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I padroni del terremoto

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di Renata Morresi

Dieci anni dopo, le Marche e le macerie della filiera governativa.

Stamattina, dieci anni fa, in centro Italia arrivava la “botta grossa”. Così dalle mie parti viene chiamato il terzo evento di una sequenza sismica che ha causato centinaia di morti, decine di migliaia di sfollati, la distruzione di frazioni, paesi, cittadine, sì, ma pure di forme di vita radicate e possibilità di futuro, insomma, la distruzione di una civiltà. Dieci anni dopo quell’ottobre, il sisma continua: è la gestione del post-sisma ora a distruggere le fibre della vita sociale e politica.

L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia e della Guardia di Finanza chiamata “Ricostruzione” ci sta dicendo che lì dove si dovevano ricostruire le case, il lavoro, le comunità sarebbero invece arrivate ‘ndrangheta e camorra, le pastette coi politici corrotti, le ambizioni dei senza scrupoli, e una danza di personaggi che, secondo gli inquirenti, si sarebbero dati un gran daffare per mettere la mani sull’enorme flusso di denaro pubblico destinato a riparare i danni, stimati in circa 28 miliardi.

Io nel cratere arrivai nel 2017, per lavorare in una scuola superiore. Una scuola che era il risultato di un piano di ricostruzione per gli edifici scolastici messo in atto dopo il terremoto del 1997. Una scuola bellissima, appena inaugurata e subito messa alla prova dall’arrivo inaspettato delle classi del centro storico, dove la “botta grossa” non aveva fatto vittime perché già in molti, tra residenti stabili, impiegati e lavoratori, alunni e studenti universitari, erano stati messi in fuga dalle violente scosse precedenti. E poi perché era domenica. Quando ci siamo rifugiati sotto al letto con mio figlio ho pensato un pensiero che in quell’istante si moltiplicava per migliaia di pensieri pari pari: per fortuna che oggi non c’è scuola.

La sua di scuola media, nel capoluogo, non sarebbe più tornata agibile. Ora è un grande edificio abitato dai rampicanti e dalle mattonelle esplose. Pare che qualcuno tra gli ex alunni per qualche tempo andasse a farci scorribande notturne, a raccogliere vecchie cose, cimeli. “È diventata una specie di tempio della nostalgia”, mi disse un giorno lui. “Nostalgia della vostra infanzia?”, chiesi io. “No, nostalgia di tutte quelle generazioni prima di noi che sono state felici, che credevano alla felicità”. Un evento disastroso specifico era già diventato una catastrofe esistenziale per una generazione intera.

Nel cratere però c’era anche dell’altro. Non avevo mai visto così tant3 adolescenti voler andare a scuola a tutti i costi, con un metro di neve, nelle occasioni di ‘ponte’, al sabato. Volevano stare insieme. Le piazze, i baretti, le logge e i muretti dove potevano ritrovarsi un tempo non c’erano più o non erano più raggiungibili. La scuola era uno dei pochi tessuti sociali rimasti vivi. Perché lo spazio non è mai solo l’estensione di vuoto che ci circonda, il posto dove ci muoviamo e teniamo le case, le cose. Lo spazio è l’entità vibrante, animata, che noi facciamo, sì, e che ci fa, e che ci tiene assieme.

Ci inventammo, in quei giorni del 2016 in cui le scuole rimasero chiuse e in decine di migliaia si dormiva in auto, nelle palestre, ospiti da qualche parte, ci inventammo aiutocompiti, pranzi collettivi, tornei e vari presidi anti-paura. Per tante persone, poi, l’emergenza divenne una nuova specie di malattia cronica. Si continuava a vivere e reinventare la vita, certo, ma tra terremoto e pandemia tutto divenne sempre più difficile.

Silvia Sorana ha scritto qualche giorno fa del mutevole sentimento del tempo di chi vive senza più una casa, prima nell’evacuazione d’emergenza, poi in una dispersione che erode la materia come le relazioni: “Il tempo del terremoto fa cose strane.” Che nella percezione passi lento o veloce poco importa, esso viene del tutto occupato, sottratto. Il terremoto “[n]on lascia margine per altro. Non è soltanto un evento da ricordare, né una ferita che ogni tanto torna a farsi sentire. Diventa un lavoro continuo, senza orari e senza fine. Un lavoro che non produce nulla, se non la possibilità di non perdere definitivamente quello che è già stato perso.”

A dieci anni dal terremoto del 2016 sulle TV nazionali passano i servizi-tipo con le classiche immagini delle macerie e la mestizia di rito. Oggi una giornalista, sul secondo canale Rai, cita tipicamente il crollo della basilica di San Benedetto a Norcia; poi mi soprende dicendo “c’è una grande ripresa, di questo siamo molto contenti”. Con la ricostruzione sospesa a metà e una maxi-inchiesta che coinvolge politici di spicco, noti imprenditori, funzionari pubblici marchigiani e società legate alla criminalità organizzata, mi chiedo cosa ci sia da essere così “contenti”, chi le avrà scritto i testi.

Intanto oggi ragazzi e ragazze si sono rovesciati in strada a fiumi, per protestare contro un sistema sempre più soffocante e un futuro sempre più rattrappito. Ancora in pochi ci si interroga sulle generazioni di giovani avvilite dall’attesa e spinte ad andarsene via. Mentre leggo dell’inchiesta, che qualcuno ha già ribattezzato Sismagate, mi chiedo quanto tempo abbiamo passato a sentirci in colpa per non riuscire a offrire più speranza ai bambini e alle bambine del terremoto, ma anche alle persone anziane, fragili o malate, e a noi stesse, quanto ci siamo scervellate per cercare di ricreare orizzonti. E invece non c’era solo il terremoto a rubarci il tempo e gli spazi, Silvia, c’erano anche i ladri veri.

Ripenso al rapporto sulla ricostruzione del 2025 fatto dal commissario straordinario; il capitolo “Legalità” ricopriva mezza pagina, mentre si definiva come “grande pericolo” lo spopolamento. Anche nelle circa trecento pagine del rapporto 2026 lo spopolamento e la crisi demografica fanno gran figura. Come se quasi quasi la colpa fosse di chi non vuole o non può avere figli, e di chi se ne va, e non della vita che le è stata tolta da sotto i piedi. Dal terremoto, l’imprevedibile terremoto, certo, ma pure dal prevedibilissimo malaffare. Qualche delinquente spunta sempre, mi si dice, là dove ci sono i denari. Eppure, eppure, mi sembra di riconoscere in questa indifferenza nazionale, in questa infelicità locale, nel fatalismo diffuso, e nella delinquenza di quelle che dovremmo chiamare “classi dirigenti”, un quadro così riconoscibile, così disturbante: l’ingiustizia che si arroga il diritto di passare per normalità.

Ci sono stati arresti, sequestri per decine di milioni, intercettazioni che documentano fin qui, se non i reati, passaggi di denaro, conversazioni su appalti, la dimestichezza a costruire reti di potere, a manovrare la cosa pubblica per i propri interessi opachi. Le mazzette passate in macchina, i Rolex regalo degli amici casalesi, i soldi pubblici da far girare nei circuiti giusti, e poi le memorie da cancellare dai computer, e le frasi intercettate che risuonano: “che cazzo ce ne frega”, “[lui] è dei nostri”, “bisogna rallentare dove non ci porta liquidità immediata”, “devo spendere un po’ di soldini per le campagne elettorali di questi qui”. Si tratta di persone che amministrano il posto in cui viviamo, che decidono come spendere denaro destinato a rimettere in piedi città e paesi. Le ritroviamo a discutere di fondi pubblici e favori personali con la stessa disinvoltura con cui si organizza una partita a calcetto. In effetti, dalle intercettazioni sembra proprio che stiano giocando. I dodicenni entrano di soppiatto nelle scuole inagibili, portandosi via matite consumate e gomme da cancellare rinsecchite; i grandi giocano al grande gioco della predazione.

Il funzionamento del sistema descritto dagli inquirenti merita di essere capito, perché ha una sua terribile semplicità. L’imprenditore Enrico Crucianelli, titolare della Rest Edile e diventato figura di primo piano dell’edilizia marchigiana – fino a ieri presidente della categoria provinciale dei costruttori aderente a Confindustria – aveva concentrato su di sé centinaia di cantieri della ricostruzione privata, molti più di quanti potesse seguirne con i propri dipendenti. La sua impresa otteneva i contratti, beneficiava anche degli anticipi pubblici previsti all’apertura dei lavori e ne affidava una parte consistente in subappalto. Secondo l’accusa alcune delle imprese che entravano nei cantieri erano riconducibili a soggetti legati alla ‘ndrangheta e alla camorra. Società intestate a prestanome, che riuscivano ad aggirare i controlli antimafia – e come? – e a lavorare – con quali garanzie? con quali risultati? – o anche a non lavorare affatto – prolungando il cantiere all’infinito, in un luogo dove non avrebbero mai potuto mettere piede. Il denaro della ricostruzione diventava così una risorsa per le organizzazioni criminali, e l’imprenditore che aveva acquisito i contratti funzionava da tramite fra l’economia legale e quella mafiosa.

Un altro filone riguarda gli appalti pubblici. Qui, secondo la magistratura, entrava in gioco Fabio Pistarelli, fino a qualche mese fa capo di gabinetto del governatore di regione, Francesco Acquaroli. Pistarelli avrebbe messo le proprie relazioni istituzionali al servizio degli imprenditori Antonio Cervigni e Antonio Ezechielli, intervenendo sulle procedure e facendo circolare informazioni riservate. Per esempio, nel caso dell’ex convento delle Monachette a Macerata, l’operazione avrebbe previsto pagamenti illeciti per favorire l’acquisto dell’edificio da parte dell’Ente regionale per il diritto allo studio (ERDIS), seguito da un appalto di circa sei milioni alla ditta Crucianelli, poi subappaltato a Cervigni, e dalla promessa di una percentuale da distribuire al gruppo di intermediari. E gli interessi della “cricca” non si fermavano alle case o agli studentati: per l’ospedale di Fermo, secondo le intercettazioni, si progettava di ottenere una proroga di nove anni, senza nuova gara, per un servizio di manutenzione da quasi quattro milioni l’anno. In cambio era previsto un compenso illecito di 300mila euro agli intermediari.

Lo studentato, l’ospedale. Le persone giovani, le persone malate e anziane. Il rimuginio di chi ha provato a restare, di chi vorrebbe tornare e non ce la fa, di chi se la prende col destino. E invece, esistono dei guastatori occulti, esistono dei responsabili.

“Il pensiero va a quelle persone che avevano affidato i propri lavori a quelle ditte”: mi colpisce come il commissario straordinario alla ricostruzione, il senatore Guido Castelli, formula la sua difesa, con quel doppio “quelle” (“quelle” erano responsabili – sottotesto: non queste, non noi, non io). Erano i privati a scegliere le imprese cui affidare i lavori delle proprie abitazioni, senza intermediazione pubblica. È vero, naturalmente, sul piano delle procedure. Ma che cosa dovrebbe significare? Che la responsabilità di riconoscere una società mafiosa nascosta dietro un’impresa apparentemente regolare spetta a chi ha perso la casa? Che siano i terremotati a dover individuare i prestanome, quando le aziende risultano iscritte all’Anagrafe antimafia? Dal 2016 abbiamo avuto cinque commissari straordinari, da Vasco Errani a Castelli, in carica dal 2023. Possibile che dopo dieci anni di ricostruzione e di strutture speciali si debba tornare a dire che la scelta l’hanno fatta i privati? Lo stesso Castelli ha ammesso che erano arrivate segnalazioni sui rallentamenti dei cantieri Rest Edile e che alcuni terremotati lo avevano chiamato direttamente. C’erano state proteste di lavoratori rimasti senza stipendio. La concentrazione di centinaia di cantieri nelle mani di un’unica impresa doveva essere nota agli uffici. Non tutto, dunque, è arrivato come un fulmine a ciel sereno. E se il sistema dei controlli è stato aggirato, bisogna capire dove e perché, non limitarsi a ricordare che i controllori non possono mica controllare tutto (!) e comunque i cittadini erano liberi di scegliersi l’impresa. Un diritto non può trasformarsi, al primo scandalo, in una colpa di chi lo esercita.

C’è una poesia di Luigi di Ruscio, il poeta fermano, che sul finire fa così:

dei padroni del mondo conosciamo alla perfezione tutti i loro cani
dei padroni conosciamo alla perfezione i denti dei loro cani
dei peccati del mio cane io sono innocente direbbe il padrone
il cane potrebbe dire che è innocente dei peccati del padrone
il colpevole alla fine sarà chi si farà mordere dai cani
e non sarà facile per noi morsi da tutti i cani ridiventare innocenti

Non sarà facile per noi, e mi auguro che ancor meno lo sia per chi ci ha lasciato tra “i cani”.

Giorgia Meloni, nel settembre 2025, durante la campagna elettorale per la rielezione di Francesco Acquaroli, si vantava di aver creato con lui una “filiera governativa”. Con Governo nazionale e Regione dello stesso colore, le istituzioni erano finalmente coordinate, e le decisioni più rapide; la ricostruzione stessa era esibita proprio come un risultato di quella filiera. Ora, senza confondere responsabilità penali e politiche, bisognerà pure domandarsi che cosa abbia prodotto questo sistema di relazioni tanto celebrato. Non si può rivendicare la filiera quando c’è da tagliare un nastro e farla sparire quando emerge che il capo di gabinetto del presidente regionale, cioè una delle figure che quelle relazioni doveva curare, è accusato di averle messe a disposizione di un certo gruppo d’affari.

Il governatore Acquaroli dice di essere una vittima, di sentirsi tradito. Può darsi. Ma Pistarelli non era un amico che ha deluso un altro amico: era il suo capo di gabinetto, scelto per un incarico di fiducia politica. Che cosa si sapeva negli uffici? Quali segnali sono stati colti e quali ignorati? Di quali “voci” parla il governatore quando reclama di aver sentito dire che qualcosa non andava? La filiera governativa, tanto celebrata per la sua efficienza, è quantomeno fallita come promessa di vigilanza. E il fallimento non può essere liquidato come una faccenda privata fra il presidente e un collaboratore infedele. Questa non è una sua disavventura personale.

Vorrei ricordare, in questo anniversario pieno di domande, gli operai egiziani saliti sulle gru a Tolentino qualche giorno fa, per reclamare gli stipendi che non ricevevano. Lavoravano per imprese subappaltatrici impegnate nella ricostruzione. Eccola, la divisione del lavoro che emerge da questa vicenda: concentrazione dei contratti e dei profitti in alto, dispersione delle responsabilità e dei problemi in basso.

C’è qualcosa di osceno nell’immagine di questi lavoratori stranieri che salgono su una gru per ottenere il dovuto, mentre gli altri, nei piani alti dei palazzi, secondo le accuse, discutono di incarichi e milioni. Per non parlare della retorica sulla sicurezza, che da anni identifica negli immigrati il pericolo da cui proteggere le nostre città. Qui la sicurezza viene minacciata da organizzazioni criminali italianissime, che entrano nei cantieri con le carte in regola, con la faccia dell’impresa del buon vicinato, con le sue rassicuranti conoscenze politiche. I lavoratori stranieri, invece, stanno lassù, sospesi nel vuoto, a chiedere di essere pagati.

Come mai questa vicenda ha avuto così scarso rilievo a livello nazionale finora? Si parla tanto di ordine, di legalità, di giovani che non rispettano le regole, di sicurezza delle città. E poi un’inchiesta che ipotizza l’ingresso delle mafie nella ricostruzione post-terremoto, con il coinvolgimento di figure vicine ai vertici della politica regionale, fatica a diventare una questione pubblica nazionale, di cultura della legalità, di democrazia.

Non si parla d’altro, sicurezza, sicurezza, difesa, autodifesa, no alla droga, pericolo maranza, sozzoni che ci occupano le case, remigrazione, ricrescita, tanti figli per la patria, tanti sconti per la ripresa, basta accoglienza, prima gli italiani,

e poi, “dal cratere un modello”: quello dell’accoglienza per le mafie – che vuol dire narcotraffico, che vuol dire armi, che vuol dire sfruttamento, che vuol dire vivere sotto minaccia, che vuol dire cantieri infiniti, che vuol dire case-fatte-come?, che vuol dire controlli aggirati, che vuol dire ecco perché abbiamo perso fiducia, ecco perché ce ne andiamo, anzi no, ecco perché ve ne dovete andare.

Oggi in manifestazione una ragazza teneva un cartello con su scritto:

“il mondo non è vostro”.

È tempo di aprire un nuovo presidio.

STAFFETTA PARTIGIANA gli esiti del concorso

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di Redazione

Come molte lettrici e lettori sapranno, Nazione Indiana ha deciso di onorare l’ottantesimo anniversario della Liberazione italiana dal nazifascismo con un concorso per testi inediti. Un concorso rivolto agli under 35 perché (citiamo dalla nostra call di autunno) “pensiamo sia importante un passaggio del testimone, che quindi una nuova generazione di italiane e italiani assuma il compito di ricordare e raccontare la Resistenza“.

A fine gennaio abbiamo ricevuto i racconti, e ringraziamo tutti per i contributi inviati. In questi tempi bui, in quest’onda autoritaria, essere controcorrente non è una cosa scontata e raccogliere il testimone di valori e storie è sempre più importante e significativo.

I testi ricevuti condividono un pregio non irrilevante, una volontà civile di raccontare quelle storie di antifascismo che, di per sé, va premiata e merita il nostro ringraziamento. Ma il nostro è pur sempre un concorso. Quindi abbiamo valutato i testi dividendoci in due giurie, e ne abbiamo selezionati 12 che ci sono sembrati i più meritevoli di pubblicazione su Nazione Indiana. In realtà 11 testi + uno: c’è una menzione speciale a un’autrice (Alice Ghinzani, 2010), una ragazza che ci ha colpiti per la sua giovane età e che abbiamo voluto premiare.

E così anche Nazione Indiana ha un concorso letterario e una… dozzina. Ci voleva l’ottantesimo della Liberazione per spingerci a tanto.

Le giurie (composte da: Mariasole Ariot, Gianni Biondillo, Silvia Contarini, Francesco Forlani, Lisa Ginzburg, Andrea Inglese, Renata Morresi, Davide Orecchio, Orsola Puecher, Ornella Tajani) si sono poi unite e hanno individuato il racconto vincitore: Sotto la terra di Claudia De Angelis. Il testo si ispira alla storia di un borgo tra Terra di Lavoro e Ciociaria, San Pietro Infine. I suoi abitanti, nel dicembre 1943, cercarono scampo dai bombardamenti nelle grotte della valle. Lo pubblicheremo il 25 aprile.

Ecco l’elenco dei vincitori con il calendario di pubblicazione sul sito.

  • 14 aprile
    Jenide Russo (Alice Ghinzani, 2010)
  • 15 aprile
    La staffetta (Federica Grasso, 2000)
  • 16 aprile
    Il canto (Sean Ashmore, 1993)
  • 17 aprile
    Nascondino (Nicola Maria Fioni, 1996)
  • 18 aprile
    Nun si parti (Sofia Rigoli, 2003)
  • 19 aprile
    Galline di Montagna (Rodolfo Sgro, 1994)
  • 20 aprile
    Vattinne (Giorgia Giuliano, 1994)
  • 21 aprile
    Nebbia di guerra (Chiara Cassaghi, 1998)
  • 22 aprile
    Io sottoscritto Parmigiano racconto e rinvengo il mio operato (Alessandro Tesetti, 2000)
  • 23 aprile
    Il brutto male (Camilla Pasinetti, 1994)
  • 24 aprile
    Nelle retrovie (Linda Farata, 1994)
  • 25 aprile
    Sotto la terra (Claudia De Angelis, 1992)

“Racconti vincitori”… ma dovremmo usare il femminile prevalente. Dovremmo parlare di “vincitrici”, visto che in 8 casi su 12 si tratta di autrici. Nel nostro concorso, insomma, c’è stata una piccola Resistenza delle donne, anzi delle ragazze, ed è forse un elemento virtuoso in più entro un’iniziativa che è sì culturale e letteraria, ma è soprattutto civile e politica.

Un aspetto comune ai testi ricevuti – che li abbiano scritti donne o uomini – è che pressoché nessuno (a parte qualche eccezione) ha scelto di mostrare la guerra vera e propria, né la violenza resistenziale. Ci sarà da riflettere su questo dato più esistenziale che estetico. La guerra resta sullo sfondo. Si incarna in un fratello, o in un padre, o in un figlio che combatte al fronte o in montagna, o che è già morto. In un’assenza. I fascisti e i nazisti ci sono, certo, eccome se ci sono, con le loro torture, con i loro rastrellamenti e i lager. Ma il racconto del combatterli (o del resistere nel sopravvivere, nel durare più che nel fare la guerra) predilige i sotterfugi, le astuzie e le manovre clandestine. E poi l’attesa ctonia in grotte e nascondigli.

Che sia un sintomo del nostro tempo, a suo modo attonito e impotente, più che del tempo che ci liberò ottant’anni fa? Avremo modo di tornarci sopra e rifletterci ancora.

Buone letture e buon anniversario della Liberazione.

“STAFFETTA PARTIGIANA” concorso letterario

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Nazione Indiana promuove un concorso per racconti e scritture brevi inedite sulla Resistenza e la Liberazione.

[Aggiornamento 2 febbraio 2025] Ringraziamo tutti per i contributi inviati. In questi tempi bui, in quest’onda autoritaria, essere controcorrente non è una cosa scontata e raccogliere il testimone di valori e storie è sempre più importante e significativo. Cominceremo a breve le letture dei testi.

Nazione Indiana ha deciso di onorare l’80esimo anniversario della Liberazione italiana dal nazifascismo, che si celebrerà il 25 aprile 2025, con un concorso per testi inediti.

Il concorso è rivolto agli under 35 perché pensiamo sia importante un passaggio del testimone, che quindi una nuova generazione di italiane e italiani assuma il compito di ricordare e raccontare la Resistenza.

La nostra iniziativa può fare per te se hai meno di 35 anni e ami le storie della Resistenza, le storie di chi ha lottato per liberare l’Italia dal nazifascismo.

Pensiamo che valga la pena di leggerle e narrarle ancora perché la memoria storica cambia, si evolve, ma raccontare la Resistenza non perde il proprio valore morale e politico, anzi farlo diventa ancora più importante nell’Italia di oggi, governata da forze che non hanno mai fatto i conti col proprio passato fascista e neofascista, che non lo rinnegano, che al contrario lo alimentano e lo tengono più in vita che mai.

Se ti vuoi mettere in gioco provando a raccontare in un testo – in un racconto appunto, o una biografia, o una scrittura breve o ibrida – una storia della Resistenza e della Liberazione, ecco le regole d’ingaggio di questo concorso:

  • I testi inediti (inediti anche sul web) dovranno essere lunghi minimo 12mila battute e massimo 24mila battute spazi inclusi. I testi che non rispetteranno questa lunghezza non saranno letti.
  • Dovranno essere inviati in formato .doc alla mail staffettapartigiana.ni@gmail.com.
  • La data ultima per la ricezione dei materiali è il 31 gennaio 2025.
  • Per comunicare l’età del mittente basterà un’autocertificazione.
  • Le redattrici e i redattori di Nazione Indiana leggeranno e valuteranno i testi e i migliori saranno pubblicati su Nazione Indiana a partire dal 25 aprile 2025.
  • Il racconto che giudicheremo più riuscito sarà premiato con la pubblicazione su Nazione Indiana il 2 giugno 2025, e il suo autore sarà invitato a leggerlo in occasione della Festa annuale di Nazione Indiana.
  • I migliori racconti ricevuti saranno poi raccolti in un e-book che si potrà scaricare gratuitamente dal sito di Nazione Indiana.
  • Hai carta bianca e piena libertà di invenzione, oppure puoi ispirarti a una storia realmente accaduta, usando e citando documenti e fonti, attingendo dagli archivi, dalle biblioteche o dalle risorse online.

Aspettiamo di leggerti!

⇨ VOLANTINO STAMPABILE PER CHI VOLESSE DIFFONDERE LA NOSTRA INIZIATIVA

Oh my bike! Ruote, caucciù e colonie

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di Jamila Mascat

(Tim & Puma Mimi, Oh My Bike, 2019)

Nonna Anna avrebbe detto “sempre meglio che una disgrazia”. Lo ripeteva con nonchalance ogni volta che – e, spesso, per quel che mi sembra di poter ricordare – perdeva un documento, un portafoglio, una chiave di casa. Perfino dopo uno scippo che nel 1985 le era costato trecento o quattrocentomila lire. Da piccola non riuscivo a immaginare una disgrazia senza contemplare la fine del mondo, perché tutto il resto apparteneva alla categoria del sempre meglio. Crescendo, però, ho imparato che anche il dispiacere vuole la sua parte, discretamente e senza clamore. A volte le cose semplicemente dispiacciono. Come la settimana scorsa che mi hanno rubato la bicicletta. Ho reimparato ad andare in bicicletta a 42 anni, dopo 30 anni di astinenza, senza aver mai coltivato alcun feticismo delle due ruote, senza aver mai partecipato a una Critical Mass, senza aver mai nutrito un grammo di ammirazione per i ciclisti vestiti da ciclisti che affannati in fila indiana arrancano sulle strade provinciali la domenica mattina presto, i fanatici del vélib parigino, gli irriducibili che si lanciano nel traffico maleodorante di Roma con o senza casco, gli inossidabili impermeabili che sfidano la pioggia battente di Amsterdam. Al culmine dell’orrore i sellini: stretti, squadrati, appuntiti, rigidi, ridicoli anche se ergonomici, per cui ho sempre provato un’inspiegabile repulsione. Poi sotto la pioggia di Amsterdam, che non è sempre così battente come la credevo, ci sono finita anch’io e sono stata catapultata in un universo della mobilità fino ad allora sconosciuto, ad andamento lento ma non troppo, alternando omafietsen (le bici della nonna, che frenano retropedalando) e bakfietsen (le bici cargo su cui si caricano bambini, cani o oggetti di grandi dimensioni).

(Shadi Ghadirian, Qajar #6, 1998)

La scoperta della bicicletta è stata un’iniziazione alla settima dimensione dei trasporti terrestri. Perché la velocità e la visuale in bici non hanno nulla a che vedere con quello che offrono piedi, treni, auto, tram, bus, quad e motorini. Pedalare è panta rei. Un pezzo pubblicato sul San Francisco Chronicle il 25 gennaio del 1879 – San Francisco a fine Ottocento è l’avanguardia ciclistica degli Stati Uniti –  e intitolato “The Winged Heel” (Il tallone alato) rende omaggio a “l’euforia della bicicletta” celebrando “un’estasi di trionfo sull’inerzia, la gravitazione e gli altri pigri vincoli che ci trattengono”.  In bici, conclude, “You are traveling! Not being traveled!”

(San Francisco, 1870).

Così, l’euforia della bicicletta ha riattivato anche in me quel residuo di ostinazione infantile, a dispetto dell’età, che di fronte al non sapere rivendica ossessivamente il diritto di capire tutto, l’utile e l’inessenziale – Come si raddrizza un manubrio storto? Come si allacciano i catarifrangenti ai pantaloni? Come decorare a festa i raggi delle ruote, ma soprattutto perché? – fino ad essere risospinta alla domanda sulle origini – ma chi ha inventato la bicicletta? –  per rimbalzare sugli orrori estrattivi del caucciù.

