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STAFFETTA PARTIGIANA gli esiti del concorso

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di Redazione

Come molte lettrici e lettori sapranno, Nazione Indiana ha deciso di onorare l’ottantesimo anniversario della Liberazione italiana dal nazifascismo con un concorso per testi inediti. Un concorso rivolto agli under 35 perché (citiamo dalla nostra call di autunno) “pensiamo sia importante un passaggio del testimone, che quindi una nuova generazione di italiane e italiani assuma il compito di ricordare e raccontare la Resistenza“.

A fine gennaio abbiamo ricevuto i racconti, e ringraziamo tutti per i contributi inviati. In questi tempi bui, in quest’onda autoritaria, essere controcorrente non è una cosa scontata e raccogliere il testimone di valori e storie è sempre più importante e significativo.

I testi ricevuti condividono un pregio non irrilevante, una volontà civile di raccontare quelle storie di antifascismo che, di per sé, va premiata e merita il nostro ringraziamento. Ma il nostro è pur sempre un concorso. Quindi abbiamo valutato i testi dividendoci in due giurie, e ne abbiamo selezionati 12 che ci sono sembrati i più meritevoli di pubblicazione su Nazione Indiana. In realtà 11 testi + uno: c’è una menzione speciale a un’autrice (Alice Ghinzani, 2010), una ragazza che ci ha colpiti per la sua giovane età e che abbiamo voluto premiare.

E così anche Nazione Indiana ha un concorso letterario e una… dozzina. Ci voleva l’ottantesimo della Liberazione per spingerci a tanto.

Le giurie (composte da: Mariasole Ariot, Gianni Biondillo, Silvia Contarini, Francesco Forlani, Lisa Ginzburg, Andrea Inglese, Renata Morresi, Davide Orecchio, Orsola Puecher, Ornella Tajani) si sono poi unite e hanno individuato il racconto vincitore: Sotto la terra di Claudia De Angelis. Il testo si ispira alla storia di un borgo tra Terra di Lavoro e Ciociaria, San Pietro Infine. I suoi abitanti, nel dicembre 1943, cercarono scampo dai bombardamenti nelle grotte della valle. Lo pubblicheremo il 25 aprile.

Ecco l’elenco dei vincitori con il calendario di pubblicazione sul sito.

  • 14 aprile
    Jenide Russo (Alice Ghinzani, 2010)
  • 15 aprile
    La staffetta (Federica Grasso, 2000)
  • 16 aprile
    Il canto (Sean Ashmore, 1993)
  • 17 aprile
    Nascondino (Nicola Maria Fioni, 1996)
  • 18 aprile
    Nun si parti (Sofia Rigoli, 2003)
  • 19 aprile
    Galline di Montagna (Rodolfo Sgro, 1994)
  • 20 aprile
    Vattinne (Giorgia Giuliano, 1994)
  • 21 aprile
    Nebbia di guerra (Chiara Cassaghi, 1998)
  • 22 aprile
    Io sottoscritto Parmigiano racconto e rinvengo il mio operato (Alessandro Tesetti, 2000)
  • 23 aprile
    Il brutto male (Camilla Pasinetti, 1994)
  • 24 aprile
    Nelle retrovie (Linda Farata, 1994)
  • 25 aprile
    Sotto la terra (Claudia De Angelis, 1992)

“Racconti vincitori”… ma dovremmo usare il femminile prevalente. Dovremmo parlare di “vincitrici”, visto che in 8 casi su 12 si tratta di autrici. Nel nostro concorso, insomma, c’è stata una piccola Resistenza delle donne, anzi delle ragazze, ed è forse un elemento virtuoso in più entro un’iniziativa che è sì culturale e letteraria, ma è soprattutto civile e politica.

Un aspetto comune ai testi ricevuti – che li abbiano scritti donne o uomini – è che pressoché nessuno (a parte qualche eccezione) ha scelto di mostrare la guerra vera e propria, né la violenza resistenziale. Ci sarà da riflettere su questo dato più esistenziale che estetico. La guerra resta sullo sfondo. Si incarna in un fratello, o in un padre, o in un figlio che combatte al fronte o in montagna, o che è già morto. In un’assenza. I fascisti e i nazisti ci sono, certo, eccome se ci sono, con le loro torture, con i loro rastrellamenti e i lager. Ma il racconto del combatterli (o del resistere nel sopravvivere, nel durare più che nel fare la guerra) predilige i sotterfugi, le astuzie e le manovre clandestine. E poi l’attesa ctonia in grotte e nascondigli.

Che sia un sintomo del nostro tempo, a suo modo attonito e impotente, più che del tempo che ci liberò ottant’anni fa? Avremo modo di tornarci sopra e rifletterci ancora.

Buone letture e buon anniversario della Liberazione.

“STAFFETTA PARTIGIANA” concorso letterario

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Nazione Indiana promuove un concorso per racconti e scritture brevi inedite sulla Resistenza e la Liberazione.

[Aggiornamento 2 febbraio 2025] Ringraziamo tutti per i contributi inviati. In questi tempi bui, in quest’onda autoritaria, essere controcorrente non è una cosa scontata e raccogliere il testimone di valori e storie è sempre più importante e significativo. Cominceremo a breve le letture dei testi.

Nazione Indiana ha deciso di onorare l’80esimo anniversario della Liberazione italiana dal nazifascismo, che si celebrerà il 25 aprile 2025, con un concorso per testi inediti.

Il concorso è rivolto agli under 35 perché pensiamo sia importante un passaggio del testimone, che quindi una nuova generazione di italiane e italiani assuma il compito di ricordare e raccontare la Resistenza.

La nostra iniziativa può fare per te se hai meno di 35 anni e ami le storie della Resistenza, le storie di chi ha lottato per liberare l’Italia dal nazifascismo.

Pensiamo che valga la pena di leggerle e narrarle ancora perché la memoria storica cambia, si evolve, ma raccontare la Resistenza non perde il proprio valore morale e politico, anzi farlo diventa ancora più importante nell’Italia di oggi, governata da forze che non hanno mai fatto i conti col proprio passato fascista e neofascista, che non lo rinnegano, che al contrario lo alimentano e lo tengono più in vita che mai.

Se ti vuoi mettere in gioco provando a raccontare in un testo – in un racconto appunto, o una biografia, o una scrittura breve o ibrida – una storia della Resistenza e della Liberazione, ecco le regole d’ingaggio di questo concorso:

  • I testi inediti (inediti anche sul web) dovranno essere lunghi minimo 12mila battute e massimo 24mila battute spazi inclusi. I testi che non rispetteranno questa lunghezza non saranno letti.
  • Dovranno essere inviati in formato .doc alla mail staffettapartigiana.ni@gmail.com.
  • La data ultima per la ricezione dei materiali è il 31 gennaio 2025.
  • Per comunicare l’età del mittente basterà un’autocertificazione.
  • Le redattrici e i redattori di Nazione Indiana leggeranno e valuteranno i testi e i migliori saranno pubblicati su Nazione Indiana a partire dal 25 aprile 2025.
  • Il racconto che giudicheremo più riuscito sarà premiato con la pubblicazione su Nazione Indiana il 2 giugno 2025, e il suo autore sarà invitato a leggerlo in occasione della Festa annuale di Nazione Indiana.
  • I migliori racconti ricevuti saranno poi raccolti in un e-book che si potrà scaricare gratuitamente dal sito di Nazione Indiana.
  • Hai carta bianca e piena libertà di invenzione, oppure puoi ispirarti a una storia realmente accaduta, usando e citando documenti e fonti, attingendo dagli archivi, dalle biblioteche o dalle risorse online.

Aspettiamo di leggerti!

VOLANTINO STAMPABILE PER CHI VOLESSE DIFFONDERE LA NOSTRA INIZIATIVA

Oh my bike! Ruote, caucciù e colonie

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di Jamila Mascat

(Tim & Puma Mimi, Oh My Bike, 2019)

Nonna Anna avrebbe detto “sempre meglio che una disgrazia”. Lo ripeteva con nonchalance ogni volta che – e, spesso, per quel che mi sembra di poter ricordare – perdeva un documento, un portafoglio, una chiave di casa. Perfino dopo uno scippo che nel 1985 le era costato trecento o quattrocentomila lire. Da piccola non riuscivo a immaginare una disgrazia senza contemplare la fine del mondo, perché tutto il resto apparteneva alla categoria del sempre meglio. Crescendo, però, ho imparato che anche il dispiacere vuole la sua parte, discretamente e senza clamore. A volte le cose semplicemente dispiacciono. Come la settimana scorsa che mi hanno rubato la bicicletta. Ho reimparato ad andare in bicicletta a 42 anni, dopo 30 anni di astinenza, senza aver mai coltivato alcun feticismo delle due ruote, senza aver mai partecipato a una Critical Mass, senza aver mai nutrito un grammo di ammirazione per i ciclisti vestiti da ciclisti che affannati in fila indiana arrancano sulle strade provinciali la domenica mattina presto, i fanatici del vélib parigino, gli irriducibili che si lanciano nel traffico maleodorante di Roma con o senza casco, gli inossidabili impermeabili che sfidano la pioggia battente di Amsterdam. Al culmine dell’orrore i sellini: stretti, squadrati, appuntiti, rigidi, ridicoli anche se ergonomici, per cui ho sempre provato un’inspiegabile repulsione. Poi sotto la pioggia di Amsterdam, che non è sempre così battente come la credevo, ci sono finita anch’io e sono stata catapultata in un universo della mobilità fino ad allora sconosciuto, ad andamento lento ma non troppo, alternando omafietsen (le bici della nonna, che frenano retropedalando) e bakfietsen (le bici cargo su cui si caricano bambini, cani o oggetti di grandi dimensioni).

(Shadi Ghadirian, Qajar #6, 1998)

La scoperta della bicicletta è stata un’iniziazione alla settima dimensione dei trasporti terrestri. Perché la velocità e la visuale in bici non hanno nulla a che vedere con quello che offrono piedi, treni, auto, tram, bus, quad e motorini. Pedalare è panta rei. Un pezzo pubblicato sul San Francisco Chronicle il 25 gennaio del 1879 – San Francisco a fine Ottocento è l’avanguardia ciclistica degli Stati Uniti –  e intitolato “The Winged Heel” (Il tallone alato) rende omaggio a “l’euforia della bicicletta” celebrando “un’estasi di trionfo sull’inerzia, la gravitazione e gli altri pigri vincoli che ci trattengono”.  In bici, conclude, “You are traveling! Not being traveled!”

(San Francisco, 1870).

Così, l’euforia della bicicletta ha riattivato anche in me quel residuo di ostinazione infantile, a dispetto dell’età, che di fronte al non sapere rivendica ossessivamente il diritto di capire tutto, l’utile e l’inessenziale – Come si raddrizza un manubrio storto? Come si allacciano i catarifrangenti ai pantaloni? Come decorare a festa i raggi delle ruote, ma soprattutto perché? – fino ad essere risospinta alla domanda sulle origini – ma chi ha inventato la bicicletta? –  per rimbalzare sugli orrori estrattivi del caucciù.

Come nel caso di tante invenzioni, perfezionate nel corso dei secoli, anche la bicicletta è il frutto di un general intellect che si è dispiegato lungo circa un secolo per arrivare a produrre un dispositivo su due ruote che somiglia alle bici che conosciamo. In questa staffetta di eureka si susseguono il velocipede (o draisina), ideato nel 1817 dall’aristocratico tedesco Karl Drais, la Treadle bycicle (1839) a pedali, ma senza catena, costruita dal fabbro scozzese Kirkpatrick Macmillan, la Michaudine di Pierre e Ernest Michaud (1869) che sposta i pedali in avanti, sulla ruota anteriore, quest’ultima in crescita esponenziale fino ad arrivare al Grand bi che sfoggia 150 cm di diametro (1870). E ancora la prima bici con catena (1880), fabbricata dal londinese Harry Lawson, e infine la Hirondelle (1900) – la bici dei poliziotti francesi il cui nome deriva proprio dall’aspetto dei ciclisti che indossavano un mantello nero e si aggiravano con ali di rondine –  la cui sagoma già ricorda da vicino la silhouette di una bicicletta dei nostri giorni. Senza addentrarsi nei meandri delle catene, degli ingranaggi e dei freni, di cui l’evoluzione meccanica rimane per me incomprensibile, non si può parlare di bici senza inciampare nel mistero delle ruote e dei materiali di fabbricazione di questi cerchi magici, e poi la fattura, la consistenza, la resistenza, la resilienza. E come per incanto le ruote delle biciclette dischiudono il sipario sugli imperi coloniali.

È soltanto alla fine del 1800 che la gomma diventa un ingrediente fondamentale per la costruzione delle biciclette, mentre fino ad allora circolavano soltanto ruote rigide e non ammortizzate, di legno e metallo Nel 1888 sembra che il chirurgo veterinario scozzese John Boyd Dunlop, osservando il figlio pedalare con fatica in sella ad un triciclo su un pavimento accidentato, si sia posto il problema di come fare per ridurre i contraccolpi. Allora avvolge le ruote con strisce di gomma incollate e gonfiate con una pompa meccanica creando la prima rudimentale camera d’aria della storia. Nasce così il pneumatico, e nasce nel 1890 la Dunlop Rubber che brevetta e commercializza con successo le ruote di gomma. Édouard Michelin l’anno successivo perfeziona l’invenzione di Dunlop e costruisce il pneumatico smontabile, facile e rapido da riparare, con cui Charles Terront nel 1891 vince la corsa ciclistica Paris-Brest-Paris. Inizia così l’età dell’oro della bicicletta che realizza il sogno di libertà di chi non può permettersi le carrozze (né le neonate automobili) e delle donne della buona società.

Nel 1895 si contano 7 milioni di biciclette in tutto il mondo. Dunlop, Michelin, Good Year, Continental, Pirelli fanno impennare la domanda di caucciù per fabbricare pneumatici di gomma. La gomma non è una novità assoluta, già intorno alla metà dell’Ottocento viene utilizzata nelle ferrovie o nell’industria militare per produrre scarpe, stivali, protezioni per baionette, teli, borracce, bottoni, e anche protesi ricostruttive. Soltanto l’invenzione del pneumatico e il boom del ciclismo, però, inaugurano la corsa al caucciù. La gomma sintetica fa la sua comparsa solo dopo la prima guerra mondiale; fino ad allora viene ricavata dal lattice prodotto dagli alberi della gomma (l’Hevea bresiliensis o siringueira) in Amazzonia e dalle viti selvatiche (Landolphia) del Congo. La giungla congolese e la foresta amazzonica (e solo successivamente le piantagioni del Sud-est asiatico) saranno per un quarto di secolo circa i luoghi di estrazione del caucciù per excellence. Così, mentre l’Europa e l’America del Nord si godono la libertà delle due ruote, sotto l’Equatore milioni di individui vengono condannati dalla gomma ai lavori forzati.

In The Thief at the End of the World: Rubber, Power, and the Seeds of Empire (2008), lo storico Joe Jackson racconta che la popolazione dello Stato Libero del Congo, in realtà proprietà privata del re del Belgio Leopoldo II dal 1885 (Conferenza di Berlino) fino al 1908, passò da 25 milioni a 10 milioni, sacrificando 15 milioni di morti sull’altare del caucciù. Un simile destino toccò in sorte alle popolazioni indigene del Putumayo tra il Perù e la Colombia. Leopoldo II non mise mai i piedi in Congo, amministrando a distanza i proventi del caucciù prodotti dalla Anglo-Belgian India Rubber Company, rifondata con capitale unicamente belga nel 1898 come ABIR Congo Company. A vegliare sui dannati del caucciù furono predisposte le milizie della Force Publique, truppe di mercenari, volontari ed ex ufficiali degli eserciti europei (belgi, italiani, danesi, svedesi, norvegesi) amanti dell’avventura, del sangue e delle punizioni corporali.

Alice Seeley Harris, missionaria inglese in Congo considerata come l’iniziatrice di una delle prime campagne internazionali per i diritti umani, raccoglierà centinaia di foto con la sua Kodak, documentando per la prima volta gli orrori delle mutilazioni inflitte quotidianamente alla popolazione congolese per sostenere il ritmo della produzione della gomma. All’inizio del 1906, Alice Harris e suo marito John viaggiano negli Stati Uniti proiettando in 49 città, con il supporto delle lanterne magiche in voga all’epoca, le immagini scattate da lei. Alcuni di questi scatti, quello stesso anno, saranno pubblicati dal quotidiano New York American durante una settimana.

Nel King’s Leopold Soliloquy (1905) Mark Twain aveva indirettamente reso omaggio alla fotografia militante di Harris per bocca del re Leopoldo che, nel corso di un’oscena apologia di se stesso, agita lo spauracchio dei missionari  – “They travel and travel, they spy and spy!”-  e della macchina fotografica – “Then that trivial little Kodak, that a child can carry in its pocket, gets up, never uttering a word, and knocks them dumb”.

Nsala, di Wala, nel distretto di Nsongo a sud di Kinshasa, fissa la mano e il piede di sua figlia Boali, amputati. 14 maggio 1904 (Alice Seeley Harris).

 

“Esperimento su Bòttego”: un nuovo e-book di Nazione Indiana

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Un nuovo e-book di Nazione Indiana

di Andrea Inglese

Nazione Indiana, nonostante la sua un po’ spaventosa longevità, mantiene una sua giovanile inquietudine, una sua curiosità onnilaterale e poco addomesticata, anche se nel mondo letterario più si è domestici più si vive tranquilli. Segno di questa irrequietezza sono i suoi slanci editoriali, che in passato hanno prodotto incursioni puntuali, ma meditate. Alludo ai tre titoli della collana “Murene”, tutti volti all’altrove (Stephen Rodefer, poeta statunitense, curato e tradotto da Andrea Raos; Ingo Schulze, narratore tedesco, curato e tradotto da Stefano Zangrando; Miguel Torga, scrittore portoghese, tradotto e curato da Massimo Rizzante) e nati da una costante passione di condivisione, che ancora oggi non può non caratterizzarci, in quanto blog collettivo, entità policentrica e dialogante. Ai tre volumi cartacei di “Murene”, si affiancano però anche quattro e-book, che hanno la principale caratteristica di raccogliere una pluralità di voci, sia interne che esterne al blog. A parte 25 passi in file indiani, nato come raccolta libera di pezzi apparsi su Nazione Indiana a firma dei suoi redattori, sorta di “carotaggio” estemporaneo rispetto alla ricchezza dell’archivio, gli altri tre si concentrano su questioni d’attualità, cercando di “stringerle” attraverso la diversità degli approcci (e-book sulla “responsabilità dell’autore”, sugli “attacchi terroristici in Francia del 2015”, sull’esperienza della “pandemia di Covid-19”). A queste iniziative va ad aggiungersi, il volume collettivo Piccolo vocabolario autostradale a uso dei contemporanei, a cura di Gianni Biondillo.

Oggi vi presentiamo un nuovo e-book, stavolta non si tratta di una traduzione né di un lavoro collettivo. Il caso come sempre lavora per noi, dal momento che tendenzialmente anarchici come siamo non potremmo permetterci programmi di lungo periodo. Esperimento su Bòttego nasce da un “primo” esperimento, da un primo pezzo che Fabrizio Bondi, amico e attento lettore del blog, mi ha proposto di pubblicare (26 aprile 2022). La prima frase diceva: “Esperimento su Bòttego è un progetto che parte dalla mera e quasi disarmata descrizione di uno specifico oggetto culturale: il monumento parmigiano all’esploratore Vittorio Bòttego, appunto”. Il carattere anomalo, installativo, sperimentale, politico, di quel testo (corredato da fotografie), mi aveva subito convinto. E la sua fuoriuscita dal laboratorio privato ha permesso a Bondi di testarne la “resistenza” alla pubblica lettura e, chissà, ha magari contribuito a suscitargli il desiderio di radicalizzare quel primo accerchiamento / malmenamento di una celebrata figura di esploratore, militare, scienziato, avventuriero, a cui il colonialismo crispino aveva lasciato mano libera nel Corno d’Africa.

L’attuale e definitiva (?) versione di Esperimento su Bòttego arriva giustamente in ritardo rispetto a una recente ondata di attivismo decoloniale diffuso, che si è tradotto in più o meno riusciti sbullonamenti di monumenti possibilmente equestri, o comunque agghindati d’elmi, panciotti e sciabole. Ma è questo che c’interessa: con una zampata che accoglie il lato più corrosivo del post-moderno, Bondi sganghera ludicamente e perfidamente il Vittorio Bòttego, che campeggia intatto davanti alla Stazione di Parma. Mette mano alle opere di questo, riscrivendo, rimontando, sforbiciando. Nello stesso tempo, ne fa un racconto della propria infanzia, della propria vocazione mancata, di naturalista. Una tale opera imbarazzerebbe ovviamente l’asse editore-libraio. In quale collana e genere lo infiliamo? E in quale scaffale? Nazione Indiana non s’imbarazza di questa incollocabilità, nata da una del tutto avverata attitudine sperimentale. Ringraziamo, quindi, Fabrizio Bondi, che conoscevamo come studioso del Rinascimento e critico militante. Ora lo scopriamo scrittore di ricerca.

Un’ultima riga sul tema. Il pensiero decoloniale non è estraneo a Nazione Indiana, così come non lo è l’attenzione alla storia del Ventennio fascista, che riportò in auge miti, velleità e atrocità dell’imperialismo colonialista inaugurati nell’era crispina. (Ricordo, per altro, che Igiaba Scego è stata per un certo tempo, e sicuramente non invano, in Nazione Indiana.)

Il testo che segue, di Giuditta Bassano, introduce più approfonditamente di quanto abbia fatto io il nuovo e-book di Nazione Indiana. Un grazie particolare a Orsola Puecher e Jan Reister, senza i quali nulla di queste prelibatezze digitali sarebbe possibile.

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L’esploratore esplorato

di Giuditta Bassano

Vittorio Bottègo (1860-1897), giovane aitante capitano d’artiglieria, è stato protagonista di una serie di avventure nel Corno d’Africa; attraverso queste vicende, assurse a eroe del colonialismo crispino. Come esploratore di alcune aree fluviali della Somalia e dell’Eritrea Bòttego fu naturalista ma anche uomo d’armi di indiscussa violenza, emblema di un razzismo italico alquanto poco transeunte. Vittorio Bottègo era nato a Parma: davanti alla stazione della sua città esiste tutt’oggi un monumento che ne commemora il coraggio e le imprese. Fabrizio Bondi parte da qui, cioè dall’eredità sinistra di un monumento, “l’accrocchio”, di cui appare difficile riconoscere oggi l’appropriatezza. L’autore si immerge allora nella “pelle linguistica” del Bòttego, perché l’eroe parmigiano aveva eretto “un altro monumento, un monumento a se stesso” mettendo per iscritto i suoi viaggi. Potremmo parlare di una guerriglia ventriloqua, o di una poetica (sperimentale) della vendetta.

Ariostista e professore di letteratura italiana, Bondi arma infatti la  propria sensibilità letteraria e il proprio dominio della metrica italiana (contro la retorica italica dei resoconti dell’eroe) per “montare” una testimonianza su Bòttego con le sue stesse parole. Un esperimento di pidgin politico, in cui le immagini dell’esploratore, le sue impressioni in terra africana, la cosmogonia patriottica di epoca crispina forniscono un bacino semantico che Bondi stravolge attraverso una sintassi inaudita. Saggio e testo letterario insieme, un po’ in prosa e un po’ in versi, “Esperimento su Bòttego” è un lavoro che più che leggere si può piuttosto frequentare e abitare, entrando da un punto qualsiasi del suo congegno narrativo, persino cominciando, se si vuole, dalle note finali. In questa esplorazione ci si imbatterà in una serie di appunti filosofici sul concetto di monumento, nei rapporti tra Bottègo e Carlo Dossi, nelle raggelanti descrizioni dell’efferatezza coloniale, ma non meno nella fauna del Corno d’Africa e nella saggia battaglia che le piante di fico muovono indefesse contro le statue e le opere umane di ogni sorta. È probabile che se ne riemerga convinti, con Bondi, che la “pasta, la materia della lingua, è tutto”.

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Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato epub

Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato mobi

Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato pdf

Ipostatizzare

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di Federico Silvano

Le dico che non è colpa di nessuno, che semplicemente è venuta a mancare l’ipostasi.

«Eh?»

Il cameriere poggia sul tavolino due spritz. Alla vista di tutto quel liquido mi trema la gamba. Ho la vescica in fiamme, ma non ho intenzione di alzarmi finché non avrò finito di dirle ciò che ho da dire.

«Ipostasi. Dal greco: hypòstasis. Stare sotto. Dare concretezza a ciò che non ne ha».

Lei spalanca gli occhi per poi socchiuderli: lo sguardo di quando è senza occhiali e cerca di mettere a fuoco qualcosa. Gli occhiali però ce li ha.

«Mi stai lasciando?»

«Non ti sto lasciando. Tu mi piaci, lo sai. La prima volta che ti ho vista in foto mi sono venute le vertigini, giuro. Anch’io ti piacevo, suppongo. Altrimenti non saremmo qui. Poi ci siamo scritti e in un certo senso… già lì stavamo ipostatizzando il nostro rapporto. Stavamo dando concretezza alla cosa. Mi segui?»

«No. E per la cronaca, sei tu che mi hai scritto. Io all’epoca mi frequentavo con un altro».

«Fa niente. Quello che voglio dire è che… insomma, dopo quei messaggi siamo usciti, e se non sbaglio ci siamo dati anche un bacio che, seguendo il mio ragionamento, possiamo definire l’ipostasi di quell’uscita. Ora ci sei?»

«In realtà ti ho baciato io la seconda volta, perché al primo appuntamento tu me l’hai chiesto e me l’hai fatta asciugare».

L’inguine ha inizia a pulsarmi. Lo massaggio con una mano e accavallo strette le gambe.

«Va bene, era la seconda volta, non la prima. Comunque… dopo un po’ abbiamo iniziato a tenerci per mano. Non dico di avertela presa io per primo. Forse me l’hai presa tu, ok? In ogni caso, quel tenerci per mano dava ancora più concretezza alle foto, ai messaggi, al bacio. Poi siamo andati in gita a Garda, giusto? Ecco, per me quella è stata un’altra ipostasi. E poi c’è stato l’unicorno. L’unicorno viola che ho vinto alle giostre e ti ho regalato, quello che tieni sul cruscotto della macchina. Per come la vedo io anche quella è un’ipostasi. Ti chiederai: com’è possibile che un portachiavi di peluche dia concretezza a due persone in carne e ossa? Ti rispondo: perché no? Se ci pensi non è così assurdo. Quando mi sono fatto fare la ceretta da te, quando sono venuto al pranzo con la tua famiglia, alla serata karaoke coi tuoi colleghi, era per dare concretezza alla nostra relazione. Persino il nostro primo litigio, al cinese, ricordi?, quando ti ho detto che se non volevi dividere il dolce non l’avrei ordinato neanch’io, e da lì apriti cielo, mi hai detto che eravamo due entità separate e che dovevo imparare a scegliere per conto mio… anche lì io ci vedo l’ultima di una lunga serie di ipostasi, cominciata con una tua foto in bikini del 2018. Ma ecco, adesso ho la sensazione che quel ciclo si sia interrotto. Che non ci sia più niente da ipostatizzare. Questo e soltanto questo sto cercando di dirti, ok?»

«Senti, forse è meglio affrontare il discorso chiaramente».

«No guarda, ti fermo subito. So dove vuoi arrivare. Ti assicuro che non c’entra».

«Io invece credo che c’entri eccome. E forse dovremmo dirlo, una buona volta. Si chiama disfunzione erettile. Dal greco: non lo so. Ma so che dovremmo parlarne».

«Ecco. Vedi?»

«Mio padre mi ha dato il numero del suo andrologo».

«Cosa? Che? Perché tuo padre lo sa?»

«Come perché?»

«Perché gliene hai parlato? Chi ti ha dato il permesso?»

«Permesso? Dovevo chiederti il permesso? Questa è una cosa che riguarda tutti e due».

«Cristo Santo. Cristo Santissimo. Non posso crederci».

A questo punto levo la mano dall’inguine e do un colpo deciso al tavolino. Lei fa la bocca di  quando è senza occhiali e la cosa che cercava di mettere a fuoco è uscita dal suo campo visivo, e cioè una specie di ghigno strafottente. Poi mi risponde afferrando lo spritz e se lo scola tutto in una volta sola. Il risucchio della cannuccia sul fondo è la goccia che fa traboccare il vaso.

Mi alzo e corro in bagno.

Una volta tirata giù la patta, me ne sto lì e aspetto. Porta pazienza, mi dico. Adesso arriva. Intanto fa tempo a spegnersi la luce. Muovo la testa per riattivare la fotocellula. Poi le spalle. Non funziona. In quel limbo maleodorante penso all’etimologia delle prime parole che mi vengono in mente. Bagno (balaneion). Tazza (tāsa). Urina (oúron). Etimologia. Étymos, logos, parola autentica. Sento una goccia che cade nell’acqua. Do una scrollata là sotto, fiducioso. Poi mi accorgo che sono solo io che piango nel buio. Da quant’è che sono in bagno? Cinque minuti. Forse dieci. Rimango in questa posizione finché la fotocellula non si riattiva da sè. Qualcuno bussa alla porta.

«Sì, occupato».

Tiro su col naso e tiro su la patta.

«Guarda che io me ne sto andando. Ho già pagato».

Non so cosa rispondere, quindi ripeto: «Occupato!»

Sento i suoi passi allontanarsi intanto che fisso la pozza del wc. Concludo che è meglio tirare l’acqua anche se non ho sporcato.

Quando ritorno al tavolino, il cameriere sta sparecchiando e al nostro posto si è già seduta un’altra coppia.

West – Eastwood: Rocco Sedona

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L’ultimo dei cowboy
di
Rocco Sedona

È mattina presto a Des Moines, Iowa. Nonostante il jet lag, non sono stanco. Sono qui per onorare una promessa fatta a Derna, la madre di una mia amica. Derna. Nome residuo dell’esperienza coloniale? In Iowa suona come una parola di un’altra lingua, un frammento portato da un’altra sponda del Mediterraneo. Me la immagino come una di quelle città di palazzoni sul lungomare, lambite dal deserto, circondate da palme e viali che portano verso il nulla. Così distante da questa mattina continentale del Midwest.

