
di Igor Antonio Lipari
Tutte queste crepe; e quanto vaste e ramificate stanno divenendo – ma non lo preoccupano più di tanto, nonostante sembrino allargarsi a vista d’occhio, e un sordo scricchiolio, che ricorda l’effetto sonoro del fasciame di un bastimento in avaria in qualche film di pirati, le accompagna mentre strisciano lungo le pareti. Ma la muratura è robusta, le fondamenta solide (soprattutto perché non si possono esaminare), la stabilità dell’edificio non appare compromessa.
Invece, è il paesaggio scorto dalle finestre a destargli notevoli perplessità; anzi, chiamarlo tale sarebbe già attribuirgli un senso di cui in tutta onestà non sembrerebbe provvisto. Il fatto è che non comprende quello che vede: cosa tanto più strana, in quanto fin dall’infanzia ha abitato sempre e soltanto in questa casa, e dunque come potrebbe qualunque aspetto di essa o attorno a essa non risultargli familiare? Come spiegarsi lo smarrimento ogni volta che si avvicina a un davanzale per spiare all’esterno?
Ciò che dapprima si riesce a vedere è un gran buio; ma non la tenebra compatta di una catacomba, né l’oscurità costellata di chiarori tremuli di una notte all’aperto. Questo buio è vorticoso e inquieto come un banco di nebbia o una nube temporalesca, cangiante come se fosse composto di numerosi strati di trasparenze e opacità, soggetto a repentini smottamenti e slavine che ne assestano le precarie configurazioni per pochi battiti di ciglia, prima di un nuovo franare e rimodellarsi in altra forma senza soluzione di continuità. All’inizio può anche essere uno spettacolo affascinante, tanto che non si riesce a staccarne gli occhi; ma la vista viene messa ben presto a dura prova, inizia una copiosa lacrimazione, e infine si è costretti a distogliere lo sguardo. In breve, questo buio è abbagliante come luce solare.
E poi c’è quello che si scorge attraverso e al di là della muraglia nera. Come descrivere qualcosa che si afferra indubbiamente con i sensi, ma non si saprebbe ricondurre con certezza a nessuno dei sensi? Qualcosa che non è suono né immagine, non si fiuta né si tocca, eppure si percepisce?
Sembra un insieme di strutture, ma: naturali o artificiali? Assomigliano a filamenti organici; no, a formazioni di natura geologica. E poi, non si sa dire se si muovano o restino immobili. La loro è materia compatta, aggregato pulviscolare o vortice incorporeo d’ombra? E i liquidi bituminosi che ne stillano, hanno più affinità coi reflui alluvionali? O con effusioni magmatiche pulsanti come sangue appena rappreso? O forse col sangue stesso?
Sembrano labirinti, ma sospesi in aria e capovolti, fate morgane a galla nella foschia di un’illusoria lontananza. E questa lastra che pencola obliqua al di sopra di tutto, lucida del brillio che il condannato scorge sull’acciaio della ghigliottina, è forse un cielo?
Davvero non sa trovare giustificazioni. Dov’è finita la sua cittadina, con le stradette sconnesse e il campanile della chiesa dai rintocchi perennemente in ritardo? I casermoni di cemento grezzo all’orizzonte, né centri commerciali né capannoni industriali, ma semplici cattedrali sconsacrate nel deserto? E le colline scarsamente coltivate dei dintorni, da cui sfilze di pale eoliche e tralicci dell’alta tensione crescevano verso l’alto come palchi di cervo o muschiosi menhir (sempre che non fossero proprio quello)? Non c’è nemmeno traccia del marciapiede davanti alla casa.
Tutto attorno all’edificio si avvertono soltanto le masse nuvolose incombenti di un nubifragio muto e senza pioggia, di cui si percepisce la consistenza zigrinata ma viscida, la fibra granitica e insieme malleabile, non come palpandole coi polpastrelli, ma forse come potrebbe figurarsele un pipistrello col suo biosonar, o assaporarle una vipera con l’organo di Jacobson, o come elasmobranchi e migratori oceanici mentre tracciano le fluttuazioni del campo magnetico terrestre.
Naturalmente ha vagliato ipotesi. E tutte sono crollate come castelli di carta, perché altro in fondo non erano. Ma ricorda il momento di chiarezza lampante, il giorno in cui, dopo aver scrutato fuori tanto a lungo da sentire gli occhi quasi liquefarsi dentro le orbite, gli apparve estremamente ovvio che si trovava davanti a un’immensa foresta in fiamme, vista dalla parte del groviglio rizomatico delle radici. In seguito riconobbe che si era trattato dell’abbaglio di un attimo, e archiviò anche questa teoria fra le stravaganze.
Segnali dall’esterno non ne giungono: niente AM, FM, DVB, LTE, nessuno dei pochi device a sua disposizione, pur in assenza di guasti apparenti, riesce a captare il minimo accenno di qualcosa. Il silenzio radio è totale; da tempo ha smesso di interrogarsi sulle cause.
