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“Gli orfani” di Vuillard. Billy the Kid e la costruzione degli Stati Uniti

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Il club del lettore: Éric Vuillard
Gli orfani. Una storia di Billy the Kid, E/O

The New York Public Library. “Books discharged here, Books charged here” The New York Public Library Digital Collections. 1875

di Davide Orecchio

In principio c’era la violenza: lo spiegò Ernest Renan in un suo testo classico, Che cos’è una nazione? (1882), giustificandone tra le righe la necessità, e la necessità di rimuoverla. Scriveva lo storico francese: “L’oblio, e dirò persino l’errore storico, costituiscono un fattore essenziale nella creazione di una nazione, ed è per questo motivo che il progresso degli studi storici rappresenta spesso un pericolo per le nazionalità. La ricerca storica, infatti, riporta alla luce i fatti di violenza che hanno accompagnato l’origine di tutte le formazioni politiche, anche di quelle le cui conseguenze sono state benefiche: l’unità si realizza sempre in modo brutale”.

Éric Vuillard non è uno storico, è uno scrittore. Ma in questo suo Gli orfani. Una storia di Billy the Kid, romanzo fresco di stampa per E/O, fa esattamente questo, riporta alla luce la trama violenta che, sulla linea della frontiera americana, servì a costruire dal nulla uno Stato che sarebbe diventato presto un impero. Abbiamo imparato ad apprezzare Éric Vuillard con L’ordine del giorno (2018) e La guerra dei poveri (2019), sempre portati in italia da E/O. Ora, ricorrendo all’architettura di un romanzo storico per così dire “scarnificato”, Vuillard racconta una delle leggende più famose, e per questo più falsificate, della storia del West americano, quella del fuorilegge Billy the Kid. Altri romanzieri avrebbero impiegato centinaia di pagine; a Vuillard ne bastano poco meno di 150 per proporre la sua versione, che è davvero fresca, priva di incrostazioni mitopoietiche, e soprattutto convincente. Potrebbe essere un testo da spedire nello spazio a ignote civiltà aliene: “Se volete sapere com’è andata, leggete qui”.

Gli orfani di Vuillard è un’opera di critica narrativa e politica alla fondazione degli Stati Uniti d’America. Cioè ha una lingua narrativa che pensa e riflette, in condivisione col lettore, il che è un pregio e una rarità perché il lettore, di solito, si tende ormai a intrattenerlo ed emozionarlo. La storia di Billy the Kid e di tanti suoi compagni di avventura, nella versione di Vuillard, è la storia di un povero, di un orfano, di un teenager senza amici né protezione. Lo scrittore francese ce lo mostra in tutte le tappe della sua breve esistenza di pistolero, ladro di bestiame e di cavalli, membro di svariate bande al soldo di bovari e latifondisti. Per il troppo sparare, rubare e inseguire una sua libertà nel selvaggio West (Arizona, Texas, soprattutto New Mexico), il Kid (al secolo Henry McCarty, o forse William H. Bonney) finì col morire in anticipo, nel 1881, a soli 21 anni, per mano dello sceriffo Pat Garrett.

Libertà, violenza, costruzione di uno Stato. La tesi di Vuillard è efficace e diretta: quelli come il Kid furono l’esercito di spostati e miserabili che l’America usò per erigere sé stessa. Scrive Vuillard: “La libertà inaudita di cui hanno goduto per pochi decenni gli angloamericani sulla frontiera, guardiani di mandrie dal grilletto facile, la vita che facevano i pionieri ai confini sempre più allontanati dell’impero, l’orgia di violenza, alcol, gioco d’azzardo, prostituzione, massacri, accaparramento di terre e costituzione selvaggia di vaste proprietà, tutto ciò in realtà non era altro che un’emanazione lontana e rimossa del potere centrale”.

Vuillard ci mostra un “colonialismo precipitoso e brutale” messo nelle mani di “piccoli delinquenti, orde di straccioni, vagabondi e ladri”. Un impero “edificato a tutta velocità”, perché “mai si era estorta tanta terra in così poco tempo”. Kid e i suoi compari servivano. La loro violenza serviva in quella breve fase di accaparramento capitalistico. Serviva – argomenta Vuillard – ai grandi proprietari, agli uomini d’affari, all’esercito e a Washington. Questi adolescenti o giovani uomini di misere origini diventarono quindi improvvisamente liberi e sfrontati, “la banda di scellerati più arrabbiata della Storia umana”.

Ma la fine per il Kid e gli altri arrivò presto, e Vuillard ce la mostra. Una volta massacrati i nativi e organizzato l’allevamento intensivo e l’uso delle terre, i latifondisti smisero di farsi la guerra e decisero che era tempo di istituzionalizzare il potere. Venne il momento della democrazia. Fu eletto uno sceriffo, Pat Garrett, il braccio della legge che avrebbe sterminato le bande. E per Billy the Kid arrivò l’ora di bussare alle porte del paradiso.

Racconti di guerra degli iraniani sotto i bombardamenti. “C’è chi intravede un futuro migliore e chi solo distruzione”

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di Giuseppe Acconcia

Sono passate cinque settimane dai primi raid di Stati Uniti e Israele contro Teheran. Gli iraniani all’estero come in patria continuano ad essere divisi tra chi considera questi attacchi una fonte di distruzione irreparabile per un paese dalla storia millenaria e chi li valuta come una possibile opportunità per un cambiamento futuro. Negli ultimi giorni sono stati colpiti uno dei più importanti centri medici del Medio Oriente, l’Istituto Pasteur di Teheran, i politecnici Imam Hussein e Malek Ashtar di Teheran, e più volte l’Università di Isfahan, insieme al ponte in costruzione B1 nella provincia di Alborz. E così anche i più strenui oppositori del regime iraniano come Masih Alinejad, tra le ideatrici del movimento “Donna, vita, libertà” ha chiesto agli Stati Uniti di risparmiare le infrastrutture energetiche del paese e di concentrarsi sui centri di potere del regime. Mentre le autorità iraniane continuano a eseguire le condanne a morte tra chi è stato arrestato nelle proteste di inizio anno, tra cui il giovane Amirhossein Hatami, insieme ad Abolhassan Montazer e Vahid Baniamerian, presunti membri del gruppo terroristico in Iran Mojahedin e-Khalq (Mek), e ad arrestare le voci critiche come l’avvocato per la difesa dei diritti umani, Nasrin Sotudeh. Sono almeno 2000 le vittime e 3,2 milioni gli sfollati, secondo i dati delle Nazioni Unite, dall’inizio del conflitto. Abbiamo raccolto voci e testimonianze di chi sta vivendo in prima persona la catastrofe di una guerra illegale, evitabile e non necessaria, combattuta nell’oscuramento di internet, accessibile solo per brevi intervalli, e di cui non si vede la fine.

 

Da Teheran al Mazandaran

“Tutti noi abbiamo un familiare o un amico ucciso in questi bombardamenti”, ha raccontato Mohammad. Solo nei raid in piazza Resalat a Teheran, dove si trova uno dei quartier generali più grandi del gruppo paramilitare dei basiji, 40 persone sono state uccise nei bombardamenti delle prime due settimane. “Si stavano preparando a lasciare il quartiere, aspettavano che la figlia tornasse a casa dal lavoro per andare via tutti insieme. Ma l’esplosione è avvenuta prima che Nilufar tornasse a casa. Sono tutti morti”, ha raccontato Mahnaz. “Conosco una famiglia che ha perso 14 componenti. Una mattina sono passato di qui e ho visto vari resti di cadaveri, uccisi nelle esplosioni”, ha proseguito.

“Nel mio villaggio nel Mazandaran continuano a svolgersi i funerali delle vittime”, ha raccontato Payam. “Ogni volta, come da tradizione, viene collocata una gigantografia del defunto. Lo stesso è successo con Amir Mohammad, aveva appena 21 anni e un fisico da lottatore”, ha spiegato. “Era andato a Teheran per il servizio militare. Aveva promesso a sua madre di tornare a casa per aiutarla a vendere le verdure al mercato. Ma non ha fatto in tempo”, ha spiegato il giovane.

 

Da Isfahan a Bandar Abbas

“Ho visto missili colpire la città. In alcuni casi i raid sono andati intensificandosi. Ho visto tanti essere trasportati in ambulanza in condizioni critiche”, ha spiegato Ahmad, studente che vive a due passi da piazza Naqsh-e Jahan, patrimonio Unesco. “Da quando i bombardamenti sono iniziati, tutti i lavoratori sono terrificati e produciamo la metà rispetto al solito. Abbiamo perso migliaia di euro per tutti i prodotti che avevamo preparato per il capodanno iraniano (Newroz) e che sono rimasti invenduti”, ha spiegato Jolan, proprietario di una panetteria. “Dopo il bombardamento a una caserma anche la nostra casa è andata distrutta. Non possiamo tornare a casa”, ha aggiunto Moataz.

“Eravamo tutti molto preoccupati e pensavamo che ci avrebbero uccisi da un momento all’altro. Abbiamo salutato i nostri professori e compagni di classe pensando che non li avremmo mai più rivisti”, ha spiegato la giovane liceale di Bandar Abbas, Fatemeh. “Dovevo prepararmi per i test di accesso all’università ma ora ho paura di tutto”, ha aggiunto la ragazza.

“Una bambina è corsa verso di me per essere abbracciata mentre erano in corso i bombardamenti”, ha raccontato Sina, 20 anni che vive nella zona industriale di Bandar Abbas. Suo padre gli ha detto di andare via il prima possibile dalle vicinanze del porto. “Dopo un lungo viaggio sono arrivato a Shiraz, la stazione dei bus è stata bombardata e ho continuato il viaggio verso Teheran in taxi”, ha raccontato il giovane.

 

Sui tetti di Teheran

“È la seconda volta in un anno che ci siamo trovati a Teheran nel mezzo della guerra. Ci sono checkpoint per strada e milizie che minacciano i cittadini comuni”, ha spiegato Datis, attivista della capitale iraniana. “Passiamo ore sui tetti, abbiamo imparato a distinguere tra MIM-104 Patriot, B-2 e F-35. È meno terribile restare all’aperto che aspettare i bombardamenti chiusi in casa”, ha proseguito Datis. “Mi hanno mandato la foto di una stazione di polizia demolita dai bombardamenti israeliani. L’ho riconosciuta subito perché è il luogo dove sono stato detenuto l’ultima volta che mi hanno arrestato. Passeggiavo mano nella mano con la mia ragazza e la polizia morale ci ha fermato, insultato e umiliato”, ha proseguito Sorush. “Da quella stessa stazione di polizia hanno attaccato chi protestava con spari e kalashikov, senza preavviso”, ha continuato. “Non è possibile fotografare i danni causati dai raid, alcuni sono stati arrestati mentre portavano i familiari in ospedale”, ha aggiunto.

“Ci ritroviamo con i vicini sui tetti perché sono luoghi semiprivati, dove c’è libertà. Lo facevamo anche nella guerra dei 12 giorni dello scorso giugno e nelle proteste di gennaio. Con il passare dei giorni molti sono andati via, dopo i raid alle raffinerie l’aria era irrespirabile ma abbiamo continuato a incontrarci mentre i missili precipitavano”, ha continuato Anita.

 

La vita degli iraniani è segnata da una delle guerre più dure che abbia attraversato il Medio Oriente negli ultimi venti anni, mentre il negoziato per una tregua mediata da Pakistan, Egitto e Turchia fatica a materializzarsi. Non solo, è in corso una guerra di propaganda per cui la nuova generazione di militari iraniani, dopo l’uccisione dei vertici dei pasdaran nei raid israeliani, appare più aggressiva nella comunicazione, così come fa il presidente Usa, Donald Trump che ha promesso di riportare l’Iran “all’età della pietra”, nonostante lanci messaggi confusi sulla durata del conflitto. Fin qui l’aumento del prezzo del petrolio, ben oltre i 110$ al barile, e il pieno controllo dello Stretto di Hormuz sembrano accrescere la capacità negoziale di Teheran, mentre il paese viene distrutto e gli Usa minacciano l’intervento di terra.

 

Filetto di cane

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Foto di congerdesign da Pixabay
Foto di congerdesign da Pixabay

di Valerio Cerulli Irelli

«Vedo delle bellissime spiagge nei suoi collage. Qui, per esempio, non c’è suo padre. Vuole parlarne?».

«Sì, guardi, quella in alto a sinistra è una foto del 2024. Papà non c’è perché l’ha scattata lui, subito prima che iniziasse tutta questa storia. È stata l’ultima vacanza in cui siamo stati solo noi tre».

«Ed è successo qualcosa mentre eravate lì? Mi scusi se le sembro poco preparato, ma come tutti so solamente quello che si è visto su Netflix e sui giornali».

«Li ho portati per questo, i collage. Si figuri. Allora… 2024, quindi avevo sedici anni, e con papà e mia sorella stavamo tornando dall’Abruzzo dopo una settimana di mare. Ero seduto davanti e giocavo col telefono quando a un certo punto BAM, avevamo messo sotto Elizabeth».

«Temo di non seguirla. Avete investito una donna?».

«Non una donna, la nostra mucchina. Forse dovrei dire vitella. Comunque eravamo in mezzo alle campagne e dopo un botto ho alzato lo sguardo e per terra, davanti a noi, c’era Elizabeth: una manzetta d’Abruzzo di quattro mesi e centoventi chili. Papà aveva decelerato prima dell’impatto ed Elizabeth s’era rotta solo qualche ossicino – poi il veterinario ci ha detto che è stato un miracolo, perché in genere i bovini muoiono sempre quando vengono investiti.

«In ogni caso, un disastro totale. Volevamo aiutarla ma in tre, con mia sorella che avrà avuto dieci anni, era praticamente impossibile. Piangeva a dirotto. Abbiamo provato i numeri di emergenza ma eravamo in un posto davvero sperduto e ci avrebbero messo una vita, allora papà ha isolato la zona e, dopo essere stati ignorati da un sacco di passanti, un camion si è fermato e tre signori hanno aiutato me e papà a caricare Elizabeth sul nostro pick-up.

«Siamo andati dal veterinario – quindi anestesia, scansiona il microchip, bla bla bla, e ci è stato detto che se la sarebbe cavata, ma il proprietario non voleva riprendersela in quelle condizioni. Allora io e mia sorella ci siamo impuntati e papà ha detto “sapete che è? Ce la portiamo a Frascati”».

«Inizio a collegare. Quindi è questa la mucca della storia. Ma non l’aveva rubata in un allevamento?».

«Ma quale rubato. Mio padre era un avvocato, non gli sarebbe mai venuto in mente. Non a quei tempi, almeno. Comunque lei è un giornalista e dovrebbe sapere che sono tutte cazzate quelle che vede sul web».

«C’è anche chi prova a fare un buon lavoro, almeno spero. Quindi, voi da ragazzini siete cresciuti a casa con la mucca… Elizabeth?».

«Per un po’ sì, ora le spiego. Guardi la foto al centro del collage: mio padre era di Roma ma la famiglia aveva una bella casetta con un ettaro di giardino a Frascati e, da quando i miei avevano divorziato, abitava lì. Vede quanto verde? Noi andavamo da lui dal venerdì alla domenica, mentre gli altri giorni stavamo con mamma. Da quando Elizabeth aveva iniziato a vivere lì, ogni giovedì sera mia sorella saltellava fino a camera mia per dirmi che non vedeva l’ora di andare da papà. Le brillavano gli occhi. Lui aveva praticamente trasformato il giardino in un pascolo, in attesa che le fratture guarissero, e nel frattempo, quando era al lavoro, pagava la figlia dei vicini per passare ogni due ore e controllare come stesse Elizabeth – mentre quando c’eravamo noi stavamo tutto il tempo con lei e quindi non c’era bisogno. Comunque, erano gli anni di TikTok e, anche per avere un’occasione in più per passare tempo con mia sorella, che era già nella fase ribelle e non mi cagava più se non per cose di Elizabeth, ho creato un profilo e abbiamo iniziato a fare video, noi due e la mucchina. Lo chiamammo tipo con un gioco di parole tra il verso della mucca e Mourinho, che allenava la Roma – poi papà lo cambiò».

«Immagino sia un tifoso allora. Lo era anche suo padre, o aveva altre passioni?».

«Lo ero. Adesso con tutta quella tecnologia mi sembra uno sport per ingegneri, e dall’inizio di ‘sta storia di papà non guardo molto quello che c’è in streaming. Comunque no, a lui non è mai interessato il calcio, lo guardavamo con il nonno, e in realtà non aveva delle cose che amava fare quando non era al lavoro o con noi. Ora guardi qui, le ho inserito una scheda su quel profilo… Ecco, pagina tre. Spaccammo tutto. Duecentomila followers e milioni di visualizzazioni in poche settimane. Però, mentre i primi giorni ci arrivavano solo bei commenti, appena l’algoritmo ha fatto arrivare il profilo a più persone sono iniziati ad arrivare gli insulti. Erano principalmente battute di pessimo gusto, tipo “Bravi a papà, manzo di prima qualità a chilometro zero”, ma a volte ci andavano giù pesante, e qui arriva il punto: papà beccò mia sorella mentre piangeva. Le chiese cosa era successo e lei gli mostrò che un tizio con un nome utente impronunciabile aveva minacciato di cercare Betty per tutti i castelli romani per mangiarsela. Si incazzò di brutto e ci sequestrò il profilo».

«Poco più di otto anni fa e sono cambiate così tante cose. Adesso è impensabile che a quell’età una bambina possa usare i social e leggere quella roba. Ma lei non era grande per farsi sequestrare l’account da suo padre?».

«Sì, ma papà era fatto così… Poi c’era di mezzo mia sorella piccola, e l’alternativa sarebbe stata gestire il profilo insieme a lui e mi sembrava ancora più imbarazzante. Allora glielo abbiamo lasciato, e mentre aumentavano i followers lui ha iniziato a uscire di testa. Appena è arrivato al milione, mischiando video di Elizabeth e attivismo animalista, ha iniziato a delegare il suo lavoro ai colleghi fino a smettere del tutto. Amava quella mucca come se fosse un’altra figlia, forse in realtà anche più di quanto amasse noi. Per farle capire, una volta mia sorella chiese del latte per colazione e lui si incazzò così tanto che poi chiedemmo a mamma di non farci andare da lui per settimane.

«Non lo vedemmo per un mesetto, forse un po’ di più, e a scuola tutti mi prendevano in giro perché papà faceva centinaia di migliaia di like con i video sui bagnetti a Elizabeth. Aveva persino annunciato che si sarebbe incatenato a un allevamento intensivo, mi pare in provincia di Modena. Il fatto è che da quando mamma l’aveva lasciato si sentiva solo… senza uno scopo, e a quanto pare in quel periodo pensava di averlo trovato».

«La ascolto. Scusi se sfoglio le pagine dei fascicoli che ha portato, ma ero colpito da tutti questi screen e dai numeri. Cosa sono, delle chat con l’AI?».

«Però se va avanti da solo mi è difficile mantenere il filo. Vorrei che vedesse le cose nell’ordine in cui le ho viste io, e tra poco inizierà a capire. Allora, appena mia sorella smise di impuntarsi sul fatto che papà l’aveva spaventata con quella storia del latte, tornammo a Frascati per il weekend. Elizabeth era in riabilitazione, le fratture quasi guarite, e la figlia dei vicini si era praticamente stabilita a casa nostra per badare a lei, mentre papà passava le giornate fisso alla scrivania con due laptop, un iPad e un telefono sempre accesi. Non ci cagava neanche un po’ e passava tutto il tempo a scrivere chissà cosa sui dispositivi, passando dall’uno all’altro. Riesce a immaginarselo? Un uomo adulto che vede i figli solo il fine settimana e invece di stare con loro chatta compulsivamente.

«Quel giorno, a cena, ci chiese se sapevamo cosa fosse l’antispecismo – ovviamente non ne avevamo idea. Ci fece un excursus infinito che partiva da Jeremy Bentham e arrivava al concetto di “animale domestico”, passando per quello di “carne” e tanti altri, ed effettivamente sia io che le ragazze – c’era anche la figlia dei vicini, che aveva mangiato con noi – pensammo fosse figo. Poi però ci iniziò a parlare di come non gli andasse giù che buona parte di quelli che lo insultavano sui social network, dicendogli cose tipo “porta la vacca in braceria e vai a lavorare”, avessero dei cani a casa e li trattassero come figli. Qualcuno gli diceva anche, esplicitamente, di cucinare la mucca e prendersi un cane. Quindi iniziò a urlare cose come “nessuno capisce un cazzo” o “fanculo i cani”, nonostante ci fosse sua figlia piccola, e ci disse con un tono da pazzo che per vincere una guerra a volte bisogna fare cose che non si vuole fare e che lui doveva proprio vincerla questa guerra. Io gli dicevo che stava spaventando mia sorella, provavo a farlo ragionare, e lui ogni volta scriveva due cose sul tablet, altre due cose al pc, e poi mi faceva una spiega sul perché io fossi come loro. Loro chi, non si sa. Ci facemmo venire a prendere da mamma la sera stessa».

«Poggio il fascicolo, la ascolto, ma questa non è decisamente la storia che conosco, quindi mi scusi se mi metto a scrivere nonostante stia registrando. È che mi sembra di iniziare a capire. Dopo questa scena immagino non siate andati per un po’. Se è così, vi mancava?».

«La verità è che non lo vedemmo più, mamma ce lo proibì, anche per quello che successe dopo. Io l’ho rivisto dopo un paio d’anni ma non era più la stessa persona. La parte di storia che arriva adesso, però, in qualche modo la conosce già. Anch’io l’ho dovuta ricostruire usando le notizie dei giornali e i ricordi di quello che vedevo sui social ai tempi. Mi passi il fascicolo… Ecco, a pagina cinque, le leggo quello che ho scritto:

Fine 2024. Papà era a un milione e mezzo su TikTok e mezzo milione su Instagram; Elizabeth stava diventando enorme e le fratture erano guarite. Io guardavo ogni tanto i suoi video, e ancora più spesso me li facevano vedere gli altri per sfottermi e chiedermi cosa cazzo stesse combinando mio padre. I contenuti erano aumentati, e oltre a quelli che già faceva aveva iniziato a fare una rubrica in cui parlava delle caratteristiche degli animali non domestici, in particolare quelli considerati “da carne” – aveva preso molto in simpatia anche i maiali.

L’ultimo dell’anno fece una diretta su tutti i social in cui annunciò una sorpresa che avrebbe rivelato a inizio 2025, e alle domande rispose solo che “si trattava di cani”. Alle 20 esatte del 5 gennaio 2025 pubblicò un video in cui sedeva a una grande tavolata in un paesino del nord del Vietnam; lui era al centro e a ogni lato aveva cittadini del posto, tutti di una certa età, e con una foto di Elizabeth davanti alla telecamera diceva: “Buonasera a tutti. Immagino stiate cenando. In questa foto c’è Betty, la mia bambina che sta ancora crescendo, e nel vostro piatto, con ogni probabilità, ci sarebbe potuta essere lei: la chiamereste ‘vitellone’. Io ho provato, con tanta pazienza, a farvi capire che tra lei e i cani che vi stanno scodinzolando ai piedi del tavolo non c’è nessuna differenza, ma voi dite che sono matto. Che Betty sarebbe buona giusto per una grigliata. Allora ho deciso di farvi capire quello che si prova. Buon appetito”. Il resto del video seguiva lui che partecipava a uno di quelli che al giorno d’oggi chiamiamo “mukbang”. L’unica differenza era che il menù includeva solo carne di cane, tutti i tagli possibili e anche le interiora. Tra una portata e l’altra spiegava come in quel villaggio fosse tradizione, un po’ come in Italia lo è mangiare bovini. Dopo uno zoom ottico sul contenuto di ogni piatto, dove si vedevano anche le singole fibre di muscolo rotte dai denti di qualche commensale, il video si chiudeva con lui che addentava un pezzo di carne senz’osso, dicendo “e questo è il filetto”».

«E siamo arrivati al primo episodio. Quando lo vidi mi venne quasi da vomitare… mi scusi. Ma sentivo ci fosse qualcosa di più, anche perché sembrava tutto così gratuito: cosa deve passarti nella testa per farti fare una cosa simile? Ma penso che lei mi ci stia portando. Le volevo chiedere inoltre, se si sente a suo agio, di raccontarmi come si sentiva in quel periodo».

«Primo episodio, secondo, terzo… Cosa importa? Il punto della serie era quello di spettacolarizzare l’odio e la sofferenza. È vero che lui ha continuato a girare il mondo in cerca dei posti più sperduti dove fare questi video assurdi, ma loro hanno fatto sembrare si divertisse a farlo. Non era così. Per quanto riguarda me e mia sorella, beh… eravamo i figli del mangiacani. Lei a scuola se la passava male perché, anche se le compagne di classe non avevano ancora i telefonini per guardare i video, i genitori impedivano a tutte di parlarle. Piangeva giorno e notte. Io venivo insultato continuamente, a volte mi hanno anche picchiato, e non sognavo altro che mio padre morisse. Quando beccavo compagni di classe a spasso coi cani me li nascondevano o gli urlavano di scappare perché “il figlio di un mangiacani mangia sicuramente i cani”. Appena i giornali locali e nazionali iniziarono a uscire con titoli come “Tutto il web contro avvocato romano: gira il mondo e mangia cani in diretta social”, mia madre perse la pazienza e decise di farci cambiare scuola e cognome, ma per il secondo lasciammo perdere».

«Mi interessa quello che lei ha detto sul divertirsi. È vero che nei restanti episodi sembra quasi che suo padre fosse un turista in quei posti, ma a me non hanno convinto. Attirare l’odio di tutti, persino dei familiari stando a quello che mi dice, non può essere divertente. Mi aiuti, mi faccia capire cosa vedeva quell’uomo. Però non voglio interromperla, mi dica del cognome se vuole».

