sua madre. Probabilmente vuole mangiare. Gliela passo. Mi stendo sul divano, fisso un punto del soffitto. È una liberazione ha detto mia moglie. È vero. Non dovrò più vedere il Carnivoro ogni mattina e ogni sera, né gli autisti cortigiani, né quei capicantiere… Intanto potrei andare al sindacato e denunciarli per mobbing… macché. Il delegato sindacale è uno dei più schifosi imboscati di tutta la mafia là dentro, non mi appoggerebbe mai.
E poi, chi se ne frega?
La cooperativa stradini e muratori è il passato adesso. È la Tenebra, il Buio, ed è alle mie spalle.

 

 

 

Dylan, Mercurio e Giano

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di Adriano Ercolani

Bob Dylan è il più grande artista popolare del Novecento. Non lo dico io e non mi avvarrò della facile argomentazione che lo vede unica figura mondiale ad aver compiuto il triplete accademico, avendo vinto Premio Oscar, Premio Pulitzer, Premio Nobel. Da sempre, è il considerato il più grande dai più grandi, il più influente, il modello e l’ispiratore di autentici creatori di cosmi artistici, da John Lennon a Jimi Hendrix, da David Bowie a Paul McCartney, dai Rolling Stones a Lou Reed, da Leonard Cohen a Tom Waits. Tutti i cantautori successivi, anche coloro che come Syd Barrett lo contestavano o come Paul Simon e Frank Zappa potevano parodiarlo, hanno dovuto fare i conti con la sua mastodontica grandezza. Dylan è un artista universale. Intendo universale anche nel senso che ha scritto canzoni per tutti, da Michael Bolton ai Kiss. E quindi ha scritto di tutto. Perché ha attraversato, e testimoniato, ogni fase dell’esperienza umana. Dylan è il Bagatto dei Tarocchi. Avendo goduto di una connessione in fibra ottica con l’Inconscio Collettivo per i primi anni della sua carriera (in pochi mesi tra il ’63 e il ’64 ha sfornato un numero di capolavori tali da riempire 7 carriere gloriose), Dylan ha passato ormai sessant’anni di carriera a sfuggire la condanna di divenire il poeta alessandrino di se stesso. Un’intera carriera passata a sputare sul proprio mito, a spezzare le catene delle etichette, delle diverse definizioni, guadagnate dopo un anno di carriera, che lo indicavano quale assoluta icona generazionale. Definizioni da lui divertitamente elencate nello stupendo primo capitolo del suo vero ultimo capolavoro, la sua autobiografia Chronicles: “Leggenda, Icona, Enigma (Buddha vestito alla Europea era il mio favorito), Profeta, Messia, Redentore”. Dylan per sfuggire a questa prigione concettuale inscenerà la famosa apparizione elettrica del’65 a Newport, tempio del folk di cui era l’eroe e il dio: gesto più eversivo della storia, perché rivolto non all’autorità altrui, ma alla propria. In Paura e disgusto a Las Vegas, il romanzo di H.T.Thompson, tra l’altro, dedicato proprio a Dylan, a un certo punto l’autore chiosa con una battuta:

“Era come se Dylan fosse andato in Vaticano a baciare l’anello del Papa.” Come dire, la cosa più assurda del mondo. Sappiamo tutti che ciò è successo, nel ’97, a Bologna. Non un tradimento, ma la testimonianza del superamento di ogni limite e condizionamento. Dylan è Mercurio, l’artista Gemelli per definizione. Dylan è, dunque, anche Giano. Come Bowie, ma in maniera più interiore e meno spettacolarmente evidente, ha continuamente cambiato pelle (il serpente è animale sapienziale) pur rimanendo sempre perennemente se stesso. L’omaggio whitmaniano (e blakeano) di I Contain Multitudes non è che il manifesto mercuriale di una carriera vissuta incarnando il Doppio: “I fought with my twin, that enemy within, ‘til both of us fell by the way”, aveva già cantato in Where Are You Tonight? (Journey Through Dark Heat), conclusione del sottovalutato Street Legal, aperto dalla grande visione iniziatica di Changin’of the Guards. L’intuizione del film I’m not there di rappresentarlo con sei personaggi differenti, in quanto personalità troppo molteplice e sfuggente per essere inscatolata in una figura unica, è forse l’unica corrente per accostarsi alla sua Sfinge. Dell’immenso canzoniere dylaniano è impossibile scegliere una gemma definitiva. Lasciando perdere i brani celebratissimi in lizza per i titoli di più importanti classici della storia del Rock (Like a Rolling Stone), inni generazionali (Blowin’in the Wind) o canzoni con più alto numero di cover (Knockin’on Heaven’s Door), la messe è sterminata e accecante per splendore: lo splendore dell’epifania estatica di Chimes of Freedom (“The sky cracked its poems in naked wonder”), il canto dell’ebbrezza visionaria di Mr.Tambourine Man (“I’m ready to go anywhere, I’m ready for to fade/ Into my own parade”), la veggenza dell’albatro baudelairiano in It’s alright, Ma, i’m only bleeding (“And if my thought-dreams could be seen/ They’d probably put my head in a guillotine”), il legame tra amore e sapienza di Love Minus Zero/No Limit (“She knows there’s no success like failure And that failure’s no success at all”)… Un Nobel è miseria rispetto alla folgorante manifestazione dell’archetipo poetico in un buffo ventenne del Minnesota.

Perfino dal periodo più oscuro e infelice della sua carriera (i famigerati anni’80) si potrebbbe estrarre un Greatest Hits da far vendere l’anima al diavolo anche ai più grandi cantautori: dal monumento al blues di Blind Willie Mc Tell alla summa mistica e blakeana di Every Grain of Sand, dall’epopea metanarrativa di Brownsville Girl allo splendore visionario di Dark Eyes, dalla summa gnostica di Jokerman al proclama apocalittico di Ring Them Bells. E pensare come nei festeggiamenti del trentennale della sua carriera (vertiginoso realizzare che ormai quel momento di celebrazione che vedemmo svegli di notte a tredici anni appartenga alla PRIMA fase di una carriera giunta al sessantaquattresimo anno), Dylan abbia scelto tre commoventi brani:dopo la carrellata di leggende viventi giunte a omaggiarlo al Madison Square Garden, entrerà in scena da solo, chitarra e armonica, con l’omaggio al mentore Guthrie, Song to Woody, e uscirà con la prima grande canzone d’amore che abbia mai scritto, Girl from the North Country. Per l’acme della serata (in un immaginaria replica del finale trionfal di The Last Waltz), accompagnato dalla superband di ospiti stellari (da Springsteen a Reed, da Harrison a Clapton, da Neil Young a Tom Petty, da Mc Guinn a Kristofferson) sceglierà un brano supremamente rivelatorio: My back pages. Scelta ovvia, visto il momento di crocevia? In realtà, quella canzone andrebbe messa in calce all’intero opus dylaniano. Perché, se ha senso cantarla a cinquant’anni, dopo essere stato il mito della generazione che ha sognato di cambiare il mondo, non scordiamoci il dato impressionante: quelle parole Dylan le verga nel 1964, smentendo in diretta l’esplosione di quel suo stesso mito. Ad appena ventitré anni Dylan, che ha già raggiunto lo status di venerazione intellettuale di Bardo della sua generazione, di cui da Cassandra gemellina intuisce l’ulteriore amplificazione a livello globale, gioca formidabilmente d’anticipo, incarnando millenni di sapienza stoica, zen, gnostica nella saggezza spontanea dell’esperienza di strada, in uno spettacolare contropiede profetico, formale e concettuale. Una serie di strofe solo apparentemente oscure e contorte, ma che appaiono quasi didascalicamente preveggenti lette à rebours, sancite puntualmente da un ritornello meravigliosamente iniziatico nella sua memorabile semplicità: “Ah, but I was so much older then, I’m younger than that now.”. Con l’intelligenza profetica di una mente mercuriale, Dylan analizza (avendole già in nuce vissute, testimoniate, attraversate e superate in se stesso) tutte le dinamiche dialettiche del fallimento ideologico delle grandi utopie del Novecento. Leggiamola insieme, nella traduzione di Michele Murino: “Fiamme cremisi attraverso le mie orecchie Che srotolavano trappole alte e possenti. Piombavano bruciando su strade fiammeggianti usando le idee come mie mappe. “Ci incontreremo sulla sponda, presto,” dicevo fiero sotto il ciglio ardente. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso.”

La costante consapevolezza gemellina della coesistenza di due piani di realtà perennemente contemporanei e in solo apparente contrasto dona a Dylan la capacità di testimoniare con sapiente autoironia laa trasfigurazione retorica, degli “inni di battaglia”, in una formidabile sintesi della scissione tra realtà ideologia (l’idea non è la realtà come la mappa non è il territorio). “Pregiudizi a metà distrutti balzavano fuori “Strappate tutto l’odio,” gridavo, bugie che la vita è bianca e nera parlavano dal mio teschio. Sognavo romantiche gesta di moschettieri con radici profonde, in qualche modo. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso.” La coscienza dell’ipocrisia (i pregiudizi distrutti a metà), l’ingenuità irenica di debellare il Male con un annuncio, la perfetta condanna dello schematismo idiota manicheo, ancora una volta il ritratto autoironico che inchioda se stesso (e i suoi stanchi epigoni) alla puerile immaginazione letteraria da adolescente sognante. E nuovamente il rintocco sapienziale sul vecchiume che infesta le menti giovani. “Visi di ragazze tracciavano le strade da seguire lontano da false gelosie apprendendo le politiche della storia passata impartite da evangelisti cadavere non pensate nonostante tutto. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso.” Lo splendore innocente e al contempo il fremente desiderio contrapposto, appunto, alle false gelosie degli “evangelisti cadavere” (quale miglior definizione dello stupido indottrinamento moralista dell’attuale puritanesimo pseudo-progressista?), appunto “non pensate”, ovvero scevre da logiche, mere formule vuote applicate a forza sul divenire inafferrabile del Reale. E ancora il memento, che si fa compassionevole e sorridente rispetto al superamento dei goffi inciampi giovanili. “La lingua di un sedicente professore troppo serio per ingannare sentenziò che la libertà è solo l’uguaglianza nelle scuole “Uguaglianza,” io pronunciai la parola come fosse un voto matrimoniale. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso.” Strofa che sembra scritta stamane: la spocchia ridicola della seriosità (“too serious to fool”), l’epitaffio, con cinquant’anni d’anticipo sul fallimento delle identity politics (divide et impera, una volta era il mantra del Potere, non delle minoranze ribelli!), la poetica ironia sul voto matrimoniale (contrapposto alla spontaneità dell’innamoramento giovanile nella strofa precedente), Ah, ma si era molto più vecchi allora, siamo molto più giovani adesso. “In posa militare, puntavo la mano verso quei cani bastardi che insegnavano senza preoccuparmi del fatto che sarei diventato il mio nemico nel momento stesso in cui avrei cominciato a pontificare La mia esistenza guidata da battelli in confusione ammutinati da poppa a prua. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso.” Forse, la più strofa più riuscita, il verso definitivo, la conquista della saggezza socratica: si diventa il proprio nemico nel momento in cui si comincia a pontificare. Se le forze “progressiste” avessero compreso questa lezione, non avremmo una banda di cialtroni fascistoidi a giocare a Risiko con le nostre vite. La confusione, l’ammutinamento, ovvero il tradimento della propria natura mercuriale, scaturiti proprio dal non accettare l’Ombra, il Caos (mantra della successiva fase visionaria dylaniana). Non è un caso che proprio questa sarà la strofa cantata da Dylan (e reincisa perché, come e più durante l’incarnazione chapliniana del meme a venire delle incisione di We are the World, l’apice della goffaggine del Nostro sarà proprio nel momento di massima celebrazione, stordito nel suo essere venerato pubblicamente, lui che fa del suo “non essere qui” di I’m not there la cifra ontologica della sua impermanenza).

“Sì, restavo in guardia quando minacce astratte troppo nobili per essere ignorate mi ingannarono portandomi a pensare che avevo qualcosa da proteggere Bene e male, io definivo questi termini in maniera chiara, senza dubbi, in qualche modo. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso.” “Minacce astratte, troppo nobili per essere ignorate”: perfetta definizione del virtue signaling a cui si è ridotta la militanza, in una trappola reciproca di ricatti e sensi di colpa. La sapienza è al di là delle definizioni illusorie di Bene e Male: lì, in quel campo, ci attende Rumi nei suoi celebri versi, lì sorge l’Übermensch. Ed è meravigliosamente ironico che la vera sapienza dell’Oltreuomo sia stata incarnata, nell’immaginario di massa, da un ragazzino ebreo, basso e goffo, dalla voce nasale e la risata di un Fool shakespeariano. Dylan è un archetipo vivente. Onoriamolo finché abbiamo il privilegio di essere suoi contemporanei.

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Questo testo è apparso, in formato cartaceo, nella collana Isola e isole delle Edizioni Volatili

“La donna della domenica”, ogni domenica: perché leggere Fruttero e Lucentini oggi

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di Paolo Rigo

In un articolo apparso sul Foglio a inizio gennaio e poi ripreso sul suo blog, Claudio Giunta si soffermava sul cinquantenario di un film. Si trattava di La donna della domenica di Luigi Comencini. Il film è splendido, uno dei miei preferiti, uno di quelli che guardo e riguardo a ripetizione, e lo faccio da anni. Un comfort film, si potrebbe dire; dove si registra, forse, una delle migliori prove di Marcello Mastroianni – assieme magari a quella de I compagni (1963). Mastroianni anima il suo personaggio, il commissario Santamaria, dotandolo di un’allure complessa: malizia, goffaggine, arguzia e capacità si mischiano l’un l’altra. Non si può rimanere indifferenti, ma non c’è solo Mastroianni, però. Il cast è superbo: da Jean-Louis Trintignant a Jacqueline Bisset, che dà vita a una Anna Carla Dosio algida, sfidante e desiderabile. Il pezzo forte sono i “minori”, come dice Giunta: Giuseppe Gora, Ennio Antonelli e Giuseppe Anatrelli, gli altri, ogni personaggio funziona. E funziona magnificamente. Non soltanto il cast è lodevole, lo è la pellicola nel suo complesso: perché molte, tante, cose girano in modo perfetto. L’atmosfera, per esempio, con il caldo e il sudore che invadono, rompono lo schermo e sembra quasi di sentirsi addosso le macchie della camicia del collega di Santamaria, il commissario De Palma, che, bloccato dai reumatismi, si muove meccanicamente, macilento, mentre si lascia asciugare la camicia dal ventilatore in quasi ogni scena in cui compare.

