Devo confessare che ho sempre preferito l’Iliade all’Odissea. L’Iliade è l’alterità per eccellenza, viene da un mondo in cui non esiste scrittura e quindi non può esistere intreccio. Viene dal mondo delle nazioni e delle genealogie, degli eroi che si odiano e disprezzano senza sminuirsi, anzi è vanto avere un avversario che condivide l’altezza culturale e tecnologica della società greca. L’Odissea è individuale, struggente, ben costruita. L’epica sta cedendo il posto alla tragedia, al conflitto, alla voce oscura del fato. L’altro da Ulisse è sempre primordiale e primitivo, ma inferiore. I Ciclopi erano i signori della terra, le sirene quelle del canto e dell’aria, ninfe e maghe dominano spazi alti, ma nessuno sopravvive davvero al passaggio d’Ulisse e della sua lingua oramai unica.
La distanza fra l’Iliade e l’Odissea mi sembra incredibilmente maggiore di quella che separa noi dall’Odissea, dove ci sono, magnificamente variati, tutti i luoghi comuni che studiamo alle medie: il viaggio dell’eroe, l’analessi e la prolessi, il punto di vista etc etc.
Soprattutto nell’Iliade c’è un senso della vita che mi pare non sia presente in nessuna opera della letteratura occidentale. La vita biologica, terrena, immanente, disperante è la sola cosa che conti, il solo fondamento della morale, l’unico lampo concesso agli uomini e agli eroi. Quando una vita finisce, finisce il mondo.
Mi colpisce sempre l’apparizione di Ilioneo, nel libro XIV. Ilioneo – a cui è dedicata una strada a due passi da dove abito – appare nell’Iliade solo per essere ucciso da Peneleo.
«Peneleo estrasse la spada acuta e lo colpì al collo tagliando via la testa insieme con l’elmo; era ancora infissa nell’occhio la lancia pesante, ed egli la sollevò come un papavero e rivolto ai Troiani trionfante gridò: “Dite da parte mia, Troiani, al padre e alla madre del nobile Ilioneo di piangerlo nella loro casa; neanche la sposa di Promaco figlio di Alegenore avrà la gioia di rivedere il suo sposo, il giorno in cui noi, figli degli Achei, sulle navi faremo ritorno da Troia”. Disse così, e tutti furono colti da un tremito e si guardarono intorno cercando dove sfuggire l’abisso di morte». Cito la bellissima traduzione di Maria Grazia Ciani.
Peneleo uccide il nemico e ne raccomanda esequie degne. L’angoscia davanti a quel giovane corpo è paralizzante. La morte è sempre necessaria, qui c’è della pietà, più spesso i corpi che cadono fanno rumore. Tornano alla terra protestando di perdere la sola cosa che conti. La morte è davvero la fine di tutto.
L’Iliade è l’epica in purezza, l’Odissea canta anche le nostre meschinità, le piccole furberie e i compromessi. È il primo capolavoro della crisi che alterna momenti colossali a inquietudini dell’anima. E questo nel film di Nolan si vede perfettamente. The Odyssey racconta la sparizione di una civiltà ad opera di una generazione maledetta. Per tutto il film si avverte l’angoscia di un pericolo esterno e imminente, ma per tutto il film ci siamo dentro. Quel pericolo è già nel canto dell’aedo che apre queste magnifiche tre ore di visione, è già nei comportamenti delle donne e degli uomini. Mai il mondo era stato così bello e non lo sarà mai più. Il mare aperto porta la minaccia.
Com’è stato notato da molti, Nolan racconta un mondo senza dèi. Telemaco li cerca continuamente negli occhi delle persone che incontra. Ha ancora l’ostinazione infantile di credere alla magia del mondo, mentre tutto crolla. Gli dèi possono essere solo il rimorso e il rimosso. I padri lontani, i fondamenti di una legge morale che nella pratica diventa convenzione e sopruso. Atena è un fantasma di Ulisse. Ulisse deve fare i conti con la possibilità di non voler tornare.
Ma il mondo disabitato dagli dèi è un mondo popolato di creature. Nolan qui reinventa l’immaginario.
The Odyssey ci fa vedere per il prima volta una storia che abbiamo interiorizzato e assorbito fin dall’infanzia. Tutto è noto e tutto è nuovo. Il nostro orizzonte d’attesa sul mondo omerico si è spostato. Le nuove rappresentazioni di Polifemo non potranno accontentarsi dell’allucinazione di un volto di un mascherone elaborato dalle IA con la deformazione di un unico occhio. Il Polifemo di Nolan è una creatura baconiana, è il sovrano di un mondo di capre, è la creatura possente raffigurata nei momenti dell’orrore e della caduta. La magia di Circe non è l’incanto ariostesco, ma intervento fisico, tattile quasi faticoso. L’ibridazione è insostenibile e il mondo di questa donna isolata da tutti è quello dell’allucinazione narcisista. Della paranoia che si difende dalle proprie paure, appropriandosi della vita incontrollabile degli altri e imprigionandola nel corpo di stupefatti animali. Calipso non è una ninfa, ma una vera donna, le sirene sono un’ombra. Nolan ha riscritto ancora una volta il paradigma e tutto quello che c’era prima non può più appassionarci. Al massimo ci farà la tenerezza dei vecchi Batman e Robin dei telefilm americani che si arrampicano sulle grondaie dei palazzi, col Joker scioccherello, la Catwoman maliarda e il Pinguino da Grand Guignol
Non si svolge esattamente come lo descrive Omero ma conta poco, anche perché se si vuole conoscere Omero, basta leggerlo o magari farselo leggere. Fra i morti, Ulisse incontra Agamennone ucciso da Clitemnestra, in attesa della vendetta di Oreste. L’epica è già crollata nella tragedia. L’incanto collettivo del rapsodo è il suono di un’età superata, ora il conflitto è rappresentato da uomini in maschera in cerca di catarsi.
L’Odissea è l’epica degli uomini, l’epica che viene trascinata dal gorgo della tragedia, del conflitto che lascia cicatrici nell’animo delle persone. Cicatrici come quella che permette all’anziana Euriclea, prima fra tutti a Itaca, di ritrovare nel lacero mendicante senza nome, l’eroe del ritorno.
Anche se la prima creatura a riconoscere Ulisse è il cane Argo, abbandonato da tutti, sopra il letame dei muli e dei buoi. Lui che «nel folto della foresta profonda» non lasciava sfuggire una preda al suo inseguimento perché «era esperto nel fiutare le tracce», giace ora dimenticato. Il guardiano dei porci Eumeo, il fedele servitore che senza saperlo accompagna Ulisse nella sua reggia, commenta: «Metà del suo valore toglie all’uomo Zeus, signore del tuono, quando schiavo lo rende». E sembra che in questa considerazione unisca l’umano e l’animale, entrambi sottomessi a un fato grande, opprimente e oscuro.
Nico è morto. Quando Roberto mi ha chiamata stavo lavorando come guardiasala, assegnata, quella settimana, a una postazione in cui un video si ripeteva in loop all’infinito. Osservavo i visitatori disorientati e divertiti, bambini che correvano o si sedevano per terra. Il rumore degli schermi non mi abbandonava mai, anche la notte mi svegliavo con quel brusio che mi rimbombava nella testa e, assieme al caldo, mi creava una pressione sopra l’arcata sopraccigliare, un cerchio che stringeva sempre più forte.
Sentii il telefono vibrare nella tasca. Con Roberto non ci sentivamo da mesi: le nostre vite ci avevano portati lontano, a tornare a casa in momenti diversi dell’anno. I legami con la mia terra si stavano assottigliando, nei ritorni sempre più sporadici, nelle telefonate diventate brevi messaggi di testo. Allungai la mano verso la tasca posteriore del pantalone, decisa a rifiutare la chiamata. Una collega dall’altra parte della sala mi fece un gesto concordato: stava per passare il controllo. Rifiutai con uno dei messaggi standard che informava che ero al lavoro e avrei richiamato. Infilai il telefono in tasca, giusto in tempo. Ero attenta, nella mia postazione, impeccabile, anche quando il telefono vibrò ancora. Stavolta una vibrazione breve, un messaggio. Attesi che il responsabile, il sorvegliante dei sorveglianti, superasse la mia sala, poi mi feci da parte per leggere. Il corpo mi comunicava un’urgenza insolita per quella chiamata e per il messaggio successivo.
Nico è morto, diceva. I visitatori si sciolsero attorno a me, il soffitto mi sembrò sgretolarsi, mentre la videoinstallazione perpetuava all’infinito il medesimo gesto della durata di pochi secondi.
Nico è morto, ogni ricordo che cercavo di riportare alla mente si sfaldava prima che potessi tenerlo. Le estati a Monopoli, le birre sul lungomare, i Cure in macchina a volume alto e lui che tamburellava sul volante, il trullo a Cisternino che avremmo dovuto restaurare insieme, i progetti che avevamo fatto e poi rimandato finché non era diventata un’abitudine anche rimandare. Tutto si dissolveva appena lo toccavo. L’umidità della sala mi si condensava fredda sul collo, sulle spalle. Scossi la testa verso la mia collega e nel farlo la sala girò senza fermarsi. Cercai l’uscita di emergenza, raggiunsi il bagno. L’odore di urina mi causò un conato di vomito. Richiamai Roberto. Nico aveva avuto un incidente tornando a casa da Bologna.
Nessuno di noi viveva più al sud. I nostri erano spostamenti costanti che facevano parte ormai di un modo di vivere.
Piansi, urlai, le mani appoggiate alle pareti del cesso, lacrime e saliva che cadevano nel water. Nico non c’era più. La sua risata, il suo accento contaminato dalla nuova vita al Nord, non li avrei più sentiti. Non erano mai esistiti, era come se li avessi solo immaginati. I suoi capelli raccolti in una coda, il passo sbilenco per un difetto di postura, sarebbero rimasti per sempre un ricordo.
Tornai in sala per portare a compimento la giornata di lavoro. Gli occhi gonfi sullo schermo tutto il tempo: un piede che schiacciava mezzo limone. Pochi secondi e poi si ripeteva, senza sosta, con la stessa violenza. Il limone era intero e poi schiacciato, la polpa liquida schizzava fuori sotto il tallone.
Quella sera mi buttai sul letto dopo la doccia, senza mangiare. Chiamai Lucia tre volte senza risposta. Mi richiamò intorno all’una di notte. Nelle orecchie mi fischiava ancora il ritmo del video. Schiaccia, schiaccia, schiaccia. Mi disse che aveva saputo, ma non aveva voluto parlarne. Che la vita era breve, che domani forse non saremmo più esistiti, che tutto succede in un attimo. Le parole la incalzavano, rauca com’era, e non lasciavano spazio. Era sconvolta ed esaltata allo stesso tempo. Aveva ricevuto la notizia la sera precedente: si era spogliata, si era guardata allo specchio, si era toccata. Era viva. Aveva sfiorato la pelle, la pancia, le spalle, i seni, i glutei. Non era un riflesso, era ancora reale. Era uscita dalla sua stanza, nuda, ed era entrata a turno nei letti dei coinquilini. Voleva sentire la vita, diceva. Mentre parlava mi scorrevano davanti le scene: la sua carne liscia, il cigolio della porta, il fruscio delle lenzuola. La sua voce mi arrivava come se la stessi guardando e ascoltando attraverso un vetro.
Quando chiuse la chiamata le parole avevano smesso di incalzare, ma le avevano lasciato il respiro corto.
Non chiusi occhio.
La mattina successiva tornai in sala. Era l’ultimo giorno in quella postazione. Il piede schiacciava il limone, e io aspettavo che si ripetesse, sempre uguale, senza sorprese.
(Leggevo questo mio scritto come introduzione a una giornata dal titolo particolare, programmata nella rassegna SINOPIE_ l’arte dell’attore e le immagini sottese, organizzata dal Teatro Rebis, la compagnia che il regista Andrea Fazzini fondava a Macerata nel 2003 e di cui, solo qualche anno più tardi sarei divenuta parte, fino a esserne all’oggi l’altra parte (Rebis è letteralmente cosa doppia; in alchimia matrimonio chimico, unione degli opposti, l’essere androgino). Tre anni fa, nell’occasione che riferisco, abbiamo festeggiato il ventennale della compagnia con attività rivolte agli studenti d’arte e alla comunità. Occasione di riflessione sulla mole di soddisfazioni e delusioni e altre ostinate illusioni attraversata insieme, e condivisa anche sempre con una moltitudine di compagni e compagne che più o meno lungamente e intensamente hanno partecipato del Teatro Rebis, e con colleghi, sodali, persone amiche, e con quanti tanti altri ancora, che a pensarci non pare vero. Vivere di teatro si può solo a partire da un certo furore interiore e accettando pienamente le amare conseguenze del condurre vita del tutto irregolare. Non è però mai consentito dire di essere stanchi morti, perché si tratta in verità più propriamente di essere stanchi vivi, sempre, sempre più vivi. Forse tale vitalità precipuamente deriva dalla prossimità dell’arte del teatro alla morte, e con questo non dico niente di nuovo. Così alla giornata in questione è toccato un titolo particolare: Come muoiono gli attori (dal sottotitolo del mirabile video-saggio di Renzo Trotta Il Sogno di un Destino, contestualmente programmato). L’incontro ha visto inoltre i preziosi contributi di diverse splendide artiste della scena marchigiana e l’esposizione di una relazione prodotta sulla base degli allarmanti dati INPS riguardanti quelle categorie, tra i lavoratori dello spettacolo, che svolgono le diverse attività performative e opera d’ingegno, considerate su scala regionale e nazionale. Così nasceva questo scritto strambo e accorato, che ho in seguito altre volte letto pubblicamente e che alla fine ha acquisito a sua volta un particolare titolo: Di disgrazie puoi averne tante per esempio una figlia artista. Un po’ perché mi è capitato che i genitori di un musicista ascoltandolo si siano commossi; un po’ perché penso a mamma e babbo che hanno saputo a modo loro comprendere; e poi come piccolo omaggio a uno di noi molto più in alto di noi, uno che veramente aveva le carte in regola per essere un artista.)
Leggere o dire non è lo stesso, ma siccome la questione mi riguarda, in me prevale nel dire un’emozione tale che non riesco ad arginarla, che mi sovrasta come un’onda, come l’onta, il dispiacere di fare un mestiere che è largamente percepito come di nessun valore.
Nel senso che di teatro ormai tranquillamente si muore. Perché, diciamocelo pure, non serve mica più l’attore: a recitare sono buoni tutti, lo può fare chiunque, chiunque si piaccia abbastanza.
Leggo. Così mi pare di conservare il contegno, il pudore. Che poi all’oggi figuriamoci come stanno messe le lavoratrici e i lavoratori tutti, allora che ti metti a dire proprio tu che non fai un cazzo e che pure ti diverti?
Mi diverto, sì. Recitare è una grande gioia, è la mia gioia. E per me è la gioia dello scomparire: io io io io io io… finito. Per un poco s’intende. Mi prendo e mi metto da parte (quando mi riesce, che non è garantito). Io, dicevamo, possibilmente mi scanso proprio: lascio il posto a quello che deve accadere, alla figura che forse affiorerà sulla scena. E se la figura affiora, allora abbiamo il fiore. Il frutto sarà per ciascuno diverso.
Ma questa è l’arte, non può essere garantita. L’arte è più come una ferita, che sarebbe meglio non avercela e che invece c’è, è proprio sempre lì, è in dotazione al genere umano.
Allora succede che in tutte le epoche e in tutte le culture qualcuno se la prende in carico questa ferita. Non è una cosa per tutti, no, non è un mestiere, è una condizione esistenziale, una sensibilità atroce. E chi è che la vorrebbe veramente in dote? Diciamoci la verità, sta di gran lunga meglio tutto il resto della società, civile s’intende.
Questo io conosco e sento,
che degli eterni giri,
che dell’esser mio frale,
qualche bene o contento
avrà fors’altri; a me la vita è male.
Questo sentiva il poeta, e quanto male ci fanno queste parole. E quanto bene ci fanno queste parole.
Ma questa dell’arte è una questione delicata, intima, una questione che riguarda in cuor suo e in misura diversa chiunque si adoperi all’arte. È un’immensa responsabilità, ma non può essere garantita, in quanto materia ineffabile.
Può capitare che si manifesti in esseri umani che vivono in zone o villaggi avulsi dalla vita intellettuale (proprio come nel caso del nostro Leopardi), o a uomini e donne reiette che resteranno misconosciute in vita e forse oltre; oppure anche, eventualmente, a chi ha fatto studi prestigiosi, o apprendistati, come nel caso delle famiglie d’arte. Insomma, questo è un dato imponderabile. Ci si può rimettere solo a una evidenza: l’arte si manifesta con rarefazione. Si potrebbe convenire che di poeti ne nascono tre o quattro in un secolo, con le celebri parole di Moravia su Pasolini.
Tutti gli altri coloro i quali si dedicano all’esercizio delle arti sono anch’essi detti ‘artisti’ in quanto esercitanti un’arte, e sono tanti, e però in ciascuno l’intensità di tale ineffabile qualità si darà solo in rapporto alla vetta, alla sommità, stabilita dall’opera di quegli altri pochi (tre-quattro per secolo) di cui sopra (tipo Dante, Bach, Shakespeare, et similia).
Cioè, è tanto raro essere artisti, quanto sacrosanto esercitare le arti.
Ora, le arti applicate le vediamo e le tocchiamo, sono tangibili:
“Oh! Che fine consolle in legno laccato oro Luigi XV – Adoro!”
Gli attori e le attrici invece sono transeunti, passano.
Stanno al teatro come il vento al fuoco.
E questa era premessa.
Premessa necessaria solo a prenderla e a metterla da parte, l’arte. Oggi mettiamola per un poco in sospeso. Ciò che è bello – non è bello, vero – falso, vivo – morto, classico – contemporaneo: via! Sospeso!
Lasciato alla coscienza e al senso critico di ciascuno.
Ah, che sollievo!
Interessiamoci qui ora finalmente solo di ciò su cui possiamo intenderci, di cose più semplici: del mestiere, della professione.
Certo, tutti speriamo questa possa coincidere con l’arte di cui prima, ma non è detto. Potrebbe trattarsi d’altra cosa affine, volta diciamo prevalentemente alla spettacolarità, all’intrattenimento, al facile divertimento, perché no? Almeno pretendere però che sia fatta bene, come si dice, appunto, ad arte. Poca cosa certamente non è.
Ecco, questo sì che può e dovrebbe essere garantito! Il mestiere.
Le arti si esercitano perché un desiderio ci nasce dentro. Ora, se questa passione fa bene a noi e agli altri è giusto che faccia parte della nostra vita, è un diritto inalienabile fruire ed esperire le arti. Sviluppare facoltà creative è questione vitale. Ma quanto spazio, energia, dedizione, studio e sacrificio vi dedichiamo?
Se queste condizioni sono parziali, e dunque nella vita ci sostentiamo con prevalenza grazie ad altra attività, non ne avremo fatto il nostro mestiere.
Ma se invece la nostra esistenza è in massima parte o in assoluto dedicate ad esempio al teatro, questo deve essere necessariamente riconosciuto come un mestiere. Il sistema del lavoro in tale ambito non potrà allora fondarsi unicamente sulla somma delle giornate di recita per le quali si versano i contributi a fronte di una retribuzione misera, misera, misera. A meno che tu non sia qualcheduno molto famoso, in tal caso tale retribuzione può stravolgersi e divenire esagerata, sproporzionata e persino oscena.
Ma tra chi guadagna troppo perché vende soprattutto la sua immagine patinata e chi guadagna a scrocco perché è un attore amatoriale (ma, poniamo, si guarda bene dal dichiararlo con franchezza, esercitando, scientemente o meno, una sleale forma di concorrenza) in mezzo c’è una larga fascia di professionisti che se di questo mestiere non proprio ne muore, diciamo, almeno, a stento ne vive.
Trattasi di lavoro atipico, e come tale dovrebbe essere inquadrato, così almeno vale per gli altri paesi d’Europa di cui pure siamo pari membri.
Dico, io lavoro di giorno di notte d’estate d’inverno feriale festivo carico scarico monto smonto viaggio recito compilo bandi ancora bandi selezioni bandi relazioni bandi rendicontazioni riflessioni relazioni riunioni studio invento comunico recito | insegno penso scrivo leggo butto via tutto ricomincio mando a memoria mi alleno sennò m’incricco insegno m’ingegno organizzo cucino per tutti e siamo tanti registro riascolto registro reagisco insisto mi confronto mi confondo “ma come ancora il volantinaggio faccio?” | riscossioni credito continue e comunque recito recito recito paura paura paura piango rido carico scarico carico scarico controllo il materiale lo aggiusto lo custodisco lo sostituisco lo costruisco perfino – trucco parrucco costumi – provo riprovo riscrivo memoria memoria memoria allestisco tutto sempre nuovo non so quello che trovo sole cocente smonto ripasso caldo infernale riprovo nuove idee nuove non sono suono la voce ecco mi manca | cerco soluzioni trovo azzardi fallimenti riconoscimenti studio mi aggiorno insegno mi scaldo sennò mi rompo nella sala sola senza riscaldamento e che sono un cane? ma non mi posso lamentare allora mi scordo poi mi accordo con gli organizzatori prenoto pernotto per tutti mi preparo viaggio per ore viaggio vitto alloggio quasi mai | freddo treno febbre recito riviaggio non mangio non dormo sono sempre stanca sfranta affranta, tutto so tutto dimentico, soprattutto di mandare per tempo il comunicato stampa.
Ma come è possibile che io, che lavoro pure mentre dormo, che una vita fuori dal lavoro praticamente non ci scappa proprio, per lo Stato risulti INOCCUPATA?
Facciamo un lavoro che come per gli atleti sarebbe da considerare usurante, e siccome saremmo tipo degli “atleti del cuore” ne risulta anche una usura emotiva. Crolliamo facilmente, ci cedono i nervi, ci consumiamo le membra, l’anima, la mente. Eppure periodicamente ci tocca andare a rinnovare l’iscrizione al Centro per l’Impiego, perché lo Stato Italiano, invece di riconoscere la connaturata intermittenza al mestiere dell’attore (così come per altri paesi dell’UE), ti costringe a un continuo massacrante superlavoro e, al contempo, a dichiararti disoccupato, pure se un altro lavoro non lo vorresti, né lo potresti accettare. Lo Stato ti invita a dichiarare il falso. E poi ti obbliga a fare un corso di orientamento… “ma come io veramente mi sarei orientata, diciamo proficuamente, già da una ventina d’anni”.
Ma che fai la schizzinosa? La vuoi la disoccupazione a requisiti ridotti? Allora rispondi alla domanda:
– che posizione avevi nell’ultima occupazione?
– la so!
INVECE NO
E ora prendi atto, oh non più giovane attrice, che tu non ci sei. Cioè… manco ci sto? No. Non pervenuta neanche una categoria generale assimilabile su ben 14 opzioni. Così il gentile referente della pratica mi suggerisce di barrare la casella ‘Impiegato’.
Alla fine io risulto essere un’ impiegata (inimpiegata), certa solo di non essersi spiegata.
Conclusioni
Questo deve essere proprio un lavoro per supermen e wonder women: per chi non si ammala, non si infortuna, e per chi intende a tutti i costi contribuire alla decrescita della natalità;
Per chi non si fiacca, mai si affligge, no anzi, per chi si entusiama e fa volare i sogni sempre in alto!!!
Insomma un mestiere ingrato perché da vecchio, se non prima, finirai internato.
Ma no, dai, è un mestiere come un altro: è per gli ambiziosi, per gli adulatori del potere, per chi si vende al miglior offerente, niente di strano, no, niente di niente, un mestiere innocente.
O forse mi sbaglio e questo è solo un mestiere. . . un mestiere per ricchi.
Sconclusioni
Se dopo tanti anni di esercizio della professione ancora di questo mestiere non ci si campa, allora non si scampa: vorrà dire che Conservatori, Accademie di Belle Arti, Coreutiche, d’Arte Drammatica, e altri istituti e corsi di alta formazione artistica, sono una truffa.
Forse allora è giusto chiedersi se questo è un lavoro, se questo è mestiere, se questo è.
Ma per tornare alla questione iniziale, quella che abbiamo messo da parte, no dico, l’arte…
Mi verrebbe da aggiungere un’ultima cosa: ma non è che forse il più alto sentire, quel pieno sviluppo della persona umana di cui parla la Costituzione Italiana, si realizza così?
No, dico, non sarà mica che il lavoro, compreso il mio, anche il più strano, è una specie di: Poema Umano?
L'”uomo tranquillo” Roggero e il diritto alla vendetta
di
Alessandro Trocino
Il diritto alla vita, di cui si fanno paladini i nemici dell’aborto e dell’eutanasia, pare che non valga nel caso di una rapina. Lì, prevale il diritto alla sicurezza. Assurto, nella gerarchia delle tutele, a diritto prevalente, assoluto. Insieme alla sicurezza, sempre più sdoganato, emerge il diritto alla vendetta, non ancora in Costituzione.
Nell’antica Grecia, la vendetta – largamente ammessa – poteva essere monetizzata. L’aggressore – come ci insegna l’Iliade – offriva un risarcimento, la poinè, e la vittima poteva scegliere di soprassedere, o insistere. Fu Dracone, nel VII secolo a. C., il primo a sottrarre l’omicidio alla giustizia privata, rivendicando il monopolio statale della forza. C’era la possibilità di dichiarare «legittimo» l’omicidio di un privato. Era però necessario che la reazione difensiva fosse giustificata da tre circostanze: l’ingiustizia dell’azione alla quale si reagisce; l’uso della violenza da parte dell’aggressore; l’immediatezza dell’azione reattiva letale.
Dunque, se fossero ancora in vigore le leggi draconiane, com’è noto non troppo tenere, il gioielliere Mario Roggero sarebbe stato condannato, non essendoci «l’immediatezza della reazione», ma neanche il pericolo e neanche la proporzionalità. Nel frattempo, della faccenda si sono occupati giuristi e filosofi come Platone, Cicerone, Grozio, Locke, Pufendorf, Carrara, poi anche Alfredo Rocco, estensore fascista del codice penale, che era più liberale dei legislatori attuali. Ora se ne occupano più sommariamente il principe Emanuele Filiberto di Savoia, con una petizione, Roberto Vannacci e Giuseppe Cruciani, che organizzano show e indossano magliette con la scritta «Siamo tutti Mario Roggero», a imitazione tardiva di «Je suis Charlie», che però era il giornale attaccato dai terroristi: allora eravamo tutti, o mostravamo di esserlo, le dodici vittime di omicidio, non gli autori di un omicidio, sia pure in reazione a un’aggressione.
