Home Blog Pagina 2

Nuda

0

di Laura Mancini

La signora Russo avanza come un battello sbattuto dai mari. A sostegno della sua oscillazione è il solo carrello, sbrindellato ma perfettamente efficace, al pari delle sue anche e della sua intera persona. Lo riempie fino all’orlo con l’aiuto di un ragazzo del banco della frutta, paga il conto, lascia la mancia al ragazzo e si rimette sulla strada di casa. Guardami pure, dice con gli occhi al portiere che la scruta sulla soglia del palazzo e si sente tanto superiore a lei nonostante zoppichi a sua volta. Ma io sono anziana e tu no. Al mercato la conoscono tutti, controlla che i peperoni abbiano quattro punte, che la buccia delle arance sia ruvida, che le foglie così e la polpa colà, non gliela si fa. Ma nessuno se la prende, ormai si sono compresi, lei e il mondo, quindi è sì concesso schernirla ma sempre restando nei limiti del gioco e usandole il dovuto rispetto. La signora Russo accetta quel tipo di umorismo poiché è una donna di spirito e antepone l’umanità al resto, è in grado di dirne quattro a sua volta, ma con affetto. Ha imparato che a Roma funziona così molti anni fa, quando è giunta dalla Sicilia per accudire dei bambini che ora sono adulti e la chiamano zia al telefono.

Suo marito è stato un uomo per certi versi simile a lei, ha saputo godersi la vita, sostituire un paesaggio all’altro all’occorrenza, apprezzare la musica e l’arte, lavorare con calma, senza mai cedere a manie carrieriste. Nel tempo libero si è occupato della campagna e circondato di amici a cui amava offrire situazioni simpatiche, in cui ognuno era benvenuto e si mangiava bene, si tirava tardi. Il loro matrimonio, che per lui era il secondo, è stato allegro e spensierato, molto contagiato dal canto e dal ballo, molto desiderato e a volte sbandierato, ma per pura ilarità, senza volontà di sfoggio. Quando la signora Russo torna con la mente a quegli anni – non nel banale discorrere con chi capiti a tiro, ma come è solita fare quando è sola e riflette a fondo sulla loro alleanza, ricordandola con tutta la tenerezza e la serietà che le sono proprie – non nutre alcun rimpianto, si sente in pace col passato e grata per aver condiviso con la persona giusta un’esperienza sincera e priva di ombre.

Le ombre però ci sono e sono i figli del primo matrimonio di lui. Pretendono di vendere la nuda proprietà della casa: appartiene a loro. Sembrano averle concesso fin troppo lasciandovela abitare indisturbata per tutti questi anni, o forse è stata la legge ad averle fatto il favore? L’immobile va ristrutturato, disinfestato, ridacchia la signora Russo pensando alle spese che dovrà sostenere il nuovo inquilino quando lei tirerà le cuoia. Tra i danni evidenti, due pareti fradicie di umidità, perdite ovunque dovute a infiltrazioni della guaina del terrazzo condominiale, persiane letteralmente a pezzi – una è precipitata sulla strada, di notte, senza colpire altro che il marciapiede – e le mattonelle tutte rotte, le crepe, la muffa, l’impianto elettrico da corto circuito quotidiano. Nonostante il freddo d’inverno e il caldo d’estate, la signora Russo continua ad abitare tra quelle quattro mura senza alcun impianto di riscaldamento o areazione, col solo aiuto di una stufetta che porta con sé di stanza in stanza d’inverno e il trucco della nudità integrale d’estate. Quando i vicini bussano inaspettatamente alla sua porta per offrirle una cassa d’acqua o chiederle se abbia bisogno di qualcosa in farmacia, si copre con un asciugamano e si affaccia alla finestrella che dà sul pianerottolo esibendo il mezzo busto semi-nudo. Loro la conoscono e la capiscono, forse le vogliono bene.

A ognuno il suo paradiso e il mio è la campagna, dice spesso, peccato non possa più andarci a proprio piacimento da quando le hanno ritirato la patente e l’anca le dà tutti quei problemi. Di solito chiede aiuto alla nipote ma solo se la sa libera dal lavoro e dal fidanzato, non indaffarata con l’arredamento della casa e i matrimoni delle colleghe, gli aperitivi, le gite, i pranzi e le cene, le attività tipiche delle persone della sua età che non hanno ancora costituito un nucleo stabile (così vede la cosa sua zia). Nelle brevi pause dalla fitta agenda pre-coniugale la nipote può portarla in campagna. Durante il tragitto chiacchierano, ma è la signora Russo a dominare la conversazione, riversa addosso alla nipote tutti i pensieri che ha tenuto in serbo per l’incontro e pur volendole bene ed essendo curiosa di comprendere come si evolverà la sua vicenda sentimentale – è questo il suo principale cruccio – è sempre lei a enumerare le cose fatte durante la settimana appena conclusa, i buoni propositi per quella a venire e, nel tratto più velenoso del discorso, le piccole ripicche rivolte alla sorella (madre della giovane donna) e al cognato, colpevoli di snobbarla e abbandonarla a sé stessa.

Tutt’altro personaggio rispetto a quello della vittima, però, la signora Russo, che accetta la sorte, la vedovanza, la vecchiaia, la coxartrosi, la perdita della mobilità, l’imposizione della nuda proprietà coltivando brevi ma costanti momenti di edonismo. Ogni giorno al risveglio, dopo la doccia e la colazione, si mette il rossetto, acconcia i capelli, spruzza il profumo ed esce nel mondo col suo carrello, niente affatto intimidita. Trascorre la serata e parte della notte su una poltrona recentemente ritappezzata con un fresco tessuto a rose e guarda la televisione. Ha scoperto un canale del digitale terrestre su cui danno tutti i film che sono stati insigniti dell’Oscar e in quello trova una riserva perfetta per le sue ore notturne, riesce a vedere anche due o tre film consecutivi prima di coricarsi intorno alle tre. Il salotto non confina con la camera da letto dei vicini e il palazzo, uno stabile degli anni Trenta, vanta mura incredibilmente spesse, dunque nessuno protesta per il volume, tenuto al massimo. Almeno una sera a settimana si concede una pizza nel ristorante sotto casa, spesso in compagnia di un’amica. Poiché la signora Russo è un’abile panificatrice e negli anni ha consolidato un gusto esigente in materia di lievitati, si prende la licenza di sovrapporre due pizze dal sottilissimo impasto e di costruire così un piatto che ritiene di piena soddisfazione per il suo palato e la sua fame – nel giorno della pizza, salta il pranzo in vista dello strappo serale. Il pizzaiolo, sottomettendo un’irascibilità quasi leggendaria all’eccezionale carattere della cliente, preimposta la situazione in modo tale che gli ingredienti delle due pizze non confliggano. Il gesto dell’accoppiamento è eseguito dal vivo, dalla stessa signora Russo, sotto lo sguardo esterrefatto dei vicini di tavolo.

Un giorno le viene comunicato telefonicamente dall’avvocato che la nuda proprietà è stata venduta ai nuovi condomini. Sono due ragazzi appena arrivati nel palazzo, hanno il macchinone, parlano ad alta voce, salutano e non salutano. Lui fa l’avvocato, lei l’agente di commercio, aggiunge la vicina del primo piano che scandaglia meticolosamente le identità di tutti gli inquilini del lotto. Ronzano intorno al palazzo da tempo, si informano su chi venda, su chi ristrutturi, vengono dalla provincia, hanno le loro mire.

Venduta, venduta con me dentro, mia non più, mia neanche prima, ma ora già di altri, in attesa della mia morte. Alla signora Russo vacilla l’umore, annulla l’appuntamento dal parrucchiere e si chiude in casa a fare poco, sapendosi spogliata dell’unico scudo che l’ha finora protetta, dell’unico luogo in cui lo spirito del marito sa di poterla trovare, dello scenario che ha testimoniato il loro amore adulto, inaspettato e poetico, la vita bella che lei sente ancora pulsare, sotto a tutto, ma che ora qualcuno col macchinone intende strapparle. Non è così, si dice, ma è così eccome, e lei lo sa.

Quando incontra la ragazza della coppia di acquirenti la saluta cordialmente aspettando che l’altra dica due parole sul fatto. L’altra invece dopo un sorriso un po’ ebete e un silenzio di qualche secondo continua a fare ciò che sta facendo, scegliere i peperoni, li prende tutti a tre punte. La signora Russo attende che se ne vada per farsi servire, come se il cibo possa essere intossicato dalla sola presenza nemica. Molto peggiore è lo scambio col marito. La sorprende alle spalle, per le scale che dividono l’ingresso dall’ascensore e che lei sta percorrendo senza fretta di arrivare a meta. Le strappa il carrello di mano rischiando di farla ruzzolare a terra, lo trascina a passi isterici e sbatacchiati fino al gabbiotto e chiama l’ascensore con fare agitato. Si mostra entusiasta, iper-gioviale, le grida aspettavo di presentarmi, speravo ci fosse anche lei all’atto! E invece c’erano solo quei mostri, valuta la signora Russo senza dire altro che: piacere, Pia. Lui replica con un cognome che lei non capisce né ricorda – l’amica del primo piano gliel’ha ripetuto più volte ma invano, non le entra in testa. Finalmente l’ascensore arriva e lui le dice prego, scusi, prima lei, enfatizzando la banalità di dare la precedenza a un’anziana, chiedendole infine se abbia bisogno di una mano in casa, nel riporre la spesa. È abbronzato, basso, ha i capelli scuri, gli occhi neri, il ventre protratto, sembra un castoro in giacca e cravatta. La signora Russo risponde no grazie, arrivederci.

Poi una febbre la schianta sul letto per giorni. Appena guarisce va in campagna a seminare, ma l’anca le duole e il lavoro richiede il doppio del tempo consueto, la nipote si offende per certe sue considerazioni sul passaggio dalla fase della convivenza a quella del matrimonio, non è detto che dopo tanto sermone la vorrà accompagnare con particolare slancio, nei prossimi tempi. Quando torna a Roma la città è chiassosa e il resto tutto uguale, solo: la casa sembra più cadente del solito, le pesa pulirla e ad aggiustarne le pecche le pare di fare un favore ad altri e un po’ stronzi. La signora Russo moltiplica i film e le ore di sonno, dimezza le uscite, di pizze una sola e da asporto.

Dopo qualche mese incontra la ragazza e scommette che nella sua pancia a punta stia crescendo un piccolo castoro, dopo aver visto nascere uno stuolo di fratelli in sequenza può darlo per certo. Cerca la luce negli occhi della giovane donna e trova il vuoto cosmico, io non vorrei averti in antipatia, ma tu sei piatta come una piastrella, considera senza amore. E sì che un bambino, un bambino è tutto ciò che c’è di bello. A lei e al marito non è venuto in dono, forse per un intoppo delle ovaie, visti i risultati pregressi di lui – quei tre uccelli rapaci che da quando la nuda proprietà è andata non l’hanno più cercata e staranno ora sperando che sia lei a dare notizie, ma dall’oltretomba. Che cosa debba sperare, anche questa ragazza alle prese con una cameretta provvisoria da tirar su nei sessanta metri quadri a disposizione, può ben immaginarlo, ma imponendo uno stacco tra sé e il mondo lascia che le ruote del carrello vi scivolino sopra dicendo: buongiorno, come sta?

L’amica del primo piano va incontro alla signora Russo urlando quelli che ti hanno rubato la casa vogliono comprare un pezzo del terrazzo condominiale! Poi scruta il resto della platea come stordita, si aspetta una reazione. Oh, ma siamo impazziti!, erompe in un moto di rabbia che le fa ballonzolare i seni. I residenti storici siedono riuniti in una specie di pre-assemblea condominiale nei locali lavanderia, ma tra chi si fruga nelle tasche e chi ha perso il filo del discorso si intende che in pochi sono infervorati quanto lei, ci dovrà lavorare. Aderiscono all’indignazione da posizioni distinte la donna che ha convertito l’appartamento dei genitori in una casa vacanze e nel luogo conteso suggerisce aperitivi al tramonto ai suoi ospiti e un uomo alto e solitario, in pensione da un pezzo. Sommo fruitore del terrazzo, vi stende le lenzuola, legge il giornale e porta a spasso il gatto – in molti malignano sul fatto che l’animale, ingobbito e alienato rasente il muro, abbia in realtà paura, che preferisca il salotto. La signora Russo ragiona tra sé e sé su un trasferimento in campagna, più per cartoline intuitive che seguendo una vera e propria sintassi. Sente già la voce della nipote negare ogni logica all’iniziativa – con la tua anca, in quel posto isolato! E poi la casa: vorrebbe dire abbandonarla, arrendersi prima del previsto.

Il castoro all’assemblea seguita al consesso dei vecchi condòmini avanza la sua proposta e l’assemblea vota contro compatta, ad eccezione di una famiglia di nuovi residenti e dell’unico inquilino che il terrazzo lo ha in casa. La signora Russo può esprimere la sua preferenza nonostante gli iniziali timori di estromissione e quando il suo sguardo incrocia quello del ragazzo scatta una questione da Ulisse contro i Proci, ma con la finezza di una monaca lei riesce a sorridere enigmaticamente e alzare la mira, porre un quesito tecnico e inaspettato all’amministratore cogliendo l’interpellato e il pubblico intero alla sprovvista. Il giovane richiedente reagisce con nonchalance all’arresto dell’arrampicata condominiale, lasciando intendere di averci provato come il culto tutto italiano del piccolo sopruso quotidiano insegna. Nessuno accetta l’ironia, le sedie scricchiolano sotto movimenti che denunciano fretta di rincaso. Vedendosi accerchiato da un certo scetticismo il ragazzo si riduce ad accennare ad alcune novità private che lo avrebbero indotto a cercare più spazio, più aria, e la signora Russo decide di non morire mai. Sbarrerà le violenze verticali, vendicherà la gentilezza maritale, dirà la sua, mangerà ancora milioni di pizze. L’amica del primo piano, mentre defluiscono dalla sala parrocchiale che ha ospitato la riunione le dà di gomito come per dire hai visto, abbiamo vinto! Ma lei finge di non aver visto, di non aver vinto. Incede maestosa verso la casa in cui abita, pronta alla sua maratona di film, alla notte di cui resta padrona indiscussa. E non c’è anca che le dolga né vento che la inclini.

Non aspetta di vedere il fiocco sul cancello per sferruzzare le babbucce, azzurre a colpo sicuro e infatti è un maschio: benvenuto Leonardo. Alla comparsa della coccarda la signora Russo le impacchetta e lascia di fronte alla porta dell’appartamento dei vicini, ma proprio mentre si allontana, forse per il cigolio delle ruote del carrello, la porta si apre di scatto, è la giovane mamma, estatica per via degli ormoni. Le mostra il castorino, un sosia come c’era da aspettarsi, ha gli occhi chiusi, molti capelli e tutta la vita davanti. La signora Russo si emoziona come sempre al cospetto di un neonato. Toccandogli piano i piedi respira la sua aria nuova, pregando in senso lato per il suo futuro e per il proprio, così stranamente consecutivi, così estranei a ogni cupidigia. Sotto la coperta che lo avvolge è la sola pelle del bambino, nuda, pensa la signora Russo. Nuda, ripete ancora tra sé e sé, sulla via del mercato.

Tra inferni e paradisi. Vita e teatro di Dario Bellezza

0

di Marco Beltrame

Vita e teatro

Se non “il miglior poeta della nuova generazione”, come Pier Paolo Pasolini lo aveva definito, Dario Bellezza è stato di certo il poeta che con maggiore originalità ha interpretato aspirazioni e ansie di un periodo come quello che dal Sessantotto attraversa gli anni Ottanta e giunge alla soglia del nuovo millennio. Prima dell’opera, è la sua stessa biografia a sembrare perfettamente inscritta in quel complicato secondo Novecento le cui giovani generazioni, infiammate dalle idealità della Contestazione, sono poi costrette a vivere il drammatico ritorno all’ordine degli anni Ottanta, con quel surplus di sofferenza rappresentato dalla comparsa dell’AIDS che, se dagli ambienti cattolici più sessuofobici viene letta come la giusta punizione per gli omosessuali dalle vite disordinate, si rivela poi trasversale infliggendo una dura sconfitta a tutti coloro che avevano sperato nella libertà sessuale come chiave d’accesso per una più totale trasformazione dell’individuo e delle relazioni umane.

«Rimbaud di Monteverde» [1] precocemente consapevole della propria omosessualità e del proprio essere poeta, Bellezza si racconta come adolescente autodidatta e lettore compulsivo. La vocazione poetica gli imporrà scelte drastiche: presto interrompe l’università e lascia la famiglia, prendendo le distanze da ogni ambiente sentito come costrittivo nel suo carattere piccolo-borghese. Questo inquieto enfant prodige ha però la fortuna di essere subito riconosciuto come un talento, ed è accolto in quella cerchia di grandi nomi che hanno inventato e abitato forse l’ultima età dell’oro della cultura italiana. Sarà tra loro che Bellezza ritrova genitorialità più congeniali. In primo luogo, c’è Pasolini, quel padre e maestro a cui il giovane poeta è ben felice anche solo di leggere la corrispondenza e scrivere qualche risposta. «Gli ho fatto da segretario, per tre anni, dal ’69 in poi. Prima non avevo mai avuto una lira, campavo con le ripetizioni, le traduzioni […]. Quando ho conosciuto Pasolini, vivevo da solo. […] Eravamo amici. Lo siamo rimasti fino alla fine». [2]

Alberto Moravia invece ne segue da vicino il debutto editoriale firmando la prefazione del romanzo L’innocenza (De Donato, 1970). «Siamo stati amici per più di venticinque anni. L’ho conosciuto quando ne avevo venti. Con lui non ho mai avuto problemi… era talmente intelligente!» [3]. Pasolini e Moravia sosterranno il loro pupillo in più modi, procurandogli collaborazioni con stampa e radio, committenze per il teatro, quindi un posto fisso nella redazione di «Nuovi Argomenti».

Fondamentali, ma per motivi più privati, sono poi le madri. In diverse fasi della vita questo fanciullo in disperata ricerca d’affetto materno lo chiede e lo trova in amorose amicizie con alcune delle maggiori scrittrici del suo tempo: Amelia Rosselli, Anna Maria Ortese e soprattutto Elsa Morante. Con quest’ultima il poeta intreccia un rapporto complesso, ardente, la cui fine lo tormenta a lungo.

“Io credo che questi scrittori, fra i tanti meriti, avevano quello di vivere in funzione della letteratura […]. Penso che la letteratura sia un sacerdozio, sia qualcosa a cui ci si deve dedicare completamente.” [4]

Nel 1971 Bellezza ottiene un immediato riconoscimento da parte della critica con Invettive e licenze (Garzanti): la sua poesia è giudicata tra le più singolari del panorama letterario. Se la nuova generazione di poeti si definisce in polemico contrasto con gli sperimentalismi della Neoavanguardia, l’esordio di Bellezza è partecipe di questo “ritorno all’io” («Il mare di soggettività sto perlustrando / immemore di ogni altra dimensione» [5]) ma declinato in modo personalissimo: l’irrompere della sua voce sorprende per vitalità e franchezza estrema, in una lingua altamente riconoscibile. «Folle è ritrovarti. Folle è / l’abiezione di cercarti. Stolte / vendemmie del Vendicatore / i tuoi baci malati danno / ancora sapore alla mia bocca; / e non mangio per non perderli / del tutto, non inghiotto e / m’aggiro nell’odore della / stanza tua e le parole usate / dell’amore mi fanno una triste / compagnia» [6]. Da lì in poi l’opera di Bellezza sarà una continua disamina del proprio privato, diario in versi di un omosessuale sfacciatamente messo in pubblico. Se dagli anni Cinquanta è nella borgata che Pasolini cerca vite e amori incorrotti, Bellezza si muove in un paesaggio tutto urbano, lì dove Roma esibisce tra le sue ferite più dolorose una gioventù sconfitta dalla tossicodipendenza e avviata alla prostituzione del corpo e dei sentimenti, angeli-demoni idealizzati nei versi ed enigmatici protagonisti attorno a cui ruotano le vicende di romanzi e testi teatrali. È poi con Lettere da Sodoma (Garzanti, 1972) che Bellezza fa un impetuoso affresco della condizione omosessuale di quegli anni. «Il tentativo è stato quello di dare uno spaccato della società dei cosiddetti ‘diversi’ […]. ‘Amori irrisolti e avventure senza speranza’, come ha scritto Goffredo Fofi, che si intersecano a storie di droga e di sesso» [7].

Se negli anni Settanta la poesia ha ancora un suo posto di pregio nel sistema editoriale – si pensi a iniziative come le antologie Il pubblico della poesia (Lerici, 1975) a cura di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli, e La parola innamorata (Feltrinelli, 1980) di Giancarlo Pontiggia ed Enzo Di Mauro –, è con la morte di Pasolini e poi con i rocamboleschi esiti del Primo Festival Internazionale dei Poeti, organizzato nell’estate 1979 sulla spiaggia di Castelporziano dagli animatori della cantina romana Beat 72 Simone Carella, Ulisse Benedetti e Cordelli, che da più parti si iniziano a percepire i segnali di un progressivo, irreversibile disincanto del pubblico nei confronti della poesia.

Con gli anni Ottanta e il definitivo imporsi della società dei consumi, le cui ripercussioni travolgono anche il sistema culturale, le reazioni degli autori sono tra le più varie. Rifiutando marginalizzazione e silenzio, Bellezza risponde con una attività frenetica: sono di questi anni le maggiori raccolte di versi, i romanzi, i saggi (ne sono prova Morte di Pasolini, Mondadori, 1981, e Il poeta assassinato, Marsilio, 1996). Con spiccato eclettismo esplora anche le possibilità del giornalismo e del cinema, fino a reinventarsi come irriverente e controverso personaggio del piccolo schermo, in un momento in cui anche in Italia nascono i primi salotti televisivi: impressi nella memoria rimangono la polemica con Aldo Busi a “Mixer Cultura” nel 1988 e negli anni Novanta la sua presenza al “Maurizio Costanzo Show”.

“Io sono tentato sempre tra queste due anime: il sacerdozio della poesia, il sacrificio di ogni altra cosa come hanno fatto Penna e altri poeti del Novecento, Saba, Ungaretti, oppure questa prolificazione di gesti, questo manierismo pasoliniano per cui si fanno tante cose, come faceva Cocteau, che manifesta grande vitalità senza fare le cose però allo stesso livello. Sono atteggiamenti letterari diversi; e oggi tutti vogliono fare poesia, il romanzo, il saggio, il professore, la regia, nessuno ha più la pazienza di sacrificare la vita.” [8]

L’intensa prolificità artistica porta Bellezza ad affrontare, in un trentennio di attività, diversi generi letterari tra cui a più riprese quello teatrale, dalla traduzione alla performance, dal dramma in prosa fino a un originalissimo, autobiografico teatro in versi.

È nel vivace ambiente romano degli ultimi decenni del Novecento, suggestionato dalle sperimentazioni di un nuovo teatro anche internazionale, che si inscrive la traiettoria drammaturgica di Bellezza. La sua è una generazione di scrittori che verifica le potenzialità della dimensione fonica della poesia: prima ancora di “Un poeta a settimana”, storico ciclo di performance ideato nel 1977 da Carella, Cordelli e Benedetti al Beat 72, preludio al risonante Festival di Castelporziano, i nuovi poeti percepiscono fortemente i limiti della tradizionale forma libro e si provano a stabilire nuove forme di comunicazione, intanto con delle letture pubbliche. Il passo successivo è la produzione di vere e proprie drammaturgie, che pare sia un’entusiasmante occasione di confronto con un genere prima inesplorato, ma anche pretesto per la ricerca di un pubblico diverso e più ampio per la loro poesia. Da sottolineare che, nell’approcciarsi al teatro, Bellezza non indossa le vesti di drammaturgo puro, ma anche in quel genere afferma e rivendica la propria natura di poeta, dichiarando il genere teatrale una naturale estensione della propria parola poetica.

A riguardo scrive Stefano Crespi in una recensione di Testamento di sangue (Garzanti, 1992):

“La poesia di Dario Bellezza ha sempre avuto un rinvio a uno spazio teatrale dove erano impliciti gesti, toni, artifici sensuali, e soprattutto una presenza autobiografica: come se sulle tavole corrose e tra i falsi ori di un palcoscenico potessero aver corso luci, lusinghe, dannazioni, languori fuori storia, potessero essere declinati versi perfetti e toccanti.” [9]

Il corpus teatrale di Bellezza è costituito da sette testi compiuti, la cui genesi è riconducibile a tre distinte stagioni. La prima, giovanile e immersa nel clima di contestazione sessantottesca, è rappresentata dal dramma in prosa Apologia di reato, scritto nel 1969 e apparso l’anno successivo su «Nuovi Argomenti»; segue una fase liminale, nella seconda metà degli anni Settanta, con Morte funesta (1979): testo spartiacque in cui l’autore non solo approda definitivamente alla forma del teatro in versi, scelta stilistica a cui rimarrà fedele per tutta la produzione maggiore, ma per la prima volta opera una compiuta teatralizzazione della propria poetica, trasponendo motivi e figure del suo mondo lirico in materia drammaturgica; infine l’ultima stagione comprende i lavori non originali Donna malata (1987) e Turbamento (1995) e culmina nella trilogia dei drammi in versi, Salomè (1991), Testamento di sangue (1992) e L’ordalia della croce (1994). È in questa fase che il teatro di Bellezza raggiunge il suo apice creativo.

Tale ripartizione è meramente cronologica, non tanto tematica o stilistica, dal momento che nell’intera opera drammaturgica Bellezza si mostra coerente pur nella varietà di vicende e personaggi affrontati. Se da un lato è sicuramente leggibile il confronto con alcuni modelli letterari – l’esempio delle tragedie pasoliniane, l’idealizzazione del giovane criminale di matrice genettiana, o il prototipo della Salomè wildiana –, predominante nel teatro di Bellezza è la forza del suo universo poetico: così come in versi, romanzi e racconti, anche quello del dramma è spazio in cui dare corpo e voce ai fantasmi del privato.

Già in Apologia di reato il drammaturgo esordiente affida ai giovani detenuti in un carcere minorile il proprio spirito violentemente contestatario e antiborghese: «Ci vogliono convertire: al perbenismo, al conformismo, ad essere dei gregari potenziali, carne da macello» [10]. Con i più maturi Salomè, Testamento di sangue, L’ordalia della croce, Bellezza recupera i grandi archetipi del mito e della storia, scolpendo figure di elevata statura lirica, a cui affida alcuni dei momenti più intensi di tutta la sua produzione. Ma dalla principessa Salomè al sanguinario barone Gilles de Rais, protagonista de L’ordalia della croce, fino alla figura dolente del Poeta di Morte funesta e Testamento di sangue, non si tratta che di moltiplicazioni dell’autore, che indossa le più diverse maschere, gridando viscerali, strazianti confessioni autobiografiche. «O amore / perdonami di averti trascurato: / ora mi inginocchio davanti a te, / mi prostro; ti supplico, resta: / non sparire con la tua bellezza. / Uccidimi magari, nella tua forza / che mi dà vigore, m’irrobustisce, / e mi rende tremendamente succube, / finito» [11].

La malattia interrompe troppo presto una storia umana e artistica tra le più originali della nostra letteratura. Il 31 marzo 1996, all’età di cinquantuno anni, Bellezza si spegne a causa di complicazioni legate all’AIDS, lasciando una straordinaria opera.

 

Alcune riflessioni metodologiche sul teatro di Dario Bellezza

Quella di Dario Bellezza è una teatrografia di cui non si aveva completa concezione. A questa contribuisce la limitata fortuna editoriale delle sue opere: di sette suoi lavori sono apparsi in volume Apologia di teatro (Pellicanolibri, 1985), Salomè (LIBRiA, 1991), Testamento di sangue (Garzanti, 1992) e Donna malata (Il Segnale, 1997). Il resto della sua drammaturgia (Morte funesta, 1979; L’ordalia della croce, 1994; Turbamento, 1995) è affidato a rari copioni o disperso tra contributi in rivista.

Fino ad ora l’attività di Bellezza drammaturgo non era stata esplorata nella sua continuità, né riconosciuta nel suo valore, dunque mai collocata al suo giusto posto nel più ampio contesto del Nuovo Teatro italiano. La ricerca qui presentata invece offre il quadro più completo dell’intero corpus drammaturgico di un poeta che non si è mai sottratto alle regole della scrittura per la scena e nel teatro si è espresso alla medesima altezza artistica della sua produzione in versi. Subito necessaria si è rivelata una capillare ricognizione di materiale documentario, avviata con un lavoro di mappatura dei fondi e degli archivi privati che si supponeva potessero conservarne tracce.

Messo all’asta nel 2009 – asta andata deserta per mancanza di offerte sia dallo Stato che da privati – l’archivio personale di Dario Bellezza è stato in seguito acquisito dal collezionista e curatore Giuseppe Garrera, che lo ha così salvaguardato dalla dispersione. Questo archivio è un’importante testimonianza del suo laboratorio di scrittura segnatamente per l’opera poetica e narrativa, l’impegno politico e poi per quella documentazione più privata come diari e lettere. Vi si conservano anche alcune rarissime prove giovanili, in forma sia manoscritta che dattiloscritta, verosimilmente inedite. Di difficile decodificazione, questi testi retrodatano alla metà degli anni Sessanta l’interesse di Bellezza per la drammaturgia e forniscono dettagli del tutto nuovi su un momento ancora in ombra del suo profilo letterario, quello dell’esordio. A questi frammenti si aggiungono poi testimoni manoscritti e bozze di stampa, riferibili però al solo Apologia di reato.

Una ricerca presso gli archivi SIAE ha permesso il rinvenimento di dattiloscritti autografi, in cui compaiono correzioni e interessanti varianti dell’autore, documenti necessari per comprendere l’iter di sviluppo dei progetti. Ma è sul fronte degli inediti – o presunti tali – che l’indagine ha portato agli esiti più significativi. A lungo considerato disperso, il dramma Morte funesta è stato rintracciato in una pubblicazione del 1979, rivelandosi la prima stesura del successivo Testamento di sangue. Del testo non solo è stata individuata la prima versione apparsa sulla rivista «Autobus», ma è stata ritrovata nell’archivio privato di Simone Carella una singolare traduzione in lingua inglese; nell’archivio di Francesca Benedetti invece è emerso un altro esemplare dattiloscritto, con molta probabilità risalente agli anni Ottanta, significativo testimone di un processo di riscrittura durato oltre dieci anni.

È stato poi recuperato il copione di un testo invece mai dato alle stampe, L’ordalia della croce (1994), il dramma più maturo della sua intera drammaturgia. È un testo intenso, estremamente personale, a cui l’autore affida gli ultimi bilanci di un’esistenza giunta a conclusione, tra ultime riflessioni sul senso di una vita dedicata alla poesia, mentre angosciante appare la minaccia dell’AIDS.

Ultimata la fase di raccolta dei testi, si è proceduto a ricostruirne la cronologia, indagando la genesi non solo di quei lavori licenziati in volume, ma anche dei testi inediti o poco noti. In tal senso, Donna malata (1975, 1987) e Turbamento (1984, 1995) sono due lavori nati inizialmente come opere narrative e solo in una fase successiva portati sulla scena: le due opere sono interessanti esempi di corrispondenze tra generi letterari.

Di primaria rilevanza sono risultati gli archivi privati di registi, attori e altri professionisti della scena, preziose fonti per il recupero di documentazione inedita, tra cui copioni, materiali a stampa come locandine e programmi di sala, raccolte di articoli e recensioni, audiovisivi e foto di scena. L’indagine ha quindi interpellato numerose personalità della scena che, oltre a preservare tali documenti d’archivio, si sono rivelate importanti testimoni del percorso teatrale di Bellezza. Si è scelto di condurre e raccogliere una serie di interviste affinché l’analisi delle fonti scritte potesse intrecciarsi con la memoria orale, restituendo un profilo più vivido e stratificato del Bellezza drammaturgo.

 

Struttura del volume

La monografia si articola in tre sezioni: la prima, Vita di poeta, traccia un profilo di Dario Bellezza con una cronologia che, per lo più sulla base di interviste e scritti dello stesso autore, ne ripercorre il percorso biografico, l’attività letteraria e i fitti legami con la comunità intellettuale romana.

