III edizione
Monfalcone: 3-7 giugno
Teatro Comunale – Biblioteca Comunale – Centro di Aggregazione Giovanile
Direzione artistica
Lello Voce
Assistenza alla direzione artistica
Luigi Nacci
Videofondali live
Giacomo Verde
III edizione
Monfalcone: 3-7 giugno
Teatro Comunale – Biblioteca Comunale – Centro di Aggregazione Giovanile
Direzione artistica
Lello Voce
Assistenza alla direzione artistica
Luigi Nacci
Videofondali live
Giacomo Verde
NIE WIEM presenta La Punta della Lingua 2008
Poesia Festival (III edizione)
Ancona 5-8 giugno 2008
Il festival di poesia “La Punta della Lingua” giunge quest’anno alla sua terza edizione, aprendosi a contaminazioni internazionali e con un occhio di riguardo ai giovanissimi. È da loro, ce lo ripetiamo da sempre, che bisogna partire per salvaguardare la consapevolezza dei lettori (e del pubblico) di domani. Da quella fascia d’età in cui, un po’ troppo vorticosamente, calano gli indici di lettura (e di scrittura). E non a caso diamo il via alle danze con il formidabile strumento divulgativo della gara di poesia ad alta voce del poetry slam, figlio meticcio delle tenzoni medievali e dei certamina rinascimentali ma anche del free style dei rappers americani. Momento conclusivo di un ciclo di laboratori di poesia tenuti nelle scuole marchigiane, durante l’anno, sotto il coordinamento di Valerio Cuccaroni, da alcuni dei più promettenti giovani poeti della nostra regione.
Hoch stand der Sanddorn am Strand von Hiddensee
Micha, mein Micha, und alles tat so weh
Die Kaninchen scheu schauten aus dem Bau
so laut entlud sich mein Leid in`s Himmelblau
So böse stapfte mein nackter Fuß den Sand
und schlug ich von meiner Schulter deine Hand
Micha, mein Micha, und alles tat so weh
tu das noch einmal, Micha und ich geh
Via, via, vieni via di qui,
niente più ti lega a questi luoghi,
neanche questi fiori azzurri…
via, via, neanche questo tempo grigio
pieno di musiche
e di uomini che ti sono piaciuti
(Paolo Conte, Via con me, 1981)
Di fiori azzurri ce ne son diversi in natura, ognuno con la sua sfumatura di celeste, d’azzurro, o d’indaco, fino al blu intenso, fino a sfumare nel violetto. Vengono in mente il fiordaliso, (cliccate sul campo qua sopra, fiordalisi e papaveri), il nontiscordardimé (la myosotis alpestris), o altri fiori di prato di cui non so il nome, fino alle ombre blu della genziana e di certi anemoni.
Ma nella mia testa uno dei primi ricordi di mitico fiore azzurro spunta fuori da una poesia che da ragazzetto avevo sentito decine di volte recitare da Arnoldo Foà, in uno di quei quarantacinque giri che allora usavano, di poesie dette da grandi attori: era questa una scelta di poesie di Federico Garcia Lorca,

di Gianni Biondillo
Markus Werner, Zündel se ne va, 2008, Neri Pozza, 158 pag.
Le traduzioni sono capsule del tempo. All’improvviso dal passato, spesso anche lontano, tornano romanzi folgoranti, che descrivono un mondo che crediamo di ricordare alla perfezione, ma che in realtà è sepolto malamente nella nostra memoria fallace.
di Giovanni Fazzini
Adagio, non troppo
La preda erodeva il mio corpo. Acqua evaporava, e combustibili macromolecole si consumavano nel moto di muscoli incandescenti. E l’anima anche si consumava, ritirandosi e spalancando un vuoto accogliente, ergonomico. Lì si accoccolò la preda, si addormentò beata; per sempre al sicuro, dolce ninnananna del cozzar di denti e ruminar di mascelle.
se è luce solo la luce
se è luce solo la luce plebeo il buio mi puniva
e il dovere sembrava vita scuotevo le mani facevo come l’aria
“lo stesso vento”, morivo uguale
a te parlavo nuova, come fosse il caso a dire non c’è vivere
“non è capace, nessuno di noi, neanche a far ombra
a un altro” e cadendo ci rialziamo somigliando a chi
scese al bisogno, alla pena o era fedele al mondo,
“è piccolo il mondo e tu non sai che si nasce grandi,
ci rimpiccioliamo di paura quando il cane abbaia, ci stana
come gli uccelli e una freccia di cartone indica la via del cielo,
come siamo o la tua casa”.
