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Il ritratto

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Foto di B Pixels: https://www.pexels.com/it-it/foto/donna-elegante-con-insegna-al-neon-in-un-contesto-urbano-36072106/
Foto di B Pixels

di Meltea Keller

“Fai il bravo.”

Viveva da cinquant’anni con questa voce in testa.

Ultimamente si era amplificata: tornava la notte nel silenzio, gli impediva di voltarsi verso il sorriso solare di sua moglie assopita facendolo dormire nelle posizioni più assurde e lasciandolo, il giorno dopo, tutto indolenzito.

Con il tempo impari ad accontentarti di chi ti piace meno ma con cui puoi sentirti sicuro.

Oscar era un professore al secondo matrimonio. Scriveva per hobby, ma lo pubblicavano le grandi case. Piaceva il suo sguardo ironico sul mondo, le sue scene quotidiane, i suoi personaggi umani nelle loro virtù e debolezze. Nelle loro piccole scelte, nelle loro piccole vite. Ascoltava molto gli altri. E il mercato gli diceva “bravo” perché era intelligente, ma non dava fastidio.

Non dare fastidio era una delle sue regole principali.

Con il tempo impari che, se parti con il cambiare il mondo, devi ridimensionare le tue aspettative.

C’erano cose che scriveva perché fossero apprezzate, condivise. C’erano cose nel suo computer che era appropriato leggere.

Altre no.

Le persone che mi circondano sono privilegiate. Sguazzano nel privilegio come tante anatre abituate all’acqua pulita in un mondo inquinato. È facile essere felici, così.

E io?

Abitava in una zona gentrificata. L’idea non gli piaceva, ma quando usciva per andare in facoltà si trovava davanti tante piccole botteghe carine che lo ristoravano. Era nel posto giusto.

Aveva conosciuto sua moglie a una mostra d’arte. Lei era critica di fotografia. L’aveva notata subito per i capelli biondi, lo sguardo solare, la camicia sobria e la gonna di jeans con la cerniera sul davanti che le risaltava i fianchi magri senza farla sembrare volgare. In cuor suo, sperò dal principio che fosse come appariva.

E lo era.

Cresciuta in città da famiglia ricca, aveva studiato all’estero nelle università dove occorrono soldi veri. Non si definiva femminista e non sentiva il bisogno di farlo, il cambiamento climatico non le interessava e nella sua parte della città i fascisti violenti non entravano. Eppure era colta. Durante le prime uscite, avevano passato ore a parlare di Pollock e di Keith Haring. Era divertente, lo faceva ridere. Aveva un sorriso dolce. Quei fianchi, aveva desiderato di spogliarli dalla prima volta.

Una persona che non si vergogna di bere alle cinque del pomeriggio. Una persona che non ha rispetto per le gerarchie intellettuali perché sa quanto valgono. Sa quanto vale, lei. È fiera – del suo corpo morbido e lievemente sovrappeso, delle sue idee che non nasconde senza gridare. Come fa? Davvero non ha nulla a che fare con me.

Adesso che erano sposati con un bambino piccolo, sua moglie non aveva praticamente segreti per lui. Faceva lunghi viaggi all’estero, per lavoro – ma andava bene, non avrebbe avuto tentazioni. La leggeva come un libro aperto. Era il suo punto di forza.

Lei invece sapeva di non dover toccare mai il suo computer.

L’aveva aperto una volta, credeva di non fare niente di male. Il suo era nella stanza accanto.

Oscar l’aveva fulminata con lo sguardo. E aveva fatto una cosa che le risultò stranissima, non da lui: per un attimo era diventato assertivo. Dava ordini.

“Lascia stare il mio computer. Non voglio che tu lo apra.”

“Ok.”

E mai più l’aveva fatto.

“Fai il bravo.”

Ci riusciva, durante il giorno. Ogni tanto – specie fra i giovani in facoltà – si distraeva. Gli occhi gli si facevano pieni di dolore, ma nessuno lo notava. E allora si prendeva il quarto d’ora accademico per buttare giù quei pensieri e liberarsene una volta per tutte.

Perché a me? Perché non riesco a smettere di pensarla? Non la presenterei a mia madre, non sarebbe un buon riferimento per mio figlio. E allora perché ho l’impressione che con lei ci siano parti di me che scappano?

E ancora:

Dice quel che pensa, lo difende. Mi sfida. È come essere mente contro mente. È difficile tenere testa alle sue idee perché sono le mie e non lo sa nessuno. Devo stare attento. Devo stare cauto. Mi è sfuggito uno sguardo.

Adesso che gli sfuggivano sguardi, doveva rimediare:

La ignoro. Che devo fare? Ho paura che mi trasformi. Mi guardava anche lei. Non come il professore, non come lo scrittore, il marito di un’altra, l’uomo con una posizione. Di tutto questo non le importa niente. E se mi scopre?

Perché stava andando a quell’appuntamento? Per esporsi? Per dirla tutta? Per farsi mettere alla berlina? Per farsi inghiottire dal senso di colpa di non aver fatto le cose nella maniera giusta?

Ogni volta che caccia quei suoi occhi verdi dentro ai miei ho voglia di spingerla al muro e amarla davanti a tutti. Che si veda. Che goda. Lo sento al solo pensiero.

Ma chi diventerei? Un bruto? Uno che non si sa contenere? Che penserebbe lei stessa? Se ne approfitterebbe. Di me, nudo, esposto al freddo. Che penserebbe mia moglie? Che farei al suo sorriso?

Ma poi scriveva:

Puoi prenderti in giro fin che vuoi ma la verità è che provi qualcosa per lei. Nero su bianco. Qualcosa di tanto forte che non hai mai provato con nessuna. Lei è te se non avessi fatto il bravo. E se ti porta con sé crolla tutto.

Lo aspettava al tavolino di un piccolo bistrot, la birra chiara in mano, lo sguardo perso a osservare la gente che passava. Lui ebbe il solito brivido che provava nel vederla – lo ignorò. Lei gli sorrise, in maniera pudica, perché pudica lo era.

“Ho voluto vederti”, disse con la voce che un po’ tremava, “perché vorrei che sapessi che ti ho visto. Ho visto come mi guardi. Come mi parli. Come mi ignori. So che provi qualcosa per me. È corrisposto. So che le mattine in cui hai gli occhi tristi è perché piangi da solo. So anche che confessare, da parte mia, non ti farà cadere ai miei piedi. Puoi fare quello che vuoi della tua vita. Ma se ti senti in gabbia, io ci sono.”

Perse conoscenza per una frazione di secondo, senza darlo a vedere. Per un secondo annegò nei suoi occhi. Voleva baciarla. Voleva poggiare la fronte sulla sua e dirgli quanto fosse pericolosa e quanto avrebbe voluto accettare.

Le disse invece:

“Quello che dici è interessante. Scusa, non ho molto tempo oggi: ci penso su poi mi faccio risentire, va bene?”

E la lasciò lì. A bersi la sua birra.

Meglio così, meglio così, meglio così, meglio così, meglio così.

Tornò nel suo studio, accese il computer. Scrisse un’intera pagina di “meglio così” senza versare lacrime. Se l’avesse fatto – e non voleva – le mura del suo studio l’avrebbero protetto. Erano spesse, antiche, forti. Filtravano i rumori. Erano come le mura di un convento o di un vecchio carcere. Non si sentivano né le preghiere né le torture. Lì era dove doveva stare.

Gli uccelli in gabbia cantano di più

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di Michelle Steinbeck

traduzione di
Francesca Gironi e Luigi Socci

 

oggi quando mi sono svegliata
splendeva una specie di sole
alla mia finestra e pensavo
caspita
sembra proprio
il sole metterò la testa in questo
sole
quando mi sono svegliata di nuovo
il sole era scomparso

 

als ich heute aufgewacht bin
schien so etwas wie sonne
in mein fenster und ich dachte
na sowas
das sieht doch aus wie
sonne ich werde meinen kopf in diese
sonne legen
als ich dann wieder aufgewacht bin
war die sonne verschwunden

 

//

 

ho sognato
che baciavi una
e poi io ti facevo a pezzi

ma non è vero
dici tu

allora non ci credo più nemmeno io
però l’immagine resta
di me che porto in giro la tua testa per i capelli

 

ich habe geträumt
du hast eine geküsst
und dann habe ich dich zerstückelt

das stimmt doch nicht
sagst du

da glaube ich es selbst nicht mehr
aber es bleibt doch dieses bild
wie ich deinen kopf an den haaren herumtrage

 

//

 

al supermercato c’è una nuova offerta speciale
dalla quale mia madre fa fatica a districarsi
bambini
di tutte le taglie e colori
bisogna solo parlare con il capo
e se ti ritiene idonea
puoi comprarti un bambino
non costa così tanto
in realtà costerebbe così tanto
ma fanno lo sconto perché ne hanno così tanti
la gente fa la fila e i bambini
passano di mano in mano

 

im supermarkt gibts ein neues sonderangebot
von dem man meine mutter schlecht loseisen kann
babys
in allen grössen und farben
man muss nur mit dem chef ein gespräch machen
und wenn er dich für geeignet hält
kannst du ein baby kaufen
es kostet nur so und so viel
eigentlich wäre es so und so viel
aber sie machen es günstig weil sie so viel davon haben
die leute stehen schlange und die babys werden
herumgereicht

 

//

 

al bar

devo cambiare posto perché gli uomini mi fissano
si sporgono dal finestrino dell’auto e mi fissano
si schiantano contro il muro e si ammucchiano
carrozzerie sfasciate purea di uomini

c’è luna piena
c’è ovulazione

sono andata in un convento per riuscire a scrivere
per strada ho visto due uomini stupendi
e uno interessante

 

im café

muss ich mich umsetzen weil die männer so starren
aus dem auto lehnen sie sich und starren
fahren in die wand wo sie sich stapeln
kaputte karosserien männermus

es ist vollmond
es ist eisprung

ich bin ins kloster damit ich schreiben kann
auf dem weg sah ich zwei wunderschöne männer
und einen interessanten

 

//

 

capitalismo, calcolo facile

uno compra una tv enorme
+
uno dorme nel cartone della tv
=
win win

 

kapitalismus, einfache rechnung

jemand kauft einen riesigen fernseh
+
jemand schläft in dessen karton
=
win win

 

_______________________

Michelle Steinbeck, Gli uccelli in gabbia cantano di più, poesie e sogni, traduzione di Francesca Gironi e Luigi Socci. Collana Chimere diretta da L. Voce e V. Cuccaroni, Argolibri 2026.

Michelle Steinbeck (Lenzburg, 1990) scrive poesie e romanzi, opere teatrali, rubriche e reportage. Il suo romanzo d’esordio Mio padre era un uomo sulla terra e in acqua una balena (Tunué 2016) è stato finalista al Deutscher Buchpreis e allo Schweizer Buchpreis nel 2016. Segue nel 2024 Favorita (park x ullstein). I suoi libri e reportage sono stati tradotti in diverse lingue. È editorialista di Wochenzeitung e co-fondatrice del collettivo di autrici RAUF a Zurigo. Dopo aver soggiornato per lunghi periodi a Roma, Parigi e Amburgo, vive attualmente a Basilea. Il presente volume è uscito in edizione originale nel 2018 (Voland & Quist).

Michelle Steinbeck sarà ospite del festival La Punta della Lingua il 3 luglio 2026, ore 19, alla Mole Vanvitelliana di Ancona.

 

Esercizi di contropotere

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di Antonio Francesco Perozzi

Un laboratorio

Quando affermiamo che la letteratura contemporanea e la scuola si frequentano poco intendiamo, di solito, che la letteratura contemporanea non è compresa nei programmi di scuola. Questo giudizio può essere chiosato da vari punti di vista (ad esempio partendo dal fatto che i programmi, intesi come scaletta rigida cui attenersi, non esistono più), ma qui vorrei evidenziarne, in particolare, l’impostazione in certo senso “quantitativa”: la scuola non contiene abbastanza letteratura contemporanea. Questo è il problema che ci poniamo, e al limite lo giustifichiamo sottolineando che sì, i programmi sono scomparsi, ma per prassi le lezioni si fermano comunque a Montale, o a Pasolini nei casi migliori. È la verità: a Pasolini nei casi migliori. Ma è altrettanto vero che raramente l’accento del problema viene posto, invece, su come la scuola prova a contenere il contemporaneo, più che sul quanto. Soprattutto se poi consideriamo, per contro, che la presenza di incontri con l’autore a scuola è abbastanza diffusa, specie nelle secondarie di secondo grado: gli scrittori vengono invitati a presentare i loro libri, e lo fanno molto spesso a rappresentanza di grandi case editrici, ma in ogni caso, quasi sempre, parlando a un pubblico-studentato.

Gli studenti come pubblico. Quando Giulio Marzaioli e Mariangela Guatteri, che condividono la conduzione del progetto editoriale Benway Series, mi hanno proposto di organizzare insieme un incontro a scuola io partivo da questa premessa. La premessa cioè di una scuola che, sì, parla poco con il contemporaneo, ma – di gran lunga più rilevante – ne parla male. Perciò ho condiviso senza remore questa impressione, che si presto è accordata con il loro interesse a rompere alcune maglie dell’editoria, invece, e cioè con la scommessa di lasciare a un organismo complicato come una classe di adolescenti il timone di un laboratorio artistico ricreato sul modello dei Fogli pubblicati appunto da Benway Series; quindi anche con la volontà dello stesso Giulio di non proporsi come scrittore in cattedra ma come interlocutore per quanto possibile paritario. E adesso che ho la possibilità di raccontare questa esperienza, allora, vorrei farlo visualizzando un sistema di reciproche messe in crisi, riguardanti il rapporto tra scuola e scrittura (o editoria, o letteratura), che si muove in un duplice senso, e che risponde a una prospettiva secondo me fruttuosa sia per la scuola sia per la letteratura.

Prima di descrivere questo duplice senso, comunque, conviene esplicitare un po’ di contesto (di cui si può sapere di più dal sito di Benway) [1]: il laboratorio si è articolato in due momenti, di due ore ciascuno, in cui una classe quarta dell’Istituto Magistrale Statale Gelasio Caetani di Roma, indirizzo Scienze Umane, ha dapprima incontrato lo scrittore Giulio Marzaioli – che ha condiviso il proprio lavoro e quello di Benway Series – e poi intrapreso un lavoro in gruppi di quattro o cinque studenti che producessero dei nuovi Fogli. Questi ultimi consistono in micro-libri d’artista realizzati con un foglio A3, in cui uno o più creativi sono invitati a intervenire con la massima libertà linguistica e stilistica ma confrontandosi, al contempo, con il limite fisico del supporto. E quindi, ecco: esplorazione e limite in interazione. Leggeremo così la crisi.