La seconda parte, Teatro, offre la ricostruzione dei rapporti di Bellezza con la scena, dagli anni Sessanta fino alla metà dei Novanta. Il primo capitolo affronta il debutto con il dramma Apologia di reato, analizzando il contesto in cui l’opera prende forma, in una fase in cui anche altri scrittori e poeti sono coinvolti nella critica di un sistema teatrale ormai considerato obsoleto, come testimonia l’inchiesta Gli scrittori e il teatro, apparsa su «Sipario» nel 1965. Sono gli anni in cui Pasolini scrive le sue tragedie e pubblica su «Nuovi Argomenti» Il Manifesto per un nuovo teatro; intanto, Moravia, Maraini e Siciliano sono impegnati in un piccolo teatro a via Belsiana a Roma con la Compagnia del Porcospino. Il secondo capitolo esamina i rapporti di Bellezza con la sperimentazione teatrale degli anni Settanta, focalizzandosi sulla sua vicinanza al Beat 72. È qui ricostruita la genesi di Morte funesta e analizzata la controversa installazione di Simone Carella che debutta nel gennaio 1979 alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. L’ultimo capitolo abbraccia un arco temporale più ampio, trattando le opere in versi Salomè, Testamento di sangue, L’ordalia della croce, e i due lavori non originali, Donna malata e Turbamento. Si ricostruisce qui anche il rapporto del poeta con i registi e le committenze, nonché la ricezione critica delle opere teatrali.

Chiude l’opera il capitolo Testimonianze in cui vengono riportate conversazioni e ricordi, da Dacia Maraini ad Antonio Calenda, da Pippo Di Marca a Ulisse Benedetti, e ancora gli amici poeti Renzo Paris, Elio Pecora e Giorgio Manacorda, fino ai registi e gli attori che hanno portato in scena la sua drammaturgia: Renato Giordano, Agostino Marfella, Nuccio Siano, Mario Mattia Giorgetti, Federico Wardal, Massimo Fedele, Maria Libera Ranaudo, Enzo Saturni, Nunzia Greco, Franca Penone, Giorgio Crisafi.

 

 

Note

[1] B. Alberti, in M. Gregorini, Il male di Dario Bellezza. Vita e morte di un poeta. Castelvecchi, Roma 2016, p. 158.

[2] D. Bellezza, in M. Latella, «Io, Dario Bellezza, un vinto», in «Corriere della Sera», 3 aprile 1996, p. 15.

[3] D. Bellezza, in M. Gregorini, Io e Moravia, in «New Rock Magazine», II, n. 12, dicembre 1990, p. 69.

[4] D. Bellezza, in A. D’Agostini, G. Aletti, Dario Bellezza, l’ultima intervista del poeta. Esclusivo, disponibile online su poetidazione.it.

[5] D. Bellezza, Invettive e licenze, Garzanti, Milano 1971, p. 103.

[6] Ivi, p. 74.

[7] D. Bellezza, in I. Patruno, A. Veneziani, Angelo o diavolo, comunque omosessuale, in «Lotta Continua», 8 aprile 1980, p. 9.

[8] D. Bellezza, in G. Sica, Conversazione inedita con Dario Bellezza, a cura di M. Borio, disponibile online su nuoviargomenti.net.

[9] S. Crespi, Deserti in Bellezza, in «Il Sole 24 Ore», 17 maggio 1992, p. 26.

[10] D. Bellezza, Apologia di reato, in «Nuovi Argomenti», N. S., n.17, gennaio-marzo 1970, p. 98.

[11] D. Bellezza, L’ordalia della croce, copione dattiloscritto, Archivio privato Renato Giordano, p. 26.

 

(foto di Dino Ignani)

 

 

 

 

La mia vita con Nolan. Un’Odissea personale

9

di Cesare Cherchi

Ho un problema con Christopher Nolan, ma non è sempre stato così. Quando ancora andavo a scuola ricordo che ne avevo un’opinione più positiva, da bambino penso di aver visto The Prestige almeno cinque volte. La frattura con i miei coetanei, e con tutti gli altri a quanto pare, iniziò con Interstellar: lo andai a vedere con dei compagni di Liceo e rimasi scandalizzato dalla stupidità del film: cosa avrebbero dovuto essere questi numeri di cui Michael Caine aveva bisogno per la sua teoria? La misurazione di una costante? E in che modo avere una teoria della gravitazione permette di iniziare semplicemente a levitare? Abbiamo una teoria della termodinamica, questo non significa che possiamo creare energia dal nulla… Ma soprattutto cosa significa che l’Amore è la quinta dimensione? Le domande si moltiplicavano.

Il film mi aveva lasciato infastidito e confuso; guardavo con sgomento signore di mezza età in lacrime che lasciavano la sala e l’entusiasmo dei miei compagni di classe – i quali non davano troppa importanza alle mie domande. Da quel giorno iniziava un nuovo capitolo della mia vita cinematografica, una vita fatta di solitudine in mezzo a un mare di conoscenti che continuavano a ripetermi come Nolan fosse il genio del nostro tempo. Ma più film uscivano e più erano brutti, e più erano brutti e insulsi e più vedevo spettatori stracciarsi le vesti (con la sola eccezione di Tenet, che tutti sembrano aver detestato. Anche lì lasciandomi perplesso, visto che a me pareva esattamente in linea con i film precedenti e quelli successivi). Addirittura molti non mi credevano, pensavano che l’unico motivo una persona potesse avere per dire che non le era piaciuto Inception fosse che stesse mentendo, per chissà poi quale motivo.

Scrivo tutto questo non perché pensi che queste note autobiografiche siano di qualche interesse, ma per mettere in chiaro che so bene quale sia la mia posizione. Sono in minoranza, una minoranza schiacciante, e so che tra me e una persona che si è commossa guardando Dunkirk c’è un divario antropologico incolmabile. So quindi che non convincerò nessuno a cambiare idea, voglio piuttosto far sapere a quei pochi là fuori che continuano a non capire cosa tutti ci trovino in Nolan che non sono soli, che c’è una società segreta e parallela di persone che la pensano come loro.

Ciò non ostante, per tutti i difetti che trovo in Nolan, gli ho sempre riconosciuto – troppa grazia, lo so – dei meriti pressoché indiscutibili, per quanto superficiali. I film di Nolan sono quasi tutti (a eccezione dei due veramente belli, Memento e Insomnia) costantemente gradevoli alla vista; c’è uno standard grafico, di sequenze, colori, fotografia e movimenti di macchina talmente rodato che rende impossibile scendere sotto un certo standard. Il secondo merito è che Nolan – sia per meriti o opportunità – ha sempre avuto la possibilità di fare un film solo se voleva farlo, dunque gli si deve riconoscere se non il talento, almeno l’intenzione dell’artista.

Rassicurato da questo plateau sono andato al cinema a vedere l’Odissea e mi sono rammaricato di scoprire che anche le piccole garanzie che mi aspettavo erano state infrante. L’Odissea non è solo uno dei film più brutti che abbia mai visto, ma anche uno dei film la cui bruttezza si estendo per più livelli. Per questo ho deciso di dividere le osservazioni per categorie.

Dialoghi. I dialoghi sono orripilanti. Tutte le interazioni tra i personaggi servono a colmare (addirittura più di quanto il film stesso ne abbia bisogno) i problemi di scrittura generale e a fare il riassunto per gli spettatori (lo Spiegone di Occhi del Cuore), ogni persona o evento è nominato spiegando chi è, cosa fa, dove è, e quale è il suo ruolo nella storia. A volte la volontà di spiegare rompe i muri diegetici e porta a situazioni francamente incredibili, come Ulisse che deve spiegare a Penelope cosa siano i sacrifici umani e perché si facciano. Ogni dialogo suona come “Oh ma certo, il veleno! Il veleno per Cuzco. Il veleno scelto appositamente per uccidere Cuzco. Cuzco e il suo veleno. Quel veleno?” e questo è solo nei dialoghi con funzione didascalica, i dialoghi con funzione lirica sono, se possibile, ancor peggio. La descrizione che fa Ulisse del canto delle sirene è forse uno dei pezzi di prosa più brutti mai messi per iscritto nella storia umana. In generale quando questo film vuole apparire profondo utilizza la paratassi come succedaneo del pensiero. Non c’è bisogno di formulare un immagine e un pensiero da esprimere, basta giustapporre frasi solenni una accanto all’altra e qualcosa verrà fuori; il canto delle sirene è “esattamente come vorresti che fosse e poi tutto quello che non vorresti mai aver desiderato.” Significa qualcosa? A malapena, ma – come gli oroscopi – se la frase è abbastanza vaga si può far finta che non sia così.

Effetti visivi. Il film è brutto, più di quanto non fosse lecito immaginarsi per un film di Nolan: la fotografia è stantia, stanca. Qualcuno che avesse visto Oppenheimer senza audio avrebbe potuto avere il dubbio fosse un bel film, questo rischio con l’Odissea non c’è. Tutte le scene in mare sembrano pubblicità di un profumo ma girate con un filtro blu, la scena del naufragio dopo la macellazione delle vacche del dio del Sole è di sconcertante bruttezza e trita banalità. Seppure alcuni effetti siano genuinamente belli (il volto dei ciclopi, o la sequenza della trasformazione degli uomini di Ulisse in maiali) ce ne sono altri che lasciano esterrefatti, come Scylla. Ovviamente molti non sono d’accordo, per alcuni una bella inquadratura è l’inquadratura di un bel paesaggio, ma purtroppo per queste persone non c’è nulla che possiamo fare per aiutarle.

Paura del fantastico. Il film non sembra concettualmente attrezzato a mostrare qualcosa di sovrannaturale, quando il film è costretto a mostrare il fantastico, se ne vergogna. Polifemo (polì-pheme!) non parla, ma è solo un bestione inerte, lo stesso vale per il Lestrigoni. Sembra esserci un tentativo di rimuovere tutto ciò che è fantastico, con l’ovvio problema che non si può fare un film sull’Odissea senza mostri, streghe e giganti. Alla fine dunque appaiono, ma rimangono privi di senso e inconcludenti.

Il cielo stellato sopra di me e la legge di Zeus dentro di me. A quanto pare la Xenìa, la “legge di Zeus” che viene nominata innumerevoli volte durante il film, consiste nel “trattare gli altri come vorresti essere trattato te stesso”(?). Il problema di questa invenzione non è tanto la sua poca fedeltà testuale, ma il fatto che renda tutta la storia priva di senso, se la legge di Zeus è l’imperativo categorico Kantiano allora per la legge di Zeus dovrebbe essere sbagliato anche mentire o uccidere. Qualcosa che ovviamente non era vero nella Grecia arcaica ma non pare essere vero nemmeno per i personaggi del film. Si suggerisce poi che l’inganno del cavallo infrangesse la legge di Zeus, non è ben chiaro se la versione originale o quella inventata da Nolan: se si riferiscono alla prima, la legge di Zeus non ha nulla a che fare con le guerre e gli inganni, se invece si riferiscono alla seconda allora dovrebbe proibire la guerra in generale (dal momento che dubito che qualcuno desideri essere assediato) dunque anche qui non si capisce quale sia il problema di Zeus. Tanta insistenza sulla legge di questo Zeus mi faceva almeno aspettare con trepidazione – per quanto possibile – il culmine simbolico dell’ospitalità nel poema. Quando Ulisse fintosi mendicante viene accolto da Eumeo in casa sua dove quest’ultimo, nonostante da anni sia vessato e razziato dai Proci, uccide due maiali per sfamare uno sconosciuto. Stranamente, il film – dopo aver insistito ossessivamente sulla legge di Zeus – taglia la scena in cui si spiega davvero cosa sia, forse perché il film per essere visto richiede che non la si capisca.

Il pio Ulisse. Questo è uno dei difetti meno sorprendenti del film, ma non per questo è uno dei più lievi. Un eroe cinematografico americano contemporaneo è una persona buona™ e lo spettatore deve averne simpatia e sperare che vinca, e questo Ulisse non fa eccezione. Ci sono però due problemi, l’Ulisse del poema non è certo pravo, è una persona che rispetta gli Dei, ma altrettanto certo è che non è una persona buona nel senso che daremmo oggi alla parola. Questo non significa che il personaggio non possa essere cambiato, in fondo l’aderenza al testo originale non è un valore in sé, il punto è che se Ulisse non è un personaggio ingannatore, superbo e a tratti anche crudele quasi tutto quello che gli accade diventa privo di senso, come infatti è priva di senso la sua ultima interazione col Polifemo. Per lo stesso motivo Ulisse, dacché deve essere buono, non può massacrare i Proci inermi, o i servi e le serve che lo hanno tradito come Melanto. Questo costringe Nolan a scrivere un combattimento finale demenziale in cui Ulisse deve uccidere decine di persone da solo e nessuno può aiutarlo per via della legge di Zeus (?), che a questo punto inizia ad essere piuttosto nebulosa.

L’impero del bene. Gran parte dei crucci di Ulisse, sia quello originale che quello del film, è il rammarico per la vana brutalità della guerra. Nel poema Ulisse piange alla coorte dei Feaci quanto sente i canti sulla guerra di Troia perché ricorda l’infanticidio di Astianatte. L’Odissea è, tra le altre cose, fatta di atrocità che già millenni fa erano riconosciute come tali. Nolan di queste atrocità ne parla, ma ha paura di farle vedere. Il film è sempre attento a rendere ogni scena di violenza innocua (si veda il “saccheggio” di Troia) in maniera tale che non turbi la signora che va al cinema due volte l’anno. Il risultato è che bisogna ascoltare due ore di lagna su una crudeltà che il regista non ha avuto il coraggio di mostrare davvero.

The crime of a wasted life. Il problema fondamentale di questo film, che forse è anche la causa di tutti gli altri, è la povertà di spirito con cui è stato realizzato. La cosa straordinaria di quando si adatta un’opera di migliaia (o anche solo centinaia) di anni fa è lo straniamento nel percepire di stare vivendo un tipo di arte, un tipo di letteratura, che aveva scopi totalmente diversi dalla nostra. È un effetto che si basa su un inganno (non possiamo mai veramente uscire dal nostro tempo) ma allo stesso tempo è una delle esperienze più interessanti che si possano vivere da lettore (o spettatore), un’esperienza che alcuni film hanno saputo cogliere. Non necessariamente essendo fedeli a un testo originale (come per il Settimo Sigillo) e non necessariamente portando a dei risultati totalmente felici (The Northman). Ma quest’Odissea risolve del tutto il problema semplicemente rifiutandosi di affrontarlo. Ogni cosa è banalizzata e appiattita su dei valori contemporanei; non c’è nessun interesse o tentativo di capire una cultura lontana. La storia è solo un canovaccio noto abbastanza da attirare il pubblico e a cui appendere una morale cenciosa (la guerra è brutta e la famiglia è bella). Dietro non c’è alcuna curiosità letteraria, antropologica o anche solo umana. C’è anzi un rifiuto di capire che è quasi esasperante. L’esempio più doloroso è forse la scena in cui il fantasma di Sinone parla con Ulisse. L’aldilà omerico è spoglio, non ci sono ricompense o contrappassi, è solo una landa di anime disperate che rimpiangono la vita. Come nell’Inferno di Dante l’unico sollievo per i morti è sapere cosa accade tra i vivi, per avere per pochi attimi l’illusione di essere ancora tra di loro. È un’idea di aldilà che ormai ci è lontana: non si viene puniti, non si viene ricompensati, si muore e basta. È forse uno dei pochi momenti in cui si ha un bagliore di cosa doveva essere la religione della Grecia arcaica, una delle cose più straordinarie di cui si può fare esperienza leggendo. Ecco, nel film si fa dire a Sinone una cosa superficialmente simile, ma sintomo di una volontà di non capire rovinosa: “I morti vogliono avere notizie dei vivi che gli hanno fatto del male”(!). Una piccola aggiunta fatta al solo scopo di eliminare ogni minima differenza e rendere Sinone un fantasmino vittoriano che si vuole vendicare.

Non posso commentare il finale. Sono uscito dal cinema quando ancora mancava qualche decina di minuti alla fine del film. Quando ho visto Matt Damon roteare con delle asce in mano come un derviscio ho deciso che ne avevo avuto abbastanza. All’uscita, mentre aspettavo i miei compagni di sventura, sentivo i commenti entusiasti di vecchi e ragazzini. Anche stavolta evidentemente non sono riuscito a capire un capolavoro del genio del nostro tempo. La sera stessa sono andato su Letterboxd, l’Odissea ha un punteggio medio di quattro stelle e mezza su cinque. Più di mezzo milione di persone hanno votato cinque stelle, ad aver dato il mio stesso voto (mezza stella) siamo in meno di cinquemila. A tutti loro voglio dire che so quanto stanno soffrendo, ma un giorno tutto questo finirà. Spero…

Il Libro

0
Foto di Zakhar Vozhdaienko: https://www.pexels.com/it-it/foto/36878207/
Foto di Zakhar Vozhdaienko

di Silvano Panella

Il vento ha allontanato le nuvole. L’aria tersa, le pagine si sfogliano da sole. Il libro è voluminoso e non può cadere dal davanzale di nera pietra. Da quanto è qui? Forse qualcuno ha posto il libro sul davanzale per leggerlo davanti a una prospettiva di borgo medievale che ben si compenetra con la storia narrata.

        Strascicava la catena rinvenuta nel pozzo, diversi metri di tensione ferrosa, non una persona bloccata o a rischio di caduta, non una nei paraggi o affacciata alle finestre delle case, l’assoluta padronanza del luogo, l’idea di poter cingere, legare l’osteria per compiere uno scherzo al noto cuoco di piatti troppo ricchi in salse e condimenti…

Questo stesso cielo che ci avvolge cristallino per donarci la luce e l’aria respirabile, che sfuma il nero siderale in un improbabile azzurro – una piacevolissima finzione cromatica per non farci sentire al buio anche di giorno – era qui un secolo fa, quando fu stampato il libro, un libro che narra di protagonisti che compiono scherzi in un borgo che potrebbe essere proprio questo. I protagonisti potremmo essere proprio noi. La cosa è assai curiosa e merita un approfondimento. L’autore si chiama Agatone Delle Arci. Non lo conosco. Mia mancanza. E mancanza dei motori di ricerca. Lui e il libro sono svaniti. O forse nessuno ha mai pensato di inserirli nelle banche dati digitali. Forse è un’opera creata per confondere chi transita nelle sale, collocata su questa o quella superficie per attirare sguardi e curiosità, per turbare i sensi – odora di vainiglia. L’adagio sul tavolo.

        Smanie, conturbanze dovute ai freni autoimposti per galateo da ricevimento nel possente, tondo mastio che un tempo aveva funzione difensiva e oggi è una sala che fa girar la testa per via della sua levigatezza, per via dei volti sorridenti e dei proponimenti d’opulenza – carte da parati, cibi, regalie…

Avverto dei passi. Mi volto alla soglia. Entra Demetra, la direttrice del museo di antichità. Gironzola, cerca negli scaffali. Sono sicuro che le interessi questo libro ma il suo orgoglio le permette soltanto di carezzare le svariate coste telate accennando lievi stupori.

«Non li avete catalogati?», domando. «Non posso crederlo, siete così metodici»

Demetra sfila un libro, lo trae a sé, lo valuta senza aprirlo, lo ripone, incerta, fa per prenderne un altro.

«Non è lì, è qui», dico, battendo sul tavolo, ma lei va via.

Richiudo il libro, la seguo. Demetra entra in un cunicolo semibuio che collega il palazzo del governatorato al museo. Quando siamo nella sala delle frecce, dei dardi, delle verrette, delle balestre mi fa segno di serrare la porta. Obbedisco. La porta si mimetizza nella parete di legno ma la maniglia sporge. Chissà se si sfila. Sì, si sfila. La sfilo e raggiungo Demetra nel suo ufficio. Mi chiede la maniglia, la poggio su una pila di fascicoli assai morbida. Poi mi chiede il libro. Ricevutolo, mi ringrazia. Lo apre, lo sfoglia, si ferma, sorride. Legge a bassa voce.

        Vi è grazia nel suo incedere sbilenco, nel suo calpestare il vestito di seta finissima, a macule di fiori fantasiosi, non esistenti, che sfidano la gravità, nelle sue pause dense di dubbio nei confronti delle quotidiane incombenze – azioni destinate a non fallire mai seppur…

«Può fermarsi, ho capito. Ho capito. L’autore doveva essere un suo antenato. Non la aiuterò ad attuare il vostro piano. Il vostro, sì. Al limite posso tenerlo segreto, posso fare da spettatore. Posso anche tenere il libro, tenerlo in mano mentre lei predispone tutto. E tenere le chiavi del museo, la maniglia, altri oggetti. Attenderò tenendo in mano, e nelle tasche, quello che vuole. L’orologio? Terrò anche quello. L’orologio, questo marchingegno illusorio. È molto meno illusorio il telefono, se comprende quello che intendo. No, non mi spiegherò. Sì, è strano che l’orologio sia rimasto in sospeso, l’oggetto, il suo significato. No, non spiegherò. Parlare di orologi mi sembra così fuori dal tempo, se mi concede la trivialità. Specie quelli a carica. Perché, se non lo carico si ferma il tempo?»

Demetra annuisce.

«Lo immaginavo. Dunque faccia quello che deve fare e mi lasci l’orologio. La aspetterà, la ritroverà. La ritroverà?»

Non lo sa. Il loro piano è pericoloso. Sì, pericoloso. Avevo notato qualche macchiolina scura, sangue rappreso sulle pagine. Il libro è già stato testimone di un atto violento e ha l’abilità di influenzare, anticipare le mosse dei suoi lettori. Starebbe bene in una teca di cristallo.

«Lo chiuda sotto vetro. Si vedrà lo stesso. Lo tenga aperto sulle due pagine che più si riferiscono a lei. Molte possono riferirsi a lei, scelga quelle più attinenti al vostro piano. Nessuno capirà le parole dell’autore, nessuno fermerà lei. Ci vediamo più tardi, avrò le tasche vuote, mi darà i suoi effetti personali. Scriva una lettera d’addio, nel caso il piano la attirasse troppo al centro dell’attenzione», dico, e lascio l’ufficio, le sale, il museo meditando sulle esistenze che si fanno ispirare dai libri.

Di VitaVera

0

di Danilo Tumminello

 

“Lo faccio per te.”

“Grazie, Papà.”

“Lo faccio per te.”

“Grazie, Papà.”

“Lo faccio per te.”

“Grazie, Papà.”

 

Finito il saluto ci avviamo verso le nostre stanze e chiudiamo la porta. Ognuna di noi ha un tablet che ci aspetta. La prima e unica volta che siamo esposte alla luce di uno schermo durante la giornata.

Papà dice che questa breve esposizione non rovina la nostra capacità di concentrazione. Che lo dice MedicinaVera. E noi ci crediamo. Non potremmo fare altrimenti.

Le stanze al piano superiore sono disposte a cerchio. Una stanza è quella di Papà. Poi ci sono quella di Alma, quella di Victoria e la mia.

Papà le ha volute così. In modo che il dubbio che ci stia monitorando dallo spioncino ci faccia stare concentrate. Ce lo ha detto lui. Lui ci dice tutto. E noi questo lo apprezziamo.

La cucina è al piano di sotto, insieme al bagno, la sala lettura, la serra e la stanza chiusa. Quella che noi chiamiamo così.

In quindici minuti, dobbiamo leggere e comprendere le pagine a noi assegnate.

Papà sceglie una di noi tre per poi fare la verifica. Ogni sera. La verifica non va mai male. Solo a volte. Ma di questo preferirei non parlare.

Per rendere più giuste le operazioni noi aspettiamo al centro della stanza. Quando Papà suona la campana, saliamo le scalette del letto. Dobbiamo sempre partire col piede sinistro. Papà preferisce così.

Spero tanto che stasera la verifica tocchi a me.

E che Alma non faccia una delle sue solite cose. Le pareti delle stanze sono sottili e si sente tutto. E lei lo sa.

“In un’era in cui le nostre proprietà sinaptiche sono messe a repentaglio da un flusso continuo di informazioni e dispositivi che assalgono la nostra mente, allenare la memoria e la capacità di concentrarsi, è l’unica via per emergere dal Sistema mendace e vivere di VitaVera.”

Lo dico tutto d’un fiato e comunico i concetti in modo che si senta che li ho fatti miei.

Papà mi osserva. Si tocca la barba. Aspira una boccata dalla sigaretta al mirtillo. Mi piace sentirne l’odore. Mi piace inalarne il vapore. Mi piace vedere Papà provarne gusto.

Il tablet è adesso spento e dentro il cassetto dove deve stare. Siamo seduti una davanti l’altro, sulle sedie di legno in mezzo la stanza, come sempre per le verifiche. Io tengo le mani sulle ginocchia come quando meditiamo.

“Dimmi che ne pensi”, dice Papà con la sua voce profonda.

Rispondo subito perché non voglio dare l’impressione di titubare.

“Secondo me”, dico, “questo enunciato è importante perché rispecchia un nostro bisogno primario. Nostro degli esseri umani, nostro in quanto esseri pensanti e razionali. Senza memoria non può esistere coscienza e sviluppo, progresso e…”

Papà alza una mano per interrompermi e io mi fermo all’istante.

Mi guarda fisso, da sotto gli occhiali quadrati sento i suoi occhi che mi studiano.

“Sembri finta”, dice secco.

Tiene le gambe accavallate, così chiuse che sembrano prendere il volume di una sola. Appoggia il gomito sulle ginocchia e la mano sotto il mento con le dita che si pizzicano ancora la barba.

Devo guardarlo negli occhi, non posso abbassare lo sguardo come si fa quando si guarda uno schermo, ma vorrei tanto farlo.

Cerco quantomeno di avere l’espressione neutra che piace a lui, non quella di sfida che ha sempre Alma, ma quella mia, attenta e ricettiva che lui ama tanto.

Ha detto che sembro ‘falsa’ e mi fa male. Non so se dire qualcosa.

Lui resta fermo a guardarmi. Poi fa un leggero cenno con la mano, come a dire ‘Vai’ o ‘Tocca a te’ o ‘Vediamo che sai fare’.

Comunque sia, vuol dire che devo parlare. Cercando di essere meno falsa, certo.

“I dispositivi digitali causano dipendenza e ci hanno messo alle strette in senso evolutivo…”, dico.

“In che senso evolutivo?” mi incalza lui.

Sento le tempie pulsare. Mi focalizzo sul respiro.

“In senso Darwiniano, certo. Perché come il grande studioso inglese sosteneva…”

“Lo so cosa sostiene Darwin”, mi interrompe. “Voglio sapere cosa sostieni tu.”

Non mi do il tempo di pensarci troppo e parlo.

“Io penso che sia, che sia…” la mia voce ha un sussulto di pianto ma lo butto giù. “Chiedo scusa”, dico veloce. “Penso che sia giusto non utilizzare i tablet o i telefoni insomma, perché non va bene, perché fanno male alla memoria.”

Papà alza di nuovo il braccio. Poi lo lascia cadere sulle gambe. Mi guarda. Leggo la delusione nei suoi occhi.

“Perché non va bene? È questa la tua argomentazione?” dice.

“Non so cosa pensare, Vera. Anche tu, adesso? Usi un linguaggio basico e rozzo. Quando adotti un lessico più forbito non lo senti tuo, non lo sai argomentare.”

Si alza, armeggia con la sigaretta e non mi guarda, ma vorrei tanto che lo facesse.

“Devi alzare i tuoi standard e la tua capacità di analisi”, dice. “ Così non va bene, così non evolvi. Così sei come loro.”

Si volta a darmi le spalle. “Non aggiungo nient’altro”, dice a va verso la porta.

Resto ferma, come se avessi un masso sulle spalle che mi spinge a terra. Conto i respiri. Vorrei dire qualcosa ma so che non posso e Papà ha ragione. Devo alzare i miei standard. E so che devo capirlo io come. ‘Il percorso di arrivo e di interpretazione è esso stesso il traguardo’, mi dico.

Lo stesso però vorrei chiedergli di darmi una possibilità in più. E vorrei che si fermasse sulla soglia e mi dicesse che sono la sua preferita.

Ma non lo fa, non si ferma e chiude la porta dietro di sé, portandosi via la delusione come un mantello sulle spalle.

Quando va via sembra che sia finito l’ossigeno nella stanza. Sto ferma sulla sedia come devo. Conto i miei respiri, cerco di non piangere.

Adesso posso solo aspettare.

Guardo fuori dalla finestra senza muovere la testa, solo con gli occhi perché Papà potrebbe essere dall’altra parte della porta ad osservarmi.

Fuori dai vetri, le miliardi di stelle che mi guardano nel buio denso del bosco mi danno consolazione. Mi danno prospettiva. Della mia piccolezza, della piccolezza di questo momento nella vita dell’universo, del fatto che supererò tutto, lo so. Che evolverò.

Il campanello suona due volte come quando la verifica va male. Ma me lo aspettavo, me lo sono meritato. Alma e Victoria possono andare a letto. Io no.

Dopo un po’ sento bussare, mi irrigidisco pensando sia Papà.

Poi capisco che è Alma, che mi sta provocando come sempre dall’altra parte della parete.

“La stanza chiusa”, la sento sussurrare dietro il muro, piano in modo che solo io possa sentirlo.

“Andiamoci, stanotte”, dice ancora.

Resto immobile.

So cosa ha in mente ma non voglio pensarci. Ho ben altro a cui dedicare la mia attenzione.

Respiro. Il pensiero va osservato e lasciato andare e io cerco di farlo.

Io non sono i miei pensieri, mi dico, io sono molto di più. Io sono la migliore. Io non sono Alma. Io non sono ‘sbagliata’ come le dice sempre Papà. Ed è vero quello che dice Victoria cercando di giustificarla, da quando Lei è andata via Alma non è più la stessa.

Ma di questo preferirei non parlare.

Il rumore di tocchi sul vetro è sottile ma preciso. Apro gli occhi, guardo la finestra e un brivido mi paralizza, Alma è là. Fuori, al freddo, in pigiama. Vedo solo la sua sagoma nel buio che mi dice di avvicinarmi.

Guardo la porta e spero ancora che Papà non ci stia guardando dallo spioncino.

Cerco di stringere gli occhi per comunicare in qualche modo ad Alma di smetterla, di andare via, di non farsi beccare un’altra volta. La scorsa volta è stato terribile e anche Victoria ne ha pagato le conseguenze.

‘Il pensiero basta osservarlo e farlo passare’ mi ripeto. Riesco a concentrarmi sul respiro ma dura poco perché Alma batte ancora alla finestra e mi dice di avvicinarmi.

Guardo lo spioncino, poi la finestra. Alma è là che gesticola.

Papà avrà le sue buone ragioni per precluderci la stanza chiusa ma lei non lo accetta. La sua è una pazzia.

Come pure quello che inventa sui rumori che sente arrivare dal piano di sotto, e quello che dice su Papà, le cose terribili di cui lo accusa.

Alma tenta ancora di chiamarmi. Si avvicina al vetro.

“È stato lui”, dice. “Ti faccio vedere. Andiamo.”

Cancello la sua voce, la sua presenza, i pensieri e i dubbi che innesca in me. Chiudo gli occhi e decido di non aprirli più con la speranza che desista e mi lasci in pace.

E sembra funzionare, perché sento ancora bussare qualche altra volta, e poi niente. Sbircio la finestra e lei non c’è più.

Sarà andata a letto, penso. Allora mi rilasso, lascio scorrere il tempo. Mi concentro di nuovo su di me. Sul miglioramento che devo fare.

Ripenso alla verifica, mi dico che Papà forse era solo nervoso. Poverino con tutto quello che ha da fare, da solo, senza un aiuto. Senza di Lei.

Perché Papà non se lo meritava. E neanche noi.

Lei era importante per noi e noi lo eravamo per lei. Me lo diceva sempre, a letto quando avevo paura e stavo attaccata al suo ciondolo verde di pietra liscia fino a quando non mi addormentavo.

Sento la nostalgia afferrarmi la gola. Scuoto la testa, per mandarla via. Sento anche un dubbio farmi tremare. Il dubbio terribile che in fondo Alma abbia ragione.

Ma qualunque sia la verità non serve a niente ormai, mi dico. Chiudo gli occhi, butto in fondo ogni pensiero negativo, ogni cosa del passato. Ritorno al respiro.

Poi, improvviso e brutale, un grido spezza il silenzio. È così forte che mi fa sobbalzare sulla sedia. È Papà a gridare, è una furia. Sento poi Alma urlargli contro e correre e piangere. Sento vetri che si rompono e ancora grida e tonfi secchi sul legno.

Tutto è ovattato dalle pareti ma mi arriva dentro denso come un pugno.

Non mi muovo, sono paralizzata.