Il nome di Roggero è dappertutto sui social, dove è diventato una star. Gli ultimi video hanno raccolto milioni di visualizzazioni. Il gioielliere si presenta come un uomo amichevole e sobriamente elegante, con il gilet che fa intravedere la cravatta, gli occhiali, i capelli grigi, il sorriso. Una brava persona, rassicurante. Di fianco ha spesso la moglie e la figlia. In uno, prima della sentenza che lo ha condannato a 14 anni e 9 mesi, prega e si commuove: «Sono nonno di otto meravigliosi nipoti, il mio sogno sarebbe stato di stare al loro fianco». In un altro, pubblicato dopo la sentenza, commenta amaro: «È finita, sto passando gli ultimi minuti con i miei familiari. Hanno voluto darmi l’ergastolo».
Roggero è l’eroe di Salvini e di Vannacci, ma anche di milioni di italiani, a quanto pare. I nomi di Andrea Spinelli e Giuseppe Mazzarino non li ricorda nessuno, invece. Tranne i familiari, che erano in prima fila al processo. Carla, sorella di Spinelli, dice: «Andrea era un orsacchiotto, un pantofolaio che alle nove si addormentava davanti alla tv, una persona benvoluta da tutti che lavorava nei cantieri in nero. Non ci aspettavamo una cosa così. Non siamo famiglie borghesi, siamo famiglie che lavorano e portano il cibo in tavola e il giorno dopo uguale». Mazzarino aveva 58 anni, una moglie e due figli piccoli. Per il manifesto funebre, i familiari hanno scelto una foto dove sorride, con un bicchiere di vino in mano.
Di sicuro, non erano stinchi di santo. Spinelli sarà stato «un orsacchiotto», ma è accusato di avere già partecipato a un’aggressione in un cantiere edile. E quel giorno, i rapinatori hanno impugnato un coltello e una pistola, per quanto finta. Anche di Roggero ci sono storie poco commendevoli, anche se naturalmente non paragonabili. In piena notte si presenta a casa del fidanzato della figlia e lo prende a pugni, puntando una pistola addosso a lui e ai genitori. «E non finisce qui, bastardo», minaccia. È il 2005 e Roggero patteggia una pena di due mesi per quell’aggressione. Forse anche in quel caso pensava fosse legittima difesa. «Da padre», come direbbe Salvini.
Nessuno è perfetto, anche se genitore, anche se nonno, anche se gran lavoratore, anche se con gilet rassicurante. Uno poi può essere «un orsacchiotto» e organizzare una rapina, essere un buon padre di famiglia, «un uomo tranquillo» e trasformarsi in un giustiziere, stile «Un borghese piccolo piccolo», alla Monicelli e Sordi.
Meritava di essere rapinato, e per molte volte, Roggero? No, è uno scandalo, un disastro, un fallimento dello Stato se un onesto lavoratore deve vivere in queste condizioni. Servirebbe, appunto, lo Stato, a difenderlo, a impedire che accada ancora, a prevenire, indagare, arrestare e anche a costruire una società con meno squilibri, che limiti al massimo certe deviazioni criminali.
Meritavano di essere uccisi i due uomini (che non erano solo «rapinatori»)? C’è un video di quel giorno, il 28 aprile del 2021. I tre entrano nella gioielleria di Grinzane Cavour e minacciano con un coltello e una pistola giocattolo Roggero, la moglie e la figlia. Poi escono ed entrano in macchina, pronti per fuggire. Ma Roggero si precipita fuori con un revolver e li colpisce tutti, uno dopo l’altro. Scarica addosso a ognuno un proiettile calibro 38. A uno gli spara una seconda volta, a freddo. Mazzarino muore subito. Modica viene colpito alla gamba, il terzo prova a scappare ma inciampa. Roggero lo insegue e lo prende a calci in testa.
Anche Spinelli muore. Roggero torna in negozio e telefona ai carabinieri. Sono innocente, giurerà poi, avevo paura che quei tre tornassero indietro a finire il lavoro. Il pm non è d’accordo: non è legittima difesa, ma «illegittima vendetta». I giudici neanche.
Dopo la condanna, quella che sembra una battaglia di una destra un po’ da far west è diventata la battaglia di tutto il centrodestra di governo, Forza Italia e Noi moderati compresi. Ha cominciato Salvini, chiedendo la grazia, suggerita da Cruciani. Ora tutti i parlamentari di centrodestra raccolgono le firme per chiedere che gli venga concessa la grazia. Anche il governatore Alberto Cirio, Forza Italia, ha espresso solidarietà, con una sorta di antropomorfizzazione della Regione, a sua insaputa: «Il Piemonte non lo lascia da solo». Il ministro della Giustizia Carlo Nordio – il capoufficio, diciamo così, di quei magistrati che lo hanno condannato -, ha avviato l’istruttoria per chiedere la grazia. Guido Crosetto, ministro della Difesa, e non ancora dell’autodifesa, è affranto: «Ciò che è accaduto a Mario Roggero è ingiusto, incomprensibile e anche difficile da accettare. Va esperita ogni possibilità perché possa tornare a casa». Si sottolinea che Roggero ha addirittura 72 anni e finirà in carcere. Uno scandalo, uno schifo, come è possibile? Tutto vero, uno scandalo e uno schifo, ma Roggero andrà a fare compagnia agli altri 1.300 ultrasettantenni, molti malati cronici, che sono dietro le sbarre da anni. A Opera lo scorso anno c’era un detenuto di 90 anni, cieco. I medici hanno scritto che ha un grave «declino cognitivo» e servirebbero cure. Le uniche gliele dava il compagno di cella, un giovanotto rispetto a lui, solo ultra settantenne, che gli versava la minestra, rifaceva il letto e lo sorreggeva quando la stampella lo abbandonava. Un anno dopo, chissà.
Tornando a Roggero, ci sarebbe la legge, da rispettare. Ma non è più questione né di garantismo né di giustizialismo. È saltato tutto. Il governo ha persino fatto approvare nel ddl sicurezza, varato il giorno prima della condanna, una norma che vieta il risarcimento da parte di chi viene condannato per un atto di reazione a un’aggressione (non si applica a Roggero, perché non può essere retroattiva). Salvini vuole ampliare «il perimetro e il concetto» della legittima difesa, già scardinata in passato. Come si può fare? Si potrebbe scrivere così, per non consentire troppi margini ai magistrati troppo teneri: «Chi subisce un furto o una rapina può reagire sparando sul posto all’aggressore. È consentita l’esecuzione se l’uomo o la donna è in fuga, anche sparando alla schiena». Con questa stesura dovrebbe integrare tutti i requisiti richiesti per consentire la massima sicurezza ai rapinati.
Persino i 5 Stelle, che certo non hanno nel loro Dna il garantismo né sono particolarmente sensibili ai diritti civili, si sono ribellati. I componenti M5s nelle commissioni Giustizia hanno scritto una nota per dire no alla legge del taglione, no all’occhio per occhio. Se non sanno cosa scrivere nel famoso programma del campo largo, potrebbe essere un buon inizio. La sensazione è che la maggioranza stia cogliendo una bella opportunità per distogliere l’attenzione da quei problemi volgari di «vigliaccheria» e «tradimento» in Parlamento e che abbia colto l’occasione al balzo per concentrarsi sull’unico tema, insieme all’immigrazione, che gli porta voti: la sicurezza.
E il Pd che dice? Nelle agenzie, negli ultimi tre giorni, non risulta nulla, se non un anonimo consigliere regionale piemontese. Il tema è impopolare, certo. Tutti i commentatori glielo dicono da sempre alla sinistra: attenti che se sottovalutate la sicurezza perdete. E loro, invece di spiegare per l’ennesima volta che sicurezza è prevenzione e solo in parte repressione, che peraltro compete allo Stato e non al singolo cittadino, fanno finta di nulla, che non si sa mai. Né con la legge del taglione né contro.
E la grazia? Forse è la prima volta che un’intera maggioranza politica, un governo compatto, interviene ufficialmente – il giorno dopo una condanna – per chiedere al capo dello Stato di graziare un colpevole di omicidio. Il Presidente potrebbe aver avvertito una certa pressione sulla giacchetta. Peraltro, c’è una procedura precisa per la grazia. Che deve essere chiesta dal condannato, dai familiari o dall’avvocato. Servono poi «segni di pentimento». Il magistrato di sorveglianza deve verificare la sussistenza dei requisiti, comunicarli al Guardasigilli che può avviare la pratica. A oggi al Quirinale non risulta che sia stata presentata nessuna pratica. Nel pomeriggio, poi, è successo quel che si capiva sarebbe successo. Sergio Mattarella ha convocato il ministro e gli ha spiegato (al ministro!) che la grazia non spetta a lui ma al Quirinale. Nel linguaggio felpato, ma non troppo si traduce con: «Il presidente della Repubblica ha puntualizzato i limiti delle attribuzioni del Ministro, in tema di concessione della grazia, facoltà che la Costituzione riserva esclusivamente al presidente della Repubblica». La forzatura istituzionale, per ora, è stata bloccata.
Nel frattempo, Roggero non ha ancora deciso se consegnarsi e andare in carcere, come aveva invece annunciato. I siti scrivono che potrebbe prima pubblicare un nuovo video di addio, dopo quello di ieri. Di certo non dirà una parola su quei due che ha ucciso: non l’ha mai detta. Non ha chiesto scusa – perché si sente innocente -, ma non ha neanche detto una parola di umana pietà, per due vite andate perse, comunque sia andata. Il cantante Paolo Belli è devastato e si sta disperando per avere investito e ucciso involontariamente un uomo, mentre andava in bicicletta. Roggero ne ha uccisi due a pistolettate, di proposito, ma non prova pubblicamente rimorso né misericordia. Davvero, a cosa serve il carcere, in un caso come questo, visto che il condannato pensa di avere ragione e gliela danno il ministro della Giustizia, e anche la premier. Di quale rieducazione parliamo? Di quale carcere? Di quale sistema penale? Di quale giustizia?
Questa rubrica è normalmente dedicata alle “cose belle” trovate sui Social, a dimostrazione del fatto che fare rete è oggi, più che mai, una risorsa. Oltre alle cose anche le persone attraversano talvolta le misteriose maglie delle reti, e sconfinano come pensieri liberi. effeffe
Questo articolo, letto sulla pagina facebook dell’autore, è stato pubblicato originariamente nella newsletter del Corriere della Sera Il Punto – La Rassegna
di Vladimir Sabourín
traduzione di Alessandra Bertuccelli
Encomio dei beati della pacifica transizione Poema documentario
[un estratto]
Amanti-della-pacifica-transizione ebbene voi amaste
La pacifica transizione verso il capitalismo con previdenza
Giusto una quindicina d’anni dopo la sanguinosa
Continuazione del monarco-fascismo nel potere
Popolare della borghesia rossa
(Con la venuta di Simeone II si capì perché
Non senza la coscienza sporca
Parlavate di monarco-fascismo)
Cercando questo Paradiso terrestre al vertice
Del Purgatorio capitalista
Voi abbandonaste il padre e la madre
I fratelli e le sorelle le compagne e i compagni
E registraste la prima società oltreconfine
Nel 1961 a Vaduz in Liechtenstein
Essa fu creata dalla Prima direzione della DS (1)
La nave madre di tutte le ditte oltreconfine
Madre della pacifica transizione verso il capitalismo
Negli anni 60 ai movimenti di sinistra raccontavate
Del pieno soddisfacimento della popolazione
Compravate latte condensato dall’Olanda
E sapone dalla Francia per l’Algeria vendevate
Senza il permesso per l’esportazione diretta kompot di frutta
Per la Germania Ovest e giacche di pecora per la Gran Bretagna
Per voi la sinistra era un’eresia della grande città
Che presto sconfiggeste venuti dalla campagna
Con le pezze da piedi dell’Armata Rossa
Autorizzaste le ditte straniere
A intraprendere liberamente iniziative
Economiche private
E disciplinate da meccanismi di mercato violando
I canoni dell’economia pianificata
Socialista fino a che Brežnev
Non vi dette il benservito e per ancora un po’
Vi infilaste coppola e ciocie
Borghesia rossa in veste d’agnello
Con la bava alla bocca dallo sforzo
Il Coppola (2) si rammenta il Tribunale popolare (3)
E sacrifica l’ufficiale della DS che aveva fondato la prima
Società oltreconfine nel Principato di Bulgaria oramai
Un traditore Chi può cadere così in basso da dare navi
Di proprietà nazionale a uno straniero
Se non un vigliacco e un traditore Chi altro
Può essere fucilato se non
Un tale vigliacco e traditore ha la bava alla bocca
Il Coppola alla seduta da infarto del Politbjuro
Messo a pecora davanti all’URSS Brežnev
Non è uno straniero il culo del Coppola è
Il suo Governatorato subdanubiano
Il suo usuale paese natale e il suo venire
Al tempo dell’epurazione nelle ditte oltreconfine
Sospettati di deviazione di destra e via
Jugoslava al socialismo dai compagni sovietici
Dopo la Primavera di Praga voi stabilite
Che il ghibli un vento del deserto fa seccare
Il vostro volterriano giardino coltivato
In Libia dopo investimenti da 300.000 dollari
Ciò viene constatato dagli zelanti giovani volontari
Del capitalismo rosso
Nel deserto libico
Il vostro è un capitalismo da trafficanti
Avete cominciato con il contrabbando di orologi
Dalla Svizzera per la Turchia quando tin tin sonando
con sì dolce nota che ‘l ben disposto spirto d’orror turge
La DS riporta che nella rete il contrabbando è opera
Di membri del BKP (4) ex partigiani attivi
Combattenti contro il fascismo e il capitalismo
Nel 1967 con un ordine personale
Top secret del Consiglio dei ministri definite
Il contrabbando commercio di transito
Studiate il futuro radioso delle compagnie offshore
In particolare delle ditte oltreconfine del tipo Anstalt o
Cassette postali ad esempio Inar Anstalt Für
Aussen Und Transithandel anche Korestal Anstalt Für Aussen
Und Transithandel e Gudex Anstalt
Il passato radioso delle future compagnie offshore
[…]
N.d.T.:
(1) Dăržavna sigurnost, ossia sicurezza statale. Così erano chiamati i servizi segreti in Bulgaria tra il 1925 e il 1990.
(2) Diffuso appellativo riservato a Todor Živkov, che detenne il ruolo di segretario del partito comunista bulgaro e di presidente della Repubblica Popolare di Bulgaria dal 1944 al 1989.
(3) Il Tribunale popolare, in bulgaro Naroden săd, fu un tribunale straordinario, composto dai “migliori cittadini” non necessariamente dotati di conoscenze giuridiche, chiamato a giudicare l’operato di chi aveva governato ed esercitato cariche pubbliche dal 1 gennaio 1941 fino al 9 settembre 1944, anno in cui i comunisti salirono al potere. Il Tribunale popolare operò dal dicembre del 1944 fino all’aprile del 1945 e organizzò 135 processi di massa in tutto il paese. Furono arrestate 28.630 persone: ne furono ufficialmente imputate 11.122. In quattro mesi furono emesse 9.155 condanne senza possibilità di appello, di cui 2730 capitali, 1305 a vita, le restanti variavano da 1 a 20 anni di carcere.
(4) Abbreviazione di Bălgarska komunističeska partija: Partito comunista bulgaro.
*
OPERAI IV
(Il cimitero marino)
Un luogo che ben collega le lastre tombali in cemento
La muratura a secco con le pietre smussate la pompa petrolifera
Accosto al recinto nella durezza del cimitero operaio
Che guarda la foschia d’acciaio del campo petrolifero marino
Sopra è il meriggio sotto le mani che vogliono tacere
*
ANTIGONAE. LE GERMANIE, 2003
Molte sono le cose mostruose Ma più
Mostruoso dell’operaio
Non c’è niente di cui non sia capace
Perché di notte lui
Il mare su cui gelido soffia
Il vento del sud solca
In alate mugghianti dimore
E l’imbattibile infaticabile
Santa-sublime terra per gli abitanti del cielo
Rende esausta egli con l’ostinato aratro
Anno dopo anno
Spinge e preme con la stirpe equina
E il leggiadro mondo degli uccelli
Acciuffa e incalza
E i branchi erranti di animali selvatici
E del Pontus Euxinus la salatа-viva figliata
Con reti bellamente intrecciate
L’abile operaio
Cattura con artifici anche la bestia
Che sosta e vaga in reconditi meandri
E il cavallo dal ruvido crine
Aggioga e l’errabondo toro
Montano non ammansito.
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Postfazione documentaria
di Alessandra Bertuccelli
“Voglio essere coi primi, coi veri, coi comunisti.”
Dichiarazione,
da Versi (1965)
Konstantin Pavlov
Il presente è molto meno intelligibile del passato data la sua insita vicinanza all’oggetto d’osservazione. Se ci allontanassimo, facessimo quindi passare del tempo, potremmo più facilmente trovare un punto di vista che ci faccia cogliere l’immagine tutta con meno sforzo. Ma il solo fatto di trovarci qui, alla fine del libro, non permette ulteriori attese. Poi, se a essere osservato è un Paese praticamente assente dalle cronache, poco considerato, anzi, diciamo la verità, snobbato a qualsiasi livello, come è appunto la Bulgaria, al problema prospettico se ne aggiunge uno ulteriore: l’ignoranza di base, del tutto giustificata, dell’osservatore – dal lettore di un quotidiano allo spettatore di un telegiornale, dallo studente di slavistica, al piccolo o grosso editore. Questo spiega una volta di più quanto il ruolo della traduzione e del traduttore o traduttrice sia fondamentale. Perché il suo lavoro non si limita mai all’elaborazione del testo in traduzione, ma è prima di tutto un lavoro di presentazione, contestualizzazione, preparazione alla ricezione. Questo vale in generale quando si traduce da lingue poco parlate, ma è ancor più vero se si traduce poesia perché, a parte rari casi, è quasi solo e sempre il traduttore o la traduttrice a proporre nuovi autori da pubblicare. È un compito bello, delicato, enorme.
Ho cominciato a prenderne atto solo sette-otto anni fa, quando iniziai a lavorare alla traduzione dell’opera di Konstantin Pavlov (1933-2008): il maggiore poeta bulgaro della seconda metà del XX secolo, impareggiabile innovatore, ultimo modernista e primo postmodernista bulgaro, perseguitato e osteggiato per vent’anni per aver rifiutato di collaborare con il regime, mai pubblicato in Italia fino all’uscita, nel 2022, dell’antologia da me curata per Valigie Rosse, intitolata Cavalli indomati. A questo senso di responsabilità che provavo si venne ad aggiungere l’urgente bisogno di rispondere, con i miei mezzi, a qualcosa che trovavo ingiusto, assurdo (un fatto già descritto in una nota al testo): Bompiani, nel 2021, faceva uscire un’antologia di poesie di Ljubomir Levčev, il poeta di stato durante il socialismo, colui al quale Vladimir Sabourín ha dedicato Discorso di benvenuto al festeggiato e ai delegati della celebrazione dell’80° anniversario di L.L. nella sala 6 del palazzo nazionale di cultura. Perché pubblicare in Italia proprio lui (naturalmente con i debiti accorgimenti e silenzi), perché accordargli anche questo onore? Eppure di grandi poeti, viventi e non, la Bulgaria ne ha. Perché Levčev?
Tempo dopo è di nuovo accaduto qualcosa di simile. Un giorno, navigando in rete, mi sono capitate sotto mano alcune poesie di Vladimir Sabourín, poeta che stranamente non conoscevo. Ben presto mi sono resa conto che questa mia inattesa “scoperta” era anche causa ed effetto di un’“offesa”: quella derivante dal silenzio e dall’oblio. Dal momento in cui l’ho capito ho dato inizio a un impegno costante che ha portato, prima, a piccole pubblicazioni, e poi è confluito e si è ampliato in questo libro. Il che, l’apparizione di questa antologia, potrebbe essere già abbastanza per far sentire a posto la mia coscienza di traduttrice di poesia dal bulgaro. Il che – effettivamente – è moltissimo, ma non abbastanza, perché Sabourín e l’opera sua vivono una condizione particolarissima, che è doveroso far conoscere.
Oltre al congenito multilinguismo e multiculturalismo felicemente descritti da Kiril Vasilev nell’introduzione, Sabourín vive in un isolamento, acquisito, nel panorama culturale bulgaro. Non ha avuto successo come poeta – se con tale termine intendiamo esser pubblicati da case editrici di prestigio, la presenza mediatica, la vittoria di premi nazionali e internazionali, l’ottenimento di fondi pubblici, e cose simili. Sabourín autofinanzia e pubblica in proprio quasi tutte le sue opere. È assente dalla scena letteraria, non ha mai ricevuto un finanziamento statale. Non ci si può non chiedere perché un poeta del suo valore non abbia invece un posto tra i primi. E mentre scrivo penso ai primi dei beffardi versi in epigrafe, tratti dal libro che costò a Konstantin Pavlov la libertà di pubblicare poesia e il diritto di lavorare; è grottesco, ma penso anche a Dviženie pervyh (‘movimento dei primi’): è il nome di un’organizzazione di recente creazione nell’attuale regime autoritario russo finalizzata all’inquadramento morale e patriottico della gioventù.*
Non vorrei che queste mie parole fossero prese per un tentativo di paragonare la sorte di Pavlov a quella di Sabourín, perché non lo è; tuttavia, conoscendo opera e vita di entrambi trovo che qualcosa li accomuni profondamente, ossia la capacità di vedere in modo cristallino, e poi, la loro totale intransigenza. Se il nemico di Pavlov era proprio quello stato totalitario codardo e corrotto, immortalato e magistralmente messo a nudo da Sabourín nel poema documentario Encomio dei beati della pacifica transizione, quello di quest’ultimo è invece molto sfuggente, perché si presenta con un volto e un sorriso mite, la voce pacata, l’atteggiamento modesto, gli ideali giusti da sbandierare all’uopo.
Cambiano i regimi, ma le strategie degli arrampicatori più o meno restano le stesse, tra le più efficaci delle quali mi sento di segnalare le sempreverdi opportunismo e complicità. […]
***
Estratti da L’operaio e la morte di Vladimir Sabourín, traduzione dal bulgaro a cura di Alessandra Bertuccelli (Interno Poesia 2026)
Un paio di mesi fa mi è stato chiesto di fare da guida a un gruppo di venti studenti norvegesi, accompagnati dal loro docente, in giro per la città di Tirana. Ho detto subito di sì perché attività del genere le ho sempre svolte: un po’ per il mio mestiere di interprete – in questo caso, è lavoro retribuito – ma soprattutto per passione, per promuovere (gratuitamente) il mio paese a chi decide di trascorrervi le vacanze o un certo periodo della propria vita. Il giorno prima della visita, con senso di responsabilità e rigore, ho letto, (ri)studiato e preparato un bel piano di visita della capitale. Dal momento che avrei parlato a ragazze e ragazzi di circa vent’anni, perché non avessero voglia di fuggire da me dopo i primi cinque minuti, ho cercato di immaginare quali storie e luoghi fossero più appetibili per loro. La mattina dell’incarico sono andato all’hotel dove gli studenti alloggiavano, e ho chiacchierato con il docente che li accompagnava. Mi ha spiegato che i ragazzi e le ragazze, secondo il sistema scolastico norvegese, stavano frequentando un programma biennale che li avrebbe alla fine aiutati nella scelta del corso universitario da intraprendere. A un certo punto, senza che mi rendessi ben conto che il suo discorso stava passando a un altro argomento, ha cominciato a raccontarmi che alcuni ricchi cittadini norvegesi lasciano la Norvegia per trasferirsi in Svizzera con la precisa intenzione di eludere il sistema fiscale. «Questo è ingiusto nei confronti della nostra società», mi spiegava, «perché si sono arricchiti grazie alle risorse collettive e ora abbandonano il paese per non contribuire più al suo benessere, al suo equilibrio».
Sempre desiderando cha la mia visita fosse interessante, ho domandato all’insegnante come avrebbe preferito che la organizzassi, su quali aspetti dovessi concentrarmi di più, se i suoi studenti fossero più incuriositi dalla storia antica o da quella contemporanea della città. Con mia evidente sorpresa mi ha risposto che il desiderio di tutto il corpo docente – ovvero, dei colleghi e delle colleghe rimasti a casa in Norvegia – era che io parlassi alle ragazze e ai ragazzi della qualità della vita nell’Albania di oggi: in poche parole, volevano sentirmi parlare della corruzione albanese che sta dietro (o sotto, dipende dalla prospettiva) i palazzi altissimi che vedevano in giro per la città, del riciclaggio di denaro, dei motivi per cui, si prevede, il 43% delle persone tra i 15 e i 25 anni lasceranno il paese entro il 2050.
In quel momento mi è stato chiarissimo: lo scopo della loro visita non era vedere l’Albania per impararne un po’ di storia e conoscerne le bellezze naturali, il cibo, l’ospitalità. L’obiettivo degli insegnanti era quello di formare cittadini consapevoli attraverso un esempio negativo. Come se dicessero: vedete come potremmo diventare? Volete davvero che la nostra nazione si riduca così, a una valle di cemento? Mi sono sentito male davanti a questa richiesta, non perché non rappresenti una fetta della realtà albanese, ma perché si tratta della faccia più brutta del mio paese, e loro erano attratti solo da questa. Eravamo per loro una sorta di cavia, un esperimento politico da osservare per prenderne snobisticamente le distanze. L’Albania era il miglior paradigma – o il peggiore, anche qui dipende dai punti di vista – per mostrare dove finisce una società miope nella quale ogni individuo pensa ad arricchirsi il più possibile, a qualsiasi costo etico, sulle spalle dei propri concittadini; per sapere come si muove e che fine fa un paese nel cui immaginario collettivo i sostantivi politica e oligarchia, politica e criminalità sono diventati coppie di sinonimi.
Mentre pranzavamo, i ragazzi e le ragazze mi hanno domandato se volessi continuare a vivere in Albania. Ho risposto che l’Albania è una terra magnifica, con una geografia straordinaria che va dai mari ai fiumi e ai laghi, dalle colline alle Alpi; ma che, allo stesso tempo, è mortificata dalla corruzione, dal nepotismo e dalle disuguaglianze. Ho detto loro che, se ne avessi la possibilità, emigrerei in una nazione che possiede una sorta di pace sociale, dove l’arricchimento personale non è l’obiettivo di una minoranza a discapito dei più; dove esiste un senso collettivo di sicurezza, e non il timore di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Un luogo dove ti svegli un giorno e non trovi l’ennesima squallida torre di venti piani eretta come per magia; dove nessun milionario perde la testa per un’isola protetta e decide di comprarla per costruirvi un resort di lusso per sé e i propri amici.
Questo, purtroppo, è il volto dell’Albania di oggi. È la realtà difficile nella quale noi albanesi dobbiamo sopravvivere ogni giorno. Avrei voluto dimenticare per un istante le storture che incontro ogni giorno, e per le quali sono ormai insofferente. Mi ero immaginato una giornata diversa: seppur per poche ore, avrei passeggiato per Tirana con gli occhi nuovi (e forse più clementi) di uno straniero giunto dal Nord Europa. Non ci sono riuscito. Ho capito che tra i tanti generi di turismo che in Albania esistono, ce n’è uno molto particolare: il turismo triste di chi vuole assistere alla distruzione del paese. Un turismo colto della presa di coscienza, un turismo-monito: «guardate l’Albania, per non finire come l’Albania.»