Le poinçonneur des Lilas
di
Serge Gainsbourg
trad. Francesco Forlani
J’suis l’poinçonneur des Lilas
Le gars qu’on croise et qu’on n’ regarde pas
Y a pas d’soleil sous la terre
Drôle de croisière
Pour tuer l’ennui j’ai dans ma veste
Les extraits du Reader Digest
Et dans c’bouquin y a écrit
Que des gars s’la coulent douce à Miami
Pendant c’temps que je fais l’zouave
Au fond d’la cave
Paraît qu’y a pas d’sot métier
Moi j’fais des trous dans des billets
Sono il bigliettaio di Lilas
quello che vedi ma non guardi mai
e non c’è sole sotto terra
Strana crociera
Per fare in fretta e che finisca
Ho un Reader Digest nella tasca
Leggo quel che è scritto con le dita
Di gente che a Miami fa la vita
Io faccio lo schiavo sulla linea
Sotto in cantina
non ci son mestier da inetti
Io faccio buchi sui biglietti
intervista con Jean Ziegler

[Il prossimo 6 giugno si terrà a Roma un vertice speciale della Fao. per l’occasione Il Manifesto ha pubblicato il 23 maggio un’intervista a Jean Ziegler, esperto internazionale dell’ONU; a complemento di questa riporto quest’altra, rilasciata nel 2005 al giornalista Giuseppe Accardo durante la presentazione del suo ultimo libro “L’impero della vergogna” al canale televisivo francese TV5. Mi sembra scavi molto di più nei problemi e sia comunque assai attuale, l’unico aggiornamento che richiede è quello di sostituire al nome di Sharon quello di Olmert, a.s.]
(Traduzione dal testo francese di Manuel Antonini)
D. Il suo libro si intitola L’impero della vergogna. Qual è questo impero? Perché “della vergogna”? Qual è questa vergogna?
Nelle favelas del nord del Brasile, capita alle madri, la sera, di mettere dell’acqua nella pentola e di infilarci delle pietre. Ai loro figli che piangono per la fame, spiegano che “presto la cena sarà pronta…”, sperando che nel frattempo i ragazzi si addormentino.
Provi a misurare la vergogna provata da una madre davanti ai suoi figli vittime della fame e che lei è incapace di nutrire.
L’ordine omicida del mondo – che uccide attraverso la fame e l’epidemia 100.000 persone al giorno – non provoca solamente la vergogna tra le sue vittime, ma anche fra di noi, occidentali, bianchi, dominatori, che siamo i complici di questa ecatombe, coscienti, informati e, tuttavia, silenziosi, vigliacchi e paralizzati.
[googlevideo:http://video.google.com/videoplay?docid=-5272802791005405759]
Prima parte: “Baby It’s Cold Outside”
59 minuti, in inglese, trascrizione, schermo pieno.
Come dice il nome stesso, gli incontri degli Alcolisti Anonimi sono anonimi. Non occorre firmare nulla, né mostrare un documento d’identità, e nemmeno rivelare il proprio vero nome. Ma gli incontri non sono privati. Chiunque può parteciparvi. E chiunque è libero di riconoscervi: dal viso, dalla voce, dalle storie che raccontate. L’anonimato non vuol dire privacy.