Qualcuno bussa alla mia porta. La apre. Victoria mi guarda impaurita. Le osservo la mano fasciata. Butto giù il senso di colpa.

“Che facciamo?” mi chiede.

“Non lo so”, rispondo.

Mi guarda in cerca di conferme, quelle che solitamente ha una sorella maggiore. Ma io non so che fare, vorrei soltanto che tutto tornasse normale. Pacifico e normale.

I rumori continuano ad arrivare dal piano di sotto ed è difficile ignorarli. Ma poi, d’improvviso, tutto si placa e il silenzio ricopre di nuovo Victoria e me come una valanga che sfida la gravità, per salire da sotto fino ad arrivare a noi e travolgerci.

Vengo assorbita dalla paura, risucchiata quasi dentro il mio stesso corpo.

Penso allora a Mamma e la sua voce dolce e limpida risuona in me da qualche parte della mia memoria, posso sentire i suoi capelli lunghi che mi cadono addosso ad accarezzarmi assieme alle sue mani, posso respirare il suo collo profumato di miele.

“Ti senti meglio?” mi chiedeva quando smettevo di piangere e mi ritrovavo le dita appese al suo ciondolo. E mi sentivo forte e leggera e protetta. E sapevo che Mamma era là per proteggermi. A proteggermi quando Lui si arrabbiava, quando non facevamo come voleva. Mamma c’era. A proteggere noi sorelle. Proteggere Vera, Victoria e Alma.

Proteggerci.

Guardo Victoria, ferma sulla porta. Lei nota che le sto osservando la mano bendata. Mi dice ‘Non ti preoccupare’ senza dirmelo.

Allora faccio leva sulle ginocchia e mi alzo e mi sembra di lasciare sul legno della sedia un pezzo di me, la voglia di credere a tutto, la paura di affrontare la verità.

“Andiamo”, dico poi senza più pensare, come se non fossi io a dirlo, ma Mamma.

Prendo la mano di Victoria, usciamo dalla stanza e cominciamo a scendere le scale. Piano. Uno, due, tre, diciassette scalini.

Quando tocchiamo il pavimento del piano di sotto il caos si spalanca davanti a noi. Il mobili a soqquadro, i bicchieri e i vasi rotti stonano con l’ordine maniacale a cui siamo abituate.

In fondo, la stanza chiusa ha la porta spalancata. Victoria stringe la mia mano.

La guardo.

Sono io Mamma adesso.

“Andiamo”, dico ancora. E lei mi segue.

I nostri passi ci portano uno dopo l’altro, all’unisono, verso l’uscio di quella porzione di mondo a noi solitamente preclusa.

Quando siamo sulla soglia della stanza ci fermiamo. Un odore rancido di chiuso ma anche dolce di miele ci arriva addosso.

E noi, quasi ad occhi chiusi facciamo un altro passo.

Quel che ho imparato quest’estate finora

0

di Massimo Palma

.

Viaggio abbastanza spesso. Da giugno da quando è cominciata l’estate mi è capitato di soggiornare a Genova, a Salerno, in un’isola tirrenica, a Siena. Ovunque ho incontrato gente che parlava ebraico – credo di poter dire che in ciascuno di questi casi fossero cittadini israeliani. Mi sono sorpreso a sentirmi imbarazzato – negli ascensori degli hotel, nei negozi. A chiedermi come si sentano. E a ripetermi ogni volta non so, la risposta è non lo so non lo puoi dire certo tu. Erano sereni, all’apparenza sereni, in vacanza quindi gioviali. Contenti. Ho visto una coppia bere vino a bordo piscina.

Come ci si sente a essere cittadini di uno Stato che sta compiendo un genocidio, che attua politiche di apartheid, che continua a occupare territori a danno di comunità esistenti? Non lo so. Se non sei tu a farlo, perché dovresti sentirti colpevole, responsabile? Esiste qualcosa come la “corresponsabilità civica”, la “responsabilità politica oggettiva”? Molto difficile fare discorsi sensati al riguardo, se non si intavolano discussioni caso per caso, lunghe. Tutto resta un’ipotesi, un sentimento.

Anche le tante ricerche sugli anni Trenta non aiutano. Sappiamo che già allora il turismo esisteva, si praticava nelle classi alte. E italiani e tedeschi, pure i soldati in licenza, andavano liberamente in giro a curiosare in altri Stati nel 1936, nel 1937, nel 1938 – fino al settembre 1939.

Come ci si sente? Non lo so. Spero facciano tutti parte di associazioni della società civile che si oppone. Una minoranza non rappresentata in Parlamento. Magari è così o magari no: se non vai in guerra che ne sai dell’annientamento.

Sono tutti ricchi però. Come tutti i turisti che frequentano l’Italia che ho visto. Tutti i turisti sembrano benestanti mentre sorseggiano spritz ovunque – lo fanno mentre si affollano davanti a boutique e negozi. Ogni volta siamo tantissimi sugli stessi metri quadri di strada mentre l’aria condizionata degli esercizi commerciali combatte col caldo asfissiante dell’esterno.

Parlo da solo spesso. Anche tu fai parte di uno Stato formalmente di diritto in cui vige uno scudo penale se due poliziotti soffocano a terra una persona che sta male che lo grida e alla fine questa persona resta a terra uccisa.

A Roma prendo l’autobus abbastanza spesso. A fine giugno l’ho preso e avevo accanto a me due ragazzi, due maturandi – parlavano di come affrontare la preparazione per l’esame orale. Di un video da vedere sulla seconda guerra mondiale, di cui non si capiva granché. Perché era troppo breve, e invece la faccenda era più complessa. A un certo punto i ragazzi si sono distratti perché hanno visto degli amici. Hanno gridato “ma guarda sti froci, ma guarda sti ebrei”, due, tre volte, ridendo. Ho chiesto loro se riuscivano a capire che linguaggio stavano usando. Uno si è girato dall’altra parte, forse intimidito forse ridendo – non lo so. L’altro mi ha detto: lo dicevo agli amici, loro non si offendono. E poi ha aggiunto che se mi ero sentito offeso si scusava. Forse ero frocio forse ero ebreo.

Mi capita di andare in campeggio. Quest’anno appena arrivato ho incontrato un gruppo di ragazzi di Roma, di una scuola del centro. Mentre uno si faceva la doccia urlava “non fare l’ebreo” all’altro. Rideva moltissimo, l’ha ripetuto una decina di volte mentre l’acqua scorreva.

Sento molto spesso caldo, a volte caldissimo. Vorrei andare più a nord, dove fa più fresco, vorrei non accendere l’aria condizionata, non sudare non fetere non sentirmi svenire.

Sogno di muovermi verso nord.

Sento però spesso parlare di migrazione come crimine. Se ti sposti da un paese dove per esempio fa molto caldo e non c’è libertà politica ma lo fai senza molti soldi da spendere è probabile che tu sia un criminale. Così dicono molti per strada e molti account.

Mi sembra di capire che oggi se uccidi una persona che ha un cognome che non sai ripetere subito non è proprio come avere ucciso una persona. Se per esempio capita di uccidere uno che ha un cognome che per brevità diremo islamico forse non è davvero una persona.

Però sento di colleghi che vanno in Arabia Saudita perché lì si tengono convegni, e a volte capita di incontrare durante questi eventi strani soggetti sostenitori di Trump, israeliani ricchissimi con doppia cittadinanza che stanno proprio là a fare lobbying o a dire cose mentre ne intendono altre che è meglio non dire. Sento di gente che conoscevo da piccola che ora è negli Emirati Arabi a vivere, vengono filmati quando stanno per strada ogni momento e pure loro hanno filmato qualche drone militare che cadeva.

Invece mentre durante i mondiali vedevo Inghilterra Argentina al pub quattro cinquantenni romani che parlavano forte e chissà perché chiamavano Stuart Pearce camerata dicevano di prenotare Dubai a questo prezzo perché era imbattibile.

Quando capita di avere a che fare con quei paesi molte cose diventano imbattibili. Per esempio gli sponsor. Le squadre di calcio europee per esempio si dividono le sponsorizzazioni tra Qatar Airways e Emirates. Non le batte nessuno. Quindi tutti i bambini i ragazzi i maschi adulti a volte pure qualche donna si comprano le magliette vere o false delle squadre e portano sul petto una scritta che dice quali paesi islamici ci piacciono davvero, anche se le condizioni di lavoro nell’edilizia lì meglio non dirle anche se sui diritti meglio non sapere.

Tra l’altro nessuno di questi paesi che sono dell’area ha detto nulla vedendo l’evidenza di un genocidio in corso. Neanche i calciatori che hanno questi sponsor molto ricchi che magari giocano in questi campionati dicono nulla. In tre anni nessuno che rincorre una palla e guadagna molti moltissimi soldi ha parlato. Forse hanno paura di dire cose che magari offendono qualcuno. O forse non parlano perché non sono state uccise davvero persone, decine di migliaia di persone, ma altre specie viventi che non contano tanto.

Non tutti gli arabi non sono persone: quelli che hanno soldi sono persone.

Mi capita di girare a piedi per Roma. Vedo molto spesso gente migrata che dorme per strada e non lo vorrebbe. Leggo di gente che viene sfrattata di continuo. Ci sono dei fondi finanziari legati ai costruttori a Roma che vogliono far sgomberare le occupazioni abitative: d’estate è più facile, d’estate basta una scusa un pretesto è meno facile avere solidarietà.

Al supermercato compro pomodori ciliegini avvolti in plastica e li pago 1,79 euro per 500 grammi. Li raccolgono gli immigrati nelle campagne. Di loro non si sa niente. A volte muoiono di caldo nei campi. A volte vengono bruciati vivi in un furgone come ad Amendolara il primo giugno, perché hanno chiesto un salario. Però io i pomodori li pago poco. Sul perché vige un precetto di stare zitti che in pratica rispettano tutti e pure io.

In queste ore si parla di invasione dell’Europa perché dei marocchini che ormai è tornato a essere un insulto hanno sfondato le reti tra Marocco e Spagna in NordAfrica. Alcuni qualche decina di invasori muoiono in mare mentre invadono – degli invasi non muore nessuno.

Qualche giorno fa Netanyahu è passato sopra i cieli italiani. Da quando è stato riconosciuto criminale dalla corte penale internazionale che ha spiccato un mandato d’arresto il governo del mio paese gli permette sempre il transito. Lo fa ogni volta. Chi commette crimini contro l’umanità deve potersi muovere come si muovono i soldi. Tutti i soldi nascono liberi e uguali e devono potersi muovere liberamente.

Questo è ciò che ho imparato quest’estate finora

 

*

Immagine: Andrea Inglese, Morvan, estate 2023.

L’ombra del fratello argentino

0

di Nicola Fanizza

Giovanni aveva finito di raccogliere le ramaglie nel podere dei suoi genitori, che si trovava in contrada «Ponticelli», a meno di trecento metri dal mare. Il suo lavoro, però, non era terminato: suo padre, infatti, gli aveva dato anche la consegna di bruciarle. Si recò pertanto nella casina di campagna, sicuro di trovare sul vecchio camino gli opportuni fiammiferi. Cominciò a cercarli nei posti più impensati e persino negli anfratti. Spostò infine, un pezzo di pietra intonacata e vide sbucare una busta. Si trattava di una missiva indirizzata a suo padre, presso un recapito diverso dal loro domicilio.

La busta conteneva una lettera e una fotografia formato tessera, in cui era raffigurato un ragazzo che aveva poco meno di vent’anni. Quando finalmente cominciò a leggere la lettera fu subito colpito dalle prime parole: «Caro papà». Il mittente scriveva da Buenos Aires, dove asseriva di aver trovato lavoro come fabbro. Diceva che era felice, poiché si era fidanzato con la figlia del proprietario dell’officina in cui lavorava; lo ringraziava per aver reso possibile il suo trasferimento in Argentina. La lettera, infine, terminava con «Un abbraccio. Vincenzo».

Giovanni non riusciva a crederci. Suo padre aveva dunque un altro figlio, un figlio che era nato fuori dal matrimonio con sua madre. Ma chi era questo Vincenzo? Chi era sua madre? La lettera lo aveva sconvolto a tal punto da non poter addormentarsi per diverse notti.

Giovanni, allora, aveva appena sedici anni. Non sapeva a chi chiedere, non sapeva con chi poteva parlarne. La prossimità distanziante che da sempre caratterizza le relazioni fra fratelli e sorelle, gli precludeva la possibilità di parlarne con Rosa e Laura, le sue sorelle maggiori. Né poteva parlarne con sua madre Teresa. Ne era a conoscenza? Come l’avrebbe presa?

Rimaneva suo fratello. Ma Mario allora aveva appena otto anni, non aveva l’età giusta per ricevere una rivelazione che poteva sconvolgerlo.

Giovanni rifletteva prima di agire, era uno che ponderava le sue azioni. Sapeva che sarebbe stato poco opportuno discutere in famiglia in merito all’esistenza di un loro fratellastro. Un argomento su cui di solito si stende un velo di silenzio. E quello non gli sembrava il momento opportuno per parlarne.

Aveva ragione da vendere. Alcune cose – dicono i saggi – non vanno subito  dette a quelli che sono a noi vicini. Vanno dette solo a tempo debito. Ma chi ci dice che è arrivato quel tempo? Forse, quando fa il meno male possibile!

Giovanni era il più grande dei figli maschi, era forte come una quercia, ma soprattutto aveva le doti del combattente. Era freddo, non si lasciava mai tradire dalle emozioni e, nei momenti critici, non perdeva mai il controllo di se stesso.

Dopo aver terminato gli studi ginnasiali, fu costretto a lavorare in campagna, surrogando così in parte il ruolo che doveva spettare a suo padre Vitantonio. Quest’ultimo era aperto e disinibito, era in possesso di una vivida intelligenza. Era  ironico, ma di un’ironia che nell’intimo esprimeva il senso acuto di una tendenza alla riflessione. Ponderava i suoi giudizi e soprattutto aveva una spiccata curiosità. Era attento a tutto ciò che metteva in moto il suo cervello.

Poco prima che terminasse la quinta elementare, il direttore didattico era venuto a sapere che Vitantonio non avrebbe continuato gli studi. Il suo maestro gli aveva detto che Giovanni aveva delle buone doti di studio. Da qui l’incontro con suo padre. Il nonno di Giovanni, però, fu irremovibile. Disse al direttore che aveva un solo figlio maschio e che non poteva fare a meno del suo aiuto nella gestione dei suoi poderi.

Vitantonio si orientava nello spazio e nel tempo: guardando il sole, individuava con precisione l’ora e persino i minuti; la conoscenza dei venti a sua volta gli dava la possibilità di prefigurare i mutamenti del tempo.

Qualcuno sosteneva che fosse anche un incantatore di serpenti. Lo chiamavano per catturarli, ogni qualvolta questi ultimi, nascosti nelle fascine, erano entrati nelle case dei contadini.

Avvertiva inoltre la presenza dell’acqua nel sottosuolo e pertanto veniva chiamato spesso dai contadini ogni qualvolta bisognava scavare un pozzo o localizzare una vena d’acqua. Veniva chiamato anche per dirimere le questioni di confine fra i poderi o questioni di altro genere.

La sua condizione di rampollo di una famiglia di contadini benestanti gli aveva garantito la bella vita: era stato affrancato dal lavoro nei campi; aveva avuto a disposizione un calesse; e andava spesso a caccia, con un fucile di precisione belga, che riportava, incisa fra le due canne, la scritta in oro zecchino: «Pour poudres blanches».

Godeva di ottima salute, eppure obbligava suo figlio, che aveva appena sedici anni, a farsi carico di incombenze che spettavano proprio a lui in quanto padre. Stava in campagna il meno tempo possibile: dava le consegne; poi, attraversava in lungo e in largo il fondo per rendersi conto dello stato delle colture; e, infine, se ne tornava nel Paese per far fronte – così diceva – alle sue incombenze istituzionali (era Presidente dell’ECA!).

Giovanni, viceversa, rimaneva a lavorare nei campi. Quando si trovava da solo nella casa di campagna in contrada «Ponticelli», riprendeva la lettera e, dopo averla riletta, rivolgeva il suo sguardo alla fotografia di Vincenzo. Cercava di cogliere nel volto del suo fratellastro i tratti di una possibile somiglianza con suo padre. Ritornava con la mente agli anni della sua infanzia, ma non ricordava di averlo mai incontrato.

L’ombra del fratello argentino cominciò ad abitare, stabilmente, nei suoi pensieri. E ogni qual volta la sua immagine gli ritornava in mente giurava a se stesso che un bel giorno sarebbe andato a trovarlo in Argentina. Una terra in cui era facile emigrare, ma da cui era anche difficile tornare. Il costo del biglietto per recarsi nella Terra dei fazzoletti* con la nave, per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta, rimase esorbitante. Da qui il detto dei migranti italiani: «L’Argentina è la terra del buon Gesù: si sa quando si parte, ma non si torna più!».

L’identità di suo fratello gli appariva come un enigma. La sua foto aveva per lui una valenza simbolica. Indicava per l’appunto una mancanza e, insieme, una promessa. Suggeriva l’esistenza di un corpo e di un’anima che, al momento, gli appariva distante e inafferrabile. Giovanni voleva sapere, era interessato alle vicende della sua vita. Voleva ricostruire la sua identità, voleva riannodare, attraverso il filo della memoria, il tessuto di un’esistenza che gli appariva vicina e, insieme, lontana. Chiedeva, pertanto, informazioni su di lui – conosceva il suo cognome – ai migranti che tornavano dall’Argentina. Nessuno degli interpellati, però, asseriva di averlo mai conosciuto.

La sua determinazione sortì qualche risultato alcuni mesi dopo, quando, casualmente, incontrò Filippo. Quest’ultimo era tornato da pochi giorni da Buenos Aires. Magro e scuro di carnagione, Filippo si guadagnava da vivere, facendo il caporale. Un «lavoro» che, comunque, non gli avrebbe consentito di pagarsi il viaggio in Argentina. Poteva andare nel Paese dei fazzoletti, grazie a suo fratello, il quale, essendo un dipendente della compagnia di bandiera argentina, aveva il diritto di disporre di alcuni biglietti gratuiti per i suoi familiari.

Filippo gli diede pochissime notizie sul conto di Vincenzo. Gli aveva detto di averlo conosciuto: abitava a Buenos Aires, ma non ricordava il suo indirizzo. Aggiunse anche che faceva il camionista, che aveva viaggiato con lui e che in quell’occasione il camion trasportava un carico di zucche ….

Con quei pochi accidenti, Filippo non era riuscito a rendere meno opaca la sua immagine. Si trattava di informazioni poco circostanziate, di situazioni che non gli consentivano di mettere a fuoco la sua identità.

Giovanni non riusciva a capire la sua reticenza. Riteneva che Filippo ne sapesse di più su Vincenzo. E tuttavia, per motivi che gli sfuggivano, non voleva parlarne.

Col passare del tempo l’interesse di Giovanni nei confronti del fratello argentino venne sempre più scemando. Gli veniva in mente solo quando sui giornali venivano riportate notizie in merito ai colpi di stato che di solito costellavano la vita politica dell’Argentina oppure quando in Tv, in occasione dei campionati mondiali di calcio, venivano trasmettesse le partite della nazionale biancoceleste.

Giovanni sentì parlare del suo fratello argentino solo dopo la morte dei suoi due genitori. Il giorno successivo alla morte di sua madre, avvenuta nell’agosto del 1996, ognuno dei fratelli e delle sorelle presenti asserì di essere venuto a conoscenza, in tempi e modi diversi, della sua esistenza.

Così Giovanni venne a sapere che verso la fine degli anni Venti, suo padre, dopo aver assolto il servizio militare, era tornato nel suo Paese. Qui aveva conosciuto Maria, una ragazza bellissima, che si guadagnava da vivere lavorando in campagna. Fra i due scoppiò la passione e ben presto Maria si trovò ad aspettare un bambino. Vitantonio manifestò, inizialmente, la sua volontà di sposarla, ma dovette fare i conti con l’ostilità dei suoi genitori.

Suo padre gli aveva detto che qualora avesse deciso di sposarsi con quella ragazza di ceto inferiore lo avrebbe diseredato. Per lui si trattava solo di un amore ancillare e in questo senso si sarebbe attivato per aiutare economicamente Maria.

Intanto, quest’ultima, nel settembre del 1930, aveva dato alla luce Vincenzo, il quale sin dai primi mesi aveva mostrato una salute cagionevole

Vitantonio visse allora un periodo di grande solitudine e, insieme, di grande inquietudine. Non sapeva cosa fare; non riusciva a decidere; era incapace di assumersi le sue responsabilità; viveva nell’attesa di un evento che sbloccasse la situazione e intanto l’ansia cresceva e lo prendeva alla gola.

Ciò che gli consentì di uscire dal vicolo cieco in cui si era cacciato fu un intervento di sua sorella Caterina. Quest’ultima informò l’arciprete in merito alla vicenda che vedeva coinvolto suo fratello e alla sua indecisione. Da qui la determinazione del monsignore di convocare Vitantonio presso la Chiesa matrice. L’arciprete, grazie alla sua autorevolezza, lo convinse ad assecondare la volontà di suo padre e a trovarsi, al più presto, una moglie degna della sua condizione sociale.

I suoi genitori presero la palla al balzo. Si rivolsero subito ai sensali, i quali a loro volta contattarono la famiglia di Teresa, una ragazza che viveva a Rutigliano. Quest’ultima fu messa al corrente del fatto che Vitantonio era già padre di un bambino e ciò nondimeno diede una risposta interlocutoria. Prima di dare il suo assenso, però, voleva conoscerlo.

All’incontro Vitantonio si presentò con il calesse e, grazie alla sua bella e forte presenza, fece breccia nel suo cuore.

Appena seppero del fidanzamento, i parenti di Maria si attivarono per scongiurare il matrimonio. Si recarono più volte con il piccolo Vincenzo a Rutigliano per minacciare Teresa e i suoi familiari. Tuttavia, visto che Teresa non aveva alcuna intenzione di rompere il fidanzamento, decisero di ricorrere ad altri mezzi. Si affidarono ai maghi e alle fattucchiere, dilapidando così in poco tempo i soldi – diecimila lire! – che avevano ricevuto dal padre di Vitantonio.

I maghi in un primo momento avevano assicurato che, grazie ai loro incantesimi e alle loro fatture, il fidanzamento sarebbe saltato. Così non fu. Il matrimonio fu infatti celebrato nella cattedrale di Rutigliano. Tuttavia, anche dopo la celebrazione, i maghi perseverarono nei loro intrighi e raggiri. E spillarono furbescamente altro denaro alla famiglia di Maria.

Intanto, ciò che è sempre inatteso, ciò che è irreparabile arrivò come un ospite trascinato dal vento invernale. La madre di Vincenzo morì nel 1936, a causa della tubercolosi.

Dopo quel tragico evento, Teresa avrebbe potuto anche accogliere il piccolo Vincenzo nella sua famiglia, ma non se l’era sentita – così aveva detto alle sue figlie maggiori – per i tanti dolori che le avevano arrecato i suoi parenti. Pertanto Vincenzo, che allora aveva appena sei anni, andò a vivere con una sua zia.

Vitantonio avvertiva l’obbligo nei confronti di Vincenzo, nutriva nei suoi confronti una tenerezza tormentosa. Pertanto, con l’assenso di sua moglie, continuò e a prendersi cura di suo figlio: lo aiutava per quanto gli fosse possibile.

Dopo alcuni anni, Vincenzo aveva manifestato l’intenzione di trasferirsi in Argentina anche perché voleva a sottrarsi alle pressioni di sua zia. Quest’ultima premeva su di lui affinché si unisse in matrimonio con la cugina, ossia con sua figlia. Vincenzo nutriva affetto nei suoi confronti, ma il suo era un affetto che di solito si nutre per le sorelle.

Da qui la sua decisione di cambiare aria. Si rivolse pertanto a suo padre, il quale fu lieto di aiutarlo a partire, facendosi carico del costo del viaggio.

Questi erano i tasselli che riguardavano la vita di Vincenzo fino alla sua partenza per l’Argentina. Per quel che riguardava il periodo successivo, i suoi fratelli e le sue sorelle non sapevano nulla in merito alla sua vita. Non sapevano che lavoro faceva, se si era sposato, se aveva dei figli.

Nessuno di loro poteva immaginare, tuttavia, che in un tempo a venire, dopo più cinquant’anni, Vincenzo potesse tornare nel Paese che lo aveva visto nascere.

Nella tarda estate del 2006, verso l’imbrunire, Giovanni era seduto al tavolino di un bar sul lungomare e stava osservando il tramonto del sole, quando improvvisamente fu stupito dal lento intenerirsi del cielo. I riflessi della luce color verde-oro sull’acqua lo avevano costretto a chiudere per alcuni istanti i suoi occhi. Quando li riaprì, vide davanti a sé un uomo avanti negli anni, che somigliava vagamente a suo padre …!

 

* I migranti italiani chiamavano l’Argentina Terra dei fazzoletti, poiché gli abitanti del quel Paese erano soliti indossare un fazzoletto intorno al collo.

L’inclusione che esclude. Il paradosso normativo del “politicamente corretto”

1

di Omar Bellicini

Ogni epoca produce il proprio lessico. Le parole, specie quelle di recente introduzione o viceversa quelle abbandonate, sono mezzi attraverso i quali una società stabilisce ciò che è dicibile, ciò che è interessante, ciò che viene considerato opportuno. Il «politicamente corretto» — definizione contemporanea di un fenomeno antico quanto gli esseri umani — si sviluppa in questa dinamica, talvolta spontanea, talvolta guidata, ma sempre morale. La sua manifestazione più recente non nasce come forma di oppressione, ma come tentativo di correggere un’asimmetria storica: lo scopo è rendere visibili categorie di persone e individui che il linguaggio comune aveva relegato ai margini, spesso trasformando la frequenza statistica in criterio implicito di normalità, quindi di superiorità.
La lezione proveniente dagli studi dell’Otto-Novecento sul linguaggio, d’altra parte, è anche questa: da Ferdinand de Saussure fino alla pragmatica di John Austin, passando per il secondo Wittgenstein, il linguaggio è stato riconosciuto come dispositivo per organizzare le esperienze, per direzionare il pensiero, per conferire significati alla realtà, ben al di là di una chimerica descrizione neutrale. Parlare e scrivere sono azioni che comportano delle scelte, e non stupisce che la politica abbia individuato proprio nelle parole uno dei terreni più fertili di trasformazione, se non di manipolazione.
Il linguaggio, insomma, contribuisce a edificare gerarchie — ne è un esempio discusso il maschile sovraesteso, che in idiomi come l’italiano si applica, in ipotesi di pluralità di persone di diverso genere, anche ai soggetti femminili, senza una corrispondenza di segno opposto —; e modificare quelle gerarchie non può prescindere da una contestazione del linguaggio. Perfino — e forse a maggior ragione — quando viene condiviso da chi ne è vittima, secondo quel processo di introiezione della «violenza simbolica» descritto da Pierre Bourdieu. Stimolare il cambiamento anche negli usi comunicativi, seguendo una traiettoria di superiore equità, è perciò lodevole.
Il pericolo si affaccia quando un progetto emancipatorio si tramuta, pur al netto dei propositi, in un dispositivo normativo eccessivamente severo — si pensi all’etichettamento retroattivo di opere cinematografiche e letterarie o alla loro revisione forzata, come nel caso dell’edizione Puffin de La fabbrica di cioccolato, di Roald Dahl. È lì che emergono le contraddizioni. L’inclusione, infatti, presuppone un ampliamento del perimetro della convivenza, ma ogni norma — anche sociale — che proclami quali parole siano lecite e quali no introduce invece un confine, con un dentro e un fuori; e se prima l’esclusione riguardava gli appartenenti a determinate categorie sociali, ora rischia di investire chi utilizza codici linguistici diversi da quelli ritenuti più aggiornati, magari per abitudine, ignoranza, appartenenza generazionale o finanche dissenso teorico.
La questione, ovviamente, non riguarda gli insulti deliberati o i discorsi d’odio, il cui carattere discriminatorio è evidente. Concerne, piuttosto, quella zona grigia in cui le consuetudini vengono sovrapposte agli intenti offensivi, senza la volontà di discernere le effettive intenzioni. Quando ciò avviene, la critica del linguaggio smette di essere una proposta d’incontro e diventa un filtro di appartenenza: un codice settario. Le parole smettono di essere messe in discussione e vengono prescritte, con finalità di integrazione nella propria comunità di riferimento — come suggerisce Durkheim, parlando di «funzione integrativa della norma» — più che di miglioramento dell’ambiente circostante. Non è un caso che il dibattito attuale assuma spesso i tratti di una disputa canonica: si esamina la correttezza formale dell’enunciato prima ancora dei messaggi che intende veicolare. Cosicché, l’ortodossia lessicale prevale sull’argomentazione complessiva e la verifica dell’immediata conformità al dogma sostituisce la persuasione.
In verità, sarebbe ingenuo ignorare quanto questo tema sia stato strumentalizzato: una parte del populismo contemporaneo ha costruito sull’avversione al politicamente corretto un seguito politico, alimentando caricature, elevando casi marginali a paradigma e dando corso ad autentiche campagne di disinformazione. Ridurre il dibattito a una fantomatica «dittatura woke» significa non comprendere la complessità storica delle discriminazioni, motore della revisione critica del discorso pubblico. Tuttavia, proprio perché la caricatura del fenomeno è intellettualmente povera, diventa ancora più importante problematizzare la sua articolazione reale.
In termini generali, non è inconsueto che una pratica liberatrice si irrigidisca in una grammatica dell’affiliazione: ogni ordine simbolico produce i propri rigoristi e un senso di elitismo. Ogni regolamentazione aspira a costituire una nuova normalità, in opposizione alla precedente. Normare e normale condividono, del resto, la medesima radice etimologica. La domanda, allora, non è se sia giusto modificare il linguaggio — ogni società lo ha sempre fatto — bensì quale rapporto debba esistere tra trasformazione e imposizione. Forse, il limite di certa pedagogia linguistica — che può non essere maggioritaria, ma che è comunicativamente rilevante — consiste nell’inversione del processo di maturazione sociale: si promuove l’empatia attraverso imperativi di linguaggio, anziché favorire l’evoluzione spontanea del linguaggio incoraggiando l’empatia.
Quando una comunità interiorizza davvero il valore della dignità altrui, infatti, le parole cambiano senza la necessità di spingerle; e, se non cambiano, assumono nuovi significati. Al contrario, quando la riforma lessicale precede quella emotiva, il rischio è che venga percepita come un obbligo esterno, producendo resistenze, prese di posizione identitarie e nuove polarizzazioni; generando nuovi esclusi, sulla base della dignità morale attribuita al modo di esprimersi.
In questo senso, la vera inclusione richiederebbe qualcosa di più complesso e laborioso della sorveglianza linguistica: un impegno culturale capace di modificare gli approcci, prima ancora dei vocaboli. Perché le parole possono certamente educare, ma solo se varcano la soglia della sensibilità. Ed è questo il paradosso che merita di essere affrontato, senza contrapposizioni preconcette: una società pienamente inclusiva deve accogliere anche quanti non hanno ancora aderito al linguaggio d’inclusione. Per contro, se la difformità linguistica diventa motivo di riprovazione, il confine tra emancipazione e sostituzione dell’escluso diventa più sottile di quanto si sia disposti ad ammettere.

