
Nota
di
effeffe
Svegliatomi da sogni agitati, mai e poi mai avrei immaginato di trovare accanto al caffé una lettera, chiusa in una busta poco elegante, non affrancata e perfino macchiata di caffé. Quando l’ho aperta non mi sarei nemmeno sognato di leggere le cose che anche tu onorevole lettore di nazione Indiana stai per leggere. Ho deciso di assecondare quel loro desiderio di compilare un’enciclopedia alfabetica del mondo per la sola ragione che se fai incazzare un comico quello diventa molto cattivo, e non c’è nulla di più terribile di un cattivo comico. E se sono due, i comici, allora sono cazzi.
Abécédaire comique
Due comici entrano in una rivista culturale. Non è l’inizio di una barzelletta, ma di una rubrica: Abécédaire comique. Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini: un esperimento di scrittura, due penne, ventisei lettere dell’alfabeto. Ogni puntata una lettera, usata come innesco per il titolo. Per il resto, carta bianca o quasi: l’unico vincolo è che, da qualcheparte, si rida. Attenzione, non “facce ride!”, né travestire la letteratura da monologo: piuttosto, esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera. Come un abbecedario, appunto: elementare solo in apparenza.

GLENDA
di Alessandro Ciacci
Non sto dicendo che da quando ho iniziato a esibirmi come comico mi capitano solo situazioni assurde e ai limiti del reale, ma in confronto a me un racconto di Kafka è la brochure di una spa rilassante. L’ultima disavventura mi è capitata a Rimini poco prima di uno spettacolo. Sono tutto concentrato in un training autogeno, roba da Actors Studio, che consiste nel tracannare ogni cosa contenga alcool io abbia a portata di mano, ivi comprese le boccette di igienizzante per le mani. Tutto concentrato, quando all’improvviso mi sento battere sulla spalla.
Primo pensiero: è la Vecchia Signora che mi dice: “È arrivata la tua ora”. Direte, la Morte!? Magari, la vecchia titolare del locale, sig.ra Scannapieco, che mi dà il “chi è di scena”. Ma lo fa brandendo una falce in mano.
Secondo pensiero: è la mia dignità. Sa cosa dirò e farò una volta salito su quel palco, per cui preferisce andarsene per avere un alibi. “Ciacci, vado a comprare le sigarette. In Guatemala, sotto falso nome”.
Terzo pensiero: è Penelope Cruz, si è scapicollata dalla Spagna, mi ha cercato disperatamente, è lì per dichiararmi il suo amore folle e darmi appuntamento alla Pensione Esedra, dopo lo spettacolo, per una notte di sesso selvaggio. Ma siccome di fianco a lei c’è Javier Bardem, per non farsi sgamare me lo comunica con il linguaggio navale delle bandierine. Sto per risponderle: “Aspettami a letto vestita solo della tua lussuria…”, quando mi giro e invece di Penelope mi trovo davanti… una sconosciuta.
Per età potrebbe essere mia madre, ha un sorriso da spot Colgate e mi dice: “Ti ricordi di me?” Fa quello che in gergo si chiama “Approccio Bill Cosby”. Penso: dovrei? Chi è? La rappresentante di una nuova droga dello stupro e sta facendo il test di efficacia? Mi vede in difficoltà “Davvero non mi riconosci?”, penso “Dove cazzo siamo, in una puntata dei Soliti Ignoti con Amadeus, quando la ordini su Wish?” E lei: “Sono Glenda”. Ora, l’unica Glenda che ho conosciuto in vita mia era un notorio mignottone con cui ho limonato selvaggiamente alla festa di Carnevale dell’autogrill Bevano Est nel 2009, ma dubito possa riconoscermi visto che indossavo la maschera da Jimmy Il Fenomeno.