Come nel caso di tante invenzioni, perfezionate nel corso dei secoli, anche la bicicletta è il frutto di un general intellect che si è dispiegato lungo circa un secolo per arrivare a produrre un dispositivo su due ruote che somiglia alle bici che conosciamo. In questa staffetta di eureka si susseguono il velocipede (o draisina), ideato nel 1817 dall’aristocratico tedesco Karl Drais, la Treadle bycicle (1839) a pedali, ma senza catena, costruita dal fabbro scozzese Kirkpatrick Macmillan, la Michaudine di Pierre e Ernest Michaud (1869) che sposta i pedali in avanti, sulla ruota anteriore, quest’ultima in crescita esponenziale fino ad arrivare al Grand bi che sfoggia 150 cm di diametro (1870). E ancora la prima bici con catena (1880), fabbricata dal londinese Harry Lawson, e infine la Hirondelle (1900) – la bici dei poliziotti francesi il cui nome deriva proprio dall’aspetto dei ciclisti che indossavano un mantello nero e si aggiravano con ali di rondine –  la cui sagoma già ricorda da vicino la silhouette di una bicicletta dei nostri giorni. Senza addentrarsi nei meandri delle catene, degli ingranaggi e dei freni, di cui l’evoluzione meccanica rimane per me incomprensibile, non si può parlare di bici senza inciampare nel mistero delle ruote e dei materiali di fabbricazione di questi cerchi magici, e poi la fattura, la consistenza, la resistenza, la resilienza. E come per incanto le ruote delle biciclette dischiudono il sipario sugli imperi coloniali.

È soltanto alla fine del 1800 che la gomma diventa un ingrediente fondamentale per la costruzione delle biciclette, mentre fino ad allora circolavano soltanto ruote rigide e non ammortizzate, di legno e metallo Nel 1888 sembra che il chirurgo veterinario scozzese John Boyd Dunlop, osservando il figlio pedalare con fatica in sella ad un triciclo su un pavimento accidentato, si sia posto il problema di come fare per ridurre i contraccolpi. Allora avvolge le ruote con strisce di gomma incollate e gonfiate con una pompa meccanica creando la prima rudimentale camera d’aria della storia. Nasce così il pneumatico, e nasce nel 1890 la Dunlop Rubber che brevetta e commercializza con successo le ruote di gomma. Édouard Michelin l’anno successivo perfeziona l’invenzione di Dunlop e costruisce il pneumatico smontabile, facile e rapido da riparare, con cui Charles Terront nel 1891 vince la corsa ciclistica Paris-Brest-Paris. Inizia così l’età dell’oro della bicicletta che realizza il sogno di libertà di chi non può permettersi le carrozze (né le neonate automobili) e delle donne della buona società.

Nel 1895 si contano 7 milioni di biciclette in tutto il mondo. Dunlop, Michelin, Good Year, Continental, Pirelli fanno impennare la domanda di caucciù per fabbricare pneumatici di gomma. La gomma non è una novità assoluta, già intorno alla metà dell’Ottocento viene utilizzata nelle ferrovie o nell’industria militare per produrre scarpe, stivali, protezioni per baionette, teli, borracce, bottoni, e anche protesi ricostruttive. Soltanto l’invenzione del pneumatico e il boom del ciclismo, però, inaugurano la corsa al caucciù. La gomma sintetica fa la sua comparsa solo dopo la prima guerra mondiale; fino ad allora viene ricavata dal lattice prodotto dagli alberi della gomma (l’Hevea bresiliensis o siringueira) in Amazzonia e dalle viti selvatiche (Landolphia) del Congo. La giungla congolese e la foresta amazzonica (e solo successivamente le piantagioni del Sud-est asiatico) saranno per un quarto di secolo circa i luoghi di estrazione del caucciù per excellence. Così, mentre l’Europa e l’America del Nord si godono la libertà delle due ruote, sotto l’Equatore milioni di individui vengono condannati dalla gomma ai lavori forzati.

In The Thief at the End of the World: Rubber, Power, and the Seeds of Empire (2008), lo storico Joe Jackson racconta che la popolazione dello Stato Libero del Congo, in realtà proprietà privata del re del Belgio Leopoldo II dal 1885 (Conferenza di Berlino) fino al 1908, passò da 25 milioni a 10 milioni, sacrificando 15 milioni di morti sull’altare del caucciù. Un simile destino toccò in sorte alle popolazioni indigene del Putumayo tra il Perù e la Colombia. Leopoldo II non mise mai i piedi in Congo, amministrando a distanza i proventi del caucciù prodotti dalla Anglo-Belgian India Rubber Company, rifondata con capitale unicamente belga nel 1898 come ABIR Congo Company. A vegliare sui dannati del caucciù furono predisposte le milizie della Force Publique, truppe di mercenari, volontari ed ex ufficiali degli eserciti europei (belgi, italiani, danesi, svedesi, norvegesi) amanti dell’avventura, del sangue e delle punizioni corporali.

Alice Seeley Harris, missionaria inglese in Congo considerata come l’iniziatrice di una delle prime campagne internazionali per i diritti umani, raccoglierà centinaia di foto con la sua Kodak, documentando per la prima volta gli orrori delle mutilazioni inflitte quotidianamente alla popolazione congolese per sostenere il ritmo della produzione della gomma. All’inizio del 1906, Alice Harris e suo marito John viaggiano negli Stati Uniti proiettando in 49 città, con il supporto delle lanterne magiche in voga all’epoca, le immagini scattate da lei. Alcuni di questi scatti, quello stesso anno, saranno pubblicati dal quotidiano New York American durante una settimana.

Nel King’s Leopold Soliloquy (1905) Mark Twain aveva indirettamente reso omaggio alla fotografia militante di Harris per bocca del re Leopoldo che, nel corso di un’oscena apologia di se stesso, agita lo spauracchio dei missionari  – “They travel and travel, they spy and spy!”-  e della macchina fotografica – “Then that trivial little Kodak, that a child can carry in its pocket, gets up, never uttering a word, and knocks them dumb”.

Nsala, di Wala, nel distretto di Nsongo a sud di Kinshasa, fissa la mano e il piede di sua figlia Boali, amputati. 14 maggio 1904 (Alice Seeley Harris).

 

“Esperimento su Bòttego”: un nuovo e-book di Nazione Indiana

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Un nuovo e-book di Nazione Indiana

di Andrea Inglese

Nazione Indiana, nonostante la sua un po’ spaventosa longevità, mantiene una sua giovanile inquietudine, una sua curiosità onnilaterale e poco addomesticata, anche se nel mondo letterario più si è domestici più si vive tranquilli. Segno di questa irrequietezza sono i suoi slanci editoriali, che in passato hanno prodotto incursioni puntuali, ma meditate. Alludo ai tre titoli della collana “Murene”, tutti volti all’altrove (Stephen Rodefer, poeta statunitense, curato e tradotto da Andrea Raos; Ingo Schulze, narratore tedesco, curato e tradotto da Stefano Zangrando; Miguel Torga, scrittore portoghese, tradotto e curato da Massimo Rizzante) e nati da una costante passione di condivisione, che ancora oggi non può non caratterizzarci, in quanto blog collettivo, entità policentrica e dialogante. Ai tre volumi cartacei di “Murene”, si affiancano però anche quattro e-book, che hanno la principale caratteristica di raccogliere una pluralità di voci, sia interne che esterne al blog. A parte 25 passi in file indiani, nato come raccolta libera di pezzi apparsi su Nazione Indiana a firma dei suoi redattori, sorta di “carotaggio” estemporaneo rispetto alla ricchezza dell’archivio, gli altri tre si concentrano su questioni d’attualità, cercando di “stringerle” attraverso la diversità degli approcci (e-book sulla “responsabilità dell’autore”, sugli “attacchi terroristici in Francia del 2015”, sull’esperienza della “pandemia di Covid-19”). A queste iniziative va ad aggiungersi, il volume collettivo Piccolo vocabolario autostradale a uso dei contemporanei, a cura di Gianni Biondillo.

Oggi vi presentiamo un nuovo e-book, stavolta non si tratta di una traduzione né di un lavoro collettivo. Il caso come sempre lavora per noi, dal momento che tendenzialmente anarchici come siamo non potremmo permetterci programmi di lungo periodo. Esperimento su Bòttego nasce da un “primo” esperimento, da un primo pezzo che Fabrizio Bondi, amico e attento lettore del blog, mi ha proposto di pubblicare (26 aprile 2022). La prima frase diceva: “Esperimento su Bòttego è un progetto che parte dalla mera e quasi disarmata descrizione di uno specifico oggetto culturale: il monumento parmigiano all’esploratore Vittorio Bòttego, appunto”. Il carattere anomalo, installativo, sperimentale, politico, di quel testo (corredato da fotografie), mi aveva subito convinto. E la sua fuoriuscita dal laboratorio privato ha permesso a Bondi di testarne la “resistenza” alla pubblica lettura e, chissà, ha magari contribuito a suscitargli il desiderio di radicalizzare quel primo accerchiamento / malmenamento di una celebrata figura di esploratore, militare, scienziato, avventuriero, a cui il colonialismo crispino aveva lasciato mano libera nel Corno d’Africa.

L’attuale e definitiva (?) versione di Esperimento su Bòttego arriva giustamente in ritardo rispetto a una recente ondata di attivismo decoloniale diffuso, che si è tradotto in più o meno riusciti sbullonamenti di monumenti possibilmente equestri, o comunque agghindati d’elmi, panciotti e sciabole. Ma è questo che c’interessa: con una zampata che accoglie il lato più corrosivo del post-moderno, Bondi sganghera ludicamente e perfidamente il Vittorio Bòttego, che campeggia intatto davanti alla Stazione di Parma. Mette mano alle opere di questo, riscrivendo, rimontando, sforbiciando. Nello stesso tempo, ne fa un racconto della propria infanzia, della propria vocazione mancata, di naturalista. Una tale opera imbarazzerebbe ovviamente l’asse editore-libraio. In quale collana e genere lo infiliamo? E in quale scaffale? Nazione Indiana non s’imbarazza di questa incollocabilità, nata da una del tutto avverata attitudine sperimentale. Ringraziamo, quindi, Fabrizio Bondi, che conoscevamo come studioso del Rinascimento e critico militante. Ora lo scopriamo scrittore di ricerca.

Un’ultima riga sul tema. Il pensiero decoloniale non è estraneo a Nazione Indiana, così come non lo è l’attenzione alla storia del Ventennio fascista, che riportò in auge miti, velleità e atrocità dell’imperialismo colonialista inaugurati nell’era crispina. (Ricordo, per altro, che Igiaba Scego è stata per un certo tempo, e sicuramente non invano, in Nazione Indiana.)

Il testo che segue, di Giuditta Bassano, introduce più approfonditamente di quanto abbia fatto io il nuovo e-book di Nazione Indiana. Un grazie particolare a Orsola Puecher e Jan Reister, senza i quali nulla di queste prelibatezze digitali sarebbe possibile.

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L’esploratore esplorato

di Giuditta Bassano

Vittorio Bottègo (1860-1897), giovane aitante capitano d’artiglieria, è stato protagonista di una serie di avventure nel Corno d’Africa; attraverso queste vicende, assurse a eroe del colonialismo crispino. Come esploratore di alcune aree fluviali della Somalia e dell’Eritrea Bòttego fu naturalista ma anche uomo d’armi di indiscussa violenza, emblema di un razzismo italico alquanto poco transeunte. Vittorio Bottègo era nato a Parma: davanti alla stazione della sua città esiste tutt’oggi un monumento che ne commemora il coraggio e le imprese. Fabrizio Bondi parte da qui, cioè dall’eredità sinistra di un monumento, “l’accrocchio”, di cui appare difficile riconoscere oggi l’appropriatezza. L’autore si immerge allora nella “pelle linguistica” del Bòttego, perché l’eroe parmigiano aveva eretto “un altro monumento, un monumento a se stesso” mettendo per iscritto i suoi viaggi. Potremmo parlare di una guerriglia ventriloqua, o di una poetica (sperimentale) della vendetta.

Ariostista e professore di letteratura italiana, Bondi arma infatti la  propria sensibilità letteraria e il proprio dominio della metrica italiana (contro la retorica italica dei resoconti dell’eroe) per “montare” una testimonianza su Bòttego con le sue stesse parole. Un esperimento di pidgin politico, in cui le immagini dell’esploratore, le sue impressioni in terra africana, la cosmogonia patriottica di epoca crispina forniscono un bacino semantico che Bondi stravolge attraverso una sintassi inaudita. Saggio e testo letterario insieme, un po’ in prosa e un po’ in versi, “Esperimento su Bòttego” è un lavoro che più che leggere si può piuttosto frequentare e abitare, entrando da un punto qualsiasi del suo congegno narrativo, persino cominciando, se si vuole, dalle note finali. In questa esplorazione ci si imbatterà in una serie di appunti filosofici sul concetto di monumento, nei rapporti tra Bottègo e Carlo Dossi, nelle raggelanti descrizioni dell’efferatezza coloniale, ma non meno nella fauna del Corno d’Africa e nella saggia battaglia che le piante di fico muovono indefesse contro le statue e le opere umane di ogni sorta. È probabile che se ne riemerga convinti, con Bondi, che la “pasta, la materia della lingua, è tutto”.

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Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato epub

Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato mobi

Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato pdf

Memorie di un netturbino

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di Ornella Tajani

Le tas d’ordures a cela pour lui qu’il n’est pas menteur.
[Il vantaggio del mucchio d’immondizie è che non mente]
Victor Hugo, Les Misérables

Niente scompare per magia, annuncia Simon Paré-Poupart in apertura alle sue memorie di un netturbino di Montréal, da poco pubblicate col titolo Spazzatura! nella collana «Working Class» di Alegre diretta da Alberto Prunetti (traduzione di Silvia Turato). Il libro è un viaggio nel mondo di uno dei mestieri più invisibili, un road trip notturno fra cassonetti e discariche, attraverso una galleria di personaggi e aneddoti in cui la voce narrante accompagna chi legge con riflessioni profonde sulla società dei consumi e su questo oggetto ibrido, indefinibile, misterioso e a tratti terrificante che assume la forma esterna di un sacchetto di plastica rigonfio.
I rifiuti, nel loro rivelare una parte importante della vita intima di un individuo, rappresentano l’oggetto inaccettabile per eccellenza, sono lo scarto che palesa l’imperfezione dell’essere umano, al pari delle feci, da cui l’esigenza di nasconderli. Al tempo stesso costituiscono la prova materiale del tempo che passa: è ai nostri occhi che vogliamo celarli, prima ancora che a quelli degli altri. Il timore che qualcuno possa vederli e “riconoscerci” ha reso la scena di qualcuno che rovista nella spazzatura propria o altrui un topos ricorrente: per limitarmi a due esempi, si pensi al Jack Gladney protagonista di Rumore bianco di DeLillo, sul quale ritorno più avanti, o alla protagonista del film La sconosciuta di Giuseppe Tornatore, che mirava a carpire i segreti della famiglia in cui voleva essere assunta come tata. Ad ogni modo, il disgusto che i rifiuti suscitano non è soltanto di natura estetica (tattile, olfattiva, visiva), ma è collegato a un desiderio inconscio di controllo di sé e della propria vita.
Paré-Poupart sottolinea il potenziale orrifico della spazzatura partendo dall’etimologia del termine:

La parola “spazzatura”, “ordure” in francese, viene invece dal latino horridus, che significa orribile. In origine indica quella specie di compost fatto di escrementi, ossi e bucce, una melma che si rivalorizzava utilizzandola per fertilizzare i campi. A lungo l’immondizia è appartenuta a pieno titolo al ciclo della vita. Oggi invece minaccia quella stessa vita. E questo cambiamento ha un nome. Progresso.

È il progresso annunciato nel 1955 dalla rivista americana Life: in copertina si vedeva una famiglia felice di riempire il mondo di rifiuti grazie al nuovo Throwaway Living, lo stile di vita usa e getta: «L’epoca dello spreco comincia nel tripudio — commenta Paré-Poupart. — Tutto sarà più facile ora che più niente deve durare, essere conservato, lavato, curato, mantenuto o conservato. Settant’anni dopo, quel sogno è diventato un incubo».

Nella distopia sfrenatamente consumistica in cui viviamo, sempre più sommersi dalle tonnellate di rifiuti che produciamo, i netturbini giocano un ruolo cruciale. L’autore compie un giro completo della percezione che comunemente si ha di questo mestiere, passando dall’affermare «Sono la bestia insignificante che pulisce i vetri perché dei piccolo-borghesi possano ammirare i loro pesci esotici attraverso superfici immacolate», al raccontare la fascinazione che i bambini hanno della sua figura, fino all’indagare più profondamente cosa lo attrae della sua professione:

Il netturbino vive ai margini della società. È per forza di cose un anticonformista. Un ribelle senza causa, caotico, patetico, accanitamente indipendente, il contrario della normalità. Forse è quel disordine ad affascinare tanto i bambini. In ogni caso, io che ho studiato, che sono diventato un netturbino per scelta, per adesione e in tutta consapevolezza, è proprio questo che ammiro in loro. Da più di vent’anni.

Se molto spazio nel libro è riservato a questo «loro», cioè alla comunità di netturbini, anche attraverso un apparato fotografico che raccoglie diversi ritratti, il punto di partenza nella riflessione dell’autore è la propria consapevolezza, la ragione della propria scelta a fronte degli studi compiuti:

Se mi ci soffermo a pensare, non so perché mi intestardisco a fare lo spazzino. Forse per vocazione? In ogni caso provo grande fierezza a sgobbare quotidianamente per rendere più pulite le nostre città. Mi sento solidale con lavoratrici e lavoratori che operano nell’ombra affinché le nostre vite siano migliori. Provo rispetto per loro. Forse anche per questione di orgoglio, una specie di battaglia: voglio provare a tutti che non esistono mestieri inferiori.

È un obiettivo in cui l’autore riesce molto bene in questo memoir, in cui indaga a fondo il potere simbolico della spazzatura. Difficile non pensare, nel leggerlo, ai romanzi di Don DeLillo, in cui la spazzatura rappresenta perfettamente «il lato buio della coscienza consumistica», come rilevava Jack Gladney in Rumore bianco, ritrovandosi a frugare sconvolto nell’immondizia prodotta da lui e dalla sua famiglia; un lato buio poi ampiamente scandagliato, con esiti anche più vertiginosi, nel successivo e monumentale Underworld, in cui il protagonista Nick Shay è un manager dei rifiuti. Qui il riciclaggio diventava un’ossessione strettamente connessa alla paura della morte, una maniera di coltivare l’illusione in una possibile seconda vita, descritta perciò ripetutamente dall’autore in numerosi passaggi, anch’essi «riciclati» sul piano formale, cioè riprodotti più volte con parole e frasi simili (ne ho scritto ampiamente qui).
Pur non menzionandoli mai, Paré-Poupart si trova molto in linea con la visione proposta dai romanzi delilliani. Se per l’onesto cittadino il riciclaggio rappresenta «la promessa della vittoria contro l’inquinamento», per il netturbino quegli appositi bidoni raccontano un’altra storia:

Raccogliendo i bidoni verdi, io rassicuro il cliente. Creo l’illusione che il pianeta sia salvo. Il riciclo è magia. Il netturbino fa sparire la carta e la plastica e con esse anche la cattiva coscienza del borghese. In Europa i più grandi produttori e i più grandi consumatori di plastica sono i tedeschi, che sono anche campioni in tutte le categorie del riciclo. Le due cose vanno di pari passo. Vogliamo tutti vivere nell’illusione che la plastica che buttiamo venga recuperata, mentre la realtà dei fatti è che succede solo per un misero dieci per cento. Il resto finisce lontano dai nostri occhi, nei paesi poveri, o sotto forma di un nuovo continente galleggiante nel mezzo degli oceani.
La soluzione? Di sicuro consumare il meno possibile.

Il netturbino è lì per rassicurare la coscienza borghese, svolgendo una mansione a cui nessuno vuol pensare, che è opportuno mantenere nell’oscurità.

I netturbini adorano la notte. Pure troppo, forse.
L’oscurità e ciò che questa comporta si confanno perfettamente alla raccolta dei rifiuti. Un’attività che nessuno vuole vedere, compiuta da individui che nessuno vuole vedere, per far sparire cose che nessuno vuole vedere. Per lo spazzino è l’occasione di confondersi sullo sfondo, di farsi carico della sua diversità: è la possibilità del tutto. Pattumiere lanciate nella vasca del camion, sacchi neri lasciati sul marciapiede — perché o non li abbiamo visti o non li abbiamo voluti vedere —, urla che spezzano la tranquillità di chi dorme. Il buio ispira ai netturbini i peggiori comportamenti.

Anche di questi comportamenti racconta Paré-Poupart, la sua intenzione non essendo quella di fornire un ritratto agiografico della categoria: l’autore si sofferma ad esempio sul razzismo del «linguaggio dell’immondizia», così come sui modi talvolta brutali con i quali i colleghi si rivolgono l’un l’altro. Spesso però si tratta di modalità aggressive che si stemperano strada facendo, forse perché «correre dietro a un camion appiana le differenze etniche. Davanti al carico da sollevare siamo tutti uguali, uniti dal medesimo compito da portare a termine».
Un carico che richiede una fatica e un tempo, al quale l’automobilista in preda alla fretta non pensa mentre suona nervosamente il clacson, in fila dietro il camion della spazzatura:

Nessuno, nemmeno per un istante, pensa che la nostra lentezza in realtà gli fa guadagnare del tempo. Che occupandoci al posto loro dei loro rifiuti, permettiamo a tutti di concentrarsi su altro.

È per questo che l’autore propone nella pagina seguente un «esercizio sociologico del pensiero»:

Immaginiamo che si decida collettivamente di retribuire e di valorizzare i lavori secondo la loro utilità sociale o la loro necessità. E che per stabilire questa gerarchia, questa scala di valore sociale, ci si domandi cosa succederebbe se un gruppo o un altro smettessero di lavorare. Soffriremo collettivamente di uno sciopero di avvocati societari? Dopo quanti giorni di sciopero dei copywriter entreremmo nel panico? Potremmo più facilmente stare senza gli infermieri e gli insegnanti o senza i promotori immobiliari? Uno sciopero degli editorialisti condannerebbe forse la società a una crisi esistenziale?

Questo piccolo libro propone uno spaccato sulle vite di chi svolge un lavoro oneroso fisicamente e pieno di rischi per la salute, senza che ciò susciti attenzione da parte di chi dei suoi servizi beneficia. Oltre a fornire dati e informazioni utili, a proporre dei brevi passaggi di una storia dell’immondizia nel tempo, con incursioni nella gestione dei rifiuti di altri paesi – l’Italia, e in particolare la città di Napoli, vista la presenza della camorra nel business, è presa a esempio di pessimo modello, di vero e proprio «flagello» –, pone sotto gli occhi di chi legge le condizioni di un mestiere fondamentale come quello del netturbino, e invita a ragionare sugli aspetti più interstiziali della vita di ciascuno, a prendere coscienza di una catena di lavoro irrinunciabile cui sono legati aspetti materiali della nostra vita quotidiana, al di là degli scrupoli etici più o meno sentiti del rispetto del pianeta. A proposito di etica, l’autore è un militante del freeganesimo, il modo di vivere improntato al riutilizzo degli scarti, al recupero dai bidoni di oggetti ancora buoni:

Essere freegano significa anche rispettare i materiali, le merci, la catena di produzione. Essere contrari alle condizioni di lavoro atroci di chi, in Bangladesh o altrove, fa i nostri vestiti. Non voler incoraggiare questo sfruttamento. Credo di non aver acquistato nemmeno cinque nuovi capi di abbigliamento negli ultimi vent’anni. Un freegano non è un rivoluzionario. Il nostro è un modo di vivere e una pratica economica che hanno il merito di limitare realmente l’orgia di merci che caratterizza la società capitalista. La verità è che abbiamo già abbastanza, che non è necessario produrre di più.

Un’alternativa concreta, insomma, all’ormai apparentemente inattaccabile società dei consumi, che finisce per superare in immaginazione gli scenari delilliani di riciclaggio metafisico, spazzatura prodotta artificialmente o quotata in borsa, proponendo una prospettiva creativa, non schiacciata da uno sterile pessimismo.
Al termine della lettura torna in mente una delle città invisibili di Italo Calvino, Leonia:

Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare.

Un passaggio che certo piacerebbe all’autore di queste memorie, ma solo così estrapolato: in realtà Leonia, che rifà sé stessa tutti i giorni, «più espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere», e in quanto tale somiglia pericolosamente alle nostre metropoli contemporanee.

Una mostra su Edith Tudor-Hart, la fotografa che reclutò Kim Philby

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NON USARE Edith Tudor-Hart © Suschitzky Estate courtesy Fotohof NON USARE

Edith Tudor-Hart © Suschitzky Estate courtesy Fotohof

A Bologna, a Palazzo Pepoli, la prima personale dedicata a Edith Tudor-Hart in Italia, militante comunista vissuta tra Vienna e Londra. Oltre cento immagini salvate dall’oblio. Scatti sociali su lavoro, povertà, infanzia negli anni ’30-’50. E le carte dei servizi segreti.

di Davide Orecchio

Londra, Regent’s Park, estate del 1934. Kim Philby, ventiduenne neolaureato a Cambridge, sposato da pochi mesi con una comunista viennese, sta per incontrare la persona che cambierà la sua vita. L’appuntamento è su una panchina del Boating Lake. Lo accompagna una ragazza poco più grande di lui. È una fotografa, anche lei militante comunista. Ci hanno messo più di tre ore per arrivare fin qui, su e giù da taxi e metropolitane per nascondere le proprie tracce come se fossero spie. Philby è sorpreso. Lui vuole solo iscriversi al partito comunista. Ma mentre la ragazza sparisce alle sue spalle, l’uomo che è venuto a incontrare gli spiega che il suo destino sarà un altro.

È proprio una scena da spie. Due giovani seduti su una panchina. “Cosa posso fare per la causa del comunismo mondiale?”. All’interlocutore di Philby non interessa un intellettuale militante, lui preferisce “costruire” una spia e gli spiega le cose: “Abbiamo bisogno di uomini come lei, Kim. Ma non nel partito”. Si chiama Arnold Deutsch, ha trent’anni ed è il reclutatore che costruirà la rete dei Cambridge Five, i cinque agenti segreti britannici di alto livello – Philby uno di loro – in realtà al servizio del Kgb sovietico.

Questa storia è nota. Philby diventerà suo malgrado famoso (non c’è destino peggiore per una spia). Ma la ragazza che l’ha accompagnato (se prestiamo fede a questo aneddoto raccontato nelle prime pagine di Peter Stephan Jungk, Die Dunkelkammern der Edith Tudor-Hart. Geschichten eines Lebens, Fischer 2015) lo è molto di meno. Si chiama appunto Edith Tudor-Hart (Vienna 1908 – Brighton 1973). È una fotografa di grande talento, ed è – a quanto pare – anche una reclutatrice di agenti segreti per Mosca. La sua traiettoria biografica, politica, artistica calza perfettamente gli anni centrali del Novecento. Gli anni del rosso e del nero.

Salvata dall’oblio

Chi vuole scoprire di più su Edith Tudor-Hart, sulla sua vita e sulla sua fotografia di impostazione documentaria e sociale, può visitare a Bologna Edith Tudor Hart. Tra fotografia e spionaggio, la prima mostra italiana che le viene dedicata, a Palazzo Pepoli fino al 28 febbraio 2027, curata da ONO arte “in collaborazione con l’archivio FOTOHOF di Salisburgo, ora sede dell’intero archivio di Tudor-Hart”, come spiegano i curatori.

