Home Blog Pagina 272

video arte #5 – erwin olaf

2

Erwin Olaf, Dusk, 2009.

La cassaforte del fascismo

6

di Davide Orecchio

Estratto dal diario di D.O., Londra, 25 settembre 1925
Arriva da Parigi, mittente anonimo, l’elenco completo dei finanziatori del fascismo dal 1921 al marzo di quest’anno. Un rendiconto di nomi e cifre: industriali, agrari, massoni, aziende pubbliche e private, bottegai, conti, principi, avvocati, notai, cantieri navali, cartiere, geometri e cavalieri, concerie e saponerie, bottonifici, editori, armatori.

Accanto a ogni nome le lire versate. Trascrivo a caso: Acquedotto di Palermo: 2000 lire, Società italiana per la fabbricazione dell’alluminio: 1000 lire, Banca agricola milanese: 1000 lire, Banca Bergamasca: 10.000 lire, Banca nazionale di Credito: molteplici versamenti da 10.000 fino a 45.000 lire. E tante altre banche, troppe.

Rusconi: 500 lire, Piaggio: 2000 lire, Brioschi: 2000 lire, Armatori Riuniti: 1000 lire, Istituto romano beni stabili: 100.000 lire, Calzaturificio Bernina: 500 lire, Industria bottoni Binda, Milano: 500 lire, Birrerie meridionali: 1500 lire.

E ancora: tutti gli alberghi di Bordighera, Società birra Peroni: quasi 10.000 lire, Montecatini (20.000), Gallarati Scotti, Rubinetterie riunite, Unione concimi chimici, Breda, Kupfer, Società metallurgiche toscane, la Compagnia nazionale di navigazione, Max Bondi, Lorenzo Allievi, Giovanni Agnelli….

Mi fermo qui. Boccata d’aria a Charterhouse Square.

***

L’assassino si nasconde tra le righe
(Scena 40, Whitehaven Mansions, appartamento di Poirot, studio. Orecchio e Poirot seduti sul divano. Poirot legge un documento. Completata la lettura, solleva lo sguardo verso il suo ospite)

P. – E’ interessante. Ma non c’è nulla di illegale, mon ami.
O. – Come può sostenerlo? Sa quante persone hanno ucciso i fascisti negli ultimi sei anni?
P. – Non lo metto in dubbio. Ma il finanziamento è forse proibito dalla legge del suo paese?
O. – (ha un gesto d’impazienza) Che incubo!
P. – Mon ami, si calmi!
O. – Non ci riesco. Non riesco a pensare che ai fascisti.
P. – (sconsolato) Bon.

(Poirot si alza e guarda fuori dalla finestra. Inizia a piovere. Squilla il telefono nello studio di Miss Lemon. Dissolvenza)

 ***

L’assassino si nasconde tra le righe
(Scena 7, Whitehaven Mansions. Poirot, di ritorno al suo appartamento, esce dall’ascensore. Trova l’androne occupato da scatole e mobili. Si fa strada con fastidio a passi brevi, nervosi, sincopati e aiutandosi col bastone. Apre la porta di casa, ma una voce lo ferma prima che entri)

– Mister Poirot!
Oui?
(Poirot si volta. Un uomo sui 40 anni gli si avvicina togliendosi il cappello e porgendogli la mano)
– Permetta che mi presenti. Sono Davide Orecchio, il suo nuovo vicino di casa.
– Ah, bon! Può ripetere il suo nome?
– Orecchio, Davide Orecchio.
– Italiano?
– Appena arrivato da Roma. Un lungo viaggio.
– Due stranieri allo stesso piano. Gli altri inquilini sospetteranno che siamo delle spie!
(Ridono entrambi)
– So che lei è un famoso investigatore. Una celebrità.
– Oh, non esageriamo. (Pausa). Una notorietà meritata, ad ogni modo.
(Ridono di nuovo)
– La inviterei a bere una tazza di tè, ma il mio appartamento è ancora impresentabile.
– Allora lasci che sia io a fare gli onori di casa. Gradirebbe una tisana?
– Molto volentieri.
(Entrano nell’appartamento di Poirot)
– Miss Lemon! Abbiamo ospiti!
(La macchina da presa li segue fino al loro ingresso nello studio, dove Poirot invita l’ospite a sedere sul divano, per poi prendere posto in poltrona)
Bon! Mi racconti del suo paese. Cosa l’ha spinta a lasciarlo?

***

Estratti dal diario di D.O.
30 maggio 1925
Prima settimana da esule. Terminati tutti i libri. Guardo il parco dalla finestra nell’appartamento spoglio. (Spero che i mobili arrivino presto). Ogni tanto esco per una passeggiata e in breve voglia di rincasare. Sveglia non prima di mezzogiorno: si dice sia un sintomo di malinconia. Scoperto che accanto a me vive un investigatore privato. L’ho incrociato un paio di volte sulle scale, ma non ci siamo ancora presentati. Ha lo sguardo intelligente, l’accento francese. Forse dovrei frequentarlo. Potrebbe essere un buon modo per rompere il ghiaccio con la città.

5 giugno 1925

Notizie dall’Italia. Puglisi arrestato. Anche per lui Regina Coeli. L’accusa? Non si sa. Ha parlato col giudice? No. Gli hanno consentito un avvocato? Neppure. L’ultimo numero del giornale requisito. La tipografia chiusa, i macchinari sotto sequestro. Nessuna voce dalla donna che ho sposato, troppo presa dalle biblioteche di Parigi per ricordare che c’è un altro destierro, il mio, sul quale potrebbe malinconicamente versare una lacrima di moglie, almeno una.

14 giugno 1925
Ho conosciuto il detective. Non è francese, è belga. Si chiama Poirot. Adora complimenti e lusinghe. Ma è cordiale, aperto, intelligente. Insomma, una buona notizia.

20 agosto 1925
Distrazioni londinesi: ieri a cena fuori con Poirot e il capitano Hastings di ritorno dall’Argentina. Da Frascati a Oxford Street, serviti dal capo chef Jules Matagne, connazionale di Poirot, seguace del Sauternes e dei filetti di sogliola Concorde. Hastings e io abbiamo preferito carne alla griglia e un Malbec della Cordigliera, imbottigliato da qualche bodega tra Mendoza e Tucumán (prolissa spiegazione di Hastings riguardo alle tecniche vinicole del Cono Sud: venti freddi, venti caldi, sistemi di irrigazione, altitudini e sbadigli da parte mia). L’attrice Jane Wilkinson sedeva al tavolo accanto. Una bellezza accecante. Poirot m’ha avvisato: “Tre volte sposata. Tre volte vedova, mon ami”.

8 ottobre 1925
Pomeriggio agitato. Rovistato tra i libri nelle scatole senza sapere cosa cercavo e senza trovarlo. Causa pioggia annullata consueta passeggiata nel parco. Gelo. Il termosifone non riscalda quanto serve ed è atteso. Inventarsi qualcosa. Forse aiutare Poirot? Ieri sera mi ha invitato a bere un bicchiere di porto e in effetti mi è sembrato che (Poirot) avesse bisogno di aiuto. Un caso che (Poirot) non riesce a risolvere. Una donna scomparsa. Nessuna traccia. Solo un romanzo squadernato sul suo (della donna) letto. Quale romanzo? Un libro di Conrad: Nostromo. Non lo conosco, ma Poirot dice che il protagonista è italiano. E questo, dice Poirot, potrebbe essere un buon segno. “Perché?”, gli ho chiesto. “Ma perché ora lei è qui, mon ami! È evidente!”.

***

L’assassino si nasconde tra le righe
(Scena 51, Whitehaven Mansions, appartamento di Poirot, studio. Orecchio e Poirot seduti alla scrivania. La camera da presa alterna i primi piani)

P. – Ha ancora il suo elenco di finanziatori dei fascisti?
O. – Sì. Lo custodisco in un posto sicuro.
P. – E fa bene, mon ami. (Fa una pausa. Sospira. Controlla l’orologio). Se la memoria non m’inganna, conteneva il nome di un nobiluomo italiano…
O. – Più di uno, per la verità.
P. – Mi riferisco al diplomatico che vive qui a Londra…
O. – Intende Acchiardi, il funzionario dell’ambasciata?
P. – Exactement!
O. – Un fascistone della specie peggiore.
P. – Sa che sua moglie è stata rapita?
O. – No!
P. – (annuisce). Due giorni fa. Si sospetta un sequestro a scopo di estorsione. Ho ragione di credere che l’elenco non sia estraneo alla vicenda.
O. – (soprappensiero) Dovremo fare attenzione.
P. – Ha ragione, mon ami. E io avrò bisogno del suo aiuto. Sa che la donna è stata rapita in camera da letto? Leggeva un libro di Joseph Conrad: Nostromo. Lo conosce?

***

Meta post scriptum #1
L’elenco completo dei finanziatori del primo movimento fascista è stato pubblicato da Gerardo Padulo (I finanziatori del fascismo, «Le Carte e la Storia», Quaderno n. 1, 2010). Il tema era già stato affrontato da Renzo De Felice, che tuttavia non pubblicò mai la lista integrale degli oblatori. Ernesto Rossi criticò severamente l’uso della fonte (l’elenco) da parte del biografo di Mussolini, non ritenendola attendibile.

Il lavoro di Padulo – che recupera integralmente le elargizioni documentate nel Fondo “Mostra della Rivoluzione Fascista”, Busta 47, versato presso l’Archivio Centrale dello Stato – consente di riaprire il dibattito su una delle prime forme di finanziamento occulto della politica italiana.

Lo studio, inoltre, di certo non corrobora la tesi di De Felice, che vedeva nel primo fascismo un movimento di ceti medi emergenti, poco o per nulla legato alla grande borghesia agraria e industriale. Tutte quelle lire versate, e documentate, sembrano dirci che la storia andò diversamente, sin dal principio.

Meta post scriptum #2
Tra il 2009 e il 2011, nel punto più basso (ma più sincero) del regime di B., mi venne voglia di ritagliarmi una parte nella serie tv Poirot interpretata da David Suchet. Non come attore. Volevo entrarci come personaggio. Volevo andarci a vivere. Desideravo essere amico di Poirot. Mi sarei accontentato di un tavolino nel suo appartamento di Whitehaven Mansions, tra scaffali liberty e sedie Bauhaus. Non esiste al mondo un posto più accogliente, ed era quello il posto del mondo dove intendevo stare.

La pace britannica degli anni venti e trenta. Le tisane di Miss Lemon. La sensazione che tutto fosse in ordine e che nulla sarebbe andato male, me l’avrebbe data solo una vita accanto a Poirot, dentro la serie tv di Poirot. Dove ogni morte è dolce e inessenziale. Dove ogni caso sarà risolto. Dove le strade di Londra nascondono un solo tipo di agguato, quello al quale si scampa.