“No… Glenda… la tua maestra dell’asilo”. Ho capito, la droga dello stupro me l’ha messa nel biberon!, era evidentemente l’extasy della Plasmon 0-6 anni, tagliata con merluzzo ricco di omega3. Confessa! Poi, un attimo dopo, mi viene in mente Simon Wiesenthal, il cacciatore di nazisti. Simon “l’acchiappa-nazi” Wiesenthal. Lo Swiffer delle SS, “Il gerarca non dura/ perché Simon lo cattura”, un ebreo cazzutissimo che ha inseguito i nazisti per decenni, li ha trovati e mandati in galera perché pagassero per le loro colpe. La maestra Glenda soffre della sindrome di Wiesenthal? Forse 30 anni fa ho preso un peluche, non l’ho rimesso a posto e adesso è lì per farmela pagare? Le ho pestato il piede con il trenino e sono scappato senza soccorrerla? È per quella volta che ho fatto la spia a nascondino e ho detto dov’era nascosta Anna, l’amichetta che sul grembiule aveva il segnetto a forma di stella? No, niente di tutto questo. “Ho visto la locandina, ti ho riconosciuto sono qui per fare il tifo per te”.
Per un attimo ritorno il bimbo ribelle che ero e mi vien voglia di pulirmi la caccola con la manica della camicia, così a sfregio! Poi… la guardo negli occhi e mi prende una gran tristezza, una gran pietà per il merdone “formato: Pearl Harbor” che sta per pioverle addosso. L’ultima volta che la maestra Glenda mi ha visto ero timido, impacciato, evitato come la peste dai miei compagni, potevo essere l’ottavo nano: Schifalo. Paffutello, come quei puttini delle fontane che fanno il getto d’acqua dal pistulìno. 30 anni dopo sono il Venom di quel bambino, il suo ritratto di Dorian Gray custodito nella soffitta dell’aula verde, continuo a fare il getto dal pistùlo ma solo durante le gang bang.
Povera maestra Glenda, magari le rimane poco tempo da vivere e ha detto: “Voglio fare il bilancio della mia vita, sarò stata una buona maestra?” E si mette a cercare gli ex alunni per vedere cos’hanno combinato. Uno è diventato il più giovane presidente di Confindustria e se tanto mi dà tanto diventerà anche il più giovane inquisito per sfruttamento della prostituzione minorile, di Confindustria. Un’altra, ex ballo delle debuttanti, ex reginetta di bellezza, futura ex eroinomane ed ergastolo per infanticidio. Poi viene a vedere uno dei siparietti di Ciacci, che fa alla pubblica decenza e alla morale quello che hanno fatto le 7 piaghe all’Egitto.
Ha fallito la sua missione, spero che muoia. Non fraintendetemi, che decida volontariamente di farsi fuori. Magari con i leoni. Tipo gladiatori, Moritura te salutat! E si fa sbranare da un leone. Solo che a Rimini dove lo trovi un leone?, la bestia più feroce è tutt’al più il buttafuori del Cocoricò. Oppure con la capsula di cianuro. Come i nazi, che si impiantavano la capsula di veleno nei denti per non farsi prendere vivi. Si alza durante lo spettacolo: “Ciacci, il bis vieni a farmelo all’inferno!”. Ma a Rimini dove lo trova il cianuro? Al massimo una capsula di squacquerone andato a male. Quello che ci vuole è una katana, un hara kiri come ai vecchi tempi, così se ne va in modo onorevole. Però è pur sempre una maestra d’asilo, quindi sarà una katana con la punta arrotondata, che è un casino poi per squarciarsi…
O magari chissà, anche lei si sentirà battere sulla spalla ed è Javier Bardem, che le dice: “Ti aspetto tra 5 minuti per una partita a strip-uno due tre stella, alla Pensione Esedra.”
GOODBYE ENGLISH ROSE
di Lorenzo Catalini
Il bacino della Principessa si inarcava sempre di più, colpito dalle scariche elettriche che le procuravano le leccate attente di Michele, la cui testa era oramai scomparsa sotto la gonna del vestito in velluto blu, confezionato per Sua Altezza Reale da Giorgio Armani in persona. Michele era venuto dieci minuti prima, ma non volendo congedarsi da Diana senza averla soddisfatta, si era prestato a quella sessione di sesso orale con l’abnegazione e l’onore che ogni suddito del Regno ci avrebbe messo. Certo, lui non era cittadino britannico, ma Diana era la Principessa del popolo, la Principessa di tutti. Da un po’ ti tempo, in effetti, più sua che di altri… Sembravano passati pochi giorni dal loro primo incontro al Gran Gala del GP di Monaco. Sguardi complici, una coppa di Cristal: un’ora dopo si rotolavano nudi su un letto coperto di pellicce costose. A questo ripensava Michele mentre, con le ultime linguate, riceveva l’orgasmo della Principessa dritto in faccia. Diana si alzò dal letto, tirò su le mutandine di pizzo e, giunta alla porta, lo baciò. “A domani Micky”, disse. Salì su un’auto e scomparve nella notte. “A domani Diana”, bisbigliò Michele.