Il tempo a disposizione di ogni presentazione – o “comunicazione” come mi ha corretta più volte il professore con la giacca che puzzava di cavolo accanto al quale mi sono seduta ieri sera – era di venti minuti. Il comitato organizzativo l’ha ricordato anche con l’ultima email ieri mattina, aveva un tono perentorio. Ho anche tagliato un pezzo delle conclusioni per rientrarci. “Organizzativo”. Il comitato aveva passato un paio di mesi a scegliere tra organizzativo e organizzatore, lo dicevano stamattina alla pausa caffè. Non stavano scherzando, non erano ironici. Forse compiaciuti è la parola giusta. “Organizzatore”. Poi, non riuscendo a decidersi, hanno chiesto un consiglio al professor Manfredi. Del resto è lui il comitato scientifico al completo. Loro, i dottorandi, stanno solo predisponendo l’intera struttura logistica del convegno per conto suo. Ridi. Tutti ridono, non ho capito cos’ha detto, mi sembrava un’affermazione normalissima. Rido. Quarantasette minuti. Gesucristo, ha una palata di fogli, legge, legge pianissimo, con quella voce tipica dei signori anziani che sarebbe anche tenera se non fosse adoperata allo scopo di sottrarti alla tua vita. Qui per la verità ce l’hanno quasi tutti. Meno il tipo che continua ad assentire ondeggiando, il prof. Bellocchio o Balocco. In compenso puzza di sigaro. È sempre seduto nella mia stessa fila, ma più verso il lato. Al momento ha il braccio piegato sul sedile di fronte – su cui per altro è seduto uno dei dottorandi del comitato organizzatore e sono quasi sicura che il professore gli stia tirando i lunghi capelli con il gomito; avrebbe fatto meglio a raccoglierli in uno chignon. Anche quell’altro sa di cavolo, quello che a cena ha raccontato commosso del periodo in cui aveva seguito l’ultimo corso completo di Althusser, l’anno prima del femminicidio. La professoressa Rinaldi invece non emana alcun odore in particolare. “Non hai letto Dialettica dell’illuminismo? Cara, qualcuno più severo di me potrebbe anche suggerirti di cambiare mestiere”. Le avevo chiesto solo il significato di una parola in tedesco citata nella sua comunicazione, che era una delle poche che mi aveva un pochino interessata. Neanche troppo, ma meglio di tutto il resto. Cambiare mestiere. Forse alla fine è meglio quello che puzza di cavolo.
Il moderatore tiene un libro in mano e lo sfoglia, annuendo anche lui. A cena è stato quasi sempre zitto, immerso nel cellulare, mentre nel suo intervento di apertura ha più volte fatto riferimento, scusandosi, a un innominabile anglista, il cui nome porterebbe sfortuna. Che ore sono, devo guardare l’orologio. Posso farlo senza farmi notare, se allungo il telefono al lato un po’ sotto il sedile posso anche verificare l’identità dello studioso – il povero Mario Praz, secondo una diceria diffusa da Montanelli – senza far sfolgorare la luce. Perché ovviamente la sala è piombata nella penombra, dei milioni di bulbi dei lampadari barocchi ne saranno accesi soltanto un paio. Capisco il risparmio, ma santoddio.
Ora il Prof. Gualtieri sta cercando la citazione sfogliando il libro. Poteva chiederla a me e fare prima, dato che ho già letto lo studio che sta presentando. È sempre lo stesso dal 1983. L’abbiamo letto tutti per almeno uno o due esami della triennale, grazie alle numerose amicizie del luminare che di anno in anno inserivano il suo libro nei loro programmi didattici. O, forse, tutti facciamo finta di averlo letto. Questo intervento aveva un titolo diverso sul programma e poi, quando si è seduto, Gualtieri ha candidamente ammesso che anche stavolta avrebbe fatto qualche riferimento all’unico studio che l’ha reso famoso e per colpa del quale dobbiamo sorbircelo in ogni convegno dal 1983.
La pausa alla ricerca del passaggio da citare (inizio citazione, fine citazione, inizio citazione, fine citazione, inizio citazione, fine citazione) sta durando troppo. Il professore tiene in effetti gli occhi abbassati sulle pagine del libro che tiene tra le mani, ma non lo sta più sfogliando. Il volume è lievemente rivolto verso avanti, riverso. Anche la testa del professore sembra riversa. Il professore sembra riverso. Credo che il professore si sia addormentato. Abbia addormentato sé stesso. Non mi devo guardare intorno. Qualcuno se ne sarà accorto? Al tavolo grande di castagno il moderatore è rivolto verso Gualtieri, porta il bicchiere alle labbra e continua a guardarlo attento. Ma sono io a non sentirlo? Con la coda dell’occhio, giro piano piano la testa di lato. Il signore che ha lo stesso odore del relatore continua a ondulare e ad assentire. Il dottorando non riesco a vederlo, dalla mia posizione vedo solo i suoi capelli davvero troppo lunghi – anche intrecciarli sarebbe stata una buona soluzione – tesi sotto il gomito del professore dallo stesso odore di quello che parrebbe essersi addormentato, essersi addormentato in tutti i sensi permessi dal si-riflessivo e dal si-reciproco. Si deve chiamare aiuto? Sessantuno minuti.
Avrei dovuto saperlo che non era il caso di venire, ma ero così contenta di essere stata accettata, di parlare finalmente a una delle giornate di studio più importanti dell’AIdE, l’Associazione Italiana di Estetica. Finora ho fatto domanda due volte, una durante il dottorato e una il primo anno dell’assegno. Mi hanno sempre rifiutata, è sempre dispiaciuto informarmi che l’argomento della mia comunicazione non era attinente e visto il gran numero di richieste pervenute ecc. Cinquantaquattro minuti. Io mi sono cronometrata quattro volte per rientrare nel tempo consentito dal comitato organizzatore, diciotto minuti e trentasette secondi di comunicazione, per lasciare spazio a ringraziamenti e saluti. Dovresti cambiare mestiere. Ma vaffanculo, te e i francofortesi. Neanche lei è rimasta nei tempi, ma appena di dieci minuti.
Ho persino telefonato a mio padre per dirgli che finalmente mi avevano presa e lui ha anche finto di essere felice per me e non mi ha neanche chiesto se questa volta mi avrebbero pagata. Non solo non mi pagano, caro papà, ma non avrò neanche l’usuale rimborso spese del mio Ateneo, dato che il convegno è stato spostato all’ultimo da Enna a Potenza. Ho provato a spiegare la situazione al Segretario amministrativo, ma non ha voluto saperne di ridestinare i miei fondi missione sulla nuova destinazione. Per lo meno si sono mantenuti su due città ugualmente irraggiungibili. Bel panorama e un cibo ottimo – del resto, pranzo e cena sociale mi sono costati altri novanta euro. È proprio vero che non so leggere i segni del destino, come diceva la mia coinquilina fricchettona, quella che mi invitava sempre ai cerchi lunari e che si preparava lo shampoo da sola, a volte con l’uovo, a volte meglio non sapere. Persino un cerchio lunare in spiaggia nell’umidità di ottobre sarebbe meglio, almeno in quella situazione a una certa avrei potuto fingere di essere annichilita dall’intensità dell’esperienza e sarei potuta fuggire.
Vorrei tanto potermi semplicemente alzare, come dal cerchio, e andar via. Nulla fa cenno di mutarsi. Non ha senso restare, voglio andar via e posso farlo. Ma come? Quando mi alzerò spingendo sui braccioli di stoffa, per quanto lentamente possa fare, il sedile si chiuderà di scatto e cigolerà, lo fa sempre. Che succede se mi alzo e qualcuno mi guarda? Se mi chiedono perché penso di andarmene, il professor Gualtieri sta tenendo una comunicazione articolata e generosa. Generosa, qualcuno lo dirà certamente. Non solo, ma per andarmene devo passare davanti al professor Bagliocco o Baiocco seduto due quattro cinque posti dopo il mio. Il passaggio è stretto: o si alza anche lui oppure gli devo passare quasi in braccio. Ho rinunciato ad andare al bagno per tutta la mattina per evitare questo balletto. Voglio andar via, qui niente accenna a cambiare.
Il moderatore fissa il Prof. Gualtieri, che continua a dormire. Non è che sta male? Un ictus, un infarto fulminante? O forse è morto? Professore? Professore? Se è morto dovremmo interrompere il convegno, o quantomeno il panel. No, non è morto, il petto si alza e si abbassa. Deve essere un pisolino profondo, ora sorride lievemente. Quasi quasi lo invidio, mi scappa una risatina complice. Ma i dottorandi che fanno? Nulla, continuano a prendere appunti sui loro pc, ma cosa staranno scrivendo? Me lo sono chiesto per tutta la mattina, hanno ricoperto pagine e pagine di appunti, ticchettando sui tasti con una foga rapita, quasi fossero impossessati dal demone dell’estetica, o soltanto di quello della dattilografia.
Un movimento alla mia destra. Baiotti o Bellotti ha appoggiato la schiena al sedile, scrolla il cellulare a lunghe ditate. Non tira più i capelli al dottorando. Questo potrebbe essere un buon momento. Se incrociamo lo sguardo potrei fargli cenno di dover passare, alzandomi leggermente dal sedile e indicando l’uscita. Fortunatamente il bagno è da quella parte, nessuno se ne accorgerà. E perché portarmi lo zaino allora? Maledetta me che ho deciso di portare il laptop che pesa tre quintali, con i libri, ma dove pensavo di andare. Chi pensavo di essere. Potrei lasciare qui lo zaino e tornare a prenderlo più tardi? Ma più tardi quando? Siamo già fuori tempo di ben due ore, io sono l’ultima della serata, alle 18. Non farò mai in tempo a parlare, non voglio più parlare, non ricordo neanche di cosa – basta. Bellotti o Bellozzi non mi guarda.
Vabbè, lo faccio, mi alzo, piano piano. Non mi guarda nessuno. Il relatore continua a dormire, il moderatore ora ha iniziato a prendere appunti, i dottorandi continuano a battere sulle rispettive tastiere. Berozzi o Bettozzi continua a guardare il cellulare. Adesso sono in piedi, ho preso lo zaino da una tracolla, ora deve solo alzarsi lui. Niente, non mi guarda. Non posso tornare indietro, dall’altro lato ci sono quattro persone, tra cui la Rinaldi. “Scusi Professore, permesso”. Nulla. Un limite invalicabile. Che fare? Ormai ho perso ogni freno, ogni premura, ogni ritegno. Sono in piedi nel mezzo dell’aula. Faccio un colpo di tosse. “Permesso?”, colpetto sulla spalla. Barozzi o Barocchi non reagisce. Lo afferro per la spalla e lo scuoto, ma la mia nemesi si limita a ondulare sul posto. Non mi guarda. Sono forse invisibile, mi chiedo. “Scusate, scusate, forse è una domanda stupida, ma mi chiedevo, ma sono forse invisibile? Cioè, io sono qui, ma voi non mi vedete, perciò non saprei: che altra conclusione trarne?” Nessuna risposta. La mia voce è l’unico suono della sala. La porta di fronte a me. L’impensabile. “Mi scusi, davvero, sono desolata”, dico, più per me, per il mio decoro forse, mentre sollevo la gamba – fortuna che non porto la gonna oggi, altrimenti avremmo raggiunto un nuovo insuperato livello di biasimo personale – e la allungo oltre Barnotti o Berzotti. Ruoto lievemente sulla pianta del piede destro, e ora il momento più delicato, sollevo la gamba sinistra e sorvolo il professore seduto – occhio al cellulare, mi dico –, lo sfioro per poco, ma fortunatamente non cade. Nella fretta mi dimentico dello zaino e glielo sbatto in testa. Quello incassa senza fiatare. Sono libera. Non guardo più che ore sono. Due passi verso l’uscita.
Un’ultima volta mi giro per guardarli. Sul podio, a cui due lati si ergono due copie di statue greche e su cui troneggia un dipinto con una scena di caccia barocca, il relatore è più ricurvo di prima, il libro, che tiene ancora riverso in mano, adesso tocca per metà sul grande tavolo di castagno. Il moderatore ha posato il bicchiere d’acqua, adesso sfoglia gli appunti, guarda il relatore e sogghigna come rispondendo a un aneddoto arguto. Ecco lo schermo del laptop del dottorando, ora che sono in piedi lo vedo. Whatsapp web. Come biasimarlo. Mi giro verso la grande porta di legno, riprendo al volo la giacca che quasi mi cade dall’avambraccio mentre spingo sulla maniglia con difficoltà, senza badare allo scricchiolio dei cardini che rimbomba nella sala. Alle mie spalle, qualcosa si muove. Senza voltarmi del tutto mi guardo indietro, in tempo per vedere il Dottorando raddrizzarsi, chiudere lo schermo del laptop con un suono sordo, e legarsi i capelli mentre la collega alla sua sinistra gli sussurra qualcosa. Il moderatore ordina i fogli l’uno sull’altro e li raccoglie sbattendoli insieme sul tavolo. Benozzi o Benazzi infila il cellulare in tasca con uno scatto, si guarda intorno e per un secondo guarda nella mia direzione.Sembra vogliano alzarsi in piedi. Forse vogliono seguirmi? Per fermarmi o per unirsi a me? All’unisono i sedili si chiudono di scatto, cigolando, Rinaldi, Bertazzi o Bertozzi, il Dottorando e anche il moderatore, adesso, sono in piedi. Applaudono. Il professor Gualtieri sembra essersi svegliato: si guarda intorno compiaciuto e annuisce. Il moderatore gli stringe la mano, ringraziandolo. Sul tavolino del posto dove sedevo sono rimasti alcuni fogli della mia presentazione. Gli altri sono caduti a terra. Venti minuti precisi, nel rigoroso rispetto dei tempi.
“Una volta c’erano i poeti veri (con le palle?), oggi ormai ci sono solo i quaraquaquà”. Il piagnisteo poetico è senz’altro una forma espressiva, una forma prediletta ovviamente da poet* – e, secondo me, più dai poeti che dalle poete –, ma un forma espressiva ampiamente codificata, ossia è un topos, un luogo comune, una struttura retorica più che la formulazione di un’esperienza singolare. E ci si rende conto di questa dimensione “strutturale”, di forma collettiva e ben sedimentata di pensiero, in quanto gli argomenti e i motivi agitati nel piagnisteo sono incredibilmente simili da poeta a poeta, nonostante la diversità di età, esperienze e contesti specifici in cui la lamentazione poetica avviene. Di certo nessuno esprime il piagnisteo attraverso la metafora virilista che ho citato nell’incipit, anche perché ormai ampiamente sorpassata – almeno nell’ambiente poetico presumibilmente progressista. Ma il senso è quello di un decadimento di virtù, che una volta appartenevano a “veri”, “autentici” poeti, e che ormai sono rimpiazzate da patetiche debolezze, ben dissimulate però da nuove generazioni di millantatori in versi. Da noi, uno dei grandi codificatori del topos, è stato senz’altro Alfonso Berardinelli. Ma qualcuno di più giovane è già pronto a ergersi come principale continuatore dell’esercizio – Matteo Marchesini credo sia tra i candidati di spicco, ma confesso che non ne sono un lettore, dunque vado per sentito dire, e per qualche suo post, in cui mi sono malauguratamente imbattuto sui social. Di certo, come ho già ricordato altrove, Berardinelli ne ha fatto una matrice generativa di veri e propri libri. Ma il topos in sé circola più modestamente, ma anche più trasversalmente. Soprattutto alligna con gran facilità in rete. D’altra parte, cosa c’è di più virale di un “luogo comune”, una bella somma di piastrelle ben calpestate su cui con fiducia posare il piede del proprio discorso, e prendere slancio per darsi voce? Tipico del luogo comune è che si manifesta anche nelle migliori famiglie, e negli ingegni più vivi e perspicaci. Anche lo spirito più tonico e addestrato ha i suoi momenti di rilasciamento: e lì interviene il luogo comune, come uno sgabellino infilato sotto il sedere dell’atleta in pausa.
Recentemente, un autore che stimo per intelligenza e talento, Fabrizio Maria Spinelli, ha dedicato un meritorio omaggio a Nanni Cagnone, poeta, intellettuale, traduttore, editore, che ha lavorato molto e bene, ma fuori dalla più tipica e contemporanea agitazione autopromozionale. Ebbene Spinelli, in questo omaggio a Cagnone, ad un certo punto, anche lui purtroppo, ha sentito il bisogno d’infilarsi sotto il sedere lo sgabellino della lamentazione. E lo ha fatto raccogliendo in un ampio paragrafo quasi tutti i migliori e più tipici motivi, che ne costituiscono appunto la struttura. Lo voglio citare questo paragrafo, e commentare brevemente, suddividendolo in due macro-motivi: A) i miei contemporanei sono solo l’ombra (la maschera inautentica), B) di una passata grandezza (autenticità).
Andiamo con il macro-motivo A:
“Non ho alcuna certezza nella vita, l’instabilità del mio umore, delle mie convinzioni è direttamente proporzionale alla forza con cui li affermo. Ma su una cosa non ho dubbi: che, almeno per quanto riguarda la mia generazione, gli outsider non abitano il mondo della poesia. Una pratica clownesca, priva di qualsiasi rilevanza culturale, di forza espressiva e incapace di incidere sul corpo moribondo del mercato editoriale; di fare egemonia, di rivolgersi a una comunità che non sia quella dei poeti stessi. Questi, i poeti, dal canto loro, non smettono di percepire la propria marginalità come un curioso segno di nobilità ed elitarismo. Ma, soprattutto, e qui torniamo al punto iniziale, cioè a un discorso materialisticamente connotato, i poeti sono ormai tutti professori di poesia, e le rare volte che non insegnano all’università, lo fanno nelle scuole pubbliche. Se bisogna ragionare intorno a una crisi della poesia contemporanea, non lo si più fare senza tenere conto di questo irragionevole fattore materiale. Le persone credono fin troppo nella letteratura, e questa convinzione, romantica ed errata, nasce il più delle volte tra i banchi di scuola.”
Lettura ravvicinata.
1) “Per quanto riguarda la mia generazione”. Spinelli decide di darsi un limite: “parlo dei miei, di quelli o quelle che conosco”. Vedremo però che, analizzando la seconda parte del suo ragionamento, la questione delle generazioni emerge in termini più confusi. Per me, la categoria “generazione” è sempre scivolosa, anche se capisco che è in parte utile, per tentare di articolare un campo poetico dato. Inoltre, nel topos, il riferimento generazionale serve per evitare indebite generalizzazioni. Ma la generazione è di per sé una categoria generalizzante! (A proposito: Spinelli è un millenials o generazione Y, quindi sono chiamati in causa tutti i pretendenti o le pretendenti all’arte poetica, compresi tra il 1981 e il 1996.)
2) “Non ci sono outsiders”, ossia – secondo Treccani – “chi opera in campo letterario, artistico e sim. al di fuori di ogni scuola o movimento”. Quindi i millenials scriventi in versi son tutti intruppati dentro correnti, scuole, movimenti. Qui non se ne cita nessuno in particolare, ma nella seconda parta del topos, sembra che alla fine si riducano “a due canoni”. Anticipo: i due canoni dominanti (prima e dopo il cambio di secolo) sono quello lirico-espressivista e quello sperimentale-di ricerca. Siam passati dalle scuole e movimenti ai canoni dominanti. E al di fuori dei due canoni dominanti, tra i millenials, nessuno oserebbe inoltrarsi.
3) La poesia non solo è un genere di nessun interesse culturale e estetico-letterario (“Una pratica clownesca, priva di qualsiasi rilevanza culturale, di forza espressiva”), ma non è neppure in grado di “incidere sul corpo moribondo del mercato editoriale”. Ora, è pur vero che io ho un po’ più di fiducia nella poesia di Spinelli, ma pretendere proprio da essa un qualche impatto salvifico “sul corpo moribondo del mercato editoriale”, mi sembra troppo pretendere, troppo caricarla d’un tratto di superpoteri – lei che trionfava, invece, di tutti i vizi. Interessante è certo constatare che il mercato editoriale, non certo imperniato sul genere poesia, sia anch’esso moribondo, ma stavolta per vizi suoi specifici, che poco hanno a che vedere con quelli “poetici”. Di questa condizione ha parlato in tempi recenti e abbastanza impietosamente Francesco Quatraro (Mai più libri – Il Tascabile).
4) La poesia non solo può far ben poco per salvare il mercato editoriale, monopolizzato dal romanzo, ma non è neppure in grado di “fare egemonia”, produrre “comunità”, che non sia quella dei soli poeti. Ora chi è un po’ familiare con la storia della poesia, almeno dalla modernità e dai romantici in poi, sa che fare egemonia e produrre comunità non è una delle caratteristiche più felici e comprovate del genere. Ci sono circostanze in cui questo è sembrato accadere: i poeti come voci della nazione, nell’Ottocento; i poeti come voci della rivoluzione, nel primo novecento per certe avanguardie. Ma queste tendenze aggreganti, che intersecano percorso poetico e politico, con tutti i rischi e le meraviglie del caso, hanno sempre convissuto con le tendenze “disaggreganti”, ma non nella logica atomizzante di qualche individualismo borghese, bensì in quella che Jacques Rancière definisce dissensus. Affinché emerga un al di là della comunità borghese, o di altre identità collettive, il lavoro della poesia “anti-egemonico”, “de-condizionante” può essere prezioso.
5) “La maggior parte dei poeti sono professori associati o ordinari di letteratura; quelli che non lo sono, insegnano italiano nelle scuole secondarie.” Spinelli ha senz’altro ragione di notare, sul piano sociologico, che i poeti appartengono al comparto umanistico, e quindi trovano lavoro più “naturalmente” nel mondo dell’insegnamento – finite le assunzioni da Olivetti o, più generalmente, come copywriter durante i begli anni Sessanta! Solo che realisticamente dovrebbe invertire la distribuzione tra università e scuola secondaria. Gli universitari non precari sono comunque una minoranza a fronte di una gran quantità di poeti che insegnano nella secondaria. È senz’altro vero che il poeta-professore universitario ha su tutti gli altri poeti, impegnati a campare in altri ambiti più o meno prestigiosi, più o meno remunerativi, dei vantaggi: lui o lei, in breve, è sia giudice che parte in causa. Inoltre, può costruirsi delle reti d’influenza all’interno della corporazione, ecc. Alla lunga, però, questo vantaggio è assai relativo. I dipartimenti delle università sono zeppi di ordinari con raccolte di versi o romanzi nel cassetto, o direttamente in mano a qualche editore. Ma quando l’ordinario va in pensione, le sue reti d’influenza perdono di saldezza ed estensione, e restano i libri soli a difenderlo. Se consideriamo l’insegnamento nella scuola secondaria, non vedo quali siano né i “vantaggi” corporativi né le controindicazioni d’ordine estetico-creativo. Il precariato, inoltre, riguarda anche la scuola secondaria e, in via generale, conosciamo tutti le condizioni non particolarmente favorevoli di questo mestiere in Italia. (Per altro, grandi poeti e poete hanno insegnato per tutta la loro vita nelle aule di licei, istituti tecnici o persino scuole medie.)
6) “Le persone credono fin troppo nella letteratura, a causa dell’insegnamento scolastico della letteratura”. Questa è una variazione interessante e particolarmente paradossale del solito topos: se non ci sono lettori per comprare i libri di poesia (o anche gli ultimi romanzi) è perché nei programmi scolastici ci si ferma a Ungaretti (o Moravia). Spinelli propone di rovesciare di segno il luogo comune: la scuola ha sempre torto, ma stavolta perché “trasmette fede nella letteratura”. Interessante. Questo, in effetti, bisognerebbe rispondere al piagnisteo, che addossa tutte le colpe delle “mancate vendite” di poesia (ma ormai anche di romanzi) alla scuola. Nel mondo attuale in cui viviamo, che vuole imporre senza quartiere la logica del profitto economico come unica forma di razionalità umana, l’insegnamento della letteratura è qualcosa di irragionevole e obsoleto. Trasmettere “fede nella letteratura” è qualcosa di arretrato e pernicioso. LA GENTE NON DEVE AVERE GRILLI PER LA TESTA. Deve capire come sia possibile fare soldi nel modo più efficace possibile per consumare nel modo più intenso possibile. End of the story. Fortunatamente per il capitalismo, ma purtroppo per noi, il sistema “tiene” grazie al fatto che un sacco di persone non applicano alla lettera i suoi principi e che un sacco di forme di vita non rispondono alla sua logica. Se così fosse la società capitalista collasserebbe con gran rapidità. E questi tempi ahimè lo mostrano: più la società cerca di conformarsi all’immagine che lo specchio capitalista le rinvia, più rischia di implodere tra guerre civili e guerre interstatali, tra profezie di controllo definitivo e inefficienze proliferanti. Insomma, che ci piaccia o no, la precondizione culturale perché esista qualcuno interessato a leggere e scrivere poesia nella nostra società è la frequentazione della scuola secondaria.
Passiamo al macro-motivo B, formulato da Spinelli:
“Quando la poesia aveva un’altra rilevanza sociale, tra gli anni Settanta e Ottanta, e in televisione apparivano Sanguineti, Zanzotto, Rosselli e Zeichen, c’era un oceano sommerso di autori che lavoravano al di fuori del canone, anzi, dei due canoni a cui, da allora e fino a oggi, la poesia è stata ridotta. Da un lato quello lirico, espressivista, in cui un io più o meno simile all’autore ci racconta i fatti di una vita più o meno simile a quella dell’autore; e quello di ricerca, sperimentale, dove la carica emotiva del testo è molto più bassa e la poesia sembra più un gioco combinatorio di linguaggio (non c’è un io, non si capisce bene cosa dica, rifiuta un registro aulico – ma non per questo uno colto –, usa in maniera critica i cliché della millenaria tradizione poetica). Appare evidente anche a un non adepto che i risultati forse più interessanti della produzione poetica degli ultimi trenta-quaranta anni si muovano sul crinale tra questi due poli, spesso rifiutando una simile bipartizione. È il caso di poeti enormi come VitoRiviello, Giuliano Mesa e EmilioVilla, autori difficilmente rintracciabili sul mercato, poco pubblicati o male, ma che hanno avuto una grande influenza sulle generazioni successive. A questi nomi si può aggiungere quello di NanniCagnone, scomparso il 3 aprile 2026, poco prima di compiere ottant’anni. Cagnone, nato in Liguria e morto a Bomarzo, è stato un autore inclassificabile, che si muoveva tra la saggistica, il romanzo e, soprattutto, la poesia.”
Lettura ravvicinata.