 

La classe incontra lo scrittore

Il primo senso o schema con cui abbiamo cercato di interpretare questa esperienza è dunque del tipo “la classe incontra lo scrittore”. Farò qui un riferimento certamente approssimativo, ma che ritengo comunque utile, almeno come suggestione, per affrontare il discorso – ovvero un riferimento a quella che Bruno Latour teorizza come «action-network theory» e che intende «il sociale non come un dominio specifico, ma come un movimento assai peculiare di riassociazione e riassemblaggio» [2], ovvero in cui «l’azione non è trasparente, non si fa sotto il pieno controllo della coscienza, dovrebbe piuttosto essere sentita come un nodo, un groviglio e un conglomerato di molti insiemi inattesi di agency che devono essere lentamente districati». Senza la pretesta di voler dimostrare alcunché sul piano sociologico (e consapevole anche delle criticità del termine “sociologico” all’interno dell’orizzonte latouriano), è a mio avviso interessante partire da uno stimolo del genere per riformulare, appunto, i metodi e le chiavi di lettura entro cui spesso si realizzano gli incontri letterari a scuola. Giocando con lo schema, quindi, in questo caso fisseremo che gli attori coinvolti siano lo scrittore che parla, la classe che ascolta e l’insegnante che media; più una serie pressoché infinita di attori solo in apparenza secondari (come i banchi, l’aula, la circolare che comunica l’incontro, il Registro Elettronico che certifica l’attività eccetera) che però lascerò qui da parte.

Assegnati questi ruoli, dunque, le domande che a mio parere bisogna porsi sono: quali i rischi e quali le potenzialità di questo assemblaggio? Ovvero di questo schema di lettura? Quali gli obiettivi realisticamente raggiungibili? E se proviamo a rispondere pensando anche al modo con cui di solito si concretizza l’incontro con l’autore a scuola (e che personalmente ho avuto modo di osservare da tre angolazioni: studente, insegnante, autore) ci accorgiamo che l’obiettivo viene settato più o meno consciamente su un piano pressoché informativo, o al più testimoniale. L’autore racconta il suo libro e la sua biografia, magari le sue motivazioni, in una modalità che ricalca in tutto e per tutto la presentazione in libreria oltre che la lezione frontale. Non conviene qui aprire una parentesi che pure andrebbe aperta (e cioè a proposito della staticità e ridondanza di un grandissimo numero di presentazioni di libri); basta concentrarsi sul rischio che di fatto affiora abbastanza visibilmente, e che – appunto non è un caso – ripete le modalità con cui nella maggior parte dei casi editoria e didattica in generale si confrontano con la platea: una modalità frontale, verticale, in cui agli studenti non può che spettare il ruolo passivizzato di pubblico. A ciò aggiungiamo infine come la scelta, tra i libri da promuovere a scuola, ricada praticamente sempre sul romanzo (e cioè escluda non di rado la poesia e quasi sistematicamente il racconto o la scrittura inclassificabile) e abbiamo una risposta chiara: l’aggettivo “contemporaneo” rimane pressoché inerte se inteso in senso meramente cronologico – quando cioè l’incontro con la “letteratura contemporanea” non fa che ripetere, nella scelta culturale e performativa, un paradigma perfettamente integrato nel modus più innocuo possibile della cultura, e quindi anche della scuola.

Non posso dire che con Marzaioli abbiamo risolto il problema (perché supera di gran lunga la capacità di azione dei singoli), ma intanto ci siamo posti la questione. La questione cioè se attuare o no lo schema “la classe incontra lo scrittore”, o quantomeno di come poterlo fare forzando l’assemblaggio e introducendo alcune decostruzioni. Dicevo prima di alcuni attori apparentemente secondari: già l’organizzazione fisica dell’aula, in realtà, è un efficacissimo facilitatore dell’approccio frontale; e di fatto la prima mezz’ora anche per noi si è tradotta nel racconto dei propri libri da parte dell’autore. Proprio la consequenzialità tra questa fase e quella in cui la classe è stata invitata a intervenire attivamente (con un brainstorming sul rapporto tra letteratura contemporanea e scuola, prima, e poi con l’attività pratica sui Fogli), ha rafforzato nella mia percezione la necessità di dover mettere in crisi alcuni presupposti della “scolasticità” proprio attraverso il dialogo con la letteratura contemporanea. Li riassumo così:

1) Il contemporaneo inteso cronologicamente ha un suo ruolo base, benché non sufficiente. È il ruolo del confronto con lo scrittore vivo, e cioè con l’esperienza per molti versi anacronistica di coltivare la scrittura. In questo senso, è stato significativo un momento di frizione, in cui Sofia, alunna della classe coinvolta, ha sostenuto la posizione per cui la scuola non abbia bisogno della letteratura contemporanea e che la partita si giochi, invece, sulla capacità della scuola di attualizzare e rendere significativo ciò che già è integrato nella prassi scolastica (Tasso, nell’esempio di Sofia). Proprio perché critico anche nei nostri confronti, l’ho trovato un intervento prezioso.

2) Da qui, ancora un ragionamento su quale contemporaneo far entrare a scuola. E in questo caso, invece, la peculiarità artistica ed editoriale di Benway ha avuto la meglio: prodotti che si propongono di eccedere i parametri con cui siamo abituati a riconoscere un libro, e cioè investendo in maniera massiccia nella rottura del confine tra prosa e poesia e tra i generi letterari tout court, sulla traduzione e il confronto con le letterature non italofone, sulla commistione tra i linguaggi artistici (specie verbali e visivi), sulla manipolazione del supporto librario. Questa è stata sicuramente la decostruzione più forte, dal lato della classe, che si è misurata con i libri ibridi e speculari di Marzaioli (specie Il volo degli uccelli, che “traduce” in disegno la prosa) e soprattutto con i Fogli: un libro costruito con un solo foglio, senza una direzione di lettura precisa, spazializzato – cioè un libro aperto, letteralmente, e alieno rispetto all’immagine-libro statica che proprio scuola e letteratura mainstream educano a riconoscere con esclusività o quasi.

3) Infine bisogna aggiungere un quale culturale. Più che un discorso di necessità, qui si tratta di scelte – di scegliere cioè verso quale tipo di esperienza esercitare la letteratura e quindi quale tipo di esperienza introdurre a scuola. A mio parere, la letteratura maggiore (in termini di visibilità) della nostra editoria, pecca spesso e volentieri di un confessionalismo, sentimentalismo, favolismo, autobiografismo, neo-neorealismo, convenzionalismo che non producono scarti sufficienti a sollecitare un’esperienza linguistica e immaginativa davvero diversa da quella che un adolescente può fare attraverso altri media, per giunta molto più eloquenti e reattivi. Lo dimostra il fatto che non è vero che la lettura non è diffusa tra gli adolescenti: anche sulla scorta del revival anni zero, e certamente sulla spinta di BookTok, al momento non è per niente difficile trovare libri extra-scolastici a scuola, che appaiono però quasi solo nella natura degli young adult e fantasy più triviali e collaudati possibile. Ecco quindi forse la rilevanza di un contemporaneo che proprio in quanto tale, cioè costitutivamente in fieri, si offre felicemente irrisolto e poroso: nel nostro caso si è trattato di post-poesia e pratiche verbovisive, ma è una prospettiva che si coniuga bene anche con la poesia sperimentale o la letteratura elettronica, o ancora con la micro-finzione, il racconto e in fin dei conti lo stesso romanzo, purché non sia la copia carbone abbondantemente saggiata del romanzo familiare borghese.

Dal contemporaneo cronologico al contemporaneo come stadio irrisolto, quindi: questo mi sembra un passaggio da compiere, o quantomeno da tematizzare, se si vuole provare a costruire un legame scuola-letteratura contemporanea che non sia un mero “la letteratura contemporanea a scuola”, cioè l’equivalente di uno spot o posizionamento. Non ho intenzione di proporre qui una panacea, né del resto la nostra esperienza è stata priva di una dose di demotivazione e disinteresse, o di qualche ostacolo – è un ragionamento a posteriori su alcune possibilità da sperimentare. Quelle che ci è sembrato di riconoscere come decisive nel momento in cui abbiamo provato a costruire questo legame a partire da domande e negoziazioni aperte, di cui il lavoro a gruppi sui Fogli, in fin dei conti, cioè il lavoro di collaborazione, incontro e scontro con l’altro, relativizzazione dello sguardo soggettivo, collettivizzazione del processo creativo, non è stata che la controparte pratica.

Lo scrittore incontra la classe

Lo schema degli attori-rete, però, può essere anche capovolto. Che sia la classe a incontrare lo scrittore, appunto, è l’assemblaggio che spontaneamente attribuiamo alla situazione proprio perché abituati al verticismo della pratica letteraria, agli scrittori che parlano a un pubblico. Per me che ho cercato di occupare un ruolo di intermediario (per quanto, proprio in virtù della prospettiva che qui sto adottando, mai davvero trasparente), è stato interessante guardare la scena anche dall’angolo opposto, quello cioè che osserva semmai lo scrittore incontrare la classe. E intendo: incontrare il conglomerato di individualità irriducibili, ognuna rimandante a una fetta di mondo, ognuna scommettente questa fetta di mondo su quelle degli altri, che è la classe.

Proprio dal discorso emerso finora, del resto, la classe non può essere considerata una realtà neutra, supinamente ricettiva e uniforme, quale invece è il pubblico, o almeno il pubblico ideale per un oratore protagonista. E se la didattica viene messa il più possibile su un piano relazionale, collettivo e meta-riflessivo come abbiamo provato a fare noi, questo aspetto non può che emergere con forza. Sono dell’idea che il lavoro a scuola, se fatto con l’impegno di spostare al centro la persona che studia – ancora più che l’apprendimento – sia un confronto continuo, rivelatorio e ustionante insieme, della realtà e delle sue conflittualità più rilevanti, che è profondamente formativo anche per chi insegna. Ma sono anche dell’idea, come si è capito, che questo aspetto venga in realtà spesso accantonato, proprio perché spinoso e almeno in parte delegittimante, in fin dei conti, l’impostazione verticale della scuola gentiliana e liberale. Ed è bene qui indugiare un momento su altre due possibili cristallizzazioni, per niente rare: il romanzo mainstream contemporaneo che parla proprio di scuola, ma lo fa con un filtro romantico-idealistico irricevibile (anche quando si mette in scena la degradata ma sotto sotto santificata scuola maledetta di periferia, altro stereotipo); oppure il docente stesso che interpreta la cattedra come palco, la postura istrionica indossata con una certa frequenza proprio dal docente-scrittore, crasi definitiva e pericolosa che meriterebbe un capitolo a parte.

Tutto questo ramo, infatti, ha a che fare con il potere. Quando Marzaioli è entrato in classe, nei primi minuti, come a volte succede, ho dovuto faticare un po’ per guadagnarmi l’attenzione dei ragazzi, nonostante la presenza dello scrittore. A posteriori però posso dire che questo dettaglio contestuale è stato il vero abbrivio della contraddizione: nessuna soggezione per lo scrittore, che nel momento in cui viene a scuola è convocato anche lui in una dinamica che ha molto a che fare con la contrattazione, e la contrattazione dell’attenzione prima di tutto. So benissimo che i casi sono molto diversi, in uno spettro che va dal caos puro alla classe perfettamente, magari anche un po’ noiosamente, diligente. Ma appunto dopo il primo incontro Marzaioli ha condiviso con me la differenza da lui percepita tra l’incontro universitario e quello scolastico: nel primo, una platea volontaria, attenta, selezionata e preparata; nel secondo, un dialogo più o meno ordinato insieme arricchente e faticoso. Ovvero, per me: nel primo caso un pubblico, nel secondo la realtà.

Per questo dico del potere. Dell’idea che fare scuola in un certo modo, provando cioè a rifiutare ogni cristallizzazione egocentrica e stereotipizzante, provando a centralizzare la classe come organismo eterogeneo e contraddittorio, porta inevitabilmente, per un docente, a fare meta-cognizione sul proprio ruolo e quindi anche sul proprio potere. Mi rendo conto che è un richiamo un po’ âgé, ma credo sia ancora attuale quello che scriveva Foucault in Sorvegliare e punire: «La ripartizione secondo ranghi o gradi ha un duplice ruolo: segnare gli scarti, gerarchizzare le qualità, le competenze, le attitudini; ma anche castigare e ricompensare. Funzionamento penale dell’ordinare e carattere ordinale della sanzione. La disciplina ricompensa con il solo gioco degli avanzamenti, permettendo di guadagnare ranghi e posti; punisce facendo retrocedere e degradando» [3]. È interesse della scuola italiana, soprattutto nella versione aziendalista con curvatura nazionalista concretizzatasi in questi ultimi anni, non problematizzare davvero il ruolo del docente e del potere che nel format didattico così costruito inevitabilmente incarna. Per un docente che ha intenzione di andare a fondo nella pratica pedagogica e nei presupposti culturali e ideologici dell’istituzione scuola è necessario uno sforzo di decostruzione e meta-coscienza che nessuna diramazione delle attività scolastiche tende a incentivare davvero. Ne consegue che questa necessità rimane per lo più inespressa (e in qualche caso direttamente repressa), anche quando l’accelerazionismo tecnologico in cui è caduta la didattica negli ultimi anni sembra dirigersi verso forme di pseudo-orizzontalizzazione: è una democrazia pedagogica apparente, e fa il gioco, semmai, del funzionalismo ed efficientismo cui l’apprendimento viene man mano sottoposto a suon di UDA e PCTO.

Quello dello scrittore ospite ovviamente non è lo stesso ruolo del docente, ma stando a quanto dicevo prima (la presentazione come spot, gli studenti come pubblico, il docente-performer) è possibile osservare alcune linee di continuità e tendenze a riprodurre un setting. Durante il laboratorio, cercando di occupare il ruolo dello spettatore, mi sono divertito non solo a guardare degli adolescenti reagire a possibilità di letteratura e arte per loro del tutto nuove, ma anche a guardare lo scrittore dover del tutto ricalibrare il ruolo che l’attività culturale, editoriale e universitaria gli avevano in certo senso affibbiato (nel caso di Marzaioli come di tutti, me compreso). Di questo è stato immagine il suo immergersi nei lavori di gruppo iniziati in classe, in una fucina che a sua volta ha avuto il compito di espandere e articolare i rapporti tra gli studenti, ma soprattutto il trovarsi in una posizione incerta in cui l’allure dello scrittore era tutta da riguadagnare, e con essa le motivazioni profonde del perché si scrive, quale legame si coltiva tra ciò che si scrive e il mondo esterno, a chi si parla, da quale posizione e per il mandato di chi.