Salgo sull’auto a noleggio e imbocco l’Interstate verso sud, direzione Kansas City. Supero l’aeroporto e, dopo una ventina di miglia, esco dall’autostrada. Comincia un saliscendi su una statale che non va mai dritta, tra campi e colline ancora avvolti nella nebbia. La strada è vuota, il cielo è un’assenza, e la radio, per lunghi tratti, non emette altro che musica country. Il traffico sparisce.
Supero Winterset, prendo Elderberry Avenue e arrivo al ponte Roseman. Parcheggio in uno slargo. Non c’è nessuno.
Qui Clint Eastwood girò I ponti di Madison County, interpretando Robert Kincaid, accanto a Meryl Streep nel ruolo di Francesca Johnson.
Scendo. Il silenzio è fisico, interrotto soltanto dall’acqua del Middle River sotto le assi e dalle gocce della pioggia notturna che cadono ancora dalle foglie. Ho con me il libro di Robert James Waller e quello di Adriano Della Starza su John Ford e Clint Eastwood. Li apro lì, accanto al ponte. Leggo. Ogni tanto alzo gli occhi e ritrovo nelle pagine quello che ho davanti: il legno, l’acqua, gli alberi, la strada. Per qualche minuto il libro e il luogo coincidono.

Tiro fuori la macchina fotografica, una Nikon Zf digitale. Una discendente della Nikon F che Robert Kincaid portava al collo. La Kodachrome 25 è uscita di produzione all’inizio degli anni Duemila. I rullini, comunque, ho scelto di non portarli: troppi controlli, troppi aeroporti. Ma ho con me, insieme a un adattatore, una vecchia lente degli anni Sessanta.
La giro tra le dita prima di montarla. Il barilotto porta i segni degli anni; la ghiera oppone una lieve resistenza, quasi ricordasse ancora le mani che l’hanno percorsa prima delle mie. È una cosa sciocca, certo, ma mi piace che almeno un pezzo della macchina venga da un tempo abbastanza vicino a quello che sono venuto a cercare. Il corpo macchina è nuovo, il sensore è digitale, l’immagine comparirà subito sullo schermo. La lente no, quella appartiene ancora a un mondo in cui bisognava aspettare, trattenere il respiro, sperare, senza sapere mai con certezza se ciò che si era visto sarebbe rimasto.

Attorno, la nebbia sta appena cominciando a levarsi. Ha piovuto tutta la notte. Ci sono pozzanghere ovunque e, camminando nell’erba alta con i sandali, sento l’umidità della vegetazione sulle caviglie. Osservo, cerco la composizione giusta, scatto.
L’interno del ponte è molto buio. Sul legno si leggono le scritte che mi immagino incise da molte coppiette: nomi, date, iniziali, cuori. Alcune sembrano incise in fretta, con la punta di un coltello; altre hanno una calligrafia lenta, solenne, come se chi le ha lasciate avesse pensato di poter durare più del legno. Quasi tutte prevedibili; un paio, però, riprendono le battute del film. Rimango a leggerle una per una. Alcune sembrano vecchie, vecchie abbastanza da chiedersi che cosa sia successo, dopo.

Questo è il luogo dove, alla fine, Robert e Francesca tornano insieme, per sempre. O meglio, non insieme nel modo in cui avrebbero potuto esserlo. Le ceneri di Robert vengono disperse al Roseman Bridge; Francesca, nel testamento, chiederà ai figli la stessa cosa per sé. Ci avevo pensato spesso, rileggendo il romanzo: due persone che non hanno vissuto insieme e che pure scelgono di condividere il luogo in cui non si è mai presenti, se non come cenere portata dal vento.

Guardo il legno del ponte, le assi umide, le scritte lasciate da ragazzini del luogo e da turisti che probabilmente non torneranno mai più tra le sterminate praterie dell’Iowa. È curioso che certe storie abbiano bisogno di un luogo proprio quando non hanno più un tempo. Un ponte coperto, il legno rosso mattone, le ringhiere bianche, i graffiti, l’acqua lenta, i moscerini. Mi viene da pensare a un tunnel, ma anche a una bara. Certi passaggi servono a questo: portarci dall’altra parte lasciando qualcosa indietro.

Il film, del resto, comincia quando tutto è già finito. I figli aprono cassetti, leggono quaderni e lettere, guardano fotografie. Scoprono che la donna che hanno conosciuto per tutta la vita ne conteneva un’altra, rimasta quasi interamente segreta. Quattro giorni che non avevano visto e che pure, in qualche modo, erano rimasti lì per decenni. Gli oggetti sopravvivono alle storie: non si scopre un amore, si scopre che l’amore ha lasciato una traccia, una scatola, una macchina fotografica, una lettera. E la traccia impone di essere guardata, anche quando non può più cambiare nulla.

Torno nella Chevrolet blu elettrico che ho noleggiato. Collego il telefono al Bluetooth e metto il Bhairavi, suonato dal flauto di Hariprasad Chaurasia. Poi prendo il quadernetto e una penna.
«Roseman Covered Bridge, mattina. La nebbia si alza. I nomi restano sul legno. Almeno fino alla prossima mano di vernice.»
Resto ancora un po’ con il quaderno appoggiato al volante, la penna in mano. Mi accorgo che, senza averlo deciso, anch’io sto mettendo insieme delle tracce: fotografie, un quaderno, qualche riga che chissà chi leggerà. È la prima volta, da quando sono partito, che scrivo qualcosa di non strettamente necessario. Anche le parole, come le fotografie, hanno bisogno di un tempo intermedio, di una camera oscura? Quando rialzo gli occhi, la nebbia si è quasi sciolta.

Mi rimetto in strada verso gli altri ponti: il Cedar, citato nel libro e l’unico che si può ancora attraversare in auto, e l’Holliwell, che compare invece nel film: è lì che Robert fotografa Francesca. Quando lascio il Roseman, è quasi pomeriggio. La mattina è rimasta da qualche parte tra il ponte, l’abitacolo dell’auto e le pagine del quaderno.
Con il pomeriggio arrivano più visitatori. Coppie non più giovani camminano piano, si aspettano all’ingresso dei ponti, si fotografano a vicenda. Osservo soprattutto le donne. Qualcuna rimane a guardare il ponte un poco più a lungo dell’uomo che le sta accanto. O forse sono io a volerlo vedere.
Poco più avanti, una donna con un abito chiaro si ferma davanti all’erba bagnata. Si sfila i sandali, li prende per i cinturini e continua a piedi nudi. Nell’afa quel gesto ha qualcosa di inatteso, una piccola libertà che dura pochi metri. Poi il marito la chiama. Lei si volta, i sandali ancora in mano. Gli risponde qualcosa che non sento e torna verso di lui, lentamente.
Per un istante penso a Francesca. Non a quella del film, ma a quella che avrebbe potuto diventare molti anni dopo, in un altro pomeriggio d’agosto, mentre attraversa un ponte senza più sapere che cosa, una volta, un ponte aveva significato.

Mi torna in mente una frase di Francesca: «Non era ciò che avevo sognato da ragazza». Guardo ancora la donna con l’abito chiaro. Il marito le sta dicendo qualcosa, lei ride. Poi si rimette i sandali.
Ma la giovinezza non c’entra. Francesca non ritrova la ragazza che è stata; intravede, piuttosto, la donna che avrebbe potuto essere. Ci avevo pensato una volta, non ricordo più quando di preciso, alla Villa dei Misteri di Pompei. Quelle figure sono ancora lì dopo due millenni, ferme sulle pareti, dentro un rito di cui abbiamo perduto il senso, eppure continuano a guardarci da un tempo che non è più il nostro. Davvero non lo è? Ad ogni modo, le vite non vissute fanno qualcosa di simile. Non scompaiono. Restano accanto a quella che abbiamo scelto.
La vita di Francesca non è infelice. Ed è questo, in fondo, a rendere la sua storia così crudele. Il marito Richard non è un uomo cattivo, i figli non sono una prigione. Non c’è nessuno contro cui ribellarsi, nessun errore abbastanza evidente da poterlo correggere. Per quattro giorni, semplicemente, si apre accanto alla sua un’altra vita: altre strade, fotografie, un uomo che la guarda come se la vedesse per la prima volta. È intera quanto la prima, e proprio per questo impossibile. Alla fine non le chiede di scegliere fra due uomini. Le chiede quale delle due donne che è diventata dovrà continuare a vivere.

A vent’anni, una storia come questa parla dell’amore che si incontra. Più tardi parla anche delle vite che non abbiamo vissuto. Non necessariamente migliori. Soltanto possibili. E delle porte che non si sono aperte, e che restano lì, socchiuse, nel punto esatto in cui una mano ha esitato.
La donna di prima appoggia la mano alla ringhiera del ponte mentre il marito la fotografa. Rimane così un istante, poi si volta verso di lui e sorride. Non so cosa stia pensando. Non so nemmeno se vorrei saperlo.
Riparto verso Winterset, la città dove è nato John Wayne. Una ventina di minuti per strade sterrate, tra fattorie, silos, tralicci con le banderuole che segnano il vento e case dai grandi portici. Cerco l’incrocio dove, nel film, Francesca vede Robert per l’ultima volta. Per qualche minuto le due vite, appena separate, tornano ancora vicine. Parcheggio al distributore.
È ancora lì, anche se non è più un Texaco. Nel film piove. Anche oggi è agosto, e il cielo si è chiuso quasi nello stesso modo. La luce è cambiata di colpo; tra poco pioverà forte. Entro a prendere un caffè. La donna dietro il banco riempie un bicchiere di cartone e me lo porge senza quasi alzare gli occhi. È bollente, devo tenerlo per il bordo. Per lei, penso, questo è soltanto un distributore.

Appoggio il caffè sul cofano e resto a guardare l’incrocio. Il semaforo cambia colore, passano poche auto. Un distributore, due corsie, un marciapiede in cemento. Nient’altro. Eppure proprio qui, per pochi secondi, un’intera vita resta ferma al rosso.
Rivedo Robert sotto la pioggia, dall’altra parte della strada. Francesca è nell’auto del marito. Si guardano. Poi Robert torna al pickup. Poco dopo Francesca e Richard se lo ritrovano davanti al semaforo: lui nel pickup, loro nell’auto dietro.
Robert si china verso il vano portaoggetti. È un gesto da nulla, ma Francesca lo riconosce: pochi giorni prima, facendo lo stesso movimento, il suo braccio le aveva sfiorato una gamba. Per un istante il tempo si confonde. Il pickup, la pioggia, Richard accanto a lei; e insieme quei quattro giorni, già lontani come un ricordo eppure non ancora finiti.
Scatta il verde.
Robert non parte.
Rimane fermo ancora qualche secondo. Anche l’auto dietro di lui aspetta. Richard si spazientisce. Francesca guarda la nuca di Robert attraverso il parabrezza bagnato.
Poi la sua mano cerca la maniglia.
Si posa lì, le dita si stringono. Per andarsene basterebbero pochi centimetri. La mano avanza, esita, avanza ancora. Non abbastanza. In quel momento i quattro giorni sono scomparsi, il ponte è lontano, Robert stesso quasi non si vede più. Restano una mano, una portiera, quella distanza minima.
Robert aspetta ancora.
Poi parte.

Svolta all’incrocio e il pickup scompare nella pioggia. Francesca non ha aperto la portiera. Richard le chiede che cosa le sia successo. Lei gli chiede soltanto un momento.
Quello che trovo più difficile nella scena è ciò che viene dopo: non accade niente di straordinario. La strada continua, il semaforo torna rosso, si torna a casa. Una decisione può dividere una vita in due senza lasciare, almeno all’inizio, nessun segno visibile.

Poi gli anni fanno il resto. Ciò che Francesca non ha scelto non scompare davvero. Resta nelle fotografie, nelle lettere, negli oggetti che sopravvivono a chi li ha toccati. I fantasmi sono anche questo: non presenze che ritornano, ma assenze che continuano a lasciare segni.
Resto ancora un po’ davanti al semaforo. Adesso comincia a piovere. Le prime gocce sono larghe e scure sull’asfalto caldo.
Robert se ne va lungo John Wayne Drive.
John Wayne, a Winterset, ci era nato davvero. L’ironia è quasi perfetta. Robert sembra appartenere a un altro tempo: viene da altrove, viaggia leggero, non resta abbastanza a lungo da appartenere davvero a un luogo. L’ultimo dei cowboy. Ma un cowboy che non conquista nulla. Non porta Francesca con sé, non abbatte l’ostacolo, non forza il destino.
Se ne va. E l’ultimo gesto da cowboy è sapere quando andarsene.
Il western è tramontato qui, a Winterset, Iowa.

Un invincibile inverno

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Gianni Biondillo intervista Nicoletta Bianconi

Nicoletta Bianconi, Un invincibile inverno, Manni editore, 2023

Un invincibile inverno è una storia di depressione, dove ad ogni capitolo si scende di una spira verso l’inferno della solitudine. Le cose si ripetono, ma più dolorose.

È una storia di ossessione, di un pensiero così assillante da non lasciare spazio per altro, un pensiero così buio e profondo e con pareti così verticali e lisce da non lasciare nessuna possibilità di risalita. Man mano che i giorni passano e le cose si ripetono, necessariamente la protagonista si sfibra e perde lucidità e controllo. Contare, ripetere la stesse azioni continuamente sono atti che fanno parte della sua nevrosi, sono tentativi di tenere il controllo di una situazione che per sua natura non può averne.

Il romanzo è scritto in seconda persona. Sembra che a parlare sia la protagonista, dissociata, che si guarda da fuori, con lucidità.

Sì la scelta della seconda singolare è una scelta non per parlare ad un’altra persona, come in un dialogo o in una lettera, ma è una sorta di telecamera parlante che segue e descrive i movimenti esteriori e interiori della protagonista.

La fonte che mi ha ispirata è Georges Perec, in particolare con il suo romanzo Un uomo che dorme.

Di tutti i personaggi a contorno, di grande dolcezza e umanità, è anche presente una Bologna che non è solo uno scenario.

Bologna la protagonista la definisce “il mio cortile”, no, non è solo uno scenario, è un abbraccio, è un famigliare. È l’unico luogo dove riesce a stare bene e a stare male, non sente la necessità di spostarsi, di viaggiare. La protagonista poi cerca una Bologna che quasi non c’è più, una Bologna che sta sparendo come quella delle sale biliardo o dei vecchi negozi.

Già dal titolo l’inverno è invincibile: non è contemplata alcuna primavera per la protagonista?

No, il romanzo è volutamente senza speranza, ho provato a descrivere una claustrofobia emotiva, un’ossessione senza via d’uscita.

Il lieto fine non è contemplato semplicemente perché ho voluto raccontare i giorni del dolore, i giorni di buio quando non si percepisce nessuna via d’uscita.

(precedentemente pubblicato su Cooperazione, gennaio 2024)

Il sonno, forza di liberazione

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di Paolo Vernaglione Berardi

Haytham el-Wardany, scrittore e traduttore egiziano dissidente vive a Berlino ed è autore di prose filosofiche di rara bellezza. How to Disappear (2018) è un manuale su come rimanere ‘ascoltatori’ e sottrarsi alle luci accecanti della presenza pubblica; Jackals and The Missing Letters (2023) è un mix di espressioni saggistiche, fiabe e prose brevi che si spera di poter presto leggere anche in italiano. Per ora è Il libro del sonno (2016) l’unico suo testo apparso per merito di Timeo edizioni (www.timeo0.zone), casa editrice che ha intrapreso un puntuale percorso di sperimentazione dell’intera filiera editoriale, pubblicando, distribuendo e promuovendo libri selezionati con cura che restituiscono un profilo acuminato ed essenziale, ormai raro, del lavoro dell’editore. Tradotto con eleganza da Fernanda Fischione, ricercatrice e docente specializzata di letteratura araba, il testo compone in una tessitura sottile brevi prose che generano il movimento tematico del sonno nella superficie colorata del sogno, della memoria e dell’invenzione.

Il libro è sepolto in una profondità relativa e per questo è un tesoro di maggior valore rispetto ad un canone della finzione ‘filosofica’ che obbliga a scavare fino al centro della terra, per scoprire al fondo l’inanità della ricerca. Invece, nella sobrietà di una prosa distesa Il libro del sonno rende preziosa la contemporaneità di un passato recente (la cacciata di Mubarak e le ‘primavere arabe’),  di ricordi veri e di memorie immaginate.

Nella sequenza dei racconti il progetto alchemico ha successo. La realtà trasmuta in alterità possibili gesti e forme delle cose. Assenze e anime dei morti si fanno concrete presenze fino alle luci dell’alba, quando fuggono negli interstizi del tempo diurno. Kafka e Walter Benjamin sono convocati, perché all’inizio si annuncia che il vero lavoro è il lavoro di scrittura.

Nell’abisso “che chiamiamo sonno” le forme si compenetrano, i limiti si sciolgono, le stanze sono invase dal fluido della notte: “Non incontrano le cose sulle linee del potere, bensì nel cuore del divenire della materia prima.”. Il momento dell’abbandono è il momento della liberazione. Qui tutto diviene, l’accesso al sonno è garanzia di indistinzione di sé e del mondo, realtà e possibilità. Ma qui tutto mantiene la propria differenza, nel mutare degli oggetti in singolarità fluttuanti, degli ambienti in luoghi che vibrano, di persone in figure che dal sogno, dal passato e dagli affetti, trapassano in soggetti quasi estranei e in profili liminari.

Lo spazio dormiente, scrive el-Wardany, è quello in cui il binarismo sonno/veglia imposto dalla produzione è sospeso. Interno ed esterno si mischiano ed è l’oscurità interna a fuoriuscire nel tempo della notte e ad invadere l’esterno, al punto che la stessa dimensione spaziale diviene un fuori inaccessibile. L’indice di questo stato è un tempo flesso in cui presente e passato si incontrano perdendo il loro proprio ricordo. La toponomastica domestica diviene una psicogeografia straniera, i fantasmi dell’infanzia si aggirano in camere da letto separate dagli spazi usuali della vita diurna. D’altra parte, il sonno è l’alternativa vivente al tempo diurno dello spazio pubblico, del lavoro, della precarietà e del controllo sociale. Allestire, in spazi sottratti al profitto e alla speculazione immobiliare, ambienti per dormire, addormentarsi in luoghi pubblici, abbandonarsi al sonno nei giorni collettivi in cui si è lottato, nei presidi di protesta, nel contrasto alla violenza dei poteri, è il gesto destituente che, con e nella prassi conflittuale, realizza altre possibilità di esistenza.

Nella memoria attiva di el-Wardany ci sono gli esiti nefasti delle ‘primavere arabe’, le operazioni sporche della NATO nel maghreb e in Asia occidentale nel primo decennio del nuovo secolo, la repressione in Egitto e la caduta di Al-Hasad. Ma la storia trucida dell’ ‘occidente’ è contrastata dal sogno, evento magistrale del sonno, che la sopravanza.

La scrittura onirica sopporta almeno due modi: quello surrealista in cui il sogno diviene scrittura che si accampa nello spazio del giorno per lottarne la sua logica miserabile, e quello del racconto in cui la realtà si popola di figure e situazioni che ne dissolvono i piani.

Il sonno è parte di un mondo senza capitalismo e di una terra senza sfruttamento, per questo sognare è pericoloso, come aveva intuito André Breton. Ma il problema del surrealismo fu che se anche fosse esistito un inconscio collettivo, i sogni sarebbero comunque personali, indirizzati ‘ad personam’ da un desiderio anonimo che è lo stesso nel sonno e nella veglia. Il processo manifesta la sua origine non umana: né individuale, né collettivo, la materia del sogno è espressione del movimento di un autore di gruppo, di una muta, di un branco.

Il sonno è rivoluzionario perché fa esplodere la realtà. Dall’interno del desiderio il tempo onirico del sonno se ne separa e vaga nella terra incognita di una psiche liberata. Durante un’ondata di proteste “…potrebbe diffondersi un sogno che consiste nel fuggire la polizia per poi entrare in un palazzo sconosciuto da soli, oppure in compagnia di gente stramba…Il gruppo afferma di essere ciò che plasma l’esperienza collettiva ripetuta dal sogno e ciò che gli dà la capacità di perdurare e proliferare…”.

Battaglie familiari e arresti arbitrari, macchine kafkiane per pulire le strade che diventano mostri inesorabili, gesti segreti per sottrarsi alla repressione, rivelati in reti spontanee di solidarietà che li trasformano in senso comune, storie della buonanotte in cui gli occhi senza palpebre dei pesci fanno affogare la vista servile degli umani. Ecco perché “il sonno è ciò che protegge dalla follia o dalla morte”; l’individuo che non dorme essendo ossessionato da ‘sé’, nel momento del sonno in cui si arrende al fallimento, compie “l’atto di una soggettività che si libera del tempo del controllo”, per svegliarsi ispirato da un nuovo sogno.

Vale l’assenza nel racconto di tal Ibn Qushair in cui uno degli amici di tal Bayazid Bistami arriva in città e scopre che Bayazid, “presente nella Verità e assente nel Creato” non sapeva più chi fosse e dove si trovasse. A differenza dei presenti nel giorno, i mistici sufi ‘cadono’ da svegli nel Creato, mentre sono presenti nella notte, laddove il sonno è vera Verità. Per i presenti infatti, passare la notte svegli non è l’utopia in cui si realizza ciò che fallisce nella città del lavoro, ma è il rogo di pensieri e desideri, terra bruciata del ‘sé’ nel buio bianco che trafigge:

“…l’insonne cerca una lingua che spezzi l’isolamento del suo dolore e sappia fonderlo nel dolore degli altri…Quando la stanchezza lo vince, smette di cercare di coinvolgere gli altri e dorme il proprio dolore…Il sonno è l’unica lingua in cui è possibile condividere il dolore: quando dormiamo, infatti, smettiamo di aggrapparvici e lo lasciamo andare…ed è così che il nostro dolore torna a essere il dolore del mondo, così come era all’inizio di tutto…”.

Il mondo mostra la sua schiena di rovine quando i panorami dell’infanzia sono visti dal tetto di una casa in una terra che diviene palude. Così el-Wardany tesse la tela scintillante di schegge di realtà con la perizia del miniaturista. Ogni frammento è al suo posto nel giusto disordine di un’immagine più vera di qualunque esperienza. Vera perché creata, raccontata, scritta e assunta nella finzione.

Ciò è possibile perché la scrittura soggettiva il giorno e la notte. Ogni soggetto è per la produzione: allora, il giorno che si vuole eterno dimentica il buio che lo intralcia, forse perché sa che la diuturna forza-lavoro nel sonno diviene solo forza che demolisce il lavoro. Il soggetto della notte è anonimo, la sua forza è dissolvente perché è già dissolta, è un corpo in cui non si cela alcun ‘sé’. La notte dunque, non è un soggetto proprio perché vi rimane la forza del sonno in cui il corpo non è parte del mondo ma è il “mondo incarnato”.

Limite della veglia è il delirio, limite del sonno è la distrazione, l’uno eccedente, l’altra soggiacente.

La veglia continua raffina la realtà fino ad una trasparenza cristallina. Il senso vi è già esaurito nel delirio; questo diventa il suo sonno per l’abbagliante lucidità di cui è fatto. La natura del sonno invece è la distrazione. Contrario alla produzione, il cuore distratto del sonno provoca o sogni o rivoluzione. Quella che in Egitto ha fatto ‘primavera’ era l’intarsio di entrambi, espresso nelle immagini caricate su Facebook e nelle scadenze informate tramite ‘Blackbarry’, utile modello di cellulare criptato.

Nella distrazione c’è l’esito di una catena associativa che è un’altra forma di liberazione. Ci si perde nel canto delle sirene. Ulisse è preso nella lotta della concentrazione, la malìa del canto devia la rotta e il ritorno non è replica che risale quanto si è vissuto ma è ripetizione di possibilità di vita. Ciò a cui si ritorna è una virtuale uscita dal mondo. Ulisse è trasformato, non è più volontà concentrata, inscalfibile, che ha percorso il viaggio all’indietro, ma distrazione.

Chi divaga viene cacciato via dal giorno. Chi sono dunque i dormienti? Non un individuo ma un gruppo sociale che ha sciolto i legami con la società, ­- una e un sopravvissuto della grande perdita. Chi dorme appartiene alla storia parallela delle incrinature, delle ferite aperte e dei vuoti vicini. Il sonno affronta questa storia che la veglia non potrebbe sopportare e che al risveglio si rimargina. Ogni desiderio proviene da un abbandono, quando il volto dell’amante è perfetto e si sa che il giorno lo farà scomparire. Persone morte si affacciano con i loro tratti di estrema gioventù o di vecchiaia ma non parlano a chi li sogna.

In ogni caso il sogno registra il divenire e la scrittura lo fa rinvenire nella differenza con quanto è accaduto. Scrivere i sogni al mattino è esercizio terapeutico ma quando la pratica entra nel dominio dell’utile e diventa prosa letteraria la guarigione è piegata alla prosa del mondo che il mercato editoriale, anche quello più indipendente, divora per erogare reddito.

La poesia si sottrae a questa cattura e rimane, rivendicandola, parte della fonte anonima del delirio, del sogno e del desiderio. Da ora in poi allora, il compito della scrittura sarà sottrarre il romanzo e il racconto all’intento predatorio della selezione editoriale, non sognando un altro mercato ma provando a lavorarlo, a investirlo, ad usarlo e ad esserne usate e usati – in vista del sogno e del piacere, laddove Kafka, Benjamin, Foucault, Deleuze e Guattari, insieme a el-Wardany godono la felicità maggiore di un sapere comune.

 

 

Madri morte madri vive / Mrtve matere žive majke / Umbilical Cord

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di Nina Kodrič (sloveno) e Snježana Vračar Mihelač (croato)
traduzione di Darja Betocchi

 

la notizia del giorno ha inciso così a fondo
 le madri cominciano a rifiutare il cibo
da poter essere vera
 non è una decisione avventata
scuote la nostra indifferenza
 loro non hanno più nulla da perdere
si scaglia oltre
 se non la propria voce
l’apatia dilagante
 oppongono corpi invalicabili
la perenne ipocrisia non ha limiti
 sparsi come un carico
invece di una quotidianità gestibile
 indispensabili come il respiro
portiamo il peso delle strade
 salvano il mondo
non siamo mere spettatrici
 annientando se stesse
è per lei che ci siamo strette insieme
 negando il proprio corpo
la trasformazione del sistema sullo schermo
 ce l’abbiamo nel sangue
ridiamo vita a corpi fragili
 ce l’abbiamo nella ferita
sentiamo un dolore acuto
 inevitabile come il crollo del glicogeno
rifiutiamo la stretta di mano
 come la disidratazione
non dobbiamo distrarci da ciò che è stato promesso
 il rancore immagazzinato nella clavicola
il respiro si fa attesa
 la degradazione del tessuto muscolare
dichiarazione di stato d’emergenza
 il polso rallentato e la nausea
abbiamo bisogno di più di quanto possediamo
 fanno ciò che pensano di dover fare
noi donne in prima linea
 già una volta si sono sdoppiate
cancellate dalla storia
 ora negheranno al corpo anche quell’altra cosa
stiamo in mezzo
 entrano nella fase della sopravvivenza
alla città inquieta
 la voce dei figli nella gola delle madri
passaggio vietato
 crollo
alle ribelli
 potassio fosfato sodio
un ciclo senza fine
 le madri dei figli morti, i loro cuori inutili
i segnali si esauriscono
 di dimensioni sproporzionate alla funzione
frastuono della città
 si riducono, si restringono
sul telefono chiamate senza risposta
 anche il fegato rallenta
dove sono i limiti
 i reni riducono la filtrazione
delle capacità del corpo
 le madri aprono la strada alle infezioni
ridotto allo stremo
 le madri dei figli morti
ma la volontà non cede
 i corpi senza vita sono tutti loro
scudo vivente
 cominciano con l’autodistruzione
respiro superficiale
 la fame mastica il silenzio lenta come una domenica
violenti attacchi d’ansia
 madri strette come alloggi operai
rovina disturbo interno
 mai pronunciati
resti mai pronunciati
 legati dal cordone ombelicale
iniettano stricnina
 nella notte abitata dal silenzio
dissolvono le membrane delle cellule
 crollate e bruciate
sature e intrise di fumo
 ostinate come cimici
da entrambe le parti
 come pilastri portanti
da che parte stai
 come un orario ferroviario
la prognosi è chiara
 diritte come un faro
il battito della vena sul collo
 luminose come palmi aperti
le espressioni del volto
 pure come acqua buona
non rivelano nulla
 alberi fieri protesi verso l’alto
il segnale di stop arde
 ardono più che mai
sta cambiando
 meglio che mai
affamate all’ombra
 madri contro il regime
della macchina mediatica del potere
 grave ipoglicemia
decompressione distruttiva
 aritmia cardiaca
invito all’agonia
 danni multipli
raccogliamo le forze
 perdita di coscienza
sfiancate ci riverseremo nelle strade
 rischio di morte
siamo consapevoli delle conseguenze
 ma cos’è la morte
ci sosterremo a vicenda
 per le madri di figli morti
l’aria si addensa in un presagio
 per i figli senza occhi
sepolti sul podio
 per gli occhi senza figli
dissepolti nel vuoto
 per la fame dei figli altrove
loro guardano sazi
 da mense altrui
da tavole coloniali imbandite
 tintinnio di ossa
per una vista senza futuro
 per avere una spina dorsale
le madri aprono le porte
 per le madri sazie di dolore
comprendono
 le madri affamate di giustizia
proteggono
 come avvoltoi
con il filo della lama
 che beccano pecore bianche
feriscono attaccano
 mentre crollano le tettoie
calpestano fino in fondo
 città come vetro
guance infossate
 viali di rabbia e insensatezza
pelle troppo tesa
 e ospedali senza incubatrici
non smetteremo di pensare
 seminano morte le corporazioni
alle corporazioni dagli appetiti insaziabili
 corruzione, occupazione, avidità
sanzioni insensate da quattro soldi
 economia del genocidio
noialtre da sole fermeremo
 l’infrastruttura del femminicidio
la mania bellica del patriarcato
 colpisce più precisa di un coltello
un’ascia o una caduta dalle scale
 di un drone o di un cecchino
non chiudiamo
 uomo accanto a uomo
gli occhi indifferenti
 sparge pugni ai confini del mondo
ogni cellula morta del corpo
 le donne non vogliono partorire abusatori
lotta per sopravvivere
 soldati morti
una soluzione temporanea non basta
 trascorrono il loro tempo ai margini
una comunità connessa salva
 rifiutano le geografie personali
ciò che è guasto
 il razzismo europeo
le false speranze non saranno eterne
 la storia coloniale
il male
 la glorificazione dei crimini di guerra
il male
 sempre la violenza
IL M A L E
 il collasso del corpo
il collasso del sistema
 le donne morte
il suono fra noi due
 a forza di digiuno
è un grido
 le madri morte di figli morti
finalmente un respiro senza paura
 fanno saltare in aria il meccanismo
quando si dissolvono le asperità
 le madri morte le madri vive
che contribuiamo a creare
 le donne vive
la finzione si tramuta
 illuminano il buio
in inesauribile speranza
 con tenacia
che finalmente un giorno ci sia fra noi
 come un sole al neon
uno spazio sicuro

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Madri morte madri vive è un lavoro sull’eredità materna: ciò che del corpo, delle ferite e dei silenzi passa da una generazione all’altra. Le madri vi appaiono insieme come perdita e presenza, e continuano a lasciare tracce nella lingua e nella memoria. La dimensione intima del testo si intreccia a una riflessione più ampia sulla possibilità della scrittura di dare voce a ciò che è stato rimosso o taciuto. Il progetto bilingue si è poi aperto al lavoro di traduttrici, fotografe e artiste visive. Il cordone ombelicale diventa in esso immagine ricorrente: un simbolo di separazione, continuità e trasformazione.