Scrive Giunta che il film è anche un tuffo nel passato. Ed è vero. Non solo per l’oggettistica e il resto, per una Torino che non c’è più. Lo è per vari aspetti, a iniziare dal politicamente non corretto: per esempio, c’è la relazione tra il Campi e il Riviera, tenuta nascosta dal primo, il quale, pur di non rivelare la verità al Santamaria e così autodenunciarsi come omosessuale, è disposto a suggerire che il proprio amante altro non fosse se non un frequentatore di prostitute. C’è poi il mistero che gira attorno a una gigantesca statua fallica, prodotta per le turiste straniere, e chiave del delitto; e c’è la messa in ridicolo dei meridionali, dalla coppia di domestici al ragazzo che parla male e veste pure peggio.

Se il film è pregevole, molto lo si deve, però, al romanzo da cui è stato tratto, uscito nel 1972, a firma di Fruttero-Lucentini. Una coppia di scrittori tali è difficile immaginarla, oggi; una coppia in grado di fare letteratura e di vendere. E il tempo è passato così tanto velocemente che il 2026 è il primo centenario dalla nascita di Carlo Fruttero. Al lettore medio e contemporaneo, questi nomi diranno poco. Ma tanto per dirne una, la coppia diresse per venticinque anni la collana Urania della Mondadori, portando in Italia classici come Dick o Heinlein. Certo, spesso le traduzioni subirono dei rimaneggiamenti gravissimi. Tagli, riduzioni, riscritture, eppure spetta a Fruttero e Lucentini, comunque, il merito di aver sfondato un muro. La premiata ditta compose diversi romanzi. Nella lista spiccano titoli come La verità sul caso D., A che punto è la notte e, ancora, Il palio delle contrade morte. L’ultimo è un romanzo sospeso, dove un fantino viene ucciso per partecipare a un palio di fantasmi, a un evento oltremondano; A che punto è la notte, forse complice anche la miniserie Rai, ha creato un’espressione entrata nel modo comune di dire; La verità sul caso D. si serve di un’espediente letterario, di inserire, cioè, tra le pagine del romanzo un’altra opera – espediente ritornato in auge con La ricreazione è finita di Dario Ferrari, dove tra i capitoli trova spazio il romanzo (inesistente, altrimenti) la Fantasima.

Un’ampia produzione, e di questa ampia produzione La donna della domenica è il capolavoro. Non si tratta solo di un romanzo giallo ma di qualcosa di più. Fruttero e Lucentini si muovono con grazia tra le pieghe dell’uomo moderno, e lo ritraggono nella sua eterna insoddisfazione, nelle pause dei giochi di seduzione, nelle trame interiori fatte di incompiutezza e di desiderio, ma soprattutto lo ritraggono nelle piccole meschinità; Santamaria che si vanta di conoscere il latino e di non fumare nazionali per fare colpo sui due inquisiti appartenenti all’alta borghesia. Si pensi ancora all’agente Ruffo che «di fronte alla contestazione […] aveva imparato a subire» e che, per una volta, intento nella scrittura di un verbalino, pensò – male – di alzare la testa:

«Vede», cominciò a spiegare con pazienza, «lei ha scritto: “la sottoscritta Bertolone Teresa…”.»

«Lo credo,» disse il donnone in tono di sfida. «Sono Bertolone Teresa.»

«No,» disse l’agente, «dicevo…“Bertolone Teresa, nata a Villanova d’Asti, il 3/11/1928, e…»

«E con questo?»

«Ma mi lasci parlare!» si spazientì l’agente, che alla fine era un uomo anche lui. «Nata a Villanova d’Asti il giorno tale anno tale, e ivi residente a Torino in via Bogino 48”! L’“ivi” non ci va!…» gridò. «È uno sbaglio!…lo vuole capire?»

La Bertolone lo guardò a bocca aperta. Poi si voltò alla coppia seduta nell’angolo, come per prenderla a testimone dell’enormità del sopruso. Infine rimise il foglio davanti all’agente Ruffo, puntando l’indice sulla cancellatura.

«A Villanova abbiamo sempre messo così, e ai carabinieri gli è sempre andato bene. Perché a voi no?»

L’agente Ruffo si sentì correre un brivido nella schiena. Aveva trasceso un istante contro un cittadino, ed eccolo già intrappolato nel micidiale paragone tra gli abusi della polizia e la classica correttezza, l’ineccepibile comportamento dei carabinieri. Frugò tra le carte e i timbri, trovò la gomma, cancellò con lenta deliberazione per la precedente cancellatura. Ecco fatto.

«Come vuole lei, signora,» disse freddo. «E arrivederla».

(p. 37 dell’edizione Mondadori 2022, da cui si cita)

La comunicazione nel brano scatena l’ironia e la risata, ma essa è la chiave del libro. La comunicazione è alla base degli equivoci che si generano in qualsivoglia intreccio relazionale. Diversi quelli del romanzo, e tutti contribuiscono a mettere a nudo le piccole miserie di ogni personaggio e, va da sé, di ogni lettore. Dosio e il marito, che tradisce la moglie più giovane, Dosio e Santamaria, con l’ansia dell’attesa, Lello e Massimo, con l’oppressione e la fuga, Bonetto l’americanista e l’americana, che mente sulle sue origini. Questi non sono soltanto personaggi ben disegnati, ma nella loro intimità – vissuta, chi più chi meno in profondità e in modo diverso – si mostrano tra frustrazioni e conferme, tra rassicurazioni e lanci mentali; e danno forma a uno dei drammi dell’uomo moderno, dramma impossibile da risolvere e sempre sempre attuale; mi riferisco alla passione, all’amore. Nessuna delle coppie è perfetta, anzi esse sono l’esatto contrario della perfezione: Dosio si rincuora della cortesia del marito nel non dirle apertamente che ha una o più amanti; Bonetto trova nella sua americana una dea che lo innalza al godimento fisico e che, però, pur dandogli l’opportunità di esprimersi nella lingua che ama, l’inglese, è in verità lontanissima da ogni interesse dell’altro; Dosio e Santamaria vivono una relazione extraconiugale, in cui entrambi hanno paura di compiere il primo passo e preferiscono servirsi di scuse e occasioni per conoscersi; Lello e Massimo, diversi per ceto sociale e abitudini, sono il prototipo di quello che oggi si identifica come “relazione tossica”. Entusiasta il primo, riservato e intimo il secondo, il loro rapporto precipita tra non detti e disattese. Una vera e propria forma di tragico disamore. Finissimo è, per esempio, lo scambio di battute sulla meta delle vacanze estive da scegliere assieme:

«Ah,» disse, «la Grecia.»

«Eccola qui,» disse Lello. «Guardiamocela un momento.»

Aprì con mani esperte la doppia fisarmonica, e la stese sopra le altre carte.

«Solo a vedere com’è fatta, ti viene voglia di mare. Non sembra una medusa?»

A lui faceva piuttosto venire in mente uno straccio sbrindellato, non disse niente.

[…]

«Si può vedere…» disse adagio. Esitò, con vergogna, rendendosi conto della slealtà che c’era a usare con Lello, dipendente comunale, lo stesso espediente che gli aveva permesso tempo prima, con altri, di scongiurare una gita alle Bahamas. «Si può vedere,» ripeté. «Certo che c’è un sacco di gente che ci va, in Grecia…»

Lello non capì. La prese come una specie di conferma, frutto di informazioni riservate, del fatto che Gneo Pompeo aveva sbloccato dai pirati le rotte del Mediterraneo.

(p. 100)

E ancora una pugnalata è il momento della pausa relazionale, prima della morte di Lello, con Massimo incapace di dire quanto vorrebbe e non riesce:

«Senti, Lello…»

«Sì?…» disse con voce strangolata.

«Niente…facciamo tardi…»

«Ah, no! Adesso me lo devi dire!» scoppiò. «Perché se sono io che non ti vado bene, e alla tua villotta non mi ci vuoi, tanto vale che me lo dici subito!»

«Ma che c’entra…»

«Altroché, se c’entra!»

«Ma no…volevo soltanto dire che le luci ci sono già. Anche alla porta e al cancello. Ecco tutto.»

[…]

«Ma non m’avevi detto…»

Si mise improvvisamente a ridere.

«Ma non m’avevi detto che l’impianto elettrico…»

Scosse la testa due o tre volte, con una piccola smorfia di rimprovero. Poi ricominciò a ridere così forte che il signor Vollero, arrivando dal vicolo delle reti, alzò gli occhi con apprensione e deviò bruscamente per cercare riparo dietro l’angolo.

«E dire che io…» balbettò ridendo convulso, «e dire che io lo sapevo!…dire che l’avevo capito subito!…»

[…]

Alla fine si calmò, cercò il fazzoletto, ma asciugandosi gli occhi rideva ancora.

«L’avevo capito subito, sai?» ripeté in conclusione, con una specie di disperata dolcezza.

Massimo s’era appoggiato al muro, accanto al mucchio delle tele, e fissava tetro l’orlo del marciapiede. Rialzò la testa a fatica.

«Ma capito che cosa?» mormorò.

Lello scattò furioso, forsennato di colpo.

«Tutto!!!…» urlò. «Tutto!!!…»

(p. 344)

Ma c’è anche altro: il politicamente scorretto del film – a dir il vero appena accennato nella pellicola – nel libro è un mantra costante. Ha un sapore di critica, non vuota, ma ricca, nostalgica, complessa. Ha qualcosa della malinconia di Gozzano la visita di Santamaria nella casa della vittima, l’odioso architetto Garrone, un gratteur che, in qualche modo, si scoprirà, è il primo carnefice di se stesso:

Non una di quelle sferzate, non uno di quei sarcasmi, di quei rinfacciamenti, doveva essere stato risparmiato all’architetto. Uno stillicidio di male parole, di grugniti, di allusioni velenose, di cupi silenzi, e ogni tanto l’esplosione furibonda, isterica, con cucchiai scaraventati nel piatto, porte sbattute, la madre che cercava piangendo di metter pace. No, non era certo stata un letto di rose, la vita del Garrone in via Peyron; e si poteva ragionevolmente sospettare che il famoso “studio” se lo fosse messo su non solo per “le sue porcherie”, ma in buona parte anche per avere un buco dove rifugiarsi quando in casa la sorella si scatenava. Tutto a un tratto, il morto gli faceva quasi pena; la gente non aveva idea del prezzo che pagavano, giorno per giorno, i fannulloni, gli scrocconi, i parassiti autentici. (p. 125)

C’è molto in questo brano, c’è il disprezzo e l’amore per la meschinità, c’è la disperazione da cui Garrone ha provato a fuggire, c’è la sua speranza che ricade in un altro antro, non oscuro ma a tinte grigie come i protagonisti del recente ed acclamato Le città di pianura, film che disegna l’epica del perditempo.

L’architetto Garrone, indolente dalla nascita, avrebbe voluto arricchirsi facilmente e in quella sua audacia, più cattivo di Fantozzi ma ugualmente goffo, si fa strada l’errore. Il personaggio ha provato a fare quello che non poteva e, forse, non doveva fare. La mossa su cui si basa il suo rischiare, il ricatto, è poco più di un bluff; un cavillo, neanche troppo complesso, che consegue l’unico risultato di mettere l’assassino – non farò spoiler – in un’allerta esagerata. Anche l’assassino è un disperato a suo modo, un peccatore; peccatori entrambi, lui e il Garrone e peccatori tutti; ognuno è in grado di trasmettere – ma per ragioni diverse – la stessa umanità dei dannati di Dante e a scatenare nel lettore un po’ di simpatia.

Dante. Ecco un altro intreccio, un altro gioco intellettualistico degli autori. Un gioco che fa capire l’alto livello di letterarietà del libro: non solo il cameriere della taverna dove vanno a mangiare Lello e i suoi colleghi si chiama Dante («Ah, finalmente! Cosa c’è di buono, oggi, Dante Alighieri?»); ma, stante le regole del Dante popolare di Pertile, ecco che la Commedia e Dante si nascondono tra i pertugi della testa del Riviera e del Balùn, il mercato popolare di Torino, dove l’intreccio si scioglierà:

Traversò ancora due o tre volte la strada, da una bancarella all’altra, ma edizioni non commentante non c’erano. E il commento dello Scartazzini, che gli proposero in due, lo disgustò […]. Vecchie e scontate banalità, in cui la poesia andava a farsi benedire.

“Tutti gli antichi sono d’accordo che la selva figura il vizio e l’ignoranza. Invece alcuni moderni credono che essa figuri la miseria di Dante, privato d’ogni cosa più cara nell’esilio (Marchetti), o il disordine morale e politico d’Italia”.

Già meglio, i moderni. Avrebbe cercato questo Marchetti in libreria, nel pomeriggio, e avrebbe passato anche la serata a leggerlo. Se poi lui avesse telefonato. (p. 331)

Qui si realizza un doppio gioco letterario: quella che sembra una citazione da Scartazzini, semplicemente non lo è, non esiste; ma il Marchetti citato in corsivo nel testo, se è Giovanni Marchetti, è più vecchio di Scartazzini di quasi un secolo, altro che moderno. Qual è, dunque, l’intento dei due autori? Semplicemente quello di prendere in giro il lettore; perfino quello più aduso ai classici, anche lui, come i loro personaggi, è condannato a una sorta di gogna, perché non ha dubitato e ha voluto credere al narratore, perché siamo tutti piccoli e meschini e fieri.

Insomma, questo è il finissimo universo della Donna della domenica, questo è l’universo di Fruttero e Lucentini, che meriterebbero di essere studiati, ricordati, omaggiati. Ancora di più? Meriterebbero semplicemente di essere letti, centenario o meno.

 

Sotto la stessa luna gialla

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Foto di falco da Pixabay
Foto di falco da Pixabay

di Pio Quinto

Ell’ùll’è molto giulivo, giulivo assai poicch’ella l’ha chiamato per dìgli “vabbè vabbè” in risposta e in ragione al fatto della proposta che luill’è aveva fatto quaqque giorno prima. Una proposta ch’era di andare da lui una sera; un proposta che aveva fatto, non da persuaso, anzi subito pentendosi perlui illuso che una così figurattì. Envece adesso, varda qua varda là, ella stava venendo (verbo da intendersi transitivo) e trallull’era felicissimo. Preparava la casa e si preparava anco gliù stesso, perben’accogliergliela, anche ad esempio sbiancandosi i denti con il bianchetto da inchiostro.

DRIIIN…N…N.

Occhecca’ chill’è, pensa lui, chill’è che ven a disturbà propio quando sta per esser’il moment incù vien’ella?

E’ ella.

L’emozione.

