Liquidazione comunista
Ulrich Holbein
di Frank Schäfer
traduzione di Elisa Perotti
Catweazle? Hippy tardivo? Incontro a Knüllwald con Ulrich Holbein, immerso in una “splendid isolation” a disegnare il suo universo letterario con seducente creatività linguistica.
Mi aveva avvisato, non sarebbe stato facile trovarlo. Per fortuna mi imbatto nella postina. “Ulrich Holbein?”, sì, lo conosce e mi indica la strada, in direzione opposta al centro, in un boschetto. E intuendo che avrei avuto bisogno di ulteriori aiuti, aggiunge: “Ci sto andando anch’io”.
Infatti, giunto nei pressi dell’abitazione dell’artista, non riesco a vederla: l’essenziale è spesso invisibile agli occhi. Ma già si avvicina la donna a bordo della station wagon a mostrarmi il sentiero nella giungla incantata e il viottolo lungo quaranta metri che conduce alla casa delle streghe. La porta è aperta: si intravede l’anticamera buia e pavimentata di assi.
Abdul, diciannove anni

di Gianni Biondillo
Non è per le merendine. E neppure per la spranga, o il colore della pelle. È l’età. Non si può morire a diciannove anni, non c’è nessuna ragione valida, neppure fossimo in guerra. A diciannove anni sei immortale, uccidere un ragazzo è come sfidare gli dei. Temo il giudizio del cielo su tutti noi, ho paura a concepire cosa siamo diventati.
da Sud 11- Peter Handke

Immagine di Roberta Della Volpe.
Autoritratto di soliloqui automatici
(APRILE – NOVEMBRE 2006)
di Peter Handke
traduzione di Stefano Zangrando
«Sono io quel che cammina?»
«Qui scorre l’acqua – che ci starei a fare altrove?» (in riva alla Morava, Ćuprija, aprile 2006)
«Non sono così male come sono»
«Stanco, sono. E perché sono stanco?»
«Lo spirito aleggia dove vuole? Lo spirito aleggia se è il caso» (3 maggio, Porchefontaine)
«Ah, poter disegnare quelle due farfalle, come danzano intrecciandosi nell’aria e paiono in tre!»
«Guardo troppo poco? Guardo troppo poco in alto»
«Presto sarò morto. – È da tanto che lo dico»
Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato 9
di Andrea Inglese
Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato,
Ti ho mentito, non sono mai stato
a Buenos Aires.
Non sopporterei, per altro,
una città dove qualcuno ha sofferto a lungo, inutilmente,
per un amore, continuando a sperare, ad elaborare
una storia parallela, favorevole a sé, come un calmante,
impegnandosi nei dettagli, come un letterato professionista,
e forse la letteratura nasce così, tutta la finzione che inonda il mondo,
è nata per riparare l’angoscia d’amore, e parare
lo strazio di quell’appuntamento concesso
dopo lunghe suppliche
e che sarà annientato,
perché anche camminando in lungo e in largo,
anche tenendo gli occhi fissi agli edifici,
anche sorseggiando come un agonizzante
una tazza di tè,
la persona non viene, non è venuta, non verrà,
non è possibile udirne la voce,
non è possibile riconoscerne il soprabito,
non è possibile niente.
Canopo per un canopo
Con grande dispiacere, ma anche con un certo sollievo, segnalo che il mio blog canopo ha interrotto (almeno per un po’) la sua attività, dopo tre anni di posting quasi quotidiano.
Per chi fosse interessato, ho preparato un’edizione in ebook di tutte le tracce apparse su canopo, sia in formato .pdf che in formato .lit. Per la versione in .pdf, ringrazio fortissimo Michele Zaffarano, ormai un vero mago del layouting e dell’editoria in digitale.
L’ebook in .pdf (248.8 kb) è scaricabile all’indirizzo:
quello in .lit (123.1 kb) invece è all’indirizzo:
72. le grandi infrastrutture continentali, gli oleodotti, i gasdotti, i cavi telefonici che attraversano l’atlantico e rimangono nascosti alle tue opinioni.
73. fieri alleati dell’industria del divertimento.
74. assorti, fumando fuori dalle pizzerie.
75. raffigurazioni ideologiche dei casi, a bassa risoluzione.
Lettera alla mia terra
di Roberto Saviano
I RESPONSABILI hanno dei nomi. Hanno dei volti. Hanno persino un’anima. O forse no. Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino, Pietro Vargas stanno portando avanti una strategia militare violentissima. Sono autorizzati dal boss latitante Michele Zagaria e si nascondono intorno a Lago Patria. Tra di loro si sentiranno combattenti solitari, guerrieri che cercano di farla pagare a tutti, ultimi vendicatori di una delle più sventurate e feroci terre d’Europa. Se la racconteranno così.
Ma Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino e Pietro Vargas sono vigliacchi, in realtà: assassini senza alcun tipo di abilità militare. Per ammazzare svuotano caricatori all’impazzata, per caricarsi si strafanno di cocaina e si gonfiano di Fernet Branca e vodka. Sparano a persone disarmate, colte all’improvviso o prese alle spalle. Non si sono mai confrontati con altri uomini armati. Dinnanzi a questi tremerebbero, e invece si sentono forti e sicuri uccidendo inermi, spesso anziani o ragazzi giovani. Ingannandoli e prendendoli alle spalle.
Urbanità 3
di Gianni Biondillo
A detta di Gianluca, il mio mio socio di studio, noi architetti ormai ci siamo trasformati in parrucchieri. E, maledizione, ha ragione da vendere! Forse è anche per questo che ultimamente mi sto convertendo sempre più alla scrittura. Sento di avere un maggiore spazio critico scrivendo, spazio che la professione pare avere definitivamente precluso. L’architettura non è più critica dello contesto, ma la sua spettacolarizzazione.
Myspace killed the lysergic-star. Una lettura de Gli interessi in comune di Vanni Santoni