«Guardi, quella è una storia molto semplice: a voi può sembrare che tutti quei viaggi abbiano coperto un grande lasso di tempo, ma la realtà è che ha fatto tutto in pochi mesi. Nella serie non c’erano coordinate temporali. Dopo un po’ è imploso e si è rinchiuso in casa, e con i casini internazionali tra il 2025 e il 2026 si sono tutti scordati rapidamente; quindi, il mio cognome non destava più troppi sospetti. Almeno fino a quella cazzo di serie. Ultimamente, ogni tanto vagava per le vie di Frascati scrivendo sui suoi centomila telefonini, e quando gli hanno sparato era in queste condizioni. L’ultima volta che sono andato da lui, forse due annetti fa, sono entrato in casa e sembrava uscita da un episodio di black mirror: schiere di computer assemblati, chat aperte su ogni schermo e gli hardware che rombavano così forte da prenderti la testa. Lì ho capito tutto».

«Innanzitutto, le faccio le mie condoglianze. Indipendentemente da questa storia, nessuno merita quella fine. Ho visto che si trattava di un ventiseienne di Roma, una specie di giustiziere sociale che dopo aver visto questa storia su Netflix ha pensato di rintracciare suo padre, di procurarsi una pistola e giocare a fare dio».

«Non si preoccupi, io non ce l’ho col ragazzo. Ce l’ho con i media, col governo, ma non con quel ragazzo che non mi sembra molto diverso da papà. Come se, facendosi uccidere da qualcuno di così simile, si fosse in realtà suicidato. Adesso mi ascolti, e guardi con me il resto del fascicolo. Si ricorda i numeri che stava fissando prima? Ecco, dalle indagini sull’omicidio e sulle circostanze, è emerso che mio padre teneva una chat quotidiana con l’intelligenza artificiale: cinquantamila messaggi da ottobre 2024 a ottobre 2025. Oltre trecentomila nei sette anni successivi. Parlavano di tutti i temi che gli interessavano, dalle maniere migliori per crescere una mucca in un ambiente domestico a questioni filosofiche. Il punto è che mio padre incalzava l’AI che, in particolare nei primi anni, era compiacente nei confronti dell’utente, fino a fargli giustificare tutte le sue conclusioni. Era la sua camera dell’eco. Hanno usato la chat per stabilire se ci fosse un legame tra lui e l’assassino, poi ci hanno consegnato i dispositivi e io l’ho letta tutta in questi mesi. I computer, i tablet, i cellulari, gli servivano solo a trovare conforto mentre precipitava nell’ossessione. La sua unica luce era un chatbot che gli dava ragione e lo fomentava. C’è scritto anche che era tormentato dagli incubi da quando era andato in Vietnam, ma erano d’accordo che fosse razionalmente la scelta più sensata.

«Lo capisco il suo sguardo, ma mio padre non era stupido. Era anche un ottimo avvocato, altrimenti non avrebbe avuto i soldi necessari per fare questa vita. Però con la separazione, la vita in un posto che non lo stimolava e la solitudine era diventato fragile. Appena si è reso conto di avere qualcosa che lo faceva sentire di nuovo speciale, ci si è buttato come un tossico sulla droga preferita. Arrivato a quel punto, piuttosto che dialogare con delle persone con delle opinioni, ha scelto di precipitare in un pensiero sempre più radicale, basato su delle idee nobili ma con delle conclusioni assurde, che alla fine l’ha fatto odiare così tanto da far pensare a qualcuno di ucciderlo».

«Guardi, mi serve tempo per elaborare. Quanti sono trecentomila messaggi? Non riesco neanche a immaginarmeli. È simile a quella storia dei modelli linguistici che venivano utilizzati come psicoterapeuti, ma qui c’è dell’altro. Però mi deve spiegare perché mi ha chiamato per farsi intervistare. Mi ha detto che lei odia i media, e adesso onestamente ho paura di fare più danni che altro con questa registrazione e queste pagine».

«Perché so quello che lei fa nella vita. Da quando è successo ho pensato a molte cose, ma quella che non riuscivo a levarmi dalla testa è che vorrei che qualcuno scrivesse questa storia, e non come nella serie. Vorrei che qualcuno scrivesse di quanta solitudine, di quanta disperazione ci fossero negli occhi di un uomo che si fa trascinare da un ideale e poi perde la cognizione di sé. Di come fosse difficile per lui guardare le sue mani dopo che avevano toccato quelle ossa, e nonostante ciò continuasse a dirsi che fosse la cosa giusta per saziare l’ossessione che lo divorava da dentro. Adesso le consegno il fascicolo e le inoltro il link col drive su cui sono salvate le chat. Non mi aspetto che legga tutto ma, se vuole, ora può farlo. Però, prima guardi il collage sull’ultima pagina».

«C’è una foto di Elizabeth. Mi sembra più adulta, come sta?».

«La foto è della settimana scorsa. L’ho portata in un santuario fuori regione e ogni tanto la vado a trovare. Beh, che dirle: alla fine della storia, lei sta meglio di tutti».

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Poesia sperimentale e rap nell’era dell’AI

di Elisa Davoglio, con la collaborazione di Marta Piazza

“La poesia fa male”, ha scritto Nanni Balestrini, “e per fortuna nessuno ci crede”. Forse oggi nemmeno i poeti ci credono più, ed è un male. L’invito a dialogare sul rapporto tra poesia e rap, in un talk coordinato da Mastafive lo scorso 4 ottobre, ha rappresentato un’occasione preziosa per esplorare connessioni inaspettate proprio su questo “fare male”. L’opportunità è nata dalla realizzazione di un podcast sulla trap che analizza la rabbia contemporanea partendo dal film La Rabbia di Pasolini e Guareschi. Questo mi ha permesso di addentrarmi in un mondo che sto ancora esplorando.

Il mio background musicale è eclettico – da Jeff Buckley a Piero Ciampi, dalla canzone napoletana a Phil Anselmo – ma confesso di aver a lungo trascurato il rap italiano, considerandolo una deriva minore, un’appendice provinciale di quello americano.

Quando durante il talk sono stata presentata come “poetessa”, ho avvertito di non appartenere a quella parola. Ho difficoltà a rappresentarla, come se quel termine portasse con sé un peso di aspettative e convenzioni che mi risulta impossibile incarnare. Chi sono, oggi, i poeti? I lirici, gli sperimentali, i morti? Intanto Marracash viene definito “l’ultimo intellettuale italiano” e Kid Yugi cita Čechov tra una barra e l’altra.

David Foster Wallace, insieme a Mark Costello, lo aveva già capito alla fine degli anni Ottanta scrivendo Signifying Rappers (tradotto in italiano come Il rap spiegato ai bianchi): il rap non è un genere musicale con testo, ma un’operazione sul linguaggio che sfrutta ritmo, rima, ripetizione e deviazione come strumenti cognitivi. La parola può diventare insieme proiettile e specchio.

Questa intuizione si è approfondita quando l’ho confrontata con la mia realtà di autrice di poesia. Una poesia che oggi ha sempre meno lettori, che spesso rischia l’autoreferenzialità, rimanendo una nicchia in cui l’esclusione dal mainstream editoriale diventa affermazione di irriducibilità e rassegnazione insieme. Il grande pubblico ignora che invece la poesia italiana del Novecento è stata un laboratorio vivissimo, dove si è tentato di sabotare il linguaggio, di rinnovarne le strutture e le forme fino a farne sudare le crepe del reale. A partire dal Gruppo 63, con Balestrini in prima linea, quella poesia sperimentale aveva elaborato strumenti potenti per decostruire, attraverso il linguaggio, le strutture del potere e del senso comune.

Corrado Costa, per esempio, ci ha mostrato il meccanismo con cui la normalità borghese maschera la propria violenza. La sua poesia I due passanti lavora per accumulo, per ripetizione e specularità, creando una litania di omogeneità:

uno che rideva con uno che rideva
uno per lo più taciturno e l’altro
per lo più taciturno

Questa superficie rassicurante viene poi improvvisamente squarciata da un’esplosione di violenza primordiale:

uno che tortura e l’altro senza speranza
una imprecisabile bestia una imprecisabile preda

Ma lo choc più profondo sta nel ritorno all’omogeneo. Il testo, impassibile, riprende la sua cantilena di normalità (“quello alto uguale e quello / alto uguale”), come se la violenza fosse stata assorbita, normalizzata, resa invisibile dal sistema stesso.

Vito Riviello, invece, è stato capace di fulminanti cortocircuiti socio-linguistici, come ci dimostra quest’unica, sferzante paronomasia: “C’è un campo di girasoli a Cortona in Arezzo, c’è un campo di paraculi a Cortina d’Ampezzo”. Tanto Costa quanto Riviello possiedono quella stessa capacità di “fare male” – di scuotere anche facendo ridere – che riconosciamo al rap e alla trap quando intercettano il loro pubblico. Ma non lo intercettano, e non sembra esserci rimedio: la poesia sperimentale e il rap parlano linguaggi accessibili, seppure su diversi livelli di lettura e profondità, eppure rimangono separati da barriere di distribuzione e visibilità.

Proprio in questa separazione si consuma il paradosso: mentre la poesia sperimentale si è progressivamente isolata e rarefatta in un pubblico che appartiene al suo stesso ambito circoscritto, il rap è esploso come forma poetica di massa, riconosciuta e ascoltata dalle nuove generazioni.

Oggi si parla comunemente di rap come della “nuova poesia”, spesso senza conoscere quella “propriamente detta”. In effetti i confini tra versi e barre possono talvolta essere sfumati. Entrambi i linguaggi si uniscono non solo nei contenuti, ma soprattutto nella sfida lanciata al linguaggio stesso: una sfida al “corpo sociale”.

La poesia che diventa prosa: frantumare il canone lirico

Per restituire il senso della poesia sperimentale contemporanea ai troppi che non la conoscono, dovremmo ripercorrere una svolta cruciale. Perché il gesto che riconosciamo nel rap — smontare il linguaggio ordinario, forzare la sintassi, far deragliare il senso attraverso accumulo e ripetizione — rivela similitudini con la sperimentazione poetica a partire dal Novecento. Entrambi operano sul ritmo come struttura del pensiero, entrambi usano la frattura linguistica come gesto politico, anche se si sono sviluppati su binari paralleli, senza conoscersi.

Paolo Giovannetti, nel suo Dalla poesia in prosa al rap – Tradizioni e canoni metrici nella poesia italiana contemporanea, ha tracciato proprio questo percorso: da Baudelaire ai futuristi, dalla Notte di Campana fino alla canzone d’autore e al rap, mostrando come il “grado zero della metrica” — quella zona ibrida tra verso e prosa — sia una costante della modernità poetica, un territorio di sperimentazione che attraversa i secoli e i generi.

Come ha osservato Paolo Zublena, la svolta contemporanea si sedimenta quando la poesia in prosa si evolve nella prosa in prosa. A partire dal 2009, un gruppo di autori come Gherardo Bortolotti e Marco Giovenale ha importato la lezione del francese Jean-Marie Gleize: creare un testo “letteralmente letterale”, senza sovrasensi, enigmatico nella sua stessa chiarezza.

Un esempio lampante di questo sconfinamento era già stato anticipato da Nanni Balestrini e I Furiosi, un testo che monta le voci reali degli ultras in una sinfonia verbale. Qui la prosa non è più “bassa”, ma diventa lo strumento per catturare la lingua viva e frammentata del presente, scardinando l’io lirico a favore di una spersonalizzazione.

Su questa linea si è innestata la ricerca di Lello Voce, per il quale la prima azione politica si fa sul linguaggio: non si possono sognare sogni nuovi con linguaggi vecchi. La sua poetica si fonda sul “cannibalismo” teorizzato dal brasiliano Haroldo de Campos — mangiare la tradizione e rivomitarla trasformata — e sulla concezione della poesia come tertium quid: un’unità plurima composta da testo scritto, “oratura” (esecuzione orale) e musica. Perché, come diceva Adorno, “la descrizione del caos non è una descrizione caotica”.

La parentela concettuale: sabotare il linguaggio dall’interno

È in questa operazione di sabotaggio del discorso ordinario che troviamo la parentela più profonda tra poesia sperimentale e rap. Entrambi attaccano la prevedibilità. Una tecnica della poesia di ricerca è quella “alla Wittgenstein”: usare frasi semplici per far deragliare il pensiero comune, come in N. di Marco Giovenale, dove ogni proposizione distrugge la certezza della precedente.

E cos’è la punchline nel rap, se non la stessa operazione, condensata in un colpo solo? Pensiamo a Rancore in Le Rime, dove l’artista trasforma la punteggiatura in un campo minato esistenziale: “Sia grave che acuta, l’accento è una caduta / Non cambiare una virgola o cado dentro la buca”. La logica non è narrativa, ma si avvita su se stessa. E qui l’apporto musicale è determinante: il ritmo martellante del beat partecipa alla costruzione della barra, facendo sì che ogni accento diventi letteralmente una “caduta” percussiva, un inciampo sincronizzato tra suono e senso.

Un’altra forma di sabotaggio è il bombardamento di significanti letterari espliciti. Kid Yugi ne ha fatto la sua cifra stilistica: dal titolo “The Globe” (il teatro shakespeariano) a “Hybris” (il concetto tragico greco), da “Grammelot” (la tecnica di Dario Fo) a “Il ferro di Čechov”. La copertina de I Nomi del Diavolo omaggia Il maestro e Margherita di Bulgakov. Emis Killa, in “Martin Luther King”, accumula riferimenti che spaziano dal Tantum Verde a Daitan III fino a Heisenberg — e qui l’ambiguità semantica diventa essa stessa figura retorica: è il professore di chimica diventato signore della droga (vedi Breaking Bad), alter ego criminale costruito su una doppia identità, o il fisico teorico e il principio di indeterminazione, che nel contesto della barra “suona bene” proprio per la sua oscillazione di senso? Come ha notato TastieraCapitale a proposito di Yugi, questi artisti sanno tessere nuove relazioni intertestuali: quelle che Barthes teorizzava quando affermava che ogni testo può essere reinterpretato anche allontanandosi dalle intenzioni originali dell’autore. Il significato non è univoco, ma si moltiplica nell’interpretazione.

Marracash ha operato un sabotaggio diverso: la denuncia sociale passa attraverso il richiamo esplicito alla tradizione letteraria. In “Chiedi alla polvere” (dal romanzo di Fante) la ripetizione ossessiva del suono “su” crea una balbuzie esistenziale che mima il trauma sociale, culminando nel riferimento al “Ciclo dei vinti” verghiano. Marracash, siciliano emigrato a Milano come lo scrittore, si fa voce del sottoproletariato contemporaneo. In “Tutto questo niente” smonta il consumismo con un gioco di parole che echeggia la poesia concettuale: “Le cose care sono solo cose care / Raramente diventano care cose”. La figura etimologica rovesciata crea un cortocircuito: l’aggettivo “care” (costose) si trasforma nell’attributo affettivo; il sistema capitalistico viene smontato in due versi.

Ma c’è un altro terreno dove il linguaggio diventa azione politica: la battle del freestyle. Qui il linguaggio raw diventa gesto politico proprio attraverso rime e assonanze che ribaltano ogni politically correct, usando l’eccesso e il turpiloquio per smascherare le ipocrisie del discorso pubblico. Prendendo in prestito una definizione da Ensi, considerato da molti il più grande freestyler italiano: “Gonfio di gonfiezza”. È una figura etimologica, una tautologia apparentemente priva di senso, ma in realtà una potente dichiarazione di poetica in cui il significato collassa su sé stesso. L’ego dell’MC è così assoluto da diventare la propria unica definizione. Una parola che non descrive, ma è. E i poeti, che rapporto hanno con la loro gonfiezza?

Due grammatiche del ritmo: l’urgenza dell’accento

Quella gonfiezza che nella battle del freestyle si conquista barra dopo barra, in chi scrive versi può diventare peso. “Poeta” è un significante carico di aspettative sedimentate: basta l’appellativo per essere riconosciuti tali e, contemporaneamente, intrappolati — anche componendo una didascalia standard su Instagram, la definizione non scadrebbe, perché l’etichetta si fa assoluta quanto il termine stesso.

Nel rap, invece, quella gonfiezza ha sempre bisogno di un corpo sonoro per esistere. E quel corpo è l’accento. Qui emerge una differenza cruciale tra le due pratiche: mentre la poesia sperimentale ha spesso superato la necessità di un ritmo musicale immediatamente avvertibile — come abbiamo visto in Giovenale, Bortolotti, persino in Balestrini quando monta le voci degli ultras — il rap vive invece di ritmo incarnato, basato sull’isoritmia, sulla dominanza dell’accento come struttura portante del senso.

A intuire questo passaggio, ben prima dei rapper, sono stati poeti “alti”, ormai canonici. Cinquant’anni fa, Amelia Rosselli scriveva: “La lingua mi si rivoltava contro, e io dovevo imparare a dominarla”. Nella sua poesia, la lingua è campo di battaglia in cui il ritmo diventa struttura interiore, necessità fisica prima ancora che stilistica. Era la stessa urgenza che sarebbe esplosa “dal basso” con gli MC: non ornamento, ma ossatura del pensiero.

Ascoltiamo, per esempio, il ritmo quasi salmodiante di Marracash in Io:

La verità non santifica,
la verità non giustifica
tempo di farsi domande,
mettere l’ego da parte

Qui la metrica non è funambolica, ma scolpita. Il ritmo nasce dalla struttura parallela e anaforica che martella il concetto, lo fa penetrare nell’orecchio come una litania laica. È un ritmo pensato, filosofico. Ma è anche, paradossalmente, un ritmo che svuota la gonfiezza del freestyle: quando Marracash invita a “mettere l’ego da parte”, opera una sottrazione che è essa stessa affermazione di presenza: l’ego come accento, l’accento come ego. La gonfiezza si dissolve nel battito regolare delle sillabe, ma proprio in quella dissoluzione riafferma la propria autorevolezza. Non è più l’ego che grida “io esisto”, ma l’accento che scandisce “io penso”. La dominanza ritmica diventa dominanza concettuale.

Chi giudica e chi vuole essere amato: dove la parola fa ancora male?

Questa divergenza si riflette nel destino sociale delle due arti. Mentre la poesia di ricerca restava confinata in un dialogo ristretto, è emersa l’Instapoetry, dopo lo slam. Questi “poeti-rockstar” condividono con rap e trap pubblico e attitudine, ma soprattutto una grammatica: quella di Instagram, o meglio, dell’insta-gram, dove la gonfiezza si alimenta di algoritmi.

Eppure Franco Arminio o Guido Catalano sono solo uno spicchio della poesia contemporanea. Giovenale, Bortolotti e tanti altri costruiscono intrecci di piani che resistono alla logica dello scrolling — discesa verticale verso il principio della non-sedimentazione.

Il loro pubblico, però, è quello evocato da Nanni Balestrini, che ne ha tracciato un ritratto spietato: prima lo descrive come “mite generoso attento”, poi ne svela il segreto: “ama la poesia perché vuole essere amato”. Balestrini concludeva che “la poesia fa male”, e che per fortuna nessuno ci crede. Ma se all’inizio ci siamo chiesti se sia un male che nemmeno i poeti ci credano più, qui ci chiediamo: fa ancora male, o è diventata innocua?

Il pubblico del rap e del freestyle è l’opposto: non è mite, è partecipe, giudica, risponde. Una comunità attiva, non una platea di devoti in attesa di essere amati. Ed è forse proprio lì, in quella partecipazione conflittuale, che il linguaggio recupera la sua capacità di ferire, tornando “politico” anche senza dichiararlo esplicitamente. Non si tratta solo di scandire slogan come “free Palestine”, ma di far sudare le crepe del quotidiano contemporaneo: creare connessioni, svelare possibili identità, recuperare il territorio, ipotizzare comunità e rappresentazione attraverso il linguaggio. Questa narrazione si insinua anche quando le intenzioni non sono manifeste, in un momento in cui la “politica” come termine sembra aver perso il senso di appartenenza alla polis, qualunque sia il fronte di partenza, la condizione sociale, lo strato di provenienza.

Acca Larentia e Genova appaiono oggi lontane alla Gen Z quanto l’epica della piccola vedetta lombarda del Cuore di De Amicis — si consiglia, per misurarne la distanza, di ascoltare la lettura di Carmelo Bene. Oggi la piccola vedetta si limiterebbe a salire sull’albero Insta-gram, per essere al massimo hater al riparo dalle schioppettate. Nella poetica del rap, invece, rimane viva la traduzione di rabbia tra le barre, critica sociale che si aggiudica un ruolo già occupato dal cantautore: il menestrello come contraltare del poeta nei decenni precedenti, voce popolare che attraversava il corpo sociale senza chiedere il permesso alla letteratura.

La battle con l’AI: riappropriarsi della gonfiezza oltre l’imitazione

Se il rap costruisce comunità attraverso la partecipazione conflittuale e la poesia sperimentale resiste ai margini del pubblico che la legge, entrambe le pratiche condividono una domanda fondamentale: quale punto di vista si istituisce? Quale soggetto viene formulato? A chi ci si rivolge? Come sostiene Gherardo Bortolotti, la letteratura — anche quella musicale — non è questione di artigianato, ma un’operazione sui parametri secondo cui ci sentiamo in vita, un’attività che pone domande etico-politiche prima ancora che estetiche.

Sia la poesia di Costa che smonta la facciata della normalità borghese, sia il rap di Marracash che rivendica il Ciclo dei vinti, sia il freestyle che ridefinisce l’ego attraverso l’implosione semantica — “gonfio di gonfiezza” — agiscono su questi parametri, trasformando la letteratura in azione sulla realtà.

Ed è proprio su questo terreno che l’esplorazione si confronta oggi con un nuovo interlocutore: l’Intelligenza Artificiale. Una battle inedita. Per capirla bisogna tornare ad Alan Turing che, di fronte alla domanda “Le macchine possono pensare?”, l’ha definita “troppo priva di significato”, proponendo il Gioco dell’Imitazione: l’unica misura accertabile non è il “pensiero” ma la capacità di imitare il comportamento umano in modo convincente. I modelli attuali sono magistrali imitatori che imparano a prevedere quale parola seguirà la precedente. Addestramenti che parlano di frammentazione, pesi e matrici, non di quanto possa fare male un linguaggio, quanto ancora possa sperimentare, provocare e affondare. Il linguaggio che, oltre la macchina, “ci fa pensare”.

L’IA può imitare un sonetto, ma crolla di fronte alla sperimentazione che abbiamo delineato. Già Balestrini, con la macchina combinatoria di Tristano, aveva anticipato il punto: la chiave non è la generazione, è il progetto. L’IA imita i nostri pattern, diventando uno specchio statistico dei nostri cliché. La battle con l’IA non si gioca sulla gonfiezza — l’IA può simulare qualsiasi ego — ma sul linguaggio che sappia ancora fare male.

La sfida è riconoscere, nella sua capacità predittiva, lo specchio della nostra prevedibilità, costringendoci a un’originalità che nasca dall’esperienza incarnata, non dalla combinatoria. Un allenamento paradossale: più affiniamo le istruzioni alla macchina, più ci rendiamo conto di quanto siamo ripetibili, e proprio quella consapevolezza dovrebbe spingerci verso l’inaspettato.

Il limite invalicabile resta l’assenza di embodiment, di un corpo. Per l’IA ogni concetto è un’astrazione che manca di conoscenza radicata nel corpo, quella che genera autenticità. Può padroneggiare l’artigianato dello stile, non l’operazione etico-politica che è il vero cuore della creazione. Non può “sentirsi in vita”. Non sa cosa vuol dire bruciare di Eros secondo Socrate, non conosce il piacere delle fragole con la panna, non sa cosa prova Ivan Il’ič mentre vive la sua morte e non reagisce al solletico.

E questo apre a domande cruciali: come insegnare all’IA le sensazioni, così come il valore sospeso del vuoto, del “non detto” che si muove oltre i versi o barre, ma traspare in esse? Come spingerla a creare connessioni inattese in una challenge che non mortifica il linguaggio ma lo spinge più in alto, in una salita e non in una caduta verticale?

Forse la risposta non è attendere uno strumento perfetto — un esempio è TextFX, progetto di Google in collaborazione con il rapper americano Lupe Fiasco, che lavora su figure retoriche e wordplay — ma diventare architetti consapevoli di questa interazione. La sfida, per la parola, è appena ricominciata, e forse proprio in questa battle asimmetrica possiamo riappropriarci come creatori e creatrici della nostra gonfiezza: non quella ereditata dal termine “poeta”, ma quella conquistata barra dopo barra, verso dopo verso. Quella gonfiezza che, riconoscente verso noi stessi, sappia ancora fare male.

 

Cinismo contemporaneo e malinconia anacronistica ovvero opinioni di un disadattato

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di Giorgio Mascitelli

Poco più di quarant’anni fa il filosofo tedesco Peter Sloterdijk ha convenientemente dimostrato in un libro importante, Critica della ragion cinica, che il cinismo non solo è un atteggiamento spirituale (o forse si dovrebbe dire figura fenomenologica) molto diffuso nel mondo contemporaneo, ma che esso è anche un prodotto di un certo tipo di sviluppo della modernità. Siccome ritengo questa diagnosi ancora valida, vale la pena di ricapitolare i tratti di questo fenomeno, secondo il nostro autore infatti “Il cinismo, inteso come falsa coscienza illuminista, è un’intelligenza astuta, ambiguamente opaca, indurita e scissa da ogni coraggio aprioristicamente ritenuto ingannevole, come ogni positività: tale forma di coscienza sa occuparsi ormai soltanto di tirare a campare, pur che sia” (op.cit., trad.it, Raffaello Cortina editore, 2013, p.368).  Si tratta cioè di una coscienza conservatrice, che, pur essendo consapevole della possibilità morale della critica, si adatta al mondo così com’è aborrendo ogni speranza, favorita dalla convinzione, fondata o meno, di aver perfettamente capito il proprio tempo.

