
Quella notte a Dolcedo
di Gianni Biondillo
Marino Magliani, Quella notte a Dolcedo, Longanesi, 262 pag., 16 euro.
Hans Lotle, pensionato sessantenne in una Berlino Est a un passo dal crollo del muro, decide di tornare nella valle della Liguria dove, da giovane militare, ha combattuto per la Germania nazista e dove è stato protagonista di una brutta storia di partigiani e valligiani, di ritorsioni e tradimenti. Questo l’incipit di Quella notte a Dolcedo, di Marino Magliani.
Per una critica telescopica: genere lirico e sfondi antropologici 1
(La seconda parte del saggio è pubblicata qui.)
di Andrea Inglese
Voglio proporre una serie di riflessioni non troppo sistematiche, che hanno però almeno due tratti in comune. Si tratta di riflessioni orientate a formulare domande intorno a prospettive di ricerca già avviate, che possono interessare l’attuale discorso critico sulla poesia italiana. E tali riflessioni pretendono di porsi ai margini del discorso critico o, più precisamente, tra il discorso critico e qualcos’altro. Ora questa posizione di margine è giustificata da due ragioni, una teorica e l’altra personale. Condivido, innanzitutto, l’idea di Fortini che lo scopo della critica «consiste nella implicazione di vari ordini di conoscenze in occasione e a proposito della conoscenza di un oggetto letterario» (1). Una critica quindi che, secondo la parafrasi che ne fa Mengaldo, «si pone come mediatrice, ma non fra opera, o autore, e lettori (…), bensì (…) fra il senso della prima e quello che il critico crede sapere in generale della società, realtà, mondo» (2). Ciò significa che il raggio d’azione del critico abbraccia, sul versante specialistico, la strumentazione tipica dell’analisi dei testi letterari, ma su di un altro versante, consapevolmente dilettantesco, esso si apre sul mare magnum dei discorsi non letterari.
Giovanni Arrighi a “L’infedele”
di Giorgio Mascitelli
La presenza di Giovanni Arrighi mercoledì 7 maggio ore 21 in televisione, alla trasmissione di Gad Lerner L’infedele, su La 7, è una di quelle rare occasioni da non perdere per chi voglia sapere qualcosa in più e di meglio sul mondo in cui viviamo. Giovanni Arrighi, professore di sociologia alla John Hopkins University di Baltimora, infatti è uno dei più eminenti intellettuali mondiali, le cui tesi storiche ed economiche sono al centro del dibattito internazionale. Alcuni dei suoi libri, come Il lungo XX secolo (ed. it Il Saggiatore, 1999) e Adam Smith a Pechino (Feltrinelli, 2008), sono delle opere considerate indispensabili per capire i processi di globalizzazione e l’attuale fase di turbolenza mondiale. Categoria principale dell’analisi dell’attuale momento è per Arrighi quella di caos sistemico, in altri termini l’attuale globalizzazione non sarebbe altro che un momento in cui il capitalismo distrugge gli equilibri politici che hanno retto la fase precedente di accumulazione perché ormai questi non sono più in grado di garantirne l’espansione.
Un’intervista sul tè Pu’er
Francesca Topi intervista Livio Zanini, presidente dell’Associazione Italiana Cultura del Tè , ospite alla trasmissione “Cara Alice”sul tema: origini del tè cinese e caratteristiche del Pu’er. Durata complessiva: 13 minuti.
Una interessante chiacchierata introduttiva sulle varietà di tè cinesi, la loro lavorazione e i rapporti con le differenti culture del tè in Giappone.
Peter Tscherkassky: Breve trattato sulle immagini mobili
a cura di Rinaldo Censi
con la collaborazione di Luisa Ceretto (Cineteca di Bologna)
5-6 maggio 2008
Cinema Lumière, via Azzo Gardino 65b, Bologna
La carriera dell’austriaco Peter Tscherkassky, cineasta, che molti si apprestano a definire sperimentale giusto per distinguerlo dalle produzioni correnti, per schematizzare e rinchiudere in un recinto le sue preziose intuizioni, somiglia a qualcosa di mobile, in perenne evoluzione. Lo splendore del suo sguardo acuto e critico portato sulla materia cinematografica si unisce ad una virtuosa quanto felice padronanza della tecnica cinematografica. Il film – ogni film – è ciò che passa tra gli ingranaggi di un proiettore. Conoscere il funzionamento di questi ingranaggi, di queste bielle, di queste valvole è il primo compito di un film-maker.
