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STAFFETTA PARTIGIANA gli esiti del concorso

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di Redazione

Come molte lettrici e lettori sapranno, Nazione Indiana ha deciso di onorare l’ottantesimo anniversario della Liberazione italiana dal nazifascismo con un concorso per testi inediti. Un concorso rivolto agli under 35 perché (citiamo dalla nostra call di autunno) “pensiamo sia importante un passaggio del testimone, che quindi una nuova generazione di italiane e italiani assuma il compito di ricordare e raccontare la Resistenza“.

A fine gennaio abbiamo ricevuto i racconti, e ringraziamo tutti per i contributi inviati. In questi tempi bui, in quest’onda autoritaria, essere controcorrente non è una cosa scontata e raccogliere il testimone di valori e storie è sempre più importante e significativo.

I testi ricevuti condividono un pregio non irrilevante, una volontà civile di raccontare quelle storie di antifascismo che, di per sé, va premiata e merita il nostro ringraziamento. Ma il nostro è pur sempre un concorso. Quindi abbiamo valutato i testi dividendoci in due giurie, e ne abbiamo selezionati 12 che ci sono sembrati i più meritevoli di pubblicazione su Nazione Indiana. In realtà 11 testi + uno: c’è una menzione speciale a un’autrice (Alice Ghinzani, 2010), una ragazza che ci ha colpiti per la sua giovane età e che abbiamo voluto premiare.

E così anche Nazione Indiana ha un concorso letterario e una… dozzina. Ci voleva l’ottantesimo della Liberazione per spingerci a tanto.

Le giurie (composte da: Mariasole Ariot, Gianni Biondillo, Silvia Contarini, Francesco Forlani, Lisa Ginzburg, Andrea Inglese, Renata Morresi, Davide Orecchio, Orsola Puecher, Ornella Tajani) si sono poi unite e hanno individuato il racconto vincitore: Sotto la terra di Claudia De Angelis. Il testo si ispira alla storia di un borgo tra Terra di Lavoro e Ciociaria, San Pietro Infine. I suoi abitanti, nel dicembre 1943, cercarono scampo dai bombardamenti nelle grotte della valle. Lo pubblicheremo il 25 aprile.

Ecco l’elenco dei vincitori con il calendario di pubblicazione sul sito.

  • 14 aprile
    Jenide Russo (Alice Ghinzani, 2010)
  • 15 aprile
    La staffetta (Federica Grasso, 2000)
  • 16 aprile
    Il canto (Sean Ashmore, 1993)
  • 17 aprile
    Nascondino (Nicola Maria Fioni, 1996)
  • 18 aprile
    Nun si parti (Sofia Rigoli, 2003)
  • 19 aprile
    Galline di Montagna (Rodolfo Sgro, 1994)
  • 20 aprile
    Vattinne (Giorgia Giuliano, 1994)
  • 21 aprile
    Nebbia di guerra (Chiara Cassaghi, 1998)
  • 22 aprile
    Io sottoscritto Parmigiano racconto e rinvengo il mio operato (Alessandro Tesetti, 2000)
  • 23 aprile
    Il brutto male (Camilla Pasinetti, 1994)
  • 24 aprile
    Nelle retrovie (Linda Farata, 1994)
  • 25 aprile
    Sotto la terra (Claudia De Angelis, 1992)

“Racconti vincitori”… ma dovremmo usare il femminile prevalente. Dovremmo parlare di “vincitrici”, visto che in 8 casi su 12 si tratta di autrici. Nel nostro concorso, insomma, c’è stata una piccola Resistenza delle donne, anzi delle ragazze, ed è forse un elemento virtuoso in più entro un’iniziativa che è sì culturale e letteraria, ma è soprattutto civile e politica.

Un aspetto comune ai testi ricevuti – che li abbiano scritti donne o uomini – è che pressoché nessuno (a parte qualche eccezione) ha scelto di mostrare la guerra vera e propria, né la violenza resistenziale. Ci sarà da riflettere su questo dato più esistenziale che estetico. La guerra resta sullo sfondo. Si incarna in un fratello, o in un padre, o in un figlio che combatte al fronte o in montagna, o che è già morto. In un’assenza. I fascisti e i nazisti ci sono, certo, eccome se ci sono, con le loro torture, con i loro rastrellamenti e i lager. Ma il racconto del combatterli (o del resistere nel sopravvivere, nel durare più che nel fare la guerra) predilige i sotterfugi, le astuzie e le manovre clandestine. E poi l’attesa ctonia in grotte e nascondigli.

Che sia un sintomo del nostro tempo, a suo modo attonito e impotente, più che del tempo che ci liberò ottant’anni fa? Avremo modo di tornarci sopra e rifletterci ancora.

Buone letture e buon anniversario della Liberazione.

“STAFFETTA PARTIGIANA” concorso letterario

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Nazione Indiana promuove un concorso per racconti e scritture brevi inedite sulla Resistenza e la Liberazione.

[Aggiornamento 2 febbraio 2025] Ringraziamo tutti per i contributi inviati. In questi tempi bui, in quest’onda autoritaria, essere controcorrente non è una cosa scontata e raccogliere il testimone di valori e storie è sempre più importante e significativo. Cominceremo a breve le letture dei testi.

Nazione Indiana ha deciso di onorare l’80esimo anniversario della Liberazione italiana dal nazifascismo, che si celebrerà il 25 aprile 2025, con un concorso per testi inediti.

Il concorso è rivolto agli under 35 perché pensiamo sia importante un passaggio del testimone, che quindi una nuova generazione di italiane e italiani assuma il compito di ricordare e raccontare la Resistenza.

La nostra iniziativa può fare per te se hai meno di 35 anni e ami le storie della Resistenza, le storie di chi ha lottato per liberare l’Italia dal nazifascismo.

Pensiamo che valga la pena di leggerle e narrarle ancora perché la memoria storica cambia, si evolve, ma raccontare la Resistenza non perde il proprio valore morale e politico, anzi farlo diventa ancora più importante nell’Italia di oggi, governata da forze che non hanno mai fatto i conti col proprio passato fascista e neofascista, che non lo rinnegano, che al contrario lo alimentano e lo tengono più in vita che mai.

Se ti vuoi mettere in gioco provando a raccontare in un testo – in un racconto appunto, o una biografia, o una scrittura breve o ibrida – una storia della Resistenza e della Liberazione, ecco le regole d’ingaggio di questo concorso:

  • I testi inediti (inediti anche sul web) dovranno essere lunghi minimo 12mila battute e massimo 24mila battute spazi inclusi. I testi che non rispetteranno questa lunghezza non saranno letti.
  • Dovranno essere inviati in formato .doc alla mail staffettapartigiana.ni@gmail.com.
  • La data ultima per la ricezione dei materiali è il 31 gennaio 2025.
  • Per comunicare l’età del mittente basterà un’autocertificazione.
  • Le redattrici e i redattori di Nazione Indiana leggeranno e valuteranno i testi e i migliori saranno pubblicati su Nazione Indiana a partire dal 25 aprile 2025.
  • Il racconto che giudicheremo più riuscito sarà premiato con la pubblicazione su Nazione Indiana il 2 giugno 2025, e il suo autore sarà invitato a leggerlo in occasione della Festa annuale di Nazione Indiana.
  • I migliori racconti ricevuti saranno poi raccolti in un e-book che si potrà scaricare gratuitamente dal sito di Nazione Indiana.
  • Hai carta bianca e piena libertà di invenzione, oppure puoi ispirarti a una storia realmente accaduta, usando e citando documenti e fonti, attingendo dagli archivi, dalle biblioteche o dalle risorse online.

Aspettiamo di leggerti!

VOLANTINO STAMPABILE PER CHI VOLESSE DIFFONDERE LA NOSTRA INIZIATIVA

Oh my bike! Ruote, caucciù e colonie

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di Jamila Mascat

(Tim & Puma Mimi, Oh My Bike, 2019)

Nonna Anna avrebbe detto “sempre meglio che una disgrazia”. Lo ripeteva con nonchalance ogni volta che – e, spesso, per quel che mi sembra di poter ricordare – perdeva un documento, un portafoglio, una chiave di casa. Perfino dopo uno scippo che nel 1985 le era costato trecento o quattrocentomila lire. Da piccola non riuscivo a immaginare una disgrazia senza contemplare la fine del mondo, perché tutto il resto apparteneva alla categoria del sempre meglio. Crescendo, però, ho imparato che anche il dispiacere vuole la sua parte, discretamente e senza clamore. A volte le cose semplicemente dispiacciono. Come la settimana scorsa che mi hanno rubato la bicicletta. Ho reimparato ad andare in bicicletta a 42 anni, dopo 30 anni di astinenza, senza aver mai coltivato alcun feticismo delle due ruote, senza aver mai partecipato a una Critical Mass, senza aver mai nutrito un grammo di ammirazione per i ciclisti vestiti da ciclisti che affannati in fila indiana arrancano sulle strade provinciali la domenica mattina presto, i fanatici del vélib parigino, gli irriducibili che si lanciano nel traffico maleodorante di Roma con o senza casco, gli inossidabili impermeabili che sfidano la pioggia battente di Amsterdam. Al culmine dell’orrore i sellini: stretti, squadrati, appuntiti, rigidi, ridicoli anche se ergonomici, per cui ho sempre provato un’inspiegabile repulsione. Poi sotto la pioggia di Amsterdam, che non è sempre così battente come la credevo, ci sono finita anch’io e sono stata catapultata in un universo della mobilità fino ad allora sconosciuto, ad andamento lento ma non troppo, alternando omafietsen (le bici della nonna, che frenano retropedalando) e bakfietsen (le bici cargo su cui si caricano bambini, cani o oggetti di grandi dimensioni).

(Shadi Ghadirian, Qajar #6, 1998)

La scoperta della bicicletta è stata un’iniziazione alla settima dimensione dei trasporti terrestri. Perché la velocità e la visuale in bici non hanno nulla a che vedere con quello che offrono piedi, treni, auto, tram, bus, quad e motorini. Pedalare è panta rei. Un pezzo pubblicato sul San Francisco Chronicle il 25 gennaio del 1879 – San Francisco a fine Ottocento è l’avanguardia ciclistica degli Stati Uniti –  e intitolato “The Winged Heel” (Il tallone alato) rende omaggio a “l’euforia della bicicletta” celebrando “un’estasi di trionfo sull’inerzia, la gravitazione e gli altri pigri vincoli che ci trattengono”.  In bici, conclude, “You are traveling! Not being traveled!”

(San Francisco, 1870).

Così, l’euforia della bicicletta ha riattivato anche in me quel residuo di ostinazione infantile, a dispetto dell’età, che di fronte al non sapere rivendica ossessivamente il diritto di capire tutto, l’utile e l’inessenziale – Come si raddrizza un manubrio storto? Come si allacciano i catarifrangenti ai pantaloni? Come decorare a festa i raggi delle ruote, ma soprattutto perché? – fino ad essere risospinta alla domanda sulle origini – ma chi ha inventato la bicicletta? –  per rimbalzare sugli orrori estrattivi del caucciù.

Come nel caso di tante invenzioni, perfezionate nel corso dei secoli, anche la bicicletta è il frutto di un general intellect che si è dispiegato lungo circa un secolo per arrivare a produrre un dispositivo su due ruote che somiglia alle bici che conosciamo. In questa staffetta di eureka si susseguono il velocipede (o draisina), ideato nel 1817 dall’aristocratico tedesco Karl Drais, la Treadle bycicle (1839) a pedali, ma senza catena, costruita dal fabbro scozzese Kirkpatrick Macmillan, la Michaudine di Pierre e Ernest Michaud (1869) che sposta i pedali in avanti, sulla ruota anteriore, quest’ultima in crescita esponenziale fino ad arrivare al Grand bi che sfoggia 150 cm di diametro (1870). E ancora la prima bici con catena (1880), fabbricata dal londinese Harry Lawson, e infine la Hirondelle (1900) – la bici dei poliziotti francesi il cui nome deriva proprio dall’aspetto dei ciclisti che indossavano un mantello nero e si aggiravano con ali di rondine –  la cui sagoma già ricorda da vicino la silhouette di una bicicletta dei nostri giorni. Senza addentrarsi nei meandri delle catene, degli ingranaggi e dei freni, di cui l’evoluzione meccanica rimane per me incomprensibile, non si può parlare di bici senza inciampare nel mistero delle ruote e dei materiali di fabbricazione di questi cerchi magici, e poi la fattura, la consistenza, la resistenza, la resilienza. E come per incanto le ruote delle biciclette dischiudono il sipario sugli imperi coloniali.

È soltanto alla fine del 1800 che la gomma diventa un ingrediente fondamentale per la costruzione delle biciclette, mentre fino ad allora circolavano soltanto ruote rigide e non ammortizzate, di legno e metallo Nel 1888 sembra che il chirurgo veterinario scozzese John Boyd Dunlop, osservando il figlio pedalare con fatica in sella ad un triciclo su un pavimento accidentato, si sia posto il problema di come fare per ridurre i contraccolpi. Allora avvolge le ruote con strisce di gomma incollate e gonfiate con una pompa meccanica creando la prima rudimentale camera d’aria della storia. Nasce così il pneumatico, e nasce nel 1890 la Dunlop Rubber che brevetta e commercializza con successo le ruote di gomma. Édouard Michelin l’anno successivo perfeziona l’invenzione di Dunlop e costruisce il pneumatico smontabile, facile e rapido da riparare, con cui Charles Terront nel 1891 vince la corsa ciclistica Paris-Brest-Paris. Inizia così l’età dell’oro della bicicletta che realizza il sogno di libertà di chi non può permettersi le carrozze (né le neonate automobili) e delle donne della buona società.

Nel 1895 si contano 7 milioni di biciclette in tutto il mondo. Dunlop, Michelin, Good Year, Continental, Pirelli fanno impennare la domanda di caucciù per fabbricare pneumatici di gomma. La gomma non è una novità assoluta, già intorno alla metà dell’Ottocento viene utilizzata nelle ferrovie o nell’industria militare per produrre scarpe, stivali, protezioni per baionette, teli, borracce, bottoni, e anche protesi ricostruttive. Soltanto l’invenzione del pneumatico e il boom del ciclismo, però, inaugurano la corsa al caucciù. La gomma sintetica fa la sua comparsa solo dopo la prima guerra mondiale; fino ad allora viene ricavata dal lattice prodotto dagli alberi della gomma (l’Hevea bresiliensis o siringueira) in Amazzonia e dalle viti selvatiche (Landolphia) del Congo. La giungla congolese e la foresta amazzonica (e solo successivamente le piantagioni del Sud-est asiatico) saranno per un quarto di secolo circa i luoghi di estrazione del caucciù per excellence. Così, mentre l’Europa e l’America del Nord si godono la libertà delle due ruote, sotto l’Equatore milioni di individui vengono condannati dalla gomma ai lavori forzati.

In The Thief at the End of the World: Rubber, Power, and the Seeds of Empire (2008), lo storico Joe Jackson racconta che la popolazione dello Stato Libero del Congo, in realtà proprietà privata del re del Belgio Leopoldo II dal 1885 (Conferenza di Berlino) fino al 1908, passò da 25 milioni a 10 milioni, sacrificando 15 milioni di morti sull’altare del caucciù. Un simile destino toccò in sorte alle popolazioni indigene del Putumayo tra il Perù e la Colombia. Leopoldo II non mise mai i piedi in Congo, amministrando a distanza i proventi del caucciù prodotti dalla Anglo-Belgian India Rubber Company, rifondata con capitale unicamente belga nel 1898 come ABIR Congo Company. A vegliare sui dannati del caucciù furono predisposte le milizie della Force Publique, truppe di mercenari, volontari ed ex ufficiali degli eserciti europei (belgi, italiani, danesi, svedesi, norvegesi) amanti dell’avventura, del sangue e delle punizioni corporali.

Alice Seeley Harris, missionaria inglese in Congo considerata come l’iniziatrice di una delle prime campagne internazionali per i diritti umani, raccoglierà centinaia di foto con la sua Kodak, documentando per la prima volta gli orrori delle mutilazioni inflitte quotidianamente alla popolazione congolese per sostenere il ritmo della produzione della gomma. All’inizio del 1906, Alice Harris e suo marito John viaggiano negli Stati Uniti proiettando in 49 città, con il supporto delle lanterne magiche in voga all’epoca, le immagini scattate da lei. Alcuni di questi scatti, quello stesso anno, saranno pubblicati dal quotidiano New York American durante una settimana.

Nel King’s Leopold Soliloquy (1905) Mark Twain aveva indirettamente reso omaggio alla fotografia militante di Harris per bocca del re Leopoldo che, nel corso di un’oscena apologia di se stesso, agita lo spauracchio dei missionari  – “They travel and travel, they spy and spy!”-  e della macchina fotografica – “Then that trivial little Kodak, that a child can carry in its pocket, gets up, never uttering a word, and knocks them dumb”.

Nsala, di Wala, nel distretto di Nsongo a sud di Kinshasa, fissa la mano e il piede di sua figlia Boali, amputati. 14 maggio 1904 (Alice Seeley Harris).

 

“Esperimento su Bòttego”: un nuovo e-book di Nazione Indiana

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Un nuovo e-book di Nazione Indiana

di Andrea Inglese

Nazione Indiana, nonostante la sua un po’ spaventosa longevità, mantiene una sua giovanile inquietudine, una sua curiosità onnilaterale e poco addomesticata, anche se nel mondo letterario più si è domestici più si vive tranquilli. Segno di questa irrequietezza sono i suoi slanci editoriali, che in passato hanno prodotto incursioni puntuali, ma meditate. Alludo ai tre titoli della collana “Murene”, tutti volti all’altrove (Stephen Rodefer, poeta statunitense, curato e tradotto da Andrea Raos; Ingo Schulze, narratore tedesco, curato e tradotto da Stefano Zangrando; Miguel Torga, scrittore portoghese, tradotto e curato da Massimo Rizzante) e nati da una costante passione di condivisione, che ancora oggi non può non caratterizzarci, in quanto blog collettivo, entità policentrica e dialogante. Ai tre volumi cartacei di “Murene”, si affiancano però anche quattro e-book, che hanno la principale caratteristica di raccogliere una pluralità di voci, sia interne che esterne al blog. A parte 25 passi in file indiani, nato come raccolta libera di pezzi apparsi su Nazione Indiana a firma dei suoi redattori, sorta di “carotaggio” estemporaneo rispetto alla ricchezza dell’archivio, gli altri tre si concentrano su questioni d’attualità, cercando di “stringerle” attraverso la diversità degli approcci (e-book sulla “responsabilità dell’autore”, sugli “attacchi terroristici in Francia del 2015”, sull’esperienza della “pandemia di Covid-19”). A queste iniziative va ad aggiungersi, il volume collettivo Piccolo vocabolario autostradale a uso dei contemporanei, a cura di Gianni Biondillo.

Oggi vi presentiamo un nuovo e-book, stavolta non si tratta di una traduzione né di un lavoro collettivo. Il caso come sempre lavora per noi, dal momento che tendenzialmente anarchici come siamo non potremmo permetterci programmi di lungo periodo. Esperimento su Bòttego nasce da un “primo” esperimento, da un primo pezzo che Fabrizio Bondi, amico e attento lettore del blog, mi ha proposto di pubblicare (26 aprile 2022). La prima frase diceva: “Esperimento su Bòttego è un progetto che parte dalla mera e quasi disarmata descrizione di uno specifico oggetto culturale: il monumento parmigiano all’esploratore Vittorio Bòttego, appunto”. Il carattere anomalo, installativo, sperimentale, politico, di quel testo (corredato da fotografie), mi aveva subito convinto. E la sua fuoriuscita dal laboratorio privato ha permesso a Bondi di testarne la “resistenza” alla pubblica lettura e, chissà, ha magari contribuito a suscitargli il desiderio di radicalizzare quel primo accerchiamento / malmenamento di una celebrata figura di esploratore, militare, scienziato, avventuriero, a cui il colonialismo crispino aveva lasciato mano libera nel Corno d’Africa.

L’attuale e definitiva (?) versione di Esperimento su Bòttego arriva giustamente in ritardo rispetto a una recente ondata di attivismo decoloniale diffuso, che si è tradotto in più o meno riusciti sbullonamenti di monumenti possibilmente equestri, o comunque agghindati d’elmi, panciotti e sciabole. Ma è questo che c’interessa: con una zampata che accoglie il lato più corrosivo del post-moderno, Bondi sganghera ludicamente e perfidamente il Vittorio Bòttego, che campeggia intatto davanti alla Stazione di Parma. Mette mano alle opere di questo, riscrivendo, rimontando, sforbiciando. Nello stesso tempo, ne fa un racconto della propria infanzia, della propria vocazione mancata, di naturalista. Una tale opera imbarazzerebbe ovviamente l’asse editore-libraio. In quale collana e genere lo infiliamo? E in quale scaffale? Nazione Indiana non s’imbarazza di questa incollocabilità, nata da una del tutto avverata attitudine sperimentale. Ringraziamo, quindi, Fabrizio Bondi, che conoscevamo come studioso del Rinascimento e critico militante. Ora lo scopriamo scrittore di ricerca.

Un’ultima riga sul tema. Il pensiero decoloniale non è estraneo a Nazione Indiana, così come non lo è l’attenzione alla storia del Ventennio fascista, che riportò in auge miti, velleità e atrocità dell’imperialismo colonialista inaugurati nell’era crispina. (Ricordo, per altro, che Igiaba Scego è stata per un certo tempo, e sicuramente non invano, in Nazione Indiana.)

Il testo che segue, di Giuditta Bassano, introduce più approfonditamente di quanto abbia fatto io il nuovo e-book di Nazione Indiana. Un grazie particolare a Orsola Puecher e Jan Reister, senza i quali nulla di queste prelibatezze digitali sarebbe possibile.

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L’esploratore esplorato

di Giuditta Bassano

Vittorio Bottègo (1860-1897), giovane aitante capitano d’artiglieria, è stato protagonista di una serie di avventure nel Corno d’Africa; attraverso queste vicende, assurse a eroe del colonialismo crispino. Come esploratore di alcune aree fluviali della Somalia e dell’Eritrea Bòttego fu naturalista ma anche uomo d’armi di indiscussa violenza, emblema di un razzismo italico alquanto poco transeunte. Vittorio Bottègo era nato a Parma: davanti alla stazione della sua città esiste tutt’oggi un monumento che ne commemora il coraggio e le imprese. Fabrizio Bondi parte da qui, cioè dall’eredità sinistra di un monumento, “l’accrocchio”, di cui appare difficile riconoscere oggi l’appropriatezza. L’autore si immerge allora nella “pelle linguistica” del Bòttego, perché l’eroe parmigiano aveva eretto “un altro monumento, un monumento a se stesso” mettendo per iscritto i suoi viaggi. Potremmo parlare di una guerriglia ventriloqua, o di una poetica (sperimentale) della vendetta.

Ariostista e professore di letteratura italiana, Bondi arma infatti la  propria sensibilità letteraria e il proprio dominio della metrica italiana (contro la retorica italica dei resoconti dell’eroe) per “montare” una testimonianza su Bòttego con le sue stesse parole. Un esperimento di pidgin politico, in cui le immagini dell’esploratore, le sue impressioni in terra africana, la cosmogonia patriottica di epoca crispina forniscono un bacino semantico che Bondi stravolge attraverso una sintassi inaudita. Saggio e testo letterario insieme, un po’ in prosa e un po’ in versi, “Esperimento su Bòttego” è un lavoro che più che leggere si può piuttosto frequentare e abitare, entrando da un punto qualsiasi del suo congegno narrativo, persino cominciando, se si vuole, dalle note finali. In questa esplorazione ci si imbatterà in una serie di appunti filosofici sul concetto di monumento, nei rapporti tra Bottègo e Carlo Dossi, nelle raggelanti descrizioni dell’efferatezza coloniale, ma non meno nella fauna del Corno d’Africa e nella saggia battaglia che le piante di fico muovono indefesse contro le statue e le opere umane di ogni sorta. È probabile che se ne riemerga convinti, con Bondi, che la “pasta, la materia della lingua, è tutto”.

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Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato epub

Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato mobi

Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato pdf

Contro la scuola neoliberale

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di Giorgio Mascitelli

Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza a c. di Mimmo Cangiano, Milano, Nottetempo, 2026, euro 15,20

Il titolo militante di questo libro collettivo trae ispirazione dall’impegno di molti degli autori nella pluridecennale lotta per la difesa della scuola pubblica dall’offensiva neoliberista, ma esso non è solo un testo polemico perché risulta allo stesso tempo un’eccellente introduzione per un non addetto ai lavori desideroso di capire le dinamiche in atto grazie al livello politicamente e culturalmente alto, ma non specialistico, dei contributi e alla varietà degli argomenti trattati. Si passa così da interventi di ordine più generale, che affrontano la crisi della scuola nell’ambito della cultura postmoderna con riferimento allo sdoganamento all’interno delle didattiche di aspetti e pratiche dell’ideologia neoliberale (Lo Vetere), le modifiche, ossia gli ostacoli, al lavoro del docente portati dall’autonomia scolastica e la trasformazione della didattica come esercitazione al lavoro subordinato (Maurizi), la mercificazione dell’insegnamento universitario e secondario (Zinato) e il discorso pubblico (mediatico) sulla scuola e in particolare all’attacco alla figura del docente (Contu) per passare a messe a fuoco rigorose di vari aspetti decisivi della realtà scolastica attuale. Possiamo così vedere la crisi dell’istruzione professionale (Polacco), i meccanismi che stanno dietro alle cosiddette valutazioni oggettive dell’efficienza del sistema scolastico (Latempa), i disastri della riforma dell’accesso alla professione docente tramite i famigerati CFU (Scuderi) e la ricostruzione della vicenda dei finanziamenti PNNR come tentativo di compiere un’ideologica informatizzazione della scuola anziché cercare di usarli produttivamente per i bisogni reali (Bandini). Forse sarebbe valsa la pena di dedicare un intervento anche agli effetti selettivi che produce il mercato della scuola tramite la competizione, dalla fiera degli open day a certe innovazioni burocratiche come il RAV (rapporto di autovalutazione, un documento disponibile sul sito di ogni scuola, in cui si presentano i livelli dell’utenza dell’istituto, in modo da orientare le scelte dei genitori, particolarmente significativo nel passaggio dalla scuola elementare alla media inferiore).

Uno dei meriti fondamentali di questo libro è di proporre in tutti i suoi interventi una lettura di classe delle trasformazioni della scuola di questi ultimi trent’anni, siano esse riforme o ‘buone pratiche’, innovazione lessicale di epoca renziana che è coincisa con la contestuale scomparsa della riflessione su come e per chi sia buona una pratica. Oggi infatti assistiamo a un dibattito politico sulla scuola che, come nota Mimmo Cangiano nell’introduzione, è una vera e propria guerra culturale tra sinistra e destra ossia un dibattito tanto feroce quanto sovrastrutturale. Cosa vuol dire questa espressione? Che in fondo tanto destra quanto sinistra sviluppano un discorso idealizzato, se non mitico, caricando di valore smisurato misure simboliche del tutto secondarie (per esempio la questione dell’obbligo per gli alunni di alzarsi in piedi quando entra in aula il docente), trascurando i processi materiali che intervengono a modificare radicalmente la struttura della scuola. In particolare domina a destra lo stereotipo del declino della scuola abbattuta dal permissivismo sessantottino e dall’altro lato la negazione di qualsiasi declino tramite la retorica dell’inclusione. Quindi “la destra fa il gioco che ha sempre fatto: spiritualizza i processi capitalistici. Mentre lascia intatte (e anzi difende) le dinamiche strutturali che hanno condotto a un tale stato di cose, ammanta questi processi con la sue parole d’ordine (identità, tradizione ecc.)” (p.11); la sinistra invece “legge queste dinamiche strutturali come propedeutiche a una scuola che, lontana dalle secche disciplinariste del gentilianesimo, miri alla formazione di un cittadino sanamente empatico e inclusivo” (p.11). Insomma destra e sinistra si scontrano su simboli culturali, ma non intervengono sui processi materiali, economici, cha hanno un’origine sistemica, di trasformazione e di annichilimento della scuola pubblica.

Gli ultimi trent’anni sono stati caratterizzati da una miriade di riforme e innovazioni che ricevono il loro impulso iniziale dalle grandi istituzioni economiche del capitalismo (OCSE, UE, Banca Mondiale, fondazioni e think tank privati) con il duplice obiettivo, non sempre armonizzato, di creare un mercato nella scuola e di formare l’individuo neoliberale tramite l’interiorizzazione degli obiettivi e delle qualità necessarie a diventare un soggetto acquiescente a qualsiasi richiesta del mondo del lavoro. Una parte significativa della pedagogia universitaria sia progressista sia conservatrice ha collaborato fattivamente a questo processo, di cui la cosiddetta didattica delle competenze è l’aspetto più noto, presentandosi come tecnoscienza dell’insegnamento, probabilmente nel tentativo di ricollocarsi a favore di sole in un’università che a sua volta subisce l’offensiva postmoderna contro i saperi non performativi o inutili, ossia quelli non immediatamente spendibili sul mercato o non funzionali al discorso ideologico neoliberale. Possiamo vedere un sintomo di queste dinamiche nell’allergia del discorso pedagogico a qualsiasi storicizzazione, cioè  il docente e gli studenti sono considerati in una classe totalmente avulsa da qualsiasi contesto, quasi in vitro, come si può evincere dagli interventi di Lo Vetere e Maurizi in particolare. Da questo deriva una sorta di feticizzazione di determinate pratiche scolastiche, per esempio certe metodologie, sentite per loro stessa natura come progressive e, ça va sans dire, risolutive senza riflettere sul paesaggio sociale e storico in cui la scuola opera e senza prendere in esame la possibilità che il valore di una determinata pratica non sia assoluto, ma relativo e fortemente condizionato dal quadro generale.