Questa considerazione di Sloterdijk mi è venuta in mente di recente con la divulgazione dei file del caso Epstein. Questa foto di gruppo del capitalismo globalista, nel quale la brutale mercificazione del corpo femminile si coniuga con la costruzione di reti di complicità bipartisan, o anche tripartisan, che diventano l’iscrizione a un club esclusivo, nel quale il reciproco coinvolgimento criminale vale come la sola garanzia di rispetto degli accordi presi negli affari in un mondo che non rispetta nulla, è certamente un esempio di cinismo contemporaneo, in particolare nell’idiota fiducia che un giro così vasto nello spazio e nel tempo non sarebbe stato scoperto. Il cinismo del potere che emerge qui è, però, già noto e non aggiunge molto a quanto già visto nel passato, come hanno fatto notare sia coloro che si richiamavano nella loro analisi a Sade e a Pasolini sia coloro che guardavano a Schnitzler e Kubrick. Accanto a questo, vi è il cinismo più contemporaneo dell’apparato mediatico che diffonde le rivelazioni con sapienti dosature volte a coprire gli interessi vivi, mettendo in primo piano personaggi famosi ma non potenti o ex potenti e non distinguendo nei file tra contatti pubblici e ordinari e quelli penalmente o eticamente rilevanti. A sua volta questa strategia poggia sul cinismo implicito del pubblico, che commenterà questo o quel partecipante, ma non porrà mai la questione politica generale dell’esistenza del mondo di Epstein. Anche il militante che sarà disponibile a porre tale questione non sfugge a una dinamica cinica perché per lui essa non si pone in sé, in quanto esistenza del male, almeno in prima battuta, ma come sintomo dei rapporti di potere e di produzione sottostanti. Forse l’unica voce, in questo contesto, a sfuggire al cinismo è quella della femminista che rivendica la dignità e la libertà del corpo femminile contro la violenza maschile. Tale voce, tuttavia, a meno di non fare come quella che guarda dall’esterno senza mettere i piedi nella pozzanghera, è destinata a vivere le stesse contraddizioni del militante.

Per il militante, senza potere e senza voce, solo e braccato dall’insensatezza della società, non vedere nelle cose i rapporti sottointesi e rinunciare allo sguardo polemico contro il potere giudicandolo non solo per quello che fa direttamente, ma per quello che significa l’azione in una prospettiva lunga, storica, in breve non essere machiavellico ossia cinico, è impossibile, significa diventare un militante fritto (o cucinato in altra maniera). Ma se la logica del cinismo lo domina in maniera incontrastata, viene riassorbito dentro quella più generale e meglio gestita del potere.

Forse da questa aporia apparentemente insolubile offre una via di uscita l’ottimismo della volontà del militante. Come ogni ottimismo, anche questo deve postulare ingenuamente uno spazio per l’azione che deve essere agita limpidamente e che rompe con l’aspetto rinunciatario e ostile a ogni positività, che il cinismo porta con sé, in nome di una liberazione. Portarsi su questo piano significa però posizionarsi sul terreno del ‘ridicolo e sublime’, cocktail che nella contemporaneità lascia al secondo ingrediente un ruolo simile alle due o tre gocce di angostura nell’old fashioned. D’altra parte, mentre le quantità degli ingredienti nell’old fashioned sono destinate a restare immutabili nel tempo perché non risentono delle dinamiche storiche (forse un giorno non si berrà più l’old fashioned, ma fino all’ultimo giorno le gocce di angostura resteranno due o tre), in un’epoca di veloci trasformazioni, come è diventata la nostra a partire dall’inizio di questo decennio, le quantità di sublime potrebbero aumentare improvvisamente e i rapporti tra i due ingredienti mutarsi notevolmente.

Ora è evidente che se il ridicolo è compatibile con il cinismo, il sublime non lo è affatto, ma ‘ridicolo e sublime’ insieme ci pone inequivocabilmente su un piano diverso: quello della malinconia.  Caratteristica della malinconia è la ciclotimia, sono l’esaltazione e l’abbattimento, entrambi irriducibili agli schemi dell’intelligenza cinica. Ma soprattutto il “malinconico perde il sentimento della correlazione tra il proprio tempo interiore e il movimento delle cose esteriori. Si lamenta della lentezza del tempo […]. Ma spesso il malinconico sente che la sua risposta al mondo è in ritardo. Di fronte allo spettacolo esterno che si accelera vertiginosamente, egli sente in sé una sorta di impedimento” (Jean Starobinski, La malinconia allo specchio, p.59, trad.it., SE, 2006). Se il carattere del malinconico è questo sfasamento anacronistico, esso sfugge, si potrebbe dire per necessità logica, a quel sentimento del tempo tipicamente cinico di sentirsi posizionati al culmine dell’arco temporale, unici interpreti autorizzati del senso dei fatti. Ed è questo il pregio saliente del malinconico: il suo smarrimento e il suo sentimento di inadeguatezza, che rendono impraticabili le risposte preconfezionate del cinismo e pertanto lasciano uno spazio oggettivo alla ribellione. Ciò diventa particolarmente evidente in una vicenda come questa in cui uno dei motori principali è la perversione sessuale, l’eccitazione del potente di fronte alla vulnerabilità fisica e psicologica della ragazzina, che la società normalizza nella sua adorazione della ricchezza, ed è solo il malinconico ritardatario che può affermarne la natura malata.  Ora che di fronte alla rivelazione dei file, che in definitiva ci dicono cos’è il potere, il rischio è quello di restare attoniti o di accondiscendere al cinismo, che concede sempre una sua gratificazione simbolica e/o pratica, allora le qualità della malinconia diventano più preziose che mai nello sfuggire all’andazzo del mondo e nel preservare una propria indipendenza spirituale (e politica).

 

Hamnet e il problema del dolore

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di Paolo Rigo

Dolore. Il dolore è una sensazione, un’emozione, un sentito, un atto, un vuoto. Eppure, la società odierna sembra rifuggire l’idea che il dolore sia una parte fondamentale della vita. L’esperienza del COVID, per esempio, ha fatto ricordare, seppur per poco, quanto l’esistenza umana sia legata, da sempre, al dolore. Il dolore fisico e quello affettivo è sempre stato oggetto di battaglie; eppure, nonostante i progressi della medicina, nonostante la filosofia, esso resta; magari sottotraccia, forse invisibile, dimenticabile, ma è sempre presente: il dolore è, e in quanto tale è sempre e solo accettabile. Non guaribile, non del tutto almeno. Basterebbe ricordare la meravigliosa pagina del De remediis utriusque fortune di Francesco Petrarca, trattato allegorico alla base dell’educazione civile per centinaia di anni, in cui le passioni umane – Dolor, Gaudium, Spes e Metu – sono fronteggiate dalla razionalità, da Ratio. Nel dialogo sulla morte del proprio fratello, tutta la grande topica della consolatoria medievale, cristiana e umanistica, tutti i grandi argomenti che la Ragione spiattella per comprendere la scomparsa del caro – l’anima è eterna, bisogna morire, ecc. – si abbattono davanti alle durissime parole di Dolor: “sapevo che mio fratello era mortale, eppure ne piango la morte”. Il dolore è, insomma, una delle manifestazioni più pure dell’uomo, di cui, in un certo senso, non solo segna i confini ma anche i cambiamenti, i passaggi, la crescita. Nell’esperienza del dolore ci rinnoviamo, scopriamo noi stessi, saggiamo i nostri limiti e li superiamo. Nell’accettazione dell’impossibilità di guarire diventiamo maturi. E questo, forse, è il messaggio centrale dell’Hamnet di Chloé Zhao, già miglior regista agli Oscar per il sorprendente Nomadland (2020).

Ispirato al romanzo di Maggie O’ Farrell, a sua volta rielaborazione di teorie critiche tornate in auge negli ultimi anni, in Hamnet si racconta la prematura morte dell’unico figlio maschio di William Shakespeare. Dramma con cui lo spettatore, proprio perché figlio di un’epoca in cui la morte è considerata un tabù, è chiamato a fare i conti molto più di quanto, forse, avrà fatto lo Shakespeare storico, vissuto in un tempo in cui la mortalità infantile toccava vette del 30 per cento. Ma nulla si può desumere, in verità: come noto, quasi niente si sa della vita dell’autore, pochi i documenti, e quei pochi in nostro possesso sono contraddittori, imprecisi, lacunosi (basterà rammentare sul piano della filologia che solo tre sono i fogli sicuramente autografi di Shakespeare giunti fino a oggi). Lo stato attuale – e forse insuperabile delle cose – ha fatto sì che le ipotesi critiche venissero presto sostituite da speculazioni di vario tipo. Per esempio, non stupirà ricordare come sia riproposta con regolarità dai mass media, soprattutto italiani, la presunta origine peninsulare di Shakespeare, ora identificato in Giovanni o Michelangelo Florio e, per via “mistica”, nel leggendario Guglielmo Scrollalanza – nel 1936 Luigi Bellotti, un medium veneziano, sostenne che fu lo stesso Shakespeare, apparsogli in visione, a rivelargli la sua identità.

Nulla di nuovo. Si tratta di una dinamica che risponde a una necessità atavica dell’uomo: sapere. E quando non si può sapere, si immagina. Accade per tutti i grandi di cui si sa poco, è il valore segreto e mistico degli aneddoti, molti, per esempio, quelli dedicati alla vita di un altro gigante, di Dante. A questo si aggiunge che spesso proprio i grandi, già prima di Shakespeare, nelle loro opere ci raccontano sempre un’immagine di loro, quella che si fonde con le parole del narratore – mi riferisco al concetto di self-fashioning coniato da Stephen Greenblatt proprio in riferimento a Shakespeare.

Per quanto riguarda Shakespeare, trovo che non sia un caso il fatto che negli ultimi anni si siano susseguite diverse opere di fantasia dedicate alla sua vita tanto sfuggente. Basterà ricordarne alcune: Anonymous (2011) di Roland Emmerich, dove viene ripresa la teoria secondo cui il vero scrittore sarebbe stato il conte Edward de Vere; l’intimo, e molto sottovaluto, Casa Shakespeare (2018) di Kenneth Branagh, dove l’attore-regista e Judi Dench offrono un bellissimo ritratto degli anni di vita di Shakespeare, consumatisi a Stratford-upon-Avon, dove lo scrittore era tornato dopo l’incendio del Globe Theatre nel 1613. O, ancora, non si può non ricordare il pluripremiato Shakespeare in Love (1998) di John Madden, che parte dalla genesi, romanzata, di Romeo e Giulietta, per trattare amori e passioni dell’autore ancora in erba. Un giovane entusiasta (e innamorato) per Madden, un uomo di mezz’età disilluso per Branagh, un conte desideroso di rivalsa e di teatro per Emmerich, tutto questo è William Shakespeare per la cinematografia moderna. Tutto e niente.

Nel film di Zhao, Shakespeare, interpretato da un brutale Paul Mescal, è prima di tutto l’artista malato di aegritudo, di malinconia; è l’uomo geniale e perennemente insoddisfatto, in preda a una crisi dopo l’altra, situazioni e sentimenti che lo pongono in bilico tra consuetudine, spesso rifiutata, e autodistruzione. È uno Shakespeare costantemente incapace di donarsi, e solo il finale inquieto – leggibile come un omaggio al potere catartico della letteratura e del teatro (un tema già affrontato di recente con eguale drammaticità da Darren Aronofsky in The Whale, 2022) – lo riscatta attraverso un delicato gioco di identità e di specchi; dinamica amplificata dalla scelta di far interpretare ai fratelli Nupe, John e lo straordinario attore-bambino Jacobi, rispettivamente il piccolo Hamnet e l’attore che vestì i panni del primo Hamlet: in quell’aria di somiglianza – percettibile e sfuggente ma viva – tra i due si consuma la delicata meccanica di rifrazione tra realtà, sogno e letteratura, che si sublima nel finale del film. Ma tutta la pellicola è un intarsio di parallelismi, di riprese, di analogie, di rispecchiamenti.

Dunque, se la storia sottotraccia dell’opera è dedicata all’ipotesi secondo cui alla base della scrittura dell’Amleto vi sarebbe lo struggente evento della morte del piccolo Hamnet, avvenuta all’età di undici anni, la vera protagonista del film è la moglie di Shakespeare, Agnes o Anne Hathaway, interpretata da una magistrale Jessie Buckley, oscar alla migliore attrice proprio per questo ruolo. La Agnes di Buckley, nella realtà più grande di William di otto o nove anni (differenza non pervenuta nella pellicola), è una ragazza eccentrica, visionaria, profetica, in rapporto panico con la natura. Una donna contro, e per questo accattivante, una donna che decide di sposare uno spiantato maestro, William, molto prima che questi diventi Shakespeare. Decide di sposarlo quando è poco più di un incapace conciatore, disprezzato dal padre e in miseria; una donna passionale che decide di assecondare la scelta del marito di andare a Londra affinché possa dare sfogo alle pulsioni artistiche che altrimenti lo avrebbe fatto perdere; altresì Agnes è anche colei che invoca l’amore della sua vita, che lo maledice quando viene lasciata da sola ad affrontare la malattia che porterà prima in fin di vita Judith e poi condurrà alla morte Hamnet. Una donna che odia il marito, quando questi torna a Londra subito dopo il funerale del figlio senza aver neanche minimamente tentato di condividere pathos e dolore, con William ancora una volta chiuso in se stesso, immerso in un’interiorità che non ammette intrusioni. È Agnes una donna che resta sorpresa nel vedere come l’uomo più ricco di Stratford viva a Londra in una soffitta umida, misera e squallida. Tuttavia, Agnes non può, non deve e non vuole capire le scelte e la natura del marito, e del resto per il personaggio il nodo del loro rapporto è proprio nell’essere stata scelta per ciò che ella stessa è, come è William. Agnes sembrerebbe essere una curatrice, figlia di una donna dei boschi. La sua essenza è rappresentata dal rapporto animalesco e simbiotico con la natura che la circonda, che la accoglie fin dalla tenera età.

Il legame è reso magnificamente dalla fotografia di Łukasz Żal: sontuosa e glorificante è la scena del parto della prima figlia, Susanna. Al centro la natura: una pianta che mima il grembo materno, l’organo sessuale femminile, e al suo interno Agnes stessa mentre si sforza di portare a termine la gravidanza; tutto attorno solo il verde e l’acqua, e la pioggia che avvolge e accarezza e, ancora, un abisso buio e infernale che tornerà più volte nel film fino a quando lo spirito del piccolo Hamnet, sognato e intravisto su un’inesistente scenografia, coincidente con quella allestita al Globe per la messa in opera della prima dell’Amleto, non sceglierà di perdercisi per sempre.

Simbolo, profezia, sogno, teatro sono i piani che si mischiano in un turbinio visionario che sconvolge lo spettatore. Tutta l’opera è metaletteraria. Lo è nella visione della vita futura di Hamnet, fatta di duelli e scontri, che ha Agnes quando tocca la mano del figlio. Una profezia fallace come quelle degli oracoli greci, eppure proprio come quella di quelli stessi oracoli è vera, poiché sarà realizzata dal marito attraverso il teatro. Il film è un’opera metaletteraria grazie al rapporto con l’acqua, ammaliatrice e generante nella prima parte del film, mesta, oscura, pericolosa nella seconda, con William che vi si immerge in una sorta di rito che ne segnerà l’allontanamento da casa; con l’acqua che invade e distrugge e allaga e opprime nel momento del parto gemellare negato alla natura; con Shakespeare che vive a fianco a un fiume, al Tamigi, e dirimpetto a un teatrino d’ombre cinesi, da cui carpisce la tremenda epifania di un destino infausto. Ombre come in Macbeth – evocato in una scena famigliare in cui i tre bimbi interpretano le streghe della tragedia –, dove la vita «altro non è che un’ombra, che offusca la breve ora e si dilegua. È la vita un attore che si dimena sulla scena» (Atto V, scena V, traduzione mia).

Ombre come l’ombroso e livido palmo di Hamnet nel momento del trapasso che sembra quasi evocare, per sentieri carsici e misteriosi, la «pargoletta mano» del figlio di Carducci, una mano tesa non verso il duro melograno ma verso la madre nella disperata richiesta di un ultimo aiuto, di un gesto inesistente che possa tornare a sciogliere il fiato, a restituire l’aria e a negare il soffocamento (l’ungarettiano: «Gridasti: soffoco! / nel viso tuo scomparso già nel teschio»). Un ultimo tocco non goduto che verrà, però, reso e restituito, almeno ad Agnes e al pubblico nel corso della messa in scena dell’Hamlet, appunto; per la precisione nel momento finale dell’opera, mentre si consuma la morte del protagonista per avvelenamento. Ecco la catarsi.

Tutti, certo, dobbiamo morire, nessuno sa quando ciò accadrà, ma già nel momento in cui nasciamo, come spiega Agostino d’Ippona in uno dei suoi discorsi più celebri e disincantati, ognuno di noi inizia a correre verso la fine. E si tratta della crudele lezione morale che si sussegue attimo dopo attimo nel film, e che è ribadita dalla madre di Shakespeare, interpretata da una straordinaria Emily Watson. È la lezione del dolore che spesso dimentichiamo, e che riguarda la nostra fragilità, la delicata vaghezza dell’uomo e della sua inconsistenza, se, con arroganza, ci poniamo a confronto con quanto resta, con le insondabili proprietà della natura, perenne o quasi.

Nulla può vincere la morte. Solo l’amore può ingannarla, fermarla, può forse negarla. A-mors, come voleva Giovanni Pascoli; ed eccolo, l’amore che sospende, che inganna, che vince: vince nella sostituzione di Hamnet con Judith, e vince ancora nel già menzionato gesto, nel tocco, nella carezza ultima tra Agnes e Amleto, tra Agnes e l’immagine adulta di suo figlio; nella carezza che chiude e consola e vince e supera e sconfigge. E se omnia vincit amor, sarà forse possibile riconoscere nella letteratura una forma d’amore che nella sua natura polimorfica e illusoria può, forse, sospendere il dolore. Nella letteratura e nella sua capacità di rappresentare troviamo noi stessi, la catarsi, la possibilità di capire e accettare. Ma anche questa, come tutte le magie, è solo un’illusione, lo spazio, se si vuole il palco, del fantasma, del sogno, dell’attore. È la candela accesa che si consuma in una scena.

Risorgere

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Da un’isola all’altra. Dialogo, poesia, terre nel collasso climatico

di Francesca Matteoni

Giustizia sociale è giustizia climatica. Le due cose vanno insieme e non lo ripetiamo mai abbastanza: lo scempio dei corpi umani ovunque, la violazione del diritto internazionale, è lo scempio della terra e di tutti i corpi, la violazione di ogni storia condivisa. Con questa consapevolezza ho sempre seguito la questione artica, cercando di intercettare la prospettiva indigena, ovvero lo sguardo di chi è stato colonizzato più volte e su più piani: politico, culturale, intellettuale, sociale. Distruzione di soggettività, riduzione a nostalgia folkloristica dei popoli e delle loro mitografie, devastazione delle risorse terrestri hanno innescato un effetto domino che abbatte, in tempi rapidi, ogni illusione occidentale di sicurezza e intoccabilità. Avremmo dovuto comprendere che come immaginiamo il pianeta così lo rendiamo abitabile o del tutto impossibile per la nostra specie e moltissime altre. Ci stiamo ormai addentrando nella seconda opzione, eppure siamo ancora vive. Mentre Trump minaccia di invadere la Groenlandia e l’ONU riconosce la bancarotta idrica del mondo, ancora una volta cerco la voce di altre umanità, custodi di visioni dove il benessere dell’umano (di un certo umano) non dipende dal dominio esercitato sul resto dell’esistente, ma dal riconoscimento di reciprocità e interdipendenza fra specie e territori. Non si tratta mai di salvare l’altro: si tratta di andare verso l’altro come verso noi stesse.  Fare la nostra parte nel processo di un’autentica autoconservazione. Forse dovremmo fare rotta collettivamente verso nord, forse possiamo proprio farlo e unirci alla resistenza dei Kalaallit. Salpare, ma per toccare terra stavolta, sapendo che ogni battaglia si tiene in questo sciagurato presente (stiamo purtroppo imparando così, la relazione).

Dunque qualche giorno fa, cercando online scritture contemporanee dall’Artico, mi sono imbattuta in “Rise”, video-poema pubblicato nel 2018 sul sito del movimento 350, che lavora per il progressivo abbandono dei combustibili fossili a favore di energie rinnovabili e accessibili alle comunità. Il nome deriva da un dato scientifico: 350 ppm, ovvero 350 parti di anidride carbonica per milione nell’atmosfera, la soglia di sicurezza già ampiamente superata quattro decenni fa.

L’opera è stata realizzata da un team tecnico e artistico intorno al testo scritto da due autrici le cui isole sono inevitabilmente compromesse dal collasso climatico: Kathy Jetñil-Kijiner, nata nelle isole Marshall nel Pacifico centrale, e Aka Niviâna, groenlandese di origine Kalaallit. Le due artiste si incontrano sulla cima di un ghiacciaio artico in via di scioglimento, si scambiano le “ossa” delle loro terre che sono conchiglie e pietre, mentre immagini di ghiacciai, volti umani, balene, spiagge, scorrono insieme alle parole. Diventano due sorelle drammaticamente divise e unite dall’oceano, che riattivano miti di antenate – davanti al disastro chiedono giustizia e testimoniano il destino del loro territorio, che sarà presto quello di tutti, a partire dalle città più prossime alle acque. D’istinto mi sono messa a tradurre la poesia e a cercare altre informazioni. Kathy Jetñil-Kijiner ha raccontato l’esperienza alla rivista Grist: davanti al corpo fisico del ghiaccio che, sciogliendosi, sommergerà la sua isola non ha provato rabbia, ma la riverenza dovuta a un membro antico della comunità – vasto, espanso, bello. Questa dichiarazione mi ha fatto riflettere sulle valenze semantiche del verbo rise, che, in sintonia con la traduzione presente sul sito, ho scelto di restituire come “risorgere”, ma che significa primariamente “alzarsi, sollevarsi, aumentare”. Le acque aumentano e reclamano la terra; in risposta le vite umane si levano per parlare attraverso i luoghi, non si rassegnano a subire le decisioni scellerate prese altrove. Il nemico non è l’oceano –  l’oceano, semmai, è la coscienza ancestrale del pianeta. Ed è una coscienza femminile, che ricorda tutto quanto è stato marginalizzato, schiacciato, messo al servizio di interessi ottusi. Per questo, e per sottolineare il rimando alla società marshallese, retta da un sistema di discendenza matrilineare, ho scelto di tradurre “ancestors” con “antenate”: mi sembrava più sensato e perfino più potente nella lingua italiana.

(Possano opere simili nascere e diffondersi, possano le nostre parole divenire un coro polifonico, possiamo noi alzarci, tutte, per dire basta all’orrore, per mettere le une accanto alle altre le pietre, le conchiglie, le zolle, i gusci e i frammenti di nido di quanto riusciremo a recare in dono, le une alle altre, per ricominciare).

 

Risorgere

di Kathy Jetñil-Kijiner e Aka Niviâna

Sorella di ghiaccio e neve
ti raggiungo
dalla terra delle mie antenate,
dagli atolli, vulcani sommersi
discesa sottomarina
di giganti addormentati

Sorella di sabbia e oceano,
ti accolgo
nella terra delle mie antenate
nella terra dove sacrificarono le loro vite
perché la mia fosse possibile
nella terra
delle sopravvissute.

Ti raggiungo
dalla terra scelta dalle mie antenate.
Aelon Kein Ad,
le isole Marshall,
un paese più mare che terra.
Ti accolgo a Kalaallit Nunaat,
Groenlandia,
la più grande isola del pianeta.

Sorella di ghiaccio e neve,
porto con me queste conchiglie
che ho raccolto sulle rive
dell’atollo di Bikini e della Cupola di Runit

Sorella di sabbia e oceano,
tengo nelle mani queste pietre raccolte dalle rive di Nuuk,
le fondamenta della terra che chiamo la mia casa.

Con queste conchiglie porto una storia antica
due sorelle sospese nel tempo sull’isola di Ujae,
una trasformata in pietra per magia
l’altra che scelse quella vita
per radicarsi a fianco di sua sorella.
Ancora oggi si vedono le due sorelle
sul margine della barriera corallina,
una lezione di permanenza.

Con queste pietre porto
una storia ripetuta infinite volte
una storia di Sassuma Arnaa, Madre del Mare,
che vive in una grotta sul fondo dell’oceano.

Questa storia riguarda
la custode del mare.
Lei vede l’avidità nei nostri cuori,
l’oltraggio nei nostri occhi.
Tutte le balene, tutte le correnti,
tutti gli iceberg
sono figli suoi.

Quando li oltraggiamo
ci dà ciò che meritiamo,
una lezione sul rispetto.

Ci meritiamo lo scioglimento dei ghiacci?
Gli orsi polari affamati che raggiungono le nostre isole
o gli iceberg colossali che frangono queste acque con rabbia
ci meritiamo
che la loro madre
venga a prendersi le nostre case
le nostre vite?

Da un’isola all’altra
io chiedo soluzioni.
Da un’isola all’altra
ti chiedo di dirmi i tuoi problemi.

Lascia che ti mostri la marea
che viene a prenderci molto più in fretta
di quanto vorremmo ammettere.
Lascia che ti mostri
gli aeroporti sott’acqua
le barriere coralline spianate dai bulldozer
le spiagge esplose
e i progetti per costruire nuovi atolli
estraendo con forza la terra
da un mare ancestrale che risorge,
costringendoci a immaginare
di trasformarci in pietra.

Sorella di sabbia e oceano,
puoi sentire i nostri ghiacciai gemere
sotto il peso del riscaldamento globale?
Ti aspetto, qui,
sulla terra delle mie antenate
il cuore appesantito dalla sete
di soluzioni
mentre osservo questa terra
cambiare
e il Mondo restare in silenzio.

Sorella di ghiaccio e neve,
ti raggiungo adesso nel lutto
piangendo per i paesaggi
da sempre costretti a cambiare

prima dalle guerre che ci hanno inflitto
poi dalle scorie nucleari
scaricate
nelle nostre acque
sul nostro ghiaccio
e ora questo.