Al mattino si risvegliò nel proprio letto, bagnato. Dopo settimane in cui lui e Diana non avevano saltato una notte, si era ormai abituato a quelle polluzioni notturne. Si alzò e scese in cucina da Marta. A breve avrebbero festeggiato un anno di matrimonio, ma da quando lui aveva iniziato quella tresca onirica, qualcosa aveva iniziato ad incrinarsi. Michele evitava lo sguardo della moglie per timore che gli leggesse in volto l’infedeltà. Alla tv, il telegiornale riportava che Re Carlo sarebbe presto giunto in visita in Italia. Gli faceva uno strano effetto vedere quell’uomo, dalla cui versione giovane stava attento a non farsi scoprire di notte, essere adesso coperto di rughe e sposato con Camilla. Allo stesso modo lo colpiva vedere i Principi Harry e William ormai uomini, privilegio di cui Diana non aveva potuto godere.
Marta qualche sospetto lo aveva. Alla freddezza mattutina, il marito alternava vari regali a sorpresa. Questo accadeva dopo le notti più infuocate, quando la Principessa, al culmine dell’eccitazione, gli faceva giurare che sua moglie era solo un ostacolo insignificante. Michele rispondeva “Sì” a tutto, ma il giorno dopo portava fiori alla moglie per pulirsi la coscienza; poi di sera, le si rifiutava per conservare libido. Una notte, svegliatasi, Marta notò l’erezione di Michele spingere contro il pigiama. Decise di accoglierla in bocca per fargli una sorpresa. Michele, che in sogno era al Ritz di Parigi intento a farsi servire da Diana, si svegliò venendo. Vedendo la moglie anziché la Principessa, cacciò un urlo che quasi la fece soffocare. Ci volle molto tempo per persuaderla che fosse stato solo uno spavento da risveglio improvviso, e ancor di più per farsi perdonare da Diana per l’improvvisa sparizione.
Una sera andarono letto presto (per Michele, da sempre animale notturno, ormai una nuova e piacevole abitudine) e si addormentarono all’unisono. Quella notte, Marta sognò di essere a Londra. Visto il marito sul marciapiede opposto a Carnaby Street, lo seguì in taxi fino a un motel di Brixton. Dette una mazzetta al concierge e salì fino alla stanza indicata. Accostò l’orecchio alla porta e sentì la spalliera del letto battere contro il muro, i versi animaleschi di un uomo in amore e la voce di una donna gridare in estasi: “Oh Mickey! You are the King!”.
“Ho sognato che mi tradivi”, ghignò Marta al mattino. Nei giorni successivi calò un gelo tagliente. Michele, terrorizzato dal pensiero di perderla, cercò di intavolare conversazioni ma trovava un’armatura di mutismo. Per la prima volta da mesi tentò di restare sveglio la notte bevendo caffè di nascosto. Marta intanto passava il tempo sparandosi una maratona in tv. Ironia della sorte, era The Crown. Dopo l’ennesima lite furibonda in cui lui negò tutto, andarono a letto. Michele sognò. Ritrovò Diana in una camera parigina e trovò il coraggio di dirle che dovevano chiudere. La Principessa accolse la scelta con triste ed inevitabile consapevolezza. Fecero l’amore un’ultima volta, con la passione tipica degli addii, poi si congedarono, stavolta per sempre.
Michele proseguì passeggiando per le vie notturne di Parigi, la testa carica di pensieri. La sua concentrazione fu spezzata da un gran passare di volanti e ambulanze sfreccianti a sirene spiegate verso il tunnel del Pont de l’Alma. I suoni del sogno si mischiarono con la realtà, e Michele si svegliò ai trilli della sveglia del cellulare.