Ella è, e sale le scale, e arriva.

Lui non proferisce alcunchè: l’emozione.

Ella neanco: le scale.

Ella entra.

Lui esce: l’emozione.

Rientorna e si fà precedere lungo il corridoio che porta alla porta aperta del salotto, ov’entrano e siedono poltonizzandosi.

Scambiano per divagar sorrisi, scontatezze d’approccio, divaghi su comuni friends, sguardi di valutazione anatomico-dimensionale. Po’ adduncert punt, ella dadd’intendere d’aver fame, esplicitandosi con una mano in bocca e fandanc’un verso gutturale d’inequivocabile senso tipo: “Anghaaghaaaaa”. Lul và immantinente alla cucina. Di questa n’apre il frigo, ma WUOOTISWEIIV CAAASSUSCLEEEII! v’è solo burro e pane. S’impressiona. Nunsachefà. Possibile che non possa servirla e riverirla in maniera quantomeno degna così anche da propiziarmi l’averla? Poi un’iddèa gliè viè, VUAL BOYS! e lo sospira di sollievo. Prende del pane, eddinsullo, spalmal burro. Mette quindi mano alla vaschetta dei pesciolini rossi e se ne mena seco sei. Li fetta, onde farli simil-salmone. Poi anco rompe il barometro del nonno, per il mercurio, mercurio che sul burro sul pane, ben fungefinge da caviale.

Eella embè, eggià, s’assai appaga nel vedersi portare salmone e caviale sul burro sul pane. Pensa ch’è duopo l’esser ‘sì servita. Dunque mangia. Mangia sì, ma sente che forse qualcosa è strano. Elello dice, senza però farlo sembrarlo lamentarsi. Dice solo: “Chettrano gusto”, colla sua vocetta stridula (che seno mica era da lui quella sera, senon’era per quella vocetta ch’allaltro, quello a cui, lei, avrebbe portato salmone e caviale, all’altro, non piace quella vocetta stridula chell’a ha, merita, ecceterà). Edl’è forse anche per quella vocetta, per quel “Chettrano gusto” eccessivamente stridente, che i due non sentono, uno “STACK”, uno “STACK” che viene da due piani sotto…

…da due piani sotto, dall’umidità fredda della cantina, da tralle polveri, muffe, damigiane, vecchiezze varie, da tra ‘ste cose è che vien quello “STACK”. Quello “STACK” che comunque forse ugualmente non avrebbero sentito, uno “STACK” di legno e metallo; metallo e legno rapidamente venuti a quasi contatto. Quasi, perchè v’è a dividerli, un collo. Un collo. Un minuto collo d’un’innocente ingenuo topolino, il cui esil’esofago deformato a convergere, a tratti si congiunge da parte a parte. E il misero topolino, al mancar dell’aria, s’affanna colle zampette in cerca del respiro, del respiro che poi trova, così di modo chel petto torna veloce a riempirsi e svuotarsi, riempirsi e svuotarsi. E la mente anche torna a pensare, a pensare all’impietoso destino suo. Destino d’animali zannuti e piedidinosaurici cal solo vederlo lo fuggono terremotificando il tutt’intorno. Destino di bipedi gonnuti che sisterizzano balzando su alberi morti squarciati, piallati e intavolati, urlando al vederlolo. Destino ch’è quella sbarra di metallo fredda sul collo, che soffoca senza sentimento.

Ma lor su, lor sì, su, stavan’avendo ogni tutto. Col lento ritmo d’un disco soave, colle luci soffuse di candele qua e là sapientemente diffuse, e con anco i massaggi che luì le fà e cheella permette; colla camicia che luì le chiede di togliere, eccheella toglie.

Poi quando senza neanco più proporre, lu le slaccia l’elastiseno, colle mani che già gli fornicano, ella ormai più nulla obietta. E va lui, delicato e deciso, pressando giusto, ampliando sempre più i gesti, sulla pelle liscia, soffermandosi sui punti che sente essere più sensibili, e sfiorandola talvolta appena, fino a farla rabbrividire. Poi, all’unisono con il respiro di lei, e col desiderio d’entrambi, curva, al di là della schiena, e fà piene le mani di seni. I vestiti vanno a sformarsi or qui or là. I sessi ci sono. Lui si rallegra nel veder ch’eella, oltre che di bocca prensile, è anco una di quelle a cui giova l’esser nuda. Edd’ella, al veder il di lui effervesciuto totem, troneggiar alto e sacro, va in estasi, e si prostrae devota.

Or lui però s’accorge impròvviso di n’avere roba tipo membrana un poco adiposa missione anticoncepimento; dunque come anche prima in cucina, lull’è bastevelmente colto da panico torbido, ma vualà, un’altra iddèa gliè viè, cioè piglia il totem suo (che per il pensare già s’è dimezzato in dimensioni meno sacre), edd’in sullo fa colare della cera che c’è sciolta sulle candele che stanno lì, quasi beatificanti, intorno ai due finalmente copulanti.

Edd’è tensione corpica, respirar imprevedibile, vocalizzare incontrollato.

Ell’aria è densa, calda.

Edd’è silenzio, sotto la luna.

C’è una luna alta nel cielo.

C’è una luna gialla, quella notte.

Notte diversa, per il topolino speciale. Cos’altro gli serve da questa vita, ora che il metallo, al collo l’ha colpita.

Ora è là, come in croce che tende a quel bugiardo latte salato.

La zampetta senza più forze, si piega. L’incattivitosi metallo, chiude il suo percorso verso il basso.

Senza più respiro, dimenandosi sempre meno, dopo qualche ultima contrazione, tra la muffa nel buio freddo della cantina, il piccolo innocente topolino, lancia il suo ultimo sguardo sul mondo distratto e crudele.

Poi gli occhi gli si fan fissi. Fissi sulla finestra a sbarre al là delle quali, nel cielo stellato, nel silenzio assordante, sta la luna: la stessa luna gialla.

I poeti appartati: Lorenzo Foltran

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Tre poesie

di

Lorenzo Foltran

L’eterno non contempla l’esistenza
di passato, presente e di futuro.
I secondi, i minuti, i giorni e gli anni
sono fissi, non passano perché
sincroni, non iniziano e finiscono.
Insieme, gli anni sono un giorno solo
e il nostro giorno è il giorno che viviamo.
È oggi che non diventa mai domani
e che mai ha conosciuto l’essere ieri.
Noi siamo prima di ogni tempo e il tempo,
senza tempo, non scorre né si perde.
Che tutto questo possa continuare
e che mai possa dire: «Sono stati».
L’eternità sia il nostro oggi per sempre.

*

lo non voglio programmi, calendari,
giorni segnati in rosso sulle agende
per scongiurare l’horror vacui dentro
l’ordine numerato dei riquadri.
Voglio tornare dove sono stato
e vivere il vissuto.
Imprigionare il tempo carceriere
con le sue stesse chiavi.
Costringere al silenzio
il tintinnio costante dei suoi passi.
Fuggire dalla ronda sempiterna.

*

Conoscendo, imparando con il tempo,
il saggio lascia che la barba cresca
per celare alla vista la vergogna.
Una smorfia deturpa il volto umano
di chi ha compreso cosa voglia dire
essere uomo e ne ha colto il controsenso

Da “Frontiere erranti”

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[Pubblichiamo due saggi tratti dall’ultimo volume di Massimo Rizzante, Frontiere erranti. Autoritratto di un erede senza eredi, pubblicato da Effigie nel 2025. In esso, l’autore ha raccolto una quarantina di testi per lo più saggistici usciti su riviste o in rete. Si tratta di un’attraversata della letteratura “del mondo”, da Keith Botsford a Miguel Torga, da Ornella Vorpsi a Kenzaburō Ōe. Qui compaiono Hermann Broch (e i suoi filologi) e Edward W. Said.]

di Massimo Rizzante

Non c’è nulla di peggio della posterità!

Bisognerebbe fare in modo che le opere rifiutate da un autore e quelle che, per una ragione o per un’altra, non è riuscito a portare a termine non fossero più pubblicate. Pio desiderio! Non c’è nulla di peggio della posterità! I morti non hanno nessun potere rispetto a quei vivi che, riesumando i fallimenti altrui, non desiderano che mostrare tutto il loro amore. Ma di che amore si tratta? Non si tratterà forse di rivalsa? Di vendetta? Di indiscrezione vestita da furore filologico? Ah, l’umiltà dei filologi, questi pesci rossi dai denti di piranha! Perché sacrificare il loro tempo a ciò che l’autore ha rifiutato? Certo, in nome del “tutto”. Ma non “tutto” quello che un autore ha scritto ha per lui lo stesso valore.

L’anno scorso si è ripubblicato un romanzo di Hermann Broch, L’incognita, edito la prima volta nel 1933, subito dopo l’uscita della trilogia de I sonnambuli (1932). La nuova traduzione è molto bella (molto più esatta e ispirata di quelle precedenti del 1962 e del 1981). Tuttavia, lo stesso traduttore (che è anche il curatore dell’opera) deve ammettere nell’introduzione che, nei confronti del romanzo in questione, Broch sviluppa prestissimo “una violenta idiosincrasia che giunge fino all’abiura”. Cita anche una lettera in cui l’autore confessa di averlo scritto per denaro e di considerarlo “un fallimen- to”. Non ne vuole più sentir parlare. Perché? Broch si è reso conto che Richard Hieck, il giovane matematico protagonista del romanzo, dedito alla conoscenza scientifica del mistero della vita, non è altro che una debole variante dei tre personaggi protagonisti de I sonnambuli? Forse. Forse, l’esplorazione e la rivelazione dei fondamenti irrazionali dell’agire razionale dell’uomo, tema dominante della trilogia, ritorna ne L’incognita in modo fin troppo smaccato e privo di quella novità formale che ha fatto esclamare all’autore, al termine de I sonnambuli, di aver scoperto una nuova forma romanzesca.

La storia della letteratura è fatta da pochi grandi scrittori che portano a compimento una forma e da una moltitudine di imitatori che cercano in tutti i modi di gettare discredito su quella perfezione, fino a quando giunge di nuovo un grande scrittore che porta un’altra forma a compimento. Broch lo sapeva. Per Broch scrivere un’opera letteraria è voler ottenere la conoscenza per mezzo della forma e una nuova conoscenza non può essere colta se non attraverso una forma nuova.

Non è soddisfatto della forma de L’incognita. Si tratta di un passo indietro e di una ripetizione. E l’artista non ama ripetersi. E se lo fa, ha tutto il diritto di abiurare la sua opera. Chi siamo noi, posteri, per abiurare la sua abiura?

Quest’anno la stessa casa editrice ha ripubblicato con il titolo Il sortilegio (Die Verzauberung) un altro romanzo di Broch, uscito per la prima volta in Italia nel 1982. Un romanzo incompiuto e la cui storia editoriale, lunga circa quindici anni, dal 1935 al 1950, anno della morte dell’autore, meriterebbe un noioso excursus. Excursus che il curatore dell’opera fa, senza poi interrogarsi sulla liceità della sua pubblicazione. Del resto, il romanzo è stato pubblicato una prima volta in Germania già nel 1953 con il titolo Il tentatore (Der Versucher) e una seconda nel 1969 con il titolo di Romanzo della montagna (Bergroman). Dopo aver concluso I sonnambuli, Broch, che sin dal 1927, a circa quarant’anni, aveva abbandonato la sua attività di industriale e di ingegnere tessile per dedicarsi alla letteratura e allo studio della filosofia e della matematica, si mette in testa di scrivere un’altra trilogia.

Nel 1933 Hitler si impadronisce della Germania. L’esistenza dell’ebreo viennese Broch, sebbene nel frattempo convertitosi al cristianesimo, si fa difficile. Il suo umanesimo radicale, condito dallo studio di Platone e dei Padri della Chiesa, è messo a dura prova. In ogni caso pensa a un “romanzo della montagna”, a un “romanzo rurale”, a un “romanzo religioso” ambientato in un villaggio alpino dove i ritmi naturali di una comunità vengono sconvolti dall’arrivo di un certo Marius Ratti, tempestiva rappresentazione, come un celebre critico ha affermato (Steiner), dell’hitlerismo, il quale, attraverso i suoi discorsi propagandistici, insinua nella comunità tali paure ancestrali da renderla succube dei suoi diktat. La prima stesura del romanzo è portata a termine nel 1936 (è il romanzo che leggiamo in italiano). Tuttavia, Broch non è contento e decide di riscriverlo. Mentre sta scrivendo la seconda versione, Hitler si annette l’Austria. Broch non riesce a fuggire in tempo e viene fatto prigioniero. Per una volta (forse l’unica) la fortuna è dalla sua parte. Dopo circa un mese viene liberato e si imbarca per l’Inghilterra da dove raggiungerà New York. Siamo nel 1939. Dal 1940 alla morte l’autore abiterà a New Haven, nel Connecticut. Si impegnerà per dieci anni a riscrivere il romanzo senza terminarlo. Nel frattempo pubblica La morte di Virgilio (1945), romanzo in quattro movimenti, e, in extremis, Gli incolpevoli (1950), romanzo in undici racconti, dove Broch crea una nuova forma di romanzo in grado di comprendere quell’aspirazione alla totalità che secondo lui né la religione, né la filosofia, né la scienza sono più in grado di soddisfare. Sentite cosa scrive alla fine dei suoi giorni:

La richiesta di totalità rivolta all’arte ha acquisito un carattere radicale, fin qui sconosciuto e, per soddisfarla, il romanzo ha bisogno di una complessa stratificazione, per fondare la quale non è senza dubbio sufficiente la vecchia tecnica naturalistica: si tratta di rappresentare l’uomo nella sua interezza, l’intera scala delle sue possibilità di esperienza, dal piano fisico ed emozionale all’elemento lirico.

Ancora una volta: non sarà che Broch abbia abiurato L’incognita e non sia mai riuscito a terminare Il sortilegio perché altro di ben più importante e di formalmente ben più innovativo gli stava a cuore?

Tramonto a Oriente

Sono passati venticinque anni dalla prima edizione del 1978 di Orientalismo, opera dell’intellettuale americano di origine palestinese Edward W. Said.