La versione inglese è stata pubblicata su Versopolis.

Snježana Vračar Mihelač (nata a Pola) vive e lavora a Lubiana. È poetessa, autrice, giornalista e traduttrice; la sua attività si muove tra la scena letteraria slovena e lo spazio culturale post-jugoslavo. Ha pubblicato le raccolte poetiche Kad zatvorim oči vidim modro (Quando chiudo gli occhi vedo il blu), vincitrice del concorso Presing per la migliore raccolta poetica del 2022, e Srce na baterije (Cuore a batterie), pubblicata nel 2025 dall’Associazione degli scrittori croati (HDP) e selezionata per il premio letterario Jovan Popović, con menzione speciale della giuria del premio Drago Gervais. Le sue poesie sono state tradotte in sloveno, inglese, albanese e macedone.
https://snjezanavracar.com/en/

Nina Kodrič (NinaBelle) è musicista, autrice di testi, compositrice, DJ e produttrice con sede a Lubiana. Lavora inoltre come accompagnatrice musicale per programmi letterari di Radio Slovenia (Ars e Prvi). Dal 2017 sviluppa il duo elettronico Warrego Valles con la produttrice Nina Hudej; il progetto ha pubblicato quattro album per l’etichetta indipendente slovena Kamizdat e si esibisce in festival e club in Slovenia e all’estero. È membro del collettivo DJ queer Ustanova, co-organizzatrice del festival Grounded di Lubiana e produttrice di eventi musicali presso il centro culturale Pritličje. La sua pratica artistica nasce da collaborazioni e collettivi guidati da donne.
https://linktr.ee/warregovalles

Darja Betocchi è nata a Trieste e si è diplomata presso il liceo sloveno Prešeren. Dopo essersi laureata in Italianistica ha conseguito un dottorato di ricerca con una tesi sul tema della traduzione. Affianca all’attività di insegnante quella di traduttrice di poesia e narrativa per cui è molto apprezzata.

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Mrtve matere žive majke

verzi v slovenščini: Nina Kodrič
stihovi na hrvatskom jeziku: Snježana Vračar Mihelač

 

novica dneva je tako zarezala
majke počinju odbijati hranu
da bi bila lahko resnična
 nije to ishitrena odluka
vznemirja našo ravnodušnost
 one nemaju više što izgubiti
izstreli se čez
 osim svoga glasa
razraščeno apatijo
 zaustavljaju neprohodna tijela
nenehno sprenevedanje nima mej
 rasute kao teret
namesto obvladljivega vsakdanjika
 neophodne kao disanje
nosimo bremena ulic
 spašavaju svijet
nismo samo opazovalke
 poništavanjem sebe
zaradi nje smo se stisnile skupaj
 odricanjem vlastitog tijela
prenova sistema na zaslonu
 to nam je u krvi
oživljamo šibka telesa
 to nam je u rani
začutimo ostro bolečino
 neminovno kao pad glikogena
zavrnemo rokovanje
 kao dehidracija
ne smemo prezreti obljubljenega
 zamjerka skladištena u ključnoj kosti
vdih postaja pričakovanje
 razgradnja mišićnog tkiva
razglasitev izrednih razmer
 usporen puls i mučnina
potrebujemo več kot imamo
 rade što misle rade što treba
ženske v prvih vrstah
 već su se jednom podvojile
izbrisane iz zgodovin
 sad će tijelu uskratiti i ono drugo
stojimo sredi
 ulaze u fazu preživljavanja
nemirnega mesta
 glas djece u grlu majki
prepovedan prehod
 urušavanje
za upornice
 kalij fosfat natrij
cikel ki se ne konča
 srca majki mrtve djece uzaludna
izčrpana signalizacija
 veličine nesrazmjerne funkciji
hrup mesta
 skupljaju se reduciraju
na telefonu neodgovorjeni klici
 i jetra usporavaju
kje so meje
 bubrezi smanjuju filtraciju
zmogljivosti telesa
 majke otvaraju put infekcijama
z zadnjimi močmi
 majke mrtve djece
a volja ne popušča
 beživotna tijela sva su njihova
živi ščit
 pokreću samorazgradnju
plitvo dihanje
 glad žvače šutnju sporo kao nedjelja
intenzivni napadi tesnobe
 majke tijesne kao stanovi za radnike
ruševina notranja motnja
 neizgovorena tijela
neizgovorjeni ostanki
 zavezana pupčanom vrpcom
injicirajo strihnin
 u noći naseljenoj šutnjom
raztapljajo strune celičnih membran
 srušene i spaljene
nasičene in pokajene
 uporne poput stjenica
obojestransko
 poput potpornih stupova
na kateri strani stojiš
 poput reda vožnje
prognoza je jasna
 uspravne kao svjetionik
zatip žile na vratu
 svijetle kao dlanovi
izrazi na obrazu
 čiste kao dobra voda
ničesar ne razkrijejo
 prkosna stabla koja streme uvis
stop znak gori
 gore nikad jače
se spreminja
 nikad bolje
sestradane v senci
 majke protiv režima
oblastnega medijskega stroja
 teška hipoglikemija
rušilna dekompresija
 srčana aritmija
vabilo na agonijo
 višestruka oštećenja
zbiramo moči
 gubitak svijesti
zgarane se bomo pognale na ulice
 rizik od smrti
zavedamo se posledic
 ali što je smrt
druga drugi bomo opora
 za majke mrtve djece
zrak se zgosti v slutnjo
 za djecu bez očiju
zakopani na podiju
 za oči bez djece
odkopani v vakuumu
 za glad djece drugdje
oni gledajo nažrti
 iz tuđih blagovaonica
iz obloženih kolonialnih miz
 zveckanje kostima
za vid brez prihodnosti
 za imanje kičme
matere odpirajo vrata
 za majke site boli
razumejo
 majke gladne pravde
ščitijo
 kao bjeloglavi supovi
z ostrino rezila
 koji zoblju bijele ovce
ranijo napadajo
 dok padaju nadstrešnice
gazijo do konca
 gradovi poput stakla
potlačena lica
 bulevari bijesa negacija smisla
pretesna koža
 i bolnice bez inkubatora
ne bomo nehale misliti
 siju smrt korporacije
na korporacije neskončnih apetitov
 korupcije okupacije pohlepa
nesmiselne sankcije drobiža
 ekonomija genocida
same bomo ustavile
 infrastruktura femicida
orožarsko manijo patriarhata
 bolje gađa od noža
sekira ali padec po stopnicah
 drona i snajpera
ne zatiskajmo
 muškarac do muškarca
brezbrižnih oči
 rasipaju šake po obodu svijeta
vsaka mrtva celica v telesu
 žene odbijaju rađati zlostavljače
se bori za preživetje
 mrtve vojnike
začasna rešitev ne zadostuje
 provode vrijeme na rubovima
prepletena skupnost rešuje
 odbacuju osobne geografije
kar je zavoženo
 europski rasizam
ni neuničljivo lažno upanje
 kolonijalnu povijest
zlo
 veličanje ratnih zločina
zlo
 uvijek nasilje
Z L O
 kolaps tijela
kolaps sistema
 mrtve žene
zvok med nama
 gladovanjem
je kričanje
 mrtve majke mrtve djece
končno izdih brez strahu
 miniraju mašineriju
ko se razpustijo ostrine
 mrtve majke žive majke
ki jih soustvarjamo
 žive žene
sprenevedanje se spreminja
 svijetle nam u mraku
v nenehno upanje
 ustrajno
da bo vendar enkrat med nami
 kao neonsko sunce
varen prostor.

 

 

Avvocata nostra (Letteratura e diritto #7)

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di Pasquale Vitagliano

Le serie tv hanno fatto conoscere la figura di Lidia Poët. È stata la prima donna ad essere iscritta all’albo degli avvocati. In realtà, il procuratore generale del Regno mise in dubbio la legittimità dell’iscrizione e impugnò la decisione ricorrendo alla Corte d’Appello di Torino. L’11 novembre 1883 la Corte di Appello accolse la richiesta. Il 28 novembre Lidia Poët presentò ricorso in Cassazione e questa confermò quanto già deciso in appello, cioè che “La donna non può esercitare l’avvocatura” in quanto non ammessa dalla legge. La tesi si fondava sulla qualificazione della professione di avvocato quale “ufficio pubblico”. E qui stava il punto: la legge escludeva le donne dai pubblici uffici. Poté iscriversi ufficialmente solo nel 1920, dopo che un anno prima era stata approvata la legge Sacchi (da Ettore Sacchi, il deputato che la propose). Per questo fu anticipata dall’americana Arabella Mansfield, che si iscrisse all’albo degli avvocati dello stato dell’Iowa nel 1869.

In realtà, la prima donna in assoluto ad esercitare la professione di avvocato in Italia fu Giustina Rocca, discendente da una ricca e nobile famiglia di Trani. Secondo alcuni, addirittura, Giustina avrebbe ispirato William Shakespeare per il personaggio di Porzia di Belmonte nel Mercante di Venezia. Giustina, tuttavia, non si è dovuta travestire da uomo quando l’8 aprile 1500 a lei si rivolsero due suoi parenti per chiedere una sentenza arbitrale che ponesse fine a una loro controversia. L’episodio viene ripreso da Cesare Lambertini nel De iure patronatus stampato, appunto, a Venezia nel 1533 e ristampato con successo nel 1584. Un particolare importante fu la richiesta di liquidazione delle competenze professionali stabilite dalla legge per gli arbitri con apposita tariffa (la così detta trigesima). Il soccombente – il nipote della stessa arbitra, Angelo – fu citato per l’adempimento presso il Governatore, e dovette pagare l’intera somma.

Se Giustina-Porzia è stata la prima donna avvocato, Atena è stata il primo giudice quando fonda nell’Areopago il Tribunale dove svolgere il processo contro Oreste che ha ucciso sua madre Clitennestra e il suo amante Egisto, ponendo fine alla giustizia del taglione e trasformando le Erinni in spiriti benevoli. Tutto ciò non farebbe pensare ad un tratto femminile intrinseco nel diritto? Infatti, Giorgio Galli in un saggio davvero interessante, Cromwell e Afrodite. Democrazia e culture alternative (1995) coglie un nesso costante tra la nascita delle forme della democrazia e i movimenti femminili, le resistenze nei confronti delle une sono state accompagnate dalla repressione di questi ultimi. Un esempio su tutti si ha nel XVII secolo quando la Rivoluzione inglese (atto fondativo della democrazia moderna) è anche il periodo della grande caccia alle streghe.

 

 

Una fame che non c’era stata

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Fotografia di Ron Lach, da Pexels https://www.pexels.com/photo/ink-spots-on-wrinkly-paper-10526889/

Fotografia di Ron Lach, da Pexels

di Daniele Macuglia

La fame è la condizione di alcune persone che non hanno abbastanza da mangiare. Non è il fatto che non ci sia abbastanza da mangiare.
— Amartya Sen, Poverty and Famines: An Essay on Entitlement and Deprivation, Oxford: Clarendon Press, 1981, p. 1
(traduzione dell’autore; corsivi nell’originale)

Mandato

Il furgone non portava farina. Lo si caricava prima che il sole rendesse l’aria difficile da respirare: la bilancia da campo, il metro per la mezza apertura delle braccia, le fettucce e i moduli. La statura, ai vecchi, non la prendevamo in piedi: la schiena, passati certi anni, non rende più l’altezza che è stata, e allora la si ricavava dal braccio teso di lato, che invecchia più lentamente della schiena, leggendo dall’incavo della gola fino alla punta del dito medio. La prima volta che entrai in una tenda con quegli arnesi addosso, una donna mi guardò le mani per capire che cosa portassi. Vide il metro e la fettuccia, e abbassò gli occhi. Avevo in tasca il manuale, in inglese, stampato chissà dove e uguale in ogni campo del mondo, e in quel manuale ciò che a quella donna stava accadendo aveva un nome esatto, lo stesso che in quel momento un altro come me scriveva sotto un altro telo, a migliaia di chilometri; una parola che a lei non sapevo dire, perché per la fame le lingue che si parlano nelle tende hanno molti nomi, e nessuno era quello. La sapevo soltanto segnare nella casella giusta. Avevo studiato a Khartum e fatto i corsi; sapevo l’inglese che si scrive nei rapporti. Ero del Darfur, e questo mi serviva per le parole che la gente si diceva nelle tende, non per la firma in fondo alla scheda, che restava identica a quella di un caposquadra venuto da fuori. Ci avevano mandati a raccogliere una prova. Correggo, perché la parola è importante e voglio scriverla giusta: non andavamo a raccogliere una prova, andavamo a vedere se una prova si potesse raccogliere. Non andavamo a sfamare nessuno. A mandarci era un’organizzazione che teneva i suoi uffici a Roma, e per una volta voleva sapere che cosa la fame facesse ai vecchi, che le altre rilevazioni non contavano: si misurano i bambini e le madri, e i vecchi restano fuori. Da qualche centinaio di anziani sarebbe uscita una cifra, e da quella cifra una percentuale; ma la parola grande, quella che dichiara la carestia di un posto, non si pesava sui vecchi, e la nostra percentuale, a Roma, sarebbe finita in coda a un rapporto che nessuno aveva fretta di riaprire. Mezzo milione di persone, a Zamzam. Alcune erano lì da vent’anni, da quando il campo era nato, una guerra prima di questa, e nel tempo gli erano cresciuti intorno mercati e scuole come a una città vera; altre erano arrivate nelle ultime settimane, in fuga dai combattimenti, e dormivano dove trovavano. Nel mio conto erano la stessa cifra. Circa quindici chilometri più a nord c’era El Fasher, e fra noi e la città passava il fronte: di là restavano il grande mercato del grano e la pista degli aerei, e non potevamo raggiungerli. A scuola ci avevano insegnato che da El Fasher, un tempo, un sultano governava il Darfur tenendone i registri, e ce lo insegnavano come una cosa finita molto tempo prima. Di quei registri non avevo mai visto una pagina; e pensai, aspettando una mattina a un blocco, che la sede da cui una volta si teneva il conto di tutto era là, a una quindicina di chilometri, chiusa nel suo assedio, e che noi eravamo venuti a tenere il conto del campo che le stava sotto, dove non arrivava più nessun registro; e che anche le nostre schede, prima o poi, sarebbero diventate altrettanto introvabili, e qualcuno, molto dopo, avrebbe imparato a scuola che un tempo, lì sotto, si era tenuto il conto di una fame. Ogni mattina, per entrare in un settore, si contrattava il passaggio. Lo facevo io, perché mandare avanti una delle donne a parlare con quegli uomini non si poteva. Stavo davanti a un ragazzo con il fucile, gli dicevo chi eravamo e dove dovevamo arrivare, lui guardava il furgone e non me, e a un certo punto si scostava dalla strada, o non si scostava. Al pomeriggio la strada si richiudeva a un’ora che nessuno annunciava e che imparavi a leggere da come, ai blocchi, smettevano a un tratto di rispondere. Quello che restava fuori da quell’ora restava fuori. Da alcuni di quei settori—quelli in cui non ci avevano lasciato entrare, o che l’ora aveva chiuso—la mattina dopo saliva il fumo e non veniva alcun suono. Lì si moriva almeno quanto dove arrivavamo noi, soltanto che lì non lo contava nessuno.

Il campionamento

Per dire qualcosa dei vecchi di un campo se ne misurano qualche centinaio. Non si sceglie chi sembra più magro: sarebbe il modo più rapido per avere il numero che si teme, e il più disonesto. Si sceglie a caso, per gruppi di tende che il programma chiama grappoli, perché il caso, almeno in teoria, non sa chi favorire. Questo è il mestiere fatto come si deve, e ci credo ancora. Prima ancora di misurarlo, di un vecchio bisognava sapere l’età: dai cinquant’anni in su entrava nel conto, sotto no; la soglia l’aveva fissata il protocollo apposta per questi campi, ché la vecchiaia, da queste parti, comincia presto, e chi aveva compilato quella riga lo sapeva. Carte non ce n’erano quasi mai. Allora lo chiedevo a chi avevo davanti, o a chi stava lì intorno—c’era già, all’anno della grande fame? e al tempo degli inglesi, era nato?—e tenevamo un foglio con gli anni in fila e accanto, a ogni anno, ciò che in quell’anno era successo. Vicino a quasi ogni riga c’era una cosa che aveva bruciato o che era mancata, e le righe dei più vecchi scendevano fino agli anni in cui erano arse o mancate cose che io conoscevo soltanto dai racconti. Gli davamo un’età misurandola dalle carestie che aveva già attraversato. Hiba misurò la prima vecchia dell’ottavo grappolo. Le tese prima il braccio di lato. Era la sola parte di lei che avesse conservato la lunghezza di un tempo, e la statura che ne ricavammo fu quella della donna che era stata, non di quella che ci stava davanti; di questa il corpo diceva soltanto di quanto si fosse consumata. Solo dopo le girò intorno al braccio, a metà fra la spalla e il gomito, la fettuccia, una striscia di plastica graduata, e mi disse centocinquantotto millimetri. Ripetei la cifra ad alta voce, perché i numeri si ripetono prima di scriverli. La donna teneva il braccio fuori dalla veste perché Hiba lo misurasse, la mano ferma, e guardava la fettuccia come si guarda una cosa che si lascia fare senza capirla; non so che cosa aspettasse. Centocinquantotto, in una donna ridotta così, voleva dire un corpo che aveva consumato quasi tutto; ma dove per un bambino la linea cadeva nello stesso punto in tutto il mondo, e sotto la linea un nome, per i vecchi le linee c’erano soltanto nei manuali, che le tracciavano in punti diversi e non s’erano mai messi d’accordo, e lei stava sotto tutte, anche la più bassa. Caso grave, dunque, qualunque linea si scegliesse, e la gravità fruttava almeno una nota in fondo alla scheda, perché dal centro venissero a prenderla; quello che nessuna linea poteva fare, per quanto in basso la si tracciasse, era pesare sulla parola grande. E nei giorni in cui i gravi erano più dei posti al centro, chi segnalare per primo lo decidevamo a occhio. Lo scrissi, e mentre lo scrivevo lei smise di essere la donna dal braccio scoperto e diventò una frazione di quel mezzo milione, un braccio per le migliaia che non avremmo toccato. Poi disse piano una parola, a se stessa più che a noi. La conoscevo: me la diceva mia nonna, che di questa donna avrebbe avuto l’età, in un Darfur che non era ancora questo, mentre il bastone girava nella pentola e l’asida di sorgo si addensava. Sabr. Abbi pazienza. Quello che quella parola le costava non era cosa mia; sapevo soltanto che quella parola la conoscevo, e che lì, con la scheda in mano, conoscerla non mi serviva a niente. Una volta un vecchio disse di no. Samia gli spiegò che era soltanto una misura; lui tenne il braccio sotto la veste e non lo scoprì. Samia abbassò la fettuccia e non insistette, e restammo così un momento, io con la scheda, lei con la striscia arrotolata in mano, lui che guardava la parete di tela. Su quel braccio, poco sopra il punto dove la fettuccia si chiude, le persone della sua età portano spesso la stessa cicatrice tonda, il fiore lasciato dall’ago che tanti anni prima era passato di tenda in tenda a vaccinare contro il vaiolo, un male che oggi non esiste più: l’unica volta che da fuori erano venuti a quel braccio per lasciare qualcosa, e non per prenderne un numero. Quel fiore non me lo mostrò. Segnai rifiuto. Nel conto pesava come una tenda in cui non eravamo entrati, ma lui restava vivo, fuori dalla percentuale; e quella sera mi pesò meno degli altri vuoti, e non so se fosse giusto. Del resto, non tutte le braccia si stendevano fino in fondo: una donna aveva il gomito irrigidito, e il braccio non arrivava dove il metro lo voleva. Per quel caso il modulo aveva la sua casella, misura non valida, e io non la usai: il pezzo che mancava lo aggiunsi a mente e lo scrissi come se l’avessi letto. Quella misura me la porto ancora, perché non saprò mai se la statura che le ho dato era la sua o quella che mi serviva per chiudere la riga. La sera ricontrollavo le schede del giorno. Verso le ultime ore troppe misure finivano per zero e per cinque: la mano, dopo troppe ore e con quel caldo, smetteva di leggere il millimetro esatto e arrotondava. Il programma aveva un punteggio per quello, e con un punteggio abbastanza brutto il coordinamento poteva rimandarci indietro, a rifare il grappolo. Ma tornare voleva dire riattraversare il blocco, che non si riapriva due volte nello stesso giorno; così certe giornate restavano come erano, con i loro zeri e i loro cinque di troppo, e io le firmavo sapendo che erano sbagliate, ma non di quanto: il millimetro esatto, ormai, non lo sapeva più nessuno. C’era un controllo anche dall’altra parte: le misure troppo lontane da tutte le altre il programma non le cancellava, le segnava, perché una misura così estrema era più probabilmente uno sbaglio—una mano che aveva letto male, o una cifra battuta storta—che il segno di un corpo ancora in vita, e per ognuna chiedeva di tornare alla scheda, e se non bastava alla tenda, a controllare. La regola era buona, teneva gli errori fuori dalla prova; solo che alla tenda non si tornava quasi mai, e all’analisi, se nessuno era riuscito a verificarle, le misure segnate restavano fuori, e un vecchio arrivato davvero a quel punto e una mia svista, sulla riga, diventavano quasi la stessa cosa: un numero che non si riusciva a credere. Quando riguardavo una misura segnata, non sapevo mai se avevo davanti un mio errore o qualcuno che il metodo si rifiutava di credere vivo.

Le tre soglie

Le soglie che decidevano la carestia non erano le mie, anche se due delle tre passavano pure dai nostri moduli, in coda alle misure. Erano tre, e le ripetevamo sempre nello stesso ordine: prima i bambini, poi le case, poi i morti. Tre bambini su dieci troppo magri, una casa su cinque con la pentola vuota, e i morti, che si contavano in un altro modo: così le dicevamo fra noi, per tenerle a mente, e il manuale le diceva più lunghe. Dentro le tre soglie la mia gente c’era e non c’era: i vecchi mangiavano nella conta delle case e morivano nella conta dei morti, ma in nessuna delle tre entravano da vecchi; la loro fame, presa sul braccio, non faceva soglia e non spostava la carestia di un millimetro, e li misuravo lo stesso. C’era un segno che aveva una casella tutta sua, e che nei vecchi tornava spesso e diceva meno chiaro che nei bambini. Premevi i pollici sul dorso dei piedi, uno per piede, e contavi fino a tre; se, tolte le dita, la conca restava e tardava a riempirsi, era l’acqua sotto la pelle, e quella conca bastava da sola: caso grave, qualunque cosa dicessero la bilancia e la fettuccia. Da dove venisse, l’acqua, la casella non lo chiedeva—dalla fame arrivata al punto in cui invece di consumare gonfia, o dal cuore stanco, o dai reni—e il medico che avrebbe saputo distinguerle stava di là dal fronte. Hiba misurò una donna che le altre dicevano ancora in carne, il viso pieno, e nei piedi le restò la conca dei suoi pollici per tutto il tempo che ci misi a scriverlo. La bilancia, di lei, diceva un numero tranquillo, e a tenerglielo tranquillo era la stessa acqua che le gonfiava i piedi: il peso le cresceva proprio di quello che la stava consumando. Quello che restava in certe case lo riferivano le donne della squadra, e qualche volta lo vedevo io. Una madre mostrò a Samia il sacco da cui prendeva da mangiare: ambaz, il panello che resta quando dai semi hai spremuto l’olio e che si dà alle bestie. Prima lo raccoglievano per terra ai margini del mercato e non costava niente; poi qualcuno aveva cominciato a venderlo, e ormai lo pagavano a peso. Lo cuocevano a lungo perché smettesse di sapere di mangime. Lo scrivemmo anche questo: una crocetta nella casella che chiedeva come le famiglie si arrangiassero contro la fame. La casella per l’ambaz c’era; il sapore che restava in bocca non aveva nessuna casella. E i morti: più di due ogni diecimila persone, ogni giorno, purché fossero morti che la guerra non aveva toccato, perché il modulo distingueva, i morti ammazzati si segnavano e poi si toglievano dal conto della fame, che vuole soltanto i suoi, e tutti gli altri il conto li teneva, anche quando la causa non si riusciva a stabilire. Quello non si misurava con la bilancia; si andava tenda per tenda e si rifaceva la famiglia com’era stata alla fine di Ramadan, chi c’era allora e chi c’era adesso, chi era arrivato, chi se n’era andato, chi era nato; e per ognuno che mancava il modulo aveva una riga intera, il nome, gli anni, il come e il dove, e da quelle righe, pesate sui giorni che ciascuno aveva passato nel campo, usciva la velocità con cui la fame, e ciò che alla fame teneva dietro, se li portava via mentre noi eravamo lì a contarli. La riga dunque c’era, e c’era perfino il nome; era la sera, quando le righe diventavano la somma da dettare, che i nomi cadevano, e dei morti restava un numero al giorno ogni diecimila vivi. C’era una cosa di cui non parlavo con nessuno. Lo stesso anziano lo si poteva misurare in due modi—la fettuccia al braccio, oppure l’indice ricavato dalla mezza apertura delle braccia e dal peso—e i due modi, in un corpo vecchio, quasi mai dicevano la stessa cosa: la fettuccia misurava quello che al braccio restava, l’altro dipendeva da un peso che l’acqua poteva alzare e da braccia che non si stendevano più dritte. A Roma, però, andava una percentuale sola, e quale dei due modi dovesse valere l’aveva deciso il protocollo prima che vedessimo un solo vecchio; l’altro restava nelle colonne dietro, con tutte le volte in cui aveva detto una cosa diversa. Della stessa fame esistevano due nomi. Dentro una tenda non li usava nessuno: si diceva che non c’era farina, che l’ambaz era finito, e che qualcuno non si alzava più. Carestia cominciava più lontano, quando abbastanza tende diventavano un’area; catastrofe era il nome che restava addosso a una famiglia sola; chi stava nella tenda non aveva bisogno di nessuno dei due.

La voce di Roma

A sera chiudevo i conti e collegavo il telefono satellitare. Leggevo le cifre dei miei vecchi a una voce che stava a Roma, in uno di quegli edifici dove arrivano, una sopra l’altra, le fami di mezzo mondo. La parola non usciva da quella stanza: quella la pesava altrove un comitato indipendente, una procedura fatta da gente che non avrei mai sentito, e la pesava sui bambini e sulle case e sui morti, non su chi misuravo io. Quella stanza riceveva e archiviava. Ma era il primo orecchio fuori dal campo, e di notte bastava quello. Io ero al buio quasi sempre, perché la corrente se ne andava presto e il caldo del giorno restava sotto il telo per ore; di là dal filo, nello stesso momento, c’era una stanza con la luce accesa. La voce pronunciava il nome del campo con l’accento sulla sillaba sbagliata, sempre la stessa. Sotto le parole c’era un rumore di tastiera, e a volte diceva, ripeta, prima che avessi finito, perché stava scrivendo e io andavo più svelto della sua mano. Leggevo numeri e qualcuno, di là, li ricopiava; e fra il mio foglio e il suo c’erano quasi tremilaquattrocento chilometri e nessun ostacolo. Quello che a noi era proibito attraversare di giorno—le strade coi loro blocchi, e il fronte—il numero lo passava di notte, e arrivava a El Fasher, e oltre, fino alla pista, dove noi non saremmo mai arrivati. Una volta sola, a metà di una cifra, la voce si fermò. Per un attimo parve volesse dire qualcos’altro, una domanda, o forse soltanto un saluto. Poi tornò indietro e ripeté la cifra dal principio. Quell’esitazione di un secondo, in una voce che non commentava mai, me la ricordo più di tutto il silenzio che di solito veniva da quella stanza.