Confuso, si girò verso il letto, ma Marta non c’era. La cercò in cucina, in bagno, in salotto e nel ripostiglio, senza trovarla. Si affacciò alla finestra del cortile per controllare se fosse fuori. Stava per richiuderla quando il suo sguardo si posò sulla loro auto parcheggiata in giardino: una Fiat Uno bianca, con la fiancata completamente graffiata e macchiata di nero.

HO MOLTI AMICI BAMBINI
di Alessandro Ciacci
In piena pandemia Satana mi induce in tentazione con una telefonata. È Paola, un’amica maestra elementare, che mi dice: “Abbiamo una collega in maternità: ho pensato a te per la classe terza, ti va di fare il maestro?”
Parliamone. Non ho niente contro i bambini, ho molti amici bambini, non solo: ho 5 nipoti fichissimi, con cui passo un sacco di tempo: mi tengono compagnia quando sono sul vasino per la pupù, mi leggono il sonetto della buonanotte del Petrarca, mi fanno l’aeroplanino quando non voglio bere un mojito. Ma sempre attenti a non viziarmi troppo, se faccio i capricci a letto senza maratona di film di Kaurismaki.
Amo i bambini sono fighissimi, è quel genere di persone che riesce a convincere un t-rex di gomma a farsi chiamare Squeeshy e mangiare i broccoletti. Putin? Mandiamogli mia nipote: non solo lo convince a fare pace-pace-mille-patate con l’Ucraina, ma tempo mezz’ora e lo troviamo insaccato in un pigiamino a mangiare marsh mallow e guardare Masha e Orso.
Non ho niente contro i bambini, ma non posso trascurare un piccolo dettaglio, da anni pago l’affitto esibendomi in pubblico con dei monologhi che bloccherebbero la crescita a un esorcista idrofobo, una pacatezza di contenuti che sembra la fusione tra uno scaricatore di porto e Er Monnezza, quindi: quale persona sana di mente affiderebbe a me l’educazione del proprio pargoletto: se avete visto Gomorra, farei sui bimbi lo stesso effetto dell’Honduras su Jenny Savastano, prima degli angioletti innocenti, un po’ tontoloni con i boccoli biondi, due ore con me il giovedì mattina e tornano a casa con la cresta da moicano e il machete nell’astuccio Invicta.
Eppure mi chiedono di diventare “Il maestro Alessandro”, che fa molto Rai Fiction, un parto del demonio a puntate con protagonista Gassmann. Prossimamente su Rai 1… “Il maestro Alessandro”, con tanto di maglione griffato Caritas, col suo colorino cancrena fluo, morbido come la selce. Che non sai se deve spiegarti i congiuntivi o fare il sosia di una pietra abrasiva anticalli. Già mi vedo, ad ogni puntata, spiegare uno dei 7 re di Roma per motivare una classe di casi umani con la stessa emotività di un narcos di Sinaloa. “…vedete quindi, fanciulli, come Numa Pompilio ci insegna che le tempeste permettono agli alberi di mettere radici più forti. Ed ora da bravo piccolo Max, restituisci il pancreas che hai staccato a morsi all’amichetto Filippo.
Dico, ci penso, Paola. Ci penso quei 7 secondi che separano uno stipendio fisso da un mutuo sulla casa e accetto il compromesso di vivere una doppia vita, Mago Zurlì la mattina, Charles Manson la sera. Che tipo di insegnante sarò? Anticonvenzionale, certo, gli faccio dire le parolacce, partiremo dalle basi, dal vero ABC (Alcool, Battone e Crack), ma sempre molto attento a farmi rispettare. Mi piazzo quindi tra il Robin Williams dell’Attimo Fuggente e Stalin: perché sì, in piedi sui banchi, carpe diem, ma la terza volta che ti riprendo perché chiacchieri ti sbatto in Siberia.