Partire con Hastings per qualche missione nella campagna inglese. Indossare abiti di tweed, cappelli di fustagno, guanti di pelle. Inseguire assassini remissivi, già pronti ad arrendersi, tra le brume del Devonshire. In uno splendido albergo della Cornovaglia, e tra le aspre spiagge di laggiù, trovare l’indizio mancante. Cenare nei migliori ristoranti di Londra, frequentare i migliori locali, i teatri, la società. Sazi, rincasare a Whitehaven Mansions. Ascoltare lo squillo del telefono. “E’ l’ispettore Japp. Dobbiamo correre a Scotland Yard!”

Lontano dal regime. Esule in una serie tv. Alla fine, in qualche modo, ci sono andato.

(questo testo è una rielaborazione di altri pubblicati sul mio blog tra il 2009 e il 2011)

La pioggia

11

di Massimo Bonifazio

tutto questo per dire: non funziona, non riesce, non
è questo che intendevo. (la pioggia non aiuta; la pioggia
è un dato di fatto che si interseca con curiose
disposizioni d’animo, di ordine genetico? la pioggia
è il resto, e infatti c’è chi si avvicina a una finestra,
guarda il cielo. l’ultima volta a me è capitato
nella famosa città del sud, con l’elefante, e ho pensato
che cielo è, questo cielo che nell’altro
posto non è lo stesso cielo, stillicidio è l’unica parola

Parliamo de Le Qualità – seconda parte

0

di Antonio Sparzani

Continua la conversazione con Biagio Cepollaro a proposito del suo Le Qualità, iniziata qui. Segnalo nel frattempo che una recensione del volume, ad opera di Giorgio Mascitelli, è già apparsa qui.

Dato che nella prima domanda accenno alla prima produzione di Biagio, riscrivo qui qualche poesia da Le parole di Eliodora, edito nel 1984, del resto completamente leggibile, come le altre opere di Biagio, nel suo sito, dove si può meglio vedere l’impaginazione originaria. Nello stesso sito Biagio mostra anche molte delle sue opere pittoriche, cui accenniamo nella seconda parte della conversazione.

chiuso lo sportello
(ultimi
i capelli a sparire)
eliodora fece larghe
le strade
il dito si aprì al sangue
(venne
si fece strada
il panico)
poi la mano si ricompose (ora
la penna tagliuzza le ciocche

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

eliodora aveva calde
le ascelle
(riposavo le spalle
alla sua ombra
anche l’alfa girava più
leggera
tagliavo le curve, era
con i fari e la luna

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

da una parte mi segue
eliodora
più magra
(più sottili le anche
dallo specchio retro
visore
le braccia non hanno più
mani
eliodora è davanti
(di schiena alla penna

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

dopo l’impazienza delle dita
(e stupirmi
del tuo corpo ancora bianco (e intatto
che si muove)
che il segno non inchioda
(presto
il granchio si dilegua sotto lo scoglio

 

 

 

Al largo di Pontremoli. Divagazioni, tra cronaca scolastica e letteraria, circa l’urgenza di consegnare una lettera 45 anni dopo.

0

di Ugo Fracassa

Ugo Fracassa ha partecipato di recente a un convegno ministeriale sulla «Lettera a una professoressa», in occasione dell’uscita del volume di Adele Corradi, collaboratrice di Don Milani, Non so se Don Lorenzo (Feltrinelli, 2012). Tuttavia non è facile tenere insieme i recenti provvedimenti Profumo sull’eccellenza scolastica con l’insegnamento del Priore di Barbiana. Nel suo breve intervento Ugo Fracassa ha potuto ricordare che la «Lettera» può ancora essere letta come un documento della lotta di classe. In ogni caso, molte delle cose scritte allora per i barbianesi sembrano indirizzate oggi agli immigrati, come ricorda un caso di cronaca scolastica che ha fatto un po’ di rumore in Toscana e poi a livello nazionale (la bocciatura in prima elementare di 5 bambini, di cui uno disabile e tre “stranieri”).

 

I respingimenti dei migranti non avvengono soltanto al largo del canale di Otranto o in vista delle coste di Lampedusa, ma pure nelle acque territoriali del nostro sistema scolastico, nel qual caso vanno sotto il più familiare nome di bocciature. Né si sta da clandestini sul suolo nazionale nei ricoveri di fortuna soltanto, quelli che il nostro paese sa offrire, a chi ne abbia bisogno, tra periferie metropolitane e aree già rurali e oggi postindustriali o dismesse. Anche in una prima classe dell’obbligo scolastico elementare disabili e immigrati possono sostare in democratica promiscuità, con una trentina di compagni, grazie all’indulgenza ministeriale, almeno finché non si giunga a localizzarli ed espellerli.
“Solo una scuola perfetta può permettersi di rifiutare la gente nuova e le culture diverse”, si legge nelle ultime pagine di quella Lettera a una professoressa spedita giusto 45 anni fa e tuttavia in cerca di lettori. Siccome però la nostra scuola perfetta non è (ancora), obbligatoriamente è tenuta ad accogliere la “gente nuova”: giovani sottoproletari del Mugello, inconsapevolmente esposti all’imminente genocidio culturale, ieri; figli degli immigrati, oggi. Quella lettera perciò – inizialmente destinata ad una professoressa rea di aver negato l’idoneità di III magistrale a tre “barbianesi”, furiosamente allestita a partire da una rovente bozza di mano del priore di Barbiana e poi meticolosamente appuntita, grazie al contributo dell’intera scolaresca, per un tempo approssimativamente coincidente alla gestazione di un feto – non smette di individuare destinatari ulteriori.
Mihai Mircea Butcovan è uno di questi. Arrivato in Italia nel ’91, dopo un dicembre sanguinoso trascorso nelle piazze della Romania (“Morivano studenti / Tu non lo sai / Io c’ero”, Dicembre 1989) per destituire un grottesco conducător giunto a fine corsa, annette rapidamente alla propria biblioteca mobile di lettore bilingue e scrittore migrante il libretto sessantasettino. E pour cause, se nel passo della Lettera che sceglie come esergo per i versi di Dal comunismo al consumismo (“Ogni popolo ha la sua cultura e nessuno ce n’ha meno di un altro. La nostra è un dono che vi portiamo. Un po’ di vita nell’arido dei vostri libri scritti da gente che ha letto solo libri”) pare di ascoltare l’eco anticipata di certe dichiarazioni circa le letterature della diaspora (“Mentre noi cerchiamo di distillare conoscenza e sapere da tanti argomenti, essi [i Gastarbeiter] ricavano saggezza pratica e sapienza dai loro racconti, pregni di esperienza”, H. Weinrich). Oggi Butcovan, giunto a Monza poco più che ventenne come seminarista, premiato per il suo romanzo d’esordio Allunaggio di un immigrato innamorato (Besa, 2006), lavora a Milano, come educatore, al recupero delle diverse forme di disagio sociale.
L’aggressività e la frustrazione, talvolta manifeste, più spesso represse e dissimulate, per la mancata interazione (o la coatta integrazione) nel tessuto sociale ospite non mancano di favorire l’impulso creativo di chi scrive. Nel romanzo più celebre di Amara Lakhous e della nostra narrativa italòfona, lo Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, lo stereotipo del giovane xenofobo romano de Roma – quel “gladiatore” trovato morto nell’ascensore – viene offerto in olocausto per una riflessione sui temi del multiculturalismo in salsa capitolina: “Ho usato il giallo per attirare l’attenzione su quello che sta accadendo, perché quest’ultima si attiva quando c’è l’emergenza. Quindi mi sono detto: qui ci vuole un cadavere” (A. Lakhous). In altri casi l’aggressività creativa, deviata dall’obiettivo primario, può scaricarsi indirettamente sull’elemento simbolico, dall’italiano come individuo all’italiano come lingua: “la lingua italiana […] è una bellezza che si ha il dovere di ferire […] una purezza che ha l’assoluto bisogno di essere contaminata” (Tahar Lamri).
Anche in questo caso, l’insegnamento della Scuola di Barbiana prefigura certe scelte letterarie e pare offrirsi, quasi mezzo secolo dopo, come manifesto poetico prêt-à-porter per una generazione di nuovi (autori) italiani: “Così abbiamo capito cos’è l’arte. È voler male a qualcuno o a qualche cosa. Ripensarci sopra a lungo. Farsi aiutare dagli amici in un paziente lavoro di squadra. Pian piano viene fuori quello che di vero c’è sotto l’odio. Nasce l’opera d’arte: una mano tesa al nemico perché cambi”.

L’autobiografia di un’idea di Tommaso Pincio

0

di Giuseppe Zucco

Ci mette nulla a sparigliare le carte, Tommaso Pincio. Ci mette giusto sei righe per alzare la classica cortina fumogena di una parolina intorno alle sue reali intenzioni: libercolo. Non solo libercolo, ma anche capriccio – ancora meglio, svago. È questa la definizione che dà del suo ultimo libro, Pulp Roma, edito da Il Saggiatore. Quasi si tirasse indietro o mettesse le mani avanti o in qualche modo si autodenunciasse riguardo alla portata minima dei contenuti e delle ambizioni. Un libro che dovrebbe appena raccontare com’è scaturita e in che modo si è sviluppata l’idea che avrebbe dato origine al suo ultimo romanzo, Cinacittà. Libercolo o libricino compilato per evidenziare il legame indissolubile con il luogo in cui vive, la città di Roma.

Se questa è la premessa, qualcosa non torna. Il primo capitolo dà conto del tratto distintivo della capitale, Roma si rivela luogo di sproporzioni: sproporzioni tra io e l’altro, tra il presente e il passato, tra il dire e il fare. Ma soprattutto si rivela un luogo refrattario alla narrazione. Il secondo capitolo avanza il racconto allucinato di un’estate rovente trascorsa in una Roma invasa dai cinesi tra le sponde di un hotel e di un go-go bar dove viene irretito dal mutismo di una ragazza cinese e dal magnetismo di un fermacomande – uno spillone di metallo fissato a una base di legno. Il terzo capitolo chiama in causa Freud, Onfray, Nabokov e una scimmietta per evidenziare che Non c’è nulla di più tortuoso e ingannevole della memoria. Credere di avere il controllo dei propri ricordi, di poterli manipolare a proprio piacimento, si rivela spesso illusorio o, nel migliore dei casi, un’arma a doppio taglio. Risalire alla sorgente di un’idea, percorrendo a ritroso il corso delle sue modificazioni, può riservare sorprese inaspettate […]. Il quarto capitolo restituisce il frammento di un romanzo scritto ben prima del suo esordio, il cui protagonista, Pietro Marana Sforza, agente ausiliario della Piesse, a cui viene assegnato il compito di piantonare l’ingresso dell’ufficio dell’inconoscibile e sfuggente Acaba – un commissario il cui cognome riporta l’acronimo più inviso alle forze dell’ordine, All Cops Are Bastards – si muove negli stessi spazi in cui si stagliò il profilo investigativo di Francesco “don Ciccio” Ingravallo, protagonista a sua volta del capolavoro di Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. Il quinto capitolo, attraverso il ricordo di alcune catastrofi reali o del tutto immaginarie, stringe un nodo tra l’idea romantica di apocalisse e la visione delle rovine che affiorano come denti cariati sul sorriso fatale e metastorico di Roma. Il sesto capitolo, frullando la memoria di Kurt Cobain, Federico Fellini, La dolce vita, Blade Runner e il colosseo raffigurato nel fumetto Ranxerox come un albergo puntellato da colate di cemento armato, rischiara la certezza che Roma era un luogo fisico, presente, ma al tempo stesso anche immaginario e da sempre perduto. Il settimo capitolo fa il consuntivo di come sia sfumato il tentativo di sistemare l’idea per il romanzo dentro il righino nero delle tavole di una graphic novel. L’ottavo capitolo rispolvera le tavole della graphic novel, The melting spot, che si avverano alla fine del libro come la summa lisergica e fulminante di quanto è stato confezionato poco prima con le risorse proprie della lingua piuttosto che delle immagini.

