di Vanni Santoni e Gregorio Magini, a nome di SIC

Caro Giuseppe,
abbiamo letto con interesse la tua “lettera aperta” sulla scrittura collettiva. Per quanto ti rivolgessi a Vanni, il tuo discorso chiama in causa la SIC, ed è per questo che il presente post è firmato da entrambi i fondatori. Per mantenere il dibattito sul tono aperto e personale su cui l’hai avviato, abbiamo tuttavia deciso di risponderti separatamente.
Vanni – Fin dalla primissima comparsa della SIC, abbiamo dovuto confrontarci con commenti del tipo “ahhh, il romanticismo schiacciato dalla fredda macchina”. Ad essi abbiamo in genere risposto spiegando che anche il processo di creazione di un romanzo individuale è più simile al lavoro di un artigiano che fa le notti in opificio tagliandosi le mani, che allo sbocciare di un fiore, ma è chiaro che la questione è più complessa, e riguarda la funzione autoriale. Sul tema, e dunque su come tale funzione si declini in un’opera scritta col metodo SIC, abbiamo scritto un saggio, intitolato Solve et coagula – la funzione autoriale nell’era della sua riproducibilità telematica: crediamo sappia tuttora affrontare la faccenda in modo esaustivo. Nel momento poi in cui si parla di funzione autoriale, è evidente che stiamo parlando anche di responsabilità dell’autore, questione della quale abbiamo parlato in questa intervista su Bibliocartina, che sarà utile ai lettori anche per inquadrare meglio alcuni aspetti operativi che stanno dietro alla stesura di In territorio nemico.
Detto questo, è chiaro che la tua riflessione sta un passo più avanti rispetto a quello dei sostenitori a priori della scrittura solitaria, dal momento che non chiedi “dov’è il romanticismo?”, bensì “dov’è la letteratura?”. Credo che a questo punto sia l’opera a essere chiamata a dare una risposta (e auspichiamo che sia in grado di darla); al di là di ciò, non si può dimenticare che con il metodo SIC abbiamo creato un modo del tutto nuovo per giungere a un romanzo. Già gli si chiede di essere letteratura? Chiaro che ci proviamo, ma per cominciare ci siamo dati come obiettivo minimo quello di fare buona narrativa, a cominciare dal genere scelto, che può essere percepito da alcuni come meno letterario di altri. Sul perché di un romanzo storico-avventuroso, abbiamo scritto un altro saggio, Affinità Elettive. (Perdona tutti questi link, ma il dibattito intorno alla SIC è oggi a un determinato punto di evoluzione in virtù del lavoro teorico svolto da noi e da altri in questi anni e il lettore occasionale che vi si volesse avvicinare non può non passare almeno dai suoi snodi principali).
Attenzione poi a quando dici “simile profusione di forze”: è vero che In territorio nemico ha visto 115 autori al lavoro, ed è ben noto quanto impegno ne ha richiesto il coordinamento da parte nostra, ma certo questi 115 non hanno lavorato come se stessero scrivendo 115 romanzi. Molti degli autori di In territorio nemico hanno lavorato solo alcune ore alle loro schede, e tuttavia il loro contributo vive nel libro. Se si sommassero le ore complessive impiegate da ciascuno, si otterrebbe un tempo totale senz’altro superiore a quello che un singolo autore impiega su un singolo romanzo, ma non più del quadruplo o del quintuplo; se anzi si togliesse il tempo aggiuntivo che è venuto dall’agire in condizioni sperimentali, affinando il metodo in corsa – non ci sono state prove generali, né del resto potevano esserci – e con una buona parte di scrittori non professionisti o comunque al debutto su un’opera di una certa portata, si scenderebbe facilmente al triplo o al doppio; in condizioni ottimizzate anche tecnologicamente – per la stesura di In territorio nemico abbiamo infatti usato uno strumento di base come l’e-mail, per tenere basso il livello di alfabetizzazione informatica necessario alla partecipazione – e con uno staff composto interamente da scrittori esperti e abituati a scadenzare le consegne, si sarebbe potuti giungere a un monte-ore non dissimile da quello di un singolo autore che lavora a un romanzo di 320 pagine. Si capisce dunque come ci si trovi di fronte a una divisione di lavoro, non a un accumulo.
Per quanto riguarda invece la questione del “marketing” a cui fai riferimento, è normale che ai giornali piaccia citare i 115 autori nei loro titoli – si tratta del resto di qualcosa mai visto prima – ma la funzione svolta dal numero è effettivamente di setaccio. Non c’è un elemento, un carattere, uno snodo narrativo di In territorio nemico che non venga da scelte che i Compositori hanno fatto su varie possibilità proposte dagli autori, esse a loro volta frutto dell’incrocio delle precedenti. Questo proprio per le caratteristiche del metodo, che porta tutti gli autori a lavorare su tutti gli elementi della trama, e non a scrivere ognuno un pezzetto (sul funzionamento del metodo SIC, rimando al nostro manuale). Tutto lì dentro è un distillato della coscienza collettiva dei partecipanti, e dunque, volendo pensare la scrittura collettiva da parte di un campione abbastanza grande di autori come un credibile carotaggio della società a cui appartengono, anche “la coscienza collettiva”; si potrà poi aprire un dibattito intorno alla capacità della coscienza collettiva di fare scelte di genio, ma intanto abbiamo provato che è in grado di fare scelte di trama, di estetica e di poetica (su come poi i singoli vivano il lavoro “in SIC”, ti rimando a un intervento di Jacopo Galimberti pubblicato proprio qui su Nazione Indiana, a uno di Marco Codebò pubblicato su Finzioni e a uno di Michele Marcon, sempre su Finzioni). Quando abbiamo testato il metodo, una fase durata due anni e mezzo in cui sono stati scritti sei racconti (più due brevissimi nel corso di workshop dal vivo), ciò è sempre avvenuto con gruppi di scrittura con un numero di componenti più ridotto, in genere tra sei e otto: da un punto di vista strettamente pratico, questa è la dimensione ideale; abbiamo deciso di fare un salto di oltre un ordine di grandezza per due ragioni: testare (ancora!) la tenuta del metodo su masse, oltre che su gruppi, come era del resto tra i nostri obiettivi iniziali, e verificare se l’aggiunta di ulteriori autori, al di là delle ovvie complicazioni pratiche, continuasse a portare un valore aggiunto al testo.