In questo senso il dibattito sulla valutazione assume aspetti grotteschi o, come scrive Latempa, è inesistente perché prescinde sistematicamente dal significato politico, economico e sociale delle prove standardizzate, come quelle INVALSI, e dal loro impatto sulla scuola nel suo complesso. La pretesa di misurare oggettivamente le performance degli insegnanti tramite quelle degli studenti, essenzialmente con quiz, banalizza il lavoro scolastico e non serve a spiegare certo le difficoltà di apprendimento, ma è funzionale a creare tabelle e classifiche che, pretendendo di misurare un’astratta efficienza, mettono in competizione tra loro gli istituti. Non a caso il documento istitutivo delle prove INVALSI venne redatto da tre economisti totalmente estranei alla scuola.

In molti interventi emerge la questione degli insegnanti: l’attacco mediatico a cui sono sottoposti, ricordato da Contu, che li ritrae come depositari di un sapere inutile che comunque non sanno comunicare  e dall’altro la miriade di nuovi incarichi e obblighi di tipo essenzialmente burocratico, che Maurizi descrive puntualmente, non sono un effetto collaterale delle riforme o una questione eminentemente sindacale, perché l’attacco alla figura del docente come lavoratore della conoscenza e la sua trasformazione in un facilitatore o assistente senza particolare autonomia didattica e culturale, di cui si può scorgere un riflesso anche nella vicenda del PNNR raccontata da Bandini e, ancor di più, nell’incredibile riforma del sistema di reclutamento dei docenti tramite l’abilitazione professionale a pagamento offerta dalle università on line, analizzata da Scuderi, è un aspetto centrale della scuola neoliberale. Se si vuole trasformare la scuola in una cinghia di trasmissione delle idee neoliberali, occorre avere insegnanti culturalmente deboli e quindi incapaci di creare un rapporto educativo con i ragazzi. Ciò è particolarmente visibile nella questione del reclutamento dei nuovi docenti, che non deve essere considerata una delle tipiche inefficienze italiane, ma una scelta politica consapevole: cioè la possibilità di ottenere i crediti tramite cui si accede all’abilitazione professionale sostanzialmente pagando, anziché  vincendo concorsi abilitanti o, al limite, facendo scuole in presenza tenute da università pubbliche come in passato, è mirata a rendere più difficile l’assunzione di personale preparato dal punto di vista didattico e disciplinare, con buona pace della retorica della meritocrazia, perché lavoratori dequalificati sono più facilmente manovrabili e più deboli nella loro relazione con gli studenti.  La scuola che mira alla formazione del capitale umano per il mercato del lavoro non solo deve guardare con sospetto a qualsiasi forma di trasmissione culturale, potenzialmente critica verso l’esistente, ma osteggia quella relazione umana tra docente e studente, che è alla base dell’idea stessa di scuola, quello scambio necessariamente asimmetrico, specie all’inizio, ma pur sempre umano, senza il quale non si insegna né si impara nulla.

Si impara invece molto da questo libro, e non alludo soltanto alle analisi puntuali dei meccanismi di distruzione della scuola pubblica in una società e in un mondo, che ama dipingersi come il più civile e illuminato di sempre, ma al richiamo morale e politico, che implicitamente e talvolta anche esplicitamente comunica al lettore, di non accettare di essere governati, ma di criticare con coraggio l’esistente perché una scuola democratica è premessa irrinunciabile di una vita democratica.

Anna Voltaggio – La santa degli altri

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di Anna Voltaggio

Primo capitolo de

La Santa degli Altri

di Anna Voltaggio

Nica mi ha lasciato, e per due settimane non me ne sono accorto. Un giorno mi ha fatto trovare un biglietto nella nostra stanza. L’ha scritto sulla carta di un cioccolatino,lo ha mangiato e poi ha scritto: Sapevamo entrambi che il trop po è per poco.
Io mi sono messo seduto, dal lato in cui si sdraiava lei, e ho cercato di ricordare cosa fosse successo nelle ventiquattro ore precedenti, alle volte sono distratto.
Anche a considerare dettagli senza importanza, non c’era niente che anticipasse una decisione così drastica, non trovavo segnali che facessero sospettare che quella sera avrei aperto la porta e trovato il suo passaggio e la sua fuga.
Aveva anche quantificato il nostro tempo. Era stato davvero «poco»?
Non avevo mai ragionato su quanto potesse durare la nostra relazione, come non ragiono su quanto possa durare la mia vita. Le cose finiscono, si sa, non ha senso starci a pensare.
Di tanto in tanto era stato argomento delle nostre conversazioni, perché invece Nica, su questa cosa del tempo, ci ragionava eccome.
Aveva ordinato un chinotto con ghiaccio e limone, al chiosco improvvisato sulla stradina sterrata davanti agli scogli. Il tavolo in alluminio era ricoperto di salsedine e avevo l’impressione che l’ombrellone dell’Algida sopra di noi creasse l’unico quadrato d’ombra di tutta la Sicilia.
«Per quanto mi sforzi, non riesco a vederci nel futuro» disse all’improvviso, incastrando il bicchiere ghiacciato tra le cosce nude.
«Da quand’è che cerchi di vedere il nostro futuro? Io non ci penso mai».
«Ah, ecco. Sarà per questo che non lo vedo».
«Sei di cattivo umore?»
«No, affatto».
«Non si direbbe».
«Ti comporti come se ti avessi chiesto qualcosa…»
«Ho solo sottolineato che non ci penso».
«Ho detto che non riesco a immaginarci. È ridicola la tua reazione».
«Va bene. Non mi va di litigare con trenta gradi».
«Ti piace così tanto assumere questa posa?»
«Di che stai parlando? Tu pensi troppo, diventi intrattabile quando pensi troppo».
«Secondo te dove arriveremo?»
«Suppongo che arriveremo fino alla fine».
«Dunque, abbiamo una fine».
«Non fare la bambina, anche l’amore eterno ha un tempo finito».
«Noi bambine crediamo ai miracoli e all’amore infinito. Voi bambini fate la guerra, fate finire le cose».
«Ce la stiamo vivendo, Nica. Quando finisce, finisce».
«La stiamo vivendo a tentoni come un cieco».
«A essere onesti, è l’unico modo».
Si alzò e rimase in piedi davanti al tavolo, come fanno i ragazzini impazienti di fare qualcosa di meglio. L’uomo del chiosco si avvicinò presentandomi lo scontrino con aria vagamente solidale. Nica era generosa. Generosa nel senso che mi faceva continuamente regali, piccoli o costosi, nei limiti dei suoi guadagni, eppure non pagava mai. Mai al bar,
né al ristorante, né al cinema. Non faceva neanche il gesto e non mi ringraziava dopo che le porgevo il suo biglietto o ci presentavano il conto che ormai avevo preso l’abitudine di afferrare. C’era qualcosa di lieve in quella sua indifferenza, che m’inteneriva, perché
per tutto il resto voleva controllo, come se potesse calcolare ogni variabile della vita senza farsi mai trovare impreparata.
Queste cose posso dirle adesso, che passo i miei giorni incollando pezzetti di lei come se fosse un puzzle di cui cerco di costruire il disegno.
L’unica ragione che quella mattina l’aveva trattenuta dall’impulso di andarsene era che stavamo con la mia macchina a nove chilometri dalla città. Sentivo distintamente il suo senso di repulsione per la mia ragionevolezza, e di quelle sue reazioni ero esausto ma
anche appagato.
A ripensarci adesso che non c’è più, mi viene il dubbio che con quella frase improvvisa, Non riesco a vederci nel futuro, volesse lasciarmi intendere qualcosa di più profondo che però fatico ad afferrare. Ma forse sto soltanto manipolando la verità di un fatto molto
più semplice, forse sto soltanto rimuginando troppo. Da quando se n’è andata non faccio che vivisezionare il tempo per trovare il punto esatto che mi sono perso, quello in cui ha deciso di sparire, e inizio a credere che, più mi ostino a cercare lei, più perdo me stesso.
Sulla via del ritorno, il caldo opprimente combinato alla conversazione ci aveva reso tristi e non parlammo più. Misi in moto senza allacciare la cintura e dopo pochi secondi l’avviso acustico di sicurezza azionò i suoi bip striduli, sempre più ravvicinati, che ostentavo
di ignorare fissando la strada. Sentivo il suo sguardo addosso, una furia muta che riempiva tutto l’abitacolo. In uno scatto improvviso e rapido, come qualcosa che cade dall’alto, Nica sbatté con una violenza selvaggia entrambe le mani sul cruscotto, facendomi saltare in aria. Allacciai la cintura e accesi la radio, senza dirle una parola. Dopo un paio di chilometri partì un brano dei Clash con un ritmo irresistibile che mi spinse a tamburellare con le dita sul volante, e Nica spense la radio.
La sua irritazione provocava la mia, in una spirale che si alimentava in sé stessa. Il sale mi bruciava addosso e m’infiammava la pelle, sentivo prudere dappertutto, ma non osavo grattarmi. La macchina intanto scivolava sul viale ombroso della Favorita e ci riportava verso la città.
Da quando mi ero trasferito a Palermo, fantasticavo di prendere una villetta sotto le Grotte dell’Addaura. L’idea di vivere in una casa tra il mare e le montagne mi dava la convinzione che avrei potuto combinare qualcosa di buono e smettere di scrivere i sottotitoli dei film, che presto sarebbero stati tradotti da un’intelligenza artificiale velocissima ed efficiente,
in grado di cogliere sfumature di linguaggio apprese in dodici minuti.
Quando ho conosciuto Nica, devo ammettere, ero in quel momento fragile della vita in cui non è chiaro se il futuro che deve arrivare è ancora quel genere di futuro che cambia le cose o se invece è soltanto il tempo che resta. In questi momenti, in modo del tutto paradossale, le illusioni generano sicurezza.
Per non lasciarmi sopraffare da certe inquietudini, comunque, mi limitavo ad allontanarle, considerando fatti che non avevano a che fare soltanto con me stesso, ma con me in relazione al mondo. Mi concentravo sull’insieme e mai sul dettaglio.
Quando si affacciano domande scomode è bene spostare l’attenzione su cose di maggiore importanza, che rendono insignificanti le nostre piccole miserie. I Paesi in guerra, l’oscenità mediatica, la paura del vuoto, gli squilibri economici, le solitudini, il disincanto del mondo.
Mi chiese di lasciarla al negozio della sua amica Teresa e quando fermai la macchina, prima di aprire lo sportello mi guardò con un ghigno.
«E allora? Come andrà a finire tra me e te, visto che tutto finisce?»
«Come vuoi che vada a finire?»
«Come se fosse stato un sogno» disse.
Quella frase mi sembrò naïf, ma piena d’amore. Ricordo di aver sentito qualcosa di profondo salire in superficie e poi espandersi. Avrei voluto abbracciarla, ma invece non feci niente. Lasciai le braccia tese sul volante e la macchina in moto.
Nica allora scese spingendo indietro lo sportello con una certa forza e per due giorni non si fece più sentire.
Comunque sia, anche a saperle, tutte queste cose, si va avanti lo stesso, e il futuro, quando ci sono di mezzo i sentimenti, sembra che non debba arrivare mai. Dopo quei giorni di assenza, infatti, abbiamo ricominciato a vederci come se quella giornata non
avesse avuto nessun senso. Nessun significato. Siamo abituati a immaginare il futuro convinti che saremo come siamo nel momento in cui lo stiamo pensando. Come se non dovessimo mutare, come se, nel frattempo, le cose della vita non dovessero succedere. È stupefacente come siamo ostinati a rifiutare la morte.
Ultimamente mi chiedo come avrei dovuto risponderle quel giorno in macchina e se avrebbe fatto una qualche differenza. Come volevo che andasse a finire?
Ognuno ha le sue idee sul modo di finire le cose. Che Nica sparisse così, come in un gioco di magia, non mi sembrava il modo migliore, ma avrei preferito una cena al ristorante o una lettera? Avrei preferito lasciarla io. Ecco cosa avrei dovuto rispondere. Per quanto doloroso possa essere, scegliere di allontanarsi da qualcuno contiene l’idea di avere
accettato una rinuncia, e non è roba da poco.
Succede sempre tutto in primavera. Adesso che è luglio, non succede più niente, l’estate addormenta le cose.
Sono andato al negozio della sua amica Teresa, ieri, ho fatto avanti e indietro davanti alla vetrina decorata di piccole luci gialle e gigantografie di modelle dall’ovale rassicurante, ho guardato le clienti circondate dalla carta da parati a fiori, le ceste di shampoo e gli scaffali con le creme azione d’urto. Sembrava che lì dentro le persone si muovessero più lentamente, come se l’aria fosse soffice e asciutta mentre fuori, dove ero confinato io, traboccava di umidità. Avevo l’impressione che la porta di vetro del negozio fosse l’accesso di un mondo che mi veniva precluso. Ho osservato per un po’ le mani di Teresa che si davano da fare sopra la testa della donna seduta, che le sorrideva attraverso lo specchio mentre lei ricambiava con indulgenza, districando pazientemente la massa di capelli ruvidi e ispidi. I suoi, al contrario, sembravano una decorazione, ricci stretti e lunghi che occupavano molto spazio intorno a lei. Ne ha raccolto un paio di ciocche appuntandole con qualcosa, sono così neri che il sole che filtrava dal vetro li faceva luccicare.
Non so quasi niente di lei, se non che con Nica si conoscono dai tempi della scuola e che è orfana. Quella parruccheria del borgo l’ha ereditata dalla zia perché ci lavora dentro da quando è una ragazzina, e le sorelle, per questa ragione, dell’eredità adesso non
le parlano più.
Le amiche di Nica mi hanno sempre messo uno strano timore addosso. Ogni tanto mi parlava di loro e me le figuravo come amazzoni sempre pronte a colpire, ma Teresa più di tutte, e adesso che la vedo per la prima volta mi sembra di riconoscere la bellezza severa che avevo immaginato.
Se fossi entrato a chiederle dove fosse finita la sua amica non mi avrebbe risposto; nel migliore dei casi mi avrebbe guardato con compatimento, nel peggiore mi avrebbe chiesto di andarmene, senza riconoscermi, guardandomi come un estraneo, un nemico, un infiltrato.
Alla fine, ho passeggiato avanti e indietro senza fare niente, ripensando alla stanza più vuota che avessi mai visto, quella senza di lei.
La sera in cui Nica è sparita era il 22 maggio. È una coincidenza, perché il 22 maggio è la festa di santa Rita. Mi chiedo se l’abbia scelto apposta, perché anche questo era un tema ricorrente nelle nostre conversazioni, e il giorno del nostro primo incontro, senza che le avessi chiesto un bel niente, mi si era seduta accanto e aveva cominciato a parlare di santa Rita. Ci siamo conosciuti a un funerale. Questo particolare grottesco avrebbe dovuto prepararmi, anziché divertirmi. Era morta Mimì Puglisi, proprietaria della libreria Le Volte, che frequentavo abitualmente da quando mi ero trasferito, una di quelle librerie che
sembrano il salotto di casa, con un divanetto a due posti tappezzato in velluto verde oliva e un vecchio pianoforte addossato al muro dove, sopra, era appesa una bella stampa incorniciata con un disegno di Dino Buzzati. Ero fuori dalla chiesa perché volevo prendermi
una pausa da quella messa lunga e faticosa, dal prete che parlava con tono cantilenante citando passi del Vangelo secondo Matteo, e non so perché fosse uscita anche lei, ma in quel momento pensai che fosse per la stessa ragione.
«Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
«Beati voi» mi era suonato ironico.
Il prete pronunciava frasi brevi con un tono che invitava a completarle, e infatti tutti, in coro, finivano le frasi dietro di lui. Parole sempre uguali ritornavano fino a svuotarsi di significato, come un rituale ipnotico in cui non si chiede a nessuno di comprenderne il
senso.
Io non sono stato educato a frequentare le chiese da fedele, neanche da simpatizzante. Le ho sempre conosciute vuote e stratificate, perché entrambi i miei genitori erano architetti e mi raccontavano le piante a croce, il transetto e l’abside, ma nessuna storia che riguardasse i misteri o le leggende. Non sono neanche abituato a vedere le chiese piene di persone, né preti che dicono messa. Mio padre aveva deciso che non era il caso che facessi il catechismo come il resto dei miei amici e nel 1987 ero l’unico bambino della
scuola, forse di tutta Pavia, a essere esonerato dall’ora di religione.
A un certo punto della messa mi ero isolato e avevo perso il significato di tutte le parole, non pensavo più neanche a Mimì Puglisi. Ero abbandonato a un flusso di pensieri vaghi sulla colpa e il desiderio, e di tanto in tanto tiravo fuori il cellulare dalla tasca per lasciarmi
distrarre dall’algoritmo e accertarmi che fosse ancora carico, anche se sapevo che lo era.
L’odore intenso della chiesa mi aveva messo addosso un fastidioso senso di disagio ed ero uscito. Seduto su un gradino defilato, davanti a un vecchio portone di cui si intuiva il verde della pittura ormai scrostata, mi accesi una sigaretta nel mezzo del mercato chiuso e muto. Nica si avvicinò e venne a sedersi accanto a me come se fosse normale. Indossava pantaloni stretti e un maglione che sembrava fatto a mano, con le maniche troppo lunghe che lasciavano appena scoperte le dita affusolate. Era un maglione nero con
due grandi narcisi azzurro polvere che sparivano dietro i fianchi; sopra portava un trench lungo fino alle caviglie che svolazzava appena mentre avanzava verso di me con i suoi stivaletti di pelle sottile. Era una figura elegante e determinata, con la vita stretta e il ventre incavato. Dalle mie parti non è abitudine sedersi accanto a un estraneo, per di più per condividere una cosa tanto intima come il fumo di una sigaretta. Mi chiese da accendere con un tono molto serio, ma d’altra parte eravamo a un funerale. Fissai la sua
giacca leggera e scura che strisciava a terra.
«Hai visto il santuario di Santa Rita?» disse mentre avvicinava la sigaretta incastrata tra le labbra alla fiamma.
«No» risposi sorpreso.
«Eri dentro la chiesa, però».
«Mi sono fermato nelle ultime file».
«È alla sinistra della navata, nel cortile del convento. È molto potente».
«Non sono religioso» mi affrettai a dire con un’aria di superiorità. «Conosco giusto i fondamentali».
«Sei milanese». Inclinò a destra la testa sorridendo, come se esserlo fosse stupido.
«Pavia. Ma l’ho lasciata presto e sono stato un po’ qui e un po’ lì. Adesso vivo a Palermo da quasi tre anni».
«Molte donne sono devote a santa Rita in questa città, cercano aiuto e lo chiedono, sentono una connessione forte».
«Santa femminista…»
Fece una risatina per compiacermi.
«D’altra parte sei un uomo» disse.
«È un insulto? Non sono un fan del patriarcato».
«È un fatto con i suoi limiti; gli uomini non possono sapere queste cose, non fanno parte della loro storia. Voglio dire… a Palermo le donne dovevano farsi furbe per sopravvivere, cercare alleanze. Meglio se con una santa».
Mi era parso che s’illuminasse, mentre parlava, quel tipo di luce che trafigge da dentro, che rivela un fuoco.
Fece un lungo tiro dalla sigaretta e il fumo uscì così denso e azzurro che ebbi l’impressione di guardarla attraverso la nebbia.
«Quando ero piccola mia nonna mi raccontava la sua storia per farmi addormentare. La conosci la storia di santa Rita? Ma più ancora dei miracoli, mi piaceva sentire le richieste che le venivano fatte, mi sembrava di entrare nelle vite degli altri».
Parlava senza prendere fiato, come se avesse fretta di dirmi tutte quelle cose che ascoltavo senza capire.
«Speravo sempre in un lieto fine» disse, «che il miracolo si compisse, che i desideri venissero esauditi.
Anche io cercavo di fare miracoli. Una volta ho resuscitato Lola, la mia gatta, quando è caduta dal terzo piano. Ma non sono riuscita a resuscitare mia nonna».
Questa volta risi io. Timidamente. E lei mi guardava e mi sembrava contenta.
«Ho l’impressione che si raccontino volentieri le grazie ricevute e ci si dimentichi di quelle inascoltate. Io preferisco non credere ai miracoli».
E quando dissi così lei si rifece seria all’improvviso.
«Forse non hai mai sofferto» disse.
«Non saprei».
«Per dolori profondi sono necessarie difese forti».
Non ero affatto sicuro di seguire il filo del suo discorso ma non volevo che smettesse di parlare, stavo scivolando dal mondo reale a quello delle possibilità, e il desiderio che nasceva bruscamente per lei mi dava una vertigine.
«Era di Cascia, niente di più lontano da un’isola. Ma a Palermo le donne sognavano cose impossibili, soluzioni a vite disperate».
«E tu preghi per i tuoi sogni impossibili?»
«Sì, una specie».
Lo disse con dolcezza e poi fece un sorriso incredibile che per un momento sembrò dissolvere tutta la tristezza del mondo.
Mi rendevo conto di guardarla come un innamorato pazzo. Le fissavo il collo nudo e gli occhi screziati di arancione, contornati di nero. In certi istanti sembrava una fata o una sirena; qualcosa di soprannaturale, ma provai a non darci peso. Si sarebbe alzata e
non l’avrei vista più, pensavo, come succede con le fantasie.
Non ricordo bene il resto della conversazione ma, improvvisamente, senza tanti giri di parole, le chiesi il numero di telefono e lei mi illuminò con un’occhiata rapida e chiara.
Tirò fuori dalla tasca della giacca una penna con l’inchiostro liquido rosso e lo scrisse sulla mia mano, insieme al suo nome. Nica. Senza fare nessun sorriso e senza chiedermi perché. Io dissi ad alta voce il mio nome, Tommaso, lasciandolo appeso nell’aria, poi rimanemmo qualche minuto uno accanto all’altra senza dire altro, con le cicche delle sigarette spente nelle mani.
«Perché sei a questo funerale?» mi chiese, alla fine.
«Era la mia libraia. Ho passato molte ore a parlare con lei, mi ero affezionato a quel suo modo polemico e tenero che aveva di guardare il mondo. Ogni tanto mi chiedeva di tradurre certe schede che presentavano i libri da ordinare, erano per la sua socia francese,
aveva anche una libreria italiana a Parigi. Ma forse lo sai» dissi distrattamente, rivedendo per un momento il viso di Mimì che rideva.
«Sei un traduttore?»
Annuii e subito dopo, come preso da uno strano pudore, mi corressi.
«Una specie: scrivo i sottotitoli dei film, finché i robot non lo faranno al posto mio». (Ma non aggiunsi che nei mesi peggiori traducevo anche i bugiardini delle medicine e le istruzioni per ogni genere di elettrodomestico).
«Bello» disse, con un’indifferenza sincera.
«Mimì Puglisi invece stava scrivendo un libro, chissà se è riuscita a finirlo. Diceva che me lo avrebbe fatto leggere. Era appassionata di piante, un giorno mi ha regalato dei bulbi di amaranto, ma ho dimenticato di piantarli».
«E di che parlava? Il libro, dico».
«Non lo so. Qualche tempo dopo ho saputo che si era ammalata e non l’ho vista più in libreria. Mi è dispiaciuto».
«Già».
«Tu la conoscevi bene?»
«Anche io ho passato molte ore a parlare con lei».
Poi era andata via e alla fine della funzione l’avevo cercata tra i capannelli di persone che indugiavano sulla strada. Guardandomi intorno chiesi di lei a uno sconosciuto con la barba che fumava la pipa e che aveva gli occhi lucidi di chi ha trattenuto il pianto.
«È andata al cimitero, per la sepoltura» disse quell’uomo. «È la figlia».
La notizia e il caldo, quella notte, non mi avevano fatto dormire.


Anna Voltaggio è nata a Palermo. Vive a Roma e lavora nel settore culturale. Ha esordito con La nostalgia che avremo di noi, pubblicato da Neri Pozza nel 2023.

Un carovaniere nel deserto del linguaggio

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di Mattia Tarantino e Sotirios Pastakas Larissa 

L’otto aprile Mattia Tarantino ha ricevuto il premio speciale durante l’Incoronazione dei Poeti in Campidoglio, su segnalazione del poeta Valerio Magrelli. In occasione del premio e dell’uscita, per Samuele Editore, della raccolta Sciababàb, ospito qui la nota introduttiva al libro di Tarantino realizzata da Sotirios Pastakas Larissa.

***

Ho conosciuto Mattia ad aversa, quando aveva appena diciassette anni. L’anno prima aveva già pubblicato la sua prima raccolta di poesie: un esordio precoce che lasciava intuire una vocazione non comune. ma ciò che mi colpì subito non fu soltanto la scrittura. Fu la sua straordinaria capacità di riunire attorno a sé persone: musicisti, poeti, amici, curiosi. alla libreria Quarto Stato diedero alla mia lettura un tono festoso, quasi corale, che poi proseguì naturalmente nella bevuta e nel barbecue a conclusione della serata. in quell’occasione riconobbi immediatamente in Mattia un talento raro: quello di ammagliare le persone, di attrarle dentro un cerchio di energia e di entusiasmo. un vero incantatore di serpenti. Pochi mesi dopo ebbi anche il piacere di collaborare alla rivista Inverso, che Mattia aveva fondato insieme al compianto Gabriele Falloni. da allora sono passati dieci anni di amicizia sincera, e oggi mi sembra di vedere quella esperienza, quella generosità e quella tensione poetica cristallizzarsi in questo volume di poesie scelte. il libro appare come un dono: un’offerta generosa agli amici, ai compagni di viaggio.

È come un braciere acceso attorno al quale ci si raduna per scaldarsi. siamo nel deserto – e nel deserto basta anche un piccolo punto di luce per orientarsi. i cammelli sono stati abbeverati, il campo è montato, e ora bivacchiamo dopo l’attraversamento del linguaggio: un viaggio in cui la parola nasce, si incrina, si ammala, ma continua ostinatamente a cercare una casa. Mattia, in fondo, ha fondato una tribù di poeti: una comunità di sognatori. i suoi testi sembrano muoversi in uno spazio sospeso tra visione, memoria familiare e una interrogazione quasi metafisica sul potere della lingua:

chiedi in questa veglia la parola

che ci salvi dall’inverno e faccia casa.

Questa raccolta è un libro da portare con sé, quasi fosse un amuleto sacro, un talismano per le prossime soste nel deserto. Come ci ammoniva l’amatissimo Joseph brodsky, la poesia non serve a consolare: serve a orientare il cammino. E, qualche volta, persino a farci ritrovare la strada.

Sotirios Pastakas Larissa, 11 marzo 2026

 

Foto di Dino Ignani

Les nouveaux réalistes: Claudio Bellon

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Rimprovero

di

Claudio Bellon

Avevo diciannove anni la prima volta che ho steso.
Ero con Alice e Fergus, al primo anno di università.
Temple Bar. Il bagno graffitato e caustico del Workman’s, locale che al martedì si riempie di studentelli alternativi; e con loro: tatuaggi, capelli viola, sguardi tristi, preservativi, spine dorsali, non-binari, biglietti dell’autobus, giacche di pelle, piercing al capezzolo, femministe.
Accanto al lavandino, un ragazzo dal volto spigoloso ha estratto dal pube una pallina bianca, delle dimensioni di un dente. Dopo averlo pagato, abbiamo scartato l’involucro salmastro di sudore con le unghie, pescato la polvere con una chiave e infine l’abbiamo stesa su un iPhone. Fergus, che viene da Londra e come molti britannici ha provato buona parte delle droghe pesanti tra i quattordici e i sedici anni, si è occupato di tritare il composto adulterato fino a disegnare tre righe soffici e affascinanti. Ho arrotolato una banconota da dieci euro fino a formare un cilindro duro e ho sniffato metà della polvere con la narice sinistra e la seconda metà con la destra.
Dopo abbiamo parlato con un sacco di turisti nella zona fumatori. Ho chiesto ad Alice se potevo fumare un po’ della sua sigaretta. Non solo perché sentivo gli incisivi intorpiditi dal gelo anestetico della cocaina, ma perché per la prima volta mi andava di assaggiare la sua saliva. Lei l’ha divisa con me.

Da quella sera sono passati: una laurea triennale, due appartamenti umidi, sei coinquilini, un master, nove colloqui, otto rifiuti, un’offerta.
Oggi resto seduto in ufficio finché il sole non scompare dietro i palazzi. Un ufficio di vetro dove svolgo un lavoro dal titolo complicato: Principal Business Development Manager. Un groviglio di parole che non significa niente.
Davanti a ciascun dipendente, sulla superficie laminata della scrivania, sono posizionati un laptop aziendale e un monitor aggiuntivo, in un setup studiato per ottimizzare la produttività e garantire un flusso di lavoro efficiente. Ogni mattina, gli utenti si collegano a stanze virtuali per comunicare attraverso lo schermo, anche se i corpi si trovano nello stesso identico spazio. Ogni tanto scendo a fumare una sigaretta, giocherello con il cordino del badge o interagisco con il programma di intelligenza artificiale messo a disposizione dalla ditta. Gli faccio domande del tipo: Si può morire di solitudine? È un presagio sinistro pensare sempre alla morte? Come si fa a vivere davvero le cose senza che la consapevolezza della fine le avveleni già mentre accadono?