Lo stile che Tommaso Pincio usa, soprattutto nei capitoli più riflessivi, è lo stesso impiegato nella stesura del libro precedente, il bellissimo istruttivo toccante Hotel a zero stelle (Laterza, 2011). C’è la stessa lingua – misurata, malinconica, confidenziale, discorsiva ai limiti dell’ipnosi, che ti trascina nei gorghi di una visione o nelle spire di una riflessione. Ma se in Hotel a zero stelle la struttura permetteva attraverso la messa in scena della vita e le opere di una eletta casta di scrittori di venire a conoscenza di alcuni frammenti fondamentali della biografia di Tommaso Pincio, frammenti sempre situati sul confine mobile tra realtà e ricostruzione immaginaria – del resto, già dalla scelta del suo pseudonimo, Pincio fa di questo confine uno dei punti cardine della propria scrittura – in Pulp Roma appare tutto più instabile e precario. Se già i capitoli, nonostante rispondano a una progressione logica, sembrano più giustapporsi che succedersi, entrando anche sottilmente in contrasto tra di loro, come se fossero il risultato scientifico di un collage, l’apporto conoscitivo di cui il lettore potrebbe alla fine vantarsi rispetto a come si sia trasformata l’idea di un romanzo in un romanzo effettivo rischia di collassare nella muta espressione dell’imbarazzo.

Volendo estrarre dalla miniera d’oro della scrittura di Tommaso Pincio la pirite di alcuni dati bruti, si viene a capo di minuti riscontri. La gestazione di Cinacittà è stata lunghissima, soprattutto per la difficoltà e/o la fobia di tratteggiare come sfondo e/o personaggio la città di Roma, un chiodo fisso, a quanto pare, che sembra precedere qualsiasi altra pubblicazione, e che avrebbe generato le pagine riportate nel capitolo quattro. Alla primitiva poi cassata versione del romanzo era stata appioppata dal futuro editore il titolo di Pulp Roma. Il racconto scritto successivamente e da cui si originerà lo stile e la struttura del romanzo si chiamava The Melting Spot, quello del capitolo due. L’avvocato, uno dei personaggi principali di Cinacittà, è stato costruito calcando la mano sulle fattezze reali di Emanuele Trevi, altro scrittore romano. Il romanzo di ambientazione romana, su idea della redazione della rivista Rolling Stone, fu sul punto di trasformarsi in una versione a fumetti da pubblicarsi a puntate.

Se le evidenze si fermassero qui, non varrebbe neanche la pena sfogliare il libro, il tutto si potrebbe considerare inconsistente gossip letterario – tra l’altro, come ogni canonica faccenda di gossip, nessuno rischierebbe le dita sul fuoco per certificarne la presunta autenticità. Ma c’è un modo più sbilenco e obliquo per godere di questa scrittura, e rendersi conto di quale aria sorniona si sia irradiata dal volto di Tommaso Pincio nel momento in cui definiva libercolo il piccolo ammontare di queste pagine. Alla fine, nel suo apparente disordine, nella sua dispersione, nel suo diramarsi lungo le molteplici linee della narrazione e della riflessione, questo libro illumina il modo in cui viene al mondo l’idea per scrivere un romanzo – un’idea che nasce, cresce, arretra, si sviluppa, sbanda, fiorisce di colpo, come di colpo torna ad avvilupparsi su se stessa, prima di diffondersi ancora e attecchire meglio in un terreno irrorato tanto dal desiderio di dare una qualche forma e una qualche compiutezza alle mille idee che confluiscono intorno all’idea originaria, tanto dal presentimento che il fallimento incrinerà ogni possibilità di forma e compiutezza. Le idee per un romanzo germinano al modo disordinato e discontinuo e persistente delle erbacce piuttosto che nell’impennarsi verticale delle grandi conifere. Ed è molto commovente sapere che uno scrittore si è premurato di consegnare al lettore un orizzonte di fitta vegetazione in cui smarrirsi cercando la propria irripetibile posizione nel mondo invece che una circoscritta porzione d’ombra sotto la grande conifera in cui trovare appena un comodo riparo o uno scontatissimo conforto.

Il contro in testa

1

di Marco Rovelli
(Marco ci regala un estratto del suo nuovo libro. E’ appena uscito, come poterne fare a meno questa estate? G.B.)

All’osteria mi insegnarono il brindisi alla carrarina. Perché questa è un’osteria della campagna massese, sì, ma sta appena sotto le colline del Candia, e il Candia richiama anche i carrarini. Uno di loro mi ha preso per un braccio una sera che si cantava, “Vieni qui che ti offro un bicchiere”, e tu mica puoi dirgli che ce l’hai già sul tavolo e ne hai bevuto anche tanto, è buona educazione accettare. Beve, e alza il bicchiere, anzi il bicierin, il “goccio di vino” che si può scolare tutto d’un fiato. Brinda, e quel brindisi somiglia molto a un rito. Si leva il bicierin in alto, lo si fa digradare verso terra, poi lo si porta a sinistra e infine a destra: un segno della croce, insomma, e l’importante è che l’occhio non perda mai di vista il vino. Si salmodia nel gesto apotropaico: “ciar i è ciar – muss’lin a ni né – te ‘n t’l vo – te nemanc – al bev me” (chiaro è chiaro — moscerini non ce n’è — te non lo vuoi — te neanche — lo bevo io). Va da sé che si pronuncia l’ultimo verso levando il bicierin alla bocca per assimilare il Verbo.

“Sai qual è la frase migliore per definire il carrarino? Il contro in testa”.
Silvano veniva di tanto in tanto all’osteria, e mi diceva della differenza ontologica tra massese e carrarese.
“Il massese è molle. E’ rimasto sempre un contadino, servile. Il carrarino no, il carrarino non si piega, è fiero, schiena dritta. Ha il contro in testa il carrarino.”
“E che significa?”
“Per spaccare il marmo devi capire qual è la linea giusta, il suo verso. Se la segui, tagliarlo è facile. Se invece provi a tagliarlo diciamo al contrario, se vai contro il verso, non ci riesci: non c’è verso, proprio. E quello si chiama contro.
Ecco, i carrarini hanno il contro in testa, sono duri, resistono, e non c’è verso di scalfirli. Non c’è il verso, proprio.”

Il marmo è come la vita, morbido al verso e duro al contro.

“Solo che avere il contro in testa non è facile. E’ un bel fardello da portare. Che se ti trovi in periodi di piena va bene, sei un ribelle, ti unisci con gli altri e allora guai a chi vi tocca. Se Carrara è terra di anarchici ci sarà un motivo no? Ma in tempi di secca, quando nessuno ha speranze di trasformare questo mondo, allora avere il contro di testa non è bello, vai contro il tuo vicino, il tuo compagno, il tuo amico. Tutti a parlar male dell’altro, a farsi guerra l’un con l’altro. Non è bello.”

Silvano alzò il bicchiere e se lo scolò d’un sorso. Niente brindisi. “E’ un mondaccio questo. E mi sto stufando di questa terra.”

***

Silvano l’ho incontrato di nuovo dopo alcuni anni, tra le bandiere nere e rosse alla fine del corteo del primo maggio anarchico a Carrara. Un corteo di canti, una ritualità antica, corone di fiori rossi alle lapidi. Tante. Troppe, visto che dietro ognuna di quelle lapidi c’è una vittima da ricordare. Le vittime dei moti del 1894 alla caserma Dogali, Giordano Bruno in piazza del Duomo, Alberto Meschi storico sindacalista d’inizio novecento, e per finire i morti alle cave e Francisco Ferrer educatore anarchico, le due lapidi che stanno nella piazza dove arriva il corteo. La piazza ufficialmente si chiama piazza Alberica – dal duca Alberico I dei Cybo Malaspina, il sovrano che la volle nel Seicento -, ma per gli anarchici continua a essere piazza Gino Lucetti, l’anarchico che attentò a Mussolini e per un soffio lo mancò, in un tragico impeto di sfortuna: la bomba rimbalzò sul tetto della macchina del Testa di Morto, esplodendo solo toccando terra e ferendo sei persone plaudenti. Lucetti venne condannato all’ergastolo. Nel 1943, all’arrivo degli alleati, Lucetti fu liberato dal carcere di Santo Stefano, una delle isole ponziane, ma riuscì a vivere libero solo per pochi giorni: arrivato a Ischia, il 17 settembre morì sotto un bombardamento aereo tedesco.
A Lucetti venne dedicato il battaglione partigiano libertario sui monti apuani, a lui venne dedicata la piazza, che nel 1960 tornò all’antica denominazione per gli stradari ufficiali. Non per gli anarchici però, che nei loro manifesti di convocazione della giornata continuano a scrivere “piazza Gino Lucetti”.

[…]

Nel maggio del 1936 in tutta Italia si celebrava l’Impero. A Carrara la cerimonia di popolo si tenne in piazza Farini. Durante il discorso dell’oratore, in un angolo della piazza si sentì cantare l’Internazionale. Nove operai vennero arrestati.

E’ cosa buona e giusta che questa terra sia trasfigurata. La trasfigurazione le appartiene. Qui hanno proliferato visioni, e una visione è davvero tale quando ne suscita altre, in una catena interminata. Come quei nove operai che cantarono quel giorno sfidando i fascisti, e quel canto è arrivato fino a noi, e suscita altro canto.

Basta salire sulle montagne, in Apuania, e il paesaggio stesso si presta a essere scenario di visioni.
Che poi già il marmo è un brulichio di vite marine, sedimenti carbonatici prodotti in quelle che furono scogliere coralline, dov’erano alghe, spugne, coralli. Quegli strati, segnati da linee oblique e parallele, vene sottopelle che il lavoro millenario delle cave ha scoperto e portato in superficie, sbattendotelo in faccia – quegli strati di marmo sono vivi, profondamente vivi, e quel biancore che ti abbaglia è come un concentrato ipnotico di vita.
Il mare, qui, è già compreso nella montagna. Quello ancora liquido è come il suo specchio necessario, una distesa che si srotola per dar aria alla maestà della montagna.

Mentre sali su per le valli di Carrara – i tre bacini di Torano, Miseglia e Colonnata – la vista ti s’impiglia in una matassa di linee geometriche. Quelle irregolari ed eccedenti dei monti, con la loro tensione verticale e sfuggente, e le griglie regolari delle escavazioni, gabbie su gabbie, una metodica operazione per ridurre questa eccedenza a misura umana. Figure geometriche e ripetitive disegnate dalla volontà di appropriarsi dell’inappropriabile. Una smisurata mostruosità, che pure ha il suo fascino perverso, proprio di ogni tentativo faustiano.