di Francesca Matteoni
Ne Gli interessi in comune, secondo libro di Vanni Santoni, scrittore trentenne di Montevarchi nel Valdarno, appaiono chiari due protagonisti: la lunga adolescenza di un gruppo di ragazzi nell’arco di dieci anni (1996-2006) ed il luogo dove le loro vicende si intrecciano, Figline Valdarno, il demone della provincia. Gli interessi sono quelli che teoricamente fanno da collante nei rapporti interpersonali: in questo caso però il titolo è preludio ad un certo beffardo cinismo che percorre tutta la narrazione.
Baciami, Marte
di Maria Cerino
Non è che possa gettarla lì, lanciarla tra le due macchine parcheggiate proprio sotto la sua finestra, infilare le mani tra le serrande abbassate e i vetri che riflettono dentro la stanza il raggio dei tre quarti di mattinata, la mela. Alle quattordici e sedici – l’ora gliela scandisce a suoni di bip la sveglia elettronica a metà del comodino – tiene ancora il volto alto, aspettando dietro i buchi delle tapparelle che quella luce più forte le riappaia; ma è tranquilla, nel pomeriggio al massimo c’è il sole e nessun altro inganno. Poi, capita che giunta notte, con le lampadine che si spengono disordinatamente (sa, oramai, che Marta resta a leggere in salone mentre Giacomo si ritira a dormire) una macchina attraversi il viale vicino, svolti ad U e le punti i fari in faccia, allora si copre gli occhi grandi con le dita, Maria e conta fino a sei prima di riportare le braccia ai fianchi e intravedere dell’auto nulla di più del cofano, abbastanza in lontananza. Si è abituata ai rumori difficilmente percepibili: se una mosca le ronza intorno è lo stridio della sedia nell’appartamento di fronte ad infastidirla. Non che riesca ad ascoltare qualcosa di vivo in casa;
Amare lettere Montenegrine