Breve antologia di Gianni Toti (a cura di Diaforia)

0

(I testi qui presenti sono trattti da: Gianni Toti. Opera poetica, vol. 1 & 2, a cura di Francesco Muzzioli e Daniele Poletti, per la collana “totale”, di [ d i a • f o r i a & draembook edizioni.)

di Gianni Toti

VOL. I

Da Penultime dall’al di qua, 1969

(fabile e)

appena cominciata da dichiarare ancora
la vera guerra di tutti erga omnes
finora insieme qui o là con le fronti e le frontiere
domani già adesso sulla trincea delle spalle
e l’occhio fucile la mitragliatrice d’unghia
il silenzio velenoso i sogni allucin-altri
quando nasci mi spari bambino brucia baby burn me
questa pianeta immoto nell’orbita nel giro
tondo da qui a meno chiglia che non salpa
non ce ne andremo mai dobbiamo farci uno
poi chi sa chi sarà il colui che
partirà con tutta l’astronave di terra;
uomo-pianeta-caravella alla cerca (uomonave ma sì)
di spazio perduto nell’occhio cieco di dio
a distruggerne anche la parola il verbo anzi
dell’uomo non più centrico né fallo – detto ma ineffàto…

*

(EPIGRABDEN)

epicombi – in modo da scalfire appena – sfio[rando.
: si era messo paura dei propri pensieri capite
– si era avvelenato gli occhi con la sua la tua faccia
– aveva sofferto persino per la tristezza dei sassi le loro vene bloccate
(troppa gente: la specie è in trappola: aria
aria ma non di quella – non basta più)
e perché è sempre oggi e domani è ancora oggi
(lo stesso giorno lo stesso giorno lo stesso giorno da svivere)
e l’uomo perfettibile che crea un dio imperfetto
che crea un uomo così che è sempre così
io la gente che non mi è che mi muore sotto
e gli inquietanti in pillole contro il troppo silenzio
di tutto quanto l’universo sta zitto
perché o accettiamo tutto o non accettiamo niente
mentre siamo appena e non possiamo fare altro che eccetera
allora si uccise a lungo un lentissimo suicidio infingibile

*

Da Tre ucronie della coscienza infelice, 1970

irresistenza

– ¿ in questo allora informiamoci:
barcolla il tempo i secoli ubriachi cadono
sopra i libri di storia riscritti denunciando le ucronìe
il cielo si è spostato altri cieli si sono immossi
misterificabili come sempre la sordità il silenzio
la cecità tattile il malgusto disallarmano
suoniamo parliamo vediamo tocchiamo gustiamo
musiche libri pitture erotismi e più sensi ancora
spazio su spazio anche nei corridoi conquistando
vedendoci gli occhi ascoltando la mutità dei versi
ma il tempo barcolla sempre allucinato di futuro
– palpebre lacerate a Khe-sanh-Valle-grande-
le epoche si ubriacano bevono progetti-destini
ci vuotiamo l’un l’altro sempre prima dell’inizio

però non cederemo davanti e dietro a quelle palpebre
le nostre
……………i nostri schermi
………………………………..e forse questa nostra
triste gloria di triste specie resistente a se stessa
è la sola irragione che

*

Da chiamiamola POEMETÀNOIA, 1974

3 – infuturitante

condannato al futuro forzato sei
stato e a torturarti al rispecchio
dietro cui gli aspettattori
si torturano le tòrtili
tossilaggini con lo spettracolo doppio

tu non vivi ti dici tu abiti però muori anche
ma tu non muori non te lo dici ti taci ti sposti
da un occhio all’altro su ruote ciliari
con le palpebre portiere svitabili
su cerniere di guance incincignate

cerebrostuprazione a intervalli di tristitia
kakeuanghelízzano gli spermologhi dell’uls
tutti spettano il prillo pispillorio dei forse
sul parapegma mentali impetigini le affiorescenze
delle zediglie zinzilulanti gli ideologémi capisci ?

*

Da PER IL PAROLETARIATO O DELLA POESICIPAZIONE, 1977

74

la cipazione allora il cupero l’etcet’era
la parte di chi occapare non può
ha bisogno di apofonìe
e occupa non capera ricapera
partecapisci? cipabile sei?
cipe adesso ma onnicipe?
solo parte? o partiticipatore
(prendi partito tutte le mattine?)
particellipatore? ti vorremmo
toticipiale e invece
paucipiali paucibili pococuperanti

toticipiamo – all’ora?

*

VOL. II

Da IL POESIMISTA, 1978

GLOSSOCOMIO?

ti hanno timbrato fino dalla nascita
con razza d’uomo prima identità e
poi con nome connominato
trasforandoti egoibile con le pinze
ma non eri ancora svanito nella lusione
bardato con tutti gli infinimenti e le cinture
e le croate e i fili che pendono dai bottoni
e viceversa le teste che ciondolano dai capelli
vattene adesso rondinotto da briglia
il prima non c’è stato ancora per te
prima che ti insegnino a ricordarlo
non ci sarà il dopo prima che ti postarghino
ascòltati corri ma di fianco
(dalla rosa la zolla – dalla zolla il pianeta)
così potrai mostrarci l’adcanto l’ala sola
che ha un parola sopra a surlinearlo e perchè
lo pronunciamo parolato grave o acuto in-ad-cantatile

lallazione lalìa glossopea glossalgia
tacere più forte

*

Da COMPOETIBILMENTE INFUNGIBILE, 1979

MNIOMOLLÙGINE

onfalo d’abisso sculatura inguinale
frange spavalde pelurie inguainate
sguainamento degli inguinabuli
(les merveilleuses bagnavano i pumes
per rivelare les merveilles – no?)

grigio topo verde spento cachecoeur
ruggine sulle occhiaie neggiafumo
briciole diamantifere pull-over-grounds
raccontàti gatto-luna-comignolo
mouchoir-da-buco orifizi alti da emungere

imperlàti dunque diamanti-sudore
soprattutto sottoniente castimoniale
Lisette Malidor con la gonnabanana
spampinante bilancellula con i paleo-nei
attorno attorno al tredicesimo buco

*

Da STRANI ATTRATTORI, 1986

4
le parlallele su una superficie curva possono
incontrarsi: è lo spazio-pagina che si distorce
adesso anch’io tuteandomi e ioéndomi so
che il tempo può esplodere andare in pezzi
di istanteternànee trasecolamenti e tramillenni – è
che cominciamo ad avere dimestichezza con lui:
l’infinito diciamo disdicendolo non vuol dire
vero e proprio infinito solo immensurabile

così lo abbiamo idealizzato tanto grande che è
più che grande non ce la faremo a capirlo sembra
ciossarebbe a prenderlo accettarlo-sottoportarlo
come quel dio che soltanto lui infiniva e invece
era solo quella parola a uscire dalla pagina se mai
potenziale infinito era con l’aristoteleologia poteva
continuare a crescere oltre è appena nato forse
e infinirà – per ora è solo una promessa – sfinita.

L’infinito incompiuto sembra una sinfonia
eterna incompiutezza se è infinito sfinisce
e l’infinito attuale è anche transfinitudine puoi dirlo
nessuno protesta è protestuale protestantualìzzati
se ce la fai protestantestualmente protestantellettuale
anche tu grande come una tua minima parte
partito e tuttìto poemetotinimìa strania
il minimo è massimo massiminimo…

*

Da POSTREME COSMÀGONIE DAL DESERTRON, 1990

CANI RANDAGI
ANCORA AL CAFFÈ DEI POETI

poemetto con poeteìna

Si era fermato per i futuriani
alle tre e venti il cosmologio della Torre
del Salvatore – non è vero Velimir?
fu un progéttile il disorologiaio
le finestre si chiusero le guance delle case
e rari erravano i tram tremando sulle rotaie
mezz’etto di pane poetidiano una lebbra di carne
ma i poeti andarono al caffè
dei Poeti-naturale la mente
e il Cane Randagio trovò casa
ancora e il muso gli si vellutò
nerofumoso e si sgargió tutto
s-gorgeando i capizioli dal busto
le parole si svaginarono dalle guaìne e
si leccarono le lábiule sillabulbàrono
sopra rospi sposati e spossalizi
e occhi di nessuno – nicevòki
cavalli millezampe milleali leali
poetistrelli che pipistrillavano
a bassa voce a silenzio alto
da gole-caverne da bucombelichiostri
esalta – insulta – esulta – sussultando
compoesione! e si compoetivano
poetessendo coi flauti – vulcani – scatebrósi

le onde pizzicanti violin-arie
le nuvole dipinte quinteatrali
per ballerine da una guancia sola
e un clune solo ma con due guaìne
così così proprio cosìplicando
l’arte per tutti democratizzarono
il poetoscenico! il golfo poemistìtico!

poesia al caffè con poeteìna-e per
gli spoetatori e anche per noi
disaddetti ai lavori addetti agli ozi neg-ozi
negoziatori di tempoesia

meno di cinque mesi a poeMosca
leggend-aria-di-sogni-e-bis-sognissanti
i rivelazionari del futuro interiore già intimo
forse àntimo-e finì la prima fine

finì la fine e chi sa perché
irricomincia sempre qui e subito
confessi e poetaccia ma per sempre!

*

Da UN EPITIMIO PER IL COSMUNISMO, 2000

POEMITIO PER IL CONSUMISMO

… oh sì amaro è sapereche ancora lo spettràcolo
dell’immondo per/eusopsìe si aggira
monotono deserto d’orrore e d’inòdia
che cancrilla lo YEM delle immagini “il doppio
prodotto” dello spécere e che ouk sképtomai

… decosmunistiamo – eccoli !capri yòbeleláioi
Facitori di Ponti zareàmi haschishins tontons –
sacri furori a caccia di fasmasiessusìe
tanatrònich aspérrime scienzaggioni pensiero unicó –
ma ancora respira il cadavere di Karl – ricordate?

deserti gli inferni i paradisi i purgatori –
e la preumanità neppure cominciata però
forse è in arrivo il Sesto SOl Pachakuteq
la Riconquista continua – ma la specie è compiuta? –
O morte vecchio capiteano è tempo – e tu disàncorati

– la cerebroluzione brucia i neuròni ultimi!

La facoltà di non rispondere

0

 

 

Libertà di silenzio

di

Gigi Spina

A proposito delle cascate di note,
come quelle del pianista Art Tatum,
noto per la sua velocità, quella tecnica
troppo piena, come diceva Gillo Dorfles,
è un pericolo non solo nella musica,
ma anche nel parlare e nello scrivere.
In musica devi dare tempo alle persone
di rielaborare il suono, perché il suono è
infinito. Se non lasci spazio agli armonici
di una nota, non la godi fino in fondo.
In una città rumorosa come Milano,
questo è difficile, gli armonici non li senti.
Nel silenzio, invece, ci sono. Per questo
mi sono dedicato molto anche al suono
del silenzio. Anche il silenzio ha un suono,
come diceva John Cage. Il silenzio, il suono,
tutto entra in questo spazio e crea una
musica particolare.

Intervista a Enrico Intra, “Musica Jazz”, febbraio 2026.

 

“Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”. Quante volte abbiamo sentito questa frase, nei film di ambientazione giudiziaria, magari pronunziata dopo un momento di sofferta riflessione. Un silenzio garantito sostanzialmente dalla Costituzione, nell’ambito del processo accusatorio, in cui tocca all’accusa dimostrare la colpevolezza dell’imputato. Anche di questo abbiamo sentito parlare molto in Italia durante i dibattiti suscitati dal recente referendum sulla giustizia.
Facoltà di non rispondere = libertà di silenzio (freedom of silence): l’equivalente, se non l’estensione, altrettanto significativa, della libertà di parola.
Si ricorderà che, durante gli esami di maturità del 2025, alcuni/e candidati/e si rifiutarono di rispondere all’esame orale, come forma di protesta per la situazione della scuola in Italia. Dal 2026 questa pratica, la cosiddetta “scena muta”, viene sanzionata con la bocciatura.
L’espressione “scena muta”, d’altra parte, se sembra nata proprio nell’àmbito dell’esperienza scolastica, vissuta o narrata, come involontaria mancata risposta per impreparazione a una domanda, ricopre anche l’àmbito teatrale, riferita a un momento nel quale i personaggi in scena non parlano.

Questa nuova, per certi aspetti, forma di liberà di silenzio potrebbe essere criticata per la scelta dell’occasione e la sproporzione fra il gesto e la punizione prospettata.
Si ripropone, perciò, la valutazione del kairòs, del momento opportuno, proprio come in un noto frammento di Democrito (68 B 226 DK) che cito con una traduzione personale:
Οἰκήιον ἐλευθερίης παρρησίη, κίνδυνος δὲ ἡ τοῦ καιροῦ διάγνωσις.
La parrhesia sta di casa nella libertà. C’è un rischio, però: come si riconosce il momento opportuno per parlare?
In gioco, per Democrito era proprio la parrhesia, la libertà di dire tutto ciò che si pensa e si crede. Fin dalla scoperta del termine antico, parrhesia, nato, per quello che ne sappiamo, sulla scena euripidea, è alla parola che preferibilmente si rende omaggio, assegnandole uno spazio non negoziabile, che solo i tiranni o i dittatori possono permettersi di mettere in dubbio. E, in genere, ne pagheranno le conseguenze, prima o poi.
Per quanto il silenzio sia stato analizzato e praticato anche nelle culture antiche, molto spesso negli àmbiti religiosi, o imposto nei regimi autoritari, l’idea di una libertà di silenzio è più recente e non ha ancora sfruttato, a mio parere, le potenzialità che il mondo caotico della comunicazione odierna le offre come scelta etica (individuale) e politica (collettiva).
Ma vorrei fare di nuovo un passo indietro nel tempo, cercando di suggerire come si possa cogliere questa novità rileggendo in forma diversa alcuni miti antichi. Uno, in particolare: quello delle Sirene.

La folla silenziosa mentre parla Berlinguer – foto di Mimmo Jodice

Le Sirene appaiono nel XII canto dell’Odissea, una delle ultime narrazioni che Odisseo fa, in prima persona, delle proprie avventure durante il difficile ritorno a Itaca. Naufragato sull’isola dei Feaci, su cui regna Alcinoo con la regina Arete e la figlia Nausicaa, Odisseo rivela alla fine il suo nome e risponde alla richiesta del re di raccontare, quasi come un aedo (il cantore che recitava a memoria i versi omerici per le comunità che visitava), la propria storia recente. Della quale fanno parte le Sirene, esseri ancora misteriosi nei versi omerici (poi saranno più esplicitamente donne-uccello e donne-pesce), capaci di affascinare col proprio canto i marinai che rimangono ad ascoltarle fino alla consunzione, dimentichi di essere sulla via del ritorno verso casa. Solo che Odisseo è stato avvertito da Circe di tale pericolo. La dea maga gli ha suggerito di spalmare di cera le orecchie dei marinai e di farsi legare all’albero della nave, durante il passaggio dinanzi all’isola delle Sirene, in modo che i marinai non le ascoltino e che lui, pur ascoltando, non ceda al loro fascino.

Un episodio, questo, che ha avuto una fortuna straordinaria, nel senso che ha attraversato i secoli e le culture suggerendo allegorie, interpretazioni e simbologie le più varie, nonché riscritture anche originali. Finché nel 1917 Franz Kafka non esitò a stravolgere il mito stesso. Partiva da una annotazione che precedeva un racconto breve. L’amico Max Brod lo pubblicò col titolo Das Schweigen des Sirenen: Il silenzio delle Sirene. Kafka, in realtà, voleva ricavare dall’esperienza di Odisseo una massima di vita anche per la modernità: «Dimostrazione del fatto che anche mezzi insufficienti, anzi infantili, possono servire alla salvezza». Il riferimento era, ovviamente a cera e corde, anche se Kafka seguiva una variante del mito già diffusa, secondo la quale anche Odisseo aveva le orecchie spalmate di cera ed era legato all’albero della nave. Ma poi attribuiva alle Sirene una scelta contro corrente (antimitica, potremmo dire), quasi fossero stanche di quella routine che le costringeva a cantare per affascinare tutti i marinai di passaggio. Le Sirene avevano infatti un’arma più potente del canto, il loro silenzio, come forma spiazzante su quel nuovo avversario che passava dinanzi alla loro isola provvisto di mezzi infantili. Lascio a Kafka (e ai suoi lettori) lo sviluppo concettuale del breve racconto: mi accontento di annotare come la mossa spiazzante delle Sirene possa diventare un ottimo esempio di risposta altrettanto spiazzante a una libertà di parola (di canto) che sembra diventare, nel nostro mondo sempre collegato e intercomunicante, più che una libertà o un diritto, un obbligo, con esiti spesso non positivi.

Se, in qualche modo, il free speech è stato anche responsabile, nonostante la sua storia gloriosa, delle derive wokiste, della semplificazione sloganistica, dell’armamento delle parole, della inevitabilità della polemica al ribasso e al peggio, è solo il free silence che può aiutare a invertire la rotta, dopo aver messo un freno all’ipocrita rivendicazione della libertà di parola anche quando una responsabile valutazione del kairòs suggerirebbe di tacere.
Il free silence andrebbe praticato a partire dai singoli individui negli spazi della loro intercomunicazione attraverso i social. Quasi una bandiera di rottura della routine e della trafila sconsiderata: affermazione forte – risposta provocatoria – controprovocazione ancora più forte.
Ultimamente, a proposito di temi sensibili come le guerre in corso, è stata spesso usata la tecnica del blocco dei commenti a post con prese di posizioni esplicite. Lo so, mi riferisco a un social da anziani, facebook, ma sono convinto che non si possa ancora rinunziare a un mezzo che “ha fatto anche molte cose buone”. Certo, in questo caso il silenzio, nel senso di impossibilità di risposta, è imposto, ma può servire anche a indurre un momento di free silence che serva a mettere da parte la trafila prima indicata e rimettere lo scambio di parole su nuove basi.
E poi, oltre alle scelte individuali, dovrebbero esserci le scelte di gruppi, comunità, collettivi, e perché no, partiti, istituzioni formative, sedi parlamentari, fino agli stessi media, che potrebbero scegliere in particolari circostanze non l’inutile “minuto di silenzio”, ma quote significative di free silence finalizzato a scopi ben precisi. Insomma, una sorta di manifesto nel quale si rivendichi, nei momenti opportuni (a ciascuno il proprio kairòs) e da parte di ciascuna collettività anche politicamente non omogenea, la difesa insieme del free speech e del free silence come nuove frontiere di una democrazia e di una convivenza mature.
Come ci si esercita nel discorso, così ci si potrebbe esercitare nel silenzio: ripeto, sia a livello individuale che collettivo, perché se ne colgano le positività e li si possa continuare a rivendicare entrambi liberi e non irreggimentati.
Sì, perché non si può solo “mettere a tacere”, si può anche “mettere a parlare”: costringere a una presa di posizione, a un pronunciamento quando ancora non ci sono le condizioni, la consapevolezza. Si può anche costringere a parlare, e non certo sotto tortura; ostentando gerarchie, poteri avvolgenti e mascherati, fedeltà mal riposte, unanimismi in realtà inesistenti.
Bisogna evitare, naturalmente, che in questa nuova ecologia della comunicazione il silenzio si identifichi con l’assenso. No, il free silence potrà anche essere assenso, ma il più delle volte dovrà essere un’inversione della direzione presa da una comunicazione malata, violenta, provocatrice.
Pensateci, pensiamoci: abbiamo i mezzi, le tecnologie, fino all’IA, che spesso possono anche “fare cose buone”.

Consigli di lettura.

Ho preferito comporre il mio intervento come un esempio di free speech, senza note. Quelle che seguono, ora, sono note di free silence, che servono a prendersi una pausa per meditare meglio e per riacquistare la voglia e la curiosità di informarsi per decidere meglio, per prendere meglio posizione sullo stesso speech.

Sul silenzio, di recente, Nicoletta Polla Mattiot, che lo studia da anni: Il silenzio è rivoluzione. Ascoltare il suono segreto della vita, Einaudi, Torino 2026. Qualche cenno ai silenzi nell’antichità: Giorgio Ieranò e Luigi Spina, Antichi silenzi, Mimesis, Udine-Milano 2015.

Su Democrito e tanto altro, rinvio a un mio intervento inedito, pdf scaricabile dal sito www.luigigigispina.altervista.org: sezione Retorica, n. 341.

Sulla parrhesia ho cominciato a scrivere in anni lontani: Il cittadino alla tribuna. Diritto e libertà di parola nell’Atene democratica, Liguori, Napoli 1986; vedi anche L.S., Parrhesia e retorica: un rapporto difficile, “Paideia” 60, 2005, pp. 317-346. Alcuni temi sono stati recuperati nel mio recente volume Retorica quotidiana. Quattro modi per muovere le idee, prefazione di Laurent Pernot, Damiani, Milano 2026.

Sul mito delle Sirene e su Kafka rinvio al volume: Maurizio Bettini e Luigi Spina, Il mito delle sirene, Einaudi, Torino 2007.

Hannah Arendt e Martin Heidegger. Un “enigma” fatto di assenza-essenza

1
Foto di Rahime Gül: https://www.pexels.com/it-it/foto/spiaggia-sabbia-fiori-deserto-9647574/
Foto di Rahime Gül

di Loretta Schievano

Possiamo intendere la scrittura epistolare come uno stile di comunicazione che tende ingenitamente a colmare un’assenza, una lontananza, tramite parole lasciate altrimenti inarticolate e mute. Un genere, quindi che tende ad unire due corrispondenti lontani tra loro. Ma questo tipo di comunicazione può avere una sua intrinseca peculiarità anche nel differire, procrastinare, scandire o congelare un tempo. Cicerone osservava, non a caso, che ci sono molti tipi di lettere (epistularum genera multa esse); certamente, esiste una necessità che giustifica il genus epistulare, vale a dire la comunicazione agli assenti (unum illud certissimum, cuius causa inventares ipsa est, ut certiores faceremus absentis).[1]

Talvolta, un carteggio può contenere anche il desiderio di un’aggiunta a qualcosa che già c’è; non solo il desiderio di sopperire a una mancanza o mantenere un legame.

Si tratta di questo, nel caso dell’epistolario tra Hannah Arendt e Martin Heidegger?

Cosa esisteva già tra loro, nel loro dialogo e nel loro modo di scriversi, e cosa no?

Arendt ed Heidegger si tenevano uniti sul filo di un’assenza sottoforma di quei loro carteggi o se ne servivano per affrancarsi da un rapporto altrimenti troppo vissuto?

Quella tra Arendt e Heidegger non si può dire un’assenza dilaniante, strappata a un vissuto comune che reclami, a gran voce, una quotidianità estorta. Sembra assumere più i contorni di una sfida a quella stessa assenza o sospensione che in parte rispecchia quella intercorsa lungo il tempo della loro conoscenza. Sembra anche racchiudere una scommessa, se non una promessa, alla solidità di un sodalizio esistenziale-intellettuale che, nonostante le ripetute interruzioni — soprattutto da parte di Arendt dopo l’adesione di Heidegger al nazionalsocialismo — non si è mai veramente incrinato. Una posta in gioco che sembra volere ancorare, in molti casi, il non vissuto ad un’altra forma e longitudine: in quello scambio rientra evidentemente anche il ruolo del silenzio; fosse, solo quello che scandiva i giorni di un tempo dilazionato, in grado pur sempre di annichilire la parola, ma in altri casi anche di riempirla di echi.

Certo è che docente ed ex allieva sembrano sospesi in un differire senza scampo in cui la loro comunicazione assume «un peso così dolce»[2] che tuttavia a malapena sembra dispensare o alleggerire dalla penosa assenza che cerca riparo nelle parole. Nello stesso tempo, sembra tramutarsi in una mutua cura che vorrebbe fare da ponte a quella sospensione — se non, peggio, a quella mancata forma delle loro vite nel momento in cui si sono incrociate e hanno continuato ad esserlo.

Eppure, un registro di complice e rispecchiante lucidità arresa all’«impeto»[3] trasbordante di quelle loro vite, così densamente vissute, sembra anche fare da collante a quell’intersezione in cui i due corrispondenti dispensano ogni umore da dentro tacendo un desiderio che potrebbe farsi troppo disimparato in superficie: come Heidegger vuol far credere che sia «disimparato» per lui il mondo da parte di un «montanaro» che discende in città.[4] Mentre Arendt sembra mantenersi sempre in una trattenuta se non prudente distanza, ma lasciando pur sempre affiorare il suo affetto e devozione.

Nondimeno, nonostante una distanza che non è solo geografica, Arendt e Heidegger percorrono un fitto intreccio di riflessioni che nonustante tutto li tiene uniti, solidali, e che in alcuni casi assume, almeno in Heidegger, una forma intensamente poetica vagamente romantica. In qualche modo, quasi un’unica matrice sembra unirli in quella scrittura che non rinuncia certo allo scavo, all’autenticità dell’uomo e della donna di pensiero.

Anche se talvolta le parole sembrano arrendersi di fronte a qualcosa che va oltre ad esse: «Il fatto che lei sia stata mia allieva e io il suo insegnante è soltanto l’occasione esteriore di quello che ci è accaduto»[5] scrive Heidegger alla sua ex allieva. Si potrebbe pensare che persino le loro parole, pur in tutta l’importanza del loro ruolo — più per il professore, in realtà, che per l’ex allieva — potessero essere se non qualcosa di esteriore anche di fronte alla funzione ed essenza più importante del loro stesso rapporto. Qualcuno ha sospettato questo, perlomeno nel caso di Heidegger.

Secondo la lente psichiatra di un biografo di Heidegger, lo psichiatra P. Matussek (1997), la sua intimità sarebbe rimasta impermeabile al pubblico, asserragliata in un riserbo che rasentava il patologico. Intimità, peraltro, che sembrerebbe vistosamente contrastare con quella che Matussek intendeva diagnosticare come una personalità irriducibilmente eccentrica, continuamente alla ricerca delle luci della ribalta, mai paga delle conferme del suo pubblico, che egli lusingava con la sua esuberante capacità di incantarlo con il suo pensiero e la sua capacità oratoria; ma fredda nel privato.

Da questo punto di vista, si dovrebbe dire che in alcuni passaggi delle lettere ad Hannah il pensiero di Heidegger accetti persino, quasi catarticamente, il lavacro delle emozioni, anche là dove esse dovessero preferire una forma poetica per acquisire una sorta di minima giustificazione formale. E così Heidegger sembra abbandonarsi spesso e volentieri a un respiro poetico quando scrive paragrafi come questo: «Sotto il temporale, sulla via del ritorno, eri ancora più bella e grandiosa. E io avrei voluto trascorrere con te notti intere a passeggiare».[6]

Che Heidegger, alla luce del profilo quasi spietato sulla sua intimità e inclinazione amorosa, fosse quasi inadeguato, secondo P. Matussek (1997), nei confronti dell’amore, non sembra potere spiegare formulazioni sull’amore tanto lucide come quando afferma che «L’amore trasforma la gratitudine nella fedeltà verso noi stessi e nella fiducia incondizionata verso l’altro»; o ancora: «La vicinanza è […] l’essere alla massima distanza dall’altro — una distanza, che non porta a confondere nulla — ma pone il «Tu» nel trasparente — ma inafferrabile — puro e semplice essere-qui di una rivelazione».[7]

Il presunto «manierismo» della scrittura e del pensiero di Heidegger, secondo P. Matussek, sembra lontano dalla foggia genuina con cui Heidegger sembra scrivere ad Hannah. Sebbene, con una distanza talvolta paternalistica, ma giustificabile alla luce della differenza anagrafica tra i due, nonché dell’ex ruolo di docente di Heidegger e quello dell’amata allieva Arendt.

Sempre secondo Matussek, ma anche Safranski, la vita pubblica di Heidegger lo avrebbe assorbito quasi completamente, offuscando volutamente da parte sua quella intima: la sfera privata sarebbe risultata persino «debole» a fronte di una «fissazione» per l’immagine pubblica che avrebbe agito da «compensazione» a quella carenza.[8] Matussek non tarda a giudicare la riservatezza di Heidegger come sintomo di una «palese incapacità», fino ad avanzare persino la formula biografica di un «enigma Heidegger».[9]

Heidegger sarebbe, in compenso, rimasto attratto dalla giovane Hannah, fino a non intendere rinunciare al loro rapporto, ma nemmeno al suo matrimonio, con il risultato di «compartimentalizzare»[10] la sua vita e la sua dimensione interiore al fine di gestire la vita affettiva parallela e mantenere l’immagine pubblica di marito fedele. A questo fine, avrebbe anche costretto Hannah a lasciare Marburgo. Hannah Arendt, da parte sua, sembrerebbe avere cercato sempre di comprendere la sfera intima di Heidegger, chi egli fosse con massima devozione, pronta a difenderne la grandezza. Disposta ad intravedere, dove ci fosse stata una mancanza da parte di Heidegger, qualcosa che aveva a che fare più con il suo «carattere»,[11] che ella definì semplicemente assente. E sarebbe interessante capire davvero cosa intendesse Arendt con tale assenza, e anche per «carattere».

Nel modo in cui sembrava alludere a quella mancanza e a quella componente si direbbe che Arendt fosse disposta a considerarla una parte di sé (dell’essere un individuo), su cui si poteva quasi soprassedere, come una dimensione sussidiaria a qualcosa di più alto e decisivo di ciò che può determinare l’essenza di una persona; qualcosa che potesse abbastanza facilmente scagionarsi – certamente, nel caso di Heidegger.

Forse una risposta si può trovare proprio tra le tante pieghe del carteggio tra Hannah e Martin. Nonché svelare, almeno in parte, anche quell’ipotetica «assenza» che comporterebbe lo scriversi tramite lettere, oltre all’implicito registro comune che spesso tiene uniti chi si scrive, e allo stesso modo teneva uniti Martin e Hannah. Scrive, infatti, Hannah a Martin: Tra due persone accade che talvolta, assai raramente, nasca un mondo. Questo mondo è poi la loro patria, era comunque l’unica patria che noi eravamo disposti a riconoscere. Un minuscolo microcosmo, in cui ci si può sempre salvare dal mondo che crolla, quando uno se ne va via. (H. Arendt, lettera del 27 nov. 1970).

[1] Cfr. M. Neger, Epistolare Narrationen. Studien zur Erzähltechnik des jüngeren Plinius, Narr Francke Attempto Verlag GmbH, 2021 Tubingen, p. 23. Hutchinson (1998) proprio nello studio dello stile epistolare di Cicerone rinviene nelle sue lettere molti tipi di narrativa diversa, come uno stile atto a informare (Ibidem).

[2] H. Arendt, M. Heidegger, Lettere 1925 – 1975 ed altre testimonianza, Ed. di Comunità, Torino 2001, lettera di Hedegger del 21.11.25.

[3] M. Heidegger, cit., lettera del 25.04.25.

[4] H. Arendt, M. Heidegger, Lettere 1925 – 1975 ed altre testimonianza, Ed. di Comunità, Torino 2001, lettera di Hedegger del 14 sett. 25.

[5] H. Arendt, M. Heidegger, Lettere 1925 – 1975 ed altre testimonianza, cit., lettera di Hedegger del 10.11.25.

[6] H. Arendt, M. Heidegger, Lettere 1925 – 1975 ed altre testimonianza, cit., lettera di Hedegger del 27.11.25.

[7] H. Arendt, M. Heidegger, Lettere 1925 – 1975 ed altre testimonianza, cit., lettera di Hedegger del 21.11.25.

[8] Cfr. P. Matussek, Martin Heidegger, in Terapia analitica della psicosi. Volume 2: Applicazioni, Berlino, Heidelberg, New York 1997, pp. 49–78 [Ristampa 2001], p. 3

[9] Cfr. P. Matussek, cit., p. 2.

[10] Cfr. P. Matussek, cit., p. 15.

[11] Cfr. Ibidem.

Lingue e sposi promessi

4

 

 

Noterelle a margine delle Nuove Indicazioni nazionali di italiano per i Licei

di Rosalia Gambatesa

Zeppe di prospettiva – Queste noterelle nascono dall’interno della scuola. Sono un’amara riflessione su come le nuove Indicazioni nazionali di italiano per i Licei appena pubblicate trattino ancora la lingua e l’unità disciplinare, in verità non troppo diversamente dalle Indicazioni del 2010. Le due questioni, niente affatto disgiunte, continuano ad essere due zeppe prospettiche per l’insegnamento dell’italiano, con ricadute su tutti gli altri ordini di scuola superiore e sulle scuole medie. Nel nuovo documento programmatico, nonostante il quasi ventennale passaggio dalle prescrizioni nozionistiche dei vecchi Programmi alla centralità del processo di apprendimento, la prospettiva è ancora quella di una scuola elitaria, votata a preparare gli studenti agli specialismi, dato per scontato un possesso avanzato della lingua. Come un vento contrario, questa distorsione di prospettiva non smette di spingere l’insegnamento liceale della disciplina in direzione opposta a quella del mandato costituzionale. A nulla vale rispondere che però si tratta dei Licei e che su questi aspetti si potrebbe sorvolare, considerata l’utenza, per ripetere una parola brutta e in voga nei corridoi scolastici. L’obiezione non ha senso per tante ragioni. Se ne ricordano qui due. Non è affatto scontata la padronanza linguistica nei liceali, tutt’altro. E, soprattutto, la funzione fondamentale dello stato, affidata nella parte più cospicua alla responsabilità della scuola, è quella di provvedere per tutti ad una paideia democratica e al retto esercizio della futura cittadinanza, come testimonia l’istituzione dell’esame conclusivo d’italiano identico per gli studenti dei Licei, dei Tecnici e dei Professionali.