Ciò è ovvio e poco interessante, ma molti sembrano dimenticarsene quando utilizzano un computer. Pensano “è sicuro” e si dimenticano che “sicuro” può voler significare molte cose diverse.
di Maria Valente
(Questo è un testo audiovisivo: pregasi ascoltare.)
per urti oculari si trasmette l’aggressività degli specchi
tra il muro e lo specchio: il corpo sottratto
so che non è avvenuto altro che un gioco
e mi tengo a questa coscienza e la osservo
che si sviluppa più rapida di un geranio
tutta piena di finte e rapine
tanto guardano sempre da un’altra parte
con la fragilità di una pellicola
l’occhio è un’apprensione della luce
di
Francesco Forlani
Tanto lo so che pensi, quello che non vorresti pensare e ti attanaglia la mente, ti fa mio prigioniero. Non sono quella con la maglia a righe, tarchiata, corta e male incavata, e nemmeno quell’altra che sbiascica ingiure e maledizioni come una preghiera da tre milioni – tre- di bestemmie. C’ho la maglia rosa, io, come i ciclisti, come le femmine; quella che all’inizio del reportage non parla, annuisce soltanto. E so anche che ti stai domandando come mai ti stia parlando così, nella tua lingua, quella dei pensieri nobili, la lingua dei “molti” diceva Dante, no?
“Ma che dico? Tanto lo so che quando mi hai visto per la prima volta alla televisione – come se non sapessi che quelli come te, il televisore non ce l’hanno, cioè ce l’hanno ma lo chiamano rete, come quando noi si diceva la prima rete…- hai pensato al tedesco. Lumpenproletariat. Si dice così? Sottoproletariato, “carne” eterna da macello,… plebaglia ,cani bastonati”, “feccia della società”, lazzaroni. Chiavica. Pardon. Insomma “rifiuti”, immondizia altro che fiore del proletariato. Insomma con noi non puoi farci niente, questo lo capisci? Una rivoluzione poi…
Certo che ho gridato fuori, fuori, e ci mancherebbe pure che quegli zingari se ne stessero dentro. Che poi dentro non ci stiamo nemmeno noi, convieni? E ti fa comodo pensare a noi, anzi sono proprio io colei che ti ci ha fatto pensare, come alle anime dannate dell’Inferno, insomma altro da te che invece sei nobile e hai nobili pensieri. Ma noi, io non sono nemmeno quello, e lo sai.
E allora tiri in ballo Pasolini, l’amore che lui aveva per i “popolani” come noi, solo che lui con i popolani ci divideva il piatto, la vita, non tu che, se potessi, alla zingarella che ti strattona, ci daresti un pugno in faccia.
Noi non apparteniamo neppure a quella aristocrazia, a quella preistoria, caro, e questo tu lo sai. Io sono un tumore, lo capisci, un’escrescenza della tua buona coscienza, della tua “istanza” e allora, tienimi con te, portami a spasso con i tuoi pensieri, fa’ pure finta che io non esista, in fondo cosa vuoi che sia una malattia! Tanto lo sai, che se mi estirpi, muori.
di Marco Ciriello
RADIOBAHIA: suona
⇨ “In your eyes” di Peter Gabriel
3.
Il vestito da sposa le rimase impigliato fra i piedi per tutta la vita. Lo indossò sempre, anche da nuda. Contro volontà e sentimenti.
di Francesca Matteoni
Consigli dai morti
All’origine di una fiaba c’è sempre una paura. Un ostacolo, un confine da varcare. Questa paura è la vegetazione inarrestabile del bosco, le ombre sul fondo dell’acqua, il muro di cinta di una casa ostile, la volontà del padre, la malattia, la perdita, il mutamento inatteso del corpo. L’eroe si trova ad essere il centro propulsore della difficoltà, il catalizzatore della violenza che prende i suoi tratti identitari per essere espulsa. Dove ora si trova c’è caos e incertezza, c’è un mondo che deve essere riordinato, un linguaggio da scoprire per attraversarlo. In alcune famose fiabe popolari la prima parola che ci viene in aiuto è il nome stesso del protagonista, un segno incandescente, una chiave che apre i destini.