O l’uno o l’altro
di
Azra Nuhefendić
«Noi che abbiamo vissuto l’assedio di Sarajevo
non ne ricaveremo, si capisce, alcun profitto …
questa conoscenza è la spada che non sguaineremo
in ogni momento [ma] io almeno terrò sempre la mano
sul suo manico».
Marko Vešović, da La cavalleria polacca
Marko Vešović, poeta, ha rifiutato l’importante premio letterario “Risto Ratković” che gli è stato assegnato in Montenegro per libro di poesie “Rastanak s Arencanom” (“Addio ad Arenzano”). Non vuole accettare quel riconoscimento che nel 1993 fu conferito a Radovan Karadžić.
Radovan Karadžić, accusato per crimini contro l’umanità, scriveva poesie molto prima che diventasse un politico. Però, i premi letterari cominciò a ottenerli solo dopo essere divenuto Presidente della Repubblica Srpska di Bosnia.
Plettro di compieta (terza parte)
di Marina Pizzi
(la prima e la seconda parte si possono leggere qui e qui)
51.
respiro un angelo con il diario in faccia
la luce sotto spoglie di rugiade
quella la diga con la voce del padre
morente, e le lentiggini bambine
senza amore, tra le spirali
d’ansia e l’ecumene culla.
cura del salto spargere la voce
verso il sodale strato della terra
terriccio universale starci accanto.
Gino Hahnemann
di Stefano Zangrando
[Il brano pubblicato è tratto da harzblog]
VivaVoce#05: Juan Gelman [ 1930, Buenos Aires ]

[ mujeres dalla viva voce di Juan Gelman ]
donne
dire che quella donna era due donne è dire pochino
doveva averne 12 397 di donne nella sua donna/
era difficile sapere con chi si trattava
in quel popolo di donne/ esempio:
giacevamo in un letto d’amore/
lei era un’alba di alghe fosforescenti/
quando feci per abbracciarla
si trasformò in singapore piena di cani che urlavano/ ricordo
quando apparve avvolta di rose di aghadir/
pareva una costellazione in terra/
pareva che la croce del sud fosse discesa a terra /
quella donna brillava come la luna della sua voce destra/
cronache da Pechino #2

di Gabriella Stanchina
Oggi, sotto una pioggia battente, ho visitato la Città Proibita. Ho camminato ininterrottamente per sette ore per coprire i suoi 720.000 metri quadrati e scrutare dalle grate di legno nell’interno di alcuni dei suoi 890 palazzi. È un’esperienza difficile da descrivere e del resto credo che l’intenzione di coloro che nel tempo costruirono e ampliarono questa città fosse proprio quello di sottrarla al dominio della parola. Indicibile per vastità o per complessità?
Nei primi due giorni che ho trascorso a Pechino ho sperimentato un disagio che non avevo mai conosciuto durante i miei viaggi precedenti. Io amo soggiornare nelle metropoli: mi sono sentita abbracciata da Parigi, nelle strade di Toronto ho trovato familiarità e calore, come se le città fossero diapason che risuonano appena
sfiorate, consonanti al mio più intimo sentire. Ritenevo perciò che anche Pechino, nel rispetto delle proporzioni, e con un più lento ritmo di adattamento, avrebbe risposto al mio sguardo con un volto riconoscibile. Invece, Pechino mi ha sopraffatta.
Per Abdul
Domani a Milano parte alle 14.30. dai Bastioni di Porta Venezia una manifestazione per Abdul, il ragazzo ucciso domenica in Via Zuretti per un furto di merendine e/o il colore della pelle, che si concluderà in Piazza Duomo.
“A fellow of infinite jest”
“A proposito, lo so che questa parte è noiosa e probabilmente ti annoia, ma si fa assai più interessante quando arrivo alla parte in cui mi uccido e scopro quello che succede subito dopo che una persona muore”. Caro vecchio neon, DAVID FOSTER WALLACE
di Francesca Matteoni
Domenica, 14 settembre 2008. Sono all’internet point di Judd Street, nel quartiere londinese di Bloomsbury: sullo schermo appare la foto di un noto scrittore americano dai capelli lunghi, il volto aperto, un po’ malinconico. Sotto l’immagine due numeri, 1962 e 2008, un arco di 46 anni, una nascita ed una morte. Non riesco a focalizzare subito cosa ho davanti. Poi mentalmente una sequenza di altri scatti, lo stesso uomo – accovacciato contro un muro di mattoni accanto ad un cane come un barbone; con occhiali che legge e sorride davanti ad un microfono; con bandana larga, bianca, l’immagine che preferisco, che guarda pensieroso qualcosa in basso, forse un libro che sta autografando. David Foster Wallace si è ucciso venerdì 12 settembre, nella sua abitazione nel sud della California. Lo ha trovato la moglie, impiccato.
Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato 8
[18 immagini + lettere invernali per l’estate; 1, 2,
3,4,5,6,7…]
di Andrea Inglese
Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato,
se tu mi abbandonassi ora,
non saprei calcolarne il danno,
e non succederebbe nulla.
Se io invece
mi abbandonassi,
nessuno di noi si accorgerebbe
di cosa è cambiato, di come crescano
fertili i miei ragionamenti,
del perché io ancora ti scriva,
come a mendicare,
prigioniero delle mie guarigioni.
Sono guarito troppo, non faccio
che continuare, sotto i tuoi occhi, a guarire:
Leggere, le voci – Dizionario affettivo degli scrittori