In un’ascesa alla montagna, passando su ponti e viadotti e dentro gallerie, tra le innumeri cave di marmo tutt’intorno, il pezzo ideale è Astronomy Domine, il primo brano del primo lp dei Pink Floyd: psichedelia pura, viaggi interstellari. E’ l’introibo alle cavità spaziali della terra portate in superficie, a un’ostensione sacrificale che pare l’accesso a un mondo del rovescio.
Syd Barrett cantava e Camilla, seduta nel sedile di fianco, diceva che tutto quel bianco troppo esposto pareva ottenuto per corrosione, come fosse il resto di un millenario percolare, ottenuto per sottrazione, e non per un’addizione di colore. Era esattamente quel che vedevo anch’io: il rovescio, appunto, il fondo nascosto e terribile che appare alla fine di tutto. Alla fine dello scuoiamento, di un infinito sacrificio.
A far da costellazione, nel percorso, oltre a una fila infinita di blocchi e lastroni di marmo, ci sono macchine per l’escavazione e la lavorazione, cavi e carrucole arrugginite, caterpillar, come fossero tutte parti di un gigantesco scheletro di metallo che sembra uscito dalla prima rivoluzione industriale. “Ti par di vedere anche il vapore”, diceva la compagna di questa risalita. “E i ravaneti li trasfiguri come sabbia di clessidre gigantesche”. Uno sgretolio infinito, la terra che si sfracina, il divenir polvere di tutto ciò che è.
E’ un paesaggio inesploso, come una bomba ritrovata sottoterra, che ancora aspetta qualcuno che la disinneschi.

Capita allora, durante il percorso, di trovare caverne dove inoltrarsi, come a cercare di scovare il segreto della montagna. Caverne che sono poi cave scavate nella pancia dei monti, a strapparne le arterie più preziose. E dentro, se ti imbuchi un giorno in cui non si lavora, senti il sistema circolatorio della terra, gocciolii che formano pozze come cadendo da vene aperte, e fanno echi amplificati come nella più sacra delle cattedrali.
Se poi hai la fortuna di capitarci dentro in un giorno di lavoro, allora lo scopri il vero segreto di tutto questo: gli uomini-drago, quei cavatori che corrono da un’estremità all’altra della cava.

***

Il selciato di Carrara è ingombro di memorie. Non sai bene che farne. Da piazza Lucetti – e sì, continuiamo a chiamarla così nonostante lo stradario – si vedono le Apuane. E le Apuane ce l’hai sotto i piedi, nelle tarsie di marmo che la ricoprono per volere di Alberico, principe di Massa e marchese di Carrara, ce l’hai nel marmo del loggiato, ce l’hai nelle decorazioni degli edifici. Eppure, in quel troppo candore, può capitarti di vedere il rosso del sangue, quello sparso dai cavatori che lo hanno estratto nei secoli, e trasportato a valle con la lizzatura. “Chi costruì Tebe dalle Sette Porte? / Dentro i libri ci sono i nomi dei re. / I re hanno trascinato quei blocchi di pietra?”, scriveva Brecht. E qui, il nome del re è nella targa della piazza: Alberica. Nella targa invece non ci sono quei cavatori che i blocchi di marmo hanno trascinato. Il nome di Lucetti, marmista, poteva risarcire quegli assenti?

Dalla piazza saliamo col Taro verso il Duomo (ad essere precisi l’Insigne Collegiata Abbazia Mitrata di Sant’Andrea Apostolo). Meraviglioso il suo romanico-gotico (romanico portale e gotico rosone), ma si vede il sangue essudare anche da lì. Così torniamo nel luogo sacro dirimpetto, l’osteria di marmi e di Cynar. Ci facciamo altri due gocci di vino.
“E quindi stai insegnando al liceo? Io a scuola ho fatto la seconda media e poi non son più andato: tirai il calamaio al professore e lo presi in pieno. Sospeso tutto l’anno. A casa botte da mio padre, e non son più andato a scuola.” Gli racconto che in prima elementare fui sbattuto fuori dalla classe perché dissi “scema” alla suora. Ma poi rientrai nei ranghi. Il Taro ride, credo che insultare una suora non sia un peccato per lui. Gli chiedo, perché gli avevi tirato il calamaio? “A dir che mi ricordo ti direi una balla, ma era già un po’ che me la durava… Magari perché sapeva che i miei erano antifascisti, non lo so… e allora adesso basta, è ora di finirla, to’!” Accenna il gesto del lancio, ed è come un annuncio di vita. In guerra quel braccio avrebbe lanciato bombe ai tedeschi.

[…]

Mi piace sentire i racconti sui vecchi. Quegli uomini che non ci sono più, avvolti da aure eroiche, tempre che continui a cercare ma non trovi. Forgiati forse in altra materia.
“Elio, Mazzucchelli, li ho conosciuti tutti. Io ero col battaglione Lucetti, qui sulla Linea Gotica. Poi ci fu lo sganciamento: ci toccò andar via, di là dalla Linea Gotica, dove c’erano già gli americani, per evitare le rappresaglie dei tedeschi. Quando tornammo di qua la formazione prese il nome di Michele Schirru, un altro dei nostri, un sardo, che voleva uccidere Mussolini”. E già, solo gli anarchici in Italia avevano provato a uccidere il Duce. Schirru lo avevano ammazzato. “Il comandante della Lucetti era Elio. Un buon comandante, intelligente. E un uomo di fegato: in combattimento faceva una strage che guai, non lo fermava nessuno. Aveva vent’anni, pensa. Il padovano – Mariga, si chiamava – era il suo vice, ma quel che diceva lui era legge per tutti, anche per Elio. Aveva più autorità, anche perché era più vecchio, sulla quarantina, e nella guerra del 15-18 era stato premiato tre volte con la medaglia d’argento: segno che anche lui era un fegataccio, eh… Io avevo quindici anni, Mariga per me era un padre. Era bravissimo. Un carattere, una bontà… Ti curava, ti ascoltava, ti dava dei consigli – e te li dava buoni! Dopo la guerra gli volevano dare un’altra medaglia al valor militare, stavolta d’oro, ma la rifiutò. Era un anarchico vero, lui. In compenso gli fecero fare ventidue anni di galera, lo accusarono di aver giustiziato un fascista di Santo Stefano”. Nessuna amnistia per loro, solo per i fascisti. Mi viene in mente il generale Mario Roatta, responsabile di immani crimini di guerra in Jugoslavia. Lui, l’amnistia la ebbe.

[…]

“Non ce n’è più di uomini così, non ce n’è più. Oggi la gente è nata nel benessere. Punto e a capo. Promuove in quinta elementare e vuole la bicicletta, va in seconda media e vuole il motorino, mangiano bevono hanno soldi, il padre magari si priva lui per dare a loro, non hanno un’idea politica. Quegli altri uomini lì era differente: c’era la fame, e si ribellavano. Questi qui cosa vuoi che si ribellino che magari loro padre fa i debiti per prendergli la bicicletta? Sai quanta gente c’è, io li vedo, che dice sono anarchico: li hai mai visti qui, non so, a una riunione? Si vantano… uguale a quelli che dicono “sono comunista”, e non è vero… Non c’è paragone: dal giorno alla notte”.
Insomma Taro, dici che la differenza è che quelli erano nati in famiglie povere, di lavoro duro. “Eh, quando ce l’avevano il lavoro duro! I lizzatori, ché allora c’era la lizza per portare il marmo a valle, andavano sul ponte Baroncino, che lo chiamavano il ponte della Bugia, e aspettavano che li chiamassero a lavorare. “Oggi tocca a te, te e te”, gli altri se ne tornavano a casa, ed era fame… E’ questo il motivo, lavoro non ce n’era, e gli uomini si ribellavano… Se pensi che partivano da Carrara e andavano sul Canalgrande a piedi, lassù in cima, e lavoravano otto ore e ritornavano in giù sfondati… Sai quanti di quelli che andavano in cava passavano da Miseglia, dove ci sono le quattro fontane, mettevano sotto l’acqua un pezzo di pane, lo rincartavano, e a pranzo mangiavano pane e acqua…”
Taro, dimmi una cosa: per te il lavoro è un valore? “Per forza che è un valore, lo deve essere! Senza lavoro cosa fai? Sei obbligato a rubare, a ammazzare, a andare in galera. E il lavoro era un valore per tutti quegli uomini lì. Per questo a Carrara si è sviluppata così tanto l’anarchia: per il lavoro, per la fame! Senti ancora dei vecchi comunisti che ti dicono: Sono comunista ma la mia mentalità è anarchica!” Segno davvero di un altro tempo, questo: nessun anarchico di una generazione successiva ti risponderebbe mai che il lavoro è un valore. In quella società non c’era nemmeno la possibilità di pensare a una società in cui il lavoro non fosse un valore, tale era il grado di sfruttamento.
Taro, dimmi una cosa: se avessi chiesto a quei vecchi, cosa significa essere anarchico? “Pane, lavoro, niente galere, più giustizia fatta dal popolo. Non ne volevano sapere loro di quei lavori lì, governi e via discorrendo. Che è una man bassa di ladronismo. Altro che terzo mondo, il terzo mondo è qui! Se c’era ancora quella gente, secondo te succedeva così? Erano già andati a Roma ad ammazzarli! Ma con chi lo fai oggi come oggi quel lavoro lì? Qui? Con chi lo fai in Italia? Coi giovani? Non lo fai”.
Nelle parole del Taro c’è un mondo scomparso. “Quegli uomini lì” non possono tornare a essere. Sono consegnati definitivamente a un passato eroico, che non ha misura comune con il nostro tempo. Consegnati loro alla mitologia, a chi resta non è consentito sentirsi orfano. Si tratta di essere liberi, tocca esplorare il presente.
Cosa resta del padre, domanda l’analista, e risponde: la testimonianza. Che non è un universale, ma un esempio singolare – da uomo a uomo (e non, sia chiaro: da maschio a maschio). Oggi possiamo usarli, quei padri, proprio in ragione della loro distanza. Perché non è con i loro simboli e le loro pratiche che cambieremo il mondo, perché il mondo ha cambiato formato. L’esempio, però, la loro testimonianza – è questo ciò che resta. E che ci rende liberi.

Parliamo de Le Qualità

4

di Antonio Sparzani

Con felice acribia Biagio Cepollaro arricchisce costantemente il suo patrimonio di produzione poetica, così come accresce quello della produzione pittorica, con il primo, del resto, strettamente connesso e intersecato. L’ultima raccolta, Le Qualità, è uscita da pochi mesi per i tipi de La camera verde, Roma, direttore e animatore Giovanni Andrea Semerano.