Sorella di sabbia e oceano,
ti offro queste pietre, le fondamenta della mia casa.
Durante il nostro viaggio
possano le stesse fondamenta incrollabili
unirci,
renderci più forti,
di questi mostri colonizzatori
che ancora oggi divorano le nostre vite
per il loro piacere.
Proprio le solite bestie
che ora decidono,
chi dovrebbe vivere
chi dovrebbe morire.

Sorella di ghiaccio e neve,
ti offro questa conchiglia
e la storia delle due sorelle
quale testamento
quale dichiarazione
che nonostante tutto
non ce ne andremo.
Invece
sceglieremo la pietra.
Sceglieremo di radicarci su questa barriera corallina
per sempre.

Da queste isole
chiediamo soluzioni.
Da queste isole

chiediamo
pretendiamo che il mondo getti lo sguardo oltre
i SUV, i climatizzatori, le sue comodità preconfezionate
i suoi sogni imbrattati di petrolio, oltre l’illusione
che il domani non accadrà mai, che questa
sia soltanto una verità scomoda.
Lascia che avvicini la mia casa alla tua.
Guarderemo Miami, New York,
Shangai, Amsterdam, Londra,
Rio de Janeiro e Osaka
che provano a respirare sott’acqua.
Credete di avere decenni
prima che le vostre case sprofondino nelle maree?
Ci restano anni.
Ci restano mesi
prima che ci offriate di nuovo in sacrificio
prima che osserviate gli schermi delle vostre tv e computer
aspettando
di vedere se respireremo ancora
mentre non fate niente.

Sorella mia,
da un’isola all’altra
ti dono queste pietre
per ricordarci
che le nostre vite valgono più del loro potere
che la vita in tutte le sue forme esige
lo stesso rispetto che tutti nutriamo per il denaro
che questi problemi riguardano ognuna di noi
nessuna di noi ne è immune
e che ognuna di noi deve decidere
se
risorgeremo.

Imboscati

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di Davide Brullo e Alessandro Deho’

(Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto da Davide Brullo-Alessandro Deho’, Imboscati, prefazione di Aurelio Picca, Collana Ronzinante diretta da Marino Magliani, OLIGO. Due uomini si scrivono da un isolamento che possiamo chiamare sepolcro. I loro paesi – infestati dall’abbandono, costellati da flebili braci dette abbraccio – sorgono ai margini del bosco: Mondaino, al confine tra Romagna e Marche, e Crocetta, in Lunigiana. Luoghi di sconfinamento, di cuori in contrabbando; luoghi della vita avara, in secca. Nelle lettere, i due parlano di famiglie dissotterrate all’urlo, di un Dio a caccia, sigillato nell’ambiguità, della solitudine come via marziale per l’abbandono di sé.)

 


 

Caro A.,

il ripudio mi ha costretto ai boschi. Certo, si vede il mare, dall’alto – sembra un anello, il luogo azzurro delle nozze, dove germogliano alghe e meduse, dove vanno a invidia le vele – dove le vele gemmano e devi potarle.

Come sempre, per conforto – per affibbiarmi a un destino da slabbrato – sfoglio il Testo. In Deuteronomio leggo che kerithuth è il divorzio, il ripudio; nel Vangelo di Matteo si dice apoluó per dire divorzio. Ci si fa apolidi a sé, ci si mutila – si fa sfoggio di falce – una felicità a falce. Parole che dovrebbero affratellare al deserto, mi dico, mi hanno portato ai boschi. Il soprannumero di cinghiali, in estate, genera una boschiva di proiettili: fogliame di bossoli nel sottobosco, pari a gufi i colpi aprono l’aria nell’arteria. Sangue goccia ovunque, eppure, tutto risuona verde.

Elargire cacciagione, in questi luoghi, è il più alto premio – i preti (radi in questi luoghi, tenuti sugli scudi di una santità a sciacallaggio) ne sono ghiotti. Di questi preti, uno ha la faccia taurina e concelebra con l’aiuto dell’iPad; l’altro, cristico nella barba e negli ondulati capelli – un Cristo di Cosmè Tura –, è giovane, gli manca la falange del dito medio, a destra. Nelle notti di luna, immagino, si destreggia tra i lupi e avvampa nel mordere.

Di questo oggi volevo dirti.

Da più di due anni non prendo l’ostia. Non mastico Dio. Mi dico indegno – e ne godo. Godo di questa attesa che si fa famelica. L’aiutante del prete – anziano, generosamente vestito, di spauriti sorrisi – coltiva orchidee. La moglie – la sterile rimpiazza l’età, vasta, europea, con una giovinezza negli occhi priva di cautela. Sulla cima del campanile, infestato di rampicanti, spicca il daino, il simbolo del paese.

Ripudio, rivoltandone la preda, può dirsi tripudio. Spesso gli scorpioni appaiono, sigillati sul pavimento – segno fausto, mi dico, la serratura del fuoco. Chissà se si vive una volta per sempre chissà se i figli seguiranno le orme del padre, per assolverlo o soleggiarlo di insulti. Il primato è all’urina solare – le acacie emanano un odore profondo, il sesso degli alberi spaventa.

Ciao.

Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male.

Caro D. questo ha sibilato stamattina il serpente che mi sono trovato davanti alla porta d’ingresso della mia piccola cappella. Stavo andando a pregare e lui era lì, affascinante e tremendo, ho avuto paura. Ormai dovrei aver capito che la preghiera non è il luogo della leggerezza ma della lotta, dovrei aver capito che la lingua dei salmi è affilata e che le preghiere incidono la carne, che nulla esiste di più pericoloso. O forse no, queste cose non si capiscono mai. Così il serpente stava, sbucato dai sassi arroventati da un caldo violento, dai ruderi che fanno argine alla mia casa rendendola una torre celeste simile a quelle di Anselm Kiefer, quasi tentativi di resistenza transitori, case all’ultimo stadio di abitabilità. Il serpente stava e io avevo paura. Non morirai affatto, diceva, stai invece vivendo, e Dio è invidioso di te, e invidiosa la gente per la tua scelta, per come vivi, per quello che scrivi, per quello che nella vita sta accadendo… così parlava e io lo ascoltavo, immobile. Perché nessuno mi ha esplicitamente ripudiato, perché sono apolide per scelta romantica, credevo. Mia tentazione vera è sentirmi un coraggioso Chisciotte, un Thoreau, un Chris di Into the Wild, mia tentazione è credere che gli altri ammirino la mia scelta. Che illuso. Il serpente invece era muto. E io ho ripreso a capire che non è vero che sono venuto nei boschi per “Non morire affatto!”, al contrario, io sono venuto per avere finalmente la coscienza di essere morto.

Il serpente si muove, si infila in un buco tra i sassi, una caverna, io mi inginocchio per guardarlo da lontano, è bellissimo, un gomitolo scintillante di squame, è pericoloso, è in trappola. Prendo un asta di metallo, temo per il mio cane, Dulcinea, così infilo con forza l’asta tra i sassi, ma sono goffo e non ho la forza di togliere il respiro a un essere vivente, rimango un debole, la mia fragilità mi umilia, la serpe per reazione schizza fuori dal foro e azzanna l’aria, trasforma le pietre in pane, prete inutile e solitario, smetti di voler far credere di non amare il potere solo perché non ne hai, patetico essere debolissimo, gettati dal pinnacolo del Tempio, così vediamo a cosa serve il Dio inutile delle tue prediche. E poi lui se ne va, scivola fuori dal cancello, sparisce, ma sento che ritornerà. E non resto che io con il mio nulla. Ha ragione il serpente. A nulla servo, a nulla servono le parole che scrivo, a nulla servono le mie prese di posizione, a nulla le mie decisioni. In questo nulla non c’è posto per niente, nemmeno per sentirmi degno o indegno di celebrare l’Eucarestia, la celebro, spezzo il pane sempre, nemmeno mi chiedo più se ne sono all’altezza, lo faccio. Dal bosco sto imparando la necessità. Non so a cosa servo, davvero probabilmente a nulla, ma ogni cosa che faccio è segretamente mossa da misteriosa necessità. Sono come un animale, una pianta, una nuvola. Una ginestra che fiorisce per nessuno. Niente di più.

Non si viene tra i boschi per cercare di sopravvivere, questa può essere la motivazione iniziale, si viene per imparare una fedeltà alla morte. Degno, indegno, santo, peccatore, prete, lupo, poeta, cinghiale, cosa cambia? Hai ragione tu, nei boschi non si mastica Dio, si viene dolorosamente masticati, assimilati. Forse tutta questa vita è davvero una necessità, una divina necessità, ha bisogno Lui di masticare noi, ha bisogno di noi, oltre il bene e il male. Tentazione è credere di voler diventare solo simili a lui, vocazione vera è diventare finalmente Lui.

Così attendiamo il morso del serpente o il bacio del Creatore. Che poi forse sono la stessa cosa. Ti abbraccio.

 

Come il duca Guilhèm imparò l’arte del trovare

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Suonatori di liuto islamici e cristiani
Cantigas de Santa Maria [1280 ca.]

Guilhèm de Peitieus
detto il Trovatore [1071–1127]
Pos de chantar m’es pres talenz
J.Savall e La Capella Reial de Catalunya

di Greta Bienati

È cosa nota che a portare l’arte del trovare in terra di Francia fu Guilhèm di Peitieus, duca d’Aquitania e di Guascogna. Di dove l’avesse presa, però, e chi gli fosse stato maestro, è materia di cui nessuno pare avere contezza.
Nessuno, tranne una tradizione antica, tramandata nel paese dei Mori, quegli stessi Mori che il duca andò a combattere sui monti d’Anatolia, e in Francia tornò ferito e sconfitto.
Narra il racconto che, quando era bambino, il duca Guilhèm aveva in odio l’inverno. In primavera poteva sognare grandi imprese, con le guerre fasulle dei tornei e quelle vere contro i Mori. Sotto il sole dell’estate, si tuffava nel Clain e nella Boivre, a cercare il drago scacciato da santa Radegonda. In autunno, inseguiva i cani che braccavano il cervo, nell’aria profumata di mosto. L’inverno, invece, era solo odor di fumo e fango sui vestiti, giorni brevi e notti scure senza fine.
Al tempo dei suoi dieci anni, il freddo arrivò ancora prima del solito, portato dal vento d’oriente, insieme all’odor di pini e di palude. Al di sopra del mare bianco delle nebbie che sommergevano le terre d’Aquitania, più ricche e più vaste di quelle del re di Francia, Peitieus era un’isola, e il castello un faro, da cui Guilhèm scrutava l’arrivo dei pirati saraceni.
Si era da poco spenta l’estate di san Martino, quando, una notte, il gelo lo svegliò mordendogli i piedi.
«È il freddo dell’alba» pensò Guilhèm. «Finalmente incomincia il giorno».
Scivolò fuori dai tendaggi del letto, e andò a scostare il drappo pesante che chiudeva la finestra. L’aria della notte gli graffiò le guance, gli occhi lacrimarono. Sull’orizzonte, neanche un filo di luce: le case e le vigne, gli orti e il fossato antico dormivano nel buio profondo della mezzanotte. Dal cielo nero, scesero i primi fiocchi di neve, e una voce di donna.

Musicisti di corte
Cantigas de Santa Maria [1280 ca]

Accompagnata da un liuto, la voce cantava nella lingua aspra e oscura delle prigioniere che il padre aveva riportato da Barbastro, dove aveva combattuto e vinto, prima ancora che Guilhèm nascesse. Di là dai Pirenei, gli aveva raccontato, c’erano le mille città dei Mori, crudeli e selvaggi, che già una volta erano calati fino a Peitieus, e a Bordèu ancora ricordavano violenze e saccheggi.
La voce sussurrava triste e irresistibile. Guilhèm alzò gli occhi: alla finestra della torre brillava una luce.
Nel buio della stanza, trovò la porta alla maniera dei ciechi. Sulla pietra gelida delle scale, i piedi nudi seguirono il canto, che continuava sommesso e instancabile.
I gradini giravano su se stessi, uguale ai gusci delle chiocciole che si nascondevano tra i sassi dell’orto. Le dita cercavano la strada tastando le pietre del muro, scintillanti di gelo. Sempre più vicina e sempre più nitida, la voce lo attirò fino alla stanza più alta.
La porta era pesante di quercia e di ferro, e Guilhèm dovette spingere con tutte e due le mani. Nella luce dorata, scaldata da un braciere d’ottone, la donna cantava seduta per terra, vestita al modo della sua gente, le gambe incrociate nei pantaloni di seta color dello zafferano. Guilhèm si sedette vicino al fuoco, per guardarla meglio: non aveva mai visto nei corridoi del castello quegli occhi ardenti e quella bocca color del vino. Ma forse era il canto a tingerle le labbra, e la luce storta del braciere a infiammarle lo sguardo.
La cantatrice guardava la neve che cadeva, rapita dal proprio canto. Come fumo di erbe di strega, il suono del liuto avvolgeva il cuore di Guilhèm, preso nello stesso incantamento. Le parole, adesso, non suonavano più aspre e oscure.


È venuto nella notte nera come i suoi capelli,
è rimasto fino all’alba splendente come la sua fronte.
Che farò madre mia? Come curerò il mio male?
Come potrò vivere senza il mio amore?
Lo cercherò fino a Damasco, volando con le ali del vento.


Il liuto si tacque, la cantatrice continuò a seguire i fiocchi che scendevano nella notte. Guilhèm le tirò il velo.
«Chi sei?» chiese. «Non ti ho mai vista al telaio con le altre schiave».
La donna lo guadò da sotto le lunghe ciglia.
«Le altre schiave tessono la tela, io intreccio musica e parole».
Le dita tornarono a pizzicare le corde, la voce ricominciò a cantare. Davanti agli occhi di Guilhèm, adesso fiorivano i giorni di Barbastro in tempo di pace: i minareti bianchi e le moschee celesti, le fontane dei giardini e i frutteti sulle rive del Vero. Oltre la finestra, scendevano bianchi e lenti i petali dei mandorli in fiore. Guilhèm allungò la mano per afferrarne uno, e si trovò tra le dita un fiocco di neve.
Il canto cambiò la sua melodia, e la primavera di Barbastro si mutò in un’estate infuocata. Cavalieri in armi scendevano dalle montagne, scuri e terribili come la tempesta. Giorni d’assedio, di fame e di sete, e poi la resa. Il vento aveva soffiato l’odore del sangue fino a Cordoba, e tutta l’al-Andalus aveva tremato e pianto. Le schiave avevano seguito i nuovi padroni oltre le montagne, in una terra che non conosceva i mandorli.


Solo biancospini, neri e spinosi, che tremano nel gelo,
Sui loro rami, nessun fiore, ma fiocchi di neve,
gelidi come l’ultimo bacio del mio amore.


Le note si spensero nella notte. Guilhèm balzò in piedi, le guance tinte di rosso dal braciere e dall’eccitazione.
«Voglio il tuo liuto!» ordinò. «E voglio il tuo canto!»
La cantatrice lo guardò con tristezza.
«Senza il liuto e senza il mio canto, non mi resta più nulla».
Guilhèm tese la mano, la fronte aggrottata. La cantatrice ne scrutò il volto, come le aveva insegnato suo padre, al tempo in cui era medico del governatore di Saragozza. Nei colori dell’incarnato e dei capelli, riconobbe il temperamento sanguigno, che inclina all’arte, alla burla e al gioco d’amore. Gli occhi grigi di falcone lo dicevano loquace e insolente; la bocca grande dai canini forti rivelava l’ingordigia e il coraggio in battaglia. Nel ventre largo, si leggevano lo scarso pudore e l’attitudine al comando; nelle mani tenere ed esili, il talento di poeta, capace di cantare l’amore e la prigionia, il tutto e il nulla.
«Sei nato per regalare il riso agli uomini» disse la cantatrice, porgendogli il liuto, «E il pianto alle donne».
Guilhèm si sedette a gambe incrociate e accostò il manico del liuto all’orecchio, per sentire il suono di una corda alla volta.
«E il canto?» chiese.
«Per il canto, ci vuole una ferita» rispose la cantatrice. «È da lì che sgorga, insieme al sangue».
Guilhèm serrò gli occhi e si morse il labbro, fino a farlo sanguinare. Le dita strapparono alle corde una cascata di note.
«Non funziona!» gridò «Mi hai mentito!»
Girò lo sguardo intorno: nella stanza dorata non c’era più nessuno. Il vento entrò dalla finestra a disperdere il fumo del braciere.
«Dove sei?» gridò più forte Guilhèm, sporgendosi nel buio.
Ai piedi della torre, la neve copriva già i capelli neri e gli abiti di seta color zafferano.
Guilhèm lanciò un urlo, come di uccello ferito. Dagli occhi, gli uscirono lacrime di bambino; in gola, il dolore si allargò in un canto, prima sussurrato, poi via via più potente. Così potente da costringere le dita a pizzicare le corde.
Le note del liuto riempirono la notte di Peitieus: scesero sulle case e sulle vigne, sugli orti e sull’antico fossato, al di sotto delle nebbie e nelle antiche caverne, a disturbare il sonno del drago di santa Radegonda. Infine, come petali di mandorlo, nevicarono sui capelli neri e sulla seta color dello zafferano, mentre l’anima della cantatrice volava verso Damasco con le ali del vento.

Guglielmo IX d’Aquitania, detto il Trovatore
dal Chansonnier di Peire Vidal, XIII sec.

NOTA
Duca d’Aquitania e di Guascogna, conte di Poitiers e di Tolosa, Guglielmo IX guidò la crociata del 1101. È il primo autore a poetare in volgare e su argomenti profani. Da quasi mille anni, la critica dibatte sulla radice di questa originalità. Il racconto accoglie la tesi per cui la poesia trobadorica nacque sotto l’influenza di quella dei Mori di Spagna.

Les biographies des troubadours en langue provençale, (a cura di Camille Chabaneau), Privat, 1885
Les chansons de Guillaume IX, duc d’Aquitaine (1071-1127), éditées par Alfred Jeanroy, Champion, 1927
de Nostredame Jehan, Les vies des plus célèbres et anciens poètes provençaux, Slatkine Reprints, 1970
Di Girolamo Costanzo, I trovatori, Bollati Boringhieri, 1989
Ghersetti Antonella, Una tabella di fisiognomica nel Qabs al-anwār wa Bahğat al-Asrār attribuito a Ibn ‘Arabī, in “Quaderni di studi arabi” n. 12, 1994
Marrou Henri – Irénée, I trovatori, Jaca Book, 1983
Storie di dame e trovatori di Provenza, (a cura di Maria Antonia Liborio), Bompiani, 1982
Viscardi Antonio, Storia delle letterature d’oc e d’oil, Nuova Accademia, 1959
Zaganelli Gioia, Trovatori e trobairitz. Voci provenzali a confronto, in “Messana. Rassegna di studi filologici linguistici e storici”, 1990

Il canto della schiava è stato ricreato a partire dai temi e dalle immagini tipiche della poesia medievale dei Mori di Spagna.

Il racconto è tratto da ⇨ Greta Bienati, La canzone del puro nulla, Pubblicazione indipendente, 2026, una raccolta di quattordici racconti medievali, intrecciati sul confine sottile tra realtà e immaginazione, l’unica soglia da cui è possibile gettare uno sguardo sulla verità della storia e della vita.

AzioneAtzeni – Discanto Trentunesimo: Nicola Muscas

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Credits
Testo e voce: Nicola Muscas
Musiche: Arrogalla

Azione Atzeni – Discanto trentunesimo: Nicola Muscas

 

Discanto XXXI

Avrei fatto volentieri il giornalista, in specie il cronista sportivo, ma per mia sfortuna in questo settore c’è un notevole affollamento di penne e di ingegni migliori dei miei.
Sergio Atzeni intervistato da Giuseppe Marci, 1991

 

Stampa isolana
di
Nicola Muscas

 

Mascella serrata e respiro pesante, Ruggero Gunale osserva la città nascosta dietro l’ala dell’aereo.

Avevano ragione, pensa, credeva esagerassero, avevano ragione: la spiaggia non è più bianca, non è più lama; la spiaggia è grigia, la mano dell’uomo che tutto riduce in maceria, la spiaggia è grigia e larga e diversa.

È diversa eppure il Lido è sempre lì.

E ci sono due stadi – l’ala ha ormai scoperto il profilo del promontorio, due stadi uno accanto all’altro, due arene per la vecchia squadra della città, possibile?

Essere uno del Lido significa appartenere a una cerchia, a un vecchio gruppo di amici figli di amici figli di amici.

Lungo la strada che sorvola il porto l’ala copre completamente la città vecchia, la città bianca, la città murata.

Un gruppo chiuso all’osso, ricco e potente, quasi impenetrabile.
Questa città è tutta diversa. Questa città non cambierà mai.

Dopo trent’anni ritorni alla terra dove hai amato sofferto e fatto il buffone. Ma è stato tanto tempo fa, troppo, dice a se stesso Ruggero Gunale, che questo vizio non lo ha mai perso, altri sì magari – il fumo, per esempio, il libanese, anche, o amare alla morte certe donne senza essere riamato, ma questo no: parlare a se stesso – troppo tempo è passato senza mai rimettere piede su queste strade, in cui ogni angolo testimonia una gioia, un dolore, una paura.

Leonardo Carboni percorre la via Roma in macchina, il porto a sinistra, i portici a destra, filippini che giocano a ping pong sul nuovo boulevard, i palazzi liberty, la Rinascente. Sopra di lui un aereo in discesa.

Vai in aeroporto a prendere tuo zio.

Fermo nel traffico Carboni osserva i portici nascondere la kasbah fighetta in quel che è rimasto del quartiere dei pescatori. Ascolta il rombo dell’aereo sopra di sé.

Zio si dice per dire, come si dice dei vecchi amici di famiglia, un vecchio amico di suo padre, a essere precisi, suonavano insieme al Gong, da ragazzini, e in tutti gli altri scantinati della città vecchia. Ma per Carboni Gunale non è altro che una foto: Carboni bambino, il mare di Carloforte, Ruggero Gunale barba incolta, capelli ricci, occhi nerissimi e intensi, sarà stato l’87.

Ne ha sentito parlare spesso, di questo zio arrevescio, la pecora nera, lo straniero, l’esiliato. Questo uomo incapace di amare, o di amare davvero altri che se stesso, o meglio sopra ogni cosa di amare il suo stesso tormento; questo uomo che per la vergogna non è tornato più.

Ma chi, Ruggero? Ruggero era un gentiluomo e per gli amici si buttava tra le fiamme, con quegli occhi neri che accendevano i desideri di molte, occhi da maneggiare con cautela, occhi che hanno provato a cambiare il mondo, e tu ci hai mai provato, a cambiare il mondo? Ruggero troppo cuore per questa terra di priogosusu arricchiusu, queste quattro strade di disisperausu. Cosa? La u non ci vuole nei plurali? Ma bai tocca.

Ruggero che l’hanno fatto scappare.

Chiedi a tuo zio, dicevano a Carboni, domanda di quegli scantinati che sputavano fuori il rocchenroll, le ragazze più belle di tutti i paesi della grande pianura, finalmente in città, cantanti in minigonna, in quegli scannatoi pieni di musica e umido e sudore.

Ma Carboni non riesce a immaginarsela, questa città che sputa il rocchenroll dagli scantinati. Cagliari è una città torpida che ama soprattutto mangiar bene. Cagliari tutta ordine e decoro, una pizza venti euro, cocaina nei cessi dei localini lounge, non una nota di musica fuori dai bar, guai, non è decoro.

Olandesi over settanta si arrampicano nel saliscendi spietato del Largo, trentasette gradi percepiti, sveltine orgiastiche di migliaia di croceristi lungo la via Manno, aloni sotto le ascelle, odore di palle sudate, un cappuccino dietro l’altro alle cinque del pomeriggio.

Non se la immagina, Carboni, una città diversa, e del resto mai ha chiesto a suo zio, mai ha telefonato.

«E tu saresti il giornalista», dice Ruggero Gunale aprendo lo sportello, l’aeroporto alle sue spalle, un clacson che suona nel parcheggio, macchine in coda, più d’uno ha fretta, il parcheggio è gratuito ma solo per dieci minuti.
«Tu saresti il giornalista».
«Sto cercando di smettere».
La macchina supera la sbarra automatica, Gunale allunga la mano e cambia stazione senza nemmeno chiedere il permesso. Alla radio una voce antica annuncia “John Wesley Harding del vecchio Bob, quando ancora non era mistico”.
«Mi hanno detto che anche tu facevi il giornalista».
«Non era una cosa fatta per me».
«Perché».
«Perché facevo domande».
Gunale aumenta il volume in prossimità del ritornello, la macchina si riempie di musica e di un silenzio ostile.
«Mi hanno detto che ti sei messo a scrivere libri», adesso Gunale sta quasi gridando. Carboni spegne la radio senza distogliere gli occhi dalla strada: «Sto provando a cominciare», dice.
«Con questa faccia che ti ritrovi».
«Perché che faccia mi ritrovo».
«La faccia di uno che ha la cabina al Lido».
«Al Lido andavamo a scocciare pivelle, al mare vado a Calamosca come mio padre».

Per raggiungere l’hospice passano ancora sulla via Roma. A destra il mare, a sinistra la città vecchia, la città bianca, la città murata, capperi al vento di un verde che ride. Ruggero Gunale si guarda i lacci delle scarpe per non farsi commuovere dalla bellezza della città.

Non farti fottere dalla nostalgia, dice a se stesso con un filo di voce. Sei troppo vecchio, Gunale, non te la puoi permettere la nostalgia.

Se c’è una cosa che ti toglie la bagassa della vecchiaia è il potere, a meno che non hai accumulato un mucchio di soldi.

Soldi e potere mai avuti.

Invisibile.

Invisibile è quel che sono sempre stato.

Invisibile e feroce.

È per questo che ho sempre notato ogni cosa, è per questo che ogni cosa mi ferisce. Ma soldi e potere certo non me li toglierai, nemmeno il giorno che me ne andrò alla forca.