Dopo il lavoro, Fergus mi aspetta al pub, anche se non sono sicuro che aspetti davvero me.
Davanti a lui ci sono due bottiglie vuote di Hop House. Indossa cuffie enormi e guarda su YouTube un blogger che esplora le periferie più pericolose del pianeta. Ho la sensazione che la sua serata avrebbe la stessa intensità, con o senza di me. In fondo, non sono altro che un’entità di contorno; un eco nella solitudine. A volte mi chiedo quanti amici continuerebbero a vedersi se i bar smettessero di servire alcolici. Forse, eliminata la ritualità del consumo di alcol, caffè e droghe, molti scoprirebbero di non avere davvero bisogno della gente.
Ci spostiamo dal Ferryman all’Hogan’s, dal Whelan’s al Bar With No Name, sotto i tavoli facciamo una chiavetta dopo l’altra. La coca non la prendiamo più al Workman’s: ce la recapita direttamente lo Special Deliveroo, un ragazzo in bicicletta vestito come un rider della nota multinazionale di consegne a domicilio. Prima di incontrarlo, scambio messaggi con il proprietario del coffee shop online, che mi manda regolarmente volantini disegnati con Canva raffiguranti i prodotti disponibili. Attraversiamo le strade elettriche della città, invase da: turisti, artisti di strada, fighe di legno, fighetti del Trinity, burocrati, ciglia finte, camerieri, abbronzature spray, garlic dips, dottorandi, stacanovisti, senza dio, rampolli, cervelli in fuga.

Questa è Dublino, e quelli là fuori sono loro, vogliosi di bere, scopare, ballare, divertirsi.
Ma i pub cominciano a chiudere. La musica finisce. Le persone si riversano sui marciapiedi.
Sotto casa ci facciamo geolocalizzare da un altro special Deliveroo.
Chiusa la porta, Fergus toglie le scarpe e siede sul tappeto del salotto, gambe incrociate, il gomito appoggiato al tavolino anti-impronta sul quale fa cadere la polvere.
– Hai saputo di Alice?
Accenno un no senza dire niente.
– Lo sai che si sposa con un vecchio?
– Cioè?
– Un manager che lavora con lei. Ha una quarantina d’anni.
– Te l’ha detto lei?
– No, l’ha detto a Joanna. E ovviamente Joanna non sa tenere un segreto.
– Beh, – dico, abbassando lo sguardo – Buon per loro.
-L’ho spiato su LinkedIn, sai? Un entusiasta che legge The Economist e altre riviste per persone senza una vita interiore. Eri meglio te.
Annuisco e poi smettiamo di parlare. Continuiamo a bere e a fumare finché non arriva l’alba. Il cinguettio degli uccelli suona come un rimprovero di mia madre. Apro la portafinestra ed esco sul balcone, l’aria fredda mi punge i polmoni. Stringo le mani attorno alla balaustra per paura di lasciarmi cadere. Ripenso a una sera di Halloween di tanto tempo fa: Alice mi tinge i capelli in camera prima di una festa in maschera. Rivedo noi due sdraiati sul letto, il riflesso dell’insegna JP Morgan nel vetro della finestra e un angoscioso sentore di perdita che mi lega la lingua. Come si fa a vivere davvero le cose senza che la consapevolezza della fine le avveleni già mentre accadono? Mi soffio il naso e il fazzoletto è macchiato di sangue. Abbasso la tapparella. Un nuovo giorno è sorto, il futuro bussa alla porta e io non ho voglia di andargli incontro.

AzioneAtzeni – Discanto Trentaduesimo: Marcello Fois

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Credits
Testo e voce: Marcello Fois
Incipit da Il figlio di Bakunìn: lettura di Lia Careddu

AzioneAtzeni – Discanto Trentaduesimo: Marcello Fois

 

Discanto XXXII

Tullio Saba era un bambino vanitoso, l’ho scoperto molte volte che si specchiava nell’unico specchio di casa, sul comò in camera da letto di donna Margherita. Era uno specchio di lusso esagerato, con la cornice di stucco color d’oro e in alto un angioletto grasso, nudo. E anche donna Margherita si guardava troppo allo specchio per una donna costumata. Il bambino aveva sempre scarpe fini, nere e lucide; certo, il padre era calzolaio, ma nessun bambino in paese aveva scarpe così belle. E il padre non era sarto, ma nessun bambino in paese aveva vestiti così eleganti.
da Il figlio di Bakunìn, di Sergio Atzeni

 

Lettera a Tullio Saba
di
Marcello Fois

 

Torino, 4 dicembre 1989

Tullio, ascò, c’ho in mente una storia di lotte operaie con un protagonista che nella mia testa, non so perché, c’ha la tua faccia, e così mi è venuta questa mattana di chiamarlo come te. Quindi dopo averne parlato con Paola mi è sembrato corretto avvisarti. Sempre che la cosa non ti dia fastidio.
Mì che non c’è niente di brutto in questo personaggio, anzi è una specie di eroe, ma eroe per modo dire. Di quelli che non sembrerebbero. Te lo dico subito: non ti devi offendere di nulla, perché quando si scrivono delle storie la cosa importante è capire che non è che sono vere. Devono sembrare vere. Anzi, se sono proprio vere non sono storie. Però Tù qualcosa di vero ci sarà: ti ricordi di quel pomeriggio a casa tua, quanto avremo avuto: sì e no quindici anni, quando ti ho beccato che facevi i muscoli allo specchio? Questo vorrei metterlo, ma mica per prenderti in giro, solo perché, quando scrivi storie, perché sembrino vere bisogna mentire, ma perché sembrino proprio vere un pizzico di verità ce la devi mettere. E a me di te mi piace quella verità che sei uno che piace alle donne. Senza invidia eh? E che fai finta di niente ma lo sai bene. Cioè Tù il mio eroe, come te, c’ha questa cosa che possiamo definire chimica, questa capacità di attrarre come se fossi una carica negativa costantemente in presenza di cariche positive. Ah, non voglio certo dire con questo che tu sei una persona negativa, sto proprio parlando di scienza, come ne Le Affinità Elettive, che è il romanzo dove le regole dell’attrazione sovrastano qualunque ragionevolezza. Dunque chimica: niente di negativo in te. A volte davvero basta istruirsi, e leggere, per essere meno suscettibili. Il mio Tullio leggerà, tu leggi troppo poco, dici sempre che ti stanchi, e questo è un peccato davvero, perché leggere è anche meglio che scrivere, anche se non sembrerebbe. Comunque, e qui chiudo, se ti stanchi di leggere è solo perché non leggi abbastanza. Come correre. Mica per leggere ci vuole talento, bisogna allenarsi, come a calcio: vedi che quando fai le ore piccole e salti gli allenamenti alla partitella dopo un quarto d’ora sei fuori uso? Lo stesso è col leggere. Al mio Tullio Saba, nome e cognome eh, dunque gli piacerà leggere perché sarà uno di quelli che cerca di spiegare alle persone ignoranti che il più delle volte sono ignoranti perché le hanno convinte che istruirsi sia una perdita di tempo. Su questo punto preciso magari non ti riconoscerai, ma, ancora una volta, non per dire che sei ignorante, perché non lo sei, ma solo un po’ mandrone a studiare, perché per il resto, le donne in primis, accidenti a te, non ti batte nessuno.
Hai presente il calzolaio di Uta, quello comunistone, compagno duro e puro, mì che lo chiamavano Bakunìn, te lo ricordi? Dai che aveva appeso il cartello sulla porta della bottega che diceva “Ai fascisti si fanno le scarpe, per tutti gli altri si risuola”. E quasi nessuno aveva colto il doppio senso di “fare le scarpe” come nella definizione del vocabolario: “compiere un’azione di tradimento finalizzata a scalzare l’altro”. E Tù, non è per tornare sempre lì, ma, a leggerlo il vocabolario, si capiva perfettamente cosa voleva dire Bakunìn. Nella storia che ho in mente Tullio Saba è uno che si oppone ai fascisti con la forza degli argomenti. Anche se sa bene di avere a che fare con gente che argomenti ne hanno pochissimi, e, si sa, quando mancano gli argomenti cominciano i pugni. Per questo sto studiando il ventennio fascista come periodo in cui ambientare questa storia. Nella finzione il mio Tullio Saba è figlio del calzolaio, non me ne voglia tuo padre, Bakunìn. Cioè, ribadisco, poche cose vere sparse, rendono più verosimili cose inventate.
Altra cosa: uscire da questa dittatura agropastorale di questi scrittori nuoresi che si credono chissà che. Va bene, c’è un Nobel di mezzo, ma io di Barbagia e banditi e maestrale e querce o, peggio, canne piegate dal vento, non ne voglio proprio sapere. Per carità, tanto di cappello a Grazia Deledda, però bisogna proprio capire che la Sardegna è assai più grande di quella che lei ha imposto al mondo. Senza cattiveria beninteso, è chiaro che quando una vince il Nobel metta un’ipoteca seria sull’idea che uno si può fare del mondo che descrive nelle sue storie. E onestamente tutto quello che si sa letterariamente della Sardegna, lo si sa dalle pagine della Deledda. Perciò Tù, niente Barbagia, niente disamistadi, niente latitanti, ho pensato al territorio delle miniere, il Sulcis, che è poco raccontato e è rappresentativo di un vero ceto operario. Perché i pastori, diciamocelo, rispetto ai minatori sono dei signori. A questi nuoresi, maledetti in senso antifrastico, bisogna riconoscere che per scrivere sanno scrivere. Salvatore Satta per esempio, che, accidenti, quei pastori li ha fatti complessi peggio che se li avesse inventati Musil. Ecco lo stile è magnifico, ma io di quella spocchia identitaria mi sono rotto. A me interessa di più il racconto di quella purezza che nessuno ha mai visto realmente, la nostalgia, quasi una malinconia costante, che hanno i colonizzati di tutte le latitudini, quando devono concepirsi in un mondo che non hanno determinato e devono esprimersi con una lingua costantemente assediata, e devono costantemente mediare tra il pensiero di sé e lo sguardo altrui. Insomma scelgo l’urbano contro il rurale. E in Sardegna di città in senso stretto con tutte le commistioni e contraddizioni che ne conseguono, ce n’è solo una. Che è Cagliari. M’immagino le critiche, ma città ne ho viste abbastanza, e città come questa dove mi trovo ora che è il centro dei centri di qualunque mozione operaistica. Dunque, per me, questa storia di te, che diventi il figlio del calzolaio Bakunìn, e che, durante il fascismo, lotti per i diritti negati della povera gente, mi pare, tra le altre cose, un modo per raccontare che quella purezza millantata dal canone barbaricino noi sardi l’abbiamo persa da tempo. Ho in mente a questo proposito una storia cittadina di periferia cagliaritana con due ragazzine, ma per ora sono appunti.
Finisco dicendoti che ho pensato di scrivere questa storia con un protagonista che non si vede mai. Eh, Tù, l’idea è che di Tullio Saba, figlio di Bakunìn, si sa solo quello che dicono gli altri. Un modo per liberarsi dalle responsabilità, così si può dire che la finzione arriva fino a un certo punto e che il risultato non è nient’altro che il resoconto della gente che parla, e quando la gente parla un motivo c’è. In verità questa idea che sembra tanto incredibile, e cioè usare come protagonista uno che non si vede, è antichissima e risale a Omero. Dei ventiquattro libri dell’Odissea, i primi quattro, la Telemachia, narrano di un figlio, Telemaco appunto, che cerca il padre, Ulisse, e questo padre non si vede mai, ma viene narrato di volta in volta da tutti coloro che per fortuna, o per sfortuna l’hanno incontrato. Senza presunzione anche io voglio fare la stessa cosa. Anzi con tutta la presunzione che uno scrittore deve avere, che cavolo!
Hai detto mille volte che venivi a Torino, cerca di farti sentire e promettimi che almeno questo romanzetto, con Tullio Saba protagonista se accetti la cosa, lo leggi. Fammi sapere, io ci terrei davvero perché ormai fra me e me lo chiamo già così. Saluti a casa. Male che vada ci vediamo l’estate prossima. Asibiri, Tù.

Sergio.

 

 

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

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Allegorie del bene?

2

[Questo testo è apparso sul n° 5 (dicembre 2025) della rivista “In Opera. Esercizi di lettura su testi contemporanei”. Il numero conteneva un dossier a cura di Riccardo Donati dedicato ad Alessandro Broggi a un anno dalla sua comparsa.]

di Andrea Inglese

1.
Ho bisogno di vedere pioppi, così come ho bisogno di coperte pesanti per l’inverno e caffè ogni mattina, dopo essermi alzato. E se non vedo pioppi, o anche se li vedo, ho bisogno di leggere brevi testi, con brevi frasi, come i versi dei poeti e delle poetesse, dove compare la parola “pioppo”.

IL PIOPPO DI KARLSPLATZ

Un pioppo c’è, sulla Karlsplatz,
in mezzo a Berlino, città di rovine,
e chi passa per la Karlsplatz
vede quel verde gentile.

Nell’inverno del Quarantasei
gelavano gli uomini, la legna era rara,
e tanti mai alberi caddero
e fu l’ultimo anno per loro.

Ma sempre il pioppo sulla Karlsplatz
quella sua foglia verde ci mostra:
sia grazie a voi, gente della Karlsplatz,
se è ancora nostra.
(1950)

Di Bertold Brecht, traduzione di Franco Fortini e Ruth Leiser.

Il pioppo di Karlsplatz esibisce la foglia, la espone, la rende parte del paesaggio urbano, ed è così che il pioppo rivela la sua estraneità al tempo storico, la sua capacità di attraversarlo, non indenne, ma secondo un ritmo diverso, una pazienza ignota agli esseri umani. È, tra le altre cose, questa sconosciuta, ammirevole pazienza, che fa degli alberi dei testimoni di un tempo diverso, di un tempo che sfugge il presente, che lo scavalca.

2.

Paradossalmente, gli alberi contribuiscono a rompere la “logica evolutiva”, che ci assegna tutti alla freccia direzionata di un unico tempo storico. Si legga Rancière (da un’intervista su “Machina”: La confusione dei tempi: intervista a Jacques Rancière, a cura di Pierpaolo Ascari.

“La tradizionale divisione gerarchica oppone il tempo degli uomini attivi, che si propongono dei fini e li realizzano oppure si godono il tempo libero, al tempo ripetitivo degli uomini passivi, dediti alle attività quotidiane. Questa prima divisione è stata ricoperta – e forse dissimulata – nell’età moderna dall’affermazione del tempo omogeneo dell’evoluzione, che ridistribuisce la gerarchia in altri modi: l’obbligo di appartenere al proprio tempo, l’esistenza dei ritardatari, la proscrizione dell’anacronismo ecc. Ho insistito sul modo in cui la sovrapposizione di diverse temporalità ha giocato un ruolo nella ridistribuzione egualitaria del sensibile. Questo è vero, su larga scala, con la reinvenzione al tempo di Winckelmann di un’antichità diversa da quella che l’ordine classico aveva assimilato e superato secondo la logica evolutiva, o al tempo della Rivoluzione francese con la resurrezione di antichi simboli politici. Ciò è ancora vero, su scala più modesta, con le commistioni di tempi e le eterogenee esibizioni di oggetti, testi e immagini che hanno costituito la cultura degli autodidatti. Questi testi e queste immagini, spesso antiquati, hanno fornito loro gli strumenti intellettuali per lottare contro la gerarchia delle temporalità che li rinchiudeva nell’unico tempo della ripetizione.”

Gli alberi non sono solo la vita che ritorna, ciclica, stagionale, ma l’immagine di uno sfasamento temporale rispetto agli eventi maggiori della storicità umana: sono con noi, sono nel nostro paesaggio, eppure sono estranei a esso, appartengono non certo a un ciclo inteso come eternità, ma come linea temporale altra, difforme rispetto a quella umana delle generazioni.

La pazienza della pianta, la sua calma, la sua grande capacità di ascolto e di relazione. Al contrario dell’animale, che risolve la maggior parte dei suoi problemi attraverso il movimento, la pianta sviluppa strategie a partire dalla sua condizione d’immobilità. “Dal momento che non può dirigersi in direzione di ciò che le è necessario, né scappare da quanto può causargli torto, la pianta deve necessariamente trovare dei meccanismi di compensazione rispetto alla sua fissità. Roman Kaiser confronta la sua situazione a quella di un paralitico, obbligato a sviluppare capacità estreme di socievolezza e d’innovazione, dal momento che non può muoversi.” Da Francis Hallé, Éloge de la plante. Pour une nouvelle biologie (Seuil, 1999).

3.
Pensate a una foresta di eucalipti. Un’immagine maestosa, pacifica. Il profumo, la zebratura dei tronchi, con i filacci di corteccia che come scorze circolari di un frutto sbucciato cadono ai piedi dell’albero, i passi dentro il suolo asciutto, quasi sabbioso, tra un eucalipto e l’altro. Ma questa immagine nasconde un veleno, un disastro. Una foresta di eucalipti asseta le falde idriche, distrugge la fertilità del suolo e la ricchezza del sottobosco, si espone a incendi devastatori e violentissimi. In Europa, come in altre parti del mondo, principalmente nell’America latina, l’eucalipto è favorito dai coltivatori, in quanto albero dal ciclo di vita corto (12-15 anni) contro quello più lungo di alberi quali il faggio (100-140 anni) o la quercia (150).

Neanche gli alberi sono innocenti. Nemmeno le immagini di alberi promettono quiete e frugalità.

Il pioppo non è certo escluso dal tessuto economico e aziendale, che s’intreccia con il territorio “naturale”. (La “natura” più che un’entità o un sistema autonomo rispetto a quello umano e culturale, è una sorta di confine: permette di sperimentare l’enigma e l’alterità, rispetto a tutto ciò che è interno alle nostre significazioni. Ciò che chiamiamo “natura” è sia interno che esterno; come il nostro inconscio è l’esterno del nostro interno umano, individuale o collettivo, così ogni pezzo di mondo naturale è da noi intessuto di significati umani, e nello stesso tempo esibisce una fodera opaca, che trascende, sfugge, a questi significati.)

Da un sito aziendale: “uno dei principali attributi del legno di pioppo è che può essere ridotto in fogli di ampia superficie e privi di difetti che consentono di produrre un compensato dalle caratteristiche di aspetto esteriore pressoché uniche o quantomeno ben superiori a quelle di molti pannelli dello stesso tipo realizzati con altre specie legnose”. La pioppicultura sembra avere un impatto ambientale ben meno nocivo che la coltivazione dell’eucalipto. In Campania, nell’Area Vasta di Giugliano, un territorio in cui la camorra ha interrato per anni i fanghi industriali, la cultura del pioppo è utilizzata per sanare il suolo. Al posto delle tecniche ingegneristiche di bonifica, molto costose e che bloccano l’attività agricola, si piantano decine di migliaia di pioppi. Il pioppo è una delle specie arboree maggiormente in grado di assorbire i metalli contenuti nel suolo.

Tutto questo ovviamente non sembrerebbe riguardare il pioppo di Karlsplatz. Ma oggi sì. Ogni pianta può essere un avversario o un alleato. Ogni pioppo appartiene a dei sistemi più o meno controllati, a delle famiglie di viventi più o meno docili.

4.

I LAMPI DELLA MAGNOLIA

Vorrei che i vostri occhi potessero vedere
questo cielo sereno che si è aperto,
la calma delle tegole, la dedizione
del rivo d’acqua che si scalda.

La parola è questa: esiste la primavera,
la perfezione congiunta all’imperfetto.
Il fianco della barca asciutta beve
l’olio della vernice, il ragno trotta.

Diremo più tardi quello che deve essere detto.
Per ora guardate la bella curva dell’oleandro,
i lampi della magnolia.

Da Paesaggio con serpente (Versi 1973-1983), di Franco Fortini.

Dobbiamo parlare o guardare? Se parliamo, non parleremo degli alberi, parleremo di quello che gli uomini non riescono a fare. Parleremo, magari, di quello che le donne non vogliono fare, non vogliono più fare nel mondo pensato e organizzato per la preminenza dei maschi. Si parlerà, provocando conflitto, evocandolo. Nulla andrà liscio in quel discorso, che si vuole aperto, esteso. Di parte, ma esteso. Vi entreranno dentro le collere, le impazienze. “Non vi è bastata una vita, per cambiare voi stessi e parte del vostro mondo?” Di questo e di altre cose non si parlerà, adesso. Perché si guarderanno gli alberi: l’oleandro, la magnolia. E anche le tegole, che tengono fermo il tetto e riparata la casa. E il ragno, che muove imperterrito verso la soluzione dei suoi problemi.

La magnolia come l’oleandro sono reali, ma sottili e densi condizionamenti li fanno esistere vicino a noi. Non sono fino a in fondo immagini di loro stessi, non lo possono essere. Sono immagini di altre cose. Sono allegorie. Allegorie di concetti che ci mancano, che rischiano di essere vuoti. Cosa includere, far esistere, sotto il concetto di “bene”? Quali sono le specifiche, concrete, appropriate, “letterali” immagini del bene? Appena se ne pronuncia il termine, se ne annuncia il concetto, da ogni parte sciamano fraudolenze. Cortesie estreme e infide, da dispositivo dialogante dell’Intelligenza Artificiale.

“I lampi della magnolia” sono immagini di bene. Di tali immagini dobbiamo caricarci, oppure, all’opposto, grazie a esse svuotiamo lo spirito troppo ingombro.

5.
“La domanda in questione suona così: quanto tempo si può stare di fronte a una cosa? (…) Dunque mai stare davanti, non guardare fisso, non provocare. Non bisogna provocare un mandorlo, ancora più se è meravigliosamente fiorito. Basta poco e diventa incomprensibile, un ostacolo, alla fine un rimorso.”
Da bianco è l’istante (Edizione del Verri, 2015) di Angelo Lumelli.

C’è un’allegria dei fili d’erba, dei fiori di mandorlo o di albicocco. Un’allegria della luce. Anche se tutto è perfettamente sospetto, anche se tutto è guasto, anche se non possiamo tenere nella mente né i fili d’erba né i fiori di mandorlo, dal momento che diverrebbero un problema, un problema alla fine da risolvere con grande violenza ed efficacia, quindi l’allegria ci serve, perché ci permette di guardare altrove, a qualcosa che ancora non c’è. A un’altra cosa allegra. A un altro bene.

“Molte cose accrescono la mia allegria. Gli alberi accrescono la mia allegria. Le scimmie accrescono la mia allegria. Il mare accresce la mia allegria. Le banane accrescono la mia allegria. Guidare l’auto accresce la mia allegria. I monti accrescono l’allegria.”
Da POLARIZZAZIONE, in Krieg und Welt (2006) di Peter Waterhouse. Traduzione di Camilla Miglio.

6.
L’OLMO DI CAMPERDOWN
Dono di A. G. Burgess al Prospect Park di Brooklyn (1872).

Questo olmo piangente mi richiama
gli Spiriti affini sull’orlo di un dirupo
;;;;;;;;;;che domina un torrente:
Bryant che ama gli alberi e invoca Thanatopsis
sta conversando con Thomas Cole
nel quadro di Asher Durand, che li raffigura
sotto la filigrana di un olmo sovrastante.

Essi avevano visto, non c’è dubbio, altri alberi – tigli,
aceri e sicomori, querce e l’albero
dei viali di Parigi, l’ippocastano; ma immaginate
il loro rapimento se avessero mai visto
la vasta mole dell’olmo di Camperdown e “la trama intricata dei suoi rami”
che s’innalzano ad arco e scendono a incurvarsi in quella nebbia di sottili fronde.
Lo vide lo specialista di cavità arboree
e sondò col suo braccio la caverna del tronco,
per quanto era lunga; e c’erano altre sei piccole cavità.

Occorrono puntelli ed alimenti. Mette ancora le foglie;
ancora lì. Mortale tuttavia. Salviamolo. Poiché
è la suprema rarità di Brooklyn.

Da Poesia sparse, di Marianne Moore, traduzione di Lina Angioletti e Gilberto Forti.

Questa poesia, scritta da Marianne Moore nel 1967, aveva uno scopo pratico: salvare dall’incuria un olmo d’origine scozzese, sorta di bizzarria della natura (“our crowing curio”), che era stato piantato nel Prospect Park di Brooklyn nel 1872, cinque anni dopo la creazione del parco. Si tratta di un olmo dai grandi tronchi nodosi, che si sviluppano quasi parallelamente al suolo e creano una sorta di cupola attraverso il fogliame ricadente. Come si parla di un albero? Perché si parla di un albero? L’ho detto: per salvarlo. Moore, quasi ottantenne, viene eletta nel 1965 presidente della Greensward Foundation, e in questo ruolo si occuperà anche degli alberi sofferenti o in via d’estinzione del Prospect Park. Ma parlare di un albero è un affare difficile, anche perché l’albero – lo abbiamo visto – è spesso l’immagine di un’altra cosa, l’immagine di un bene. Ma qui è in questione un albero particolare, in tutta la sua opacità biologica, vegetale. Moore opera varie forme di avvicinamento obliquo, per triangolazione. Differisce l’incontro, o lo “scherma” con un dipinto, e questo dipinto contiene un olmo, ma anche un “romantico” paesaggio roccioso, con torrente annesso, e colline verdeggianti all’orizzonte. Si tratta del quadro di Asher Brown Durand : “Kindred Spirits”. E gli “spiriti affini” sono i due uomini, due amici, che stanno l’uno accanto all’altro al centro di questo paesaggio selvatico. Uno è poeta e l’altro pittore. Invece di presidiare un salotto borghese, ammaliandone il pubblico colto e agiato, o di lavorare assiduamente chi alla scrivania chi nell’atelier, se ne stanno sopra uno sperone roccioso a discettare del mondo circostante, privo di costruzioni, ferrovie, pali della luce, lampioni, scavi nel terreno. Ma Moore non è interessata a questa prima messa in scena romantica, in quanto i due solitari amanti della wildness servono come pretesto all’evocazione di alberi comuni: tigli, aceri, sicomori, ecc. Perché una volta che si è, da giovani o giovanissimi, imparato ad associare gli esemplari concreti degli alberi con i nomi delle loro specie, non si aspetta altro che l’occasione di elencarli, metterli per iscritto quei nomi, nella dimensione solenne e rituale del verso poetico, in modo che famiglia e individuo compaiano assieme, per un attimo, nella lettura: il tiglio scritto e nominato convoca l’insieme dei tigli visti, tutte le somiglianze tra i singoli tigli incontrati, tigli spesso già allineati dall’uomo, messi in una fila, organizzati in filari appunto, in modo tale che domini una ridondanza percettiva a ogni nuovo incontro. Per parlare di un albero centenario, situato in un parco di New York, Marianne Moore parla di un dipinto, in cui assieme a un albero e a un intero paesaggio selvatico, si vedono in piedi e sfaccendati un pittore e un poeta. Entriamo quindi nella mente di questi due individui, perché in loro troviamo la memoria di altri alberi visti, ossia incontrati e nominati. Ed è questo il nucleo, il perno estetico e libidico del componimento: la strofa centrale. E ora, che tutto un corteo d’alberi è stato evocato (ippocastano di Parigi incluso), possiamo finalmente abbordare il nostro vero soggetto poetico, ossia le cavità dello strano, fragile, sorprendente olmo d’origine scozzese.

7.
Sfogliando disordinatamente l’edizione Oscar Mondadori (2005) di Petrolio di Pasolini, mi sono imbattuto in una serie di frammenti intitolati “I Godoari”. In nota si ricorda che tale nome è frutto dell’invenzione di Anna Banti, che in questo modo chiama un popolo barbaro insediatosi nella pianura padana intorno a una villa abbandonata (La villa romana).

In ognuno di questo frammenti pasoliniani, dominano delle descrizioni accurate, calme, di paesaggi naturali che si trovano spesso al confine con zone urbane e periurbane. Si tratta di descrizioni che alleano precisione documentaria e topografia fantastica. La vegetazione che la voce narrante evoca è del tutto ordinaria, familiare, eppure la successione degli spazi sembra sganciarsi da ogni continuità paesaggistica. Ancora una volta il montaggio (o il semplice collage modernista – Marianne Moore –) sembra inserirsi in questi testi piattamente descrittivi, programmaticamente bucolici, anche se in essi l’idillio è sospeso, tramortito dalla vicinanza con il detrito e la rovina, eredità dell’uomo e delle sue trasformazioni territoriali.

“Non potati da decenni o da secoli, gli alberi da frutto avevano duri rami contorti, troppe foglie, piccoli frutti irriconoscibili, ed erano radi, nati a caso, tra i rovi, che parevano pian piano, con le ortiche e la xxx, voler coprire tutta la campagna. Invece, al di là di una siepe, appunto di rovi, serrati e duri come il ferro, dopo un pianello d’erba corta e verde – a cui probabilmente erano mescolati della dolcetta e del radicchio – apparve un secondo indizio: ed era qualcosa che non poteva non dare un tuffo al cuore e far venire intrattenibili lacrime agli occhi: si trattava di un campicello di granoturco, con in mezzo dei filari di viti, in cui si sentiva la < > di una mano umana.”