Slotta Continua

14

L’estratto che propongo fa parte di un’opera davvero unica. Ecco perché questa mia nota vorrei che fosse percepita come un appello agli editori. Per contattare l’autrice basterà scrivermi a quest’indirizzo communistedandy@gmail.com
Astenersi perditempo e giocatori d’azzardo.
effeffe

Italiaswing
di
Anna Giuba

Com’è cominciata la cattiva strada. Mumblemumble, oggi che mi sento carica come un ovetto kinder salta fuori tutta la gran cambogia del mio presente. Il futuro, non oso neppure immaginarlo, e il passato, meglio lasciarlo perdere. Rimane il presente, e i vari nonnetti spennati di un sangueuro che mi lascio alle spalle ogni giorno.

VERGOGNA

urla il censore superomistico che alberga nel mio emisfero destro. E chi cazzo lo sa più che cos’è la vergogna? Dignità e vergogna, parole vuotissime, fonemi puri in questo sole di maggio mentre mi affretto con il sangueuro in mano verso la mia slotmachine preferita. Atto impuro atto impuro, non commettere atti impuri. Me lo ha già detto chiaro e tondo il buttafuori del casinò.

Come ti chiami?
Italia.
Italia?
Italia.
Allora Italia, ricordatelo bene. Qui dentro non si chiedono soldi, hai capito? Non fartelo dire una seconda volta.

Abbasso la testa e penso Ma che cazzo vuole questo, vaglielo a raccontare cosa succede alla scimmia quando finisci i soldi e l’adrenalina non vuole smettere di ballare il tango nelle vene.
Che poi il buttafuori non è neppure un cattivo ragazzo, è un b u t t a f u o r i e il suo mestiere è proprio quello di buttarmi fuori, me, Italia! dal suo locale.Non avrei voluto chiedere due sangueuri al marocchino che giocava alla slot della messicana con le tettone grandissime. Non avrei voluto farlo, ma aveva una faccia simpatica ed io ero appena stata mollata sul più bello prima di un bonus quasi certo. Finito, basta, terminato. L’ultima moneta è scivolata via implacabile ingoiata con uno slong! da stomaco metallico. Io lì, rimasta di fronte alla mia slot preferita, con le ruote che non giravano più. Neppure le mie. In compenso mi era rimasto dentro un gran rullare di balle. Mi giravano.
Allora vedo Samir. Samir bazzica i portici accanto alla stazione e una volta mi ha proposto una scopata per cinquanta euri. Allora cazzo, questa cinquantenne signora rompitiilcollosignora!, ha ancora una figa di un certo valore, ho pensato con quel minimo di soddisfazione che dà la certezza di essere ancora desiderata. Siamo donne, oltre la scimmia c’è di più.
Samir, dicevo. Samir è un bel ragazzo, occhi neri di velluto da mille e tre notti. Sorriso aperto da tè nel deserto. Samir, che probabilmente c’ha il cazzo più bello di un’aurora boreale. Grazie, Samir, gli ho detto. Sono lusingata ma niet. E tutto finisce in gloria con una bella stretta di mano. È stato allora che gli ho chiesto, così in amicizia, i due sangueuri. Quando uno ti chiede di scopare si crea, diciamo, una certa complicità. Intendevo sfruttare proprio quella, avrei anche ballato la mazurka per quei due sangueuri, lì, sulla moquette pretenziosa e amaranto del casinò. Tutto pur di non lasciarmi sfuggire il bonus che ero sicura era lì in agguato.
Arriva il buttafuori comecavolosichiama, ce l’avranno pure un nome i buttafuori, e mi fa su tutta quella manfrina per i due sangueuri chiesti a Samir.
Se poi io, Italia, me medesima, spenno il nonnetto di turno appena fuori del suo locale, questo non gli interessa, la strada è di tutti.

Nuove prose brevi

10

di Jacopo Ramonda

 

CUT UP N. 101

Ora che trascorro la maggior parte del mio tempo lontano da casa, dormendo per più di centottanta notti l’anno in hotel, mi sento spesso come se stessi rincorrendo qualcuno. I ricordi degli aeroporti, dei ristoranti, delle sale d’attesa, delle stanze d’albergo si mescolano e si confondono tra loro. Fatico ad associare i volti degli sconosciuti con cui ho scambiato stringate considerazioni impersonali alla città e alla lingua nelle quali quelle brevi conversazioni hanno avuto luogo. Per qualche motivo ho invece l’impressione di non dimenticare mai una faccia, di non dimenticare nessuno di loro, almeno non completamente.

Se usi i creative commons Amazon ti censura

2

Riporto dal sito di Quintadicopertina, il partner di alfabeta2 per l’edizione digitale in ebook. Amazon gli ha chiuso l’account di vendita, con una decisione grottesca e inaccettabile che mi auguro Amazon ritiri immediatamente, rispondendo pubblicamente dell’accaduto –  Jan Reister.

Questa mattina l’account di Quintadicopertina su Amazon è stato bloccato. Una censura decisa unilateralmente da Amazon: non possiamo aggiungere ebook, vedere lo stato delle vendite né altro. Una mail da Amazon ci avverte che il blocco è dovuto a violazioni del copyright che Quintadicopertina avrebbe fatto pubblicando materiale che si trova liberamente in rete. Nello specifico Quintadicopertina avrebbe pubblicato un numero di alfabeta2 all’interno del quale si trovano  contenuti liberamente leggibili in rete.

Dove si trovano questi contenuti “liberamente leggibili in rete”? La mail di Amazon non lo dice, ma noi lo sappiamo. Si trovano nel sito di alfabeta2 che essendo, a differenza di Amazon, un progetto principalmente culturale e non commerciale, spesso e volentieri mette gratuitamente on-line parti della rivista per chi non volesse o potesse comperarla ma volesse comunque partecipare alle discussioni sui temi di cui si parla all’interno della rivista. A questo Amazon non sta bene, con buona pace dell’open content.

Ma c’è un altro punto importante che riguarda l’ennesima censura della major di distribuzione nei confronti degli editori, cito:

“Please be advised that we won’t accept content that is freely available on the web unless you are the exclusive copyright owner of that content. For example, if your content comes from a source that allows you and others to re-distribute it, and that content is freely available on the web, we won’t accept it and make it available for sale in the Kindle store.”

Leggete bene: quella frase significa “niente creative commons”. Un giornalista scrive un articolo e lo mette on-line con CC che permettono il riutilizzo anche commerciale? Scordatevi di poterlo inserire in un vostro ebook assieme ad altri articoli. Quel solo articolo farebbe sì che Amazon censuri il vostro testo, bloccandovi ogni operazione fino alla rimozione dell’ebook. Scordatevi ogni operazione di scrittura collettiva, di traduzione, di lavoro editoriale basata su materiali prodotti in creative commons.

Di fronte al grande entusiasmo per l’arrivo di questo soggetti trasversali a cui gli editori svendono libertà sempre più importanti nella gestione di materiali culturali, dal prezzo di copertina (deciso da Apple per tutti gli editori italiani) alla scelta dei materiali che possono o non possono essere inseriti in un ebook, come avviene oggi con Amazon: lanciamo un allarme.

Originale su Quintadicopertina. Anche su alfabeta2. Immagine di milo

Aggiornamento 10/7/2012: l’account di Quintadicopertina è stato riattivato da Amazon.

Senza appartenenza: un’intervista a Tommaso Giagni su L’estraneo, il suo primo romanzo

0

di Giuseppe Zucco



Prima ancora di aprire il romanzo, molto prima di scendere e risalire gli scalini della narrazione, il titolo concede una promessa al lettore: stai per incontrare non un estraneo, ma l’Estraneo, un personaggio minuto e sfuggente quanto assoluto – tanto che il titolo ne richiama già
un altro,famosissimo, di Albert Camus, Lo straniero. Ecco, chi è l’Estraneo, e cosa fa di lui non solo un perfetto protagonista ma anche il riepilogo di una particolare condizione umana?

L’Estraneo è un ventenne, che è nato e cresciuto nella “Roma bene” perché figlio di un portinaio (questi originario dell’Agro e transitato per un quartiere marginale, prima di arrivare al posto di lavoro in una zona prestigiosa), ma che da quella Roma non si è mai sentito accettato. Lasciato dalla ragazza di periferia Alba, che in lui non ha trovato il modello borghese cui rifarsi, l’Estraneo decide di andare a vivere in una borgata (“il Quartiere”), nella speranza che sia quello il suo luogo. Comincia così un percorso, tra palestre e sale scommesse, per apprendere i codici di un mondo lontano da quello “pasoliniano” che immaginava di trovare – e che era poi quello da cui provenivano i suoi genitori. È un inetto, un timido, un incerto. Ed è uno che si ritrova fuori dall’adolescenza, quindi col massimo bisogno di definire sé stesso, in un momento storico che non dà alcun riferimento cui aggrapparsi.

 

L’Estraneo, solcando il mondo – e il mondo qui non è altro che la città di Roma, come se niente altro potesse espandersi oltre i confini del Grande Raccordo Anulare – lo divide in due parti uguali e contrarie: la Roma delle Rovine, il centro storico, e la Roma di Quaresima, la periferia. Come e perché le due città si attraggono e si respingono, entrano in contatto e si sfidano a distanza?

Queste due città sono tra loro ancora lontane, incapaci di dialogare, ed entrano in contatto molto meno di quanto ormai ci si aspetterebbe. La “Roma bene” attrae la Roma marginale, e non è certo una caratteristica locale né una novità nel rapporto, inteso in senso lato, fra Centro e Periferia. L’attrazione inversa si esaurisce essenzialmente nella presenza dei centri commerciali (scrivo a un certo punto: «due giorni a settimana è la città a venire qui – ad aver bisogno di questo»). Un elemento da non trascurare è la natura piccolo-borghese della maggior parte delle periferie di oggi, che spinge a rincorrere il centro – questo sì – borghese.

 

Questa divisione ideologica del mondo fa molto guerra fredda, crea una divisione netta, geometrica, da un certo punto di vista è perfino consolatoria: eppure i personaggi, muovendosi lungo la scacchiera del romanzo, sparigliano i confini, li rendono mobili, (per esempio, quando il gruppo della palestra arriva nella conca del Circo Massimo), come se i confini fossero più qualcosa di molto interiore che una frontiera geografica del tutto solida e materialmente definita. È così?

I concetti di Centro e Periferia, li intendo proprio in questo senso: categorie interiori, prima di tutto. Lo stesso vale per i confini. Questi nel romanzo sono definiti e piuttosto rigidi: per sparigliarli, non bastano delle incursioni come il pellegrinaggio dei body-builders al Circo Massimo o come le snobistiche “gite fuori Porta” che faceva Marianna prima d’incontrare l’Estraneo. Non so quanto dividere il mondo in due sia automaticamente ideologico; di certo è consolatorio e rassicurante sentire di appartenere a un “luogo”, e questa è la chiave per capire la scelta del mio protagonista.