Le aree non raggiunte

Andavamo nel campo da sei giorni quando, una mattina, la strada si chiuse prima del previsto, mentre eravamo a metà di un grappolo. Mancava un’ora al coprifuoco che nessuno dichiarava. La squadra era stanca, l’autista aveva già girato il furgone nel verso del ritorno, e al blocco un ragazzo con il fucile aveva smesso di rispondere. Fui io a decidere che il grappolo si chiudeva lì. Nessuno mi obbligò, ed era la decisione giusta: trattenere la squadra oltre quell’ora voleva dire rischiare i vivi che avevo con me per finire di misurare chi, là dentro, forse non lo era già più. Raccogliemmo la bilancia e le fettucce, e le schede le contammo a metà. Scrissi non raggiunto. Non scrissi che dal settore, quella mattina, era salito il fumo. Il metodo aveva un nome perfino per il settore in cui non eri entrato—lo chiamava non raggiunto, e il suo vuoto dato mancante—e non lo trasformava in niente; aveva perfino le riserve, grappoli estratti in anticipo e tenuti da parte per quando una strada si chiudeva, come la ruota di scorta nel furgone. Nessuno scriveva zero morti là dentro; dirlo sarebbe stato falso, e non voglio comprarmi la coscienza a così poco prezzo. Il settore entrava nel rapporto con il suo nome e con la stima di quanta gente ci vivesse, e da lì in avanti ogni nostro numero valeva per un campo un poco più piccolo del campo vero; pesare come un esito, però, non poteva: nessuna delle sue tende entrava nella prova e, dentro il numero finale, non spostava una soglia di un millimetro. Il campo, intanto, non taceva mai; da certi settori semplicemente non arrivava nessun dato, e l’assenza di un dato, sulla mappa, restava bianca. Quel bianco lo facevamo noi, che misuravamo con cura tutto quello che gli stava intorno. Quei settori non li ho mai visti da dentro; li ho visti dalla strada, mentre tornavamo, file di teli che continuavano oltre il punto in cui ci era stato detto di fermarci, e il fumo che si alzava più in là, sempre alla stessa ora. Non sapevo da che cosa venisse. Di quei settori avevamo soltanto i numeri di popolazione, stimati prima della guerra, e quante di quelle persone fossero ancora vive non lo sapeva nessuno.

La parola arrivò davvero, settimane più tardi: un comitato indipendente riesaminò i numeri e scrisse che nel campo a sud di El Fasher la carestia era presente con ragionevole evidenza. Ragionevole, non solida: le prove bastavano per due delle tre soglie, e la terza si resse su tutto quello che si era riusciti a vedere, da vicino e da lontano, compreso il cimitero accanto al campo, che nelle fotografie dal satellite continuava ad allargarsi. Quel giorno io ero già in un altro campo, e lo lessi in una riga d’agenzia. Ma non cercavo questo, nella riga. Cercavo gli altri due campi, quelli per cui non si era riusciti a chiudere nessun conto. Erano lì, in fondo: le condizioni vi erano probabilmente simili, diceva, ma mancavano i dati sugli esiti e non si sapeva più con sufficiente certezza quanta gente vi abitasse; perciò non concludeva. Quella prudenza, che dentro il metodo era una virtù, fuori li lasciava dove la guerra li aveva messi. La loro gente continuava a morire, e di quella morte restava, in fondo a un rapporto, una stima fra parentesi. Una fame che, per il mondo, non c’era stata.

Note

In fondo a ogni scheda c’è uno spazio per le note. Serve a segnalare i casi gravi, quelli da mandare subito al centro, che sta dentro il campo e ha i letti contati: il numero della tenda e l’ora, perché qualcuno vada a prendere chi non si alza più. Quella sera, prima di collegare il telefono, cercai fra le scatole che viaggiavano ancora con noi una scheda di Zamzam, di un altro grappolo e di un altro giorno, e ritrovai una riga. Un uomo, a centocinquantasei: sotto tutte le linee che i manuali non si accordavano a tracciare nello stesso punto, e sotto la più bassa di tutte. La nota l’aveva scritta Hiba, di sua mano, con l’ora e il numero della tenda; la controfirma, in fondo, era mia. La scheda era ancora lì, con la sua riga e la sua data; di quell’uomo non sapevo altro, e ignoravo se fosse ancora vivo. Poteva darsi che quel rettangolo di carta fosse rimasto l’unico posto in cui di lui restasse qualcosa di esatto, il numero della tenda e l’ora; quello che di lui restava altrove, in chi l’aveva conosciuto, non era esatto, e non era mio da sapere. Quando l’avevamo scritta, sapevamo già che fra quella nota e quell’uomo c’era la stessa striscia di terra che ci fermava ogni mattina, e che sarebbe arrivata a Roma molto prima che alla tenda. Il dato è leggero, viaggia di notte. Il pane no. Nello spazio per le note non c’era un campo per la parola che la vecchia, quel giorno, aveva detto a se stessa. Non avrei saputo in quale lingua scriverla, e nemmeno in quale casella metterla, o a chi sarebbe servita. Restò fuori dalla scheda, con tutto il resto che la scheda non prevedeva. Poi composi il numero e cominciai a leggere le cifre. A un certo punto la voce di Roma, rifacendo la somma per controllo, disse un totale diverso dal mio; tornai alle righe, e lo sbaglio stava nel mio foglio, nella somma fatta al lume della torcia: barrai il numero con un tratto solo, che lo lasciava leggibile, scrissi accanto quello giusto e ci misi la sigla, come vuole il modulo, che non fa sparire nemmeno gli errori. Per un attimo, sulla linea, i due numeri furono veri tutti e due. Poi ne restò uno. Quella notte pensavo a uno di quei settori che avevamo lasciato bianchi sulla mappa, e che nel conto non pesava niente. Da qualche parte, là dentro, a quell’ora una vecchia diceva a se stessa di avere pazienza, di sopportare, in un posto dove non saremmo mai entrati. La stessa parola che diceva mia nonna, e per cui nessuna scheda aveva mai avuto una casella. Per i registri, lì, non stava succedendo niente che si potesse firmare. La scrivo qui.

Abécédaire comique: Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini #lettera G & H

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Nota
di
effeffe

Svegliatomi da sogni agitati, mai e poi mai avrei immaginato di trovare accanto al caffé una lettera, chiusa in una busta poco elegante, non affrancata e perfino macchiata di caffé. Quando l’ho aperta non mi sarei nemmeno sognato di leggere le cose che anche tu onorevole lettore di nazione Indiana stai per leggere. Ho deciso di assecondare quel loro desiderio di compilare un’enciclopedia alfabetica del mondo per la sola ragione che se fai incazzare un comico quello diventa molto cattivo, e non c’è nulla di più terribile di un cattivo comico. E se sono due, i comici, allora sono cazzi.

Abécédaire comique
Due comici entrano in una rivista culturale. Non è l’inizio di una barzelletta, ma di una rubrica: Abécédaire comique. Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini: un esperimento di scrittura, due penne, ventisei lettere dell’alfabeto. Ogni puntata una lettera, usata come innesco per il titolo. Per il resto, carta bianca o quasi: l’unico vincolo è che, da qualcheparte, si rida. Attenzione, non “facce ride!”, né travestire la letteratura da monologo: piuttosto, esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera. Come un abbecedario, appunto: elementare solo in apparenza.

GLENDA

di Alessandro Ciacci

Non sto dicendo che da quando ho iniziato a esibirmi come comico mi capitano solo situazioni assurde e ai limiti del reale, ma in confronto a me un racconto di Kafka è la brochure di una spa rilassante. L’ultima disavventura mi è capitata a Rimini poco prima di uno spettacolo. Sono tutto concentrato in un training autogeno, roba da Actors Studio, che consiste nel tracannare ogni cosa contenga alcool io abbia a portata di mano, ivi comprese le boccette di igienizzante per le mani. Tutto concentrato, quando all’improvviso mi sento battere sulla spalla.

Primo pensiero: è la Vecchia Signora che mi dice: “È arrivata la tua ora”. Direte, la Morte!? Magari, la vecchia titolare del locale, sig.ra Scannapieco, che mi dà il “chi è di scena”. Ma lo fa brandendo una falce in mano.

Secondo pensiero: è la mia dignità. Sa cosa dirò e farò una volta salito su quel palco, per cui preferisce andarsene per avere un alibi. “Ciacci, vado a comprare le sigarette. In Guatemala, sotto falso nome”.

Terzo pensiero: è Penelope Cruz, si è scapicollata dalla Spagna, mi ha cercato disperatamente, è lì per dichiararmi il suo amore folle e darmi appuntamento alla Pensione Esedra, dopo lo spettacolo, per una notte di sesso selvaggio. Ma siccome di fianco a lei c’è Javier Bardem, per non farsi sgamare me lo comunica con il linguaggio navale delle bandierine. Sto per risponderle: “Aspettami a letto vestita solo della tua lussuria…”, quando mi giro e invece di Penelope mi trovo davanti… una sconosciuta.

Per età potrebbe essere mia madre, ha un sorriso da spot Colgate e mi dice: “Ti ricordi di me?” Fa quello che in gergo si chiama “Approccio Bill Cosby”. Penso: dovrei? Chi è? La rappresentante di una nuova droga dello stupro e sta facendo il test di efficacia? Mi vede in difficoltà “Davvero non mi riconosci?”, penso “Dove cazzo siamo, in una puntata dei Soliti Ignoti con Amadeus, quando la ordini su Wish?” E lei: “Sono Glenda”. Ora, l’unica Glenda che ho conosciuto in vita mia era un notorio mignottone con cui ho limonato selvaggiamente alla festa di Carnevale dell’autogrill Bevano Est nel 2009, ma dubito possa riconoscermi visto che indossavo la maschera da Jimmy Il Fenomeno.

“No… Glenda… la tua maestra dell’asilo”. Ho capito, la droga dello stupro me l’ha messa nel biberon!, era evidentemente l’extasy della Plasmon 0-6 anni, tagliata con merluzzo ricco di omega3. Confessa! Poi, un attimo dopo, mi viene in mente Simon Wiesenthal, il cacciatore di nazisti. Simon “l’acchiappa-nazi” Wiesenthal. Lo Swiffer delle SS, “Il gerarca non dura/ perché Simon lo cattura”, un ebreo cazzutissimo che ha inseguito i nazisti per decenni, li ha trovati e mandati in galera perché pagassero per le loro colpe. La maestra Glenda soffre della sindrome di Wiesenthal? Forse 30 anni fa ho preso un peluche, non l’ho rimesso a posto e adesso è lì per farmela pagare? Le ho pestato il piede con il trenino e sono scappato senza soccorrerla? È per quella volta che ho fatto la spia a nascondino e ho detto dov’era nascosta Anna, l’amichetta che sul grembiule aveva il segnetto a forma di stella? No, niente di tutto questo. “Ho visto la locandina, ti ho riconosciuto sono qui per fare il tifo per te”.

Per un attimo ritorno il bimbo ribelle che ero e mi vien voglia di pulirmi la caccola con la manica della camicia, così a sfregio! Poi… la guardo negli occhi e mi prende una gran tristezza, una gran pietà per il merdone “formato: Pearl Harbor” che sta per pioverle addosso. L’ultima volta che la maestra Glenda mi ha visto ero timido, impacciato, evitato come la peste dai miei compagni, potevo essere l’ottavo nano: Schifalo. Paffutello, come quei puttini delle fontane che fanno il getto d’acqua dal pistulìno. 30 anni dopo sono il Venom di quel bambino, il suo ritratto di Dorian Gray custodito nella soffitta dell’aula verde, continuo a fare il getto dal pistùlo ma solo durante le gang bang.

Povera maestra Glenda, magari le rimane poco tempo da vivere e ha detto: “Voglio fare il bilancio della mia vita, sarò stata una buona maestra?” E si mette a cercare gli ex alunni per vedere cos’hanno combinato. Uno è diventato il più giovane presidente di Confindustria e se tanto mi dà tanto diventerà anche il più giovane inquisito per sfruttamento della prostituzione minorile, di Confindustria. Un’altra, ex ballo delle debuttanti, ex reginetta di bellezza, futura ex eroinomane ed ergastolo per infanticidio. Poi viene a vedere uno dei siparietti di Ciacci, che fa alla pubblica decenza e alla morale quello che hanno fatto le 7 piaghe all’Egitto.

Ha fallito la sua missione, spero che muoia. Non fraintendetemi, che decida volontariamente di farsi fuori. Magari con i leoni. Tipo gladiatori, Moritura te salutat! E si fa sbranare da un leone. Solo che a Rimini dove lo trovi un leone?, la bestia più feroce è tutt’al più il buttafuori del Cocoricò. Oppure con la capsula di cianuro. Come i nazi, che si impiantavano la capsula di veleno nei denti per non farsi prendere vivi. Si alza durante lo spettacolo: “Ciacci, il bis vieni a farmelo all’inferno!”. Ma a Rimini dove lo trova il cianuro? Al massimo una capsula di squacquerone andato a male. Quello che ci vuole è una katana, un hara kiri come ai vecchi tempi, così se ne va in modo onorevole. Però è pur sempre una maestra d’asilo, quindi sarà una katana con la punta arrotondata, che è un casino poi per squarciarsi…

O magari chissà, anche lei si sentirà battere sulla spalla ed è Javier Bardem, che le dice: “Ti aspetto tra 5 minuti per una partita a strip-uno due tre stella, alla Pensione Esedra.”

GOODBYE ENGLISH ROSE

di Lorenzo Catalini

Il bacino della Principessa si inarcava sempre di più, colpito dalle scariche elettriche che le procuravano le leccate attente di Michele, la cui testa era oramai scomparsa sotto la gonna del vestito in velluto blu, confezionato per Sua Altezza Reale da Giorgio Armani in persona. Michele era venuto dieci minuti prima, ma non volendo congedarsi da Diana senza averla soddisfatta, si era prestato a quella sessione di sesso orale con l’abnegazione e l’onore che ogni suddito del Regno ci avrebbe messo. Certo, lui non era cittadino britannico, ma Diana era la Principessa del popolo, la Principessa di tutti. Da un po’ ti tempo, in effetti, più sua che di altri… Sembravano passati pochi giorni dal loro primo incontro al Gran Gala del GP di Monaco. Sguardi complici, una coppa di Cristal: un’ora dopo si rotolavano nudi su un letto coperto di pellicce costose. A questo ripensava Michele mentre, con le ultime linguate, riceveva l’orgasmo della Principessa dritto in faccia. Diana si alzò dal letto, tirò su le mutandine di pizzo e, giunta alla porta, lo baciò. “A domani Micky”, disse. Salì su un’auto e scomparve nella notte. “A domani Diana”, bisbigliò Michele.

Al mattino si risvegliò nel proprio letto, bagnato. Dopo settimane in cui lui e Diana non avevano saltato una notte, si era ormai abituato a quelle polluzioni notturne. Si alzò e scese in cucina da Marta. A breve avrebbero festeggiato un anno di matrimonio, ma da quando lui aveva iniziato quella tresca onirica, qualcosa aveva iniziato ad incrinarsi. Michele evitava lo sguardo della moglie per timore che gli leggesse in volto l’infedeltà. Alla tv, il telegiornale riportava che Re Carlo sarebbe presto giunto in visita in Italia. Gli faceva uno strano effetto vedere quell’uomo, dalla cui versione giovane stava attento a non farsi scoprire di notte, essere adesso coperto di rughe e sposato con Camilla. Allo stesso modo lo colpiva vedere i Principi Harry e William ormai uomini, privilegio di cui Diana non aveva potuto godere.

Marta qualche sospetto lo aveva. Alla freddezza mattutina, il marito alternava vari regali a sorpresa. Questo accadeva dopo le notti più infuocate, quando la Principessa, al culmine dell’eccitazione, gli faceva giurare che sua moglie era solo un ostacolo insignificante. Michele rispondeva “Sì” a tutto, ma il giorno dopo portava fiori alla moglie per pulirsi la coscienza; poi di sera, le si rifiutava per conservare libido. Una notte, svegliatasi, Marta notò l’erezione di Michele spingere contro il pigiama. Decise di accoglierla in bocca per fargli una sorpresa. Michele, che in sogno era al Ritz di Parigi intento a farsi servire da Diana, si svegliò venendo. Vedendo la moglie anziché la Principessa, cacciò un urlo che quasi la fece soffocare. Ci volle molto tempo per persuaderla che fosse stato solo uno spavento da risveglio improvviso, e ancor di più per farsi perdonare da Diana per l’improvvisa sparizione.

Una sera andarono letto presto (per Michele, da sempre animale notturno, ormai una nuova e piacevole abitudine) e si addormentarono all’unisono. Quella notte, Marta sognò di essere a Londra. Visto il marito sul marciapiede opposto a Carnaby Street, lo seguì in taxi fino a un motel di Brixton. Dette una mazzetta al concierge e salì fino alla stanza indicata. Accostò l’orecchio alla porta e sentì la spalliera del letto battere contro il muro, i versi animaleschi di un uomo in amore e la voce di una donna gridare in estasi: “Oh Mickey! You are the King!”.

“Ho sognato che mi tradivi”, ghignò Marta al mattino. Nei giorni successivi calò un gelo tagliente. Michele, terrorizzato dal pensiero di perderla, cercò di intavolare conversazioni ma trovava un’armatura di mutismo. Per la prima volta da mesi tentò di restare sveglio la notte bevendo caffè di nascosto. Marta intanto passava il tempo sparandosi una maratona in tv. Ironia della sorte, era The Crown. Dopo l’ennesima lite furibonda in cui lui negò tutto, andarono a letto. Michele sognò. Ritrovò Diana in una camera parigina e trovò il coraggio di dirle che dovevano chiudere. La Principessa accolse la scelta con triste ed inevitabile consapevolezza. Fecero l’amore un’ultima volta, con la passione tipica degli addii, poi si congedarono, stavolta per sempre.

Michele proseguì passeggiando per le vie notturne di Parigi, la testa carica di pensieri. La sua concentrazione fu spezzata da un gran passare di volanti e ambulanze sfreccianti a sirene spiegate verso il tunnel del Pont de l’Alma. I suoni del sogno si mischiarono con la realtà, e Michele si svegliò ai trilli della sveglia del cellulare.

Confuso, si girò verso il letto, ma Marta non c’era. La cercò in cucina, in bagno, in salotto e nel ripostiglio, senza trovarla. Si affacciò alla finestra del cortile per controllare se fosse fuori. Stava per richiuderla quando il suo sguardo si posò sulla loro auto parcheggiata in giardino: una Fiat Uno bianca, con la fiancata completamente graffiata e macchiata di nero.

HO MOLTI AMICI BAMBINI

di Alessandro Ciacci

In piena pandemia Satana mi induce in tentazione con una telefonata. È Paola, un’amica maestra elementare, che mi dice: “Abbiamo una collega in maternità: ho pensato a te per la classe terza, ti va di fare il maestro?”

Parliamone. Non ho niente contro i bambini, ho molti amici bambini, non solo: ho 5 nipoti fichissimi, con cui passo un sacco di tempo: mi tengono compagnia quando sono sul vasino per la pupù, mi leggono il sonetto della buonanotte del Petrarca, mi fanno l’aeroplanino quando non voglio bere un mojito. Ma sempre attenti a non viziarmi troppo, se faccio i capricci a letto senza maratona di film di Kaurismaki.

Amo i bambini sono fighissimi, è quel genere di persone che riesce a convincere un t-rex di gomma a farsi chiamare Squeeshy e mangiare i broccoletti. Putin? Mandiamogli mia nipote: non solo lo convince a fare pace-pace-mille-patate con l’Ucraina, ma tempo mezz’ora e lo troviamo insaccato in un pigiamino a mangiare marsh mallow e guardare Masha e Orso.

Non ho niente contro i bambini, ma non posso trascurare un piccolo dettaglio, da anni pago l’affitto esibendomi in pubblico con dei monologhi che bloccherebbero la crescita a un esorcista idrofobo, una pacatezza di contenuti che sembra la fusione tra uno scaricatore di porto e Er Monnezza, quindi: quale persona sana di mente affiderebbe a me l’educazione del proprio pargoletto: se avete visto Gomorra, farei sui bimbi lo stesso effetto dell’Honduras su Jenny Savastano, prima degli angioletti innocenti, un po’ tontoloni con i boccoli biondi, due ore con me il giovedì mattina e tornano a casa con la cresta da moicano e il machete nell’astuccio Invicta.

Eppure mi chiedono di diventare “Il maestro Alessandro”, che fa molto Rai Fiction, un parto del demonio a puntate con protagonista Gassmann. Prossimamente su Rai 1… “Il maestro Alessandro”, con tanto di maglione griffato Caritas, col suo colorino cancrena fluo, morbido come la selce. Che non sai se deve spiegarti i congiuntivi o fare il sosia di una pietra abrasiva anticalli. Già mi vedo, ad ogni puntata, spiegare uno dei 7 re di Roma per motivare una classe di casi umani con la stessa emotività di un narcos di Sinaloa. …vedete quindi, fanciulli, come Numa Pompilio ci insegna che le tempeste permettono agli alberi di mettere radici più forti. Ed ora da bravo piccolo Max, restituisci il pancreas che hai staccato a morsi all’amichetto Filippo.

Dico, ci penso, Paola. Ci penso quei 7 secondi che separano uno stipendio fisso da un mutuo sulla casa e accetto il compromesso di vivere una doppia vita, Mago Zurlì la mattina, Charles Manson la sera. Che tipo di insegnante sarò? Anticonvenzionale, certo, gli faccio dire le parolacce, partiremo dalle basi, dal vero ABC (Alcool, Battone e Crack), ma sempre molto attento a farmi rispettare. Mi piazzo quindi tra il Robin Williams dell’Attimo Fuggente e Stalin: perché sì, in piedi sui banchi, carpe diem, ma la terza volta che ti riprendo perché chiacchieri ti sbatto in Siberia.

Vengo nominato maestro di italiano e storia, ottimo. Italiano già me lo vedo, un bel corso monografico su Dante, la Divina Commedia versione bambini. Invece di Paolo e Francesca, Anna e Elsa di Frozen. Al posto di Lucifero quello di Cattivissimo me, che si puccia i Minions nel latte e Nesquik prima di mangiarseli. Invece dei diavoli, i Pokemon: un bel Pikachu incazzoso che scarica 3000 volt di corrente nel girone di quelli che hanno fatto la spia a nascondino.

No, mi dicono, niente Dante, il programma prevede le vocali. a e i o u. Y solo in certe ricreazioni ad alto tasso alcoolico, dopo un’overdose di Tegolini.

Arriva il primo giorno, chiedo ad ognuno di presentarsi. “Tu, come ti chiami signorina?” e la bimba: “Mia mamma dice che non devo parlare con gli sconosciuti…”. Il battutista in me vorrebbe uscirne bene, schiacciarla sotto il peso di un’arguzia, e risponderle: non sono uno sconosciuto, chiediglielo pure a tua mamma, sono quello che passa a trovarla tutti i giovedì in tangenziale… Ma ahimè l’umorista deve ingoiare il rospo e lasciar fare al maestro: “Ma no dai, è solo il primo giorno, è per conoscerci…” “Puoi chiamarmi Trisha, quello vero non te lo dico per tutelare la mia privacy…”. Va bene, raccontami qualcosa di te. Lei, giuro: “Non mi piace leggere. Mi piace il bubble tea. Mi piace molto fare i lavoretti con le mani.” Una frase che è un po’ la mia madeleine proustiana e mi riporta a un tempo perduto tra regine del massaggio prostatico e impenitenti amazzoni del lingam. Mi immagino davanti a quella affermazione con sta stessa faccia di Andreotti quando ha avuto lo schioppone dalla Perego. IN CHE SENSO LAVORETTI CON LE MANI?! Per fortuna uno dei maschietti viene in mio soccorso, per solidarietà, e dice: “Maestro, lavoretti con le mani tipo origami. Purtroppo.”

Questo, a dimostrazione solo ed esclusivamente della differenza abissale tra ieri, quando ero io alle elementari e oggi, una differenza evolutiva, noi eravamo australopitechi, accendevamo il televisore sfregando il telecomando, oggi invece sono sapiens sapiens con i pollici opponibili, che gli permettono contemporaneamente di interagire su Twich con uno, e con l’altro accendere lo Zippo per scaldare l’eroina.

HOTEL CALIFORNIA

di Lorenzo Catalini

20 luglio 2026

Ieri notte sono rientrato a casa alle tre del mattino. Stamattina, fresco come una rosa, ho iniziato un nuovo lavoro: libraio.

Mi hanno fatto indossare una divisa, una polo con su scritto il nome della libreria. È scomodissima. A fine turno mi accorgo di averne indossata una da donna.

21 luglio

Ho parlato per la prima volta con un oggetto. Ho detto “che bravo che sei” ad un mobiletto. Non ricordo cosa il mobiletto avesse detto o fatto per meritarsi il complimento. Un paio d’ore dopo, alla ricerca di una scala, ho ben pensato di chiamarla: “Scalaaaa! Squit squit”, come fosse uno scoiattolo. Ci ho messo due giorni soltanto a rincoglionire.

Mi cade l’occhio su “Acciaio”, di Silvia Avallone. L’ho letto a quindici anni. Lo ricordo con affetto, un po’ perché è ambientato a Piombino, nelle mie zone, e un po’ perché, da ragazzo, lo usavo per masturbarmi; in particolare lo facevo su un passaggio in cui le due protagoniste adolescenti si spogliano in bagno lasciando aperta la finestra, per essere guardate dai condomini. Ho pensato di raccontare l’aneddoto a qualche collega, ma non credo ci sia ancora la giusta confidenza.

Prime tracce di “umorismo da ufficio”. Riferendosi a non ricordo cosa, una collega commenta ridendo “AHAH, questo è un classico mistero da piano di sotto”. Ho riso a mia volta, fingendo di capire a cosa si riferisse.

Mi viene detto che ogni mese viene scelto un “libro del mese”, che va fortemente spinto nelle vendite. Annuisco. Non memorizzo il titolo.

22 luglio

Mi chiedono di prendere delle buste nella dispensa. Vado, e scopro che due torri di scatoloni erano cadute, rendendo il passaggio impossibile. Chiedo aiuto ad un collega, che vedendo le torri franate mi chiede se mi sia fatto male. Gli spiego (senza mentire) di averle trovate così, che non le avevo fatte cadere io. Palesemente non mi ha creduto. Gli ho detto di aspettarmi a mettere a posto, e che lo avremmo fatto insieme una volta che avessi portato le buste al piano di sopra. Quando sono tornato aveva già fatto da solo, ed era risentito del fatto che non lo avessi aiutato.

Oggi è indetta la gara a chi vende il maggior numero di copie del libro del mese. È un giallo (“ma un giallo particolare”, come ci tengono a specificare tutti i colleghi), motivo per cui viene chiesto “legge anche gialli?” a qualsiasi cliente, poco importa se questi sia arrivato in cassa con un romanzo, un saggio, una matita o se abbia semplicemente chiesto se nella libreria ci sia un bagno.

Un indiano mi ha chiesto se avessimo libri della Pimpa, e glieli ho indicati. Dopo averli visti e girato per mezz’ora fra gli scaffali, mi ha chiesto se avessimo libri di Dante o Petrarca, e gli ho indicato anche quelli. Dopo un’altra mezz’ora, ha acquistato un libro di Aldo Cazzullo.

23 luglio

Oggi ho “rimappato” alcuni libri negli scaffali. La macchinetta apposita somiglia molto ad uno smartphone, quindi, quando passa qualche collega, la esibisco in modo palese, per far capire che sto lavorando e non cazzeggiando col cellulare. Il gesto è così plateale che, visto da fuori, sembro Steve Jobs che presenta l’I Pod.

Mi hanno dato il cartellino, e l’ho timbrato per la prima volta in vita mia: immediata immedesimazione con Gian Maria Volontè in “La classe operaia va in paradiso”. Viva la Lotta!

Fra i clienti di oggi c’è stato un bambino cinese, che non conosceva l’italiano. Ho capito che gli piaceva Spiderman, così gli ho fatto vedere tutti i libri che abbiamo a riguardo: i pop up, quelli sonori, i puzzle. Gli sono piaciuti tutti. Non ne ha comprato nessuno.

25 luglio

Mi hanno chiesto di chiudere alcuni scatoloni con lo scotch. Quando ho chiesto dove fossero le forbici, mi hanno risposto “Non puoi fare con i denti?”. Io non riuscirò mai a staccare lo scotch con i denti, ok? È impossibile. E come fa a non appiccicarsi ai denti?

La compilation dello stereo è sempre la stessa, ogni giorno, nello stesso ordine. Il punto di morte, puntualmente trasmesso alle 16:12, è “Hotel California”. Impazzirò.

Alcuni libri stanno fermi per giorni, mesi o anni nel solito punto dello scaffale. Altri, che stanno vicino ai bordi, vengono invece spostati spesso, anche 10/15 al giorno. A questi libri di confine piace questa vita movimentata? O ne vorrebbero una più tranquilla?

26 luglio

Un ragazzino super serio mi chiede di consigliargli un libro super serio. Gli porgo un libro di Luigi Garlando su Giovanni Falcone. Il padre, siciliano, lo ammonisce: “Non si comprano i libri sulla Mafia”. Acquistano l’Odissea.

27 luglio

Giorno libero. In libreria c’era Elly Shline a presentare il suo libro, ennesimo segnale che io ed una certa fascia della sinistra camminiamo su strade parallele destinate a non incontrarsi mai.

Cena al ristorante cinese. All’uscita mi danno il biscotto della fortuna. In strada lo apro, mi cade a terra e si sfracella in mille pezzi. Raccolgo il biglietto, che recita: “Risolvete un problema con grande maestria”. Lo prendo alla lettera. Rientro nel ristorante, e chiedo un altro biscotto. Stavolta il biglietto dice: “Sapete conciliare pareri contrastanti con grande maestria”. A quanto pare, la “grande maestria” è una mia lampante qualità, almeno secondo i cinesi.

E la chiamano estate

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Foto da Pixabay

 

di Paola Ivaldi

Foto da Pixabay

 

“Casa, turismo, finanza, salute, lavoro e città non sono ambiti separati, ma manifestazioni diverse di un unico modello capitalistico estrattivo, che converte tutto – spazi, relazioni, tempo, affetti, corpi, vite – in beni di consumo.”
Elena Granata, La città è di tutti, Einaudi editore 2026

 

Insomma, le cose stanno così: dalla regia ci comunicano, in maniera ben poco subliminale, che durante l’estate diventeremo schiavi dei condizionatori, esattamente come lo siamo d’inverno dei termosifoni. Sempre inscatolati, prigionieri di ambienti artificiali, siano essi casa, ufficio, automobile, esercizi commerciali o locali d’intrattenimento, alla fine poco importa: per sopravvivere saremo costretti a barricarci al chiuso.

A quel 70% di popolazione italiana insediata in contesti urbani toccherà dunque dire addio anche alla gioiosa vita estiva en plein air, alla salutare esposizione alla luce naturale, alla lunga stagione degli incontri e a quel senso pieno di libertà che solo uscendo e indugiando all’aperto, all’aria, si può provare a pelle.