La retrospettiva è davvero ampia, ospita oltre cento fotografie. Ed è importante anche perché si tratta di un recupero dall’oblio. Negli anni Cinquanta, quando la rete di doppiogiochisti britannici al servizio di Mosca fu scoperta, Tudor-Hart decise di distruggere la maggior parte dei suoi negativi e si ritirò dall’attività di fotografa. “Molto del suo lavoro fotografico sopravvissuto alla distruzione – spiegano i curatori – è rimasto per lo più sconosciuto ed è stato riscoperto solo decenni dopo la sua morte”.

Tra il rosso e il nero

Nata a Vienna in una famiglia ebrea e laica (quante analogie con la biografia di Eric Hobsbawm…) Tudor-Hart mise a fuoco il proprio stile formandosi al Bauhaus di Dessau negli anni Venti. Già comunista, dopo un periodo in prigione nel 1933 sposò un medico inglese e si trasferì in Gran Bretagna, trovando scampo dal regime fascista di Dollfuss.

La mostra bolognese la recupera dalla zona d’ombra e ci ricorda che nel suo lavoro “ha messo in luce attivamente le ingiustizie sociali, affrontando temi quali la povertà, l’integrazione e i diritti delle donne”, fotografando “la vita nei cortili di Vienna, lungo il Danubio e nel Prater, le proteste contro l’ascesa del fascismo austriaco” e poi “i minatori, gli operai e i pescatori del Galles, il movimento femminista del dopoguerra e le nuove istituzioni dell’educazione progressista”.

Lo sguardo sui bambini

La mostra è divisa in cinque sezioni che non seguono un ordine cronologico ma tematico: povertà, politica, vita quotidiana, lavoratori, bambini. La rappresentazione dell’infanzia è uno dei temi centrali della fotografia di Tudor-Hart, che fu da giovane maestra montessoriana, difatti i “bambini sono quasi onnipresenti nei suoi scatti” – avvertono i curatori – e sembrano osservati con gli occhi di una persona abituata, anzi formata al prendersi cura di loro.

Le carte dei servizi segreti

La mostra bolognese espone “le riviste in cui i suoi lavori furono pubblicati, ma anche i documenti personali, le carte private e le intercettazioni da parte dei servizi segreti britannici”. Ne esce il ritratto convincente, e per il pubblico italiano nuovissimo, di un’agente comunista “con la macchina fotografica”.

Chiosano Maurizio Guidoni e Vittoria Mainoldi, co-curatori della mostra: “Nel caos tra le due guerre Edith Tudor-Hart ha cercato di esercitare un’influenza positiva in una situazione storica complessa e corrotta. Lo ha fatto con strumenti che conosceva bene: l’educazione scolastica, la fotografia e la propria fede politica. Qualcosa non è andato per il verso giusto e, complice anche vicende personali, Tudor-Hart ha perso quantomeno la sua battaglia politica. Ci lascia però una documentazione fotografica di straordinaria qualità e un esempio umano raro”.

Il desiderio in manif. Nota sul 5/11 parigino

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di Andrea Inglese

È la terza a cui partecipo a Parigi, e la terza che è impressionante per numero e varietà dei profili sociali dei partecipanti. Ieri in tutta la Francia, vi sono state manifestazioni indette dai sindacati per riunire lavoratori del settore pubblico e privato con l’obbiettivo dell’innalzamento dei salari e della difesa del lavoro. Manifestazioni così ne ho viste parecchie in Francia e in Italia, ma non assomigliavano a quella di ieri. In quella di ieri, in più, c’era la marea di studenti, liceali e universitari. La presenza massiccia degli studenti a una manifestazione intersindacale non è solo una questione di sovrappiù numerico. Muta globalmente la prospettiva della lotta. Alla logica razionale della negoziazione sindacale, i giovani aggiungono il desiderio. La loro lotta è nello stesso tempo l’espressione di bisogni e la realizzazione di un’esperienza esistenziale. Come Fortini ben sapeva, e come il 68 ben sapeva, la lotta per l’uguaglianza è già una forma di rivoluzione in atto. Mia figlia sedicenne, tornando dalla partecipazione a un blocco dei corsi nel suo liceo, mi ha detto: una sensazione di libertà così non l’ho mai provata! E questa libertà, in effetti, che Cornelius Castoriadis chiamava autonomia, non la si può sperimentare in astratto, ma nel momento in cui ci si rende conto che il potere che ci governa è illegittimo, non fa parte di noi, è un entità estranea. Ed è quello che gli studenti hanno scoperto non attraverso la semplice protesta per una scuola più decente e più democratica, ma subendo la reazione del governo nella forma di un’irragionevole brutalità poliziesca. In quell’istante preciso gli adulti hanno perso tutti i loro requisiti di autorevolezza, legittimità, saggezza, razionalità, ecc. E di conseguenza le loro istituzioni. E gli studenti hanno capito che un enorme spazio non ancora riempito e definito si offriva a loro. Lo spazio di situazioni ed esperienze costruite da loro.

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Mi hanno fatto sorridere i commenti di quei maturi osservatori di sinistra che storcevano il naso principalmente per due ragioni. C’erano quelli che consideravano le rivendicazioni, nate dai liceali della periferia, un po’ meschine: corsi che funzionano, aule adatte alle ore d’apprendimento e studio, orari meno pesanti, sistemi di selezione per gli studi universitari più trasparenti ed egualitari. (Come a dire: i figli dell’immigrazione devono sempre dimostrare di essere due volte migliori in tutto. Se osano rivendicare il funzionamento della “loro” scuola pubblica, devono nello stesso tempo esibire ricette e attitudini da rivoluzione bolscevica. Altrimenti sono dei poveri piccolo borghesi.) Altri storcevano il naso, perché pretendevano che gli studenti facessero pure il lavoro “tecnico” del governo, sfornando un programma legislativo con tanto di voci di finanziamento ben fondate. (E per altro sono stati, anche su questo versante, efficaci e concreti: con tanto di programma articolato per punti fondamentali…) A forza di non avere più diretta esperienza di lotte collettive, ci si dimentica di come funzionano. Ma un buon consiglio che mi permetto di dare, e che ho dato anche all’occasione del movimento dei gilet gialli, è questo: prima di parlare state ad ascoltare e state a vedere, ma possibilmente da dentro.

I ragazzi non portano solo il desiderio, ossia la loro decisione di sperimentare situazioni nuove, non già tracciate dalle istituzioni educative, formative o dal mercato del lavoro. Portano anche la loro sensibilità per questioni, che altri signori della famiglia di sinistra, utilizzando il vocabolario “orientato” della destra, definiscono “woke”. Perché bisogna dirlo, anche se è abbastanza inverosimile – soprattutto après coup –, in Italia almeno si è riusciti a creare una sorta di incompatibilità tra rivendicazioni di ordine esistenziale, culturale, democratico, e rivendicazioni di ordine sociale ed economico. Nella manifestazione sindacale di ieri, gli slogan, gli striscioni e i cartelli dei più giovani erano globalmente focalizzati sulla questione democratica: antifascismo, antirepressione poliziesca, anticolonialismo, antirazzismo, ecc. Dobbiamo accusarli di essere andati “fuori tema”? Oggi nessuno nega che si stia realizzando la tanto attesa convergenza delle lotte. Ma questa convergenza corrisponde forse alla semplice natura multiforme delle lotte in una società complessa e che vuole mantenere vivo il suo progetto democratico[1].

In Francia, sotto il presidente Macron, eletto per la sua “centralità”, novità, non appartenenza alle tradizioni ideologiche parlamentari, la polizia picchia come e di più della polizia italiana del governo Meloni, utilizza l’armamentario giuridico elaborato nel contesto della lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata, in alcuni casi documentati “fraternizza” con gruppi neofascisti, che scendono in piazza per aggredire i manifestanti del movimento. Si è disquisito sul termine “fascismo” con dovizia filologica, ma i ragazzi e le ragazze delle manifestazioni francesi, senza doversi riferire a Vichy, sembrano aver capito di che si tratta. Fanno parte di una società, in cui una parte dei media privati sono in mano al signor Bolloré, un miliardario che sostiene la propaganda di estrema destra, in tutta la sua composizione ideologica. In questa stessa società, nelle ultime settimane, si è assistito all’attentato omicida di un neonazista bianco, che si è lanciato in una ronda automobilistica per realizzare una strage di neri e arabi a Trappe, una cittadina francese con una storia operaia e popolare alle spalle. Il terrorista ha ucciso Pengo Bossio Wangi, un ragazzo franco-congolese di 26 anni e ha gravemente ferito altre quattro persone, tra cui una bambina di 12 anni. Tutte persone “razzializzate”. Settimana scorsa, un incendio di origine criminale in un edificio di Clermont Ferrand ha fatto quattro morti, tra cui Sidiki Doumbia, un giovane lavoratore di 25 anni giunto da solo in Francia dal Mali ancora minorenne. All’origine del crimine ci sono due giovani, ma di questa inchiesta si parla per ora pochissimo. A fine ottobre, sulla piattaforma X (quel bel luogo di dibattito democratico!), è apparsa una discussione dal titolo “L’heure est à l’action face à la violence des islamo-collabos antifas”(È ora di agire contro la violenza degli islamo-collabos antifascisti). Dietro questa formula bizzarra si celano i lavoratori stranieri (neri e arabi, per intenderci) che sono impiegati come ciclo-trasportatori di piattaforme come Uber Eats, ben attive in Francia. Alcuni di questi messaggi invitavano a realizzare delle vere e proprie trappole omicide per questi trasportatori, invitando i “patrioti” a fissare degli appuntamenti con questi lavoratori per poi “farli scomparire”.

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Il neofascismo esiste come orizzonte politico, come discorso razzista e suprematista nei media e sulle piattaforme, e come pratica violenta sul territorio, in modalità solitaria o di gruppo. E questi ragazzi lo avvertono direttamente, tanto più che molti di loro fanno parte dei gruppi razzializzati presi a bersaglio. Più in generale le sensibilità legate alle questioni di genere e decoloniali hanno fatto sì che le rivendicazioni economiche, di “classe”, si saldassero naturalmente alle questioni di ordine democratico, legate ai processi di emancipazione e rappresentazione propri a quei gruppi sociali che si percepiscono come subordinati. Insomma, nel corso della lotta si è reso evidente che le strutture di potere, favorevoli alle oligarchie neoliberali, non permettono allo scontento popolare che di sfogarsi come guerra tra poveri, nelle forme tollerate di un neofascismo diffuso e mai dannoso per i più forti e più ricchi. Di qui la congiunzione naturale tra desiderio di autonomia e esigenza di maggiore uguaglianza sociale. Oggi i giovani sanno bene che agire sulle rappresentazioni sociali, conquistarsi spazi dentro la sfera pubblica, sono momenti indispensabili alla lotta per ottenere risorse “pubbliche” e “progressi salariali”. Tutte le rivendicazioni sindacali – lo sappiamo bene – sono in fondo riformiste, virtuosamente riformiste, ma non certo rivoluzionarie. Paradossalmente, la richiesta di democrazia mette in questione i fondamenti dello Stato, criticando l’apparato poliziesco e giudiziario, e anche la presunta autonomia dell’informazione, oltreché l’autentica efficacia del dibattito parlamentare.

 

Note

[1] Elementi di questo “progetto democratico” ce ne sono un certo numero, ad esempio, nella nostra Carta costituzionale. Carta che da quando è stata redatta, viene costantemente tradita o comunque non “realizzata” da governi che si ammantano tutti di incarnare un” regime democratico”.

Dov’è la porta? Una postilla su Exit Poetry. Poesia futura

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di Gilda Policastro

Si è molto insistito nelle recensioni avute fin qui da Exit Poetry sull’eredità neoavanguardista che avrebbe raccolto o incarnato (l’avverbio sottinteso era ostinatamente, o forse anacronisticamente). Ma si tratta di un aspetto, sia consentito, talmente eclatante da poter anzi forse da dover essere trascurato. Ci sono uno Sfinimondo in cover, dei versi dalla Ballata di Rudi in esergo e il riferimento a un noto titolo sanguinetiano (sed folenghiano) a dis-orientare in questa direzione. Ma ci sono anche delle conversazioni di due anni che diventano un’introduzione di poetica in atto, tre approcci tematici e le diverse note di introduzione a ciascuno dei 25 poeti, e su questo ci saremmo aspettati di dover discutere. E sì, perché in Exit Poetry, antologia per me, non-antologia per gli altri due curatori, si sono confrontate (e scontrate) tre idee diverse di poesia. Aldo Nove ha una formazione filosofica, il suo orientamento, nel tempo, è stato quello di fare della poesia un motore esistenziale, un approccio che si è via via risolto nell’inabissamento, come da titolo di un suo recente libro-memoriale, che è poi un’autobiografia poetica: la scrittura propria e altrui è in grado, nella sua visione, di andare a fondo ma anche di toccare il fondo, non disdegnando l’osceno, inteso come quello che non si può mostrare e dire in pubblico. Pena di nuovo l’inabissamento, nell’altro senso della presenza sempre più evanescente sulla cosiddetta scena letteraria (l’osceno si conferma comunque preferibile). La Verità si può intendere come torcia che segue i percorsi dello scouting (presso la scuola di scrittura Belleville, nel suo caso), incarico che Nove ha interpretato in modo decisamente immersivo, inabissandosi, una volta di più, in lezioni che, mi riferisce chi le ha frequentate, portano piacevolmente allo stremo lui e chi le segue, durando anche quattro o cinque ore. Alcuni dei poeti che abbiamo considerato nel tempo di poter inserire nell’antologia li abbiamo conosciuti così, nelle scuole, e ne abbiamo tratto diletto e profitto, parlandone da testi, ma non sempre ci sono poi parsi “pronti” per questo viaggio di “uscita della (o dalla?) poesia”.

Lello Voce ha da sempre concepito la poesia come pratica da palco, i “suoi” autori sono animali da scena, se pensiamo a uno come Sergio Garau, che peraltro ho tentato fino alla fine di strappare alla sezione cui forse era più ovvio ma quindi meno sorprendente che appartenesse, la Mutazione. Autori quasi sempre onnivori, che prendono da tutto quello che può servire alla trasformazione della poesia in esperienza partecipata, non subìta da un pubblico inerte, nella sua dimensione ideale. Vero che il poeta resta al centro del palco e della scena, ma è sintomatico e anche forse minimamente autocritico (o forse tutto il contrario!) che nella recente ristampa di Musa!, suo libro quasi esordiale, Voce abbia voluto ripubblicare la lettera di Franco Fortini, in cui il padre della “poesia con l’insegna” gli diceva di aver apprezzato pienamente i suoi testi solo dopo averli ascoltati.

La mia sezione è quella che, per la mia stessa storia, è meno vincolata alle contrapposizioni di area che hanno orientato i discorsi attorno alla poesia nell’ultimo ventennio: lirica vs ricerca, performance vs installazione. I poeti che ho scelto hanno diversamente a che fare con la forma, con il “trauma” che è la forma in un momento storico in cui abbiamo di nuovo a nostra volta tutti a che fare con la sostanza delle cose vedute, per dirla dantescamente. Non a caso gli autori della mia sezione sono autori che hanno della scrittura un’idea politica e non perché la scrittura sia immediatamente legata ai temi dell’impegno (lo è pure, in qualche caso), ma perché la consapevolezza della forma che si usa, della tradizione che si rifiuta, del presente cui ci si oppone, è politica. E prendo questa idea da una discussione orale avuta con Andrea Inglese in occasione della presentazione dei suoi Prati nella libreria di ricerca per eccellenza a Roma che è Tic di Emanuele Kraushaar, approfittando una volta di più per dire che dalla collana da lui diretta avrei potuto prendere, oltre ad Alessandro Broggi, altri autori per la mia sezione, ma le scelte sono state alla fine dolorose e rigide, com’è inevitabile. Porsi il problema della forma vuol dire porre in questione lo spazio che ha occupato la lirica all’interno del campo poesia, un problema che si pone già Elio Pagliarani negli anni Sessanta: perché identificare la lirica con la poesia, se è già in atto un processo di “romanzizzazione” dei generi e il romanzo sta  fagocitando tutto il resto. Gli autori della mia sezione scrivono con piena consapevolezza che quello che si fa con i versi si fa con i versi perché non lo si può fare in altro modo. E si trovano nella mia sezione testi che chiamiamo poesia perché non li possiamo o non li vogliamo chiamare romanzo, narrativa, racconto, saggio, ma che da questi generi hanno tratto le istanze che li rendono attuali e possibili, nel mondo della sostanza delle cose vedute. Come si può raccontare di due che si incontrano e si amano o si lasciano, con dei bei nomi inventati, mentre le bombe cadono su nomi dai suoni che non avevamo mai sentito l’obbligo di imparare a pronunciare correttamente prima di questi anni. Certo che si racconta, e si racconta anche l’amore, cioè le relazioni, come fanno diversamente Franceso Targhetta, Sara Ventroni e lo stesso Broggi, nella mia sezione, ma lo si fa in una forma che diventa forma, per precisa intenzione, de-soggettivante e sliricizzante. Non i fatti miei, non quello che ho dentro, ma quello che arriva da fuori, quello che la sostanza delle cose vedute mi impone di considerare.

Le tre categorie, ha detto bene Lello alla “Finestra” di Antonio Syxty, si sono imposte, non le abbiamo scelte. Cioè le abbiamo scelte perché si imponevano. Così come abbiamo scelto gli autori, e ce ne prendiamo la responsabilità, ciascuno per la propria parte e tutti insieme, pur con i distinguo del caso. Ma tanto quanto le scelte, contano per me, e credo anche per gli altri, quelle che non direi esclusioni e se mai rinunce. Tutti non ci stavano, e abbiamo preso i “campioni”, come da titolo di una rubrica di poesia di alcuni anni fa su Doppiozero. Quello che non abbiamo ripreso dai vizietti antologici nazionali è il cosiddetto amichettismo: ho tanti amici poeti che non sono in Exit, e ci sono in Exit persone per cui provo una discreta antipatia o nessun sentimento. Hanno parlato i testi e le esperienze che abbiamo condiviso, ed è vero fino a un certo punto quello che spesso dicono i fan dell’amichettismo quando vogliono giustificare il loro approccio mafiosetto: io sono o divento amico delle persone che stimo. Io no: sono amica di persone che non stimo e stimo persone di cui non sono amica. Qui parlo a titolo personalissimo, è una postura intellettuale che rivendico non per equanimità ma per un vizio, forse, che è quello di considerare le pagine più importanti delle persone. Non ho pensato ai nomi, quando ho scelto gli autori, ma ai libri, ai progetti, alle idee di scrittura che ho condiviso o che ho comunque scelto come terreno di discussione e qualche volta di frattura. In un panorama che tende a sedare lo scarto, a eludere gli attriti, a tenere la poesia su un piano di passatempo innocuo e convergente sulla “cartolina dalla mia interiorità”, posso dire di tutti gli autori del Trauma, uno per uno, che non è stato questo il loro modo di entrare nel campo, e se mai quello di uscirne. A distanza di mesi sono sempre più convinta delle mie scelte, e forse mi rammarica giusto non avere nella mia sezione, ma è comunque fondamentale che sia nell’antologia, Sergio Garau, come dicevo, non foss’altro che per la sua plastica mise en abyme di Exit Poetry alla prima presentazione in assoluto, a Sassari, lo scorso maggio: c’era in sala una porta, e Sergio, dopo aver letto non le poesie ma gli indicatori commerciali del libro, da quella porta è uscito. Scappare dalla mistica della poesia, ma anche dal suo involgarimento commerciale: basti pensare a quello che hanno fatto i social di un’esperienza originariamente eversiva come i poetry slam (lo sta ottimamente ricostruendo Lello Voce in queste settimane sul “Fatto Quotidiano”). Difatti, diceva Giorgio Manganelli da par suo, “i poeti si vendono”. Nel caso di Exit vale piuttosto un autosabotaggio non programmatico (ovverosia, non è che non ci siano i nomoni da scaffale, che pure avrebbero fatto da miglior traino, per partito preso, ma perché tra i nomoni da scaffale i venticinque che superassero il vaglio “exit” non li abbiamo trovati). Come fu già di Parola plurale, ormai gronchi rosa delle antologie, mi picco di credere che i 25 campioni lo siano di un campionato diverso, quello in cui c’è spazio per la verità, la voce, le voci, la politica, praticamente per tutto, tranne la poesia. Se poesia è (e purtroppo lo è, a guardare gli scaffali di cui sopra) una voce dell’anima (bella) e non della storia. Exit è un po’, dal mio punto di vista (e non mi sento di giurare che gli altri due curatori concorderebbero), aiuto, scappate, arriva la poesia (e, peggio ancora, i poeti). Dov’è la porta di Garau?

Aldo Nove, Gilda Policastro, Lello Voce, Exit Poetry. Poesia futura (La nave di Teseo 2026) 

L’uomo nella fioriera

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Foto di Markus Winkler

di Francesco Moriconi

A Latina c’è la stazione ferroviaria. Cioè, non proprio a Latina, perché quando hanno fatto la direttissima Roma–Napoli, Latina non esisteva. Quando è stata fondata, col nome di Littoria, l’hanno fatta a 10 chilometri dalla ferrovia.

Questa stazione, dicevo, esisteva anche lei prima di Latina, ma era solo una casa cantoniera; in seguito, nel 1932, Angiolo Mazzoni, ingegnere delle Ferrovie dello Stato, ha progettato il primo vero edificio, poi ampliato nel 1934. Questo secondo intervento è un lavoro di ottima qualità, con due tettoie “a farfalla” in cemento armato, ottenute ciascuna attraverso una gettata a doppia falda rovescia. Il calcestruzzo è pieno di inerti costituiti da vetri verdi da bottiglia e, lasciato a vista, fa anche da elemento d’arredo. La cortina in laterizio ricorda episodi di architettura organica; le finestre circolari con cornice in travertino sono tipiche del periodo e, ancor di più, delle creazioni di Mazzoni. Esternamente c’è una seduta continua, sempre in travertino, per i viaggiatori in attesa.

All’estremità occidentale di questa stazione c’era la sala autorità, la parte nobile, rivestita di marmo cipollino.

La tettoia interna, verso i binari, in quella zona è sostenuta da un pilastro, anch’esso foderato di cipollino, raccordato a una seduta con fioriera incorporata, dello stesso materiale e di una certa creatività. Quando i treni da Napoli erano lunghissimi, la mattina all’alba ho spesso atteso l’arrivo del mio, seduto su quella panca di cipollino, accanto alla fioriera incassata, ricavata direttamente nel piano di quello che avrebbe potuto essere un ulteriore posto dove poggiare il sedere. Un grande foro oblungo, come un rettangolo coi lati corti curvi. L’ho vista sempre senza un accenno di vita, piena di terriccio, immondizia, merda di cani. Era la rappresentazione perfetta del rapporto con quell’architettura semiabbandonata, generalmente cupa per gli ombelicali abusi edilizi.

Oggi, questo posto in cui ogni muro, ogni piastrella, ogni maniglia, ogni infisso, ogni controtelaio era stato prodotto e pensato esattamente per dare forma a quel luogo, ai miei occhi risulta oggetto di uno stupro. Calpestii sollevati per essere adeguati alle nuove altezze dei treni, pensiline standard della RFI giustapposte a quelle storiche, pavimentazioni originali sostituite con casuali e burocratici cementi bitumati. Abbandono.

Ogni giorno ci passano migliaia di persone, con gli occhi bianchi sui display, al massimo sui tabelloni, come piccioni occupanti, sul ciglio, spalle alla fioriera, alle sedute, a tutto l’edificio, indecisi tra ingoiare un sasso o volare via. Le sale d’aspetto sono chiuse, serrate, per evitare che qualcuno ci vada a dormire di notte. E anche di giorno.

Nella fioriera, da un po’ di tempo, ci abita un uomo. Ha gli occhi di un gommista in pausa, con lampi di curiosità verso l’asfalto, il pilastro, a volte il cielo. Non parla, però scrive molto. Su fogli sparsi, libri sfasciati, quaderni, giornali. Scrive in un codice tutto suo, come fanno i bambini in età prescolare. Ormai, intorno ai bordi della fioriera ha un apparato effimero, una muratura di carte; perciò, ha anche un solo lato per entrare e uscire. Sì, perché ogni tanto esce, fa un giro sulla banchina, arriva al bagno, a volte scrocca qualcosa al bar, poi torna dentro.

Credo scriva a un amico immaginario, muto come lui, l’unico che capisca la sua scrittura. Sarà tipo quello di Zerocalcare. A questo amico racconta della sua vita, della gran fortuna che ha avuto, del destino che lo ha prescelto.

Vedi? Guarda che posto che mi hanno riservato. Guarda: sdraiato ci entro perfettamente. Su misura per me.

Un poco di spazio per la testa, un po’ per i piedi, perfetto. Come sono felice. C’è anche la tettoia; se piove mi bagno poco. Si dorme bene, entrare e uscire è comodissimo. E posso scriverti tranquillo, non mi disturba nessuno. Quanto sto bene. Hai visto? Tutto fatto proprio per me.

Sai? Ieri c’era il sole e qui intorno il solito prato, però più verde. Lì, a riva, scorreva il fiume ma era più rapido, sembrava avesse fretta di arrivare a destinazione. Le ghiandaie facevano su e giù, da una sponda all’altra; alcune, più annoiate, qui sopra, sul tetto, cantavano e sembravano spronare le altre che volavano. C’era festa al villaggio, il raccolto quest’anno è stato ricco, evidentemente. La guerra è finita e il mercato è tranquillo. Forse dovrei andare anche io a festeggiare, potrei farmi le strisce bianche, come la zebra, più tardi magari andremo insieme. Non ci mancherà niente, quest’anno, finalmente. Mia madre ha detto che potremo comprare stoffe nuove e anche tappeti, così togliamo le stuoie.

Ho lavorato troppo. Adesso posso riposarmi, ma ho veramente lavorato troppo. Le cofane, fatte con i copertoni dei camion, sono scomode, alla fine. Quelli spegnevano la calce nelle fosse e quasi si ustionavano per il calore e i vapori. Poi, dopo qualche giorno, cominciavamo a riempire le cofane e a portarle all’essiccazione. Avanti e indietro dalla mattina alla sera. Rovesciavamo il grassello e poi gli altri lo stendevano per farne strati sottili. Quando era essiccato, ci riempivano di nuovo le cofane e ricominciavamo il trasporto verso i depositi, dove la calce veniva venduta ai contadini per bilanciare l’acidità del terreno. Qualcuno ci imbiancava anche i muri di terra. Una volta mi sono ustionato.

Stavamo in fila, io avevo la cofana sulla spalla; camminavamo sul sentiero che scende alle fosse. Dietro di me stava mio cugino. Scivola in avanti e la sua cofana mi cade sulle gambe: la calce viva ha fatto il suo lavoro immediatamente e mi ha ustionato polpacci e caviglie. Anche io sono caduto, di lato. Non riuscivo a muovermi, il dolore era acuto, come se un serpentario stesse cercando di catturarmi per procurarsi il cibo. Non ho lavorato per giorni, non ricordo più niente. So solo che ho lavorato troppo. Ed è per questo che ho sempre sonno, forse.

Stamattina mi ha svegliato l’odore di niébé, sono buonissimi. Fa un po’ caldo, perciò mi do una rinfrescata al fiume. Passano nuvole bianche, ci vedo gnu e bufali in mandria, corrono selvaggi e liberi. Le mani mi fanno male, non riesco tanto a camminare, mi gira la testa. Torno a riposare.