Gregorio – Ti rispondo da un punto di vista un po’ più distante di quello di Vanni, perchè l’articolo su La Lettura non l’ho scritto io (c’è il naso dell’uno e dell’altro in tutto quello che scriviamo, ma cerchiamo di non scrivere insieme proprio tutto tutto). Riassumo il senso delle tue considerazioni, per come io le ho intese: “Può darsi che la scrittura collettiva,” mi sembra che tu dica, “sia la terra promessa di una letteratura che annovera l’intelligenza collettiva nella shortlist delle sue utopie. E voi me la presentate come un espediente per riuscire a pubblicare un libro? Mah…” Nel corso del tuo ragionamento, proponi, attraverso il rimando all’OuLiPo, un interessante spunto sulla scrittura collettiva come poetica, di cui mi occuperò più avanti.
Se dell’impresa SIC conoscessi solo quell’articolo, credo che condividerei le tue perplessità. Mi pare infatti che Vanni sia stato troppo timido nel presentare i nostri obiettivi. Ma leggendo tra le righe del suo articolo, e di molti altri testi che abbiamo scritto in questi anni sul tema, mi pare lampante la nostra speranza di aver inventato, o copiato, o scoperto, o un po’ inventato un po’ copiato un po’ scoperto, qualcosa di rivoluzionario. Di aver messo a mare una caravella, essa pure frutto di esperienze molteplici, che può esplorare mondi nuovi. Di aver gettato ponti per unire isole distanti. Di aver dissepolto tesori sommersi. Tutto questo noi speriamo: ma perché non lo diciamo apertamente? Perché ricordiamo la frustrazione di Stephen Dedalus: “Il molo di Kingstown. Sì, un ponte deluso.” Come dire: abbiamo messo a mare un transatlantico, che ha tutta l’aria (l’aura?) di poter fare grandi cose, ma potrebbe anche fare un naufragio titanico al primo viaggio. Per questo siamo timidi: perché neanche noi abbiamo idea di dove ci porterà questa impresa. E del resto, come in tutto ciò che concerne l’arte, giudicare i risultati non spetta a noi. Ci rendiamo conto che una simile inibizione possa far sorgere il timore che “dietro i 115 autori, niente”. Ma immagina la posizione diametralmente opposta: “Abbiamo inventato un metodo di scrittura collettiva che permette di scrivere capolavori a raffica”. La verità, ovviamente, starà da qualche parte in mezzo tra questi due estremi, ma, come ben sai, far emergere tutte le articolazioni di una questione complessa in un articolo di giornale – che peraltro aveva un altro obiettivo, quello di tracciare la storia dell’intero fenomeno della scrittura collettiva – non è facile.
Vengo alla scrittura collettiva come poetica. Dici: “Da parte mia, andando indietro nella storia della letteratura, sebbene con qualche forzatura, ho sempre inteso la scrittura collettiva come un’officina di letteratura potenziale…”. Ecco, questo è un approccio che non ci appartiene affatto. Noi parliamo sempre di metodo, teoria, processi. Questo perché per noi la scrittura collettiva non è un gioco – per quanto serio, per quanto significativo, per quanto produttivo – sulla forma, o sui modi in cui la forma agisce, o non agisce, sui contenuti. Per noi la scrittura collettiva è una tecnica. Rispetto al vocalicidio di La Disparition, agisce su un piano completamente diverso: non quello della scrittura d’arte, ma quello delle tecnologie della scrittura. È vero che la parola “tecnologia” rimanda a universi di senso che sembrano avere poco in comune con la letteratura. Ma se ci pensi bene, noi non facciamo qualcosa di molto diverso dalla maestra che dice: “Prendi la penna, disegna le parole, segui le righe…” Solo che lo facciamo in modo più complicato, con schede da compilare e turni da seguire e manuali ed email e archivi online, perché si vuole realizzare opere d’arte in 115, non un testo qualunque da soli. E tuttavia il modo in cui lo facciamo, io credo, non è neppure così complicato, se nel 1967 a Barbiana dei bambini figli di contadini potevano scrivere: “Noi dunque si fa così,” e spiegare per filo e per segno come scrivevano tutti insieme sotto la guida del maestro, utilizzando un metodo di scrittura collettiva che non era tanto più rozzo del nostro. E quindi “la letteratura?”. Quella, se c’è, sarà dentro In territorio nemico. E se sarà da qualche parte, non sarà nel metodo SIC o nell’editore di primo piano, ma nelle poetiche e nelle parole che quel libro avrà espresso.