Mani sul volante, uno sguardo al retrovisore, bella vita Dino Bonfigli, sta pensando Leonardo Carboni, uscito di galera per andarsene a morire all’hospice. Ma a Gunale non dice nulla. Suonavano insieme, Bonfigli, Gunale e Carboni padre.

Per mio padre non sei tornato, vorrebbe dire Leonardo, per nessuno sei mai tornato. Per Bonfigli, sì.

La macchina passa veloce di fronte ai due stadi. Gunale solleva la testa dalle scarpe.

«E allo stadio, ci vai allo stadio? E perché ci sono due stadi?».
«Di due non ne fanno uno».
«Mi piaceva, andare allo stadio».
«Anche a me. Dieci anni in tribuna stampa. Adesso vado in curva e mi diverto come un matto».
«Com’è che diceva quel coro».
«Quale coro».
«Stampa isolana…».
«Figli di puttana».

 

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

 

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

Si può seguire il PODCAST su:

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Nel punto dove tutto si raccoglie

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di Riccardo Pensa

Questa raccolta di fotografie è il frutto di due anni di intensa frequentazione dei monti Sibillini, iniziata a gennaio 2024, quando è tornata abitabile la casa dei miei nonni materni, danneggiata dal terremoto del 2016. Si trova a San Martino, un piccolo paese nel comune di Fiastra, ed è un luogo a cui sono molto legato, dove ho passato tutte le estati della mia infanzia.
Da allora ho ripreso ad andarci molto spesso, per il piacere di passare le giornate in solitudine, diviso fra l’esplorazione dei monti, concreta e fisica, e l’immersione più sfuggente e onirica nei ricordi, in un paese silenzioso, abitato da presenze fantasmatiche. Coinvolto in queste peregrinazioni, per uno di quei casi forse necessari, ho conosciuto Pietro Polverini.
Un giorno al lago ho sentito alcune persone che ne parlavano. Un giovane poeta, della famiglia Polverini che ha il ristorante dove vado spesso anch’io, prematuramente scomparso: possibile? Appena ho iniziato a sfogliare Indice sommario di sbiadimento mi
sono reso conto che non solo era vero che dalla piccola, remota Fiastra venisse un poeta, ma che ciò che scriveva mi era prezioso proprio per quello che stavo vivendo lì.

Mi sono immerso nelle poesie sulle panchine dei giardinetti di San Martino, imparando a memoria quelle che più mi colpivano. Le ripetevo poi nelle mie camminate, con il fervore di
chi ha trovato, per usare le sue parole, il “chiarore di una stella nuova”. Parlano di ritorni col pensiero ad anime che poco importa se siano vive o morte, di punti in cui la memoria si raccoglie e subito si perde, e in cui si era tutto: come non sentirle mie in quel luogo? Ma, dice anche Polverini, “la parola è rima sulla terra”, e assumono senso poetico il sole, la nebbia, il gelo, la selva, la neve: come non ritrovarvi un’affinità con ciò che vivevo ogni giorno sui monti Sibillini?
Leggendo Polverini ho poi riconosciuto nel mio tornare a San Martino il desiderio di abitare lo sbiadimento delle nostre vite là dove, essendo più crudo, dischiude spiragli di autenticità:
tenere aperta la ferita per affermare una “voglia scarnificata di me nel mondo”, o cercando “una mente buia d’inverno”, e, soprattutto, restando “seguaci dell’ultima stagione corporea”.
Affidandomi ancora alle sue parole, sembra questa oggi l’ultima scelta praticabile:

Ad una certa densità di buio
occorre innalzare stele di destino,
osservanza che non si ribella.

Pubblico queste fotografie in occasione dell’uscita di La nostra villeggiatura celeste.

Porterò Polverini con me a San Martino per le vacanze, e leggerò le sue poesie contemplando i Sibillini forse innevati.

Chi va in vacanza spera sempre
di non tornare, […]
[…]
Mancare è una veste chiara,
[…]
un chiodo da cui cominciare.

La Moda – racconto di Manuel Perrone, illustrazioni di Ettore Tripodi

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di Manuel Perrone e Ettore Tripodi

LA MODA

testo di Manuel Perrone / illustrazioni di Ettore Tripodi

La moda è -forse- l’unica soluzione di continuità dopo Beckett. Dopo Godot. Non succede nulla. C’è tutto: la luce, la scenografia, la musica e i costumi. Ma non c’è neanche un tentativo di drammaturgia.
A modo loro non ci sono problemi. Tutto sta per iniziare, ma è già finito.
Ho assistito una sola volta a una sfilata di moda, alla villa Noailles di Hyères. Tutto stava per succedere. Il pubblico era composto da gente che arrivava in elicottero. Una vecchia stalla per i tori in mezzo alle acque paludose della presque-ile. Agenti di sicurezza con l’inalambrico e l’ansia da guardie del corpo. Tutti seduti stretti e trepidanti. Un anti-comunione in cui l’obiettivo ultimo è l’esclusione e non l’inclusione. Un rituale post-moderno di una non-comunità.


Poi il silenzio. Le luci, la musica, e i personaggi che arrivano … e se ne vanno.
Cos’è questo teatro che nega un ruolo all’attore, al conflitto e al suo sviluppo? Anche i corpi che sfilano sono già risolti. A volte un qualche stilista ambizioso userà un vecchio, ma usandolo anche la vecchiaia in quella forma liofilizzata sarà già risolta. Ma anche i più belli durano una sola stagione, sono intercambiabili. L’abito non fa il monaco, è monaco, resta solo lui, a mala pena ha bisogno di corpi per essere portato.
La sfilata non prevede nient’altro. Si vede che le piacciono i codici del teatro, le mitologie del cinema, ma è un inno all’eiaculazione precoce come soluzione ultima alla continuazione della specie.
Cerco di capire Milano da quando ci vivo. La cerco nelle canzoni di Jannacci ma trovo altro. O non trovo e continuo a cercare. Da tempo inizio a intuire che non troverò niente, che è proprio quello l’elemento da trovare.

Le prime sfilate di moda nascono durante il secondo impero, leggo, quello di Napoleone terzo. L’imperatore vuole fare della capitale francese una vetrina.
Ecco. La moda sta alla vetrine come il teatro sta al palcoscenico.
Ma le nostre città che erano palcoscenici involontari sono tutte diventate vetrine? Ma vetrine per chi, per cosa? Chi è che compra e che cosa è in vendita?
A Milano sono andato al salone del mobile. Perché voglio capire. Non so esattamente quand’è che poeti e compositori hanno lasciato il posto a mutande e posaceneri. Ma evidentemente è il loro turno storico.
Vedo una fila. Mi metto in fila dietro l’ultima persona. Non so se posso. Arriva il mio turno, la guardia mi chiede di inquadrare un QR-code con il telefono. Lo faccio. E ho diritto a entrare.

Seguo la fila. Dentro non so esattamente cosa c’è da guardare e, per sbaglio, guardo le altre persone. Poi guardandole meglio vedo che tutti guardano un divano. E allora guardo il divano anch’io. E aspetto. Lo spazio è bello, un hangar industriale rivisitato con un lucernario da cui filtra la luce del giorno come un occhio di bue a teatro, delle pensiline metalliche che portano a porte chiuse a mezz’aria. Ma non si può camminare sulle pensiline. Non si può far altro che guardare il divano. E prendersi in foto con lui, come se fosse una pop-star o un papa. Poi tutti vanno. Io resto ancora un po’ a guardarlo. Esito. Indugio. Caso mai facesse qualcosa, avesse un messaggio. Poi vado.

La vetrina si è evoluta e non serve neanche più a vendere qualcosa. Le sfilate non servono a vendere tessuti o a indicarci come ci dovremo vestire. Il divano non è in vendita. è “l’esperienza di stare con lui” che è offerta a noi, pubblico privilegiato.
Non scomoderei i marziani e il loro stupore nel vederci fare cose cosi, penso che gli extraterrestri abbiano già materiale sufficiente da millenni per trovarci incongruenti e strani. Ma penso che siamo strani anche agli occhi dell’umano. Cioè c’è qualcosa di oggettivamente fuori luogo. Eppure.

Non so perché ma mi sento solo in questo pensiero. Eppure lo so che anche gli altri in fondo si chiedono quando inizia, anche per gli altri è una forma di arte abortita, di coito interrotto. C’è tutto, dico, c’è veramente tutto e ci sono anche i mezzi perché succeda qualcosa. Eppure.
Forse è questo che vogliono? Kafka ha scritto le leggi e Beckett la Bibbia?
La moda è la fine di tutto perché è il trionfo di un nulla sovrano?
Adesso le marche hanno più soldi di tutti. Gli stilisti sono gli ultimi faraoni.
Adesso comprano tutto il resto: finanziano musei, pagano il cinema, danno anche qualche
monetina ai teatri.

Tra poco inizia. Sta per iniziare. Ma già tutto è finito.


Manuel Perrone. Autore e regista. Il suo linguaggio artistico si esprime tra cinema, teatro e radio e quando può scrive, che gli piace tanto…. Vive e lavora tra Milano e Marsiglia. La sua serie podcast “Cristo si è fermato a Seveso” ha ricevuto numerosi premi. I suoi lavori filmici sono stati presentati a Quinzaine des realisateurs/Cannes, MoMA, Locarno IFF. Prepara il suo primo lungometraggio “L’Ultima Cena”.

Ettore Tripodi(Milano, Italia, 1985). Vive e lavora a Milano.
Spazia dalla pittura alla scultura, con una particolare predilezione per il disegno.
Compone le immagini in una forma che ricorda quella del poema. Accostando un’opera all’altra crea una struttura narrativa non lineare. Ettore Tripodi è tra i fondatori di MammaFotogramma Studio.

Portare la democrazia con le armi en marche! Arthur Rimbaud e Adriano Spatola

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di Giovanni Palmieri

                                                                                           A Luciano Canfora

 

Démocratie

 

   “Le drapeau va au paysage immonde, et notre patois étouffe le tambour.
 “Aux centres nous alimenterons la plus cynique prostitution. Nous massacrerons les révoltes logiques.
 “Aux pays poivrés et détrempés ! — au service des plus monstrueuses exploitations industrielles ou militaires.
 “Au revoir ici, n’importe où. Conscrits du bon vouloir, nous aurons la philosophie féroce ; ignorants pour la science, roués pour le confort ; la crevaison pour le monde qui va. C’est la vraie marche. En avant, route !”

 

Democrazia

 

   “La bandiera traversa il paesaggio immondo e il nostro gergo soffoca il tamburo.
“Nei centri alimenteremo la più cinica prostituzione. Massacreremo le rivolte logiche.
 “Nei paesi pieni di pepe e fradici d’acqua! – al servizio dei più mostruosi sfruttamenti industriali o militari.
“A rivederci qui, non importa dove. Coscritti di buona volontà, avremo la filosofia feroce; ignoranti per la scienza, scafati per il confort; creperemo per il mondo che avanza. È la vera marcia. Avanti, marsc!”[1]   

Il pensiero critico e talvolta direttamente politico di Rimbaud, al di là delle sue oscillazioni e delle sue ambiguità, è sovente occultato dal mito del poeta veggente e dai suoi auratici e davvero stucchevoli corollari. A parte le celebri poesie “comunarde”, l’illumination qui sopra riportata dal significativo titolo di Démocratie è un esempio di tale pensiero.

L’ironica denuncia dell’imperialismo ottocentesco o meglio del dispositivo linguistico che reggeva l’ideologia “progressista” e colonialista è infatti in questo testo d’immediata evidenza.

 

Chi parla?

 

Alla prima persona plurale e con un testo completamente chiuso dalle virgolette, appare chiaro che il discorso-orazione di tipo marziale (farcito infatti da ritmiche riprese anaforiche) che costituisce questa illumination appartenga non all’autore ma ai soldati, o meglio ai coscritti. L’effetto ironico consiste allora nel considerare i soldati emittenti e non destinatari di un messaggio che celebra il colonialismo e che nella realtà è stato loro rivolto, ma consiste anche e soprattutto nel ripercorrere un discorso altrui – quello ideologico dell’epopea colonialista – togliendogli però la maschera dell’ipocrisia edulcorante e dicendo semplicemente le cose come stanno.

Si sospetti sin da subito che sia i soldati (in genere mercenari) che l’autore stesso possano essere (stati) partecipi e indirettamente complici dell’inganno colonialista, come potrebbe indurre a pensare  anche il calcolato rovesciamento dei ruoli comunicativi cui abbiamo accennato prima.

 

Contesto storico e biografia

 

Dopo gli anni Trenta dell’Ottocento, la Francia aveva già occupato militarmente numerosi Paesi: l’Algeria, il sud della penisola indocinese, la Guyana francese, il Sénégal ecc. A località esotiche, infatti, sembra far riferimento il nostro testo parlando di “paesi pieni di pepe e infradiciati” (allusione ai monsoni). La critica ha opportunamente indicato al riguardo la politica colonialista del governo “repubblicano” francese uscito dalla sconfitta della Comune e in particolare la rivolta di massa nella Cabiria algerina del 1871 repressa nel sangue dall’esercito francese.[2]  Nella nostra illumination, però, il riferimento non è soltanto al colonialismo francese ma a tutti i colonialismi (“Au revoir ici, n’importe où”).

Si consideri anche la dimensione economica che la politica colonialista portava con sé e gli scandali politico-finanziari che ne derivavano e che sono ricordati, ad esempio, in Bel ami (1885) di Maupassant.

Ma veniamo a Rimbaud che, a ventun anni, il 18 maggio del 1876 presso il consolato dei Paesi bassi di Bruxelles si arruolò come mercenario nell’esercito coloniale olandese per andare a combattere la guerriglia che infuriava nelle foreste dell’ex sultanato di Aceh nell’isola di Giava. Presto disgustato dai massacri degli indigeni compiuti dall’esercito olandese (“massacrerons”), Rimbaud diserterà poco dopo riuscendo a sfuggire alla cattura e ritornando rapidamente in Europa.

Scrive Robb che “l’esercito coloniale olandese era un’organizzazione moderna ed efficiente che, negli ultimi tre anni [1873-1876], aveva sventato piccole rivolte che minacciavano di interrompere il flusso di prodotti coloniali dalle Indie orientali olandesi.”[3]

Seguendo lo sviluppo del discorso della nostra illumination, aggiungerei che in seguito alla repressione militare, il colonialismo olandese instaurò un sistema di lavoro forzato per i contadini giavanesi (“révoltes logiques”), sviluppando in seguito una colonizzazione privata da cui derivò un’imponente serie di investimenti internazionali di capitale.

Se l’esperienza giavanese  – come ritengo – è alla base del poème en prose che sto analizzando, allora il testo deve essere stato scritto nel 1876 o oltre. Les illuminations saranno edite solo nel 1886.

De Graaf ha scoperto sulla stampa neederlandese di Bruxelles del 1876 un annuncio pubblicitario, scritto da un sedicente agente reclutatore dell’esercito coloniale olandese (un certo Vignix), che invitava all’arruolamento giovani uomini di un’età compresa tra i ventuno e i trentasette anni “che non avessero lavoro, né impiego, né famiglia, né soldi” o che fossero “grandi amanti dei viaggi e curiosi di vedere il mondo”.[4] Di quale mondo si trattasse realmente è stato detto…

 

Nel testo

 

Il titolo Démocratie comporta nel lettore che arriva in fondo al testo l’immediata deduzione che la “democrazia”, nonché i “valori” portati dai colonizzatori europei, siano esattamente quelli espressi dalle “belle” gesta a cui i soldati inneggiano. Che il rovesciamento e dunque la parodia del dispositivo linguistico-ideologico che legittimava le varie aggressioni imperialiste, siano le procedure retoriche fondamentali del nostro testo è del resto confermato sin da subito.

L’esercito non viaggia traverso paesaggi esotici meravigliosi (forse così reclamizzati dai reclutatori) ma “immondi” (come ad esempio la giungla) e il linguaggio della retorica e della propaganda colonialista (“notre patois”) soffoca e non permette di sentire il rumore della guerra e delle armi (il tamburo). Insieme alla prostituzione e ai massacri delle rivolte più giustificabili, i soldati affermano di portare con sé la “feroce” filosofia civilizzatrice del progresso: quella dei Lumi e della sedicente democrazia.

Particolarmente interessante la funzione conativa espressa nell’antifrasi di tipo evangelico “Conscrits du bon vouloir” dove il poeta si comprende e l’evangelica buona volontà nonché le buone intenzioni consistono nella sopraffazione armata e nel massacro.

Infine la “crevaison” finale non fa riferimento ad un’auspicata morte per il mondo del progresso e per la missione civilizzatrice dell’Occidente ma piuttosto si riferisce alla morte (questa sì una vera marcia!) che coglierà i soldati al servizio del “mondo che va”.

 

Vittime ma complici

 

Sia i soldati, refrattari alla conoscenza (alla “scienza”) ma sensibili ai confort, che l’autore non sono solo vittime delle guerre coloniali e dei massacri d’una filosofia feroce ma ne sono anche complici nella loro supina accettazione del “mondo che va”, per usare le parole del poeta.

Un saluto come “Au revoir ici, n’importe où” non si riferisce solo all’onnipresenza dell’imperialismo coloniale ma è anche per Rimbaud un azzeccato pronostico personale. Infatti, com’è noto, dopo l’esperienza giavanese, il poeta sarà mercante d’armi (e di schiavi, il che era lo stesso) in Africa. Insomma non credo che Rimbaud in questo poème en prose si escluda totalmente dal gruppo dei soldati e proprio da questa sottile ambiguità proviene una parte non minore del fascino di questo testo.

Nella sezione Mauvais sang della Saison en enfer (1873), tre anni prima dell’esperienza coloniale a Giava, Rimbaud aveva infatti profeticamente scritto:

 

Allons ! La marche, le fardeau, le désert, l’ennui et la colère.
 À qui me louer ? […] Quelle mensonge doit-je tenir ? – Dans quel sang marcher ?

 

Andiamo! La marcia, il fardello, il deserto, il tedio e la collera.
A chi darmi in affitto? […] Quale menzogna devo reggere? In quale sangue marciare?[5]

 

E ancora:

Assez ! voici la punition. – En marche !
Ah ! Les poumons brûlent, le temps grondent […]
Où va-t-on ? Au combat ?

  

Basta! Ecco la punizione. – In marcia!
Ah! I polmoni bruciano, le tempie scoppiano […]
Dove si va? A combattere?[6]

 

Al di là di qualche ripetuto episodio di dissipazione esistenziale, etilica e sessuale, vivere la vita come programma poetico e scrivere poesie come esclusivo programma di vita fu il vero e fallimentare progetto del poeta della Saison che registrò tale fallimento nelle forme di una radicale e precoce rinuncia ai versi.

Il fatto è che Rimbaud ha scritto poesie ma non si è mai “scelto” come letterato. Non era e non volle mai essere un homme de lettres. Quindi ciò che abbandonò, nelle forme di un’autopunizione crudele, non fu la letteratura ma semplicemente lo scrivere poesie. Cosa – tutto sommato – più semplice. Baudelaire, invece, che letterato fu, venne per questo aspramente criticato da Rimbaud che pure lo considerava un dio!

Va anche tenuta in debito conto l’amara delusione che il poeta provò nei confronti di valori che la società sedicente democratica e in marcia verso il progresso aveva di fatto “svenduto”, a cominciare dal valore della vita umana. In Solde (Liquidazione), cioè in quella illumination che a molti appare l’autentico congedo del poeta, Rimbaud nello stile degli annunci pubblicitari (“À vendre” è la ripresa anaforica fondamentale del testo) elenca una serie di valori e stati di cose che ormai devono essere svenduti. Si tratta di valori che nella società delle merci valgono sempre meno e perciò vanno “liquidati”, venduti sottocosto. Tra questi troviamo le vite di esseri umani identificate metonimicamente nel loro essere soltanto semplici corpi senza valore:

À vendre les Corps sans prix, hors de toute race, de tout monde, de tout sexe, de toute descendance ! Les richesses jaillissant à chaque démarche ! Solde de diamants sans contrôle !

Svendesi i Corpi senza prezzo, al di là d’ogni razza, di ogni mondo, di ogni sesso, di ogni origine! Le ricchezze che sgorgano da ogni scorreria! Svendita incontrollata di diamanti![7]

 

Che si tratti qui delle vite, dei corpi che non valgono più nulla degli indigeni uccisi nelle démarche coloniali dell’Occidente che producono ricchezze, mi sembra evidente ma è anche comprovato dall’accenno alle speculazioni sui diamanti estratti nelle colonie francesi dell’Africa sud equatoriale.

Rimane da dire che insieme ai valori liquidati sottocosto dalla società, qui è lo stesso Rimbaud che, prima di partire, annuncia a se stesso la svendita dei suoi propri valori…

 

La democrazia nei versi di Adriano Spatola

 

Diversi accorgimenti (Geiger ed., Rivalba -Torino – 1975) è una delle più significative raccolte poetiche di Adriano Spatola (1941-1988), non a caso accompagnata da una importante Nota critica di Luciano Anceschi (pp. 75-77). Nella sezione intitolata Che giorno è oggi (pp. 41-45) si trovano cinque poesie numerate, dedicate ognuna al concetto di democrazia. Il titolo complessivo della raccolta fa invece riferimento a differenti modi di difesa poetica dagli istituti tradizionali del discorso in versi. Per concludere, mi è sembrato opportuno e suggestivo trascrivere e commentare la terza poesia di Spatola accostandola all’illumination di Rimbaud.

 

3.

Democrazia una parola
ovviamente trascurabile origine
             scopertamente risibile
e irrisibile il peso della menzogna
             la confessione
riconducibile alle radici
precaria amarezza
o teodulia. (p. 43 ed. cit.)

 

Il testo è composto con una tecnica “cubista” nella distribuzione dell’ordine delle parole e nella spezzatura dei versi. Da qui il seguente esercizio di lettura: “democrazia” è ovviamente (soltanto) una parola; la sua origine (‘potere del popolo’) è trascurabile e cioè di nessuna importanza. La sua origine suscita palesemente il riso ma la gravità della menzogna è cosa che può essere derisa ma  non è cosa da ridere; la confessione (della menzogna) che riconduce alle origini (etimologiche) suscita precaria amarezza o asservimento onniplanetario e divino alla parola democrazia.

 

 

NOTE

[1] Cito il testo francese da Arthur Rimbaud, Opere, a cura di Diana Grange Fiori, Milano, Mondadori 1975, pp. 350-352. La tr. it. è mia.

[2] Vd. in internet il commento a Démocratie presente nel sito Arthur Rimbaud le poète: http://abardel.free.fr/petite_anthologie/democratie.htm (consultato l’ultima volta il 13 febbraio 2026).

[3] Graham Robb, Rimbaud, vita e opere di un poeta maledetto, tr. it. di Melania Mascarino e Andrea Palladino, Roma, Carocci, 2002, p. 257.

[4] Daniel-Adriaan De Graaf, Arthur Rimbaud, sa vie et son œuvre, Van Gorcum & Co., Assen-Pays Bas, 1960, p. 263 e 281, n. 24. Mia la tr. it.

[5] Arthur Rimbaud, Opere, cit., pp. 216-217. Tr. it. mia.

[6] Ivi, p. 224. Tr. it. mia.

[7] Ivi, p. 334. Tr. it. mia.

Il senso di Gori per la fine

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Su Vendo tiroide causa doppio regalo

di Massimo Palma

In Vendo tiroide causa doppio regalo (Nottetempo, pp. 251), la scrittura di Alessandro Gori agisce come medium. Tutto il libro è una seduta spiritica, in cui i convenuti rimangono fermi al loro posto ma non possono trattenere il riso né tantomeno i loro bisogni.

Tutto fermo a via Gradoli

Tutto accade come dev’essere successo quel 2 aprile 1978, quando in una casa di campagna in provincia di Bologna alcuni accademici illustri con le loro mogli tennero una seduta spiritica per sapere dov’era nascosto Aldo Moro, rapito due settimane prima dalle Brigate rosse: dopo un paio d’ore, mentre i convenuti segnavano lettere a caso sui fogli e alcuni si attardavano a preparare il caffè, uscì fuori il lemma “Gradoli”.

Allertate da Romano Prodi, il più famoso tra i notabili presenti a quella seduta, le forze dell’ordine andarono in effetti a cercare a Gradoli, in provincia di Viterbo, invece che a Via Gradoli, dove c’era un importante covo delle Br. Non trovarono nulla. Da allora, ogni volta che qualcuno ha provato a interrogare i partecipanti su quella strana iniziativa, su quella strana coincidenza, tutti immancabilmente ripetono la stessa versione dei fatti, senza cambiare una virgola.

Tutto rimase fermo a via Gradoli, la storia d’Italia prese la sua strada, e un libro del 2026 di un autore nato nel 1978 pullula di Aldo Moro come il pretesto di ogni pagina, la radice di ogni fatto, la materia di tutti i possibili obiter dicta (le due pagine che contengono le “20 curiosità su Aldo Moro” estendono l’affaire-Moro a Hollywood, ai fumetti, alle maschere polinesiane, col presidente ucciso che finisce per occupare l’universo del dicibile globale). Tutto resta fermo in certi momenti alti a volte altissimi della scrittura di Gori, quando perfino il nero della distanza parodica tace e non resiste nemmeno la strategia della clausola.

Perché Gori inebria la lettura di clausole. Chi lo segue si sorprende in una perenne attesa della fine del brano. Sia l’assurdo di un padre che fa vescovo il figlio per consolarlo, sia l’osceno delle lamette per la rasatura che si prestano a scotennare membri maschili, sia l’incorrettezza politica dedicata ora agli indiani ora ai bimbi africani ora a Pino Daniele a Grignani e così via, comunque Gori trascina verso l’explicit, ti attrae per consegnarti a una fine che annichilisce. È così che il libro, scoordinato, sguaiato nell’alternanza tra prose liriche e barzellette, finte interviste e poesie, viaggia veloce sempre.

Lo stato della nazione

L’accelerazione ha un senso unicamente ritmico. Perché in realtà il libro di Gori è statico. Va in circolo in un arco d’anni che più o meno si può misurare: quindici? Diciassette? L’inizio è sicuro. È la data che abbiamo già indicato, il 1978 del caso Moro, che torna come un martello insieme ai suoi frutti politici.