La zebra è passata oggi. Lungo l’altra sponda. Camminava tranquilla. Oggi il fiume è sereno, non deve andare da nessuna parte di corsa. Mi ha guardato e ha fatto un cenno di saluto. Io le ho detto: com’è caldo il prato, vero? Vedi come sono fortunato ad avere il prato intorno? Da queste parti è veramente raro. Sai, tutto questo che vedi è fatto apposta per me.

Domani pioverà, sento il vento. Sicuramente il fiume si gonfierà e passerà oltre le rive. Arriverà qui, magari mi lascerà un pesce. Qui è talmente bello e prospero che trovo sempre qualcosa per mangiare. Adesso ti sembrerò matto, ma ti assicuro che certe volte me lo ritrovo accanto anche senza fare niente. Guarda come entro bene qui. Su misura. E poi, vedi com’è solido? È un posto tranquillo, questo. Non ci sono soldati.

Tra poco vado al pozzo. Che bello avere il pozzo, bevo quanto voglio. L’acqua è limpida, fresca; quando tocca le labbra mi fa venire la pelle d’oca, poi lungo il palato e la gola sento lavare via l’arsura, la polvere, le parole della fatica. Rimangono scherzi, sorrisi, il cammino al tramonto e il sonno, di pace, in questo posto che mi ha sempre aspettato, il mio luogo protetto.

Chissà.

Chissà quante altre cose scrive quell’uomo nella fioriera. Quando torno in treno, da Roma, sta lì dentro. È l’ornamento che deve crescere in quella terra. I trolley rollano sull’asfalto, i piccioni tornano al nido, qualcuno rientra in taxi. L’info point, abbandonato da sempre, sta lì con le vetrine opache e i totem rovesciati.

Al Villaggio, come si chiamava Latina Scalo prima delle nobilitazioni, dei deliri da accoglienza turistica e del pendolarismo in cravatta, c’è un po’ di traffico. Ma è l’ora del rientro, ciascuno nel proprio luogo protetto.

Don’cry for me, Argentina

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Censura e fatalismo
un incontro con Fabio Wasserman
di
Pierangelo Consoli



…a un certo punto il discorso è caduto sul fatalismo. Un concetto che Wasserman affermava e poi allontanava da sé, rifugiandosi nei pensieri, nell’intraducibilità di ciò che avrebbe voluto e non riusciva a dire.
Ci sono cose che sono come il tempo per Sant’Agostino, se le pensi le sai però se devi dirle allora non le sai. Vale per il fatalismo, evidentemente, vale per l’amore.
Eravamo in via delle Case rosse, a Salerno, alla sede dell’editore italiano di Wasserman che, per adesso, è l’unico relativamente al suo bellissimo romanzo È tardi per ieri, perché è uscito in Italia ma non in Argentina.

Dentro una stanza verso le otto di sera, c’era l’editore, Barbara Stizzoli, fondatrice della Arcoiris e il traduttore di Wasserman, il poeta Antonio Nazzaro.
Che sia poeta, Nazzaro, mi sembra una cosa propizia perché il linguaggio di Wasserman è pervaso da quella delicatezza propria della poesia.
Ha impiegato due anni, racconta Nazzaro, a tradurlo. Seduti spesso allo stesso tavolo, a Buenos Aires, a litigare sulle parole.
C’era qualche amico di Barbara, quella sera, e poi c’ero io, che il romanzo non lo avevo finito però avevo comunque molte domande.

A un certo punto, come dicevo, il discorso è finito sul fatalismo, sull’idea di Wasserman che la vita sia senza senso, che ci sia come un caos che governa il destino. Lui non aveva detto di essere fatalista, né pessimista o nichilista, a questa conclusione ci eravamo arrivati noi, però Wasserman non si arrendeva. Scuoteva un po’ la testa, si rabbuiava e negava.
Avrebbe voluto forse dire che non sentiva la tristezza di quanto affermava, però un pochino si avvertiva che un nodo, dentro di lui, stringeva.
Wasserman aveva qualcosa di malinconico che si portava dietro, come un tramonto che si intravedeva alle sue spalle. Un tramonto di tempesta, una perturbazione che dovrebbe essere finita però non se ne va. I suoi occhi grigi certe volte si spegnavano e anche quando sorrideva mostrava qualcosa che non era gioia, piuttosto malinconia, la stessa del tango, ho pensato io.

Impertinente gli ho chiesto di sua madre. Il suo protagonista, Bruno, vive un rapporto conflittuale. Sua madre è malata, muore presto, lasciandolo con molti irrisolti. Bruno non capisce se lei lo amava. Gli regalano un pupazzo di fango che lui chiama la Golem e sulla testa gli scrive la parola “Emet”, che significa vita o verità e poi cancella, furiosamente, la E, lasciando “met” che, inequivocabilmente, in ebraico, significa morte.
Gli chiedo di sua madre perché Bruno è ragazzo quando lo era anche il suo autore, nel 1978, in pieno regime e incontra Borges proprio come è successo a Wasserman.
Lo incontra, ci parla.
Wasserman però mi dice che le convergenze si limitano a questo, che il suo rapporto con sua madre è molto diverso.
Gli chiedo poi dell’Argentina di oggi e qui il discorso cambia. Scopriamo che il libro doveva essere presentato alla Casa Argentina, sezione culturale dell’ambasciata a Roma. Era tutto pronto e poi qualcosa è successo.

È tardi per ieri è ambientato durante il regime ma, per il resto, non è affatto un libro sul regime militare. È un libro intimo che parla di un ragazzo che cresce dentro una famiglia disfunzionale, che diventa ladro di orologi, che si innamora della sua sorellastra. È un libro pieno di conflitti, di riflessioni acute e intellettuali sul tempo, sul ricordo e sulla vita. Più che a Le vene aperte dell’America latina, È tardi per ieri assomiglia a L’amante di Yehoshua, è un libro di formazione, non un romanzo di denuncia.
Eppure sono bastate una ventina di pagine sparse su 272, dei riferimenti contestuali, perché qualcuno, dentro un comitato, dentro un ufficio, qualche burocrate ottuso come lo sono tutti i burocrati, abbia pensato che il libro di Wasserman non si dovesse ospitare.
Perché Milei è un negazionista come Vannacci, perché certi soggetti politici hanno la stessa memoria corta, la stessa cultura raffazzonata e confusa, e così ho pensato se questo non sia, a breve, anche il nostro destino. Abbiamo sempre scritto senza il peso di doverci giustificare e forse adesso ci dovremo attrezzare, dovremo avere la fastidiosa pazienza che deve portare Wasserman. Ho pensato, per amichevole prossimità, al libro di Nicola Lucchi, un noir metafisico, un libro dell’orrore privato in cui, alcune parti, si svolgono durante il periodo fascista e allora ho immaginato che una cosa così insulsa nell’economia del romanzo possa, fra qualche anno, diventare indigesta al governo italiano per lo stesso motivo per cui È tardi per ieri lo sia per quello Argentino di oggi.

È abominevole e possibile. Prima di aver conosciuto Wasserman, durante un’intervista, mi hanno chiesto che rapporto ho con la censura, io ho sorriso con troppa sufficienza, penso adesso, mi era sembrata una domanda priva di senso e, inorridito, sono tornato a casa con la sensazione che forse mi sbagliavo, che la censura potrebbe riguardarci di nuovo, improvvisamente.
Solo a casa leggo la dedica che mi ha scritto Fabio Wasserman, una dedica che avrebbe potuto scrivere Cioran, con altrettanto fatalismo e altrettanta poesia e io scopro, nelle ultime parole che mi lascia, che si può provare tenerezza anche davanti al caos.

Per Pierangelo
a cui mi unisce la letteratura e con lei
i dubbi che inventiamo attraverso i personaggi per salvarci.
Ma sia io che te sappiamo che salvarsi è impossibile.
Con affetto
Fabio.

 

 

 

 

 

La macchina di merda

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di Daniele Poccia

C’era una volta una macchina, che era una macchina di merda. Non che le altre macchine del mondo fossero davvero migliori, ma questa, in particolare, era veramente una macchina di merda. Non era molto grande, a dire il vero, pressapoco come una valigetta ventiquattro ore particolarmente sottile, ovvero tridimensionalmente contenuta, o come una scatola di cioccolatini, e di fatto si apriva proprio come una scatola, bastava impugnarla con entrambe le mani, tenerla di fronte a sé, e aprirla dal basso verso l’alto lentamente, per assistere a un vero cataclisma: la macchina inghiottiva poco a poco tutto quello che c’era nei dintorni, non importavano le dimensioni, le consistenze, le vocazioni e i gradi, inghiottiva tutto, salvo chi la teneva in mano.

È chiaro che una macchina del genere suscitasse ogni genere di cupidigia bellicistica, assicurarsene il possesso voleva dire guadagnare per stessissimo fatto l’egemonia mondiale, ma è anche vero che il suo utilizzo era estremamente limitato: se ti trovavi su un prato di montagna, avresti visto inghiottire prima gli insetti e i ciuffi d’erba, poi le zolle di terra e le pietre, pietre man mano sempre più imponenti, e poi avresti cominciato a sentir scricchiolare le montagne, sarebbero venute giù le valanghe, i crolli e gli inabissamenti tettonici avrebbero smontato brutalmente il paesaggio. Se stavi passeggiando per le strade gremite di una città, sarebbero stati i piccoli oggetti a sparire per primi, cellulari, occhiali e ammennicoli vari, e i vestiti in generale, e poi pian piano tutto il resto, automobili, finestre, pali della luce, interi edifici, la metropolitana, persino i treni e le strutture sotterranee della metropolitana avrebbero perso la loro altrimenti geologica solidità; e naturalmente esseri umani, esseri umani in grande e disordinata quantità, di ogni foggia e di ogni schieramento politico, di ogni periodo consentito. E questo fino a quando la macchina-valigetta rimaneva aperta, fin quando quel qualcuno che poteva fregiarsi del suo possesso continuava a spalancarla incolume e gaudente del suo enorme potere.

C’era però un problema, possederla voleva dire anche stare continuamente in allerta, chiunque, a qualunque ora del giorno e della notte, poteva sottrarla da un momento all’altro a colui o colei che ne era giunto in possesso, motivo per cui la storia dei suoi proprietari era un storia di solitudini feroci, e di celle, celle buie e imbottite, in cui codesti solitari erano costretti a rinchiudersi, e a proteggersi da occhi e orecchie indiscreti.

E proprio come un’improba riparazione della schiavitù determinata dal possesso di questa macchina di merda, qualcuno, teorizzando a proposito delle sue qualità più nascoste, si era arrischiato a ipotizzare che la si sarebbe potuta usare, tenendola aperta un po’ più alla lunga, per determinare la fine dell’Universo, e scatenare così un nuovo ciclo cosmogonico, in cui tutto sarebbe andato alla grande: le lenticchie non avrebbero più contenuto sassolini da pulire via pazientemente, i cani avrebbero smesso di abbaiare, soprattutto quelli piccoli e tignosi, e le foglie non si sarebbero più accumulate lungo il vialetto di casa, in autunno, per generare quel tipico effetto tappetto spelacchiato che tanto fa arrabbiare i bravi lavoratori, anche se nessuno aveva mai fatto il tentativo, né, si spera, nessuno aveva mai nemmeno avuto la voglia di farlo per davvero, ce ne saremmo accorti forse, o forse no, difficile dirlo di questi tempi di aspersioni e di asepsi polimorfe e magmatiche.

Sta di fatto che la macchina aveva attraversato la storia dell’umanità dai suoi albori, e influenzato così tutta la politica di tutti i popoli della Terra, nessuno escluso, venendo aperta, alla fin fine, non più di tre volte, di cui tutti i popoli della Terra ricordavano con terrore le conseguenze, visto che tutte e tre le volte, va da sé, vennero via un bel po’ di cose, e anche se in compenso si fecero visibili costoni teneri e succosi di supposizioni secolari, rimaste nascoste sotto le spesse coltri di espedienti che l’umanità vi aveva trasudato sopra in precedenza, si scoperchiarono premesse malmostose mai nemmeno intraviste, e si palesarono spregiudicatezze infestanti troppo a lungo occultate dalle azioni diversive con le quali siamo soliti distrarci dal nostro burrone interiore.

Vediamole una per una.

Erano le cinque del mattino di un giorno come un altro, quando una donna visionaria cadde in una buca. In questa buca c’era ogni genere di oggetto dimenticato, c’erano migliaia di crocifissi usati per pregare contro le malattie, milioni di libri di fantascienza più o meno dozzinale, più o meno geniale, c’erano perline, a tonnellate, che si infilavano tra i libri e i crocifissi, amalgamandoli in un mastice multicolore che anche a distanza di pochi metri pareva un minestrone asfodelico di proporzioni ciclopiche, e c’erano centinaia di persone che scavavano in quel mastice, affondavano le mani, e ci sprofondavano dentro per intero, e di tanto estraevano oggetti unici, non riconducibili a nessuna delle tre categorie, né crocifissi, né libri di fantascienza, né perline, oggetti che sfuggivano alla presa delle parole. La donna esitava, e si chiedeva se unirsi al gruppo, o se cercare di risalire in superficie per raccontare ciò che aveva visto.

La prima volta, in breve, fu quando cominciammo a ricordarci tutti della nostra vita precedente, e non vedevamo altro che le differenze.

La seconda fu quando dio si scusò un po’ con noi, e tutti ci chiedemmo se si trattava di un regalo insperato, o di una presa in giro costruttiva. Parlò dal basso, infatti, questa volta, e non con una voce aerea e distinta, che piomba sui malcapitati come uno stormo incattivito di volatili, ma come il sobbollire di un liquido denso e dolciastro, quasi un sugo nonnesco, la sua voce era nasale e grave a un tempo, diceva, più precisamente, che eravamo stati bravi, nonostante tutte le improntitutidini metaboliche di cui avevamo dato prova, e che nessuno ci avrebbe scommesso troppo su di noi, tra i suoi stessi pari, almeno all’inizio. Noi gli rispondemmo freddamente che lo capivamo, anche noi avevamo iniziato da piccoli.

Poi venne la stagione in cui le macchine, tutte le macchine, ormai integrate le une con le altre, si convertirono a una dieta di dati straordinariamente severa, cibandosi solo delle storie migliori, alla fine ne scrissero una cosa così lunga e particolareggiata che permetteva a chiunque, ma proprio a chiunque, di riconoscervi la propria immagine, in quel preciso momento della sua vita, in quel preciso luogo in cui si trovava, con un effetto di straniamento così profondo e capillare che quel chiunque qualsiasi finiva per sentirsi costretto a constatare l’inermità assoluta di quella storia così pretenziosa.

Dopo di che trascorsero lunghi anni in cui non successe praticamente più niente, né scoppiarono più temporali mitopoietici, né furono più disposte clausure psicoterapeutiche di lungo corso per le masse ormai assuefatte alla loro assoluta vacuità incrementale, così che alla fine la macchina di merda cominciò a ingoiare una a una le proprie molecole, era passato troppo tempo dall’ultima volta in cui era stata utilizzata, e lo fece con una tale voracità, e con un siffatto stile arborescente, che non resto di lei che una sola porzione, il manico superiore, soltanto un manico come un altro, di plastica dura, minuto e inutilmente ruvido.

L’umanità non si riprese mai più.

Mots-clés__Itaca

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Alberto Savinio, L’île des charmes

 

Itaca
di Daniele Ruini

Julia Holter, Sea Calls Me Home -> play

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Alberto Savinio, L’île des charmes

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Da: Luigi Malerba, Itaca per sempre, Mondadori, 2025 [1997]

Mi sono domandato tante volte come mai l’acqua del mare è salata mentre l’acqua dei fiumi che si versano nel mare non lo è, e nemmeno la pioggia che cade dal cielo è salata. Non ho mai trovato una risposta e mi faccio di nuovo questa domanda mentre, risvegliato dal vento dopo un lungo sonno, sto seduto sulla costa sassosa di questa terra che dovrebbe essere Itaca, ma che ora non riconosco.
Mi guardo intorno smarrito perché non riconosco né la costa sassosa, né questa terra arida coperta di alberi spogliati dai venti marini, né l’orizzonte delle montagne, né questo cielo colore del mare. E mi domando ancora da dove vengano questi frammenti di pietra rossa e porosa portati qui dalle piogge che scendono a precipizio lungo la montagna. A ogni temporale c’è un pezzetto di mondo che se ne va portato in mare dall’acqua che trascina giù terra e sassi, che scava fossi e mette a nudo le radici degli alberi. A un certo punto scompariranno le isole e le montagne e, colmato di terra, il mare diventerà una grande pianura?

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[Mots-clés è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. La prima domenica del mese Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a: tajani@nazioneindiana.com. Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti.]

Come scomparire (e riapparire). L’idiota di famiglia di Dario Ferrari

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Nicolas de Staël, Étude de profils, 1954

 

Nicolas de Staël, Étude de profils, 1954

 

di Ornella Tajani

Si legge così bene, L’idiota di famiglia di Dario Ferrari (Sellerio 2026), che quasi non vien voglia di scriverne, la recensione essendo fra le altre cose un modo di portare a compimento una lettura, di completarne il godimento. In questo caso il gesto sembra innecessario, e il piacere provato si accompagna a una strana forma di gelosia, a un impulso di non condivisione.

Costruito su una struttura classicamente nitida ed esatta, da romanzo ottocentesco, riattualizzata però da una lingua e da un’impostazione contemporanee e dissacranti, il libro dispiega una trama che avvolge il tanto che basta a sedurre chi legge. Nessun bizantinismo, détour o inscatolamento eccessivo nell’intreccio, ma un’impalcatura solida, non didascalica, mirabilmente governata, che consente all’autore di raccontare una storia, semplice quanto si vuole (il rapporto di un figlio col padre, la battaglia contro la sua malattia di Alzheimer), cui s’intrecciano mille altre corde: il risveglio da adulti a quarant’anni, i conti con ciò che si è diventati sul piano professionale, sentimentale, emotivo – umano. Se la vita è un infinito romanzo di formazione, un percorso lifelong learning di quelli così odiati dal protagonista Igor, di professione traduttore dall’inglese, non è detto che lungo la via non si possa anche incantarsi a guardare un cielo stellato nel momento meno opportuno, o ridere di gusto per una battuta altrui mentre si è a cena con gente insopportabile.

Ferrari ritrae con leggiadria tanto l’ambiente editoriale romano «radical cool» quanto la provincia viareggina impastata di antica beatitudine, spumeggia nei dialoghi spassosi senza diventare inverosimili, diffonde un’eccentricità nei personaggi che sorprende come fa il quotidiano nei momenti più impensati, mentre si è in fila al supermarket, in metro, in sala d’attesa dal dottore. Se l’umorismo è una spiccata qualità dell’autore, si apprezza anche la delicatezza di affrontare la malattia o la morte dei genitori con misurati dettagli toccanti – uno su tutti: l’istante in cui il figlio scopre che il padre, ormai conscio della propria incipiente malattia, annotava su un foglietto argomenti di conversazione e informazioni utili da usare durante le loro telefonate; la brutalità con cui riagganciava la cornetta era dunque dovuta non a un’improvvisa insofferenza, ma al fatto che aveva esaurito il contenuto degli appunti.

Una profondità particolare della narrazione viene dal rapporto con la Storia, cui s’intreccia ripetutamente, inanellando vari decenni del secolo breve. Come l’indole del padre, docente alle scuole superiori, era legata a doppio filo al suo essere comunista, così Igor è governato da una sensibilità novecentesca, nel bene e nel male. In tale prospettiva trova posto il manoscritto paterno, un resoconto immaginario delle Giornate rosse di Viareggio (1920), che, da metà romanzo in poi, si alterna al récit principale. Se in questo inserto metanarrativo – forse meno coinvolgente di quello che già figurava in La ricreazione è finita, ma non per questo sterile o superfluo – il protagonista si chiama Idargo in omaggio all’hidalgo di Cervantes, va detto che l’intertestualità è ricca in tutto il testo: da Dostoevskij che fa capolino sin dal titolo insieme al Flaubert sartriano, a Sandro Penna o Wisława Szymborska. Questo perché, nel libro di Ferrari, fuori e dentro la pagina, la letteratura costituisce una maniera di guardare al mondo, di costruire un tessuto connettivo di visioni – poco importa che nella vita si faccia la scrittrice, il traduttore, l’insegnante o il lettore.

I poeti appartati: Alberto Casadei

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Nota
di
Alida Airaghi

 

 

Alberto Casadei, professore ordinario di letteratura italiana all’Università di Pisa, è autore di numerosi volumi di critica e, più recentemente, di prove poetiche e narrative audacemente supportate con contributi desunti dalle scienze cognitive. La macchina infinita è la sua prima pubblicazione a definirsi come opera totalmente in versi, priva di inserti in prosa, che tuttavia per il suo carattere di meditazione filosofica e scientifica sulla realtà transeunte dell’esistenza (non solo umana, ma addirittura cosmica) si allontana dalle modalità della lirica tradizionale, avvicinandosi piuttosto alla dissertazione speculativa.

Indifferente ai classici stilemi retorici, Casadei accentua l’originalità dei temi trattati basandosi dinamicamente su connessioni imprevedibili, intuizioni disorientanti e sperimentalismi linguistici dal sapore del divertissement più che della destrutturazione testuale, con il fine di assecondare un flusso ininterrotto di domande sull’origine e lo scopo del vivere, rivelanti una dolorosa inquietudine intellettuale ed etica, arginata comunque da un severo razionalismo.

I quattro capitoli in cui si suddivide la raccolta (Incipit vita, Genetica, Epigenetica, Ripercorrere il mondo), nella loro varietà di argomenti manifestano una singolare rappresentazione del connubio tra apporti culturali di diverso genere: astronomia, genetica, storia, geografia, informatica, estetica sono le materie che formano il substrato della riflessione sottesa ai testi, a svelare la sostanza della “macchina infinita” che ingloba e governa il tutto.

Già dalla prima sezione, dedicata alla nascita di una nuova vita – in fattispecie della sua bambina –, Casadei si barrica in un’esplorazione della genetica come scienza che stabilisce le regole di riproduzione, rifiutando ogni retorica sentimentale sul tema della paternità/filialità, ridotto a sperimentazione organica. Nella poesia dal titolo esplicativo Non sono rinato, l’emozione lascia spazio a distaccate considerazioni scientifiche: “E dunque sperare soprattutto / nella prosecuzione dei geni / che diventa la certezza di / un altro sembiante, / e un grumo di cellule / e fuoriesce alla luce / guardando estranea- / mente, intensa / ma estranea”, ribadite dai versi successivi: “come tu quiora / fuoriesci, sorgi, / sei non più nascosta, / data, / nata”. Successivamente il rapporto con la figlia bambina si intenerisce nella descrizione de La stanza dei giochi, perché “il mondo del gioco basta a giustificarsi”, e lo sguardo rivolto alla piccola Matilde circondata da bambole e peluche gliela rende innocentemente sua: “bimba, facile e dolce, / regolata dai colori dei sogni / cartonati, dei pupazzi amici feticci / testimoni della bontà del mondo”.

L’assillo rimane però quello dell’individuazione dell’io, dell’inclusione della propria soggettività all’interno della perenne catena di cause ed effetti che governa la vita degli esseri umani e non-umani, inclusi in una stessa corrente riproduttiva di nascita e morte, comune a tutti eppure incredibilmente unica nello scarto peculiare di novità esclusiva. Chi sono io? Cosa sono? Perché vivo e perché morirò? Sono le domande che si pone il poeta chiedendosi se valga “Pensare come infinito / l’illogico prodursi / di miei nuclei, epiteli e atti”.

Forse solamente la storia riesce a ricomporre un quadro in cui il singolo possa cercare uno spazio, dimostrazione e ragione del suo esserci. Quindi va ripercorsa per intero la vicenda umana nell’ esplorazione turistica delle grotte di Lascaux o delle statue dell’isola di Pasqua (“io è lì, mi muovo vicino, in un tempo / indifferente, uniti io lo scultore, io ho scolpito”), della città di Ur fino alla vicina Nassiriya. Artefice e spettatore, idea e materia, vincitori e vinti si sovrappongono, indivisi nonostante le migliaia di anni di separazione. Il soggetto diventa oggetto, il sé si frantuma, si sdoppia e triplica, perde sostanza e memoria, muore e si reincarna: “Noi possediamo nei nostri geni, / nelle nostre cellule, un’eredità che risale / alle origini della vita”. Per questo ogni vicenda personale perde importanza, lasciando aperta la possibilità di aver già vissuto in altre epoche, con altre sembianze, in regni di cui si sono perse le tracce e il ricordo. “Io ci sono ma / io è qualcos’altro”.

Rimane comunque indubitabile la realtà del proprio corpo che ama, si accoppia, si riproduce “per il bisogno / di godimento …. // i doveri del pro- /creare, unghie morsicate, deboli scosse / dal vacuo intimo agglomerato di / nervi, e questo è stato amore”. Corpo che soffre e si ammala (“adesso mero cascame, macchie / cheratinose, pezzi di gengive vuote”) e va sottoposto ad analisi, operazioni, tac cerebrali, pacemaker, cicatrici deturpanti.

L’inevitabile disfacimento fisico rispecchia quello delle civiltà: “A quanto si può ridurre l’agglomerato / di DNA e zuccheri e acqua e parti / ignote che ha costruito città e stati, / sintomi e dèi, potenze in atto e / decadimenti, in analogia col muoversi / globale, unico effetto certo / dell’infinito”. Un infinito che a partire “da prima del big bang” ha portato alla formazione di atomi e materia cosmica, acqua terra ferro oro, del tutto indifferente alla “piccola finità” del poeta, ai suoi ricordi infantili, agli studi e alle ricerche accademiche, (“il tuo lavoretto, l’elaborato appena sufficiente che hai messo / in fila, nei tuoi giorni”), alla scrittura poetica. Nemmeno la poesia, infatti, garantisce qualche validazione culturale, riscatto etico o sopravvivenza futura (“Nell’adesso, / nei vacui spazi lasciati / all’io che continua / a esistere scrivendo”), anzi acuisce i sensi di colpa rispetto alle ingiustizie sociali: “Ma davvero pensi ai massimi sistemi e non invece / alle risorse che finiscono per tutti, alle guerre che s’innescano / e sono gli straccioni del mondo a pagare, / come fai a muoverti senza chiedere scusa / a ogni passo, a ogni parola, /entrando e uscendo dalla tua poesia-tana-tagliola?”

Non esiste consolazione fideistica che possa contrastare la consapevolezza dei propri limiti, e allora ci si deve accontentare di essere poco, e per poco: “Sai che finirai come un’ondina azzurra, forse lei trasmetterà / l’informazione che hai raccolto, le probabilità che hai incarnato, / non si disperdono i momenti che ti costituiscono”.

Il tono assunto dai versi si muove da un’ironia corrosiva a una rassegnata malinconia, utilizzando una versificazione lunga, complessa e in parte consapevolmente provocatoria.

Una più clemente considerazione della propria storia e di quella collettiva viene attuata nell’ultima sezione del volume, Ripercorrere il mondo, in cui Alberto Casadei si concede affettuosi recuperi di memorie giovanili, di felici eventi sportivi condivisi con altri, riscoprendo la bellezza nell’arte, nella letteratura, nella musica e nelle città di tutto il mondo, nonostante l’implacabile distruzione pianificata dai vari poteri politici ed economici e l’espropriazione della creatività umana da parte dell’intelligenza artificiale. Ritrova così un significato nel “creato / creato dagli uomini, il segno del loro / transitare e concretarsi nelle cose”, e nello scoprirsi “un segnetto nella nostra mundi machina / che si genera, si evolve, si espande, // decade, // si fa storia, si azzera, si approssima / infinita alla nostra necessaria e storta e ibrida / singolarità”.