Vengo nominato maestro di italiano e storia, ottimo. Italiano già me lo vedo, un bel corso monografico su Dante, la Divina Commedia versione bambini. Invece di Paolo e Francesca, Anna e Elsa di Frozen. Al posto di Lucifero quello di Cattivissimo me, che si puccia i Minions nel latte e Nesquik prima di mangiarseli. Invece dei diavoli, i Pokemon: un bel Pikachu incazzoso che scarica 3000 volt di corrente nel girone di quelli che hanno fatto la spia a nascondino.
No, mi dicono, niente Dante, il programma prevede le vocali. a e i o u. Y solo in certe ricreazioni ad alto tasso alcoolico, dopo un’overdose di Tegolini.
Arriva il primo giorno, chiedo ad ognuno di presentarsi. “Tu, come ti chiami signorina?” e la bimba: “Mia mamma dice che non devo parlare con gli sconosciuti…”. Il battutista in me vorrebbe uscirne bene, schiacciarla sotto il peso di un’arguzia, e risponderle: non sono uno sconosciuto, chiediglielo pure a tua mamma, sono quello che passa a trovarla tutti i giovedì in tangenziale… Ma ahimè l’umorista deve ingoiare il rospo e lasciar fare al maestro: “Ma no dai, è solo il primo giorno, è per conoscerci…” “Puoi chiamarmi Trisha, quello vero non te lo dico per tutelare la mia privacy…”. Va bene, raccontami qualcosa di te. Lei, giuro: “Non mi piace leggere. Mi piace il bubble tea. Mi piace molto fare i lavoretti con le mani.” Una frase che è un po’ la mia madeleine proustiana e mi riporta a un tempo perduto tra regine del massaggio prostatico e impenitenti amazzoni del lingam. Mi immagino davanti a quella affermazione con sta stessa faccia di Andreotti quando ha avuto lo schioppone dalla Perego. IN CHE SENSO LAVORETTI CON LE MANI?! Per fortuna uno dei maschietti viene in mio soccorso, per solidarietà, e dice: “Maestro, lavoretti con le mani tipo origami. Purtroppo.”
Questo, a dimostrazione solo ed esclusivamente della differenza abissale tra ieri, quando ero io alle elementari e oggi, una differenza evolutiva, noi eravamo australopitechi, accendevamo il televisore sfregando il telecomando, oggi invece sono sapiens sapiens con i pollici opponibili, che gli permettono contemporaneamente di interagire su Twich con uno, e con l’altro accendere lo Zippo per scaldare l’eroina.
HOTEL CALIFORNIA
di Lorenzo Catalini
20 luglio 2026
Ieri notte sono rientrato a casa alle tre del mattino. Stamattina, fresco come una rosa, ho iniziato un nuovo lavoro: libraio.
Mi hanno fatto indossare una divisa, una polo con su scritto il nome della libreria. È scomodissima. A fine turno mi accorgo di averne indossata una da donna.
21 luglio
Ho parlato per la prima volta con un oggetto. Ho detto “che bravo che sei” ad un mobiletto. Non ricordo cosa il mobiletto avesse detto o fatto per meritarsi il complimento. Un paio d’ore dopo, alla ricerca di una scala, ho ben pensato di chiamarla: “Scalaaaa! Squit squit”, come fosse uno scoiattolo. Ci ho messo due giorni soltanto a rincoglionire.
Mi cade l’occhio su “Acciaio”, di Silvia Avallone. L’ho letto a quindici anni. Lo ricordo con affetto, un po’ perché è ambientato a Piombino, nelle mie zone, e un po’ perché, da ragazzo, lo usavo per masturbarmi; in particolare lo facevo su un passaggio in cui le due protagoniste adolescenti si spogliano in bagno lasciando aperta la finestra, per essere guardate dai condomini. Ho pensato di raccontare l’aneddoto a qualche collega, ma non credo ci sia ancora la giusta confidenza.
Prime tracce di “umorismo da ufficio”. Riferendosi a non ricordo cosa, una collega commenta ridendo “AHAH, questo è un classico mistero da piano di sotto”. Ho riso a mia volta, fingendo di capire a cosa si riferisse.
Mi viene detto che ogni mese viene scelto un “libro del mese”, che va fortemente spinto nelle vendite. Annuisco. Non memorizzo il titolo.