Il resto del testo passa in rassegna i ricordi pessimi dell’infanzia negli ottanta e le nefandezze compiute da adolescenti, segnalando la detenzione dell’inconscio collettivo del paese in una prigionia psichica generata dalla fine della prima repubblica tra ammazzatine tangenti e stragi di mafia, narcotizzati dai videogiochi e la televisione mentre gli ormoni pulsano. Sono quindici, sedici, diciassette anni in cui tutto rifluisce ma si costituisce un immaginario preciso e scandito per annate esatte, e assolutamente governabile da fuori, mentre è ingestibile da dentro.

Gori fotografa il paese a partire da un senso di perdita rammemorato, da un senso inequivocabile di fine. Ogni volta nei capitoli indica in esergo date tutte uguali e insignificanti (1995, 1998…) a certificare una morte già avvenuta: nei ricordi che il libro accumula per micro-racconti o meri apologhi (la prima comunione o l’annuncio familiare dell’Alzheimer della nonna, la cena coi compagni di classe o l’ineffabile compleanno a casa Cannucciari) è come se il millennium bug avesse funzionato davvero, per una combinazione spazio-temporale, proprio all’incrocio in ogni psiche tra il nascondiglio brigatista a Roma del ’78 e una provincia toscana (da lì viene l’autore) con Odeon Tv accesa dopo mezzanotte nei Novanta.

Qui il tempo ha imparato a stare e ristagnare, qui la storia respira da morta, e il resto, i decenni successivi, è name-dropping da serata romana. Come nel memorabile capitolo “Circolo degli Artisti”, paesaggio di una stasi estiva esilarante e disturbata in pieni anni Dieci, o nella fulminante lista degli otto versi di “No”, che convoca il 1981 in cinque nomi come spettri (Gelli, Craxi, Sindona, Calvi, Rampi) che danzano sul filo del non-sense.

Queneau reloaded

Il Gori statico va però a fondo. Resosi conto della stasi, si chiede “quante estati ho davanti perché la vita ricominci ancora?”. Metà libro dopo, chiude immaginando “sbarbine bellissime” che ridono “come se nulla esistesse al di fuori del presente”. È tutto pleonastico – perché il tempo è sospeso: davvero non esiste nulla, se non il ricordo che rievoca e riassume il già dato.

È come nella Domenica della vita di Queneau, quando Valentin Brû confessa di pensare al tempo che passa, “e, siccome è identico a sé stesso, penso sempre alla stessa cosa, cioè finisco col pensare più a niente”. E quindi l’incredibile trovata della “prima brioche dell’eternità” è la fuga ucronica in cui il Valentin Brû di Gori annulla la storia per sempre – “tanto avrei avuto l’eternità per le cose che mi piacevano”. E allora annulla la scelta, annienta il conflitto, sperimenta la gioia assoluta dell’indeterminazione in una sequenza lisergica “su un prato infinito, dove nessuno corre più e nessuno viene lasciato indietro”.

Ma questa fantasia isolata e un poco compiaciuta di immobilità assoluta, che riproduce l’arresto, tra il 1978 e il 1994 circa, di una storia agibile, fa da controcanto a un’altra rêverie, quella di bassezze morali e corporee che invece si riproduce e prolifera nel libro come autentica trama seriale: dire la fine è fotografare un mondo che in vari modi si svuota. Gori che pensa i bambini e i ragazzi nelle situazioni più urticanti, umiliati e offesi, è Queneau replicato in una cornice scatologica che individua “al di fuori del presente” solo la visione di un nulla che si crea, appena evacuato.

Buongiorno notte

L’onnipresente kenosis è nell’ossessione escrementizia che accompagna Vendo tiroide. Se Canetti vedeva l’evacuazione come traccia statica e materica di un potere – la dimostrazione per il potente di aver ingurgitato la propria vittima –, qui Gori la segue per identificarla al moto e basta. È nel mirabile elenco allucinatorio della Goccia, il brano appena precedente La prima brioche dell’eternità che segue in soggettiva il contraccolpo acquatico di una latrina all’atto di cui sopra (“quella goccia […] reca seco la vita nella sua sesquipedale completudine: batteri, funghi, monere, menarca, meconio, materia, antimateria, quark, potassio, entropia, gocce più piccole piene zeppe di universi”), è in questo elenco che qualcosa, nel testo, ricomincia a muoversi.

È qui che Gori, mentre segue il viaggio della goccia verso l’alto, prende le distanze da Cesare Zavattini, che sceneggiò Miracolo a Milano, e aggiunge al motto circolare di quel film – il “buongiorno che vuol dire davvero buongiorno” – delle virgolette che funzionino da gabbia necessaria al “buongiorno” (“mai più senza”, chiosa). Ma, oltre ogni distanziamento parodico, la risalita in Pov della goccia dentro l’organismo è la spia critica insinuata nel vuoto di cui Gori restituisce ogni profilo. Vi registra una crepa, la consapevolezza di poter descrivere, nel flusso di parole, proprio il centro della notte. Qui la scrittura, se è pura adesione alla materia, è ancora movimento contro ogni delirio da assenza di senso che pure popola molte delle pagine.

Nell’immane stasi collettiva che il libro descrive c’è dunque uno spazio bassissimo in cui la scrittura ama arrestarsi, come stupita che qualcosa ancora si muova. È l’infimo del corpo, l’infimo della vita stessa. Per questo la serie di sedici componimenti – tutti mimetizzati in una sequenza disordinata, tutti nella pagina sinistra – dedicati a una madre malata morente e poi morta comincia con una lode alla donna che libera gli intestini dopo un intervento. E fa storia a sé, è biografia e coccola atroce alla materia vivente come ciò che ha pur sempre, appunto, possibilità di scrittura. La malattia e la morte vengono seguite passo passo mentre la pagina destra delira e svia, fino a una nuova fine, dove il buongiorno è tra virgolette, davvero, ma dentro una materia viva, dove si può ancora parlare, inveire, sognare l’inverso di questo mondo. “Invece lei / fregandosene / ha preso il deltaplano / ed è volata in cielo / ed eccola / vedo che già è rientrata / sudata fradicia / la cretina”. La fine sarà convulsa o non sarà.

L’inferno che non si sente

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Gerhard Richter. Vorhang III (hell) (Curtain III [Light]), 1965

 

Gerhard Richter. Vorhang III (hell) (Curtain III [Light]), 1965
 

 

di Marco Viscardi

L’accoltellamento avvenuto alla scuola media di Trescore Balneario, provincia di Bergamo, il 25 marzo 2025, è uno di quegli avvenimenti di cui non ci si vorrebbe occupare, perché troppo forte è il pericolo di venire invischiati, di farsi male o di colpire involontariamente la sensibilità altrui.

Ho letto sia la lettera del tredicenne che ha accoltellato la sua professoressa di francese, sia il messaggio di quest’ultima dall’ospedale (li trovate qui e qui) .

In entrambi i casi ho provato la sensazione sgradevole che si ha di fronte a una falsità emotiva. Sono due testi perfettamente speculari: entrambi lunghi, entrambi sintatticamente complessi, entrambi formalmente impeccabili, entrambi scritti in un italiano standard venato di termini alti. Lo studente usa gracile riferito a un compagno (puro De Amicis), audacia, sabotaggio, routine; parla anche di etica e morale in dittologia sinonimica, ovvero come sinonimi intercambiabili.

La docente invece usa una lingua apparentemente più colloquiale — dice di aver dettato la lettera ai suoi legali con voce flebile — ma anche lei controlla il testo come se l’avesse scritto. Il suo è un messaggio intriso di pacatezza cristiana immediatamente dichiarata; quello dello studente potrebbe chiudere una puntata di Adolescence, la serie inglese di recente diffusione.

I testi troppo lisci, come le facce troppo lisce, mi inquietano sempre. La correttezza mi pare spesso un mezzo per reprimere il caos, per scongiurare l’emozione, per non mostrarsi impreparati di fronte all’inatteso. La diffusione di questi testi — di entrambi — mi pare persino pericolosa, non tanto perché si dia spazio a chi ha compiuto la violenza, con il rischio di emulazione, ma perché questi testi sono vuoti, deprivati di una verità emotiva profonda. Sono normalizzazione del mostro, dell’aggressività e della paura; esprimono la violenza di chi vuole domare il caos, soprattutto il caos interiore.

Lo studente scrive:

Visto che a quanto pare i “ragazzi” non capiscono cosa sia giusto e cosa no, userò questo a mio vantaggio: non posso essere incarcerato, dato che in Italia l’età minima per la responsabilità penale è 14 anni, non posso nemmeno essere processato, quindi farò quello che ho sempre voluto fare, uccidere lei e chiunque cerchi di impedirmelo. Non è solo un atto di vendetta, è un modo per rompere una routine noiosa nel modo più estremo possibile. Sono stanco di essere banale, di dover fare sempre le stesse cose. Le regole non sono qualcosa che dovrei seguire, sono qualcosa che dovrei infrangere, e non c’è niente di meglio per farlo della vendetta, punire chi mi ha fatto del male.

Non fermiamoci al contenuto ma guardiamo la forma. Sentiamone la musica: è difficile non sospettare l’uso dell’intelligenza artificiale. Giacomo Verri, docente e scrittore che si interroga sul senso del proprio lavoro, ha inserito il testo in un rilevatore che ha riscontrato come il 70% sia stato processato dalla macchina. Verri si chiede se l’IA non abbia rivelato all’assassino la sua scelta di uccidere. Per inciso, il problema non è l’intelligenza artificiale, non lo è mai, anche io ho lavorato e riflettuto su questo testo con l’assistenza di Claude (Anthropic). Però mi chiedo se l’IA non abbia piuttosto legittimato la violenza addomesticandola, standardizzandola, portandola a un livello base della lingua per cui potesse essere detta senza orrore, come una serie di logiche conseguenze nella scala del rancore. Un rancore del quale lo studente sembra aver capito poco. Se qualcuno obietta che la lettera dello studente è intrisa di violenza, non gli do torto; gli vorrei però far notare come quella violenza sia stata normalizzata dal testo, spogliata della sua carica eversiva, spostata nelle tenebre esterne — per usare un’espressione di Jean Starobinski — e non nel nostro inferno interiore. Quello che, secondo Longfellow, tutti dovremo, o dovremmo, affrontare prima o poi.

E anche la vittima, che si è affrettata a lanciare un messaggio di incitamento e compassione nell’arco di pochissime ore, credo che non abbia capito niente. E non per sua incapacità, ma perché non credo si possa interiorizzare un atto così assurdo, violento, inaspettato e francamente terrorizzante in così poco tempo. È come se in entrambi avesse agito un pilota automatico del linguaggio, che è un automatismo della repressione.

L’anima di un ragazzo di tredici anni che progetta un omicidio deve essere un inferno. Nel testo quell’inferno non si sente. Come deve essere un inferno l’anima di chi è stata colpita — ma neppure nella lettera della professoressa si sente l’inferno. L’inferno è la verità, reprimere l’inferno è pericoloso, anche perché, come in questo caso, poi porta ad agirlo. A metterlo in pratica senza il laccio dell’emotività che frena la frustrazione, senza la mediazione di un linguaggio emozionato.

Questa vicenda provoca una devastante pietà umana unita allo spavento più feroce. Non è solo il timore che possa capitare a noi — di avere un figlio, uno studente, un collega coinvolto in un fatto di violenza — a spaventare. È la sensazione di stare a contatto con l’indicibile che sta dietro a questo atto, a questo agito, che le parole dei protagonisti stanno disperatamente tentando di coprire.

 

“Mi metto a posto io”, o dell’arte dell’incontro

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René Magritte, Décalcomanie (1966)

 

di Lisa Ginzburg

A distanza di parecchi anni da quando mi ci sono imbattuta la prima volta, continua a risuonarmi nella testa una frase della fotografa Diane Arbus che scrivendo a margine del suo intensissimo lavoro di ritratti di “freaks” di varia sorta, nani, giganti, disabili, senza dimora, nudisti, diceva: “prima di scattare una foto, non cerco mai di mettere a posto loro. Mi metto a posto io”.

L’arte del ritratto, sia  fotografico, pittorico, o in forma scritta, frutto di un incontro e di una conversazione, reso sotto forma magari di intervista – come che sia, “ritratto” come risultato di un’attenzione concentrata a considerare l’Altro e volerlo restituire al meglio  nella forma espressiva che si è scelta, “funziona” e va a segno a proporzione di … di cosa? Secondo quale equilibrio misterioso, quale dosaggio quasi alchemico di me e dell’Altro, posso quell’Altro raccontarlo, farlo emergere, lasciarlo “dire”?

La questione (di fatto, quella del baudleriano “mon semblable, mon frère”), affrontata da fior fiore di letteratura filosofica (da Martin Buber a Lévinas, passando per Lévi Strauss, Susan Sontag e molti altri), in questi tempi di orgiastica auto-esposizione  certo si è complicata. La possibilità di riuscire a descrivere il prossimo, tra i fasti nefasti della grande Fiera della Vanità in cui chi più chi meno boccheggiando tutti galleggiamo, pare farsi più esigua; sembra ridotta, così come ridottissime sono le nostre soglie di curiosità (autentica, e non solo invece pettegola o morbosa) nei confronti delle vite altrui, e diminuito il margine di tolleranza nel senso di sistema autoregolato di sopportazione degli altrui difetti, nevrosi, svarioni, tic.

Ma allora, che ne è del raccontare un Altro? Da poco mi è capitato di leggere il ritratto-omaggio offerto all’amico perduto Gianni Celati da Ermanno Cavazzoni (Storia di un’amicizia, Quodlibet 2026), libro scritto benissimo, e di sicuro sulla scia dei sentimenti i più intimi e affettuosi, ma dove curiosamente non ritrovo il Gianni Celati che se pur molto poco ho avuto la fortuna di conoscere. Rifletto: sarà perché siamo con ognuno un qualcuno diverso? o piuttosto, quel che non ritrovo nella smagliante e anche poetica prosa di Cavazzoni è  l’ “aura” di Celati, la forza immane che si sprigionava dalla sua tenerezza?

Saper vedere l’Altro è saperlo ascoltare, ma anche, il poterlo restituire implica un mettersi in gioco sino in fondo noi. Noi osservatori, intervistatori, narratori, descrittori. Il “mi metto a posto io ” di Diane Arbus anche questo intendeva dire, penso. Mettersi in gioco grazie a un farsi da parte che non è, in un eccesso di tremebonda modestia, voler scomparire, e nemmeno un altezzoso volersi astenere dall’esprimere qualcosa di personale su di sé. Piuttosto, quel “mettersi a posto” è conformarsi alla porzione di spazio occupata dall’Altro.  Incastrare il proprio semi-pieno con quel pieno. In un gioco di equilibri simile a quello tra concavo e convesso, lasciato ogni fasto nefasto di vanità, impavida superbia, falsa modestia o scarsa autostima, trovare il punto medio di un contatto. L’equilibrio dell’arte dell’incontro, che funzioni da partitura alla forma di racconto dell’Altro che si è scelta.

A illuminarmi, da un quadernetto su cui l’avevo copiata non ricordo in che occasione, di sicuro quando ancora la profezia che la riflessione contiene non risuonava con la potenza di adesso, torna una citazione di Peter Handke (Il peso del mondo): “Il mito di Narciso: come se non fosse proprio la lunga e attenta contemplazione della propria immagine allo specchio (e in senso lato: del lavoro compiuto) a darci la forza e la schiettezza per osservare a lungo gli altri, mantenendoci estranei quantunque ci si sprofondi in loro! (Lo sterile narcisismo di moda oggi mi sembra corrisponda semmai a una posizione diametralmente opposta: corrisponde cioè all’estraneo fissare gli altri, con un’isterica partecipazione a priori, senza aver prima analizzato se stessi, partendo anzi dal rinnegamento del proprio io)”.

Forse a dover essere abbandonata è quella “isterica partecipazione a priori”. Il dosaggio, punto medio di ogni interazione, incomincia dall’equilibrio di un conoscersi abbastanza bene da potere insinuarsi e accomodarsi tra le pieghe della personalità  dell’Altro. Finito di leggere il libro di Cavazzoni, la sera ho assistito alla proiezione di un film girato a Roma due giorni prima della fine del lockdown da pandemia di Coronavirus. S’intitola “Tutta mia la città”, lo ha girato il regista Matteo Dell’Angelo (insieme al rapper Danno, da un’idea di Karen Di Porto). Si compone di dialoghi con dei senza tetto, le cui storie di vita da loro stessi narrate rimbombano nel silenzio assordante della città deserta. Colpisce la fiducia con cui questi uomini e donne, nessuno più molto giovane,  sia italiani che stranieri, tutti senza casa, i cuori gonfi di mille sentimenti,  si raccontano davanti alla telecamera, sorridono piangono o ridono davanti agli sguardi (non visibili) di regista e produttrice intervistatori.  La totale assenza di timore nell’aprirsi, come solo può essere quando dall’altra parte c’è qualcuno in ascolto che “si è messo a posto”. Che ha trovato un punto di ascolto non per rispecchiarsi, né per mettersi in mostra, né per nascondersi. Per incontrare, invece.

Da “Sans-gêne”

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di Nanni Cagnone

 

[Tre estratti da Sans-gêne, La Finestra Editrice, 2022]

 

Non mi va di ridurmi a una cosa sola. Ma in tal caso dovrei dirmi poeta, non potendo provare interamente me stesso se non dichterisch – entro quella terra di nessuno priva d’orientamento, povertà non bisognosa.

Dunque in alcun modo stride, il meditare; ombre specchiate in altre ombre, senza il respiro maggiore, o parole venute dalla veglia, già stanche. Troppa luce, troppe dichiarazioni, che in un mondo mettono discordia, e non avranno pace.

 

Sappiatelo: «altro non scrivo / se non ciò che m’ha raggiunto». Non ho obbligazione alcuna – in me, né doppiezza né risentimenti. Perciò, sotto un cielo tempestoso un cielo stropicciato un cielo, posso parlare aperta-mente, e con naturalezza approvare o disapprovare. Troppi, dissimulatori di sé, vivono ombrosamente.

Tommaso Campanella: «il viver sporca chi per viver finge». D’altronde, la libertà non ha buona reputazione, configurandosi ormai come anarchico rigurgito, vana ribellione, insulto alla sociale probità; innumerevoli, coloro che ambiscono al rango del servitore che farà carriera (patetica illusione, credersi servitori solo in basso). In tal modo, si fa rasura dell’individuo, ci si unisce all’opacità senza rimedio delle masse. L’unica ambizione che sono in grado d’apprezzare è quella di pensare e agire liberamente. Peccato che a molti di noi non s’adattino queste parole di Honoré de Balzac: «Parlez, monsieur, […] je ne suis pas sottement prude, je puis tout écouter».

Alfine ci misura il morire, e nel giorno del ricongiungimento – giorno-universo –, tra l’aver vinto il Nobelpriset e l’essere stati segnalati al Premio Vaginella, scarsa differenza. Invece, una domanda: sono o non sono in pace?

Questi libri intorno, questo pane raffermo. Non c’è solo povertà, in solitudine. Vi si nasconde l’incerto vanto dell’intimità: quella monotona percezione di sé, e assiduo quasi-pensare—interminato mormorío che non porta a nulla. E fuori di sé si cercano appigli—oggetti amichevoli, superstiziosi a volte. Pienezza e vuoto si alternano confondono, e specialmente: da sé non si può uscire, non si può riposare. Solitudine, fortilizio oscuro ove un tacito monologo troppo rumoroso, prepara un vuoto. Non si giudichi malamente chi rinuncia al consorzio dei vivi per deperir da solo, se guardando ampiamente può tener con sé quei mondi possi-bili che la società vieta o trascura, e non misurarsi con manierate usanze, il che fa della solitudine una tacita obiezione al malessere sociale, la mossa difensiva d’uno che verrà detto sociopatico.

Uno scrittore che non sia capace di generosa solitudine, che non si voglia appartato indipendente silenzioso, eppure pronto a congiungersi ai viventi, è destinato a frivolezza: le convenzioni del milieu, e il colportage di recensioni premi pubblicazioni scambi di favori variati riconoscimenti, gli tolgono nutrimento, fanno di lui un servitore di cose estranee, destinato al malanno dell’autocensura.

Non si tratta d’elogiare la solitudine, d’esporne le difficoltà o dubitare del suo valore; si tratta di colmarla, facendo d’una terra inaridita ’erets, terra coltivata. «Anche una rosa / fiorisce da sola.»

*

L’onore delle colline. 2015. Novalis, in Blütenstaub: «Freunde, der Boden ist arm, wir müßen reichlichen Samen|Ausstreun, daß uns doch nur mäßige Erndten gedeihn» (Il terreno è sterile, amici, si dovrà spargere semente | in abbondanza, e certo per noi modesti raccolti).

A vendicare, nel tempo presente, la delusione dei nostri raccolti, un libro d’Angelo Lumelli: Bianco è l’istante.

Mi rivolgo agli ammiratori di Ponge Cioran Jabès, non perché sminuiscano i loro amati ma perché rinuncino a far assegnamento, per una volta, sui benevoli effetti della loro notorietà. Se mi dessero retta, raffronterebbero con coloro il Lumelli di questo libro, che ha l’aspetto della prosa e pur corteggia sfrontatamente la poesía (naturalmente, me ne fotto dei generi; tutte per quei lettori, le mie preoccupazioni).

Suppongo che – qualora le opere dei quattro autori appena evocati di-venissero anonime fra loro timide mani – stenterebbero a giudicare superiori al quarto i primi tre. Superfluo dire che potrà giovarsi di tale giudizio soltanto chi, azzardando indipendenza, si sottragga alle ingiunzioni storiografiche e alle leggende editoriali.

Non intendo affatto far gareggiare Lumelli. Chiedo che si provi a leggere con la dovuta neutralità questo libro aspro scontroso testardo, opera d’un accanito coltivatore di parole—coltivatore diretto, e non allontana-to da un eccesso di letteratura. Di Lumelli si sente anzitutto la ritrosía, poi che s’avvera in lui il disagio e risentimento delle parole, la gelosía del-la lingua. La sua logica – che sarebbe piaciuta all’Alfred Korzybski di «the map is not the territory» – difetta per fortuna di linearità, d’ovvie discordie e somiglianze; muove aggirando o rasentando, tornando sui suoi passi, trascurando le vie a favore di delicati sentieri.

Qui si assiste a una circolazione analogica del senso, e a sue inusitate proporzioni. Scaltrezza d’una nudità senza ornato, d’un rivoltoso acume che rovescia le parole. Si dubita dell’ultima parola proferita, e la si tenta ancora. La sostanza di Lumelli è in un’errabonda fermezza. Egli guarda alle istituzioni letterarie come i Picts dovevano guardare al Vallum Hadriani: una proterva interruzione, un sopruso, un arbitrario osta-colo. Dunque, non c’è edificio alcuno lungo il suo cammino; invece, intatte rovine a cui interrogando si rivolge. Ci sono, neonate-ogni-volta, innocenza e fiducia nel pensare, nella fantasticata terrestrità di chi è fermo a sua terra e intimamente migrante—entro ’adam sedentario, un nomade, in quel ch’è noto colpito e illeso, avventurato e perduto. E con lui, nel suo «viaggio contromano», sempre «la premura dello sguardo».

Angelo è l’onore delle colline, che «nessuna coniugale pianura capirà»; è l’esperienza d’un antico, amoroso sguardo che trova fuori tempo la sua voce. Ora, forse per somigliar d’infanzie, penso al rimbalzar sull’acqua di sassi piatti. Potrebbe piacervi sapere che un certo Russell Byars è riuscito a farlo per cinquantun volte, al Riverfront Park di Franklin, Venango County, Pennsylvania.

Non diversamente da noi, quei sassi – dopo aver sfidato piú volte la bella superficie – dovranno sprofondare. Ma intanto è dulzura la loro ebbrezza, lor festoso sconfitto slancio.

«Ascolta la tua collina | – nessun altro – |che fa crusca e cenere | per altri millenni.» «La tua collina, primizia di tutte le stagioni—no, non la tua collina: la tua devozione.»

 

Quando fai prevalere la mite ingiustizia d’una predilezione, ricorda che altri si commuovono diversamente, e ognuno di noi fa quel che può—nel migliore dei casi, quel che deve.

 

Non c’è alcuna profondità in poesía. C’è, tremenda, l’insonnia della superficie.

 

Inappropriati, i doveri e l’entificata volontà. Si confidi invece nell’aver riguardo, nell’aver voglia.

 

Il vecchio antropocentrismo sottomise, a vantaggio della specie umana, il mondo animale. A loro volta, gli oggetti sono screditati dall’usa-e-getta, da loro voluta precarietà e prematuro pensionamento. Allora, quale relazione con gli animali e le cose? Talora, le corrispondenti predilezioni hanno un esito maniacale (ventitré gatti, sei cani e un cercopiteco nel-la caotica abitazione di Paul Léautaud, o frenetiche forme di collezionismo), ma comunque orrenda l’oppositiva incuria.

*

Cognizione d’Emilio Villa, 1. 1990. Quando un uomo parla d’un altro che non sa più parlare, le sue parole rischiano diventare sacrosante. E allora indebolitele, queste parole, affinché si possa pensare a Emilio Villa in modi che non síano i miei.

La prima volta che lo vidi (1964), abitava in via Oderisi da Gubbio, nel séguito disordinato di Trastevere: una casa a lui non somigliante, elogio condominiale del geometra mediterraneo, noto persecutore dell’Aphrodítē di Mílos. Aveva cinquant’anni, ed io sapevo di lui da pochi mesi sol-tanto. Quel che avevo letto, non faceva per me: disperava ogni lingua, affaticando il senso o fuorviandolo con frequenti calembours. I miei sentimenti erano diversi: del linguaggio, interrogavo più la qualità ieratica che non l’affanno, e pensavo che le avanguardie fossero – dopo tutto – elusive.