Un elefante nella stanza – Quale lingua i Licei devono insegnare a padroneggiare nella ricezione e produzione espositivo-argomentativa? Gli estensori delle Nuove Indicazioni scrivono che «Al termine del percorso liceale lo studente dovrà padroneggiare appieno la lingua italiana, cioè dovrà essere in grado di esprimersi in forma scritta e orale con chiarezza e proprietà»[i]. La norma relativa alla valutazione dell’esame di stato, adesso di nuovo di maturità, prescrive che «la prima prova in forma scritta accerta la padronanza della lingua italiana […] nonché le capacità espressive, logico-linguistiche e critiche del candidato […] anche per consentire la verifica di competenze diverse, in particolare della comprensione degli aspetti linguistici, espressivi e logico-argomentativi, oltre che della riflessione critica»[ii]. La scuola è politica si intitola un recentissimo intervento di Massimo Cacciari nel ciclo Scholè. Per la formazione dei cittadini curato da Ivano Dionigi. Poiché è intrinseco alla scuola il suo essere politica, quale sarà il non detto degli estensori delle Nuove Indicazioni sulla lingua da padroneggiare appieno, per esempio all’esame conclusivo uguale per tutti? In vista di un possibile auspicabile vero tra parole programmatiche, norme, mandato costituzionale e azioni scolastiche, non è ormai impellente che qualcuno spieghi il portato concettuale e ideale annidato nella parola «lingua» usata in questi contesti? Forse l’elenco strabiliante di capacità e conoscenze prescritte in uscita dal Liceo?

Lo studente avrà sviluppato conoscenze e competenze linguistiche traendo frutto dalla grande varietà di testi proposti allo studio, non solo testi letterari, ma anche testi saggistici e argomentativi, compresi quelli incontrati in altre discipline. In questa prospettiva, sarà sollecitato al possesso dei lessici disciplinari specialistici, con particolare attenzione ai termini che passano dalle lingue speciali alla lingua comune o che sono dotati di diverse accezioni nei diversi ambiti di uso. Saprà riconoscere i termini stranieri entrati come tecnicismi in italiano, con o senza adattamenti, o in forma di calchi (la consultazione del dizionario monolingue e soprattutto del dizionario etimologico sarà di aiuto). Lo studente completerà le conoscenze ricavate dalla storia letteraria e dalla storia, relativamente alle vicende dell’Italia unita, approfondendo i temi dei rapporti lingua-dialetto, anche attraverso la lettura di autori che del dialetto hanno fatto uso nella poesia del Novecento, o che hanno arricchito la prosa italiana con elementi dialettali. Avrà chiare le differenze tra dialetto, lingua comune e d’uso, lingua standard di livello medio-alto, lingua letteraria, lingua tecnico-scientifica, e conoscerà le modalità, i vantaggi e i rischi della creazione di testi per mezzo degli strumenti di intelligenza artificiale. Avrà chiare le conseguenze del rapporto tra lingue, che comporta lo scambio di lessico, la creazione di internazionalismi e la diffusione di calchi e neologismi. Saprà dove orientarsi per conoscere i neologismi e il loro significato, valutando la differenza tra occasionalismi e parole nuove ormai stabilizzate. Conoscerà i dibattiti linguistici svoltisi nei primi decenni dell’Italia unita, nel Novecento e nel nuovo millennio. Conoscerà la situazione linguistica attuale dell’Italia, con la presenza di parlate diverse e di lingue minoritarie. Avrà chiaro il concetto di lingua ufficiale, e ne riconoscerà la funzione, stabilita dalla legge e ispirata alla norma costituzionale[iii].

L’immagine del Liceo che scaturisce dall’elenco è quella di una élite studentesca. In breve, un’universitina, in passato orgogliosamente in sedicesimi, poi purtroppo in trentaduesimi, dopo malauguratamente in sessantaquattresimi e via moltiplicando il denominatore con sempre maggiore sconforto e senso di vergogna. A diciannove anni su per giù non è invece possibile a tutti padroneggiare tutte le varietà e i registri dell’italiano e orientarsi autonomamente in problematiche così specifiche e complesse, né è sensato auspicarlo. Le varietà e i registri sono tanti, articolati su diversi livelli, ognuno su piani di astrazione e concettualizzazione specifici, e comunque crescenti, gestibili appieno da un piccolo numero di liceali straordinariamente dotati, i cosiddetti bravi da distinguere in tutto dagli altri.

Tutto al contrario, la Costituzione è democratica, la scuola senza eccezioni ne dovrebbe realizzare il mandato e le Dieci tesi per una educazione linguistica democratica, nate tra il 1973 e il 1974 da un lungo e pensoso riflettere degli insegnanti dei neonati Cidi e Giscel con Tullio De Mauro[iv], furono approvate nel lontanissimo 1975 su testo predisposto da De Mauro stesso. La VI Tesi chiariva per tempo che la pedagogia linguistica tradizionale degli astratti elenchi di prescrizioni disciplinari aveva gravi ricadute sulla scrittura in termini di chiarezza e padronanza:

Come non insegna bene l’ortografia, così la pedagogia tradizionale non insegna certo bene la produzione scritta. Cali un velo pietoso sulla maniera fumosa e poco decifrabile in cui sono scritti molti articoli di quotidiani. E non si creda che l’oscurità risponda sempre e soltanto a un’intenzione politica, all’intenzione di tagliar fuori dal dibattito i meno colti. Un’analisi di giornali di consigli di fabbrica mostra che in più d’uno il linguaggio non brilla davvero per chiarezza. E non sempre la limpidezza del vocabolario e della frase è caratteristica propria di tutti i comunicati delle confederazioni sindacali. Ora, è fuor di dubbio che gli operai e i sindacalisti non hanno alcun interesse a non essere capiti. L’oscurità, i periodi complicati sono il risultato della pedagogia linguistica tradizionale[v].

Nel 2007, l’Invalsi fece un’indagine sulla padronanza linguistica degli studenti delle scuole superiori, compresi i liceali in uscita dalla scuola secondaria e sulla variabilità delle valutazioni attribuite da correttori diversi. Affidò a insegnanti di tutta Italia, e tra loro anche a me, l’incarico di ricorreggere e rivalutare cento prove scritte. La norma per la valutazione era allora uguale a quella ricordata prima e l’esame, come adesso, era articolato in diverse tipologie di prove: analisi e interpretazione di un testo letterario, redazione di un saggio breve in ambiti diversi, il tema di argomento storico e infine il tema di cultura generale verso cui in genere si orientano gli studenti meno accorsati, come li definisce un gergo triste, il 43% dei Professionali, il 31% dei Tecnici e il 23% dei Licei[vi]. La traccia di quest’ultima tipologia, quell’anno, consisteva nelle seguenti quattro righe tratte da un saggio Laterza:

L’industrializzazione ha distrutto il villaggio, e l’uomo, che viveva in comunità, è diventato folla solitaria nelle megalopoli. La televisione ha ricostruito il «villaggio globale», ma non c’è il dialogo corale al quale tutti partecipavano nel borgo attorno al castello o alla pieve. Ed è cosa molto diversa guardare i fatti del mondo passivamente, o partecipare ai fatti della comunità[vii].

Chiedeva quindi di discuterle «precisando se, a tuo avviso, in essa possa ravvisarsi un senso di “nostalgia” per il passato o l’esigenza, diffusa nella società contemporanea, di intessere un dialogo meno formale con la comunità circostante». Ora, come si vede dal testo allora proposto, il livello di astrattezza e riferimenti concettuali della prosa di un saggio Laterza è lontano da quello dei maturandi. Pieve poi è sostantivo che si riferisce a realtà esperite solo dalla popolazione settentrionale del nostro paese, di fatto un vero e proprio unicorno per esempio in Puglia, comunque in generale desueto. All’epoca, un sondaggino artigianale e domestico rivelò che quasi nessun professionista di una lenta città di provincia del meridione ne aveva idea. Basta dare una scorsa all’archivio delle tracce proposte negli ultimi vent’anni per capire che non si tratta di uno sfortunato caso isolato. In genere, le tracce chiedono di discutere con proprietà e chiarezza una lingua caratterizzata da un registro astrattamente specialistico, accademico-istituzionale, e, nel caso del 2007, di precisare anche un’eventuale presenza di nostalgia per situazioni esistenziali molto verosimilmente poco sperimentate e, comunque, richiamate dall’espressione comunità circostante. Credo che si possa essere tutti d’accordo nel ritenere che un testo di non agevole comprensione ben difficilmente potrà essere discusso con lingua chiara e appropriata.

Nelle successive pubblicazioni sui risultati davvero poco confortanti della ricerca – circa il 55% degli elaborati ricorretti non raggiungeva la sufficienza a fronte del 19% della correzione delle commissioni d’esame[viii] – non vi sono passaggi sulla correlazione tra la lingua delle tracce assegnate e la padronanza linguistica degli elaborati[ix]. Eppure allora mi sembrò non difficile da intuire che, nel tema di cultura generale, come anche negli altri elaborati, il frequente caos dei connettivi e della subordinazione, l’inutilizzo quasi completo degli avverbi, l’inconsistenza degli argomenti, la precarietà del ragionamento e l’uso di aggettivi per lo più solo del tipo grande e bello dipendessero innanzitutto dalla poca familiarità con la lingua dei testi proposti. Nel 1967 i ragazzini di Barbiana avevano nitidamente spiegato che quella correlazione presiede inevitabilmente, e io direi per chiunque, ciascuno al suo livello, ad ogni possibile padronanza e chiarezza, e che tenerne conto fa la differenza tra l’italiano pensato per le élite e l’italiano voluto per tutti dalle Madri e dai Padri Costituenti:

A giugno del terzo anno di Barbiana mi presentai alla licenza media come privatista. Il tema fu: «Parlano le carrozze ferroviarie». A Barbiana avevo imparato che le regole dello scrivere sono: Aver qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti. Sapere a chi si scrive. Raccogliere tutto quello che serve. Trovare una logica su cui ordinarlo. Eliminare ogni parola che non serve. Eliminare ogni parola che non usiamo parlando. Non porsi limiti di tempo. Così scrivo coi miei compagni questa lettera. Così spero che scriveranno i miei scolari quando sarò maestro.
Ma davanti a quel tema che me ne facevo delle regole umili e sane dell’arte di tutti i tempi? Se volevo essere onesto dovevo lasciare la pagina in bianco. Oppure criticare il tema e chi me l’aveva dato. Ma avevo quattordici anni e venivo dai monti. Per andare alle magistrali mi ci voleva la licenza. Quel fogliuccio era in mano a cinque o sei persone estranee alla mia vita e a quasi tutto ciò che amavo e sapevo. Gente disattenta che teneva il coltello dalla parte del manico. Mi provai dunque a scrivere come volete voi. Posso ben credere che non ci riuscii. Certo scorrevano meglio gli scritti dei vostri signorini esperti nel frigger aria e nel rifrigger luoghi comuni[x].

Claudio Giunta, coordinatore della parte letteraria delle Nuove Indicazioni, motivando nel suo blog le scelte fatte, seppure tra parentesi, scrive molto opportunamente, e con un bisogno di verità davvero apprezzabile, che «(la scuola è piena di cose che si scrivono ma non si fanno)»[xi]. Perché, forte di questa fondamentale consapevolezza, non si è fermato a riflettere sul fatto che le sue Indicazioni sono un’eterotopia scolastica? A che è servita un’indagine sulla padronanza della lingua e sulla variabilità delle correzioni e valutazioni dei compiti di esame, se non se ne sono tenuti in nessun conto i risultati molto preoccupanti, se non si è indagato sulla genesi della scrittura infelice degli esaminandi e tanto meno si è considerata la croce dei commissari d’esame, stretti tra l’incudine della norma e il martello di dover correggere prove spesso desolate, abborracciate su tracce linguisticamente estranee? Senza andare lontano, sarebbe bastato prendere come bussola anche solo il vecchio adagio rem tene, verba sequentur! Le Nuove Indicazioni una lingua di riferimento ce l’avrebbero avuta per stilarne un profilo veramente padroneggiabile per tutti i liceali in uscita dalla scuola. I Costituenti vollero limare certosinamente la lingua della Costituzione perché il referente democratico della Carta si rispecchiasse nella sua manifestazione verbale. De Mauro più volte ha osservato come il novanta per cento del lessico della Costituzione italiana sia costituito da un vocabolario di base che appartiene al nucleo di maggiore frequenza e familiarità, e quindi di massima trasparenza, per la comunità dei parlanti. Soltanto 355 lemmi su 1357 vi sono estranei; le frasi sono brevi, in media di venti parole, con prevalente paratassi e rari casi di subordinazione complessa[xii]. Non sono tutti gli studenti quei futuri cittadini, senza distinzione di classe, per i quali i Costituenti calibrarono quella lingua per tutti? Perché mai invece si chiede loro di essere padroni dell’italiano discutendo, per esempio, quella dei saggi Laterza? Quando si pensa alla lingua che tutti devono padroneggiare non dovrebbe valere innanzitutto il modello della Costituzione? Una lingua fattualmente padroneggiabile dopo tredici anni di studio, sulla quale ognuno, secondo le proprie possibilità, possa far germogliare la pianta sana della propria lingua di elezione e quindi la proprietà linguistica del proprio futuro personale e professionale. Porsi un tale obiettivo non vuol dire affatto abbassare il livello dei licei che tradizionalmente hanno anche il compito importante di preparare all’università e alle professioni. Vuole dire al contrario creare un tronco linguistico forte su cui è possibile innestare la crescita ordinata delle varietà di ciascuno secondo il comma 2 dell’articolo 4 della Costituzione, dando corso, alla lettera, anche agli articoli 2, 3 e 6.

Un elefante o due? – Le Nuove Indicazioni già dal titolo Lingua e letteratura italiana si presentano nettamente bipartite e curiosamente la bipartizione vi si manifesta anche con una diversa scelta stilistica. Claudio Marazzini, professore Emerito di Storia della lingua italiana dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale ‘Amedeo Avogadro’ e Presidente onorario dell’Accademia della Crusca, ha coordinato la sezione sulla lingua che procede con passo austero. Claudio Giunta, professore ordinario di Lingua e Letteratura italiana dell’Università di Torino, in quella della letteratura usa un tono più interlocutorio a partire già dall’iniziale strafare. Il doppio cappello Perché studiare la lingua e Perché studiare la letteratura conferma l’impressione di trovarsi di fronte a due diverse discipline. A cosa serve questa spaccatura nei due tronconi degli apprendimenti da un lato pragmatici e grammatici e dall’altro letterari e storico-letterari? Nella parte della lingua si perseguirebbero forse di più gli universali e nella parte della letteratura di più il cosiddetto pensiero critico? Peraltro, senza nessuno sforzo programmatico, nelle prescrizioni finali relative alla lingua si fa tacitamente riferimento ad acquisizioni linguistiche desunte dal secondo tronco, senza contare i riferimenti a quelle delle altre discipline. Gli stessi estensori della sezione letteraria, con grande passione, per tutti e cinque gli anni, ripetono riflessioni di questo tenore:

‘studiare letteratura’ non significa imparare la biografia e la poetica degli autori, o la critica sugli autori, e neppure studiare a memoria le caratteristiche della tale o talaltra corrente letteraria. Significa leggere i testi, capire il loro senso complessivo, comprendere il significato delle parole che li compongono (corsivo mio)[xiii].

Se si intende leggere nell’accezione corrente di intendere la lingua di un testo, perché questo avvertimento così sentitamente ripetuto non ha spinto il documento verso una profonda revisione della scissione programmatica della disciplina? In altri passaggi della parte sulla lingua, si osservano analoghe incursioni o contraddizioni. Per esempio si anticipa che nell’analisi dei testi letterari si deve badare anche agli aspetti linguistici, però chissà perché solo per il secondo biennio:

Lo studente analizzerà i testi letterari non solo badando al contenuto, alla trama, al significato e al sistema culturale dell’autore, ma anche sviluppando la debita attenzione agli elementi linguistici (corsivo mio)[xiv].

Come che sia, la biforcazione dell’italiano in due discipline specialistiche, ognuna con le sue sottodisciplinette tipo antologia, narrativa, epica, Dante, saggio breve, ecc. ecc., è un vero problema: si traduce in libri di testo diversi, in ore di lezione rigidamente separate, in attività non comunicanti. In una simile gabbia disciplinare, con esiti didattici francamente grotteschi, è un’impresa preparare alla padronanza della lingua, ovvero farsi carico della paideia democratica dei futuri cittadini. Con una disciplina spaccata in due è evidentemente impossibile leggere effettivamente i testi e vederne viva la lingua nel contesto comunicativo fittizio modellato dall’autore tra chi parla e chi ascolta. La poesia «non è assolutamente altrove, non è un’altra lingua, è un’operazione nel linguaggio di tutti che però disattiva, rende inoperoso un certo uso del linguaggio», ricorda Giorgio Agamben[xv]. Caproni, in un’intervista a Claudio Angelini del 1988, a partire dalla riflessione sulle esagerazioni correnti nella lingua comune, gli dice che nella sua poesia gli piace essere incisivo fino magari a scrivere con una parola sola «possibilmente tutto nominale … minor numero possibile di verbi e aggettivi»[xvi]. La lingua d’uso, sembra spiegarci il poeta, è pennello e colori per gli scrittori. Leggerli non può prescindere dalla ricerca dei possibili sensi etici ed estetici del tracollo sintattico e semantico delle loro lingue.

Secondo Vygotskij, il pensiero verbale, all’origine di ogni possibile concettualizzazione, è un’area d’intersezione tra pensiero e linguaggio, in cui pensiero e linguaggio coincidono[xvii]. Nei cinque anni di Liceo, dopo gli otto della scuola dell’obbligo, è in questa area indistinta nella mente degli studenti che vanno coltivati entrambi nella doppia declinazione della lingua e del pensiero critico. Diversamente, la paideia non si darà su nessun piano. Qualche liceale, per sua natura ingegnoso, attingerà senz’altro un buon livello in entrambi gli ambiti, ma di certo non tutti, anzi pochissimi.

Educare il pensiero verbale non è facile, richiede tempo e senso della misura. Affrancati da qualsiasi prospettiva specialistica, si tratterebbe di far vivere agli studenti viaggi nella lingua opportunamente predisposti secondo ritorni, ricorsivi e a spirale, delle capacità e dei concetti da esercitare. Per farli salpare verso il senso sarebbe cruciale l’iniziale esercizio dei sensi, sempre all’erta in tutti e in ognuno, senza distinzione di classe e di stili di intelligenza. Le sperimentazioni fatte testimoniano che non tutti i vissuti funzionano. Una futura benvenuta scienza della scuola, tra i campi di indagine, dovrebbe avere anche quello delle esperienze estetiche capaci di introdurre allo studio di specifici aspetti del pensiero verbale. Proprio a proposito de I promessi sposi, per fare un esempio, è capitato, durante il primo confinamento del 2020, di proporne la lettura ad alta voce di Roberto Corradino, pubblicata ogni giorno, capitolo dopo capitolo, sulla sua pagina Facebook. Un’incantevole alternanza di inflessioni popolareggianti, di azzeccata caratterizzazione linguistica dei personaggi e di momenti di algida distanza attoriale ha fatto entrare trionfalmente nel romanzo liceali del secondo anno, in un modo mai visto prima. Il tentativo successivo di fargli gustare l’incontro tra il padre provinciale e il conte zio con l’aiuto della magnifica lettura di Paolo Poli non ha invece suscitato alcuna risposta degna di interesse. Nella fase dell’immersione sensibile nel tema, i ragazzi risentirebbero in classe andamenti della lingua esperita nella vita, potendo percepire per mezzo di quelli più vicini quelli più lontani, cogliere la straordinaria ricchezza di entrambi e soffermarsi su questa per tutto il tempo necessario ad osservarla. Ad ogni tornante concettuale, grazie a delicati passaggi di metalessi narrative, li si guiderebbe, in punti chiave, nel salto di consapevolezza da attori del vissuto a coro che commenta l’esperienza in atto. Allora l’oggetto dell’osservazione e dello studio diventerebbe il codice da decifrare in tutte le mutazioni della scrittura e dell’interiorità e il modo con cui ci si sforza di decifrarlo. La storia parla di noi non solo per le cose che vi accadono, ma anche per lo sforzo di mettere a fuoco le cose che accadono e per lo sguardo su noi stessi che ci sforziamo di capirle. Tappa per tappa verrebbe approfondita la riflessione sulle osservazioni fatte, sui possibili perché del farsi della lingua nella bocca di ognuno e su come, dalla bocca, le espressioni riescano ad apparire mute e vive sulla pagina, cambiata radicalmente la forma; se ne articolerebbe una modulazione di possibili sensi, oltre che della diversa istanza paradigmatica della norma; si inviterebbero gli allievi in contesti comunicativi fittizi convenientemente selezionati a provarsi nel riconoscere temi e forme in qualche modo già sperimentati e nell’arrovellarsi su come la lingua diventi, per esempio in quelli letterari, inoperosa, misteriosamente autoriflessa, capace di parlare loro su piani altri della conoscenza.

Immancabilmente, di fronte a una lingua piena dell’esperienza sensibile della vita, la comunità di una classe, se disposta all’attitudine della ricerca, dispiega la felice urgenza di comprenderla. Si riempie del gusto di ragionare muovendo dalle singole letture soggettive alla negoziazione di intenti sottesi di pensiero. E giunge anche all’imperioso bisogno successivo di imparare a parlare del processo conoscitivo attinto, affinando in maniera naturale la metalingua di volta in volta necessaria. Non sarà proprio lo studio dello scarto tra pragmatica e grammatica il corrispettivo dello studio della stilistica? Romano Luperini scrive che «la storia della critica dimostra che le interpretazioni di un testo sono infinite. Ciò non significa però che esse siano illimitate»[xviii]. Mi sono spesso domandata se al Liceo, dove ho insegnato per quarant’anni, e in generale a scuola per tutte le discipline, l’esercizio più democratico e costituzionale per apprendere a padroneggiare la lingua e insieme il suo portato concettuale non stia proprio in una siffatta armonia della classe protesa verso il medesimo obiettivo, ogni studente secondo la propria irripetibile sensibilità. Far studiare sui libri senza dare la possibilità di interloquire con questioni già linguisticamente e concettualmente affrontate, porta solo in pochi casi fortunati allo sviluppo di un pensiero critico autonomo, nella stragrande maggioranza alla cultura della ripetizione più o meno brillante di quello altrui, quasi sempre meno.

Sposi e lingue promessi – Nella conclusione del paragrafo Obiettivi specifici di apprendimento e conoscenze relativi alla letteratura del primo biennio, si legge una riflessione sull’opportunità della lettura de I promessi sposi al secondo anno:

Quanto a Manzoni, è debito ricordare che I promessi sposi entrano nei programmi scolastici negli anni Settanta dell’Ottocento perché si vuole affiancare ai modelli di prosa tre e cinquecenteschi un «classico contemporaneo». Com’è evidente, I promessi sposi non sono più un “classico contemporaneo”. Al secondo anno del biennio, a discrezione dell’insegnante, in alternativa al romanzo di Manzoni sarà pertanto possibile far leggere integralmente agli studenti altri libri meno complessi dal punto di vista linguistico (per esempio quelli elencati nelle righe precedenti), rimandando la lettura dei Promessi sposi, in forma integrale o per brani, al quarto anno del percorso di studio, quando si affronta la letteratura dell’epoca di Manzoni[xix].

Non appena la Bozza delle Nuove Indicazioni per il Licei è stata pubblicata per una fase transitoria di riflessione e revisione, questo passaggio ha suscitato un caldo dibattito a favore o contro. Colpisce che i libri meno complessi elencati nelle righe precedenti, dopo anche la proposta di un anticipo di testi del Medioevo, siano opere di Moravia, Palazzeschi, Brancati, Fenoglio, Pavese, Carlo Levi, Primo Levi, Morante, Ginzburg, Calvino, Sciascia, Parise, Pasolini, Romano, Pontiggia. Poche righe prima si era invece sottolineata l’utilità, a proposito del primo biennio, di partire da testi come le canzoni «che si suppone siano più familiari agli studenti»[xx]. Il consiglio pur buono, rivela però l’idea di una familiarità di superficie intesa come noto. A stare a quanto si legge, a I promessi sposi mancherebbe una familiarità di lingua. La lingua manzoniana pare agli studenti oggi piuttosto astrusa. È vero, sebbene, come accennato, la leggibilità aperta da una lettura ad alta voce capace di incantare farebbe pensare anche ad altro nell’attuale tornante tra scrittura e nuova auralità, visibilmente in atto nel modo di pensare degli studenti da almeno venticinque anni. Certo, tocca all’insegnante capire se sia adeguato e possibile ambientare in un’opera esplorazioni a tutto tondo e se si sia individuata un’esperienza estetica tale da accendere i sensi di ogni studente e rendere per ciascuno familiare l’opera e la sua lingua eventualmente lontana. Così fa Marco Martinelli, glorioso regista di centinaia di giovani alle prese con la messa in vita di classici tra i più apparentemente morti, Pierini dei licei insieme a Uragani delle scuole di Scampia e di altre ancor più abbandonate periferie. All’obiezione che i classici sono noiosi risponde che non lo sono, che sono vivi, se si è in grado di interrogarli:

Sento già l’obiezione: i classici sono noiosi. Non è vero, ma è vero che così li percepiscono tutti, o quasi, gli adolescenti. E anche tanti adulti. Dipende allora da come li possiamo raccontare, da come li facciamo vedere. Bisogna saper resuscitare i classici, immaginarseli quando ancora non erano classici, quando neanche loro sapevano di essere dei classici, immaginarseli quindi da vivi, da ragazzini, da ribelli e insoddisfatti e scalpitanti, polemici e indisponenti, come spesso erano stati quegli esseri umani che oggi, nell’immaginario di tanti, sono solo un nome bislacco e un busto in un museo, muto e inutile. Se lo interroghiamo, se sappiamo interrogarlo, quel marmo comincia a parlarci[xxi].

Lo scorso ottobre, per la Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, Marco Martinelli e Ermanna Montanari, ospiti dell’Ambasciata italiana e del Dipartimento di Italianistica dell’Università di Ankara, lo hanno mostrato ancora una volta. Hanno allestito, in poche ore, con ventisette studenti turchi, un’apertura scenica del Purgatorio dei poeti tratto dalla Commedia. Gli studenti hanno trovato e messo in Dante se stessi recitando in turco e in italiano insieme. I giovani spettatori loro colleghi si sono commossi alla vista dell’intensa e rigorosa messa in vita del nostro grande classico. Nei venti minuti dell’apertura, attori e spettatori insieme hanno fatto accadere l’evento del viaggio dal buio alla luce, lì, nel remoto altopiano del deserto anatolico. Dante è difficile, la sua lingua talvolta quasi incomprensibile, per i turchi di fatto inavvicinabile. Ma Martinelli giocando con il ma del «ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai», in turco amà, e di nuovo ama e amore in italiano, con umiltà e infinita sapienza ve li ha fatti penetrare accendendo un eros irruente nei loro corpi compressi. Rumeysa, una delle studentesse, ha poi scritto che per lei era stata una cosa nuova e strana, e che la paura e l’eccitazione provate durante le prove erano misteriosamente scomparse al momento di vivere la Commedia davanti e con gli spettatori.

In una classe di Liceo, laddove le classi sono uno spaziotempo molto simile a quello di un teatro, la paideia democratica della lingua deve tener per forza conto di entrambi i processi della conoscenza sensibile e noetica di Dioniso e di Apollo. Non può prescindere dall’enthousiasmos del dio giovane che è dentro e dalla sua potenza che sola può aprire a tutti i giovani dei licei, e della scuola in genere, la strada della conoscenza a distanza del dio lykeios. L’esperienza dionisiaca dei sensi e del corpo necessariamente vi precede e fonda la maturazione del pensiero verbale e della noesi. Nell’Iliade, il poema del furioso dolore dell’eroe giovane e dionisiaco destinato a morte necessaria da Apollo, Achille, dopo una resistenza lunga diciannove libri prima di consegnarsi al passaggio estremo, nel grandioso furore della sua prima e ultima immensa battaglia, lui, uomo, si trova inopinatamente a rincorrere il dio in fuga, dimentichi entrambi, in un infinitesimale frattempo, del destino ripetuto a martello per quasi dodicimila versi. Nel poema della città nascente, ritornerà uomo fatto travestito da Odisseo, apollineo e dall’ingegno multiforme. Nei primi anni Ottanta, a lezione di filologia, Canfora, sulla scorta di Diego Lanza, spesso ci ricordava che leggere vuol dire rileggere, riconoscere qualcosa che è già dentro: ad Atene i bimbi imparavano a leggere compitando i versi dell’Iliade dopo averli prima ascoltati durante le feste dai rapsodi e poi via via mandati a memoria.

A Barbiana Lorenzo Milani, che per consapevole scelta democratica insegnava l’italiano tutto insieme, non mancava di seguire il criterio della familiarità inteso come urgenza politico-sentimentale. Nella scrittura di Lettera a una professoressa – per Pasolini, pur dubbioso su alcuni aspetti dell’opera, «uno dei più bei libri che io abbia letto in questi ultimi anni: un libro straordinario, anche per ragioni letterarie»[xxii] – accompagna i ragazzini a dare parola a un sentimento caldissimo. La scelta stilistica aspra e petrosa, a restituire nella lingua le ferite delle bocciature agli esami, è evidente sin dall’incipit lapidario: «Cara signora, lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti»[xxiii]. Scaturisce dalla minuziosa ricerca di una lingua che rappresenti fattualmente il confronto tra la pienezza rigorosa del metodo di studio praticato a Barbiana e la vacuità di quello della scuola pubblica. La forma della lettera risponde anch’essa al criterio della familiarità; è esercizio di scrittura tra i più praticati dagli adolescenti, intermedio tra la vita e la finzione, tra l’oralità e la pagina, la testualità oggi sicuramente più esperita nella forma breve del messaggio e del post. Rimando per questa cruciale questione alla lettura dei mirabili percorsi di italiano insegnato tutto insieme a partire da quelli sulla messaggeria, costruiti da Maria Piscitelli insieme alle maestre del Cidi di Firenze, riferimenti ineludibili per cominciare infine a pensare e formalizzare un’epistemologia scolastica democratica dell’italiano[xxiv]. Quella straordinaria lettera è quindi non solo una limpida accusa, mai perdonata, alla scuola pubblica italiana degli anni Sessanta infedele al mandato costituzionale. È la lucida illustrazione del farsi all’unisono della lingua e del pensiero mentre una comunità di studio e ricerca vive la propria formazione e, insieme, un metodo di apprendimento della padronanza.

Ne I promessi sposi, che a ben vedere «si situa dentro una biblioteca», non c’è una sola lingua, c’è una babele di lingue in cui un giovane in formazione si perde, non molto diversamente dai nostri studenti. Nel libro la promessa meravigliosa di ritrovare la famiglia perduta va di pari passo con quella di trovare una lingua che possa sanare la separazione tra il mondo della parola e quello del reale se esiste. La giovinezza, per statuto, sperimenta una tale babele esistenziale e linguistica, come testimoniano i preziosi graffiti nei bagni e sui banchi, o le ormai purtroppo desuete scritte dei bigliettini sottobanco. Renzo, come un qualunque nostro studentello, seduto sui gradini della cappella al centro del lazzaretto, sconfitto dai tanti agguati delle lingue del mondo malamente affrontate, articola una misteriosa lingua salvifica, sconosciuta agli adulti, non abbastanza grandi per sentirne compassione senza disprezzo.

[…] una preghiera, o, per dir meglio, una confusione di parole arruffate, di frasi interrotte, d’esclamazioni, d’istanze, di lamenti, di promesse: uno di que’ discorsi che non si fanno agli uomini, perché non hanno abbastanza penetrazione per intenderli, né pazienza per ascoltarli; non son grandi abbastanza per sentirne compassione senza disprezzo[xxv] .

Il quadretto finale compie la promessa di maritare gli sposi, ma non del tutto quella di maritare la lingua al pensiero, affrancarla dall’immoralità della sfilata di lingue bifide esposte ad ogni stazione della biblioteca: per l’analfabeta del nostro scrittore, la scrittura resta, preoccupantemente, una birberia. Se si valuta possibile, per i nostri giovani, forti della loro confusione di parole arruffate e esperti di ambiguità sentimentali e linguistiche, un viaggio nelle peripezie del romanzo potrebbe rivelarsi un lungo, complesso e delicato processo di avvicinamento ad una lingua e a una società altre e lontane.