1). I poeti hanno rilevanza quando vanno in televisione. Oggi non ci vanno più, non hanno rilevanza. Non so per quali numeri di spettatori (e/o lettori) avessero rilevanza Zanzotto e Rosselli, di certo la televisione degli anni Settanta non è quella post-berlusconiana. Considerando la televisione così come è realmente oggi, in Italia, mi sorprenderebbe vedervi poeti o poete, a meno che ess* non abbiano già fatto un notevole sforzo per adeguarsi al codice televisivo, cancellando da sé tutta una serie di incompatibilità. Naturalmente qualcuno griderà all’elitarismo! Solo che io non sostengo che poesia e televisione, come medium di massa, siano di per sé incompatibili: sostengo che questa televisione italiana lo sia, per come è costruita sulla propaganda, sullo scandalo, sull’obbiettivo d’infantilizzare lo spettatore.
2) Oggi la poesia si riduce a due “canoni dominanti”, quello lirico-espressivista e quello di ricerca-sperimentale. Più che canoni mi sembrano categorie molto lasche che servono a stabilire un primo orientamento nella galassia certo gassosa della poesia contemporanea. Non nego che queste categorie abbiano un loro fondamento teorico-critico, ma mi sembrano in sé insufficienti a riassumere la ricchezza di posizioni nel campo. Se cominciamo ad avvicinare chi scrive, e i differenti libri che pubblica, ci troviamo confrontati a itinerari più complessi e sfumati, rispetto a queste due categorie “orientative”. A tal punto, che sono avvantaggiati, nel discorso divulgativo sulla poesia contemporanea, coloro che tengono posizioni di netta riconoscibilità: il lirico-lirico, o la sperimentale-sperimentale. Ma ciò è frutto sia di inevitabile schematizzazione, sia di pigrizia critica.
3) Tutti i poeti interessanti degli ultimi trenta, quarant’anni, sono stati degli outsiders rispetto a queste due categorie (scuole, canoni, correnti?), e per altro sono tutti scomparsi. Qui Spinelli mette assieme degli autori indubitabilmente molto importanti, con storie editoriali complicate – parlo almeno per Villa e Mesa, che conosco meglio. Ma non appartegono alla medesima generazione. Si tratta per Riviello, Villa e Cagnone di autori della generazione precedente a quella dei boomers, mentre Mesa fa parte dei cosiddetti boomers. L’autore che conosco meglio è Mesa, perché eravamo amici, e non c’è dubbio che lui fosse un outsider, ma nel senso sociologico del termine. Sul piano della parabola biografica, Mesa, di origini popolari e senza titoli di studio universitari, è stato un puro autodidatta. Inoltre, è vero anche che, pur essendo ben riconducibile all’area sperimentale, aveva una naturale diffidenza per le scuole e i gruppi costituiti, fattore, ad esempio, che lo ha tenuto lontano dal gruppo 93, nonostante le tante prossimità “ideologiche” e di amicizia.
Facciamo ora un bilancio, che vorrei intitolare:
Consiglio a un* giovane poeta
D’altronde, la libertà non ha buona reputazione, configurandosi ormai come anarchico rigurgito, vana ribellione, insulto alla sociale probità; innumerevoli, coloro che ambiscono al rango del servitore che farà carriera (patetica illusione, credersi servitori solo in basso).
Nanni Cagnone, Sans gêne
Siamo grati a Spinelli per l’omaggio realizzato a un poeta davvero “inclassificabile” come Nanni Cagnone, scomparso lo scorso aprile. E ne approfitto per segnalare un post che avevo dedicato a uno dei suoi ultimi libri proprio su Nazione Indiana. (Ero in contatto con lui, ma non conoscevo le sue condizioni di salute.) Cagnone possiamo considerarlo un maestro in effetti, un maestro discreto, perché oggi l’arte di scrivere – che è anche un’arte di pensare, e di vivere – non si può “trasmettere” che nella penombra. Le battaglie ideologiche importanti si possono, e per certi versi si devono fare in piena luce. Nel caso dell’arte, le cose funzionano diversamente. E chi pensa che “nella penombra” stia a indicare una postura elitaria, è davvero ottuso o ben farcito ormai dall’ideologia dominante. La penombra di cui parlo ha molto a che fare con la “granularità”, come la intende il poeta statunitense Guy Bennett, ma come in fondo la intendono tutti coloro che hanno una frequentazione sufficientemente lunga e tenace con il fatto letterario (il leggere e lo scrivere). In un’epoca come la nostra, dove l’azione di comunicare è inglobata capillarmente dal mercato, e subisce quindi inevitabili processi di standardizzazione o di rarefazione “lussuosa” a seconda dei casi, la trasmissione dell’arte (di leggere – lo ribadisco – e di scrivere) avviene per itinerari singolari, granulari, individuo per individuo.
Ora, a differenza però dalla lamentazione che Spinelli ha finito per infilare nel suo sacrosanto omaggio a Cagnone, io avrei da dire questo: considerate la poesia, oggi, come un genere fantasma, dall’esistenza incerta. È incerto che la poesia esista, è incerto che esista chi la legga, ed è incerto che esista chi la produca. Eppure un amico poeta e documentarista ha fatto ieri una battuta: “quand tout fout le camp comme aujourd’hui, la seule chose qui monte c’est la poésie” / quando tutto va in malora come oggi, la sola cosa che cresca è la poesia. L’ho già ripetuto in varie occasioni: i poeti e le poete palestinesi lo insegnano. In un territorio reso fantasma, e popolato di fantasmi assassinati, scrivere mantiene paradossalmente la tenacia indistruttibile di un’apparizione ossessionante, che sembra, nella sua condizione ectoplasmatica, incapace di modificare qualcosa nella realtà, eppure costringe gli esseri reali a sollevare il capo e a guardarla. Ma come: è ancora qui? Una voce (singola o collettiva) ancora perdura? Un discorso che ha la singolarità di un volto? Ma come! La distruzione armata non ha cancellato tutte le condizioni organiche e simboliche della sua esistenza?
E nel nostro caso, nel caso del tempo di “relativa pace” capitalista, si dirà: Ma come! Malgrado la realtà del mercato e delle supertecnologie, la si incrocia di tanto in tanto questa cosa poco vendibile, poco funzionale, poco spettacolare? Certo, si cercherà di imbarcarla, di darle un abitìno all’ultimo grido, per mostrare che anche lei tiene il passo coi tempi, ecc. Ma la forza degli spettri nasce dalla loro dissociazione temporale, dalla loro non contemporaneità. Abitìno all’ultimo grido o meno, se c’è una potenza della poesia, essa passa per qualcosa di meno vistoso, ma più imprevedibile, più carico di sorprese.
È del tutto comprensibile che, ad ogni nuova generazione, qualcuno si avvicini alla poesia spinto da desideri contraddittori: brillare, lasciare una traccia, imparare un’arte, emanciparsi da una certa eredità culturale, ecc. Ed è comprensibile, rendersi conto un giorno che l’arte del leggere e dello scrivere “poesia” (e forme affini) non soddisferà alcuni di questi desideri. Ed è questo un buon motivo per dedicarsi ad altro, ma non c’è bisogno per questo di rinnegare quella pur discreta, ectoplasmatica, esistenza, trascinando nel proprio disincanto e nella propria rinuncia tutti i propri coetanei, un’intera generazione di poeti e poete. Chi sceglie questa forma di comunicazione oggi, e chi la sceglie attraverso la tortuosità e difficoltà dell’arte, sarà confrontato a varie ingratitudini e frustrazioni. Ma anche a qualche tesoro fiabesco. A patto però di accettare i limiti e la forza del genere fantasma. In un mondo dove persino un genocidio può essere visionato, senza che questo provochi nella realtà sociale e politica grandi conseguenze, o comunque conseguenza “palpabili”, i fantasmi poetici hanno una loro forza. (Mentre scrivevo questo, da un ripiano alto della scrivania di fronte a me è precipitato un libro di Massimo Rizzante, Frontiere erranti, facendomi schizzar via dalla scrivania la tazza di caffè per fortuna vuota. Non aggiungo altro.) È la forza dei sinonimi che si trovano nel termine francese “hanter” e in quello inglese “haunt”. Tutto ciò ha a che fare con quello che Italo Testa ha più volte sottolineato come il potere contro-fattuale della poesia.
“Sono tutta la realtà, bevimi fino alla feccia”, intima lo Spirito del tempo.
“Non ti credo”, risponde sghignazzando o assorto su un dettaglio secondario, lo spettro poetico, anteriore.
Dedicated to You
(but you are always not listening…)
Perché il mio verso così poco aspira
a varietà di forme e a cambiamenti?
Perché col tempo non tengo di mira
sistemi nuovi e inediti ingredienti?
Sempre lo stesso e sempre uguale
scrivo inventando quel ch’è già invecchiato,
con la tristezza che ormai m’è abituale
ripenso a te e riscrivo il passato.
Oh tu lo sai, scrivo sempre di te.
dolcezza mia, solo di te e d’amore,
non ho paura di usare dei cliché
di far rimare l’amore con il cuore.
Di nuova veste le antiche parole
vesto spendendo ciò che fu già speso
senza pudore cito rose e viole
aspettando qualcosa di inatteso.
E come il sole è sempre nuovo e vecchio
l’amore ha detto Patti che è un banchetto
in queste sue parole io mi specchio
così il mio verso dice quel che è detto.
Incontro
Seduti in quel caffè
stavo pensando che
mi hai detto lui non c’è
stanotte sto con te
anche l’amore è un contratto a chiamata
mi hai detto sorridendo spudorata
puoi passare con me questa giornata
però il futuro è terra inesplorata
un figlio dei fiori non pensa al domani
citando i Nomadi scherzando ti ho risposto
è questa notte l’orizzonte che mi basta
non potrei dire che ne fossi entusiasta
ma il desiderio comanda anche in agosto
e ho carezzato i tuoi capelli strani
Sonetto del Margarita
Le curve sono quadri alle pareti
probabilmente degli Hopper taroccati
venduti da imbroglioni o da profeti
in certi hangar da poco abbandonati
la strada corre giù per la collina
Neal al volante sembra rilassato
ti sento ad ogni metro più vicina
sono io, ritorno dal passato
dopo il terzo, o forse il quarto Margarita
peggio avere rimpianti che rimorsi
morbidamente sulle labbra ti ho baciato
non so dire perché tu sia allibita
ed abbia poi invocato dei soccorsi
l’attimo dopo ero collassato
Una notte con Eva Green
I tuoi capelli sparsi sul cuscino
che facevano rima col destino
il mal di testa dovuto al vermentino
il dentifricio che fa a pugni con il vino
Eri letale con quel vestitino
stretto, corto, rosso, assassino
era fatale mandarti un messaggino
«voglio stare con te fino al mattino»
Siamo finiti nel tuo mezzanino
a rotolarci sul materassino
e mi sentivo come un ragazzino
Louis Garrel nel Maggio parigino
M’hai svegliato col sorriso sbarazzino
la colazione sopra al terrazzino
ridendo mi hai mostrato il Sorrentino
baciandomi mi hai detto «sei un cretino»
Finale di partita
Sembra una storia da romanzo tascabile
di quelli che si comprano in edicola
tu smetterai di leggere quel libro
perché il finale è duro da mandar giù
me ne vado come un attore scartato al provino
la parte della star la farà qualcun altro
lo so, non è difficile far meglio di me
sono sempre in ritardo, confondo le battute
non so mai se ridere o piangere
e tu sei una regista esigente e ti annoi presto
non ho mai imparato dai miei tanti errori
e anche questa volta non so bene
che cosa sia andato storto
ho perduto il mio cuore senza capire
è sparito e non riesco a riaverlo indietro
la storia lascia un senso di incompiuto
avrei voluto danzare il silenzio tra i tuoi passi
ma non ho mai saputo far meglio di così
inciampare, cadere, faticosamente rialzarmi
e cercare la battuta giusta per uscire di scena
“A voi io penso sempre. Penso alla mia
infinita mancanza.
Cos’altro ho avuto in testa,
tutta la vita?
Lo so, non ci sarete
mai abbastanza.”
Umberto Fiori, Voi
Penso spesso a voi. A volte
mi pare possibile addirittura
ricordare l’esatta composizione dei cordoni
la fila dei volti, tutti i nomi, le storie.
Quel giorno che mi ricordo oggi
la primavera aveva un altro odore
le leggi di natura, le mura dei castelli
parevano pronte a piegarsi al desiderio.
Il desiderio, quello che non è un tram, scherzavo
ma fosse stato un tram sarebbe ripassato.
Qui, alla fermata, il tempo è come appeso
le angosce del presente son lontane
all’edicola scorgo come sempre
tre quotidiani comunisti.
“Col caffè alla mattina” avevo scritto
un altro giorno in cui pensavo a voi.
Fino ai dodici anni ero convinto di essere un Supereroe, di avere un dono speciale che mi rendeva diverso da quei comuni mortali che erano i miei compagnucci di classe. Il superpotere era la capacità di attirare pallonate dritte dritte in faccia. Capacità indubbia, già al centro di plurime equipe di scienziati, studiata nei manuali, manco fossi il Magneto dei palloni da calcio.
Placidamente a bagno nel materno liquido amniotico, in fase di progettazione di quello che sarebbe stato il mio avvenire, devo aver pensato: “Perché faticare, una volta là fuori, per sviluppare una personalità magnetica e un fascino non comune che mi permetteranno di attrarre ragazze anche solo pronunciando il mio codice fiscale, quando posso farmi ridere dietro da tutti i miei coetanei rimanendo paralizzato al centro di uno spartano campetto da calcio, attirando a me palloni di cuoio che mi faranno sanguinare (in gran copia) il naso e venire lividi grandi come 45 giri?”
Ero un vero e proprio enfant prodige, il Mozart delle pallonate sulle gengive.
Ma torniamo a quel passatempo violento, ingiusto e sanguinario altrimenti noto come giuoco del calcio, che per un bambino dovrebbe significare svago e aggregazione sociale, ma che per me magicamente si traduceva in umiliazione, sofferenza e traumi. Durante gli anni delle elementari ricordo partitelle così violente che in confronto i gladiatori al Colosseo erano anziani alla bocciofila.
Non dico che i miei compagni lo facessero apposta, scambiarmi per una pentolaccia umana intendo, dico solo che ‘sti stronzi dovevano essere la reincarnazione di qualche cecchino sovietico, perché quella mira tanto precisa e letale non si spiega altrimenti. Il colpo era sempre perfettamente centrato, mai periferico da scivolare così sulla guancia e colpirmi di striscio causando niente più che una banale escoriazione, robetta cui poteva ovviare un qualunque Citrosil. No. Partiva dal naso, e poi giù giù per tutta la fisionomia, una compressione più simile al crash test, allo schiacciamento di bottiglia vuota Ferrarelle prima di buttarla nella differenziata, alla percussione del clacson come solo può avvenire sotto alla canicola agostana in pieno impasse sul Grande Raccordo Anulare; una vigorìa di schiacciamento con un solo precedente nella storia: il rosso pulsantone di Sarabanda quando l’Uomo Gatto beep!, “La indovino con una!”. In questo il caso il titolo della canzonetta non poteva che essere: Tumefazione.
Più la mina, come veniva chiamata in gergo tecnico, e mai soprannome fu più azzeccato, mai una volta che qualcuno lanciasse una piuma, un batuffolo, un soufflè, no i tiri degli adolescenti sono solo mine, bombe, cannonate o simili – non si è mai capito se si dovesse disputare un’amichevole o attaccare Pearl Harbour – più la mina, si diceva, era poderosa, più la precisione era infallibile e la mia faccia ne pagava le conseguenze. Sul pallone rimanevano stampate le mie fattezze, tipo Wilson di Cast Away. Tipo Sacra Sindone, da cui il processo di beatificazione avviato da vivo, il beato Ciacci, Patrono delle Schiappe. Tipo illustrazione di qualche manuale lombrosiano, fig.1) Lo sfigato.
Solo una volta ho provato a oppormi al mio Fato, al mio destino di mammoletta. Di vittima sacrificale della minella. Campetto da calcio delle scuole medie Marvelli di Rimini. Dalla difesa viene tirato un calcio lungo in favore del centrocampo, ove io mi trovo. Ma per pura casualità, volevo solo cercare le tracce di qualche coleottero nei cespugli a lato del campo, mica avevo capito che una squadra mi considerava dei loro. Un calcio talmente potente che per l’effetto-farfalla, quello spostamento d’aria ha appena provocato uno tsunami nelle Filippine. Il pallone, violando ogni legge di gravitazione, si ferma e volteggia in cielo tipo condor, tipo avvoltoio: sta cercando me, la carcassa del pusillanime su cui scendere in picchiata e non si darà pace finché non mi avrà trovato.
Affronto il mio destino come farebbe un vero uomo. Un vero uomo miope e con la riga da una parte: non scappo a nascondermi dietro a un albero, come mi urla il dna. No. Rimango lì, immobile, a piè fermo: un po’ Fort Alamo un po’ palo del telegrafo. Il pallone avanza, così preciso che una freccia di Legolas in confronto pecca di pressapochismo. Sempre più vicina, il vuoto d’aria mi scompiglia il capello, prontamente sistemato perché intendo morire sfoggiando la madre di tutte le acconciature impeccabili. È a tanto così, quand’ecco un atavico istinto di sopravvivenza mi fa reagire, mi detta un movimento, inconsulto, della mano deciso, salvifico… sbam!
Colpisco la palla, disinnesco la bomba, devio la cannonata di 90 gradi. Una manata talmente precisa che Guglielmo Tell è pregato di spicciarmi casa. Eroismo, fierezza, Alessandro Ciacci. Voglio come minimo una medaglia d’oro per alti meriti, che dico!, una targa in ottone che ricordi per sempre il momento solenne: Qui il giovane Ciacci si oppose al suo destino di pippa.
Stocazzo, giovane Ciacci. Pensavo di essere Enrico Toti, invece era solo un fallo di mano. L’arbitro fischia il rigore, gol per gli avversari che mettono in cassaforte l’1 a 0 definitivo. I miei compagni di squadra discutono animatamente per decidere chi sarà il primo a strapparmi il colon a morsi, poi la folgorazione perché uno alla volta quando si può fare contemporaneamente? E iniziano a stringersi attorno a me, tipo branco di lupi idrofobi e a digiuno attorno a una renna zoppa e ben pasciuta.
Fino ai 12 anni ero convinto di essere un Supereroe. Crescendo, ho capito che ero solo un Supersfigato.
Eulogia
di Lorenzo Catalini
Ad un workshop di scrittura, un insegnante diede l’esercizio: “Racconta la cosa che più ti fa infuriare”. A circa metà del tempo a disposizione, mi infuriai: mi resi conto che la cosa che più mi fa infuriare è l’esercizio “Racconta la cosa che più ti fa infuriare”, misteriosamente caro agli insegnanti di scrittura. Mi infuriai perché ormai era troppo tardi per ricominciare l’esercizio da capo, e quindi proseguii con la prima soluzione che avevo scelto, ovvero “essere interrotto mentre sto facendo qualcosa che mi piace”. Ed è quello che è successo a me un paio di giorni fa, quando mi è arrivata la notizia che mio nonno era morto…proprio mentre mi stavo masturbando. Avevo quasi finito, prossimo a raggiungere l’orgasmo sul ricordo di Rebecca, una mia compagna di classe al liceo, che in una camera d’hotel a Berlino in gita in quarta superiore mi mostra le tette. Che poi in realtà non è mai successo, è un episodio frutto della mia fantasia, ma ormai ce l’ho in testa da talmente tanti anni che è come se fosse accaduto davvero. Non è che mi sono immaginato la scena, mi sono proprio inventato la ragazza, e io per lei ci ho pure chiuso tre relazioni.
Dopo un decesso non hai mai un momento libero. Giorno uno: pianti, abbracci. Giorno due: camera ardente. Giorno tre, oggi: il funerale. Fossimo almeno ad un funerale da 8/8.5, non mi annoierei; ma questo è un funerale da 2, 2.4 al massimo. Non so se lo sapete, ma una regola non detta dei funerali è che più la morte è stata tragica e improvvisa, più sono avvincenti e carichi di pathos. Su un’ipotetica scala da 1 a 10, dove a “10” c’è l’insuperabile funerale di Lady Diana, quello di un ragazzo di quattordici anni che viene investito con il motorino assieme alla fidanzatina, presi in pieno da un pirata della strada con un tasso alcolemico che sul nuovo codice della strada risulta alla voce “Massimo Ceccherini”, segna un 8.7 di tutto rispetto. Calate il tutto in una piccola cittadina di provincia e vedrete accorrere all’evento tutto il paese, i cittadini disposti nella fila indiana più precisa della Storia, in attesa del proprio turno per avere un colloquio di sette secondi con la mamma del ragazzo, per poterle dire a voce bassa: “Si tratta di una terribile tragedia, suo figlio era un ragazzo d’oro, un santo!”.
E iniziano a circolare versioni dell’incidente in cui pare che il ragazzo avrebbe anche potuto salvarsi, anzi sicuramente ce l’avrebbe fatta, se non fosse che col suo ultimo riflesso non abbia deciso di fare di sé stesso uno scudo per la ragazza, salvandole la vita e sacrificando la propria. 9.2, standing ovation. A quel punto il Sindaco ha le mani legate e, intervistato dalla tv locale, chiosa: “Non si può morire così. Nel 2025 non si può morire così”, e invece a quanto pare si può, è proprio appena successo, quanti ragazzi innocenti devono morire ancora prima che i sindaci smettano di pronunciare la frase “nel 2025 non si può morire così”? E spesso, non paghi, rilanciano, e intitolano al ragazzo il nuovo palazzetto dello sport: in Italia ci deve essere una legge che stabilisce che, in caso di morte improvvisa di un adolescente, il comune debba intitolargli un nuovo palazzetto dello sport. Si può capire il numero di tragedie giovanili accadute in una città dal numero di palazzetti sportivi presenti; anzi, in certe zone della Calabria sono rimasti più palazzetti che ragazzi. Nel nostro caso invece abbiamo: età del morto, 96 anni; causa del decesso, un banale arresto cardiaco; n* di amici presenti: quattro, gli unici ancora vivi.
È quasi arrivato il mio momento. Non di morire, ci mancherebbe, il festeggiato c’è già. L’elogio funebre. La mia famiglia ha scelto me per farlo. Io ho provato a rifiutarmi eh, a dire che non me la sentivo, ma mia mamma ha usato il Re dei ricatti morali: “Non è che te lo sto chiedendo perché farebbe piacere a me, ma perché so che farebbe piacere a nonno”. Possibile che al mio piacere non pensi nessuno? E poi, conoscendolo, la cosa che veramente gli avrebbe fatto piacere, sarebbe stata essere qui presente, e magari farlo lui l’elogio a me. Andando al leggio a prendere la parola, mille domande affollano la mia testa, quesiti esistenziali come: “Ma è successo davvero? A cosa pensava mentre spirava?”; una domanda sovrasta però tutte le altre: dopo un decesso, quanti giorni di lutto devono trascorrere prima che uno possa riprendere a masturbarsi senza sensi di colpa né il sospetto di mancare di rispetto al morto? Mistero della fede. Alzo gli occhi e il mio sguardo si incrocia con quello di Cristo in croce, e per la prima volta in vita mia penso che io e lui siamo vicini, siamo collegati, che in qualche maniera viviamo la stessa dolorosa condizione: due persone impossibilitate a toccarsi, io per questioni sociali, lui perché ha letteralmente le mani inchiodate ad una spranga di legno. Lo guardo, con la sua espressione dolorante, e penso che, lui sì, avrebbe prontissima la risposta all’esercizio “Racconta la cosa che più ti fa infuriare”.
Finché c’è chirurgia c’è speranza
di Alessandro Ciacci
Quando Dante smarrisce la diritta via ha poco più di trent’anni: coincidenze? Io non credo. Perché è quell’età disagiata in cui non stiamo più bene con noi stessi, è facile perdersi. A me è capitato, mi sono ritrovato ficcato in una selva oscura fatta di insoddisfazione, in primis della mia immagine.
Un momentaccio autostima “livello: Calimero”, in confronto a me Cesare Pavese era Gianluca Vacchi e una paziente del dott. Nowzaradan Elettra Lamborghini. Un solo modo per uscirne e non me ne vergogno: la chirurgia estetica. Ho deciso: mi rifaccio.
Quesito numero 1: rifarsi, va bene, ma cosa? Liposuzione? Ma se sono tonico quanto una mummia di Similaun, ho la massa grassa di una sottiletta e l’adipe di un’acciuga. Depilazione laser? Ma se sono così glabro che da nudo potrei fare il cosplay di un filetto di platessa, cosa vuoi depilare che i miei peli sul petto non raggiungono il quorum per fare una squadra di calcetto. Ingrandimento del pene? Il mio andrologo dice che più lungo ancora si vìola la Convenzione di Oslo sulla dimensione delle armi, roba da InterPol e finire col pisello in tribunale non è il mio desiderio quando soffiavo sulle candeline. Ma allora, Ciacci, dove interveniamo? Sto brancolando, quando finalmente un Virgilio venuto dal Brasile giunge in mio soccorso. E’ Rodrigo Alves. Meglio noto come il Ken Umano. E mi dice: “Ti guido io verso la felicità terrena.”
Fin da bambino, Alves, questo monumento all’inutilità umana, aveva un sogno: trasformarsi fino ad assomigliare a Ken di Barbie e l’ha realizzato. A forza di baulate di silicone è diventato l’anello di congiunzione tra l’uomo e il canotto. I dati parlano chiaro, nei giorni in cui è stato chiuso nella casa del Grande Fratello, l’inquinamento da plastica è diminuito dell’81%.
Ma non si è accontentato, no, lui, il vero Ulisse dei nostri giorni, voleva andare oltre le sue colonne d’Ercole, essere direttamente Barbie. 90 interventi chirurgici e ce l’ha fatta. Ha dichiarato: Sono felice al 95% del mio aspetto, e quel 5% è perché stamattina non mi son tagliato le unghie.
Torniamo al Ken umano, anzi alla Barbie umana. Intanto sono curioso di vedere il terzo step, quando decide di diventare il camper umano di Barbie. Dico: questo ha capito il senso della vita. Maestro insegnami a vivere! Faccio come lui. Mi scelgo un mito e mi rifaccio fino ad assomigliargli.
Ora, io da piccolo impazzivo per la favola dei Tre porcellini, ma da qui a spendere i milioni per farmi il cazzo a cavatappi ce ne vuole. No, Ciacci, qual è il suo sogno ora? Sono un autore, punto in alto: assomigliare a Shakespeare. Ovvio non fisicamente, perché il caro vecchio Bardo fisicamente faceva piuttosto cagare, con quella zazzera da pornodivo Germania Est 1987. No, la grandezza di un autore è il suo mondo interiore, il suo immaginario, bisogna intervenire lì, ho deciso: mi rifaccio l’inconscio. Una pompatina di botulino platonico qui, una rinoplastica al Super-Io lì, e zac!, fatto lo Shakespeare umano.
Dopo aver deciso cosa rifarmi, quesito numero 2: rischio il rigetto? Sì, ho fatto delle ricerche, il rischio c’è. Ho letto di un corriere Amazon di Ivrea che voleva rifarsi l’inconscio di Sean Penn, per essere un filantropo, impegnato in difesa degli ultimi, degli oppressi ma si è beccato anche il suo alcolismo. Adesso fa partire raccolte firme su Change.org… ma gli rimangono tre mesi per via della cirrosi.