Ci hanno dunque rubato anche l’estate, alla fine ce l’hanno fatta: l’estate è diventata e diventerà sempre di più un affare colossale, l’ennesimo scandaloso business dei pochi, l’ennesimo scandaloso bottino di un’invisibile guerra tra quelli di sopra e quelli di sotto.

L’abominevole scenario, guarda caso, porterà strabilianti profitti e crescente potere ai colossi finanziari, ramificati nei vari settori industriali, e alle loro marionette insediate ai piani alti dei palazzi del potere, avvinghiate con lunghi artigli ai propri scranni. Stirpe sciagurata che seguita a porre sfacciatamente il profitto davanti alla tutela della salute pubblica e del pianeta, decisori in malafede che si trovano alle periodiche COP (Conference of the Parties) per un bla-bla-bla di puro greenwashing ottimo per la propaganda mediatica, ma che nulla stabilisce di concreto in termini di interventi di mitigazione del cambiamento climatico e phase out dai combustibili fossili. Nulla.

E tutto questo, guarda sempre il caso, non impatta sulle reali e ormai note cause dello sfacelo ambientale e sociale (provocato in ampia misura dai soliti noti di cui sopra, colossi e marionette) in maniera risolutiva e necessariamente radicale. Percorrere quella strada virtuosa, infatti, manderebbe all’aria gli intoccabili paradigmi del mondo occidentale violentemente consumistico, improntato a un neoliberismo aggressivo e ormai ipertecnologizzato, che opera impunemente in uno scenario di deregolamentazione; alla perdurante latitanza di credibili proposte socioeconomiche alternative si accompagna poi la tragica afasia della sinistra.

Luciano Gallino già ci avvertiva, una quindicina di anni fa: “uno dei maggiori tra i problemi che il finanzcapitalismo pone alla civiltà-mondo sta nella pressoché totale scomparsa di soggetti che siano in condizione di distanziarsi da esso; ossia di vederlo, di giudicarlo dall’esterno, al caso prendendosi la libertà di resistervi”. E ancora: “Il finanzcapitalismo ha reso gran parte della popolazione mondiale o materialmente impotente, o psichicamente sottomessa” (da “Finanzcapitalismo: la civiltà del denaro in crisi”, Einaudi 2011).

Torniamo all’estate. La prospettiva di barricarsi al chiuso con i climatizzatori al massimo, come facilmente immaginabile, impatta sull’ambiente e va ad aggravare le condizioni climatiche soprattutto degli agglomerati urbani. E consuma energia, tanta energia. E aumenta le disuguaglianze. E ci impoverisce. Fa poi montare in molte persone, a volte interi nuclei famigliari, quella maledetta furia di partire – partirepartirepartire – nell’eterna illusione che altrove l’inferno conceda una tregua.

E tutto questo ci separa dalla natura, ci allontana gli uni dagli altri e dal ricordo di un modo di stare nel mondo più genuino e semplice. L’estate che noi ancora ricordiamo, e abbiamo il dovere di non dimenticare, era una stagione decisamente più innocua e sempre gonfia di speranza come vela al vento.

Un lontanissimo Italo Calvino, nelle Città invisibili, ci incoraggiava a cercare ciò che nell’inferno ancora inferno non è per dargli spazio e farlo crescere. Oh, cosa mai direbbe oggi, scuotendo disperato la testa: sapesse che desolazione amarissima accorgersi che si fa una fatica immane a scorgere ancora chi e cosa non siano inferno, tutto intorno a noi e soprattutto sopra di noi. Si ha, invece, la sensazione che la maggior parte dei viventi abbia imboccato la strada che già lui diceva essere quella più facile: accettare l’inferno, non accorgersi più dell’inferno, acconsentire di farne parte.

Foto da Pixabay

Questa del 2026 la ricorderò come la prima estate della mia vita in cui, una notte particolarmente agitata, ho sognato di avere il condizionatore a casa. E al risveglio non l’ho presa affatto bene, essendo un’idea da me sempre aborrita, quella dell’aria condizionata. Perché? Semplice: mi rifiuto di buttare in strada aria calda pur di rinfrescare la domus. Ai miei occhi questa “non soluzione” (spostare il calore) è una disfatta, l’apoteosi di un egoismo e di una miopia che rasentano la follia.

E lo so che i colleghi mi guardano come una marziana e così pure amici e parenti. Ma io ancora penso: coerenza chiede sacrifici. Da sempre. Solo che noi non lo sappiamo, siamo nati in un tempo e in un continente che ci ha ingozzati fin dalla culla di privilegi; così è andata, dagli anni Sessanta in poi. Noi non lo conosciamo, il sacrificio, non abbiamo sviluppato l’accettazione della rinuncia nel nome di un valore, e forse anche per questo cadiamo facilmente nelle trappole del “tutto comodo”, del “tutto compreso”, del “tutto dovuto”, e perciò rischiamo di essere ricattabili e, giorno dopo giorno, diventare vecchi soccombenti.

Cerco dunque di esercitare una sorta di piccola resistenza, che, lo so bene, non vale un fico secco, perché io da sola non vado lontano, posso al più scrivere quello che provo e gioire se altri, leggendomi, si ritrovano nelle mie parole, pensando: uh! allora non capita solo a me, allora non sono ammattito solo io, magari siamo un esercito di pazzoidi armati solo di buona volontà e madidi di sudore. Infatti, cresce in me la convinzione che il problema maggiore da affrontare, e possibilmente risolvere in tempi brevi, sia proprio quello lì: immaginare in che modo unire le forze, contrastare la diaspora, farci operoso sciame.

Foto dell’autrice

A volte il sacrificio ci avvicina a una specie di arcaico misticismo. Per esempio: ci sono pomeriggi in cui mi ritrovo sprofondata in un silenzio meditativo che mi appaga e mi fa provare una viscerale gratitudine per un timido refolo di vento. Ma non sempre la virtù ha la meglio. A volte il perdurare e l’inasprirsi del sacrificio può scatenare fantasie perverse: come quando passo accanto a un SUV parcheggiato, motore spento con climatizzatore spinto, e scorgo l’umano all’interno con lo sguardo incollato allo smartphone che scrolla, ebete e beato, scrolla nel bel freschetto dell’abitacolo: in quei momenti lì, investita dal flusso di aria calda che fuoriesce dall’automobile, penso alla mazza da baseball che sta nello sgabuzzino di casa, residuato ludico dell’infanzia, e cado preda – sì, lo ammetto – di sfrenate fantasie cinematografiche a metà strada tra i fratelli Coen e Tarantino.

Allora sì, dicevo, io tento di resistere, mi muovo a piedi, ma mi accorgo, quest’anno in particolare, di una città mostruosa, ma anche mostruosamente indifferente, perché alla fin fine ti accorgi che a molte persone è sufficiente l’idea dell’arietta condizionata a casa e in auto, il pinguino in ufficio, la prospettiva dell’imminente vacanza: ecco, basta questo angusto orizzonte come bombola di ossigeno. Il resto? Eh, cosa vuoi fare? Prevale l’atteggiamento inevitabilista, cui si accompagna l’alzata di spalle e lo sguardo assente di chi pensa già al paseo su qualche tragico lungomare, ciabatte ai piedi, camminata scialla e sonora: flippete flappete flippete flappete…. A proposito, sempre in questi mesi ho notato la comparsa in città di un’affissione pubblicitaria: “Parti con Orofacile / Il tuo oro ti porta in vacanza” di fronte alla quale ho provato un certo imbarazzo al solo pensiero di chi, pur di intrupparsi a Riccione per una settimana, si faccia cavare di bocca un paio di denti e magari costringa i parenti più vecchi a imitarlo.

Sto divagando, alla quarta ondata di calore capita. Comunque, camminando per le strade e le piazze cittadine è inevitabile accorgersi come da ogni griglia di aerazione, da ogni automobile, dagli esercizi commerciali, da uffici e musei, dai cinematografi, da bar e ristoranti e dai mezzi di trasporto di superficie, fuoriescano all’incirca da maggio a settembre, grandi, talvolta abnormi, quantità di aria calda, soprattutto a livello del pavimento stradale.

Se si vive a Torino, dove raramente possiamo avvertire una salvifica brezza come accade in altre città la cui ubicazione geografica faccia sperare in un ricambio d’aria, questo contribuisce al paradosso che spinge le persone a invocare l’aria condizionata sempre e ovunque, del tutto dimentica che quella stessa aria fresca, talvolta gelida, condanna gli spazi esterni a trasformarsi in tanti piccoli angoli di inferno. L’inferno di quei viventi, pazzi come o peggio di me, che ancora si incaponiscano a camminare nell’estate di città, a solcare piazze simili a smisurate teglie da forno, per poi cercare rifugio all’ombra dei portici o lungo qualche vicolo.

Foto dell’autrice

Mi preme qui ricordare, en passant, che la normativa vigente stabilisce un limite di temperatura minima di 26 gradi all’interno dei luoghi chiusi e le linee guida INAIL indicano, inoltre, che lo scarto termico tra fuori e dentro non superi i 7 gradi per evitare shock termici dannosi alla salute. Sette.

Tutto ciò spinge le persone a stazionare a lungo dentro ai locali del commercio e/o del consumo e/o dell’intrattenimento così magari spendono ben oltre il necessario. Quello che conta, ormai è evidente, non è la nostra salute, bensì la quantità di denaro che riusciamo a sperperare più o meno clamorosamente. E quanto siamo disposti a pagare pur di rimanere al fresco a fare compere il più delle volte superflue? E quanto, per installare l’impianto di condizionamento a casa nostra e poi però vederci addebitare bollette esorbitanti? E ancora: quanto siamo disposti ad accettare di imbruttirci pur di non aprire gli occhi e prendere finalmente coscienza che siamo sul ciglio di un precipizio?

A volte mi domando a che cosa sia servito leggere in massa Cecità di Saramago in epoca Covid? A distanza di un lustro siamo ancora più incapaci di vedere, di capire e di non accettare di farne parte, dell’inferno dei viventi, inabili a immaginare e progettare un mondo migliore, basato su una sovranità energetica esercitata dal basso, una rinnovata democrazia ecologica, una tecnologia al servizio dei reali bisogni collettivi.

Foto dell’autrice

Concludo, affacciandomi sul cortile della casa in cui abito. Vedo laggiù gli alberi antistanti agli unici palazzi d’epoca dell’intero isolato, una benedizione per la vista e per l’udito, ogni anno provenendo dalle loro folte chiome il sublime canto primaverile dell’usignolo. Allargo lo sguardo che si smarrisce nella squallida distesa di box auto e garage condominiali ricoperti sul tetto di guaina bituminosa la cui temperatura, sotto il sole implacabile dell’estate, può toccare gli ottanta gradi.

Poi chiudo gli occhi e immagino. Una città che di ogni cortile faccia un giardino, con alberi e panchine, in cui le persone di tutti i caseggiati che lo perimetrano possano trascorrere una parte piacevole del proprio tempo, nelle varie stagioni della vita e dell’anno, stando insieme a godere di un angolo protetto, questo sì, in estate, definibile come un vero e proprio “rifugio climatico”, rigenerante e gratuito. Quale meraviglia sarebbe una porzione di verde da condividere, di cui prendersi cura, la riscoperta o, per i più giovani, la scoperta, di un bene e di un benessere collettivi.

Quando riapro gli occhi il mare piatto e nero del bitume bollente mi inchioda a questa estate del 2026. Considero che una società che per così tanto tempo abbia conferito più valore alle cose che alle persone, ecco, dovremmo iniziare a gridarlo finché possiamo: è una società che non ci piace. Una società gravemente malata il cui sintomo più eclatante è quel vischioso strato di disperanza che cola ovunque nei nostri interstizi e pertugi esistenziali. Una società in stato avanzato di decomposizione che chiede, implora da parte nostra un modo radicalmente nuovo, attivo e attento, di esserne parte.

 

Voci del consumo

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di Daniele Muriano

Quando vado nei negozi dove si spende poco (specie supermercati) trovo sullo sfondo quelle canzonacce primitive che parlano di vita vissuta, nominano cose del quotidiano e strapazzano i cuori dei clienti con vicende amorose che finiscono male o benissimo (soliti cliché ma aggiornati al consumismo). Che pena, mi dico rifugiandomi nella rassicurazione: «spenderò poco». Maledetto ricatto. Se voglio rimanere a galla economicamente, devo prestare orecchio e coronarie a questa musica. Per le corsie illuminate a giorno, tra colori vivaci e forme che hanno qualcosa in comune con asili, spazi ricreativi, il marketing che strizza l’occhio ai bimbi, mi domando cosa ci sia in questa musica. Cosa mi fa sobbalzare. Non mi disturba il cliché romantico, il cliché compositivo, quello intonativo che pure ti mette in difficoltà quando vuoi distinguere una voce da un’altra; normalmente mando giù tutto, compresa la musica premasticata, senza storie. Mi inquieta in questi posti la funzione della canzone. Serve a digerire non solo i cibi venduti nel negozio o nel supermercato, ma anche che tu sia lì, a spendere poco, a condurre una vita da poco, a chiedere poco… Non è possibile definire questa musica; non lo faccio nemmeno quando, da una corsia all’altra, mi sembra che si attenui il volume (o forse è l’effetto di passaggio da una categoria di prodotto all’altra che modifica il modo in cui si ascolta quella roba), e non lo faccio nemmeno quando poi, all’uscita illuminatissima del negozio o del supermercato, mi chiedo cosa sia quel ronzio, quale residuo stia rendendo più difficile i movimenti e anche il pensiero. Cosa è successo tra l’orecchio e il cervello.

Poi, a volte, mi capita di ascoltare la stessa musica fuori dai negozi o dai supermercati. E non è più la stessa. Fa schifo in un modo diverso; ha le stesse qualità o è priva delle stesse qualità, ma la funzione è attenuata. Non c’è contesto; non c’è puzzo – a volte molto intenso – di sopravvivenza, dei bimbi che strillano perché vogliono qualcosa cui i genitori non arrivano, e non c’è vita vera a risuonare con gli accordi di quelle canzoni. Fuori dai negozi o dai supermercati, quelle canzoni sono innocue, tanto da reclamare il silenzio sia da parte dei fan sia da parte delle vittime (come me). Non fanno paura. Sono paurose; non trasmettono le proprie qualità ai viventi che le ascoltano – o almeno non temo questo.

Nei negozi e nei supermercati, specie in quelli economici, appunto, quella musica si salda alle condizioni di vita, alle sfighe che i clienti non hanno tema di nascondere… caro Cliente – dice la musica, come facesse parte dell’Assistenza clienti ma dispersa tra i bancali – la tua vita mi sembra un po’ volgare, la tua sopravvivenza rilascia cattivi odori, ma abbiamo tutto quel che fa per te; la voce è vagamente elettrificata, e il tono è quello del vicino di casa, o di tuo figlio (o dello spacciatore che affligge la strada dove abiti); parla di normalità senza codificarla troppo, perché è normalità quella del barbone che ti chiederà l’elemosina nel parcheggio fuori di qui quanto la normalità della coppia che si abbraccia nella corsia dedicata al Bagno, non esistono normalità privilegiate, secondo la canzone; il ritmo è del camminare, noi ti guidiamo tra le corsie e ci lasci i quattro soldi senza che ti venga male al fegato; la voce è sexy, seduce anche se hai cinquanta «chili di troppo» o non puoi permetterti la «cura della persona» che meriti, e soprattutto se non hai voglia di essere sedotto; l’atmosfera è quella che la tua vita avrebbe se avessi il dono della poesia, ma non preoccuparti che te lo facciamo, e gratis (senza accumulare bollini su schede gialle e rosse; è nell’aria).

Uscito dal negozio o dal supermercato, quando vedo la mano della persona che abita su strada (e alla quale non so cosa dire, se non «pago con il bancomat, mi spiace» e non è sempre la verità), cerco sempre di togliere il residuo acustico dai padiglioni auricolari prima che venga del tutto assorbito. Guardo la normalità dell’uomo o della donna che chiede soldi e mi sembra di non sentire. Poi esco come da una piscina. Come l’aria dopo l’acqua, la realtà si fa viva, tira schiaffi che definiscono ma non ti collocano in una categoria popolosa: sei solo, unico, poco somigliante ai simili. L’effetto è terminato. La musica appartiene a un luogo dal quale sei uscito. Che non ti appartiene.

«Come dimenticarti di noi, che abbiamo offerto comprensione e indorato la tua sopravvivenza» dice il Marketing.

«Non dimenticarti» dice la voce del cantante, anonimamente elettrificata.

Camminando su una strada di odori bruti, attraversando una densità ben diversa (clacson, grida che sembrano bestemmie intraducibili, cani che abbaiano a una delle tante lune elettrificate) e portando i sacchetti tesi come sacche scrotali, mi sembra di dimenticare tutto. Le voci, il ritmo, le atmosfere. Fino a quando, qualche giorno dopo, per caso non inciampo sul filo di una canzone. Magari per strada, fuori da un altro negozio, o davanti a uno dei tanti schermi della vita. Mi piombano addosso l’atmosfera da discount, il ritmo del discount e le voci da discount. Mi ricordo persino di quanto ho speso, a volte. E comunque non riesco a identificare la canzone. Non mi sforzo neanche di trovare il titolo con una di quelle app che sanno dare un nome a qualunque suono. Tanto è inutile. So di aver ascoltato mentre vagavo a caccia di promozioni, nel zigzag del consumo. E mi ricordo chi sono. Un consumatore. Un certo tipo di consumatore. Poi dimentico.

 

 

Aggrappàti al cielo, di Sergio Bianchi

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di Mauro Trotta

La storia è fatta di storie. Per capire un periodo storico non basta studiare i saggi, i documenti, le fonti. È necessario rivolgersi alle storie, ai racconti fatti dagli uomini. Del resto sarebbe possibile comprendere la civiltà greca senza aver letto l’epica o le tragedie? Oppure capire l’ascesa e il trionfo della borghesia limitandosi ai testi di storici importanti come Eric Hobsbawm, ad esempio, senza conoscere il grande romanzo borghese e autori come Stendhal, Balzac o Dickens? Spesso, infatti, non basta aver compreso i meccanismi generali, le tendenze di fondo che innescano le vicende della storia ma occorre analizzare anche le microstorie, la vita quotidiana delle persone comuni, le passioni, i sentimenti, l’immaginario che sono alla base dei comportamenti. Tempo fa qualcuno sosteneva che la storia si occupa dei fatti, la letteratura delle ragioni profonde che innescano gli eventi. D’altronde narrare l’esistenza viva non significa trascurare gli avvenimenti realmente accaduti, ma comporre un quadro più complesso e movimentato della realtà.
Soprattutto nel caso di periodi controversi, non limitarsi alla cruda e impersonale analisi dei fatti può contribuire ad allargare lo sguardo in modo da poter penetrare più a fondo nei fenomeni. Può, perciò, essere utile analizzare quello che viene definito il lungo ’68 italiano, utilizzando anche la narrativa. E se imprenscindibile, in questo senso, è la trilogia di Nanni Balestrini, Vogliamo tutto, Gli invisibili e L’editoreAggrappàti al cielo di Sergio Bianchi rappresenta senza dubbio un ulteriore testo in grado di affiancarsi ai romanzi del fondatore della neoavanguardia. Del resto Sergio Bianchi è stato molto legato a Balestrini e racconta, nel suo romanzo, narrato in prima persona, della genesi della loro amicizia, mettendo in evidenza come all’origine del suo impegno nel movimento degli anni Settanta ci sia stato proprio Vogliamo tutto, unico libro letto tutto d’un fiato tra quelli che la sua mentore, la Tommy, gli passava. Come dice lui stesso: «Niente più di Vogliamo tutto mi fa capire il bestiale sfruttamento di quel lavoro e il suo rifiuto da parte di chi si trova obbligato a farlo per poter campare da miserabile». C’è un altro libro citato nel testo, è La passeggiata di Robert Walser e sembra rispecchiarsi in alcuni punti del romanzo, come quello dedicato al gioco della volpe, nel bosco, o alla scoperta e alla frequentazione di Mario, che è un ragazzino ma soprattutto un borgo praticamente disabitato in Valdossola.
Il libro inizia con l’immagine di un riquadro di cielo attraversato da uno stormo di aironi cenerini e da una scia bianca di un aereo invisibile. Subito dopo inizia la narrazione che parte da Tredici anni e quattro mesi prima. È il giorno dopo la strage di piazza Fontana. In quel momento, in un paese lombardo, inizia la vicenda del protagonista-narratore. Una vicenda che vedrà protagonisti compagni, fratelli, famigliari e che durerà appunto tredici anni e quattro mesi. La storia di una parte di quel movimento che tentò l’assalto al cielo. Dall’adesione a Potere operaio all’autonomia operaia, tra incontri con vecchi partigiani e contrabbandieri, tra gruppi femministi e quelli che poi saranno chiamati i cattivi maestri, si dipana la storia di un gruppo di persone legate tra loro dal personale e dal politico che attraverseranno tutte le vicende di quegli anni. Si passerà dall’entusiamo iniziale, dalla voglia di cambiare tutto – modi di vivere, rapporti umani e politici, relazioni sentimentali – ai fenomeni di impazzimento finale, dagli spazi aperti e liberi alle galere. Il tutto scandito dai piccoli avvenimenti personali e dai grandi eventi storici e narrato senza infingimenti, senza giustificazioni, senza nascondere sbagli, errori, eventi negativi ma anche senza pentimenti.
Bianchi ha ben presente anche la lezione stilistica di Nanni Balestrini. Sa che il linguaggio è fondamentale, che non si comunica solo con i contenuti. Per narrare di quel periodo di rivolta occorre che la rivolta sia espressa anche dal linguaggio usato. Dunque una lingua semplice, comprensibile, immediata. Quella parlata effettivamente dai protagonisti dello scontro sociale.
Se la lotta è contro la struttura gerarchica della società allora anche la scrittura deve esprimere al contempo il rifiuto della gerarchia e il conflitto di classe. Dunque da una parte abolizione di quei segni che strutturano il periodo, gli danno un ordine ovvero i segni di interpunzione. Dall’altra, però, rimangono i punti e i punti interrogativi, quasi come se il discorso si strutturasse in segmenti che si ricompongono o confliggono tra loro.
L’ultima pagina del libro ripropone l’immagine di quello stesso riquadro di cielo visto all’inizio, e si apre alla speranza, riecheggiando in qualche maniera gli ultimi versi della poesia di Nanni Balestrini proposti in exergo: «non è finita/ pentiti solo/ di non averlo/ fatto abbastanza».

 

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Sergio Bianchi, Aggrappàti al cielo, Milieu, Milano, 2026, pagg. 208, euro 18

Ognuno accanto alla sua notte

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Gianni Biondillo intervista Lia Levi

 

Più storie s’intrecciano in “Ognuno accanto alla sua notte”. E vengono raccontate grazie a incontri fortuiti. Il “caso” certe volte aiuta a non dimenticare?

Dovrebbe essere l’opposto. La memoria è, dovrebbe essere, elaborazione, lavoro continuo e incessante. Ma il caso a volte ci regala dei colpi di scena. Un incontro fortuito può aiutare a dare una “messa in moto”. La vita ci regala momenti inaspettati.

Ogni personaggio viene posto di fronte a un dilemma: l’autorialità senza l’autore, l’amore contro l’appartenenza familiare, il conflitto fra attendismo e rivoluzione. La letteratura ci chiede di scegliere, sempre?

Non la letteratura, ma la vita. Tutto quello che fa la letteratura è mettere al centro del suo discorso la scelta. Non racconta fatti ma pensiero, sentimenti, sensazioni, che stanno dietro questi fatti. È logico che il conflitto (anche interiore) venga esposto. Altrimenti non sarebbe letteratura ma cronaca.

I personaggi femminili hanno la capacità di trovare soluzioni meno precipitose, meno frontali e ideologiche. Quelli maschili esercitano una risolutezza che appare quasi una posa. Sono cambiati gli uomini, o sono destinati a ripetere gli stessi errori?

In genere le donne sono più adatte ad affrontare il momento immediato e a trovare soluzioni adeguate al pericolo. Come scappare di fronte a un pericolo, come nutrirci… l’uomo è portato a teorizzare, fonda partiti, scuole di pensiero, va a combattere, ma la battaglia del quotidiano è affidata alle donne, sono due strutture mentali. Vede troppo in negativo i personaggi maschili. Di fronte ai dilemmi alla fine seguono anche loro i propri sentimenti. Non sono forze ideologiche ma grandi istanze della vita. Ogni cosa viene vissuta come conflitto del profondo, drammatico, quando si tratta di scegliere.

La comunità degli ebrei di Roma esiste da prima ancora del cristianesimo. Quanto è fondamentale, ancora oggi, la sua presenza e il suo ruolo per la Capitale?

L’antico ghetto è oggi il quartiere ebraico. Nel dopoguerra erano ancora tutti lì, poi come in tutti i centri storici, piano piano in tanti l’hanno abbandonato, ma molte delle attività – negozietti, ristoranti, la scuola – riescono a far mantenere al quartiere una particolare atmosfera. Gli ebrei romani dicono “andiamo in Piazza”, “sono un ebreo di Piazza”. È una comunità che è riuscita a mantenere se stessa e la sua diversità, non danneggiando nessuno. Rappresenta il diritto di esistere come diversi, ancor più oggi, in una città multietnica.

 

(precedentemente pubblicato su Cooperazione, dicembre 2023)

Autunno a Bratislava

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di Giorgio Mascitelli

A vivere all’estero va così, se si ha l’umanissimo desiderio ogni tanto di trascorrere una simpatica serata tra connazionali, perché con le amicizie è un po’ come a militare, che bisogna accontentarsi di quel che passa il convento, se si ripensa senza acredine o nostalgia, ma con mente serena a certe tavolate in certe pizzerie di Spilimbergo o Sacile collocate strategicamente vicino alle caserme, nelle quali il vantaggio maggiore era che le urla dei commensali ti dispensavano dai doveri della conversazione. C’è da dire che il Menghini per età non aveva fatto il servizio militare di leva che lo avevano già abolito. In ogni caso valeva anche a Bratislava da borghese quella legge delle amicizie militari.

Il Menghini per la verità ogni mattina aveva lo stesso la sua dose di calore latino quando scendeva dalla casa popolare in cui abitava, che qui chiamano pannellaccio, vedendo sempre una svitata immersa in un biascicato soliloquio in slovacco, che di tanto in tanto a voce più alta diceva bailando, tant’è che nel quartiere oltre il Danubio la chiamavano proprio così.

Il Menghini era arrivato su perché da un giorno all’altro, un po’ come usa oggi, gli avevano trasferito l’azienda dall’Italia alla Slovacchia. Secondo sua madre, un bravo tecnico informatico come lui non avrebbe faticato a trovare un lavoro anche giù e doveva accettare la buona uscita e poi non è che gli dessero ‘sto grande incentivo e i prezzi con l’euro sono cari anche qui e adesso per esempio i viennesi, che una volta venivano a fare la spesa qui, non li vedi più. Sicché non è semplice spiegare perché il Menghini fosse venuto, magari qualcosa di non decifrabile o l’assenza di legami o il logorio della vita moderna.

In fondo il Menghini era un solitario e la città si addice a tali indoli, si potrebbe dire che il suo era un temperamento autunnale, il che di per sé è un vantaggio perché questo è un racconto che si svolge proprio in autunno (il problema semmai sarebbe che io a Bratislava ci sono stato un sacco di volte in inverno come in estate e perfino in primavera, ma mai in autunno: allora, per usare le parole del poeta, la fantasia più che fantastica mi dovrà aiutare). In ragione della sua indole il Menghini amava sovranamente l’autunno tra tutte le stagioni sia in Italia sia a Bratislava: ad esempio certe giornate in cui il Danubio, non azzurro come nella bella stagione, restituisce tutte le tonalità di grigio che digradano mollemente dal cielo all’acqua; oppure l’alba dai colori tenui che talvolta il Menghini, se non aveva dormito bene, osservava dalla sua cucina scorgendola spuntare da dietro i Piccoli Carpazi o certe passeggiate sulla Koliba in cui le sfumature di colore delle foglie cadute, dal castano al ramato fino al giallo, scaldano il cuore allo stesso modo che le tante sfumature nei capelli delle bratislavesi dal castano scuro fino alla viva spiga del biondo artificiale.

Ma per quanto solitario, per quanto autunnale (non mi rammento se ho già precisato che questo è un racconto autunnale), talvolta anche il Menghini amava godere della compagnia e far quattro buone chiacchiere nell’idioma natio. Così aveva scoperto, dalle parti di Račanske Mito, il ristorante italiano Buongiorno, Maria: collocato su due piani, era diviso in tre sale e cioè la Capri che era pizzeria, la Dolce Vita con un menu più ricercato e sfizioso e la più piccola, la Nostalgia Canaglia, dove si servivano sapori casalinghi e soprattutto c’era un megaschermo, dove si potevano vedere le partite di serie A. Così il Menghini era entrato a far parte, quasi per osmosi, di un piccolo gruppo di quattro o cinque habitué riunnentesi il sabato o la domenica per vedere la partita, qualunque squadra giocasse perché l’effetto casa faceva aggio sul tifo calcistico, e talvolta si fermava con loro pure il patron stesso del Buongiorno, Maria, specie se giocava la sua Lazio e gli impegni nelle altre sale non lo oberavano. Qui il Menghini non so se ritrovasse l’autentica atmosfera di casa, ammesso e non concesso che gli mancasse, ma almeno un modo piacevole di passare il tempo e qualche informazione utile al residente straniero a Bratislava.