Una delle più note eroine della tradizione ha perduto il nome originario; le viene dato un soprannome, che indica la sua nuova natura, marginale e pericolosa assieme:
“Nella sera, quando era completamente esausta per il lavoro, non aveva un letto, ma doveva giacere vicino al focolare, tra le ceneri. Appariva sempre così impolverata e sporca che iniziarono a chiamarla Cenerentola”. (1)
di Paolo Sperandio
| [ con il nickname di niky lismo commenta spesso su Nazione Indiana – questo è un suo racconto – obliquo e deponente di disarmo autunnale – malinconico per accumulo di domande senza risposta – reticente sulla crudelta e su quella distrazione inspiegabile dei destini che sempre sfiora il consumarsi delle stagioni del tempo e delle vite ] |

[ Giorgio De Chirico (1888 -1978), L’enigma dell’oracolo ]
| “L’altra sera, mentre riponevamo la nostra roba e sistemavamo le provviste comprate a Saint-Pierre, abbiamo sentito le voci delle persone che occupano l’altra ala del bungalow”
J.Cortazar, “Storia con ragni” |
Siamo venuti qui perché è squallido abbastanza per le nostre colpe. Gli alberi radi e gli arbusti coperti di polvere attestano in immagini la nostra desolazione, le poche tende sparpagliate illustrano una mappa di rimpianti che siamo chiamati a percorrere.
Siamo in due, in un bungalow che è un cumulo di assi erette ad abitazione solo dal riparo del tetto. E che è un riparo soprattutto per i vermi del legno, e per le cimici che abbiamo trovato nello zucchero. Le perdite che si avvertono in bagno, specialmente di notte, sono connesse alla nostra idea di eternità. Eterno è l’impulso al male che di volta in volta ci prende, e che rende futile il computo delle nostre vittime.
di Massimo Gezzi, Adelelmo Ruggieri
Viaggio a due nelle Marche dei poeti
2008, peQuod
[ pubblicazione promossa da ITALIA NOSTRA, sezione del Fermano ]
Adelelmo Ruggieri
Il poggio
[ in Porta marina cit. ]
Monte Rosato. Verso mare, dopo la pista di motocross, inizia la selva. Non c’è anima viva. La vista sulla città è incomparabile. Ridiscendo piano. Tutto questo silenzio m’intimorisce e insieme mi porta a rallentare, quando ecco che mi taglia la strada uno scoiattolo. Di quelli grigi che si sono messi in competizione con gli scoiattoli rossi. Mi vengono in testa due versi di Zanzotto che dovrebbero fare così: «valgo l’onda minuscola / che fu tua sete scoiattolo un giorno».
(Con il quarto governo Berlusconi, mi sembra che sia ormai cambiato il contesto che ha visto su questo blog prendere corpo un dossier intitolato “Razzismi quotidiani”. Il motivo di questo cambiamento è semplice. Molti di noi hanno continuato a pensare in termini di “denuncia” del pregiudizio e della discriminazione. Si partiva dall’assunto che, nella nostra società, la maggioranza delle persone non potesse sostenere a chiare lettere un atteggiamento discriminatorio nei confronti di altri esseri umani. Uno dei nostri obiettivi era l’esigenza di “svelare” un razzismo che spesso si presentava sotto vesti più innocenti o decenti. Oggi, invece, chi palesa i suoi pregiudizi e chi invoca a chiare lettere l’esigenza di discriminare, riscuote successo. È un po’ quello che succede con il fascismo. C’è ancora chi denuncia “gesti”, “attitudini”, “discorsi” fascisti. Ma è proprio in quanto “fascisti” che quei gesti, attitudini e discorsi piacciono. Detto questo, è doveroso non tacere. E anzi, di fronte al trionfo della semplificazione del reale, è importante confrontarsi con le comunità di studio, con tutti coloro che non producono esclusivamente “sapere” televisivo e giornalistico. A. I.)
di Simone Morgagni
Il problema della legalità è all’ordine del giorno. Si tratta forse della questione sociale che gode da qualche anno a questa parte di maggiore attenzione da parte dei media e dei cittadini, da parte dei governanti e dei governati dei paesi occidentali. Nella quasi totalità dei casi la tematica della legalità e della sicurezza si incrociano con fenomeni di emarginazione, di violenza e di insicurezza che sembrano porre domande sempre più pressanti riguardo ai legami che intercorrono tra tutte queste nozioni.