Quel libro, diventato oggi un libro di testo nelle università, a causa del suo presunto antioccidentalismo, fu molto criticato da diverse discipline accademiche che, se avallarono il suo punto di partenza – l’Oriente è stato per secoli e secoli una versione dell’Occidente e l’orientalismo uno strumento culturale di dominio politico ed economico dell’Occidente sull’Oriente – misero altresì in rilievo molte carenze storiografiche. L’orientalismo, insomma, come campo di studi specifico, soprattutto nel XX secolo e soprattutto in Europa, era riuscito ad affrancarsi dal peccato originale e a far conoscere realtà spesso trascurate. In molti settori del mondo arabo, poi, questa interpretazione è stato letta come una difesa dell’Islam e dei popoli arabi: una sorta di apologia dei vinti contro i vincitori, nonostante Said in molte occasioni avesse ripetuto di non aver avuto interesse, né tanto meno le capacità, di mostrare cosa fossero il vero Oriente o l’Islam. Said, nel suo saggio, utilizza alcuni concetti cari a Gramsci e a Foucault, ma il suo giudizio ideologico non prevale su quello più profondamente conoscitivo. Il richiamo originario di Said è a Giambattista Vico e a Nietzsche. Del primo riprende l’osservazione basilare che “la storia umana è fatta da esseri umani”. Gli uomini sono gli artefici della loro storia e perciò tutto ciò che possiamo conoscere è stato fatto dall’uomo: la guerra per il controllo di un territorio, così come la lotta conseguente per imporvi un modello sociale e culturale che non gli appartiene. Del secondo assorbe l’intuizione genealogica fondamentale per cui l’identità non è altro che una costruzione umana che cambia e fluttua nel tempo e che, per definirsi, ha continuamente bisogno di qualcun altro, di altri, di realtà diverse, perfino opposte, senza le quali nessuna identità potrebbe sussistere.

Che cosa sono il nazionalismo, la xenofobia, il provincialismo culturale se non manifestazioni di questa difficoltà di accettare l’essenziale instabilità dell’identità umana, le sue frontiere erranti?

È difficile vivere nella consapevolezza di tale instabilità. Così come è difficile vivere nel dubbio o, meglio, fare del dubbio la propria passione. Spesso è la paura che vince. Ora, chi ha paura è solo in un modo completamente diverso da chi, come dice Said a proposito di Genet, è “innamorato dell’altro”: chi ha paura, vede o immagina intorno a lui sempre un intruso che ci spia e gracchia parole incomprensibili e che, il più delle volte, è un nemico.

Così, quasi tutto il male che viene commesso è commesso per paura…

Questo ci ha insegnato Said: che, per quanto da secoli l’Occidente, con i suoi scrittori, conquistatori, politici, storici, abbia voluto imporre un’immagine interessata e minacciosa dell’Oriente, non c’è nessuna essenza islamica, non c’è nessun Oriente, ma ci sono tante sue costruzioni storiche del passato e del presente che attendono di essere interpretate e perfino inventate…

Said che, come il titolo della sua autobiografia ricorda, si è trovato “sempre nel posto sbagliato”, sempre in bilico tra due culture e in nessun posto a casa, conosceva il valore dell’identità, ma, come ogni spirito lucido e antiromantico, non ne cercava l’origine, ben sapendo che la sua stessa ricerca è un prodotto della nostra coscienza storica. Preferiva pensare, al contra rio di Bergson, che l’uomo è libero nella misura in cui non coincide mai con sé stesso…

Contro la scuola neoliberale

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di Giorgio Mascitelli

Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza a c. di Mimmo Cangiano, Milano, Nottetempo, 2026, euro 15,20

Il titolo militante di questo libro collettivo trae ispirazione dall’impegno di molti degli autori nella pluridecennale lotta per la difesa della scuola pubblica dall’offensiva neoliberista, ma esso non è solo un testo polemico perché risulta allo stesso tempo un’eccellente introduzione per un non addetto ai lavori desideroso di capire le dinamiche in atto grazie al livello politicamente e culturalmente alto, ma non specialistico, dei contributi e alla varietà degli argomenti trattati. Si passa così da interventi di ordine più generale, che affrontano la crisi della scuola nell’ambito della cultura postmoderna con riferimento allo sdoganamento all’interno delle didattiche di aspetti e pratiche dell’ideologia neoliberale (Lo Vetere), le modifiche, ossia gli ostacoli, al lavoro del docente portati dall’autonomia scolastica e la trasformazione della didattica come esercitazione al lavoro subordinato (Maurizi), la mercificazione dell’insegnamento universitario e secondario (Zinato) e il discorso pubblico (mediatico) sulla scuola e in particolare all’attacco alla figura del docente (Contu) per passare a messe a fuoco rigorose di vari aspetti decisivi della realtà scolastica attuale. Possiamo così vedere la crisi dell’istruzione professionale (Polacco), i meccanismi che stanno dietro alle cosiddette valutazioni oggettive dell’efficienza del sistema scolastico (Latempa), i disastri della riforma dell’accesso alla professione docente tramite i famigerati CFU (Scuderi) e la ricostruzione della vicenda dei finanziamenti PNNR come tentativo di compiere un’ideologica informatizzazione della scuola anziché cercare di usarli produttivamente per i bisogni reali (Bandini). Forse sarebbe valsa la pena di dedicare un intervento anche agli effetti selettivi che produce il mercato della scuola tramite la competizione, dalla fiera degli open day a certe innovazioni burocratiche come il RAV (rapporto di autovalutazione, un documento disponibile sul sito di ogni scuola, in cui si presentano i livelli dell’utenza dell’istituto, in modo da orientare le scelte dei genitori, particolarmente significativo nel passaggio dalla scuola elementare alla media inferiore).

Uno dei meriti fondamentali di questo libro è di proporre in tutti i suoi interventi una lettura di classe delle trasformazioni della scuola di questi ultimi trent’anni, siano esse riforme o ‘buone pratiche’, innovazione lessicale di epoca renziana che è coincisa con la contestuale scomparsa della riflessione su come e per chi sia buona una pratica. Oggi infatti assistiamo a un dibattito politico sulla scuola che, come nota Mimmo Cangiano nell’introduzione, è una vera e propria guerra culturale tra sinistra e destra ossia un dibattito tanto feroce quanto sovrastrutturale. Cosa vuol dire questa espressione? Che in fondo tanto destra quanto sinistra sviluppano un discorso idealizzato, se non mitico, caricando di valore smisurato misure simboliche del tutto secondarie (per esempio la questione dell’obbligo per gli alunni di alzarsi in piedi quando entra in aula il docente), trascurando i processi materiali che intervengono a modificare radicalmente la struttura della scuola. In particolare domina a destra lo stereotipo del declino della scuola abbattuta dal permissivismo sessantottino e dall’altro lato la negazione di qualsiasi declino tramite la retorica dell’inclusione. Quindi “la destra fa il gioco che ha sempre fatto: spiritualizza i processi capitalistici. Mentre lascia intatte (e anzi difende) le dinamiche strutturali che hanno condotto a un tale stato di cose, ammanta questi processi con la sue parole d’ordine (identità, tradizione ecc.)” (p.11); la sinistra invece “legge queste dinamiche strutturali come propedeutiche a una scuola che, lontana dalle secche disciplinariste del gentilianesimo, miri alla formazione di un cittadino sanamente empatico e inclusivo” (p.11). Insomma destra e sinistra si scontrano su simboli culturali, ma non intervengono sui processi materiali, economici, cha hanno un’origine sistemica, di trasformazione e di annichilimento della scuola pubblica.

Gli ultimi trent’anni sono stati caratterizzati da una miriade di riforme e innovazioni che ricevono il loro impulso iniziale dalle grandi istituzioni economiche del capitalismo (OCSE, UE, Banca Mondiale, fondazioni e think tank privati) con il duplice obiettivo, non sempre armonizzato, di creare un mercato nella scuola e di formare l’individuo neoliberale tramite l’interiorizzazione degli obiettivi e delle qualità necessarie a diventare un soggetto acquiescente a qualsiasi richiesta del mondo del lavoro. Una parte significativa della pedagogia universitaria sia progressista sia conservatrice ha collaborato fattivamente a questo processo, di cui la cosiddetta didattica delle competenze è l’aspetto più noto, presentandosi come tecnoscienza dell’insegnamento, probabilmente nel tentativo di ricollocarsi a favore di sole in un’università che a sua volta subisce l’offensiva postmoderna contro i saperi non performativi o inutili, ossia quelli non immediatamente spendibili sul mercato o non funzionali al discorso ideologico neoliberale. Possiamo vedere un sintomo di queste dinamiche nell’allergia del discorso pedagogico a qualsiasi storicizzazione, cioè  il docente e gli studenti sono considerati in una classe totalmente avulsa da qualsiasi contesto, quasi in vitro, come si può evincere dagli interventi di Lo Vetere e Maurizi in particolare. Da questo deriva una sorta di feticizzazione di determinate pratiche scolastiche, per esempio certe metodologie, sentite per loro stessa natura come progressive e, ça va sans dire, risolutive senza riflettere sul paesaggio sociale e storico in cui la scuola opera e senza prendere in esame la possibilità che il valore di una determinata pratica non sia assoluto, ma relativo e fortemente condizionato dal quadro generale.

In questo senso il dibattito sulla valutazione assume aspetti grotteschi o, come scrive Latempa, è inesistente perché prescinde sistematicamente dal significato politico, economico e sociale delle prove standardizzate, come quelle INVALSI, e dal loro impatto sulla scuola nel suo complesso. La pretesa di misurare oggettivamente le performance degli insegnanti tramite quelle degli studenti, essenzialmente con quiz, banalizza il lavoro scolastico e non serve a spiegare certo le difficoltà di apprendimento, ma è funzionale a creare tabelle e classifiche che, pretendendo di misurare un’astratta efficienza, mettono in competizione tra loro gli istituti. Non a caso il documento istitutivo delle prove INVALSI venne redatto da tre economisti totalmente estranei alla scuola.

In molti interventi emerge la questione degli insegnanti: l’attacco mediatico a cui sono sottoposti, ricordato da Contu, che li ritrae come depositari di un sapere inutile che comunque non sanno comunicare  e dall’altro la miriade di nuovi incarichi e obblighi di tipo essenzialmente burocratico, che Maurizi descrive puntualmente, non sono un effetto collaterale delle riforme o una questione eminentemente sindacale, perché l’attacco alla figura del docente come lavoratore della conoscenza e la sua trasformazione in un facilitatore o assistente senza particolare autonomia didattica e culturale, di cui si può scorgere un riflesso anche nella vicenda del PNNR raccontata da Bandini e, ancor di più, nell’incredibile riforma del sistema di reclutamento dei docenti tramite l’abilitazione professionale a pagamento offerta dalle università on line, analizzata da Scuderi, è un aspetto centrale della scuola neoliberale. Se si vuole trasformare la scuola in una cinghia di trasmissione delle idee neoliberali, occorre avere insegnanti culturalmente deboli e quindi incapaci di creare un rapporto educativo con i ragazzi. Ciò è particolarmente visibile nella questione del reclutamento dei nuovi docenti, che non deve essere considerata una delle tipiche inefficienze italiane, ma una scelta politica consapevole: cioè la possibilità di ottenere i crediti tramite cui si accede all’abilitazione professionale sostanzialmente pagando, anziché  vincendo concorsi abilitanti o, al limite, facendo scuole in presenza tenute da università pubbliche come in passato, è mirata a rendere più difficile l’assunzione di personale preparato dal punto di vista didattico e disciplinare, con buona pace della retorica della meritocrazia, perché lavoratori dequalificati sono più facilmente manovrabili e più deboli nella loro relazione con gli studenti.  La scuola che mira alla formazione del capitale umano per il mercato del lavoro non solo deve guardare con sospetto a qualsiasi forma di trasmissione culturale, potenzialmente critica verso l’esistente, ma osteggia quella relazione umana tra docente e studente, che è alla base dell’idea stessa di scuola, quello scambio necessariamente asimmetrico, specie all’inizio, ma pur sempre umano, senza il quale non si insegna né si impara nulla.

Si impara invece molto da questo libro, e non alludo soltanto alle analisi puntuali dei meccanismi di distruzione della scuola pubblica in una società e in un mondo, che ama dipingersi come il più civile e illuminato di sempre, ma al richiamo morale e politico, che implicitamente e talvolta anche esplicitamente comunica al lettore, di non accettare di essere governati, ma di criticare con coraggio l’esistente perché una scuola democratica è premessa irrinunciabile di una vita democratica.