Un corpo senza eufemismi. Un vólto disposto a commedie plautine, che s’atteggiava non diversamente da quello del bluesman B.B. King. Non ricordo cosa disse, ricordo che mi parve stranamente animatore; le interminate carte e i libri sciupati e confusi che vedevo, per svegliarsi a-spettavano lui, che andava veniva con facile affetto e distrazione incompleta, ma certo disponendo un luogo intorno a sé.

Lo rividi mesi dopo, quando tornai a vivere a Roma. A quel tempo, abitava con aria sempre transitoria in via Monterone, presso largo Argen-tina. Una casa grande e occupata solo in parte, una casa in cui divagare. Talvolta, ci si vedeva a cena—da lui, da Leoncillo o Agustarello. Con la stessa esuberanza con cui parlava, cucinava cose selvatiche, sature di sapore. Mangiare e bere gli procuravano un tale godimento da far impalli-dire qualsiasi letteratura. Quando – da vecchio annusatore dei Semiti – prese parte alla produzione d’un film di Huston (The Bible: In the Beginning), unico suo vanto al ritorno fu una marmellata di petali di rosa riportata dall’Egitto.

Credo non gl’importasse molto del mondo, se si eccettuano il vino, le donne, gli alberi improvvisi, le pietre parlanti, i bucatini fetenti, la coda alla vaccinara. Parlava con impeto – o rallentando-dissimulando un suo mite sarcasmo – come un romano assimilato; difficile, pensare a lui co-me a un giovane lombardo poveramente invischiato in seminario.

Aveva un’intelligenza sontuosa, capace di chiamar d’ogni dove le cose più disparate – riti arcaici, congetture scientifiche o stridule solennità del momento – e farle gentilmente convergere entro il cratere d’un vulcano, affinché più che altro ruttassero. Sovente rideva, dopo le parole, al modo in cui avrebbero riso i Ciclopi, se ne avessero avuto il baritonale talento.

A quel tempo, dopo aver generato alcune riviste di letteratura e arti visive, in Italia e Brasile, s’applicava a fare una discontinua rivista di poesía, intitolata Ex. Consisteva d’un raccoglitore per grandi fogli ripiegati, dispiegando i quali si aveva l’impressione che il proprio testo venisse ap-plaudito. S’arrangiava a vivere, Emilio—qualche quadro da rivendere, qualche litografia, ottenuti scrivendo presentazioni ad artisti. Non l’ho mai sentito parlare di denaro. Elusivo com’era, non m’ha insegnato niente—niente di definito, per lo meno. D’altronde, noi non si parlava di letteratura, ma di tutt’altro. Non dimentico il modo in cui fece apparire a noi il tempio di Poseidōn a Pæstum, prima d’abbandonarlo, per intervenuta commozione, al ricordo d’un ristorante di pesce in Agropoli. La qualità più impressionante d’Emilio (per me, che in troppi poeti riconoscevo animi stentati) era l’entusiasmo. Non ho incontrato altri che avessero quella sfrenata simpatía per l’esistenza, quella magnifica avida propensione per qualunque cosa. Sapeva meravigliosamente rimescola-re tutto—esser ugualmente felice per Delphói e Honolulu, tradurre Ta-nàkh e Odýsseia e corrispondere con Burroughs Rothko Duchamp, apprezzare i modi beceri delle osteríe e l’elegante stravaganza di Raymond Roussel.

Emilio era insieme onnivoro e immangiabile. Divorava il mondo da lontano, e spesso aveva relazioni oblique. Se posto innanzi a qualcuno – non essendo riuscito a svignarsela –, poteva apparirne incantato, esendo del tutto indifferente. Tale attitudine esonerava ogni forma di coraggio —una vaga affabilità era maschera sufficiente.

“Gaza, la scorta mediatica” di Raffaele Oriani

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[Ho ricevuto e pubblico volentieri questo intervento. In esso si cita una frase di Raffaele Oriani: “Questo genocidio è ancora muto”. Un’immagine vale mille parole si usa dire. Una bomba fa tacere mille, diecimila parole. E quante bombe sono cadute sui Palestinesi di Gaza, e quanti proiettili ancora continuano a cadere sui Palestinesi in Cisgiordania? Il mutismo del genocidio non lo abbiamo alle spalle, ma di fronte a noi. E ogni parola che i palestinesi non hanno potuto, non sono riusciti a dire, i loro figli e i figli dei loro figli dovranno dire. E questo vale anche per le parole che gli israeliani non hanno voluto dire. I figli dei loro figli dovranno anche loro, alla fine, dirle. E questo vale anche per noi, gli spettatori. Chi non è riuscito a dirle, chi non le ha volute dire, avrà qualcuno che dovrà dirle al suo posto, qualcuno consapevole di doverle dire. a. i.]

di Marco Rizzo

“Quello che è accaduto nel corso di questi ultimi due mesi è per gente della mia generazione terribile. Ma non solo terribile per la guerra guerreggiata, terribile per la velocità incredibile, di cui voi non potete rendervi conto, della velocità incredibile con la quale tutto un intero strato delle nostre menti scriventi e parlanti si è precipitato nel peggio del peggio. […] Quella sorta di orribile livello che è stato raggiunto dalla nostra stampa ci può lasciare soltanto la melanconica soddisfazione di fare degli elenchi di nomi. […] Ebbene voi dovete, noi dobbiamo, col poco fiato che ci resta, ricordare uno dopo l’altro coloro che nella televisione, nei giornali dicono le cose che hanno il coraggio di dire, le bassezze che dicono e che pronunciano in questo momento.” (Franco Fortini, febbraio 1991)

“Un giorno, quando sarà sicuro, quando non ci sarà alcun rischio personale nel chiamare le cose con il loro nome, quando sarà troppo tardi per ritenere qualcuno responsabile, tutti diranno di essere stati contro.” (Omar El Akkad, 25 ottobre 2023)

“Questo è quello che la classe al potere ha deciso che sia normale. Molti di noi amano chiedersi: «Cosa farei se vivessi durante la schiavitù? O l’apartheid? Cosa farei se il mio paese stesse commettendo un genocidio?». La risposta è: lo stai facendo. Proprio in questo istante.” (Aaron Bushnell, febbraio 2024)

Guerra e genocidio. Un binomio che la coscienza europea e occidentale pensava di aver deposto nei libri di storia. Materia di studio (sempre meno, a dire il vero) e di memoria (sempre più ipertroficamente nutrita, con tutti gli effetti collaterali del caso), non più esperienza terribile e presente con cui misurarsi intellettualmente ed eticamente. Poi è arrivato il 7 ottobre 2023. E, soprattutto, tutti i giorni che lo hanno seguito, in cui la bolla di questa cattiva coscienza memoriale è esplosa nel peggiore dei modi. A cosa sostenersi quando tutti i fondamenti di una civiltà finiscono con il precipitare? Come vivere con dignità in paesi i cui governi e i cui media si sono chiaramente schierati dalla parte sbagliata della storia?

Una risposta parziale, imperfetta, limitata quanto si vuole, ma umile, vera e reale, è la scelta di farsi da parte. Disertare il posto che si occupa, o il ruolo che si occupa. E farlo quando è più difficile farlo, addirittura quando si corre il rischio di essere i soli a farlo. Gaza, la scorta, mediatica (People, 2024) di Raffaele Oriani è appunto il documento esplicativo di una diserzione personale, una testimonianza morale dei nostri giorni. Ma è anche (e per questo vale la pena leggerlo) una disamina di tutte le colpevoli omissioni, del perenne doppio standard e del più retrivo orientalismo che hanno contraddistinto la quasi totalità del giornalismo in Italia, responsabile di aver sistematicamente oscurato e minimizzato, malgrado l’evidenza di prove, la realtà della carneficina che l’esercito israeliano aveva scatenato su Gaza fin dall’ottobre 2023. Per protestare contro il muro di silenzio e di complicità con l’enormità intollerabile che stava accadendo, nei primi giorni del gennaio 2024 l’autore dà le dimissioni dal giornale per cui scriveva, il Venerdì di Repubblica. “Mi sono chiesto se il lavoro che stavo facendo lì fosse il posto giusto dove trovarsi quando tutto crolla” (p. 9). Nessun eroismo in questo; e del resto sono da considerarsi sventurati i paesi che hanno bisogno di eroi, si pensava una volta. Ma di “piccoli maestri”, di semplici “giusti” abbiamo ancora bisogno e Raffale Oriani ha saputo essere uno di loro nel momento in cui era necessario. Vale la pena di riportare integralmente le sue parole di allora, poiché poche volte capita di leggere parole di limpidezza etica che accompagnano un gesto di coraggio:

“Care colleghe e colleghi ci tengo a farvi sapere che a malincuore interrompo la mia collaborazione con il Venerdì. Collaboro con il newsmagazine di Repubblica ormai da dodici anni ed è sempre un grande onore vedere i propri articoli pubblicati su questo splendido settimanale. Eppure chiudo qua, perché la strage in corso a Gaza è accompagnata dall’incredibile reticenza di gran parte della stampa europea, compresa Repubblica (oggi due famiglie massacrate in ultima riga a pagina 15). Sono 90 giorni che non capisco. Muoiono e vengono mutilate migliaia di persone, travolte da una piena di violenza che ci vuole pigrizia a chiamare guerra. Penso che raramente si sia vista una cosa del genere, così, sotto gli occhi di tutti. E penso che tutto questo non abbia nulla a che fare con Israele, né con la Palestina, né con la geopolitica, ma solo con i limiti della nostra tenuta etica. Magari fra decenni, ma in tanti, si domanderanno dove eravamo, cosa facevamo, cosa pensavamo mentre decine di migliaia di persone finivano sotto le macerie. Quanto accaduto il 7 ottobre è la vergogna di Hamas, quanto avviene dall’8 ottobre è la vergogna di noi tutti. Questo massacro ha una scorta mediatica che lo rende possibile. Questa scorta siamo noi. Non avendo alcuna possibilità di cambiare le cose, con colpevole ritardo mi chiamo fuori.”

Eloquente il silenzio di Repubblica e del resto della stampa su questa lettera di addio di un collaboratore. Poteva anche finire qui. E invece, inaspettatamente, pubblicate da altri (l’autore non aveva a quell’epoca propri profili social) e poi ampiamente ricondivise, le parole di Oriani hanno una risonanza enorme sulla Rete. È il primo segno di una disconnessione profonda tra il complesso politico-mediatico compattamente schierato con il “diritto di Israele a difendersi” e un’opinione pubblica già turbata e inquieta di fronte all’orrore del primo genocidio trasmesso e documentato in diretta[1]. “È una montagna di polvere che esce finalmente dal tappeto” (p.15). Il libro di Oriani nasce da qui, da un’impotenza ad agire che si trasforma nel dovere di manifestare un dissenso, attraverso l’osservazione e la descrizione della copertura mediatica offerta dalla stampa italiana alla distruzione di Gaza e del popolo palestinese. Copertura mediatica che, con poche eccezioni, ha minimizzato la bancarotta morale e politica di gran parte dei governi europei. Un colossale rovesciamento dei compiti etici e civili di un giornalismo inteso come cane da guardia verso il potere e non come ufficio stampa della versione ufficiale. La “scorta mediatica” che dà il titolo al libro ha finito per scortare i criminali di guerra invece che le loro vittime. Non è solo un fenomeno italiano, nota tristemente Oriani. Ma la realtà di cui siamo più direttamente responsabili è sempre quella a noi più vicina ed è pertanto ad essa che l’autore rivolge prevalentemente la sua attenzione.

Nonostante le sincere professioni di modestia, quello di Oriani è un prezioso strumento di critica del giornalismo, un’indagine delle modalità con cui il linguaggio può nascondere o sviare dalla verità. E dunque, per antitesi, un documento sull’eticità e la responsabilità connessa all’uso delle parole, da leggere e usare come strumento didattico anche nelle scuole. L’uso edulcorante e smaccatamente parziale del lessico è la prima e più evidente spia di un rifiuto di chiamare i fenomeni con il loro nome. Su ciò il giornalista si sofferma a più riprese, commentando dolentemente cronache, editoriali e interviste apparse in quei mesi sulla grande stampa. A titolo di esempio, leggiamo:

“Il 16 febbraio 2024 un editoriale di Barbara Stefanelli, direttrice di 7, il settimanale del Corriere della Sera, viene presentato in sommario così:

‘Dopo la strage del Supernova Music Festival e il dramma della popolazione di Gaza, non resta che aspettare che la metastasi di quanto è accaduto e sta accadendo possano essere fermate.’

Gli israeliani hanno subito una strage, i palestinesi vivono un dramma: da una parte c’è una chiara intenzionalità criminale che impone di individuare, punire, liquidare i colpevoli; dall’altra, un dramma che non può che consumarsi fino a quando arriveranno tempi migliori. Tutto questo avviene mentre il macabro conteggio delle vittime riporta 1.400 morti israeliani e oltre 30.000 palestinesi. […] Qualche settimana dopo, un altro editoriale del Corriere della Sera metterà in sequenza lo «scempio inumano di Hamas», la «carneficina di Putin in Ucraina» e le «operazioni a Gaza di Netanyahu» (corsivi dell’autore). Non è esagerato dire che sono state le bombe a sterminare la popolazione di Gaza, ma è stato soprattutto il linguaggio a impedire che risuonasse forte, chiaro e assordante l’allarme che avrebbe potuto fermarle.” (pp. 22-23)

La sequela di sospensioni del senso di umanità e della tenuta etica documentata da Oriani atterrisce per la sua estensione e gravità. A disposizione di chi vorrà fare i conti con la storia c’è tutto un archivio da interrogare per capire come è accaduto ciò che è accaduto (e dunque, forse e con meno sicurezze di ieri, capire come far sì che esso non si ripeta). Un compito carico di inquietudini e di interrogativi che l’autore formula con lucidità: “Sarebbero morti in così tanti sotto le macerie, se sin dall’inizio i responsabili fossero stati chiamati a risponderne? Che regole di guerra avrebbe adottato l’esercito israeliano per non essere accusato di condotta criminale dai media del mondo libero? Tanta acquiescenza ha sicuramente avuto un tragico impatto sul terreno.” (p. 28) e ancora: “A inizio gennaio, quando me ne vado dal giornale, tra tante pacche sulle spalle mi colpisce un’obiezione radicale: «Sbagli, sottovaluti il 7 ottobre.» […] Il sottotesto dell’obiezione evidentemente è che le vittime di un assalto del genere vanno onorate, e che non c’è onore senza vendetta. Ma se è così, come si onoreranno le vittime di questi mesi?” (p. 68); e da ultimo, chiamando in causa le nostre macerie morali: “chissà che ne faremo noi, di tutti i cantori del sangue che abbiamo ospitato nei nostri giornali e nelle nostre televisioni. Questo genocidio è ancora muto, quando comincerà a parlare in tanti si troveranno confusi davanti allo specchio.” (p. 122)

Semplificando, potremmo ripartire il peggio offerto dalla nostra stampa in due macro-categorie: distorsione e spostamento delle responsabilità (nel campo palestinese) da un lato, omissione di racconto e minimizzazione della violenza (da parte israeliana) dall’altro. Il numero di prese di posizioni trasudanti razzismo inconsapevole e amnesie del proprio passato coloniale da cui siamo stati sommersi appare sempre più lampante col passare dei giorni (e al precipitare della storia presente verso scenari di violenza inimmaginabili fino a qualche anno fa). La razionalizzazione geopolitica è stata, da questo punto di vista, uno dei più efficaci e aberranti diversivi atti a giustificare il genocidio in corso. È in virtù di essa che il 2 marzo 2024, quando il cumulo di vite palestinesi annientate ha già superato il numero di 30.000, Ernesto Galli della Loggia può però ancora affermare senza alcuna crisi di coscienza che la priorità rimane “garantire la sicurezza assoluta di Israele.” Osserva Oriani: “Nessuno avvierebbe un’analisi del genocidio di Srebrenica, dove 8mila musulmani furono trucidati dalle milizie serbe di Ratko Mladic, parlando delle esigenze geopolitiche del popolo serbo. E invece ora accade.” (p. 48). E continuerà ad accadere a lungo anche nei mesi successivi. “Senza mai disturbare il carnefice”, come annota l’autore con disturbante sintesi. Più il cumulo di distruzione, morte e sofferenza inflitte ai palestinesi aumenta, più la nostra stampa sposta ossessivamente l’accento sul pericolo di un risorgente antisemitismo, guarda con sospetto e aria di pronta scomunica chiunque si interroghi sulla necessità di giungere a un cessate il fuoco. Viene meno cosi persino ai più elementari principi deontologici quali la critica delle fonti[2] o la difesa del diritto di informazione (e della vita) dei giornalisti in contesti di guerra:

“Quando il corrispondente di Repubblica Sami al Ajrami denuncia l’arresto da parte israeliana di una troupe di Al Jazeera scrivendo che «Israele vuole mettere a tacere la stampa in modo che nessuno conosca cosa si nasconde dietro le loro operazioni», il suo giornale titola l’articolo «Stretti tra i combattimenti e il rischio di finire in manette. La solitudine dei giornalisti». Nessun giudizio, mai. Il passaggio da «Israele vuole mettere a tacere la stampa» a «La solitudine dei giornalisti» misura tutta la distanza che corre tra chi fa da scorta mediatica ai giornalisti e chi all’esercito che li ammanetta e massacra.” (p. 50)

Vi è poi, se possibile ancora più sconvolgente, una duplice omissione: quella delle voci ebraiche che denunciarono fin da subito l’aberrazione che il mondo occidentale e la sua stampa stavano assecondando; e quella delle incredibili, immorali, sfrenate (genocidiarie?) dichiarazioni di ministri, parlamentari, alti ufficiali dell’esercito israeliano. Mentre in Italia la parola “genocidio” subisce un vero e proprio ostracismo dal dibattito, e si bolla obliquamente o apertamente di antisemitismo chi la avanza anche solo in termini di rischio potenziale di fronte alla rappresaglia militare indiscriminata contro la popolazione civile[3], con ben maggiore lucidità diversi storici ebraici, israeliani (Raz Segal, Omer Bartov) o statunitensi (Barry Trachtenberg) guardano con allarme a una serie di segnali: la spettacolarizzazione della distruzione di Gaza da parte dei soldati israeliani da loro stessi immortalata ed esibita con compiaciuto sadismo in centinaia di video e pubblicazioni sui propri profili social; l’isolamento drammatico delle voci ebraiche che si oppongono alla deriva razzista e suprematista della società israeliana, incapace di elaborare il trauma del 7 ottobre; il crescendo di ferocia disumanizzante e di disprezzo assoluto per le vite dei civili palestinesi che prende sempre più piede ai vertici del governo, dell’esercito e di quasi tutto lo spettro politico israeliano. A titolo di esempio, e qui volutamente disposte in ordine cronologico, Oriani riporta le seguenti:

“Non c’è nessuna equivalenza tra bambini ebrei e bambini palestinesi. […] I bambini di Gaza se la sono cercata!” (Meirav Ben Ari, parlamentare dell’“opposizione”, 17 ottobre 2023)

“La comunità internazionale ci mette in guardia da un disastro umanitario a Gaza e dallo scoppio di gravi epidemie. Non dobbiamo farci intimidire. Lo scoppio di gravi epidemie nel Sud della Striscia ci avvicinerebbe alla vittoria e ridurrebbe le perdite tra i nostri soldati.” (Giora Eiland, ex generale ed ex Capo del Consiglio di Sicurezza nazionale, 19 novembre 2023)

“Sono personalmente orgogliosa delle rovine di Gaza. Orgogliosa che i bambini palestinesi di oggi si ricorderanno di cosa siamo capaci noi ebrei.” (May Golan, Ministra delle Pari Opportunità, 21 febbraio 2024)

Possiamo fermarci qui. Il testo di Oriani, letto a due anni dalla sua uscita, sapendo che il genocidio è continuato, a un certo punto ha solo rallentato di intensità e forse è destinato a riprendere in piena regola già nelle prossime settimane o mesi (con differenti mezzi o forse persino con gli stessi), solleva almeno due ordini di problemi. Il primo è come far uso di questo campionario per identificare la spazzatura informativa, le falsità deliberate o anche solo le narrazioni celatamente orientate che ci sono state offerte sugli stessi giornali, dalle stesse firme, prima, durante e dopo Gaza, a proposito di altri contesti di guerra. Il caso più evidente, e onestamente indicato da Oriani, è la sperequazione di trattamento che i nostri media hanno riservato al conflitto russo-ucraino e al genocidio israeliano a Gaza[4]. Alla luce di quali nuove domande dovremmo riesaminare i 4 anni trascorsi dal precipitare di quella guerra? Quali le narrazioni di cui dovremmo sospettare o persino da abbandonare perché incongruenti, asimmetriche, grossolanamente dopate da intenti propagandistici? Come ricostruire le condizioni di uno sguardo e di un ragionamento capace di non farsi irreggimentare in un orizzonte di guerra per difendere la civiltà che ha permesso, coperto, alimentato il genocidio palestinese, e che ancora si guarda bene dal chiamare a risponderne gli esecutori materiali? Domande che sorgono naturali e urgenti, che ci chiamano a nuove diserzioni.

Il secondo problema è che il giornalismo italiano ha semplicemente rimosso l’esigenza di una messa in discussione radicale di se stesso e delle proprie responsabilità per quanto è avvenuto dopo il 7 ottobre 2023. Così non è stato, invece, per il mondo della scuola, dell’università, della sanità e del volontariato, realtà che sono state realmente scosse dall’onda d’urto del genocidio e che hanno suscitato alla fine dissensi, fratture, manifestazioni di protesta collettiva, fino all’esplosione redentrice nel movimento “Blocchiamo tutto” a settembre / ottobre 2025. Niente di simile si è dato per la maggior parte dei collaboratori della stampa e delle tv mainstream. Nessuna trasmissione, nessuna home page si è mai oscurata, nessuno sciopero è stato fatto per interrompere la fabbrica del falso. O anche solo per ricordare i nomi dei 250 giornalisti uccisi in questo “conflitto”. Il gesto di diserzione di Oriani, tanto coraggioso nella sua umile semplicità per il momento in cui è stato assunto, è rimasto sostanzialmente ignorato. Quanti giornalisti possono dire di aver letto questo libro, quanti si sono offerti di presentarlo, ne hanno fatto uno strumento di autocritica e di polemica all’interno delle proprie redazioni? Difficile dare una risposta ma, dal di fuori, si fatica a immaginare che sia positiva.

“La carta stampata è l’arma più potente nell’arsenale del moderno comandante” annotava un secolo fa Lawrence d’Arabia nel suo La guerriglia nel deserto. Se ciò è vero anche oggi, la puntuale disamina di Oriani ci mostra inoppugnabilmente come, durante il genocidio degli abitanti di Gaza, ampia parte dei collaboratori della stampa e delle tv mainstream ha chiaramente scelto quali padroni servire, quali vittime far sparire. Se non altro, la lettera di dimissioni dell’autore a inizio 2024 gli ha risparmiato di assistere alla liquidazione del gruppo Gedi che si sta consumando in questi ultimi mesi. L’ennesimo naufragio della classe imprenditoriale il cui prezzo sarà ancora una volta pagato dai lavoratori. È però inevitabile chiedersi, dopo la lettura di questo libro, quanti siano i giornalisti rimasti in quelle redazioni, quanti invece i vigilanti e i cuochi della versione e della narrazione ufficiale da reimpiegare altrimenti per la prossima guerra. O persino per il prossimo genocidio.

 

 

 

NOTE

[1] Questa triste realtà, è opportuno ricordarlo, non è solo un giudizio storico, ma è anche stata messa agli atti della causa intentata contro Israele da parte del Sudafrica presso il Tribunale Penale Internazionale de L’Aja, come dichiarato dall’avvocatessa irlandese Blinne Nì Ghrálaigh: “Questo è il primo genocidio della storia che vede le vittime trasmettere in diretta la propria distruzione nella disperata, e finora vana, speranza che il mondo possa intervenire.” (cit. p. 27)

[2] Emblematica la mancanza di inchiesta inizialmente, ma soprattutto la mancata rettifica successiva in merito alla (per fortuna) falsa notizia delle decine di bambini decapitati da Hamas nel quadro della strage del 7 ottobre.

[3] Cfr. Luigi Daniele, giurista italiano presso l’università di Nottingham: “Questa condotta bellica rivela la volontà di interpretare l’intera popolazione come un’infrastruttura terroristica.” (cit. a pag. 53)

[4] “L’invasione russa dell’Ucraina e la guerra che ne è seguita hanno prodotto da subito una solida, fin troppo unilaterale narrazione. I grandi giornali italiani hanno mobilitato tutte le armi del proprio arsenale comunicativo: titolazione ad effetto, grandi fotonotizie, cronache dal fronte, testimonianze drammatiche, interviste militanti, aggettivazione pesante, appellativi marcati. […] Attorno all’invasione dell’Ucraina si è costruita da subito una narrazione a fortissima impronta etica […]. È stata un’opera avvolgente che ha posizionato giornali e giornalisti non come osservatori e narratori degli eventi ma come parti in causa, avanguardie del campo della libertà contro la tirannia, del bene contro il male, dell’aggredito contro l’aggressore, del diritto europeo contro l’arbitrio asiatico.