Da Appunto 114. I Godoari (V).

Nell’atmosfera cupa e violenta di molte pagine di Petrolio, si apre questa serie non-narrativa e non-saggistica, serie di non accadimenti e non ragionamenti, in cui lo sguardo vaga libero, erratico, tra “gli alberi da frutto”, “un pianello d’erba”, “un campicello di granoturco”.

Parlai di queste pagine ad Alessandro Broggi, nel periodo in cui era già impegnato nella stesura di Noi. Avevo già avuto modo di conoscere parti del suo progetto in corso. E gli lessi quindi alcuni brani dei Godoari di Petrolio, e lui ne rimase, come immaginavo, molto intrigato.

8.

(Un poeta italiano che si è presto specializzato in libri sugli alberi è Tiziano Fratus. Fratus fa, appunto, libri sugli alberi. Nessuna sospetta triangolazione, nessun rovello allegorico, nessuna impossibilità conclamata (Lumelli) di far fronte a un mandorlo. Nessun’ombra, proiettata da discorsi che si dovranno fare “più tardi” (Fortini). Non c’è più nessun sospetto nell’albero, nell’immagine che esso sollecita in noi, per un autore come Fratus: l’albero è un amico. Punto e basta. Questa è la buona notizia. Ed è così che un poeta può scrivere un intero libro per Mondadori, ma in una rassicurante prosa, dal titolo Ogni albero è un poeta. Storia di un uomo che cammina in un bosco. La copertina fa subito capire che il lettore è invitato a disarmarsi. Una ragazzina dall’aria rustica se ne sta a piedi nudi sul disco di legno, di un albero tagliato alla radice, in un bosco assai favolistico, assai incantato. E la ragazza stringe tra le mani un fusto metallico poggiato alle sue spalle, da cui pende un bulbo di vetro illuminato. Gli alberi di Fratus sono davvero gli alberi amici, e basta (senza fodere opache, sfuggenti), eppure tutto è già circonfuso di magia. “La natura è, da che mondo è mondo, la nostra nutrice e la nostra precettrice. Ci insegna. Ci redarguisce. Ci informa.” Scrive, ad esempio, Fratus. Qualcosa non funziona. E io penso che, alla fine, quello che non funziona è questa “amicizia” troppo esibita, troppo sicura di sé, proprio nei confronti degli alberi. Tutti vorremmo essere amici degli alberi, nei giorni di festa. Ma nei giorni lavorativi cosa succede agli alberi? Cosa succede a noi? Come vengono usati gli alberi? Che ce ne facciamo degli alberi? Certo, uno può sempre specializzarsi nel fare libri sugli alberi, dicendo che il poeta e l’albero sono una stessa cosa. Pappa e ciccia. Poeta l’uno, poeta l’altro. Sembra di non aver più a che fare con immagini del bene, ma con il bene proprio, tagliato a pezzi e incellofanato per il lettore. Come in un libro sulla crescita personale.)

“Ci esamina da una pozza uno stormo di otarde – fasci di capperi, cardi e sorbe, castagne d’acqua e boccioli di canna, un grosso mandarino tardivo con i rami ricchi di frutti… I raggi del sole ci investono, stanno sbocciando i ventagli fogliosi della manioca, la strada è un passaggio strettissimo in mezzo a una piana di papaveri che perdono le corolle, a ciò che sta appena al di qua o al di là del campo di attenzione…”

Da Noi di Alessandro Broggi (2021), p. 19.

E ancora.

“Percepiremmo ogni mattina la giornata che si avvierebbe come un infinito campo di possibilità e agiremmo in modo da aumentarne il numero, non confermeremmo semplicemente il nostro mondo. Germinando le tassonomie più variate tra le connessure di una crosta sassosa, la stagione reimposterebbe il suo giro, i fuscelli sorgendo già pieni di api che ronzano; senza che siano tralasciati aster e farfara, festuche dal ciuffo, stipe, giunchi, erba corda, pere di terra che conoscerebbero forme di sviluppo loro proprie, sussulti arborescenti che beneficerebbero di fondovalle convergenti, a portata di mano, di ravine addizionali coronate da pennacchi di cirri.”

Da Noi, p. 89.

Quali sarebbero, delle infinite possibilità aperte dall’avanguardia camminante dei protagonisti del libro, quelle che non confermerebbero il mondo, e di cui si potrebbe parlare? Non è facile formularle, metterle in parole, tali possibilità. Ma si può procedere, come nella serie I Godoari di Pasolini, a costruire un paesaggio, montandolo pezzo per pezzo, vocabolo per vocabolo, utilizzando quella fodera opaca, per mostrare, indicare con cenni muti, che qualcosa esiste al di là di quello che ogni giorno l’Occidente ufficiale conferma.

Abbiamo bisogno di immagini del bene. Le figure umane non ci bastano. Le figure umane sono campioni nel disumanizzarsi, nel rendere se stesse disumane, agendo come mostri su mostri. Le figure viventi, non umane, portano forse un bene. Non direttamente. Non letteralmente. Di qui l’immagine di un’immagine. L’immagine di un concetto vuoto. L’immagine di un bene, che non tocchiamo, non vediamo. Per questo i “sussulti arborescenti”, che Broggi evoca, possono essere “a portata di mano”. Abbiamo bisogno di allegorie del bene. Dobbiamo svuotarci di umanità. Non verso qualche umanissimo (ancora più incanaglito) transumanesimo: ma verso la docilità e la pazienza delle erbette, smemorate, dementi, produttrici di allegria.

*Immagine: David Hockney, Apple Tree, 2019

“Gli orfani” di Vuillard. Billy the Kid e la costruzione degli Stati Uniti

4

Il club del lettore: Éric Vuillard
Gli orfani. Una storia di Billy the Kid, E/O

The New York Public Library. “Books discharged here, Books charged here” The New York Public Library Digital Collections. 1875

di Davide Orecchio

In principio c’era la violenza: lo spiegò Ernest Renan in un suo testo classico, Che cos’è una nazione? (1882), giustificandone tra le righe la necessità, e la necessità di rimuoverla. Scriveva lo storico francese: “L’oblio, e dirò persino l’errore storico, costituiscono un fattore essenziale nella creazione di una nazione, ed è per questo motivo che il progresso degli studi storici rappresenta spesso un pericolo per le nazionalità. La ricerca storica, infatti, riporta alla luce i fatti di violenza che hanno accompagnato l’origine di tutte le formazioni politiche, anche di quelle le cui conseguenze sono state benefiche: l’unità si realizza sempre in modo brutale”.

Éric Vuillard non è uno storico, è uno scrittore. Ma in questo suo Gli orfani. Una storia di Billy the Kid, romanzo fresco di stampa per E/O, fa esattamente questo, riporta alla luce la trama violenta che, sulla linea della frontiera americana, servì a costruire dal nulla uno Stato che sarebbe diventato presto un impero. Abbiamo imparato ad apprezzare Éric Vuillard con L’ordine del giorno (2018) e La guerra dei poveri (2019), sempre portati in italia da E/O. Ora, ricorrendo all’architettura di un romanzo storico per così dire “scarnificato”, Vuillard racconta una delle leggende più famose, e per questo più falsificate, della storia del West americano, quella del fuorilegge Billy the Kid. Altri romanzieri avrebbero impiegato centinaia di pagine; a Vuillard ne bastano poco meno di 150 per proporre la sua versione, che è davvero fresca, priva di incrostazioni mitopoietiche, e soprattutto convincente. Potrebbe essere un testo da spedire nello spazio a ignote civiltà aliene: “Se volete sapere com’è andata, leggete qui”.

Gli orfani di Vuillard è un’opera di critica narrativa e politica alla fondazione degli Stati Uniti d’America. Cioè ha una lingua narrativa che pensa e riflette, in condivisione col lettore, il che è un pregio e una rarità perché il lettore, di solito, si tende ormai a intrattenerlo ed emozionarlo. La storia di Billy the Kid e di tanti suoi compagni di avventura, nella versione di Vuillard, è la storia di un povero, di un orfano, di un teenager senza amici né protezione. Lo scrittore francese ce lo mostra in tutte le tappe della sua breve esistenza di pistolero, ladro di bestiame e di cavalli, membro di svariate bande al soldo di bovari e latifondisti. Per il troppo sparare, rubare e inseguire una sua libertà nel selvaggio West (Arizona, Texas, soprattutto New Mexico), il Kid (al secolo Henry McCarty, o forse William H. Bonney) finì col morire in anticipo, nel 1881, a soli 21 anni, per mano dello sceriffo Pat Garrett.

Libertà, violenza, costruzione di uno Stato. La tesi di Vuillard è efficace e diretta: quelli come il Kid furono l’esercito di spostati e miserabili che l’America usò per erigere sé stessa. Scrive Vuillard: “La libertà inaudita di cui hanno goduto per pochi decenni gli angloamericani sulla frontiera, guardiani di mandrie dal grilletto facile, la vita che facevano i pionieri ai confini sempre più allontanati dell’impero, l’orgia di violenza, alcol, gioco d’azzardo, prostituzione, massacri, accaparramento di terre e costituzione selvaggia di vaste proprietà, tutto ciò in realtà non era altro che un’emanazione lontana e rimossa del potere centrale”.

Vuillard ci mostra un “colonialismo precipitoso e brutale” messo nelle mani di “piccoli delinquenti, orde di straccioni, vagabondi e ladri”. Un impero “edificato a tutta velocità”, perché “mai si era estorta tanta terra in così poco tempo”. Kid e i suoi compari servivano. La loro violenza serviva in quella breve fase di accaparramento capitalistico. Serviva – argomenta Vuillard – ai grandi proprietari, agli uomini d’affari, all’esercito e a Washington. Questi adolescenti o giovani uomini di misere origini diventarono quindi improvvisamente liberi e sfrontati, “la banda di scellerati più arrabbiata della Storia umana”.

Ma la fine per il Kid e gli altri arrivò presto, e Vuillard ce la mostra. Una volta massacrati i nativi e organizzato l’allevamento intensivo e l’uso delle terre, i latifondisti smisero di farsi la guerra e decisero che era tempo di istituzionalizzare il potere. Venne il momento della democrazia. Fu eletto uno sceriffo, Pat Garrett, il braccio della legge che avrebbe sterminato le bande. E per Billy the Kid arrivò l’ora di bussare alle porte del paradiso.

Racconti di guerra degli iraniani sotto i bombardamenti. “C’è chi intravede un futuro migliore e chi solo distruzione”

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di Giuseppe Acconcia

Sono passate cinque settimane dai primi raid di Stati Uniti e Israele contro Teheran. Gli iraniani all’estero come in patria continuano ad essere divisi tra chi considera questi attacchi una fonte di distruzione irreparabile per un paese dalla storia millenaria e chi li valuta come una possibile opportunità per un cambiamento futuro. Negli ultimi giorni sono stati colpiti uno dei più importanti centri medici del Medio Oriente, l’Istituto Pasteur di Teheran, i politecnici Imam Hussein e Malek Ashtar di Teheran, e più volte l’Università di Isfahan, insieme al ponte in costruzione B1 nella provincia di Alborz. E così anche i più strenui oppositori del regime iraniano come Masih Alinejad, tra le ideatrici del movimento “Donna, vita, libertà” ha chiesto agli Stati Uniti di risparmiare le infrastrutture energetiche del paese e di concentrarsi sui centri di potere del regime. Mentre le autorità iraniane continuano a eseguire le condanne a morte tra chi è stato arrestato nelle proteste di inizio anno, tra cui il giovane Amirhossein Hatami, insieme ad Abolhassan Montazer e Vahid Baniamerian, presunti membri del gruppo terroristico in Iran Mojahedin e-Khalq (Mek), e ad arrestare le voci critiche come l’avvocato per la difesa dei diritti umani, Nasrin Sotudeh. Sono almeno 2000 le vittime e 3,2 milioni gli sfollati, secondo i dati delle Nazioni Unite, dall’inizio del conflitto. Abbiamo raccolto voci e testimonianze di chi sta vivendo in prima persona la catastrofe di una guerra illegale, evitabile e non necessaria, combattuta nell’oscuramento di internet, accessibile solo per brevi intervalli, e di cui non si vede la fine.

 

Da Teheran al Mazandaran

“Tutti noi abbiamo un familiare o un amico ucciso in questi bombardamenti”, ha raccontato Mohammad. Solo nei raid in piazza Resalat a Teheran, dove si trova uno dei quartier generali più grandi del gruppo paramilitare dei basiji, 40 persone sono state uccise nei bombardamenti delle prime due settimane. “Si stavano preparando a lasciare il quartiere, aspettavano che la figlia tornasse a casa dal lavoro per andare via tutti insieme. Ma l’esplosione è avvenuta prima che Nilufar tornasse a casa. Sono tutti morti”, ha raccontato Mahnaz. “Conosco una famiglia che ha perso 14 componenti. Una mattina sono passato di qui e ho visto vari resti di cadaveri, uccisi nelle esplosioni”, ha proseguito.

“Nel mio villaggio nel Mazandaran continuano a svolgersi i funerali delle vittime”, ha raccontato Payam. “Ogni volta, come da tradizione, viene collocata una gigantografia del defunto. Lo stesso è successo con Amir Mohammad, aveva appena 21 anni e un fisico da lottatore”, ha spiegato. “Era andato a Teheran per il servizio militare. Aveva promesso a sua madre di tornare a casa per aiutarla a vendere le verdure al mercato. Ma non ha fatto in tempo”, ha spiegato il giovane.

 

Da Isfahan a Bandar Abbas

“Ho visto missili colpire la città. In alcuni casi i raid sono andati intensificandosi. Ho visto tanti essere trasportati in ambulanza in condizioni critiche”, ha spiegato Ahmad, studente che vive a due passi da piazza Naqsh-e Jahan, patrimonio Unesco. “Da quando i bombardamenti sono iniziati, tutti i lavoratori sono terrificati e produciamo la metà rispetto al solito. Abbiamo perso migliaia di euro per tutti i prodotti che avevamo preparato per il capodanno iraniano (Newroz) e che sono rimasti invenduti”, ha spiegato Jolan, proprietario di una panetteria. “Dopo il bombardamento a una caserma anche la nostra casa è andata distrutta. Non possiamo tornare a casa”, ha aggiunto Moataz.

“Eravamo tutti molto preoccupati e pensavamo che ci avrebbero uccisi da un momento all’altro. Abbiamo salutato i nostri professori e compagni di classe pensando che non li avremmo mai più rivisti”, ha spiegato la giovane liceale di Bandar Abbas, Fatemeh. “Dovevo prepararmi per i test di accesso all’università ma ora ho paura di tutto”, ha aggiunto la ragazza.

“Una bambina è corsa verso di me per essere abbracciata mentre erano in corso i bombardamenti”, ha raccontato Sina, 20 anni che vive nella zona industriale di Bandar Abbas. Suo padre gli ha detto di andare via il prima possibile dalle vicinanze del porto. “Dopo un lungo viaggio sono arrivato a Shiraz, la stazione dei bus è stata bombardata e ho continuato il viaggio verso Teheran in taxi”, ha raccontato il giovane.

 

Sui tetti di Teheran

“È la seconda volta in un anno che ci siamo trovati a Teheran nel mezzo della guerra. Ci sono checkpoint per strada e milizie che minacciano i cittadini comuni”, ha spiegato Datis, attivista della capitale iraniana. “Passiamo ore sui tetti, abbiamo imparato a distinguere tra MIM-104 Patriot, B-2 e F-35. È meno terribile restare all’aperto che aspettare i bombardamenti chiusi in casa”, ha proseguito Datis. “Mi hanno mandato la foto di una stazione di polizia demolita dai bombardamenti israeliani. L’ho riconosciuta subito perché è il luogo dove sono stato detenuto l’ultima volta che mi hanno arrestato. Passeggiavo mano nella mano con la mia ragazza e la polizia morale ci ha fermato, insultato e umiliato”, ha proseguito Sorush. “Da quella stessa stazione di polizia hanno attaccato chi protestava con spari e kalashikov, senza preavviso”, ha continuato. “Non è possibile fotografare i danni causati dai raid, alcuni sono stati arrestati mentre portavano i familiari in ospedale”, ha aggiunto.

“Ci ritroviamo con i vicini sui tetti perché sono luoghi semiprivati, dove c’è libertà. Lo facevamo anche nella guerra dei 12 giorni dello scorso giugno e nelle proteste di gennaio. Con il passare dei giorni molti sono andati via, dopo i raid alle raffinerie l’aria era irrespirabile ma abbiamo continuato a incontrarci mentre i missili precipitavano”, ha continuato Anita.

 

La vita degli iraniani è segnata da una delle guerre più dure che abbia attraversato il Medio Oriente negli ultimi venti anni, mentre il negoziato per una tregua mediata da Pakistan, Egitto e Turchia fatica a materializzarsi. Non solo, è in corso una guerra di propaganda per cui la nuova generazione di militari iraniani, dopo l’uccisione dei vertici dei pasdaran nei raid israeliani, appare più aggressiva nella comunicazione, così come fa il presidente Usa, Donald Trump che ha promesso di riportare l’Iran “all’età della pietra”, nonostante lanci messaggi confusi sulla durata del conflitto. Fin qui l’aumento del prezzo del petrolio, ben oltre i 110$ al barile, e il pieno controllo dello Stretto di Hormuz sembrano accrescere la capacità negoziale di Teheran, mentre il paese viene distrutto e gli Usa minacciano l’intervento di terra.

 

Filetto di cane

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Foto di congerdesign da Pixabay

Foto di congerdesign da Pixabay

di Valerio Cerulli Irelli

«Vedo delle bellissime spiagge nei suoi collage. Qui, per esempio, non c’è suo padre. Vuole parlarne?».

«Sì, guardi, quella in alto a sinistra è una foto del 2024. Papà non c’è perché l’ha scattata lui, subito prima che iniziasse tutta questa storia. È stata l’ultima vacanza in cui siamo stati solo noi tre».

«Ed è successo qualcosa mentre eravate lì? Mi scusi se le sembro poco preparato, ma come tutti so solamente quello che si è visto su Netflix e sui giornali».

«Li ho portati per questo, i collage. Si figuri. Allora… 2024, quindi avevo sedici anni, e con papà e mia sorella stavamo tornando dall’Abruzzo dopo una settimana di mare. Ero seduto davanti e giocavo col telefono quando a un certo punto BAM, avevamo messo sotto Elizabeth».

«Temo di non seguirla. Avete investito una donna?».

«Non una donna, la nostra mucchina. Forse dovrei dire vitella. Comunque eravamo in mezzo alle campagne e dopo un botto ho alzato lo sguardo e per terra, davanti a noi, c’era Elizabeth: una manzetta d’Abruzzo di quattro mesi e centoventi chili. Papà aveva decelerato prima dell’impatto ed Elizabeth s’era rotta solo qualche ossicino – poi il veterinario ci ha detto che è stato un miracolo, perché in genere i bovini muoiono sempre quando vengono investiti.

«In ogni caso, un disastro totale. Volevamo aiutarla ma in tre, con mia sorella che avrà avuto dieci anni, era praticamente impossibile. Piangeva a dirotto. Abbiamo provato i numeri di emergenza ma eravamo in un posto davvero sperduto e ci avrebbero messo una vita, allora papà ha isolato la zona e, dopo essere stati ignorati da un sacco di passanti, un camion si è fermato e tre signori hanno aiutato me e papà a caricare Elizabeth sul nostro pick-up.

«Siamo andati dal veterinario – quindi anestesia, scansiona il microchip, bla bla bla, e ci è stato detto che se la sarebbe cavata, ma il proprietario non voleva riprendersela in quelle condizioni. Allora io e mia sorella ci siamo impuntati e papà ha detto “sapete che è? Ce la portiamo a Frascati”».

«Inizio a collegare. Quindi è questa la mucca della storia. Ma non l’aveva rubata in un allevamento?».

«Ma quale rubato. Mio padre era un avvocato, non gli sarebbe mai venuto in mente. Non a quei tempi, almeno. Comunque lei è un giornalista e dovrebbe sapere che sono tutte cazzate quelle che vede sul web».

«C’è anche chi prova a fare un buon lavoro, almeno spero. Quindi, voi da ragazzini siete cresciuti a casa con la mucca… Elizabeth?».

«Per un po’ sì, ora le spiego. Guardi la foto al centro del collage: mio padre era di Roma ma la famiglia aveva una bella casetta con un ettaro di giardino a Frascati e, da quando i miei avevano divorziato, abitava lì. Vede quanto verde? Noi andavamo da lui dal venerdì alla domenica, mentre gli altri giorni stavamo con mamma. Da quando Elizabeth aveva iniziato a vivere lì, ogni giovedì sera mia sorella saltellava fino a camera mia per dirmi che non vedeva l’ora di andare da papà. Le brillavano gli occhi. Lui aveva praticamente trasformato il giardino in un pascolo, in attesa che le fratture guarissero, e nel frattempo, quando era al lavoro, pagava la figlia dei vicini per passare ogni due ore e controllare come stesse Elizabeth – mentre quando c’eravamo noi stavamo tutto il tempo con lei e quindi non c’era bisogno. Comunque, erano gli anni di TikTok e, anche per avere un’occasione in più per passare tempo con mia sorella, che era già nella fase ribelle e non mi cagava più se non per cose di Elizabeth, ho creato un profilo e abbiamo iniziato a fare video, noi due e la mucchina. Lo chiamammo tipo con un gioco di parole tra il verso della mucca e Mourinho, che allenava la Roma – poi papà lo cambiò».

«Immagino sia un tifoso allora. Lo era anche suo padre, o aveva altre passioni?».

«Lo ero. Adesso con tutta quella tecnologia mi sembra uno sport per ingegneri, e dall’inizio di ‘sta storia di papà non guardo molto quello che c’è in streaming. Comunque no, a lui non è mai interessato il calcio, lo guardavamo con il nonno, e in realtà non aveva delle cose che amava fare quando non era al lavoro o con noi. Ora guardi qui, le ho inserito una scheda su quel profilo… Ecco, pagina tre. Spaccammo tutto. Duecentomila followers e milioni di visualizzazioni in poche settimane. Però, mentre i primi giorni ci arrivavano solo bei commenti, appena l’algoritmo ha fatto arrivare il profilo a più persone sono iniziati ad arrivare gli insulti. Erano principalmente battute di pessimo gusto, tipo “Bravi a papà, manzo di prima qualità a chilometro zero”, ma a volte ci andavano giù pesante, e qui arriva il punto: papà beccò mia sorella mentre piangeva. Le chiese cosa era successo e lei gli mostrò che un tizio con un nome utente impronunciabile aveva minacciato di cercare Betty per tutti i castelli romani per mangiarsela. Si incazzò di brutto e ci sequestrò il profilo».

«Poco più di otto anni fa e sono cambiate così tante cose. Adesso è impensabile che a quell’età una bambina possa usare i social e leggere quella roba. Ma lei non era grande per farsi sequestrare l’account da suo padre?».

«Sì, ma papà era fatto così… Poi c’era di mezzo mia sorella piccola, e l’alternativa sarebbe stata gestire il profilo insieme a lui e mi sembrava ancora più imbarazzante. Allora glielo abbiamo lasciato, e mentre aumentavano i followers lui ha iniziato a uscire di testa. Appena è arrivato al milione, mischiando video di Elizabeth e attivismo animalista, ha iniziato a delegare il suo lavoro ai colleghi fino a smettere del tutto. Amava quella mucca come se fosse un’altra figlia, forse in realtà anche più di quanto amasse noi. Per farle capire, una volta mia sorella chiese del latte per colazione e lui si incazzò così tanto che poi chiedemmo a mamma di non farci andare da lui per settimane.

«Non lo vedemmo per un mesetto, forse un po’ di più, e a scuola tutti mi prendevano in giro perché papà faceva centinaia di migliaia di like con i video sui bagnetti a Elizabeth. Aveva persino annunciato che si sarebbe incatenato a un allevamento intensivo, mi pare in provincia di Modena. Il fatto è che da quando mamma l’aveva lasciato si sentiva solo… senza uno scopo, e a quanto pare in quel periodo pensava di averlo trovato».

«La ascolto. Scusi se sfoglio le pagine dei fascicoli che ha portato, ma ero colpito da tutti questi screen e dai numeri. Cosa sono, delle chat con l’AI?».

«Però se va avanti da solo mi è difficile mantenere il filo. Vorrei che vedesse le cose nell’ordine in cui le ho viste io, e tra poco inizierà a capire. Allora, appena mia sorella smise di impuntarsi sul fatto che papà l’aveva spaventata con quella storia del latte, tornammo a Frascati per il weekend. Elizabeth era in riabilitazione, le fratture quasi guarite, e la figlia dei vicini si era praticamente stabilita a casa nostra per badare a lei, mentre papà passava le giornate fisso alla scrivania con due laptop, un iPad e un telefono sempre accesi. Non ci cagava neanche un po’ e passava tutto il tempo a scrivere chissà cosa sui dispositivi, passando dall’uno all’altro. Riesce a immaginarselo? Un uomo adulto che vede i figli solo il fine settimana e invece di stare con loro chatta compulsivamente.

«Quel giorno, a cena, ci chiese se sapevamo cosa fosse l’antispecismo – ovviamente non ne avevamo idea. Ci fece un excursus infinito che partiva da Jeremy Bentham e arrivava al concetto di “animale domestico”, passando per quello di “carne” e tanti altri, ed effettivamente sia io che le ragazze – c’era anche la figlia dei vicini, che aveva mangiato con noi – pensammo fosse figo. Poi però ci iniziò a parlare di come non gli andasse giù che buona parte di quelli che lo insultavano sui social network, dicendogli cose tipo “porta la vacca in braceria e vai a lavorare”, avessero dei cani a casa e li trattassero come figli. Qualcuno gli diceva anche, esplicitamente, di cucinare la mucca e prendersi un cane. Quindi iniziò a urlare cose come “nessuno capisce un cazzo” o “fanculo i cani”, nonostante ci fosse sua figlia piccola, e ci disse con un tono da pazzo che per vincere una guerra a volte bisogna fare cose che non si vuole fare e che lui doveva proprio vincerla questa guerra. Io gli dicevo che stava spaventando mia sorella, provavo a farlo ragionare, e lui ogni volta scriveva due cose sul tablet, altre due cose al pc, e poi mi faceva una spiega sul perché io fossi come loro. Loro chi, non si sa. Ci facemmo venire a prendere da mamma la sera stessa».

«Poggio il fascicolo, la ascolto, ma questa non è decisamente la storia che conosco, quindi mi scusi se mi metto a scrivere nonostante stia registrando. È che mi sembra di iniziare a capire. Dopo questa scena immagino non siate andati per un po’. Se è così, vi mancava?».

«La verità è che non lo vedemmo più, mamma ce lo proibì, anche per quello che successe dopo. Io l’ho rivisto dopo un paio d’anni ma non era più la stessa persona. La parte di storia che arriva adesso, però, in qualche modo la conosce già. Anch’io l’ho dovuta ricostruire usando le notizie dei giornali e i ricordi di quello che vedevo sui social ai tempi. Mi passi il fascicolo… Ecco, a pagina cinque, le leggo quello che ho scritto:

Fine 2024. Papà era a un milione e mezzo su TikTok e mezzo milione su Instagram; Elizabeth stava diventando enorme e le fratture erano guarite. Io guardavo ogni tanto i suoi video, e ancora più spesso me li facevano vedere gli altri per sfottermi e chiedermi cosa cazzo stesse combinando mio padre. I contenuti erano aumentati, e oltre a quelli che già faceva aveva iniziato a fare una rubrica in cui parlava delle caratteristiche degli animali non domestici, in particolare quelli considerati “da carne” – aveva preso molto in simpatia anche i maiali.

L’ultimo dell’anno fece una diretta su tutti i social in cui annunciò una sorpresa che avrebbe rivelato a inizio 2025, e alle domande rispose solo che “si trattava di cani”. Alle 20 esatte del 5 gennaio 2025 pubblicò un video in cui sedeva a una grande tavolata in un paesino del nord del Vietnam; lui era al centro e a ogni lato aveva cittadini del posto, tutti di una certa età, e con una foto di Elizabeth davanti alla telecamera diceva: “Buonasera a tutti. Immagino stiate cenando. In questa foto c’è Betty, la mia bambina che sta ancora crescendo, e nel vostro piatto, con ogni probabilità, ci sarebbe potuta essere lei: la chiamereste ‘vitellone’. Io ho provato, con tanta pazienza, a farvi capire che tra lei e i cani che vi stanno scodinzolando ai piedi del tavolo non c’è nessuna differenza, ma voi dite che sono matto. Che Betty sarebbe buona giusto per una grigliata. Allora ho deciso di farvi capire quello che si prova. Buon appetito”. Il resto del video seguiva lui che partecipava a uno di quelli che al giorno d’oggi chiamiamo “mukbang”. L’unica differenza era che il menù includeva solo carne di cane, tutti i tagli possibili e anche le interiora. Tra una portata e l’altra spiegava come in quel villaggio fosse tradizione, un po’ come in Italia lo è mangiare bovini. Dopo uno zoom ottico sul contenuto di ogni piatto, dove si vedevano anche le singole fibre di muscolo rotte dai denti di qualche commensale, il video si chiudeva con lui che addentava un pezzo di carne senz’osso, dicendo “e questo è il filetto”».