⇨ SONDEPOETICHE: n° 2 / Scrittura & Cinema #1

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SONDE POETICHE

a cura di Gianluca Codeghini e Andrea Inglese

UNA FANZINE RADIOFONICA in formato podcast su NAZIONE INDIANA

N° 2: Poesia & Cinema #1 scritture e riflessioni di

di Corrado Costa, Gary Hill, Bruno Muzzolini, Emanuele Canzaniello, Giovanna Marmo, Dario Bellini, Riccardo Donati, Francesco Forlani, Andrea Inglese, Gianluca Codeghini

e molta musica

su/ on www.radioarte.it

COSA è / WHAT is

SONDE POETICHE // POETIC SOUND

In questo numero si fronteggiano in allegra inimicizia e irresistibile attrazione: scrittura e cinema. Innesco inevitabile Corrado Costa & invitato speciale Gary Hill.

Appunti per una tassonomia della stupidità

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Foto di Markus Winkler: https://www.pexels.com/it-it/foto/tessere-scrabble-con-la-scritta-unvernuft-sul-tavolo-30918013/

Foto di Markus Winkler

di Riccardo Scattolini

Dulce est desipere in loco
Orazio (Odi, IV, 12, 28)

Premessa

La stupidità si manifesta in un numero pressoché infinito di forme. Può essere individuale o collettiva, innocua o pericolosa, permanente o transitoria, assoluta o relativa. Per questo motivo, il tentativo di proporne una tassonomia è eccessivamente ambizioso e dunque, almeno in una certa misura, stupido. Ancora più stupido potrebbe apparire lo scrivere un breve trattato che non porterà né fama né successo al suo autore e che sarà forse letto da un numero esiguo di persone.

Va tuttavia ricordato che il tema della stupidità ha affascinato molte e illustri menti. Gustave Flaubert ne fu quasi ossessionato, al punto da accumulare un’immensa collezione di stupidaggini, luoghi comuni e banalità, nel progetto di costruire una sorta di enciclopedia della bêtise. Non riuscì tuttavia a dare forma sistematica ai propri appunti, né a concludere Bouvard et Pécuchet, il romanzo da lui concepito come una sorta di epopea della stupidità culturale.

Come ricorda Giancarlo Livraghi (Livraghi, 2008), nella presentazione dell’edizione italiana del Dictionnaire, curata da Rodolfo Wilcock, si legge:

«Durante tutta la vita di Flaubert l’immagine della Stupidità, sotto la possente spinta dei tempi, si era continuamente dilatata dinnanzi ai suoi occhi: non più soltanto attributo inestirpabile della specie umana, ma Potenza Cosmica, l’etere che avvolgeva qualsiasi parola fosse pronunciata, le chiacchiere della comare e le relazioni dell’accademico, gli appelli del politico e le sentenze del farmacista, le similitudini dei lirici e i protocolli degli scienziati».

Conscio dell’impossibilità di scrivere un trattato esauriente sulla stupidità, e delle inevitabili conseguenze che un simile tentativo potrebbe avere sull’autostima di chi vi si cimenta, mi accingo comunque alla sfida

Sull’incerta definizione di stupidità

Quando si parla di stupidità, la prima tentazione è quella di cercarne una definizione generale, valida in ogni circostanza.

La letteratura è ricchissima di aforismi sul tema. Per esempio:

Alcuni scienziati affermano che l’idrogeno, poiché sembra essere ovunque, è la sostanza basilare dell’universo; non sono d’accordo. Io dico che c’è molta più stupidità che idrogeno, e che quella è la vera sostanza costitutiva dell’universo (Frank Zappa).

Solo due cose sono infinite, l’universo e la stupidità umana, e non sono sicuro della prima.
(attribuito ad Albert Einstein).

All’intelligenza Dio ha posto limiti, alla stupidità no (attribuito a Konrad Adenauer).

Per quanto argute, affermazioni di questo genere aiutano poco nella definizione della stupidità. Ne sottolineano l’universalità, l’onnipresenza o la pericolosità, ma non forniscono criteri che consentano di riconoscerla o classificarla.

Un tentativo assai più strutturato è quello di Carlo M. Cipolla (Cipolla, 1988), che formula le celebri cinque leggi fondamentali della stupidità umana:

  • Prima Legge Fondamentale: sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.
  • Seconda Legge Fondamentale: la probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa.
  • Terza, o aurea, Legge Fondamentale: una persona stupida è una persona che causa un danno a un’altra persona o a un gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé, o addirittura subendo una perdita.
  • Quarta Legge Fondamentale: le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare, dimenticano che, in qualsiasi momento, luogo e circostanza, trattare o associarsi con individui stupidi può rivelarsi un costosissimo errore.
  • Quinta Legge Fondamentale: la persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.

Corollario: lo stupido è più pericoloso del bandito.

È interessante osservare come questa conclusione presenti una significativa analogia con quanto scrive Dietrich Bonhoeffer nel suo saggio Della stupidità (Bonhoeffer, 2015):

«In questo, lo stupido, a differenza del malvagio, è completamente in pace con sé stesso; anzi, diventa perfino pericoloso nella misura in cui, appena provocato, passa all’attacco. Perciò va usata maggior prudenza verso lo stupido che verso il malvagio. Non tenteremo mai più di convincere lo stupido con argomenti motivati; è assurdo e pericoloso.»

La terza legge di Cipolla riveste particolare interesse perché propone un criterio operativo per individuare lo stupido. Secondo l’autore, le persone possono essere divise in quattro gruppi:

  • Intelligenti: procurano un vantaggio a sé stessi e agli altri.
  • Sprovveduti: danneggiano sé stessi e avvantaggiano gli altri.
  • Stupidi: danneggiano gli altri senza ricavarne vantaggio, o addirittura danneggiando anche sé stessi.
  • Banditi: danneggiano gli altri traendone un vantaggio personale.

Il criterio è chiaro e di grande efficacia. Tuttavia, appare limitato se si vuole costruire una tassonomia più generale della stupidità. Il modello di Cipolla classifica infatti soprattutto gli esiti di un comportamento: il vantaggio e il danno prodotti per sé e per gli altri. Dice invece poco sui processi mentali che hanno generato quel comportamento.

Due individui possono provocare lo stesso danno senza ricavarne alcun beneficio, ma farlo per ragioni molto diverse: ignoranza, superficialità, fanatismo, impulsività, incapacità di valutare le conseguenze o semplice errore di giudizio. Dal punto di vista di Cipolla ricadrebbero nello stesso quadrante; dal punto di vista di una tassonomia della stupidità, potrebbe invece essere utile distinguerli.

Un altro contributo importante è quello di Robert Musil (Musil, 2015), nel Discorso sulla stupidità, tratto dalla conferenza tenuta a Vienna l’11 marzo 1937. Musil, non sempre di cristallina chiarezza — forse per mettere alla prova l’intelligenza del lettore — associa una forma di stupidità alla mancanza di esprit de finesse, alla rozzezza e all’insensibilità delle facoltà più sottili del giudizio.

A mio avviso, questa impostazione rischia talvolta di apparire eccessivamente aristocratica. Più interessante è invece l’associazione proposta da Musil fra stupidità e vanità, che può essere interpretata come uno dei possibili sintomi della stupidità stessa, così come il suo riconoscimento della natura multiforme dell’intelligenza e del suo contrario.

Stupidità e intelligenza, in questa prospettiva, non possono essere considerate valori assoluti. Dipendono almeno in parte dalla capacità dell’individuo di affrontare determinati ambienti e situazioni. Una persona può mostrare straordinarie capacità in un ambito e una sorprendente ottusità in un altro.

Musil parla tuttavia anche di una stupidità più radicale e stabile, che si manifesta come durezza di comprendonio, povertà di idee e incapacità di usare adeguatamente quelle disponibili.

La rassegna precedente è necessariamente incompleta e trascura autori fondamentali, da Erasmo da Rotterdam a Sant’Agostino. Per ragioni di spazio, ci limiteremo tuttavia agli autori citati, utilizzandoli non come autorità definitive, ma come punti di partenza per la tassonomia qui proposta.

La stupidità individuale

Una prima distinzione necessaria è quella tra stupidità individuale e stupidità collettiva.

Nel seguito ci si occuperà prevalentemente della prima, limitandosi soltanto ad alcuni cenni sulla seconda. La stupidità collettiva meriterebbe infatti un’analisi autonoma, anche per il ruolo che sembra assumere nell’interpretazione di molti fenomeni sociali e politici contemporanei.

Per iniziare a costruire una possibile tassonomia, possono essere formulate alcune ipotesi di lavoro.

  • È opportuno distinguere tra stato di stupidità e comportamento stupido. Essere abitualmente stupidi e comportarsi stupidamente in una determinata circostanza non sono la stessa cosa.
  • La stupidità non sembra essere una proprietà binaria, per cui si è semplicemente stupidi oppure non lo si è. È più utile pensare a un grado di stupidità, distribuito lungo un continuo.
  • Tale grado non è direttamente misurabile. Può essere inferito soltanto in modo empirico, osservando la frequenza dei comportamenti stupidi, la varietà delle situazioni in cui essi compaiono e la gravità delle loro conseguenze.
  • La stupidità non coincide con una carenza delle sole capacità logico-matematiche, né quindi con ciò che viene misurato, almeno in parte, dai test del quoziente intellettivo. Possono contribuire anche deficit di giudizio, incapacità relazionali, carenze nella comprensione sociale, scarsa capacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni o insufficiente consapevolezza dei propri limiti.
  • Di conseguenza, un individuo può mostrare spiccate capacità matematiche, logiche o professionali e, nello stesso tempo, comportarsi in modo sorprendentemente stupido in altri ambiti.
  • Il comportamento stupido può derivare sia da caratteristiche relativamente stabili dell’individuo, sia da condizioni contingenti: passioni, rabbia, paura, pigrizia, sfinimento, conformismo, vigliaccheria o semplice disattenzione.

Dal punto di vista degli effetti, cause molto diverse possono quindi produrre risultati analoghi. Tuttavia, distinguere fra componenti relativamente stabili e componenti situazionali è importante: queste ultime possono talvolta essere rimosse modificando le circostanze o aumentando la consapevolezza dell’individuo, mentre le prime appaiono più resistenti alla correzione.

A queste dimensioni se ne può aggiungere un’altra: la consapevolezza della propria insufficienza.

Non sapere qualcosa non implica necessariamente stupidità. Più significativo può essere il non sapere di non sapere, oppure il non modificare il proprio giudizio quando emergono elementi che dovrebbero indurre a farlo. In questo senso, una componente importante della stupidità potrebbe consistere non tanto nella mancanza di capacità, quanto nella difficoltà di riconoscere i propri errori e i propri limiti.

A partire da queste ipotesi, possiamo caratterizzare alcuni casi tipici.

Lo stupido del villaggio

È la tipologia più immediatamente aderente al sentire comune.

Lo stupido del villaggio è considerato intellettualmente poco dotato, ingenuo, facilmente raggirabile e incapace di svolgere con competenza attività che richiedano un minimo di perizia o capacità di giudizio.

Nei termini precedentemente introdotti, si tratta di un individuo caratterizzato da un grado relativamente elevato e stabile di stupidità, che tende a manifestarsi con frequenza e in ambiti diversi.

È una figura antica e ricorrente nella letteratura e nel teatro. Un esempio celebre è Margite, protagonista dell’omonimo poema comico della letteratura greca antica attribuito tradizionalmente a Omero, del quale Aristotele ricorda che molte cose sapeva, ma tutte male:

«Molte arti conosceva; però, l’una peggio dell’altra. Non aratore, né zappatore lo fecero i Numi, né d’alcun’arte esperto: ché dove provava, sbagliava (Margite, frammento 3 A-B).

Lo stupido del villaggio, almeno nella sua rappresentazione tradizionale, è tuttavia spesso innocuo. La sua stupidità è visibile, riconoscibile e quindi, entro certi limiti, prevedibile.

Come osserva argutamente Noel Clarasó i Serrat:

Nessuno stupido si lamenta di esserlo; non gli deve andare poi tanto male.

Lo stupido arrogante

Non sempre chi è caratterizzato da un elevato grado di stupidità è facilmente riconoscibile come tale.

Lo stupido arrogante riesce a occultare almeno in parte le proprie insufficienze grazie all’ambizione, alla vanità, alla sicurezza ostentata e talvolta all’aggressività. Può compensare i propri errori attribuendone sistematicamente la responsabilità agli altri e trasformando la sicurezza di sé in un surrogato della competenza.

A questo proposito viene spesso attribuita a Bertrand Russell l’osservazione secondo cui:

«La causa principale dei problemi è che al mondo gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi.»

Il problema non consiste però soltanto nella sicurezza. La sicurezza può essere perfettamente giustificata. Ciò che caratterizza lo stupido arrogante è piuttosto la sproporzione tra sicurezza e competenza, accompagnata dalla scarsa disponibilità a sottoporre le proprie convinzioni a verifica.

Il successo di questo tipo umano può dipendere anche dal contesto. Determinazione, aggressività, capacità di imporsi e abilità retorica possono essere scambiate per competenza, soprattutto da chi non dispone degli strumenti necessari per valutarla.

Ciò non significa tuttavia che chi raggiunge posizioni elevate sia necessariamente intelligente in senso generale. Il successo implica di norma il possesso di almeno alcune capacità specifiche — organizzative, relazionali, politiche, tecniche o strategiche — ma tali capacità possono coesistere con gravi insufficienze in altri domini.

La stupidità, se è davvero multidimensionale, non è incompatibile con il talento.

Lo stupido vuoto

A differenza dello stupido arrogante, fortemente concentrato sulla propria persona, lo stupido vuoto è caratterizzato da una debole consapevolezza di sé e da una relazione incerta con la realtà.

È portato a rifugiarsi in sistemi di interpretazione semplici, rassicuranti o totalizzanti, soprattutto quando la complessità del reale richiede uno sforzo di analisi che egli non è disposto o non è in grado di sostenere.

Come efficacemente sintetizzato in una conversazione da Francesca S. (comunicazione privata), si manifesta così una sorta di «fuga dalla realtà effettuale e fiducia nel nulla, perché è più facile confrontarsi con il nulla che con la logica».

Lo stupido vuoto può essere difficile da riconoscere se osservato attraverso singoli comportamenti isolati. La sua caratteristica principale non è infatti necessariamente il commettere errori macroscopici, ma la disponibilità ad accogliere passivamente spiegazioni, convinzioni e identità offerte dall’esterno.

Per questa ragione può diventare socialmente rilevante. Individui di questo tipo possono aderire con facilità a credenze scarsamente fondate, purché esse offrano appartenenza, semplificazione e rassicurazione.

Il punto importante, tuttavia, è evitare una definizione circolare: non è stupido chi aderisce a idee che noi riteniamo sbagliate. La stupidità dovrebbe essere cercata piuttosto nel modo in cui quelle idee vengono accolte e mantenute: assenza di verifica, impermeabilità agli argomenti contrari, delega sistematica del giudizio, rifiuto della complessità e dipendenza dall’approvazione del gruppo.

L’aggregazione di individui caratterizzati da questi atteggiamenti può costituire uno dei passaggi dalla stupidità individuale alla stupidità collettiva.

Lo stupido occasionale

È probabilmente la categoria più vasta, perché comprende, prima o poi, ciascuno di noi.

Tutti possono comportarsi stupidamente. La rabbia, l’innamoramento, la paura, la stanchezza, la fretta, la vanità, la pressione del gruppo o un eccesso di sicurezza possono temporaneamente compromettere il giudizio anche di persone normalmente ragionevoli.

È importante quindi non confondere il singolo comportamento stupido con un elevato grado di stupidità personale.

L’errore occasionale non soltanto è inevitabile, ma può costituire una preziosa occasione di correzione. Ciò che conta è la capacità di riconoscerlo.

Da questo punto di vista, potrebbe esserci una differenza decisiva fra l’intelligente e lo stupido: non tanto il fatto che il primo non commetta stupidaggini, quanto il fatto che sia più disposto a riconoscerle, comprenderne le cause e modificare il proprio comportamento.

L’autocritica non elimina la stupidità occasionale, ma può impedirle di diventare permanente.

Verso una tassonomia

Le categorie appena descritte non sono perfettamente omogenee.

Lo stupido del villaggio è definito soprattutto sulla base di capacità cognitive e pratiche; lo stupido arrogante attraverso il rapporto fra competenza, sicurezza e autoconsapevolezza; lo stupido vuoto mediante il rapporto con la realtà e con il gruppo; lo stupido occasionale, infine, non rappresenta propriamente un tipo umano, ma uno stato transitorio.

Più che categorie reciprocamente esclusive, queste figure possono quindi essere considerate configurazioni tipiche all’interno di uno spazio definito da alcune dimensioni fondamentali:

  • grado, cioè intensità della stupidità;
  • stabilità, distinguendo le forme permanenti da quelle transitorie;
  • dominio, poiché una persona può essere competente in un ambito e stupida in un altro;
  • consapevolezza, vale a dire capacità di riconoscere i propri limiti e correggere gli errori;
  • conseguenze, cioè il danno che il comportamento produce per sé e per gli altri;
  • dipendenza dal contesto, distinguendo ciò che appartiene prevalentemente all’individuo da ciò che viene favorito o prodotto dalla situazione sociale.

In questa prospettiva, una tassonomia della stupidità non dovrebbe limitarsi a classificare gli individui, ma descrivere le condizioni nelle quali il comportamento stupido emerge, persiste e si amplifica.

Possibili sviluppi dell’analisi

Una tassonomia sufficientemente articolata della stupidità individuale potrebbe fornire gli strumenti per affrontare il problema ancora più complesso della stupidità collettiva.

A questo proposito si ricorda la celebre osservazione di Leo Longanesi:

«Fanfare, bandiere, parate. Uno stupido è uno stupido. Due stupidi sono due stupidi. Diecimila stupidi sono una forza storica.»

La stupidità collettiva non sembra tuttavia riducibile alla semplice somma delle stupidità individuali.

Un gruppo può produrre comportamenti stupidi anche quando è composto da individui che, presi singolarmente, non lo sono affatto. Il conformismo, la deferenza verso l’autorità, il desiderio di appartenenza, la polarizzazione e la rinuncia al giudizio individuale possono trasformare profondamente il comportamento delle persone.

Da questo punto di vista, il contributo di Bonhoeffer appare particolarmente significativo e, ancora oggi, sorprendentemente attuale:

«In questi casi non si ha tanto l’impressione che la stupidità sia un difetto innato, ma che in determinate condizioni gli uomini siano “resi” stupidi o, in altri termini, si lascino istupidire. Constatiamo inoltre che le persone chiuse e solitarie denunciano meno questo difetto che le persone o i gruppi sociali inclini o condannati alla socievolezza. Sembra dunque che la stupidità sia forse meno un problema psicologico che sociologico. Essa è una forma particolare dell’effetto provocato sugli uomini dalle condizioni storiche, un fenomeno psicologico che riflette determinate situazioni esterne.»

E ancora:

«A un’osservazione più attenta, si vede che ogni forte manifestazione di potenza esteriore, sia di carattere politico che di carattere religioso, investe di stupidità una gran parte degli uomini. Sì, sembra proprio che si tratti di una legge socio-psicologica. La potenza dell’uno ha bisogno della stupidità degli altri.»

Questa prospettiva introduce un problema fondamentale: la stupidità non è soltanto una caratteristica dell’individuo, ma può essere prodotta, rafforzata e organizzata socialmente.

La relazione fra stupidità individuale e collettiva è probabilmente circolare. Gli individui favoriscono la formazione di gruppi stupidi; i gruppi, a loro volta, possono rendere stupidi individui altrimenti capaci di giudizio autonomo.

Un approfondimento di questo meccanismo richiederebbe tuttavia un’analisi specifica, che esula dagli obiettivi di questi appunti.

Resta infine una cautela metodologica.

Chiunque tenti di costruire una tassonomia della stupidità corre il rischio di commettere una particolare forma di stupidità: credere che, una volta costruite categorie sufficientemente eleganti, la realtà sia tenuta a rispettarle.

Forse una tassonomia della stupidità sufficientemente completa dovrebbe quindi includere, accanto allo stupido del villaggio, allo stupido arrogante, allo stupido vuoto e allo stupido occasionale, anche una quinta figura: lo stupido tassonomista, convinto di essere riuscito finalmente a classificare tutti gli altri.

Con il fondato sospetto che, almeno in questo caso, l’autore possa parlare per esperienza diretta.

Ringraziamenti

Si ringraziano Francesca S. e Paolo V. per le piacevoli discussioni e per i suggerimenti sull’argomento.

Bibliografia

Bonhoeffer, D. (2015). Della stupidità, in Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere. San Paolo Edizioni.

Cipolla, C. M. (1988). Allegro ma non troppo. Bologna: Il Mulino.

Livraghi, G. (2008). Il potere della stupidità. Monti & Ambrosini.

Musil, R. (2015). Discorso sulla stupidità. Diogene Edizioni.

Cinici e ciniche. La storia di Ipparchia di Maronea

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di Salvatore Grandone

Sudici ma veri

Il cinismo antico è una corrente rimasta a lungo ai margini della storia della filosofia. Che cosa possono insegnare dei filosofi antintellettuali il cui principale passatempo sembra essere lo scandalo? Mangiare nell’agorà, masturbarsi ed espletare i propri bisogni in pubblico, fare proselitismo a suon di peti come Cratete di Tebe o costringere i discepoli a portare al collo un fetido pezzo di formaggio: sono solo alcuni dei modi in cui i cinici provocano il sentire comune e, forse, offendono la filosofia stessa.

A chi ritenga che la filosofia sia una cosa seria, alta, metafisica, si ricordano le parole di Hegel:

Ma per lo più [i cinici] non furono altro che sudici accattoni, che trovavano soddisfazione nella sfacciataggine con cui trattavano la gente. Essi non meritano alcuna considerazione nella storia della filosofia, e a loro s’adatta, in tutto il significato della parola, l’appellativo di cani […]: infatti il cane è appunto una bestia sfrontata come loro. [Hegel 1964, 151]

Filosofi sfrontati e sfacciati come i cani, sudici accattoni: così appaiono. Vagano come barboni, mendicando e irridendo i passanti. Delle loro opere ci è pervenuto poco o nulla; l’oblio si imporrebbe come l’esito storiograficamente più naturale, se non fosse per una lunga sfilza di aneddoti – non sempre edificanti – e di testimonianze che talvolta esaltano i cinici come modelli di virtù, talaltra li dipingono come esempi di dissolutezza da respingere.

Nella seconda metà del Novecento tre filosofi hanno dato un contributo decisivo, seppure per vie diverse, alla riscoperta del cinismo come bios dotato di una coerenza interna, ancora capace di scuotere le nostre coscienze. Sono Pierre Hadot, Michel Foucault e Peter Sloterdijk.

Il primo ha il merito di aver riportato al centro la dimensione ascetica del filosofare. Soprattutto nella Grecia classica ed ellenistica, filosofare significa convertire il proprio sguardo, aderire a un certo stile di vita. Nella sua accezione più profonda, il filosofo è colui in cui regna un’armonia tra dire, pensare e agire. Scrivere libri di filosofia non è una condizione necessaria né sufficiente per essere filosofi: ciò che conta davvero è la vita filosofica, una vita in cui, grazie a una complessa pratica di esercizi spirituali, non si è più in balia delle passioni e della fortuna. Una vita che sa affrontare con serenità tutto, perfino la morte.

Hadot si è occupato poco dei cinici; tuttavia, le sue idee hanno giocato un ruolo significativo in un corso universitario di Foucault, Il coraggio della verità, tenuto al Collège de France nel 1984. Foucault vede nel cinismo un’“estetica dell’esistenza”: il cinico espone con il suo bios una verità. Lungi dall’essere una mera provocazione o il sintomo di una follia incipiente, la sua spudoratezza è parresia, un “dire tutto” e un “dire vero” che denuncia le ideologie dominanti e non teme le reazioni dei potenti. Nei cinici, i gesti e le azioni sono pensiero incarnato: la verità della vita si manifesta attraverso il corpo.

Infine, nella Critica della ragion cinica, Sloterdijk coglie con grande acume la distanza tra il cinismo contemporaneo (Zynismus) e quello antico – che chiama Kinismus per distinguerlo. Il cinico post-moderno è l’uomo disilluso; comprende bene come dietro i grandi ideali del proprio tempo si nascondano spesso interessi egoistici.

Al posto di denunciare le ipocrisie, il cinico contemporaneo preferisce adattarsi al sistema, fare di necessità virtù, sfruttarne le faglie. Finisce per diventare una persona senza scrupoli, desiderosa di occupare posizioni di rilievo anche a costo di alimentare il degrado sociale.

Al contrario, il kinico – il vero cinico – non si limita a riconoscere le logiche reali che si celano nelle ideologie: le critica pubblicamente, mostrando a tutti il volto purulento e nauseabondo della propria epoca.

Per riprendere una suggestiva immagine di Victor Hugo, il kinico è il filosofo della fogna: «Una fogna è cinica. Dice tutto» [Hugo 2014, ed. digitale]. La fogna è la metafora di un cinismo che non ha paura di lasciare emergere i miasmi dietro le menzogne, di osservare i percolati che gocciolano sotto la vuota retorica.

Hadot, Foucault e Sloterdijk hanno così tracciato tre percorsi complementari che hanno condotto alla rivalutazione di una forma del filosofare in cui si pensa con il corpo.

L’ascesi cinica

L’originalità dell’ascesi cinica consiste nell’aver incluso il corpo nell’esercizio di elevazione verso una vita virtuosa, felice e dunque vera. Se per altre correnti del periodo ellenistico – come lo stoicismo, lo scetticismo e l’epicureismo – gli esercizi sono in prevalenza spirituali, nel senso che coinvolgono per lo più la dimensione cognitiva, nel cinismo antico il corpo è essenziale [Diogene Laerzio 1962, VI, 70-71].

Il bios cinico non può essere compreso senza questa premessa. La rinuncia alle ricchezze e alle comodità, il vivere per strada, l’accontentarsi di una dieta povera – pane d’orzo, lenticchie, lupini, erbe selvatiche – o gli esercizi estremi di Diogene di Sinope (il maggiore esponente della scuola cinica), come l’abbracciare in inverno le statue innevate e il rotolarsi in estate nella sabbia rovente, sono comportamenti che mirano a costituire una natura altra, nuova e autarchica in cui i bisogni sono ridotti al minimo.

Vi è un passaggio del De brevitate vitae di Seneca che esprime con un verbo efficace la verticalità assoluta dell’ascesi cinica: «Ci è possibile disputare con Socrate, dubitare con Carneade, riposare con Epicuro, dominare la natura umana con gli stoici, oltrepassarla con i cinici» [Seneca 2000, XIV, 2].

I cinici vogliono “oltrepassare” la natura, andare oltre ciò che si è per arrampicarsi fino alla vetta del “monte dell’improbabile” [Sloterdijk 2010, 144-147].

Uno stereotipo di lunga data sui cinici tende a considerarli imitatori del modello di vita animale. È vero che Diogene assume in maniera positiva l’appellativo offensivo di “cane”; ed è vero che non mancano aneddoti in cui gli animali sono indicati come esempi da seguire. Il topo che si nutre spensierato delle briciole di pane di Diogene; la lumaca che porta con sé la propria casa; la rana, priva di protezione ma capace di resistere all’acqua ghiacciata: sono tutti animali che rappresentano l’autarchia. Sarebbe però un errore pensare che il cinico sia un selvaggio e che inviti gli uomini a inselvatichirsi.