E infine, quesito numero 3: a chi mi rivolgo? Son robe delicate, vanno fatte per bene. Mi sono informato sulle cliniche, i prezzi le offerte… La prima è questa clinica a Tirana dove hanno allestito un sottoscala sterilizzato, ti prelevano e ti riportano sotto casa, incaprettato con le fascette bianche nel bagagliaio di un Fiat Ducato.
La fascia media me la copre una clinica di Capalbio, di certo dott. Recalcati. Per prepararti all’intervento devi ascoltare il suo podcast a digiuno 2 volte al dì, un po’ come quei bibitoni prima della colonscopia, peraltro gradevole quanto la voce di Recalcati stesso. Con 15000 euro fai tutto, arrivi e ti danno un camice 100% cachemire e mocassino sterile monouso.
Ecco perché alla fine ho scelto la terza, il top di gamma, l’eccellenza, un po’ lo squacquerone di Romagna della chirurgia: una clinica a Ginevra che non si accontenta di un banale intervento, no: ti regala la Shakespeare experience. Intanto il chirurgo ti opera con la gorgiera, ispirandosi all’Otello: “Lesta il bisturi a me consegna, impudente baldracca!”. L’anestesia te la fa questo speziale che ti fa bere una fialetta che sembri morto per qualche ora. L’operazione te la fanno su una riproduzione in scala 1:1 del balcone di Giulietta, mentre sotto tuo babbo e tuo suocero disquisiscono con una pacatezza vista soltanto in certi combattimenti clandestini tra galli.
Con il mio inconscio shakespeariano il successo nella vita è assicurato, già me la vedo un’escalation di soddisfazioni:
1: opinionista a Pomeriggio 5, seduto accanto al mio maestro di vita, Ken umano che nel frattempo è diventato il minipony umano di Barbie. A commentare eventi di pregio e culturalmente rilevanti come la stipsi del chiuhahua di Belen.
2: concorrente a Celebrity Masterchef, eliminerei i miei rivali uno a uno in stile Riccardo III: assassinati durante la Mistery Box con una coulis di coltellate, una decapitazione tartar o una strangolata flambè.
3: giudice a Ballando con le stelle. Già mi vedo, siparietti un po’ Casa Vianello con Selvaggia “la bisbetica domata” Lucarelli, i pettegolezzi delle allegre comari di Windsor, Fabio Canino e Guillermo Mariotto. Ma una sera parte la rissa, tutti lì a discutere per quel passo di kizomba sbagliato da Paolo Mieli, e mi si chiude la vena, e caccio un 3. Zazzaroni, che come è noto ci capisce di ballo quanto Tina Cipollari di scissione dell’atomo, sbotta: “Ciacci, vergogna! Per dare 3 devi aver avuto un’infanzia triste e una madre assente.” Io lo guardo negli occhi e lo sfido a duello. La Carlucci impanicata tipo le galline quando la volpe entra nel pollaio, “Regia regia, sipario! Scusate amici a casa, è solo una piccola commedia degli equivoci che stiamo risolvendo. Sì, sembra che Zazzaroni stia urlando come uno che è appena stato trapassato da parte a parte, ma non vi preoccupate, è solo molto rumore per nulla…”
immagine di Laura Gelati
Furto
di Lorenzo Catalini
Era una serata di primavera. Una di quelle serate di primavera a cui, in letteratura, si riservano descrizioni accurate, ma siccome dopo un quarto d’ora di blocco (e stiamo parlando della prima riga) l’incipit era ancora: “Una di quelle serate di primavera che salutano l’inverno …”, frase di una banalità raccapricciante, si dirà solo che era una serata di primavera.
Era una serata di primavera, dunque, e avevo appena passato un paio d’ore a bere vino nella mia quarta enoteca preferita. Non ero troppo lontano da casa e fuori si stava bene (per forza, in una serata di primavera così…), perciò decisi di tornare a casa a piedi. Arrivato quasi al ponte, all’angolo della strada opposto al locale “Spaghetti a mezzanotte” (che, contrariamente a quanto promesso dal nome, non prevede nel suo menù gli spaghetti, neanche a mezzanotte) notai un uomo che camminava in maniera incerta, con aria confusa. Dava la forte impressione di essersi perso. Mi avvicinai a lui. Era anziano e, cosa strana in una piacevolissima serata di primavera, sembrava avere freddo. “Potrebbe aiutarmi per favore?”, chiese con voce tremante, appena si accorse di me. “Certo” – dissi io, che nella mia straripante empatia e capacità di lettura, avevo fiutato il suo stato di bisogno da lontano – “qualunque cosa”. Ero pronto a dargli indicazioni stradali ben precise, così da farlo arrivare ovunque volesse; perdipiù, in una serata di primavera così, avrebbe potuto orientarsi anche semplicemente con l’ausilio della Stella Polare e del resto del firmamento. Il vecchio disse allora: “Avrei bisogno che tu andassi al market a comprarmi una scatola di riso”. Rimasi spiazzato. Non ebbi neanche il tempo di balbettare qualcosa né sulla particolarità della richiesta, né di constatare con lui l’assenza nella zona di un locale chiamato “Riso a mezzanotte” (comunque un bluff), che il vecchio aggiunse: “Ti accompagnerà mio figlio”. All’istante, si materializzò dietro di me un ragazzo alto e possente, physique du rôle da pugile amatore, e faccia da cavia di laboratorio con troppi anni di esperienza nel settore. Non so dove si trovasse fino ad un attimo prima, era apparso dal buio non appena nominato, come un attore chiamato in scena a teatro. Mi prese sottobraccio, e con forza mi fece camminare con lui, lasciandoci il vecchio alle spalle. Dopo pochi passi feci notare al Neanderthal la presenza di un market. “Ne conosco un altro più avanti” – mi gelò – “nel vicolo”. Ora la situazione mi era chiara: stavo per essere rapinato. O almeno così speravo, dato che mi sembrava l’ipotesi migliore. La passeggiata si interruppe al rosso di un semaforo pedonale. Iniziai a pensare a come uscire da quel pasticcio in cui ero finito, in quella che fino a poco prima sembrava una tranquillissima serata di primavera. Mentre i miei pensieri scorrevano, ed iniziavo ad accettare l’eventualità di un accoltellamento, financo di un rapporto sessuale non consensuale (da parte mia), il mio vigilantes fu distratto dagli schiamazzi di una rissa che si stava tenendo in fondo alla strada, dal lato opposto rispetto a me. Con una prontezza che mai, MAI, avevo precedentemente dimostrato in vita, estrassi dalla tasca il portafogli, e da questo una banconota da 5 €; quindi ricacciai il borsello in fondo alla tasca. Il rosso del semaforo era agli sgoccioli. Mi guardai intorno: il vicolo designato all’amplexus era vicino, ma c’erano ancora abbastanza persone nei nostri paraggi. Con uno strattone mi liberai dalla presa, e immediatamente offrii la mia banconota al ragazzo. “Scusa, mi sono ricordato che mi stanno aspettando in un posto. Prendi questi, per il riso”. Il semaforo era ancora sullo stop, ma ormai era questione di istanti. “Mi servirebbe anche del tonno”, protestò. “Bastano”, ebbi l’ardire di ribattere. Quindi lasciai cadere la banconota ai suoi piedi, mi voltai, e cominciai a camminare velocemente, senza più voltarmi. Rifacendo il percorso al contrario, mi rimbattei nel vecchio, il quale, stavolta, non mi degnò di uno sguardo.
Quando fui finalmente al sicuro, mi fermai. Il cuore mi batteva a mille. Avevo dentro un miscuglio di emozioni: paura, sollievo, rabbia…ma soprattutto imbarazzo e senso di colpa. Sì, senso di colpa. Avevo mentito. Certo, avevo mentito per una buona ragione, e lo avevo fatto nei confronti di un uomo probabilmente malintenzionato. Quel “probabilmente” era però il nocciolo della questione. Esisteva infatti una piccola, remota possibilità che in effetti al vecchio servisse una busta di riso nel cuore della notte, e che suo figlio apparso dal nulla (era poi apparso davvero dal nulla?) mi stesse accompagnando ad un market dove vendono il riso col rapporto qualità/prezzo più vantaggioso al mondo. Ed io gli avevo mentito, spudoratamente, persino offendendolo lasciando ai suoi piedi del vil denaro.
Non ci dormii la notte.
La sera dopo, tornai allo stesso incrocio. Il vecchio era di nuovo lì. Mi chiese del riso. Apparve il figlio.
Ed è così che è cominciato tutto Vostro Onore.
Nota
di effeffe
Svegliatomi da sogni agitati, mai e poi mai avrei immaginato di trovare accanto al caffé una lettera, chiusa in una busta poco elegante, non affrancata e perfino macchiata di caffé. Quando l’ho aperta non mi sarei nemmeno sognato di leggere le cose che anche tu onorevole lettore di nazione Indiana stai per leggere. Ho deciso di assecondare quel loro desiderio di compilare un’enciclopedia alfabetica del mondo per la sola ragione che se fai incazzare un comico quello diventa molto cattivo, e non c’è nulla di più terribile di un cattivo comico. E se sono due, i comici, allora sono cazzi.
Abécédaire comique
Due comici entrano in una rivista culturale. Non è l’inizio di una barzelletta, ma di una rubrica: Abécédaire comique. Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini: un esperimento di scrittura, due penne, ventisei lettere dell’alfabeto. Ogni puntata una lettera, usata come innesco per il titolo. Per il resto, carta bianca o quasi: l’unico vincolo è che, da qualcheparte, si rida. Attenzione, non “facce ride!”, né travestire la letteratura da monologo: piuttosto, esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera. Come un abbecedario, appunto: elementare solo in apparenza.
You call it fiction, but it is more. L’ultimo romanzo di Ben Lerner
diLucrezia Fontanelli
Ho ordinato e letto Transcription sull’onda di un amore furioso per la scrittura di Ben Lerner che ancora non mi abbandona. La quarta prova narrativa dell’autore statunitense si presenta come un romanzo esile e compatto, ma non appena si inizia a leggerlo ed attraversarlo sfugge, si rifrange come un prisma colpito dalla luce: sfaccettature e significati si moltiplicano. Il centro è dappertutto, come il cervello del polpo in Nel mondo a venire. Secondo una pratica consolidata in Lerner, è la texture della scrittura con i suoi pattern a strutturare il romanzo, questi ultimi disposti in modo che la densità del libro aumenti gradualmente. Arrivata alla fine,sicuramente influenzata dalle meditazioni estetiche disseminate nelle sue opere, ho pensato al Trittico Portinari: tutto si tiene insieme con incredibile compostezza, anche se la cornice che congiunge la pala centrale con quelle laterali crea un’ellissi nel paesaggio, un non detto che deve essere ricostruito dal lettore. In poche pagine, Lerner costruisce un libro estremamente stratificato, che ruota attorno al confine tra realtà materiale e digitale, tra arte e vita, tra la memoria e la sua cancellazione («art and life, the hinge between them», p. 130).
Transcription (uscito ad aprile 2026 per Farrar, Straus and Giroux e non ancora tradotto in italiano) si apre con il ritorno del narratore a Providence per intervistare il suo mentore, Thomas, ormai novantenne. L’intervista non viene registrata perché il suo iPhone si rompe poco prima dell’incontro, fatto che egli è però inspiegabilmente incapace di confessare. L’occasione narrativa, quasi comica, innesca una riflessione su come le nuove tecnologie modifichino i nostri rapporti e la nostra capacità abitare il presente. Fin qui Transcription appare un romanzo quasi scontato, ma Lerner è più intraprendente e capace di così. Diviso in tre sezioni, il romanzo ci mostra poi una conferenza in onore di Thomas, ormai deceduto, in cui il narratore rivela di aver ricostruito gran parte di quell’ultima intervista sulla base dei suoi ricordi, gesto che molti interpretano come una falsificazione. Nell’ultima sezione, il narratore ha una conversazione con Max, il figlio di Thomas, in cui addensano e sovrappongono tutte le linee narrative, passando per la pandemia e i disturbi alimentari.
Non sorprende che le tre sezioni del romanzo portino il titolo di tre hotel, luogo transitorio per eccellenza, luogo di passaggio (nella traduzione italiana, il primo romanzo di Lerner si intitola L’uomo di passaggio). Né che la seconda sezione sia titolata tra parentesi quadre, [Hotel Villa Real], come se fosse un ponte tra i veri “luoghi” del romanzo. Delle tre sezioni, è questa l’unica in cui si realizza un dialogo vero e proprio tra il narratore e la sua interlocutrice, Rosa. Hotel Providence e Hotel Arbez, invece, si configurano di fatto come dei monologhi: l’apporto del narratore alla conversazione è minimo e spesso impacciato, a parlare sono soprattutto Thomas e Max.
Di conseguenza, il narratore diventa essenzialmente un mezzo, un tramite per mettere in comunicazione padre e figlio e rendere possibile il dialogo che non poteva realizzarsi mentre Thomas era in vita. Gli eventi raccontati nel romanzo, alcuni dei quali precedenti al tempo della narrazione, ci mostrano infatti Thomas che, semicosciente in ospedale, ascolta da un telefono la voce del figlio dire quello che non era in grado di dire di persona; in seguito, Thomas comunica al narratore ciò che lui stesso non è riuscito a dire a Max, forse in modo che il narratore possa parlargliene nella sezione finale. Il poeta è come un sismografo («the poet as a seismographer», p. 39), dice Thomas a un certo punto dell’intervista con il narratore, che, come nei precedenti romanzi, scrive. Lo scrittore è un meccanismo di registrazione delle voci dal passato o dal futuro.
È una comunicazione che non avviene senza interferenze. Come tipico in Lerner, questa interferenza è in gran parte affidata alla riproposizione degli stessi pensieri o gesti tra personaggi diversi, di scene quasi identiche che si verificano in contesti differenti come simmetrie imperfette. Simili dislocazioni hanno il doppio effetto di straniare il lettore creando al tempo stesso un patrimonio condiviso di riflessioni la cui paternità non è quasi più rintracciabile. Le voci dei personaggi sembrano ambire a diventare un’unica voce, uguale eppure sempre leggermente diversa; un corpo collettivo. Secondo Lerner, la voce è infatti un dispositivo dalla natura corporativa, risultante da molteplici forze sociali tra cui le eredità familiari, il linguaggio della politica, dell’arte e dei media.
Una delle principali linee tematiche di Transcription è quella della comunicazione con il passato e della sua rielaborazione. L’apertura del romanzo si presenta di fatto come un viaggio indietro nel tempo: lo scrittore, che sta tornando nella città dove ha frequentato il college, ha sul treno la sensazione vagamente fastidiosa di chi siede nella direzione opposta al senso di marcia. Camminando poi per le strade di Providence dopo aver rotto lo smartphone, la percezione del presente e del passato si sovrappongono, ricordando alcuni passaggi dei precedenti romanzi, in particolare Nel mondo a venire. Il cortocircuito temporale dato dall’impossibilità di utilizzare lo smartphone, è descritto come una forma di astinenza («a withdrawal indistinguishable from mild intoxication», p. 13) che, tuttavia, produce sia un’insolita presenza, sia la perturbante visitazione del passato. E questo non solo perché – afferma il narratore – soltanto quando era studente non possedeva un telefono, ma anche perché Providence è un luogo denso di esperienze formative, in cui lo attende quindi una vecchia versione di sé (p. 14).
Non è però solo il passato a far visita; molteplici piani temporali collassano in un unico punto attorno a Thomas e alla sua casa a Providence, luogo in cui si svolgono le conversazioni più pregnanti. Quando il narratore, in una pausa dell’intervista, chiama a casa dal telefono fisso di Thomas, ha la sensazione che la moglie e la figlia potrebbero rispondergli dal futuro. In quell’occasione arriva a ipotizzare che Thomas abbia organizzato di proposito simili interferenze temporali, un presentimento analogo a quello che, nell’ultima parte, anche Max racconta di aver avuto:
And now I felt that Thomas had arranged the exchange he was listening in on […] orchestrating these interferences, crossing wires, worlds. Impossibly thin glass filaments underground, underwater […] vibrating when the small waves hit them – You call this fiction, but it is more (p. 59)1.
La voce di Thomas, sotto molti aspetti il vero protagonista del romanzo, contagia anche quella degli altri due personaggi, rendendo possibile una trasmissione intergenerazionale che è sia artistica sia biologica. Una delle esplorazioni che si propone il romanzo è infatti quella della differenza tra l’essere padre e l’essere mentore: padre distante per Max, Thomas è stato invece un padre intellettuale per il narratore. Inoltre, sia Max che lo scrittore sono padri di una figlia e cercano al meglio di far fronte alle sfide che questo periodo storico pone alla genitorialità.
Per Lerner, chi insegna ha in particolare il potere di trasmettere la voce degli autori passati, così come l’arte può incanalare forze da momenti diversi della storia. Non a caso, un punto centrale del romanzo è la riflessione, riproposta in momenti significativi del testo, sui Glass Flowers degli artigiani del vetro Leopold e Rudolf Blaschka, padre e figlio. È un’opera che, in una delle classiche simmetrie lerneriane, rappresenta quasi una figura auerbachiana di ciò che il romanzo si propone di raccontare:
I kept seeing the flowers as organic one instant and artificial the next, a kind of duck-rabbit effect, not between things the object might represent, but between nature and culture, the given and the constructed (p. 21)2.
Non solo il narratore, dunque, ma anche Thomas è un tramite, un canale di trasmissione. Allo stesso modo, il romanzo diventa un mezzo per registrare e trascrivere quello che altri strumenti e tecnologie non possono trasmettere. La lingua stessa diventa una cassa di risonanza, un medium, una radio che capta e trasmette frequenze. A differenza dello schermo, che intensifica l’esperienza del presente ma lo appiattisce anche, annullando le distanze e filtrando la realtà, il dispositivo-romanzo permette di sperimentare gli strati del tempo e di ampliare la percezione del reale. Tuttavia, Transcription non vuole essere né un’esaltazione né un lamento; Lerner si interroga piuttosto su come recuperare una forma di meraviglia nei confronti della realtà e creare nuovi spazi di possibilità attraverso il linguaggio.
Anche la letteratura, la fiction, può schermare la realtà; trasporre nella scrittura eventi reali è un modo per elaborarli, in parte anche un’illusione di controllarli. Con affermazioni simili a quelle che lo stesso Lerner ha più volte rilasciato, in Transcription si dice che per Thomas la letteratura è una difesa contro la realtà («no doubt it was his defense mechanism», p. 95). Questo pone la questione della finzione narrativa come falsificazione del reale, che soprattutto nei primi due romanzi era centrale. In Transcription, la questione è presente (intesa come alterazione prodotta sia dalla memoria, sia dai vari dispositivi di registrazione e traduzione), ma diviene ancora più chiaro ciò che l’autore ha sempre sostenuto: il punto non è falsificare o fuggire dalla realtà, ma riconoscere nella fiction uno dei principali meccanismi umani per organizzare la realtà e mantenere con essa un contatto.
Quando Lerner parla di fiction, non fa quasi mai riferimento al solo genere letterario. Come Wallace Stevens, che usa il termine in riferimento alla poesia, la fiction riguarda non la distinzione tra ciò che è inventato e ciò che è verificabile, ma la capacità della mente di produrre una configurazione del reale. È una forma che produce significato, necessariamente soggetta a cambiamento e forse proprio per questo parte integrante dell’umano. «You have to produce the fiction because it textures the present», afferma Lerner nell’intervista realizzata con Alexandra Schwartz. Questa capacità è ciò che permette alla letteratura di immaginare e condividere alternative ed è il motivo per cui, anche quando fallisce, anche e soprattutto in un momento storico in cui la scrittura occupa un ruolo sempre più marginale, è necessaria. «We extend the dream when we share it. You call it fiction, but it is more» (p. 45).
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1 «E ora sentivo che Thomas aveva organizzato lo scambio telefonico che stava silenziosamente ascoltando […] che stava orchestrando queste interferenze, attraversando mondi, fili del telefono. Filamenti di vetro incredibilmente sottili sottoterra, sott’acqua […] che vibrano quando piccole onde li colpiscono – La chiami fiction, ma è molto di più» (trad. mia).
2 «Continuavo a vedere ora fiori veri, ora fiori artificiali, una specie di effetto anatra-coniglio non tra le cose che l’oggetto poteva rappresentare, ma tra natura e cultura, tra ciò che è dato e ciò che creiamo» (trad. mia).
“Alzati e cammina!”: mettere in scena la depressione (e il suo contesto).
Un’intervista con Francesca Astrei, autrice e interprete di “Io sono verticale”
a cura di Daniele Ruini
Ph. Stefano Macciocca
Francesca Astrei, Premio Ubu 2025 come migliore attrice under 35, è autrice e interprete di “Io sono verticale”, spettacolo vincitore del Premio della Giuria alla XII edizione del festival Direction Under30–Teatro Sociale di Gualtieri. Questo monologo, che prende il titolo da un verso di Sylvia Plath, utilizza l’episodio evangelico della resurrezione di Lazzaro per parlare di depressione, focalizzandosi soprattutto sulle reazioni delle persone vicine a chi soffre. Abbiamo rivolto all’autrice alcune domande a proposito di questa sua opera sorprendente.
Buongiorno Francesca, grazie davvero per la tua disponibilità! Qualche tempo fa mi sono imbattuto nella versione radiofonica di “Io sono verticale” (per Il Teatro di Radio Tre) e ne sono rimasto davvero colpito. Al di là della tua performance come interprete (su cui torneremo), la prima cosa che mi ha sorpreso è l’intuizione di riprendere –in chiave grottesca– la narrazione di uno dei più noti episodi evangelici, quello appunto della resurrezione di Lazzaro. Da dove ti è venuta questa idea, e come hai pensato che potesse essere una chiave efficace per parlare di un tema come quello –per usare le tue parole– dell’«abitare un dolore»?
Grazie a te per la proposta!
La scelta di parlare di depressione attraverso la metafora di Lazzaro è stata un punto di arrivo, non un punto di partenza. Quando ho iniziato a lavorare sul testo, avevo molto chiaro il tema: ovvero questo “abitare un dolore” non solo dal punto di vista di chi sta attraversando una crisi depressiva, ma anche dal punto di vista di chi è intorno, di chi è accanto alla persona “chiusa” nella propria sofferenza.
Approfondendo il tema della depressione (attraverso testimonianze dirette, letteratura, poesia, ecc.), le immagini più ricorrenti che ho riscontrato, sono state quella del “sentirsi morto”, del “non riuscire ad alzarsi dal letto”, e del letto come “tomba e culla” al tempo stesso. Da queste suggestioni, ho pensato a Lazzaro: non al fine di mettere in scena una riscrittura del passo del vangelo, ma per poter utilizzare Lazzaro come archetipo della persona viva e morta al tempo stesso, della persona che viene richiamata alla vita, della persona chiusa nel proprio sepolcro… Non è mio interesse “parodizzare”, o per l’appunto riscrivere la tradizione, ma poter utilizzare dei riferimenti per lo più noti a tutti, come set per poter costruire una metafora.
Che il disagio psichico, nelle sue varie forme, sia una patologia sempre più rappresentativa delle società occidentali è un dato di fatto. Così come abbiamo capito da tempo che gli imperativi della prestazione, della competizione e del successo, insieme all’atomizzazione sociale, alimentano baratri di inadeguatezza, impotenza e senso di fallimento. Meno scontato è riflettere sull’incapacità di mettersi in ascolto di chi attraversa il deserto della depressione, come se l’aver rimosso il negativo dal nostro orizzonte esistenziale ci abbia reso emotivamente insensibili; tutte le voci che martellano il tuo Lazzaro, a partire dall’imperativo «Alzati e cammina!», sembrano volerci ricordare che il disagio mentale –le sue cause e il modo in cui viene affrontato– ha molto a che fare anche con la società in cui viviamo: come ha sottolineato Marco Rovelli in “Soffro dunque siamo” (minimum fax, 2023), «il disagio […] è il linguaggio di un ambiente, ben prima che di un individuo». Ti sembra un’interpretazione appropriata per il tuo monologo? Sono riflessioni che ti hanno accompagnato nella sua stesura?
Io credo che il dolore sia un argomento talmente grande e al tempo stesso così intimo, per cui è veramente difficile tracciarne un’unica analisi.
Sicuramente il nostro essere in una società con così poca abitudine all’ascolto, rende tutto più complesso. Quello che però ho voluto esplorare con il mio monologo è l’amore e la difficoltà nel dialogo tra chi è “dentro” il sepolcro della propria condizione, e chi lo aspetta sulla soglia.
Anche l’essere vicino ad una persona che sta attraversando una crisi depressiva è estremamente complesso (e se ne parla poco): si desidera aiutare la persona in questione ad uscire dall’oblio, ma al contempo si ha la sensazione di parlare con un muro e di essere risucchiati nel vortice della sofferenza.
Le tante voci che cercano di spronare Lazzaro ad alzarsi e camminare, lo fanno secondo i loro criteri, i loro punti di vista e facendo quello che loro ritengono essere “la cosa giusta”. Senza nessun giudizio, ognuno di loro agisce e argomenta secondo il proprio sguardo sul mondo.
Non c’è un modo giusto di porsi ad una persona depressa: sicuramente ci sono dei modi che non aiutano, ma per lo più si tenta, si sbaglia, si dicono parole che generano un effetto diverso da quello sperato…
Questi sono anni in cui si sta approfondendo maggiormente il tema della malattia mentale, permettendo una maggiore riflessione a riguardo.
Lo spettacolo non offre una soluzione, non trae conclusioni, prova soltanto a indagare i vari punti di vista che ruotano attorno ad un tema così delicato.
Al di là della profondità dei temi toccati, “Io sono verticale” si regge su una scrittura drammaturgica sapiente e sulla tua capacità di dare voce –letteralmente– sia a Lazzaro sia a tutta la galassia dei personaggi che lo circondano. È una polifonia che cresce man mano che lo spettacolo procede, arricchendolo di tonalità diverse tra cui ha un ruolo centrale quella comico-grottesca, incarnata soprattutto da alcune figure: un Giuda con l’r moscia all’affannosa ricerca di trenta denari, un evangelista Giovanni perennemente distratto e incapace di prendere nota per bene del miracolo a cui sta assistendo, un’esilarante pecora dalla spiccata inflessione centro-italica i cui commenti rappresentano un controcanto polemico contro lo sfruttamento degli animali da parte di Gesù. La compresenza di questi registri era qualcosa che avevi in menti sin dall’inizio? E quanto è stato complicato trovare il giusto equilibro per tenerli insieme?
Non ho mai apprezzato molto le etichette (in generale!) di “comico” e “drammatico”. Ho sempre ritenuto più interessante il mescolarsi dei due colori, perché nella vita accade così: nei momenti di maggiore tristezza accade qualcosa che fa ridere, e viceversa. Nella scrittura cerco di ritrovare questo alternarsi, permettendo così di dare maggiore complessità al racconto.