«E siamo arrivati al primo episodio. Quando lo vidi mi venne quasi da vomitare… mi scusi. Ma sentivo ci fosse qualcosa di più, anche perché sembrava tutto così gratuito: cosa deve passarti nella testa per farti fare una cosa simile? Ma penso che lei mi ci stia portando. Le volevo chiedere inoltre, se si sente a suo agio, di raccontarmi come si sentiva in quel periodo».

«Primo episodio, secondo, terzo… Cosa importa? Il punto della serie era quello di spettacolarizzare l’odio e la sofferenza. È vero che lui ha continuato a girare il mondo in cerca dei posti più sperduti dove fare questi video assurdi, ma loro hanno fatto sembrare si divertisse a farlo. Non era così. Per quanto riguarda me e mia sorella, beh… eravamo i figli del mangiacani. Lei a scuola se la passava male perché, anche se le compagne di classe non avevano ancora i telefonini per guardare i video, i genitori impedivano a tutte di parlarle. Piangeva giorno e notte. Io venivo insultato continuamente, a volte mi hanno anche picchiato, e non sognavo altro che mio padre morisse. Quando beccavo compagni di classe a spasso coi cani me li nascondevano o gli urlavano di scappare perché “il figlio di un mangiacani mangia sicuramente i cani”. Appena i giornali locali e nazionali iniziarono a uscire con titoli come “Tutto il web contro avvocato romano: gira il mondo e mangia cani in diretta social”, mia madre perse la pazienza e decise di farci cambiare scuola e cognome, ma per il secondo lasciammo perdere».

«Mi interessa quello che lei ha detto sul divertirsi. È vero che nei restanti episodi sembra quasi che suo padre fosse un turista in quei posti, ma a me non hanno convinto. Attirare l’odio di tutti, persino dei familiari stando a quello che mi dice, non può essere divertente. Mi aiuti, mi faccia capire cosa vedeva quell’uomo. Però non voglio interromperla, mi dica del cognome se vuole».

«Guardi, quella è una storia molto semplice: a voi può sembrare che tutti quei viaggi abbiano coperto un grande lasso di tempo, ma la realtà è che ha fatto tutto in pochi mesi. Nella serie non c’erano coordinate temporali. Dopo un po’ è imploso e si è rinchiuso in casa, e con i casini internazionali tra il 2025 e il 2026 si sono tutti scordati rapidamente; quindi, il mio cognome non destava più troppi sospetti. Almeno fino a quella cazzo di serie. Ultimamente, ogni tanto vagava per le vie di Frascati scrivendo sui suoi centomila telefonini, e quando gli hanno sparato era in queste condizioni. L’ultima volta che sono andato da lui, forse due annetti fa, sono entrato in casa e sembrava uscita da un episodio di black mirror: schiere di computer assemblati, chat aperte su ogni schermo e gli hardware che rombavano così forte da prenderti la testa. Lì ho capito tutto».

«Innanzitutto, le faccio le mie condoglianze. Indipendentemente da questa storia, nessuno merita quella fine. Ho visto che si trattava di un ventiseienne di Roma, una specie di giustiziere sociale che dopo aver visto questa storia su Netflix ha pensato di rintracciare suo padre, di procurarsi una pistola e giocare a fare dio».

«Non si preoccupi, io non ce l’ho col ragazzo. Ce l’ho con i media, col governo, ma non con quel ragazzo che non mi sembra molto diverso da papà. Come se, facendosi uccidere da qualcuno di così simile, si fosse in realtà suicidato. Adesso mi ascolti, e guardi con me il resto del fascicolo. Si ricorda i numeri che stava fissando prima? Ecco, dalle indagini sull’omicidio e sulle circostanze, è emerso che mio padre teneva una chat quotidiana con l’intelligenza artificiale: cinquantamila messaggi da ottobre 2024 a ottobre 2025. Oltre trecentomila nei sette anni successivi. Parlavano di tutti i temi che gli interessavano, dalle maniere migliori per crescere una mucca in un ambiente domestico a questioni filosofiche. Il punto è che mio padre incalzava l’AI che, in particolare nei primi anni, era compiacente nei confronti dell’utente, fino a fargli giustificare tutte le sue conclusioni. Era la sua camera dell’eco. Hanno usato la chat per stabilire se ci fosse un legame tra lui e l’assassino, poi ci hanno consegnato i dispositivi e io l’ho letta tutta in questi mesi. I computer, i tablet, i cellulari, gli servivano solo a trovare conforto mentre precipitava nell’ossessione. La sua unica luce era un chatbot che gli dava ragione e lo fomentava. C’è scritto anche che era tormentato dagli incubi da quando era andato in Vietnam, ma erano d’accordo che fosse razionalmente la scelta più sensata.

«Lo capisco il suo sguardo, ma mio padre non era stupido. Era anche un ottimo avvocato, altrimenti non avrebbe avuto i soldi necessari per fare questa vita. Però con la separazione, la vita in un posto che non lo stimolava e la solitudine era diventato fragile. Appena si è reso conto di avere qualcosa che lo faceva sentire di nuovo speciale, ci si è buttato come un tossico sulla droga preferita. Arrivato a quel punto, piuttosto che dialogare con delle persone con delle opinioni, ha scelto di precipitare in un pensiero sempre più radicale, basato su delle idee nobili ma con delle conclusioni assurde, che alla fine l’ha fatto odiare così tanto da far pensare a qualcuno di ucciderlo».

«Guardi, mi serve tempo per elaborare. Quanti sono trecentomila messaggi? Non riesco neanche a immaginarmeli. È simile a quella storia dei modelli linguistici che venivano utilizzati come psicoterapeuti, ma qui c’è dell’altro. Però mi deve spiegare perché mi ha chiamato per farsi intervistare. Mi ha detto che lei odia i media, e adesso onestamente ho paura di fare più danni che altro con questa registrazione e queste pagine».

«Perché so quello che lei fa nella vita. Da quando è successo ho pensato a molte cose, ma quella che non riuscivo a levarmi dalla testa è che vorrei che qualcuno scrivesse questa storia, e non come nella serie. Vorrei che qualcuno scrivesse di quanta solitudine, di quanta disperazione ci fossero negli occhi di un uomo che si fa trascinare da un ideale e poi perde la cognizione di sé. Di come fosse difficile per lui guardare le sue mani dopo che avevano toccato quelle ossa, e nonostante ciò continuasse a dirsi che fosse la cosa giusta per saziare l’ossessione che lo divorava da dentro. Adesso le consegno il fascicolo e le inoltro il link col drive su cui sono salvate le chat. Non mi aspetto che legga tutto ma, se vuole, ora può farlo. Però, prima guardi il collage sull’ultima pagina».

«C’è una foto di Elizabeth. Mi sembra più adulta, come sta?».

«La foto è della settimana scorsa. L’ho portata in un santuario fuori regione e ogni tanto la vado a trovare. Beh, che dirle: alla fine della storia, lei sta meglio di tutti».

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Poesia sperimentale e rap nell’era dell’AI

di Elisa Davoglio, con la collaborazione di Marta Piazza

“La poesia fa male”, ha scritto Nanni Balestrini, “e per fortuna nessuno ci crede”. Forse oggi nemmeno i poeti ci credono più, ed è un male. L’invito a dialogare sul rapporto tra poesia e rap, in un talk coordinato da Mastafive lo scorso 4 ottobre, ha rappresentato un’occasione preziosa per esplorare connessioni inaspettate proprio su questo “fare male”. L’opportunità è nata dalla realizzazione di un podcast sulla trap che analizza la rabbia contemporanea partendo dal film La Rabbia di Pasolini e Guareschi. Questo mi ha permesso di addentrarmi in un mondo che sto ancora esplorando.

Il mio background musicale è eclettico – da Jeff Buckley a Piero Ciampi, dalla canzone napoletana a Phil Anselmo – ma confesso di aver a lungo trascurato il rap italiano, considerandolo una deriva minore, un’appendice provinciale di quello americano.

Quando durante il talk sono stata presentata come “poetessa”, ho avvertito di non appartenere a quella parola. Ho difficoltà a rappresentarla, come se quel termine portasse con sé un peso di aspettative e convenzioni che mi risulta impossibile incarnare. Chi sono, oggi, i poeti? I lirici, gli sperimentali, i morti? Intanto Marracash viene definito “l’ultimo intellettuale italiano” e Kid Yugi cita Čechov tra una barra e l’altra.

David Foster Wallace, insieme a Mark Costello, lo aveva già capito alla fine degli anni Ottanta scrivendo Signifying Rappers (tradotto in italiano come Il rap spiegato ai bianchi): il rap non è un genere musicale con testo, ma un’operazione sul linguaggio che sfrutta ritmo, rima, ripetizione e deviazione come strumenti cognitivi. La parola può diventare insieme proiettile e specchio.

Questa intuizione si è approfondita quando l’ho confrontata con la mia realtà di autrice di poesia. Una poesia che oggi ha sempre meno lettori, che spesso rischia l’autoreferenzialità, rimanendo una nicchia in cui l’esclusione dal mainstream editoriale diventa affermazione di irriducibilità e rassegnazione insieme. Il grande pubblico ignora che invece la poesia italiana del Novecento è stata un laboratorio vivissimo, dove si è tentato di sabotare il linguaggio, di rinnovarne le strutture e le forme fino a farne sudare le crepe del reale. A partire dal Gruppo 63, con Balestrini in prima linea, quella poesia sperimentale aveva elaborato strumenti potenti per decostruire, attraverso il linguaggio, le strutture del potere e del senso comune.

Corrado Costa, per esempio, ci ha mostrato il meccanismo con cui la normalità borghese maschera la propria violenza. La sua poesia I due passanti lavora per accumulo, per ripetizione e specularità, creando una litania di omogeneità:

uno che rideva con uno che rideva
uno per lo più taciturno e l’altro
per lo più taciturno

Questa superficie rassicurante viene poi improvvisamente squarciata da un’esplosione di violenza primordiale:

uno che tortura e l’altro senza speranza
una imprecisabile bestia una imprecisabile preda

Ma lo choc più profondo sta nel ritorno all’omogeneo. Il testo, impassibile, riprende la sua cantilena di normalità (“quello alto uguale e quello / alto uguale”), come se la violenza fosse stata assorbita, normalizzata, resa invisibile dal sistema stesso.

Vito Riviello, invece, è stato capace di fulminanti cortocircuiti socio-linguistici, come ci dimostra quest’unica, sferzante paronomasia: “C’è un campo di girasoli a Cortona in Arezzo, c’è un campo di paraculi a Cortina d’Ampezzo”. Tanto Costa quanto Riviello possiedono quella stessa capacità di “fare male” – di scuotere anche facendo ridere – che riconosciamo al rap e alla trap quando intercettano il loro pubblico. Ma non lo intercettano, e non sembra esserci rimedio: la poesia sperimentale e il rap parlano linguaggi accessibili, seppure su diversi livelli di lettura e profondità, eppure rimangono separati da barriere di distribuzione e visibilità.

Proprio in questa separazione si consuma il paradosso: mentre la poesia sperimentale si è progressivamente isolata e rarefatta in un pubblico che appartiene al suo stesso ambito circoscritto, il rap è esploso come forma poetica di massa, riconosciuta e ascoltata dalle nuove generazioni.

Oggi si parla comunemente di rap come della “nuova poesia”, spesso senza conoscere quella “propriamente detta”. In effetti i confini tra versi e barre possono talvolta essere sfumati. Entrambi i linguaggi si uniscono non solo nei contenuti, ma soprattutto nella sfida lanciata al linguaggio stesso: una sfida al “corpo sociale”.

La poesia che diventa prosa: frantumare il canone lirico

Per restituire il senso della poesia sperimentale contemporanea ai troppi che non la conoscono, dovremmo ripercorrere una svolta cruciale. Perché il gesto che riconosciamo nel rap — smontare il linguaggio ordinario, forzare la sintassi, far deragliare il senso attraverso accumulo e ripetizione — rivela similitudini con la sperimentazione poetica a partire dal Novecento. Entrambi operano sul ritmo come struttura del pensiero, entrambi usano la frattura linguistica come gesto politico, anche se si sono sviluppati su binari paralleli, senza conoscersi.

Paolo Giovannetti, nel suo Dalla poesia in prosa al rap – Tradizioni e canoni metrici nella poesia italiana contemporanea, ha tracciato proprio questo percorso: da Baudelaire ai futuristi, dalla Notte di Campana fino alla canzone d’autore e al rap, mostrando come il “grado zero della metrica” — quella zona ibrida tra verso e prosa — sia una costante della modernità poetica, un territorio di sperimentazione che attraversa i secoli e i generi.

Come ha osservato Paolo Zublena, la svolta contemporanea si sedimenta quando la poesia in prosa si evolve nella prosa in prosa. A partire dal 2009, un gruppo di autori come Gherardo Bortolotti e Marco Giovenale ha importato la lezione del francese Jean-Marie Gleize: creare un testo “letteralmente letterale”, senza sovrasensi, enigmatico nella sua stessa chiarezza.

Un esempio lampante di questo sconfinamento era già stato anticipato da Nanni Balestrini e I Furiosi, un testo che monta le voci reali degli ultras in una sinfonia verbale. Qui la prosa non è più “bassa”, ma diventa lo strumento per catturare la lingua viva e frammentata del presente, scardinando l’io lirico a favore di una spersonalizzazione.

Su questa linea si è innestata la ricerca di Lello Voce, per il quale la prima azione politica si fa sul linguaggio: non si possono sognare sogni nuovi con linguaggi vecchi. La sua poetica si fonda sul “cannibalismo” teorizzato dal brasiliano Haroldo de Campos — mangiare la tradizione e rivomitarla trasformata — e sulla concezione della poesia come tertium quid: un’unità plurima composta da testo scritto, “oratura” (esecuzione orale) e musica. Perché, come diceva Adorno, “la descrizione del caos non è una descrizione caotica”.

La parentela concettuale: sabotare il linguaggio dall’interno

È in questa operazione di sabotaggio del discorso ordinario che troviamo la parentela più profonda tra poesia sperimentale e rap. Entrambi attaccano la prevedibilità. Una tecnica della poesia di ricerca è quella “alla Wittgenstein”: usare frasi semplici per far deragliare il pensiero comune, come in N. di Marco Giovenale, dove ogni proposizione distrugge la certezza della precedente.

E cos’è la punchline nel rap, se non la stessa operazione, condensata in un colpo solo? Pensiamo a Rancore in Le Rime, dove l’artista trasforma la punteggiatura in un campo minato esistenziale: “Sia grave che acuta, l’accento è una caduta / Non cambiare una virgola o cado dentro la buca”. La logica non è narrativa, ma si avvita su se stessa. E qui l’apporto musicale è determinante: il ritmo martellante del beat partecipa alla costruzione della barra, facendo sì che ogni accento diventi letteralmente una “caduta” percussiva, un inciampo sincronizzato tra suono e senso.

Un’altra forma di sabotaggio è il bombardamento di significanti letterari espliciti. Kid Yugi ne ha fatto la sua cifra stilistica: dal titolo “The Globe” (il teatro shakespeariano) a “Hybris” (il concetto tragico greco), da “Grammelot” (la tecnica di Dario Fo) a “Il ferro di Čechov”. La copertina de I Nomi del Diavolo omaggia Il maestro e Margherita di Bulgakov. Emis Killa, in “Martin Luther King”, accumula riferimenti che spaziano dal Tantum Verde a Daitan III fino a Heisenberg — e qui l’ambiguità semantica diventa essa stessa figura retorica: è il professore di chimica diventato signore della droga (vedi Breaking Bad), alter ego criminale costruito su una doppia identità, o il fisico teorico e il principio di indeterminazione, che nel contesto della barra “suona bene” proprio per la sua oscillazione di senso? Come ha notato TastieraCapitale a proposito di Yugi, questi artisti sanno tessere nuove relazioni intertestuali: quelle che Barthes teorizzava quando affermava che ogni testo può essere reinterpretato anche allontanandosi dalle intenzioni originali dell’autore. Il significato non è univoco, ma si moltiplica nell’interpretazione.

Marracash ha operato un sabotaggio diverso: la denuncia sociale passa attraverso il richiamo esplicito alla tradizione letteraria. In “Chiedi alla polvere” (dal romanzo di Fante) la ripetizione ossessiva del suono “su” crea una balbuzie esistenziale che mima il trauma sociale, culminando nel riferimento al “Ciclo dei vinti” verghiano. Marracash, siciliano emigrato a Milano come lo scrittore, si fa voce del sottoproletariato contemporaneo. In “Tutto questo niente” smonta il consumismo con un gioco di parole che echeggia la poesia concettuale: “Le cose care sono solo cose care / Raramente diventano care cose”. La figura etimologica rovesciata crea un cortocircuito: l’aggettivo “care” (costose) si trasforma nell’attributo affettivo; il sistema capitalistico viene smontato in due versi.

Ma c’è un altro terreno dove il linguaggio diventa azione politica: la battle del freestyle. Qui il linguaggio raw diventa gesto politico proprio attraverso rime e assonanze che ribaltano ogni politically correct, usando l’eccesso e il turpiloquio per smascherare le ipocrisie del discorso pubblico. Prendendo in prestito una definizione da Ensi, considerato da molti il più grande freestyler italiano: “Gonfio di gonfiezza”. È una figura etimologica, una tautologia apparentemente priva di senso, ma in realtà una potente dichiarazione di poetica in cui il significato collassa su sé stesso. L’ego dell’MC è così assoluto da diventare la propria unica definizione. Una parola che non descrive, ma è. E i poeti, che rapporto hanno con la loro gonfiezza?

Due grammatiche del ritmo: l’urgenza dell’accento

Quella gonfiezza che nella battle del freestyle si conquista barra dopo barra, in chi scrive versi può diventare peso. “Poeta” è un significante carico di aspettative sedimentate: basta l’appellativo per essere riconosciuti tali e, contemporaneamente, intrappolati — anche componendo una didascalia standard su Instagram, la definizione non scadrebbe, perché l’etichetta si fa assoluta quanto il termine stesso.

Nel rap, invece, quella gonfiezza ha sempre bisogno di un corpo sonoro per esistere. E quel corpo è l’accento. Qui emerge una differenza cruciale tra le due pratiche: mentre la poesia sperimentale ha spesso superato la necessità di un ritmo musicale immediatamente avvertibile — come abbiamo visto in Giovenale, Bortolotti, persino in Balestrini quando monta le voci degli ultras — il rap vive invece di ritmo incarnato, basato sull’isoritmia, sulla dominanza dell’accento come struttura portante del senso.

A intuire questo passaggio, ben prima dei rapper, sono stati poeti “alti”, ormai canonici. Cinquant’anni fa, Amelia Rosselli scriveva: “La lingua mi si rivoltava contro, e io dovevo imparare a dominarla”. Nella sua poesia, la lingua è campo di battaglia in cui il ritmo diventa struttura interiore, necessità fisica prima ancora che stilistica. Era la stessa urgenza che sarebbe esplosa “dal basso” con gli MC: non ornamento, ma ossatura del pensiero.

Ascoltiamo, per esempio, il ritmo quasi salmodiante di Marracash in Io:

La verità non santifica,
la verità non giustifica
tempo di farsi domande,
mettere l’ego da parte

Qui la metrica non è funambolica, ma scolpita. Il ritmo nasce dalla struttura parallela e anaforica che martella il concetto, lo fa penetrare nell’orecchio come una litania laica. È un ritmo pensato, filosofico. Ma è anche, paradossalmente, un ritmo che svuota la gonfiezza del freestyle: quando Marracash invita a “mettere l’ego da parte”, opera una sottrazione che è essa stessa affermazione di presenza: l’ego come accento, l’accento come ego. La gonfiezza si dissolve nel battito regolare delle sillabe, ma proprio in quella dissoluzione riafferma la propria autorevolezza. Non è più l’ego che grida “io esisto”, ma l’accento che scandisce “io penso”. La dominanza ritmica diventa dominanza concettuale.

Chi giudica e chi vuole essere amato: dove la parola fa ancora male?

Questa divergenza si riflette nel destino sociale delle due arti. Mentre la poesia di ricerca restava confinata in un dialogo ristretto, è emersa l’Instapoetry, dopo lo slam. Questi “poeti-rockstar” condividono con rap e trap pubblico e attitudine, ma soprattutto una grammatica: quella di Instagram, o meglio, dell’insta-gram, dove la gonfiezza si alimenta di algoritmi.

Eppure Franco Arminio o Guido Catalano sono solo uno spicchio della poesia contemporanea. Giovenale, Bortolotti e tanti altri costruiscono intrecci di piani che resistono alla logica dello scrolling — discesa verticale verso il principio della non-sedimentazione.

Il loro pubblico, però, è quello evocato da Nanni Balestrini, che ne ha tracciato un ritratto spietato: prima lo descrive come “mite generoso attento”, poi ne svela il segreto: “ama la poesia perché vuole essere amato”. Balestrini concludeva che “la poesia fa male”, e che per fortuna nessuno ci crede. Ma se all’inizio ci siamo chiesti se sia un male che nemmeno i poeti ci credano più, qui ci chiediamo: fa ancora male, o è diventata innocua?

Il pubblico del rap e del freestyle è l’opposto: non è mite, è partecipe, giudica, risponde. Una comunità attiva, non una platea di devoti in attesa di essere amati. Ed è forse proprio lì, in quella partecipazione conflittuale, che il linguaggio recupera la sua capacità di ferire, tornando “politico” anche senza dichiararlo esplicitamente. Non si tratta solo di scandire slogan come “free Palestine”, ma di far sudare le crepe del quotidiano contemporaneo: creare connessioni, svelare possibili identità, recuperare il territorio, ipotizzare comunità e rappresentazione attraverso il linguaggio. Questa narrazione si insinua anche quando le intenzioni non sono manifeste, in un momento in cui la “politica” come termine sembra aver perso il senso di appartenenza alla polis, qualunque sia il fronte di partenza, la condizione sociale, lo strato di provenienza.

Acca Larentia e Genova appaiono oggi lontane alla Gen Z quanto l’epica della piccola vedetta lombarda del Cuore di De Amicis — si consiglia, per misurarne la distanza, di ascoltare la lettura di Carmelo Bene. Oggi la piccola vedetta si limiterebbe a salire sull’albero Insta-gram, per essere al massimo hater al riparo dalle schioppettate. Nella poetica del rap, invece, rimane viva la traduzione di rabbia tra le barre, critica sociale che si aggiudica un ruolo già occupato dal cantautore: il menestrello come contraltare del poeta nei decenni precedenti, voce popolare che attraversava il corpo sociale senza chiedere il permesso alla letteratura.

La battle con l’AI: riappropriarsi della gonfiezza oltre l’imitazione

Se il rap costruisce comunità attraverso la partecipazione conflittuale e la poesia sperimentale resiste ai margini del pubblico che la legge, entrambe le pratiche condividono una domanda fondamentale: quale punto di vista si istituisce? Quale soggetto viene formulato? A chi ci si rivolge? Come sostiene Gherardo Bortolotti, la letteratura — anche quella musicale — non è questione di artigianato, ma un’operazione sui parametri secondo cui ci sentiamo in vita, un’attività che pone domande etico-politiche prima ancora che estetiche.

Sia la poesia di Costa che smonta la facciata della normalità borghese, sia il rap di Marracash che rivendica il Ciclo dei vinti, sia il freestyle che ridefinisce l’ego attraverso l’implosione semantica — “gonfio di gonfiezza” — agiscono su questi parametri, trasformando la letteratura in azione sulla realtà.

Ed è proprio su questo terreno che l’esplorazione si confronta oggi con un nuovo interlocutore: l’Intelligenza Artificiale. Una battle inedita. Per capirla bisogna tornare ad Alan Turing che, di fronte alla domanda “Le macchine possono pensare?”, l’ha definita “troppo priva di significato”, proponendo il Gioco dell’Imitazione: l’unica misura accertabile non è il “pensiero” ma la capacità di imitare il comportamento umano in modo convincente. I modelli attuali sono magistrali imitatori che imparano a prevedere quale parola seguirà la precedente. Addestramenti che parlano di frammentazione, pesi e matrici, non di quanto possa fare male un linguaggio, quanto ancora possa sperimentare, provocare e affondare. Il linguaggio che, oltre la macchina, “ci fa pensare”.

L’IA può imitare un sonetto, ma crolla di fronte alla sperimentazione che abbiamo delineato. Già Balestrini, con la macchina combinatoria di Tristano, aveva anticipato il punto: la chiave non è la generazione, è il progetto. L’IA imita i nostri pattern, diventando uno specchio statistico dei nostri cliché. La battle con l’IA non si gioca sulla gonfiezza — l’IA può simulare qualsiasi ego — ma sul linguaggio che sappia ancora fare male.

La sfida è riconoscere, nella sua capacità predittiva, lo specchio della nostra prevedibilità, costringendoci a un’originalità che nasca dall’esperienza incarnata, non dalla combinatoria. Un allenamento paradossale: più affiniamo le istruzioni alla macchina, più ci rendiamo conto di quanto siamo ripetibili, e proprio quella consapevolezza dovrebbe spingerci verso l’inaspettato.

Il limite invalicabile resta l’assenza di embodiment, di un corpo. Per l’IA ogni concetto è un’astrazione che manca di conoscenza radicata nel corpo, quella che genera autenticità. Può padroneggiare l’artigianato dello stile, non l’operazione etico-politica che è il vero cuore della creazione. Non può “sentirsi in vita”. Non sa cosa vuol dire bruciare di Eros secondo Socrate, non conosce il piacere delle fragole con la panna, non sa cosa prova Ivan Il’ič mentre vive la sua morte e non reagisce al solletico.

E questo apre a domande cruciali: come insegnare all’IA le sensazioni, così come il valore sospeso del vuoto, del “non detto” che si muove oltre i versi o barre, ma traspare in esse? Come spingerla a creare connessioni inattese in una challenge che non mortifica il linguaggio ma lo spinge più in alto, in una salita e non in una caduta verticale?

Forse la risposta non è attendere uno strumento perfetto — un esempio è TextFX, progetto di Google in collaborazione con il rapper americano Lupe Fiasco, che lavora su figure retoriche e wordplay — ma diventare architetti consapevoli di questa interazione. La sfida, per la parola, è appena ricominciata, e forse proprio in questa battle asimmetrica possiamo riappropriarci come creatori e creatrici della nostra gonfiezza: non quella ereditata dal termine “poeta”, ma quella conquistata barra dopo barra, verso dopo verso. Quella gonfiezza che, riconoscente verso noi stessi, sappia ancora fare male.

 

Cinismo contemporaneo e malinconia anacronistica ovvero opinioni di un disadattato

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di Giorgio Mascitelli

Poco più di quarant’anni fa il filosofo tedesco Peter Sloterdijk ha convenientemente dimostrato in un libro importante, Critica della ragion cinica, che il cinismo non solo è un atteggiamento spirituale (o forse si dovrebbe dire figura fenomenologica) molto diffuso nel mondo contemporaneo, ma che esso è anche un prodotto di un certo tipo di sviluppo della modernità. Siccome ritengo questa diagnosi ancora valida, vale la pena di ricapitolare i tratti di questo fenomeno, secondo il nostro autore infatti “Il cinismo, inteso come falsa coscienza illuminista, è un’intelligenza astuta, ambiguamente opaca, indurita e scissa da ogni coraggio aprioristicamente ritenuto ingannevole, come ogni positività: tale forma di coscienza sa occuparsi ormai soltanto di tirare a campare, pur che sia” (op.cit., trad.it, Raffaello Cortina editore, 2013, p.368).  Si tratta cioè di una coscienza conservatrice, che, pur essendo consapevole della possibilità morale della critica, si adatta al mondo così com’è aborrendo ogni speranza, favorita dalla convinzione, fondata o meno, di aver perfettamente capito il proprio tempo.

Questa considerazione di Sloterdijk mi è venuta in mente di recente con la divulgazione dei file del caso Epstein. Questa foto di gruppo del capitalismo globalista, nel quale la brutale mercificazione del corpo femminile si coniuga con la costruzione di reti di complicità bipartisan, o anche tripartisan, che diventano l’iscrizione a un club esclusivo, nel quale il reciproco coinvolgimento criminale vale come la sola garanzia di rispetto degli accordi presi negli affari in un mondo che non rispetta nulla, è certamente un esempio di cinismo contemporaneo, in particolare nell’idiota fiducia che un giro così vasto nello spazio e nel tempo non sarebbe stato scoperto. Il cinismo del potere che emerge qui è, però, già noto e non aggiunge molto a quanto già visto nel passato, come hanno fatto notare sia coloro che si richiamavano nella loro analisi a Sade e a Pasolini sia coloro che guardavano a Schnitzler e Kubrick. Accanto a questo, vi è il cinismo più contemporaneo dell’apparato mediatico che diffonde le rivelazioni con sapienti dosature volte a coprire gli interessi vivi, mettendo in primo piano personaggi famosi ma non potenti o ex potenti e non distinguendo nei file tra contatti pubblici e ordinari e quelli penalmente o eticamente rilevanti. A sua volta questa strategia poggia sul cinismo implicito del pubblico, che commenterà questo o quel partecipante, ma non porrà mai la questione politica generale dell’esistenza del mondo di Epstein. Anche il militante che sarà disponibile a porre tale questione non sfugge a una dinamica cinica perché per lui essa non si pone in sé, in quanto esistenza del male, almeno in prima battuta, ma come sintomo dei rapporti di potere e di produzione sottostanti. Forse l’unica voce, in questo contesto, a sfuggire al cinismo è quella della femminista che rivendica la dignità e la libertà del corpo femminile contro la violenza maschile. Tale voce, tuttavia, a meno di non fare come quella che guarda dall’esterno senza mettere i piedi nella pozzanghera, è destinata a vivere le stesse contraddizioni del militante.