Anna Voltaggio – La santa degli altri

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di Anna Voltaggio

Primo capitolo de

La Santa degli Altri

di Anna Voltaggio

Nica mi ha lasciato, e per due settimane non me ne sono accorto. Un giorno mi ha fatto trovare un biglietto nella nostra stanza. L’ha scritto sulla carta di un cioccolatino,lo ha mangiato e poi ha scritto: Sapevamo entrambi che il trop po è per poco.
Io mi sono messo seduto, dal lato in cui si sdraiava lei, e ho cercato di ricordare cosa fosse successo nelle ventiquattro ore precedenti, alle volte sono distratto.
Anche a considerare dettagli senza importanza, non c’era niente che anticipasse una decisione così drastica, non trovavo segnali che facessero sospettare che quella sera avrei aperto la porta e trovato il suo passaggio e la sua fuga.
Aveva anche quantificato il nostro tempo. Era stato davvero «poco»?
Non avevo mai ragionato su quanto potesse durare la nostra relazione, come non ragiono su quanto possa durare la mia vita. Le cose finiscono, si sa, non ha senso starci a pensare.
Di tanto in tanto era stato argomento delle nostre conversazioni, perché invece Nica, su questa cosa del tempo, ci ragionava eccome.
Aveva ordinato un chinotto con ghiaccio e limone, al chiosco improvvisato sulla stradina sterrata davanti agli scogli. Il tavolo in alluminio era ricoperto di salsedine e avevo l’impressione che l’ombrellone dell’Algida sopra di noi creasse l’unico quadrato d’ombra di tutta la Sicilia.
«Per quanto mi sforzi, non riesco a vederci nel futuro» disse all’improvviso, incastrando il bicchiere ghiacciato tra le cosce nude.
«Da quand’è che cerchi di vedere il nostro futuro? Io non ci penso mai».
«Ah, ecco. Sarà per questo che non lo vedo».
«Sei di cattivo umore?»
«No, affatto».
«Non si direbbe».
«Ti comporti come se ti avessi chiesto qualcosa…»
«Ho solo sottolineato che non ci penso».
«Ho detto che non riesco a immaginarci. È ridicola la tua reazione».
«Va bene. Non mi va di litigare con trenta gradi».
«Ti piace così tanto assumere questa posa?»
«Di che stai parlando? Tu pensi troppo, diventi intrattabile quando pensi troppo».
«Secondo te dove arriveremo?»
«Suppongo che arriveremo fino alla fine».
«Dunque, abbiamo una fine».
«Non fare la bambina, anche l’amore eterno ha un tempo finito».
«Noi bambine crediamo ai miracoli e all’amore infinito. Voi bambini fate la guerra, fate finire le cose».
«Ce la stiamo vivendo, Nica. Quando finisce, finisce».
«La stiamo vivendo a tentoni come un cieco».
«A essere onesti, è l’unico modo».
Si alzò e rimase in piedi davanti al tavolo, come fanno i ragazzini impazienti di fare qualcosa di meglio. L’uomo del chiosco si avvicinò presentandomi lo scontrino con aria vagamente solidale. Nica era generosa. Generosa nel senso che mi faceva continuamente regali, piccoli o costosi, nei limiti dei suoi guadagni, eppure non pagava mai. Mai al bar,
né al ristorante, né al cinema. Non faceva neanche il gesto e non mi ringraziava dopo che le porgevo il suo biglietto o ci presentavano il conto che ormai avevo preso l’abitudine di afferrare. C’era qualcosa di lieve in quella sua indifferenza, che m’inteneriva, perché
per tutto il resto voleva controllo, come se potesse calcolare ogni variabile della vita senza farsi mai trovare impreparata.
Queste cose posso dirle adesso, che passo i miei giorni incollando pezzetti di lei come se fosse un puzzle di cui cerco di costruire il disegno.
L’unica ragione che quella mattina l’aveva trattenuta dall’impulso di andarsene era che stavamo con la mia macchina a nove chilometri dalla città. Sentivo distintamente il suo senso di repulsione per la mia ragionevolezza, e di quelle sue reazioni ero esausto ma
anche appagato.
A ripensarci adesso che non c’è più, mi viene il dubbio che con quella frase improvvisa, Non riesco a vederci nel futuro, volesse lasciarmi intendere qualcosa di più profondo che però fatico ad afferrare. Ma forse sto soltanto manipolando la verità di un fatto molto
più semplice, forse sto soltanto rimuginando troppo. Da quando se n’è andata non faccio che vivisezionare il tempo per trovare il punto esatto che mi sono perso, quello in cui ha deciso di sparire, e inizio a credere che, più mi ostino a cercare lei, più perdo me stesso.
Sulla via del ritorno, il caldo opprimente combinato alla conversazione ci aveva reso tristi e non parlammo più. Misi in moto senza allacciare la cintura e dopo pochi secondi l’avviso acustico di sicurezza azionò i suoi bip striduli, sempre più ravvicinati, che ostentavo
di ignorare fissando la strada. Sentivo il suo sguardo addosso, una furia muta che riempiva tutto l’abitacolo. In uno scatto improvviso e rapido, come qualcosa che cade dall’alto, Nica sbatté con una violenza selvaggia entrambe le mani sul cruscotto, facendomi saltare in aria. Allacciai la cintura e accesi la radio, senza dirle una parola. Dopo un paio di chilometri partì un brano dei Clash con un ritmo irresistibile che mi spinse a tamburellare con le dita sul volante, e Nica spense la radio.
La sua irritazione provocava la mia, in una spirale che si alimentava in sé stessa. Il sale mi bruciava addosso e m’infiammava la pelle, sentivo prudere dappertutto, ma non osavo grattarmi. La macchina intanto scivolava sul viale ombroso della Favorita e ci riportava verso la città.
Da quando mi ero trasferito a Palermo, fantasticavo di prendere una villetta sotto le Grotte dell’Addaura. L’idea di vivere in una casa tra il mare e le montagne mi dava la convinzione che avrei potuto combinare qualcosa di buono e smettere di scrivere i sottotitoli dei film, che presto sarebbero stati tradotti da un’intelligenza artificiale velocissima ed efficiente,
in grado di cogliere sfumature di linguaggio apprese in dodici minuti.
Quando ho conosciuto Nica, devo ammettere, ero in quel momento fragile della vita in cui non è chiaro se il futuro che deve arrivare è ancora quel genere di futuro che cambia le cose o se invece è soltanto il tempo che resta. In questi momenti, in modo del tutto paradossale, le illusioni generano sicurezza.
Per non lasciarmi sopraffare da certe inquietudini, comunque, mi limitavo ad allontanarle, considerando fatti che non avevano a che fare soltanto con me stesso, ma con me in relazione al mondo. Mi concentravo sull’insieme e mai sul dettaglio.
Quando si affacciano domande scomode è bene spostare l’attenzione su cose di maggiore importanza, che rendono insignificanti le nostre piccole miserie. I Paesi in guerra, l’oscenità mediatica, la paura del vuoto, gli squilibri economici, le solitudini, il disincanto del mondo.
Mi chiese di lasciarla al negozio della sua amica Teresa e quando fermai la macchina, prima di aprire lo sportello mi guardò con un ghigno.
«E allora? Come andrà a finire tra me e te, visto che tutto finisce?»
«Come vuoi che vada a finire?»
«Come se fosse stato un sogno» disse.
Quella frase mi sembrò naïf, ma piena d’amore. Ricordo di aver sentito qualcosa di profondo salire in superficie e poi espandersi. Avrei voluto abbracciarla, ma invece non feci niente. Lasciai le braccia tese sul volante e la macchina in moto.
Nica allora scese spingendo indietro lo sportello con una certa forza e per due giorni non si fece più sentire.
Comunque sia, anche a saperle, tutte queste cose, si va avanti lo stesso, e il futuro, quando ci sono di mezzo i sentimenti, sembra che non debba arrivare mai. Dopo quei giorni di assenza, infatti, abbiamo ricominciato a vederci come se quella giornata non
avesse avuto nessun senso. Nessun significato. Siamo abituati a immaginare il futuro convinti che saremo come siamo nel momento in cui lo stiamo pensando. Come se non dovessimo mutare, come se, nel frattempo, le cose della vita non dovessero succedere. È stupefacente come siamo ostinati a rifiutare la morte.
Ultimamente mi chiedo come avrei dovuto risponderle quel giorno in macchina e se avrebbe fatto una qualche differenza. Come volevo che andasse a finire?
Ognuno ha le sue idee sul modo di finire le cose. Che Nica sparisse così, come in un gioco di magia, non mi sembrava il modo migliore, ma avrei preferito una cena al ristorante o una lettera? Avrei preferito lasciarla io. Ecco cosa avrei dovuto rispondere. Per quanto doloroso possa essere, scegliere di allontanarsi da qualcuno contiene l’idea di avere
accettato una rinuncia, e non è roba da poco.
Succede sempre tutto in primavera. Adesso che è luglio, non succede più niente, l’estate addormenta le cose.
Sono andato al negozio della sua amica Teresa, ieri, ho fatto avanti e indietro davanti alla vetrina decorata di piccole luci gialle e gigantografie di modelle dall’ovale rassicurante, ho guardato le clienti circondate dalla carta da parati a fiori, le ceste di shampoo e gli scaffali con le creme azione d’urto. Sembrava che lì dentro le persone si muovessero più lentamente, come se l’aria fosse soffice e asciutta mentre fuori, dove ero confinato io, traboccava di umidità. Avevo l’impressione che la porta di vetro del negozio fosse l’accesso di un mondo che mi veniva precluso. Ho osservato per un po’ le mani di Teresa che si davano da fare sopra la testa della donna seduta, che le sorrideva attraverso lo specchio mentre lei ricambiava con indulgenza, districando pazientemente la massa di capelli ruvidi e ispidi. I suoi, al contrario, sembravano una decorazione, ricci stretti e lunghi che occupavano molto spazio intorno a lei. Ne ha raccolto un paio di ciocche appuntandole con qualcosa, sono così neri che il sole che filtrava dal vetro li faceva luccicare.
Non so quasi niente di lei, se non che con Nica si conoscono dai tempi della scuola e che è orfana. Quella parruccheria del borgo l’ha ereditata dalla zia perché ci lavora dentro da quando è una ragazzina, e le sorelle, per questa ragione, dell’eredità adesso non
le parlano più.
Le amiche di Nica mi hanno sempre messo uno strano timore addosso. Ogni tanto mi parlava di loro e me le figuravo come amazzoni sempre pronte a colpire, ma Teresa più di tutte, e adesso che la vedo per la prima volta mi sembra di riconoscere la bellezza severa che avevo immaginato.
Se fossi entrato a chiederle dove fosse finita la sua amica non mi avrebbe risposto; nel migliore dei casi mi avrebbe guardato con compatimento, nel peggiore mi avrebbe chiesto di andarmene, senza riconoscermi, guardandomi come un estraneo, un nemico, un infiltrato.
Alla fine, ho passeggiato avanti e indietro senza fare niente, ripensando alla stanza più vuota che avessi mai visto, quella senza di lei.
La sera in cui Nica è sparita era il 22 maggio. È una coincidenza, perché il 22 maggio è la festa di santa Rita. Mi chiedo se l’abbia scelto apposta, perché anche questo era un tema ricorrente nelle nostre conversazioni, e il giorno del nostro primo incontro, senza che le avessi chiesto un bel niente, mi si era seduta accanto e aveva cominciato a parlare di santa Rita. Ci siamo conosciuti a un funerale. Questo particolare grottesco avrebbe dovuto prepararmi, anziché divertirmi. Era morta Mimì Puglisi, proprietaria della libreria Le Volte, che frequentavo abitualmente da quando mi ero trasferito, una di quelle librerie che
sembrano il salotto di casa, con un divanetto a due posti tappezzato in velluto verde oliva e un vecchio pianoforte addossato al muro dove, sopra, era appesa una bella stampa incorniciata con un disegno di Dino Buzzati. Ero fuori dalla chiesa perché volevo prendermi
una pausa da quella messa lunga e faticosa, dal prete che parlava con tono cantilenante citando passi del Vangelo secondo Matteo, e non so perché fosse uscita anche lei, ma in quel momento pensai che fosse per la stessa ragione.
«Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
«Beati voi» mi era suonato ironico.
Il prete pronunciava frasi brevi con un tono che invitava a completarle, e infatti tutti, in coro, finivano le frasi dietro di lui. Parole sempre uguali ritornavano fino a svuotarsi di significato, come un rituale ipnotico in cui non si chiede a nessuno di comprenderne il
senso.
Io non sono stato educato a frequentare le chiese da fedele, neanche da simpatizzante. Le ho sempre conosciute vuote e stratificate, perché entrambi i miei genitori erano architetti e mi raccontavano le piante a croce, il transetto e l’abside, ma nessuna storia che riguardasse i misteri o le leggende. Non sono neanche abituato a vedere le chiese piene di persone, né preti che dicono messa. Mio padre aveva deciso che non era il caso che facessi il catechismo come il resto dei miei amici e nel 1987 ero l’unico bambino della
scuola, forse di tutta Pavia, a essere esonerato dall’ora di religione.
A un certo punto della messa mi ero isolato e avevo perso il significato di tutte le parole, non pensavo più neanche a Mimì Puglisi. Ero abbandonato a un flusso di pensieri vaghi sulla colpa e il desiderio, e di tanto in tanto tiravo fuori il cellulare dalla tasca per lasciarmi
distrarre dall’algoritmo e accertarmi che fosse ancora carico, anche se sapevo che lo era.
L’odore intenso della chiesa mi aveva messo addosso un fastidioso senso di disagio ed ero uscito. Seduto su un gradino defilato, davanti a un vecchio portone di cui si intuiva il verde della pittura ormai scrostata, mi accesi una sigaretta nel mezzo del mercato chiuso e muto. Nica si avvicinò e venne a sedersi accanto a me come se fosse normale. Indossava pantaloni stretti e un maglione che sembrava fatto a mano, con le maniche troppo lunghe che lasciavano appena scoperte le dita affusolate. Era un maglione nero con
due grandi narcisi azzurro polvere che sparivano dietro i fianchi; sopra portava un trench lungo fino alle caviglie che svolazzava appena mentre avanzava verso di me con i suoi stivaletti di pelle sottile. Era una figura elegante e determinata, con la vita stretta e il ventre incavato. Dalle mie parti non è abitudine sedersi accanto a un estraneo, per di più per condividere una cosa tanto intima come il fumo di una sigaretta. Mi chiese da accendere con un tono molto serio, ma d’altra parte eravamo a un funerale. Fissai la sua
giacca leggera e scura che strisciava a terra.
«Hai visto il santuario di Santa Rita?» disse mentre avvicinava la sigaretta incastrata tra le labbra alla fiamma.
«No» risposi sorpreso.
«Eri dentro la chiesa, però».
«Mi sono fermato nelle ultime file».
«È alla sinistra della navata, nel cortile del convento. È molto potente».
«Non sono religioso» mi affrettai a dire con un’aria di superiorità. «Conosco giusto i fondamentali».
«Sei milanese». Inclinò a destra la testa sorridendo, come se esserlo fosse stupido.
«Pavia. Ma l’ho lasciata presto e sono stato un po’ qui e un po’ lì. Adesso vivo a Palermo da quasi tre anni».
«Molte donne sono devote a santa Rita in questa città, cercano aiuto e lo chiedono, sentono una connessione forte».
«Santa femminista…»
Fece una risatina per compiacermi.
«D’altra parte sei un uomo» disse.
«È un insulto? Non sono un fan del patriarcato».
«È un fatto con i suoi limiti; gli uomini non possono sapere queste cose, non fanno parte della loro storia. Voglio dire… a Palermo le donne dovevano farsi furbe per sopravvivere, cercare alleanze. Meglio se con una santa».
Mi era parso che s’illuminasse, mentre parlava, quel tipo di luce che trafigge da dentro, che rivela un fuoco.
Fece un lungo tiro dalla sigaretta e il fumo uscì così denso e azzurro che ebbi l’impressione di guardarla attraverso la nebbia.
«Quando ero piccola mia nonna mi raccontava la sua storia per farmi addormentare. La conosci la storia di santa Rita? Ma più ancora dei miracoli, mi piaceva sentire le richieste che le venivano fatte, mi sembrava di entrare nelle vite degli altri».
Parlava senza prendere fiato, come se avesse fretta di dirmi tutte quelle cose che ascoltavo senza capire.
«Speravo sempre in un lieto fine» disse, «che il miracolo si compisse, che i desideri venissero esauditi.
Anche io cercavo di fare miracoli. Una volta ho resuscitato Lola, la mia gatta, quando è caduta dal terzo piano. Ma non sono riuscita a resuscitare mia nonna».
Questa volta risi io. Timidamente. E lei mi guardava e mi sembrava contenta.
«Ho l’impressione che si raccontino volentieri le grazie ricevute e ci si dimentichi di quelle inascoltate. Io preferisco non credere ai miracoli».
E quando dissi così lei si rifece seria all’improvviso.
«Forse non hai mai sofferto» disse.
«Non saprei».
«Per dolori profondi sono necessarie difese forti».
Non ero affatto sicuro di seguire il filo del suo discorso ma non volevo che smettesse di parlare, stavo scivolando dal mondo reale a quello delle possibilità, e il desiderio che nasceva bruscamente per lei mi dava una vertigine.
«Era di Cascia, niente di più lontano da un’isola. Ma a Palermo le donne sognavano cose impossibili, soluzioni a vite disperate».
«E tu preghi per i tuoi sogni impossibili?»
«Sì, una specie».
Lo disse con dolcezza e poi fece un sorriso incredibile che per un momento sembrò dissolvere tutta la tristezza del mondo.
Mi rendevo conto di guardarla come un innamorato pazzo. Le fissavo il collo nudo e gli occhi screziati di arancione, contornati di nero. In certi istanti sembrava una fata o una sirena; qualcosa di soprannaturale, ma provai a non darci peso. Si sarebbe alzata e
non l’avrei vista più, pensavo, come succede con le fantasie.
Non ricordo bene il resto della conversazione ma, improvvisamente, senza tanti giri di parole, le chiesi il numero di telefono e lei mi illuminò con un’occhiata rapida e chiara.
Tirò fuori dalla tasca della giacca una penna con l’inchiostro liquido rosso e lo scrisse sulla mia mano, insieme al suo nome. Nica. Senza fare nessun sorriso e senza chiedermi perché. Io dissi ad alta voce il mio nome, Tommaso, lasciandolo appeso nell’aria, poi rimanemmo qualche minuto uno accanto all’altra senza dire altro, con le cicche delle sigarette spente nelle mani.
«Perché sei a questo funerale?» mi chiese, alla fine.
«Era la mia libraia. Ho passato molte ore a parlare con lei, mi ero affezionato a quel suo modo polemico e tenero che aveva di guardare il mondo. Ogni tanto mi chiedeva di tradurre certe schede che presentavano i libri da ordinare, erano per la sua socia francese,
aveva anche una libreria italiana a Parigi. Ma forse lo sai» dissi distrattamente, rivedendo per un momento il viso di Mimì che rideva.
«Sei un traduttore?»
Annuii e subito dopo, come preso da uno strano pudore, mi corressi.
«Una specie: scrivo i sottotitoli dei film, finché i robot non lo faranno al posto mio». (Ma non aggiunsi che nei mesi peggiori traducevo anche i bugiardini delle medicine e le istruzioni per ogni genere di elettrodomestico).
«Bello» disse, con un’indifferenza sincera.
«Mimì Puglisi invece stava scrivendo un libro, chissà se è riuscita a finirlo. Diceva che me lo avrebbe fatto leggere. Era appassionata di piante, un giorno mi ha regalato dei bulbi di amaranto, ma ho dimenticato di piantarli».
«E di che parlava? Il libro, dico».
«Non lo so. Qualche tempo dopo ho saputo che si era ammalata e non l’ho vista più in libreria. Mi è dispiaciuto».
«Già».
«Tu la conoscevi bene?»
«Anche io ho passato molte ore a parlare con lei».
Poi era andata via e alla fine della funzione l’avevo cercata tra i capannelli di persone che indugiavano sulla strada. Guardandomi intorno chiesi di lei a uno sconosciuto con la barba che fumava la pipa e che aveva gli occhi lucidi di chi ha trattenuto il pianto.
«È andata al cimitero, per la sepoltura» disse quell’uomo. «È la figlia».
La notizia e il caldo, quella notte, non mi avevano fatto dormire.