In scena ci sono solo io, immobile, che do voce ai diversi personaggi che si affacciano sulla soglia del sepolcro, ed ognuno di loro ha una caratteristica vocale, o inflessione, che ne permetta il maggior riconoscimento. Ogni personaggio rappresenta un punto di vista sul tema, in alcuni casi in modo più leggero, in altri più approfondito: Giuda rappresenta l’ansia economica, quella condizione di sofferenza generata dal pensiero dei soldi e dei debiti; Pietro porta con sé (ripeto, nella sua leggerezza) l’ansia dell’essere stato nominato il “successore” del Capo, con tutta la responsabilità che ne consegue; Giovanni incarna la crisi dell’essere il più giovane del gruppo, a cui tutti dicono cosa fare senza dargli la possibilità di dire la sua; la Pecora diventa archetipo di chi si sente un non-privilegiato, di una classe sociale inferiore, e che quindi crede in un’elitarietà della depressione, “patologia di chi se la può permettere”. E così via per tutti gli altri personaggi…
Può sembrare strano, ma voglio bene ad ognuno di loro e il mio obiettivo è sempre stato quello di non giudicare nessuno di questi sguardi, ma provare ad attraversarli più a fondo possibile.
Verso la conclusione, il tuo Lazzaro si lascia andare a una confessione tanto bruciante quanto rivelatoria: «tutto quest’amore, il vostro amore, invece di essere una salvezza per me è una trappola […], è una condanna!». Questo sfogo ci consegna uno dei nuclei di verità più urticanti del tuo testo: essere investiti di sentimenti apparentemente positivi può diventare, per chi si trova in una situazione di stasi, un altro fardello, un’ennesima aspettativa subita e che non si è capaci di soddisfare. In questo senso, vedi il tuo lavoro anche come un’opportunità per aprire una breccia nel discorso comune, ovvero per dire l’indicibile?
A volte il dolore è talmente profondo che perfino l’amore di chi è intorno diventa un ulteriore peso da gestire. Anche quando questo amore è ricambiato: sommerso dalla sofferenza, ma ricambiato.
Questo è un pensiero che è emerso spesso nelle testimonianze di persone che hanno sofferto/soffrono di depressione. L’amore dei cari è l’unica cosa che salva: ma ci sono momenti in cui l’amore degli altri non basta, anzi, in alcuni momenti alimenta il senso di colpa e il senso di inadeguatezza.
Anche in questo caso, non voglio dare consigli o tantomeno illustrare un modo giusto e uno sbagliato di approcciarsi al tema: ritengo però sia importante affondare in esso, in tutta la sua complessità. Anche nelle cose che sono più difficili da verbalizzare, nelle cose di cui ci si vergogna, prendendo in analisi ogni punto di vista, da quello in cui ci rispecchiamo di più a quello più lontano da noi.
L’arte in generale e, per me, il teatro è un tramite potentissimo per questo processo: le parole prendono vita e corpo, e anche l’“indicibile” può diventare azione scenica.
Leggo con crescente ammirazione Procne machinedi Carmen Gallo. Come rendere conto di questo meccanismo che macina figure mitologiche accertando sottilmente la loro instabilità, metamorfosi, trasformazione? È un’arte della modulazione – meglio, della transizione.
Straziante storia di Procne e di sua sorella Filomela, narrata da Ovidio nelle Metamorfosi (cap. VI), che trova però la sua origine in una tragedia di Sofocle andata perduta, intitolata probabilmente Tereo. Ne restano frammenti. Non è il re di Tracia l’elemento cardine. Ciò che importa è invece la solidarietà tra due figure femminili, più un coro di donne. La vicenda è nota. È stata tramandata nel tempo, innervando forme allusive, più una serie di travisamenti, o di varianti. Lavoro da mitografi e copisti. Tereo, semibarbaro re di Tracia, sposa Procne, figlia del re di Atene, dopo aver salvato la città dagli invasori. Ma questa unione, segnala Ovidio, nasce già col piede sbagliato: «Né Giunone, / dea delle unioni, né Imeneo o le Grazie, assistettero alle nozze. / Furono le Furie a reggere le fiaccole, trafugandole / a un rito funebre, le Furie a preparare il letto, e un gufo immondo / calò sul tetto, appollaiandosi sopra la camera nunziale.»
Il resto è noto. Su richiesta di Procne, Tereo torna ad Atene per scortare Filomela dalla sorella; data la sua bellezza, il re perde la testa; così, disattendendo la promessa fatta al padre di ricondurla presto, giunto in Tracia la violenta, segregandola in un capanno sperduto nel bosco; mente poi alla moglie («Filomela è morta»), facendo la spola tra i due capezzali; le taglia quindi la lingua preoccupato che possa raccontare l’accaduto. Filomela però tesse su una veste la sua storia e fa in modo che Procne la riceva. Venuta a conoscenza della violenza, la moglie libera la sorella. Insieme a Filomela, Procne si vendica uccidendo il suo unico figlio, Iti, nato dall’unione con Tereo. Lo smembra e lo cuoce. Tereo se lo gusta durante un banchetto. Filomela lancia la testa del ragazzo sul tavolo imbandito. Tereo, furioso, straziato, si trasforma in upupa. Inseguirà senza tregua le due sorelle, trasformatesi a loro volta in usignolo (Procne) e rondine (Filomela).
Un gufo immondo fa da ouverture a quella che, nel libro, si presenta come una parata di volatili dislocata lungo le pagine (Procne machine nasce dalla lettura di un atlante delle specie nidificanti e svernanti nella città di Napoli, finito chissà come sopra il suo tavolo di casa). All’inizio c’è il terrore per i piccioni, la fascinazione per le rondini, per il canto degli uccelli, le lunghe migrazioni a seconda delle stagioni. E poi le gabbie, l’impossibilità di fuga. Le rondini sembrano svanire nel nulla, assorbite dai rami spogli degli alberi nei mesi invernali («Già Aristotele aveva notato / la mancanza di rondini in inverno. / Come altri credeva che posandosi / sugli alberi senza foglie dell’autunno / gli uccelli si trasformassero in rami»). Questa concatenazione di malessere, battito di ali, piume nelle scale di casa, stormi in viaggio, sangue, tavolini e bicchieri rovesciati, più il mistero del canto (lo si impara per “imitazione”?), introduce al secondo segmento del libro, Procne machine, alla lunga disamina mitologica. «Ho immaginato Procne, la rondine del mito, che sta per scomparire. L’ho immaginata cantare lì tra le pietre di tufo e le polveri sottili. Prima usignola e poi rondine. Ho immaginato di vederla posarsi più a lungo, con sua sorella, quella muta con la lingua tagliata. Ho immaginato di sentirle cantare, entrambe. Di seguirne nel bosco le tracce, le fughe, i nascondimenti. Le metamorfosi.»
L’immaginazione lavora. Macchina il testo. Tanto che, di questa storia crudele, tragica e luttuosa, il libro diventa la sua incessante modulazione. Del suo prolungamento. Le figure migrano, nella secchezza lirica della scrittura. Se ne trovano tracce nell’Eracle di Euripide, nell’Odissea, negli Uccelli di Aristofane. E nelle Supplici di Eschilo, dove il pianto delle figlie di Danao, in fuga per evitare il matrimonio, pare simile a quello della moglie di Tereo. Nell’Agamennone, Cassandra è descritta dal coro come «l’usignola mai sazia di pianto che ripete Iti, Iti, Iti». Terribile onomatopea. Nulla di più tragico e straziante di un canto che è un pianto che sgorga da una violenza.
Nell’Eracle, il coro evoca le Danaidi assassine dei mariti e Procne assassina del figlio Iti. Ed è lo stesso Eracle a sottolineare: «Per il triste e nobile figlio di Procne, suo figlio unigenito, posso dire che il suo assassinio era un sacrificio alle Muse». Il lutto può trasformarsi in canto melodioso?
Curiosamente, nelle pagine dei poeti latini e rinascimentali i ruoli vengono invertiti. È Filomela a diventare usignolo. Non piange il figlio perduto, ma la terribile violenza subita. Così, come ricorda Nicole Loraux (Le madri in lutto), nell’ultimo capitolo dell’Hypnerotomachia Poliphili, «Filomela “piange per le violenze dell’adultero e perfido Tereo, cantando, cinguettando: Terèus, Terèus, emè ebiàsato”».
Le pagine avanzano. Incontriamo Shakespeare: Tito Andronico, il Sogno di una notte di mezza estate, Romeo e Giulietta. Perfino La Tempesta. Nel primo, incappiamo in Lavinia stuprata e mutilata. Sarà lei a indicare le Metamorfosi di Ovidio, la storia di Filomela, al nipote. Quella storia è la sua. E poi ancora gli uccelli. Nel Sogno di una notte di mezza estate, le fate «chiamano l’usignola Filomela perché con il suo canto aiuti la regina Titania a prendere sonno e a tenere lontani incantesimi e magie». Senza successo. E una svista di Giulietta, che confonde l’usignola (che canta nella notte) con l’allodola (che annuncia l’alba), ingarbuglia il tempo, mettendo a rischio la vita di Romeo. E ancora Eliot, pagine di Coetzee. Laurie Anderson canta la morte della sua cagnetta Lolabelle così come quella di sua madre che, ricoverata in ospedale, alla fine dei suoi giorni parlava agli animali con cui era vissuta e che vedeva sul soffitto. L’album, colonna sonora del suo film intitolato Heart of the Dog, contiene, come ultima traccia, un pezzo di Lou Reed cantato insieme a lei, intitolato “Turning Time Around”. Come si fa a rovesciare il tempo? A cambiare le cose?
Le due sorelle migrano, viaggiano lungo i secoli. Le ritroviamo uccelli impagliati. Sono loro? «Da quando ci hanno impagliate / non abbiamo più bisogno / di un posto dove andare». Sono le mute testimoni della vita catastrofica, violenta, malinconica, di una serie di inquilini che negli anni transitano nell’appartamento che le ospita. Fino al loro degrado, deterioramento, rovina. La sezione del libro si intitola Le metamorfosi, ed è un lungo poema che funziona come un “campo magnetico”. Tutto ciò che abbiamo attraversato tra le pagine sembra essersi dato appuntamento qui, trasfigurato nelle esistenze, nelle cose viste dalle due creature impagliate. C’è una donna bianca anziana, ad esempio, che parla al soffitto. «È morta dicendo qualcosa. / “come un cane” o forse / “non te ne andare”».
Idea che Procne machine sia una macchina mitologica al lavoro. Una moltitudine di figure si irradia, gravita da un centro vuoto. Seguendone il funzionamento, il meccanismo, si possono generare narrazioni, assemblare e montare una serie di immagini. Grande perizia di Carmen Gallo. Procne machine è il luogo dinamico di un’opera combinatoria fatta di materiali testuali, mitologici, poetici. Lo spazio della loro interpretazione. Di più. Qualcosa nel funzionamento della macchina, il suo spazio vuoto al centro, sembra rinviare a quell’esperimento mnemonico che è il Teatro della memoria di Giulio Camillo. Con un ribaltamento prospettico, l’osservatore agisce su uno spazio vuoto: il palcoscenico. Il suo sguardo vaga tra le gradinate, le porte, i settori popolati dalle immagini. La cavea diventa una macchina visiva, enciclopedica. Da quello spazio vuoto lavora le immagini, le modula, classifica, deforma. Ebbrezza di un’operazione mnemotecnica. La macchina mitologica e il Teatro della memoria sarebbero dunque come l’origine, il nucleo della memoria stessa? Un inferno in cui si trovano, immagazzinate nel tempo, immagini e storie di cui noi siamo i destinatari.
Arte della memoria, storia della cultura, mitologia? Insomma, cos’è questo libro? Mi pare di scorgervi i cardini del famoso frammento n. 116 dell’Athenaeum, la rivista che per due anni Friedrich Schlegel e suo fratello August Wilhelm pubblicarono a Iena:
«La poesia romantica è una poesia universale progressiva. Il suo scopo non è solo quello di unificare nuovamente tutti i generi separati dalla poesia e di porre in contatto la poesia con la filosofia e la retorica. Essa vuole, e deve anche, ora mescolare ora fondere, poesia e prosa, genialità e critica, poesia d’arte e poesia della natura, rendere la poesia vivente e sociale».
Spazio poetico, di riflessione e analisi critica, saggio, breve silloge di traduzioni di testi (Keats, Tennyson, Hardy, Shelley, Yeats, Éluard), spazio di descrizioni, Procne machine sembra prolungare quell’imperativo romantico. È un testo che ingloba tutto, anche ciò che non appare specificatamente poetico. Idea dell’assoluto letterario e di una rivoluzione permanente. Una riflessione moltiplicata «come in una serie interminabile di specchi».
L’ultima sezione contiene l’ecfrasi di un’opera di Max Ernst realizzata nel 1924 (l’anno del primo Manifesto surrealista): Due bambini sono minacciati da un usignolo (olio su legno con elementi in legno). Dipinto che vira verso l’assemblage. Quattro figure e un volatile. Una donna guarda verso l’alto brandendo un coltello. Un uccello in lontananza, nel cielo azzurro, che dirada verso il verde e il giallo. Un uomo vestito di nero sul tetto di una casa senza finestre. Tiene in braccio una bambina dai capelli lunghi. Sulla facciata della casa un coltellino «da burro o da formaggio». Il braccio sinistro dell’uomo è disteso in direzione di un pulsante rosso che sporge dal dipinto. Sul fondo, nel punto di fuga, un arco e una cupola. In basso, sull’erba, una massa simile a un corpo umano «in parte rovesciato, in parte coperto da un drappo». E ancora, sulla base della cornice interna in legno è fissato il cardine di un recinto che si apre sul fuori.
Questo quadro è un enigma. Un sogno d’infanzia. Un insieme di figure lo abita. Vi risuonano ancora una volta gli elementi che il libro enuclea. I capelli della donna fluttuano nell’aria ondulati. Sono onde mnemoniche? Non esageriamo. Il recinto attrae inevitabilmente l’attenzione. Funziona come una rottura nello spazio della rappresentazione, la sua infrazione. Carmen Gallo scrive che «lo spazio del quadro è chiuso e nessuno può uscire. Il recinto è aperto e non protegge nessuno, né quelli dentro né quelli fuori.» L’insieme produce una sorta di stasi inquieta, minacciosa. «Il tempo del quadro però è dato e nulla può accadere. Ma se invece ci fosse tempo, ancora tempo per rovesciare il tempo, la donna con il coltello potrebbe allontanare per sempre l’usignolo?».
Ma quale cancello allora? A cosa serve se nessuno può uscire? Forse serve a noi. È la soglia che ci permette di interagire con quelle figure? Ci permette di rilanciare, prolungare, mettere di nuovo tutto in movimento? Procne machine potrebbe allora essere il titolo di una delle “scatole” di Joseph Cornell (allusione a Medici Slot Machine, 1942). Scatole come montaggi enigmatici: piccolo teatro che contiene figure, carte astrali, oggetti. La loro interpretazione. Cornell è anche l’autore di due film di montaggio (girati da Rudy Burckhardt) in cui appaiono, come figure chiave, proprio i piccioni: The Aviary (1955) e Nymphlight (1957), dove compare anche una bambina. Ci troviamo a Bryant Park, New York. Corre intorno alla fontana, vestita di bianco: per ora, sembra non temerli. Eccoli appollaiati sui rami di un albero dalle foglie verdi. Si trasformeranno anche loro in rami, una volta giunto l’inverno?
I giacobini neri. Toussaint Louverture e la rivoluzione di Haiti di C.L.R. James ( trad.it. di Emanuele Giammarco, pref. di Sandro Mezzadra, Tangerin, Napoli, 2026, euro 25) ritorna in una nuova edizione presso le librerie italiane. Si tratta di un classico dell’anticolonialismo, che racconta una storia, quella della nascita di Haiti e della lotta dei Neri contro lo schiavitù, che fu probabilmente il primo episodio, perlomeno in forma organizzata e consapevole, di lotta anticolonialista. Questo libro, che nell’originale in lingua inglese apparve nel 1938, è opera di C.L.R. James studioso e militante politico di posizione trockista, che dunque riesce a leggere la conflittualità razziale entro una chiave interpretativa basata sulla lotta di classe. Nonostante James infatti costruisca un’opera storiografica basata sullo studio delle fonti, rivendica egli stesso la natura anche militante di questa rammemorazione, potremmo dire con parola benjaminiana, in cui la storia della Santo Domingo francese diventa il passato prossimo immediatamente attualizzabile di ogni lotta razziale e anticoloniale. Questa visione non può essere patrimonio del semplice studioso accademico e infatti James scrive “La prosa lirica e i petali di rose li lasciamo agli storici e ai comizianti degli anniversari” (ed.cit. p.95) quando ricorda che con lo scoppio della rivoluzione francese la burocrazia coloniale cerca di associare i mulatti al proprio governo nello sforzo di mantenere il controllo dell’isola, allo stesso tempo facendo retrocedere il pregiudizio razziale. Nella battuta troviamo la rivendicazione di una visione dialettica della realtà che solo il militante può cogliere.
Se sopra si è definito I giacobini neri un classico, può essere utile chiedersi che cosa s’intenda per un libro del genere con tale parola. Ci aiuta Sandro Mezzadra nella prefazione quando ricorda che il libro appare in un contesto storico ben preciso in cui il movimento panafricano, dopo l’attacco italiano all’Etiopia, concepisce la necessità di una mobilitazione anticoloniale sistematica. Essere un classico in altri termini vuol dire recuperare un passato storico e una figura, quella di Toussaint Louverture, in nome di una necessità presente e contestualmente renderlo disponibile per tempi futuri.
Proprio la figura di Louverture, già ampiamente analizzata e perfino cantata nel diciannovesimo secolo, viene descritta e colta storicamente, evitando qualsiasi medaglione esemplare o monumento. Egli è una figura eccezionale nel senso che tempi eccezionali come quelli rivoluzionari producono uomini alla loro altezza; tuttavia la sconfitta di Toussaint Louverture di fronte alla spedizione napoleonica del 1802 viene descritta senza infingimenti come frutto dell’incertezza e dell’incapacità del capo rivoluzionario di abbandonare quei principi, la moderazione nei confronti della popolazione bianca e il legame con la Francia rivoluzionaria, alla base del suo successo, anche quando è evidente che essi non funzionano più perché Napoleone ha ormai chiaramente deciso di ripristinare la schiavitù. Louverture cade per la sua fedeltà alla rivoluzione che il vertice di quella stessa rivoluzione ha deciso di tradire. Gli errori politici non vengono elegantemente sottointesi, ma presentati dentro una prospettiva storica in cui assumono quasi un carattere di necessità e quindi di tragedia. In fondo Toussaint ebbe il torto di praticare quella politica della riconciliazione che è stato il grande merito di Mandela nel Sudafrica del dopo Apartheid, con due secoli di anticipo in un contesto, anche da un punto di vista culturale, troppo arretrato perché sostenitori e avversari comprendessero l’ampiezza della visione. Lo sostituirà Dessalines che compirà quella strage della popolazione europea, che i bianchi avevano paventato proprio nel predominio di Louverture e allo stesso tempo fomentato appoggiando le spedizioni napoleoniche che si riveleranno disastrose, anche perché elimineranno l’unico dei leader dei giacobini neri interessato autenticamente a costruire la convivenza e a mantenere il legame con la Francia.
Nel racconto Il fidanzamento di Santo Domingo, ambientato nella Haiti rivoluzionaria, in particolare nella fase della guerra in cui Dessalines ha sostituito Louverture catturato dai francesi al comando delle forze rivoluzionarie, Heinrich Von Kleist racconta l’amore di una fanciulla, figlia di una mulatta e di un europeo, che vive con la madre in casa di un ex schiavo nero diventato un capo rivoluzionario, dopo aver ucciso spietatamente il suo padrone, che pure lo aveva sempre trattato con umanità, per un ufficiale di nazionalità svizzera, ma appartenente all’esercito napoleonico, che cerca con alcuni famigliari di mettersi in salvo dirigendosi a Port au Prince. La ragazza, a cui l’ufficiale ha chiesto la mano, non esita ad abbandonare la madre e il patrigno, che volevano la morte del soldato e viene senza pietà a sua volta da loro uccisa per il suo tradimento. Prima di morire spiega che lei non ha tradito nessuno, ma è tornata a schierarsi con la sua gente, visto che è figlia di un europeo. Ora lo stesso James ricorda come nella colonia francese per essere considerato bianco occorreva avere addirittura i centoventotto centoventottesimi di ascendenza europea, che la protagonista non ha: tecnicamente sarebbe stata chiamata una quarteron e pertanto nessun bianco l’avrebbe nella realtà mai sposata. Tra l’altro Von Kleist non era affatto di sentimenti filonapoleonici, al contrario l’ambientazione haitiana di questo racconto è dovuto al fatto che, arrestato nel 1807 dai francesi, trascorse i sei mesi di prigionia nella stessa cella dove pochi anni prima era morto Toussaint Louverture; eppure il suo racconto pullula di stereotipi razziali ed è un esempio particolarmente eloquente del contesto culturale ostile alle politiche di Louverture.
Il libro si conclude con un’appendice inserita da James nell’edizione del 1962, intitolata da Toussaint Louverture a Fidel Castro, nella quale l’autore ricostruisce, seppure succintamente, l’elaborazione di una cultura autonoma e tutte le lotte anticoloniali e antirazziste del mondo antillano e caraibico, fino alla rivoluzione cubana, che viene vista in questa prospettiva storica come lo sbocco di quel ciclo di lotte cominciato dai giacobini neri quasi due secoli prima. Infatti la rivoluzione haitiana e quella cubana, pur con tutte le ovvie differenze storiche e anche sociali, a Cuba per esempio la schiavitù fu un fenomeno limitato, hanno dovuto affrontare problemi tipicamente indo-occidentali, “Il frutto specifico di una determinata radice e di una determinata storia” (op.cit. p.429). E forse uno dei motivi più significativi e più attuali per accostarsi oggi a questo libro è l’approssimarsi della fine dell’esperienza cubana, minacciata ancora una volta dal colonialismo che, come ricorda James, assume nelle diverse epoche forme diverse ma al fondo resta sempre lo stesso (sfruttamento economico, oppressione razziale), perché ci spiega che tutte queste vicende si muovono dentro una storia più lunga di cui anche il potenziale epilogo di questi giorni non sarà che un episodio.
Randa Ghazy con questo libro si propone di cambiare la lente con cui per troppo tempo si è raccontata la Palestina: offrendo prospettive nuove, umanizzando il popolo palestinese attraverso testimonianze raccolte di prima mano, ripercorrendo gli avvenimenti che hanno portato alla situazione attuale, perché la Storia «non è cominciata il 7 ottobre». La Storia è la lente senza la quale il presente risulta incomprensibile. Ecco perché il primo passo per decolonizzare il nostro approccio alla Palestina, e la narrazione che ne facciamo, è ricordare il passato e riconoscere il legame del popolo palestinese con la propria terra. Solo se utilizziamo questa lente possiamo capire appieno gli eventi di oggi. Se spegniamo il ronzio della propaganda israeliana, dell’appiattimento culturale e intellettuale dei nostri salotti televisivi, al netto delle dichiarazioni surreali e tutt’altro che veritiere dei nostri governi, ciò che sta accadendo si rivelerà a noi per quello che è: un crimine che può continuare a perpetrarsi solo grazie alla nostra complicità. Per fare questo, tuttavia, dobbiamo ammettere una verità amara: in questa vicenda non siamo noi i «buoni». Se, per difendere Israele, abbiamo dovuto accettare la distruzione del nostro sistema di leggi internazionali, significa che abbiamo perso noi stessi. Yasmeen, Nedal, Yousef, Bushra, Hani, Mosab: sono le storie che i nostri media hanno deciso di non raccontare. Che i nostri leader scelgono di ignorare. Che i nostri studenti non hanno mai studiato. E che i nostri cuori sanno di non aver accolto. Dobbiamo ripartire da qui. Dalla memoria. Ricordare la Storia, ricordare i rifugiati palestinesi. Reclamare il loro diritto al ritorno.
Palestina. Una regione che è ponte tra continenti, corridoio per chi si muove, passaggio obbligato da sempre, dalla preistoria ai giorni nostri. Una terra che nella storia ha visto più guerre di qualunque altra, da cui emana un senso del sacro più forte che altrove. Un luogo in direzione del quale ci si gira per pregare, verso il quale si puntano armi, dal quale decollano aerei carichi di bombe, per il quale si lotta da decenni, secoli, millenni.
Una terra così è stata disegnata migliaia e migliaia di volte, e ognuno ci ha visto qualcosa di diverso, ci ha aggiunto del suo, speranze, desideri, tradizioni, un credo, persino l’arroganza e la crudeltà. Matteo Meschiari usa lo sguardo dell’antropologo e del geografo per decostruire quaranta mappe di questa terra, senza mai dimenticare la gente che quei luoghi li abita. Perché la Palestina, come ogni terra reale, è fatta di persone, prima che di segni e convenzioni, e chi vuole la pace, dietro le linee di un trattato, vede sempre i volti, le singole storie.
Chi apre un libro di poesia, vuole farsi luce con una candela in piena deflagrazione di una bomba a idrogeno.
– Philippe Jaccottet
Sono del tutto consapevole di partecipare a un’attività che dovrebbe far cambiare le cose più di quanto non faccia.
– Brian Eno
Due commenti sull’umiltà dell’arte. Jaccottet l’esprime con un’immagine delirante che deve il suo umorismo tanto alle metafore utilizzate (poesia=candela; deflagrazione della bomba a idrogeno=tutto il resto) quanto alla loro giustapposizione fulminante, mentre Eno la riconosce semplicemente con un sorriso pieno di autoderisione.
Ma, lasciando da parte la loro ironia, possiamo benissimo prendere queste osservazioni come degli elogi indiretti di un aspetto importante ma spesso misconosciuto dell’arte: la sua modestia relativa. In un mondo sempre più caratterizzato da avvenimenti che si svolgono su scala planetaria (catastrofi ecologiche, conflitti militari che si generalizzano, crisi dei rifugiati, guerre commerciali, pandemie virali, ecc.), l’arte resta una forza discreta e comparativamente limitata. Nonostante gli sforzi continui per drammatizzarla, monetizzarla, e renderla più favorevole alla famiglia, essa resiste, e la sua autentica potenza – la capacità di trasformare le menti e le vite – continua a funzionare sotto la soglia della visibilità sociale. Che questa trasformazione si produca principalmente sul piano dell’individuo, ossia una mente alla volta, lascia intendere una granularità che testimonia della potenza del piccolo, qualcosa che ha percepito chiaramente Agnès Varda, riconoscendo in lei stessa questa qualità. “Sono piccola, ha detto in un’intervista verso la fine della vita, sono sempre stata piccola. Ma solamente sul piano fisico.”