Per il militante, senza potere e senza voce, solo e braccato dall’insensatezza della società, non vedere nelle cose i rapporti sottointesi e rinunciare allo sguardo polemico contro il potere giudicandolo non solo per quello che fa direttamente, ma per quello che significa l’azione in una prospettiva lunga, storica, in breve non essere machiavellico ossia cinico, è impossibile, significa diventare un militante fritto (o cucinato in altra maniera). Ma se la logica del cinismo lo domina in maniera incontrastata, viene riassorbito dentro quella più generale e meglio gestita del potere.

Forse da questa aporia apparentemente insolubile offre una via di uscita l’ottimismo della volontà del militante. Come ogni ottimismo, anche questo deve postulare ingenuamente uno spazio per l’azione che deve essere agita limpidamente e che rompe con l’aspetto rinunciatario e ostile a ogni positività, che il cinismo porta con sé, in nome di una liberazione. Portarsi su questo piano significa però posizionarsi sul terreno del ‘ridicolo e sublime’, cocktail che nella contemporaneità lascia al secondo ingrediente un ruolo simile alle due o tre gocce di angostura nell’old fashioned. D’altra parte, mentre le quantità degli ingredienti nell’old fashioned sono destinate a restare immutabili nel tempo perché non risentono delle dinamiche storiche (forse un giorno non si berrà più l’old fashioned, ma fino all’ultimo giorno le gocce di angostura resteranno due o tre), in un’epoca di veloci trasformazioni, come è diventata la nostra a partire dall’inizio di questo decennio, le quantità di sublime potrebbero aumentare improvvisamente e i rapporti tra i due ingredienti mutarsi notevolmente.

Ora è evidente che se il ridicolo è compatibile con il cinismo, il sublime non lo è affatto, ma ‘ridicolo e sublime’ insieme ci pone inequivocabilmente su un piano diverso: quello della malinconia.  Caratteristica della malinconia è la ciclotimia, sono l’esaltazione e l’abbattimento, entrambi irriducibili agli schemi dell’intelligenza cinica. Ma soprattutto il “malinconico perde il sentimento della correlazione tra il proprio tempo interiore e il movimento delle cose esteriori. Si lamenta della lentezza del tempo […]. Ma spesso il malinconico sente che la sua risposta al mondo è in ritardo. Di fronte allo spettacolo esterno che si accelera vertiginosamente, egli sente in sé una sorta di impedimento” (Jean Starobinski, La malinconia allo specchio, p.59, trad.it., SE, 2006). Se il carattere del malinconico è questo sfasamento anacronistico, esso sfugge, si potrebbe dire per necessità logica, a quel sentimento del tempo tipicamente cinico di sentirsi posizionati al culmine dell’arco temporale, unici interpreti autorizzati del senso dei fatti. Ed è questo il pregio saliente del malinconico: il suo smarrimento e il suo sentimento di inadeguatezza, che rendono impraticabili le risposte preconfezionate del cinismo e pertanto lasciano uno spazio oggettivo alla ribellione. Ciò diventa particolarmente evidente in una vicenda come questa in cui uno dei motori principali è la perversione sessuale, l’eccitazione del potente di fronte alla vulnerabilità fisica e psicologica della ragazzina, che la società normalizza nella sua adorazione della ricchezza, ed è solo il malinconico ritardatario che può affermarne la natura malata.  Ora che di fronte alla rivelazione dei file, che in definitiva ci dicono cos’è il potere, il rischio è quello di restare attoniti o di accondiscendere al cinismo, che concede sempre una sua gratificazione simbolica e/o pratica, allora le qualità della malinconia diventano più preziose che mai nello sfuggire all’andazzo del mondo e nel preservare una propria indipendenza spirituale (e politica).

 

Hamnet e il problema del dolore

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di Paolo Rigo

Dolore. Il dolore è una sensazione, un’emozione, un sentito, un atto, un vuoto. Eppure, la società odierna sembra rifuggire l’idea che il dolore sia una parte fondamentale della vita. L’esperienza del COVID, per esempio, ha fatto ricordare, seppur per poco, quanto l’esistenza umana sia legata, da sempre, al dolore. Il dolore fisico e quello affettivo è sempre stato oggetto di battaglie; eppure, nonostante i progressi della medicina, nonostante la filosofia, esso resta; magari sottotraccia, forse invisibile, dimenticabile, ma è sempre presente: il dolore è, e in quanto tale è sempre e solo accettabile. Non guaribile, non del tutto almeno. Basterebbe ricordare la meravigliosa pagina del De remediis utriusque fortune di Francesco Petrarca, trattato allegorico alla base dell’educazione civile per centinaia di anni, in cui le passioni umane – Dolor, Gaudium, Spes e Metu – sono fronteggiate dalla razionalità, da Ratio. Nel dialogo sulla morte del proprio fratello, tutta la grande topica della consolatoria medievale, cristiana e umanistica, tutti i grandi argomenti che la Ragione spiattella per comprendere la scomparsa del caro – l’anima è eterna, bisogna morire, ecc. – si abbattono davanti alle durissime parole di Dolor: “sapevo che mio fratello era mortale, eppure ne piango la morte”. Il dolore è, insomma, una delle manifestazioni più pure dell’uomo, di cui, in un certo senso, non solo segna i confini ma anche i cambiamenti, i passaggi, la crescita. Nell’esperienza del dolore ci rinnoviamo, scopriamo noi stessi, saggiamo i nostri limiti e li superiamo. Nell’accettazione dell’impossibilità di guarire diventiamo maturi. E questo, forse, è il messaggio centrale dell’Hamnet di Chloé Zhao, già miglior regista agli Oscar per il sorprendente Nomadland (2020).

Ispirato al romanzo di Maggie O’ Farrell, a sua volta rielaborazione di teorie critiche tornate in auge negli ultimi anni, in Hamnet si racconta la prematura morte dell’unico figlio maschio di William Shakespeare. Dramma con cui lo spettatore, proprio perché figlio di un’epoca in cui la morte è considerata un tabù, è chiamato a fare i conti molto più di quanto, forse, avrà fatto lo Shakespeare storico, vissuto in un tempo in cui la mortalità infantile toccava vette del 30 per cento. Ma nulla si può desumere, in verità: come noto, quasi niente si sa della vita dell’autore, pochi i documenti, e quei pochi in nostro possesso sono contraddittori, imprecisi, lacunosi (basterà rammentare sul piano della filologia che solo tre sono i fogli sicuramente autografi di Shakespeare giunti fino a oggi). Lo stato attuale – e forse insuperabile delle cose – ha fatto sì che le ipotesi critiche venissero presto sostituite da speculazioni di vario tipo. Per esempio, non stupirà ricordare come sia riproposta con regolarità dai mass media, soprattutto italiani, la presunta origine peninsulare di Shakespeare, ora identificato in Giovanni o Michelangelo Florio e, per via “mistica”, nel leggendario Guglielmo Scrollalanza – nel 1936 Luigi Bellotti, un medium veneziano, sostenne che fu lo stesso Shakespeare, apparsogli in visione, a rivelargli la sua identità.

Nulla di nuovo. Si tratta di una dinamica che risponde a una necessità atavica dell’uomo: sapere. E quando non si può sapere, si immagina. Accade per tutti i grandi di cui si sa poco, è il valore segreto e mistico degli aneddoti, molti, per esempio, quelli dedicati alla vita di un altro gigante, di Dante. A questo si aggiunge che spesso proprio i grandi, già prima di Shakespeare, nelle loro opere ci raccontano sempre un’immagine di loro, quella che si fonde con le parole del narratore – mi riferisco al concetto di self-fashioning coniato da Stephen Greenblatt proprio in riferimento a Shakespeare.

Per quanto riguarda Shakespeare, trovo che non sia un caso il fatto che negli ultimi anni si siano susseguite diverse opere di fantasia dedicate alla sua vita tanto sfuggente. Basterà ricordarne alcune: Anonymous (2011) di Roland Emmerich, dove viene ripresa la teoria secondo cui il vero scrittore sarebbe stato il conte Edward de Vere; l’intimo, e molto sottovaluto, Casa Shakespeare (2018) di Kenneth Branagh, dove l’attore-regista e Judi Dench offrono un bellissimo ritratto degli anni di vita di Shakespeare, consumatisi a Stratford-upon-Avon, dove lo scrittore era tornato dopo l’incendio del Globe Theatre nel 1613. O, ancora, non si può non ricordare il pluripremiato Shakespeare in Love (1998) di John Madden, che parte dalla genesi, romanzata, di Romeo e Giulietta, per trattare amori e passioni dell’autore ancora in erba. Un giovane entusiasta (e innamorato) per Madden, un uomo di mezz’età disilluso per Branagh, un conte desideroso di rivalsa e di teatro per Emmerich, tutto questo è William Shakespeare per la cinematografia moderna. Tutto e niente.

Nel film di Zhao, Shakespeare, interpretato da un brutale Paul Mescal, è prima di tutto l’artista malato di aegritudo, di malinconia; è l’uomo geniale e perennemente insoddisfatto, in preda a una crisi dopo l’altra, situazioni e sentimenti che lo pongono in bilico tra consuetudine, spesso rifiutata, e autodistruzione. È uno Shakespeare costantemente incapace di donarsi, e solo il finale inquieto – leggibile come un omaggio al potere catartico della letteratura e del teatro (un tema già affrontato di recente con eguale drammaticità da Darren Aronofsky in The Whale, 2022) – lo riscatta attraverso un delicato gioco di identità e di specchi; dinamica amplificata dalla scelta di far interpretare ai fratelli Nupe, John e lo straordinario attore-bambino Jacobi, rispettivamente il piccolo Hamnet e l’attore che vestì i panni del primo Hamlet: in quell’aria di somiglianza – percettibile e sfuggente ma viva – tra i due si consuma la delicata meccanica di rifrazione tra realtà, sogno e letteratura, che si sublima nel finale del film. Ma tutta la pellicola è un intarsio di parallelismi, di riprese, di analogie, di rispecchiamenti.

Dunque, se la storia sottotraccia dell’opera è dedicata all’ipotesi secondo cui alla base della scrittura dell’Amleto vi sarebbe lo struggente evento della morte del piccolo Hamnet, avvenuta all’età di undici anni, la vera protagonista del film è la moglie di Shakespeare, Agnes o Anne Hathaway, interpretata da una magistrale Jessie Buckley, oscar alla migliore attrice proprio per questo ruolo. La Agnes di Buckley, nella realtà più grande di William di otto o nove anni (differenza non pervenuta nella pellicola), è una ragazza eccentrica, visionaria, profetica, in rapporto panico con la natura. Una donna contro, e per questo accattivante, una donna che decide di sposare uno spiantato maestro, William, molto prima che questi diventi Shakespeare. Decide di sposarlo quando è poco più di un incapace conciatore, disprezzato dal padre e in miseria; una donna passionale che decide di assecondare la scelta del marito di andare a Londra affinché possa dare sfogo alle pulsioni artistiche che altrimenti lo avrebbe fatto perdere; altresì Agnes è anche colei che invoca l’amore della sua vita, che lo maledice quando viene lasciata da sola ad affrontare la malattia che porterà prima in fin di vita Judith e poi condurrà alla morte Hamnet. Una donna che odia il marito, quando questi torna a Londra subito dopo il funerale del figlio senza aver neanche minimamente tentato di condividere pathos e dolore, con William ancora una volta chiuso in se stesso, immerso in un’interiorità che non ammette intrusioni. È Agnes una donna che resta sorpresa nel vedere come l’uomo più ricco di Stratford viva a Londra in una soffitta umida, misera e squallida. Tuttavia, Agnes non può, non deve e non vuole capire le scelte e la natura del marito, e del resto per il personaggio il nodo del loro rapporto è proprio nell’essere stata scelta per ciò che ella stessa è, come è William. Agnes sembrerebbe essere una curatrice, figlia di una donna dei boschi. La sua essenza è rappresentata dal rapporto animalesco e simbiotico con la natura che la circonda, che la accoglie fin dalla tenera età.

Il legame è reso magnificamente dalla fotografia di Łukasz Żal: sontuosa e glorificante è la scena del parto della prima figlia, Susanna. Al centro la natura: una pianta che mima il grembo materno, l’organo sessuale femminile, e al suo interno Agnes stessa mentre si sforza di portare a termine la gravidanza; tutto attorno solo il verde e l’acqua, e la pioggia che avvolge e accarezza e, ancora, un abisso buio e infernale che tornerà più volte nel film fino a quando lo spirito del piccolo Hamnet, sognato e intravisto su un’inesistente scenografia, coincidente con quella allestita al Globe per la messa in opera della prima dell’Amleto, non sceglierà di perdercisi per sempre.

Simbolo, profezia, sogno, teatro sono i piani che si mischiano in un turbinio visionario che sconvolge lo spettatore. Tutta l’opera è metaletteraria. Lo è nella visione della vita futura di Hamnet, fatta di duelli e scontri, che ha Agnes quando tocca la mano del figlio. Una profezia fallace come quelle degli oracoli greci, eppure proprio come quella di quelli stessi oracoli è vera, poiché sarà realizzata dal marito attraverso il teatro. Il film è un’opera metaletteraria grazie al rapporto con l’acqua, ammaliatrice e generante nella prima parte del film, mesta, oscura, pericolosa nella seconda, con William che vi si immerge in una sorta di rito che ne segnerà l’allontanamento da casa; con l’acqua che invade e distrugge e allaga e opprime nel momento del parto gemellare negato alla natura; con Shakespeare che vive a fianco a un fiume, al Tamigi, e dirimpetto a un teatrino d’ombre cinesi, da cui carpisce la tremenda epifania di un destino infausto. Ombre come in Macbeth – evocato in una scena famigliare in cui i tre bimbi interpretano le streghe della tragedia –, dove la vita «altro non è che un’ombra, che offusca la breve ora e si dilegua. È la vita un attore che si dimena sulla scena» (Atto V, scena V, traduzione mia).

Ombre come l’ombroso e livido palmo di Hamnet nel momento del trapasso che sembra quasi evocare, per sentieri carsici e misteriosi, la «pargoletta mano» del figlio di Carducci, una mano tesa non verso il duro melograno ma verso la madre nella disperata richiesta di un ultimo aiuto, di un gesto inesistente che possa tornare a sciogliere il fiato, a restituire l’aria e a negare il soffocamento (l’ungarettiano: «Gridasti: soffoco! / nel viso tuo scomparso già nel teschio»). Un ultimo tocco non goduto che verrà, però, reso e restituito, almeno ad Agnes e al pubblico nel corso della messa in scena dell’Hamlet, appunto; per la precisione nel momento finale dell’opera, mentre si consuma la morte del protagonista per avvelenamento. Ecco la catarsi.

Tutti, certo, dobbiamo morire, nessuno sa quando ciò accadrà, ma già nel momento in cui nasciamo, come spiega Agostino d’Ippona in uno dei suoi discorsi più celebri e disincantati, ognuno di noi inizia a correre verso la fine. E si tratta della crudele lezione morale che si sussegue attimo dopo attimo nel film, e che è ribadita dalla madre di Shakespeare, interpretata da una straordinaria Emily Watson. È la lezione del dolore che spesso dimentichiamo, e che riguarda la nostra fragilità, la delicata vaghezza dell’uomo e della sua inconsistenza, se, con arroganza, ci poniamo a confronto con quanto resta, con le insondabili proprietà della natura, perenne o quasi.

Nulla può vincere la morte. Solo l’amore può ingannarla, fermarla, può forse negarla. A-mors, come voleva Giovanni Pascoli; ed eccolo, l’amore che sospende, che inganna, che vince: vince nella sostituzione di Hamnet con Judith, e vince ancora nel già menzionato gesto, nel tocco, nella carezza ultima tra Agnes e Amleto, tra Agnes e l’immagine adulta di suo figlio; nella carezza che chiude e consola e vince e supera e sconfigge. E se omnia vincit amor, sarà forse possibile riconoscere nella letteratura una forma d’amore che nella sua natura polimorfica e illusoria può, forse, sospendere il dolore. Nella letteratura e nella sua capacità di rappresentare troviamo noi stessi, la catarsi, la possibilità di capire e accettare. Ma anche questa, come tutte le magie, è solo un’illusione, lo spazio, se si vuole il palco, del fantasma, del sogno, dell’attore. È la candela accesa che si consuma in una scena.

Risorgere

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Da un’isola all’altra. Dialogo, poesia, terre nel collasso climatico

di Francesca Matteoni

Giustizia sociale è giustizia climatica. Le due cose vanno insieme e non lo ripetiamo mai abbastanza: lo scempio dei corpi umani ovunque, la violazione del diritto internazionale, è lo scempio della terra e di tutti i corpi, la violazione di ogni storia condivisa. Con questa consapevolezza ho sempre seguito la questione artica, cercando di intercettare la prospettiva indigena, ovvero lo sguardo di chi è stato colonizzato più volte e su più piani: politico, culturale, intellettuale, sociale. Distruzione di soggettività, riduzione a nostalgia folkloristica dei popoli e delle loro mitografie, devastazione delle risorse terrestri hanno innescato un effetto domino che abbatte, in tempi rapidi, ogni illusione occidentale di sicurezza e intoccabilità. Avremmo dovuto comprendere che come immaginiamo il pianeta così lo rendiamo abitabile o del tutto impossibile per la nostra specie e moltissime altre. Ci stiamo ormai addentrando nella seconda opzione, eppure siamo ancora vive. Mentre Trump minaccia di invadere la Groenlandia e l’ONU riconosce la bancarotta idrica del mondo, ancora una volta cerco la voce di altre umanità, custodi di visioni dove il benessere dell’umano (di un certo umano) non dipende dal dominio esercitato sul resto dell’esistente, ma dal riconoscimento di reciprocità e interdipendenza fra specie e territori. Non si tratta mai di salvare l’altro: si tratta di andare verso l’altro come verso noi stesse.  Fare la nostra parte nel processo di un’autentica autoconservazione. Forse dovremmo fare rotta collettivamente verso nord, forse possiamo proprio farlo e unirci alla resistenza dei Kalaallit. Salpare, ma per toccare terra stavolta, sapendo che ogni battaglia si tiene in questo sciagurato presente (stiamo purtroppo imparando così, la relazione).

Dunque qualche giorno fa, cercando online scritture contemporanee dall’Artico, mi sono imbattuta in “Rise”, video-poema pubblicato nel 2018 sul sito del movimento 350, che lavora per il progressivo abbandono dei combustibili fossili a favore di energie rinnovabili e accessibili alle comunità. Il nome deriva da un dato scientifico: 350 ppm, ovvero 350 parti di anidride carbonica per milione nell’atmosfera, la soglia di sicurezza già ampiamente superata quattro decenni fa.

L’opera è stata realizzata da un team tecnico e artistico intorno al testo scritto da due autrici le cui isole sono inevitabilmente compromesse dal collasso climatico: Kathy Jetñil-Kijiner, nata nelle isole Marshall nel Pacifico centrale, e Aka Niviâna, groenlandese di origine Kalaallit. Le due artiste si incontrano sulla cima di un ghiacciaio artico in via di scioglimento, si scambiano le “ossa” delle loro terre che sono conchiglie e pietre, mentre immagini di ghiacciai, volti umani, balene, spiagge, scorrono insieme alle parole. Diventano due sorelle drammaticamente divise e unite dall’oceano, che riattivano miti di antenate – davanti al disastro chiedono giustizia e testimoniano il destino del loro territorio, che sarà presto quello di tutti, a partire dalle città più prossime alle acque. D’istinto mi sono messa a tradurre la poesia e a cercare altre informazioni. Kathy Jetñil-Kijiner ha raccontato l’esperienza alla rivista Grist: davanti al corpo fisico del ghiaccio che, sciogliendosi, sommergerà la sua isola non ha provato rabbia, ma la riverenza dovuta a un membro antico della comunità – vasto, espanso, bello. Questa dichiarazione mi ha fatto riflettere sulle valenze semantiche del verbo rise, che, in sintonia con la traduzione presente sul sito, ho scelto di restituire come “risorgere”, ma che significa primariamente “alzarsi, sollevarsi, aumentare”. Le acque aumentano e reclamano la terra; in risposta le vite umane si levano per parlare attraverso i luoghi, non si rassegnano a subire le decisioni scellerate prese altrove. Il nemico non è l’oceano –  l’oceano, semmai, è la coscienza ancestrale del pianeta. Ed è una coscienza femminile, che ricorda tutto quanto è stato marginalizzato, schiacciato, messo al servizio di interessi ottusi. Per questo, e per sottolineare il rimando alla società marshallese, retta da un sistema di discendenza matrilineare, ho scelto di tradurre “ancestors” con “antenate”: mi sembrava più sensato e perfino più potente nella lingua italiana.

(Possano opere simili nascere e diffondersi, possano le nostre parole divenire un coro polifonico, possiamo noi alzarci, tutte, per dire basta all’orrore, per mettere le une accanto alle altre le pietre, le conchiglie, le zolle, i gusci e i frammenti di nido di quanto riusciremo a recare in dono, le une alle altre, per ricominciare).

 

Risorgere

di Kathy Jetñil-Kijiner e Aka Niviâna

Sorella di ghiaccio e neve
ti raggiungo
dalla terra delle mie antenate,
dagli atolli, vulcani sommersi
discesa sottomarina
di giganti addormentati

Sorella di sabbia e oceano,
ti accolgo
nella terra delle mie antenate
nella terra dove sacrificarono le loro vite
perché la mia fosse possibile
nella terra
delle sopravvissute.

Ti raggiungo
dalla terra scelta dalle mie antenate.
Aelon Kein Ad,
le isole Marshall,
un paese più mare che terra.
Ti accolgo a Kalaallit Nunaat,
Groenlandia,
la più grande isola del pianeta.

Sorella di ghiaccio e neve,
porto con me queste conchiglie
che ho raccolto sulle rive
dell’atollo di Bikini e della Cupola di Runit

Sorella di sabbia e oceano,
tengo nelle mani queste pietre raccolte dalle rive di Nuuk,
le fondamenta della terra che chiamo la mia casa.

Con queste conchiglie porto una storia antica
due sorelle sospese nel tempo sull’isola di Ujae,
una trasformata in pietra per magia
l’altra che scelse quella vita
per radicarsi a fianco di sua sorella.
Ancora oggi si vedono le due sorelle
sul margine della barriera corallina,
una lezione di permanenza.

Con queste pietre porto
una storia ripetuta infinite volte
una storia di Sassuma Arnaa, Madre del Mare,
che vive in una grotta sul fondo dell’oceano.

Questa storia riguarda
la custode del mare.
Lei vede l’avidità nei nostri cuori,
l’oltraggio nei nostri occhi.
Tutte le balene, tutte le correnti,
tutti gli iceberg
sono figli suoi.

Quando li oltraggiamo
ci dà ciò che meritiamo,
una lezione sul rispetto.

Ci meritiamo lo scioglimento dei ghiacci?
Gli orsi polari affamati che raggiungono le nostre isole
o gli iceberg colossali che frangono queste acque con rabbia
ci meritiamo
che la loro madre
venga a prendersi le nostre case
le nostre vite?

Da un’isola all’altra
io chiedo soluzioni.
Da un’isola all’altra
ti chiedo di dirmi i tuoi problemi.

Lascia che ti mostri la marea
che viene a prenderci molto più in fretta
di quanto vorremmo ammettere.
Lascia che ti mostri
gli aeroporti sott’acqua
le barriere coralline spianate dai bulldozer
le spiagge esplose
e i progetti per costruire nuovi atolli
estraendo con forza la terra
da un mare ancestrale che risorge,
costringendoci a immaginare
di trasformarci in pietra.

Sorella di sabbia e oceano,
puoi sentire i nostri ghiacciai gemere
sotto il peso del riscaldamento globale?
Ti aspetto, qui,
sulla terra delle mie antenate
il cuore appesantito dalla sete
di soluzioni
mentre osservo questa terra
cambiare
e il Mondo restare in silenzio.

Sorella di ghiaccio e neve,
ti raggiungo adesso nel lutto
piangendo per i paesaggi
da sempre costretti a cambiare

prima dalle guerre che ci hanno inflitto
poi dalle scorie nucleari
scaricate
nelle nostre acque
sul nostro ghiaccio
e ora questo.

Sorella di sabbia e oceano,
ti offro queste pietre, le fondamenta della mia casa.
Durante il nostro viaggio
possano le stesse fondamenta incrollabili
unirci,
renderci più forti,
di questi mostri colonizzatori
che ancora oggi divorano le nostre vite
per il loro piacere.
Proprio le solite bestie
che ora decidono,
chi dovrebbe vivere
chi dovrebbe morire.

Sorella di ghiaccio e neve,
ti offro questa conchiglia
e la storia delle due sorelle
quale testamento
quale dichiarazione
che nonostante tutto
non ce ne andremo.
Invece
sceglieremo la pietra.
Sceglieremo di radicarci su questa barriera corallina
per sempre.

Da queste isole
chiediamo soluzioni.
Da queste isole

chiediamo
pretendiamo che il mondo getti lo sguardo oltre
i SUV, i climatizzatori, le sue comodità preconfezionate
i suoi sogni imbrattati di petrolio, oltre l’illusione
che il domani non accadrà mai, che questa
sia soltanto una verità scomoda.
Lascia che avvicini la mia casa alla tua.
Guarderemo Miami, New York,
Shangai, Amsterdam, Londra,
Rio de Janeiro e Osaka
che provano a respirare sott’acqua.
Credete di avere decenni
prima che le vostre case sprofondino nelle maree?
Ci restano anni.
Ci restano mesi
prima che ci offriate di nuovo in sacrificio
prima che osserviate gli schermi delle vostre tv e computer
aspettando
di vedere se respireremo ancora
mentre non fate niente.

Sorella mia,
da un’isola all’altra
ti dono queste pietre
per ricordarci
che le nostre vite valgono più del loro potere
che la vita in tutte le sue forme esige
lo stesso rispetto che tutti nutriamo per il denaro
che questi problemi riguardano ognuna di noi
nessuna di noi ne è immune
e che ognuna di noi deve decidere
se
risorgeremo.

Imboscati

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di Davide Brullo e Alessandro Deho’

(Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto da Davide Brullo-Alessandro Deho’, Imboscati, prefazione di Aurelio Picca, Collana Ronzinante diretta da Marino Magliani, OLIGO. Due uomini si scrivono da un isolamento che possiamo chiamare sepolcro. I loro paesi – infestati dall’abbandono, costellati da flebili braci dette abbraccio – sorgono ai margini del bosco: Mondaino, al confine tra Romagna e Marche, e Crocetta, in Lunigiana. Luoghi di sconfinamento, di cuori in contrabbando; luoghi della vita avara, in secca. Nelle lettere, i due parlano di famiglie dissotterrate all’urlo, di un Dio a caccia, sigillato nell’ambiguità, della solitudine come via marziale per l’abbandono di sé.)

 


 

Caro A.,

il ripudio mi ha costretto ai boschi. Certo, si vede il mare, dall’alto – sembra un anello, il luogo azzurro delle nozze, dove germogliano alghe e meduse, dove vanno a invidia le vele – dove le vele gemmano e devi potarle.

Come sempre, per conforto – per affibbiarmi a un destino da slabbrato – sfoglio il Testo. In Deuteronomio leggo che kerithuth è il divorzio, il ripudio; nel Vangelo di Matteo si dice apoluó per dire divorzio. Ci si fa apolidi a sé, ci si mutila – si fa sfoggio di falce – una felicità a falce. Parole che dovrebbero affratellare al deserto, mi dico, mi hanno portato ai boschi. Il soprannumero di cinghiali, in estate, genera una boschiva di proiettili: fogliame di bossoli nel sottobosco, pari a gufi i colpi aprono l’aria nell’arteria. Sangue goccia ovunque, eppure, tutto risuona verde.

Elargire cacciagione, in questi luoghi, è il più alto premio – i preti (radi in questi luoghi, tenuti sugli scudi di una santità a sciacallaggio) ne sono ghiotti. Di questi preti, uno ha la faccia taurina e concelebra con l’aiuto dell’iPad; l’altro, cristico nella barba e negli ondulati capelli – un Cristo di Cosmè Tura –, è giovane, gli manca la falange del dito medio, a destra. Nelle notti di luna, immagino, si destreggia tra i lupi e avvampa nel mordere.

Di questo oggi volevo dirti.

Da più di due anni non prendo l’ostia. Non mastico Dio. Mi dico indegno – e ne godo. Godo di questa attesa che si fa famelica. L’aiutante del prete – anziano, generosamente vestito, di spauriti sorrisi – coltiva orchidee. La moglie – la sterile rimpiazza l’età, vasta, europea, con una giovinezza negli occhi priva di cautela. Sulla cima del campanile, infestato di rampicanti, spicca il daino, il simbolo del paese.

Ripudio, rivoltandone la preda, può dirsi tripudio. Spesso gli scorpioni appaiono, sigillati sul pavimento – segno fausto, mi dico, la serratura del fuoco. Chissà se si vive una volta per sempre chissà se i figli seguiranno le orme del padre, per assolverlo o soleggiarlo di insulti. Il primato è all’urina solare – le acacie emanano un odore profondo, il sesso degli alberi spaventa.