Anna Voltaggio è nata a Palermo. Vive a Roma e lavora nel settore culturale. Ha esordito con La nostalgia che avremo di noi, pubblicato da Neri Pozza nel 2023.

Un carovaniere nel deserto del linguaggio

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di Mattia Tarantino e Sotirios Pastakas Larissa 

L’otto aprile Mattia Tarantino ha ricevuto il premio speciale durante l’Incoronazione dei Poeti in Campidoglio, su segnalazione del poeta Valerio Magrelli. In occasione del premio e dell’uscita, per Samuele Editore, della raccolta Sciababàb, ospito qui la nota introduttiva al libro di Tarantino realizzata da Sotirios Pastakas Larissa.

***

Ho conosciuto Mattia ad aversa, quando aveva appena diciassette anni. L’anno prima aveva già pubblicato la sua prima raccolta di poesie: un esordio precoce che lasciava intuire una vocazione non comune. ma ciò che mi colpì subito non fu soltanto la scrittura. Fu la sua straordinaria capacità di riunire attorno a sé persone: musicisti, poeti, amici, curiosi. alla libreria Quarto Stato diedero alla mia lettura un tono festoso, quasi corale, che poi proseguì naturalmente nella bevuta e nel barbecue a conclusione della serata. in quell’occasione riconobbi immediatamente in Mattia un talento raro: quello di ammagliare le persone, di attrarle dentro un cerchio di energia e di entusiasmo. un vero incantatore di serpenti. Pochi mesi dopo ebbi anche il piacere di collaborare alla rivista Inverso, che Mattia aveva fondato insieme al compianto Gabriele Falloni. da allora sono passati dieci anni di amicizia sincera, e oggi mi sembra di vedere quella esperienza, quella generosità e quella tensione poetica cristallizzarsi in questo volume di poesie scelte. il libro appare come un dono: un’offerta generosa agli amici, ai compagni di viaggio.

È come un braciere acceso attorno al quale ci si raduna per scaldarsi. siamo nel deserto – e nel deserto basta anche un piccolo punto di luce per orientarsi. i cammelli sono stati abbeverati, il campo è montato, e ora bivacchiamo dopo l’attraversamento del linguaggio: un viaggio in cui la parola nasce, si incrina, si ammala, ma continua ostinatamente a cercare una casa. Mattia, in fondo, ha fondato una tribù di poeti: una comunità di sognatori. i suoi testi sembrano muoversi in uno spazio sospeso tra visione, memoria familiare e una interrogazione quasi metafisica sul potere della lingua:

chiedi in questa veglia la parola

che ci salvi dall’inverno e faccia casa.

Questa raccolta è un libro da portare con sé, quasi fosse un amuleto sacro, un talismano per le prossime soste nel deserto. Come ci ammoniva l’amatissimo Joseph brodsky, la poesia non serve a consolare: serve a orientare il cammino. E, qualche volta, persino a farci ritrovare la strada.

Sotirios Pastakas Larissa, 11 marzo 2026

 

Foto di Dino Ignani

Les nouveaux réalistes: Claudio Bellon

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Rimprovero

di

Claudio Bellon

Avevo diciannove anni la prima volta che ho steso.
Ero con Alice e Fergus, al primo anno di università.
Temple Bar. Il bagno graffitato e caustico del Workman’s, locale che al martedì si riempie di studentelli alternativi; e con loro: tatuaggi, capelli viola, sguardi tristi, preservativi, spine dorsali, non-binari, biglietti dell’autobus, giacche di pelle, piercing al capezzolo, femministe.
Accanto al lavandino, un ragazzo dal volto spigoloso ha estratto dal pube una pallina bianca, delle dimensioni di un dente. Dopo averlo pagato, abbiamo scartato l’involucro salmastro di sudore con le unghie, pescato la polvere con una chiave e infine l’abbiamo stesa su un iPhone. Fergus, che viene da Londra e come molti britannici ha provato buona parte delle droghe pesanti tra i quattordici e i sedici anni, si è occupato di tritare il composto adulterato fino a disegnare tre righe soffici e affascinanti. Ho arrotolato una banconota da dieci euro fino a formare un cilindro duro e ho sniffato metà della polvere con la narice sinistra e la seconda metà con la destra.
Dopo abbiamo parlato con un sacco di turisti nella zona fumatori. Ho chiesto ad Alice se potevo fumare un po’ della sua sigaretta. Non solo perché sentivo gli incisivi intorpiditi dal gelo anestetico della cocaina, ma perché per la prima volta mi andava di assaggiare la sua saliva. Lei l’ha divisa con me.

Da quella sera sono passati: una laurea triennale, due appartamenti umidi, sei coinquilini, un master, nove colloqui, otto rifiuti, un’offerta.
Oggi resto seduto in ufficio finché il sole non scompare dietro i palazzi. Un ufficio di vetro dove svolgo un lavoro dal titolo complicato: Principal Business Development Manager. Un groviglio di parole che non significa niente.
Davanti a ciascun dipendente, sulla superficie laminata della scrivania, sono posizionati un laptop aziendale e un monitor aggiuntivo, in un setup studiato per ottimizzare la produttività e garantire un flusso di lavoro efficiente. Ogni mattina, gli utenti si collegano a stanze virtuali per comunicare attraverso lo schermo, anche se i corpi si trovano nello stesso identico spazio. Ogni tanto scendo a fumare una sigaretta, giocherello con il cordino del badge o interagisco con il programma di intelligenza artificiale messo a disposizione dalla ditta. Gli faccio domande del tipo: Si può morire di solitudine? È un presagio sinistro pensare sempre alla morte? Come si fa a vivere davvero le cose senza che la consapevolezza della fine le avveleni già mentre accadono?

Dopo il lavoro, Fergus mi aspetta al pub, anche se non sono sicuro che aspetti davvero me.
Davanti a lui ci sono due bottiglie vuote di Hop House. Indossa cuffie enormi e guarda su YouTube un blogger che esplora le periferie più pericolose del pianeta. Ho la sensazione che la sua serata avrebbe la stessa intensità, con o senza di me. In fondo, non sono altro che un’entità di contorno; un eco nella solitudine. A volte mi chiedo quanti amici continuerebbero a vedersi se i bar smettessero di servire alcolici. Forse, eliminata la ritualità del consumo di alcol, caffè e droghe, molti scoprirebbero di non avere davvero bisogno della gente.
Ci spostiamo dal Ferryman all’Hogan’s, dal Whelan’s al Bar With No Name, sotto i tavoli facciamo una chiavetta dopo l’altra. La coca non la prendiamo più al Workman’s: ce la recapita direttamente lo Special Deliveroo, un ragazzo in bicicletta vestito come un rider della nota multinazionale di consegne a domicilio. Prima di incontrarlo, scambio messaggi con il proprietario del coffee shop online, che mi manda regolarmente volantini disegnati con Canva raffiguranti i prodotti disponibili. Attraversiamo le strade elettriche della città, invase da: turisti, artisti di strada, fighe di legno, fighetti del Trinity, burocrati, ciglia finte, camerieri, abbronzature spray, garlic dips, dottorandi, stacanovisti, senza dio, rampolli, cervelli in fuga.

Questa è Dublino, e quelli là fuori sono loro, vogliosi di bere, scopare, ballare, divertirsi.
Ma i pub cominciano a chiudere. La musica finisce. Le persone si riversano sui marciapiedi.
Sotto casa ci facciamo geolocalizzare da un altro special Deliveroo.
Chiusa la porta, Fergus toglie le scarpe e siede sul tappeto del salotto, gambe incrociate, il gomito appoggiato al tavolino anti-impronta sul quale fa cadere la polvere.
– Hai saputo di Alice?
Accenno un no senza dire niente.
– Lo sai che si sposa con un vecchio?
– Cioè?
– Un manager che lavora con lei. Ha una quarantina d’anni.
– Te l’ha detto lei?
– No, l’ha detto a Joanna. E ovviamente Joanna non sa tenere un segreto.
– Beh, – dico, abbassando lo sguardo – Buon per loro.
-L’ho spiato su LinkedIn, sai? Un entusiasta che legge The Economist e altre riviste per persone senza una vita interiore. Eri meglio te.
Annuisco e poi smettiamo di parlare. Continuiamo a bere e a fumare finché non arriva l’alba. Il cinguettio degli uccelli suona come un rimprovero di mia madre. Apro la portafinestra ed esco sul balcone, l’aria fredda mi punge i polmoni. Stringo le mani attorno alla balaustra per paura di lasciarmi cadere. Ripenso a una sera di Halloween di tanto tempo fa: Alice mi tinge i capelli in camera prima di una festa in maschera. Rivedo noi due sdraiati sul letto, il riflesso dell’insegna JP Morgan nel vetro della finestra e un angoscioso sentore di perdita che mi lega la lingua. Come si fa a vivere davvero le cose senza che la consapevolezza della fine le avveleni già mentre accadono? Mi soffio il naso e il fazzoletto è macchiato di sangue. Abbasso la tapparella. Un nuovo giorno è sorto, il futuro bussa alla porta e io non ho voglia di andargli incontro.