Inchino a Marianne Fritz
di Alban Nikolai Herbst
traduzione di Elisa Perotti
Non ci saremmo piaciuti. A me non sarebbe piaciuta lei, questa donna pallida, forse traumatizzata, che a partire da Die Sterne der Romani è rimasta china per tutta la sua vita su una macchina da scrivere. E quasi sicuramente a lei non sarei piaciuto io, il macho esuberante, almeno a detta di tutti, per il quale l’eros ha più valore dello spirito della parola. Tuttavia Marianne Fritz ha profondamente influenzato il mio lavoro. Mi ha insegnato in primo luogo una postura estetica. Che un poeta non si piega al mercato, per quanto una presunta vita agiata e la prospettiva della celebrità possano allettarlo. L’opera di Marianne Fritz è garanzia di consequenzialità artistica, queste sono le fondamenta.
Forcipe
di Linnio Accorroni
Sono stato gettato nel mondo in una mattina di gennaio, tanti anni fa. Mia madre racconta volentieri di quel terribile inverno, degli enormi cumuli di neve che c’erano di fuori mentre nascevo: a suo dire (ma so quanto essa sia predisposta alla trasfigurazione mitico-affabulatoria del passato) la gente per andare da una casa all’altra, dal bar all’osteria, dalla parrocchia al tabacchino aveva costruito delle gallerie le cui mura bianche e solide erano di neve e ghiaccio. Pieno Amarcord, certamente. Sicuro è che sono nato di dieci mesi e, forse anche per questo, il parto è stato molto complicato tanto che l’ostetrica, che abitava vicino casa dei miei, ha dovuto usare il forcipe.
I liquidi di Dio

di Anne Carson traduzione di Antonella Anedda
IO
Sento un leggero click nel sogno.
La notte scroscia il suo rubinetto d’argento
lungo il dorso.
Ore 4. Mi sveglio. Pensando
all’uomo che
andò via in Settembre.
Il suo nome era Legge.
Il mio viso nello specchio del bagno
è striato di bianco.
Mi lavo e torno a letto.
Domani andrò da mia madre.
Flaubert Dry
di Omar Viel
L’éducation sentimentale era un pre-dinner a base di bourbon e Martini servito in un’ampolla chiusa a forma di mammella. Qualcuno lo ordinava solo per l’ampolla. Era un contenitore grosso come la tetta di una vacca olandese, molto leggero, e si maneggiava usando una sottile impugnatura simile a quella dei boccali da birra. Tra i riflessi del cristallo il liquido fluttuava e schiumava, uscendo a spruzzi da un bel capezzolo rosso vivo. L’éducation si beveva in una luce da tramonto tropicale, mentre le onde sonore delle chitarre acustiche si propagavano dagli altoparlanti attraverso le sale aperte, rimbalzando sui banconi di legno laccato, gli sgabelli da vertigine, le chaise-longue leopardate, i quadri astratti del genere color-field painting.
L’uomo dei sogni: Albert Hofmann
Riporto da Giavasan:
Albert Hofmann, lo scopritore dell’LSD, è morto il 29 aprile a 102 anni nella sua casa a Basel, in Svizzera.
Può sembrare un gioco di parole, ma è rimasto lucido fino all’ultimo: prova ne sia il discorso che ha tenuto alla festa organizzata in occasione del suo centesimo compleanno.
Qui un breve cortometraggio animato di David Normal che racconta la prima esperienza di Hofmann con l’LSD, secondo quanto riportato dallo scienziato stesso nel suo libro My Problem Child.
Il fascino discreto del…
di Franz Krauspenhaar con la postuma ma indispensabile collaborazione di Luis Bunuel
I passanti:
Andrea Bajani, Sergio Baratto, Carla Benedetti, Benedetta Centovalli, Federica Fracassi, Gabriella Fuschini, Sergio Garufi, Jacopo Guerriero, Giovanni Maderna, Renzo Martinelli, Lea Melandri, Raul Montanari, Antonio Moresco, Giulio Mozzi, Sergio Nelli, Aldo Nove, Maria Pace Ottieri, Piersandro Pallavicini, Christian Raimo, Michele Rossi, Tiziano Scarpa, Éric Suchère, Giorgio Vasta, Piero Vereni, Dario Voltolini,
VivaVoce#02: Ghérasim Luca [1913–1994]

[Cubomania di Ghérasim Luca]
Son corps léger… [letta dall’autore]
[dalla viva voce dell’autore – quel suo astratto francese dal marcato accento rumeno – quasi straniato – didascalico – brechtiano – così esule di luoghi e sentimenti – così esule di un mondo in cui non c’è più posto per i poeti – a 81 anni un salto nella Senna e via – e la sua glace – quasi intraducibile in un solo modo – a volte scivola come ghiaccio fra le labbra – altre pare trasparente ed aguzza come vetro – forse riflettente a specchio – prismatica di cristallo – stella di fiocco di neve – chicco di grandine di tempesta – persino dolcezza di glassa – o tutte le cose insieme]
|
Son corps léger |