Ciao.

Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male.

Caro D. questo ha sibilato stamattina il serpente che mi sono trovato davanti alla porta d’ingresso della mia piccola cappella. Stavo andando a pregare e lui era lì, affascinante e tremendo, ho avuto paura. Ormai dovrei aver capito che la preghiera non è il luogo della leggerezza ma della lotta, dovrei aver capito che la lingua dei salmi è affilata e che le preghiere incidono la carne, che nulla esiste di più pericoloso. O forse no, queste cose non si capiscono mai. Così il serpente stava, sbucato dai sassi arroventati da un caldo violento, dai ruderi che fanno argine alla mia casa rendendola una torre celeste simile a quelle di Anselm Kiefer, quasi tentativi di resistenza transitori, case all’ultimo stadio di abitabilità. Il serpente stava e io avevo paura. Non morirai affatto, diceva, stai invece vivendo, e Dio è invidioso di te, e invidiosa la gente per la tua scelta, per come vivi, per quello che scrivi, per quello che nella vita sta accadendo… così parlava e io lo ascoltavo, immobile. Perché nessuno mi ha esplicitamente ripudiato, perché sono apolide per scelta romantica, credevo. Mia tentazione vera è sentirmi un coraggioso Chisciotte, un Thoreau, un Chris di Into the Wild, mia tentazione è credere che gli altri ammirino la mia scelta. Che illuso. Il serpente invece era muto. E io ho ripreso a capire che non è vero che sono venuto nei boschi per “Non morire affatto!”, al contrario, io sono venuto per avere finalmente la coscienza di essere morto.

Il serpente si muove, si infila in un buco tra i sassi, una caverna, io mi inginocchio per guardarlo da lontano, è bellissimo, un gomitolo scintillante di squame, è pericoloso, è in trappola. Prendo un asta di metallo, temo per il mio cane, Dulcinea, così infilo con forza l’asta tra i sassi, ma sono goffo e non ho la forza di togliere il respiro a un essere vivente, rimango un debole, la mia fragilità mi umilia, la serpe per reazione schizza fuori dal foro e azzanna l’aria, trasforma le pietre in pane, prete inutile e solitario, smetti di voler far credere di non amare il potere solo perché non ne hai, patetico essere debolissimo, gettati dal pinnacolo del Tempio, così vediamo a cosa serve il Dio inutile delle tue prediche. E poi lui se ne va, scivola fuori dal cancello, sparisce, ma sento che ritornerà. E non resto che io con il mio nulla. Ha ragione il serpente. A nulla servo, a nulla servono le parole che scrivo, a nulla servono le mie prese di posizione, a nulla le mie decisioni. In questo nulla non c’è posto per niente, nemmeno per sentirmi degno o indegno di celebrare l’Eucarestia, la celebro, spezzo il pane sempre, nemmeno mi chiedo più se ne sono all’altezza, lo faccio. Dal bosco sto imparando la necessità. Non so a cosa servo, davvero probabilmente a nulla, ma ogni cosa che faccio è segretamente mossa da misteriosa necessità. Sono come un animale, una pianta, una nuvola. Una ginestra che fiorisce per nessuno. Niente di più.

Non si viene tra i boschi per cercare di sopravvivere, questa può essere la motivazione iniziale, si viene per imparare una fedeltà alla morte. Degno, indegno, santo, peccatore, prete, lupo, poeta, cinghiale, cosa cambia? Hai ragione tu, nei boschi non si mastica Dio, si viene dolorosamente masticati, assimilati. Forse tutta questa vita è davvero una necessità, una divina necessità, ha bisogno Lui di masticare noi, ha bisogno di noi, oltre il bene e il male. Tentazione è credere di voler diventare solo simili a lui, vocazione vera è diventare finalmente Lui.

Così attendiamo il morso del serpente o il bacio del Creatore. Che poi forse sono la stessa cosa. Ti abbraccio.

 

Come il duca Guilhèm imparò l’arte del trovare

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Suonatori di liuto islamici e cristiani
Cantigas de Santa Maria [1280 ca.]

Guilhèm de Peitieus
detto il Trovatore [1071–1127]
Pos de chantar m’es pres talenz
J.Savall e La Capella Reial de Catalunya

di Greta Bienati

È cosa nota che a portare l’arte del trovare in terra di Francia fu Guilhèm di Peitieus, duca d’Aquitania e di Guascogna. Di dove l’avesse presa, però, e chi gli fosse stato maestro, è materia di cui nessuno pare avere contezza.
Nessuno, tranne una tradizione antica, tramandata nel paese dei Mori, quegli stessi Mori che il duca andò a combattere sui monti d’Anatolia, e in Francia tornò ferito e sconfitto.
Narra il racconto che, quando era bambino, il duca Guilhèm aveva in odio l’inverno. In primavera poteva sognare grandi imprese, con le guerre fasulle dei tornei e quelle vere contro i Mori. Sotto il sole dell’estate, si tuffava nel Clain e nella Boivre, a cercare il drago scacciato da santa Radegonda. In autunno, inseguiva i cani che braccavano il cervo, nell’aria profumata di mosto. L’inverno, invece, era solo odor di fumo e fango sui vestiti, giorni brevi e notti scure senza fine.
Al tempo dei suoi dieci anni, il freddo arrivò ancora prima del solito, portato dal vento d’oriente, insieme all’odor di pini e di palude. Al di sopra del mare bianco delle nebbie che sommergevano le terre d’Aquitania, più ricche e più vaste di quelle del re di Francia, Peitieus era un’isola, e il castello un faro, da cui Guilhèm scrutava l’arrivo dei pirati saraceni.
Si era da poco spenta l’estate di san Martino, quando, una notte, il gelo lo svegliò mordendogli i piedi.
«È il freddo dell’alba» pensò Guilhèm. «Finalmente incomincia il giorno».
Scivolò fuori dai tendaggi del letto, e andò a scostare il drappo pesante che chiudeva la finestra. L’aria della notte gli graffiò le guance, gli occhi lacrimarono. Sull’orizzonte, neanche un filo di luce: le case e le vigne, gli orti e il fossato antico dormivano nel buio profondo della mezzanotte. Dal cielo nero, scesero i primi fiocchi di neve, e una voce di donna.

Musicisti di corte
Cantigas de Santa Maria [1280 ca]

Accompagnata da un liuto, la voce cantava nella lingua aspra e oscura delle prigioniere che il padre aveva riportato da Barbastro, dove aveva combattuto e vinto, prima ancora che Guilhèm nascesse. Di là dai Pirenei, gli aveva raccontato, c’erano le mille città dei Mori, crudeli e selvaggi, che già una volta erano calati fino a Peitieus, e a Bordèu ancora ricordavano violenze e saccheggi.
La voce sussurrava triste e irresistibile. Guilhèm alzò gli occhi: alla finestra della torre brillava una luce.
Nel buio della stanza, trovò la porta alla maniera dei ciechi. Sulla pietra gelida delle scale, i piedi nudi seguirono il canto, che continuava sommesso e instancabile.
I gradini giravano su se stessi, uguale ai gusci delle chiocciole che si nascondevano tra i sassi dell’orto. Le dita cercavano la strada tastando le pietre del muro, scintillanti di gelo. Sempre più vicina e sempre più nitida, la voce lo attirò fino alla stanza più alta.
La porta era pesante di quercia e di ferro, e Guilhèm dovette spingere con tutte e due le mani. Nella luce dorata, scaldata da un braciere d’ottone, la donna cantava seduta per terra, vestita al modo della sua gente, le gambe incrociate nei pantaloni di seta color dello zafferano. Guilhèm si sedette vicino al fuoco, per guardarla meglio: non aveva mai visto nei corridoi del castello quegli occhi ardenti e quella bocca color del vino. Ma forse era il canto a tingerle le labbra, e la luce storta del braciere a infiammarle lo sguardo.
La cantatrice guardava la neve che cadeva, rapita dal proprio canto. Come fumo di erbe di strega, il suono del liuto avvolgeva il cuore di Guilhèm, preso nello stesso incantamento. Le parole, adesso, non suonavano più aspre e oscure.


È venuto nella notte nera come i suoi capelli,
è rimasto fino all’alba splendente come la sua fronte.
Che farò madre mia? Come curerò il mio male?
Come potrò vivere senza il mio amore?
Lo cercherò fino a Damasco, volando con le ali del vento.


Il liuto si tacque, la cantatrice continuò a seguire i fiocchi che scendevano nella notte. Guilhèm le tirò il velo.
«Chi sei?» chiese. «Non ti ho mai vista al telaio con le altre schiave».
La donna lo guadò da sotto le lunghe ciglia.
«Le altre schiave tessono la tela, io intreccio musica e parole».
Le dita tornarono a pizzicare le corde, la voce ricominciò a cantare. Davanti agli occhi di Guilhèm, adesso fiorivano i giorni di Barbastro in tempo di pace: i minareti bianchi e le moschee celesti, le fontane dei giardini e i frutteti sulle rive del Vero. Oltre la finestra, scendevano bianchi e lenti i petali dei mandorli in fiore. Guilhèm allungò la mano per afferrarne uno, e si trovò tra le dita un fiocco di neve.
Il canto cambiò la sua melodia, e la primavera di Barbastro si mutò in un’estate infuocata. Cavalieri in armi scendevano dalle montagne, scuri e terribili come la tempesta. Giorni d’assedio, di fame e di sete, e poi la resa. Il vento aveva soffiato l’odore del sangue fino a Cordoba, e tutta l’al-Andalus aveva tremato e pianto. Le schiave avevano seguito i nuovi padroni oltre le montagne, in una terra che non conosceva i mandorli.


Solo biancospini, neri e spinosi, che tremano nel gelo,
Sui loro rami, nessun fiore, ma fiocchi di neve,
gelidi come l’ultimo bacio del mio amore.


Le note si spensero nella notte. Guilhèm balzò in piedi, le guance tinte di rosso dal braciere e dall’eccitazione.
«Voglio il tuo liuto!» ordinò. «E voglio il tuo canto!»
La cantatrice lo guardò con tristezza.
«Senza il liuto e senza il mio canto, non mi resta più nulla».
Guilhèm tese la mano, la fronte aggrottata. La cantatrice ne scrutò il volto, come le aveva insegnato suo padre, al tempo in cui era medico del governatore di Saragozza. Nei colori dell’incarnato e dei capelli, riconobbe il temperamento sanguigno, che inclina all’arte, alla burla e al gioco d’amore. Gli occhi grigi di falcone lo dicevano loquace e insolente; la bocca grande dai canini forti rivelava l’ingordigia e il coraggio in battaglia. Nel ventre largo, si leggevano lo scarso pudore e l’attitudine al comando; nelle mani tenere ed esili, il talento di poeta, capace di cantare l’amore e la prigionia, il tutto e il nulla.
«Sei nato per regalare il riso agli uomini» disse la cantatrice, porgendogli il liuto, «E il pianto alle donne».
Guilhèm si sedette a gambe incrociate e accostò il manico del liuto all’orecchio, per sentire il suono di una corda alla volta.
«E il canto?» chiese.
«Per il canto, ci vuole una ferita» rispose la cantatrice. «È da lì che sgorga, insieme al sangue».
Guilhèm serrò gli occhi e si morse il labbro, fino a farlo sanguinare. Le dita strapparono alle corde una cascata di note.
«Non funziona!» gridò «Mi hai mentito!»
Girò lo sguardo intorno: nella stanza dorata non c’era più nessuno. Il vento entrò dalla finestra a disperdere il fumo del braciere.
«Dove sei?» gridò più forte Guilhèm, sporgendosi nel buio.
Ai piedi della torre, la neve copriva già i capelli neri e gli abiti di seta color zafferano.
Guilhèm lanciò un urlo, come di uccello ferito. Dagli occhi, gli uscirono lacrime di bambino; in gola, il dolore si allargò in un canto, prima sussurrato, poi via via più potente. Così potente da costringere le dita a pizzicare le corde.
Le note del liuto riempirono la notte di Peitieus: scesero sulle case e sulle vigne, sugli orti e sull’antico fossato, al di sotto delle nebbie e nelle antiche caverne, a disturbare il sonno del drago di santa Radegonda. Infine, come petali di mandorlo, nevicarono sui capelli neri e sulla seta color dello zafferano, mentre l’anima della cantatrice volava verso Damasco con le ali del vento.

Guglielmo IX d’Aquitania, detto il Trovatore
dal Chansonnier di Peire Vidal, XIII sec.

NOTA
Duca d’Aquitania e di Guascogna, conte di Poitiers e di Tolosa, Guglielmo IX guidò la crociata del 1101. È il primo autore a poetare in volgare e su argomenti profani. Da quasi mille anni, la critica dibatte sulla radice di questa originalità. Il racconto accoglie la tesi per cui la poesia trobadorica nacque sotto l’influenza di quella dei Mori di Spagna.

Les biographies des troubadours en langue provençale, (a cura di Camille Chabaneau), Privat, 1885
Les chansons de Guillaume IX, duc d’Aquitaine (1071-1127), éditées par Alfred Jeanroy, Champion, 1927
de Nostredame Jehan, Les vies des plus célèbres et anciens poètes provençaux, Slatkine Reprints, 1970
Di Girolamo Costanzo, I trovatori, Bollati Boringhieri, 1989
Ghersetti Antonella, Una tabella di fisiognomica nel Qabs al-anwār wa Bahğat al-Asrār attribuito a Ibn ‘Arabī, in “Quaderni di studi arabi” n. 12, 1994
Marrou Henri – Irénée, I trovatori, Jaca Book, 1983
Storie di dame e trovatori di Provenza, (a cura di Maria Antonia Liborio), Bompiani, 1982
Viscardi Antonio, Storia delle letterature d’oc e d’oil, Nuova Accademia, 1959
Zaganelli Gioia, Trovatori e trobairitz. Voci provenzali a confronto, in “Messana. Rassegna di studi filologici linguistici e storici”, 1990

Il canto della schiava è stato ricreato a partire dai temi e dalle immagini tipiche della poesia medievale dei Mori di Spagna.

Il racconto è tratto da ⇨ Greta Bienati, La canzone del puro nulla, Pubblicazione indipendente, 2026, una raccolta di quattordici racconti medievali, intrecciati sul confine sottile tra realtà e immaginazione, l’unica soglia da cui è possibile gettare uno sguardo sulla verità della storia e della vita.

AzioneAtzeni – Discanto Trentunesimo: Nicola Muscas

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Credits
Testo e voce: Nicola Muscas
Musiche: Arrogalla

Azione Atzeni – Discanto trentunesimo: Nicola Muscas

 

Discanto XXXI

Avrei fatto volentieri il giornalista, in specie il cronista sportivo, ma per mia sfortuna in questo settore c’è un notevole affollamento di penne e di ingegni migliori dei miei.
Sergio Atzeni intervistato da Giuseppe Marci, 1991

 

Stampa isolana
di
Nicola Muscas

 

Mascella serrata e respiro pesante, Ruggero Gunale osserva la città nascosta dietro l’ala dell’aereo.

Avevano ragione, pensa, credeva esagerassero, avevano ragione: la spiaggia non è più bianca, non è più lama; la spiaggia è grigia, la mano dell’uomo che tutto riduce in maceria, la spiaggia è grigia e larga e diversa.

È diversa eppure il Lido è sempre lì.

E ci sono due stadi – l’ala ha ormai scoperto il profilo del promontorio, due stadi uno accanto all’altro, due arene per la vecchia squadra della città, possibile?

Essere uno del Lido significa appartenere a una cerchia, a un vecchio gruppo di amici figli di amici figli di amici.

Lungo la strada che sorvola il porto l’ala copre completamente la città vecchia, la città bianca, la città murata.

Un gruppo chiuso all’osso, ricco e potente, quasi impenetrabile.
Questa città è tutta diversa. Questa città non cambierà mai.

Dopo trent’anni ritorni alla terra dove hai amato sofferto e fatto il buffone. Ma è stato tanto tempo fa, troppo, dice a se stesso Ruggero Gunale, che questo vizio non lo ha mai perso, altri sì magari – il fumo, per esempio, il libanese, anche, o amare alla morte certe donne senza essere riamato, ma questo no: parlare a se stesso – troppo tempo è passato senza mai rimettere piede su queste strade, in cui ogni angolo testimonia una gioia, un dolore, una paura.

Leonardo Carboni percorre la via Roma in macchina, il porto a sinistra, i portici a destra, filippini che giocano a ping pong sul nuovo boulevard, i palazzi liberty, la Rinascente. Sopra di lui un aereo in discesa.

Vai in aeroporto a prendere tuo zio.

Fermo nel traffico Carboni osserva i portici nascondere la kasbah fighetta in quel che è rimasto del quartiere dei pescatori. Ascolta il rombo dell’aereo sopra di sé.

Zio si dice per dire, come si dice dei vecchi amici di famiglia, un vecchio amico di suo padre, a essere precisi, suonavano insieme al Gong, da ragazzini, e in tutti gli altri scantinati della città vecchia. Ma per Carboni Gunale non è altro che una foto: Carboni bambino, il mare di Carloforte, Ruggero Gunale barba incolta, capelli ricci, occhi nerissimi e intensi, sarà stato l’87.

Ne ha sentito parlare spesso, di questo zio arrevescio, la pecora nera, lo straniero, l’esiliato. Questo uomo incapace di amare, o di amare davvero altri che se stesso, o meglio sopra ogni cosa di amare il suo stesso tormento; questo uomo che per la vergogna non è tornato più.

Ma chi, Ruggero? Ruggero era un gentiluomo e per gli amici si buttava tra le fiamme, con quegli occhi neri che accendevano i desideri di molte, occhi da maneggiare con cautela, occhi che hanno provato a cambiare il mondo, e tu ci hai mai provato, a cambiare il mondo? Ruggero troppo cuore per questa terra di priogosusu arricchiusu, queste quattro strade di disisperausu. Cosa? La u non ci vuole nei plurali? Ma bai tocca.

Ruggero che l’hanno fatto scappare.

Chiedi a tuo zio, dicevano a Carboni, domanda di quegli scantinati che sputavano fuori il rocchenroll, le ragazze più belle di tutti i paesi della grande pianura, finalmente in città, cantanti in minigonna, in quegli scannatoi pieni di musica e umido e sudore.

Ma Carboni non riesce a immaginarsela, questa città che sputa il rocchenroll dagli scantinati. Cagliari è una città torpida che ama soprattutto mangiar bene. Cagliari tutta ordine e decoro, una pizza venti euro, cocaina nei cessi dei localini lounge, non una nota di musica fuori dai bar, guai, non è decoro.

Olandesi over settanta si arrampicano nel saliscendi spietato del Largo, trentasette gradi percepiti, sveltine orgiastiche di migliaia di croceristi lungo la via Manno, aloni sotto le ascelle, odore di palle sudate, un cappuccino dietro l’altro alle cinque del pomeriggio.

Non se la immagina, Carboni, una città diversa, e del resto mai ha chiesto a suo zio, mai ha telefonato.

«E tu saresti il giornalista», dice Ruggero Gunale aprendo lo sportello, l’aeroporto alle sue spalle, un clacson che suona nel parcheggio, macchine in coda, più d’uno ha fretta, il parcheggio è gratuito ma solo per dieci minuti.
«Tu saresti il giornalista».
«Sto cercando di smettere».
La macchina supera la sbarra automatica, Gunale allunga la mano e cambia stazione senza nemmeno chiedere il permesso. Alla radio una voce antica annuncia “John Wesley Harding del vecchio Bob, quando ancora non era mistico”.
«Mi hanno detto che anche tu facevi il giornalista».
«Non era una cosa fatta per me».
«Perché».
«Perché facevo domande».
Gunale aumenta il volume in prossimità del ritornello, la macchina si riempie di musica e di un silenzio ostile.
«Mi hanno detto che ti sei messo a scrivere libri», adesso Gunale sta quasi gridando. Carboni spegne la radio senza distogliere gli occhi dalla strada: «Sto provando a cominciare», dice.
«Con questa faccia che ti ritrovi».
«Perché che faccia mi ritrovo».
«La faccia di uno che ha la cabina al Lido».
«Al Lido andavamo a scocciare pivelle, al mare vado a Calamosca come mio padre».

Per raggiungere l’hospice passano ancora sulla via Roma. A destra il mare, a sinistra la città vecchia, la città bianca, la città murata, capperi al vento di un verde che ride. Ruggero Gunale si guarda i lacci delle scarpe per non farsi commuovere dalla bellezza della città.

Non farti fottere dalla nostalgia, dice a se stesso con un filo di voce. Sei troppo vecchio, Gunale, non te la puoi permettere la nostalgia.

Se c’è una cosa che ti toglie la bagassa della vecchiaia è il potere, a meno che non hai accumulato un mucchio di soldi.

Soldi e potere mai avuti.

Invisibile.

Invisibile è quel che sono sempre stato.

Invisibile e feroce.

È per questo che ho sempre notato ogni cosa, è per questo che ogni cosa mi ferisce. Ma soldi e potere certo non me li toglierai, nemmeno il giorno che me ne andrò alla forca.

Mani sul volante, uno sguardo al retrovisore, bella vita Dino Bonfigli, sta pensando Leonardo Carboni, uscito di galera per andarsene a morire all’hospice. Ma a Gunale non dice nulla. Suonavano insieme, Bonfigli, Gunale e Carboni padre.

Per mio padre non sei tornato, vorrebbe dire Leonardo, per nessuno sei mai tornato. Per Bonfigli, sì.

La macchina passa veloce di fronte ai due stadi. Gunale solleva la testa dalle scarpe.

«E allo stadio, ci vai allo stadio? E perché ci sono due stadi?».
«Di due non ne fanno uno».
«Mi piaceva, andare allo stadio».
«Anche a me. Dieci anni in tribuna stampa. Adesso vado in curva e mi diverto come un matto».
«Com’è che diceva quel coro».
«Quale coro».
«Stampa isolana…».
«Figli di puttana».

 

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

 

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

Si può seguire il PODCAST su:

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Nel punto dove tutto si raccoglie

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di Riccardo Pensa

Questa raccolta di fotografie è il frutto di due anni di intensa frequentazione dei monti Sibillini, iniziata a gennaio 2024, quando è tornata abitabile la casa dei miei nonni materni, danneggiata dal terremoto del 2016. Si trova a San Martino, un piccolo paese nel comune di Fiastra, ed è un luogo a cui sono molto legato, dove ho passato tutte le estati della mia infanzia.
Da allora ho ripreso ad andarci molto spesso, per il piacere di passare le giornate in solitudine, diviso fra l’esplorazione dei monti, concreta e fisica, e l’immersione più sfuggente e onirica nei ricordi, in un paese silenzioso, abitato da presenze fantasmatiche. Coinvolto in queste peregrinazioni, per uno di quei casi forse necessari, ho conosciuto Pietro Polverini.
Un giorno al lago ho sentito alcune persone che ne parlavano. Un giovane poeta, della famiglia Polverini che ha il ristorante dove vado spesso anch’io, prematuramente scomparso: possibile? Appena ho iniziato a sfogliare Indice sommario di sbiadimento mi
sono reso conto che non solo era vero che dalla piccola, remota Fiastra venisse un poeta, ma che ciò che scriveva mi era prezioso proprio per quello che stavo vivendo lì.

Mi sono immerso nelle poesie sulle panchine dei giardinetti di San Martino, imparando a memoria quelle che più mi colpivano. Le ripetevo poi nelle mie camminate, con il fervore di
chi ha trovato, per usare le sue parole, il “chiarore di una stella nuova”. Parlano di ritorni col pensiero ad anime che poco importa se siano vive o morte, di punti in cui la memoria si raccoglie e subito si perde, e in cui si era tutto: come non sentirle mie in quel luogo? Ma, dice anche Polverini, “la parola è rima sulla terra”, e assumono senso poetico il sole, la nebbia, il gelo, la selva, la neve: come non ritrovarvi un’affinità con ciò che vivevo ogni giorno sui monti Sibillini?
Leggendo Polverini ho poi riconosciuto nel mio tornare a San Martino il desiderio di abitare lo sbiadimento delle nostre vite là dove, essendo più crudo, dischiude spiragli di autenticità:
tenere aperta la ferita per affermare una “voglia scarnificata di me nel mondo”, o cercando “una mente buia d’inverno”, e, soprattutto, restando “seguaci dell’ultima stagione corporea”.
Affidandomi ancora alle sue parole, sembra questa oggi l’ultima scelta praticabile:

Ad una certa densità di buio
occorre innalzare stele di destino,
osservanza che non si ribella.

Pubblico queste fotografie in occasione dell’uscita di La nostra villeggiatura celeste.

Porterò Polverini con me a San Martino per le vacanze, e leggerò le sue poesie contemplando i Sibillini forse innevati.

Chi va in vacanza spera sempre
di non tornare, […]
[…]
Mancare è una veste chiara,
[…]
un chiodo da cui cominciare.

La Moda – racconto di Manuel Perrone, illustrazioni di Ettore Tripodi

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di Manuel Perrone e Ettore Tripodi

LA MODA

testo di Manuel Perrone / illustrazioni di Ettore Tripodi

La moda è -forse- l’unica soluzione di continuità dopo Beckett. Dopo Godot. Non succede nulla. C’è tutto: la luce, la scenografia, la musica e i costumi. Ma non c’è neanche un tentativo di drammaturgia.
A modo loro non ci sono problemi. Tutto sta per iniziare, ma è già finito.
Ho assistito una sola volta a una sfilata di moda, alla villa Noailles di Hyères. Tutto stava per succedere. Il pubblico era composto da gente che arrivava in elicottero. Una vecchia stalla per i tori in mezzo alle acque paludose della presque-ile. Agenti di sicurezza con l’inalambrico e l’ansia da guardie del corpo. Tutti seduti stretti e trepidanti. Un anti-comunione in cui l’obiettivo ultimo è l’esclusione e non l’inclusione. Un rituale post-moderno di una non-comunità.


Poi il silenzio. Le luci, la musica, e i personaggi che arrivano … e se ne vanno.
Cos’è questo teatro che nega un ruolo all’attore, al conflitto e al suo sviluppo? Anche i corpi che sfilano sono già risolti. A volte un qualche stilista ambizioso userà un vecchio, ma usandolo anche la vecchiaia in quella forma liofilizzata sarà già risolta. Ma anche i più belli durano una sola stagione, sono intercambiabili. L’abito non fa il monaco, è monaco, resta solo lui, a mala pena ha bisogno di corpi per essere portato.
La sfilata non prevede nient’altro. Si vede che le piacciono i codici del teatro, le mitologie del cinema, ma è un inno all’eiaculazione precoce come soluzione ultima alla continuazione della specie.
Cerco di capire Milano da quando ci vivo. La cerco nelle canzoni di Jannacci ma trovo altro. O non trovo e continuo a cercare. Da tempo inizio a intuire che non troverò niente, che è proprio quello l’elemento da trovare.

Le prime sfilate di moda nascono durante il secondo impero, leggo, quello di Napoleone terzo. L’imperatore vuole fare della capitale francese una vetrina.
Ecco. La moda sta alla vetrine come il teatro sta al palcoscenico.
Ma le nostre città che erano palcoscenici involontari sono tutte diventate vetrine? Ma vetrine per chi, per cosa? Chi è che compra e che cosa è in vendita?
A Milano sono andato al salone del mobile. Perché voglio capire. Non so esattamente quand’è che poeti e compositori hanno lasciato il posto a mutande e posaceneri. Ma evidentemente è il loro turno storico.
Vedo una fila. Mi metto in fila dietro l’ultima persona. Non so se posso. Arriva il mio turno, la guardia mi chiede di inquadrare un QR-code con il telefono. Lo faccio. E ho diritto a entrare.

Seguo la fila. Dentro non so esattamente cosa c’è da guardare e, per sbaglio, guardo le altre persone. Poi guardandole meglio vedo che tutti guardano un divano. E allora guardo il divano anch’io. E aspetto. Lo spazio è bello, un hangar industriale rivisitato con un lucernario da cui filtra la luce del giorno come un occhio di bue a teatro, delle pensiline metalliche che portano a porte chiuse a mezz’aria. Ma non si può camminare sulle pensiline. Non si può far altro che guardare il divano. E prendersi in foto con lui, come se fosse una pop-star o un papa. Poi tutti vanno. Io resto ancora un po’ a guardarlo. Esito. Indugio. Caso mai facesse qualcosa, avesse un messaggio. Poi vado.

La vetrina si è evoluta e non serve neanche più a vendere qualcosa. Le sfilate non servono a vendere tessuti o a indicarci come ci dovremo vestire. Il divano non è in vendita. è “l’esperienza di stare con lui” che è offerta a noi, pubblico privilegiato.
Non scomoderei i marziani e il loro stupore nel vederci fare cose cosi, penso che gli extraterrestri abbiano già materiale sufficiente da millenni per trovarci incongruenti e strani. Ma penso che siamo strani anche agli occhi dell’umano. Cioè c’è qualcosa di oggettivamente fuori luogo. Eppure.