AzioneAtzeni – Discanto Trentaduesimo: Marcello Fois

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Credits
Testo e voce: Marcello Fois
Incipit da Il figlio di Bakunìn: lettura di Lia Careddu

AzioneAtzeni – Discanto Trentaduesimo: Marcello Fois

 

Discanto XXXII

Tullio Saba era un bambino vanitoso, l’ho scoperto molte volte che si specchiava nell’unico specchio di casa, sul comò in camera da letto di donna Margherita. Era uno specchio di lusso esagerato, con la cornice di stucco color d’oro e in alto un angioletto grasso, nudo. E anche donna Margherita si guardava troppo allo specchio per una donna costumata. Il bambino aveva sempre scarpe fini, nere e lucide; certo, il padre era calzolaio, ma nessun bambino in paese aveva scarpe così belle. E il padre non era sarto, ma nessun bambino in paese aveva vestiti così eleganti.
da Il figlio di Bakunìn, di Sergio Atzeni

 

Lettera a Tullio Saba
di
Marcello Fois

 

Torino, 4 dicembre 1989

Tullio, ascò, c’ho in mente una storia di lotte operaie con un protagonista che nella mia testa, non so perché, c’ha la tua faccia, e così mi è venuta questa mattana di chiamarlo come te. Quindi dopo averne parlato con Paola mi è sembrato corretto avvisarti. Sempre che la cosa non ti dia fastidio.
Mì che non c’è niente di brutto in questo personaggio, anzi è una specie di eroe, ma eroe per modo dire. Di quelli che non sembrerebbero. Te lo dico subito: non ti devi offendere di nulla, perché quando si scrivono delle storie la cosa importante è capire che non è che sono vere. Devono sembrare vere. Anzi, se sono proprio vere non sono storie. Però Tù qualcosa di vero ci sarà: ti ricordi di quel pomeriggio a casa tua, quanto avremo avuto: sì e no quindici anni, quando ti ho beccato che facevi i muscoli allo specchio? Questo vorrei metterlo, ma mica per prenderti in giro, solo perché, quando scrivi storie, perché sembrino vere bisogna mentire, ma perché sembrino proprio vere un pizzico di verità ce la devi mettere. E a me di te mi piace quella verità che sei uno che piace alle donne. Senza invidia eh? E che fai finta di niente ma lo sai bene. Cioè Tù il mio eroe, come te, c’ha questa cosa che possiamo definire chimica, questa capacità di attrarre come se fossi una carica negativa costantemente in presenza di cariche positive. Ah, non voglio certo dire con questo che tu sei una persona negativa, sto proprio parlando di scienza, come ne Le Affinità Elettive, che è il romanzo dove le regole dell’attrazione sovrastano qualunque ragionevolezza. Dunque chimica: niente di negativo in te. A volte davvero basta istruirsi, e leggere, per essere meno suscettibili. Il mio Tullio leggerà, tu leggi troppo poco, dici sempre che ti stanchi, e questo è un peccato davvero, perché leggere è anche meglio che scrivere, anche se non sembrerebbe. Comunque, e qui chiudo, se ti stanchi di leggere è solo perché non leggi abbastanza. Come correre. Mica per leggere ci vuole talento, bisogna allenarsi, come a calcio: vedi che quando fai le ore piccole e salti gli allenamenti alla partitella dopo un quarto d’ora sei fuori uso? Lo stesso è col leggere. Al mio Tullio Saba, nome e cognome eh, dunque gli piacerà leggere perché sarà uno di quelli che cerca di spiegare alle persone ignoranti che il più delle volte sono ignoranti perché le hanno convinte che istruirsi sia una perdita di tempo. Su questo punto preciso magari non ti riconoscerai, ma, ancora una volta, non per dire che sei ignorante, perché non lo sei, ma solo un po’ mandrone a studiare, perché per il resto, le donne in primis, accidenti a te, non ti batte nessuno.
Hai presente il calzolaio di Uta, quello comunistone, compagno duro e puro, mì che lo chiamavano Bakunìn, te lo ricordi? Dai che aveva appeso il cartello sulla porta della bottega che diceva “Ai fascisti si fanno le scarpe, per tutti gli altri si risuola”. E quasi nessuno aveva colto il doppio senso di “fare le scarpe” come nella definizione del vocabolario: “compiere un’azione di tradimento finalizzata a scalzare l’altro”. E Tù, non è per tornare sempre lì, ma, a leggerlo il vocabolario, si capiva perfettamente cosa voleva dire Bakunìn. Nella storia che ho in mente Tullio Saba è uno che si oppone ai fascisti con la forza degli argomenti. Anche se sa bene di avere a che fare con gente che argomenti ne hanno pochissimi, e, si sa, quando mancano gli argomenti cominciano i pugni. Per questo sto studiando il ventennio fascista come periodo in cui ambientare questa storia. Nella finzione il mio Tullio Saba è figlio del calzolaio, non me ne voglia tuo padre, Bakunìn. Cioè, ribadisco, poche cose vere sparse, rendono più verosimili cose inventate.
Altra cosa: uscire da questa dittatura agropastorale di questi scrittori nuoresi che si credono chissà che. Va bene, c’è un Nobel di mezzo, ma io di Barbagia e banditi e maestrale e querce o, peggio, canne piegate dal vento, non ne voglio proprio sapere. Per carità, tanto di cappello a Grazia Deledda, però bisogna proprio capire che la Sardegna è assai più grande di quella che lei ha imposto al mondo. Senza cattiveria beninteso, è chiaro che quando una vince il Nobel metta un’ipoteca seria sull’idea che uno si può fare del mondo che descrive nelle sue storie. E onestamente tutto quello che si sa letterariamente della Sardegna, lo si sa dalle pagine della Deledda. Perciò Tù, niente Barbagia, niente disamistadi, niente latitanti, ho pensato al territorio delle miniere, il Sulcis, che è poco raccontato e è rappresentativo di un vero ceto operario. Perché i pastori, diciamocelo, rispetto ai minatori sono dei signori. A questi nuoresi, maledetti in senso antifrastico, bisogna riconoscere che per scrivere sanno scrivere. Salvatore Satta per esempio, che, accidenti, quei pastori li ha fatti complessi peggio che se li avesse inventati Musil. Ecco lo stile è magnifico, ma io di quella spocchia identitaria mi sono rotto. A me interessa di più il racconto di quella purezza che nessuno ha mai visto realmente, la nostalgia, quasi una malinconia costante, che hanno i colonizzati di tutte le latitudini, quando devono concepirsi in un mondo che non hanno determinato e devono esprimersi con una lingua costantemente assediata, e devono costantemente mediare tra il pensiero di sé e lo sguardo altrui. Insomma scelgo l’urbano contro il rurale. E in Sardegna di città in senso stretto con tutte le commistioni e contraddizioni che ne conseguono, ce n’è solo una. Che è Cagliari. M’immagino le critiche, ma città ne ho viste abbastanza, e città come questa dove mi trovo ora che è il centro dei centri di qualunque mozione operaistica. Dunque, per me, questa storia di te, che diventi il figlio del calzolaio Bakunìn, e che, durante il fascismo, lotti per i diritti negati della povera gente, mi pare, tra le altre cose, un modo per raccontare che quella purezza millantata dal canone barbaricino noi sardi l’abbiamo persa da tempo. Ho in mente a questo proposito una storia cittadina di periferia cagliaritana con due ragazzine, ma per ora sono appunti.
Finisco dicendoti che ho pensato di scrivere questa storia con un protagonista che non si vede mai. Eh, Tù, l’idea è che di Tullio Saba, figlio di Bakunìn, si sa solo quello che dicono gli altri. Un modo per liberarsi dalle responsabilità, così si può dire che la finzione arriva fino a un certo punto e che il risultato non è nient’altro che il resoconto della gente che parla, e quando la gente parla un motivo c’è. In verità questa idea che sembra tanto incredibile, e cioè usare come protagonista uno che non si vede, è antichissima e risale a Omero. Dei ventiquattro libri dell’Odissea, i primi quattro, la Telemachia, narrano di un figlio, Telemaco appunto, che cerca il padre, Ulisse, e questo padre non si vede mai, ma viene narrato di volta in volta da tutti coloro che per fortuna, o per sfortuna l’hanno incontrato. Senza presunzione anche io voglio fare la stessa cosa. Anzi con tutta la presunzione che uno scrittore deve avere, che cavolo!
Hai detto mille volte che venivi a Torino, cerca di farti sentire e promettimi che almeno questo romanzetto, con Tullio Saba protagonista se accetti la cosa, lo leggi. Fammi sapere, io ci terrei davvero perché ormai fra me e me lo chiamo già così. Saluti a casa. Male che vada ci vediamo l’estate prossima. Asibiri, Tù.

Sergio.

 

 

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

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Allegorie del bene?

2

[Questo testo è apparso sul n° 5 (dicembre 2025) della rivista “In Opera. Esercizi di lettura su testi contemporanei”. Il numero conteneva un dossier a cura di Riccardo Donati dedicato ad Alessandro Broggi a un anno dalla sua comparsa.]

di Andrea Inglese

1.
Ho bisogno di vedere pioppi, così come ho bisogno di coperte pesanti per l’inverno e caffè ogni mattina, dopo essermi alzato. E se non vedo pioppi, o anche se li vedo, ho bisogno di leggere brevi testi, con brevi frasi, come i versi dei poeti e delle poetesse, dove compare la parola “pioppo”.

IL PIOPPO DI KARLSPLATZ

Un pioppo c’è, sulla Karlsplatz,
in mezzo a Berlino, città di rovine,
e chi passa per la Karlsplatz
vede quel verde gentile.

Nell’inverno del Quarantasei
gelavano gli uomini, la legna era rara,
e tanti mai alberi caddero
e fu l’ultimo anno per loro.

Ma sempre il pioppo sulla Karlsplatz
quella sua foglia verde ci mostra:
sia grazie a voi, gente della Karlsplatz,
se è ancora nostra.
(1950)

Di Bertold Brecht, traduzione di Franco Fortini e Ruth Leiser.

Il pioppo di Karlsplatz esibisce la foglia, la espone, la rende parte del paesaggio urbano, ed è così che il pioppo rivela la sua estraneità al tempo storico, la sua capacità di attraversarlo, non indenne, ma secondo un ritmo diverso, una pazienza ignota agli esseri umani. È, tra le altre cose, questa sconosciuta, ammirevole pazienza, che fa degli alberi dei testimoni di un tempo diverso, di un tempo che sfugge il presente, che lo scavalca.

2.

Paradossalmente, gli alberi contribuiscono a rompere la “logica evolutiva”, che ci assegna tutti alla freccia direzionata di un unico tempo storico. Si legga Rancière (da un’intervista su “Machina”: La confusione dei tempi: intervista a Jacques Rancière, a cura di Pierpaolo Ascari.

“La tradizionale divisione gerarchica oppone il tempo degli uomini attivi, che si propongono dei fini e li realizzano oppure si godono il tempo libero, al tempo ripetitivo degli uomini passivi, dediti alle attività quotidiane. Questa prima divisione è stata ricoperta – e forse dissimulata – nell’età moderna dall’affermazione del tempo omogeneo dell’evoluzione, che ridistribuisce la gerarchia in altri modi: l’obbligo di appartenere al proprio tempo, l’esistenza dei ritardatari, la proscrizione dell’anacronismo ecc. Ho insistito sul modo in cui la sovrapposizione di diverse temporalità ha giocato un ruolo nella ridistribuzione egualitaria del sensibile. Questo è vero, su larga scala, con la reinvenzione al tempo di Winckelmann di un’antichità diversa da quella che l’ordine classico aveva assimilato e superato secondo la logica evolutiva, o al tempo della Rivoluzione francese con la resurrezione di antichi simboli politici. Ciò è ancora vero, su scala più modesta, con le commistioni di tempi e le eterogenee esibizioni di oggetti, testi e immagini che hanno costituito la cultura degli autodidatti. Questi testi e queste immagini, spesso antiquati, hanno fornito loro gli strumenti intellettuali per lottare contro la gerarchia delle temporalità che li rinchiudeva nell’unico tempo della ripetizione.”

Gli alberi non sono solo la vita che ritorna, ciclica, stagionale, ma l’immagine di uno sfasamento temporale rispetto agli eventi maggiori della storicità umana: sono con noi, sono nel nostro paesaggio, eppure sono estranei a esso, appartengono non certo a un ciclo inteso come eternità, ma come linea temporale altra, difforme rispetto a quella umana delle generazioni.

La pazienza della pianta, la sua calma, la sua grande capacità di ascolto e di relazione. Al contrario dell’animale, che risolve la maggior parte dei suoi problemi attraverso il movimento, la pianta sviluppa strategie a partire dalla sua condizione d’immobilità. “Dal momento che non può dirigersi in direzione di ciò che le è necessario, né scappare da quanto può causargli torto, la pianta deve necessariamente trovare dei meccanismi di compensazione rispetto alla sua fissità. Roman Kaiser confronta la sua situazione a quella di un paralitico, obbligato a sviluppare capacità estreme di socievolezza e d’innovazione, dal momento che non può muoversi.” Da Francis Hallé, Éloge de la plante. Pour une nouvelle biologie (Seuil, 1999).

3.
Pensate a una foresta di eucalipti. Un’immagine maestosa, pacifica. Il profumo, la zebratura dei tronchi, con i filacci di corteccia che come scorze circolari di un frutto sbucciato cadono ai piedi dell’albero, i passi dentro il suolo asciutto, quasi sabbioso, tra un eucalipto e l’altro. Ma questa immagine nasconde un veleno, un disastro. Una foresta di eucalipti asseta le falde idriche, distrugge la fertilità del suolo e la ricchezza del sottobosco, si espone a incendi devastatori e violentissimi. In Europa, come in altre parti del mondo, principalmente nell’America latina, l’eucalipto è favorito dai coltivatori, in quanto albero dal ciclo di vita corto (12-15 anni) contro quello più lungo di alberi quali il faggio (100-140 anni) o la quercia (150).

Neanche gli alberi sono innocenti. Nemmeno le immagini di alberi promettono quiete e frugalità.

Il pioppo non è certo escluso dal tessuto economico e aziendale, che s’intreccia con il territorio “naturale”. (La “natura” più che un’entità o un sistema autonomo rispetto a quello umano e culturale, è una sorta di confine: permette di sperimentare l’enigma e l’alterità, rispetto a tutto ciò che è interno alle nostre significazioni. Ciò che chiamiamo “natura” è sia interno che esterno; come il nostro inconscio è l’esterno del nostro interno umano, individuale o collettivo, così ogni pezzo di mondo naturale è da noi intessuto di significati umani, e nello stesso tempo esibisce una fodera opaca, che trascende, sfugge, a questi significati.)

Da un sito aziendale: “uno dei principali attributi del legno di pioppo è che può essere ridotto in fogli di ampia superficie e privi di difetti che consentono di produrre un compensato dalle caratteristiche di aspetto esteriore pressoché uniche o quantomeno ben superiori a quelle di molti pannelli dello stesso tipo realizzati con altre specie legnose”. La pioppicultura sembra avere un impatto ambientale ben meno nocivo che la coltivazione dell’eucalipto. In Campania, nell’Area Vasta di Giugliano, un territorio in cui la camorra ha interrato per anni i fanghi industriali, la cultura del pioppo è utilizzata per sanare il suolo. Al posto delle tecniche ingegneristiche di bonifica, molto costose e che bloccano l’attività agricola, si piantano decine di migliaia di pioppi. Il pioppo è una delle specie arboree maggiormente in grado di assorbire i metalli contenuti nel suolo.

Tutto questo ovviamente non sembrerebbe riguardare il pioppo di Karlsplatz. Ma oggi sì. Ogni pianta può essere un avversario o un alleato. Ogni pioppo appartiene a dei sistemi più o meno controllati, a delle famiglie di viventi più o meno docili.

4.

I LAMPI DELLA MAGNOLIA

Vorrei che i vostri occhi potessero vedere
questo cielo sereno che si è aperto,
la calma delle tegole, la dedizione
del rivo d’acqua che si scalda.

La parola è questa: esiste la primavera,
la perfezione congiunta all’imperfetto.
Il fianco della barca asciutta beve
l’olio della vernice, il ragno trotta.

Diremo più tardi quello che deve essere detto.
Per ora guardate la bella curva dell’oleandro,
i lampi della magnolia.

Da Paesaggio con serpente (Versi 1973-1983), di Franco Fortini.