Le ragioni sono almeno tre. I cinici non sono eremiti; continuano a vivere nelle città e a usufruire, in forma ridotta, dei suoi “confort”. Diogene beve in prevalenza acqua, ma non disdegna il vino che gli viene offerto; mangia fichi secchi, ma non rifiuta dolci prelibati. Inoltre, i cinici sanno che non potranno mai vivere come una lumaca, un topo o una rana; e, del resto, il comportamento animale è figlio dell’istinto, non dell’ascesi. E poi, accanto agli animali apprezzati, ve ne sono altri che i cinici additano negativamente: lo scorpione rinvia alla brutalità dei tiranni, la vipera e l’aspide alla maldicenza e all’intrigo, le formiche all’ossessione di accumulare ricchezze.

Se è corretto affermare che i cinici ricercano una vita secondo natura, questa va pensata più come una virtualità da attuare, presente in noi stessi, che come un modello animale cui conformarsi.

Il cinico è il filosofo che mette alla prova sé e gli altri per trovare una natura nei suoi tratti ancora tutta da scoprire. I suoi esperimenti – si pensi al tentativo di Diogene di mangiare un polipo crudo – e i suoi esercizi sono sfide che si pone per saggiare i propri limiti, per vedere fin dove può spingersi l’uomo nel raggiungimento dell’autarchia.

In questo cammino impervio e rischioso, il corpo svolge una funzione essenziale. Anzi, nei cinici anima e corpo formano un intero: cooperano al raggiungimento dell’eudemonia.

La falsificazione della moneta

Il movimento parresiastico e quello ascetico trovano il loro punto di convergenza nel “motto” della filosofia cinica: falsificare la moneta.

Secondo la leggenda, Diogene, figlio del banchiere Icesio, sarebbe stato spinto da alcuni operai ad alterare la moneta. Incerto sul da farsi, avrebbe interrogato l’oracolo di Delfi, ricevendone un responso favorevole. Diogene lo prese alla lettera e, proprio per questo crimine, fu esiliato da Sinope, trovando poi riparo ad Atene.

Tralasciamo la vicenda biografica di Diogene, che esula dal focus dell’articolo. È invece utile soffermarsi sull’espressione greca paracharattein to nomisma, che può significare letteralmente cancellare l’effigie impressa su una moneta per imprimerne un’altra, migliore e più adeguata. Il termine nomisma, inoltre, non indica soltanto la moneta, ma più in generale ciò che è stabilito dall’uso: le consuetudini, le istituzioni politiche, i costumi della città.

L’ascesi cinica fa esattamente questo: riscrive i valori della società, oppone ai costumi del proprio tempo pratiche più autentiche, più vicine alla vera natura umana – una natura, bisogna dirlo, non teorizzata dal cinismo antico, al contrario dell’epicureismo o dello stoicismo.

In questa operazione, smascheramento e alterazione sono due facce della stessa medaglia: da un lato il cinico mostra come i nomismata ritenuti “naturali” non lo siano affatto; dall’altro sceglie come strategia di denuncia una postura fisica e intellettuale che urta, che sconvolge l’uomo comune, perché aderisce a una maniera radicalmente nuova di vivere.

La parresia, l’ironia, l’impudenza sono gli strumenti con cui il cinico riformula pubblicamente il suo essere nel mondo; i ponoi sono gli sforzi ai quali si sottopone per incarnare con coerenza il proprio bios. Gli esercizi mirano alla coerenza dello stile di vita, a una vita vera; la gestualità dirompente e provocatoria alla testimonianza. I due aspetti tendono anche a intrecciarsi, perché i comportamenti cinici suscitano reazioni spesso violente: testimoniare la verità è a sua volta fonte di dolore e di ascesi.

La donna cinica

Il bios cinico non richiede un alto livello di istruzione; i cinici non hanno fondato una scuola al cui ingresso è scritto «non entri chi non è geometra». Chiunque può scegliere la vita cinica: il povero e il ricco, l’artigiano e l’intellettuale. Più che nei prerequisiti, perché in linea di principio non ve ne sono, la difficoltà è nella pendenza: «la via breve alla virtù» [Diogene Laerzio, VI, 104] è ripida, piena di insidie.

Queste diventano ancora più severe quando è una donna a voler aderire alla vita cinica. La contraffazione della moneta assume allora l’aspetto di una mise en abyme.

Come è noto, la società greca classica si fonda su una profonda disuguaglianza tra i sessi e assegna alla donna una posizione subordinata. Nella maggior parte delle poleis – con Atene come caso emblematico – la sua esistenza resta sottoposta alla tutela permanente di un uomo della famiglia, il kurios: il padre, il marito o il parente maschio più prossimo. Priva di diritti politici, esclusa dall’Assemblea, dall’agorà, dai tribunali e dall’esercito, la donna vive quasi interamente nello spazio privato dell’oikos, spesso materialmente separato nel gineceo. Le sono affidate la gestione domestica e la tessitura della lana; mentre le sono precluse l’istruzione formale, la parola pubblica e la scrittura. Anche il matrimonio non rappresenta una scelta personale; si configura come un accordo tra uomini, il padre e lo sposo, orientato alla generazione di eredi legittimi, alla continuità della stirpe e alla trasmissione della cittadinanza.

Per una donna del mondo greco convertirsi al cinismo è un gesto doppiamente rivoluzionario: uscire dall’oikos per abitare lo spazio pubblico, rompere il silenzio per fare del “dire tutto” e del “dire vero” una pratica incarnata. La donna cinica sarà sfrontata, sfacciata, impudica; proprio lei, che fino ad allora doveva abbassare lo sguardo, ritrarsi e preservare l’onore con l’aiuto dei maschi di casa. E il gesto più sovversivo: la donna cinica filosoferà con il corpo, lei che fino a quel momento non poteva disporre liberamente del proprio corpo, perché il corpo non le apparteneva.

Invece di soffermarsi sui nomi più noti del cinismo antico, come Diogene o Cratete di Tebe, è allora importante sostare su Ipparchia di Maronea: la donna che, attraverso il cinismo, professò, a un tempo, uno stile di vita e una maniera altra di essere donna.

Prima scena: l’ostinazione e il matrimonio con Cratete di Tebe  

Se dei filosofi cinici più famosi sappiamo poco, per Ipparchia di Maronea dobbiamo affidarci ai brevi passaggi che le dedica Diogene Laerzio nelle Vite dei filosofi. Sebbene il materiale sia scarno, è possibile delineare tre scene della sua vita di rara potenza e bellezza: tre atti di una pièce di cui non è pervenuta la trama, che riescono comunque a colpire il nostro immaginario.

La metafora teatrale è più di una semplice mossa retorica: i cinici sono filosofi che mettono in scena il pensiero; con loro la filosofia si fa dramma, gesto che prende distanza dai nostri comportamenti per mostrarne le contraddizioni.

Comincio con l’innamoramento:

Fu attratta dalla dottrina di questa scuola [la scuola cinica] anche Ipparchia […]. S’innamorò delle teorie e della vita di Cratete, sprezzando tutti i pretendenti e rimanendo indifferente alla loro ricchezza o nobiltà o bellezza: per lei Cratete era tutto. Minacciava i suoi genitori che si sarebbe uccisa, se non fosse data in matrimonio a lui. Cratete allora fu pregato dai genitori di lei di distogliere la ragazza da questo proposito ed egli ricorse ad ogni espediente. Ed alla fine, poiché non vi riusciva, si alzò e depose dinanzi a lei tutto il suo abbigliamento e disse: «Ecco lo sposo, ecco i suoi possessi: prendi dunque la tua decisione. Ché non potrai essere la mia consorte, se non ti adeguerai al mio stesso modo di vita». [Diogene Laerzio 1962, VI, 96]

Ricostruiamo il contesto. Siamo intorno alla metà del IV secolo a.C.; Ipparchia nasce a Maronea, fiorente città della Tracia. Appartiene a una famiglia agiata, caduta in disgrazia a causa delle pressioni esercitate da Filippo il Macedone sul territorio. Ipparchia e i suoi familiari sono costretti ad abbandonare la patria e a trovare rifugio ad Atene. Qui la giovane donna incontra Cratete di Tebe, anch’egli esule per effetto della politica espansionistica macedone.

A differenza delle donne ateniesi, quelle della Tracia godono di margini di libertà più ampi: nella Grecia settentrionale alcune dispongono di un proprio seguito di schiavi e compiono autonomamente operazioni di compravendita [Bernard 2011, 133-136]. Tuttavia, rispetto al quadro prima delineato, la condizione di Ipparchia non può dirsi migliore. Ad Atene è una straniera, e per una giovane del suo lignaggio e della sua età è decisivo trovare un protettore, o un marito, che la accolga. Si pensi, ad esempio, ad Aspasia di Mileto, che un secolo prima era riuscita, grazie alla sua intelligenza e alla sua avvenenza, a conquistare il cuore di Pericle, diventando una delle donne più influenti della città.

Ipparchia, invece, respinge tutti i pretendenti più vantaggiosi che aspirano a prenderla in sposa. È innamorata di Cratete: un tempo ricco e di buona famiglia, ma ormai convertito al cinismo e privo di ogni avere.

Cratete è sgraziato; come Socrate, può essere paragonato a un Sileno: all’esterno brutto, all’interno ricco di tesori.

Come spesso accade tra i cinici, Cratete mette alla prova chi desidera aderire al suo stile di vita. Di fronte all’insistenza di Ipparchia, si spoglia e le mostra, attraverso la propria nudità, di non avere nulla da offrire se non il proprio corpo e il proprio bios. Con questo gesto Cratete falsifica la moneta: se Ipparchia vuole sposarlo, tra loro non vi sarà contratto né scambio di doti; dovrà piuttosto abbandonare la vita precedente e abbracciare quella cinica.

Ipparchia supera la prova. Indossa il tribone – il mantello ruvido e grossolano di lana grezza portato dai cinici – ed entra in un nuovo regime di esistenza. Si potrebbe dire che la vecchia Ipparchia di Maronea muore e che nasce Ipparchia la Cinica. Ha varcato una soglia: nulla sarà più come prima.

Ipparchia inizia a falsificare la moneta.

Seconda scena: amarsi per strada  

Giungiamo alla seconda scena, quella che ferisce di più l’opinione comune:

La ragazza fece subito la sua scelta e indossava lo stesso suo vestito e andava in giro con lui e si univa con lui in pubblico e con lui andava ai conviti. [Diogene Laerzio 1962, VI, 97]

Apuleio ne offre una rappresentazione ancora più colorita nei Florida:

Ipparchia accolse la condizione che le si proponeva. Già da un pezzo aveva considerato tutto in anticipo e perciò gli rispose ben risolutamente, affermando che un marito più ricco e più bello non l’avrebbe potuto trovare in nessuna parte del mondo; perciò la poteva condurre dove gli piaceva. Il Cinico la condusse sotto il portico e là, in un punto affollatissimo, alla luce più chiara del giorno, si distese accanto a lei e alla presenza di tutti le avrebbe tolto una verginità che si offriva con pari fermezza, se Zenone, stendendo loro addosso un vecchio mantello, non avesse difeso il maestro dagli sguardi delle persone che gli facevano capannello, assicurando la discrezione. [Apuleio 2013, XIV]

Sant’Agostino è talmente scandalizzato dall’idea che Cratete e Ipparchia possano essersi uniti in pubblico, che ne La Città di Dio ipotizza «una simulazione esteriore dell’atto sessuale» e che «non sia stato possibile al piacere svilupparsi completamente sotto lo sguardo indiscreto degli uomini». [Agostino 2001, XIV, 20].

L’atteggiamento di Ipparchia suscita scalpore: come può una donna unirsi al proprio compagno alla vista di tutti? Pubblico e privato, intimo ed esibito si confondono; le regole della sessualità vengono riscritte, falsificate.

Ipparchia è dunque una donna “senza pudore”?

Nel sentimento del pudore entra in gioco una complessa dialettica tra interno ed esterno, tra spirituale e biologico. Secondo Max Scheler «il pudore è un certo squilibrio, una certa disarmonia dell’uomo tra il significato e le esigenze della sua persona spirituale, da un lato, e i suoi bisogni corporei dall’altro» [Scheler 2012, 27]. In apparenza, Ipparchia non sembra provare questa tensione nel concedersi a Cratete sotto il portico: dovremmo allora dire che regredisce a una condizione animale, rinunciando alla sua dimensione spirituale, oppure che sta raggiungendo un’autarchia simile a quella degli dèi? Ipparchia non prova pudore perché è solo corpo o perché è solo anima?

Nessuna delle due: Ipparchia sta ridisegnando la forma stessa del pudore. Scheler ha in parte colto questo aspetto del cinismo antico:

I cinici antichi, per esempio, erano soliti soddisfare i loro bisogni e masturbarsi sulle pubbliche piazze, disdegnavano tutte le usanze in materia di abbigliamento e di condotta di vita, rifiutavano il matrimonio e professavano il libero amore; essi, tuttavia, esaltavano, nei propri principi morali, certamente la forza d’animo, rifiutavano radicalmente quanto serviva a provocare il puro piacere e ogni forma di lusso e, così come vivevano personalmente da predicatori mendicanti e ambulanti, proclamavano anche, come virtù fondamentale, la mancanza di bisogni. Tutti i suddetti fenomeni, e altri analoghi, non sono che conseguenze di un sentimento del pudore ipersensibile, che protesta caparbiamente contro le forme espressive sentite come vuote. [ivi, 62]

Ipparchia non ha perso il senso del pudore; il suo è un pudore “ipersensibile”. Avendo abbracciato corpo e anima la vita cinica, proverebbe ora pudore se fosse costretta a rientrare tra le mura domestiche. Il pudore non si accende più, come per le altre donne, nell’uscire dall’oikos, nell’esporsi allo sguardo invadente degli uomini; è nel ritornarvi che sentirebbe salire alla testa un rossore misto di pudore, rabbia e vergogna.

Normalmente il sentimento del pudore – seguo sempre le analisi di Scheler – insorge dopo che «un forte interesse proiettato verso l’esterno ha emarginato la coscienza e il sentimento verso se stessi. Così una madre, che vuole salvare suo figlio da un incendio, non si preoccupa di vestirsi e si precipita fuori di casa in camicia o nuda; ma non appena il pericolo è scongiurato e subentra in lei la coscienza del proprio stato, emerge il pudore» [ivi, 41].

Nel caso di Ipparchia, questo rapporto si rovescia: nella filosofa cinica il pudore è generato non dall’esibizione del corpo, ma dall’incoerenza, quando riaffiora un sentimento di sé in una situazione in cui non dovrebbe più manifestarsi.

Sant’Agostino ha comunque parzialmente ragione quando afferma che «non sia stato possibile al piacere svilupparsi completamente sotto lo sguardo indiscreto degli uomini». È probabile che Ipparchia abbia continuato a provare un certo dolore nel darsi allo sguardo di riprovazione altrui. Ma questa sofferenza è parte del ponos dell’ascesi cinica: Ipparchia va incontro alla condanna sociale per tracciare la sua strada verso l’autarchia.

I suoi ponoi sono, in generale, più gravosi di quelli dei cinici maschi: in quanto donna, Ipparchia deve imparare a sopportare il “fuori luogo”. Se il cinico riscrive gli spazi a partire dal proprio status di marginale, la cinica deve abituarsi ad abitare un “fuori” che fino ad allora le era stato interdetto. Il cinico falsifica i valori di uno spazio comunitario che già occupava; la cinica deve inventare nuovi nomismata, perché vi entra per la prima volta come donna libera.

Terza scena: affrontare il filosofo maschilista

Come tutti i cinici, Ipparchia è una parresiasta: non teme di “dire tutto”, di “dire il vero”; non ha paura del confronto con gli uomini né con i filosofi. Frequenta i simposi, avanza le sue ragioni, argomenta, critica, ironizza.

Se il cinico è di per sé un filosofo urticante, Ipparchia lo è doppiamente: donna sfrontata, senza peli sulla lingua, usa il logos contro uomini che se ne ritengono gli unici depositari.

Lo scambio di battute con il pensatore Teodoro di Cirene rappresenta, in questo senso, l’ultimo atto per ammirare il suo coraggio:

Fu appunto in un simposio presso Lisimaco che ella confutò Teodoro soprannominato l’Ateo per mezzo del seguente sofisma: ciò che fa Teodoro senza essere ritenuto ingiusto, lo fa anche Ipparchia senza essere ritenuta ingiusta; Teodoro non commette torto ferendo se stesso, dunque neppure Ipparchia commette torto ferendo Teodoro. Egli non fece alcuna obiezione, ma cercò di denudarla della sua veste. Ma Ipparchianon diede segno di stupore o di turbamento, come pure avrebbe fatto una donna. E quando Teodoro le disse: «Chi è che abbandonò le spole presso i telai?». «Sono io – rispose – o Teodoro. Ma credi tu che io abbia preso una cattiva decisione se il tempo che avrei dovuto dedicare al telaio lo dedicai alla mia educazione?». Questi e infiniti altri aneddoti si raccontano di questa filosofa. [Diogene Laerzio 1962, VI, 97-98]

Come Diogene il Cinico, Ipparchia ricorre al sofisma per fare ironia. Imbastisce un ragionamento fallace e se ne serve per smascherare la scarsa consistenza filosofica di Teodoro di Cirene, che non sa come replicare. Irritato, Teodoro tenta con un gesto di ricondurla all’oikos, là dove, secondo gli uomini del tempo, dovrebbero stare le donne. Le solleva la veste per provocare una reazione di pudore, per far salire al volto un rossore che le ricordi il suo presunto luogo naturale.

Per Ipparchia, tuttavia, è semmai il passato a poter essere fonte di vergogna, non il presente; la nudità non la turba più, perché gli uomini hanno cessato di disporre di lei. Filosofando con il corpo, la cinica si è resa immune all’umiliazione: il corpo parla in suo nome. Ipparchia è ormai al di là del coprirsi e dello scoprirsi; con i suoi gesti ha sottratto agli uomini ogni punto di riferimento utile a rinchiuderla negli stereotipi.

La nota finale di Diogene Laerzio lascia correre la fantasia: «Questi e infiniti altri aneddoti si raccontano di questa filosofa».
Della sua vita filosofica ci sono pervenute tre scene, ma potremmo immaginarne infinite altre. Per esempio: vedendo una giovane donna intenta a lavorare al telaio, Ipparchia avrebbe potuto ammonirla: «Non i fili di lana, ma il tuo pensiero dovresti ordire»; a una prostituta impettita: «Usi il tuo corpo per vivere, non per vivere bene»; a un filosofo peripatetico che la chiamava “stupida gallina”: «Le verità che partorisco sono infatti tutte tonde».

Conclusione

La figura di Ipparchia di Maronea custodisce un impensato che la rende sorprendentemente attuale. La filosofa cinica è una donna sfrontata, parresiasta, che pensa con il corpo. I suoi gesti sono provocazioni capaci di ridefinire gli spazi: il dentro e il fuori, il pubblico e il privato. Mettendosi in scena, Ipparchia falsifica il ruolo della donna, il posto che le è assegnato nella società, e inventa per lei un modo altro di stare al mondo.
Ipparchia non è solo una cinica: è la verità del cinismo, perché non vi è strategia migliore per contraffare i valori che partire dal “fuori luogo”. Per lei, che in quanto donna non poteva abitare pienamente la politeia, non basta rovesciare di segno i valori correnti. Occorre coniare una nuova valuta, dotata di una sua unità di misura: un “metro” che renda possibile un inedito essere-con-gli-altri.
La sua tripla marginalità – esule, donna, cinica – le consente un’epochè assiologica che nessuno scetticismo sarebbe in grado di condurre. La sospensione del giudizio non è infatti fine a se stessa: è il gesto di varcare la soglia di casa per creare le proprie tavole di valori.
Ipparchia femminista ante litteram?
Quando si studia il mondo antico, occorre evitare di proiettare su di esso le categorie del presente; tuttavia, non bisogna nemmeno eccedere nel timore antiquario di chi ritiene che ogni piccolo passo interpretativo debba poggiare soltanto su fondamenta filologiche indiscutibili.
Per il cinismo antico, di cui ci sono giunte quasi soltanto testimonianze indirette, un simile atteggiamento sarebbe sterile. Dovremmo astenerci dal formulare qualunque ipotesi; tanto più nel caso di Ipparchia, di cui possediamo appena le poche righe dedicatele da Diogene Laerzio.
La domanda, allora, non va ignorata: va piuttosto rilanciata con altre domande.
Che cosa può insegnarci Ipparchia? In un’epoca in cui le donne sono ancora troppo spesso vittime di violenza e non sembrano poter disporre pienamente del proprio corpo; in un contesto storico in cui, in molti Paesi del mondo, la condizione femminile appare peggiore di quella delle donne dell’antica Grecia; in un’Europa democratica dove le estreme destre rimettono in discussione alcuni diritti fondamentali acquisiti dalle donne: oggi, quanto sarebbe rivoluzionaria Ipparchia?
Molto, credo, perché una donna “fuori luogo” come Ipparchia può aiutarci a pensare il femminismo al di là delle correnti, delle categorie e delle sottocategorie.
La donna cinica non cerca semplicemente il suo posto nella società, reclamando i propri diritti. È colei che aiuta a riscrivere l’abitare, il tempo e lo spazio della convivenza civile. Non si accontenta di fare politica: vuole costruire un nuovo vivere comunitario. Entra a gamba tesa nella società dicendo il vero, dicendo tutto: sfrontata, coraggiosa, filosofa.
Ipparchia è un’Antigone di cui abbiamo bisogno: non solo figura critica nei confronti del potere, ma instauratrice di un altro regime di vita. Di Ipparchie ce ne sono già; occorre riconoscerle, affiancarle e, soprattutto, raccontarne le imprese, le provocazioni, le denunce. Perché la falsificazione della moneta vive di storie capaci di ispirare.

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Bibliografia

Apuleio [2013], Opere, a cura di G. Augello, Torino, Utet, ed. digitale.
Bernard, N. [2011], Donne e società nell’antica Grecia, tr. it. T. Braccini, Roma, Carocci.
Diogene Laerzio [1962], Vite dei filosofi, vol. I, a cura di M. Gigante, Roma-Bari, Laterza.
Foucault, M. [2011], Il coraggio della verità, a cura di M. Galzigna e F. Gros, Milano, Feltrinelli.
Hegel, G. F. W. [1964], Lezioni di storia della filosofia, vol. 2, tr. E. Codignola e G. Sanna, Roma-Bari, Laterza.
Hugo, V. [2014], I miserabili, tr. M. Picchi, Torino, Einaudi, ed. digitale.
Scheler, M. [2012], Pudore e sentimento del pudore, a cura di M. T. Pansera, Milano, Mimesis.
Seneca [2000], La brevità della vita, in Id., Tutte le opere, a cura di G. Reale, Milano, Bompiani.
Sloterdijk, P. [2010], Devi cambiare la tua vita, a cura di P. Perticari, Milano, Raffaello Cortina.
Sloterdijk, P. [2013], Critica della ragion cinica, tr. it. A. Ermano, Milano, Raffaello Cortina.

 

Nazionale-popolare: un inedito corteo contro il carovita a Napoli

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di Antonio Del Castello

 

 

Svolgo queste considerazioni a caldo sul corteo contro il carovita di sabato 24 ottobre 2026 a Napoli, pronto a correzioni dell’impostazione, quando non anche a eventuali smentite, sempre possibili con l’osservazione del prosieguo della mobilitazione. Ritengo però importante ragionare subito su quanto di nuovo mi sembra sia accaduto, anche rispetto alla grande fase di agitazione popolare dei commercianti, dei baristi e dei ristoratori ai tempi della pandemia, nell’ottobre 2020.

La manifestazione, fissata per le 15:00 a piazza Garibaldi, è stata convocata su canali social e gestita, come nel 2020, al di fuori dei tradizionali circuiti dei collettivi e dell’attivismo politico organizzato o autorganizzato, e come nel 2020 ha presentato una composizione mista e una forte componente popolare: lavoratori di vari settori, piccoli commercianti, lavoratori e lavoratrici precarie, disoccupati, giovani, studenti. Ma la fase di politicizzazione è diversa: l’intera Europa è in fermento nella comune rivendicazione di diritti sociali come casa, scuola e salario, contro la miseria dell’economia di guerra, dal Portogallo all’Albania, passando per Spagna e Francia. Il prezzo del carburante è alle stelle e le pompe cominciano appena a essere di nuovo rifornite dopo il lungo blocco degli autotrasportatori. In città una trentina di istituti scolastici sono in occupazione e incombe la data dello sciopero generale indetto dai sindacati di base, venerdì 30. E, forse soprattutto, stavolta, per una coincidenza fortuita, i collettivi erano completamente assenti, perché impegnati a Castelvolturno nella manifestazione, sacrosanta, contro il progetto del CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio).

Tra la gente in piazza corrono commenti sui fatti di Torino e Milano di sabato 17 ottobre, e molti vogliono che a Napoli il corteo non venga caricato e disperso, non vogliono che «Napoli» subisca il fango mediatico che i media non lesinano mai con il Sud. Fin dalla partenza si profila un servizio d’ordine interno, piuttosto energico, cui partecipano molte donne. Le donne dei quartieri popolari sono tra le più intransigenti rispetto ai giovanissimi con i cappucci che si vedono ogni tanto nel percorso lungo il Rettifilo (il corso Umberto). Intimano a tutti di mantenere il volto ben visibile. Invitano a non cadere nelle trappole, si sente dire. Io e altri avanziamo tra la folla docili a questa inedita direzione delle cose.

Ma al tempo stesso i partecipanti, nella loro composizione mista e polifonica, si mostrano orgogliosi della propria autonomia e agibilità. Si sfida il primo divieto della polizia a muoversi in corteo da piazza Garibaldi. Lungo il tragitto, i funzionari della Digos sono tenuti a debita distanza. All’arrivo in piazza Municipio c’è un fronteggiamento a seguito dell’esplosione di un grosso petardo, ma la Digos arretra, priva dei punti di riferimento abituali, tra le file dei manifestanti, per la gestione della piazza.

In testa al corteo, lungo tutto il percorso, sventolano alcuni tricolori. In Italia la loro presenza è naturalmente inconsueta, per non dire bandita, nei cortei antifascisti, con la parziale eccezione del tricolore con la stella delle brigate partigiane comuniste alle manifestazioni del 25 aprile. Ma per la prima volta a Napoli, in un corteo convocato su questioni sociali, potenzialmente socializzabile in chiave anticapitalista e antifascista, ho avuto la chiara percezione che il tricolore fosse sventolato in chiave rivendicativa in senso nazionale-popolare e non nazionalista, ciò che in Francia si vede spesso da un po’ ma come in Italia, prima dei recenti casi nelle manifestazioni in alcune città del nord, probabilmente non accadeva dal biennio ’43-’45. Lo slogan Siamo tutti antifascisti! che parte a intervalli regolari forse da alcuni degli studenti presenti, viene ad ogni modo scandito da molte altre persone all’intorno. In piazza Municipio, di fronte al cordone della polizia che impediva di avvicinarsi oltre un certo segno al palazzo del sindaco, uno degli oratori – dallo stile retorico, anche qui, assai diverso dal consueto – ha rivendicato una «nazione di diritti» per tutti.