Non so perché ma mi sento solo in questo pensiero. Eppure lo so che anche gli altri in fondo si chiedono quando inizia, anche per gli altri è una forma di arte abortita, di coito interrotto. C’è tutto, dico, c’è veramente tutto e ci sono anche i mezzi perché succeda qualcosa. Eppure.
Forse è questo che vogliono? Kafka ha scritto le leggi e Beckett la Bibbia?
La moda è la fine di tutto perché è il trionfo di un nulla sovrano?
Adesso le marche hanno più soldi di tutti. Gli stilisti sono gli ultimi faraoni.
Adesso comprano tutto il resto: finanziano musei, pagano il cinema, danno anche qualche
monetina ai teatri.

Tra poco inizia. Sta per iniziare. Ma già tutto è finito.


Manuel Perrone. Autore e regista. Il suo linguaggio artistico si esprime tra cinema, teatro e radio e quando può scrive, che gli piace tanto…. Vive e lavora tra Milano e Marsiglia. La sua serie podcast “Cristo si è fermato a Seveso” ha ricevuto numerosi premi. I suoi lavori filmici sono stati presentati a Quinzaine des realisateurs/Cannes, MoMA, Locarno IFF. Prepara il suo primo lungometraggio “L’Ultima Cena”.

Ettore Tripodi(Milano, Italia, 1985). Vive e lavora a Milano.
Spazia dalla pittura alla scultura, con una particolare predilezione per il disegno.
Compone le immagini in una forma che ricorda quella del poema. Accostando un’opera all’altra crea una struttura narrativa non lineare. Ettore Tripodi è tra i fondatori di MammaFotogramma Studio.

Portare la democrazia con le armi en marche! Arthur Rimbaud e Adriano Spatola

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di Giovanni Palmieri

                                                                                           A Luciano Canfora

 

Démocratie

 

   “Le drapeau va au paysage immonde, et notre patois étouffe le tambour.
 “Aux centres nous alimenterons la plus cynique prostitution. Nous massacrerons les révoltes logiques.
 “Aux pays poivrés et détrempés ! — au service des plus monstrueuses exploitations industrielles ou militaires.
 “Au revoir ici, n’importe où. Conscrits du bon vouloir, nous aurons la philosophie féroce ; ignorants pour la science, roués pour le confort ; la crevaison pour le monde qui va. C’est la vraie marche. En avant, route !”

 

Democrazia

 

   “La bandiera traversa il paesaggio immondo e il nostro gergo soffoca il tamburo.
“Nei centri alimenteremo la più cinica prostituzione. Massacreremo le rivolte logiche.
 “Nei paesi pieni di pepe e fradici d’acqua! – al servizio dei più mostruosi sfruttamenti industriali o militari.
“A rivederci qui, non importa dove. Coscritti di buona volontà, avremo la filosofia feroce; ignoranti per la scienza, scafati per il confort; creperemo per il mondo che avanza. È la vera marcia. Avanti, marsc!”[1]   

Il pensiero critico e talvolta direttamente politico di Rimbaud, al di là delle sue oscillazioni e delle sue ambiguità, è sovente occultato dal mito del poeta veggente e dai suoi auratici e davvero stucchevoli corollari. A parte le celebri poesie “comunarde”, l’illumination qui sopra riportata dal significativo titolo di Démocratie è un esempio di tale pensiero.

L’ironica denuncia dell’imperialismo ottocentesco o meglio del dispositivo linguistico che reggeva l’ideologia “progressista” e colonialista è infatti in questo testo d’immediata evidenza.

 

Chi parla?

 

Alla prima persona plurale e con un testo completamente chiuso dalle virgolette, appare chiaro che il discorso-orazione di tipo marziale (farcito infatti da ritmiche riprese anaforiche) che costituisce questa illumination appartenga non all’autore ma ai soldati, o meglio ai coscritti. L’effetto ironico consiste allora nel considerare i soldati emittenti e non destinatari di un messaggio che celebra il colonialismo e che nella realtà è stato loro rivolto, ma consiste anche e soprattutto nel ripercorrere un discorso altrui – quello ideologico dell’epopea colonialista – togliendogli però la maschera dell’ipocrisia edulcorante e dicendo semplicemente le cose come stanno.

Si sospetti sin da subito che sia i soldati (in genere mercenari) che l’autore stesso possano essere (stati) partecipi e indirettamente complici dell’inganno colonialista, come potrebbe indurre a pensare  anche il calcolato rovesciamento dei ruoli comunicativi cui abbiamo accennato prima.

 

Contesto storico e biografia

 

Dopo gli anni Trenta dell’Ottocento, la Francia aveva già occupato militarmente numerosi Paesi: l’Algeria, il sud della penisola indocinese, la Guyana francese, il Sénégal ecc. A località esotiche, infatti, sembra far riferimento il nostro testo parlando di “paesi pieni di pepe e infradiciati” (allusione ai monsoni). La critica ha opportunamente indicato al riguardo la politica colonialista del governo “repubblicano” francese uscito dalla sconfitta della Comune e in particolare la rivolta di massa nella Cabiria algerina del 1871 repressa nel sangue dall’esercito francese.[2]  Nella nostra illumination, però, il riferimento non è soltanto al colonialismo francese ma a tutti i colonialismi (“Au revoir ici, n’importe où”).

Si consideri anche la dimensione economica che la politica colonialista portava con sé e gli scandali politico-finanziari che ne derivavano e che sono ricordati, ad esempio, in Bel ami (1885) di Maupassant.

Ma veniamo a Rimbaud che, a ventun anni, il 18 maggio del 1876 presso il consolato dei Paesi bassi di Bruxelles si arruolò come mercenario nell’esercito coloniale olandese per andare a combattere la guerriglia che infuriava nelle foreste dell’ex sultanato di Aceh nell’isola di Giava. Presto disgustato dai massacri degli indigeni compiuti dall’esercito olandese (“massacrerons”), Rimbaud diserterà poco dopo riuscendo a sfuggire alla cattura e ritornando rapidamente in Europa.

Scrive Robb che “l’esercito coloniale olandese era un’organizzazione moderna ed efficiente che, negli ultimi tre anni [1873-1876], aveva sventato piccole rivolte che minacciavano di interrompere il flusso di prodotti coloniali dalle Indie orientali olandesi.”[3]

Seguendo lo sviluppo del discorso della nostra illumination, aggiungerei che in seguito alla repressione militare, il colonialismo olandese instaurò un sistema di lavoro forzato per i contadini giavanesi (“révoltes logiques”), sviluppando in seguito una colonizzazione privata da cui derivò un’imponente serie di investimenti internazionali di capitale.

Se l’esperienza giavanese  – come ritengo – è alla base del poème en prose che sto analizzando, allora il testo deve essere stato scritto nel 1876 o oltre. Les illuminations saranno edite solo nel 1886.

De Graaf ha scoperto sulla stampa neederlandese di Bruxelles del 1876 un annuncio pubblicitario, scritto da un sedicente agente reclutatore dell’esercito coloniale olandese (un certo Vignix), che invitava all’arruolamento giovani uomini di un’età compresa tra i ventuno e i trentasette anni “che non avessero lavoro, né impiego, né famiglia, né soldi” o che fossero “grandi amanti dei viaggi e curiosi di vedere il mondo”.[4] Di quale mondo si trattasse realmente è stato detto…

 

Nel testo

 

Il titolo Démocratie comporta nel lettore che arriva in fondo al testo l’immediata deduzione che la “democrazia”, nonché i “valori” portati dai colonizzatori europei, siano esattamente quelli espressi dalle “belle” gesta a cui i soldati inneggiano. Che il rovesciamento e dunque la parodia del dispositivo linguistico-ideologico che legittimava le varie aggressioni imperialiste, siano le procedure retoriche fondamentali del nostro testo è del resto confermato sin da subito.

L’esercito non viaggia traverso paesaggi esotici meravigliosi (forse così reclamizzati dai reclutatori) ma “immondi” (come ad esempio la giungla) e il linguaggio della retorica e della propaganda colonialista (“notre patois”) soffoca e non permette di sentire il rumore della guerra e delle armi (il tamburo). Insieme alla prostituzione e ai massacri delle rivolte più giustificabili, i soldati affermano di portare con sé la “feroce” filosofia civilizzatrice del progresso: quella dei Lumi e della sedicente democrazia.

Particolarmente interessante la funzione conativa espressa nell’antifrasi di tipo evangelico “Conscrits du bon vouloir” dove il poeta si comprende e l’evangelica buona volontà nonché le buone intenzioni consistono nella sopraffazione armata e nel massacro.

Infine la “crevaison” finale non fa riferimento ad un’auspicata morte per il mondo del progresso e per la missione civilizzatrice dell’Occidente ma piuttosto si riferisce alla morte (questa sì una vera marcia!) che coglierà i soldati al servizio del “mondo che va”.

 

Vittime ma complici

 

Sia i soldati, refrattari alla conoscenza (alla “scienza”) ma sensibili ai confort, che l’autore non sono solo vittime delle guerre coloniali e dei massacri d’una filosofia feroce ma ne sono anche complici nella loro supina accettazione del “mondo che va”, per usare le parole del poeta.

Un saluto come “Au revoir ici, n’importe où” non si riferisce solo all’onnipresenza dell’imperialismo coloniale ma è anche per Rimbaud un azzeccato pronostico personale. Infatti, com’è noto, dopo l’esperienza giavanese, il poeta sarà mercante d’armi (e di schiavi, il che era lo stesso) in Africa. Insomma non credo che Rimbaud in questo poème en prose si escluda totalmente dal gruppo dei soldati e proprio da questa sottile ambiguità proviene una parte non minore del fascino di questo testo.

Nella sezione Mauvais sang della Saison en enfer (1873), tre anni prima dell’esperienza coloniale a Giava, Rimbaud aveva infatti profeticamente scritto:

 

Allons ! La marche, le fardeau, le désert, l’ennui et la colère.
 À qui me louer ? […] Quelle mensonge doit-je tenir ? – Dans quel sang marcher ?

 

Andiamo! La marcia, il fardello, il deserto, il tedio e la collera.
A chi darmi in affitto? […] Quale menzogna devo reggere? In quale sangue marciare?[5]

 

E ancora:

Assez ! voici la punition. – En marche !
Ah ! Les poumons brûlent, le temps grondent […]
Où va-t-on ? Au combat ?

  

Basta! Ecco la punizione. – In marcia!
Ah! I polmoni bruciano, le tempie scoppiano […]
Dove si va? A combattere?[6]

 

Al di là di qualche ripetuto episodio di dissipazione esistenziale, etilica e sessuale, vivere la vita come programma poetico e scrivere poesie come esclusivo programma di vita fu il vero e fallimentare progetto del poeta della Saison che registrò tale fallimento nelle forme di una radicale e precoce rinuncia ai versi.

Il fatto è che Rimbaud ha scritto poesie ma non si è mai “scelto” come letterato. Non era e non volle mai essere un homme de lettres. Quindi ciò che abbandonò, nelle forme di un’autopunizione crudele, non fu la letteratura ma semplicemente lo scrivere poesie. Cosa – tutto sommato – più semplice. Baudelaire, invece, che letterato fu, venne per questo aspramente criticato da Rimbaud che pure lo considerava un dio!

Va anche tenuta in debito conto l’amara delusione che il poeta provò nei confronti di valori che la società sedicente democratica e in marcia verso il progresso aveva di fatto “svenduto”, a cominciare dal valore della vita umana. In Solde (Liquidazione), cioè in quella illumination che a molti appare l’autentico congedo del poeta, Rimbaud nello stile degli annunci pubblicitari (“À vendre” è la ripresa anaforica fondamentale del testo) elenca una serie di valori e stati di cose che ormai devono essere svenduti. Si tratta di valori che nella società delle merci valgono sempre meno e perciò vanno “liquidati”, venduti sottocosto. Tra questi troviamo le vite di esseri umani identificate metonimicamente nel loro essere soltanto semplici corpi senza valore:

À vendre les Corps sans prix, hors de toute race, de tout monde, de tout sexe, de toute descendance ! Les richesses jaillissant à chaque démarche ! Solde de diamants sans contrôle !

Svendesi i Corpi senza prezzo, al di là d’ogni razza, di ogni mondo, di ogni sesso, di ogni origine! Le ricchezze che sgorgano da ogni scorreria! Svendita incontrollata di diamanti![7]

 

Che si tratti qui delle vite, dei corpi che non valgono più nulla degli indigeni uccisi nelle démarche coloniali dell’Occidente che producono ricchezze, mi sembra evidente ma è anche comprovato dall’accenno alle speculazioni sui diamanti estratti nelle colonie francesi dell’Africa sud equatoriale.

Rimane da dire che insieme ai valori liquidati sottocosto dalla società, qui è lo stesso Rimbaud che, prima di partire, annuncia a se stesso la svendita dei suoi propri valori…

 

La democrazia nei versi di Adriano Spatola

 

Diversi accorgimenti (Geiger ed., Rivalba -Torino – 1975) è una delle più significative raccolte poetiche di Adriano Spatola (1941-1988), non a caso accompagnata da una importante Nota critica di Luciano Anceschi (pp. 75-77). Nella sezione intitolata Che giorno è oggi (pp. 41-45) si trovano cinque poesie numerate, dedicate ognuna al concetto di democrazia. Il titolo complessivo della raccolta fa invece riferimento a differenti modi di difesa poetica dagli istituti tradizionali del discorso in versi. Per concludere, mi è sembrato opportuno e suggestivo trascrivere e commentare la terza poesia di Spatola accostandola all’illumination di Rimbaud.

 

3.

Democrazia una parola
ovviamente trascurabile origine
             scopertamente risibile
e irrisibile il peso della menzogna
             la confessione
riconducibile alle radici
precaria amarezza
o teodulia. (p. 43 ed. cit.)

 

Il testo è composto con una tecnica “cubista” nella distribuzione dell’ordine delle parole e nella spezzatura dei versi. Da qui il seguente esercizio di lettura: “democrazia” è ovviamente (soltanto) una parola; la sua origine (‘potere del popolo’) è trascurabile e cioè di nessuna importanza. La sua origine suscita palesemente il riso ma la gravità della menzogna è cosa che può essere derisa ma  non è cosa da ridere; la confessione (della menzogna) che riconduce alle origini (etimologiche) suscita precaria amarezza o asservimento onniplanetario e divino alla parola democrazia.

 

 

NOTE

[1] Cito il testo francese da Arthur Rimbaud, Opere, a cura di Diana Grange Fiori, Milano, Mondadori 1975, pp. 350-352. La tr. it. è mia.

[2] Vd. in internet il commento a Démocratie presente nel sito Arthur Rimbaud le poète: http://abardel.free.fr/petite_anthologie/democratie.htm (consultato l’ultima volta il 13 febbraio 2026).

[3] Graham Robb, Rimbaud, vita e opere di un poeta maledetto, tr. it. di Melania Mascarino e Andrea Palladino, Roma, Carocci, 2002, p. 257.

[4] Daniel-Adriaan De Graaf, Arthur Rimbaud, sa vie et son œuvre, Van Gorcum & Co., Assen-Pays Bas, 1960, p. 263 e 281, n. 24. Mia la tr. it.

[5] Arthur Rimbaud, Opere, cit., pp. 216-217. Tr. it. mia.

[6] Ivi, p. 224. Tr. it. mia.

[7] Ivi, p. 334. Tr. it. mia.

Il senso di Gori per la fine

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Su Vendo tiroide causa doppio regalo

di Massimo Palma

In Vendo tiroide causa doppio regalo (Nottetempo, pp. 251), la scrittura di Alessandro Gori agisce come medium. Tutto il libro è una seduta spiritica, in cui i convenuti rimangono fermi al loro posto ma non possono trattenere il riso né tantomeno i loro bisogni.

Tutto fermo a via Gradoli

Tutto accade come dev’essere successo quel 2 aprile 1978, quando in una casa di campagna in provincia di Bologna alcuni accademici illustri con le loro mogli tennero una seduta spiritica per sapere dov’era nascosto Aldo Moro, rapito due settimane prima dalle Brigate rosse: dopo un paio d’ore, mentre i convenuti segnavano lettere a caso sui fogli e alcuni si attardavano a preparare il caffè, uscì fuori il lemma “Gradoli”.

Allertate da Romano Prodi, il più famoso tra i notabili presenti a quella seduta, le forze dell’ordine andarono in effetti a cercare a Gradoli, in provincia di Viterbo, invece che a Via Gradoli, dove c’era un importante covo delle Br. Non trovarono nulla. Da allora, ogni volta che qualcuno ha provato a interrogare i partecipanti su quella strana iniziativa, su quella strana coincidenza, tutti immancabilmente ripetono la stessa versione dei fatti, senza cambiare una virgola.

Tutto rimase fermo a via Gradoli, la storia d’Italia prese la sua strada, e un libro del 2026 di un autore nato nel 1978 pullula di Aldo Moro come il pretesto di ogni pagina, la radice di ogni fatto, la materia di tutti i possibili obiter dicta (le due pagine che contengono le “20 curiosità su Aldo Moro” estendono l’affaire-Moro a Hollywood, ai fumetti, alle maschere polinesiane, col presidente ucciso che finisce per occupare l’universo del dicibile globale). Tutto resta fermo in certi momenti alti a volte altissimi della scrittura di Gori, quando perfino il nero della distanza parodica tace e non resiste nemmeno la strategia della clausola.

Perché Gori inebria la lettura di clausole. Chi lo segue si sorprende in una perenne attesa della fine del brano. Sia l’assurdo di un padre che fa vescovo il figlio per consolarlo, sia l’osceno delle lamette per la rasatura che si prestano a scotennare membri maschili, sia l’incorrettezza politica dedicata ora agli indiani ora ai bimbi africani ora a Pino Daniele a Grignani e così via, comunque Gori trascina verso l’explicit, ti attrae per consegnarti a una fine che annichilisce. È così che il libro, scoordinato, sguaiato nell’alternanza tra prose liriche e barzellette, finte interviste e poesie, viaggia veloce sempre.

Lo stato della nazione

L’accelerazione ha un senso unicamente ritmico. Perché in realtà il libro di Gori è statico. Va in circolo in un arco d’anni che più o meno si può misurare: quindici? Diciassette? L’inizio è sicuro. È la data che abbiamo già indicato, il 1978 del caso Moro, che torna come un martello insieme ai suoi frutti politici.

Il resto del testo passa in rassegna i ricordi pessimi dell’infanzia negli ottanta e le nefandezze compiute da adolescenti, segnalando la detenzione dell’inconscio collettivo del paese in una prigionia psichica generata dalla fine della prima repubblica tra ammazzatine tangenti e stragi di mafia, narcotizzati dai videogiochi e la televisione mentre gli ormoni pulsano. Sono quindici, sedici, diciassette anni in cui tutto rifluisce ma si costituisce un immaginario preciso e scandito per annate esatte, e assolutamente governabile da fuori, mentre è ingestibile da dentro.

Gori fotografa il paese a partire da un senso di perdita rammemorato, da un senso inequivocabile di fine. Ogni volta nei capitoli indica in esergo date tutte uguali e insignificanti (1995, 1998…) a certificare una morte già avvenuta: nei ricordi che il libro accumula per micro-racconti o meri apologhi (la prima comunione o l’annuncio familiare dell’Alzheimer della nonna, la cena coi compagni di classe o l’ineffabile compleanno a casa Cannucciari) è come se il millennium bug avesse funzionato davvero, per una combinazione spazio-temporale, proprio all’incrocio in ogni psiche tra il nascondiglio brigatista a Roma del ’78 e una provincia toscana (da lì viene l’autore) con Odeon Tv accesa dopo mezzanotte nei Novanta.

Qui il tempo ha imparato a stare e ristagnare, qui la storia respira da morta, e il resto, i decenni successivi, è name-dropping da serata romana. Come nel memorabile capitolo “Circolo degli Artisti”, paesaggio di una stasi estiva esilarante e disturbata in pieni anni Dieci, o nella fulminante lista degli otto versi di “No”, che convoca il 1981 in cinque nomi come spettri (Gelli, Craxi, Sindona, Calvi, Rampi) che danzano sul filo del non-sense.

Queneau reloaded

Il Gori statico va però a fondo. Resosi conto della stasi, si chiede “quante estati ho davanti perché la vita ricominci ancora?”. Metà libro dopo, chiude immaginando “sbarbine bellissime” che ridono “come se nulla esistesse al di fuori del presente”. È tutto pleonastico – perché il tempo è sospeso: davvero non esiste nulla, se non il ricordo che rievoca e riassume il già dato.

È come nella Domenica della vita di Queneau, quando Valentin Brû confessa di pensare al tempo che passa, “e, siccome è identico a sé stesso, penso sempre alla stessa cosa, cioè finisco col pensare più a niente”. E quindi l’incredibile trovata della “prima brioche dell’eternità” è la fuga ucronica in cui il Valentin Brû di Gori annulla la storia per sempre – “tanto avrei avuto l’eternità per le cose che mi piacevano”. E allora annulla la scelta, annienta il conflitto, sperimenta la gioia assoluta dell’indeterminazione in una sequenza lisergica “su un prato infinito, dove nessuno corre più e nessuno viene lasciato indietro”.

Ma questa fantasia isolata e un poco compiaciuta di immobilità assoluta, che riproduce l’arresto, tra il 1978 e il 1994 circa, di una storia agibile, fa da controcanto a un’altra rêverie, quella di bassezze morali e corporee che invece si riproduce e prolifera nel libro come autentica trama seriale: dire la fine è fotografare un mondo che in vari modi si svuota. Gori che pensa i bambini e i ragazzi nelle situazioni più urticanti, umiliati e offesi, è Queneau replicato in una cornice scatologica che individua “al di fuori del presente” solo la visione di un nulla che si crea, appena evacuato.

Buongiorno notte

L’onnipresente kenosis è nell’ossessione escrementizia che accompagna Vendo tiroide. Se Canetti vedeva l’evacuazione come traccia statica e materica di un potere – la dimostrazione per il potente di aver ingurgitato la propria vittima –, qui Gori la segue per identificarla al moto e basta. È nel mirabile elenco allucinatorio della Goccia, il brano appena precedente La prima brioche dell’eternità che segue in soggettiva il contraccolpo acquatico di una latrina all’atto di cui sopra (“quella goccia […] reca seco la vita nella sua sesquipedale completudine: batteri, funghi, monere, menarca, meconio, materia, antimateria, quark, potassio, entropia, gocce più piccole piene zeppe di universi”), è in questo elenco che qualcosa, nel testo, ricomincia a muoversi.

È qui che Gori, mentre segue il viaggio della goccia verso l’alto, prende le distanze da Cesare Zavattini, che sceneggiò Miracolo a Milano, e aggiunge al motto circolare di quel film – il “buongiorno che vuol dire davvero buongiorno” – delle virgolette che funzionino da gabbia necessaria al “buongiorno” (“mai più senza”, chiosa). Ma, oltre ogni distanziamento parodico, la risalita in Pov della goccia dentro l’organismo è la spia critica insinuata nel vuoto di cui Gori restituisce ogni profilo. Vi registra una crepa, la consapevolezza di poter descrivere, nel flusso di parole, proprio il centro della notte. Qui la scrittura, se è pura adesione alla materia, è ancora movimento contro ogni delirio da assenza di senso che pure popola molte delle pagine.

Nell’immane stasi collettiva che il libro descrive c’è dunque uno spazio bassissimo in cui la scrittura ama arrestarsi, come stupita che qualcosa ancora si muova. È l’infimo del corpo, l’infimo della vita stessa. Per questo la serie di sedici componimenti – tutti mimetizzati in una sequenza disordinata, tutti nella pagina sinistra – dedicati a una madre malata morente e poi morta comincia con una lode alla donna che libera gli intestini dopo un intervento. E fa storia a sé, è biografia e coccola atroce alla materia vivente come ciò che ha pur sempre, appunto, possibilità di scrittura. La malattia e la morte vengono seguite passo passo mentre la pagina destra delira e svia, fino a una nuova fine, dove il buongiorno è tra virgolette, davvero, ma dentro una materia viva, dove si può ancora parlare, inveire, sognare l’inverso di questo mondo. “Invece lei / fregandosene / ha preso il deltaplano / ed è volata in cielo / ed eccola / vedo che già è rientrata / sudata fradicia / la cretina”. La fine sarà convulsa o non sarà.

L’inferno che non si sente

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Gerhard Richter. Vorhang III (hell) (Curtain III [Light]), 1965

 

Gerhard Richter. Vorhang III (hell) (Curtain III [Light]), 1965
 

 

di Marco Viscardi

L’accoltellamento avvenuto alla scuola media di Trescore Balneario, provincia di Bergamo, il 25 marzo 2025, è uno di quegli avvenimenti di cui non ci si vorrebbe occupare, perché troppo forte è il pericolo di venire invischiati, di farsi male o di colpire involontariamente la sensibilità altrui.

Ho letto sia la lettera del tredicenne che ha accoltellato la sua professoressa di francese, sia il messaggio di quest’ultima dall’ospedale (li trovate qui e qui) .

In entrambi i casi ho provato la sensazione sgradevole che si ha di fronte a una falsità emotiva. Sono due testi perfettamente speculari: entrambi lunghi, entrambi sintatticamente complessi, entrambi formalmente impeccabili, entrambi scritti in un italiano standard venato di termini alti. Lo studente usa gracile riferito a un compagno (puro De Amicis), audacia, sabotaggio, routine; parla anche di etica e morale in dittologia sinonimica, ovvero come sinonimi intercambiabili.

La docente invece usa una lingua apparentemente più colloquiale — dice di aver dettato la lettera ai suoi legali con voce flebile — ma anche lei controlla il testo come se l’avesse scritto. Il suo è un messaggio intriso di pacatezza cristiana immediatamente dichiarata; quello dello studente potrebbe chiudere una puntata di Adolescence, la serie inglese di recente diffusione.

I testi troppo lisci, come le facce troppo lisce, mi inquietano sempre. La correttezza mi pare spesso un mezzo per reprimere il caos, per scongiurare l’emozione, per non mostrarsi impreparati di fronte all’inatteso. La diffusione di questi testi — di entrambi — mi pare persino pericolosa, non tanto perché si dia spazio a chi ha compiuto la violenza, con il rischio di emulazione, ma perché questi testi sono vuoti, deprivati di una verità emotiva profonda. Sono normalizzazione del mostro, dell’aggressività e della paura; esprimono la violenza di chi vuole domare il caos, soprattutto il caos interiore.

Lo studente scrive:

Visto che a quanto pare i “ragazzi” non capiscono cosa sia giusto e cosa no, userò questo a mio vantaggio: non posso essere incarcerato, dato che in Italia l’età minima per la responsabilità penale è 14 anni, non posso nemmeno essere processato, quindi farò quello che ho sempre voluto fare, uccidere lei e chiunque cerchi di impedirmelo. Non è solo un atto di vendetta, è un modo per rompere una routine noiosa nel modo più estremo possibile. Sono stanco di essere banale, di dover fare sempre le stesse cose. Le regole non sono qualcosa che dovrei seguire, sono qualcosa che dovrei infrangere, e non c’è niente di meglio per farlo della vendetta, punire chi mi ha fatto del male.

Non fermiamoci al contenuto ma guardiamo la forma. Sentiamone la musica: è difficile non sospettare l’uso dell’intelligenza artificiale. Giacomo Verri, docente e scrittore che si interroga sul senso del proprio lavoro, ha inserito il testo in un rilevatore che ha riscontrato come il 70% sia stato processato dalla macchina. Verri si chiede se l’IA non abbia rivelato all’assassino la sua scelta di uccidere. Per inciso, il problema non è l’intelligenza artificiale, non lo è mai, anche io ho lavorato e riflettuto su questo testo con l’assistenza di Claude (Anthropic). Però mi chiedo se l’IA non abbia piuttosto legittimato la violenza addomesticandola, standardizzandola, portandola a un livello base della lingua per cui potesse essere detta senza orrore, come una serie di logiche conseguenze nella scala del rancore. Un rancore del quale lo studente sembra aver capito poco. Se qualcuno obietta che la lettera dello studente è intrisa di violenza, non gli do torto; gli vorrei però far notare come quella violenza sia stata normalizzata dal testo, spogliata della sua carica eversiva, spostata nelle tenebre esterne — per usare un’espressione di Jean Starobinski — e non nel nostro inferno interiore. Quello che, secondo Longfellow, tutti dovremo, o dovremmo, affrontare prima o poi.

E anche la vittima, che si è affrettata a lanciare un messaggio di incitamento e compassione nell’arco di pochissime ore, credo che non abbia capito niente. E non per sua incapacità, ma perché non credo si possa interiorizzare un atto così assurdo, violento, inaspettato e francamente terrorizzante in così poco tempo. È come se in entrambi avesse agito un pilota automatico del linguaggio, che è un automatismo della repressione.

L’anima di un ragazzo di tredici anni che progetta un omicidio deve essere un inferno. Nel testo quell’inferno non si sente. Come deve essere un inferno l’anima di chi è stata colpita — ma neppure nella lettera della professoressa si sente l’inferno. L’inferno è la verità, reprimere l’inferno è pericoloso, anche perché, come in questo caso, poi porta ad agirlo. A metterlo in pratica senza il laccio dell’emotività che frena la frustrazione, senza la mediazione di un linguaggio emozionato.

Questa vicenda provoca una devastante pietà umana unita allo spavento più feroce. Non è solo il timore che possa capitare a noi — di avere un figlio, uno studente, un collega coinvolto in un fatto di violenza — a spaventare. È la sensazione di stare a contatto con l’indicibile che sta dietro a questo atto, a questo agito, che le parole dei protagonisti stanno disperatamente tentando di coprire.