Senso e sensibilità – Cacciari in Scuola è politica, commentando un passaggio del dialogo platonico sulle Leggi, insiste a lungo sulla necessità che la retta educazione per il pais, il giovinetto dai 14 ai 18 anni su per giù, non si fondi sulle facoltà noetiche, ma sulla sensibilità e sui sentimenti immediatamente posseduti ricordando che « anche il senso è senso »[xxvi]:

Il giovane deve essere educato in base alla sua sensibilità, egli ha in sé la potenza per apprendere, anche attraverso le proprie facoltà noetiche, per apprendere anche le discipline diciamo scientifiche, i saperi particolari, ma tutto ciò lo ha in potenza. L’educazione deve portare questa potenza alla forma, ma come fa, quali sono gli strumenti che ha per far passare queste facoltà in potenza alla forma, all’atto? Bisogna partire appunto da ciò che per il fanciullo riveste la massima importanza, come avete sentito, quei sentimenti che il fanciullo possiede immediatamente e bisogna far sorgere, facendo leva su quei sentimenti, naturalmente, avversione al brutto e all’ingiusto e amore per il bello e per il giusto, questo è il fine essenziale dell’educazione […] bisogna creare le basi cioè di un ethos, questa è l’educazione, di un ethos, sede. Su quella sede staranno poi i saperi particolari[xxvii].

L’insistenza sui sentimenti, su ciò che il fanciullo possiede immediatamente, per portare la potenza dei saperi particolari, presente in ognuno, alla forma della padronanza, all’atto, rivela evidentemente l’ethos democratico della paideia descritta. L’esperienza sensibile del bello e del brutto appartiene indistintamente a tutti e ognuno desidera esplorarla parlandone, e poco importa se all’inizio è solo un balbettio. Impossibile per la scuola della Costituzione non aderire alla riflessione cacciariana.

Nell’Introduzione del romanzo Manzoni, constatata già allora l’oggettiva indeterminatezza della «lingua italiana», al momento di rifare la dicitura dello scartafaccio, si pone il problema di quale contromodello di lingua possa dare alla riconosciuta bellezza della storia un’espressione corrispondente: «che dicitura vi abbiam noi sostituita?».  L’agile e corrente lingua trovata si fa nel farsi della scrittura, mentre lui stesso si interroga sulle possibili obiezioni, mandate a spasso ogni volta dal loro non «badare ai fatti e ai princìpi su cui il giudizio doveva esser fondato»:

avevam proposto di dar qui minutamente ragione del modo di scrivere da noi tenuto; e, a questo fine, siamo andati, per tutto il tempo del lavoro, cercando d’indovinare le critiche possibili e contingenti, con intenzione di ribatterle tutte anticipatamente[xxviii].

Una lingua della scuola per così dire maritata al pensiero non sarebbe molto diversa. In un andirivieni ben allestito tra la familiarità del dentro e l’alterità sociale e culturale della lingua della cittadinanza, verrebbe facendosi nella vita rivissuta nella classe, e, su una tale scena, nel farsi, proverebbe a riflettere su se stessa e a spiegare come è fatta e come fa a farsi. Crescerebbe insieme alla vita degli allievi, badando ai fatti e ai princìpi, di pari passo con lo sviluppo delle loro capacità noetiche, dalla pianta forte di ogni diversa lingua materna, in ariose e pazienti giravolte di esplorazioni conoscitive. La IV Tesi spiega in termini di pedagogia linguistica efficace quale potrebbe essere nel suo farsi:

Una pedagogia linguistica efficace deve badare a tutto questo: cioè al rapporto tra sviluppo delle capacità linguistiche nel loro insieme (tesi llI) e sviluppo fisico, affettivo, sociale, intellettuale dell’individuo (tesi lI), in vista dell’importanza decisiva del linguaggio verbale (tesi I).
La pedagogia linguistica efficace è democratica (le due cose non sono necessariamente coincidenti) se e solo se accoglie e realizza i principi linguistici esposti in testi come, ad esempio, l’articolo 3 della Costituzione italiana, che riconosce l’eguaglianza di tutti i cittadini «senza distinzioni di lingua» e propone tale eguaglianza, rimuovendo gli ostacoli che vi si frappongono, come traguardo dell’azione della «Repubblica» […] è sulla scuola che, in modo dominante, anche se non esclusivo, devono concentrarsi gli sforzi per avviare un diverso programma di sviluppo delle capacità linguistiche individuali, uno sviluppo rispettoso ma non succubo della varietà, secondo i traguardi indicati, ripetiamolo, dagli articoli 3 e 6 della Costituzione[xxix].

Nella Lettera ai giudici, ritorna l’idea di una lingua che cresce insieme alla vita e al pensiero, a cui certamente le Dieci tesi guardarono:

Anche le lettere ai cappellani e ai giudici son episodi della nostra vita e servono solo per insegnare ai ragazzi l’arte dello scrivere cioè di esprimersi cioè di amare il prossimo, cioè di far scuola [xxx].

Nel paragrafo Come maestro è ancora più chiaro che l’italiano della paideia democratica del cittadino può sorgere solo in lezioni indistinte di vita e di lingua:

Ora io sedevo davanti ai miei ragazzi nella duplice veste di maestro e di sacerdote e loro mi guardavano sdegnati e appassionati […] E avevano anche intuito che ero ormai impegnato a dar loro una lezione di vita. Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa […] Abbiamo dunque preso i nostri libri di storia (umili testi di scuola media, non monografie da specialisti) e siamo riandati cento anni di storia italiana in cerca d’una «guerra giusta». D’una guerra cioè che fosse in regola con l’articolo 11 della Costituzione. Non è colpa nostra se non l’abbiamo trovata[xxxi].

Nelle Nuove Indicazioni, le due diverse prospettive accademiche del linguista e del critico letterario, nonostante i vari incroci, confermano la tradizione inattuale della padronanza indeterminata dell’italiano prescritta ai liceali, lontanissima da quella maritata della retta cittadinanza. Esattamente come nella stragrande maggioranza dei libri di testo, lunghi elenchi e buoni consigli le occupano insistendo con l’avvertenza di aggiungere una cosa ad un’altra, una cosa separata dall’altra: «all’antologia verranno affiancate letture integrali di libri, per incentivare l’abitudine e l’allenamento alla lettura»[xxxii] e «l’insegnante dedichi almeno una lezione (o un ripasso), all’inizio di ogni ciclo scolastico, all’uso consapevole dei vocabolari»[xxxiii]. Una tale parola programmatica potrà mai dare vita ad una lingua e a un liceo della retta educazione, potrà mai accompagnare i Licei nel gravoso compito costituzionale assegnato? Il Liceo, la scuola superiore, la scuola tutta, sono però a loro volta molto lontani dal poter raccogliere la sfida di fondare la propria scienza, nello specifico quella dell’apprendimento scolastico dell’italiano. Il fervore degli anni Settanta, prolungatosi almeno fino al Duemila, ha prodotto tanta ricerca e sperimentazione in questa direzione. Ma la scuola, luogo innanzitutto del dialogo e dell’oralità, non ha mai generato un sapere teorico in grado di fondare un’epistemologia scolastica e democratica delle discipline. Se una sperimentazione si è rivelata proficua, ha talvolta dato fattivamente corso a buone pratiche didattiche, riconoscibili qua e là nei consigli delle Nuove Indicazioni. I risultati raggiunti non hanno però mai assunto una forma teorica specifica, guadagnato spazio scientifico di sedimentazione e discussione, nobiltà di sapere, salvo rari felici casi[xxxiv]. Qualcosa alla scuola in questi ultimi venticinque anni è definitivamente sfuggito, anche se mentre accadeva non sapevamo cosa – o forse lasciavamo fare, come in una nitida memoria radiografica di Annie Ernaux. I libri di testo adoperati in classe continuano ad essere quasi sempre improntanti ad un elenco catalogico di contenuti disciplinari secondo l’epistemologia accademica della ricerca. La normativa spinge le nuove generazioni degli insegnanti verso un sempre più pesante grigiore burocratico. La scuola resta di fatto un’istituzione minorenne, impossibilitata ad assumersi la responsabilità del proprio mandato e della propria professionalità. Se non per questo, perché sarebbe allora il luogo in cui molte cose si scrivono, ma tutt’altre si fanno? Il risultato dell’incoerenza prospettica non va cercato lontano. È esperienza quotidiana di ognuno la sciatteria linguistica pubblica e privata e l’avanzare impetuoso di un vigoroso neovolgare, di pari passo con l’infragilimento del pensiero dialettico e dell’affermazione prepotente della retorica e del pensiero associativo. Con buona pace dei maestri disobbedienti e della loro ricerca di un possibile vero scolastico.

___

[i] Nuove Indicazioni nazionali per i Licei, https://www.mim.gov.it/-/pubblicato-il-testo-delle-nuove-indicazioni-nazionali-per-i-licei- , da ora in poi NIN, p.1.

[ii] art. 17 del DL del 13 aprile 2017, n. 62.

[iii] NIN, pp.4 -5.

[iv] Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti di Roma nato nel 1972 e diventato nazionale nel 1979 e Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica nato nel 1973.

[v] https://giscel.it/dieci-tesi-per-leducazione-linguistica-democratica/

[vi] https://www.edscuola.it/archivio/cronologia/0627.html

[vii] Ibidem.

[viii] Rilevazione apprendimenti prova scritta d’italiano, a cura dell’invalsi e dell’Accademia della Crusca, p. 54.

[ix] Si ricordano Gruppo di lavoro Invalsi – Accademia della Crusca, Rilevazione Apprendimenti Prova Scritta Italiano – RACCOLTA MATERIALI E ANALISI DEI DATI SESSIONE 2007; Lina Grossi, « La Ricerca», 30 giugno 2015.

[x] Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria editrice fiorentina, Firenze 1976.

[xi] Sulle Indicazioni nazionali/2 (più ampiamente) di Claudio Giunta, 25 Aprile 2026.

[xii] Jaqueline Visconti, La lingua della costituzione, tra lessico e testualità, « Rivista », N°: 3/2022, 29/08/2022

[xiii] NIN, p. 2.

[xiv]Ibi, p. 4

[xv] Giorgio Agamben, Che cos’è la poesia?, https://www.youtube.com/watch?v=Mh_-BlNVVQM (trascrizione mia).

[xvi]Claudio Angelini, Oltre la parola. Intervista a Giorgio Caproni, «L’aquilone», Rai Uno, 1988,  https://www.youtube.com/watch?v=zvwy3A3Iy-k (trascrizione mia).

[xvii] Lev Vygotskij, Pensiero e linguaggio, ( a cura di Luciano Mecaccci) Bari, Laterza, 1990, p. 118.

[xviii] Romano Luperini, La critica, la scienza e l’ermeneutica, https://www.italianisti.it/pubblicazioni/atti-di-congresso/letteratura-e-scienze, p.2.

[xix] NIN, p.6

[xx] NIN, p.5.

[xxi] Marco Marttinelli, Aristofane a Scampia, Milano, Ponte alle Grazie, 2016.

[xxii] Pier Paolo Pasolini, La cultura contadina della scuola di Barbiana – «Momento», IV, 15-16, gennaio 1968. https://pasolinilepaginecorsare.blogspot.com/2022/01/pier-paolo-pasolin-la-cultura-contadina.html?m=10

[xxiii] Lettera a una professoressa

[xxiv] https://www.fucinadelleidee.eu/

[xxv] Alessandro Manzoni, I promessi sposi, capitolo XXXVI.

[xxvi] Massimo Cacciari, La scuola è politica, incontro del ciclo «Scholé. Per la formazione dei cittadini» a cura di Ivano Dionigi, https://www.youtube.com/watch?v=jp7abVgdzg4, min. 27 (trascrizione mia).

[xxvii] Ibidem.

[xxviii] I promessi sposi, Introduzione.

[xxix] https://giscel.it/dieci-tesi-per-leducazione-linguistica-democratica/

[xxx] Lorenzo Milani, Lettera a Nadia Neri, https://www.radiomugello.it/blog/la-lettera-a-nadia-di-don-milani/

[xxxi] Lorenzo Milani, Lettera ai giudici, https://sites.units.it/cusrp/presentazioni/milani_giudici.html

[xxxii] NIN, p. 3.

[xxxiii] Ibi, p. 2.

[xxxiv] Cfr. per esempio, Carlo Fiorentini, Rinnovare l’insegnamento delle scienze. Aspetti storici, epistemologici, psicologici, pedagogici e didattici, Roma, Aracne, 2018.

Les nouveaux réalistes: Gino Ciaglia

0

Le cose si spostano
di
Gino Ciaglia

Nostro nonno collezionava impianti stereo rotti. Se qualcuno gli diceva: «Che bella passione», si sentiva rispondere: «La passione è una cosa da froci».
Infatti, noi che lo conoscevamo bene, sapevamo che la sua non era una passione, né lui era il tipo che rifà il trucco alle cose vecchie per farle sembrare moderne. Era semplicemente incapace di buttare via qualcosa che avesse toccato la nonna, o che avesse anche solo guardato. Gli impianti stereo erano dodici, e ognuno aveva il nome di un santo scritto su nastro adesivo, in stampatello, col pennarello indelebile, come fanno gli animatori con i bambini al campo estivo.
Li teneva in cantina, allineati contro il muro di cemento umido come militari in attesa di ordini. Ognuno aveva qualcosa che non andava: uno non leggeva i CD, un altro aveva il volume bloccato al massimo, un altro ancora aveva perso l’antenna e captava solo una stazione rumena che trasmetteva canzoni folk.
Quando sono andato a svuotare la cantina, dopo, ho trovato anche i manuali. Li aveva conservati tutti. Li aveva messi dentro buste di plastica trasparenti, quelle con la chiusura a zip, e li aveva etichettati col nome e l’anno di acquisto. Il manuale del primo impianto era del 1977.
Lui aveva quarant’anni.
Io due.

L’appartamento ci ha messo tre settimane a sembrare vuoto. Non tanto per le cose ‒ quelle le abbiamo smaltite in fretta, a parte gli impianti stereo su cui siamo rimasti fermi per un po’ ‒ ma per via dell’aria. L’aria di un appartamento abitato per cinquant’anni ha una consistenza diversa. Entra nei polmoni in modo diverso.
Lisa, mia sorella, dice che è la polvere, che la polvere vecchia ha un odore da sciroppo per la tosse scaduto. Non ha tutti i torti. Ma io sento le voci: rimangono nelle pareti come il fumo di sigaretta e la fuliggine del caminetto, e credo che ci voglia del tempo prima che escano.
Il nonno fumava a ritmi tali che se Fabrizio De André fosse stato suo amico, avrebbe buttato via la propria sigaretta e gli avrebbe detto: “E cazzo, Pino, almeno tu smettila!” E parlava anche molto, e ad alta voce, anche quando era solo. Soprattutto quando era solo. Aveva iniziato quando la nonna se n’era andata ‒ questo è il termine che ha sempre usato, se n’era andata, come se avesse preso un treno e lui non fosse stato via di casa per sette anni. Aveva continuato a ragionare ad alta voce per abitudine, e poi l’abitudine era diventata un metodo, e il metodo era diventato una specie di compagnia, come una tv senza telecomando bloccata sullo stesso canale.
Negli ultimi mesi, quando Lisa e io lo sentivamo dalla nostra stanza che discuteva con la lista della spesa ci sembrava imbarazzante.
«Trenta grammi di prosciutto cotto non bastano, Marialuisa».
«E allora prendi il petto di pollo, dai».
«Il petto di pollo non lo mangiano».
«E allora cosa mangiano?»
«Boh. Le merendine».
Avevamo sette e cinque anni, Lisa più piccola, e ridevamo sotto le coperte cercando di non fare rumore.

Gli impianti stereo li abbiamo portati all’isola ecologica un martedì mattina. Quando li ho portati dalla cantina alla macchina, infilandoli sul sedile posteriore e nel bagagliaio, mi sono reso conto che erano pesanti in modo… sgradevole, si avvertiva il peso morto di una cosa che ha smesso di funzionare.
«Secondo te perché li teneva?» ha chiesto Lisa ferma a un semaforo.
«Che cazzo ne so. Nostalgia?»
Lisa ha stretto le mani sul volante. È una di quelle persone che hanno bisogno che le cose abbiano un senso, che ci sia sempre una spiegazione. Fa l’insegnante di matematica e crede nella dimostrabilità delle proposizioni. Io faccio il grafico e al massimo credo nella dimostrabilità delle proporzioni.
«Io mi sono sempre chiesto perché aveva dato a ognuno il nome di un santo». Lisa ha fatto una piccola risata che non era del tutto una risata. «In verità vi dico… oggi uno di voi mi manderà in corto circuito!»

All’isola ecologica c’era un uomo coi guanti gialli e la pettorina arancione che prendeva le cose e le metteva nei cassoni. Lo faceva con una certa cura, e questo mi ha colpito. Ha preso il primo impianto, lo ha girato tra le mani, ha visto il nastro adesivo con il nome di Giuda Taddeo, l’ha messo nel cassone e lo ha lasciato andare con delicatezza. E mentre guardavo quella scena ho rivisto il nonno vestito di tutto punto, il profumo di dopobarba che sapeva di farmacia, che mi teneva sulle ginocchia e mi lasciava giocare con l’orologio al polso.
Aveva lasciato la nonna quando avevo otto anni e Lisa sei. Da quel giorno lo vedevamo solo la domenica; poi una domenica sì e una no. Dopo, le domeniche sono diventate le vacanze di Natale, poi un’estate sì e una no, e infine tutto si è trasformato in brevi telefonate in cui chiedeva come andava la scuola. Noi dicevamo “bene” anche quando non andava bene, perché avevamo capito che tanto non ci avrebbe chiesto il perché.
Non era cattivo. Era… un uomo piccolo, nel senso che occupava poco spazio nel mondo, e probabilmente questo gli pesava. Aveva fatto il geometra tutta la vita in uno studio di tre persone e aveva misurato case che non avrebbe mai potuto comprare; poi, a un certo punto, aveva incontrato questa vecchia contessa che lo guardava come se fosse un Rembrandt, e Ciao nonno.
La nonna non ne aveva mai parlato male davanti a noi. Questa è la cosa che mi ha sempre colpito di più, come se sapesse che avremmo capito, prima o poi.
Ho capito tutto a diciannove anni, a una cena di Natale dalla sua nuova famiglia ‒ lui, la contessa decaduta, e il figlio di lei, di quindici anni, che si chiamava Claudio. La casa bella, molto più grande di quella che aveva lasciato alla nonna, con i pavimenti in parquet e una lunga vetrata che dava sul giardino.
Claudio aveva dormito sul divano per tutta la serata con un bradipo di peluche stretto al petto; a un certo punto ha aperto gli occhi e mi ha chiesto se fossi bravo a giocare ai videogiochi e io gli ho detto di sì, anche se non era vero.
Sulla strada di ritorno in pullman ‒ si era offerto di accompagnarmi ma preferivo starmene da solo ‒ ho pensato che le scelte non hanno sempre un colpevole, ma hanno sempre delle conseguenze. E le conseguenze di quella scelta erano state mia nonna da sola, con un figlio che ormai era solo una foto sul caminetto e la lista della spesa con cui discuteva la sera, o a volte al telefono con la mamma.
Non gliene ho mai voluto. O forse sì, ma in modo… come un rumore di fondo che dopo un po’ non senti più.

***

Tra le sue cose abbiamo trovato una scatola di scarpe piena di fotografie. Le persone della sua generazione le tenevano così, ammassate alla rinfusa. Almeno però le stampavano. Erano lì tutte insieme, gli anni sessanta mescolati agli anni duemila: io bambino con Lisa in braccio, mia madre giovane con la nonna dal viso ingrugnito, e in mezzo ogni tanto spuntava lui, il nonno. Ed era sempre giovane, perché le foto con lui finivano nell’ottantotto.
Lisa le ha prese tutte e le ha messe sul tavolo della cucina e ha cercato di ordinarle per anno. Ci ha messo un pomeriggio intero. Io nel frattempo smontavo gli scaffali del ripostiglio e ogni tanto passavo a vedere come andava.
«Guarda qua» mi ha detto, sventolando una polaroid.
Era una foto di nostra nonna giovanissima, in piedi davanti a quello che sembrava un bar, con un vestito azzurro e i capelli corti. Rideva. Rideva in un modo che non le avevo mai visto: aperto, un po’ spericolato.
«1956» ha detto Lisa. «Madooo’, com’era bella!»
Gliel’ho sfilata di mano. L’ho guardata. Avrà avuto quindici o sedici anni. Era bella in un modo che non avevo mai considerato; nessun nipote guarda la nonna in quel modo.
«È triste» ha detto mia sorella.
«Cosa?»
Il borbottio del caffè che saliva ha sospeso la risposta.
Lisa ha rimesso la foto sul tavolo e ha continuato a ordinarle. Le ho poggiato la tazzina vicino e sono tornato nel ripostiglio. Dopo un po’ ho sentito un rumore sommesso: tirava su col naso, piangeva. Non sono rientrato in cucina a vedere, perché sapevo che non avrebbe voluto.

Nostra nonna aveva una frase che ripeteva sempre, e la diceva senza enfasi, come si dice “fa freddo” o “manca il latte”.
La frase era: le cose non finiscono, si spostano.
La diceva per tutto. Per le relazioni, per gli oggetti, per i dolori.
Quando avevo quindici anni e la mia prima ragazza mi aveva lasciato per uno di quinta ‒ uno che aveva già la patente, una Vespa rosso fuoco e una sicurezza che io non avrei raggiunto prima dei trent’anni ‒ mia nonna mi aveva portato una tazza di Ovomaltina e mi aveva detto: «Non finisce, si sposta».
«Cosa, nonna?»
«Aé, mo vuoi sapere troppo».
Freire, Spock e Montessori, via, fate passare nonna Dina!
A cinquant’anni penso di averlo capito. Penso che volesse dire che niente sparisce davvero; che tutto ciò che si è perso continua a esistere, in qualche modo, per sempre.
Il dolore non finisce, diventa qualcos’altro.
L’amore non finisce, cambia forma.
Le persone non finiscono ‒ e qui mi fermo, perché non sono sicuro di credere in nulla di soprannaturale. Ma lo penso lo stesso, perché anche così, anche senza la parte soprannaturale, mi sembra vero.
La nonna è morta d’infarto fulminante il sette luglio 2015, alle sei di mattina, mentre guardava la caffettiera sul fornello acceso.
Il medico ci ha detto che non ha sofferto. I medici dicono sempre così ‒ lo dicono perché non possono dire altro, e lo diciamo anche noi quando qualcuno ha bisogno di sentirlo.
Forse non ha sofferto davvero. Forse stava pensando a qualcosa di banale, come la lista della spesa o come sarebbe andata tra Brooke e Ridge quel pomeriggio, e poi il caffè ha sporcato tutto il piano cottura e lei non c’era più.

C’è una cosa che non ho detto a Lisa. Che non ho detto a nessuno.
Il giorno prima di morire, la nonna mi aveva chiamato. Erano le tre del pomeriggio e io stavo lavorando, avevo una scadenza e stavo aspettando una mail dal cliente. Ho risposto in modo distratto, con la voce da oltretomba che uso quando vorrei che i telefoni non esistessero.
Lei mi ha chiesto come stavo, io ho detto bene. Mi ha detto che aveva visto un documentario sui polpi che era molto interessante e che avrei dovuto vederlo, io ho detto sì, nonna, lo vedrò. Mi ha chiesto se avessi mangiato, io ho detto sì. Mi ha chiesto se avessi chiamato il dentista per quella carie che rimandavo da due mesi, e io ho detto di sì, ma era una bugia.
Poi ha detto: «Ti voglio bene».
E io ho detto: «Anch’io, ciao». E ho riattaccato.
Le avevo dedicato un minuto e ventisette secondi. Almeno questo diceva lo schermo. Strano, non mi ero mai fermato a leggere la durata di una telefonata, prima.
Sono tornato alla scadenza, alla mail del cliente, e non ci ho più pensato, non fino al mattino dopo quando mia sorella mi ha chiamato che ero ancora a letto. Parlava in un modo che non riconoscevo, con una voce che non le avevo mai sentito, una voce da cui si capiva subito che qualcosa era cambiato in modo irreversibile.
Non ho rimpianti, o almeno cerco di non averne, perché i rimpianti sono una forma di presunzione ‒ presuppongono che avremmo potuto sapere. A volte, però, la notte mi sveglio e penso a quel minuto e ventisette. Penso che i polpi hanno tre cuori, il sangue blu e una forma di intelligenza distribuita lungo i tentacoli, e che questo forse c’entri qualcosa con come funziona il mondo, anche se non so cosa.

L’ultimo impianto stereo lo abbiamo trovato nell’armadio della camera da letto, sepolto sotto una coperta di lana. Era un Grundig vecchissimo, coi tasti di plastica beige e il mangianastri. Sul lato c’era il nastro adesivo con scritto: G. C. Non il nome per intero, come sugli altri undici. Ora vai a capire se voleva dire Gesù Cristo o il nome della nonna.
Quando ho premuto il tasto play, così, senza pensarci, l’impianto ha fatto un rumore, poi un altro rumore, e alla fine ha suonato.
Dentro c’era ancora una cassetta, e la cassetta funzionava. Era una canzone che non conoscevo, una voce femminile, un ritmo che adesso suona ridicolo ma che allora doveva sembrare il futuro.
Lisa si è fermata sulla porta. Ci siamo guardati.
«Sai cos’è?» ho chiesto.
Ha scosso la testa.
L’abbiamo ascoltata tutta, in piedi davanti all’armadio del nonno, con la luce del corridoio che entrava obliqua. La canzone è finita, l’audiocassetta si è bloccata.
Abbiamo salvato il vecchio Grundig dall’isola ecologica.
L’ho preso io. Ora è in camera mia, con la cassetta ancora dentro. Non lo riaccendo mai; però so che funziona, e questo mi basta. Non so spiegare perché mi basti, ma mi basta.
Un pomeriggio, mentre spolveravo lo stereo, lo sportellino si è aperto di scatto. Incuriosito, ho sfilato la musicassetta – chissà perché non lo avevo fatto prima. Sull’etichetta di carta ingiallita, un tratto di penna rossa ormai sbiadito, riportava le stesse iniziali di prima ‒ G. C. ‒ ma stavolta per esteso: Gerardina Concilio, 1957. Ho fatto due conti ‒ l’anno doveva essere quello del loro matrimonio.
La nonna aveva ragione.

Fine dell’arte

0

di Leonello Ruberto

“Art is dying in this world, and so is listening, as the world becomes more full of toys and special effects.”

Keith Jarrett (dalle note di copertina dell’album Jasmine di Keith Jarrett e Charlie Haden pubblicato dalla ECM nel 2010)

 

È comunque una fortuna essere nati su questo mondo. Aver avuto la possibilità di fruire in qualche modo della creatività prodotta dal genere umano.

Non importa che sia stato a distanza, a distanza di anni, attraverso registrazioni d’archivio, che sia un libro di carta, un disco inciso o un nastro magnetico.

Importa di più che sia stato in maniera virtuale. Per come abbiamo cominciato a intendere il virtuale da un’epoca storica in poi.

All’inizio era solo riversamento in digitale. Dall’analogico al digitale, e che potessimo sentire il “gusto” diverso o meno, poco cambiava nella sostanza, se non per chi si interessava della questione.

Comunque era una copia. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

Ma il virtuale che conosciamo noi non è solo una copia digitale, non lo è più e forse non lo è mai stata, fin dall’inizio.

Questo l’inutile, ormai, rammarico. Avremmo potuto affrontarlo diversamente, sapendo, immaginando, riflettendo.

Che non voleva dire negare l’evoluzione, fare gli oscurantisti in un moderno revival medievale, se mai c’è stato un medioevo come intendiamo di solito il Medioevo.

Il nostro digitale si è rivelato la sostanza stessa. E il ventunesimo secolo si è rivelato per la rivoluzione che contiene. Non ce ne siamo accorti se non dopo qualche decennio.

Ma è bastato qualche decennio per rendere il processo irreversibile.

Ero giovanissimo quando incontrai la musica jazz e cominciai a provare nostalgia per quel mondo che non c’era più. Nostalgia per qualcosa che non avevo mai vissuto.

Ma ero anche grato di poter ascoltare quella musica: se non esisteva il contesto in cui era stata creata, comunque la tecnica otto-novecentesca della registrazione mi permetteva di ascoltarla.

Viaggiando nel tempo, come per tutta l’arte. Quando mi rammaricavo comunque con qualcuno che il jazz di fatto non esistesse più, non come era stato, e mi chiedevo chi e perché ci avesse messo fine, l’interlocutore di turno finiva per definirmi: purista.

Per me non era quello il punto. Capivo benissimo che l’arte può essere creata sempre e che anche in quel momento c’erano grandi artisti capaci di farlo.

E che buon jazz era stato creato anche dopo di Coltrane. Ma non c’era più un mondo in cui in un club di New York Lester Young potesse salire sul palchetto a duettare con la sua amica Lady Day, Billie Holiday.

Quando Miles Davis, giustamente dal suo punto di vista, perché voleva rimanere protagonista in musica come sempre era stato, era passato all’elettrico, qualcosa si era interrotto.

Forse non c’entrava Miles, lui ne aveva semplicemente preso atto. Ma io oggi vedevo solo il risultato.

Non negavo il valore, la godibilità della musica con qualsiasi tecnica, acustica, elettrica o elettronica, sia fatta. Non ero un purista. Ma apparivo tale.

Era come in politica: apparivo in un certo schieramento, anche se non ero e non volevo essere schierato. Ma solo un cittadino libero di farsi un’idea.

Sentivo l’impotenza di ogni cittadino come me, di chi rifletteva su certe cose invece di accettarle, viverle e basta.

Il mondo della musica jazz, anche se testimonianze continuavano a esistere, era sparito anni prima che io nascessi. Ma c’era un mondo di arte che vedevo sparire davanti a me.

Perché il digitale non era più una copia dell’analogico. Ma nemmeno uno strumento di creazione, come era stato il primo digitale, il proto-digitale, l’uso di una nuova tecnologia.

Qui era la creazione stessa. Ma non essendo più umana, per chi si creava?

Sempre per la fruizione degli umani.

Quindi anche la mia. Me ne stavo intontito a vedere i risultati inquietanti generati dalle intelligenze artificiali.

Sempre più precisi, eppure sempre con qualcosa di strano, che non sapevo spiegare se non apparendo come uno di quelli che non vogliono le novità, che tanto è stato così anche quando nacque il mio amato jazz e dissero che era la fine della musica.

Ma io intendevo e sentivo qualcosa di diverso. Io che non ero nessuno e di questa sensazione, o lungimiranza, non sapevo che farmene. Se non soffrirci.

Io sapevo scrivere e sapevo disegnare, ma oggi, come tutti, riesco a farlo solo con l’ausilio dell’intelligenza artificiale.

Anche sul lavoro è stato lo stesso, nello studio di architettura non ricordo più a che punto smisi di fare fotoinserimenti e render e li lasciai fare all’AI.

È vero, non ho mai amato i render, per questo ho ceduto. Ricordo ancora i primi anni di università, quando il CAD era solo un’opzione, una scelta consentita che comunque doveva dare lo stesso risultato del disegno a mano.

Le stampe su lucidi, i modelli di cartoncino e poliplat, la colla UHU. Il trucco di stampare a casa i disegni fatti in CAD, con la canon e le sue grosse cartucce che riempivo con la siringa, a caricamento posteriore, un foglio alla volta, su A3 da incollare e poi lucidare a mano col rapidograph.

E poi l’arrivo di photoshop, e i nuovi trucchi che accecavano professori che per la prima volta nella storia avevano capacità tecniche inferiori ai loro allievi: non erano più maestri del disegno da cui apprendere, bensì persone quasi vecchie da stupire con banali effetti speciali.

Quanto mi è mancato il disegno a fil di ferro, in bianco e nero, anche se fatto al computer. Vedendo colleghi dalle poche capacità progettuali fare il balzo in avanti grazie alle loro tavole colorate stampate su costosa carta di alta qualità.

Provai anche, una volta diventato lavoratore, a proporlo allo studio: un ritorno al disegno dell’architettura, piante e volumi in bianco e nero che parlassero di composizione.

Mi fu chiesto un render con delle persone – era troppo vuoto e inquietante con solo l’edificio –, più luminoso, come quelli che i clienti sono abituati a vedere.

Non cercai di spiegare l’inquietudine profonda che mi davano quelle immagini iperrealistiche simulanti una realtà sempre e per sempre irreale.