Dobbiamo parlare o guardare? Se parliamo, non parleremo degli alberi, parleremo di quello che gli uomini non riescono a fare. Parleremo, magari, di quello che le donne non vogliono fare, non vogliono più fare nel mondo pensato e organizzato per la preminenza dei maschi. Si parlerà, provocando conflitto, evocandolo. Nulla andrà liscio in quel discorso, che si vuole aperto, esteso. Di parte, ma esteso. Vi entreranno dentro le collere, le impazienze. “Non vi è bastata una vita, per cambiare voi stessi e parte del vostro mondo?” Di questo e di altre cose non si parlerà, adesso. Perché si guarderanno gli alberi: l’oleandro, la magnolia. E anche le tegole, che tengono fermo il tetto e riparata la casa. E il ragno, che muove imperterrito verso la soluzione dei suoi problemi.

La magnolia come l’oleandro sono reali, ma sottili e densi condizionamenti li fanno esistere vicino a noi. Non sono fino a in fondo immagini di loro stessi, non lo possono essere. Sono immagini di altre cose. Sono allegorie. Allegorie di concetti che ci mancano, che rischiano di essere vuoti. Cosa includere, far esistere, sotto il concetto di “bene”? Quali sono le specifiche, concrete, appropriate, “letterali” immagini del bene? Appena se ne pronuncia il termine, se ne annuncia il concetto, da ogni parte sciamano fraudolenze. Cortesie estreme e infide, da dispositivo dialogante dell’Intelligenza Artificiale.

“I lampi della magnolia” sono immagini di bene. Di tali immagini dobbiamo caricarci, oppure, all’opposto, grazie a esse svuotiamo lo spirito troppo ingombro.

5.
“La domanda in questione suona così: quanto tempo si può stare di fronte a una cosa? (…) Dunque mai stare davanti, non guardare fisso, non provocare. Non bisogna provocare un mandorlo, ancora più se è meravigliosamente fiorito. Basta poco e diventa incomprensibile, un ostacolo, alla fine un rimorso.”
Da bianco è l’istante (Edizione del Verri, 2015) di Angelo Lumelli.

C’è un’allegria dei fili d’erba, dei fiori di mandorlo o di albicocco. Un’allegria della luce. Anche se tutto è perfettamente sospetto, anche se tutto è guasto, anche se non possiamo tenere nella mente né i fili d’erba né i fiori di mandorlo, dal momento che diverrebbero un problema, un problema alla fine da risolvere con grande violenza ed efficacia, quindi l’allegria ci serve, perché ci permette di guardare altrove, a qualcosa che ancora non c’è. A un’altra cosa allegra. A un altro bene.

“Molte cose accrescono la mia allegria. Gli alberi accrescono la mia allegria. Le scimmie accrescono la mia allegria. Il mare accresce la mia allegria. Le banane accrescono la mia allegria. Guidare l’auto accresce la mia allegria. I monti accrescono l’allegria.”
Da POLARIZZAZIONE, in Krieg und Welt (2006) di Peter Waterhouse. Traduzione di Camilla Miglio.

6.
L’OLMO DI CAMPERDOWN
Dono di A. G. Burgess al Prospect Park di Brooklyn (1872).

Questo olmo piangente mi richiama
gli Spiriti affini sull’orlo di un dirupo
;;;;;;;;;;che domina un torrente:
Bryant che ama gli alberi e invoca Thanatopsis
sta conversando con Thomas Cole
nel quadro di Asher Durand, che li raffigura
sotto la filigrana di un olmo sovrastante.

Essi avevano visto, non c’è dubbio, altri alberi – tigli,
aceri e sicomori, querce e l’albero
dei viali di Parigi, l’ippocastano; ma immaginate
il loro rapimento se avessero mai visto
la vasta mole dell’olmo di Camperdown e “la trama intricata dei suoi rami”
che s’innalzano ad arco e scendono a incurvarsi in quella nebbia di sottili fronde.
Lo vide lo specialista di cavità arboree
e sondò col suo braccio la caverna del tronco,
per quanto era lunga; e c’erano altre sei piccole cavità.

Occorrono puntelli ed alimenti. Mette ancora le foglie;
ancora lì. Mortale tuttavia. Salviamolo. Poiché
è la suprema rarità di Brooklyn.

Da Poesia sparse, di Marianne Moore, traduzione di Lina Angioletti e Gilberto Forti.

Questa poesia, scritta da Marianne Moore nel 1967, aveva uno scopo pratico: salvare dall’incuria un olmo d’origine scozzese, sorta di bizzarria della natura (“our crowing curio”), che era stato piantato nel Prospect Park di Brooklyn nel 1872, cinque anni dopo la creazione del parco. Si tratta di un olmo dai grandi tronchi nodosi, che si sviluppano quasi parallelamente al suolo e creano una sorta di cupola attraverso il fogliame ricadente. Come si parla di un albero? Perché si parla di un albero? L’ho detto: per salvarlo. Moore, quasi ottantenne, viene eletta nel 1965 presidente della Greensward Foundation, e in questo ruolo si occuperà anche degli alberi sofferenti o in via d’estinzione del Prospect Park. Ma parlare di un albero è un affare difficile, anche perché l’albero – lo abbiamo visto – è spesso l’immagine di un’altra cosa, l’immagine di un bene. Ma qui è in questione un albero particolare, in tutta la sua opacità biologica, vegetale. Moore opera varie forme di avvicinamento obliquo, per triangolazione. Differisce l’incontro, o lo “scherma” con un dipinto, e questo dipinto contiene un olmo, ma anche un “romantico” paesaggio roccioso, con torrente annesso, e colline verdeggianti all’orizzonte. Si tratta del quadro di Asher Brown Durand : “Kindred Spirits”. E gli “spiriti affini” sono i due uomini, due amici, che stanno l’uno accanto all’altro al centro di questo paesaggio selvatico. Uno è poeta e l’altro pittore. Invece di presidiare un salotto borghese, ammaliandone il pubblico colto e agiato, o di lavorare assiduamente chi alla scrivania chi nell’atelier, se ne stanno sopra uno sperone roccioso a discettare del mondo circostante, privo di costruzioni, ferrovie, pali della luce, lampioni, scavi nel terreno. Ma Moore non è interessata a questa prima messa in scena romantica, in quanto i due solitari amanti della wildness servono come pretesto all’evocazione di alberi comuni: tigli, aceri, sicomori, ecc. Perché una volta che si è, da giovani o giovanissimi, imparato ad associare gli esemplari concreti degli alberi con i nomi delle loro specie, non si aspetta altro che l’occasione di elencarli, metterli per iscritto quei nomi, nella dimensione solenne e rituale del verso poetico, in modo che famiglia e individuo compaiano assieme, per un attimo, nella lettura: il tiglio scritto e nominato convoca l’insieme dei tigli visti, tutte le somiglianze tra i singoli tigli incontrati, tigli spesso già allineati dall’uomo, messi in una fila, organizzati in filari appunto, in modo tale che domini una ridondanza percettiva a ogni nuovo incontro. Per parlare di un albero centenario, situato in un parco di New York, Marianne Moore parla di un dipinto, in cui assieme a un albero e a un intero paesaggio selvatico, si vedono in piedi e sfaccendati un pittore e un poeta. Entriamo quindi nella mente di questi due individui, perché in loro troviamo la memoria di altri alberi visti, ossia incontrati e nominati. Ed è questo il nucleo, il perno estetico e libidico del componimento: la strofa centrale. E ora, che tutto un corteo d’alberi è stato evocato (ippocastano di Parigi incluso), possiamo finalmente abbordare il nostro vero soggetto poetico, ossia le cavità dello strano, fragile, sorprendente olmo d’origine scozzese.

7.
Sfogliando disordinatamente l’edizione Oscar Mondadori (2005) di Petrolio di Pasolini, mi sono imbattuto in una serie di frammenti intitolati “I Godoari”. In nota si ricorda che tale nome è frutto dell’invenzione di Anna Banti, che in questo modo chiama un popolo barbaro insediatosi nella pianura padana intorno a una villa abbandonata (La villa romana).

In ognuno di questo frammenti pasoliniani, dominano delle descrizioni accurate, calme, di paesaggi naturali che si trovano spesso al confine con zone urbane e periurbane. Si tratta di descrizioni che alleano precisione documentaria e topografia fantastica. La vegetazione che la voce narrante evoca è del tutto ordinaria, familiare, eppure la successione degli spazi sembra sganciarsi da ogni continuità paesaggistica. Ancora una volta il montaggio (o il semplice collage modernista – Marianne Moore –) sembra inserirsi in questi testi piattamente descrittivi, programmaticamente bucolici, anche se in essi l’idillio è sospeso, tramortito dalla vicinanza con il detrito e la rovina, eredità dell’uomo e delle sue trasformazioni territoriali.

“Non potati da decenni o da secoli, gli alberi da frutto avevano duri rami contorti, troppe foglie, piccoli frutti irriconoscibili, ed erano radi, nati a caso, tra i rovi, che parevano pian piano, con le ortiche e la xxx, voler coprire tutta la campagna. Invece, al di là di una siepe, appunto di rovi, serrati e duri come il ferro, dopo un pianello d’erba corta e verde – a cui probabilmente erano mescolati della dolcetta e del radicchio – apparve un secondo indizio: ed era qualcosa che non poteva non dare un tuffo al cuore e far venire intrattenibili lacrime agli occhi: si trattava di un campicello di granoturco, con in mezzo dei filari di viti, in cui si sentiva la < > di una mano umana.”

Da Appunto 114. I Godoari (V).

Nell’atmosfera cupa e violenta di molte pagine di Petrolio, si apre questa serie non-narrativa e non-saggistica, serie di non accadimenti e non ragionamenti, in cui lo sguardo vaga libero, erratico, tra “gli alberi da frutto”, “un pianello d’erba”, “un campicello di granoturco”.

Parlai di queste pagine ad Alessandro Broggi, nel periodo in cui era già impegnato nella stesura di Noi. Avevo già avuto modo di conoscere parti del suo progetto in corso. E gli lessi quindi alcuni brani dei Godoari di Petrolio, e lui ne rimase, come immaginavo, molto intrigato.

8.

(Un poeta italiano che si è presto specializzato in libri sugli alberi è Tiziano Fratus. Fratus fa, appunto, libri sugli alberi. Nessuna sospetta triangolazione, nessun rovello allegorico, nessuna impossibilità conclamata (Lumelli) di far fronte a un mandorlo. Nessun’ombra, proiettata da discorsi che si dovranno fare “più tardi” (Fortini). Non c’è più nessun sospetto nell’albero, nell’immagine che esso sollecita in noi, per un autore come Fratus: l’albero è un amico. Punto e basta. Questa è la buona notizia. Ed è così che un poeta può scrivere un intero libro per Mondadori, ma in una rassicurante prosa, dal titolo Ogni albero è un poeta. Storia di un uomo che cammina in un bosco. La copertina fa subito capire che il lettore è invitato a disarmarsi. Una ragazzina dall’aria rustica se ne sta a piedi nudi sul disco di legno, di un albero tagliato alla radice, in un bosco assai favolistico, assai incantato. E la ragazza stringe tra le mani un fusto metallico poggiato alle sue spalle, da cui pende un bulbo di vetro illuminato. Gli alberi di Fratus sono davvero gli alberi amici, e basta (senza fodere opache, sfuggenti), eppure tutto è già circonfuso di magia. “La natura è, da che mondo è mondo, la nostra nutrice e la nostra precettrice. Ci insegna. Ci redarguisce. Ci informa.” Scrive, ad esempio, Fratus. Qualcosa non funziona. E io penso che, alla fine, quello che non funziona è questa “amicizia” troppo esibita, troppo sicura di sé, proprio nei confronti degli alberi. Tutti vorremmo essere amici degli alberi, nei giorni di festa. Ma nei giorni lavorativi cosa succede agli alberi? Cosa succede a noi? Come vengono usati gli alberi? Che ce ne facciamo degli alberi? Certo, uno può sempre specializzarsi nel fare libri sugli alberi, dicendo che il poeta e l’albero sono una stessa cosa. Pappa e ciccia. Poeta l’uno, poeta l’altro. Sembra di non aver più a che fare con immagini del bene, ma con il bene proprio, tagliato a pezzi e incellofanato per il lettore. Come in un libro sulla crescita personale.)

“Ci esamina da una pozza uno stormo di otarde – fasci di capperi, cardi e sorbe, castagne d’acqua e boccioli di canna, un grosso mandarino tardivo con i rami ricchi di frutti… I raggi del sole ci investono, stanno sbocciando i ventagli fogliosi della manioca, la strada è un passaggio strettissimo in mezzo a una piana di papaveri che perdono le corolle, a ciò che sta appena al di qua o al di là del campo di attenzione…”

Da Noi di Alessandro Broggi (2021), p. 19.

E ancora.

“Percepiremmo ogni mattina la giornata che si avvierebbe come un infinito campo di possibilità e agiremmo in modo da aumentarne il numero, non confermeremmo semplicemente il nostro mondo. Germinando le tassonomie più variate tra le connessure di una crosta sassosa, la stagione reimposterebbe il suo giro, i fuscelli sorgendo già pieni di api che ronzano; senza che siano tralasciati aster e farfara, festuche dal ciuffo, stipe, giunchi, erba corda, pere di terra che conoscerebbero forme di sviluppo loro proprie, sussulti arborescenti che beneficerebbero di fondovalle convergenti, a portata di mano, di ravine addizionali coronate da pennacchi di cirri.”

Da Noi, p. 89.

Quali sarebbero, delle infinite possibilità aperte dall’avanguardia camminante dei protagonisti del libro, quelle che non confermerebbero il mondo, e di cui si potrebbe parlare? Non è facile formularle, metterle in parole, tali possibilità. Ma si può procedere, come nella serie I Godoari di Pasolini, a costruire un paesaggio, montandolo pezzo per pezzo, vocabolo per vocabolo, utilizzando quella fodera opaca, per mostrare, indicare con cenni muti, che qualcosa esiste al di là di quello che ogni giorno l’Occidente ufficiale conferma.

Abbiamo bisogno di immagini del bene. Le figure umane non ci bastano. Le figure umane sono campioni nel disumanizzarsi, nel rendere se stesse disumane, agendo come mostri su mostri. Le figure viventi, non umane, portano forse un bene. Non direttamente. Non letteralmente. Di qui l’immagine di un’immagine. L’immagine di un concetto vuoto. L’immagine di un bene, che non tocchiamo, non vediamo. Per questo i “sussulti arborescenti”, che Broggi evoca, possono essere “a portata di mano”. Abbiamo bisogno di allegorie del bene. Dobbiamo svuotarci di umanità. Non verso qualche umanissimo (ancora più incanaglito) transumanesimo: ma verso la docilità e la pazienza delle erbette, smemorate, dementi, produttrici di allegria.

*Immagine: David Hockney, Apple Tree, 2019