
da Il morbo di Rameau: la nascità della critica musicale
IL MULINO 1989, pag. 257
Les Indes galantes Parigi, Opéra [ 23 agosto 1735 ]
di Jean-Philippe Rameau [1683-1764 ]
PROLOGO
⇨ Fondazione Giorgio Cini in lutto per la morte di Giovanni Morelli

Les Indes galantes Parigi, Opéra [ 23 agosto 1735 ]
di Jean-Philippe Rameau [1683-1764 ]
PROLOGO
⇨ Fondazione Giorgio Cini in lutto per la morte di Giovanni Morelli
[Con questo articolo, apparso sul numero 11 (luglio 2011) di “alfabeta2”, s’inaugura sul sito omonimo la rubrica “Confluenze” (diversi interventi su o a partire da un medesimo libro). Tema: la poesia francese contemporanea, ma non solo. Per iniziare, una sitografia ampia, che possa mettere in contatto il lettore con un campione notevole di testi già tradotti dal francese in italiano e disponibili sul web, e un intervento di Gherardo Bortolotti sui rapporti tra la pratica di GAMMM, blog letterario di ricerca, e il concetto di Weltlireratur.]
di Andrea Inglese e Andrea Raos
[Su Nuovi poeti francesi, a cura di Fabio Scotto, traduzioni di Fabio Scotto e Fabio Pusterla, Torino, Einaudi, 2011, pp. 311, 16 euro.]
Un’antologia di poesia francese contemporanea era molto attesa in Italia, per diversi motivi. Innanzitutto, una scarsa conoscenza da parte anche del pubblico specializzato della poesia francese contemporanea al di là dei pochi nomi che in Italia, per motivi non sempre facilmente comprensibili, hanno riscosso una perdurante popolarità critica ed editoriale. (Tra il 2004 e il 2005, la rivista Po&sie fece uscire due numeri dedicati alla poesia italiana. Uno di essi includeva un questionario sulla poesia francese proposto a un certo numero di poeti italiani. I nomi che ritornavano più spesso erano Char, Michaux, Ponge, Bonnefoy, Jaccottet. Ciò indicava una ricezione della poesia francese perlomeno fossilizzata.)
La vita è inferno all’infelice
Eravamo là dove il Piave
s’unisce con il Boite
Così erto e arido
era il cammino
che tornammo animali
Mani e piedi nella terra
che le unghie scarnite
sfarina e slaida
L’amor di noi nascosto
Da fili spinati irti
di barbe lanose
era infante nell’acqua ghiaccia
di Giacomo Sartori
Il mio ultimo romanzo è andato benissimo: nessuno l’ha comprato, nessuno l’ha recensito, nessuno ne ha parlato. Nessuno mi ha invitato a discuterne da qualche parte, nessuno mi ha cooptato a un qualche festival letterario. Nemmeno a uno piccoletto, in uno di quei villaggi abbioccati dove gli scrittori locali inscenano scialbe ruotine di provincia (anche ai festival preclari gli scrittori fanno la ruota, ma è una ruota celebre e rifulgente), nemmeno quando il tema prescelto era giustappunto quello del romanzo. A me piace fare le cose bene, adoro la purezza. Prima purtroppo qualche derelitto dei miei romanzi ne parlava (nelle catacombe dei blog, su qualche confidenziale periodico cartaceo), il che un po’ mi rattristava. Adesso invece ho fatto enormi progressi: finalmente attorno ai miei testi il silenzio è puro e grandioso. Le cose vanno fatte bene: ci vuole un’inossidabile professionalità, molta dedizione. E naturalmente tanto talento, perché senza quello non si fa nulla. Prima di tutto bisogna saper scegliere il momento. Se per esempio sulle pagine cosiddette culturali dei quotidiani frotte di boriosi critici deprecano la marea di noir che converge sui banchi dei librai, quello è il momento ottimale per mettere in cantiere un noir.
[ da NUOVOMONDO di Emanuele Crialese]
di Orsola Puecher
Questa è la terra di latte e miele,
che gli animali nascon senza fele,
un fiume di tal sorta qui si trova,
sei hore acqua scorre, poi se ne renova,
quattro fiate si muta alla giornata,
in dolce vin e in latte e poi gioncata.