Chiaramente, questa che è solo una testimonianza non vuole dare soluzioni precise a un problema così vasto e frastagliato che riguarda tanto la scuola quanto la scrittura. Ma la dinamica laboratoriale applicata alla letteratura contemporanea, proprio, si presta a mettere sul piatto una serie di domande infrequenti e però decisive. L’idea che mi sono fatto è che scuola e letteratura contemporanea, nel farraginoso dialogo che a sprazzi provano a intessere, si confrontano come due bolle per grandissima parte chiuse a una seria e vitale compromissione con il dato reale. Quando dico dato reale intendo: la condizione materiale e le incognite ermeneutiche che insieme dovrebbero essere parte integrante e motori tanto del processo creativo quanto di quello didattico-pedagogico, e che invece vengono spesso accantonate proprio perché richiedono, per essere considerate ed esplorate, una discussione dei ruoli a volte anche radicale. È un discorso di ruoli. Lo scrittore si presenta nei luoghi in cui viene anticipato dal proprio ruolo, ascoltato passivamente o al limite interrogato da specialisti entro il perimetro della sua aura; l’insegnante entra in classe con la missione di addestrare una massa informe e con il vezzo, talvolta, di giocare all’intellettuale. In questo, il pubblico-studentato rimane per lo più opaco e sullo sfondo, e doppiamente se la condizione è quella spesso sclerotizzata dell’incontro con lo scrittore a scuola. Invece la mia impressione è che scrittura e didattica (specialmente letteraria) siano significative solo in relazione alle proprie fratture, e al complesso interagire degli attori-rete che entrambe richiedono e che entrambe, per costituzione, dovrebbero incoraggiare verso il non noto. Posso dire così, che con il piccolo esperimento Benway Series abbiamo provato a incoraggiare tutti i partecipanti verso il non noto.

 

Note

[1] Il resoconto del seminario-laboratorio si trova a questo link: https://benwayseries.wordpress.com/2026/05/02/benway-school-seminario-laboratorio-con-giulio-marzaioli-e-antonio-perozzi-istituto-statale-g-caetani-roma/

[2] Le citazioni vengono rispettivamente dall’introduzione e dal terzo capitolo di B. Latour, Riassemblare il sociale. Actor-network theory, Meltemi, Milano, 2022.

[3] M. Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino, 1993, p. 80.

Beckett, Cavazzoni, Trevisan

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Blackbird, The Entertainer, Black Mountain Side – strimpelling

di Davide Orecchio

Da un po’ di tempo ho ripreso a suonare la chitarra. È poco più di uno strimpelling, e c’è gente, poverina, che mi ha tolto l’amicizia su Instagram per questo. Comunque mi fa stare bene e non credo di nuocere a nessuno. Poi mi è venuta l’idea di associare brani che mi piace suonare a libri o autori che stimo. Ed ecco qui due o tre esempi.


Samuel Beckett 1906-2026

Un classicone: Samuel Beckett, nel 120mo anniversario della sua nascita. L’ho abbinato a una versione di Blackbird ispirata dalla rilettura di Brad Mehldau, ma nell’arrangiamento di Mike Pachelli, più qualche variazione mia.

La citazione che ho scelto per questo piccolo omaggio è un po’ labirintica. Il brano viene da Il calmante, in Primo amore, trad. it. F. Quadri e C. Cignetti, Einaudi 1979. Ma io l’ho letto in un libro prezioso di Cees Nooteboom: Tumbas, Iperborea 2015, p. 65.


Quel genio di Cavazzoni

Qui il più recente Ermanno Cavazzoni di Storia di un’amicizia, da me molto amato. Lo accompagno con The Entertainer nel famoso arrangiamento di Chet Atkins. Dovendo fare una cosa rapida – li chiamano reel e li chiamano short – purtroppo non ho potuto inserire il bridge, che è forse la parte più divertente del brano.

È difficile che un libro di Ermanno Cavazzoni non mi piaccia, lui è proprio geniale. Ma in questo Storia di un’amicizia pubblicato da Quodlibet Cavazzoni si supera, ti mette proprio voglia di vivere, di fare e pensare, di leggere e ascoltare.


L’impareggiabile Works di Trevisan

Works di Vitaliano Trevisan è uno dei più importanti romanzi sul lavoro della letteratura italiana. Siamo alle altezze di Volponi e Primo Levi. Mi sembra giusto accompagnarlo (o almeno ci provo) con uno dei brani più belli per chitarra acustica che conosca, Black Mountain Side dei Led Zeppelin (e prima ancora di Jimmy Page: Bert Jansch e diversi altri). 

Siamo all’inizio del libro. La pagina di Trevisan racconta il desiderio di una bicicletta, e dà il tono all’epica del romanzo. C’è un sottotesto ironico: il protagonista, maschio adolescente, è stanco di usare la due ruote della sorella maggiore, e di farsi lasciare indietro dagli amici che corrono su biciclette più belle. Lui vuole una bici “da uomo”. La vuole “col palo” e le marce. Ma questo giovane figlio di proletari non può avere la bicicletta che desidera, e scopre presto il posto che gli spetta nel mondo.  Non ci sono soldi: la bicicletta dovrà guadagnarsela lavorando. Vitaliano Trevisan, Works, edizione ampliata, Einaudi 2022, pp. 5-16.

Su “All’ombra della Shoah. Decolonizzazione e politiche della memoria” di Micol Meghnagi

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di Riccardo Capoferro

Dopo un’iniziale stagione di oblio, la Shoah sembrava essere divenuta una fondamentale pietra di paragone etica e storica, pienamente consacrata e collocata al cuore della nostra cultura pubblica; dopo Gaza, però, la sua aura sacrale si è in parte dissolta. È stata trasformata in un’insegna, è stata oggetto di puntigliosi tentativi di negarne le affinità con le violenze e le devastazioni in corso, ed è stata invocata per giustificare le operazioni belliche più efferate: all’indomani del 7 ottobre, varie personalità pubbliche israeliane hanno paragonato i miliziani di Hamas ai nazisti, auspicando la distruzione di Gaza. Al tempo stesso, tra coloro che hanno manifestato per la Palestina c’è stato chi, pur essendo stato educato a commemorare le vittime del Lager, ha contestato la centralità della Shoah nel nostro immaginario storico e civile.

All’ombra della Shoah. Decolonizzazione e politiche della memoria di Micol Meghnagi (Fandango 2026) ci aiuta, con un’analisi molto convincente, a districarci tra i significati che hanno definito la Shoah e ne hanno determinato il ruolo, concentrandosi sulle culture della memoria degli ultimi decenni. Addentrandosi in una realtà ebraica vasta e plurale, Meghnagi mostra le funzioni politiche e identitarie di cui la Shoah si è caricata nel tempo, senza mai perdere di vista lo stato di Israele. In tal modo, porta in evidenza quel che la religione della memoria europea e angloamericana ha lasciato in ombra – il sottotitolo del libro è anche metafora di un’eclissi –: la possibilità che la Shoah possa essere invocata in modo strumentale per giustificare violenze ed esclusioni e marginalizzare il ricordo di altre esperienze traumatiche. Con particolare attenzione, Meghnagi affronta il problema che dopo la distruzione di Gaza è venuto più di ogni altro a complicare il significato pubblico della Shoah: il suo rapporto con la lunga durata delle politiche neocoloniali.

Nel quadro delineato da Meghnagi, la memoria della Shoah si rivela come il prodotto di molte forze e interessi: è stata anche il cuore, in Europa, negli Stati Uniti e in Israele, di un culto che ha offuscato oltre che memorializzare, spesso legato a pregiudizi eurocentrici e opportunità politiche. È significativo il caso tedesco, che Meghnagi ricostruisce con precisione. Nonostante il processo di Norimberga, in Germania la denazificazione è stata, nei fatti, parziale, e l’antisemitismo è sopravvissuto. Ma questo è solo un aspetto della vicenda. Negli anni ’50, nel contesto della Guerra Fredda, Adenauer offrì a Israele indennizzi sostanziosi, e la Germania diventò, negli anni ’60, uno dei suoi principali fornitori di materiale bellico. L’antisemitismo continuava a serpeggiare, e al tempo stesso si delineava un atteggiamento di filosemitismo ostentato, sostenuto da un’alleanza sempre più salda tra Germania e Israele. Negli ultimi anni la contraddizione si è aggravata. Poco feconda in rapporto ai dilemmi del mondo globalizzato, la sacralizzazione della Shoah si è intrecciata a un’islamofobia diffusa. Ha avuto, inoltre, un peso nella mancata risposta istituzionale tedesca alla distruzione di Gaza, e ha offerto ulteriori giustificazioni per censurare chi criticasse l’operato di Israele. (Una situazione che, sfiorando il grottesco, ha visto tedeschi filosionisti additare come antisemiti degli ebrei israeliani critici verso Israele).

In Italia, in cui ci si è crogiolati a lungo nel mito rassicurante del bravo italiano – e in cui, come recita il luogo comune, non c’è stata Norimberga – le faglie sono state, in apparenza, meno profonde. Ma Meghnagi ci mostra come la cultura della memoria abbia avuto, anche qui, esiti ambigui. In particolare, ripercorre la trasformazione della Shoah in un capitale morale che è tornato utile alle destre neofasciste in cerca di verginità politica. Ritualizzata e non accompagnata da una consapevolezza storica articolata, la memoria della Shoah è divenuta solo in parte un catalizzatore di progresso civile e intellettuale. Coltivata per fare i conti con la storia, ha fatto buon gioco a chi la storia voleva lasciarla in ombra. Nel frattempo, l’etnonazionalismo israeliano, vissuto come un ritorno gratificante di quel represso suprematista che l’Europa ha provato senza gran successo a espellere, si è imposto come punto di riferimento per le ultradestre. C’è anche in Italia chi difendendo la memoria della Shoah difende, ammirato, la Sparta israeliana, modello di militarismo e compattezza etnica, oltre che partner dell’industria bellica europea.

Ma l’Italia, la Germania e gli stessi USA – in cui nel clima surriscaldato della politica delle identità ampi settori delle comunità ebraiche invocano i traumi del passato per rivendicare autorità morale – sono solo ai margini del monopolio della memoria. Al centro, come mostra Meghnagi, c’è Israele. Dopo il processo a Eichmann, la Shoah diventò parte di una retorica bellicista imperniata sul principio ambiguo e pericoloso di una difesa preventiva; un principio che è stato ripetutamente usato per legittimare un uso indiscriminato della violenza: nel 1982 Begin giustificò la decisione di invadere il Libano con l’argomento che “l’alternativa è Treblinka” (quel che è poi successo in Libano è ben noto).  La memoria della Shoah è stata presa, in altri termini, a fondamento di un’identità dal forte tratto vittimario; di una prospettiva morale che nel conflitto con gli arabi vede il perpetuo riproporsi di un’eterna “minaccia esistenziale”. Una prospettiva deformata, che ha cancellato la natura politica e storica dell’occupazione della Cisgiordania e dell’assedio di Gaza – oltre che del processo che ha condotto alla nascita di Israele.

C’è una sezione di All’ombra della Shoah che torna particolarmente utile ai fini di una comprensione delle contraddizioni di Israele, dei suoi rapporti con il mondo arabo, delle sue politiche demografiche e, in ultima analisi, dei suoi legami con la cultura coloniale: quella dedicata ai mizrahi, gli ebrei “orientali” giunti in Israele poco dopo il ’48. Con una formidabile opera di sintesi, Meghnagi ripercorre una storia complicata e rivelatoria. Le due guerre mondiali, la nascita di Israele e l’inasprirsi dei rapporti con gli stati arabi ruppero un equilibrio durato secoli: le comunità ebraiche mediorientali e nordafricane, ben inserite (non senza qualche tensione) nei tessuti sociali locali, sono state a loro volta espulse con violenza dai paesi arabi: un clima esacerbato dall’arrivo dell’antisemitismo moderno – che è, ricordiamolo, un prodotto europeo. In Israele, però, i mizrahi sono stati a loro volta stigmatizzati, perché considerati corrotti dalla vicinanza con il mondo arabo. Esclusi dal loro mondo d’origine e sviliti dallo stato che li ha accolti e ha a volte sollecitato – in modo non sempre limpido – il loro arrivo, si sono ritrovati al fondo di una gerarchia dalla marcata impronta razziale, derivata, come evidenzia Meghnagi, dalla cultura coloniale europea. Dopo decenni di marginalizzazione, le comunità di mizrahi hanno poi trovato un riscatto politico nel momento in cui Begin e la destra del Likud hanno fatto leva sul loro scontento per assicurarsi la vittoria elettorale. E questo ha segnato l’inizio di una nuova fase, all’insegna di un ancora più forte sentimento antiarabo.

Nella lettura di Meghnagi – e dei teorici postcoloniali che chiama in causa – le contraddizioni che caratterizzano la storia dei mizrahi mettono in rilievo il persistere di una visione orientalista, che ha operato sotterraneamente nelle stesse logiche memoriali della Shoah. Attraverso il dialogo con l’importante lavoro di Michael Rothberg sulla “memoria multidirezionale”, Meghnagi mette in luce come la memoria della Shoah sia stata a lungo tenuta lontana da un confronto con l’esperienza coloniale. È sintomatico che solo negli ultimi vent’anni i presupposti coloniali della Shoah siano stati indagati più a fondo, muovendo dal lavoro di Hannah Arendt e dalle osservazioni, a lungo trascurate, dei pionieri del pensiero postcoloniale.

All’ombra della Shoah non è solo una genealogia della memoria della Shoah; è anche una riflessione sui vicoli ciechi del conflitto tra memorie. Intessendo una conversazione con il lavoro pionieristico di Bashir Bashir e Amos Goldberg – incentrato su “Olocausto e Nakba” – e con altri contributi importanti, Meghnagi evidenzia il potenziale politico di una memoria complessa – multidirezionale, per dirla con Rothberg – basata su una pratica di empatia e ascolto e su un dialogo aperto tra storie ed esperienze, dal quale può emergere una visione condivisa.