Un caso completamente diverso era quello di Roberto Stroppia, intanto perché la necessità di trovare un posto macchina adeguato al suo Suv l’aveva costretto a prendere in affitto una villetta a Palisādy, poi perché, pur essendo arrivato da meno tempo, aveva già sviluppato una migliore conoscenza del territorio non solo per l’innata intraprendenza del suo genio ma in quanto  il suo lavoro, project development manager di un gruppo finanziario internazionale specializzato nel finanziamento di progetti abitativi e urbanistici, lo metteva oggettivamente in contatto con diversi ambienti. Ma la sua fonte principale di informazioni era un’altra e si chiamava My favourite Bratislava, un documentario realizzato da Dagmar Peniazova, la celebre ex modella. Dopo aver calcato tutte le più prestigiose passerelle internazionali della moda, Dagmar aveva deciso di restituire alla sua patria qualcosa del suo successo sviluppando un’attività di film maker per promuovere e fare conoscere i posti più fighi della Slovacchia (e Rep.Ceca). Portandolo il suo lavoro oggi qua e domani là, viva la libertà, per citare la vecchia canzone che faceva parte della playlist usata talvolta nella Nostalgia Canaglia per scaldare i cuori degli avventori, Roberto Stroppia si era abituato a reperire con rapidità e competenza in ogni luogo quel tipo di indicazioni che Dagmar aveva selezionato per Bratislava. Sarebbe restato lì massimo un paio d’anni e tra l’altro almeno una volta al mese doveva tornare a Milano e qualche volta pure a Londra, quindi, si può capire, tempo per passeggiate, foglie morte, albe sul Danubio e amenità varie, meno di zero. Così avendo una vita sociale più ampia, era parso del tutto naturale che fosse stato proprio lui a indicare alle piccola compagnia, che peraltro Roberto Stroppia non frequentava sempre, che se si vuole mangiare un buono stinco di maiale e in autunno (si badi bene che questo è un racconto autunnale) l’oca, bisognava andare alla Zlata Krčma dalle parti di Chorvatsky Grob e per un intrattenimento meno famigliare e più sofisticato c’era U smädnych dām in centro. Ma più di ogni altra cosa gli piaceva il ristorante UFO, quello sul pilone del ponte SNP sul Danubio, del quale Dagmar diceva “scontato ma irrinunciabile come il gin tonic”, che è la prima cosa che si vede arrivando a Bratislava, a parte il castello. Quest’ultimo naturalmente non aveva dovuto indicarlo agli altri perché tutti lo conoscono.

A Stroppia il Menghini stava simpatico, questo ragazzo timido e riflessivo, che evidentemente risvegliava in lui la vena di maestro di vita. Se infatti c’era una cosa che gli piaceva, era dispensare pillole di saggezza, insegnare a distinguere il grano dal loglio, un’occasione da una fregatura, quale frutto ogni stagione porta (e quindi anche l’autunno) ecc.ecc. Il Menghini pareva intelligente e insicuro e perciò ricettivo e bisognoso dei suoi insegnamenti.

Fatto sta che la sera che andarono a mangiare all’UFO si ritrovarono solo loro due per via di contrattempi e defaillance dell’ultimo minuto degli altri membri della scelta compagnia. Era una serata piovosa al termine di una giornata bigia, tipicamente autunnale, una di quelle serate che, spiega Dagmar Peniazova, gli slovacchi amano trascorrere seduti al caminetto bevendo un po’ di punch o un bicchierino di slivovica.

Roberto Stroppia era veramente esaltato da UFO non solo per le qualità culinarie ma per la sua collocazione e la sua forma da disco volante posto in cima a un ponte sul Danubio; gli sembrava che UFO condensasse tutti i valori migliori della nostra società: dal gusto per l’innovazione alla capacità di pensare in grande passando per il coraggio imprenditoriale. Il Menghini aveva sentito in giro che lo avevano costruito i comunisti, ma non lo interruppe perché detestava disturbare gli slanci pindarici delle persone con osservazioni modeste e scatologiche. Poi proseguì esaltando il radioso paesaggio, quasi un epitome delle prospettive di crescita, che si doveva vedere da lì verso fin quasi all’infinito durante il giorno e il Menghini istintivamente volse gli occhi fuori, ma non c’era che notte e nuvole. Evidentemente Stroppia era in vena di confidenze perché spiegò al Menghini che stava lavorando a parecchi progetti a Bratislava, ma quello che lo intrigava di più era la costruzione di due torri, che una volta edificate, capì il Menghini per via della loro collocazione, gli avrebbero impedito di godere dalla sua cucina delle albe sui Piccoli Carpazi. Bratislava gli piaceva, a Roberto Stroppia, perché era dinamica, si voleva migliorare, non riposava sugli allori: naturalmente aveva ragione, ma al visitatore di passaggio sembrava talvolta desiderosa di assomigliare a tutte le altre città, ma siccome tutte le città all’epoca di questa storia desideravano assomigliare a ogni altra città, c’era da chiedersi, ad aver tempo da perdere, da dove venisse l’archetipo. Roberto Stroppia, quanto a lui, il suo tempo era prezioso più dell’oro, forse come un future o uno swap. La conversazione o forse sarebbe più giusto dire il monologo prometteva di raggiungere nuovi temi imprevisti, quando Stroppia si ricordò che doveva fuggire, che era in ritardo, che si scusava con il Menghini, ma doveva proprio andare perché era stato invitato a un esclusivo coktail delle ventitré in un esclusivo palazzo della Città Vecchia a cui avrebbe partecipato anche Dagmar Peniazova in persona, ma si doveva arrivare puntuali perché dopo cinque minuti la porta si chiudeva e non si riapriva più se non per andarsene. E si volse un’ultima volta verso il commensale  con l’indice alzato, conferendo anche all’istante del congedo una funzione didascalica:

  • Bada, solo l’uomo che ha fretta, può comprarsi il tempo!

E tanta fu la furia esclusiva con cui lasciò il ristorante che si dimenticò di pagare il conto, come ebbe ad accorgersi esclusivamente a sue spese il Menghini. Non si adontò, quella non rientrava nelle cose per cui vale la pena di arrabbiarsi, sono cose che capitano, è così che va il mondo. Nello scendere con l’ascensore giochicchiava con un vecchio portachiavi e guardava fuori senza vedere nulla. Una volta uscito, gli sfrecciò davanti l’autobus ed egli evitò con agile salto l’onda della pozzanghera.

Gli toccava tornare a casa a piedi, come accade agli esclusi dai cerchi più esclusivi, ma non escludo che gli facesse piacere: era una piovosa serata d’autunno, magari avrebbe colto nel cammino qualche piccolo dettaglio interessante.

 

L’uomo senza lingua

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Foto di dario zollia da Pixabay

Foto di dario zollia da Pixabay

di Max Mauro

Nell’estate dei miei tredici quasi quattordici anni in paese arrivò un personaggio curioso. Non che a Fol mancassero figure originali, tutt’altro. Sebbene il paese contasse meno di mille abitanti, la mia infanzia era stata accompagnata da varie personalità degne di nota. Per esempio, c’era Toliat, uno dei tre comunisti pubblici in paese, cioè quelli di cui si sapeva per certo che avrebbero votato Pci ad ogni elezione, nonostante il 65 per cento dei voti andassero regolarmente alla DC. Toliat, un nomignolo friulano che richiamava lo storico segretario del Pci Palmiro Togliatti, girava sempre col trattore, anche di domenica per andare alla partita della squadra comunale. Non avendo l’auto, né la patente, gli pareva logico utilizzare il trattore. Nei primi anni Ottanta non era richiesta la patente per guidare il trattore, ma l’uso doveva essere circoscritto all’attività agricola. Tecnicamente, quindi, Toliat non avrebbe potuto andare a vedere la partita col trattore, o accompagnare la moglie al mercato del giovedì, come pure faceva, ma lui se ne infischiava delle regole, e di quello che diceva la gente.

Va detto che a quel tempo i controlli sull’uso dei mezzi agricoli erano piuttosto laschi nei nostri paesi a vocazione prevalentemente contadina. Io stesso, quell’estate, imparai a guidare il trattore dello zio Valdi. A dire il vero, fui praticamente obbligato a mettermi alla guida perché tutte le braccia disponibili servivano dietro il carro per caricare le balle di fieno. Comunque, se qualche legalista stesse leggendo queste note, sappiate che io guidai solo nel campo, non portai il trattore in giro per il paese come faceva Toliat (che mi era pure simpatico perché fu il primo ribelle che conobbi in vita mia). Va bene, avevo solo tredici anni, ma il mondo reale non è posto per sofisti.

Un altro personaggio interessante era Sclope (il termine friulano per il fucile).  Sclope era cresciuto in Francia da una famiglia di emigranti e a vent’anni, diceva lui, si era arruolato nella Legione Straniera per sfuggire al destino disegnato per lui da suo padre: operaio nelle riparazioni di fognature, professione svolta con profitto dal padre, dallo zio e da due cugini. Nessuno credeva che Sclope fosse veramente stato nella Legione Straniera perché era alto poco più un metro e sessanta, aveva le spalle strette e la pancia tonda come un’anguria matura. Con quel fisico nella Legione Straniera? Non è possibile, dicevano le malelingue. E poi il rinculo di fucile gli avrebbe fatto fare un salto di tre metri, aggiungevano altri. Comunque, Sclope conosceva un sacco di storie sulla Legione Straniera, e le raccontava bene. Sapeva tutto dei fucili, degli scarponi, delle caserme, perfino delle malattie dei soldati. Conosceva anche la geografia del deserto (anche se non parlava mai della gente che nel deserto ci viveva). La Legione Straniera era il suo mondo e noi ragazzini lo ascoltavamo rapiti, ma i più grandi ci prendevano in giro per questo (quello racconta solo balle, dicevano).

Tra i personaggi più discussi del paese va aggiunta la maestra Freda, che girava sempre in bicicletta con le gonne al ginocchio che salivano con il movimento della gamba, su e giù, giù e su, su e giù, salivano salivano e scendevano scendevano le gonne lungo le sue gambe tozze tondeggianti e gli occhi dei maschi fuori dal bar non si stancavano di guardare quegli spostamenti di tessuto sulle cosce velate da calze attillate. Le calze. Le calze della maestra Freda. Noi bambini non capivamo pienamente l’interesse maschile per le gambe della maestra Freda, qualcosa ci sfuggiva, ma quell’estate dei tredici quasi quattordici anni avevo ormai formalmente abbandonato l’infanzia e cominciavo a vedere i passaggi in bici della maestra con occhi diversi. Erano un turbamento, quei passaggi in bici, un turbamento vero.

Insomma, a Fol c’era una certa varietà di casi umani. Tuttavia, l’arrivo dell’uomo senza lingua fece scalpore.

L’uomo senza lingua in realtà la lingua ce l’aveva, ma il nome gli era stato affibbiato perché non si capiva che lingua parlasse. Era nato in paese ma all’età di quattro anni tutta la famiglia si era trasferita in Francia, nella zona di Metz, dove il padre era emigrato qualche tempo prima. Per vicissitudini non ben chiarite, quando l’uomo senza lingua aveva circa nove anni la famiglia si era spostata nuovamente, questa volta in Germania, nel Saarland. Il nostro personaggio era passato nell’arco di pochi attraverso varie lingue. Il friulano era la lingua materna, quella con cui aveva imparato a comprendere il mondo, poi c’era l’italiano che veniva usato a scuola e nelle funzioni religiose (i parroci di Fol non sono mai stati abbastanza coraggiosi da far messa in friulano, come facevano certi loro colleghi del Friuli collinare). Quando arrivò in Francia, l’uomo senza lingua si esprimeva bene in friulano, mentre la conoscenza dell’italiano era rudimentale, visto che, come la maggioranza dei suoi coetanei, l’avrebbe imparato a scuola. Ma la scuola la cominciò in Francia dove, come si sa, parlano il francese. Forse non era portato per le lingue, ma il suo ambientamento fu un po’ faticoso e ci mise qualche anno per raggiungere una discreta padronanza del francese.

Quando suo padre decise che si sarebbero spostati in Germania, l’uomo senza lingua, che al tempo, come detto, era ancora un bambino, si trovò con l’ennesima sfida: imparare il tedesco. Venne inserito in una scuola dove nessuno si preoccupava di insegnargli la lingua. A tredici anni, con tre bocciature in due paesi diversi e poco interesse per gli studi in generale, ma soprattutto sfiancato da tutti questi cambiamenti, l’uomo senza lingua alzò bandiera bianca. Abbandonò definitivamente la scuola e chiese al padre di poter tornare in Francia, dove era rimasto uno zio che aveva un’impresa edile. Avrebbe lavorato nella ditta dello zio. E così fece. Almeno fino a trent’anni, quando decise di rientrare a Fol, da solo e con un progetto originale in mente.

Io tutte queste cose le appresi perché i miei genitori gestivano la cooperativa di consumo e io passavo l’estate ad aiutarli. In cooperativa passavano quasi tutti i paesani, quindi le storie si sapevano prima e con molti dettagli. In cooperativa venne anche l’uomo senza lingua, che di nome faceva Franco, Franco Pote. Pote era il soprannome con cui la sua famiglia era conosciuta in paese. Come in tutti i paesi friulani, c’erano molte famiglie con lo stesso cognome e per distinguerle nel tempo erano stati adottati dei soprannomi, la cui origine era vaga, talvolta misteriosa.

Per gli adulti l’uomo era Franco Pote, ma per i più giovani, compresi i bambini e i ragazzi della mia età, era solo “l’omp cence lenghe”, l’uomo senza lingua, per semplicità chiamato “Lengate” (Linguaccia). Non era bello chiamarlo così, me ne rendevo un po’ conto, ma in paese era abbastanza normale trovare qualcuno da vessare, per goliardia o per semplice cattiveria popolare.

Franco Pote, anche detto Lengate o l’uomo senza lingua, non aveva fatto nulla per celare la sua particolarità, che non era dovuta solo al suo modo di esprimersi. La prima volta che venne in cooperativa, io stavo riempiendo uno scaffale non distante dal bancone degli affettati e dei formaggi. Quello di riempire gli scaffali era il mio compito principale e lo assolvevo con un certo puntiglio. Dalla mia posizione potevo sentire le conversazioni dei paesani, che a quell’ora del mattino erano in maggioranza donne, donne anziane, quelle che facevano la spesa. Quando venne il suo turno, Lengate alzò il braccio per indicare il pane e disse qualcosa che solo lui poteva capire. “Doss piçulis baguettes, bittea”. Quello che usciva dalla sua bocca era un intreccio di suoni che richiamavano il friulano, il francese, il tedesco, e pure un po’ d’italiano. Era un gramelot, con la differenza che il buon Dario Fo si aiutava con le mani, le braccia, la faccia e il corpo tutto per farsi capire parlandolo, mentre l’uomo senza lingua rimaneva impassibile, forse convinto che tutti capissero perfettamente quello che andava dicendo.

Mio madre, che lo stava servendo, era piuttosto esperta di casi umani, e intuì il tipo di pane richiesto. Poi Franco Pote indicò del formaggio, un tipo di formaggio, e tutto procedette abbastanza facilmente perché non c’era bisogno di esprimersi. Nei giorni successivi, le cose migliorarono progressivamente, perché Franco comprava sempre le stesse cose, ma anche perché il suo friulano era diventato un po’ più comprensibile, con qualche innesto casuale di tedesco e francese che gli altri spesso capivano, vista l’alta percentuale di ex emigranti nel paese.

Se la questione linguistica trovò col tempo una sua precaria soluzione (anche se per noi Franco Pote rimase l’uomo senza lingua), c’era un aspetto della vita dell’uomo senza lingua che lasciava i più interdetti.

Franco Pote era rientrato al paese dopo la morte dei genitori, che gli avevano lasciato un piccolo terreno in via dei Faggi. Quel terreno era chiuso tra due case ai lati e sul davanti, a separarlo dalla strada, c’era un muro alto circa due metri. L’ingresso era un portoncino che dava sulla strada. Franco Pote era arrivato a Fol nel mese di maggio e da subito qualcuno si era chiesto, dove dormirà? Non aveva parenti diretti, se si esclude un cugino della madre che non aveva mai incontrato e non era molto socievole (aveva allontanano a male parole perfino il prete venuto a chiedere la decima). Franco Pote non si era fatto problemi: dormiva in auto, una Fiat 127 color giallo canarino. Dopo alcuni giorni, però, i vicini si erano accorti che non dormiva più in auto. Aveva montato una tenda nel terreno, che fino a qualche tempo prima era stato usato come orto da una famiglia in affitto. Ma che piani aveva? Aveva intenzione di passare l’estate a Fol dormendo in tenda? La cosa era fattibile, vista la buona stagione, e non pareva nemmeno così bizzarra. In fondo Franco Pote non aveva famiglia, non era sposato, non aveva una compagna o dei figli; in paese c’erano altri scapoloni, e di solito non erano persone con le abitudini più regolari (giusto per dire). Però, però, l’uomo senza lingua un piano ce l’aveva.

Non ne parlò con nessuno, ma in paese è difficile tenere dei segreti, soprattutto se il tuo terreno è posto di fronte alle finestre di una casa. Prima giunse la notizia che Franco Pote aveva acquistato all’emporio comunale dei sacchi di calce, pala, piccone, dei secchi e una cariola. Poi arrivò un camioncino che si fermò davanti al suo terreno. Vennero scaricati assi, mattoni e materiali edilizi di vario tipo. Qualche pensionato con un passato da muratore si incuriosì e cercò di capirne di più, ma era impossibile vedere qualcosa dalla strada, e l’uomo senza lingua era molto riservato. Si sentivano dei movimenti di pala e di piccone, qualcosa stava succedendo, ma cosa? Non c’era nessun cartello che indicasse “lavori in corso”, come era prassi e requisito di legge (la legge era una questione seria, anche se non era proprio uguale per tutti).

Sul lato opposto al terreno di Franco Pote c’era la casa del postino, Sabino Tam. Salendo nel solaio della casa del postino sarebbe stato possibile guardare oltre il muro e dentro il terreno dell’uomo senza lingua. Però Sabino non faceva entrare nessuno a casa sua da quando la sua cara mamma novantaduenne era morta e lui aveva imputato la morte, che riteneva “prematura”, allo stress di avere dei muratori in casa a sistemare il tetto. Quando il muratore in pensione Tilio Zamparutti gli chiese di lasciarlo salire in solaio per un controllo, Sabino si inalberò: Vonde muradôrs a cjase me! Basta muratori in casa mia. E non fece entrare il vecchio Tilio che coltivava una curiosità morbosa per capire cosa stesse facendo quel matto di Franco Pote.

Alla fine, si trovò un compromesso: in solaio sarebbe salito il figlio di Tilio, Ivo, che di mestiere faceva il geometra in uno studio tecnico; quindi, oltre ad essere più titolato del padre per il caso in questione, aveva il bonus di non essere un muratore, e nemmeno un ex muratore.

Come sospettato da Tilio, Franco Pote stava scavando una buca, ma non una buca qualsiasi, era una buca larga quanto la base di una casa. Stava costruendo le fondamenta per una casa, da solo, con pala e piccone! Voi potreste dire, eh vabbé, son fatti suoi. Però questa filosofia a Fol era poco popolare.

Il problema, come spiegò Tilio un tardo pomeriggio in cooperativa (a quell’ora passavano soprattutto mariti e figli a prendere qualcosa che le donne avevano scordato di comprare al mattino) era non tanto la capacità di Franco Pote di portare a termine il suo progetto. In fondo, commentò Line, una donna solida come una quercia che aveva mandato avanti tutta la famiglia emigrando in Svizzera dopo la guerra perché il marito era tornato dal conflitto invalido, depresso e alcolizzato, per fare una casa non serve un architetto. Era un modo di vedere molto comune, quasi un’ovvietà, nei nostri paesi dove di architetti non se ne erano mai visti eppure le case venivano costruite ugualmente. Il problema, nel caso di Franco Pote, era il permesso.

Senza permesso comunale non si può costruire una casa, spiegò Tilio con tono autorevole, volendo indirettamente rammentare a tutti che aveva un figlio geometra e un altro che voleva iscriversi all’università per studiare ingegneria (in paese c’era un solo laureato, il figlio del direttore della posta, ma aveva studiato lettere e quindi non poteva essere considerato un vero e proprio “dottore”).

La discussione continuò per un po’ con l’intervento di altri paesani, ma il punto di Tilio, che per costruire una casa serve il permesso del comune, aveva messo d’accordo tutti. Tuttavia, chi avrebbe dovuto andare a parlare con l’uomo senza lingua per dirgli che stava contravvenendo la legge e rischiava perfino di finire in prigione (era una possibilità improbabile, ma nello slancio del dibattito qualcuno aveva sollevato perfino questo potenziale esito della vicenda)? La scelta era caduta sul parroco, pre Uliano, considerato figura super partes perché rappresentante del dio in terra e quindi non direttamente coinvolto nelle contese degli umani. Non so chi avesse suggerito questa soluzione, ma dentro di me, pur avendo solo tredici quasi quattordici anni, capivo che qualcosa non tornava. Come si poteva considerare il prete figura super partes?

Per dire, secondo Toliát, il parroco, pur essendo una brava persona che non negava la benedizione a nessuno e aveva perfino detto messa per il figlio di un paesano che si era suicidato (la morte era stata fatta passare come un semplice “annegamento”), non era super partes perché la sua organizzazione, così la chiamava Toliat, cioè la Chiesa, sosteneva un partito politico, la DC, e quello era un fatto evidente a tutti. Quindi, sulla base dei fatti, la scelta di mandare pre Uliano a parlare con l’uomo senza lingua non era aliena da rischi.

C’erano anche altri due fattori che, mi pareva, nessuno avesse preso in considerazione. Uno era la parentela con il cugino che aveva allontanato lo stesso pre Uliano quando era passato per benedire la casa e raccogliere la decima. I no vûl savent di predis, laît sul mus! (Non voglio saperne di preti, andate a quel paese!). La seconda ragione, forse ancora più seria, era quella puramente linguistica. Pre Uliano non aveva avuto contatti con Franco Pote, era ignaro del suo particolare uso delle lingue, come avrebbero fatto ad intendersi?

Io ero cresciuto con la convinzione che gli adulti avessero sempre ragione. Che cosa erano cresciuti a fare se non avevano imparato a fare sempre la cosa giusta? Mi dicevo. A dire il vero, dei dubbi si erano formati dentro di me, ma a tredici quasi quattordici anni non avevo ancora maturato una consapevolezza tale da esprimere la mia opinione. Insomma, osservai il corso degli eventi senza intervenire.

Il giorno che pre Uliano si recò nel campo di Toni Pote c’era un bel sole. Dico questo perché era noto a tutti che pre Uliano provava una sincera idiosincrasia per la pioggia o anche un semplice cielo plumbeo. Non è che non uscisse di casa quando pioveva o minacciava pioggia, ma il suo umore non era dei migliori se non c’era il sole, questo era chiaro a tutti. I preti son spesso personaggi bizzarri (forse è colpa delle privazioni a cui si sottopongono).

Pre Uliano arrivò in via dei Faggi, stabilizzò la bici sul marciapiede facendo appoggiare il pedale sul bordo, e si avviò verso il portoncino. Dalla strada si sentivano dei rumori di attrezzi che sbattevano sui sassi, passi pesanti, insomma qualcuno stava lavorando la terra. Bussò forte due volte, poi, visto che non c’era alcuna reazione, diede una manata sul portoncino, un vero e proprio pugno. Pre Uliano era un tipo fumantino e probabilmente si stava innervosendo. Niente, nessuna reazione. Allora usò la voce. Franco! Sior Franco! Urló. O soi il plevan! Franco! Signor Franco! Sono il parroco!

Ci fu un momento di silenzio, i lavori si interruppero. Poi Franco rispose. Ce voleise Sie? Un orecchio esperto dell’idioletto dell’uomo senza lingua avrebbe inteso che gli stava chiedendo cosa volesse, ma il prete rimase interdetto. Sono il parroco, ripeté. Franco Pote mise giù la pala e aprì il portoncino. I due si trovarono uno di fronte all’altro senza sapere che dirsi, perché si erano già detti tutto attraverso il muro. Come il suo lontano cugino, Franco Pote non era un frequentatore della chiesa. Sarebbe bastato un minimo di ricerca storica per sapere che la sua famiglia era notoriamente anticlericale. Il nonno era un anarchico, l’unico vero anarchico socialista in tutto Fol, un seguace di Errico Malatesta, e pare che la decisione della famiglia di Franco Pote di emigrare fu dovuta più a questione di incompatibilità politica con il resto del paese che alla necessità.

Franco Pote non era stato battezzato, era entrato in una chiesa solo per il funerale della madre (era rimasta credente pur avendo sposato un ateo). Ciononostante, non provava sentimenti di avversione per i prelati. Quando però capì la ragione della visita del prete, si inalberò. Piantò la pala in terra come fosse una ascia di guerra e lanciò uno sguardo di sfida a pre Uliano, che non essendo un cosiddetto fulmine di guerra si impaurì, risalì di fretta sulla sua bici e si allontanò pedalando veloce come non aveva mai fatto in vita sua.

Alcuni giorni dopo, due funzionari del comune bussarono al portoncino di Franco Pote. Uno era un vigile urbano, un semipoliziotto nell’immaginario popolare. Stessa trafila di bussamenti e manate sul portoncino e varie urla senza risposta, finché il portoncino si aprì e Franco Poté capì che c’era qualcosa che non andava in questo suo ritorno al paese natio. Prima la difficoltà a farsi capire, poi le voci dei paesani su di lui e la curiosità dalle finestre della casa dirimpetto, poi la visita del prete e infine i due rappresentanti della legge (erano entrambi impiegati dello stato, quindi a suo modo di vedere rappresentavano la legge).

Ascoltò in silenzio quello che i due avevano da dirgli. Siccome invece di parlare lessero un documento ufficiale, non capì nulla di quello che gli venne detto. I due si congedarono e lui tornò al suo lavoro. Ma non era sereno, anzi quando venne in cooperativa il giorno dopo apparve nervoso. Invece della solita piccola “baguette” e un etto di formaggio Montasio, prese due cornetti e due etti di mortadella. Non aprì bocca, si fece capire a gesti.

Quella notte stessa, Ivo il geometra, al rientro dopo aver fatto visita alla morosa in un paese distante circa quindici chilometri da Fol, vide sfrecciare una 127 gialla. Notò che il piccolo abitacolo era occupato per intero da attrezzi da lavoro, dal finestrino sporgevano il manico di una pala e di un piccone, si intravedevano dei secchi e perfino dei mattoni. Alla guida c’era Franco Pote.

Ivo fu l’ultima persona di Fol a vedere l’uomo senza lingua.

Sono passati vari anni ma il terreno dove Franco Pote si era accampato per costruire una casa è rimasto tale e quale, con un grande buco profondo poco più di trenta centimetri. Col tempo si è trasformato in un piccolo stagno dove hanno preso residenza delle rane e degli uccelli, beati loro.

Nessuno ha più saputo nulla dell’uomo senza lingua. Forse è tornato in Francia, o in Germania e ormai è sepolto in un cimitero di quei luoghi a lui così familiari e così alieni. Ho voluto raccontare la sua storia perché non fosse dimenticata.

Pasta asciutta

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di Serena Iaconis

Le tapparelle erano quasi chiuse. Entrava solo qualche filo di sole. L’aria era pesante.

Il padre scolò nervosamente la pasta nel colino. Il vapore gli appannò gli occhialini sporchi. L’odore di amido cotto riempiva la cucina semibuia. La figlia stava seduta composta a tavola e osservava quel padre logoro che buttava la massa di spaghetti viscidi nella pentola svuotata, rovesciandovi sopra un fiotto di sugo di pomodoro freddo tirato fuori dal frigo.

Mentre il padre mescolava la pasta, la bambina lo osservava da dietro. Era piegato sulla pentola, le spalle chiuse in avanti. I capelli si erano fatti radi, lasciando trasparire la pelle arrossata dal lavoro sotto il sole. La maglietta da lavoro, stropicciata e troppo stretta, gli tirava sui fianchi. La cintura gli serrava la vita dentro pantaloni troppo caldi per quella stagione. Le mani gonfie e a tratti scorticate mostravano bruciature fresche, come lungo tutto il braccio.

Il padre afferrò la pentola dai manici. Quando la posò sulla tavola, goccioline di acqua rossastra schizzarono sul braccino della figlia, che attendeva in silenzio. La bambina fu distratta da quella goccia viscida che le colava sulla pelle; la seguì con gli occhi mentre scendeva, e intanto un nodo le comprimeva le viscere nello stomaco.

Quando il padre si avvicinò, il lezzo di amido cotto si impastò all’odore pungente di umidità dei suoi vestiti da lavoro. Afferrò la forchetta e raccolse con mano ferma una massa di spaghetti che lasciò cadere nel piatto della figlia. La bambina guardò il volto del padre mentre riempiva il suo piatto. Goccioline di sudore gli imperlavano la fronte. La bocca era serrata, gli occhi concentrati nell’azione, il naso emetteva respiri gonfi e rumorosi.

Il piatto era colmato da un groviglio di pasta. Il padre si sedette di fronte alla figlia e la guardò. Era grande, il padre; in quel momento aveva occhi piccoli, lucidi, fermi sul tavolo.

La mamma le lasciava dei libricini sottili, con le pagine morbide. In uno c’era un topo. Non ricordava bene la storia, solo pezzi: Il freddo. Il cibo nascosto per l’inverno. Poi la casa distrutta. Il topo restava a cercarla.

Il padre era lì davanti. Le mani ferme. La pasta tra loro. Il padre e la figlia continuarono a guardarsi in silenzio. Fu la figlia a cedere per prima. Si afflosciò lungo la sedia e con il magone stretto in gola, disse le prime parole.

«Non ho fame.» Lanciò uno sguardo verso il padre per coglierne la reazione. Il padre era fermo sulla sedia, le mani incrociate sul tavolo.

«Mangia.»

La figlia, dopo un piccolo singhiozzo, ripeté con voce più bassa.

«Ma… non ho fame.»

Il padre ripeté con lo stesso ritmo, ma la voce era strozzata da un singulto.

«Mangia.»

La bambina lo guardò con gli occhi inumiditi. Le commessure labiali spingevano verso il basso, ma lei contrastò quel riflesso, forzando la bocca in una linea dritta. Non ancora, pensò. Resisti.

«Vuoi morire di fame? Così danno la colpa a me?» La voce urlante del padre si ruppe a metà frase.

«Ho già mangiato la briochina al cioccolato con il succo.»

«Se non mangi la pasta deperisci. E poi danno la colpa a me. Mangia la pasta. Porca miseria.»

«Ma papà, ho già mangiato la briochina al cioccolato con il succo.»

La figlia attese la risposta del padre, che tacque e la fissò. Si sentiva solo il suo respiro nasale marcato e il frinire dei grilli nei campi.