SINNERMAN [ traditional spiritual ]
Nina Simone [ 1933 – 2003 ] live 1965
Oh sinnerman where you gunna run to
Sinnerman where you gunna run to
Where you gunna run to
All on that day

Un luogo perduto
di
Beniamino Servino
È chiamata piazza. Piazza Carlo III. Piazza? Ma se dentro c’entra tutta una piccola città! Isernia, per esempio, 20 mila abitanti, ci sta tutta. Ma non i volumi, tutta la città con le strade le piazze la villa comunale. Ci siete mai andati? Già, lì ci si va apposta. Non è che la incontri camminado per la città. Ci capiti perché ci vuoi andare. Io ci vado ogni tanto in bicicletta.
Il titolo di queste note è un luogo perduto, ma sarebbe più adatto il luogo della follia.
Oggetto di un intervento di recupero durato anni e costato una cifra che fa rabbrividire tanto è incredibile, restituisce la dimensione della follia anacronistica e ottusa delle sovrintendenze. La vista da google earth [solo così si può scoprire il disegno delle siepi o la geometria dei percorsi] mostra dei ricami da cartigli barocchi che ti fanno sobbalzare! Vuoi vedere, pensi mentre stai su google earth, che quelle bizzoghe e quei frustrati volevano rifare qualche disegno di quel bellillo di Vanvitelli?
Eh sì. Proprio così. Hanno usato le risorse pubbliche per disegnare delle siepi roccocò [che gli si bloccasse in gola a Natale un roccocò!]. Non ci sta una pianta! [Non c’è un albero!] Cosa che se ci capiti [perché ci devi capitare per caso!] sotto il sole là rimani, morto.
Un luogo perduto perché sottratto alla città. E sottraendo sottraendo non resta più niente della città.
di Maria Angela Spitella
La prima volta che ho sentito parlare di Aids avevo quindici anni, lo ricordo ancora come uno schiaffo. Il cuore che si ferma e la paura che si impadronisce di me. Ero al mare, sul Corriere della sera ho letto di questa malattia, ho visto la foto di un malato magro da far paura, con il viso scavato e sofferente. Di morti e di malati non ne avevo visti, ma davanti a quell’articolo mi sono ritrovata a pensare che forse sarebbe potuto accadere anche a me. Ero giovane, ma avevo già avuto i primi rapporti sessuali, e come si leggeva, la malattia si trasmetteva proprio per via sessuale.
La prima cosa che ti viene da pensare quando ti approcci a Hotel a zero stelle è che sia narrativa di viaggio – dice del resto il sottotitolo: “Inferni e paradisi di uno scrittore senza fissa dimora”. Quando poi lo sfogli e sbirci qualche riga qua e là, valuti che possa essere un saggio: noti infatti che parla di scrittori, e in modo piuttosto analitico, tanto che ogni capitolo è introdotto da un piccolo ritratto dell’autore a cui è dedicato (nell’ordine: Parise, Greene, Kerouac, Fitzgerald, Simenon, Wallace, Dick, Landolfi, Melville, Pasolini, Marquez e Orwell, con Burroughs e Kafka “bonus”). In realtà si tratta di qualcos’altro ancora: Hotel a zero stelle è un romanzo, che parla di un tizio che diventa uno scrittore. E lo diventa scoprendo, studiando, affiancando i grandi: facendoci amicizia.
premi qui, fai luce,
non la prima che fu
luce appena che fu detta
e giorno e tenebra la notte
e che finisca il buio
sul perimetro dei muri
e ti sia dato tempo un giorno
in parti marginali della stanza
distingui firmamenti e terre,
il sopra e il sotto i cieli,
separa dai soffitti i pavimenti,
un solo lembo unito
l’altro lato dello spazio
[Nove mesi fa è stata pubblicata una nuova traduzione dell’Iliade. Nessun giornale, nessuna rivista, che io sappia, ha finora reso conto di questa impresa. La sua importanza storica è stata però riconosciuta da Franco Buffoni, che ha assegnato all’opera, in qualità di presidente della giuria, il Premio Marazza. Nel saggio che segue Daniele Ventre lascia aperto il suo laboratorio. DP]
di Daniele Ventre
Cuore, cuore – ti sconvolgono pene intollerabili –
sorgi, opponiti ai nemici, mostra il petto e affrontali,
preparandoti allo scontro, tu nei ranghi sèrrati
saldo. Hai vinto? Non mostrare gioia troppo esplicita.