 

In Qualcosa di scritto, Emanuele Trevi tratteggia Prati, uno dei quartieri bene di Roma, in principio terra di ladri e puttane, gente dal coltello facile e bambini abbandonati, come un luogo che ancora risente di questa sua origine. (Ma le cose e le persone non sono sempre state, soprattutto a Roma, così come ci siamo abituati a vederle. Si direbbe anzi che, per raggiungere e godere stabilmente il loro stato abituale, debbono avere attraversato, durante una lontana crisi, il loro esatto contrario). Non è che la divisione del mondo che tu delinei finisce per museificare una parte di Roma altrettanto viva e contraddittoria? A volte ho la sensazione che il centro storico sia diventato un altro non-luogo, come il centro commerciale che descrivi negli ultimi capitoli, un posto che perde o acquista significato secondo le nuove strategie di appropriazione di chi decide di abitarlo. Che ne pensi?

Il fenomeno del filthering-up è del tutto naturale in qualsiasi metropoli: per restare a Roma, il caso di Trastevere è ben più lampante di quello di Prati. Le cose cambiano, ma nel tempo: oggi il centro di Roma è ripiegato su sé stesso, autoreferenziale, incapace di aprirsi; ritrarre quello che è oggi, non significa museificarlo o negargli una potenzialità di trasformazione. Quella che chiamo “Roma delle Rovine” non corrisponde al centro storico, ma a un’area ben più vasta che topograficamente esce spesso dalle Mura. Di non-luoghi io tendo a vederne pochi, in generale, e non ci metto il Centro – in senso lato – di Roma, e sono convinto che questo romanzo faccia tutto meno che appiattire luoghi vivi a meri non-luoghi.

 

Quando scrivi, Intorno non c’è niente della poesia di Pasolini che immaginavo dai tempi della scuola, niente di quella grazia che mi aspettavo di trovare nella città di Quaresima, registri un cambiamento neanche così sottile. Come e in che modo si è evoluto il territorio e soprattutto gli esseri umani che abitano quel territorio?

Qui segnalo una museificazione. L’Estraneo arriva in borgata convinto di trovare un certo romanticismo, “le pipinare che giocano in strada” e cose del genere. Invece quelle dinamiche da cui provenivano i suoi genitori e di cui aveva letto a scuola, non ci sono. Disorientato, capisce che deve adattarsi alla svelta – che neanche nelle aspettative era preparato. Le periferie raccontate da Pasolini hanno cominciato a perdere le proprie caratteristiche negli anni Settanta, e all’inizio dei Novanta erano altro. Il cambiamento è stato economico e culturale, e ha tirato fuori la piccola-borghesia di cui dicevo sopra. Questa nuova marginalità romana è stata ottimamente raccontata sin da allora (penso ad autori come Sandro Onofri, Claudio Camarca, Andrea Carraro) per poi arrivare a Walter Siti.

 

Un’ossessione serpeggia per tutto il romanzo: quella dell’identità. Ma in un’accezione singolare. Non è la propria biografia, quell’insieme di scelte speranze debutti azzardi, a costruire la propria identità, ma in particolare vivere, e vivere quanto più intensamente, il territorio che la tua nascita ti assegna. Addirittura, la propria identità viene fatta risalire alla frequentazione di un Quartiere, nel caso più generoso, se non allo scorrimento forzato di un solo e unico Viale, nel caso più sfortunato. Se è così, è un salto epocale, non credi? Per tutti gli anni ’90 e la prima decade degli anni 2000 molto di ciò che aveva valore lo aveva soprattutto perché veniva da lontano, da un mondo altro che non faceva che amplificare il territorio circoscritto che si squadernava sotto i nostri occhi – a volte, bisogna dirlo, del tutto miopi – e se c’era un gesto ricorrente e generazionale nulla batteva il desiderio di abbandonare la propria casa, la propria regione, la propria tradizione. (L’invenzione della world music è di quegli anni: qui, nel romanzo, i ragazzi ascoltano Battisti, Baglioni…)

Il recupero del legame col territorio lo leggo come una forma di difesa di fronte alla fine delle specificità portata dalla globalizzazione. Gli esotismi, il fascino dell’altrove, in generale il senso di apertura che si poteva avere anni fa, probabilmente stanno lasciando il posto alla chiusura spaventata dalle contraddizioni che tutto ciò apriva. Detto questo, nelle borgate romane anni Novanta non si ascoltava la world music, ma Ramazzotti.

 

Il romanzo, alla fine, sembra un inventario di nuovi riti (Il Sabato del Fuoco: dove i ragazzi, allo scoccare dei diciotto anni, danno fuoco davanti alla popolazione del quartiere a ciò che hanno appena comprato, a ciò che hanno sempre desiderato) e di nuovi miti (il corpo, soprattutto: da oliare, depilare, allenare, tornire, abbronzare). Ed è strano: perché l’atmosfera in cui si situa questa storia appare perfettamente laica e mondana e secolarizzata, mentre invece noi siamo del tutto consapevoli che dall’incontro di miti e riti sorgono nuove religioni oppure grandi o piccole narrazioni totalizzanti. Ecco, qui, cosa è ritenuto sacro, quali sono le nuove forme di sacralità?

Hai ragione: il “Sabato del fuoco”, ma anche la festa degli “Oscar del Visconti” (lo spettacolo in cui il ‘Liceo bene’ che ha frequentato l’Estraneo si autocelebra) e il pellegrinaggio per Luciano Liboni (simbolo di un’opposizione allo Stato decisamente politica ma slegata da qualsiasi discorso partitico) sono momenti rituali che hanno a che fare con il sacro. Il fatto è che la mancanza del riferimento religioso (gli oratori che si svuotano, la perdita di autorevolezza della Chiesa cattolica nella percezione comune, etc.) è dolorosa, e il bisogno di sacro mi pare fortissimo, soprattutto laddove gli strumenti culturali sono meno diffusi.

 

Per tutto il tempo, l’Estraneo, arrivato in una periferia estrema, con l’unico fine di addentrasi nella vita di un quartiere e trovare un proprio specifico irripetibile posto nel mondo, ci comunica che oltre a questo, il suo progetto di vita è quello di andare all’università e frequentare il dipartimento di Storia dell’Arte. A me sembra una contraddizione, e forse è così proprio perché il personaggio in sé è irrisolto e contraddittorio: nel momento in cui inizia a piantare le radici in periferia qualcosa dentro di lui lo spinge a tornare all’università, e quindi irrimediabilmente al centro, non solo della città, ma anche della conoscenza. Anche questo fa parte delle continue oscillazioni che compongono la vita del protagonista?

Le premesse che hai posto, in verità, ti ingannano. La decisione di iscriversi all’università, intanto, precede quella di trasferirsi. Soprattutto, andare nel Quartiere non è solo un trovare il proprio posto nel mondo, ma anche un costruire sé stesso. E una passione come quella per la Storia dell’Arte è un mattone, per uno che si sente inetto e cerca qualcosa di solido da mettersi attorno. Poi, certo: il personaggio dell’Estraneo è tutto una contraddizione, nel senso di quella frase di Walt Whitman: «Certo che mi contraddico! Sono vasto, contengo moltitudini». L’incertezza intorno al sé, l’esigenza di trovarsi un posto, lo fanno oscillare di continuo.

 

Quasi tutti i personaggi che compongono il romanzo si dicono di destra, o pensano al modo della destra, o fanno e dicono cose di destra: anche il protagonista non sfugge a questo imperativo categorico. A un certo punto dice: Tre mesi dopo il trasloco nel Quartiere, posso dire con forza che buttarmi, invece di restare paralizzato a valutare le possibilità, mi ha migliorato il rapporto con il mondo e l’umore e l’autostima. Cos’è tutto questo, se non Futurismo? È così, anche se prendendola da lontano?

La passione del protagonista per il Futurismo ha a che fare con la sua tensione verso l’azione – lui che è stanco di guardare gli altri agire. Il Quartiere è culturalmente di destra, anche se le celtiche che lo tappezzano rappresentano un segno grafico cui aggrapparsi molto più che una consapevolezza politica. Ultimamente mi è capitato di spiegare come le periferie romane piccolo-borghesi non riescano a canalizzare in una direzione strettamente politica le proprie sensibilità all’intolleranza e al populismo. A conti fatti, insomma, un vero riferimento politico, anche quello, manca. A monte di questa considerazione, ci sono le colpe della Sinistra italiana, che ha dilapidato decenni di lavoro fatto dal Pci in questo senso.

 

Questo romanzo, in un’epoca che ha messo alle corde il postmoderno, ha un che di moderno, di novecentesco, soprattutto nell’immaginario che emana, nelle parole d’ordine che adotta: ci sono i borghesi, i piccolo-borghesi, i fascisti. Il mondo intorno è sostanzialmente cambiato, tu in molte pagine del libro ne dai conferma, eppure questi vecchi relitti di un mondo passato tornano a galla come fantasmi mai svaniti. È questa una caratteristica di Roma? Non riuscire a cancellare il coro di fantasmi che agita le sue fondamenta?

Per me sono categorie ancora buone, quelle, non relitti; d’altronde il mio immaginario è più moderno, novecentesco, che postmoderno. Poi, certo che il mondo intorno è cambiato, ma se questo libro discende da qualcosa e si pone criticamente rispetto a qualcosa, è col Novecento molto più che col Postmoderno. Se questo rapporto col passato abbia a Roma un peso particolare, non mi sento di dirlo.

 

A un certo punto del romanzo, scrivi: “Nuova vita” deve significare anche affrontare le cose, scenderci in profondità – sporcarsi le mani e la faccia, se bisogna. Suona come un’argentina dichiarazione di poetica, no? Quanto lavoro di documentazione e quanta ricerca sul campo c’è dietro la stesura di questa opera prima?

Secondo me devi metterti in gioco, per poterti prendere la responsabilità di scrivere. Devi andare nei posti, metterci il tuo tempo, conoscere a fondo certi ambienti e certe dinamiche, sporcarti le mani con la materia che vuoi raccontare. Se vuoi è una dichiarazione di poetica, sì. Io non ho fatto niente di straordinario perché bazzico certi quartieri da anni, in periferia ho rapporti e ricordi che mi sono cari, insomma non c’è stato un lavoro di documentazione in funzione del romanzo, ma piuttosto ho messo insieme spunti eccetera raccolti nel tempo.

 

Tu prima d’ora sei stato uno scrittore di racconti, la cosa si vede soprattutto in alcuni capitoli autosufficienti che aprono in medias res e chiudono in sospeso, a mio avviso i più efficaci del romanzo: quanto hai dovuto lavorare su te stesso, sulla tua tecnica di scrittura, per arrivare a ideare e dare compiutezza a un romanzo?

La struttura era in effetti l’aspetto che mi preoccupava di più, perché mi trovavo a fare appunto un lavoro diverso da quello cui ero abituato. Ma poi sempre di tecnica stiamo parlando, e come ogni tecnica si può imparare. Di certo, la linearità della narrazione mi ha aiutato non poco.