«Papà, ti prego, ho già mangiato. Ho mangiato.» Una lacrima le solcò il viso.

Il padre si alzò di scatto e iniziò a camminare nervosamente. Poi si mise le mani nei capelli e iniziò a tirarsi colpi in testa.

«No!» La figlia lanciò un grido alla vista del padre che si autolesionava. Corse verso di lui e con una forza impensabile gli trattenne il braccio. Il padre tentò di divincolarsi dalla sua presa.

«Mangio!» urlò la bambina. Ma la lotta continuava. Il padre tentò ancora di liberare il braccio. Allora lei lo urlò più forte.

«Mangio, mangio, mangio!»

Il padre si fermò esausto. La figlia scoppiò in un pianto; la tensione nelle braccia si allentò, lasciò andare la presa. Il corpo si afflosciò sul pavimento, in ginocchio.

I due si risedettero l’uno di fronte all’altro. La figlia aveva le guance brucianti dal pianto. Aspettava che qualche goccia entrasse nella fessura delle labbra. Alcune finirono nel piatto. Ma non aveva alcuna importanza.

Il padre, col fiatone, disse: «Mangia», indicando stancamente la pasta.

La figlia prese la forchetta e la infilò nel groviglio di spaghetti freddi. Arrotolò e avvicinò alle labbra quel boccone. Annusò l’odore umido di quel pastone. La testa iniziò a fare no da sola, senza controllo. Il viso cedette alla commozione.

«Non ce la faccio. Non ce la faccio, papà.»

Aspettò la risposta del padre, piangendo, mentre lui rimase impassibile a fissarla. Si alzò di scatto.

«Mi ammazzo. Mangia o mi ammazzo.»

«No, papà, ti prego… ho già mangiato. Papà, ho già mangiato.»

«La faccio finita. Mi butto dalla finestra. Mi butto dalla finestra.»

Il padre si diresse verso il balcone e aprì la maniglia. La figlia, a quella vista, lanciò un altro grido. Corse verso di lui e di nuovo lo trattenne con forza.

«Mi ammazzo. Lasciami, che mi butto.»

Il padre urlava dalla finestra mentre la figlia lo tratteneva per un braccio.

La figlia urlò finché la voce non si fece ovattata. La voce era andata in cantina pensava. Lo diceva sempre la maestra quando dopo il raffreddore i bambini tornavano all’asilo senza voce. La sua voce era andata in cantina mentre urlava trattenendo il padre per un braccio.

Il padre cedette. Si lasciò trascinare dentro dalla figlia, con i piedi che strisciavano sul pavimento. Lei lo guidò fino al muro e lo fece scendere lentamente. Si assicurò della finestra: premette entrambe le mani sul vetro finché il fermo non scattò.

Poi tornò dal padre e si sedette per terra accanto a lui. Il respiro ancora affannoso, le guance che bruciavano. Si asciugò il viso con il dorso della mano e si strinse a lui senza dire niente. Prese la mano del padre – gonfia, screpolata, con le bruciature lungo il braccio – e ci posò sopra le labbra, una volta e poi ancora. Quelle mani così simili a piccole zampe logore.

Doveva solo stringere più forte. Non lasciarle andare. L’aria era calda e pesante.

Con poca voce disse:

«Ho già mangiato papà. Ho già mangiato.»

Un divertissement per Adone: esiste un Petrarca epicureo?

1

di Alberto Costa

A volte accade che un fatto contingente, una volta avvenuto, determini, après coup, tutto ciò che ha portato a esso, secondo un ordine di necessità. Ho fatto proprio questa esperienza l’altro giorno: a distanza di mesi dall’ultimo trasloco, trovo finalmente l’occasione di montare le librerie e comincio a disporre ordinatamente i miei libri, liberandoli così dal carcere degli scatoloni. Una volta terminato, ammiro la mia opera ed estraggo, quasi per caso, Il Canzoniere petrarchesco. Apro -ancora una volta- a caso il volume e leggo il sonetto 191, che qui riporto:

Sí come eterna vita è veder Dio,
né piú si brama, né bramar piú lice,
cosí me, donna, il voi veder, felice
fa in questo breve et fraile viver mio.

Né voi stessa com’or bella vid’io
già mai, se vero al cor l’occhio ridice:
dolce del mio penser hora beatrice,
che vince ogni alta speme, ogni desio.

Et se non fusse il suo fuggir sí ratto,
piú non demanderei: che s’alcun vive
sol d’odore, e tal fama fede acquista,

alcun d’acqua o di foco, e ‘l gusto e ‘l tatto
acquetan cose d’ogni dolzor prive,
i’ perché non de la vostra alma vista?[1]

Come a volte capita, il componimento è arrivato a me -o io a lui- al momento opportuno e tale incontro ha così attivato una serie di collegamenti che non ritengo siano del tutto peregrini. Si aggiunga poi che queste poche note sono state ispirate -di qui il carattere di retroattiva necessità dell’incontro- dalla recente rilettura di alcuni saggi[2] del mio vecchio professore Adone Brandalise, scomparso da poco. Proprio al suo ricordo vorrei quindi dedicare queste poche note, in cui ho cercato di proporre un esperimento di lettura, cimentandomi così con il suo classico gioco di messa in risonanza dei significanti. Inoltre, con riferimento all’immensa cortesia che Brandalise aveva verso chiunque, prego il lettore specialista in filologia di essere clemente nei confronti di chi, avendo affrontato studi di filosofia, si approccia al componimento petrarchesco con la timidezza dell’ospite, la cui massima aspirazione sarebbe di risultare non totalmente sgradito.

Se si volesse, allora, rispondere direttamente alla domanda del titolo, si dovrebbe dire che Petrarca, da buon agostiniano, ha frontalmente attaccato la tradizione epicurea per quanto riguarda il materialismo e la mortalità dell’anima, ma quanto mi interessa qui indagare è piuttosto la riflessione di Petrarca sul tema del tempo da un punto di vista intensivo. Si potrebbe ricostruire tutta una genealogia “pseudo-epicurea” (da Epicuro appunto, passando per Lucrezio, Spinoza e arrivando fino a Nietzsche), la quale ha tentato di eliminare il riferimento a una dimensione di vita oltre la morte e ha cercato di riflettere sull’eternità come su qualcosa che non equivale alla somma estensiva dei tempi, ma come qualcosa di diverso. Qualcosa che, nella misura in cui sempre è, non può che essere indivisibilmente sé stessa in ogni attimo, come pura intensità nel kairòs: una valorizzazione dell’attimo che, in quanto tale, non può che allontanare la disperazione che sorge davanti alla morte.

Da questo punto di vista, allora, il sonetto petrarchesco, nella misura in cui si muove nella direzione di un’ipotesi mistica che cerca di vivere materialmente l’allontanamento della morte, sembra non essere troppo distante da questo pseudo-epicureismo. Rappresentando, infatti, un incontro momentaneo con qualcosa che accomuna Dio e la Donna, come una visio di Dio attraverso la Donna, Petrarca stesso sembra presentare un attimo di pura intensità (“sì come eterna vita è veder Dio / […] / così me, Donna, il voi veder, felice / fa in questo breve e fraile viver mio”). Continuando, il poeta presenta il momento della visione come qualcosa che forza i limiti di ciò che può essere ordinariamente creduto (“né voi stessa com’or bella vid’io / già mai, se vero al cor l’occhio ridice”), producendo così un’eco dell’interrogazione cavalcantiana sullo statuto dell’immagine fantasmatica dell’oggetto d’amore. Nella distanza che però emerge da tale interrogativo si spalanca lo iato tra ciò che fattualmente è visto e l’oggetto della visio, uno iato che rompe la dimensione della durata come campo della conoscenza e come fonte degli affetti che a questa conoscenza si accompagnano (“che vince ogni alta speme, ogni desio”). Non si tratta più della rappresentazione di un’attesa o di un ricordo: la visio avviene -poeticamente- ora (“com’or bella vid’io”) e, con un evidente tributo a Dante, si presenta come un soffio che rende beati (“hora beatrice”).

Con un classico motivo ricorrente nel pensiero di Brandalise, si potrebbe dire che la visio non designa qualcosa di visto, ma piuttosto l’evento che consiste in un vedere: un movimento che riguarda un presentarsi, che non coincide con quanto è rappresentato, pur articolandosi in esso. Qualcosa di simile è esposto in modo paradigmatico ad esempio in Plotino, nel momento in cui descrive l’Uno come ciò che “non ha forma, neppure quella dell’intelligibile”[3]. E continua dicendo: “il fatto che la sua natura sia destinata alla creazione di tutte le realtà e quindi non si identifichi con nessuna di esse ci autorizza a sostenere che Egli non è né qualcosa, né un essere qualificato o quantificato e neppure Intelligenza o Anima”[4].

Non è peraltro un caso che all’interno della lunga tradizione neoplatonica -in particolare con Enrico Grossatesta- si sia sviluppata anche una metafisica della luce, nella quale quest’ultima diviene “forma prima della corporeità”, la quale -propagandosi e illuminando- costituisce i corpi stessi. Insomma, la luce che rende visibili gli oggetti, la visio stessa, è visibile a sua volta solo negli oggetti illuminati, ma a un tempo essa è per se non percepibile. Così è anche l’esperienza della vista della Donna, l’esperienza del kairòs, che è come “eterna vita” proprio perché è “questo momento” determinato. Allo stesso tempo però “questo momento” è anche fuggevole come ogni “invida aeta” oraziana[5].

Per dar ragione di questa logica paradossale, Brandalise era solito riflettere sulla famosa formulazione del mistico ebraico cinquecentesco Moshè ben Ya’aqòv Cordovero, che recita: “Dio è tutta la realtà, ma non tutta la realtà è Dio”[6]. Riflettendoci brevemente, mi sentirei di dire che qui l’aggettivo “tutta” è usato in modo equivoco. La prima occorrenza, infatti, designa l’esse eterno, la seconda invece designa la serie indefinita delle realtà nella durata. Ci troviamo però dinanzi al problema seguente: sembra che non si possa fare esperienza del primo senso della totalità, se non nell’attraversamento di questa equivocità, di questa differenza. Come relazionarsi quindi all’attimo? Forse qui un aperto confronto tra il sonetto petrarchesco e l’ ode oraziana del “carpe diem” non è del tutto inutile. Se infatti la fuggevole “invida aeta” per Orazio è oggetto di un movimento quasi venatorio e di ricerca attiva (“sapias…”, “carpe…”), in Petrarca essa è oggetto di un’esperienza, la quale pone il poeta davanti alla singolarità del proprio desiderio (“e se non fusse il fuggir [della hora beatrice] sì ratto, / più non demanderei…”).

A essere tematizzato qui non è un compito, ma un’esperienza etica di relazione a qualcosa che potrebbe essere concepita come una potentia: qualcosa che -aristotelicamente- potrebbe definirsi un “principio di movimento”, ma che al tempo stesso, e allontanandoci però dallo Stagirita stesso, coincide e diverge dalla serie delle sue possibili attuazioni. Tale potenza è allora proprio l’oggetto del desiderio, vale a dire ciò che produce l’affetto che “felice / fa in questo breve viver mio”, ma, al contempo, si mostra come la fonte di un problema, di un “demandare”. L’oggetto di tale interrogare, in ultima istanza, sembra essere lo stesso fuggire, sia del tempo che della visio. Ciò è articolato dal poeta nella seconda metà del sonetto, nel momento in cui descrive come le sensazioni (l’odorato, il gusto) non riescano a cogliere ciò che nelle cose rappresenta l’oggetto del desiderio (il “dolzor”).

Insomma, quanto avviene nella visio non è oggetto di una possibile sazietà, ma permane potentemente come un elemento generativo (“alma vista”). Ritroviamo qui messi a tema, è il caso di ribadirlo, proprio i due sensi equivoci di “tutta la realtà” evocati poc’anzi: “alma vista” equivale al vedere Dio e produce felicità (“né più si brama, né bramar più lice”), in quanto è esperienza di “tutta la realtà” nel primo senso, ma contemporaneamente essa è anche l’emergere di un’altra consapevolezza. Cioè, quella che esperisce il modo in cui l’eterno diverge dalla dimensione della durata. L’attimo che, come tale, vive del tutto che è Dio, non sarà mai il tutto, inteso come somma di tutti i possibili attimi. Proprio qui, pertanto, accanto alla felicità c’è lo spazio sia per l’interrogazione del saggio spinoziano, che al “sapias” di Orazio riesce a corrispondere, facendosi carico attivamente del proprio conatus; sia per l’angoscia cavalcantiana, per la quale subito dopo lo sguardo d’Amore “pò torna, piena di sospiri, nel core, / ferita a morte d’un tagliente dardo / che questa donna nel partir li gitta”[7].

Di qui, in fondo, la domanda: la ferita è ciò che destina l’amante all’esilio della nostalgia per un oggetto da sempre perduto o è piuttosto, lungo la via di Epicuro, la condizione per l’evento dell’attivo amare che “a nessuna cosa pensa meno che alla morte”[8]?

NOTE

[1]Petrarca, Il Canzoniere, 191, (ed. Feltrinelli, Milano 2013, p. 203).

[2]Per quanto segue, si tenga presente Brandalise A., Oltranze. Simboli e concetti in letteratura, ed. Unipress, Padova 2002, in particolare “Come si diventa ciò che si è”. Note sull’autoiniziazione nell’Ecce Homo di Nietzsche (ivi, pp. 45-50) e Perfezione e realtà (ivi, pp. 217-228).

[3]Plotino, Enneadi, VI, 9, (ed. Mondadori (i Meridiani), Milano 2002, p. 1060).

[4]Ibidem.

[5]Ho fatto riferimento a Orazio, Odi ed epodi, I, 11, (ed. BUR, Milano 2018, p. 92-93).

[6]Vedi Scholem G., Le grandi correnti della mistica ebraica, ed. Einaudi, Torino 1993, p. 264.

[7]Cavalcanti, Rime, XXIV, 12-14, (ed. Carocci, Roma 2011, p. 167).

[8]Spinoza, Ethica, IV, prop. 67, (ed. Bollati Boringhieri, Torino 2016, p. 208).

Un’antologia palestinese a cura di “Semicerchio”

1

[Presentiamo un’anticipazione del dossier Poesia da Gaza, curato da Mariangela Masullo e Simone Sibilio, per la rivista “Semicerchio”.]

 

Hamid Ashour

Nato nel 1994 a Rafah, nella Striscia di Gaza, ha una laurea in sviluppo sociale e familiare conseguita presso l’Università Al-Quds Open e lavora in campo sociale. Pubblica regolarmente su riviste arabe. Tra le sue opere poetiche Ferite che si testano (2018) e Questo prodotto non può essere scambiato né restituito (2023).

 

Cane sfollato…uomo randagio

Una notte un cane mi è entrato in casa insieme a
un gruppo di persone in fuga dai bombardamenti
rimaste poi lì fino all’alba. Quando sono andate via,
è rimasto solo il cane senza nome né padrone. Aveva
imparato a conoscere gli angoli e i corridoi della
casa come se fosse cresciuto lì: scappava dalla
camera da letto al cortile, dal giardino sul retro al
tetto della casa: in armonia con il rombo circostante
dei raid, si collocava nel punto più sicuro anticipando
l’orrido frastuono delle bombe. Dal momento
dell’invasione ha tenacemente resistito assieme a
me per tre giorni: abbiamo condiviso la paura, i latrati,
le schegge e la carne in scatola. Lui non è il
mio cane e io non sono il suo padrone, ma ci accomuna
lo stesso destino. Siamo usciti correndo,
saltando con agilità tra le bombe, portando con noi
solo la chiave della porta di casa, sempre aperta. A
cuore, mente e piedi nudi, abbiamo costruito una
piccola capanna con vecchi stracci, canne e fronde
di palma; sotto cui abbiamo dormito, alternandoci
come due amici: uno sognava di tornare, l’altro vegliava
per custodire il sogno e la strada.

Gaza, 2024

*

Yusra al-Khatib

Nata a Gaza nel 1959, Yusra al-Khatib è laureata in Economia e Management e diplomata in Matematica. Lavora come insegnante. Ha all’attivo due romanzi e varie raccolte di racconti brevi. Tra le opere poetiche ricordiamo Come se fosse patria (2013), Nessun Giorno del Giudizio per te ora (2020), Stagioni e oltre (2021). Vincitrice della quinta edizione del Premio della creatività femminile per il racconto breve nel 2014, è presente con un suo testo nel volume collettivo in lingua inglese The Book of Gaza. I suoi racconti e poemi sono stati tradotti in inglese, francese e curdo. Il testo qui offerto è costruito su una trama intertestuale con l’opera del grande Mahmud Darwish.

 

Io e il ‘Derviscio’

Questo mare a te appartiene.
Ti appartengono il suo biancore
la sua marea
la quiete
la calma e il silenzio
e pure questa sabbia bagnata
dalle orme di chi ti viene incontro.

La risacca, invece,
appartiene a me.
Mi appartengono il fragore
l’impeto
le parole ostinate
e pure
la sabbia riarsa
dalle orme di chi
si sta allontanando.

È placido il tuo mare
mentre il mio infuria
e combatte i miei giorni
seduta accanto a lui
mi ricambia con il dolore
mi appoggio al bastone della tua memoria
con cui domo i miei sogni esausti.

Mi scaglia sulle soglie della tua marea
sul molo del nostro porto abbandonato
delle nostri navi origlio il vuoto
mi raggiunge una voce
che con la tua melodia e follia
musicasti in poema.
Questo mare a te appartiene
mentre a me tutto il dolore
tra la mia terra e il tuo mare
i nostri poemi si sgretolano
la nostra infanzia violata, come sabbia
filtra dalle mani del destino.

La tua onda in disputa con la mia nostalgia
mi legge le lodi del tuo mare
la tua alta ombra
le tue parole fugaci
il tuo murale
la tua nostalgia per tua madre
e nulla che ti piace
il tuo cavallo
che non somiglia a nessuno
perché come me l’hai lasciato da solo?

Non hanno gettato
la mia camicia intrisa di sangue
agli occhi di mio padre
perché mi riconoscesse
e io ne sono la prova
torno alla tua poesia con pura visione
e ti narro
storie degli avi
su un domani che non somiglia al tuo oggi
un sogno che non somiglia al tuo ieri
un presente libero dal dolore dei flauti.

Forse avremo
una parte del mio nome
e registrerò di nuovo
alle porte del riparo
la nostra prima storia
libereremo una memoria per l’oblio
chissà se dimenticheremo
il nostro assedio
e i tuoi uccelli morti in Galilea.

Ero con te
o sono forse giunta dopo?
Firmo qui in basso
voglio ciò che vuoi,
però, fratello mio,
l’arrivo mi ha spossato
perché proprio come te
non ho un padre
che da lontano ci avvicini
e torno
a quella ostinata domanda
è arrivata l’ora che
questa poesia finisca?

Gaza, 2023

*

Khaled Juma

Nato a Rafah (1965), è considerato uno dei nomi preminenti della scena letteraria palestinese odierna. Responsabile della sezione culturale dell’agenzia di stampa palestinese “Wafa”, vive a Ramallah da diversi anni, ma a Gaza ha lasciato parte della sua famiglia. Autore prolifico anche di prosa, teatro, canzoni e letteratura per l’infanzia, ha all’attivo numerose raccolte poetiche, tra cui menzioniamo Testi non pertinenti (1999), Pertanto (2000), Assomigli ancora a te (2004), L’usanza delle città (2009), Come cambiano i cavalli (2011), Perché i gitani non t’amino (2012), Nulla cammina in questo sogno (2015), Zia Fenice (2024). Ha vinto il Premio Palestina per la letteratura nella categoria Poesia con Una strana luna sul fabbricatore di flauti (2022). È ampiamente tradotto in lingue straniere tra cui inglese, francese, italiano, tedesco, spagnolo, svedese, bulgaro, danese e olandese.

 

Il becchino

Ho lavorato come becchino
in dieci paesi.
Lavoravo senza pressioni
con una piccola pala
allacciata alla cintura
la portavo sempre con me come un medaglione.
Nei primi nove paesi
è andato tutto normalmente
non più di un morto
o due alla settimana.
Mi dissi: me ne andrò in pensione in una citta sul mare.
E sono arrivato qui, intendo a Gaza.
La mia pala era ormai inutile, e ho dovuto
acquistare dei macchinari
poi una scavatrice
assumendo come becchini
tutti i disoccupati.
Eppure non è bastato,
allora ho fondato una “Società per la morte”
e ad oggi siamo quotati in Borsa
i primi, a livello mondiale.

Gaza, 2024

*

 “Semicerchio. Rivista di poesia comparata”, fascicolo LXXIV, 2026,1. Zone di conflitto, contatto, traduzione, cura. I: Poesia da Gaza. A cura di Mariangela Masullo e Simone Sibilio

«Come una rosa, caparbia, che resiste all’appassimento / invoca, Gaza, una vita ostinata / forse un antico stupore, / cresce tra le case in macerie».

I versi della poeta Dunia al-Amal Ismail aprono il nuovo numero di «Semicerchio» (LXXIV, 2026/1 presso Pacini Editore), nel quarantesimo della sua vita editoriale e culturale, un volume che esplora l’idea di “zona di contatto, conflitto, traduzione, cura”, spazio in cui la distruzione della guerra incontra la parola poetica.

http://semicerchio.bytenet.it/numero.asp?n=2286

La scrittura, e con essa la traduzione, qui intesa anche come pratica politica, si prende “cura” dell’umano, contro il “logocidio”, ovvero la cancellazione sistematica del sapere e del linguaggio che accompagna ogni sterminio.

Il volume rappresenta la prima parte di un dittico che troverà il suo compimento nell’autunno del 2026. Nella seconda tappa, la rivista estenderà la sua indagine ad altre aree del mondo dove la poesia si manifesta come una “parola-tenda”: riparo provvisorio, fragile ma ostinato, capace di offrire rifugio e custodire la memoria contro la distruzione.

Al cuore di questo primo numero sta il dossier Poesia da Gaza, curato da Mariangela Masullo e Simone Sibilio, che offrono importanti prospettive e interpretazioni critiche, accompagnate da un approfondimento di Giorgia Pometti sulla poesia femminile palestinese; raccoglie le voci di ventiquattro autori e autrici provenienti dalla Striscia di Gaza, molti dei quali sconosciuti nel nostro Paese, tradotti “in presa diretta”, sotto la pressione della storia sotto gli occhi di tutti noi. Tra questi Nasser Atallah, Salim al-Naffar, Nasser Rabah, Othman Huseyn, Khaled Juma e Yusra al-Khatib, quest’ultima considerata una delle autrici più solide nel panorama arabo ma ancora ignota da noi. Particolare attenzione è inoltre dedicata ai talenti dell’ultima generazione, nati e cresciuti sotto l’assedio militare israeliano e le numerose operazioni belliche condotte contro la Striscia nell’ultimo ventennio, come la giovanissima Batool Abu Akleen, vincitrice di premi internazionali a soli quindici anni, Haidar al-Ghazali e Hamed Ashour.

Una corposa sezione antologica, introdotta dalla Premio Pulitzer Jorie Graham, guest editor di You Must Live. New Poetry from Palestine curato da T. Abu Odeh & S. Bloor, si offre come una selezione trilingue (arabo degli originali, inglese tratto dal volume succitato, italiano a cura di S. Sibilio) in cui la poesia agisce come un “sismografo”, registrando i traumi per trasformarli in segni di una appartenenza affettiva al territorio ed espressione di quella tenacia che i palestinesi chiamano Sumūd.

A chiudere la sezione, si offrono in anteprima nazionale alcuni testi del più celebre poeta palestinese Mahmud Darwish, ancora oggi riferimento assoluto per l’intero movimento poetico della regione.

Accanto al focus tematico sulla Poesia da Gaza, il numero ospita saggi di respiro internazionale e un’ampia sezione dedicata alla traduzione poetica, che attraversa lingue, tradizioni e pratiche del tradurre e del ritradurre tra oriente e occidente. Chiude il volume la curatissima rassegna di recensioni dal mondo della poesia globale, in senso sincronico e diacronico (si trovano elencate nella pagina principale del sito http://semicerchio.bytenet.it; uno strumento necessario per ogni amante e studioso della poesia, di una ricchezza rara: dalla catalana, cinese, coreana, persiana, greca antica alla francese, italiana, cèca, finlandese, russa, polacca, tedesca, africana, araba, australiana etc., in libri di nuova edizione, riviste internazionali, e da questo numero un osservatorio sul tema affrontato dal numero (in questo caso l’Osservatorio sulla poesia palestinese, una prima mappatura bibliografica della ricezione in Europa).

 

Per informazioni, copie saggio e interviste:

Redazione Semicerchio: semicerchiorpc@libero.it codirezionesc@gmail.com

 

Il prato

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di Antonio Sparzani
Davanti al balcone di questo chalet, tutto in legno, in terra d’Alta Savoia, si stende un grande prato, grande, bello, un po’ in pendenza verso il sentiero che porta all’entrata, prato che, quando siamo arrivati qua, era ricchissimo d’erba, alta un metro, lussureggiante, inebriante, fastosa.

Ma questa emotiva descrizione che cosa esprime? Che conoscenza ho io di questo prato? Inevitabilmente, per il momento, una conoscenza parziale; se volessi qualcosa di più accurato, dovrei cominciare a guardare da vicino le erbe che affollano il terreno, conoscere e distinguere i cardi, gli anemoni, le genziane e tutte quelle che per molti sono soltanto “erbe” ma che, se ben osservate da un esperto botanico, rivelerebbero caratteristiche assai molteplici, nomi variopinti, proprietà spesso interessanti per altri scopi, medici, curativi, estetici vari.

Per migliorare la conoscenza del prato occorrerebbe poi uno zoologo, che dovrebbe conoscere tutte le specie di insetti che abitano tra le piante e dovrebbe anche classificare tutti i vermi o piccoli animali che si annidano nella terra o che si spostano nascosti nel loro “bosco”. E servirebbe poi un chimico che pure dovrebbe conoscere l’esatta composizione di ogni elemento di questo prato, erba, terra e animali.

Tutte richieste pesanti, forse vagamente ragionevoli; ma poi arriva il fisico, apriti cielo, che ne ha molte altre: deve sapere la temperatura in ogni punto del prato, la densità della terra, sempre in ogni punto e soprattutto, il fisico post-newtoniano, deve conoscere tutte le precedenti variabili in ogni istante di tempo, ovvero in funzione del tempo.

Un’impresa completamente impossibile, e anche inutile a questo livello di ampiezza – cosa importa all’artista che vuol ammirare, e magari dipingere, il prato la composizione chimica del terreno, o la sua temperatura – ma la cui dettagliata descrizione ci fa capire una cosa fondamentale, cui solitamente non si sta a pensare, ma di cui, pare a me, è importante prendere, una volta nella vita, coscienza: ogni conoscenza è parziale.

Voi direte che questa deduzione è altamente non giustificata: come faccio a inferire, da un ragionamento su questo straordinario prato, un’affermazione che riguarda qualsiasi conoscenza, e avete, sembrerebbe, ragione da vendere! Però vediamo.

Io vi ho trascinato fin qui, per farvi conoscere il bel libro di Carlo Rovelli,
Sull’eguaglianza di tutte le cose – lezioni americane (Adelphi, 2025), nel quale questa tesi viene ampiamente allargata, argomentata e condivisa. Ed è appunto il libro che ha fatto prender coscienza anche a me, fisico, di questa circostanza.

Ecco uno dei passi in cui Rovelli afferma in modo molto netto e incisivo la sua idea: “La nostra conoscenza, come tutti gli altri aspetti della nostra vita spirituale e mentale, è quindi finita, incompleta, e niente la garantisce. Sono finiti ed estremamente imperfetti tutti i concreti processi mentali di gestione della conoscenza” (p. 174). Frase che, già da sola, va ben oltre quello che abbiamo imparato dal prato.

Gli esempi e gli argomenti che porta Rovelli sono molti e, per me, convincenti e io vi invito, anche prima di guardare, casomai, il libro, a farvi molte domande sul mondo e su di voi, che, comunque, appartenete al mondo, non ne siete fuori.
Riuscite a trovare una conoscenza che non sia, per qualche aspetto, parziale?
Provate.

Il libro di Rovelli non si limita certo a questo; parla anche della struttura della cosiddetta “conoscenza scientifica” e di come essa non sia “di un altro tipo” rispetto alla conoscenza dell’uomo della strada, ma sia anzi ad essa collegata da molti gradi intermedi. Parla del ruolo svolto dai concetti di spazio e di tempo nella vita nostra e nelle teorie scientifiche, parla di meccanica quantistica, di gravità quantistica e in generale della natura e del valore della scienza, e ne parla in modo molto diretto, quasi colloquiando piacevolmente con la lettrice e col lettore.

L’aspetto della parzialità della conoscenza è forse quello che più mi ha colpito e quindi l’ho subito applicato a ciò che avevo di fronte, questo bellissimo prato; e questo volevo condividere con voi.

Ultima multis

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di Gabriele Gallina

 

Per colui per il quale vivere lontano dalla propria casa è ormai un’abitudine, il ritorno al proprio luogo di origine non è certo legato al desiderio di novità, bensì a quello di ritrovare ciò che era stato lasciato esattamente così come era stato lasciato, il più intatto e antico possibile. Eppure, quando, dopo lungo tempo, tornò a casa della madre agli inizi del mese di ottobre, la visione di un grosso e maturo melograno che spiccava da una cesta di frutta posta sul ripiano della cucina accanto al frigorifero, si palesò ai suoi occhi col carattere di una sorpresa.