Sèi sconfitto? Non gettarti dentro casa a gemere:
delle gioie sii felice, delle pene affliggiti,
ma non troppo: intendi quale ritmo regge gli uomini.[1]
Quale ampiezza di senso abbia il rhythmòs nell’arcaismo greco emerge con grande immediatezza da questo famoso frammento di Archiloco. Quello a cui il poeta di Paro allude è ovviamente il ritmo delle vicende umane fra felicità e angosce, fra vittorie personali e sconfitte: un ritmo da gestire nella misura del “non troppo”, secondo il canone apollineo della sapienza delfica. Nel sistema di simboli che costituisce il mito, questo ritmo era in potere delle tre Moire. Platone, che non ha mai pienamente inventato i suoi miti, ma li ha piuttosto adattati al contesto opportuno a partire dalle tradizioni arcaiche[2], le immagina sedute sulle ginocchia della Necessità loro madre, intente a far rotare il fuso dell’universo, tessendo e insieme cantando il presente, il passato e il futuro degli uomini “secondo l’armonia delle Sirene” (Respubl. 617c). Questo tessere-cantare il ritmo e la trama dei destini appaia le Moire alle Muse[3], tre secondo la tradizione più arcaica, testimoniata da Pausania (1, 2, 5; 9, 29, 2) – oltre che alle Sirene, che delle Muse sono “parodia” negativa[4].
di
(traduzione di Francesco Forlani)
Desperados masqués
Desperados marqués
Desperados moqués
Desperados Mickeys
Desperados moquette
Desperados Marquis
Desperados Marcos
Desperados aux couleurs d’autre monde
***
di DaniMat
Goffredo Fofi, Zone grigie, Donzelli Editore, pagine 224
Conosco Goffredo Fofi da non pochi anni.
Del resto chi non lo conosce e non sa la sua mitezza ferma, la sua voce salda nel raccontare quel tempo unico che è la nostra storia attuale? Chi non segue il suo diario critico delle vicende italiane fondamentali nella politica e nella cultura? Bene, ho sempre provato una minima soggezione verso di lui, potrei dire come riflesso della sua integrità intellettuale che è tutt’uno con la sua integrità di persona, ma la verità è che mi sono sempre posta verso di lui come verso un maestro, con atteggiamento a dir poco naturale.
di
Arianna Pavone
Con coraggio si combattono tutte le battaglie: con pazienza e intelligenza si combatte la battaglia più grande. Quella per la libertà d’espressione. Le case editrici fanno uso (ed abusano) del loro potere per demolire e annientare ciò che invece dovrebbero cercare come un cieco cerca la luce: il talento.
Questa è una certezza, nonché dato di fatto. Continuamente, nel nostro Paese, si proclama a gran voce l’esistenza della libertà di espressione: “… Siamo in un Paese democratico in cui il popolo è libero di esprimere le proprie idee ed opinioni…”. Queste affermazioni che vengono accettate come dogmi dal popolo assetato e affamato di qualcosa di diverso, diventano ridondanti e risultano sempre più inutili e “di forma”, ci illudiamo di vivere nella libertà di stampa e accettiamo tutto ciò che ne deriva come verità che appartengono al senso comune.
Fioriscono i tigli, è ora di tornare a Sarajevo. In giugno il loro profumo si espande e, in due-tre giorni, avvolge tutta la città. I tigli in fiore provocano su di noi l’effetto di una droga leggera. Ci addolciscono, ci scuotono l’anima; diventiamo sentimentali, sul viso ci appare quel mezzo sorriso, un’espressione di chi contempla, di chi si ricorda un segreto, qualcosa di bello, di intimo. Ci ridà la voglia di goderci la vita, di darci da fare, di star bene, di trovare gli amici. I tigli, naturalmente, fioriscono ogni anno, eppure quel particolare stato d’animo che ci provocano, ci sorprende ogni volta. Per un paio di giorni ci sentiamo strani, ci esaminiamo. E poi, una mattina apri la finestra e nella stanza irrompe quel profumo che ti fa capire all’istante che cosa sta succedendo.