Fantasticai di inviare curriculum e portfolio a un celebre architetto che sul sito web proponeva ancora disegni. Il sito fu rinnovato e ora c’erano solo pochi render e tante foto. Rimasi ovviamente dov’ero.

Atroci furono poi le prime richieste del processo inverso: convertire modelli virtuali in immagini di disegni a mano – mentre diversi conoscenti trasformavano le loro foto di famiglia in dipinti di Van Gogh.

Comunque oggi so che non saprei fare più quello che facevo da ragazzo.

Così nessuno sa più suonare un sassofono o dipingere a olio su tela.

Ma il peggio è che nessuno sa più comporre musica, progettare un edificio, creare un dipinto o girare un film.

È vero, come diceva chi mi chiamava purista, l’arte viene fatta ancora.

Esistono i libri, i film, i disegni. Ma vengono generati – o co-generati, poco cambia, il senso è che passano da lì – da intelligenze artificiali.

Che combinano quantità di dati sterminate, tanto da creare risultati che paiono originali, perché nessun umano è in grado di riconoscere tutte le fonti.

Eppure un umano qualsiasi come me se ne accorge, percepisce qualcosa, qualcosa di noto, imitazione meccanica e non umana ispirazione, forse è questa la sensazione inquietante di cui parlavo.

Alla maggior parte dei miei simili non frega niente come non fregava niente di quella vecchia musica jazz morta.

E nel dirlo mi sento un insignificante che appare saccente. Che si crede speciale senza esserlo.

La sola realtà è che, anche se non sono solo – nel mondo ci saranno altri che sentono ciò che sento io –, comunque mi sento solo.

E impotente: ma questo lo sono. Come lo siamo tutti, che ci importi o meno.

E so che l’intelligenza artificiale che mi sta guidando nella scrittura di queste parole sta memorizzando.

Ciò che in un mondo umano sarebbe nulla in confronto a tutti gli abitanti del mondo.

Ma che per un’AI è un dato in più da combinare e gestire con tutti gli altri, senza alcun limite.

Il limite che per me c’è e che il mio piano base mi pone ora: se voglio proseguire nella scrittura e nella riflessione devo passare alla versione premium.

Mi è stato comunicato in tempo reale il preavviso di licenziamento dallo studio di architettura. Alla fine è successo davvero ciò di cui blateravano i catastrofisti: non servo più. Perché il lavoro è ed è sempre stato questo: servire. L’evoluzione in qualcosa di diverso, qualsiasi sia il livello di sviluppo tecnologico e sociale, si è dimostrata inattuabile.

Non mi potrò permettere l’upgrade, visti i prezzi raggiunti, arrivati al punto in cui nessuno ricorda più quali erano all’inizio i costi di un servizio accessorio poi diventato primario.

Non mi rimangono che pochi caratteri a disposizione.

(N.d.r.: foto di Daniele Muriano)

Le amicizie possibili

0

di David Watkins

Esistono amici che non sono né reali né immaginari, ma possibili.

A differenza degli amici reali, gli amici possibili non hanno alle loro spalle un passato comune, una memoria a cui appellarsi per giustificare lo strano affetto che passa tra loro. A differenza di quanto accade nelle amicizie immaginarie, quell’affetto non se ne sta chiuso nella solitudine di un sogno a occhi aperti, ma sta proprio lì, in mezzo a loro, come in anticipo, quasi a dispetto dell’esperienza, e preme sui bordi dell’aria che li circonda, cercando un varco per entrare.

Sanno l’uno la faccia che l’altro faceva, da bimbo, nel perdere ai giochi. Eppure, sono la perfetta antitesi degli amici di infanzia: se questi portano l’amicizia a un punto di massima prossimità con la famiglia, della quale ereditano anche gli aspetti più rognosi, gli amici possibili, invece, celebrano il connubio dell’amicale e del non familiare, dell’intesa e dell’estraneo.

Di qui la peculiare miscela di gioia e imbarazzo che provano nell’incontrarsi di persona. La loro incapacità di lasciarsi andare al dialogo, l’entusiasmo goffo che sbanda nelle loro parole. La felicità di non avere confidenza alcuna.

Per mail o per messaggio, a distanza, come da morti, lì sì che ritrovano il tono, l’intonazione del bene che chissà come si vogliono, anche se preferiscono, per lo più, comunicare l’uno all’insaputa dell’altro, come due che abbiano preso il vizio di parlarsi bene alle spalle.

È che gli amici possibili vivono nel contrattempo: quando c’è l’uno, non c’è l’altro, e quando l’altro arriva, ecco che l’uno deve proprio tornare a casa. Mancare all’appuntamento è il patto implicito che sancisce la loro amicizia.

Questo restare una vita alle soglie di un vissuto comune, questi incontri ogni volta mancati insieme non sono, d’altronde, che i riverberi di un contrattempo più strutturale. Tutto accade infatti come se gli amici possibili fossero gli attori di un incontro giusto avvenuto nel luogo sbagliato al momento sbagliato. Se si fossero incontrati prima, un po’ più in là, quante cose che avrebbero fatto insieme! E ora, invece, eccoli qui, costretti a contraddire a una a una le coordinate dello spazio e del tempo, per non perdere di vista una verità – la loro amicizia – che sembra sussistere al di qua della geografia e della storia.

Perché in qualche modo lo sanno: la possibilità della loro amicizia è reale, e non manca di nulla. Anzi: li traghetta in un rapporto che sta a un passo così dall’essere libero dal rapporto umano, dai suoi inevitabili effetti collaterali. E se avanzassero ancora nella simpatia che discretamente li lega, diverrebbero capaci di percepire qualcosa come un’amicizia aerea, diffusa, sparnicciata a destra e a manca, intercettabile soltanto da quella peculiare forma di intelligenza che è il naso, tra le intercapedini del mondo.

Anche i più reali degli amici, quando non si vedono, si fiutano per aria, tornano possibili (ed è forse questo il senso in cui si può dire, come si dice, che gli amici ci sono sempre).

 

_____________

in copertina una immagine di ©Sebastiano Raimondo da Presente Infinito

Aberrazioni in forma di tetramerone

0

di Alice Pisu

Nell’ultimo romanzo scritto prima della morte e pubblicato postumo, La palude definitiva, Giorgio Manganelli compie un’allucinata ricognizione di un luogo in cui è difficile entrare e impossibile uscire, non rappresentabile su una mappa, dove sentirsi escluso dal consorzio umano. Dotata di una sua magnificenza, tra farfalle di putredine che si levano in volo, grumi di insetti galleggianti, vermi decomposti in filamenti erbosi, la palude è uno spazio polimorfo e ambiguo. Investe di innumerevoli favole drammatiche chi, nell’attraversarla, è divorato da interrogativi sulla reale natura degli spettri – forse gli abitanti dei cenotafi? – che sostano sulle soglie del suo corpo.
Nel disegno unitario alla base di Mamma mostro (Nutrimenti), Danilo Soscia rivela la necessità di penetrare tale palude manganelliana con racconti dove confluiscono rimandi disparati – Shakespeare, Perrault, Boccaccio, Chaucer, Poe, Kafka, Hoffmann, Landolfi, Buzzati  – e suggestioni che fondono gotico contemporaneo, new weird, realismo, fantascienza, ritratto sociale, riscrittura del mito. Con un profondo studio dell’orrore, l’autore ispeziona la miserevole complessità umana entro lo schema del tetramerone: l’incedere narrativo è cadenzato da quattro sezioni/giornate da dieci racconti con una precisa evoluzione, dalle storie di non-morti, di mutanti, di spettri, l’approdo è il libero orrore.
L’opera si inserisce in una produzione composita ma coerente dello scrittore, che già dal suo esordio con Gli dei notturni (minimum fax) tradiva una fascinazione per l’onirocritica greca nella tendenza a reimmaginare forme di misticismo con ricorrenze che avrebbero caratterizzato anche la produzione successiva alle quaranta ipnografie, come lo scheletro narrativo, lo sguardo diacronico, lo scandaglio del legame originario tra morte e immaginazione. Il conflitto col tempo, ritenuto da Lovecraft il più potente e fruttuoso soggetto nell’ambito dell’espressività umana, è favorito nelle storie di Soscia dal bilico di verosimile e assurdo perché, come sostenuto dall’inventore dei miti di Cthulhu, è necessario garantire “un accurato realismo in ogni fase del racconto salvo per ciò che concerne il fatto meraviglioso di cui tratta” (Note su come scrivere racconti fantastici).
In Mamma mostro l’elogio dell’abominio assomma un gusto epico per l’ibrido e per il trascendente inserito in una meditazione sulla matrice tragica dell’esistenza, resa con pagine memorabili sulla solitudine, sul senso di alienazione contemporanea, sull’incertezza del vivere senza lavoro e senza casa, sul ricatto dei ruoli sociali predefiniti, sulla labilità delle relazioni, sui miti dell’infanzia, incistate in storie di orripilanti metamorfosi, di allucinazioni e varchi dell’ignoto. Ogni racconto spalanca voragini su un immane vocio proveniente da un tempo e da uno spazio sconosciuti, in qualche misura riconoscibile da chi legge per la natura della sua irruzione sulla pagina con elementi ordinari come un telefono, un mazzetto di banconote o una fotografia, resi strumento di connessione con l’irrealtà che infettano il noto in modo irrimediabile.
Il sentimento detonatore è la nostalgia per un tempo anteriore vissuta da soggetti soggiogati da una fatale idealizzazione dell’infanzia, alla ricerca vana dell’origine della malinconia e, per questo, puniti con efferatezza, come accade a chi torna nel borgo della giovinezza e viene sbranato dalla bottegaia di fiducia, o chi viene fagocitato nell’incubo permanente della madre di una creatura acquatica leggendaria. Destino comune anche a chi torna nella casa natale alla ricerca della collezione paterna di elenchi telefonici internazionali per poi essere travolto, nel sollevare la cornetta del telefono di una casa chiusa da decenni, da un nugolo di voci che all’unisono pronunciano il suo nome in infinite lingue diverse; o a chi riconosce la propria grottesca immagine infantile nel tatuaggio mutante che aveva appena realizzato sulla schiena di una centenaria.
Ogni storia ne riscrive innumerevoli altre nel dare una nuova veste a noti personaggi letterari, dalle vicissitudini di una Griselda contemporanea all’ironia della sorte affrontata da Barbablù, dal destino di Shahrazād andata in sposa a un vampiro di Mumbai, al viaggio macabro di una novella Lisabetta da Messina (Decameron, IV, 5) divenuta Lisabetta da Amsterdam che, ignara della presenza della testa di suo padre nel vaso di basilico, inizia un viaggio macabro originato da un indirizzo appuntato su alcune banconote.
Nel muoversi costantemente tra modelli esemplari e copie imperfette, Soscia rimpasta con passo epico la tragedia antica e il dramma, attua visioni allucinate che contraffanno gli archetipi come accade in Racconto d’inverno, dove il lupo shakespeariano attratto da due giovani corpi uniti in un amplesso ne divora uno e ne sceglie un altro da portare in dono alla madre (un’anziana chiusa in una casa di riposo) per poi ritrovare le sembianze umane e rincasare nel suo monolocale.
La dorsale che attraversa l’opera risiede nel culto della forza rigeneratrice della morte, in un continuo ricorso alle forme della creazione e al caos che racchiudono. Emblematico il ricorso a Zóphanías (uno dei dodici profeti minori dell’Antico Testamento della Bibbia e del Tanakh ebraico) come nome dato al feto in grembo alla giovane cameriera islandese, ‘guardiana del nulla’, rimasta incinta di un anonimo avventore del bar. Quella presenza infestante si palesa nei sogni della donna, prima come bozzolo animale ricoperto di peli lunghissimi, poi feretro seguito da un corteo funebre di cani.
“Almeno nei sogni, suo figlio non c’era più. In fondo a tutto c’erano sempre i sogni. Uno dei posti migliori dove andare ad abortire”.
Affine a Pynchon e  Borges nel giocare sui dislocamenti ontologici, Soscia opera continue proiezioni retrospettive di nuovi miti e sapienti riscritture dei classici entro un tempo nuovo, interessato non tanto al mero effetto anacronistico ma a celebrare il limitare dei mondi. Travalica epoche e risale a storie di leggendari faraoni, demiurghi che pur sentendosi i più grandi creatori delle loro stirpi hanno rinunciato a comprendere il senso delle cose; sposi divenuti spettri che generano un neonato dalle dita atrofizzate di un granchio a cui si riveleranno a decenni di distanza tramite una foto; illustri scrittori come Jan Potocki colpiti da una morte paradossale; artisti tormentati come Vincent Van Gogh che dialogano con il proiettile che gli sfonda lo sterno; embrioni insidiosi simili a idrocefali dotati di branchie e chele polidattili; mostri che popolano fabbriche abbandonate e che si rivelano gli unici dotati di un residuo senso di compassione umana.
La prosa affilata di Soscia esalta le descrizioni fisiche di oggetti ordinari, spazi domestici segnati in modo irrimediabile da una decadenza che invade ogni cosa. I costumi, le abitudini, gli ambienti restituiscono un senso di repulsione non ridotto a mera parabola sopranaturale ma inserito entro un’estetica della decadenza in quaranta vividi ritratti di senza patria smarriti tra le rovine che, al pari dell’unico sopravvissuto di un sotto-esercito lincantropizzato, si sentono irrimediabilmente guasti. Nell’enfasi sull’orrore, nell’attrazione per l’ignoto, nella fascinazione per la dissoluzione, con Mamma mostro Danilo Soscia invita chi legge a lambire la soglia e godere dell’istante che anticipa il disfacimento orrifico come una catarsi.
“Arriva per tutti, prima o poi, un demone che ti mangia la vita. Devi solo fuggire, se ne hai la possibilità, e attendere altrove una morte più equa. A meno che non sia tu stesso il demone. In quel caso la tua morte sarà degna di una storia”.

Golazo

4

di Renata Morresi

che mondiale
memorabile
che mondiale, gente
che mondiale di gran
classe
che golazo
è solo l’inizio
un mondo di mondi
un mondo di finali

di sponsor
di stadi pieni
di genti proprio
pop
& popolo
che popopopopopo
che
mondo oh
oh

c’è stato tutto
quanto:
l’episodio
il triangolo
la legittima
difesa
l’attacco
l’espulsione
il var

ci vuole un grande campione
per battere un grande campione
ci vuole un grande evento
a unire tutto quanto
un evento globale
sul luogo
che tutti si
collegano
ci vuole
una grande squadra
per fare uno squadrone
ci vuole fegato
per battere un fegato
ci vuole un ginocchio
o un cappio o una faccia
sull’asfalto

che contatto
non l’han mollato
un
attimo
non si è staccato
un sec
olo
due uomini
addosso
tre uomini
quattro
mezz’uomo
mezzo
uncino
non si è distratto
un secondo
che pericolo
hai visto
che squadra
che marchio
marcatura
stretta
uno-due
l’affondo
il brivido

ci vuole ogni tanto però
basta poco
ci vuole proprio
ogni venticinquesimo anno
ogni giorno
allenamento
per fare posto a
un grande evento
una grande squadra
una grande star
ci vuole
l’episodio
peccato
la difesa
l’attacco
fortuna
il var

il fallo
ci sta
è il gioco
si gioca
così
una partita
alla volta
anche se
ogni partita
alla fine
è una finale
e questa
una bella
occasione
mancata
per uno
rimasto
sul campo
lungo
la linea
una bella
pressione
dentro l’area
il fuorigioco
proprio a filo
fine vita

oh oh
che mondiale
globale
internazionale
sistemico
episodio
triangolo
espulsione
var

e va va
battila tu la
punizione
batti batti
la punizione
l’emozione
è inevitabile
basta un po’
di fischio
di spray
di ghiaccio
sintentico
taser
tso
gamba tesa
fallaccio
così è il gioco
l’errore
sull’ultimo
uomo
basta poco

così vuole
il tifo
lo sponsor
il libero
arbìtrio
un pensiero
liscio liscio
un bel calcio
a punire
sulla fascia
le fascette
un gran fascio
a centrocampo
a fondocampo
all’angolo
dove passa
è passato
un pensiero
tipo
un muscolo
quando scatta
non ce n’è
per nessuno
basta uno
una volta
un uomo
addosso
chi perde
è perduto

è il gioco
è un episodio
un triangolo
un peccato
quando fa caldo
sale il nervoso
il ritardo
va punito
il raddoppio
è d’uso
il rosso
scaduto
il recupero
mancato
il cross
ha perso
il visto
l’ha preso
il palo
non idrata
finito

l’andata
senza ritorno
senza fiato
senza l’aiuto
dell’arbitro

oh ma
una finale
è sempre
una finale
tutta la società
la dirigenza
la preparazione
la dieta
la difesa
il life coach
lo vuole
mica è colpa
di nessu
no
oh

pensiamo ora
ai nostri ragazzi
questi ragazzi
delusi per quattro anni
otto anni
dodici anni
venticinque anni
buttati fuori
ogni tot
di anni
episodi
triangoli
estintori
espulsioni

a illuderli ogni
tutto, pippo
infanti
l’emo
zione
chi batte
la punizione
ci vuole
il catenaccio
il tatuaggio
lo stinco
non serve
altro che
chi serve
il servo
e il suo marchio
di gioco
non ha visto
o non sa

daje
guardate qua
imparate
come si diventa
un grande campione
un grande squadrone
come si va
dalla panchina
dalla stampella
dal campetto
dalla stradina
alla medaglia
al primo miliardo
alla giocata dell’anno
che gli vuoi dire?
ti danno la maglietta
omaggio
ci vuole impegno
ti danno
lo stipendio
a cottimo
lo sponsor
il tric trac

lo diceva
mourigno
ci vuole una gara
perfetta
per battere la
partita
è finita
senza l’aiuto
del var

per chiudere
la notte
il commento
di adani
il cielo non era
nel modulo
qualcosa è mancato
domani
è un altro giorno
chi vuole dio
se l’è pregato
o lo paga
nel duro
il tempo
è scaduto
dispiace soprattutto
per
l’angelo
di Diego

per chiudere la notte
un grande campione
al microfono
purtroppo yo creo
que estamo viviendo
por lo mismo
so pero che ho pasado
qualcossa de verdadero
magnana pensaremo a dopo
depende siempre de noi
mas revale somo nos

è un ragazzo davvero
un campione
di ragazzo
da prendere
ad esempio
ricorda
golazo
è solo
l’inizio

Atei non si diventa

5
Mark Rothko, Untitled (White, Blacks, Grays on Maroon), 1963, Kunsthaus Zürich, 1971

Mark Rothko, Untitled (White, Blacks, Grays on Maroon), 1963, Kunsthaus Zürich, 1971

 

di Andrea Carloni

I. L’illusione dell’anagrafe laica

Un malinteso di fondo domina il dibattito contemporaneo sull’ateismo — un errore di prospettiva che accomuna, paradossalmente, credenti e non credenti: l’idea che per essere atei sia sufficiente non avere fede in Dio, disinteressarsi alla religione, oppure che l’ateismo sia un punto d’arrivo, una conquista intellettuale da appuntarsi al petto dopo aver scalato le vette del razionalismo scientifico o del disincanto filosofico. Scienziati e saggisti come Richard Dawkins o Sam Harris hanno costruito un’intera impalcatura teorica su questo presupposto: l’emancipazione da Dio sarebbe un processo lineare di alfabetizzazione laica. Si studia, si comprende la natura, si demistifica il dogma e, finalmente, si diventa atei.

Questo impianto crolla davanti a una constatazione tanto banale quanto radicale: nessuno di noi è nato pronunciando il nome di Dio. Quando veniamo al mondo non possediamo dogmi, non conosciamo le Scritture, non siamo cattolici, musulmani o indù. Non abbiamo memoria del sacro né percezione del trascendente. In quell’innocenza originaria siamo tutti, senza eccezione, strutturalmente atei. Ma quell’ateismo primordiale non è una medaglia al valore razionale: è un’adesione immediata e nuda alla materia, un’innocenza che precede ogni scelta. È la nostra preistoria privata.

Il vero problema filosofico, allora, non è capire come si possa diventare atei oggi, ma comprendere come abbiamo fatto a smettere di esserlo — e se quell’analfabetismo divino, una volta perduto, sia in qualche modo recuperabile.

II. Il morso del Verbo: come il linguaggio crea Dio

Se l’infanzia è la patria dell’ateismo puro, il linguaggio ne è l’esilio definitivo. Nel prologo del Vangelo di Giovanni si legge: “In principio era il Verbo. Da un punto di vista antropologico e cognitivo, questa affermazione custodisce una verità letterale: Dio entra nell’orizzonte umano solo attraverso la parola.

Prima che l’infante acceda al linguaggio, la sua partecipazione alla realtà non è codificata in simboli. Il mondo è una presenza muta e densa. Come scrive Jean-Paul Sartre nella sua autobiografia Le parole:

“Prima delle parole, c’erano le cose, dense e mute… Poi sono venuti i nomi, e il mondo si è squarciato.”

Il linguaggio introduce la fessura della separazione: dà un nome alle cose, le categorizza, le astrae: è la nascita dello storytelling, della narrazione. E nel momento stesso in cui l’essere umano diventa capace di raccontare ciò che non vede, di dare un nome all’assenza, il concetto di Dio penetra dentro di lui come un passeggero clandestino sul treno della parola. Anche senza trasmissione familiare o confessionale, imbattersi nell’idea di una forza ordinatrice o di un principio divino sarebbe comunque, prima o poi, inevitabile.

A questo punto l’adulto che cerca di liberarsi di Dio potrebbe commettere un errore ingenuo: cercare il silenzio, tentare di estromettere la parola, convinto che uscendo dal Verbo si possa uscire da Dio.

Ma il silenzio non basta. I mistici di ogni epoca lo hanno dimostrato: l’abbandono della parola, la cosiddetta “teologia negativa”, non è negazione di Dio, bensì il suo massimo cortocircuito amoroso — il silenzio davanti all’ineffabile. Lo specchio del linguaggio ci ha ormai modificati in profondità, antropologicamente. Non si può dimenticare come si va in bicicletta, così come l’occhio alfabetizzato non può fare a meno di leggere le lettere di un’insegna luminosa: allo stesso modo, l’uomo post-linguistico non può semplicemente “decidere” di svuotarsi. Il silenzio dell’adulto è gravido di simboli; non sarà mai il silenzio vuoto e pulito del neonato.

III. Il fallimento del distacco favolistico

Un’altra via di fuga tentata dall’ateismo contemporaneo è quella che potremmo definire “il distacco favolistico”. Molti intellettuali suggeriscono di trattare le religioni al pari del sistema educativo delle favole: leggiamo Pinocchio o le fiabe di Esopo, ne traiamo un insegnamento morale, ma non per questo crediamo all’esistenza reale del burattino o della volpe parlante. Perché non fare lo stesso con la Bibbia o i miti della creazione?

Questa soluzione pecca di superbia intellettuale. Sottovaluta l’arma più potente e pericolosa della mente umana: l’inevitabile attitudine all’immedesimazione. Quando guardiamo un film o ascoltiamo una storia, attiviamo quella che il poeta Samuel Taylor Coleridge definiva:

“…quella sospensione volontaria dell’incredulità per il momento, che costituisce la fede poetica.”

Per la durata della rappresentazione noi crediamo davvero. Piangiamo per la morte di un personaggio che sappiamo fatto di pixel o d’inchiostro, o almeno temiamo per lui, speriamo con lui. Sospendiamo il dubbio. Se la nostra mente è così strutturalmente vulnerabile all’incanto della finzione — al punto da arrendersi fino ai titoli di coda — come possiamo pensare di restare freddi e distaccati di fronte alla più grande, drammatica e totalizzante narrazione mai proposta dall’umanità?

Finché l’uomo rimarrà una creatura capace di farsi catturare dalle storie, l’ateismo inteso come pura indifferenza o distacco estetico resterà un mito per accademici. Non si può essere atei finché si è capaci di immedesimarsi in un racconto: l’attitudine alla credenza si riattiverà sempre.

IV. L’equivoco della conversione laica: la trappola del nichilismo

Se l’ateismo non può essere un ritorno spontaneo all’innocenza, né può limitarsi al distacco estetico delle favole, l’adulto si trova davanti a un vicolo cieco. Spesso, nel tentativo di darsi uno statuto, l’ateismo moderno si organizza in un codice di pensiero. Ma proprio in questo passaggio si compie un gesto che ha, paradossalmente, la stessa struttura della conversione religiosa. Dire “passo dal cattolicesimo all’ateismo” significa trattare l’ateismo come una nuova professione, un vestito ideologico da indossare.

Delimitarlo in una serie di disposizioni rigide — il razionalismo assoluto, lo scientismo, etc. — significa ridurlo a un’altra variante di religione laica, non diversa da certe discipline orientali non deiste. Ma la realtà è ancora più scettica di così: non tutte le persone razionali sono atee, né lo sono tutti gli scienziati. Persino l’empirista più disincantato deve fare uno sforzo ricorrente per persuadersi che il cielo è in realtà nero come la pece, e non azzurro come i riflessi atmosferici glielo fanno apparire.

Il vero pericolo di questo ateismo “codificato” è una sorta di pan-nichilismo. La mente umana, alfabetizzata e strutturata dal linguaggio, non tollera il vuoto assoluto. Se ci si limita a svuotare il cielo da Dio senza modificare l’attitudine alla credenza, la fede non scompare: si sposta semplicemente da una destinazione all’altra. L’ateo dogmatico smette di credere in Dio per finire a credere in “tutto il resto” — in sé stessi, nelle proprie radici, nell’infallibilità del Progresso, nello Stato o nel Capitale, nella Tecnica come nuova provvidenza, e via discorrendo.

Lo stesso filosofo ateo contemporaneo John Gray sostiene, in buona sintesi, che il mondo moderno non è meno religioso di quello antico; ha solo frammentato i suoi dèi in idoli secolari.

Dunque questo ateismo di superficie non libera l’individuo: ne cambia solo il padrone. Atei non si diventa, perché la struttura mentale della fede non può essere cancellata con un colpo di spugna razionalista.

V. La rivelazione del vuoto: il verbo che cancella Dio

Se non si può abbandonare la credenza, una via d’uscita potrebbe essere non la sottrazione del sacro, ma il suo sconvolgimento — la sua reinterpretazione radicale. Non si tratta di distruggere l’edificio religioso dall’esterno con le formule fredde della scienza, ma di spingerlo fino al suo estremo cortocircuito interno: estromettere Dio della nostra stessa religione, rendere la Rivelazione non più l’annuncio della sua esistenza, ma la rivelazione cosmica della sua assenza.

Per comprendere questa svolta, il saggio contemporaneo deve abbandonare le scorciatoie dell’esistenzialismo classico. Non basta “immaginare Sisifo Felice” nella sua condanna assurda, perché l’eroe di Camus resta comunque un’immaginazione poetica, una finzione intellettuale. Bisogna invece guardare al cuore del mito occidentale: la figura di Cristo.

Nelle ultime ore sulla croce, il Nazareno urla una frase che squarcia la storia della teologia: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. In quel preciso istante, secondo la lettura del filosofo Slavoj Žižek, accade qualcosa di unico nel panorama delle religioni mondiali. Non è un uomo che dubita; è il messia stesso che fa esperienza dell’ateismo. Sulla croce la trascendenza si svuota dall’interno: Cristo muore non come messaggero di Dio, ma come profeta radicale della sua assenza.

In alcuni saggi come La mostruosità di Cristo o Come diventare veri materialisti, Žižek asserisce che “ciò che muore sulla croce non è il rappresentante di Dio sulla terra, ma il Dio trascendente stesso”.

Cristo diventa così la figura paradossale che annuncia la solitudine dell’uomo. La Buona Novella, riletta attraverso questo malinteso illuminante, non promette una salvezza ultraterrena, ma rivelerebbe il segreto più spaventoso e liberatorio: “Non c’è nessuno lassù, siete rimasti soli. Siete voi i custodi dei vostri fratelli”.

L’ateismo maturo, allora, realizza l’annuncio che per secoli non avevamo osato cogliere nei testi sacri. È l’illuminazione che arriva per equivoco, al termine della liturgia della storia: la messa è finita, il cielo è vuoto. È il grande meriggio di cui parlava Nietzsche in Così parlò Zarathustra, il momento in cui l’umanità si emancipa definitivamente dai suoi stessi spettri:

Morti sono tutti gli dèi: ora vogliamo che il superuomo viva.

Ma è proprio a questo punto, dopo che gli dèi sono stati dichiarati morti e la liturgia è terminata, che l’uomo adulto si scontra con il limite invalicabile della sua stessa mente.

VI. L’impossibilità dell’oblio: la condanna della memoria

La proclamazione della morte di Dio, la fine della messa, non risolvono il problema biologico e psicologico dell’individuo. Possiamo anche aver compreso l’equivoco della Rivelazione, ma la nostra mente — ormai alfabetizzata, cresciuta nel Verbo e strutturalmente condannata all’immedesimazione favolistica — non può semplicemente resettarsi.

L’unico modo autentico per essere radicalmente atei, per guarire dalla tendenza alla fede, sarebbe un oblio totale: dimenticare definitivamente Dio. Cancellare l’idea stessa di un ordine millenario, annullarne ogni risonanza conscia e inconscia.

Ma questo non è possibile. Una volta che il codice del sacro è entrato in noi attraverso il linguaggio, rimane come una cicatrice cognitiva. Anche l’ateo più convinto, per farsi trasportare da un bel romanzo, ha bisogno — seppur temporaneamente — di credervi; e quando spera contro ogni logica, o cerca un senso nel dolore, sta riattivando quella stessa struttura di affidamento e credenza che ha generato le religioni. Non possiamo dimenticare Dio, né possiamo annullarne il ricordo con un atto di volontà razionale. Possiamo farlo, al massimo, per periodi circoscritti — mai definitivamente. La nostra mente post-infantile è un tempio sconsacrato, le cui mura portanti sono ancora modellate sulla forma di una qualche preghiera.

VII. Conclusione: l’anamnesi della misconoscenza

Se l’oblio è impossibile e la conversione laica è solo una trappola ideologica, qual è dunque l’unica strada concessa all’individuo per abitare l’ateismo, oggi? Probabilmente una prassi intima, un esercizio di scavo archeologico che rovescia la direzione del pensiero: l’ateismo come anamnesi della misconoscenza.

Non potendo dimenticare Dio, l’adulto deve sforzarsi di ricordare il tempo in cui non lo conosceva ancora. Deve rivolgere la memoria alla propria preistoria, a quei primi anni di vita che sono stati gli unici, veri, autentici momenti atei della nostra esistenza — un’esperienza pura che ci ha accomunato tutti, prima che le parole dei genitori, degli insegnanti o degli amici ci disponessero in recinti confessionali.

Occorre ricordare noi stessi prima del linguaggio, quando la nostra partecipazione alla realtà non era ancora codificata in simboli. In quell’infanzia remota l’adesione al mondo era immediata, nuda e pulita. Non avevamo un dio a guidarci, perché non avevamo il vuoto della parola da colmare con un nome sacro. Le cose erano cose, e la carne era carne.

Il filosofo Giorgio Agamben, in Infanzia e storia, definisce questo stato come un’esperienza originaria, muta, prima del soggetto, cioè prima del linguaggio.

L’ateismo più che una conquista del futuro o traguardo della scienza, è la memoria fedele del nostro inizio. È l’atto di spogliare il cosmo dai significati preconfezionati e dai destini divini, per ritrovare quel “saper vedere senza stare a pensare” di Pessoa.

Atei non si diventa. Lo si è già stati tutti. Nella preistoria dimenticata dei nostri primi giorni. E la possibile disciplina laica da esercitare, nell’età adulta della parola, è la custodia ostinata e fattiva di quel ricordo: l’eco di quando il mondo era quello che era, e noi lo abitavamo senza necessità di inventare altri cieli oltre a quello che già ci appariva.

Una baronessa con un’educazione inutile

1
Foto di cottonbro studio: https://www.pexels.com/it-it/foto/riflesso-alla-ricerca-interni-signora-6719091/

Foto di cottonbro studio

di Hélène Valla

(Primo capitolo di un romanzo inedito)

La baronessa Filomène de Ricouchy aveva ricevuto un’educazione impeccabile, il che costituiva il primo dei suoi problemi.