La madre lo invitò a provare l’uva che una sua amica gli aveva portato il giorno prima dalla campagna insieme ad altre cose, ma in quel momento non gli andava. Una volta a tavola, le chiese incuriosito come mai avesse comprato quel grosso melograno che sembrava uscito da un quadro di Cezanne, posto poi che Cezanne ne avesse mai raffigurato uno. “Ti ho detto che me l’ha portato Dionetta dalla sua casa in campagna”. “Che frutto particolare, l’albero di casa nostra a Torre alta li fa, ma sempre di piccole dimensioni, sarà per via del terreno e della presenza di tutti quei grandi pini che impediscono alle altre piante di crescere oltre una certa misura. Non ne mangio uno da quando ero piccolo… anzi no, aspetta, non credo di averne mai mangiato. So che è un frutto cristico, legato alla sfera religiosa e al concetto di sacrificio”. “Uhm, più che altro al paganesimo, alla mitologia greca e latina… il mito più noto dove c’è di mezzo un melograno è probabilmente quello di Persefone”. “Non me lo ricordo… mi dici?”. “…niente, Persefone era stata rapita da Ade, e una volta agli inferi sarebbe dovuta restare lì perché la legge divina così voleva per chi come lei avesse mangiato dei chicchi di melograno in quel luogo. Nel frattempo sua madre, Demetra, impazzita dal dolore per la scomparsa della figlia, aveva praticamente smesso di far crescere qualsiasi cosa sulla terra: campi secchi, raccolti distrutti, carestie. Alla fine Zeus dovette intervenire e ordinare che Persefone le fosse restituita. Persefone era però ormai legata ad Ade per l’eternità perché aveva mangiato il melograno, il cibo dei morti; le fu tuttavia accordato di passare sei mesi all’anno con lui e i restanti sei con Demetra.

 

Insomma: è uno di quei miti cosmogonici con cui i Greci spiegavano le origini delle stagioni. Infatti, per loro, era autunno e inverno quando Persefone era agli inferi, mentre il periodo che lei passava sulla terra coincideva con la primavera e l’estate. ”.

 

Parlarono poi dei più vari argomenti, come sempre si parla tra familiari, fino a farlo per inerzia, quel tanto che basta per affermare la presenza, esprimerne una continuità. Fino a che però la madre gli chiese se l’indomani avrebbe potuto portare la gatta dal veterinario. “Non mangia… né va alla lettiera. Sta tutto il tempo a dormire”.

Mangiarono il melograno: difficile da aprire per chi non è avvezzo; una volta spaccato in due il frutto offre in chicchi la sua polpa. Una membrana rossastra, trasparente e traslucida, riflette morbidamente la luce che gli sta addosso come una coperta invisibile.

La madre prese una delle due metà del melograno e ne bevve il succo come si beve da una coppa, sembrava di assistere a uno strano rito, domestico e pagano. Il melograno ha un buon sapore, pensò. Anche se evitare di ingerire i chicchi può risultare fastidioso, qualora si scelga di mangiarli e se capita di masticarne uno, il loro gusto aspro contrasta in modo felice con il dolce della polpa. È un frutto originale, antico, come la vita nella semplicità profonda delle contrapposizioni elementari.

 

Una volta in macchina, coperto il trasportino con un piccolo lenzuolo bianco (per come gli era stato suggerito), si avviò verso il centro veterinario che si trovava non molto lontano da casa, vicino al mare. Era il primo pomeriggio di una luminosissima giornata di sole. La gatta non fece altro che piangere per l’intera durata del breve tragitto. Una volta arrivati al centro, in mancanza del solito medico di riferimento, la dott.ssa Tragicomma, chiese del medico Fozai, che in quel momento era proprio accanto all’impiegata dell’accoglienza e che lo accolse immediatamente con un “si accomodi” – pensare che si era portato varie letture per ingannare il tempo dell’attesa…

“Cosa ha la gatta?” La madre aveva preparato su sua richiesta un lungo audio WhatsApp da far sentire alla dott.ssa una volta lì, nel quale tutta la sintomatologia presente e pregressa di Loral veniva esposta dettagliatamente: l’ascoltò insieme al medico. Soprattutto, la madre chiedeva che si facesse un prelievo alla gatta per capire che cosa avesse di preciso, senza fare esami troppo invasivi o dispendiosi. La dott.ssa si era però accorta che la gatta durante il viaggio aveva rimesso dei croccantini all’interno del trasportino e si era opposta all’ipotesi di un prelievo, perché per ottenere risultati affidabili la gatta avrebbe dovuto essere digiuna da almeno 10 ore. “Procediamo invece con un’ecografia, mi deve aiutare a tenerla ferma”.

L’ecografia fu molto più lunga di quello che aveva immaginato: quando gli era capitato di subirla da paziente, si era sempre trattato di esami molto rapidi. Questa volta, invece, si trattò di un esame prolungato e tenere ferma Loral, se non era difficile nell’atto pratico, lo era invece perché la gatta si lamentava e ogni tanto cercava comunque di divincolarsi. “Sa, questa è una gatta molto amata in famiglia, noi abbiamo avuto fino a 10 gatti, oggi sono rimasti in 6. Lei è un po’ la principessa della casa”. A un certo punto, la compassione per l’animale prese il sopravvento e allentò la presa: Loral fuggì all’istante sotto allo scarno e asettico tavolo del veterinario. La Dott.ssa la riprese prontamente facendola rientrare nel trasportino, poggiato anch’esso sopra all’ampio banco di metallo. La grata d’ingresso, sulla parte anteriore della gabbietta è aperta, ma Loral non esce. “Ho brutte notizie, c’è una formazione neoplastica nell’intestino. Ho bisogno di vedere meglio – ancora un attimo – con l’ecografia. Devo esserne certa. La tenga col panno, come prima, non le fa niente; altrimenti chiamo qualcun altro e mi faccio aiutare”.

Ora erano in tre a tenerla, l’esame impiegò ancora dieci minuti buoni, che si aggiungevano agli altri venticinque del primo tentativo. “Confermo la diagnosi, mi dispiace”. “Visto quanto detto da sua madre e vista la situazione clinica dell’animale, pensare ad una cura che preveda anche un intervento chirurgico, non soltanto è dispendioso ma molto probabilmente anche inutile. Non farebbe che allungare la sofferenza dell’animale. Bisogna mettere al primo posto la sofferenza dell’animale, evitare che soffra”. “Quindi, cosa consiglia di fare? Quanto le resta”. “… poco! Pochissimo… qualche giorno, forse una settimana. Si potrebbe tentare con un palliativo, ma non è detto che risponda positivamente. Sarebbe forse il caso di valutare l’eutanasia.” “L’eutanasia? E quando!?”. “Subito… oggi!”. Trasalì, fece qualche passo all’indietro, le lacrime arrivarono agli occhi come un riflesso incondizionato, si voltò di scatto per prendere i fazzoletti nella tasca della giacca. Trattene le lacrime a fatica. “Cosa c’è? Si sente bene?”. “Si! Tutto bene!”, disse con un vocione il cui farsi grosso tradiva l’emotività che tentava goffamente di coprire. In quell’esatto momento però, la gatta, che era stata messa nuovamente dentro al trasportino, lo guardò. Quello sguardo attraverso le grate di plastica del trasportino fu un colpo di fucile, lo trafisse ben più profondamente delle parole appena udite. Era uno sguardo che pungeva per innocenza e purezza, sguardo fiducioso di bambina, che scoccava da due bellissimi occhi, con le pupille grandi, dilatate, scure e profonde. Indimenticabili. Ma c’era qualcosa di più: ero uno sguardo che non si sapeva spiegare, una sorta di sguardo d’intesa. Conteneva un che di enigmatico, una richiesta. Non la pretesa di un favore, ma il riconoscimento tacito di un punto fermo, di cui lui e la gatta in qualche modo erano a conoscenza. O almeno, la gatta sì, lui non ne aveva che un vago e oscuro sentore, o doveva averne un simile sentimento. A questo, a ricordargli quel qualcosa di essenziale serviva quello sguardo.

La dottoressa parlò nuovamente al telefono con la madre. Fece un’iniezione alla gatta. “È cortisone, dura per due settimane. Se risponde bene riprenderà a mangiare e tutto il resto”.

Prese il trasportino con Loral dentro, che subito tornò a lamentarsi miagolando ininterrottamente (non avrebbe smesso fino al ritorno a casa), pagò e si avvio verso la macchina. La dottoressa si era nel frattempo spostata in un’altra stanza dell’ambulatorio. La salutò dall’anticamera, ma non capì distintamente se avesse ricevuto una risposta. Una volta alla macchina, mentre sistemava nuovamente la gatta sul sedile, si sentì come fissato da qualcuno. Alzò gli occhi e vide la dottoressa che lo guardava dalla penombra dell’uscio della clinica, le indirizzò un gesto di saluto, ma non fu ricambiato. Pensò di aver frainteso, o che il tutto stesse divenendo in qualche modo stranamente inquietante. Che si trattasse di uno sguardo ostile, o addirittura predatorio? Che non stesse guardando lui? Ma lì fuori non c’era nessun altro…

Nei giorni seguenti la salute della gatta effettivamente migliorò: sebbene continuasse a dormire per la maggior parte del tempo, aveva almeno ripreso a mangiare. “Pensare di uscire da casa con lei e tornare senza mi avrebbe distrutto”. “Lo capisco…, no. Non l’avremmo permesso”.

Il suo breve soggiorno nella vecchia casa della madre giunse al termine. Fuori, via, verso la vita, gli impegni e tutto il resto di tutte quelle cose così importanti che riempiono di senso le giornate della gente che si prefigge nobili scopi e traguardi prestigiosi. Avrebbe dovuto compiere ancora altri viaggi prima di tornare nel posto in cui effettivamente risiedeva allora. In quel periodo, nei ritagli di tempo, rileggeva alcuni testi di un grande filosofo tedesco lungamente studiato, uno di quelli che davvero – si diceva – avevano visto e capito tutto, e con largo anticipo, finezza e dovizia di particolari rispetto a tanti altri pretenziosi pensatori. Aveva in particolare tra le mani un’edizione tascabile di un saggio di straordinaria fattezza e vi leggeva una riflessione sull’autorità che emana del morente. “Allo spirare della vita […] l’indimenticabile affiora d’un tratto nelle espressioni e nei suoi sguardi e conferisce a tutto ciò che lo riguardava l’autorità che anche l’ultimo tapino possiede, morendo, per i vivi che lo circondano. Questa autorità è all’origine del narrato”. Poche pagine prima aveva letto: “una volta non c’era casa, non c’era quasi stanza, dove, un tempo, non fosse morto qualcuno. (Il Medioevo sentiva anche spazialmente ciò che, come sentimento del tempo, rende così significativa la scritta di una meridiana a Ibiza: Ultima multis). Mentre oggi, in vani ancora intatti dalla morte, i borghesi ‘asciugano le pareti’ dell’eternità, e, avviandosi al termine della vita, sono cacciati dagli eredi in sanatori ed ospedali”. Questi passaggi gli avevano fatto ricordare un altro scritto dello stesso autore, uno scritto dal sapore proustiano, un tentativo in fondo di appropriarsi dell’esperienza per mezzo della memoria: “A dominare era un tipo di mobilio che a causa del capriccio con cui riuniva in sé gli ornamenti di molti secoli, era a tal punto compenetrato di sé stesso e della sua durata da non prevedere alcuna usura, alcuna vendita, alcun trasloco, restando sempre ugualmente prossimo e ugualmente lontano dalla propria fine, che pareva la fine di tutte le cose. La miseria non poteva trovare accoglienza in stanze in cui in fondo non ne otteneva nemmeno la morte. In esse non c’era posto per morire; perciò i loro inquilini morivano nei sanatori, mentre i mobili già alla prima successione ereditaria finivano in un negozio. La morte in essi non era prevista. Per questo di giorno apparivano così confortevoli e di notte diventavano lo scenario di sogni paurosi. Appena vi accedevo, la tromba delle scale risultava abitata da un incubo che prima appesantiva e toglieva forza a tutte le membra, e alla fine, quando dalla sospirata soglia mi separavano ormai solo pochi passi, mi prendeva in suo potere. Siffatti sogni furono il prezzo con cui mi guadagnai la sicurezza. La nonna non morì nel Blumeshof. Difronte a lei abitò per lungo tempo la madre di mio padre, che era più vecchia. Anche lei morì altrove. Così quella strada divenne per me l’eliso, il regno delle ombre di nonne immortali eppure defunte”. Anche i suoi nonni erano morti lontani da casa propria, pensò.

Finalmente fece ritorno nella sua abitazione (erano trascorse altre due settimane di viaggio da quando aveva lasciato la casa materna, con varie altre tappe intermedie). Lo attendeva un periodo di lavoro intenso. Un giorno, dopo pranzo, mentre lavava i piatti si accorse che il detersivo che stava utilizzando era alla fragranza del melograno. Che coincidenza bizzarra, non si era accorto di averlo comprato, ma doveva averlo fatto prima di intraprendere il suo viaggio.

Sentiva la madre più o meno regolarmente e le chiedeva come stesse la gatta. Loral, nel frattempo, era stata fatta visitare anche dalla Dott.ssa Tragicomma (la quale aveva a sua volta confermato la fatale diagnosi) e, dopo un miglioramento tale solo in apparenza, sembrava versare nuovamente su una brutta china.

 

Un venerdì pomeriggio, mentre era assorbito nel suo lavoro, riceve una chiamata della madre. Si trovava in quel momento da un altro veterinario: la gatta era troppo mal messa, la necrosi dei tessuti dovuta al suo male provocava un pesante cattivo odore nelle stanze in cui si trovava. Non mangiava, era agli sgoccioli. Aveva deciso di portarla in clinica veterinaria per, probabilmente, mettere la parola fine a questa storia.

È più facile per chi è distante pensare che una cosa sia giusta o meno quando non tocca a lui occuparsene. Fu forse questa parziale consapevolezza che indebolì il suo maldestro tentativo di evitare la soppressione di Loral, non che la madre ne fosse poi del tutto persuasa. Misero giù.

 

Passa una mezz’ora, forse di più. “È successo una specie di miracolo! Le hanno fatto una prima anestesia prima di procedere… la gatta si addormenta ma dopo poco si sveglia. Il medico ha provato una seconda volta. L’anestesia non le ha fatto niente! È proprio vero che l’uomo non decide nulla. Ho deciso di riportarla a casa”.

Suo fratello portava a casa dei piccoli mici. Si arrabbiava, opponeva resistenza, perché a suo giudizio il fratello prendeva l’iniziativa senza tenere conto degli altri. Confrontarsi con lui era difficile: gli doveva quasi urlare da dietro la porta socchiusa della stanza per farsi sentire. Quella stanza era in realtà la camera della sorella, dove il fratello dormiva di solito quando entrambi si trovavano a casa della madre. Il fratello aveva un atteggiamento sornione, come se si divertisse a vederlo arrabbiato, ma alla fine pareva capire.

A un certo punto decideva di far uscire uno di quei gatti, un piccolo micio arancione e bianco, nel giardino. Dalla porta-finestra vedeva passare prima un uccello, nel quale credeva di riconoscere un pavone, e poi una gatta dai colori straordinari — tra il beige, il verde e il viola, forse quelli del pavone o dell’anatra del Nilo — dal manto cangiante, quasi iridescente. Stava sdraiata al sole su mattonelle bianche, il pelo le luccicava.

Dopo, dovevano mettersi a tavola: avevano apparecchiato per tre. Ma proprio in quel momento qualcuno bussava, e cominciavano a entrare amici del fratello, spingendo tre passeggini con dei bambini. Lui pensava, infastidito, che il fratello avrebbe potuto almeno avvisare, visto che stavano per mangiare. In tutto ciò stava fumando e si chiedeva se fosse giusto farlo ora che c’erano i bimbi nel salone. Si avvicinava alla finestra, indeciso se buttare la sigaretta o tenerla, perché, in fondo, era casa sua e non era stato informato dell’arrivo di tutti quegli ospiti.

Salutava una delle amiche del fratello, una donna mai vista prima, mentre gli altri prendevano posto sul divano. La sorella, invece, non compariva nel sogno, anche se la sua presenza per così dire aleggiava, era in qualche modo una presenza atmosferica. In uno di quegli stati di semicoscienza che precedono il risveglio si ricordò che la sera precedente aveva parlato a lungo con lei al telefono.

Passò ancora un giorno, “la gatta sta male, si è messa sotto al mobile, quello che era della zia, poi si è spostata. Gli altri gatti la evitano”. “Che dobbiamo fare, aspettiamo?”. “Che altro possiamo fare…”. “È stata una gatta molto amata, ben voluta, parte della famiglia. Dormiva sempre all’altezza del mio cuscino, praticamente attaccata alla mia testa…” “Sei ancora fuori?”. “Sì, ero tornata, poi sono uscita nuovamente. Ora sto rientrando una seconda volta…”.

Venti minuti dopo, un’altra telefonata: rispose a sua sorella accendendo la modalità video dello smartphone. “Loral è andata…”. Parlano di lei, vedono vecchie foto, la gatta aveva vissuto con loro 15 anni o forse più. L’amore degli animali, si sa, è incondizionato… Si dice che i gatti e in generale gli animali domestici talvolta si ammalino al posto nostro, che ci schermino dal male, che tacitamente si sacrifichino per noi.

“Ora che fai ma’?”. “Domani vado a casa a Torre alta”. “La seppellisci lì?”. “Seppellirla lì? No, l’ho già fatta cremare…”. “Ho capito. Quando mi hai detto che si era spostata, non ho capito invece dov’è che si è andata a mettere poi”. “Sotto alla mia libreria”. “Ah lì, dove ci sono i tuoi classici greci e latini?”. “No, i classici sono nell’altra, in quell’accanto”.

 

 

 

I poeti appartati: Deborah De Rosa

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Tre poesie

di

Deborah De Rosa

 

Pelle umana

Disperato tentativo
d’evitare il deserto, da quando hai scoperto
che somiglia a me. Credevi di no
e hai creduto male. È la pelle umana
vestita dei gioielli spenti: ogni volta in cui ci siamo pensati
meglio, non potevamo fare peggio.

Di ciò che vomiti dentro e non gridi
al di fuori ne patisce assai più
la gola. Si consuma il fiato e poi collassa
un pensiero in petto. Tutti gli organi, sai,
sperano la vita. Ma è solo pelle umana
e fa paura il peccato, il rimorso
del poi: sapersi l’anima
e scoprirla morta.

*

 

Taranta

Nel giardino di Dio ogni donna è la benvenuta
purché la sua carne non sia malata e convulsa.
Tant’era grave il suo tormento
che per guarirla dal morso la madre chiamò l’orchestra in casa.
La stanza sputava l’afa e s’era fatta piccola
perché la sciagura era diventata degli altri
e lei danzava scalza con otto piedi per sudare via la bestia dal corpo.
Per giorni si mangiava solo l’aria breve dei tamburelli
e il cuoio della suola stanca che assillava sempre lo stesso ritmo.
Diventava l’ossessione di tutti
e s’ammalavano a guardare la croce di legno, pregando che lei guarisse.
La supplica s’espandeva a macchia d’olio
nel recinto umano del rito. Si piangeva tutti
sulla polvere mossa
ché il dolore convulso è maligno, ma è pure un bisogno.

Se lo scacci, lui torna.
Se l’ammazzi, rivive ed è santo.
Se non ce l’hai, t’ammali dentro di vaiolo.

La disgraziata era caduta, ma ancora spasimava
e strisciava singhiozzi e sudore in terra.

Aveva mai chiesto d’entrare nel giardino di Dio?

*

 

Al Sole, sai,

non importa nulla del mare della sera

che mi allaga le ciglia.

 

È al Sole che tu assomigli.

Da Nera e amara (Edizioni Dialoghi, 2025)

*

 

 

La cultura offesa

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La conversazione

di

Francesco Forlani e Ciro Marino

su Fanpage Antonio Musella scrive:
Il FLIP è un festival della letteratura indipendente, promosso da editori e librai locali, che si tiene a Pomigliano d’Arco da diversi anni. Una rassegna che ha contribuito ad accrescere l’utenza di lettori nella città dove il numero di librerie è un record nazionale: ben sei per un Comune di 40 mila abitanti. Grazie al Festival sono arrivati a Pomigliano negli anni grandi nomi della letteratura, ed un pubblico sempre più vasto. Quest’anno però il Festival traslocherà ed il motivo è l’ostruzionismo del Sindaco di Pomigliano d’Arco, Lello Russo, nei confronti degli organizzatori. Dopo aver approvato il finanziamento al Festival il primo cittadino ha messo bocca sul programma, chiedendo esplicitamente all’associazione promotrice di escludere uno degli organizzatori del festival. La colpa sarebbe quella di “aver parlato male” di Russo, motivo per cui il Sindaco ha ripetutamente minacciato gli organizzatori di ritirare il supporto del Comune se non ci fosse stato un cambio di programma. Per gli organizzatori la richiesta è stata irricevibile, da qui la decisione di lasciare Pomigliano d’Arco e non voler avere più nulla a che fare con l’amministrazione comunale.
“O togliete quel nome o sospendo il sostegno al Festival”

Ciro Marino, libraio ed editore di Wojtek è uno degli organizzatori del Flip Festival della Letteratura Indipendente di Pomigliano d’Arco. Ci conosciamo da anni e quando ho letto la notizia gli ho proposto di parlarne qui su Nazione Indiana. Non si tratta di una semplice, e per certi versi banale, per quanto catastrofica, questione personale. Quello che si evince dai fatti successi è la frattura, non risanabile, tra il mondo della cultura e quello della politica, che si sovrappone a quello ancora più tragico tra economia e creazione artistica e culturale. Che ne pensi tu?

Guarda, ancora oggi non è facile, per me e per tutti noi del FLIP, comprendere fino in fondo ciò che è accaduto.
I nostri rapporti con il sindaco non sono mai stati idilliaci, questo è vero. Eppure, quando ci è stato chiesto di contribuire alla candidatura di Pomigliano d’Arco a Capitale Italiana del Libro, non ci siamo sottratti. Al contrario: abbiamo messo a disposizione tutto ciò che avevamo, il nostro lavoro, le nostre relazioni, il nostro tempo, le nostre energie. Lo abbiamo fatto perché abbiamo sempre pensato che una città venga prima delle differenze con chi la amministra.
Forse qualcuno ha scambiato quella disponibilità per una forma di acquiescenza. Ha immaginato che fossimo pronti ad accettare anche richieste che, invece, abbiamo ritenuto fin dal primo istante irricevibili. È stato un errore di valutazione.
A colpirci, oggi, non è soltanto ciò che è accaduto, ma anche ciò che non è accaduto: nessuna risposta formale alle PEC che abbiamo inviato, nessuna presa di posizione della giunta, a cominciare dall’assessore alla Cultura. Un silenzio che pesa quanto le parole.
Di contro, abbiamo ricevuto un abbraccio straordinario. Quello della città di Pomigliano, dei tanti cittadini che ci hanno scritto, dei consiglieri di opposizione e, naturalmente, dell’amministrazione di Casalnuovo di Napoli, che non ha esitato un solo istante ad accoglierci. Di questo saremo sempre grati, in particolare al sindaco Giovanni Nappi e al consigliere Mario Visone.
Sul resto condivido la tua riflessione. Se la politica — o almeno una certa idea della politica — pensa che finanziare un festival indipendente significhi automaticamente comprarne la fedeltà, costruire clientele o allevare sudditi, allora il problema è molto più grande del FLIP. Noi abbiamo sempre pensato che il sostegno pubblico alla cultura serva a garantire la libertà, non a limitarla. Per questo raccontare pubblicamente ciò che è accaduto non è stata una scelta strategica: è stato, semplicemente, un dovere morale.

Devo la mia conoscenza di Pomigliano a Pasquale Avallone, conosciuto insieme alla sua vivacissima comunità Leggimi forte, agli incontri dei presìdi del libro alla Laterza di Bari in occasione dell’uscita del mio “Parigi”. Nell’immaginario diciamo culturale e politico di molti di noi Pomigliano d’Arco è soprattutto l’esperimento città-fabbrica che l’ha caratterizzata nel secondo novecento, il che mi ha sempre suggerito un accostamento a Ivrea, alla comunità creata da Olivetti. Come a Ivrea Pomigliano d’Arco rievoca vertenze e esperimenti di fabbrica e comunità legati alle lotte operaie. Negli anni settanta E Zezi, gruppo operaio, con la famosa Tammurriata dell’Alfasud promessa mancata del riscatto industriale del Mezzogiorno, hanno rappresentato un momento importante nell’emancipazione culturale e sociale. In una delle più belle canzoni, che trattavano di morte sul lavoro, ‘A Flobert, a un certo punto Colasurdo canta:

Ma nuje l’ajmm’ capito
cagnamm’ sti culuri
pigliammo a sti padrune
e mannammel’ ‘affanculo.

Il vostro festival in questi anni ha svolto un’azione importante sul territorio, e sicuramente avete raccolto il testimone di quelle esperienze quasi trasformando la Flobert, fabbrica, in Flaubert letteratura. Guardando i dati anagrafici dell’attuale consiglio, per esempio L’assessore alla cultura del comune di Pomigliano d’Arco, il professor Giovanni Russo, che detiene le deleghe alla cultura, istruzione e politiche giovanili, con un curriculum di tutto rispetto, laureato in filosofia, è del 1963, dunque in qualche modo figlio di quel fermento culturale. Il sindaco attuale, Raffaele Russo era già assessore in quegli anni, eletto a maggio 2023 con oltre il 73% dei voti. Un consiglio composto da persone che dovrebbero avere quella sensibilità.

Si tratta di un’amministrazione nata, come accade in moltissimi comuni italiani, dall’intreccio di liste civiche, equilibri e interessi che raramente coincidono con una precisa identità ideale. Non credo che la chiave di lettura sia quella dell’appartenenza politica. La maggioranza che sostiene questa amministrazione va dai socialisti a Fratelli d’Italia, passando per la Lega e Forza Italia.
Quanto all’eredità degli Zezi — ma ci metterei anche ‘A Sunagliera, le Nacchere Rosse e tutte quelle esperienze che hanno reso Pomigliano un luogo riconoscibile ben oltre i suoi confini — credo che il fermento culturale di oggi ne sia, in qualche misura, figlio. Non perché ne replichi i linguaggi, ma perché ne custodisce la stessa idea di comunità: la convinzione che la cultura non sia un ornamento, ma una forma di partecipazione civile.
A Pomigliano non c’è soltanto il FLIP — o forse dovrei dire: non c’era soltanto il FLIP. C’è Sguardi Ostinati, una rassegna di cinema d’autore preziosa; c’è Camera Film; c’è il festival teatrale I nostri miti; c’è Itaca – Colonia Creativa e molte altre realtà che, spesso lontano dai riflettori, tengono viva la vita culturale della città.
Anche il Pomigliano Jazz, prima di noi, è stato costretto ad allontanarsi e a trasformarsi in un festival itinerante. Oggi, alla luce di quanto abbiamo vissuto, quel precedente assume un significato diverso e più doloroso.
Personalmente non ho mai avuto una tessera di partito e non ho mai fatto politica partitica. Chi frequenta il FLIP o la mia libreria sa che i comizi restano sempre fuori dalla porta. Ho sempre dialogato con tutti, indipendentemente dalle appartenenze.
Il FLIP è nato come uno spazio indipendente e continuerà a esserlo. Indipendente dalla politica, ma anche da una certa idea della programmazione culturale che sembra ritenere obbligatorio parlare sempre e solo di periferie, degrado, camorra o emergenze sociali. Sono temi importanti, naturalmente, ma noi abbiamo scelto un’altra strada. Siamo convinti che la letteratura possieda una forza civile propria, che non abbia bisogno di giustificarsi attraverso l’attualità o di farsi ancella della politica. Leggere un romanzo, ascoltare una poesia, discutere di un libro è già un modo di immaginare una società diversa. E questo, qualche volta, è persino più radicale di uno slogan. Infine, la tua immagine della Flobert che diventa Flaubert mi sembra felicissima. Credo che il FLIP abbia provato, nel suo piccolo, a dimostrare proprio questo: che la cultura non è una parentesi rispetto alla storia industriale di Pomigliano, ma una sua naturale evoluzione. Cambiano gli strumenti, non il desiderio di emancipazione. Prima si costruivano automobili e si difendevano diritti; oggi si costruiscono comunità di lettori. Anche questo è un modo di produrre futuro.

Tantissima solidarietà ricevuta sia a mezzo stampa che sui social a livello locale e nazionale. Immagino anche da parte dei cittadini. Cosa vorresti dire ai lettori di Pomigliano, soprattutto ai ragazzi che non potranno « viversi » il festival come negli anni passati? Organizzerete delle navette? Dei presidi alle due librerie?

La prima cosa che vorrei dire ai cittadini di Pomigliano è semplicemente grazie. In questi giorni abbiamo ricevuto centinaia di messaggi, telefonate, mail. Il giorno dopo la nostra denuncia molte persone sono entrate in libreria senza nemmeno comprare un libro: volevano solo stringerci la mano, dirci che il FLIP appartiene anche a loro. Ed è forse questa la cosa più preziosa che abbiamo scoperto in mezzo a una vicenda tanto dolorosa: un festival indipendente non è soltanto di chi lo organizza, ma della comunità che negli anni lo ha riconosciuto come un luogo di incontro e di libertà.
Ai ragazzi e le ragazze, soprattutto, vorrei dire di non leggere questa storia come una sconfitta. La letteratura ci insegna che anche gli spostamenti fanno parte delle storie: a volte i luoghi cambiano, ma non necessariamente cambia ciò che quei luoghi hanno generato. Il FLIP cambia città, ma non cambia anima. Continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto: invitare scrittrici e scrittori, discutere di libri, creare occasioni di confronto, difendere uno spazio in cui il pensiero possa restare libero.
Naturalmente faremo tutto il possibile perché chi vorrà raggiungerci a Casalnuovo possa farlo con facilità. Stiamo lavorando anche all’idea di organizzare navette e ad altre soluzioni che permettano a chi ci ha seguito in questi anni di continuare a sentirsi parte del festival. E qui va ancora una volta ringraziato il comune di Casalnuovo che ha dimostrato fin da subito una sorprendente disponibilità. Dandoci la possibilità di dimostrare che i confini amministrativi non coincidono con quelli di una comunità culturale.
E poi c’è una promessa che sento di poter fare: il FLIP non interrompe il suo rapporto con Pomigliano. È stato costretto a spostarsi, ma continuerà a considerare questa città il luogo da cui è nato e in cui ha messo radici. Continueremo a lavorare a Pomigliano, a organizzare incontri, a costruire relazioni intorno ai libri. Perché un festival dura pochi giorni, ma una comunità culturale si forma nel tempo, nelle conversazioni dopo una presentazione, nelle persone che si incontrano per la prima volta grazie a un autore, nei ragazzi che entrano in una libreria e scoprono che quel luogo può appartenere anche a loro.