Il suo corpo leggero è la fine del mondo? è un errore è una delizia che scivola tra le mie labbra vicino al ghiaccio ma l’altro pensava: non è che una colomba che respira comunque sia là dove io sono avviene qualcosa in una posizione delimitata dalla tempesta Vicino al ghiaccio è un errore là dove io sono non è che una colomba ma l’altro pensava: avviene qualcosa in una posizione delimitata scivolando tra le mie labbra è la fine del mondo? È una delizia comunque sia il suo corpo leggero respira con la tempesta In una posizione delimitata vicino al ghiaccio che respira il suo corpo leggero che scivola tra le mie labbra è la fine del mondo? ma l’altro pensava: è una delizia avviene qualcosa comunque sia per la tempesta è soltanto una colomba là dove io sono è un errore È la fine del mondo che respira il suo corpo leggero? ma l’altro pensava: là dove io sono vicino al ghiaccio è una delizia in una posizione delimitata comunque sia è un errore avviene qualcosa per la tempesta non è che una colomba che scivola fra le mie labbra Non è che una colomba in una posizione delimitata là dove io sono con la tempesta ma l’altro pensava: chi respira vicino al ghiaccio? è la fine del mondo? comunque sia è una delizia avviene qualcosa è un errore che scivola fra le mie labbra il suo corpo leggero |
da La Fin Du Monde, in Paralipomènes, Paris, 1969
[traduzione di orsola puecher]
file audio da ubu.com
Su Nazione Indiana
di Ghérasim Luca
Prendere corpo
tradotta da Andrea Raos
VivaVoce#01: Thomas Stearns Eliot [1888–1965]
VivaVoce#02: Ghérasim Luca [1913–1994]
VivaVoce#03: Sylvia Plath [1932–1963]
,\\’
Bacheca di maggio 2008
Novità sul sito Nazione Indiana:
- Link esterni: sono stati spostati tutti dalla colonna di destra in una pagina separata; lo scopo è ridurre l’affollamento di informazioni sulla home page e facilitare l’accesso ai contenuti di NI;
- Gestione commenti: abbiamo introdotto la moderazione preventiva di una parte dei commenti, che vengono pubblicati dopo un certo tempo (vedi note a piè di ogni articolo) e solo se conformi ai criteri espressi qui; estenderemo questa misura se lo riterremo opportuno;
- Impaginazione alternativa: lo scorso 9 aprile per il CSS naked day abbiamo pubblicato Nazione Indiana senza grafica e senza fogli di stile; la cosa mi è piaciuta e trovate ora un piccolo selettore nella colonna di destra, se volete leggere NI con diverse impostazioni grafiche;[aggiornamento 13 maggio: funzione eliminata per problemi di stabilità]
Inoltre:
- qualcuno sarà al Wordcamp Milano il 10 maggio?
Voce all’Editore

di
Biagio Cepollaro
La Camera Verde, Il Libro dell’immagine, volume quinto. A cura di Giovanni Andrea Semerano.
Sono quindici anni, da quando è venuto a mancare quel prodigioso organizzatore e promotore di cultura che è stato Gianni Sassi , forgiato dall’esperienza Fluxus e dall’amicizia di Cage che non incontravo un ‘luogo’ che mi comunicasse le stesse energie e la stessa qualità intellettuale e morale. Il luogo non è a Milano ma a Roma ed è La Camera Verde ‘curato’ da Andrea Semerano.
Un luogo è qualcosa di fisico, di geografico, certo, ma lo è solo in forza di una sua realtà interiore: il luogo lo fa chi lo pensa e lo abita.
Che si promuovano valide iniziative culturali in Italia non è raro malgrado l’antropologico degrado che sembra non arrestarsi mai e che sempre più trova la sua peculiare voce, al di là del senso comune in cui si è radicato da almeno un ventennio, nelle forme e nella sostanza delle istituzioni. Ma che ci si possa trovare non di fronte a irrelate iniziative ma ad un ‘contesto generante’ il cui spessore e la cui storia sono animate da rigorose e precise coordinate culturali, questo si è davvero raro, anzi: rarissimo. Anche perché spesso ciò che proviene dalla cosiddetta cultura critica oggi spesso non ha vitalità, vuoi per l’irrigidimento ideologico, vuoi per la stanchezza degli attori, vuoi per la pura e semplice mancanze di idee.
I pirati della spazzatura
[È con vero piacere che ospito un articolo scritto per Nazione Indiana da Loretta Napoleoni, uno dei massimi esperti di terrorismo internazionale. Avevamo già parlato di lei qualche tempo fa, qui. G.B.]
La crisi dei rifiuti nel napoletano sconvolge l’Italia e le agghiaccianti eco si fanno sentire anche all’estero e Berlusconi decide di governare da Napoli tre volte la settimana fino alla risoluzione della crisi. All’estero qualcuno mormora che il governo non tornerà mai più a Roma perché le pile dei rifiuti nascondono l’ennesimo racket miliardario del crimine organizzato. E probabilmente hanno ragione, ma la gestione dei rifiuti in Europa e nel mondo non è cosi limpida come si crede.