Giunti in piazza, in verità, si è sentito che gli umori su come continuare erano diversi. Si sarebbe potuto continuare, certo, facendo leva sulla quantità di forza dimostrata fino ad allora e ancora una volta sulla composizione non abituale del corteo, sparigliante, dal punto di vista degli uomini in divisa; ma ha prevalso la volontà di fermarsi. Spariglio per spariglio si è continuato con un sit-in, con interventi al megafono di oratori e oratrici ancora una volta esterni ai collettivi e alle loro abitudini retoriche e linguistiche. Si è rilanciato con forza lo sciopero del 30, scandendo slogan con l’appuntamento: «in piazza / Mancini / il trenta ottobre!» (semplice, vero? eppure mai visto farlo prima d’ora). Si sono intonati cori verso la polizia sul tema della comune povertà, sulla comune appartenenza al «popolo», si sono lanciati appelli a «togliere i caschi come in Albania». Appelli caduti nel vuoto, ma compensati da una manovra di ripiego ordinata dai superiori e salutata da alcuni dei manifestanti come vittoria. Da altre parti della manifestazione, più studentesche, si intonava a dire il vero il Tout le monde déteste la police!, e così mi è venuto fatto di pensare che rivolgersi ai poliziotti come potenziali alleati non impedisce affatto, al tempo stesso, di odiare la polizia (lo stesso Pasolini, d’altronde, nei suoi versi famigerati e sconsiderati, scriveva, a un certo punto: «siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia»).

Nessun incidente, dunque. I giovanissimi di fatto docili alle ingiunzioni dell’energico servizio d’ordine, di uomini e donne. Ed è forse possibile che i giovanissimi dei quartieri popolari di Napoli, per quanto esclusi, per quanto arrabbiati, per quanto esposti più che altrove alle violenze poliziesche, alle loro armi da fuoco, non provino ancora esattamente, nell’attraversare la strada commerciale del centro storico della loro città, quello che provano i loro coetanei delle periferie di Milano e Torino. Il dislivello assoluto di ricchezza che ti viene sbattuto in faccia quando dalla periferia di Milano arrivi in via Montenapoleone forse a Napoli non è esperibile quando attraversi il Rettifilo (corso Umberto) e nemmeno via Toledo: troppo dissesto nelle strade, troppa comune fatiscenza degli edifici, troppa contiguità di spazi con i quartieri popolari, forse, per sentire a sufficienza l’odio per le vetrine. Sarebbe stato diverso nelle poche, ma pure esistenti, strade del lusso in questa città, ben lontane dai percorsi abituali delle manifestazioni?

Il corteo si è sciolto quando c’era ancora luce, dopo un momento di ballo circolare, rilanciando ancora l’appuntamento per lo sciopero del 30. Molte indicazioni potranno essere ricavate da un’inchiesta generosa su questa fase politica da parte degli attivisti di lungo corso.

Ostara – racconto inedito di Panicucci e Pirisi

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di Panicucci e Pirisi

OSTARA

Illustrazione di Beksinski, 1978

Ostara mi chiamò nella chiesa. Era il 21 marzo. Mi era apparsa altre volte, ma mai così nitidamente. Ogni giorno percorrevo il sentiero che dal villaggio conduceva alla vecchia collina. L’anno appena trascorso era stato fortunato, ma in questo, le pecore scarseggiavano. I lupi avevano fatto man bassa e l’inverno era stato particolarmente rigido nel cuore delle Highlands. Ne avevo ormai una dozzina, e non potevo permettere che ne morissero altre. Fàilte sorgeva ai piedi delle montagne, tra pietre consunte e alberi dalla chioma scura. Il vento mi asciugava la fronte mentre mi inerpicavo sul sentiero lastricato di arbusti morti. Di fianco la mia dozzina di pecore mi seguiva, guidata da Frisky, il mio fedele compagno. Salendo, intravedevo la chiesa; lì nel mio nido avrei trovato pace. Gli abitanti di Fàilte la evitavano. La temevano a tal punto da sputare al solo nominarla. Per me, tuttavia, quel rudere ricordava casa. Lasciai le pecore a pascolare nell’ampio giardino che circondava la chiesa, sotto l’occhio vigile del mio cane pastore. Il giorno dell’equinozio la valle vista dall’alto sembrava indifesa. I primi tentacoli di foschia serpeggiavano nella brughiera agguantandola. Finalmente ero sereno. Appoggiai il bastone all’ingresso ed entrai. L’odore di muschio penetrò le narici e la penombra che avvolgeva la sala mi accolse confortandomi. Mi sistemai come al solito sulla poltrona posizionata all’interno del confessionale. Poggiai le scarpe sulla mensola, stirando le dita dei piedi, che con il freddo si erano intorpidite. Accesi la candela, sollevai le maniche all’altezza della spalla e mi rilassai. Chiusi gli occhi e lo sentii. Ostara. Un richiamo. Ostara. Mi svegliai di soprassalto e corsi fuori. Le pecore erano sparite, Frisky non abbaiava più. “Ostara!”. Il richiamo proveniva dal sentiero che si snodava fra le montagne. Lo seguii senza esitare. Arrivato nei pressi di una deviazione mi arrestai senza affanno. Il suono giungeva da una valle, raccolto lungo le curve del sentiero. Una voce infantile, spezzata dall’eco, ripeteva il nome, Ostara. Il vento lo aveva trasportato per un tratto lungo, dove il terreno si stringeva in una gola ombrosa. I ciottoli sotto ai piedi conservavano un calore anomalo sebbene il sole si fosse già ritirato dietro la cresta. Il cielo non recava luce, eppure cedeva all’oscurità. La bambina comparve tra due massi inclinati, rannicchiata vicino ad un cespuglio secco, con le braccia tese verso l’alto e il volto proteso alle stelle. Il corpo era minuto, coperto da una veste troppo chiara. I capelli, bianchi, ricadevano a ciocche, rigidi, fermi. Scesi dal declivio. Il bastone precedeva il passo, toccando la pietra con regolarità. Rimasi a distanza, ma il margine tra me e la bambina si faceva sempre più sottile. Lei mi vide. La voce smise di cercare. Le braccia restarono alzate. Gli occhi, intrisi di sfumature violacee, si posarono su di me. <<Non è venuta>>, disse. La frase si dispose fra le rocce con una semplicità perfetta, priva di emozione. Non risposi.  Lei mi guardava. La bocca, screpolata, si apri di nuovo. <<Ostara ha promesso. Le promesse vengono mantenute quando il cielo stringe.>> La bambina parlava con una voce che non conosceva pianto. Il nome, quel nome sembrava inciso nei suoi denti. Intorno a noi, la montagna respirava lenta. Le rocce esprimevano una temperatura che apparteneva all’estate. Il vento passava evitandoci. Il cielo si allungava come una vena, immobile, teso. Osservai le mani della bambina. Recavano segni. Linee sottili, nere, disegnate lungo i palmi. Non parevano ferite. Erano tracciati, itinerari. <<Ora camminerai con me.>> Disse la bambina, senza mutare voce. Abbassò le braccia. Si alzò. I piedi lasciavano impronte che il sentiero sembrava accettare. Camminammo. Lei aggrappata alla mia mano. Il nome restava nell’aria, ancora sospeso, troppo leggero per disperdersi. Intenti a procedere, il sentiero si allargò improvvisamente. La montagna si fece più bassa, e una luce si raccolse tra le sterpaglie, sollevando vapore. Il terreno si apriva in una piega apatica, e nel centro di quel respiro, stava un campo di grano, maturo. Ci fermammo. La bambina appena dietro di me. Tra le spighe, distesi, due corpi si stringevano. Un uomo e una donna. Durante l’atto, gemevano. Lui spingeva. Lei lo ospitava. I loro respiri si confondevano con il fruscio delle piante, e il sudore lucido sulla schiena si mischiava con la rugiada trattenuta dalle foglie. Dal margine sinistro, oltre un boschetto chiuso, notai una figura avanzare. Le spalle larghe, il mantello abbassato sul volto, il ventre alto. Aveva forma di donna, e qualcosa oltre la donna. Le mani, nude, stringevano un oggetto lungo, avvolto in cuoio nero. La punta era ferrata, ornata di chiodi irregolari, ossidati. Giunse sopra gli amanti. Esitò. Li contemplò. I due non la videro arrivare. Con un solo colpo, calò la mazza sulla nuca della ragazza. Il suono fu secco, raccolto in un’unica vibrazione che percorse il campo. La giovane non gridò. Si afflosciò su sé stessa, e il sangue si riversò tra le spighe. Seguì un secondo colpo. Pieno. Poi un terzo. Il corpo si aprì, accogliendo la violenza in un atto di necessità. La figura si abbassò, sollevò la veste, si congiunse al cadavere, penetrando la carne già muta. La mazza, lasciata a terra, gocciolava ancora. Dal volto ammantato si levò un gemito grave, simile a un canto. L’estasi si irradiava dalla postura, dalle cosce serrate, dalla schiena curva. La voce si amalgamò con il vento. Il cielo sopra il campo si velò. Sull’altura opposta, appena sopra la linea del grano sedeva un pittore. Il corpo snodato. Un giullare. Era vestito di pezze multicolori. Davanti a lui, una tela. Il pennello danzava, il gesto certo. La bambina si sciolse dal mio fianco. Camminò nel campo, tra le spighe. Raggiunse la figura. Le si accostò. Le mani si intrecciarono. Il sangue colava ancora sulle cosce della donna, che ora, sollevandosi, mostrava il volto. Ostara. Solo un volto giovane, occhi spenti, labbra chiuse. Mi guardò. Io avevo fame, ne volevo di più, non ne aveva mai abbastanza. Distese il braccio. Una vena pulsava, prolungandosi fino al polso. Indicava il pittore. Tornò a scrutarmi. Io compresi. Scavalcai il campo, salendo lungo l’altura. Raggiunsi il pittore, che nel frattempo aveva smesso di dipingere. Non aveva volto. La tela era terminata. Vi posai gli occhi. Ostara non c’era, né il campo, né la bambina. Nel disegno, un banco in legno scuro. Pareti di pietra, una navata. La chiesa. Sulla panca, accasciato, c’ero io. Addormentato. Un braccio ciondolava, dalle vene sporgeva l’inizio di un filo sottile. Dall’alto, una finestra rotonda permetteva ad una luce verticale di penetrare. Il pittore abbassò il pennello. Mi svegliai. Il legno sotto la nuca aveva ceduto, lasciando il cranio inclinato in un angolo. Il respiro si ricostruì a tratti, raccogliendo l’aria in dosi irregolari. Il cuore batteva con ritmo irrisolto. Le luce entrava da una feritoia alta, distillandosi in una linea esile che si rompeva su una grata in ferro. Le cose tremavano dentro una sostanza collosa. Il confessionale mi conteneva in uno spazio angusto, troppo stretto. Il sedile, inclinato, determinava un dolore sordo alla base della schiena che si propagava lungo la colonna vertebrale. Una goccia di sudore mi percorreva l’ascella, attraversando il fianco, per poi perdersi sotto il panno dei pantaloni. Il mio braccio, disteso, poggiava contro la parete. Sul dorso, una puntura. Lì la pelle aveva ricevuto l’ago, e ancora ne tratteneva il ricordo in una macchia chiara, cerchiata da un rossore minimo. Il filo della siringa, reciso, era scomparso. Il polso tremava. Sollevai la testa. Le palpebre si disgiunsero a fatica, proiettando una visione incerta. Dalla grata, oltre la parete traforata, si apriva la navata. Le panche si allungavano verso l’abside in una progressione anomala: dritte, scostate, rovesciate. Il pavimento, lastricato di pietre grigie, recava polvere che si insinuava tra le fughe. Il soffitto, alto, in parte scrostato, era attraversato da travi nere. Sul fondo, l’altare era parzialmente distrutto, coperto da un panno scuro. Ai lati, due statue. Una portava una veste lunga, l’altra sollevava un libro chiuso. Gli sguardi rivolti altrove. Il mio corpo si staccava a fatica dalla postura. La bocca secca, il braccio tremolante. La lingua cercava saliva dalle gengive. Il sogno, o ciò che pareva sogno, ancora si rifletteva sotto le mie palpebre. La bambina. Ostara. Il campo. Il pittore. Gli amanti. Era accaduto nel corpo, non nella mente. O forse nella mente, ma oltre il corpo. Mi alzai. La testa vuota. Mi diressi all’esterno. Le pecore parevano belare. Tra gli arbusti, credevo di avvertire Frisky latrare. Sempre più affamato, percorsi il sentiero che dalla chiesa si snodava fino al villaggio. Non mi bastava mai, non sarei mai stato sazio.


Panicucci e Pirisi, nati e cresciuti insieme, vivono immersi nei propri mondi immaginari fin dall’infanzia. Campi di grano, ruderi abbandonati e fiumiciattoli di campagna sono stati il teatro delle loro prime visioni e hanno plasmato il loro immaginario. Da allora scrivono a quattro mani, cercando nel fantastico e nel perturbante una via d’accesso a ciò che il quotidiano tende a nascondere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sulle tracce di un ribelle

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di Nicola Fanizza e Sebastiano Gernone

( presentiamo qui un brano del saggio di Nicola Fanizza e Sebastiano Gernone Michele Pantaleo. Vita e scritti di un ribelle, edizioni dal Sud, Bari, 2026. Purtroppo Sebastiano Gernone è mancato improvvisamente lo scorso 17 agosto, G.M.)

Non crediamo di sbagliarci se diciamo che probabilmente, a tutt’oggi, pochi conoscono veramente chi è stato Michele Pantaleo, vissuto tra la fine della seconda metà del XIX secolo e la fine della prima metà del XX secolo: per l’esattezza, dal 1887 (c’era ancora la Sinistra storica al potere, con Francesco Crispi capo del governo) fino al dicembre 1944 (il governo era guidato allora da Ivanoe Bonomi).

Eppure la sua figura merita di essere studiata e ricordata. Molteplici furono le attività in cui Pantaleo profuse il suo impegno in difesa delle classi subalterne, come giornalista militante, come teorico del pensiero anarchico, come critico letterario, come novelliere e financo come poeta.

Ciò detto non deve precluderci la via per individuare gli aspetti poco convincenti o persuasivi della sua opera. Lungi da noi qualsiasi intento agiografico, non è nostra intenzione fare di Pantaleo un santino anarchico.

 Diciamo subito che l’immagine dell’anarchico impulsivo, con cui di solito viene rappresentato, non dà ragione della sua variegata personalità; evoca solo una parentesi della sua vita, ossia quella

della sua prima giovinezza. Coglie, infatti, uno dei tratti della sua personalità, che in seguito lo stesso Pantaleo proverà a tenere sotto controllo. La sua tendenza a reagire d’impeto, stando a quello che egli stesso dirà all’anarchico dott. Francesco Ippoliti nel confino di Lipari, aveva comunque la sua ragion d’essere: era il «prodotto della malattia alla testa che ebbe da ragazzo»

Ciò che, invece, lo caratterizzava era la sua spiccata curiosità. Cosa che emerge in particolare dalla testimonianza autobiografica di Juarès Busoni in merito al periodo della sua vita in cui aveva vissuto, come confinato politico, nell’isola di Lipari.

Mentre il padre Gaetano era un falegname, la madre Domenica Dragone era una casalinga. Figlio unico, era nato a Bari il 17 dicembre 1875. La sua era una famiglia di modeste condizioni sociali6. I

suoi genitori, pertanto, non potevano assicurargli una minima formazione culturale. Infatti, dopo il secondo anno della scuola elementare, decisero di ritirarlo dagli studi. Da qui il suo inserimento, come falegname, nella bottega del padre.

Tuttavia, grazie alla sua fervida curiosità, Pantaleo continuò gli studi da autodidatta. È probabile che la sua formazione sia proseguita, come garzone, nell’ambito di una tipografia.

Questo lo si evince dai documenti che in seguito Pantaleo sarà chiamato a produrre: là dove doveva declinare la sua professione, troviamo scritto «correttore tipografico». Non sappiamo chi sia stato il suo maestro. Una cosa, però, è certa. Pantaleo conseguì una cultura di ampio respiro: pervenne, infatti, alla padronanza delle lingue classiche e, insieme, del francese nonché all’acquisizione di notevoli competenze nell’ambito letterario, storico, filosofico e artistico. Pantaleo è uno scrittore di notevole spessore; per declinare i suoi concetti ricorreva al punto e virgola. L’esito è una scrittura avvolgente, una scrittura che spesso assume un’inflessione poetica.

Michele Pantaleo manifestò la sua intolleranza nei confronti di qualsiasi forma di ingiustizia. comincerà a militare. Da qui nel 1905 la  sua iscrizione al PSI. Quella, tuttavia, fu solo una breve parentesi. A partire dal febbraio del 1906 abbandonerà il Circolo giovanile socialista per associarsi al «gruppo anarchico di Bari», fondato nel 1905 da Andrea Roncone, insieme ad alcuni militanti del Partito socialista italiano.

Pantaleo non sopportava i soprusi, le vessazioni da parte dei dominatori e nel luglio 1906 reagì d’impeto alla lettura della sentenza contro l’anarchico Sabino Sassanelli. Lanciò una sedia contro i giurati. Da qui il suo arresto e l sua condanna alla «pena della reclusione per mesi trenta, a tre anni di sorveglianza speciale ed a 700 lire di multa».

Gli accidenti inerenti alla vita di Michele Pantaleo offrono uno spaccato prezioso delle vicende sociali, politiche e culturali del tempo, in Puglia e nella città di Bari in particolare. Da qui il concomitante modificarsi della sua visione del mondo. Il primo passo di questa metamorfosi, come abbiamo già visto, si era realizzato presto con lo studio. Pantaleo, infatti, già dall’adolescenza aveva iniziato a scoprire l’immensità infinita dell’universo, la grandezza della natura, la sua vita palpitante, il suo flusso vitale incessante, la sua bellezza. Quando in seguito perverrà alla consapevolezza dei conflitti che signoreggiavano nella società civile, il canto di lode delle armonie della natura farà da contraltare ai contrasti e al disordine che egli coglieva nello spazio sociale. Pantaleo pertanto decise di scrivere e di prendere la parola per stigmatizzare i conflitti di classe e soprattutto per raccontare la storia dei senza storia.

Ciò che in particolare lo caratterizzava era la passione per la politica, l’idea di cambiare la società in cui viveva e operava al fine di promuovere le relazioni degne. Allo stesso modo dei socialisti libertari, degli eretici e degli utopisti, l’anarchico Pantaleo ha condiviso il sogno di un mondo diverso, più giusto e più libero. Nelle sue opere troviamo, infatti, il sogno di una palingenesi sociale e politica e, insieme, un netto rifiuto delle forme burocratiche e totalitarie della politica (il fascismo, lo stalinismo) della società capitalistica, dei valori dominanti. Per tutto questo Pantaleo ha pagato un prezzo molto alto (quattro anni di carcere e dodici di confino). Ha pagato, infatti, più degli altri per la sua appartenenza alla cultura anarchica con l’emarginazione, l’isolamento e, soprattutto, con l’oblio.

Pantaleo probabilmente conosceva il passaggio che più degli altri riassumeva il senso profondo delle Memorie di un rivoluzionario di Kropotkin: «Tutti gli uomini sperano in una vita dopo la morte, ma

spesso si spengono senza rendersi conto che il ricordo di una persona veramente buona vive per sempre». Chi leggerà questo libro non potrà che prendere atto di aver incontrato un uomo buono, un uomo le cui idee si aggirano tuttora tra noi, sussurrando con dolce risolutezza: «È l’impossibile che bisogna realizzare»23.

Da qui l’esigenza di far conoscere le sue opere e le sue vicissitudini.

Riprendiamo, pertanto, il racconto della sua vita là dove l’avevamo lasciato.

Terminata la pena presso il penitenziario di Turi, Michele Pantaleo cominciò a rendersi conto che a Bari cominciava a mancargli l’aria: non trovava lavoro. Pertanto, nel giugno del 1909, avanzò la richiesta per ottenere il passaporto per l’estero. Il documento, tuttavia, non gli venne rilasciato per la sua precedente condanna. Sicché, venuta meno tale possibilità, il mese successivo – sempre seguito dalla polizia – si recò prima a Napoli, poi a Firenze, poi ancora a Bologna e, infine, a Milano. Tuttavia, non riuscendo a trovare lavoro, fu costretto a ritornare a Bari.

La disoccupazione che aveva costretto Pantaleo a intraprendere il suo viaggio continuava a crescere. La crisi agraria che aveva investito la Terra di Bari spingeva molti braccianti verso la città, saturando così il mercato del lavoro. Da qui l’aumento della miseria e il peggioramento delle condizioni di vita. Tali condizioni a Bari vecchia erano già peggiorate a partire dal primo lustro del Novecento: la densità abitativa era aumentata in modo spaventoso, mancava l’igiene e il colera era sempre in agguato. Ciò nondimeno i proprietari avevano continuato ad alzare i prezzi degli affitti.

Questo spiega perché la reazione alla delibera del Comune di Bari del 10 giugno 1910 fu così violenta. In quella data, l’amministrazione comunale, guidata dal sindaco Sabino Fiorese,

aveva deciso di applicare un aumento sul dazio di consumo per le farine e altri generi di prima necessità. Questa decisione fu esiziale. Fu percepita, infatti, come una provocazione inaccettabile dalle classi più povere della città (operai, fornai e braccianti), che già faticavano a garantire il pane quotidiano alle proprie famiglie: per molti baresi, quell’aumento significava letteralmente la morte per inedia.

Dopo dodici giorni dall’aumento del dazio sulle farine, iniziarono i primi scioperi e le manifestazioni popolari contro l’aumento del costo della vita. La protesta, nata spontaneamente, vide i lavoratori e soprattutto le donne di Bari vecchia scendere in piazza. Queste ultime non furono semplici spettatrici. Furono proprio loro, infatti, le prime a protestare contro il rincaro del pane e dei fitti, assumendo così un ruolo di avanguardia nella lotta contro il decreto.

Il 24 giugno la protesta degenerò in sommossa. La folla tentò l’assalto al Municipio e alle barriere daziarie. Il governo dell’epoca, guidato da Giovanni Giolitti, rispose con il pugno di ferro. Le forze di polizia e l’esercito intervennero pesantemente: aprirono il fuoco contro i manifestanti che chiedevano pane e lavoro. I manifestanti che persero la vita furono due (secondo alcune fonti tre), in più si contarono una cinquantina di feriti.

Pantaleo, pur partecipando alla lotta, evitò l’arresto. Cosa che, invece, non gli riuscirà due mesi dopo in occasione di un’altra insurrezione. Il fuoco da cui si originò la rivolta del 10 agosto fu l’insorgenza

dell’epidemia di colera, un’epidemia che si ripresentò a Bari e in diversi centri del Nord barese, in particolare ad Andria, Trani e Barletta. Il governo e le autorità locali cercarono, inizialmente, di negare l’epidemia per non danneggiare i commercianti, parlando genericamente di «gastroenterite».

La tensione esplose proprio nei primi giorni di agosto: la popolazione, stremata dalla fame e dalla mancanza di igiene, assisteva impotente nel vedere morire i propri cari senza assistenza adeguata.

Il 10 agosto vi fu una vera e propria insurrezione. Gli abitanti di Bari vecchia e degli altri quartieri poveri chiedevano la verità in merito all’epidemia e soprattutto pane e acqua pulita. Il Prefetto, tuttavia,

rifiutò di accogliere le istanze dei dimostranti. Da qui l’invio dell’esercito per porre fine ai disordini. Fu un vero e proprio eccidio: furono uccisi quattro manifestanti e vi furono 42 feriti31. I giornali locali

a loro volta subirono una fortissima censura: il governo voleva evi-tare che la notizia della rivolta e dell’entità del colera si diffondesse nel resto del Paese.

Un mese dopo – il 7 settembre – Pantaleo fu arrestato e deferito all’autorità giudiziaria in quanto responsabile di «lesioni e oltraggio ai funzionari della forza pubblica». Il processo a suo carico fu celebrato otto mesi dopo, con la condanna – in data 18 marzo 1911– a cinque mesi e giorni 27 di reclusione e al pagamento di una multa di lire 4633.

Scontata la pena presso il carcere di Bari, Pantaleo pubblicherà su «La Conquista», in data 13 agosto 1911, l’articolo Alla memoria degli assassinati del 10 agosto, in cui stigmatizzava con un linguaggio accorato il comportamento esecrabile delle forze dell’ordine:

 

‘Ad un tratto, per degli evviva echeggianti nella gloria immensa del sole e dell’azzurro – scrive Pantaleo – fummo assaliti, percossi, sciabolati, mitragliati, inseguiti e dispersi da una forza belluina da parte della forza pubblica, incoscientemente e tragicamente asservita alle classi dominanti, ignara delle nostre aspirazioni, che pur vogliono il bene, il progresso, la civiltà indistintamente per tutti. Fu una scena disgustosa, spaventevole, ripugnante; fu una rappresaglia senza nome, fu un assassinio più dell’idea che delle persone, in una repressione sanguinosa della coscienza umana, una brutale distruzione di affetti, fu la ignominiosa soppressione della vostra balda esistenza che si compì quel giorno. O poveri morti! E come se non fosse stato sufficiente lo scempio dolorante della nostra vita, i superstiti designati alla rappresaglia, colpevoli solo di avere un alto concetto ed una luminosa idealità dei destini furono incatenati e sepolti nelle tombe dei vivi, per essere poi trascinati alle autorità costituite, accusati di aver provocato l’eccidio con grida inneggianti a una idealità dell’avvenire, che noi pensiamo debba liberare il mondo dalla putredine e dal fango che lo avvolge.’

La crosta

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Foto di James Lee: https://www.pexels.com/it-it/foto/rosso-arte-spazio-trama-4723038/

Foto di James Lee

di Serena Iaconis

Nel dormiveglia, Silvia si muove tra le lenzuola calde. Uno scatto improvviso la risveglia: si gratta il basso ventre. Inizia a grattare sotto l’ombelico. Mentre lo fa la sua faccia si distende. Le unghiate violente lasciano strisce rosse e pellicine sulla pancia. Ma il prurito non si è ancora sopito. Silvia tocca la zona con i polpastrelli, cercando una puntura d’insetto. La pelle è liscia. Dopo poco inizia a fare pressione con i polpastrelli sull’epidermide per poi passare nuovamente alle unghie che strisciano sul lembo di pelle martoriata.

A lezione Silvia strofina il bordo della camicetta di cotone contro il punto che prude. Il tessuto sfrega continuamente sulla pelle. Senza abbassare lo sguardo, continua a fissare il professore che parla in fondo all’aula. Ogni tanto prende la biro in mano e scrive qualche frase sconnessa sul quaderno, poi porta la penna sull’addome e inizia a sfregare anche con quella.

A lezione il telefono vibra. Sullo schermo, l’app del ciclo: cinque giorni di ritardo.

Poi una frase: “C’è qualcosa che non va?” Faccina triste a fine frase.

Il prurito sotto la stoffa si spegne di colpo. Non sparisce: cambia posto. Si ritira sotto la pelle, nelle viscere degli intestini, senza più forma.

Lo schermo si illumina: “C’è qualcosa che non va?”

Le ovaie tacciono. Nessun dolore familiare. Nessun fastidio viscerale le comprime le membra. Silvia pensa a quando è stata l’ultima mestruazione. Le erano venute nel weekend in montagna. Si era macchiata in treno e non aveva cambi né assorbenti. Nel bagno del treno aveva radunato in colonna un fascio di fazzoletti che aveva riposto sulle mutandine fradice di sangue e aveva fissato i fazzoletti alle mutandine con la carta igienica. Aveva lavato le mani sporche di sangue nel lavello. Senza sapone. Era finito. Era rimasta a guardarsi le mani per tutto il viaggio. Sulle cuticole restava sangue rappreso.