Quando decide di sfogliare qualcuno dei libri della sua piccola biblioteca, tutti già letti più di una volta, si ritrova a fissare frasi a caso sulla pagina senza riuscire a spremerne una goccia di senso, quasi fossero stati ricomposti in un alfabeto a lui ignoto nello spazio di una notte; tanto che, dopo aver vagato con sguardo appannato dalla dislessia tra i gruppi di lettere, provando a convincersi della loro natura di parole, non gli rimane che riporre il volume in mezzo agli altri, lasciarlo a ricoprirsi lentamente di polvere.
A volte si è chiesto se il proliferare di crepe sulle pareti non sia una sorta di mappa che gli si costruisca davanti, e se a saperla interpretare non si possa riuscire a orientarsi nell’enigma dell’esterno; ma la complessità del disegno ha sempre frustrato ogni suo debole tentativo di decrittazione: la carta è più labirintica del territorio che dovrebbe descrivere, la sua scala forse incommensurabile con quella fisica del reale, perciò la sua funzione risulta vana; e non gli resta che continuare a sbirciarla con occhio vacuo, come si farebbe coi ghirigori di un arabesco asemico.
Oppure si potrebbe semplicemente uscire e affrontare l’ignoto faccia a faccia.
E da dove? Pur essendo letteralmente gremita di finestre, balconi, bovindi, terrazze, attici, camminamenti, verande e ringhiere come un grappolo d’uva dei suoi acini, questa casa (arduo stabilire se per imperizia dei costruttori o a seguito di maldestri rifacimenti posteriori) non dispone affatto di un portone d’ingresso; mai ne ha trovato traccia durante le sue dromomaniacali deambulazioni fra i meandri dell’abitazione, le tante porte conducono soltanto a scale, corridoi, camere, disimpegni, solai o cantine, e da qui a nuove scale, e tutti i suoi andirivieni ricalcano la figura del serpente che si morde la coda; dalle finestre non c’è neanche da pensare di potersi calare fuori, collocate come sono (e certo non senza qualche malizia di architetto) ad altezze proibitive, le mura perimetrali si presentano lisce e verticali come specchi; spiccare il volo dall’abbaino del tetto con l’ausilio di leonardesche macchine volanti o scavare un cunicolo sotterraneo con l’utopica velleità di un abate Faria sono abissi psicotici nei quali (forse per mera abulia) non rischia ancora di precipitare.
E dunque resta qui.
Il desiderio di fuga, se mai un tempo ne nutrì una parvenza, adesso è un lontano ricordo di qualcosa che tramonta; può affermare che le ore trascorrano soltanto avvalendosi della testimonianza degli orologi e dei ritmi circadiani, perché altrimenti avrebbe l’impressione di galleggiare nell’acquario di un eterno presente, immutabile e identico a sé stesso come il riflesso di uno specchio in una stanza vuota.
E questo ogni singolo giorno buio di un’esistenza a cui si adatterebbe meglio la definizione di notte insonne.
Con l’insonnia sopraggiunge il disgusto per tutto ciò che abbia la pretesa di esistere fuori dal suo cervello; ormai per riflesso condizionato volta quasi sempre le spalle alle finestre, sotto l’invisibile nevicata di calcinacci che piove dalle crepe nel loro continuo diramarsi; e, quando gli capita di sostare troppo a lungo da qualche parte, si ricopre interamente di quella polvere gessosa: tanto che il gesto inconsapevole di scrollarsela di dosso gli è divenuto abituale come il fatto stesso di respirare.











Io vengo dal materialismo. Sono cresciuto in una regione ancora molto bigotta, ma in casa mia non esistevano santi o forze trascendenti, e men che meno divinità, c’era solo l’esistenza, che andava goduta fino in fondo, in particolare sfidando le montagne, bellissime e tanto varie, perché poi veniva la morte, che era la fine di tutto. Senza alcuna possibilità di sopravvivenza anche solo nel pensiero di altre persone, o sotto forma di lascito, di esempio. La morte era un nemico temibile e infausto del quale non si parlava. Restava quindi la ricerca delle sensazioni, fintantoché si era in vita, meglio se estreme. Fisiche, ma in seconda istanza anche artistiche, e in particolare letterarie. Quelle negative andavano invece relativizzate e tenute sotto controllo, senza mai lamentarsi. Erano i deboli e gli inetti, a lagnarsi sempre.





























Noi inconsciamente pensiamo che nella terra ci siano soli i morti e le marcescenze e le rovine dei passati polverosi, pensiamo che nella terra si soffochi. E invece la sua pancia è un colabrodo di pori, canalicoli e cavità: un sistema di aerazione più o meno efficiente che ossigena il formicolare di attività e di vita. Le radici respirano, i lombrichi e gli insetti respirano, i batteri respirano, tutto il pigia pigia di organismi presenti ha bisogno d’aria. Deve farlo vivere, per lei è primordiale.