All’ombra della Shoah articola le sue analisi con chiarezza rara. È non meno rara, nel contesto italiano, la chiarezza con cui manifesta i propri presupposti affettivi ed epistemologici. Nel discorso su Israele e Palestina – anche nelle parole degli storici – si avverte non di rado la tendenza a nascondere le proprie idiosincrasie e i vincoli sociali e personali da cui esse derivano dietro una facciata di obiettività. Distinzioni dal tono accademico possono assecondare idee preconcette, paure dalle radici profonde e il bisogno viscerale di tutelare il proprio gruppo. Meghnagi ha invece scelto di rendere esplicito il vissuto personale e di attivista che ha nutrito il suo sguardo: la sua è una famiglia di ebrei libici giunti in Italia come profughi nel 1967. In questo libro, dunque, l’esperienza dei mizrahi non è solo oggetto di ricostruzione storica, è a sua volta un’eredità, esistenziale e memoriale, convertita in strumento di conoscenza, e al tempo stesso apertamente riconosciuta.

Un ricordo di Carlo Ginzburg

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Tra i molti ricordi di mio padre Carlo Ginzburg, usciti in questi giorni dopo la sua morte il 17 giugno, questo è quello che mi ha toccata più di tutti. Grazie
fatamorganaweb.it che lo ha pubblicato per primo.

 

Frammenti di vite lontane, sconosciute e familiari

di Cora Presezzi

Carlo Ginzburg era un viaggiatore formidabile. Poteva capitare di scrivergli a più riprese nell’arco di qualche settimana, e lui avrebbe risposto una volta dall’aeroporto di Parigi, un’altra da un hotel di Sibiu, quella dopo da San Pietroburgo o da Los Angeles, dove era appena arrivato dopo essere stato a Pechino. Anni fa, alla cerimonia in cui gli fu conferita la cittadinanza onoraria di Montereale Valcellina (il comune friulano dove viveva Menocchio), il suo amico Adriano Prosperi descrisse il modo che Ginzburg aveva di entrare nelle città durante i suoi innumerevoli viaggi: come se fosse sempre la prima volta. Pare infatti che gli fosse sconosciuto il senso del ritorno, e di sé diceva di aver sempre avuto un intenso rapporto con i paesaggi, ma un «debolissimo sentimento di appartenenza ai luoghi». D’altronde è stato lui a suggerirci la lettura più interessante del detto «tutto il mondo è paese»: non che tutto il mondo è uguale, ma che ovunque si può essere spaesati rispetto a qualcosa o a qualcuno (una condizione carica di benefici per il troppo piccolo cosmo del nostro ego), per poi imbattersi, nel più selvaggiamente lontano e straniante dei luoghi fisici o immaginari, in qualcosa di profondamente familiare.

La tensione tra straniamento e familiarità è anche una delle chiavi della storiografia di Ginzburg, del suo modo di immergersi nel paesaggio umano. E il flebile senso di appartenenza è stato probabilmente ciò che gli ha permesso di scrollarsi di dosso ogni etichetta che rischiava di trasformarsi in una gabbia. Nessun campo, tema, forma, gruppo, scuola, nemmeno la direzione della mitica collana «microstorie» di Einaudi, e persino nessuna metodologia affinata nel corso di una specifica indagine (come quando progettava di scrivere un libro su Jean-Pierre Purry, a cui aveva dedicato vari anni di ricerche, ma poi gli parve troppo simile nell’impianto allo studio su Menocchio, e desistette): nulla poteva reggere il passo della sua caccia implacabile di qualcosa che potesse scardinare il già noto, mettere l’intelligenza e l’immaginazione davanti a un problema, far sorgere la cosa più difficile da trovare per ogni ricercatore: una vera domanda, prodotta dal confronto con l’opacità e con l’ignoto, possibilmente presaga di più livelli di verità.

Ma a fondamento di questa postura radicalmente dinamica, c’è la feroce fedeltà di Carlo Ginzburg alla sua vocazione di storico, che era anche la forma obliqua del suo quotidiano impegno politico e umano, svolto attraverso la ricerca, la scrittura, l’insegnamento. Quando evocava la scena della triplice decisione presa a vent’anni davanti a uno scaffale della biblioteca universitaria, da cui ebbe avvio questa lunga fedeltà al mestiere di storico, a qualcuno sarà forse venuta alla mente quella pagina delle Piccole virtù, dove Natalia Ginzburg, sua madre, descrive la consapevolezza del non poter produrre o controllare, e insieme il dovere elementare di favorire e non ostacolare, la nascita, in un ragazzino, di «una vocazione, una passione ardente ed esclusiva».

Nelle pagine di sua madre, il Carlo figlio compare in più occasioni. È il giovane uomo dagli «occhi di carbone», la «testa nera, irsuta e selvatica», che la scrittrice scopre essere uno dei suoi pochissimi interlocutori, al quale lei sottopone ciò che scrive e lui la delizia coprendola «di insulti e contumelie, con prepotenza divertita e selvaggia». Ed è il bambino portato insieme ai fratelli, ogni mattina molto presto, a fare lunghe passeggiate nella neve a Pizzoli, il comune dell’aquilano dove la famiglia visse al tempo del confino di Leone, e con cui poi mantenne per sempre un fortissimo legame. E proprio a quell’infanzia abruzzese, ma più in generale alle storie e letture d’infanzia, Ginzburg è più volte tornato per rintracciare il capo di fili che avrebbe poi ritessuto nelle sue ricerche di adulto: le nenie macabre che gli cantava Crocetta, la ragazzina dell’Aquila che gli faceva da balia a Pizzoli, ma anche la lettura di fiabe illustrate, tra le quali ricordò in più occasioni le spaventose metamorfosi del personaggio di Gomitetto nelle amate Fiabe di Capuana.

Ho assistito a molti suoi seminari, ma non sono mai stata a una lezione universitaria di Ginzburg. Sul suo modo di fare lezione conosco i racconti di suoi ex studenti poi divenuti miei amici: un vero campionario leggendario che resterà giustamente appannaggio della tradizione orale, in cui si affastellano aneddoti e frasi ormai mitologiche. Molti dicono, e lo ha scritto anni fa Ottavia Niccoli, che il Ginzburg insegnante riusciva a portarti a fare delle cose che non avresti mai creduto di poter fare. Di questo, e dell’energia contagiosa che era in grado di trasmetterti se si appassionava a una ricerca che stavi conducendo, ho invece esperienza diretta. Ricordo la sensazione esaltante nell’avvertire i perimetri di sicurezza sgretolarsi, l’ansia del giudizio altrui svaporare, i «non è il mio campo» venire letteralmente demoliti da un entusiasmo travolgente, dalla gioia di scommettere tantissimo, dal rischio di non afferrare nulla. Ricordo di aver lavorato su una pista che gli era parsa intrigante, qualche anno fa, per tutto il mese di agosto, svegliandomi prestissimo ogni mattina e scrivendo per una trentina di giorni come una forsennata. Alla fine alcune cose non tornavano e inserii una nota in cui promettevo una versione estesa del contributo in cui avrei chiarito x e y. Glielo mandai. Dopo mezz’ora arrivò una sua email: aveva letto ovviamente anche le note, dato che la sua risposta fu «non vedo l’ora di leggere la versione maior».

È stato detto più volte, in questi giorni dopo la sua scomparsa, che Ginzburg era un gigante, in riferimento alla sua statura intellettuale e morale. E in effetti Carlo faceva spesso le cose in una scala tutta sua, che raramente prevedeva mezze misure. Come l’accoglienza che riservava ai suoi visitatori, aspettandoli sul pianerottolo davanti all’ascensore, con le braccia spalancate, un grande e raggiante sorriso, e poi diceva «Evviva!»; l’enorme caffettiera che preparava a qualsiasi ora del giorno, versandosi le più grandi tazze di caffè immaginabili; le quantità esorbitanti di parmigiano che grattugiava in una cuccuma, invitandoti ripetutamente durante il pasto ad aggiungere altro formaggio al tuo piatto; il numero di spazi che digitava, quando scriveva al computer, tra una parola e l’altra, e che potevano essere tre, quattro o anche sei, a testimonianza dell’energia con cui batteva sulla barra spaziatrice; i viaggi di cui ho già parlato, culminati in un vero e proprio giro del mondo che fece poco prima della pandemia; e ovviamente i programmi di ricerca ambiziosissimi che si era prefissato, e quelli che ha portato a termine. Ricorderò qui solo Storia notturna, un libro che rileggeremo e che avrà sempre qualcosa da dirci, frutto di oltre quindici anni di ricerche e dedicato alla genesi dello stereotipo del sabba stregonesco, dove si parte dal Friuli e si attraversano in lungo e in largo le pendici più remote dell’Eurasia alla ricerca di elementi da inserire in una vastissima comparazione diacronica.

A volte, specie nel caso di alcuni saggi, leggere Carlo Ginzburg è difficile. Non per questioni di stile, perché la sua scrittura è sempre refrattaria ai tecnicismi, alle formule che occultano invece di rivelare, ma per la tortuosità – come direbbe lui – delle piste e per i giochi di scatole cinesi che tanto amava come lettore e come scrittore. Ma sempre si può star certi che anche il più impervio dei tragitti porti da qualche parte, a una qualche verità.

Ci sono ancora tante cose che ho la tentazione di evocare. Alcune sue risposte memorabili, ad esempio: «questo non è né un merito, né un’attenuante», detto a un interlocutore che sottolineava, con una certa compiacenza, il fatto che I benandanti fosse stato scritto all’età di ventisette anni; «meglio un asino vivo che un cavallo morto», quando gli chiesero perché non si cimentasse nella scrittura letteraria, dato il suo evidente talento per la narrazione; «il coraggio è tutto dall’altra parte», detto a proposito della Chiesa cattolica, quando venne aperto agli studiosi l’archivio della Congregazione della fede, e qualcuno parlò del coraggio di Carlo Ginzburg, che diversi anni prima aveva scritto una lettera a papa Wojtyla per chiedergli di rendere accessibili agli studiosi i documenti lì conservati (era il 1978 e stava allora studiando il caso dell’ebreo convertito, buffone e distillatore, Costantino Saccardino).

Oppure alcune sue battaglie: come quella contro l’abuso della categoria di empatia, in cui vedeva una troppo facile scappatoia all’imperativo di analisi razionale e distacco critico, o quella (ben delineata già in Spie) relativa alla categoria di identità, a suo avviso uno strumento repressivo e di dominio, inservibile sul piano analitico. O le sue sopracciglia cespugliose, parte attiva in ogni conversazione, così come gli intercalari – il suo Eh già! – inconfondibili. Il suo sfrenato piacere non della conoscenza come possesso, ma del conoscere come moto perpetuo. La sua proverbiale euforia dell’ignoranza: il patto implicito di ogni scambio con lui si fondava, come Lucio Biasiori ha ricordato nel discorso di commemorazione all’Archiginnasio, sull’idea che l’ignoranza non fosse qualcosa di cui vergognarsi, ma la condizione necessaria per imparare. O, ancora, i capisaldi che non si stancava di ribadire, come la distinzione tra risposte inaccettabili sul piano morale e domande legittime da sottrarre al terreno del nemico. O il modo che aveva di pronunciare certe parole in altre lingue, come la parola quechua huacha, che sempre citava quando raccontava una sua ricerca su Garcilaso de la Vega. O, infine, quelle sue frasi che sono dei fari a cui sempre torno col pensiero quando perdo la bussola, e che cito qui a memoria in modo spero non troppo impreciso: «piacere a tutti non è solo impossibile, ma sbagliato» (detto a proposito della microstoria, ma estendibile ad altro); «dovrebbe esistere un giuramento di Tucidide come esiste un giuramento di Ippocrate» (una battuta molto seria); «la conoscenza procede in modo discontinuo, per strappi»; «la letteratura nutre la nostra immaginazione morale» (un insegnamento ricevuto dalla madre).

È stata emozionante l’onda di affetto e di memorie personali che ha scosso i social e i media in questi ultimi giorni, con centinaia di foto di copertine consunte del Formaggio e i vermi, citazioni tratte dai suoi libri più amati, evocazioni di aspetti e lati diversi di Carlo Ginzburg, carissimo a tanti, per tanti diversi motivi. Ma questo non sorprende. Come non sorprende che durante il suo ultimo viaggio in sud America, Ginzburg fosse stato accolto (se non ricordo male a Buenos Aires) con un vero e proprio coro da stadio («Olè Olè-olè-olè! Carlooooo, Carlooooo!»), in cui si esprimeva chiaramente l’idea che, per la coscienza popolare, Ginzburg è stato sì il professore emerito della Normale di Pisa e il vincitore del premio Balzan insignito di più di venti lauree honoris causa; ma prima e dopo esser stato tutto questo, Carlo Ginzburg è stato e resta uno storico che ha saputo guardare dritta negli occhi l’oppressione nelle sue tante forme – come ha scritto, ancora una volta, Adriano Prosperi –, e raccontarla con quel «tatto delle parole» di cui parlava Marc Bloch. Lo storico che ha usato la sua grande felicità espressiva e la sua vasta erudizione per dar voce a straordinarie storie di indipendenza morale e intellettuale nei confronti dell’autorità, nel modo alto e caparbio di un Menocchio e di un Thiess, o anche solo in rapidi guizzi di un momento, poi ripiombati in più mediocri destini. Lo storico che ha portato sotto gli occhi dei suoi lettori e delle sue lettrici, in magnifica prosa (ed è questo un fatto etico ancor prima che estetico), la meticolosa ricostruzione di frammenti di vite lontane, sconosciute e familiari.

Carlo Ginzburg, Torino, 15 aprile 1939 – Bologna, 17 giugno 2026.

Fortunello e Cirillino e il Terzo Reich

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[ CARLO GINZBURG da “I benandanti”, pag. VII Prefazione, Einaudi, 1966 “Queste testimonianze friulane ci mostrano infatti un intersecarsi continuo di tendenze della durata di decenni o addirittura di secoli, e di reazioni assolutamente individuali e private, spesso addirittura inconsapevoli – quelle reazioni di cui apparentemente è impossibile fare storia, e senza le quali, in realtà, la storia della «mentalità collettiva» finisce con l’ipostatizzare una serie di tendenze e di forze disincarnate e astratte.” ]

1940 Teatro Scala di Berlino, locandina a colori dello spettacolo”Fortunello e Cirillino”
Eric Satie[1866–1925]
Acrobates da Parade [1917]

di Davide Panzavolta

Per anni ho quasi ignorato l’esistenza e la storia di mio nonno materno, quando sono nato, lui non c’era più già da tempo, in famiglia non se ne parlava molto, anzi le notizie erano poche e nebulose. Più o meno quando avevo 10 anni morì anche mia nonna e da allora quel ramo della famiglia andò lentamente e inesorabilmente ad allontanarsi. A differenza ricordo bene tutto il periodo trascorso con i nonni paterni, contadini di Forlì, grazie ai quali ho imparato l’importanza della terra, del susseguirsi delle stagioni e l’alternanza tra il periodo di raccolta e di semina. È molto facile creare bei ricordi quando si va tutti insieme a raccogliere le ciliegie, ad assistere alla nascita di un vitellino, a vendemmiare oppure a pigiare l’uva per produrre quel Sangiovese che si berrà durante tutto l’anno. Questi momenti di felicità familiare restano impressi nella memoria creando ricordi indelebili trasversali tra le generazioni.