*
[I] libri dicono qualcosa senza che siano letti, e non è il meno importante.
– Theodor Adorno
Credo a questo potere immanente dei libri, a volte bisogna lasciarli chiusi perché dicano i loro segreti.
– Hervé Guibert
Cosa comunica un libro se non lo si apre o non si legge altro che la sua copertina? Ogni sorta di cosa, almeno in principio. Se c’imbattiamo in questo libro sullo scaffale di una libreria o di una biblioteca: la natura dell’opera e a quali lettori è indirizzata; il carattere del suo editore e la sua visione del libro; il carattere della libreria o della biblioteca in cui si trova e la clientela reale o supposta che le frequenta. Se lo vediamo a casa di qualcuno: potenzialmente, la classe socio-economica e lo statuto o attitudine educativa / intellettuale del suo proprietario (o di chi l’ha preso in prestito, nel caso di libri provenienti da biblioteche); la sua attitudine verso il possesso dei libri; i suoi centri d’interesse e ambiti di ricerca e la natura di questi centri / ambiti; per non parlare della sua relazione con i libri su di un piano più generale. Da notare, che tutte queste cose sono esterne al libro in quanto tale (letteralmente, dal momento che non lo abbiamo aperto).
E il potere immanente del libro? I suoi segreti? Quest’ultima idea mi sfugge: come un libro mi rivelerebbe i suoi segreti, se non lo aprissi o non leggessi che il titolo? Di quale natura sarebbero questi segreti? Non ne ho la più pallida idea. Quanto al potere immanente del libro, è chiaro – i libri possono cambiare e in effetti hanno cambiato il corso delle cose. Il potere immanente del libro – questa qualità che sarebbe “più forte della spada” – è necessariamente ciò che spinge alcuni a volerli censurare, vietare, bruciare, come se un’idea potesse essere eliminata (cfr. lo slogan anti-guerra-contro-il-terrorismo di Jonathan Barnbrook. “Non si può bombardare un’idea” (un rifacimento di quello di Medgar Evers, “Si può uccidere un uomo, ma non si può uccidere un’idea” (entrambi evocano l’osservazione spesso citata da Heine, “Là, dove si bruciano libri, si finisce per bruciare gli uomini”))).
Nota sulla “potenza della letteratura”
di Andrea Inglese
I testi che compongono En exerguedi Guy Bennett (éditions Lanskine, 2025) sembrano invitare il lettore a un gioco metaletterario e forse iperletterario, ma dal momento in cui si gioca, e la letteratura è, malgrado tutto, o forse prima di tutto, un gioco, ebbene giocando ci si sporge inevitabilmente sulla vita, su qualcosa che precede il gioco, e in qualche modo lo accerchia. Se la vita non fosse quella che è, con le sue incoerenze, la sua brutalità, la sua inconcludenza, non ci sarebbe qualcosa come il gioco letterario, che inventa forme riconoscibili, leggere, compiute. Vi è un continuo andirivieni, nel libro di Bennett, dalla letteratura alla vita, ma in realtà è come se si trattasse di due lati di un identico nastro. Scrivere la vita è vivere, e nello stesso tempo distaccarsi in parte dalla vita.
Il passo che comunque m’interessa commentare è presente nel primo dei due testi qui tradotti. (Guy Bennett, pur essendo un poeta statunitense, ha scritto questo libro direttamente in francese.) Leggiamo: “l’arte resta una forza discreta e comparativamente limitata”. Qui l’autore non distingue arte o letteratura, né distingue poesia da romanzo. L’arte (e la letteratura) di cui si parla, è ovviamente la nostra, ossia storicamente situata dalla modernità (dai romantici) in poi. Arte e letteratura che non corrispondono più a un ordine del mondo e dei valori definiti, ma che procedono piuttosto per decifrazione sia dell’umano sia del mondo, nella loro storicità radicale e aperta. La letteratura, insomma, ha una forza, ma essa è “discreta e comparativamente limitata”. Alle nostre orecchie di servi del capitalismo, che ci nutre e ingrassa spiritualmente, questi due aggettivi sono una sciagura: la forza ha senso, è interessante, se è un fenomeno tendenzialmente crescente – se può aumentare e in maniera illimitata. Una forza limitata e discreta – nel senso di poco appariscente, ossia non “pubblicitaria” – non è una vera forza, oppure è una forza del “povero”, del “loser”, di quello che è destinato a non far crescere contatti, lettori, followers, ricavi monetari, ecc.
Più oltre, nella sua riflessione sulle caratteristiche della “forza letteraria”, Bennett aggiunge un termine magnifico: granularità. La letteratura agisce a questo livello: grano per grano, mente per mente, individuo per individuo, lettore per lettore. Siamo fuori dal regno della statistica e dei grandi numeri. Siamo fuori dagli effetti di massa. Siamo fuori dalle generalizzazioni: “la gente”, “i lettori”, “gli italiani”, “le donne”, “gli adolescenti”… Tocchiamo qui la verità che le nostre istituzioni culturali e le nostre aziende editoriali, devono subito dimenticare: la granularità è un meccanismo ostruzionistico, bloccato, a scorrimento esageratamente lento e strangolato. Non siamo più neppure nel mondo delle piattaforme elettroniche, con gli sciami di dati e azioni digitali che scorrono da un punto all’altro, con una contabilità perenne e chiara. Un libro non solo trasforma un lettore alla volta, una mente individuale alla volta, ma quanto li trasforma? Li trasforma fino a dove? Dove operare il conteggio? Dove misurare l’incremento? La produttività? L’aumento dell’efficacia? Rispetto ai grandi esperimenti, a cui siamo quotidianamente esposti in rete e sugli altri media, di un condizionamento di massa, perenne ma inavvertito, il libro incontra un lettore alla volta, e il lettore se ne appropria, e solo attraverso questa sua disponibilità (e nello stesso tempo capacità) d’appropriazione, c’è qualche ragione di credere in un mutamento. Quello che conta, qui, non è quello che l’informazione inconsapevolmente produce su di te (condizionamento), ma quello che tu, in quanto lettore, fai del discorso letterario, avvicinandolo e integrandolo nei tuoi strumenti di decifrazione di te stesso e del mondo (lettura come autoeducazione).
Che una cosa del genere possa accadere è meraviglioso e in qualche modo miracoloso. E ciò dovrebbe rendere chi scrive e chi fa arte, orgoglioso e nello stesso tempo speranzoso. Che una cosa del genere possa accadere nella forma della granularità, dovrebbe rendere chi scrive e chi fa arte modesto e grandemente paziente.
Nel secondo testo di Bennett, la questione si sposta sugli effetti a medio e lungo termine del libro, questa volta generalmente inteso. Non è solo la forza materialistica dei bisogni a cambiare il corso del mondo, ma anche la forza di creazione simbolica – immaginaria, concettuale –, che un libro può evocare. E questo è un discorso ostico per la mentalità capitalista, che però cerca subito di reintrodurre una contabilità chiara grazie al paradigma cognitivista e alla sue ramificazioni neuroscientifiche. Ma è un discorso ostico anche per molta cultura critica impregnata di marxismo più o meno scientista. Come può un “molle” elemento della sovrastruttura tagliare con più efficacia della spada, se qualche elemento strutturale non l’accompagna e determina? Non scioglieremo qui questo enigma. Ma su questo argomento qualcosa ci può dire uno degli avvenimenti più intollerabili della nostra epoca: il tentativo dello Stato d’Israele di annientare la popolazione palestinese di Gaza. Questo tentativo, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, si è dato tutti i mezzi, la potenza e la legittimità ideologica possibile per realizzarsi. L’esercito e l’aviazione israeliani hanno distrutto tunnel, strade, case, scuole, ospedali, università, moschee, impianti idrici, campi coltivati, adulti e bambini, miliziani e civili, uomini e donne. La materialità dei corpi e delle cose è stata abbondantemente colpita. Ciò nonostante, ad esempio, i palestinesi e le palestinesi non hanno smesso di scrivere poesie. Poesie per rivendicare l’esistenza – su carta, nel discorso, sul piano simbolico insomma – del popolo palestinese, come entità collettiva ed esperienza individuale, con una sua precisa vicenda storica e culturale. Quelle poesie fanno parte della dimensione ideale, non tangibile, e quindi indistruttibile, che risponde al fuoco militare israeliano.
In quanto poeta io stesso, la più grande lezione di questi tempi l’ho avuta dalla poesia palestinese, dai poeti e le poetesse palestinesi che scrivono o hanno scritto sotto le bombe, che sono morti, in diversi casi, scrivendo sotto le bombe. La poesia, come le altre forme della letteratura e l’arte, non solo hanno la potenza della spada, quale che sia il valore economico o di visibilità sociale che a esse assegniamo, ma non sono lontanamente un lusso, un passatempo per qualche élite assillata dall’urgenza di distinguersi dalla massa. Scrivere letteratura, ossia essere nella decifrazione di sé e del mondo, è una pratica, ossia una forma di vita, un modo specifico di vivere, di potenziare per via granulare la nostra vivente comunicazione con i nostri simili. Scrivere letteratura significa anche ascoltare il linguaggio, e tutta l’immensa stratificazione di voci passate che in esso si sono depositate. E questo ha anche un senso politico. Il linguaggio contiene una distesa di voci che esorbitano da ogni lato il discorso dominante nel nostro presente, ovvero la voce che si arroga il diritto di parlare a nome dello spirito del tempo.
*
Nel 2023, ho presentato su NI un progetto collettivo curato da Guy Bennett,Poetry from Instructions / Poesia secondo istruzioni. Un’opera di poesia generativa (non combinatoria), accompagnato da un’intervista all’autore.
Valerio Magrelli, È specialmente nel pianto. Da: Poesie (1980-1992) e altre poesie, Einaudi 1996, p. 26.
–
È specialmente nel pianto
che l’anima manifesta
la sua presenza
e per una segreta compressione
tramuta in acqua il dolore.
La prima gemmazione dello spirito
è dunque nella lacrima,
parola trasparente e lenta.
Secondo questa elementare alchimia
veramente il pensiero si fa sostanza
come una pietra o un braccio.
E non c’è turbamento nel liquido,
ma solo minerale
sconforto della materia.
____
[Mots-clés è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. La prima domenica del mese Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a: ornellatajani@hotmail.it Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti.]
Dieci anni fa su questo sito pubblicai Panopticon, un racconto di Michele Mari. Una fantasia sull’ideazione da parte del filosofo Jeremy Bentham del noto carcere a struttura circolare, dove un singolo custode può sorvegliare ciascun detenuto. La prima realizzazione di questa architettura della sorveglianza penitenziaria fu nell’isola pontina di Santo Stefano, Regno delle Due Sicilie, Basso Lazio, nel 1795. Ed è stato durante una visita a quel carcere borbonico che a Mari è venuta l’idea del racconto. Una breve indagine psicologica, si potrebbe dire, sulle motivazioni e pulsioni che avrebbero potuto animare l’ideatore del “carcere veditutto”.
Leggiamo qualche estratto:
“Così oggi io, l’Ispettore, siedo al centro, e guardo. Tutt’intorno a me, alla distanza di un raggio di cinquanta metri, gira la circonferenza di un edificio formato da tre ordini di logge; ogni loggia si articola in trentatre celle: gli assassini in basso, i pazzi in mezzo, e i politici in alto, per un totale di novantanove reclusi. Dal mio scranno girevole li tengo tutti sotto controllo, e poiché li spio da una feritoia continua, nessuno di loro può sapere quando io sia di vedetta, né in quale preciso momento il mio sguardo sia orientato verso di lui. Questo incute in ognuno di loro l’idea di essere visto ininterrottamente, ciò che inibendolo e paralizzandolo ne fa un detenuto ideale. Ideale, voglio dire, al punto da trasformarsi nel proprio custode, poiché interiorizzando il mio sguardo ha finito con il sentirsi guardato in continuità da se stesso”.
E ancora:
“La guardia, il guardiano, è chi guarda: se solo l’uomo avesse un po’ più di coscienza etimologica, quanti inconvenienti si eviterebbero!”.
Ma questo, forse, oggi, è il brano più interessante del racconto:
“Un complesso sistema di tubazioni a raggiera mi porta anche i suoni: basta che io tolga l’opercolo a uno dei novantanove ugelli che si affacciano alla mia specola per sentire le bestemmie e le preghiere di ognuno, il suo pianto, un tamburellare di dita, un colpo di tosse: per questo dopo qualche mese di detenzione i prigionieri più pavidi divengono pressoché muti”.
Chi sta ancora leggendo questo pezzo avrà capito – immagino – dove voglio andare a parare. Ma mi prendo ancora un po’ di tempo.
In una nota a commento del racconto, Antonella Falco osservava:
“Aspetto da non sottovalutare è che la torretta centrale, oltre ad essere la sede del custode, è aperta anche ad altri eventuali visitatori, non solo parenti di detenuti ma anche semplici curiosi. La rete voyeuristica ideata da Bentham è dunque molto più larga di quanto si possa immaginare in un primo momento e nella mente del filosofo utilitarista inglese può trovare applicazioni anche al di fuori del sistema carcerario. (…) Mediante il suo panopticon Bentham ha concepito una nuova forma di dominio dell’uomo sull’uomo, raffinata e moderna, che Michel Foucault, nel suo saggio Sorvegliare e punire, individua come paradigma del potere nell’ambito della società contemporanea, un potere che non incombe più dall’alto ma pervade il tessuto sociale dall’interno ramificandosi in esso e creando una fitta rete di correlazioni”.
E adesso veniamo un po’ al punto. Quando è scoppiato il noto affaire Mari-Ciabatti, questo racconto mi è tornato subito in mente. “Quasi” subito, per l’esattezza. Sulle prime mi sono limitato anche io, come molti altri, a vivere un’esperienza panottica, grazie all’articolo di Repubblica che ricostruiva la vicenda, sulfureamente propagato sui vari social. Spiavo come molti la presunta lite sul van dello Strega, le presunte parole misogine pronunciate da Mari sul corpo di Michela Murgia, e il momento sembrava cadere a metà strada tra la diceria e il grande fratello.
Ero, lo ammetto, costernato. Mi chiedevo come diamine fosse possibile che uno scrittore così raffinato avesse giudicato in quel modo una collega, per di più morta e ormai incapace di difendersi. Ero pronto anche io a chiudere per sempre la porta del gabbio alle spalle del detenuto Mari, recluso nel pulmino dello Strega? “Recluso”, sì, perché in quel van, in quella conversazione privata immediatamente trasformata – dalla diceria – in questione pubblica, si andava cristallizzando un’esperienza carceraria sorvegliata. Mari, l’imputato, non poteva più uscire dal van. Le sue presunte parole lo intrappolavano lì dentro. E fuori, dalla raggiera dei social alimentata da riflessioni e interviste media, il mondo (o la “bolla”) sbirciava. Proprio l’atto di guardare legittimava giudizi e sentenze: “È misoginia, è body shaming, che sia punito”.
“È tutto molto semplice: i detenuti siano lo spettacolo, il carcere una sinossi, e l’intero corpo di guardia si riduca a una sola persona: un voyeur. Non siamo forse stati educati a sufficienza, quando da bambini venivamo ammoniti a non peccare perché – risento ancora la voce del parroco – ‘Dio ti vede’? Un occhio inscritto in un triangolo, ecco la religione; un occhio inscritto in un cerchio, ecco la riforma carceraria”.
Credo che nemmeno uno scrittore di fantasia e talento come Michele Mari avrebbe potuto immaginare, molti anni dopo avere scritto queste parole, di trovarsi lui stesso in un meccanismo panottico. Certo, Mari ha avuto i suoi difensori, ma questo non ha frenato nessuno, anzi ha stizzito e provocato, ha aumentato lo sdegno. Quanto a me, man mano che il fremito social aumentava, ho cambiato idea. Tolleranza per la libertà di opinione (anche quando, come in questo caso, è un’opinione che non si può assolutamente condividere): se n’era persa traccia. Non mi sembrava tanto una faccenda di uomini contro donne. Nemmeno una faccenda di vecchi contro giovani. E non era una faccenda di squadrismo o fascismo digitale, come è stato scritto.
Se devo cercare una mentalità alla radice di questo episodio, mi viene da individuarla molto lontano, in un giacobinismo che ha diluito la violenza politica, il mito palingenetico del Terrore, in fustigazione verbale e digitale, ed è ancora pronto a castigare l’umano in nome non più di un Essere supremo o della rivoluzione, ma di un’ideologia morale che quando eccede nella sua intransigenza (e le capita spesso) rischia di trasformare qualsiasi giusta causa in una causa sbagliata. Questo caso, insomma, è interessante soprattutto perché rivela qualcosa sulla mentalità di chi scruta nella raggiera, una mentalità che non sembra accettare limiti, nemmeno quello posto dalla privacy di uno scambio di pareri. Siamo davvero al “Dio ti vede”, e se bestemmi ti ascolta.
Resta la questione del ben noto premio letterario in corso. Mari è uno dei più importanti scrittori italiani viventi, un grande scrittore. È in gara per lo Strega. Ed era, fino all’incidente del pulmino, il vincitore annunciato. Siccome è stata invocata la pena esemplare dell’espulsione dal premio o, dopo che questa soluzione è tramontata, l’umiliazione del perderlo, immagino che agli Amici della Domenica si proponga un fardello non leggero.
Se Mari, come merita, vincerà lo Strega, ascolteremo di nuovo la protesta ruggire contro l’affermazione politicamente insopportabile dello “scrittore misogino”. E se perderà – e mi dispiace scriverlo, cioè mi dispiace per le altre autrici e autori in gara, ma sarà inevitabile pensarlo: – concluderemo che sarà stato punito per le presunte parole su Michela Murgia pronunciate nel pulmino. Si tratterebbe di una pena non commisurata al “delitto”, irrogata attingendo da un codice di legge del tutto estraneo al codice della letteratura, l’unico, quest’ultimo, che dovrebbe vigere in un premio letterario. Ma su questo punto qualcuno penserà che io sono ingenuo, se non dogmatico, perché un premio letterario è uno spazio pubblico e dunque risente dell’opinione pubblica, che a sua volta è modificata dalle posizioni espresse da (o, tra fama e doxa, attribuite a) un contendente.
Passata questa piccola tempesta, resterà da chiedersi cosa vogliamo dalla vita. Ci piace realizzare il sogno del Panopticon? Dovunque noi si viaggi e viva, dire sempre la cosa giusta, la cosa corretta, o dissimularne la convinzione, per evitare la reazione di possibili guardiani in ascolto? E il passo successivo sarà direttamente dentro le pagine scritte? Potremo scrivere solo pagine che non offendano nessuno? È questa la lezione da trarre? Ma ci rendiamo conto che l’unica pagina che non offende nessuno è la pagina bianca? E che solo il silenzio è inoffensivo?
Ho posto la seguente domanda a ChatGPT: “Descrivi analogie e differenze tra il rifiuto della tecnologia della stampa nei suoi primi decenni e il rifiuto dell’AI oggi”
Ecco la risposta:
Il rifiuto della stampa nel XV-XVI secolo e il rifiuto dell’AI oggi nascono da paure simili: perdita di controllo, trasformazione del lavoro, diffusione incontrollata delle idee e cambiamento degli equilibri sociali. Però le due tecnologie agiscono su livelli diversi e producono effetti molto differenti.
Analogie
Paura della perdita di autorità
La stampa ridusse il monopolio degli amanuensi, delle università e delle autorità religiose sulla produzione del sapere. Libri e pamphlet potevano circolare senza il controllo diretto delle istituzioni.
L’AI oggi mette in discussione l’autorità di professioni fondate sull’expertise: insegnanti, giornalisti, programmatori, avvocati, designer, medici in parte. Molti temono che il valore dell’esperto venga sostituito o svalutato.
In entrambi i casi:
la tecnologia democratizza l’accesso;
il potere culturale si decentralizza;
le élite reagiscono con sospetto.
Timore della diffusione di contenuti falsi o pericolosi
Con la stampa si diffuse rapidamente propaganda religiosa, testi eretici, fake news ante litteram, accuse infondate e panico morale. Le autorità temevano che “troppi libri” confondessero la popolazione.
Con l’AI:
deepfake,
testi automatici,
disinformazione su larga scala,
manipolazione algoritmica
alimentano una paura molto simile: la perdita di fiducia nella verità pubblica.
La differenza è che la scala e la velocità dell’AI sono immensamente superiori.
Ansia per il lavoro
Gli scribi e i miniatori vedevano la stampa come una minaccia economica diretta.
Oggi l’AI genera la stessa ansia:
automazione di lavori cognitivi;
riduzione di alcune professioni;
trasformazione delle competenze richieste.
In entrambi i casi emerge l’idea:
“La macchina sostituirà l’uomo”.
Ma storicamente la stampa non eliminò il lavoro culturale: lo trasformò. Probabilmente l’AI farà qualcosa di analogo, anche se con impatti più rapidi.
Paura del degrado culturale
Molti intellettuali del Rinascimento ritenevano che la stampa producesse testi mediocri e lettori superficiali. Il libro stampato appariva “meccanico” rispetto al manoscritto.
Oggi si teme che l’AI:
produca contenuti standardizzati,
riduca il pensiero critico,
incentivi pigrizia cognitiva,
renda la creatività artificiale.
La critica è sorprendentemente simile:
allora: “troppi libri”;
oggi: “troppi contenuti generati”.
Differenze
La stampa moltiplicava testi umani; l’AI produce contenuti
La stampa era uno strumento di replica:
accelerava la diffusione del sapere umano.
L’AI invece:
genera testo,
immagini,
codice,
decisioni,
simulazioni linguistiche.
Questa è una differenza radicale: la stampa amplificava la voce umana, l’AI in parte la imita.
L’AI agisce anche sul pensiero, non solo sulla comunicazione
La stampa cambiò:
accesso all’informazione,
alfabetizzazione,
diffusione delle idee.
L’AI entra direttamente nei processi cognitivi:
scrittura,
sintesi,
ricerca,
pianificazione,
creatività.
Per questo il rifiuto dell’AI tocca anche il tema dell’identità umana:
“Che cosa resta specificamente umano?”
Questa domanda non era centrale nel dibattito sulla stampa.
Velocità del cambiamento
La stampa si diffuse lentamente:
decenni per consolidarsi;
secoli per trasformare davvero la società europea.
L’AI evolve in mesi:
nuovi modelli ogni anno;
adozione globale immediata;
impatti simultanei in molti settori.
Questo rende il rifiuto contemporaneo più intenso e instabile.
Centralizzazione tecnologica
La stampa, dopo una fase iniziale, divenne relativamente distribuita: molte tipografie, molti editori.
L’AI oggi richiede:
enormi infrastrutture computazionali,
dati,
capitale,
energia.
Il potere è concentrato in poche OpenAI, Google, Microsoft, Anthropic e altri grandi attori. Questo alimenta paure politiche ed economiche che nel caso della stampa erano meno marcate.
Una differenza psicologica importante
Chi criticava la stampa spesso apparteneva a una minoranza alfabetizzata. La maggioranza della popolazione non era coinvolta direttamente.
L’AI invece tocca quasi tutti immediatamente:
studenti,
impiegati,
artisti,
aziende,
utenti comuni.
Il rifiuto quindi non è solo elitario o istituzionale: è diffuso socialmente.
Conclusione
La stampa e l’AI sono entrambe “tecnologie cognitive”: modificano il modo in cui gli esseri umani producono e trasmettono conoscenza.
Le reazioni di rifiuto condividono elementi ricorrenti:
paura della perdita di controllo,
ansia economica,
timore di manipolazione,
nostalgia per forme precedenti di cultura.
Ma l’AI rappresenta una rottura più profonda perché non si limita a diffondere il pensiero umano: interviene direttamente nella sua produzione simulata. È questo che rende il dibattito contemporaneo più radicale di quello sulla stampa.
***
Ho posto a GEMINI la medesima domanda. Ecco la risposta:
Il parallelismo tra la nascita della stampa a caratteri mobili di Gutenberg (metà del XV secolo) e l’avvento dell’Intelligenza Artificiale generativa oggi è straordinariamente calzante. In entrambi i casi, l’umanità si è trovata di fronte a una tecnologia “disrompente” capace di democratizzare la produzione di contenuti, scatenando reazioni che spaziano dal panico morale alla resistenza economica.
Ecco un’analisi dettagliata delle analogie e delle differenze storiche e culturali tra questi due momenti di svolta.
Analogie: I Corsi e Ricorsi della Storia
La paura della perdita del “tocco umano” e dell’autenticità
I detrattori di entrambe le epoche hanno espresso il timore che la nuova tecnologia deumanizzasse la cultura.
Stampa: Gli amanuensi e gli aristocratici del Quattrocento consideravano i libri stampati “volgari” e privi di anima rispetto ai manoscritti miniati. Filippo de Strata, un frate domenicano di Venezia, scriveva che la stampa “corrompeva i testi” e che la facilità di riproduzione toglieva valore alla conoscenza.
AI: Oggi assistiamo a una critica speculare. Molti sostengono che l’arte, i testi e la musica generati dall’AI siano privi di “anima”, empatia o vero genio creativo, riducendo l’espressione umana a un mero calcolo statistico di token.
La minaccia economica ai professionisti del settore
Entrambe le tecnologie hanno ridefinito il concetto di “lavoro intellettuale”, minacciando intere categorie professionali.
Stampa: Gli scribi, i copisti e i miniaturisti videro il loro monopolio economico e culturale polverizzato in pochi decenni.
AI: Scrittori, grafici, programmatori, traduttori e doppiatori vivono oggi la stessa ansia da sostituzione, vedendo algoritmi capaci di replicare in pochi secondi compiti che prima richiedevano ore di lavoro specializzato.
Il panico per la disinformazione e la perdita di controllo
La democratizzazione dell’accesso alla produzione di informazioni spaventa sempre le autorità costituite.
Stampa: La Chiesa e i regnanti temevano la diffusione di eresie, idee sovversive e traduzioni non autorizzate della Bibbia (paura che si concretizzò con la Riforma Protestante). La risposta fu la censura e l’istituzione dell’Indice dei libri proibiti.
AI: Oggi il timore principale riguarda i deepfake, la generazione di fake news su larga scala e la manipolazione dei processi democratici. La risposta odierna si traduce in normative come l’AI Act dell’Unione Europea.
Differenze: La Velocità e la Natura della Minaccia
Se le dinamiche psicologiche e sociali si ripetono, cambiano radicalmente la scala, la velocità e l’essenza intrinseca delle due tecnologie.
Caratteristica
Il Rifiuto della Stampa (XV-XVI Secolo)
Il Rifiuto dell’AI (Oggi)
Velocità di adozione
Lenta e geografica (ha impiegato decenni a diffondersi in Europa).
Istantanea e globale (ChatGPT ha raggiunto 100 milioni di utenti in due mesi).
Natura del “Creatore”
La stampa era uno strumento di riproduzione; l’autore restava un essere umano.
L’AI è uno strumento di generazione; l’algoritmo agisce come co-autore o sostituto del creatore.