 

Il libro riporta la partitura di una strana lingua: alta e bassa, preziosa e quotidiana, letteraria e dialettale. L’intreccio è così composito che non sempre riesce: ricorrono imperfezioni, in qualche caso stride – alcune volte immagino sia voluto, proprio per rendere coerente anche la lingua alle continue oscillazioni del protagonista – ma quando va a segno ha una sua segreta musicalità. Ricopio un brano particolarmente lirico, per fare sentire la grana delle voce: Da qui posso immaginarli soltanto, oltre, i fossi limacciosi della marrana, e m’introgolo di fantasie sulle sfumature di verde che la tingeranno e sulla densità del liquame che ci scorrerà a bigonce sotto l’orgia degli insetti di palude. Quanto lavoro c’è dietro questa lingua? Quanto ti ha tenuto occupato? Dove ritieni sia venuta meglio?

Per me la lingua è la prima cosa, l’aspetto su cui mi concentro di più, sia da autore che da lettore. Una prima persona come questa del romanzo, con una storia personale così mista, mi dava la possibilità di giocare di continuo – su quella partitura che dici – combinando alto e basso, per ottenere l’attrito che individui e far leva anche su quello per testimoniare il disorientamento del personaggio. Non mi sento di trovarli io, i momenti linguistici più riusciti. Il brano che citi è in assoluto il più lirico del romanzo, il picco oltre il quale non sono andato; specularmente, ci sono passaggi che scadono in un registro molto più basso di quello cui la voce narrante ci abitua. Intorno, c’è la forte presenza del “romanaccio” (quello che si parla oggi in periferia: un italiano sporco ormai lontano dal dialetto romanesco) che circonda la vita del protagonista nel Quartiere.

una poesia di Rosaria Lo Russo

12

per i terremotati dell’Emilia

Le cose di casa sono trappole di dolore.

Giustizia per Aldro

1

Un appello:

Il 21 giugno 2012 la Cassazione si è espressa in modo definitivo sul caso di Federico Aldrovandi, il diciottenne ucciso durante un controllo di Polizia all’alba del 25 settembre del 2005 a Ferrara. La Corte ha confermato la condanna dei quattro poliziotti per eccesso colposo in omicidio colposo riprendendo così le sentenze di primo e secondo grado.

Alla luce della sentenza, chiediamo:

– che i quattro poliziotti, condannati ora in via definitiva, vengano estromessi dalla Polizia di Stato, poiché evidentemente non in possesso dell’equilibrio e della particolare perizia necessari per fare parte di questo corpo;
– che venga stabilito in maniera inequivocabile che le persone condannate in via definitiva, anche per pene inferiori ai 4 anni, siano allontanate dalle Forze dell’Ordine, modificando ove necessario le leggi e i regolamenti attualmente in vigore;
– che siano stabilite, per legge, modalità di riconoscimento certe degli appartenenti alle Forze dell’Ordine, con un numero identificativo sulla divisa e sui caschi o con qualsivoglia altra modalità adeguata allo scopo;
– che venga riconosciuto anche in Italia il reato di tortura – così come definita universalmente e identificata dalle Nazioni Unite in termini di diritto internazionale – applicando la Convenzione delle Nazioni Unite del 1984 contro la tortura e le altre pene o trattamenti inumani, crudeli o degradanti, ratificata dall’Italia nel 1988.

Primi firmatari:

Patrizia Moretti
Lino Aldrovandi
Stefano Aldrovandi
Comitato Verità per Aldro

Qui il sito dove aderire.

La sfida infinita: l’opera di Nobuyuki Fukumoto

1
Nobuyuki Fukumoto
Nobuyuki Fukumoto

di Gualtiero Bertoldi

Introduzione

Nobuyuki Fukumoto
Nobuyuki Fukumoto

L’autore di manga Nobuyuki Fukumoto nasce nella prefettura di Kanagawa (Giappone centrale) nel 1958 e vede pubblicare alcune sue opere già all’inizio degli anni ‘80. I primi manga di Fukumoto sono a tema sportivo e sentimentale, ma non ottengono un particolare riscontro né di pubblico né di critica, tanto che nel 1988 l’autore si trova costretto, in parte per caso e in parte per necessità, a creare una storia basata sul mahjong per la rivista Kindai Mahjong, un bisettimanale dedicato al gioco d’azzardo e in particolar modo al gioco del mahjong. Questo periodico è una delle tante riviste tematiche a fumetti pubblicate in Giappone: attivo fin dai primi anni ’70, Kindai Mahjong tratta esclusivamente manga dedicati al gioco d’azzardo, un genere che coniuga la tradizione dei manga sportivi e la nuova ventata estetico-artistica portata dal movimento Gekiga negli anni ‘60. Pur non trattandosi di una rivista dai grandissimi numeri, Kindai Mahjong conta comunque su dei discreti volumi di vendita (la tiratura di un singolo numero è mediamente sulle 180.000 – 200.000 copie) e una storia editoriale di una certa importanza, tanto da configurarsi come un passaggio fondamentale per la carriera di Fukumoto, il quale accetta l’apparente limitazione di una storia di genere così definito e ristretto pur di essere pubblicato dalla rivista in questione.

Materiali per la resa

6

Su Resistere non serve a niente di Walter Siti

Ne ho letto un terzo, sinora. Però mi basta per condividere che è un libro importante: per misurare dove va la letteratura e calarci dentro le pieghe e le piaghe più critiche del nostro tempo. Così ho deciso di offrire alcuni materiali pubblicati su altre riviste. La disanima di Andrea Cortellessa, un testo che si prende tutto lo spazio per articolarsi come discorso, sofferto e esplicito, di critica politica. Le riflessioni dello stesso Walter Siti.
A questo si aggiunge la recensione di Marilena Renda pubblicata proprio qui. Ma i cantieri sono aperti alle vostre segnalazioni e, ovviamente, ai vostri commenti. hj

Futile

di Andrea Cortellessa

Please allow me to introduce myself
I’m a man of wealth and taste

Pleased to meet you
Hope you guessed my name,
But what’s puzzling you
Is the nature of my game

Rolling Stones, Sympathy for the Devil

Certo non inventava niente Walter Siti nel teorizzare, e ampiamente praticare, un “io sperimentale” quale narratore, punto di vista focalizzante e protagonista indiscusso dei suoi primi romanzi. Si ricorderà come già Italo Svevo, a proposito del suo Zeno, scrivesse a un ammirato Montale: “pensi ch’è un’autobiografia e non la mia”. Ma, se si avvicina al vero quanto sostiene (esagerando) il Daniele Giglioli di Senza trauma (Quodlibet 2011) – che proprio quella che è invalso definire autofiction, insieme al noir “politico”, sia il genere egemone della narrativa italiana degli ultimi anni – ciò si deve principalmente a lui. All’esemplarità cioè che – presso i narratori più giovani, unico termometro fededegno d’autorevolezza quando i media guardano solo alle classifiche di vendita – s’è conquistato Siti, non tanto con l’esordiale e straripante Scuola di nudo (Einaudi 1994), quanto con la serie in apparenza compatta costituita da Troppi paradisi (ivi 2005), Il contagio (Mondadori 2008) e Autopsia dell’ossessione (ivi 2010; opere, in realtà, fra loro assai diverse e per certi versi l’una in polemica con l’altra; è vero infatti quanto gli viene rimproverato – che Siti scrive tanto, forse troppo – ma altrettanto vero è che gli addendi di questa serie tutt’altro che seriali risultano a una lettura ravvicinata). (continua a leggere qui)

Le maschere del presente

di Walter Siti (a cura di Goffredo Fofi)

C’era una volta Balzac
Il libro di Trollope The way we live now (La vita oggi, pubblicato qualche anno fa da Sellerio) è quello che mi ha colpito di più tra quelli che ho letto sull’argomento che ho voluto affrontare in Resistere non serve a niente (Rizzoli). È una specie di prosecuzione di Melmoth il consigliere di Balzac, che parla della borsa. Il protagonista si chiama Melmoth, è un operatore di borsa che vende azioni di una ferrovia messicana di cui non è stato posato nemmeno un binario. È la storia della carriera di Melmoth nella City di Londra, fino al suo ingresso nel comitato direttivo della City stessa, quando la vicenda esplode e finisce nel disastro.

Mi ha molto impressionato, insieme a un altro libro di Balzac che ho letto mentre stavo preparando il mio libro, La maison Nucingen, la storia bellissima di questo tizio che vende l’anima alla borsa, ma questa anima si svaluta col tempo e l’ultimo che la compra muore carbonizzato davanti a una chiesa nell’indifferenza di tutti. Geniale! è così che sono arrivato a Trollope. (continua qui)

Per l’abolizione della rassegna radiofonica dei giornali

9

di Giacomo Sartori

Quando sono in Italia la mattina ascolto la rassegna radiofonica dei quotidiani. Addentando una mela autoctona mi lascio ipnotizzare come moltissime altri italiani dalle frasi monocordi del giornalista di turno che compita il tal articolo del tal giornale. In genere lentamente, come chi non è abituato a leggere in pubblico, e si sforza con più o meno successo di avere una dizione chiara. Come è noto i giornali italiani parlano moltissimo dei politici italiani, anche quelli che non vota quasi nessuno, o che ne hanno combinate di cotte e di crude, quindi nella rassegna stampa è molto questione di dichiarazioni e di ruttini giornalieri di politici italiani. Il giornalista legge le frasi dei colleghi giornalisti che a loro volta citano le frasi e i ruttini quotidiani di politici più o meno presentabili. A tratti la sua respirazione tradisce la riprovazione, l’incredulità, a tratti l’encomio, ma prevale pur sempre il passo rassicurante dell’oggettività, del rispetto per il pluralismo giornalistico. Per scrupolo di pluralismo vengono spulciati anche i deliranti quotidiani finanziati dai partiti politici che non legge proprio nessuno, a parte appunto i giornalisti delle rassegne stampa. I brevi commenti che intramezzano la lettura monocorde sono in genere ponderati, empatici con la grave situazione del paese, pieni di giornalistico buon senso: buon senso di destra se il giornalista lavora in un giornale di destra, buon senso di sinistra se il suo giornale è di sinistra. Nel complesso sorge la netta impressione che i politici cialtroni abbiano gioco facilissimo proprio perché ci sono dei giornalisti che propalano in modo acritico le loro cialtronerie. E nello stesso tempo si ha la riprova di non contare nulla, di essere ineluttabilmente tagliati fuori dal gioco. Io certe volte vorrei spegnere la radio, ma sono avvinto da quella interminabile spirale di autoreferenzialità giornalistica al servizio della cosiddetta politica, come suppongo avvenga a tanti altri italiani. Dopo qualche minuto di pausa, sempre con l’identica pubblicità per un autoctono programma informatico, cominciano le telefonate degli ascoltatori. Finalmente qualcuno che non è giornalista!, mi dico, avvitando la macchinetta del caffè. Con i loro autoctoni accenti regionali la maggior parte degli ascoltatori commentano però anche loro le frasi dei giornalisti commentanti le frasi dei politici, o più spesso tirano fuori ciascuno la propria idea fissa, la propria personale soluzione ai deprimenti malanni del paese. Si vede che hanno le idee un po’ confuse, ma sono pur sempre convinti di avere la soluzione in tasca. Spesso hanno la tendenza a dilungarsi un po’ troppo, e allora il giornalista della rassegna li invita gentilmente ma fermamente a venire al sodo, a formulare la domanda. Il più delle volte il giornalista non sa poi tanto bene come rispondere alla famigerata domanda, ma mette pur sempre lì frasi pregne di giornalistico buon senso di destra o di sinistra. Non si può sapere se l’ascoltatore è pago della risposta, perché la sua voce nel frattempo è stata tagliata, tagliata per sempre. Qualche volta spengo la radio, perché devo uscire, e ne provo sollievo. Poi però in macchina la riaccendo, perché in fondo sono affezionato a quelle voci escluse dal gioco con i loro autoctoni accenti regionali, e io stesso nella mia testa mi invento delle zoppicanti soluzioni ai deprimenti malanni del paese. Un giorno potrei chiamare anch’io, mi dico.