Arrivati però alla fatidica soglia dei 40 anni, cominci a fare i conti con la crisi di mezza età, ed è inevitabile provare a fare un bilancio della propria vita, penso sia successo a tutti. E’ durante questi conti e calcoli che mi accorgo che le mie radici non sono così ben consolidate come credevo, o per meglio dire, sono ben radicate da un lato ma ancora superficiali da un altro. E’ inevitabile che per riuscire a comprendere chi io sia veramente, devo sapere da dove provengo.

Così, come un novello archeologo, mi dirigo verso il solaio. Mi ricordo che da qualche parte ci dovrebbero essere degli scatoloni provenienti dallo sgombero della casa dei miei nonni di Modena. Nella sala a fianco all’acetaia di famiglia, sepolta tra vecchie sedie, passeggini in disuso e alberi di Natale, riposa da tempo una di quelle grosse confezioni regalo che negli anni 60 commercializza la Stock 84 con i suoi migliori brandy durante le feste. Al suo interno si nasconde il tesoro che stavo cercando, quello che da ora in avanti sarà denominato come: L’archivio di Primo Malagoli. Questo era il nome di mio nonno.

Al suo interno ci sono reperti cartacei, foto, documenti, missive, articoli di giornale, locandine e poster databili tra il 1936 e il 1946. Comincia per me un lungo periodo di riordino e catalogazione di tutto questo materiale, cercando di dare un ordine cronologico alla sequenza di eventi che trascinarono mio nonno in lungo il largo per l’Europa negli anni più bui che il ventesimo secolo ricordi.

1936 riviera romagnola Primo Malagoli con la moglie Domizia Brighenti e la figlioletta Miriam Malagoli in un momento di svago e gioco al mare.

Cercherò quindi qui di seguito di riportare il più fedelmente possibile quello che dopo più di tre anni di ricerca sono riuscito a scoprire.

I gemelli Primo e Secondo Malagoli entrambi atleti alla Società Sportiva Panaro di Modena.

La storia parte intorno agli anni venti a Modena, dove mio nonno Primo Malagoli, quinto di sei figli e orfano di padre, si trova a lottare quotidianamente per sopravvivere all’ingerenza e alla povertà ed è solo grazie alla buona sorte e alle sue sorprendenti doti atletiche che riuscirà a entrare nelle grazie di uno dei pochi uomini che all’epoca potessero vantare una fama mondiale. Tra il 1920 e il 1930 Primo ha la fortuna di essere accolto sotto l’ala protettiva dell’atleta più famoso al mondo Alberto Braglia, pluri medagliato olimpico, classe 1883, che al ritorno dalla Prima Guerra Mondiale viene travolto dalla tragedia della perdita di un figlio e probabilmente troverà in mio nonno il conforto per quella mancanza altrimenti incolmabile. Nasce così tra i due un rapporto che va ben oltre al semplice legame tra mentore e allievo e che li legherà per tutta la vita. Sulla rocambolesca vita di Alberto Braglia si è già scritto molto, della sua formidabile carriera Olimpica, delle medaglie d’oro vinte ad Atene nel 1906 quello di Londra Nel 1908 e l’altra Stoccolma nel 1912. A me spetta l’arduo compito di raccontarvi la storia del suo discepolo più talentuoso. Primo, oltre a essere stato suo allievo nelle discipline sportive, seguì le sue orme anche nell’altra attività di Braglia, quella meno nota, quella per cui forse l’atleta provò anche un certo imbarazzo, perché dettata dal bisogno di “sbarcare il lunario”. Erano altri tempi, dove lo sport si praticava solo per la gloria senza ricevere compensi, così l’olimpionico dovette reinventarsi artista di spettacoli di varietà dove si esibiva grazie alle proprie doti atletiche:

 

Braglia si diede al teatro portando in scena con un bambino di sette anni due personaggi del Corriere dei Piccoli, Fortunello e Cirillino: usava le sue doti atletiche sul palcoscenico per compiere spericolate evoluzioni riscuotendo un grande successo di pubblico.

È nel 1925 che Primo e Alberto Braglia si conoscono: Primo è allievo alla Società Sportiva Panaro del mitico Braglia, la leggenda della ginnastica italiana, che si affeziona a quel ragazzo. L’uomo ha perso un figlio e Primo dal canto suo è orfano di padre, così è presto spiegato lo stretto rapporto umano che si crea. Oltre all’arte ginnica, Braglia è un vero mentore per Primo che grazie ai suoi insegnamenti decide di non iscriversi mai al partito fascista, nonostante le crescenti pressioni del regime.

Ed è proprio a Primo Malagoli che Braglia decide di lasciare in eredità il suo spettacolo clownesco. La ricerca del nuovo Cirillino inizia nel 1935. La scelta ricade su di un bambino magrolino, tutto nervi, sinuoso come la seta ma duro come un incudine da fabbro: il suo nome è Armando Salami.

1940 Germania, “Fortunello e Cirillino” in posa per un giornale tedesco

Il rinato spettacolo diventa da subito richiestissimo e verrà portato in scena per dieci anni, tra il 1935 e il 1945, talmente apprezzato da essere eseguito anche davanti al Re, nel maggio 1939. L’occasione è il pranzo dato a Roma in onore della visita della principessa Olga di Jugoslavia. I due emozionatissimi clown si esibiscono a corte davanti alle famiglie reali e in segno di ringraziamento ricevono in dono una coppia di gemelli da camicia in oro, impreziosita da piccole rosette di diamanti su cui sono incise le iniziali della regina Elena.

Questo è l’unico filmato recuperato contenente alcuni dei numeri dello spettacolo. È stato convertito dalla pellicola originale in 16 mm al formato digitale. Si tratta di una prova dello spettacolo effettuata nel 1935 a Formigine in provincia di Modena.

È un vecchio filmato in bianco e nero che svela i dettagli dello spettacolo di Fortunello e Cirillino: in scena ci sono un uomo e un bambino che si tengono per mano e avanzano con sguardo fiero e passo deciso su uno stretto tappeto. L’uomo regge una grande valigia, sono entrambi vestiti da clown, sorridono felici, finché il bambino non inizia a sbeffeggiarlo. L’uomo per acchiappare il piccolo birbante si prodiga in acrobazie, fino ad afferrare una scopa per punirlo alla quale però Cirillino si avvinghia compiendo altre evoluzioni. La parte conclusiva del loro numero è la più spettacolare: Fortunello, spazientito, afferra deciso il piccolo briccone e lo lancia in aria facendogli compiere un triplo salto mortale che termina esattamente dentro la capiente valigia a soffietto. Una volta richiusa, i due artisti guadagnano l’uscita di scena tra gli scroscianti applausi del pubblico.

Nel 1941 qualcosa va storto: forse una soffiata ai fascisti o qualcuno invidioso del successo, fatto sta che Primo Malagoli viene mandato a esibirsi in Germania: si tratta di una sorta di esilio coatto.

Il viaggio attraverso tutta l’Europa di “Fortunello e Cirillino”

In Germania Fortunello e Cirillino spopolano: lo spettacolo viene portato in scena numerose volte alla Scala di Berlino, e su tutto il suolo del Reich da Dortmund, Dassau, Köln, Düsseldorf, Nürnberg, München, Frankfurt, Hamburg, ecc…

1939 teatro Scala di Berlino foto degli artisti Fortunello e Cirillino in camerino prima dello spettacolo, da notare le foto dei famigliari cari attaccate intorno allo specchio, e un po più a sinistra la foto del Duce e di Hitler, il teatro Scala era in origine un teatro gestito da ebrei che venne requisito e adibito alla propaganda per questo gli artisti erano obbligati a esibire le immagini dei loro carcerieri.

D’altra parte in quegli anni bui la ricerca di leggerezza e risate era fondamentale per resistere alle brutture della guerra. Tra il 1941 e il 1943, per sopravvivere, Primo è costretto, in cambio di 11 mesi di spettacoli nei teatri tedeschi, a garantire un mese di repliche solo per i militari o i dignitari tedeschi e le loro famiglie.

Resta lontano dall’Italia, e dai suoi cari (Primo ha una moglie, una figlia piccola e una madre anziana), per tre anni lavora senza interruzione e non ha la libertà di contrattare personalmente la paga né tantomeno di riscuoterla. Per tutte queste operazioni ha l’obbligo di passare, con grande complicazione, attraverso l’Amministrazione Fiduciaria per le Professioni Culturali.

Domizia Malagoli la moglie di Primo e Miriam Malagoli la figlia.

Sono anni di soddisfazioni, grazie al successo dello spettacolo, ma anche di grande fatica e limitazioni alla propria libera volontà. Nel 1942 vede riconosciuto ufficialmente il valore del suo lavoro poichè è chiamato a far parte dello spettacolo “Das brosse Lachen” (la grande risata), uno dei più famosi dell’epoca, allestito dal grande clown spagnolo Charlie Rivel.

1939 Teatro Apollo di Berlino, saluti finali della compagnia del varietà, al centro con il mazzo di fiori Fortunello e Cirillino, come attrazione principale.
Settembre del 1939 a Berlino al Teatro Scala la foto ritrae un attimo delle prove del Varietà. Al centro con quella sorta di megafono il direttore del teatro che impartisce ordini agli artisti in pista che si esibiscono. Gli altri artisti sono in attesa del loro turno a sedere su una sorta di ribalta simile a quelle che si trovano nei circhi cosi anche il pavimento non è di legno ma probabilmente sabbia. Tipico della concezione di teatro di varietà nordico.
1940 Berlino ingresso in scena di Fortunello e Cirillino presso il teatro Scala

La tournè si interrompe bruscamente il 15 luglio 1943, appena dieci giorni prima della caduta di Mussolini in Italia. In tale data infatti, dall’archivio si evince, che Primo lascia improvvisamente la Germania, grazie all’intercessione di un alto funzionario tedesco che, in brevissimo tempo, gli fornisce tutti i documenti necessari per espatriare, prima a Copenhagen poi a Göteborg, con l’obbligo, in cambio, che egli conduca con sè in salvo suo figlio per riportarlo in Germania solo a guerra finita. E così fa.

17-7-1943 Arrivo a Copenaghen di Primo Malagoli e Armando Salami, si intravede nei loro occhi la gioia e la consapevolezza di chi sa che è appena scampato a un enorme pericolo. Da li a pochi giorni tutti gli italiani sul suolo tedesco verranno fatti prigionieri.

Nei lunghi tre anni in cui si ferma in Svezia, in attesa di poter rientrare in Italia, Primo, sempre accompagnato da Armando “Cirillino”, alterna il mondo del varietà a un lavoro stabile presso la fabbrica di statuine di ceramica di proprietà di una famiglia di immigrati italiani.

È solo nella primavera del 1946 che Primo potrà far rientro a Modena dopo ben cinque anni di assenza. Cirillino, partito ragazzo, è tornato ormai uomo. Primo può finalmente riabbracciare la moglie Domizia e la figlia Miriam rimaste in Italia ad aspettarlo. A Modena Primo ritroverà anche il maestro Braglia, la cui storia nel tratto finale della vita, è da riscrivere rispetto a quella ufficiale. Si parla infatti di un Alberto Braglia morto in totale solitudine nel 1954 mentre, fino alla sua morte, a 70 anni, la famiglia di Primo Malagoli gli resterà vicino e si prenderà cura di lui.

Ed eccoci qua alle battute finali di questa incredibile storia, tutto quello che ho scoperto sulla vita di mio nonno mi ha permesso di capire meglio chi io sia veramente. Infatti ora mi riscopro figlio d’arte, anch’io come lui ho dedicato gran parte della mia vita al teatro, non come artista ma come tecnico di scena. Per quasi vent’anni ho calcato i palcoscenici italiani e europei custodendo e tramandando un tesoro unico e inestimabile, “la Macchina del Teatro all’Italiana”. “Macchinisti”, così infatti si chiamano i tecnici che manovrano quel complicatissimi ingranaggi che permette la magia del teatro. Una magia fatta di corde, rocchetti e contrappesi, di polvere e sudore, quella magia che ti permette di far volare case o persone, che ti da la possibilità di passare da una sala di un castello a un prato di campagna in pochi secondi.

Esattamente come mio nonno ho vissuto una routine fatta di montaggi, prove, recite, smontaggi e spostamenti da una piazza all’altra. In un alternarsi continuo, frenetico, inarrestabile e quasi nevrotico, perché come tutti sanno “the show must go on”. Ho provato sulla mia stessa pelle quanto può essere duro trascorrere interi mesi lontano dai propri affetti, il vuoto che ti resta dentro a festeggiare il Natale o il Capodanno in teatro quando la tua famiglia è a casa lontana da te. Solo dopo molti anni di tournée ho capito che: nonostante il mio fosse il lavoro più bello del mondo questa passione, quasi una malattia, è inconiugabile con gli affetti familiari.

Costumi orginali di scena

Mi sono trovato con molti più punti in comune con mio nonno Primo rispetto all’altro ramo della famiglia, anch’io come lui sono stato salvato dall’amore e dalla passione per una vita unica del suo genere. Solo chi ha passato anni in tournée può capire come questo lavoro ti pervada, si insinui sotto alla pelle dentro le ossa e che tu non riesca più a farne meno. Sicuramente se non avessi avuto il teatro avrei impiegato molti più anni a realizzarmi come uomo. Finalmente ho capito da chi ho preso quella vena di follia che mi ha portato per anni a costruire i sogni di scenografi e registi e che oggi mi esorta a realizzare il mio di sogno, poter raccontare la fantastica storia di mio nonno Primo Malagoli e chissà che prima o poi non sarò in grado di farne uno spettacolo teatrale, per rivivere su un palcoscenico, fianco a fianco, quella magia che ci unisce.

Da “Lumina ex Ade”. Quattro testi.