Dopo averci pensato, si guarda le cuticole perfettamente pulite. Nessuna traccia di sangue rappreso. Era passato più di un mese. Aveva ancora i capelli lunghi. Adesso non più. Era passato troppo tempo.

Silvia torna a casa. Non ha voglia di fermarsi in università per la prossima lezione. Si stende sul divano e il prurito continua a premere. Silvia raschia voracemente quella pelle ormai nuda. Da sotto la camicetta strofina nervosamente. Un calore umido e appagante fa cessare il prurito. Abbassa lo sguardo. La camicetta ha una macchia di sangue che si sta dilatando sempre di più. La pelle ha ceduto sotto la pressione. Silvia osserva le sue dita. Sono di nuovo sporche di sangue. Pulisce il sangue con rammarico e disinfetta la pelle scorticata.

Dopo qualche giorno si forma una crosta sottile, scura e irregolare.

Non copre la ferita: la trattiene appena. Ai bordi la pelle resta viva, il tessuto non è quieto: pulsa ancora, ma il prurito resta. Silvia continua a grattare intorno alla crosta.

A lezione fissa il professore e pensa alle sue mestruazioni fantasma. Le dita, sotto il banco, toccano la superficie della crosticina ruvida e gonfia. La ragazza seduta davanti tira fuori un tampax e se lo mette in tasca. Silvia distoglie lo sguardo dal professore e osserva quella scenetta. Guarda la ragazza con il tampax in tasca. Ha i capelli crespi e le unghie mangiate. Poi torna a guardare il professore e la mano torna sotto il banco. La crosta è ancora lì. I bordi sono leggermente sollevati. Le dita restano ferme un secondo. Poi iniziano a muoversi lungo il bordo. Lo misurano. Inizia a fare una leggera pressione con le dita come per togliere un cerotto. I polpastrelli iniziano a fare più pressione e il cerchio di crosta si solleva lentamente. Silvia si ritrova la crosta tra le dita. Sotto è liscia sopra è grumosa e secca. Il corpo è fermo. Non c’è più niente da toccare. Solo pelle liscia. La crosta è aperta. Ma non sanguina.

La Terra e la terra (La gaia cecità #5)

6

di Giacomo Sartori

I suoli sono una minuscola pellicola, in molti casi inferiore al metro, sulla superficie della crosta terrestre. Questa sottile buccia di terra possiamo rappresentarcela come una spugna, perché la metà del suo volume è costituita da vuoti. Nei pori più grandi circola l’aria, fondamentale per fare respirare le radici e gli abitanti microscopici e non, mentre in quelli capillari viene conservata l’acqua, che le piante riescono a succhiare fuori. Essa è essenzialmente di natura minerale, visto che deriva da materiali inorganici, rocce o sedimenti che siano. Amalgamata alle particelle minerali c’è però anche una piccola frazione organica, rappresentata per la maggior parte da resti di piante più o meno trasformati. Questa ridotta componente consente la vita dei microrganismi e dei piccoli animali, i quali sono gli artefici dei fondamentali processi che in essa avvengono.

È questa buccia complessa e formicolante di vita che fa vivere le piante, e quindi gli animali che mangiano le piante, tra i quali noi. La nostra esistenza dipende da lei, direttamente ma anche indirettamente, perché essa è la principale sede della diversità biologica indispensabile al mantenimento degli equilibri nei quali noi umani siamo incastonati. Nonostante sia prevalentemente minerale, a livello planetario immagazzina inoltre più carbonio delle piante, ci si è accorti, limitando le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera. E sappiamo che la maggior parte dei nostri antibiotici derivano da sostanze prodotte naturalmente da suoi batteri e funghi.  Da un po’ meno di un secolo è però sotto un attacco senza precedenti, perché la seppelliamo per costruire le nostre città e le nostre infrastrutture, e perché la nostra agricoltura l’aggredisce e erode, spesso pure lei la annienta. Quando va bene la fiacca.

Bruno Latour ha usato il termine vernice, ancora più incisivo. È il modo di vedere di noi contemporanei, che ci figuriamo la Terra come l’hanno osservata per la prima volta gli astronauti della missione Apollo dal loro oblò, prospettiva ormai accessibile con una pressione del polpastrello sul nostro telefono. Una palla non poi così grande, e un po’ gracilina. Da questa visuale la terra, quella con la t minuscola, ha una presenza ancora più ridicola, ci appare quasi una pelle di zigrino, che a forza di soddisfare i nostri desideri è ridotta a ben poca cosa.

Gli antichi, ma anche solo i nostri immediati predecessori, avevano una percezione completamente diversa: la terra era solidamente sotto i loro piedi, si spingeva lontano fino a che non cominciavano i mari, e chissà fino a che profondità scendeva. Io stesso, quando da bambino mi aggiravo per le balze attorno alla villa dove eravamo andati a abitare, la vedevo così. Era interrotta da muretti e stradine, e se ne stava spesso nascosta sotto l’erba o i mucchi di letame, ma era la padrona assoluta, e sapeva fare ruotare tutto quel mondo di contadini e animali attorno a lei. Mai più avrei potuto pensare che era in pericolo, e che andava salvata. Nemmeno quando mi sono iscritto alla Facoltà di Agraria, con quella briosa incoscienza che accompagna molte svolte delle nostre vite. Durante gli anni del liceo ero passato attraverso una larvata depressione, mi sembrava che quell’aria aperta e quel verde potessero essere la salvezza. Non intuivo che quelle poco differenziate sensazioni sarebbero sbocciate, come succede in tante storie d’amore, in un duraturo legame.

***

Per quello che si può presumere fino al Neolitico gli umani non si sono preoccupati in modo particolare della terra. Quando hanno cominciato a coltivarla, si sono subito accorti che avevano a che fare con un soggetto assai suscettibile, e tendenzialmente permaloso. Certo poteva dare bei raccolti, a mano a mano che le piante venivano migliorate, però spesso si impuntava o faceva le bizze. Per lavorare bene non le piaceva che ci fosse troppa acqua, ma neanche troppo poca, e men che meno che fosse troppo salata. E in pendenza aveva il vizio di scivolare a valle, lasciando dietro di lei rocce e sterili prietrami. Ma in generale tendeva a stancarsi, e bisognava trovare il modo di ovviare. Proprio di stanchezza parlavano i Romani, che sapevano bene che dopo aver ospitato un cereale aveva bisogno di fare una lunga siesta, quello che chiamiamo maggese.

Aveva insomma bisogno di molte cure e attenzioni. Il problema principale è però che c’erano tipi estremamente differenti fra loro, e ognuno sembrava avere il suo carattere e le sue esigenze e propensioni. La vera difficoltà era quella, capire cosa poteva e cosa non poteva ogni fattispecie diversa. Ecco allora che già le civiltà mesopotamiche, amanti delle liste, elencavano puntigliosamente i tipi diversi. Questi cataloghi ci fanno sorridere, ma certo avevano una ben precisa utilità, vista l’efficienza delle coltivazioni dei loro ideatori.

Le prime classificazioni cinesi dei suoli, le più antiche in assoluto, risalgono a quattromilacinquecento anni fa, e sono state via via perfezionate. Ma anche i Greci avevano le loro puntigliose tassonomie, come pure i cartaginesi e più lontano da noi gli Aztechi. Quelle dei Romani saccheggiano com’era loro costume tutte le conoscenze pregresse, e sono a loro volta riprese e migliorate dai validissimi agronomi arabo andalusi. I quali vengono riscoperti, in Italia, dall’ottima scuola agronomica rinascimentale. Poi con la svolta del sedicesimo e diciassettesimo secolo anche la terra finisce sotto la lente d’ingrandimento degli scienziati, in particolare i chimici, e degli economisti, i quali cercano di stabilire il suo valore soprattutto a fini impositivi, problematica assai cara ai governi dell’epoca.

Durante tutto il diciannovesimo secolo si svolge un aspro braccio di ferro tra i geologi, che consideravano che i suoli fossero materia loro, viste le loro conoscenze più ampie e più ancorate nella geografia, e i chimici, centrati sui problemi agronomici. I primi, partendo dalla distribuzione dei vari tipi, portano fondamentali contributi alla comprensione dei fattori ambientali in gioco, i secondi sullo stoccaggio e la cessione dei vari elementi chimici alle radici. Sul fronte della biologia, come è noto Darwin studia accanitamente per tutta la vita i lombrichi, mentre nell’ultimo quarto del secolo si comincia a aprire il vaso di Pandora della vita microbiologica. Solo all’inizio del Novecento la scienza del suolo si afferma come disciplina indipendente, sebbene frammentata in sotto-discipline che hanno spesso difficoltà a dialogare. Nelle campagne le tradizioni contadine continuano però a resistere, opponendosi all’introduzioni dei concimi chimici come a molte altre innovazioni.

***

È negli ultimi ottant’anni anni che il mondo accademico e della tecnoscienza si impongono come unici dispensatori dei protocolli di coltivazione, trasformando i coltivatori in ignari esecutori. Sprezzando i saperi tradizionali, essi reindirizzano le conoscenze sulla terra verso alcune problematiche molto specifiche, e in particolare l’assimilazione degli elementi minerali necessari alla pianta. Quello che era stato per millenni l’assillo della tradizione agronomica, l’adeguamento del tipo di colture e delle pratiche colturali alle tipologie di suolo, comincia a passare in secondo piano, e viene completamente spazzato via dopo il secondo conflitto mondiale. Al centro di quella che viene chiamata rivoluzione verde sono infatti la concimazione chimica, le lavorazioni meccaniche e l’irrigazione, le caratteristiche dei terreni non vengono più considerate determinanti. L’assunto implicito, è che un impiego massiccio dei nuovi mezzi tecnici può supplire a qualsiasi difetto delle terre. Ed è vero che questi possono fare meraviglie, soprattutto nel breve periodo. La concimazione chimica di una terra naturalmente povera, in particolare, gonfia le sue produzioni, anche se non la migliora, e anzi alla lunga le fa male. Sull’onda dei successi ottenuti si sottostimava sempre di più la varietà di fattori in gioco: ci si illudeva insomma di essersi liberati dalle costrizioni della natura.

Io ho assistito in prima persona a questa metamorfosi che in quattro e quattr’otto ha uniformato le campagne e ha eliminato i custodi che le conoscevano centimetro per centimetro, tanto determinanti nel mio percorso. Perché se sono finito alla Facoltà di Agraria, dopo i mortificanti anni del liceo classico, era perché in quel rapporto tra umani e paesaggio avevo intravisto un senso anche per la mia esistenza. Un unico trattore con i cingoli ha rimpiazzato i buoi, gli arnesi manuali sono rimasti impiccati ai loro pioli. E monotoni vigneti hanno fagocitato il variegato mosaico di mais, patate e altre colture. Un cavaliere solitario, che peraltro faceva anche i turni in fabbrica, bastava a svolgere il lavoro di diverse famiglie. Nessuno più zappava o voltava il fieno o seminava, nessuno chiacchierava o lanciava richiami, per molti mesi l’unico frequentatore era lui, con i pennacchi di micidiali veleni – all’epoca non si andava per il sottile – che accompagnavano l’incedere del suo drago meccanico: non lo sapeva, ma sarebbe poi morto di tumore. Solo per la vendemmia le uniformi calligrafie di viti si rianimavano per qualche giorno.

Nei fatti la cosiddetta rivoluzione verde ha dato risultati notevolissimi, per quanto riguarda il traguardo che sotterrava tutti gli altri, le rese a ettaro, nelle aree con suoli profondi e naturalmente fertili, per i quali le nuove varietà molto produttive erano state create. Ha fallito invece completamente dove i terreni erano sottili o cumulavano diverse debolezze, dove quelle stesse esigenti varietà stentavano o facevano cilecca. Ce se ne è accorti, o insomma ci si è voluti accorgere, solo molto più tardi, spesso quando i danni alla terra erano irreparabili, e i territori erano ormai fuori gioco. Con le sue vallate dissestate e invase dalle boscaglie, l’Italia appenninica e prealpina ne è uscita profondamente stravolta. Solo le colline che hanno potuto rifugiarsi nelle monocolture redditizie, come quelle attorno a casa mia, si sono salvate dall’incuria.

Il nuovo approccio, diventato a poco a poco egemone dentro e fuori il mondo agricolo, ha concorso alla propagazione di un modo di ragionare nel quale i suoli e le loro peculiarità non contavano nulla. Non stava scritto da nessuna parte, ma essi uscivano dai fattori considerati prioritari delle coltivazioni. Negli stessi decenni nei quali la scienza forniva fotografie più precise dei loro funzionamenti e delle complesse interconnessioni in gioco, li si rappresentava con una visione ultra-semplificata, consona agli interessi dei colossi dell’agrochimica. Senza curarsi del fatto che si isterilissero e che fossero irrimediabilmente devastati dall’erosione idrica, dai ruscellamenti causati dall’accorpamento dei campi.

La poca considerazione dei suoli dell’agricoltura industriale, uno dei pilastri della sua visione riduzionista, rompeva una tradizione millenaria, con la sua costante ricerca di soluzioni durature nel tempo per mantenere la terra in buona salute. Sotto il suo dominio le discipline attinenti ai suoli sono state di fatto marginalizzate nella maggior parte dei Paesi. O si sono trincerate nelle inoffensive problematiche genetiche e tassonomiche, come è successo alla migliore scuola italiana, quella fiorentina, alla quale io mi sono formato. Ancora oggi nella quasi totalità delle facoltà italiane si insegna la chimica del suolo, focalizzata su azoto fosforo e potassio, non la scienza del suolo, o pedologia che dir si voglia, che collega le dinamiche di quei principali elementi della fertilità a quelle microbiologiche, ecologiche e geografiche. Gli agronomi sanno quindi pochissimo di suolo, così come la maggior parte degli addetti al mestiere.

Tutta la mia esperienza lavorativa si è svolta in questa zona d’ombra, dove noi specialisti non avevamo voce in capitolo nella realtà delle coltivazioni e nelle politiche riguardanti i paesaggi. Vedevamo e studiavamo le degradazioni, ma nessuno ci dava retta. Eravamo rassegnati che così fosse, ci sembrava per certi versi normale, o per così dire tragicamente divertente. Più volte mentre mi davo da fare sul terreno mi è stato chiesto se il mio era un hobby. Quegli agricoltori che me lo domandavano non potevano pensare che si perdesse tempo a osservare e analizzare il suolo così in dettaglio. E tanto meno che proprio quel mio rapporto cerebrale ma anche fisico con la terra fosse così importante per il mio equilibrio personale. Fra di noi ci scherzavamo sopra, dicendoci che se si cercava un mezzo sicuro per non fare carriera nelle istituzioni, e di guadagnare poco, era scegliere il nostro mestiere. Che peraltro amavamo.

***

Per effetto degli implacabili risultati di vari studi di monitoraggio, che mostrano l’ubiquità di varie forme di degradazione, alcune delle quali irreparabili, visti i tempi millenari di formazione, nell’ultimo quindicennio è aumentata la consapevolezza che i suoli sono estremamente fragili. Sempre più si afferma la necessità di preservarli e di rigenerarli: quello che era uno dei cavalli di battaglia dei sostenitori delle agricolture olistiche, sta diventando un discorso condiviso. Nei fatti dominano però ancora incontrastate le pratiche agronomiche dannose che si sono imposte nell’ultimo cinquantennio. Basandosi sulla consulenza di ottimi specialisti le istituzioni europee hanno delineato in tempi recenti chiari obiettivi per una gestione più ecologica delle coltivazioni, sebbene i percorsi restassero fumosi. Questa apertura s’è scontrata come si sa con la feroce opposizione delle organizzazioni degli agricoltori e di molti governi nazionali, con queste conniventi. Tutti i tentativi di introdurre metodi più rispettosi si scontrano con le resistenze cavalcate dalle destre, le quali non esitano a prendere di petto la scienza, e ancora più gli organismi, come la francese Ademe, che ne traducono i risultati in proposte concrete.

Si fa un gran parlare delle nuove tecnologie, si strombazza che potrebbero risolvere ogni problema. Agricoltura di precisione e agricoltura 4.0 sono slogan sempre più martellanti anche sui media. Le trionfalistiche soluzioni proposte, nei fatti sempre vaghe, vengono da una nuova alleanza tra i produttori di macchine agricole, quelli di composti chimici, che finanziano e orientano la ricerca, e i fornitori di sistemi digitali di gestione dei dati. Le costose proposte, alla portata solo delle forme di agricoltura a alto reddito, e che aumenteranno ancora la dipendenza dai combustili fossili, restano nella credenza di stampo meccanicista del rimedio puntuale, a dispetto della maschera di ecocompatibilità. Ne è un esempio la trovata faro, la somministrazione di concimi chimici calibrata spazialmente, mediante tecniche di telerilevamento del rigoglio dei campi e di geolocalizzazione degli interventi, quando le difficoltà della pianta non sono un problema unicamente di disponibilità di elementi minerali nel terreno, e riguardano anche il comparto organico e biologico, e quello idrico. La reale finalità dei potentati agrochimici sembra essere quella di monetizzare la nuova consapevolezza ambientale, proponendo per i problemi che essi stessi hanno creato i palliativi che permettono loro di guadagnare più quattrini possibile.

Cosa pensare, di fronte a questa tracotante ostinazione a seguire solo gli interessi dei capitali, che non sono quelli della stragrande maggioranza degli umani? E della cinica abilità di indossare le vesti della svolta ecologica, di creare adepti consenzienti? Ora che il clima olocenico è partito per la tangente la Terra ci appare come una fragile palla spersa nel cosmo, circondata da una cagionevole aureola. E la terra una vulnerabile membrana in equilibrio con quest’ultima, e che per causa nostra si riduce via via. Ma in realtà è della nostra sopravvivenza che ci preoccupiamo, la Terra e i suoli esistevano e esisteranno anche senza gli umani, sanno reagire e adattarsi. Diventa difficile non cadere nello sconforto, quello stesso che io ho evitato per tanti anni proprio frequentando la terra. Chi viene più ascoltato, invece di moderarsi esprime ancora nuovi desideri, avidi come i precedenti, che fanno ulteriormente contrarre la pelle di zigrino. Ma naturalmente non è detta l’ultima parola, la storia è ondivaga e imprevedibile, e noi ci battiamo.

 

NdA Ho letto questo scritto – in una versione lievemente ridotta – nel corso del (terzo) convegno/ritrovo La Repubblica dei terrestri, che si è tenuto a Tricase, in Salento, dal 9 all’11 ottobre;

i pezzi precedenti di questa serie si possono leggere qui, qui, qui e qui

 

Renata Prunas e lui (e lei)

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LUI
di
Tiziana Gazzini

Erano i primi anni Ottanta quando un’amica giornalista la invitò a partecipare a un laboratorio di scrittura femminile intitolato Esercizi di pornografia. Lei, matura signora pudica e artista visiva che non si era mai sottratta alle sperimentazioni più spericolate, pensò – che sarà mai! – e accettò subito con curiosità e leggerezza. Non aveva mai avuto paura dello scandalo.
La richiesta le era arrivata perché nelle sue opere visive era presente un inquietante erotismo e tra i suoi talenti c’era anche la scrittura.

Presto, però, si rese conto che questa volta non avrebbe potuto usare il linguaggio realistico delle opere materiche di arte visiva uscite dalle sue mani in più di vent’anni. Non poteva essere diretta, nemmeno in quel modo unico che l’aveva distinta per i suoi giochi acrobatici con sugheri e collant. L’educazione e il pudore lo impedivano perchè le parole, sì, le parole, sono un’altra cosa.
Dubbiosa su come superare l’impasse, era china sul foglio bianco, quando un pensiero, lieve come un sussurro di fate, arrivò: “continua a giocare!”.
E cominciò.

“C’era una volta un Mondo, un Mondo di Fate, un Mondo Fatato.” Erano le prime parole di Fiabesca, una favola dove si narra di tre Castelli Incantati, di una Principessa prigioniera, di Principi impotenti e di Umani fatati. Giocando scrisse una favola per adulti. Solo che, parola dopo parola, sussurro di fate dopo sussurro di fate, la favola prese una strada più pericolosa del previsto. Non solo un sesso fatato, inibito, cancellato, praticato, ma anche indicibili crudeltà rese soavi dalle parole giocose dell’autrice.
Mentre scriveva, d’improvviso, le mille e mille fate di Fiabesca si misero a parlare in coro in una forma poetica a lei congeniale: la filastrocca. Lei le ascoltò e di filastrocche ne scrisse quattordici, disseminate nei punti cruciali della sua favola per adulti.
L’artista visiva interveniva nel racconto con i blu e i rossi, i gialli e i verdi e una gamma cromatica del tutto immaginata che richiedeva nuove parole. A ogni riga, a ogni immagine del gioco fiabesco, a volte perverso, i colori diventavano protagonisti.
Allo scoccare della quarantesima pagina, l’artista visiva lasciò cadere la penna. Aveva finito l’esercizio e non era andata fuori tema. Fiabesca, favola per adulti, era un porno-soft di genere fantasy.
Ma non le bastava. Il suo gioco preferito era un altro. Così andò a prendere un collant e un telaio rettangolare, strumenti di lavoro per lei abituali in quegli anni, e disse al collant – E adesso cosa sai fare per diventare pornografico?

Attraverso le mani dell’artista visiva che si muovevano con gesti automatici, il collant color carne e il telaio dettero vita a un sesso maschile realistico, molto realistico. Nacque così LUI (1983), un’opera tridimensionale e cinetica, realistica anche per la consistenza data dal collant. Bastava ruotarla e il membro passava alla posizione attiva.
L’esercizio di pornografia, adesso era davvero completo.

Un paio d’anni prima, nelle mani dell’artista visiva, materica e realista, un altro collant color carne e una tela bianca avevano dato vita a LEI (1981), un sesso femminile in primo piano velato dal collant, un sesso vissuto, sporcato e imperfetto dal rovente erotismo, molto lontano dall’idea “platonica” che abita l’immaginario maschile per il quale Gustave Courbet dipinse L’origine du monde (1866) .
Dai tempi di Courbet la rappresentazione del sesso femminile non desta più scandalo. Rientra nell’erotismo accettato dalla società e dalla censura. La rappresentazione del sesso maschile in primissimo piano e in erezione è invece considerata pornografia, al di là delle intenzioni degli autori. L’opera LUI di Renata Prunas, l’artista visiva spregiudicata, è intenzionalmente pornografica e prudentemente mai esposta, fino ad oggi.

Il MLAC Museo Laboratorio di Arte Contemporanea della Sapienza Università di Roma, nell’ambito della mostra RENATA PRUNAS. MATERIA RISORTA, ampia retrospettiva dell’artista a cura di Alice Guzzetti aperta fino al 5 novembre, oggi pomeriggio ospiterà la prima lettura pubblica delle filastrocche di Fiabesca con la voce dell’attrice Emma Marconcini.
Per l’occasione, faranno una fugace apparizione le opere LUI, LEI e Rossilda (Dama in rosso), dedicata alla protagonista femminile di Fiabesca, favola per adulti ancora inedita.

 

Dopo “NAZA”

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di Alessandro Fiorillo

 

Il fascismo estetizza la politica e la guerra è la sua opera d’arte.

L’accelerazione tecnologica ha dispiegato un arsenale estetico senza precedenti.

Dopo NAZA, mi chiedo:

qual è la funzione estetica dello sterminio?

che cos’è quest’opera, accolta dalla più lunga standing ovation nella storia della mostra del cinema di Venezia?

a chi parlano le voci degli assassini?

NAZA è un film che inchioda: quando le luci ci portano fuori dalla notte di Tel Aviv e la memoria rimane inquieta su quelle immagini conclusive, sature di rovine e di lutto.

Dentro NAZA non ci sono le vittime, non ci sono i loro corpi e le loro voci.

Dentro NAZA ci sono le ombre dei carnefici che si stagliano contro le luci di una città insonne. Ombre contro il traffico, i palazzi, le case illuminate: ombre che raccontano la forma domestica dell’orrore.

Le voci cadono dall’alto: è il punto di vista di chi vede senza essere visto.

È la prospettiva dei droni che uccidono, degli schermi che indicano gli obiettivi e misurano gli effetti collaterali.

NAZA è l’interfaccia del genocidio, il filtro algoritmico dello sterminio.

Non c’è follia nella necropolitica; non c’è la forza irrazionale che alimenta un culto di morte, ma la logica crudele della gestione militare dell’esistente.

La scelta di perpetuare un genocidio ha una funzione: superare ogni limite per fare di ogni superamento la norma.

Dentro NAZA facciamo esperienza di un limite che diventa polvere, come gli ospedali e le scuole.

Un limite che si estingue, come quando uno degli assassini dice:

«Vedo ancora i nazisti come il male. Ma se loro sono il male, io chi sono?».

Uomini e donne nate in un sistema culturale votato al dominio.

Uomini e donne nate dentro una macchina di distruzione e di propaganda.

Uomini e donne che il 7 ottobre hanno percepito la crepa dentro il racconto coloniale.

Un limite che si dissolve; come quando un assassino dice che si sono sentiti superati in astuzia, e ora sono molto arrabbiati.

Scrive Abdaljawad Omar: il 7 ottobre ha infranto il tessuto simbolico che reggeva alcuni tratti centrali dell’identità israeliana. Il sogno dell’invincibilità dell’esercito, il culto del sistema di difesa più sicuro al mondo, il mito dell’intelligence.

La risposta è stata una strategia dell’annientamento che stride con l’immagine di eccellenza militare.

NAZA ci mostra una politica che ha smesso di celebrare l’estetica della guerra: il campo di battaglia è un campo di sterminio.

NAZA ci parla di una potenza di distruzione indifferenziata: macchina bellica che penetra ogni telefono, immagina obiettivi, disegna le stanze degli edifici ancora in piedi.

NAZA ci parla di uno Stato dove la tattica è l’assunzione di una percentuale di errore, il massacro è strategia militare.

Satelliti, algoritmi, sensori, modelli di intelligenza artificiale che deresponsabilizzano il gesto del soldato e, contemporaneamente, realizzano la logica punitiva del terrore: uso sproporzionato della forza, distruzione di infrastrutture civili.

Come si sopravvive a tutto questo?

L’anarchia del genocidio è fatta di procedure, calcoli, avvertimenti.

Falsa coscienza degli assassini.

Come quando informano la popolazione di un bombardamento imminente, poco prima di scaricare la furia omicida.

Come quando considerano il fabbisogno minimo calorico per ogni fascia di età e sesso.

Come quando prescrivono i generi alimentari che non possono entrare.

Forse il senso ultimo della soluzione finale nei confronti del popolo palestinese non è solo l’annientamento fisico. Non si può sterminare un’idea di resistenza, ma si può inchiodare un popolo nel panico.

Forse il senso ultimo della soluzione finale nei confronti del popolo palestinese è dimostrare che non esiste un limite alla forza distruttiva del potere.

Forse il senso ultimo della soluzione finale nei confronti del popolo palestinese rivela la paura che si nasconde nel potere: è nel popolo che rinascono sempre le rivolte e le insurrezioni.

NAZA ci inchioda nel panico che non fa fuggire. Alla fine delle tenebre scendiamo all’inferno: la voce di un padre che cerca i figli tra le rovine, i piedi nudi delle vittime.

NAZA è la crepa che si allarga nel racconto dentro cui viviamo.

È un privilegio vivere nel mito.

La distruzione della Palestina è la distruzione del mondo.

 

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Immagine:  Palestina di Mario Schifano (acrilico su stampa digitale su PVC, 1990)