Il problema del Diritto d’Autore
Inesistente all’inizio (il concetto di copyright nacque proprio come conseguenza della stampa).
Centrale e preventivo (l’AI si “addestra” su miliardi di dati protetti da copyright senza consenso).
Impatto sul Pensiero
Ha potenziato la memoria storica e la stabilità del testo scritto.
Rischia di frammentare la verità (allucinazioni dell’AI) e rendere effimero il contenuto.
Chi è l’autore? (Riproduzione vs. Generazione)
Il rifiuto della stampa era rivolto al mezzo: si accettava il testo, ma si disprezzava il modo in che veniva impresso sulla carta. Il torchio di Gutenberg non inventava nulla, si limitava a copiare.
L’AI, invece, viene rifiutata per la sua capacità di creare ex-novo. La resistenza odierna non è contro il supporto (digitale), ma contro l’entità non-umana che genera l’output, toccando corde più profonde legate all’identità e all’intelletto umano.
Il nodo del Copyright e del “Furto”
La stampa non rubava il lavoro intellettuale per funzionare; semmai, permetteva di diffonderlo (anche se spesso senza pagare l’autore, problema regolato solo secoli dopo). L’AI generativa, per sua stessa natura, ha bisogno di fagocitare il lavoro umano pregresso per poter esistere. Il rifiuto attuale di molti artisti e scrittori si basa su una rivendicazione legale ed etica ben precisa: l’AI viene percepita come un sistema di plagio automatizzato su scala industriale.
La velocità dell’evoluzione
Nel Quattrocento, un amanuense aveva il tempo di riconvertirsi in tipografo o correttore di bozze nel corso di una vita. Oggi, l’evoluzione dei modelli linguistici e generativi avviene a una velocità tale da non lasciare il tempo biologico e sociale ai lavoratori di riqualificarsi, amplificando il senso di rifiuto e impotenza.
In sintesi:
Il rifiuto della stampa fu il tentativo di un’élite (clero e amanuensi) di difendere il monopolio della cultura e della fede. Il rifiuto dell’AI oggi è un fenomeno più trasversale e democratico, guidato dalla paura che la tecnologia non si limiti a diffondere il pensiero umano, ma finisca per sostituirlo e svalutarlo economicamente.
***
Ho posto questa domanda a due diverse AI sollecitato da un video visto di passaggio su Facebook (visto troppo di passaggio e non lo saprei ritrovare, né ricordo che fonte avesse) dove si citava la resistenza che la stampa incontrò nei suoi primi decenni di diffusione, allo scopo di dimostrare che anche la resistenza che oggi incontra l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale sarebbe malmotivata e destinata a scomparire. Al di là dell’evidente pretestuosità dell’argomentazione, il paragone ha alcuni elementi di tenuta, ma anche mette in evidenza differenze che possono renderlo argomentativamente inefficace. Per questo mi sono divertito a vedere come vedono la cosa due diverse AI.
I risultati sono interessanti, ma ChatGPT dimentica un aspetto che invece Gemini sottolinea, ovvero il problema del diritto d’autore e della proprietà originaria delle idee utilizzate. Il problema del diritto d’autore nacque proprio dall’introduzione della stampa, perché la stampa permetteva di riprodurre facilmente idee e testi di altri. Fu risolto, nel tempo, con l’introduzione delle leggi sul copyright e sul diritto stesso d’autore – quel medesimo diritto che oggi ci permette di porre il problema nei confronti dell’AI. Tanto più che mentre gli stampatori erano piccoli e tanti, i gestori delle AI sono pochi e grossi, con un’enorme conseguente concentrazione del potere.
Non è chiaro se potrebbe essere sufficiente una semplice estensione del diritto d’autore a tenere il problema sotto controllo, o se sia piuttosto necessaria una linea giuridica differente, ancora da inventare. In ogni caso, la questione non è marginale, e va tenuta comunque sullo sfondo delle riflessioni che mi accingo a fare.
Anche il problema della sottrazione del lavoro intellettuale agli autori umani va tenuto presente, ma qui il paragone con la stampa resta interessante. Indubbiamente la nuova tecnologia tolse il lavoro agli amanuensi, e questo produsse per un certo periodo degli scompensi economico-sociali; tuttavia, alla lunga, non ridusse il mercato del lavoro. Anzi probabilmente nel complesso lo aumentò, pur cancellando la vecchia professione. Per analogia possiamo pensare, anche se la quantità di lavoratori coinvolta è molto maggiore, che si potrà arrivare a un’analoga soluzione di redistribuzione delle attività; e che il bilancio complessivo, alla lunga, possa essere positivo. Teniamo comunque presente, sullo sfondo, anche questa seconda questione.
Ci sono diversi campi rispetto a ciascuno dei quali la valutazione dell’impatto dell’AI si differenzia molto.
Per la ricerca scientifica il bilancio è evidentemente positivo. L’AI è in grado di analizzare i dati e produrre risultati che a un umano richiederebbero tempi molto più lunghi, e sarebbero in qualche caso impossibili – proponendo a sua volta esperimenti che condurranno a nuovi dati. Va comunque precisato che a monte e a valle di tutto questo resta la decisione e la valutazione di un attore umano, anzi di più attori umani, ovvero la comunità scientifica – né più né meno che per i risultati tradizionali. Lo stesso, più o meno, si potrebbe dire per la progettazione tecnica.
Per la ricerca e l’analisi di informazioni sul Web (o su testi forniti), la capacità di sintesi delle AI permette di ottenere molto più rapidamente quello che cerchiamo – anche se, pure qui, i risultati andrebbero controllati umanamente, cosa tanto più importante e necessaria quanto più importanti sono i dati. Questo rimane altrettanto vero per tutti i compiti di gestione, rispetto ai quali l’AI non è che una forma più raffinata della automazioni preesistenti.
Sul fronte della pubblica informazione (news), viceversa, sappiamo tutti quanto negativo sia l’impatto dell’AI. La sua capacità di creare documenti credibili permette di diffondere falsi indistinguibili dal vero – cosa che mette in crisi il concetto stesso di pubblica informazione. Questo è un piano su cui la concentrazione del potere sull’AI getta ombre sinistre sulla gestione dell’opinione pubblica.
Il caso più controverso (e quello che più ci interessa qui) è quello della creazione artistica, che non si riduce a nessuno dei precedenti. In questo campo sia le modalità dell’efficacia (che giustificano la valutazione positiva nei primi due casi) sia quelle della verità (che giustifica la valutazione negativa nel terzo caso) sono complesse e forse oscillanti. In generale, si potrebbe forse dire che la complessità di una decisione in questo campo è legata alla complessità della nozione, basilare, di bello artistico.
Prima di entrare nel vivo del problema, va fatta un’ulteriore distinzione, separando i testi specificamente artistici da quelli più genericamente di carattere estetico. Un testo pubblicitario, per esempio, è indubbiamente un testo estetico, perché la sua efficacia dipende dalla sua capacità di muovere qualcosa nel proprio pubblico; ma non è un testo artistico (di solito) perché la misura della sua efficacia è piuttosto semplice. Per questo, nessuno si scandalizza (a parte i pubblicitari cui viene sottratto il lavoro) se una pubblicità efficace è stata creata da un’AI: in una logica commerciale di investimenti e guadagni, si risparmia nella produzione e i risultati possono essere ugualmente buoni.
Tuttavia, questo ci impone di tenere presente il fatto che tantissima arte dei secoli scorsi è stata prodotta a scopo persuasivo, proprio come le pubblicità. Basta pensare a tanta pittura della Controriforma, prodotta sostanzialmente come forma di propaganda cattolica, e valutata, all’epoca, per la propria efficacia persuasiva. Non importa che noi, oggi, la valutiamo con criteri più strettamente artistici: se all’epoca ci fosse stata l’AI, non è difficile pensare che anche la Chiesa ne avrebbe approfittato, senza scandalo per nessuno, fatta salva l’efficacia persuasiva.
Questi “criteri più strettamente artistici” che guidano il nostro più complesso giudicare sono un’invenzione moderna, che arriva a sufficiente chiarezza solo nel Settecento, cioè quando arriva addirittura a nascere un’apposita branca della filosofia: l’estetica, appunto. Il problema è filosofico perché è complesso, e permette soluzioni molto diverse tra loro.
Certo, se uno pensa l’arte – come fanno i Romantici – come espressione dell’emotività del soggetto, nessuna produzione di un’AI potrà mai essere arte, perché evidentemente non c’è in gioco nessun soggetto. Eppure ben poche tra le innumerevoli autentiche espressioni dell’emotività di un soggetto arrivano a essere arte, nemmeno tra quelle che ci provano – e questo prova che il criterio è del tutto insufficiente, e probabilmente sbagliato. Tanto più che ci sono produzioni AI più interessanti di tante produzioni umane.
Io credo che il pregiudizio romantico continui a essere il principale motore della diffidenza nei confronti dell’AI in campo artistico. Se spacciate un Monet autentico per un prodotto di AI, otterrete probabilmente un sacco di valutazioni negative – come ha pure provato a fare qualcuno. In queste valutazioni, la qualità effettiva dell’opera diviene irrilevante, perché il fruitore smette di domandarsi quale sia stato il percorso inventivo dell’autore, visto che l’autore viene dato per inesistente.
Eppure, anche il prodotto di un’AI non si presenta da solo. C’è inevitabilmente qualcuno, umano, che glielo ha fatto fare, e c’è qualcuno che ha selezionato quello specifico risultato tra tutti quelli eventualmente prodotti. C’è insomma un autore, cioè qualcuno che ha usato l’AI come strumento per produrre un oggetto artistico, e il risultato rispecchierà inevitabilmente i suoi gusti e le sue posizioni, visto che lo ha scelto. Certo, l’AI è uno strumento molto più potente della penna o del pennello, tuttavia, attraverso le istruzioni fornite e la scelta conclusiva, il requisito romantico si trova paradossalmente soddisfatto, perché l’opera esprime il suo autore. Mimmo Rotella si limitava a staccare i manifesti pubblicitari strappati, riproponendoli come opere proprie; ma era proprio la qualità della sua scelta a rendere memorabili tante sue produzioni.
E ci ritroviamo al punto di prima, perché l’autorialità non è in nessun modo una garanzia di qualità artistica, e il pessimo autore si caratterizzerà comunque (che usi l’AI o no) per la banalità delle proprie istruzioni e delle proprie scelte. La ricchezza evocativa dell’opera d’arte riuscita può mancare qualunque siano gli strumenti utilizzati per produrla, se chi conduce il gioco non è all’altezza della situazione.
È proprio questa ricchezza evocativa, che essa nasca dall’emotività dell’autore o che nasca in altro modo, a far sì che la modernità associ all’opera d’arte un valore di carattere sacrale. Non si tratta propriamente di un sacro, e non c’è nessun rapporto necessario con Dio o con la religione, ma c’è comunque un elemento di mistero, che mette in gioco un qualche tipo di trascendenza: dall’arte ci aspettiamo, insomma, valori superiori – tanto che siamo credenti tanto che non lo siamo.
Saremo disposti a riconoscere la medesima sacralità al prodotto di una macchina? Al prodotto cioè di qualcosa cui non possiamo attribuire una relazione profonda con il mondo o con la natura, così come possiamo fare con l’uomo? Anche questo fa risultare scandalosa la possibilità che un’AI produca arte; e i commenti di tanti alle opere prodotte per mezzo dell’AI manifestano proprio un senso di procurato sacrilegio. Ci dimentichiamo, così facendo, che l’AI non fa che rielaborare (in barba al diritto di autore, certo) il prodotto di innumerevoli soggetti umani, e che dunque la dovremmo considerare non inumana, bensì iperumana, transumana. Una sorta di divinità, insomma…
Mi accorgo che, personalmente, io di solito non faccio uso dell’AI perché a me piace scrivere. Il flusso delle idee e delle parole che esce da me anche in questo stesso istante mi dà piacere, un piacere che mi sarebbe sottratto se demandassi l’operazione a un avatar artificiale, per quanto bravo e per quanto da me istruito. Se non mi potessi permettere i tempi rilassati che mi permetto, tuttavia, questa considerazione sul piacere finirebbe in secondo piano: in una logica di grande produzione l’AI è facilmente vincente. Ma anche questo muove la considerazione dell’AI in direzione del campo della produttività industriale e quindi sempre più lontano da quello dell’attività umana caratterizzata dal piacere, con il connesso mistero del rapporto tra il piacere della produzione e quello (quando c’è) della fruizione.
Mi domando se i critici quattrocenteschi della stampa, a parte quelli mossi dalla paura di perdere il lavoro, non percepissero un analogo senso di sacrilegio, e che proprio stampando come suo primo libro la Bibbia, Gutenberg non avesse dato corpo a tale sacrilegio. In fin dei conti fino a quel momento la Bibbia era sempre stata trascritta a mano da persone che nel farlo stavano al cospetto della parola di Dio. E adesso la trascrizione diventava un processo meccanico, senza cuore, senza fatica, senza piacere, senza adorazione.
Certo, il piacere che potevano avere in mente i critici del Quattrocento era quello della scrittura a mano. Non pensavano che ci potesse essere un piacere della progettazione e composizione tipografica. I critici di oggi non pensano al piacere di condurre e interagire con un’AI. Per quanto mi riguarda, semplicemente, per ora, non è il mio.
Walid Daqqa, nato a Baqa vicino Haifa nel 1961, arrestato dagli israeliani nel 1986, condannato a 38 anni di carcere, ammalato di cancro, è morto in prigione nel 2024. Le autorità israeliane continuano a trattenere la sua salma. In carcere Daqqa ha finito gli studi universitari e scritto racconti e saggi, ha sposato la sua avvocata e ha avuto una figlia mentre era in prigione.
Il volume riunisce due romanzi brevi, scritti in carcere: Il segreto dell’olio (2018) e Il segreto della spada (2021) in cui Daqqa esprime la creatività di una fiction che mima la vita, e viceversa, ed afferma così la resistenza palestinese all’occupazione e al genocidio in corso.
Edizioni Q, Roma, a cura di Aldo Nicosia, pp. 146, € 14,00
“In principio Dio creò il cielo e la terra”. E il mare? Solo al quarto giorno.
Blu, la mia amica d’ombrellone, dice che non iniziare col blu mare, nella Genesi, è stato un errore.
Io, di religioni, non ne ho. E si vede. Sembro Calimero con gli infradito nuovi: piena di fiacche. Ho cinquant’anni e una vita passata a riempire l’anta del frigorifero con post-it motivazionali del tipo se puoi sognarlo puoi farlo, tu sei abbastanza o la felicità dipende da te.
Blu, invece, una religione ce l’ha. Lei è il mio “armadillo in rosa”. Se ho paura della schiuma delle onde, mi tranquillizza: è solo l’orgasmo del mare e, se c’è annegato uno come Di Caprio, una botta potrei dargliela pure io. Al mare.
Per sette giorni le aprirò l’ombrellone, il cuore e un diario di catechesi.
Lei è la papessa della religione dell’ombrellone, che affonda le radici nella sabbia e predica: né cielo, né terra. Sii mare. Il cielo sta sopra di te, la terra sotto, il mare ce l’hai dentro.
La sua fede ha la sacralità del quotidiano e la leggerezza dell’estate: accetta la vita come la spiaggia, pulita in superficie ma coi mozziconi di Marlboro sotto. È senza pretese, come una granita al limone che non si atteggia a cornetto Algida. L’ombrellone è una chiesa sconsacrata sotto cui rifugiarsi.
Sarà un’estate di leggerezza pensante, a chiederci chi siamo, da dove veniamo e perché, solo a me, il costume entri nelle chiappe.
Al canto delle sirene, mi legherò forte all’ombrellone e Blu chiederà: ma tu, un’Itaca, ce l’hai?
Non se la prenderà Dio se ce ne troveremo un’altra di religione, d’altronde se non avesse avuto un gran senso dell’umorismo, non avrebbe creato i fenicotteri rosa come salvagente.
Blu e io siamo amiche da quando le ho chiesto perché si chiama così. Io, di lei, dico che è timone; lei, di me, che sono àncora e che, senza aprire le vele, non sarò mai Luna Rossa.
Io vorrei confessarmi, lei convertirmi.
Mi ha insegnato a guardare il mare dalla riva, all’incontrario, come fanno i bambini a testa in giù tra le gambe allargate, con il rischio che l’acqua cada nel cielo.
Blu è profonda come il mare, neanche in superficie è mai superficiale.
Pure la crema che spalma diventa un rito propiziatorio, perché bruciarsi non è splendere.
Le credo. Esco dall’ombrellone, mi ustiono i piedi sulla sabbia, mi entra il sale negli occhi e mi centra un ombrellone volato via, ma mi convinco che i gabbiani abbiano un messaggio profondo anche per me… finché non me lo sganciano sulla spalla.
Giorno 1
Apro l’ombrellone.
La gente del posto, dice che il mare è la parte più umana di Dio. Blu non gli crede e non abbocca al Dio perfettino che riordina il caos. Il suo è un casinista iperattivo ma con buone idee.
Vorrei che le certezze di Blu mi mettessero a posto la vita: a lei non interessano le risposte, proprio come ai marinai nella tempesta non importa da dove viene l’onda ma solo come salvarsi dal naufragio.
Nelle mie insicurezze, cerco di stare a galla col salvagente, ma alla mia età me ne vergogno. Ed è un peccato. Il peccato originale.
Blu mi tranquillizza con un “Non temere” che ha trovato scritto in un diario di bordo brevettato, ma io ho paura lo stesso. Per farsi le domande giuste mi convince a stare a riva, il posto dell’introspezione, dove si uniscono i misteri liquidi e solidi.
Secondo la sua fede, il mare nasce prima del cielo e della terra, poi Dio si accorge che il primogenito ha ereditato parte della sua divinità e si prende paura. Lo declassa terzogenito, lo addomestica con le maree e gli fa credere che fratello cielo e sorella terra siano nati prima di lui. E, così, lo castiga.
Come inizio, sono confusa. Mi rinfresco in acqua e spero che il mare abbia perdonato il suo Dio permaloso. Nel dubbio, una preghiera non guasta: e liberaci dal mare.
Giorno 2
Stamattina, una piccola onda anomala mi ha fatto ridere.
A Blu, che è porosa ma mai inzuppata, le onde anomale non piacciono: le chiama euforie del mare, che travolgono, durano un attimo e si portano via il superfluo. Quel poco che resta è la serenità e basta quella per essere felici.
Col mio disturbo da accumulo, felice non lo sarò mai, ma so di un’onda anomala che ha salvato un intero popolo in fuga.
Blu ha un suo comandamento: Dio non ci ha creati per essere felici ma per sopravvivere e riprodurci. Accontentiamoci: ci lamentiamo della sete anche immersi nell’acqua. Non dovremmo puntare alla felicità ma alla contentezza, che è la gratitudine addirittura per gli aborti che il mare lascia sulla spiaggia.
Se salpassi con la barca, sarei felice. Adoro sentirmi urlare dal pontile: Abbi cura di te!
Blu insiste per un’imbarcazione a vela ma odio fare i nodi e pure le parolacce: cazza la randa, regola il patarazzo, batticulo all’ormeggio.
Lei m’insegna che, per essere felice, devo stare, non fare e che, per la spinta di Archimede, se sto annegando è inutile che mi sbracci, in mare come nella vita.
Le do retta. Sto immobile, come le paperette di plastica che si è perso un cargo nel ’92 e, ancora oggi, se la spassano negli oceani.
Giorno 3
Oggi ho informato Blu che lo scorso mese ho perso un’amica.
Lei si è rammaricata perché non ho usato il verbo morire. Dice che non è stata una mia distrazione se non è più tornata: le persone che muoiono non si perdono, si riciclano. Solo che, se le cerchi con la stessa faccia, mica le riconosci più. Eppure, da bambini, facevamo castelli di sabbia sapendo che non sarebbero durati per sempre. La sabbia, sì.
Blu è saggia: divide i morti di terra da quelli di mare. I primi stanno nei cimiteri, con un indirizzo a cui portare i fiori; i secondi si disperdono nelle onde, liberi di essere ovunque. E noi, per condividerne il ricordo, passeggiamo sulle spiagge.
Della mia morte, mi seccherebbe che il mondo non se ne accorga.
Blu, invece, è convinta che andarsene in silenzio sia un’uscita in grande stile. Dice che l’importante è farlo senza rimpianti, come un delfino che sogna l’oceano e poi finisce per apprezzare l’Acquario di Genova. Senza squali.
Mi convince che la morte non è stata un’idea di Dio, ma la trovata di un tipo, stufo di stare in vita, che ha voluto creare un’alternativa di classe. Gli altri, per non sembrare da meno, l’hanno imitato, come si fa con le mode che attecchiscono senza che si ricordi chi le abbia lanciate.
Io, al mare, scelgo di non morire di prurito per l’eritema solare, ma di essere ricordata come la prima mummia alla calendula nei secoli dei secoli. Amen.
Giorno 4
In spiaggia, stiamo lontane dagli stabilimenti balneari.
A Blu non piacciono. Dice che abitare sempre la stessa casa fa perdere le occasioni di capire qual è il nostro posto nel mondo e che cambiare non è fallire, ma ricominciare.
Vorrei la sua fiducia, invece so solo che il posto fisso è facile, di facili costumi come la rossa della prima fila che, pur di assicurarsi il fronte mare, si è venduta il segreto dell’imbattibile Re delle biglie. Certi tradimenti cambiano proprio la Storia. Infatti, dopo la soffiata, c’è chi giura di aver visto il Re cadere depresso sotto l’ombrellone della spiaggia libera.
Per Blu, è solo inciampato. L’ombra non sarà il suo posto per sempre, ma una strategia temporanea di sopravvivenza, perché il bello di chi inciampa è che può rialzarsi.
Quelli che fanno pause all’ombra nella spiaggia libera li capisco perché hanno un mare che è il mio male, quello di chi ha perso la meraviglia e non ha più niente da raccontare. Quello di chi, tra Scilla e Cariddi, non sa più dove approdare.
Blu mi fa segno di guardare il cielo e capire le mie proporzioni nel cosmo: io vedo la solita nuvola di Fantozzi che mi fa ombra ogni volta che mi stendo al sole.
Mi rassegno: almeno mi sfuma la cellulite meglio di un filtro Instagram.
Giorno 5
Blu mi ha raccontato una storia d’amore vera: una balena che ha cantato per trent’anni a una frequenza che nessun’altra femmina ha mai sentito. Trent’anni d’amore non corrisposto e una media di cinquanta chilometri al giorno alla ricerca dell’anima gemella. L’hanno chiamata, tristemente, la balena più solitaria del mondo.
Ma Blu dice che non abbiamo capito niente e che l’amore vero è lanciare un messaggio in bottiglia e non aspettarsi alcuna risposta. Io sono per l’amore corrisposto, tanto coraggio non ce l’ho.
Blu prende un pugno di sabbia e lascia liberi i granelli al vento. Oggi è pensierosa: mi spiega che la spiaggia ama perché accoglie senza trattenere, mentre l’ombrellone desidera solo, perché la invade senza rispetto.
Sulle spiagge, ogni giorno, si consumano femminicidi, si violano confini, si cancellano prove sulla sabbia e gli ombrelloni non sono altro che una comunità di omertosi.
Io non so cosa sia l’amore, ma so cos’è il fascino che provo per gli squali perché sono un animale che si eccita col rischio e finisce sempre che m’innamoro dei miei mostri.
Non potrei mai insegnare l’amore alle onde, Blu sì. Dice che nessuno ama come il polpo Dumbo, ermafrodito e con tre cuori, perché l’amore non è un genere, ma un’attitudine. E noi, che il polpo lo peschiamo e cuciniamo, saremmo i primati.
Giorno 6
Ci resta solo un giorno di mare e Blu è inquieta.
Mi ha letto la leggenda del pescatore di ostriche: il giovane sapeva che le stelle marine ne erano ghiotte e, se restavano incastrate nella rete, le spezzava in due prima di ributtarle in mare. Peccato che fossero proprio le stelle a rigenerarsi. Doppie. Una perla salomonica.
Blu la cita da ambientalista ispirata perché vede il mare come un tipo poco collaborativo con l’uomo. La terra, almeno, trattiene le orme; il mare, invece, cancella ogni traccia. Chi sta nel mare non si preoccupa se, fuori, esiste un altrove e fa bene, perché l’altrove non è mai un posto rassicurante.
Anche i marinai, senza il mare, non avrebbero mai inventato le barche e senza un’Arca ci saremmo estinti tutti sotto la pioggia. Secondo Blu, la Terra ha avuto il suo momento di gloria acquatica solo per 40 giorni e 40 notti. Poi si è fatta ospitale a chi cammina.
Dovremmo averne più rispetto, perché prima o poi perderemo il guinzaglio cosmico della Luna e, con le maree, se ne andrà anche la vita che si trascinano dietro, il mare si ammalerà e, come un pesce all’amo, soffrirà senza urlare. E noi, che misuriamo il dolore in decibel, ce ne fregheremo.
I pensieri di Blu virano al nero seppia. E lasceranno la scia.
Giorno 7
È domenica e i netturbini riposano. Si vede: la spazzatura sulla spiaggia è la stessa con cui vado in psicanalisi per avere indicazioni sulla raccolta differenziata dei traumi. Che, se sbaglio io, finisco per avere sulla coscienza il futuro del pianeta, se sbaglia il dottore, pago lo stesso. Sempre che mi faccia la fattura.
Oggi ho capito che ognuno di noi ha un lato in ombra e che non è vero che chi è senza ombre, non ha segreti: c’è chi, i fantasmi, li chiude negli armadi e chi li nasconde sotto l’ombrellone.
Blu ora sta bene, ma senza l’intervento di Pedro, il bagnino figo del lido, sarebbe annegata. Ha sfidato il mare con bandiera rossa: un azzardo. A furia di vivere di certezze, le fragilità mica le affronti.
Rimane sempre la mia papessa, solo più umana.
Povera Blu, per la prima volta l’ho vista in difficoltà. Io, invece, non ho fatto la cosa più coraggiosa, ma quella giusta: ho allertato il bagnino.
Era già cianotica. L’avevano chiamata Blu in onore del mare ma, da Blu a blu livido, c’era voluto un attimo. Impaurita, stava inerme tra le braccia tatuate di Pedro che le praticava i primi soccorsi e le soffiava in bocca aliti di vita.
L’ho tranquillizzata: l’ombrellone l’ho recuperato io. Non tanto per l’ombra, ma per la luce che provo a portarmi a casa quando lo chiudo, con la speranza che mi riaccenda la voglia di vivere.
Al mare, non posso starci tutta una vita. Così aspetterò Blu la prossima estate, con l’ombrellone nel bagagliaio e un’Itaca di sabbia nel cuore.
Sul frigorifero, un nuovo post-it: la frivolezza è sacra se sa tenerci a galla.
Comunque, insisto. Il sacrificio in mare doveva essere il mio.
E chi lo sa quando mi ricapita una respirazione bocca a bocca con Pedro?