1

[Questi testi appartengono all’ultimo libro di Silvia Tripodi, Lumina ex Ade, appena uscito per l’editore Aragno, nella collana curata da Bernardo De Luca, Carmen Gallo e Chiara Portesine.]

di Silvia Tripodi

Ci stiamo preparando
a un mondo nuovo
a vivere una vita viva
abbiamo compreso che il male
è un malinteso
una contraddizione
dopo avere frequentato a lungo
la morte
attraverso l’agonia delle identità
siamo stati vivi e morti
la natura si rivela ora nel suo lato

* * *

Attraversi da parte a parte
la comunicazione
la voce è in assoluto
il mezzo per riprodursi
la voce è un organo che funziona
per mezzo del godimento
la voce la sua intonazione
la sua cadenza
contesta l’elettromagnetismo
ne rivoluziona le leggi
in particolare nel regime
del tu così mi fai morire
attraverso la ripetizione forzata
del piacere
per mezzo degli intervalli di silenzio
ti trovi su un piano di immanenza
con aculei e cavità attraverso le spezzate
compiendo molte oscillazioni
innumerevoli gorghi infinite risacche
lambiscono i discorsi
cadono a picco rovinosamente
fino a scheggiarsi
le mani ottengono la stasi
solo dopo avere toccato la carne
averne smezzato il senso
dopo averlo distribuito capillarmente
puoi vedere come fluttua
e come si incista
come esercita il suo dominio
avevi previsto
che sarei svenuta di piacere
ritengo che dovrò ammazzarti

* * *

Riempimi con il tuo amore
riempimi con la tua forza
riempimi con la tua saggezza
riempimi con la tua perseveranza
riempimi con la tua umiltà
riempimi con il tuo coraggio
riempimi con la tua passione

* * *

Quanto sei posseduto dal demonio
quanti spiriti maligni ti abitano
la polizia morale è giunta
anche per liberare la casa
legano mani e piedi
con un filo elettrico
aspettano che sputi dei chiodi

Les Nouveaux Réalistes: Cristina Pasqua

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Benedizioni
di
Cristina Pasqua

Così mi lasciai indietro le case e lo stagno, e poi la locanda, e poi camposanto e torbiera, e dopo un poco ero solo, e attorno a me non c’erano che gole e calanchi e più in là qualche pascolo e più in là ancora il costone dei monti.
Silvio D’Arzo, Casa d’altri, Feltrinelli, Milano 2023

Eppure intorno s’era fatto grigio. Offuscato dalla cinta dei monti, a Rimedio arrivava solo un’ombra d’aria, spifferi che s’insinuavano tra le case basse e le spesse mura. Limetta scostò la porta e lasciò passare il Curato, che sciancato e guercio com’era, prima che annottava s’aggirava pe’ vicoli. I suoi anni ce li aveva, il pelo arruffato, la zampa offesa, e il manto, un tempo lucido, che s’era fatto fuliggine. L’aria, sciacquata di pioggia, s’ammischiava col fumo che dai comignoli s’inanellava in lingue nere, insozzando il bianco slavato delle nubi. Il Curato, girato l’angolo, seguì dritto fino alla scesa che conduceva ai giardini. Mentre imbruniva e oltre il cancello scolorivano gli alberi e la sfilza di mezzi busti, attraversò il viale preferendo la ghiaia all’erba fradicia. Arrivato alla fontana, si fermò come per riflettere. Durò poco, ché già s’incupiva e una pioggia senza peso era tornata a cadere lieve. Infeltrito, il Curato si sprimacciò il pelo e prese a sinistra, risalendo pigro verso la piazza. Nel fragore di tuono che seguì, arrivò davanti alla casa del Soavi e di nuovo s’arrestò. Un refolo di luce si faceva largo attraverso gli scuri, già serrati a quell’ora presta. Dall’interno, s’insinuò tra gli stipiti un lamento lungo e il pianto delle donne lì riunite. Insieme alla Nilde, la comare dei buchi che girava di casa in casa con il vetro e l’ago nella latta, c’erano Elsa e Maresa, le figlie grandi. Avevano tirato giù la saracinesca del forno all’ora di pranzo, a bottega per quel giorno non sarebbero tornate. Elide, la smemorata moglie del Soavi, girava per casa ciabattando che pareva una sonnambula. «Un pasticcino, un confetto» chiedeva non si sa a chi, mentre apriva a turno madia e credenza, l’armadio e i cassetti tutti del trumeau. Poi si fermava ad attizzare il fuoco e tornava a cercare qualcosa per addolcire il trapasso del vecchio. L’odore di spirito e acqua di colonia pizzicò il naso del Curato. Prima di lui doveva essere arrivato il condotto. Il gatto s’arrucciolò sul primo gradino e lì rimase fino a che la coltre di buio non fu tirata via dall’impertinenza del mattino. Solo allora, quando il dottore si scambiò di posto col prete e l’aria s’impregnò d’incenso, fece ritorno a casa.

«Alla buonora» disse Limetta prima di sversare un altro secchio d’acqua sulla soglia imbrattata d’impronte. Il Curato la seguì in casa, prese dalla ciotola due linguate di bianco e, sfiancato dalla nottata, si mise a dormire non lontano dalle braci del camino.
Il venerdì successivo presto presto prese a grattare la porta di casa. Limetta si alzò e gli mandò un colpo. «Che ti pigliasse un accidente! Già a quest’ora sei di turno?» Girò la chiave e scostò l’uscio quel tanto per permettergli di sgusciare fuori. «Già sei storpio, non mi tornare peggio» si raccomandò mentre la bestiola s’allontanava trascinando la zampa sinistra.
A Rimedio c’erano i cani, giravano in branco, prima solo col buio, ma negli ultimi tempi capitava di incontrarli a tutte le ore. Capitava pure che dal fitto del bosco si facesse largo un cinghiale. Con le automobili pericolo non se ne correva, erano in pochi a circolare. Il farmacista, che era pure il condotto, guidava un’utilitaria, c’era la motoretta del postino e l’Ape che scarrozzava Trivulzi al podere, oltre a sparuti automobilisti di passaggio che s’attardavano alla pompa di benzina o parcheggiavano sotto i platani per recarsi a piedi al corso per i tabacchi, le cartoline e il caffè al vetro.
Limetta tirò fuori una sedia e l’appoggiò al muro. Poco dopo la raggiunse l’Iva. «È già partito?» chiese mangiandosi le mani.
«Purtroppo, sì».
«Di nuovo?»
«Così pare. Pochi ne siamo, in meno resteremo», che era poi la frase che pronunciava ogni volta che il Curato prendeva per via.
Era ottobre avanzato, e Liberti era sceso al campo per vestire la vigna di verderame. Le foglie s’erano mezze accartocciate per chissà quale malanno e sperava di porvi rimedio. Suo figlio s’era arrampicato sul fico per tagliare certi rami che battevano contro il casotto degli attrezzi, e intanto Silvana, tra le zucche dell’orto, saggiava se i gobbi s’erano già inteneriti nell’incarto. Fu la prima a vedere il Curato. «Madonna santissima!» le scappò di bocca e si portò subito dopo una mano a coprire.
«Che farnetichi, Vana?» disse Liberti scostandosi il fazzoletto che gli copriva a mezzo la faccia.

In cima all’albero, il figlio sembrò vacillare. «Via, bestiaccia! Sciò sciò!» Agitò le mani che per poco di nuovo non cadeva. Silvana si fece il segno della croce, per scaramanzia Liberti fece sparire la destra sotto la cintola dei calzoni. Il figliolo stava per fare un balzo e scendere, ma poi cacciò un urlo che pareva il guaito di una bestia. L’Alberta, sua moglie, era rimasta a casa e bruciava di febbre dal giorno prima. «Vai» lo aveva pregato al mattino con un filo di voce. «Prendi aria. Staremo bene».
Aveva il ventre gonfio. S’aspettava per dicembre, forse anche prima, ma la gravidanza s’era fatta aspra nelle ultime settimane. Ubaldo poco si fidava a lasciarla a casa da sola.
Suo padre bussò che appena rischiarava. I rami bisognava tagliarli prima che il vicino tirasse fuori lo schioppo. Era stato gentile l’ultima volta, ma lo conosco, è uno che tante volte alza il gomito, dà di matto. «Dorme male da quando è allettata, alla mamma basta che respiro che eccola: “Franchi’, sei tu. Taglia quei rami. Di notte, col fitto del silenzio, sbattono forte».
E sia, si era detto Ubaldo tirandosi dietro la porta. Ora che il Curato era lì e lo fissava gramo, fece uno zompo e, senza aggiungere altro, corse a scapicollo fino a casa.
Quando Limetta lo vide tornare, tirò un sospiro. «Chi se n’è andato stavolta?» disse mentre si incollava la sedia per riportarla all’interno.
«Te ne rientri?» strillò l’Iva dalla finestra.
«Tu sei bella che salita» rispose Limetta a mezz’uscio.
«A chi sarà toccato stavolta?»
«Cosa vuoi che ne sappia. Il Curato non parla».
Il gatto, finito di pulirsi le zampe di lingua, s’apprestò a seguirla all’interno.
«Poveri noi, domani sapremo».
«Io alla messa non vado più. Il Curato ce l’ho in casa» disse Limetta e rientrò.
Il giorno dopo l’Iva bussò allo scuro che erano da poco passate le sette.
«Non vieni, allora?»
«No che non vengo, sono stufa delle prediche. Hai saputo niente del morto?»
«Non ancora. Penso al vecchio Alfieri. Dopo passo e t’aggiorno».
«La vita sua l’ha bella che fatta» disse aprendo del tutto gli scuri. Il Curato ne approfittò e saltò di nuovo fuori. «Pochi ne siamo, in meno resteremo» concluse Limetta alla vista del gatto.
«Signore benedetto! Eccolo, ve’, che riparte» e mentre il gatto s’incamminava pigro verso una nuova benedizione, l’Iva si segnò il petto.

Dissonanze ballardiane nella poetica dei This Heat

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Di This Heat - https://www.amazon.fr/This-Claviers-Basse-Gareth-Williams/dp/B000CQKY2G, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=163717554

di Stefano Spataro

Desincronizzazione permanente

C’è un piccolo controllo sul retro delle vecchie televisioni analogiche: horizontal hold (“controllo di frequenza orizzontale”). Serve a stabilizzare l’immagine sullo schermo. Quando fallisce, l’immagine rolla, scorre in un loop verticale infinito, sempre visibile ma mai ferma. Vedi la scena ma non riesci ad agganciarla, a sincronizzarti con essa. L’informazione arriva, ma il tuo sistema di ricezione non può processarla. I This Heat registrano esattamente questo malfunzionamento. Horizontal Hold è musica impossibile da stabilizzare. Ogni volta che il cervello cerca di costruire un pattern, di afferrarne il ritmo, di aggrapparsi alla melodia, il brano slitta via senza sincronizzazione. Il suono rotola su sé stesso come l’immagine TV difettosa, passa e ripassa ma sempre sfasato, sempre irraggiungibile.

Ballard aveva capito che il mondo del dopoguerra era diventato esattamente questo: un flusso di eventi impossibile da mettere a fuoco. Vietnam trasmesso in diretta ma percepito come “sfondo mentale”. Kennedy assassinato, Oswald ucciso due giorni dopo in diretta televisiva. La realtà è una trasmissione difettosa; sai che sta succedendo qualcosa di cruciale ma non riesci a sincronizzarti con l’evento. Il cervello non tiene il passo. Nei suoi romanzi descriveva questa condizione: la velocità autostradale che rende illeggibile il paesaggio, il trauma che fa slittare la percezione temporale, la tecnologia che procede più veloce della capacità umana di elaborarla. Il mondo come istituto psichiatrico squilibrato, non perché abitato da pazzi, ma perché è il sistema stesso di percezione a essere guasto.[1]

Horizontal Hold traduce questa condizione in forma sonica. La chitarra attacca, poi deraglia. Il synth emerge, poi affonda. Il ritmo si stabilizza per diverse battute, poi perde aderenza. Complessità musicale e impossibilità di ancoraggio percettivo. Il brano mima il malfunzionamento del tuo apparato ricevente. Se Testcard era il vuoto organizzato, il sistema in stand-by perfetto, geometrico, efficiente, Horizontal Hold è il pieno che cerca disperatamente di organizzarsi e fallisce continuamente. La macchina che tenta di allinearsi con sé stessa ma non ci riesce mai del tutto. L’immagine continua a scorrere, l’informazione continua ad arrivare, ma tu resti lì, incapace di fermare il flusso.

Ballard localizzava questa condizione nello “spazio interiore”.[2] I This Heat ne fanno la struttura stessa del suono: una civiltà che ha perso sincronizzazione con la propria realtà. L’horizontal hold che non tiene è il sintomo preciso. Non riusciamo più ad agganciare il presente. Possiamo solo guardarlo rotolare via, frame dopo frame, sempre leggermente fuori fase, sempre mal trasmesso.

Il brano finisce senza concludere. L’immagine continua a rollare da qualche parte, in qualche schermo, in qualche frequenza. Il controllo è rotto. Non si aggiusterà.

Termodinamica del collasso

Il nome stesso della band è una trappola termica. This Heat non indica la temperatura ambientale ma uno stato di emergenza climatica permanente. Ballard aveva costruito la sua cosmologia su due poli: il mondo sommerso dall’acqua (The Drowned World) e il mondo prosciugato dalla siccità (The Drought). Non sono scenari opposti, ma la stessa catastrofe vista da angolazioni diverse. In entrambi i casi, la liquidità della civiltà che evapora o straripa.

I This Heat del primo disco abitano quella stessa instabilità termodinamica. Not waving è una trasmissione dal liquido amniotico, un rifiuto di nascere nel mondo materico. La voce affoga nel riverbero, il suono cola come condensa su vetro. Non vuole solidificarsi in forma. Ballard l’avrebbe riconosciuto subito: la regressione psichica verso l’ambiente originario, il grembo-oceano dove la coscienza può finalmente dissolversi. La strumentale Water conferma quest’attitudine.

L’idea di cold storage – la cella frigorifera adibita dal trio a studio di registrazione – è l’allegoria del ribaltamento di questa polarità: congelamento, ibernazione, la promessa criogenica del futuro che non arriva mai. Ballard scriveva di corpi cristallizzati in stasi temporale; i This Heat del freddo che conserva, che congela il trauma. Il suono è ghiaccio opaco, frequenze sotto zero che bruciano quanto il fuoco.