di Giorgio Ruffolo, da Repubblica, 6 luglio 2011
[Faccio precedere all’articolo di Ruffolo apparso ieri su “la Repubblica”, un brano di Emmanuel Todd tratto da L’illusione economica pubblicato in Francia nel 1999. Nessuno di questi autori predica un anticapitalismo rivoluzionario. Dopo più di un decennio, si ripropone a noi, cittadini comuni, il medesimo quesito: com’è possibile che la classe politica europea, senza grandi divergenze al suo interno, e con il consenso dei media generalisti, perpetri diabolicamente i suoi errori di politica economica? La stessa “Repubblica”, che pubblicava ieri l’intervento di Ruffolo, lo dimenticherà domani nella pagina economica, dove si discuterà con la massima serietà delle valutazioni di Standard & Poor’s sul destino del debito greco. La falsa coscienza può molto, ma qui assistiamo a un’oscillazione schizoide che l’ideologia dominante dovrebbe, per sua vocazione, neutralizzare. A I]
“Il ritorno progressivo all’accecamento degli anni 30, con questa riemergenza delle politiche di diminuzione della spesa pubblica che aggravano il ritardo strutturale del consumo, è un fenomeno stupefacente per chi si interessa alla storia delle idee. Non siamo qui confrontati a uno di quei fenomeni di conservatorismo intellettuale così frequenti nelle università dal Medio Evo in poi. Il pensiero dominante non sta respingendo un’innovazione incerta, ma un sistema esplicativo che era stato accettato e applicato con successo, anche se ovviamente non forniva tutte le risposte a tutte le domande. Con un pensiero economico che regredisce da Keynes verso Say, abbiamo l’equivalente di una scienza fisica che ritorna all’età precopernicana di un Sole che gira intorno alla Terra.” Emmanuel Todd
di Federico Buratti
Uno strano senso di irrealtà, vagamente intuito, forse da sempre, teneva il giovane Lampertico avvinto al divano. Così alle meningi gli montava il solito, insano desiderio, vano come una brocca vuota, il senso – è meglio detto – d’un indefinito desiderare, informe ma protervo, cui nessuna precisa domanda si lega ed al quale, dunque, si è sempre ben lungi dal trovare una risposta purchessia. “Telefonare a qualcuno, anzi no, ricevere una telefonata. Sì, ma da chi? Mangiare, dormire, uscire forse, prendere un treno. Accendo la televisione… finire di leggere il libro, andare in centro, alla mostra di Bertocchi… magari mi levo i pantaloni… che altro? Fumo una sigaretta. Farsi una doccia”. Etc., etc.
Queste ed altre incarnazioni del desiderio il giovane Lampertico andava lambiccando, nessuna finalmente aderendo all’anima lasca che, anzi, tutte le rifiutava noiata. “La morte?” giungeva immancabilmente a chiedersi. “No”, ma non gli veniva fatto mai di trovare la ragione di tale rifiuto e, forse temendo la taccia di vile, protestava il desiderio che cercava esser di quelli da esaudirsi in vita, per quanto irreale quest’ultima gli fosse. “Una donna ? A.? B.?”, ammolliva le labbra in figura di negletta perplessità.
Alla fin fine, come sempre, passata l’ora delle possibilità più ragionevoli, perveniva ad una soluzione da “pari e patta”, che avesse cioè valore di contentare lui e quel demone questuante: “Un miracolo, ecco, che giunga inatteso e alla cui virtù io sia costretto a soggiacere, qualcosa che mi venga a cercare e mi stani, l’effetto di un impulso, di un’azione lontana, che torni a dare realtà a me e a tutta la misera casupola in cui vivo”.
di Maurizio Braucci
Il filosofo francese Henri Lefebvre scriveva già nel 1968 che l’automobile a benzina era un mezzo ormai tecnologicamente superato ma ancora imposto al pubblico per volontà delle potenti lobby dei settori automobilistico e petrolifero. Prova di tale superamento era l’enorme applicazione tecnica sul corpo delle moderne vetture, sempre più veloci, sicure e di bassi consumi, che voleva nascondere la loro povertà tecnologica di strumenti ormai obsoleti. Ogni tecnologia ha dei proprietari, come il caso dei sistemi operativi informatici o degli standard video, e dei gruppi di interesse che traggono profitto economico dalla sua diffusione. Quando una tecnologia, inventata o promossa da un privato, viene adottata da un’autorità, essa diventa una norma e quindi non più affidata alla scelta. Anche la gestione dei rifiuti ha le sue tecnologie, genericamente divise in due: quella industriale, basata su discariche ed inceneritori, e quella ecologica, basata sulla raccolta differenziata, che dal 1997 dovrebbe essere gradualmente favorita per adeguarci alle normative europee.
di Helena Janeczek
Prima di dare il mio contributo minimo alle piazze di Roma o Milano, mi sono trovata turista per caso della protesta a Napoli. ”Pigliamoci un caffè”, suggeriva Maurizio Braucci, “ma poi devo andare a Chiaiano”. Così salivo anch’io sulla sua moto per raggiungere il presidio contro la discarica di turno. Da anni molti napoletani, anche meno legati a una prassi di attivismo, hanno rimodellato la loro agenda quotidiana infilando la partecipazione alle iniziative ambientaliste (ma pure a progetti nelle scuole, nei quartieri e nelle carceri) tra gli impegni privati e di lavoro.