Quanti consumatori del mercato globale sanno che dai cellulari vecchi alle batterie scariche, i nostri rifiuti tossici finiscono nelle discariche del mondo, e cioè i paesi poveri, contaminandone l’ambiente? Quanti sanno che si tratta di un’ attività illegale, un business multimiliardario che coinvolge tutti i paesi industrializzati? Chi fisicamente gestisce questo disgustoso commercio è una nuova generazione di fuorilegge della globalizzazione: i pirati della spazzatura.
Canticchiando la catastrofe
È difficile resistere al Mercato, amore mio. Di conseguenza andiamo in cerca di rivoluzioni e vena artistica. Per questo le avanguardie erano ok, almeno fino al ’66. Ma ormai la fine va da sé. È inevitabile.
Six Pack
di Gianni Miraglia
A Milano si dice vado all’Empi se sei socio di questo centro esclusivo. C’è bianco dappertutto in questa palestra che si chiama Empire Club, Empire Wellness Point, Empire Relax Fit Center, Empire Soul Fit Dynamic e altre parole col suono dell’infelicità. C’è scritto solo Empire Sport sul bianco luminoso del cartello storico all’entrata. Anche l’odore di pulito disinfettato sa di bianco, l’efficienza attorno a me sa di evoluzione, tutto al posto giusto.
Turchia: Le donne di Istanbul
testo di Lorenzo Bernini, fotografie di Giovanni Hänninen
[NdR: questa è la prima parte di un reportage di viaggio in Turchia nell’inverno del 2007; leggi anche la seconda parte e un approfondimento a seguire.]

Negli ultimi anni Istanbul è diventata una meta molto battuta dai turisti italiani, attratti dallo splendore del Topkapi, il palazzo del sultano, della Moschea blu e di Santa Sofia. A Istanbul siamo stati anche noi, ma la nostra visita ha soltanto sfiorato le mete turistiche. Il nostro scopo era sondare l’opinione pubblica turca attorno a due problemi scottanti, dalla cui soluzione sembra dipendere l’ingresso della Turchia nell’unione Europea: il velo femminile e la questione curda. Il nostro viaggio si è svolto quindi in due tempi, attraverso di una realtà politica complicata e violenta. È stato un viaggio che ci ha riservato molte sorprese e durante il quale ci siamo dovuti sbarazzare di non pochi pregiudizi.
VILLA(VIVE!)
Tentativo serenamente fallimentare di descrivere la mostra di Reggio Emilia
di Fabio Pedone
Come chiamarle se non ‘scritture’? Esse si impongono in quanto tali. Nella chiesa di San Giorgio ci sono i resti (bruciati, brucianti) di un’esplosione di segni, i relitti di un big bang irrimediabile, una magmatica costellazione. A un primo colpo d’occhio la navata appare occupata da quattro file di teche, con fogli, testi, opere-operazioni, riviste e manifesti, oggetti. Impressione di potenza e di fragilità. Ci sono manoscritti inediti, fogli e foglietti, carte e cartulae, taccuini, quaderni a quadretti, lettere, fotografie, bozze e prove di stampa, edizioni con correzioni autografe, testi scritti su vetro, cartone, lastre di zinco; le Idrologie escogitate con Cegna e Craia; i numeri di «Appia Antica», della brasiliana «Habitat», di «Arti visive» burrascosamente condiretta con Colla, le cinque uscite di «Ex» preparate con Mario Diacono e altri, «Tauma» e le altre riviste che ospitavano la smisurata operatività villiana. Ci sono i dattiloscritti, con aggiunte autografe, della traduzione della Bibbia. Ci sono edizioni antiche di Athanasius Kircher, per la cui eclettica polimathia Villa nutriva ammirazione. Quasi tutto il materiale manoscritto (spesso su labili supporti) e le traduzioni bibliche vengono dal fondo della Panizzi, diverse opere verbovisive (molte delle quali esposte proprio davanti alla chiesa, dentro la biblioteca) dall’Archivio di Nuova Scrittura di Bolzano. Molti i prestatori di edizioni introvabili e opere d’arte. Un cartello esplicativo con un testo non firmato (ma di Nanni Cagnone) evidenzia in Villa «la speranza di ottenere un silenzio originario a furia di dire», la ostinata tensione verso l’elusione della storia, raccordando origine e futuro, scavalcando arcaicità e avanguardia; l’importanza della figura del labirinto manieristicamente intesa, il foedus significante-significato rotto e calpestato, gettato in una segreta circolazione fra copertura e rivelazione, in una sfida sbilenca, sberleffo e implorazione, con la Sibylla: «una lingua sconosciuta, esagerata, insieme beffarda e sacrale».