(questo articolo è stato pubblicato sul bimestrale italo-francese “FOCUS IN“, n° 15, mai – juin 2012)

Cronache di Mesagne

12
Il convento dei Cappuccini a Mesagne, sede del'ISBEM

di Antonio Sparzani

Ulivi e ulivi e ulivi senza fine corrono sul finestrino del treno che mi porta via da Mesagne e da Brindisi. Sole e ancora sole, benefico e implacabile, che ci schiaccia un po’ tutti verso il basso. Finita è la terza festa indiana, tenuta all’ISBEM di Mesagne e ricca, se non di sterminate masse partecipanti, di contributi di grande livello,

Date

22

Di Andrea Inglese

.

Le stagioni quando arrivano, sicure
del loro rinnovato perdurare,
hanno come un potere, sommuovono,
da un fondo oscuro, come se dentro,
nel nostro fragile componimento
di sonni e veglie, ci fosse una risorsa
che l’economia non controlla, senza dati
e prelievi, senza ragioni condivise.

Polemiche letterarie

19

Mercoledì 4 Luglio 2012, ore 21.00

Libreria Popolare, via Tadino 18, Milano

Daniele Giglioli, Paolo Giovannetti, Antonio Loreto e Paolo Zublena

presentano:

Polemiche Letterarie. Dai Novissimi ai lit-blog

(Carocci, 2012)

di Gilda Policastro

il novantesimo minuto (senza recupero) di Antonio Rezza

7

Oggi su Il Venerdì di Repubblica Gianni Mura ha scritto una bella recensione, il campionato di calcio degli scrittori italiani dedicata al libro curato da Carlo D’Amicis per Manni Editori, C’è un grande prato verde , 40 scrittori raccontano il campionato di calcio 2011-2012. Ho chiesto alla splendida, nel senso di solare, Agnese Manni di pubblicare su Nazione Indiana l’anteprima del racconto di Antonio Rezza. Per tre ragioni. La prima è perché Rezza in napoletano significa Rete. La seconda perché è davvero un racconto bello tosto. La terza è perché con Orsola amiamo molto l’artista, ma questo è un altro discorso. Effeffe


La trentaduesima giornata
di
Antonio Rezza
Aprile, ennesima giornata infrasettimanale di calcio. Il controllo sociale è ormai completo, si spostano negli stadi problemi che fuori sarebbero pericolosi per la viabilità, per la vita civile. Lo stadio finisce per essere un contenitore di gente illusa, frustrata, violenta, falsamente politica, strumentalizzata e superficiale. La protesta nei confronti dello stato si camuffa in passione incondizionata. Chi urla il nome della propria squadra urla la sua disperazione, l’insoddisfazione di uomo represso a sua insaputa. Le città si muovono in attesa dell’evento, le sciarpe al collo dei tifosi sono il cappio del condannato. Impiccati a una passione fasulla si suicidano nel giorno del Signore. Che non li ha mai creati a sua immagine e somiglianza: Dio non ha bandiera, Dio, non esistendo, ha permesso all’uomo di scivolare nell’oblio. Dio non è mai stato dalla parte dell’uomo. Dio non tiferebbe mai per esseri inferiori.

Chievo-Milan
Inter-Siena
Fiorentina-Palermo
Parma-Novara
Napoli-Atalanta
Catania-Lecce
Roma-Udinese
Juventus-Lazio
Genoa-Cesena
Bologna-Cagliari

Iniziano le partite, guardo gli spalti gremiti di gente che si esalta per le imprese altrui. Sui volti di chi tifa con la gola squarciata da un amore assurdo scorre la sofferenza di non essere altrove, l’impossibilità di fuggire dalla gloria riflessa, di non poter correre per dimenticare.
Ognuno vorrebbe essere l’oggetto del suo desiderio, ma l’amore del tifo è dimesso come quello dell’uomo. E in più va pagato. Istigazione alla prostituzione in luogo pubblico, ecco l’idea che ho di chi paga. Si ama senza toccare, si ama con gli occhi velati da una malinconia antica. Si ama con gli occhi così poco accecati. Chi non vede tifa in un altro modo, chi ha perso la vista tifa per sentito dire, chi sente dire, se non sentisse, potrebbe evitare di fare da bastone a chi non vede. Chi ha perso la vista tifa come chi ha perso la parola. Emozioni mozze nella gola di chi non parla e negli occhi di chi non vede. Il tifo ideale: nella sciagura di due uomini senza sensi, l’individualismo trionfa involontario: uno non vede le partite e l’altro non le può raccontare. Ecco cosa sarebbe il tifo superiore, quello nobilitato dalla sventura che rende finalmente l’uomo padrone del suo io incompleto, difettoso, anomalo ma diverso da tutti quelli che usano la vista e la bocca come succursali di un culo ormai affittato all’abominio. Chi gioca deve sperare nella buona salute di chi guarda. Chi gioca tifa la sana e robusta costituzione di chi vede. Un pubblico di ammalati non sarebbe così caloroso, lo spettatore deve scoppiare di salute, gli ammalati non sono graditi poiché la sofferenza li rende sovversivi, hanno il dolore a farli inaffidabili. Ma è chi sta bene che sprofonda nel malessere. Ci si riempie gli occhi di poco e si parla di nulla per un’intera settimana. Forse gli spalti rappresentano l’unico momento di libertà di questo gregge prezzolato che affonda nelle paludi della propria inefficacia. Immagino partite cui assistono solo ciechi e sordi, con sensazioni fuori sincronia perché il cieco non vede l’azione e il sordo può gioire solo con vocali strozzate che fanno però da aiuto al cieco che quando sente il grido soffocato del sordo uscire dalla gola gioisce senza verifica. Una gioia condizionata. Vedendo giovani e vecchi con lo sguardo perso di chi dimentica la propria sconfitta provo grande disgusto verso una massa troppo forme, che ha scelto di non ribellarsi al bavaglio spalmato di miele. La ribellione è solo nell’handicap, solo nella sottrazione di pezzi a questo corpo che conduce sugli spalti a morire lentamente. Deportazioni in pieno stile. Deportazioni moderne, con il sorriso a sostituire l’orrore. Ma per questo l’inquietudine è sovrana: vedere la felicità di chi a poco a poco sta perdendo il libero arbitrio mi sembra un crimine contro l’umanità. Ma c’è la falsa credenza che chi ride è contento, che chi ride ha libertà di scelta. Chi non cammina, chi non vede, chi non sente, ha un modo più civile di gioire, non per virtù ma perché costretto a essere infelice. Nell’infelicità una possibilità di salvezza. Nell’handicap la certezza di sfuggire ai meccanismi del consumo. Intanto mentre una squadra segna vedo occhi drogati di niente morire su facce assopite, segnate da una vita esteriore. Si assomigliano tutti questi neo mentecatti, tollerati dalla società civile perché in grado di produrre profitto, di foraggiare le casse di chi paga il gioco infame. E nelle case lo sterminio continua sul divano, famiglie intere sedute tra odori di cucina e puzza di fumo a gioire per una nuova e duratura debacle. Divani affossati dall’assenza di interessi superiori. Case dove per tutta la settimana si è parlato dei culi dei figli da pulire, case involgarite da problemi familiari vengono ora mortificate dal tifo collettivo, a gestione patriarcale, da un padre che si fa dolce di fronte alla sua squadra che mantiene il risultato. Sguardi segnati da una vita di apparenza e di spensieratezza coatta somministrata a dosi sempre più massicce. Ma non è tanto la gioia che rende stupido il tifoso, la gioia è superficie pura, non scava mai nel profondo, si limita allo stretto necessario, è un sentimento falso perché si regge sulle piccole cose. Non è la gioia per un gol segnato che rende il tifoso miserabile. È la sofferenza per un gol subito che lo fa apparire senza dignità, privo di difese, verme tra i vermi a decomporre le intenzioni. Nella gioia spesso sembriamo tutti uguali, ma è nel pianto e nel dolore che emerge l’arroganza: chi soffre crede sempre di essere dalla parte della ragione. Insomma che la Juve e il Milan lottino per un tricolore origine tra l’altro di un’infermità sociale, non mi interessa proprio. E allora concepisco il pubblico ideale, quello che renderebbe disabile chi corre: un pubblico di affamati, di profughi, di non vedenti, di sordi, di muti, di non deambulanti, di battuti, di ingannati, di poveri, di moribondi. Ecco il pubblico ideale e che sia la sciagura collettiva a nobilitare questa massa che affolla stadi enormi, che riempie divani tristi come la vita, che procede domestica come un cane addestrato. Divani con così poca infelicità, senza una tragedia a nobilitare il velluto consunto da anni di militanza forzata.
Questi i risultati:

Chievo-Milan 0-1
Inter-Siena 2-1
Fiorentina-Palermo 0-0
Parma-Novara 2-0
Napoli-Atalanta 1-3
Catania-Lecce 1-2
Roma-Udinese 3-1
Juventus-Lazio 2-1
Genoa-Cesena 1-1
Bologna-Cagliari 1-0

E questo è il risultato, un popolo senza identità, costretto a cercare la felicità nelle gesta di chi neanche lo vede. Un popolo coglione col sorriso sulle labbra. O con la lacrima che scorre. Mentre scorre la vita di ognuno senza che ognuno abbia veramente mai tifato per se stesso.

Quarta di copertina
C’è un grande prato verde
40 scrittori raccontano il campionato di calcio 2011-2012

Il campionato di calcio è un appassionante romanzo.
E allora perché non scriverlo? Perché non trattare Ibrahimovic, Pirlo e gli altri eroi del pallone come personaggi di una fiction a puntate?
Questa la sfida raccolta da 40 scrittori (tanti quanti sono i turni della serie A, con l’aggiunta della prima giornata di sciopero, e con una coppia), che in questa antologia raccontano, domenica dopo domenica, davanti alla tv o su un seggiolino dello stadio, l’edizione 2011-2012 del rito più amato dagli italiani.
Un rito fatto di gol strepitosi e di eccezionali parate, ma anche di radioline accese, pomeriggi in poltrona, chiacchiere da bar: un libro, quindi, che nel ricostruire l’andamento del campionato attualmente in corso, descrive il rapporto – abitudinario e avventuroso al tempo stesso – che ogni italiano, tifoso o no, intrattiene con il grande circo del pallone.