La climate fiction ballardiana non riguardava mai soltanto il clima, ma anche la psiche che collassa insieme all’ambiente. Anche nel più recente Millennium People i personaggi benestanti innescano rivolte domestiche non per disperazione, ma per noia entropica: hanno bisogno del calore della distruzione per sentirsi ancora vivi. I This Heat misurano la temperatura corporea di una civiltà in delirio.

Acqua che sommerge, caldo che brucia, freddo che conserva cadaveri. Ballard e i This Heat condividono la stessa ossessione: gli stati di transizione. L’accento è sul momento del passaggio, il soffocamento della morale, la terra riarsa bagnata dalle prime gocce di una pioggia di là da venire, la condensazione vetrosa della natura. È lì che la realtà si rivela costruzione instabile. È lì che il suono dei This Heat ti trascina, in quello spazio liminale dove non sai più se stai annegando o evaporando. C’è solo ciclo termico senza uscita. Il caldo genera vapore, il vapore condensa in acqua, l’acqua congela in ghiaccio, il ghiaccio si scioglie in acqua. E ricomincia. Climate fiction sonica: non il racconto della catastrofe, ma la sua frequenza perpetua.

Non c’è domani
Annegare, non fluttuare.
Annegare nell’oceano. Annegare nel liquido amniotico, non volerne uscire.
Acqua.
La realtà come una forma incapsulata dell’ambiente in cui abbiamo vissuto in precedenza e a cui restiamo aggrappati come embrioni riluttanti.
Non salvateci.
La circolazione si ferma.
Acqua che ti congela fino al midollo.
Impara ad amare l’acqua, fino a emergere alla luce brillante del sole archeopsichico interiore.
L’acqua ti amerà come se non ci fosse un domani.
Il legame con il futuro, fino a quel momento tormentato da tanti dubbi ed esitazioni, è ora assoluto.

Geometria dell’occupazione domestica

Ballard immaginava il futuro come il paesaggio lunare, spigoloso, geometrico, privo di ornamenti. Uno spazio dove l’isolamento sarebbe diventato libertà; la libertà di stare soli davanti alla televisione, lontani dalla folla rinascimentale delle piazze. Un deserto climatizzato dove ogni oggetto avrebbe svolto un ruolo estetico preciso, stilizzato, necessario.[3]

I This Heat mostrano cosa accade quando questa geometria viene militarizzata. Nel testo di Twilight Furniture, l’arredamento domestico diventa arsenale. Penna stilografica e calibro .35 sono sinonimi. La macchina da scrivere si carica come una Tommy gun. Il telescopio preme su un occhio bendato – strumento ottico o mirino? Ogni superficie, ogni angolo, ogni mobile è simultaneamente funzione domestica e tattica militare. La fissione nucleare, cantano alla fine, è nostra amica. Dobbiamo stringerle la mano. Nella stanza vuota, spigolosa, efficiente, resta solo questo: il patto con la tecnologia che ci sorveglia mentre finge di servirci.

Ballard parlava di bambini autistici ipersensibili ai contorni delle stanze, che entravano in panico se una poltrona veniva spostata. In The Atrocity Exhibition, Traven si chiede se l’angolo tra due pareti ha un lieto fine. Per lui – e per l’autore – è una domanda seria; la realtà come costruzione mentale che può sgretolarsi in qualsiasi momento, rivelandosi scenografia inutile.[4] Nei This Heat la risposta è netta: no. L’angolo è il punto cieco, il settore non coperto dal proiettore, lo spazio dove si nasconde il nemico. La geometria domestica non è neutra, è già campo di battaglia. Il coprifuoco inizia alle dieci, il cessate il fuoco termina a mezzanotte. Lo spazio privato ballardiano, quella stanza vuota, lunare, dove finalmente stare soli, è già sotto assedio.

24 Track Loop costruisce esattamente quello spazio lunare promesso: ripetizione meccanica, angoli retti, superfici metalliche. Il loop gira su se stesso come un dispositivo di sorveglianza instancabile. Non c’è melodia, solo architettura sonora, un ambiente che ti contiene, ti misura, ti controlla. Il suono del loop ti ipereccita. Ogni variazione minima diventa trama e trauma. Il nastro gira identico per sei minuti ma tu non ti abitui mai, sei in allerta permanente, in attesa della detonazione. L’ambiente stesso è diventato frequenza ostile.

Ballard sosteneva che le persone cercassero la propria psicopatologia come via d’uscita dalla noia, che volessero rompere i mobili, scatenarsi, entrare in uno stato di rabbia come scimpanzé stanchi di masticare ramoscelli.[5] I This Heat registrano il momento successivo: i mobili sono già rotti, già trasformati in strumenti bellici. La rabbia è mutata in sorveglianza permanente.

Il pezzo finisce senza concludere, il loop semplicemente si interrompe, ma sai che continua da qualche altra parte, in un’altra stanza, in un altro nastro. La geometria lunare promessa da Ballard è qui, ma non porta libertà. Solo isolamento armato, ogni angolo un possibile fronte, ogni mobile un potenziale complice.

Decomposizione e cristallizzazione

Al di là del riferimento storico, Diet of Worms evoca disturbanti immagini alimentari. Chi mangia chi? I vermi mangiano il cadavere o il cadavere si nutre di vermi? Ballard aveva scritto del gigante annegato sulla spiaggia, corpo colossale colonizzato da parassiti e curiosi. La decomposizione come spettacolo pubblico, la carne morta che attira le folle, anche se per brevissimo tempo. Il brano strumentale procede per infiltrazioni, suoni che si insinuano come larve sotto la pelle della composizione, divorandola dall’interno. Non c’è melodia da seguire, solo processo organico di disfacimento. Il suono si autofagocita, si nutre della propria struttura fino a restare scheletro.

In Music Like Escaping Gas c’è il contatto ballardiano più chiaro: “datemi gli strumenti del desiderio / progettati per incendiare la mia faccia”. È The Atrocity Exhibition condensato in due versi, la richiesta esplicita di violenza tecnologica come unica via d’accesso al sentire. La nazione che ottiene le nuvole che merita, idrogeno, nitroglicerina, monossido di carbonio. Non inquinamento passivo ma chimica del desiderio, l’atmosfera come arsenale che abbiamo scelto consapevolmente. Ballard mostrava atrocità come eventi estetici: incidenti d’auto, assassinii presidenziali, esplosioni nucleari trasformate in installazioni mentali. I This Heat sublimano l’atrocità in arte. Il suono-cilindro-filtro-pompa che eroga veleni mentre cantiamo preghiere silenziose per ottenerli.

Rainforest chiude il cerchio. Ballard aveva scritto sia del mondo sommerso dall’acqua sia della foresta cristallizzata, la natura che si mineralizza, diventa geometria morta, superficie riflettente. I This Heat sovrappongono le due catastrofi in un unico brano, in una foresta pluviale che si configura come archivio sonoro del collasso. Il patchwork di nastri, charleston frantumati, piatti esplosi è solo apparentemente caos, ma è piuttosto stratificazione geologica. Ogni layer sonoro è un’era differente compressa nello stesso istante: la foresta che cresce, si indurisce e rifulge di luce. I loop di chitarra sono liane sonore che si avvolgono su se stesse, soffocano, si pietrificano.

Nel Crystal World di Ballard il tempo si ferma, la foresta diventa museo di se stessa, ogni foglia un diamante, ogni insetto un gioiello immobile. Ma continua a esistere, intrappolata nella propria perfezione mortale. Rainforest è il suono di quella trasformazione: la vita organica che collassa in pattern minerale, il battito che diventa ritmo meccanico, il respiro che si fa frequenza atemporale. Il noise ultra-denso è compressione di tutte le foreste possibili, quella sommersa, quella bruciata, quella congelata, quella cristallizzata, quella interiore, suonate simultaneamente. Ballard ti faceva scegliere quale catastrofe visitare. I This Heat te le scaricano tutte addosso in tre minuti di crollo sedimentato.

Alla fine resta solo il riverbero, lo spazio vuoto dove la foresta esisteva, ora cristallizzato in eco perpetuo.

Anche i vermi si sono vetrificati.

Trasmissioni dalla catastrofe amministrativa

La guerra come intrattenimento domestico. Ballard lo aveva capito: il Vietnam non era un conflitto geografico ma uno spettacolo elettrico consumato in diretta dal salotto di casa. La violenza tecnologica non disgustava, eccitava. Dieci anni di cinegiornali serali avevano trasformato la catastrofe in sfondo mentale, in tappezzeria psichica.[6] I This Heat registrano il momento della caduta con la precisione di un sismografo: il drone funebre che apre The Fall of Saigon è la frequenza residua, quello che resta nell’etere quando l’ambasciata si svuota. Il suono avanza lento, narcotizzato, atonale, una nausea fredda che non cerca risoluzione. Nel testo, qualcuno cucina il gatto dell’ambasciatore. Poi mangia la televisione, la poltrona, il telefono, il polistirolo. Cannibalismo della civiltà. L’Occidente che divora i propri residui, i propri elettrodomestici, i propri schermi. Ballard l’avrebbe chiamata autodigestione mediatica; quando la realtà diventa indistinguibile dal suo simulacro televisivo, cosa resta da consumare se non il dispositivo stesso?

La chitarra scava solchi irregolari sulla superficie del drone, come unghie su una lavagna. Il ritmo ostinato sembra mettere ordine, insieme alla melodia dei cori, ma questo non preserva dalla cupezza generale del brano, che in sé suona come passi in ritirata ed elicotteri sovraccarichi che faticano a sollevarsi. L’evacuazione – quella vera, quella storica – fu un atto di selezione brutale: prima tutti, poi solo gli americani. La vita vietnamita pesata contro quella statunitense, trovata più leggera. I This Heat trasmettono questo bilancio, il calcolo freddo, la nausea burocratica.

Ballard sosteneva che la guerra soddisfacesse bisogni precisi. Che fossimo tutti combattenti grazie alla copertura televisiva. Che dovessimo essere onesti riguardo al fascino di quegli eventi.[7] I This Heat lo sono. Il brano non denuncia, non piange, non protesta, abita lo spazio psichico della catastrofe, ti tira dentro, ti ci lascia crogiolare.

Quando il pezzo finisce non c’è sollievo. Solo il ronzio dell’amplificatore, il rumore di fondo che continua dopo lo spegnimento. La guerra è finita ma la frequenza rimane. Continueremo a trasmetterla – e a riceverla – forse per sempre.

Torna il vuoto organizzato della Test Card.

Note

[1]     Cfr. “2006: Jonathan Weiss. ‘Not entirely a journey without maps’: J.G. Ballard on The Atrocity Exhibition”. In S. Sellars, D. O’Hara (eds.), Extreme Metaphors. Interviews with J.G. Ballard 1967-2008, London, Fourth Estate, 2012. (Edizione digitale).

[2]     Cfr. J.G. Ballard, “Which Way To Inner Space?”, New Worlds n.118, 1962, pp. 2-3; 116-118.

[3]     Cfr. “1974: Carol Orr. How to Face Doomsday without Really Trying”. In Extreme Metaphors, cit.

[4]     Cfr. “2006: Jonathan Weiss. ‘Not entirely a journey without maps’…”, cit.

[5]     Cfr. “2006: Toby Litt. ‘Dangerous bends ahead. Slow down’: J.G. Ballard on Kingdom Come”. In Extreme Metaphors, cit.

[6]     Cfr. “1974: Carol Orr. How to Face Doomsday…”, cit.

[7]     Cfr. “1970: Lynn Barber. Sci-fi Seer”. In Extreme Metaphors, cit.

Ombre dell’autenticità

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[Questo saggio fa parte di un volume collettivo curato da Maria Borio e Laura Di Corcia, dal titolo: Un altro vero. Poesia e autenticità come dialogo e ricerca, Mimesis, 2026. Esso raccoglie saggi di taglio teorico e storico, scritture di poetica e interventi di critica letteraria. Il progetto è nato da un questionario che ha coinvolto diverse voci ed è stato diffuso in rete grazie a Le parole e le cose e la stessa Nazione Indiana.]

Scrivere nell’epoca dell’individualismo digitale

di Andrea Inglese

 

Dell’articolato e denso questionario proposto da Maria Borio e Laura Di Corcia, ho selezionato alcuni spunti, che mi hanno permesso di ritornare in modo più organizzato sull’argomento centrale dell’autenticità e delle forme letterarie a esso associate. Essendo stato elaborato da due poetesse, il questionario ha messo in prima piano la poesia, ma l’ottica proposta da Borio e Di Corcia ha proficuamente fornito alle loro domande un’apertura di campo che tocca questioni anche d’ordine narrativo, oltreché filosofico, sociale e politico. Ho quindi io stesso, nel mio intervento, mantenuto questo intreccio di molteplici prospettive. E allo sguardo del poeta, ho affiancato quello del romanziere e del filosofo.

 

Il romanzo al di là del realismo tra tardo moderni e post-moderni (Kiš-Volodine e Beckett-Coover)

Secondo alcuni, con l’attentato dell’11 settembre 2001 e il trauma collettivo che ne è conseguito, almeno per il mondo occidentale, sarebbe suonata la campana a morto del “realismo” romanzesco e delle sue poetiche. Il XXI secolo si sarebbe inaugurato all’insegna di una realtà che non solo supera la finzione, ma la rende definitivamente sorpassata. Secondo altri, invece, si è imposto un richiamo alla serietà del “reale”, del “referente”, che in Italia è sfociato sul dibattito intorno al “New Italian Realism”.

Rispetto a considerazioni di questo tipo è importante precisare un punto. Ben prima dell’attentato dell’11 settembre, era chiaro per alcuni di noi che l’immagine di un mondo pacificato e di una storia giunta al suo culmine evolutivo, grazie a un capitalismo universalmente accolto in ogni angolo del pianeta, erano fasulle. La prima guerra del Golfo e le guerre nella ex-Jugoslavia avevano già annunciato, in realtà, che il collasso dell’Unione Sovietica e dei suoi Stati satelliti non avrebbe aperto un periodo di pace e prosperità per il più gran numero di esseri umani. Chi guardava agli eventi, senza aver preso per buoni i ritornelli sulla fine delle ideologie, si rendeva conto che l’offensiva neoliberista, nata con Thatcher e Reagan, si stava consolidando, con l’obbiettivo di mettere brutalmente in discussione il compromesso tra capitale e lavoro, realizzato nel Secondo Dopoguerra.