È tanto più sorprendente notare come di fronte allo sterminio dei palestinesi di Gaza, a una mattanza di bambini che solo nei primi cento giorni ha superato di quaranta volte quella ucraina, quest’arsenale comunicativo sia rimasto completamente inutilizzato. Poca cronaca e nessuna narrazione, per Gaza. Una volta alla settimana i principi degli editoriali fanno le pulci a chi critica Israele, ricordano i pericoli dell’antisemitismo, aggiustano il tiro sull’uso della parola “genocidio” o azzardano improbabili scenari geopolitici che ipotizzano la fondazione di mitologici due Stati. Il tutto tenendosi sempre a breve distanza dalla realtà dei massacri.” (pp. 45-47)

Les nouveaux réalistes: Federica Sargolini

1

Il segnalibro
di
Federica Sargolini

“Professoressa, mi dica la verità: mio figlio disturba la lezione?” mi fa un giorno la madre di Elio, ai colloqui generali con gli insegnanti.
“Ma no, assolutamente. Anzi…” Difficile trovare le parole per rapportarsi ai genitori degli alunni, a volte. Bisogna dire la verità senza essere troppo duri. Quello che le vorrei rispondere è: “No che non disturba. Magari lo facesse! Sarebbe almeno un po’ più presente”. Ma ovviamente non le dico questo. Le dico semplicemente che è necessario stimolarlo in modo frequente nella partecipazione e nell’impegno scolastico. A dirlo così sembra tutto molto chiaro. Poi arriva il mattino dopo.
Sono poche le cose che mi toccano. Non mi accorgo quasi mai quando Elio arriva in classe, tanto è invisibile. Butta lo zaino ai piedi della sedia come ci si libera da un oggetto ingombrante, ma non lo fa con sdegno o con aria provocatoria; lo fa più che altro per stanchezza. Poi si siede con le spalle chiuse in avanti, come se stesse sempre proteggendo qualcosa di invisibile. Molte volte l’ho sorpreso a guardare fuori dalla finestra, mentre rigira la penna tra le mani grosse e impacciate, che non sanno bene dove stare. Cosa guardi, là fuori? Non segue nulla di preciso con lo sguardo. Sembra vivere di cose che non si possono toccare, abita strade dove non passa mai nessuno, dove i desideri sono impossibili da vedere.

C’è sempre un rimbombo strano nelle aule. O, almeno, nelle scuole che ho frequentato io come insegnante, ma forse anche quelle di quando ero alunna. Bisogna parlare con un tono di voce un po’ più alto del solito. Presto attenzione al suono della mia voce cercando di parlare forte e chiaro, perché tutti mi sentano; poi mi accorgo che sto parlando troppo. Dovrei lasciare più spazio a loro. A volte mi metto nei loro panni, a come potrebbero sentirsi a trascorrere ore ad ascoltare i contrasti tra Gregorio VII ed Enrico IV nella lotta per le investiture dell’XI secolo, alcuni di loro appoggiati distrattamente sulle pareti incrostate dei muri, come chi una volta cercava sostegno tra le mura delle abbazie, così forti da sostenere grossi pesi, resistere agli urti, durare.
Quando giro tra i banchi durante le verifiche, sul banco di Elio trovo sempre una penna masticata, senza cappuccio, e il foglio quasi sempre bianco. A volte se la gira tra le dita, finché non gli cade. Se ne sta lì a guardare quel vuoto, immerso nella sua felpa marrone, che non si toglie mai, nemmeno quando fa caldo.
“Non hai ancora scritto niente? È tardi, cerca di raccogliere le idee. Prova a fare una scaletta delle cose da dire”. Gli altri sono sempre pronti; lui non lo è mai. Anche il suo sguardo arriva sempre in ritardo, qualche secondo dopo quello degli altri.
La collega di matematica dice di lui che raramente finisce il compito. Mi racconta che nell’ultima verifica ha svolto un esercizio su dieci. “Quello più difficile”, aggiunge. “Quello che in pochissimi, in classe, sono riusciti a fare. Poi ha consegnato. Poteva chiedermi del tempo in più, glielo avrei dato. Ma lui niente”. Mentre parla, la collega assume un’aria di commiserazione, come una che si è arresa. Ci siamo arresi un po’ tutti, con lui, anche se non lo ammettiamo. Ne abbiamo altri venticinque in classe, non c’è modo né tempo di fermarsi a ragionare su un’unica persona. E poi, c’è da dirlo, Elio alla fine dell’anno recupera sempre, in un modo o nell’altro. Non è il profitto il problema; è quel suo stare in classe come si sta in un paese straniero, e tuttavia starci in modo naturale. Ad interrogarlo, sembra quasi di disturbarlo. E tuttavia, nessuno si chiede mai a cosa pensi. Forse perché in tanti sono sicuri che non pensi a nulla.

In classe parlo di Gutenberg e dell’invenzione della stampa a caratteri mobili. Dico che da quel momento il sapere ha cominciato a circolare più in fretta, che i libri hanno iniziato a passare di mano in mano. Mentre mi muovo tra la democratizzazione del sapere e la nascita dell’industria editoriale, le parole mi arrivano addosso come se non fossero più del tutto mie, come se le ascoltassi a distanza e mi sentissi parlare da lontano. Sono immerse nei soliti rumori di fondo: una sedia che si sposta, qualcuno che tossisce, voci che vengono dal corridoio. Gesti ripetitivi e consueti liberano la mente, che si è già svicolata dalle occorrenze desolanti ed è partita a fantasticare su mille desideri e progetti, quelli che arrivano in una giornata di sole qualunque, carica di speranze, mentre tu sei affaccendato nelle incombenze quotidiane. Mi vengono in mente i libri lasciati a metà, quelli messi da parte per dopo con un segnalibro a rimarcare che tutto è sempre in cammino e ancora tanto può essere compiuto. Vorrei chiudere il libro di testo e dire qualcosa che non c’entra con il programma, ma non lo faccio. Resto dove sono, con il libro aperto davanti.
“Non c’è più tempo, prof”. Una voce viene dal fondo dell’aula, è quella di Elio. Sento alcuni alunni che ridacchiano piano, un altro che guarda l’orologio. Vorrei chiedergli a cosa si riferisca: cosa vuol dire che non c’è più tempo? Stai parlando della lezione? Cosa intendi esattamente? Parla, una buona volta, non tenerti tutto dentro! Ma non faccio in tempo a pronunciare queste parole, la voce mi muore in gola, annegata in un profondo vortice in mezzo ad un lago di malinconie. E porta con sé centinaia di libri ancora con il segnalibro in mezzo, milioni di orologi che ho lasciato incustoditi mentre restavo ipnotizzata dalla vita, che sembrava passarmi accanto mentre io ero troppo occupata a guardarla per poterla anche vivere. Tutti i sogni nel cassetto, i progetti ancora da realizzare: Elio sta parlando di me, ne sono sicura, anche se lui non se ne rende conto.

“Come vi dicevo, ragazzi…”. Frugo tra le pagine del libro a cercare qualcosa di diverso, magari un testo particolare da leggere, ma non trovo più niente che valga la pena argomentare in questo momento. Giro velocemente alcuni fogli, ora riprenderò il segno, ne sono sicura. I ragazzi mi guardano come se dovessero farmi cento domande. Parlate, dunque! Ma solo una ragazza alza la mano, ed è per chiedere di andare in bagno. Elio è sempre lì, che ha ripreso, come se niente fosse, a guardare fuori dalla finestra, seguendo quel filo invisibile che lo porta sempre altrove. Suona la campanella che annuncia la fine della lezione, è già il momento della ricreazione e gli alunni non vogliono aspettare oltre, vogliono uscire. Io invece resto in classe, mi avvicino alla finestra mentre sento le loro voci allontanarsi. Mi appoggio al davanzale e resto lì ferma, incapace di qualunque movimento, come una statua che aspetta solo che gli si depositi addosso la polvere dell’aria, senza la forza di soffiarla via. Forse parlava dell’ora. O forse no.

AzioneAtzeni – Discanto Trentesimo: Barbara Sessini

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Testo e voce: Barbara Sessini
Musiche: Chiara Effe

AzioneAtzeni – Discanto Trentesimo: Barbara Sessini

 

Discanto XXX

 

Questo uomo di legno, muto, che mi sta a fianco, se non fosse così come è, se fosse diverso, forse parlerebbe.
Invece non parla.
Primo: perché è di legno e non si è mai sentito di un uomo di legno che abbia parlato. […]
Secondo: perché lo scultore l’ha scolpito con la bocca chiusa […]
Terzo: perché non si capisce che cosa mai potrebbe voler dire una statua di legno che da anni e anni sta ininterrottamente sempre ferma in questo stesso posto, e non ha mai viaggiato o vissuto alcuna esperienza degna di essere narrata […].
Questa terza osservazione, in verità, è suscettibile di contraddizione: si potrebbe infatti osservare, che qualunque punto di vista, per quanto limitato, marginale, esterno, dalla più eccentrica periferia dell’impero, è pur sempre un punto di vista, e come tale merita di essere narrato […].

dal racconto ‘Caro Leonardo Sole’ di Sergio Atzeni, in I sogni della città bianca

 

Quella sedia
di
Barbara Sessini

 

Guardate quella sedia. Quella sulla terra battuta, sotto il cielo stellato, col maestrale che le passa tra le gambe. Ci è seduta una donna di quarant’anni, secca secca, con le mani tutte graffi posate in grembo. Anche la sedia è scheggiata e una delle gambe è di un legno diverso.
Quella sedia, se vedesse e parlasse, potrebbe dirvi la vita, la morte, la guerra, persino l’avventura, perché le sono arrivate addosso. E se sentisse, saprebbe dirvi anche ciò che capitò ad altri in passato.
Eppure questa sedia è stata spostata solo per una decina di metri. Costruita in cortile da un giovane felice di diventare padre, per anni è stata solo in una cucina. Lì ha scoperto il calore: quello del braciere e quello del corpo di una donna, che la prima volta si era adagiata su di lei con cautela, prima solo con le mani, poi con tutto il corpo e il suo piccolo peso scalciante nella pancia.
La sedia potrebbe raccontarvi di quando l’uomo ci si era seduto per la prima volta. Il braciere era stato portato via e lui tremava per il freddo e per le grida della donna nella stanza accanto. Poi arrivò un pianto infantile. Una vecchia sulla soglia, con un fagotto in braccio, disse timorosa: “Est femina”. Lui invece sembrò pesare di meno, per tutta l’aria che tirò fuori dai polmoni, e disse che almeno lei non sarebbe andata in guerra. Era il 1915. Prese in braccio sua figlia e le cantò la stessa canzone che avevano cantato a lui, in quella stessa casa.

Nararat s’omini longu longu:
“Cumenti est beru chi a fustei d’istimu
est beru chi su mundu podet essere chenz’e famini.
Abettamì, apu a torrai po ti coiai”.
E nararat sa genti mala mala:
“Est faba chi su mundu podet essere chenz’e famini,
duncas est faba puru chi t’istimat,
est faba puru chi ti boit coiai”.

(Diceva l’uomo alto alto: / “Come è vero che io vi amo, / è vero che il mondo può essere senza fame. / Aspettami, tornerò per sposarti”. / E diceva la gente maligna maligna: / “È una bugia che il mondo può essere senza fame, / dunque è una bugia anche che ti ama, / è una bugia anche che ti vuole sposare”)

Ora che sono passati quarant’anni la sedia potrebbe dire che la prima guerra fu più odore di paura che di cibo e una madre seduta sempre rivolta verso la porta, pronta a correre incontro a un uomo che non tornò mai più.
La figlia crebbe a dispetto della fame. Sin da quando si era messa in piedi appendendosi alla sua seduta, per poi far cadere entrambe, era irrequieta, sempre digiuna di cose da mangiare e da vivere. Divenne di nuovo orfana e poi donna sedendosi poche volte e quando lo faceva prendeva sonno e le narici suonavano come un grugnito. Si svegliava tormentata, diceva, dal sogno di una donna che aspettava l’amato. Solo d’estate si sedeva un po’ più spesso, specie quando portava la sedia fuori, dove è adesso: con altre due sedie e altre due donne, su una strada sterrata su cui si affacciano case di paglia e fango.
Se però immaginiamo che questa sedia possa raccontare, dobbiamo pensare a un accesso al mondo a lei proprio. Il legno, si sa, ha un rapporto privilegiato col suono. Ogni vibrazione può passarlo da parte a parte. Tutto questo potrebbe provocarle, se non piacere, di sicuro un certo solletico. Parole lanciate da una donna alle altre la attraversano e possono far esplodere chi le siede sopra: qualche volta in pianto, altre in rabbia, ma più spesso in una risata che fa sussultare, abbandonare i pensieri e le braccia.
Questa sera, invece, l’ordine si inverte. Non sono le parole a far rizzare la schiena di lei verso l’alto ma passi inusuali. Il mormorio si spegne e anche le altre due donne si voltano a osservare un uomo che si avvicina, alto alto, come quello della canzone.

Nararat sa fémina langia langia:
“Ar’a torrai po mi coiai”.
Nararat sa genti mala mala:
“La chi no ar’a torrai”.
E sa fémina langia langia
papara isceti pani e fueddus,
is fueddus de issu
chi arrinexia a regordai.

(Diceva la donna secca secca:/ “Tornerà per sposarmi” / Diceva la gente maligna maligna:/ “Guarda che non tornerà”. / E la donna magra magra/ mangiava solo pane e parole / le parole di lui/ che riusciva a ricordare.).

“Parriri unu terrammannesu, unu continentali” dice una delle due donne e indica la testa. L’uomo è senza capelli e la pelle è bruciata da poco: non è di qui. Lui, con occhi cerchiati dal tormento, guarda le tre donne. Dice il proprio nome e cognome come un’affermazione e quello della donna più giovane come una domanda. Lei risponde alzandosi e lui chiede ancora: “Posso parlarvi da solo?”. Per il tempo di un segno della croce si muove solo il vento, finché lei solleva la sedia per lo schienale ed entra in casa con lui lasciandosi alle spalle un mormorio di disappunto. Il legno non ha mai assorbito tanto sudore dalle mani della donna, non le ha mai graffiato tanto le gambe.
Lei poggia la sedia e indica all’uomo di sedersi al tavolo nell’angolo più lontano dalla porta. Lui mette in dentro la pancia per passare.
“Qui ha fatto sedere il tedesco?”. La voce è divertita.
“E chi ve l’ha detto?” La donna parla italiano come indosserebbe un capo troppo grande, il disagio le rende la voce lenta e alta. Quasi grida.
“Tutti! È una storia vera?”. “È vera”, dice. “Sì, era lì”.
La sedia avrebbe potuto confermare. Anzi, se vogliamo capire non “cosa mai potrebbe raccontare” una sedia, ma “cosa mai potrebbe voler dire”, allora la sedia, del tedesco, avrebbe proprio voluto parlare.
Era entrato fino in cucina senza bussare, poi aveva detto “fame”. All’urlo di lei aveva indicato la pentola che bolliva con acqua, aglio e olio. “Io solo fame”. Poi aveva riso, una risata brutta. Lei aveva servito nell’angolo la minestra bollente. “Tu bella donna” aveva detto il tedesco sfiorandole il polso. Se le avesse guardato gli occhi, invece che il seno, avrebbe visto che erano come quei tizzoni schizzati via dal braciere che lei rimetteva a posto a mani nude. Quando lui aveva avvicinato la faccia al piatto, lei aveva raccolto tutte le sue forze e ribaltato il tavolo. Il tedesco aveva urlato, con la minestra bollente negli occhi che colava fino ai pantaloni. Lei, così, riuscì a fuggire.
Solo la sedia è testimone della furia dell’uomo, finché fu presa dal tedesco e scaraventata contro il muro. Era ricaduta con una gamba spezzata. Mentre giaceva nella casa vuota, avrebbe voluto dire al padre della donna: “Vostra figlia non è andata al fronte, ma il fronte le è arrivato a casa”. Era però un mondo in cui certe sedie, se aggiustate, vivevano più di certi uomini.
Il destino di sopravvivere ai loro padroni è comune a molti oggetti. Ad esempio, il continentale seduto ora al posto del tedesco ha tirato fuori dal taschino della camicia una busta da lettera e un foglio di carta che erano al mondo da prima di lui.
“Che cos’è? E perché mi avete cercato se io non vi conosco?”
“Perché ho trovato una lettera indirizzata a una donna che si chiamava come voi e che abitava qui. Ho chiesto in giro, dovrebbe essere la zia di vostro padre. Ha mai sentito parlare di lei? È morta giovane, aspettava un uomo”.
Lei, ancora in piedi, aveva canticchiato:

Ierru e beranu, istadi e attóngiu,
non torràra s’omini longu longu
e sa femina langia langia
papara iscetti is fueddus de issu
chi arrinexia a regordai.
Nararat sa genti mala mala:
“Funt fabas! Funt fabas!”
e aicci d’anti avvelenara.

(Inverno e primavera, estate e autunno/ l’uomo alto alto non tornava / e la donna secca secca/ mangiava solo le parole di lui/ che riusciva a ricordare./ Diceva la gente maligna maligna: “Sono bugie! Sono bugie!” /e così l’hanno avvelenata).

“Cosa vuol dire?” chiede lui.
“Me la cantava mia madre: è la storia di una donna che muore aspettando l’uomo amato. Credevo fosse inventata, però. Chi mi dice che è vera?”.
“Ve lo dice questa lettera. L’ha scritta lo zio di mio padre, l’uomo che non è mai tornato. È solo uno sfogo, lei era già morta. Per questo l’aveva in casa. Mio padre l’ha conservata e ora è arrivata a me”.
Lei guardò il foglio. Era scritto in italiano. Nella busta c’era il nome e il cognome uguale al suo e il suo paese e come raggiungere la sua casa.
“Leggete voi”.
Lui si schiarisce la voce.
“O mia amatissima, so che mi avete atteso fino alla morte. Forse vi hanno detto che non vi amavo, o peggio ancora che ho ucciso un uomo. Non è vero. L’ho solo rapinato. È solo per questo che non sono tornato, solo per la galera. Lì avevamo fame e anche freddo e sete. I guardiani ci rubavano il pane, se ti ammalavi anche il vino. Tutti ladri eravamo, ognuno a suo modo. Quando sono uscito ho saputo di voi e sono partito. Ora sono in un posto chiamato Torino. I preti mi fanno studiare, ma c’è fame anche qui e non riesco a dimenticarvi. A volte penso che siete ancora viva e vi parlo come ora”.
Lui ripiega il foglio e lo rimette nella busta. Poi aggiunge:
“Credo l’amasse. Non si è mai sposato. Non so perché sono qui. Mi pareva ingiusto che io avessi tutta la storia e voi solamente un pezzo. E poi lo sogno sempre, un tormento. Forse così la smetterà”.
“Lo so, io sogno la donna. Le dirò che ora può andare in pace. E potete andare in pace anche voi. Però vi ringrazio di avermi portato tutta la storia”.
L’uomo alto alto e la donna secca secca dalla cucina escono zitti. La sedia non può dirvi se si scambiano altre parole, solo che la donna torna di fretta: vuole sedersi a cantare un canto diverso. E se oltre ad avere vista, udito, altri sensi a lei propri, quella sedia sapesse immaginare il futuro, immaginerebbe una donna stanca, con nuovi graffi, davanti all’ingresso, col desiderio di raccontare che scorre dalla testa spedito verso le labbra.

Si fiat beru chi s’omu longu longu
istimada sa femina langia langia
intzandus su mundu
podet essere chenz’e famini.
E sa genti mala mala chi narat: “No!”
non tenit arrexoni.
Sa genti mala mala chi narat: “No!”
non tenit mancu famini.

(Se era vero che l’uomo alto alto/ amava la donna secca secca / allora il mondo/ può essere senza fame. /E la gente maligna maligna che dice: “No” / non ha ragione / la gente maligna maligna che dice: “No” / non ha neanche fame).

***

Alcune storie ti fanno riunire attorno a un fuoco, altre litigare. Magari tante fanno paura, ma divertono. Poi ci sono storie usate come bastoni, per tenere le persone alla catena. Ci sono, infine, storie per fare coraggio, per lasciare la libertà di andare.

 

 

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

 

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

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B

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Image by Mohamed Hassan from Pixabay

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di Timothy Tambassi

“Buongiorno! Sa dirmi dov’è il titolare, per cortesia?” chiese l’anziano signore dal volto tumefatto. “Sono io il titolare!” mentì B, mentre sia io che l’anziano lo guardavamo perplessi. L’anziano passò oltre l’evidente bugia e proseguì: “Vede, io sarei il proprietario di quell’auto”. Io e B seguimmo il suo gesto a indicare un’auto che, dopo aver sfondato due vasi di cemento, aveva proseguito la sua corsa contro il recinto del distributore di benzina, lo aveva sfondato, ed era rimasta sospesa con le ruote posteriori incastrate nel recinto, quelle anteriori nel vuoto e il paraurti ad accarezzare il campo di pomodori un metro e mezzo più in basso. “Ecco…” riprese l’anziano rivolgendosi a B “fra poco verrà un carro attrezzi a prenderla”. “Sarà ovviamente mia premura pagare tutti i danni” aggiunse allontanandosi. “Ma sei stato te?” urlò B all’anziano per farsi sentire. L’anziano arrossì. Poi, rivolgendosi a me, B aggiunse: “Te l’avevo detto che non era stato un ubriaco!”. L’anziano era sempre più rosso. “Ma aspetta, io ti conosco!” B parve illuminarsi “Tu sei il vecchio che va a prendere le prostitute in stazione!”. L’anziano aveva ormai il colore degli ematomi del suo volto. B si rivolse a me: “Questo vecchio” mi disse puntando il dito verso l’anziano “va tutti i giorni in stazione, carica più prostitute che può, le porta nei vari distributori di benzina della zona e ricomincia il giro. Poi la mattina le riporta in stazione. Pensa che una volta un magnaccia si era anche preoccupato! Ma poi quando ha capito che a parte qualche palpatina era innocuo, lo ha lasciato fare. Anche le prostitute lo adorano che non devono farsi tutta la strada a piedi!”. “Non sapevo fossero prostitute!” protestò timidamente l’anziano. “Appena torna il titolare glielo dico che muore dal ridere!” sentenziò B divertito. “Ehm… ecco…” l’anziano sembrò riprendere un minimo di coraggio “servirebbe un po’ di discrezione… sapete ho una moglie, dei figli e dei nipoti…”. “Solo se mi dici cosa hai combinato!” lo interruppe B. L’anziano non sapeva cosa fare: “Ecco…” disse a voce bassa “una di queste signorine…” quasi un sibilo “ha fra poco l’esame di guida”. B rideva. “Beh… ecco… mi sono offerto di darle qualche lezione…” l’anziano quasi non si sentiva “tra un cliente e l’altro…”. Raccolse tutte le sue forze: “Ieri sera, purtroppo, la signorina ha scambiato l’acceleratore col freno. E io non sono stato abbastanza svelto a tirare il freno a mano…”. “Vai tranquillo che non lo dico a nessuno!” lo interruppe B. E poi rivolgendosi a me, aggiunse: “A parte al titolare!”. L’anziano mi guardò implorando aiuto.

Va detto che il rapporto tra B e il suo titolare non era sempre idilliaco. Qualche sera prima, per esempio, B era stato ripreso: “Non puoi rivolgere insulti omofobi a un cliente per il suo osservare scupolosamente le regole della sua religione”. Non erano proprio queste le parole ma ci siamo capiti. “Lui mi voleva convincere a convertirmi!” si difese B. “Ma chi ti vorrebbe convertire?!” gli rispose perplesso mentre B sogghignava. La sera stessa un altro cliente, parecchio ubriaco, si rivolse al titolare con un atteggiamento aggressivo. B cercò di intervenire in difesa del titolare che, in tutta risposta, invitò B ad andarsene. Il cliente si ripresentò un paio d’ore più tardi lamentandosi di essere stato aggredito alle spalle nel parcheggio. B si limitò a non farsi vedere per un paio di giorni. Va detto che B era molto geloso su chi poteva prendersi certe libertà con il suo titolare. E quel cliente, a suo insindacabile giudizio, non poteva permetterselo.

Un giorno B si presentò a lavoro senza patente: era stato sorpreso a percorrere un viale del centro eccedendo di centotrentasette chilometri l’ora il limite di velocità. “Record!” commentò B. Il titolare gli parlò a stento per una settimana. I giornali del luogo ne parlarono per più di una settimana, senza fare il suo nome. Il suo nome venne invece fatto, con tanto di foto e intervista, quando, proprio davanti al distributore, un’auto prese fuoco e B intervenì per spegnere l’incendio e prestare i primi soccorsi. Sua madre, che ho scoperto essere sua zia e che B chiamava a volte “mamma” e altre “zia” a seconda del momento e che B mi ha successivamente rivelato non essere né sua madre né sua zia, era molto orgogliosa del figlio-nipote eroe. Lui mi sembrava più orgoglioso dell’eccesso di velocità.

Rividi B alcuni anni dopo. Aveva cambiato lavoro. Mi mostrò, ancora più orgoglioso, la foto di suo figlio di pochi mesi. B aveva la gamba ingessata. “Sono caduto da una grondaia” mi disse. “Una tizia ha urlato, mi sono spaventato e sono caduto” aggiunse. “Che poi, dico io, cosa urli se vedi uno che si arrampica su una grondaia che poi magari quello si spaventa e cade?!” era decisamente stizzito. “Magari anche lei era spaventata…” provai a calmarlo. “Ma dai! Adesso la gente ha paura di tutto! Pensa, potevo essere suo figlio o suo nipote! E questa urla e magari fa cadere suo figlio o suo nipote! O il figlio e il nipote di qualcun altro! Ma che cuore hanno?!” proseguì B ridendo. “E poi, adesso che ho un figlio e tante spese, mi serve qualche extra per arrotondare!” concluse facendomi l’occhiolino.

Fu l’ultima volta che lo vidi di persona. Sentii ancora parlare di B solo dopo che un giornale del luogo, accennò, quasi per dovere, a un fatto di cronaca avvenuto in un seminterrato. Non c’erano né nomi né foto. Alcuni dicevano si trattasse di B, altri che se ne fosse andato mesi prima. Comunque sia, la notizia fu presto dimenticata. Ancora più tardi, mi è capitato di sognare B mentre prestava il suo volto a un ragazzo protagonista di una scena che, a diciott’anni, avevo vissuto in prima persona durante un viaggio in treno. In un vagone semideserto, il ragazzo leggeva un libro tenendo i piedi appoggiati sul sedile di fronte. “A casa tua tieni i piedi sulle sedie?” chiese il controllore. “E tu, a casa tua, controlli i biglietti?” rispose il ragazzo.