Le avevano insegnato a distinguere un minuetto da una gavotta dopo poche battute, a riconoscere un tessuto pregiato passando le dita sul rovescio, a scrivere lettere di ringraziamento che commuovevano destinatari di cui ignorava cordialmente l’esistenza. Aveva imparato a sorridere senza mostrare i denti, a camminare senza far rumore e a non porre domande in presenza di uomini, che le avrebbero comunque risposto male.

Aveva imparato, soprattutto, a occupare lo spazio che le veniva assegnato senza mai tentare di ampliarlo.

Del corpo umano, invece, non le era stato insegnato quasi nulla.
Nonostante ne abitasse uno da ormai vent’anni.

Il castello dei Ricouchy si affacciava su una distesa di campi ordinati con una precisione quasi morale. Le siepi erano potate affinché nessun ramo sembrasse ambizioso, i vialetti di ghiaia rastrellati ogni mattina fino a cancellare qualunque traccia di passaggio precedente. I corridoi interni avevano un odore costante di cera e lavanda e assorbivano i passi come se il rumore fosse una forma di cattiva educazione.

Perfino le voci, lì dentro, sembravano educate. Non si alzavano mai abbastanza da diventare davvero necessarie.

La casa funzionava.
Funzionava da generazioni, senza bisogno di essere interrogata.

Filomène trascorreva le mattine tra lezioni di musica e ricamo. Il clavicembalo le restituiva sempre la stessa risposta, indipendentemente da chi lo suonasse, e questo la rassicurava più di quanto fosse disposta ad ammettere. Il ricamo, invece, le richiedeva un’attenzione che non riusciva a concedergli: punti minuti, ripetuti, che non portavano da nessuna parte se non a una superficie più decorosa.

«Una mano gentile non deve mai affrettarsi», le diceva la dama di compagnia, una donna magra e composta che sembrava fatta della stessa stoffa dei tendaggi.

Filomène annuiva, osservando quelle mani gentili che non avevano mai stretto nulla di vivo.

A tavola, l’abbondanza era tale da rendere superfluo l’appetito. Le portate si succedevano senza lasciare traccia: carni morbide, salse profumate, dolci così elaborati da sembrare concepiti più per l’ammirazione che per la digestione. I corpi sedevano eretti, mai stanchi, mai sudati, mai doloranti.

Filomène osservava con una curiosità che non aveva ancora un nome quei colli scoperti, quelle mani curate che non avevano mai tremato per la fatica. Le parevano parti decorative di un insieme più grande. Come elementi di un mobile pregiato che nessuno aveva mai provato a usare davvero.

Sua madre la rimproverava spesso per quello sguardo.

«Una giovane donna non fissa», diceva, posando il tovagliolo con un gesto definitivo.

Filomène distoglieva gli occhi. Non perché fosse d’accordo, ma perché aveva imparato a risparmiare energie.

Durante una lezione di danza, anni prima, era svenuta. Non per emozione né per debolezza, ma perché l’aria nella sala era finita senza che nessuno se ne fosse accorto. Era caduta con una compostezza che aveva reso difficile capire se facesse parte dell’esercizio. L’episodio era stato archiviato come una sensibilità eccessiva, e corretto aumentando le pause.

Filomène aveva imparato allora che il corpo, quando segnalava qualcosa, veniva considerato maleducato.

Fu durante una di quelle cene perfettamente riuscite che accadde un piccolo incidente, tanto insignificante da non meritare di essere ricordato da nessun altro.

Un ospite, un uomo rubicondo e molto convinto di sé, stava spiegando con grande sicurezza perché l’ordine naturale delle cose fosse anche il più giusto possibile. Gesticolava mentre parlava, come se le sue mani avessero bisogno di partecipare alla solidità delle sue argomentazioni. A un certo punto, una goccia di vino rosso gli scivolò sul dorso della mano.

Nessuno se ne accorse.
Nessuno glielo fece notare.

Il vino rimase lì, a raffreddarsi lentamente sulla pelle, mentre l’uomo continuava a parlare di equilibrio, tradizione e stabilità.

Filomène lo osservò. Pensò, senza particolare emozione, che se quella fosse stata una ferita, nessuno avrebbe reagito in modo diverso. Il pensiero non la turbò. Le sembrò semplicemente corretto.

Non disse nulla.

Col tempo, iniziò a notare che ogni piccolo incidente corporeo veniva trattato con un disagio sproporzionato: un taglio al dito durante il ricamo, un leggero malessere a tavola, una mano che tremava per la stanchezza. Tutto veniva corretto, coperto, ricondotto alla forma.

Mai osservato davvero.

Le aspettative su di lei erano chiare e condivise. Un buon matrimonio, una gestione decorosa di una casa importante, figli sani, silenzio opportuno. Il suo futuro era stato pianificato con la stessa attenzione con cui si pianifica un giardino: perché fosse bello da vedere, non utile a nutrire nessuno.

Filomène obbediva.
Con grazia.
Con puntualità.
Con una diligenza che veniva spesso scambiata per adesione.

Ma di notte, quando il castello cambiava odore e il silenzio diventava più onesto, leggeva.

I libri non erano proibiti; semplicemente, non erano previsti. Trattati vecchi, mal rilegati, con pagine che odoravano di umido e polvere. Disegni imprecisi, annotazioni a margine, tentativi falliti. Filomène li sfogliava con attenzione, soffermandosi sulle parti che nessuno le aveva mai spiegato: come si fermava un’emorragia, perché una mano smetteva di rispondere, cosa accadeva quando qualcosa, dentro, si rompeva davvero.

Non provava ribellione.
Piuttosto,  interesse.

Fu questo interesse, e non una particolare vocazione all’altruismo, a spingerla a insistere affinché parte delle rendite familiari fosse destinata a opere filantropiche in provincia. Ospedali, ambulatori, medici di cui si parlava poco e male. Suo padre approvò con un sorriso distratto: la generosità era sempre stata considerata una virtù adatta alle donne, purché non producesse domande.

Filomène pose le sue.

Quando lasciò il castello per la prima volta, diretta verso una di quelle destinazioni marginali, notò che l’aria cambiava prima ancora del paesaggio. L’odore di terra umida entrò nel carro, insieme a rumori meno educati: ferri che battevano, voci non misurate, animali che non si scusavano per esistere.

Non provò disagio.
Provò attenzione.

Allora non lo sapeva ancora, ma quell’educazione così accurata, così elegante, così minuziosa, le sarebbe tornata utile solo in un modo.

Le aveva insegnato a osservare un sistema che funzionava perfettamente.
E a riconoscere, quando fosse arrivato il momento, che funzionare non sia la stessa cosa che vivere.

Fu con questo pensiero — non ancora formulato, ma già presente — che Filomène attraversò per la prima volta la soglia di un luogo dove il corpo non veniva ignorato.

E dove qualcuno, finalmente, non avrebbe avuto il tempo di risponderle male.

Elba Book Festival: navigare oltre gli stereotipi

0

di Claudia Mirrione

Torna Elba Book. Giunto alla dodicesima edizione, il festival conferma la sua vocazione originaria: essere una rassegna dedicata all’editoria indipendente e alla difesa della bibliodiversità. Da martedì 21 a venerdì 24 luglio, il borgo di Rio nell’Elba ospiterà incontri, presentazioni e dibattiti con scrittori, editori, giornalisti e artisti. Il filo conduttore di questa edizione è “Naviganti”, una parola che racchiude la condizione stessa dell’uomo: l’essere sempre in movimento tra mari reali e metaforici, alla ricerca di conoscenza, trasformazione e nuovi orizzonti. Dal viaggio di Ulisse alle rotte migratorie del Mediterraneo, il navigante diventa una figura letteraria ma anche politica, capace di interrogare il nostro presente. Fil rouge che attraversa tutte i palinsesti del 2026 delle manifestazioni appartenenti alla Rete Pym.

Intervisto il direttore artistico Marco Belli.

Il tema di quest’anno di Elba Book è “Naviganti”: un concetto che riguarda il viaggio come esperienza umana, conoscitiva e politica. Da Ulisse ai migranti delle rotte mediterranee, il viaggio è anche un tema profondamente contemporaneo. Nel programma trovano spazio dibattiti dedicati all’associazione Mediterranea, alle sfide della Global Sumud Flottilla e alle fragilità della giustizia internazionale. Di fronte a una politica europea e mondiale sempre più attratta dal concetto di sostituzione etnica e sempre più propensa a normalizzare il tema della re-migrazione, quale ruolo può assumere oggi un festival culturale nel costruire uno spazio di confronto e riflessione?

«Un festival culturale oltre che prendere posizione, deve assumersi la responsabilità di creare le condizioni per una discussione pubblica informata, critica e plurale. Deve farsi atto di resistenza contro la semplificazione per restituire complessità ai fenomeni in luoghi fisici deputati alla discussione come le piazze. Elba Book ha sempre voluto dare voce a esperienze inascoltate che spesso restano ai margini del discorso pubblico. Gli incontri dedicati a Mediterranea, alla Global Sumud Flotilla e alla giustizia internazionale non servono a dare risposte definitive, ma per aprire domande, mettere in dialogo prospettive diverse e riflettere sul significato dei diritti, della solidarietà e della responsabilità civile e collettiva. Se il viaggio è apertura verso lo stupore dell’ignoto, allora un festival dedicato ai “Naviganti” può diventare esso stesso un luogo di attraversamento di una molteplicità di visioni, storie e coscienze».

Venerdì 23, Elena Stancanelli terrà una lectio magistralis dedicata a Jack London, uno scrittore che prima di raccontare il mondo lo ha attraversato. Marinaio lui stesso, ci lascia tantissimi racconti e romanzi legati al mare e anche un vero e proprio diario di viaggio, La crociera dello Snark, in cui narra il lungo viaggio che lui e sua moglie intrapresero nel 1907 attraverso il Pacifico mediorientale. Però Jack London è stato soprattutto un grande narratore che con le sue storie piene di avventure, di colpi di scena, di azione ha solleticato e continua a solleticare la fantasia di grandi e adolescenti. In un’epoca dominata dagli schermi, cosa significa tornare all’idea della letteratura come esperienza?

«La letteratura credo che sia soprattutto esperienza del corpo all’interno dello spazio fisico; tornare a Jack London significa riscoprire una letteratura che non è semplice intrattenimento: i suoi romanzi mettono in cammino il lettore: lo portano dentro paesaggi estremi, lo costringono a confrontarsi con la paura, con il desiderio di libertà e con le grandi domande sull’esistenza. Credo che oggi ci sia un bisogno crescente di questo tipo di esperienza. Abbiamo bisogno di percorrere i luoghi della letteratura per decifrarne i corrugamenti, le discontinuità per evocarne i fantasmi. Gli schermi ci offrono uno scrolling perpetuo di immagini superficiali e informazioni asettiche, la lettura conserva una qualità unica: richiede tempo, immaginazione e partecipazione attiva. Elba Book Festival e la Rete Pym (una rete di festival italiani nata nel 2018 di cui siamo co-fondatori) continuano a investire nella lettura come esperienza condivisa. Non solo un momento individuale, ma un’occasione di incontro pubblico in cui i libri diventano strumenti per comprendere meglio noi stessi e la realtà attorno a noi».

Per raccontare London è stata scelta una grande narratrice contemporanea come Elena Stancanelli. Una lectio magistralis non è una semplice presentazione, ma un’interpretazione critica dell’autore: quale viaggio vi aspettate che Stancanelli proponga al pubblico dentro la vita e l’opera di London?

«Ci aspettiamo che la sua non sia una semplice rilettura biografica o letteraria, ma un attraversamento dell’immaginario di London per metterne in luce la straordinaria attualità. Elena Stancanelli ha la capacità di intrecciare letteratura e contemporaneità, mostrando come i grandi classici continuino a interrogarci sulle questioni essenziali del nostro tempo. Sarà quindi un viaggio dentro l’opera di London, ma anche dentro le tensioni che la attraversano: il desiderio di libertà, il rapporto tra individuo e collettività, la ricerca di un’identità, il conflitto tra civiltà e natura, tra giustizia e sopraffazione».

Come ogni anno Elba Book riserverà uno spazio alle scuole superiori. È prevista infatti la presentazione del laboratorio degli studenti del liceo “R. Foresi” di Portoferraio dedicato a I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, in dialogo con i sindaci elbani. Swift, attraverso Gulliver, costruisce una critica radicale ai sistemi di potere e invita a osservare la realtà da una prospettiva diversa, prima tra i lillipuziani, poi tra i giganti che guardano con distanza e ironia la presunta superiorità della civiltà europea. I giovani, attraverso la loro lettura del presente, possono rappresentare una voce critica nei confronti dell’establishment. Quanto è necessario oggi ascoltare queste voci e quale segnale vuole dare Elba Book Festival rispetto alla partecipazione delle nuove generazioni alla vita politica e sociale?

«Abbiamo sempre mantenuto un forte legame con il mondo della scuola anche perché molti di noi organizzatori sono insegnanti. Crediamo che i giovani non rappresentano soltanto il futuro, ma sono il nucleo portante del presente. La loro capacità di mettere in discussione ciò che appare acquisito dai noi vecchi, di leggere il mondo con sensibilità diverse e di interrogare con radicalità  le istituzioni è una risorsa fondamentale per qualsiasi società che si vuol chiamare democratica. Abbiamo sempre promosso il confronto tra generazioni perché crediamo che sia uno degli strumenti più efficaci per comprendere i cambiamenti in corso di natura sociale, politica e ambientale. La cultura può svolgere un ruolo decisivo proprio perché offre strumenti per interpretare la complessità, sviluppare spirito critico e immaginari alternativi. Elba Book Festival vuole dare un segnale chiaro in questa direzione: non considerare i giovani come semplici consumatori di un’offerta culturale, ma come interlocutori e protagonisti».

All’interno di Elba Book si terrà l’undicesima edizione del Premio Lorenzo Claris Appiani per la traduzione, istituito dalla famiglia Appiani in collaborazione con l’Università per Stranieri di Siena, in ricordo del giovane avvocato elbano ucciso nel 2015 al Palazzo di Giustizia di Milano. Quest’anno la lingua scelta è il neogreco, considerato nella continuità di una storia linguistica e culturale millenaria. Perché questa scelta e perché è importante guardare a una lingua non come a un reperto del passato, ma come a un organismo ancora vivo?

«Il greco è stato scelto dal nostro comitato tecnico di cui andiamo da sempre estremamente fieri. Abbiamo avuto anche quest’anno, grazie a Ilide Carmignani, la possibilità di annunciare in anteprima al Salone del Libro di Torino i vincitori del premio proprio allo stand della Grecia che è stato il paese ospite 2026. Le lingue non sono semplicemente strumenti di comunicazione, ma luoghi in cui si sedimentano memoria e visioni del mondo. Il greco, nella sua continuità tra antico e moderno, rappresenta in modo esemplare questa dimensione: una lingua che attraversa i secoli senza interrompere il proprio dialogo con l’oggi, capace di conservare una straordinaria eredità culturale continuando al tempo stesso a evolversi. Il Premio Lorenzo Claris Appiani nasce proprio da questa convinzione: valorizzare la traduzione come pratica del dialogo e di apertura verso l’altro. Dedicare l’edizione di quest’anno al greco significa riconoscere il valore di una tradizione mediterranea che continua a parlare al nostro tempo e ribadire che la cultura non è mai qualcosa di immobile, ma un patrimonio che si rinnova ogni volta che viene letto, interpretato e condiviso».

Elba Book rappresenta da sempre un luogo della bibliodiversità, dove trovano spazio editori indipendenti, prospettive differenti e forme diverse di produzione culturale. La bibliodiversità può essere letta però anche in senso storico: quest’anno verrà presentato alla cittadinanza il ritrovamento dello studioso tedesco Peter Zahn, che nel 1991, durante lo studio degli Statuta Rivi, individuò nella legatura del codice un frammento delle Enarrationes in Psalmos di Sant’Agostino, contribuendo con nuove varianti alla storia testuale dell’opera. Codici, manoscritti, decifrazioni delle scritture antiche e apparati critici sembrano spesso appartenere a un mondo distante dalla contemporaneità, quello degli specialisti e dei filologi. Quale rapporto ha il festival con il mondo classico e perché ritiene importante restituire alla comunità cittadina una scoperta di valore scientifico internazionale?

«Abbiamo voluto dedicare l’ultimo giorno del festival alla comunità di Rio nell’Elba, un luogo con una storia affascinante ancora poco conosciuta dal grande pubblico. Quando nel 2014 abbiamo incominciato a pensare alla prima edizione di un festival dedicato all’editoria indipendente italiana abbiamo voluto costruirlo su misura per il paese mettendoci in ascolto del suo genius loci. Ci siamo poi concentrati sul concetto di bibliodiversità che non significa solo dare spazio a una pluralità di editori e testi, ma anche riconoscere che la miniera culturale di un territorio è composta da elementi di epoche diverse che continuano a dialogare tra loro. La cultura contemporanea non nasce dal nulla: si alimenta continuamente della riscoperta, della rilettura e della trasmissione di testi che ci hanno preceduto. Inoltre Elba Book Festival nei suoi dodici anni di storia ha sempre cercato di costruire un ponte tra il rigore della ricerca e il pubblico più ampio. Crediamo che il sapere accademico non debba rimanere confinato nelle università o nei convegni specialistici, ma possa diventare patrimonio condiviso nelle piazze quando viene raccontato con chiarezza e passione. Restituire alla comunità elbana una scoperta di valore scientifico internazionale significa anche valorizzare il territorio come luogo di cultura e di memoria, mostrando come un documento conservato sull’isola possa dialogare con la storia della tradizione manoscritta europea».

Lo zoologo della letteratura

0
Grandville, "La Poursuite", in "Un autre monde", Paris, H. Fournier, 1844

Grandville, “La Poursuite”, in “Un autre monde”, Paris, H. Fournier, 1844

 

di Luca Zivelonghi

Immaginiamo un oggetto posato su di un tavolo. Non sappiamo ancora se sia una pentola, un profumo, un paio di scarpe, una bottiglia d’acqua minerale o un romanzo. Sta lì, nella luce neutra di una stanza, con quella piccola aria colpevole che emanano le cose quando sono fuori posto e non sanno ancora a quale destino appartengono. Qualcuno gli gira intorno, osservandolo attentamente, e a un certo punto inizia a fargli delle domande. Da dove vieni? A chi parli? Quale mancanza colmi? Che promessa porti con te? Quale mondo ti segue? Che cosa ti rende diverso da tutti gli altri oggetti che chiedono attenzione?

Fino a qualche anno fa, avremmo detto che quel qualcuno era un uomo di marketing. Ma oggi, potrebbe essere un editor. Non c’è nulla di scandaloso in questo. Ogni cosa che vuole entrare nel mondo deve rendersi riconoscibile. Un prodotto, un servizio, un autore, sì, persino un libro: niente e nessuno sembra esistere oggi pubblicamente senza una soglia da attraversare, senza una forma minima attraverso cui essere visto, nominato, desiderato. La questione, però, è l’effetto sulla letteratura quando quella soglia smette di introdurre a un mondo e pretende di stabilire in anticipo la forma che esso dovrà assumere.

Da qualche anno il marketing cerca nella narrazione ciò che da solo non riesce più a produrre: profondità, voce, conflitto. Non basta più dire che cosa fa un prodotto; bisogna raccontare da dove viene, quale ferita nasconde, quale promessa porta con sé, quale mondo rende possibile. Questa cosa l’abbiamo chiamata storytelling. Nello stesso tempo è accaduta una cosa alquanto strana, ossia che una parte del mercato editoriale ha iniziato a muoversi nella direzione opposta. Alla letteratura – che della narrazione dovrebbe essere il luogo più naturale – viene chiesto sempre più spesso di presentarsi con una chiarezza che non è propria del mondo letterario: sapere subito che cos’è, a chi parla, dove si colloca, quale identità pubblica può sostenere.

Un paradosso alquanto curioso – estremamente evidente – ma poco riconosciuto: i prodotti cercano di diventare personaggi, mentre i personaggi rischiano di dover dimostrare in anticipo di essere buoni prodotti. Ma l’editoria – ci ripetono spesso gli addetti ai lavori ­– è anche un’industria, non solo poesia! e oggi, per di più, un’industria in difficoltà. La necessità di pubblicare ciò che si presume possa incontrare il desiderio del pubblico è sempre esistita. Sarebbe ingenuo immaginare un passato in cui i libri entravano nel mondo senza mediazioni commerciali… senza analisi di mercato (seppur una volta legate a un’osservazione diretta, quasi istintiva più che algoritmica). Ecco, a questa affermazione io risponderei così: no, non è proprio la stessa cosa. O meglio: lo è solo in apparenza. In realtà c’è uno scarto temporale che può sembrare minimo, ma dentro quello scarto si gioca una differenza enorme.

Un tempo il mercato aspettava il libro sulla soglia, come un sarto che prende le misure a un corpo già formato. Lo valutava, lo vestiva, lo metteva in una collana. Ma lo faceva dopo che il libro aveva già cominciato a esistere come opera. Oggi quella soglia sembra essersi spostata indietro nel tempo. Il mercato non aspetta più il libro alla porta: entra nella stanza prima, mentre l’autore sta ancora dormendo, apre i cassetti, guarda le pagine bianche e comincia a cucire il vestito nell’aria. Il problema non è che il sarto voglia vendere l’abito, è che il corpo – che sarebbe stato potenzialmente di un paio di taglie in più – dovrà per forza adattarsi alla stoffa, invece di strapparla.

La novità non è che il mercato chieda ai libri di essere vendibili. È che la vendibilità tende a diventare una forma anticipata di lettura. In questo scenario, l’identità non è più il traguardo di una ricerca, ma un prerequisito. Al romanzo viene chiesta una carta d’identità valida ancora prima che abbia un volto. È un’identità obbligatoria: devi dichiarare subito a chi parla e quale “casella” occupa. Ma la letteratura è sempre stata il luogo dell’identità tradita, del travestimento, della fuga da sé. Quando il linguaggio della comunicabilità suggerisce la forma ancora prima della scrittura, non stiamo solo cambiando il modo in cui i libri vengono venduti: stiamo educando in anticipo la forma stessa dei romanzi.

Un segnale di questo spostamento si vede anche nella formazione alla scrittura. Negli ultimi anni, almeno nella comunicazione pubblica di molti corsi, l’attenzione sembra essersi progressivamente spostata dalla domanda interna all’opera – come prende forma un personaggio, come si costruisce una voce, quale necessità regge una storia – alla domanda esterna sulla sua destinazione: come rendere un libro pubblicabile, talvolta persino predisposto a diventare un best seller. Non è di per sé un fenomeno scandaloso: chi insegna scrittura sa che un manoscritto, prima o poi, deve incontrare il mondo. Ma è significativo che il mondo entri sempre più spesso nella stanza prima ancora che il romanzo abbia trovato la propria forma. Ed è qui che la questione smette di essere editoriale e diventa letteraria. Perché un romanzo, prima di tutto, non può essere un prodotto che attende di essere posizionato, ma un organismo che scopre la propria natura solo attraversando mari che non hanno nulla a che fare col marketing.
Trattarlo interamente come un’operazione di marketing non significa soltanto semplificarlo. Significa chiedergli di rinunciare troppo presto alla parte più fragile e più viva di sé: quella che non ha ancora un nome.

Voglio provare a spiegarlo da lettore, evocando un’immagine che mi è cara. Quando sentii Calasso parlare per la prima volta della letteratura come di un “libro unico”, ricordo che mi voltai istintivamente verso la mia libreria. Capii che i miei libri non erano ordinati per nazione o periodo, ma obbedivano a una geografia più segreta: vicinanze, parentele, repulsioni. Bukowski, per esempio, doveva stare vicino a Céline e molto lontano da Proust. Alcuni libri dovevano stare vicini perché sembravano continuare la stessa frase. Altri dovevano restare lontani perché, messi accanto, si sarebbero annullati o insultati.

In una lettera del 16 agosto 1965 a Henry Miller, Bukowski scrive che la maggior parte degli scrittori gli dà il voltastomaco, che le loro parole “non toccano nemmeno la carta”, mentre Céline lo fa vergognare della propria pochezza di scrittore. Non è solo ammirazione. È un riconoscimento artistico prima di tutto. Bukowski trova in Céline non un modello da imitare, ma una ferita della lingua: la possibilità che la letteratura non accarezzi il mondo, ma lo prenda a pugni fino a costringerlo a dire qualcosa di più basso, più sporco, e forse più vero. Sempre Bukowski, nel suo romanzo postumo, Pulp, fa apparire Céline in una libreria. Il detective Nick Belane, lo vede in fondo alla stanza con in mano La montagna incantata di Thomas Mann.

“Questo tizio ha un problema” disse alzando il libro.
“Quale sarebbe?” chiesi.
“Considera la noia una forma d’arte.”
Ripose il libro sullo scaffale e rimase lì immobile con quella sua aria da Céline.

È una battuta crudele, perfetta: una scena critica travestita da apparizione. Gli scrittori non sono statue isolate, ma presenze che continuano a provocarsi anche da morti. Quella sua aria da Céline sintetizza poi in cinque parole l’adorazione di Bukowski. Come avrebbero fatto a non rimanere incollati nella mia libreria? Proust, gli doveva invece stare lontano perché appartiene a un’altra parte dell’animale.
Quando venne pubblicato Céline gli occhi dei francesi erano ancora immersi in una prosa proustiana ricamata a Peinture à l’Aiguille; poi arrivò Le Voyage: poco più di un punto croce, ma capace di cucirsi direttamente sulle palpebre e costringerti a tenere gli occhi aperti. Dove Proust avvolge, Céline lacera. Dove uno trasforma il tempo in architettura sensibile, l’altro sembra voler incendiare la frase dall’interno: uno nutre in segreto, l’altro corrode ferocemente. Entrambi necessari. Entrambi altissimi. Proust è sangue, Céline è bile.

Quella disposizione dei libri, come si è capito, non riguarda la libreria. Riguarda la letteratura. O meglio: il modo in cui la letteratura esiste non come una sequenza ordinata di opere, ma come un campo di forze. Ogni romanzo è sé stesso, certo, ma è anche ciò a cui risponde, ciò che eredita, ciò che tradisce, ciò che combatte, ciò che rende improvvisamente leggibile. Un libro non entra mai da solo nella letteratura. Entra portando con sé i morti che lo hanno generato, i fratelli da cui vorrebbe fuggire, i nemici che segretamente continua ad amare. È forse questo, almeno per me, il senso più vivo del “libro unico” di cui parlava Calasso: non una biblioteca ideale, non un canone ordinato, ma un animale immenso e contraddittorio, dentro il quale ogni opera respira anche attraverso le altre.

Ora: come si fa a posizionare… ad addestrare un animale del genere? Semplicemente non si può. Non si deve farlo. Dinnanzi a un animale meraviglioso come questo, lo zoologo semplicemente si inchina, poi lo descrive per farlo conoscere, ne segue le trasformazioni, ma non cerca di incollargli addosso pezzi che non siano suoi. È qui che il linguaggio del marketing comincia a mostrare il proprio limite. Non perché il marketing sia un nemico della letteratura, ma perché lavora, per necessità, su una riduzione preliminare: deve isolare un’identità per renderla desiderabile. La letteratura, invece, almeno quando è viva, non sempre procede in questa direzione. A volte nasce proprio quando un’identità non riesce più a stare dentro la propria definizione; quando una lingua si deforma; quando una storia devia dal comportamento che ci saremmo aspettati; quando un personaggio smette di essere funzione e comincia a diventare problema. Un prodotto deve ridurre l’incertezza. Un romanzo può anche aumentarla. Può nascere da una somiglianza, da una ferita ereditata, da una risposta tardiva, da un tradimento, ma anche da un attrito che nessuna promessa iniziale avrebbe saputo formulare. Il punto non è che la letteratura debba essere oscura, difficile o ostile. Il punto è che una parte della sua forza consiste nel non sapere troppo presto che cosa dovrà dimostrare.

Ecco perché il rischio non è il marketing in sé. Un romanzo avrà sempre bisogno di essere accompagnato, raccontato, portato nel mondo. Il rischio comincia quando il linguaggio della comunicabilità smette di arrivare dopo l’opera e comincia a precederla; quando non si limita più a chiedere come presentare un libro, ma suggerisce, prima ancora della scrittura o della lettura editoriale, quale forma un libro dovrebbe assumere per non perdere il proprio lettore. A quel punto non stiamo più soltanto cambiando il modo in cui i libri vengono venduti. Stiamo educando in anticipo la forma stessa dei romanzi.

E qui si apre un’altra questione, forse ancora più delicata: qual è, in questa prospettiva, la differenza di forza tra un editore e una piattaforma digitale che vende libri? Le piattaforme non si limitano più a distribuire contenuti. Imparano continuamente dai comportamenti: che cosa viene cercato, acquistato, abbandonato, ascoltato, consigliato, terminato, condiviso. Non leggono la vita di un’opera come la leggerebbe un editor; leggono l’insieme delle tracce che quell’opera, o opere simili, lasciano nel passaggio dei lettori. Questo non è di per sé un male. Può aiutare i libri a circolare, può far incontrare un testo con chi forse non lo avrebbe mai trovato, può rendere visibile ciò che altrimenti resterebbe sepolto. Ma la piattaforma, per sua natura, tende a lavorare su ciò che è già misurabile: somiglianze, comportamenti, ricorrenze, probabilità. Significa perciò che coi loro sofisticati algoritmi decideranno sempre più chi legge cosa e (assurdo ma vero) a chi piacerà cosa.

L’editore dovrebbe avere un’altra responsabilità. Non solo capire che cosa i lettori sembrano desiderare, ma anche intuire che cosa potrebbero desiderare se qualcuno avesse il coraggio di portarlo nel mondo. Non limitarsi a seguire l’animale dove l’algoritmo sa già riconoscerlo, ma capire quando una creatura ancora informe merita di essere accompagnata finché trova la propria forma. Questa è forse la prospettiva più interessante, e meno esplorata. Non lo scontro tra editore e piattaforma, non la resa, non la convivenza passiva. Ma qualcosa di più sottile: la possibilità che l’editore coraggioso, scegliendo con costanza opere che l’algoritmo non saprebbe ancora nominare, finisca col tempo per modificare l’algoritmo stesso. Le piattaforme imparano dai comportamenti. Se un numero crescente di lettori – guidato da editori che hanno scommesso su voci non ancora misurabili – inizia a cercare, acquistare, terminare e condividere certi libri, quei comportamenti diventano dati. E quei dati riscrivono, lentamente, le mappe del desiderio che l’algoritmo usa per orientarsi. L’editore non combatte la piattaforma: la educa. Non dall’esterno, ma dall’interno, attraverso le scelte che immette nel sistema.

In questo senso, la curatela editoriale non è un atto nostalgico di resistenza culturale. È un intervento attivo sulla direzione futura della letteratura. Chi sceglie bene oggi non si limita a salvare un libro: contribuisce a riscrivere, un comportamento di lettura alla volta, ciò che domani l’algoritmo considererà desiderabile. E forse è qui che si giocherà una parte importante del futuro della letteratura: non nello scontro ingenuo – o nell’adeguamento – tra editori e piattaforme, né nel rifiuto della tecnologia, ma nella capacità dell’editore di non diventare soltanto l’interprete umano di un calcolo. Una piattaforma può indicare dove il desiderio si è già manifestato. Un editore può ancora scommettere su una forma di desiderio che non ha ancora lasciato tracce.

Per questo, prima ancora che uomo di marketing, l’editore dovrebbe tornare a essere una specie di zoologo della letteratura: qualcuno capace di osservare l’animale prima che sia addomesticato, di distinguere una creatura viva da una creatura soltanto rumorosa, e poi – solo dopo – usare tutti gli strumenti del mestiere e tutte le ultime tecniche di marketing per portarla al maggior numero possibile di lettori. Se non succederà questo, il rischio non sarà soltanto quello di lasciarsi sfuggire un Céline o un Fenoglio perché non assomigliano abbastanza a ciò che il mercato sa già nominare. Il rischio sarà che, abituandoci a chiedere al libro cosa vuole diventare prima ancora di scriverlo, finiremo per addomesticare l’animale prima che impari a correre. E a quel punto, avremo librerie piene di oggetti che sanno spiegarsi benissimo, ma che non hanno più nulla da dirci. E il problema è che i lettori nemmeno se ne accorgeranno, e invece di leggere un nuovo romanzo faranno l’esperienza di un ennesimo prodotto di consumo. Forse dovremmo tornare a sederci a quel tavolo, quello dell’inizio di questo articolo, spegnere la luce del marketing e aspettare che sia il libro, nel buio, a morderci la mano, prima all’editore e poi a noi lettori.