L’indiano Giorgio Vasta – perché come dice Biondillo se si è stati indiani una volta lo si è per tutta la vita- ha accettato di rispondere alle mie domande su un libro che è appena uscito e che sarà presentato a Pordenone legge il prossimo week end.
effeffe
ps
Per chi volesse leggersi la storia del progetto ideato da Matteo B. Bianchi consiglio un giro su questo sito.
Effeffe:Com’è nata l’idea di questo libro?
Giorgio Vasta: L’idea di un Dizionario Affettivo della Lingua Italiana è di Matteo B. Bianchi che lo scorso autunno aveva pubblicato su ‘tina, la sua rivista on line, quello che è stato il germe iniziale di tutto il lavoro successivo. Matteo aveva contattato tramite posta elettronica una serie di scrittori domandando a ognuno di individuare un termine per loro importante dal punto di vista affettivo e di scriverne una definizione, una breve dichiarazione d’amore (ma anche di odio, nel caso). Seguendo ‘tina ho letto anch’io scelte e definizioni, ho trovato l’idea molto bella e ho contattato Matteo per proporgli di sviluppare questo primo spunto in qualcosa di più strutturato. Unendo le forze, e con la collaborazione della Scuola Holden nonché, fondamentale, di Stefania Notte, che ha svolto il ruolo al contempo di segreteria organizzativa, coordinatrice, collettore e “memoria” del progetto, ci siamo messi a lavorare.
Terra! Angelo Petrella
Note per il romanzo di Angelo Petrella, Una città perfetta
di
Francesco Forlani
Uno.Scrivi come se dovessi essere letto dai tuoi nemici.
“L’esperienza mi ha insegnato che è impossibile non scrivere per i propri nemici, e innanzitutto per loro, perché sono sempre loro a gettarsi per primi su quello che scrivete. Sembra che non abbiano altro da fare. Chiamo nemico il vigilante, il sorvegliante, lo sbirro ideologico, tutto il pretume burocratico che si fa carico della morale del tempo, il tutto negando che lo sia, visto che ci tengono a far passare come naturale ciò che è un ordine, un potere, il terrore. Farei fatica a considerare come semplici avversari e non nemici, gente il cui unico sforzo consiste nel rendersi invisibile in tanto che ordine virtuoso e a sancire così il loro dominio.”
Philippe Muray
Sorpreso. Quando ho trovato tra gli entusiasti recensori de “ la città perfetta” , un redattore de “ la destra”, sì proprio dell’organo d’informazione di Storace e compagnia sono rimasto sorpreso. Un brivido mi è corso lungo la schiena. E mi sono detto: “Vuoi vedere che quelli mi stanno diventando intelligenti? “
Ma allora per chi scrive Angelo Petrella, a quale nemico ha pensato quando ha dato alle stampe la sua città perfetta?
Prima di tentare una risposta vorrei proporre la cartografia che mi sono composto come lettore appassionato, coinvolto, incazzato, sedotto di un libro che è tutto tranne che facile,nonostante si legga tutto d’un fiato, di una narrazione che sicuramente ha il merito di essere visionaria e “ sperimentale, ” insomma il tipo di libro che piace a me.