22 luglio
Mi chiedono di prendere delle buste nella dispensa. Vado, e scopro che due torri di scatoloni erano cadute, rendendo il passaggio impossibile. Chiedo aiuto ad un collega, che vedendo le torri franate mi chiede se mi sia fatto male. Gli spiego (senza mentire) di averle trovate così, che non le avevo fatte cadere io. Palesemente non mi ha creduto. Gli ho detto di aspettarmi a mettere a posto, e che lo avremmo fatto insieme una volta che avessi portato le buste al piano di sopra. Quando sono tornato aveva già fatto da solo, ed era risentito del fatto che non lo avessi aiutato.
Oggi è indetta la gara a chi vende il maggior numero di copie del libro del mese. È un giallo (“ma un giallo particolare”, come ci tengono a specificare tutti i colleghi), motivo per cui viene chiesto “legge anche gialli?” a qualsiasi cliente, poco importa se questi sia arrivato in cassa con un romanzo, un saggio, una matita o se abbia semplicemente chiesto se nella libreria ci sia un bagno.
Un indiano mi ha chiesto se avessimo libri della Pimpa, e glieli ho indicati. Dopo averli visti e girato per mezz’ora fra gli scaffali, mi ha chiesto se avessimo libri di Dante o Petrarca, e gli ho indicato anche quelli. Dopo un’altra mezz’ora, ha acquistato un libro di Aldo Cazzullo.
23 luglio
Oggi ho “rimappato” alcuni libri negli scaffali. La macchinetta apposita somiglia molto ad uno smartphone, quindi, quando passa qualche collega, la esibisco in modo palese, per far capire che sto lavorando e non cazzeggiando col cellulare. Il gesto è così plateale che, visto da fuori, sembro Steve Jobs che presenta l’I Pod.
Mi hanno dato il cartellino, e l’ho timbrato per la prima volta in vita mia: immediata immedesimazione con Gian Maria Volontè in “La classe operaia va in paradiso”. Viva la Lotta!
Fra i clienti di oggi c’è stato un bambino cinese, che non conosceva l’italiano. Ho capito che gli piaceva Spiderman, così gli ho fatto vedere tutti i libri che abbiamo a riguardo: i pop up, quelli sonori, i puzzle. Gli sono piaciuti tutti. Non ne ha comprato nessuno.
25 luglio
Mi hanno chiesto di chiudere alcuni scatoloni con lo scotch. Quando ho chiesto dove fossero le forbici, mi hanno risposto “Non puoi fare con i denti?”. Io non riuscirò mai a staccare lo scotch con i denti, ok? È impossibile. E come fa a non appiccicarsi ai denti?
La compilation dello stereo è sempre la stessa, ogni giorno, nello stesso ordine. Il punto di morte, puntualmente trasmesso alle 16:12, è “Hotel California”. Impazzirò.
Alcuni libri stanno fermi per giorni, mesi o anni nel solito punto dello scaffale. Altri, che stanno vicino ai bordi, vengono invece spostati spesso, anche 10/15 al giorno. A questi libri di confine piace questa vita movimentata? O ne vorrebbero una più tranquilla?
26 luglio
Un ragazzino super serio mi chiede di consigliargli un libro super serio. Gli porgo un libro di Luigi Garlando su Giovanni Falcone. Il padre, siciliano, lo ammonisce: “Non si comprano i libri sulla Mafia”. Acquistano l’Odissea.
27 luglio
Giorno libero. In libreria c’era Elly Shline a presentare il suo libro, ennesimo segnale che io ed una certa fascia della sinistra camminiamo su strade parallele destinate a non incontrarsi mai.
Cena al ristorante cinese. All’uscita mi danno il biscotto della fortuna. In strada lo apro, mi cade a terra e si sfracella in mille pezzi. Raccolgo il biglietto, che recita: “Risolvete un problema con grande maestria”. Lo prendo alla lettera. Rientro nel ristorante, e chiedo un altro biscotto. Stavolta il biglietto dice: “Sapete conciliare pareri contrastanti con grande maestria”. A quanto pare, la “grande maestria” è una mia lampante qualità, almeno secondo i cinesi.