Tale precisazione non vuole liquidare la questione del realismo. Ma le tesi di Maurizio Ferraris e di Walter Siti “sull’impossibilità delle poetiche del realismo e della fiction”, citate da Borio e Di Corcia, non credo siano esclusive del XXI secolo. La crisi del realismo attraversa per certi versi tutto il Novecento[1]. Non solo, ma intorno a tale nozione si addensano diversi equivoci, che durano ancora tutt’oggi. Ma se guardiamo cosa dice Brecht nella seconda metà degli anni Trenta, appare chiaro che il realismo è una forma d’arte e di letteratura che combatte innanzitutto una visione ideologica, mistificata, della realtà. In un intervento del 1938, leggiamo: “D’altro canto, le opere che non mettono in luce nessun lato nuovo della realtà difficilmente sono grandi opere realistiche: nessun realista si accontenta di ripetere ciò che già si sa; ciò significa esser privi di un vivo rapporto con la realtà” (Contributo pratico al dibattito sull’espressionismo, corsivo mio). In altri termini, secondo Brecht non è “realista” ciò che conforta un’immagine della realtà ampiamente condivisa e costruita secondo il punto di vista della classe dominante. Vi è un moto innovativo e distruttivo nelle poetiche del realismo, che le rende paradossalmente vicine sia a certe sperimentazioni moderniste che a certe distruzioni avanguardistiche. Ma Brecht era un comunista, e il suo realismo implicava una forma di critica sia della società sia delle leggi profonde che la strutturano. Ciò non toglie che tutta una serie di autori e autrici del secondo Novecento, proprio in ragione di “un vivo rapporto con la realtà” a loro contemporanea, hanno messo in discussione anche i presupposti politici ed epistemologici del realismo brechtiano.

In Volodine in Italia e la questione dei generi, un saggio apparso sul sito “alfabeta2” nel 2016 (non più accessibile), mettevo in luce il filo conduttore che unisce uno scrittore tardo moderno come Danilo Kiš (esordio negli anni Sessanta) e uno post-moderno come Antoine Volodine (esordio negli anni Ottanta), entrambi ossessionati dal problema di come scrivere “finzioni” dopo Auschwitz, Hiroshima e i Gulag. (Non solo i poeti, insomma, si sono misurati con la crisi del loro “genere” di fronte all’estrema disumanizzazione degli eventi storici.) Danilo Kiš affronta la questione in modo esplicito in La lezione d’anatomia (Čas anatomije, 1978), pamphlet e saggio di poetica romanzesca ancora inedito in Italia. Kiš riprende un aforisma di Borges – “La forma moderna del fantastico è l’erudizione” – e lo riformula secondo una diversa “politica della letteratura”. In sintesi, per Kiš la forma moderna del fantastico è l’archivio. Ciò va inteso, però, non nel senso incontestabile e assai diffuso, secondo cui il romanziere lavora spesso su documenti, inserendo la sua immaginazione nelle pieghe oscure degli eventi storici. Come Manzoni c’insegna, non vi è in questo atteggiamento nulla di inedito. L’interesse della tesi di Kiš sta tutto nell’ossimorica tensione tra “fantastico” e “archivio”. Leggiamo un passo decisivo di Lezione d’anatomia (mia traduzione dall’edizione francese del 1983, pp. 64-65).

Lo scrittore, nella maniera di concepire i suoi eroi, non ha più come scopo d’interpretare le loro azioni grazie alla chiave psicologica della trasgressione del divieto o del rispetto della morale, ma tenta piuttosto di raccogliere, come fa Truman Capote nel suo libro A sangue freddo, la massa di documenti e di fatti la cui combinazione frenetica e imprevedibile produce un massacro insensato, nel quale entrano indifferentemente dei motivi sociologici, etnologici, parapsicologici, occulti e ancora diversi, che sarebbe del tutto vano analizzare come un tempo, dal momento che sullo sfondo troviamo il comportamento schizo-psicologico dell’uomo, una realtà paranoica, ossia fantastica: il dovere dello scrittore sta nel fissare questa realtà paranoica, di studiare grazie al documento, all’investigazione, all’inchiesta questo demente concorso di circostanze, e non di tentare, di sua propria iniziativa e arbitrariamente, di stabilire delle diagnosi e di proporre dei rimedi.

La dimensione paranoica caratterizza ormai la letteratura “post-esotica” di Volodine, così come l’archivio storico del Novecento, con le sue guerre, le sue rivoluzioni mancate, le sue istituzioni totalitarie, i campi di sterminio, le dottrine millenaristiche, fornisce la materia prima di tutte le sue narrazioni fantastiche.

Ho voluto ricordare le riflessioni di Kiš, perché credo che anticipino quelle poi diffuse all’inizio del XXI secolo. E tutto ciò è avvenuto a margine di certe mode intellettuali (“Il pensiero debole”) o di certi slogan ideologici (“La fine della storia”). La vera questione ancora oggi, allora, non mi sembra quella dell’”impossibilità della fiction”, ma dell’impossibilità di distinguere, in molti casi, narrazione realistica da narrazione fantastica, verosimile da inverosimile. I film, come i romanzi, che invece rivendicano il loro legame essenziale con “una storia vera”, vogliono essere a modo loro rassicuranti, e rinunciano a entrare in quel territorio che, supportato o meno da documenti storici, rischia di cancellare i contorni tra realtà e allucinazione.

All’asse Kiš-Volodine bisognerebbe poi associare l’asse che si costituisce tra un altro tardo moderno, Samuel Beckett (esordio anni Trenta), e un altro post-moderno, Robert Coover (esordio anni Sessanta). Anche in questo caso abbiamo il rifiuto sia di forme verosimili, coerenti e realistiche di finzione, sia di testimonianze autentiche che, in virtù della loro dimensione autobiografica e confessionale, sarebbero in grado di dare un respiro nuovo al genere romanzesco. Sono questi, però, riferimenti assai alieni al contesto italiano. Difficile trovare una riflessione di narratori o poeti riguardo a questa eredità. D’altra parte, tutto ciò che, nella nostra narrativa, è tangente a quelle esperienze, è stato sia premurosamente imbalsamato dagli studiosi universitari sia vigorosamente ignorato dalla maggior parte degli odierni scrittori: Morselli, Malerba, Volponi, Manganelli, il Sanguineti e il Di Ruscio narratori, oltre a tutta quella tribù di autori editi nella collana rossa della Ricerca Letteraria, per Einaudi. Ma si potrebbe citare anche una narratrice “anomala” come Marosia Castaldi o chi, come Cavazzoni, assume ancora oggi una strategia umoristica, basata più sulla deformazione che sulla rappresentazione realistica degli eventi. Non pretendo minimamente in queste poche righe di delineare panorami plausibili del contemporaneo, ma constatare che il partito preso anti-realistico (antimimetico), in Italia, se davvero esiste, ha rimesso al centro l’immediatezza dell’esperienza individuale (la vicenda vera) o la storicità delle biografie (la vicenda documentata). L’obiettivo, però, di sfuggire agli stereotipi della finzione attraverso i “fatti realmente accaduti” forniti dal “referente”, non garantisce minimamente quella penetrazione nelle oscurità dei comportamenti umani e nel caos degli eventi storici, che invece è il portato della migliore letteratura narrativa e romanzesca.

Per quanto riguarda la poesia, le esperienze più interessanti si muovono in direzione opposta rispetto alle tendenze della narrativa. Ci sono dei poeti che sentono o hanno sentito la necessità di uscire dal paradigma lirico, ossia dal legame forte che l’enunciato poetico si presume abbia con l’enunciatore reale. Questo legame, ovviamente, non è neutro e mobilita tutta un’ideologia dell’enunciato, del soggetto che ne costituisce l’origine e dell’atto comunicativo poetico. E se il concetto di “autenticità” ha un’applicazione in poesia, essa riguarda in modo privilegiato quegli autori che s’inscrivono nel paradigma lirico, ossia nella linea dominante del genere poesia nel corso del Novecento. Al di fuori del paradigma lirico, l’opposizione tra “autentico” e “inautentico” perde grandemente il suo carattere morale. Allo stesso modo, il riferimento a esperienze dirette, vere, intime non offre garanzie di rilevanza maggiori rispetto a esperienze indirette, ipotetiche, estranee. Ma su questo punto, tornerò meglio più avanti.

 

Trauma e invenzione. Su di un progetto romanzesco.

Se torniamo all’ambito del genere romanzo, è innegabile che la “letteratura come menzogna” oggi piace meno, convince meno, anche quando si pretende di giungere attraverso l’immaginazione romanzesca a una maggiore comprensione delle persone e del mondo. Alla verità espressa per il tramite di personaggi immaginari si preferisce l’autenticità di un resoconto che si presenti come reale. Confesso che questa tendenza rimane per me in parte enigmatica. Innanzitutto è un fatto paradossale se si guarda alla politica editoriale dominante. Siccome ciò che si vende, secondo gli editori, è il genere “romanzo”, allora qualsiasi cosa deve essere ridotta a “romanzo”. Questo significa che la storia “autentica” che uno racconta in prima persona, “basata su fatti realmente accaduti”, deve comunque presentarsi in libreria come “romanzo”. Diventa per altro impossibile contrapporre il realismo romanzesco della “vecchia” fiction con le scritture narrative dell’autenticità. Il problema è che, nell’uno come nell’altro caso, rischiamo di trovarci di fronte a forme di rappresentazione stereotipate e a significati preconfezionati che vengono a coronare lo scioglimento dell’intreccio. Per me la scelta di un genere come il romanzo si pone su di un piano diverso. Esso riguarda innanzitutto il rapporto tra la vicenda individuale e quella collettiva e il modo in cui il caos della storia si manifesta su scale differenti di eventi.

Dopo aver scritto due romanzi (Parigi è un desiderio, 2016 e La vita adulta, 2021), sono impegnato nella sfida di scriverne un terzo, che vorrebbe trattare della mia infanzia. Per certi versi, una tale scelta mi situa sul terreno dell’autenticità: la narrazione riguarderebbe qualcosa di “realmente accaduto”. E c’è qualcosa in quei “fatti realmente accaduti” che costituisce un vero interesse per me dal punto di vista letterario: ho avuto un’infanzia anomala, costellata di situazioni traumatiche. Queste situazioni traumatiche, proprio perché vissute in prima persona e perché aberranti, esigono per me la serietà e la responsabilità di una forma di testimonianza. La motivazione che mi guida è quella tipica di chi ha avuto esperienze traumatiche: bisogna uscire dal silenzio e rivelare certi fatti agli altri, bisogna mettere nel linguaggio certi eventi che, anche su un piano collettivo, si fanno fatica a vedere, si fanno fatica a descrivere e, in definitiva, si fanno fatica a capire. Proprio quest’ultimo aspetto, mi sollecita però a posizionarmi su di un terreno che non sia solo quello della testimonianza “fedele”. Tutte le zone opache della vicenda, irrimediabilmente opache, chiedono di andare oltre l’autenticità, oltre la testimonianza, chiedono un lavoro dell’immaginazione e dell’invenzione, così come chiedono il distacco umoristico. Il trauma è un’esperienza mancata, che non riesce a produrre significato, così come la violenza sociale che l’ha provocato non trova una ragione una motivazione legittima. Un trauma è un buco nel tessuto (auto)biografico, ed esige quindi un lavoro d’immaginazione, di creazione, di finzione.

Se considero, invece, la poesia, mi è del tutto chiaro che i componimenti in versi, per quanto mi riguarda, non sono adeguati a trattare un soggetto così intimo e problematico. Si tratta di una forma troppo rigida, perentoria, scorciata, per entrare nella complessità e pluridimensionalità di certe situazioni, di certi eventi. Per altro, da un punto di vista più generale, quello che m’interessa nelle scritture nate nel campo poetico o in prossimità di esso è precisamente un movimento di abbandono degli ideali espressivisti e del paradigma lirico in cui s’inseriscono. Questa fuoriuscita dall’orizzonte lirico avviene innanzitutto con un distacco, uno sfasamento, tra l’enunciato poetico e il presunto soggetto d’enunciazione, che inevitabilmente si tende a identificare con l’autore reale del libro di versi. Questo distacco non è di genere puramente finzionale: non si tratta di far parlare un personaggio fittizio (la ragazza Carla) al posto dell’autore reale. Si tratta di fare entrare nell’enunciazione una serie di flussi linguistici dallo statuto incerto, in cui l’opposizione autentico-inautentico, ad esempio, non funziona più come criterio selettivo. Questo procedimento è riconducibile al concetto di non-assertività. Non lo tratterò, qui, in poche righe, ma è senz’altro una delle proposte teorico-concettuali più interessanti, per analizzare scritture che sono fuoriuscite o mai entrate nel paradigma lirico, pur posizionandosi in prossimità con il campo poetico da un punto di vista puramente sociologico (case editrici, riviste, iniziative collettive, ecc.).

 

Ascesa e declino degli ideali di autenticità

Borio e Di Corcia hanno sollevato, grazie a un riferimento al filosofo canadese Charles Taylor, una questione che sembra situarsi persino a monte delle loro preoccupazioni “letterarie”. Alludo al destino degli ideali espressivisti e di autenticità nella società contemporanea, a cui un individualismo estremo avrebbe fornito un’interpretazione caricaturale. L’individuo non subirebbe più la violenza dell’atomizzazione sociale, come si diceva un tempo, ma la cavalcherebbe convinto, facendo della propria singolarità l’orizzonte ultimo di ogni suo interesse.

Di questi temi specifici mi sono occupato con una certa assiduità in una vita precedente, quella dello studioso che si è mosso, durante gli studi del dottorato, a cavallo tra teoria della letteratura e filosofia. Il mio direttore di tesi è stato il filosofo francese Vincent Descombes, amico e interlocutore dello stesso Taylor. L’esito di questo lavoro di ricerca è un volume intitolato L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalle confessioni al solipsismo uscito nel 2003 (collana “trame”, Dipartimento di letterature comparate, Università di Cassino). Già nel titolo risuona la constatazione di Borio e Di Corcia: vi è un’evoluzione, o un’involuzione, da indagare rispetto alle pretese espressive (autobiografiche) dell’individuo moderno. Per quanto mi riguarda, il terreno privilegiato di questa indagine è stato il rapporto tra le forme discorsive letterarie e quelle extraletterarie, nella costituzione di un paradigma narrativo dell’autenticità.

L’autenticità è connessa con la nascita dell’autobiografia moderna (radicalmente diversa dalle scritture del sé precedenti), ossia con Jean-Jacques Rousseau. Ma con Le Confessioni di Rousseau non nasce solo un genere letterario “nuovo”, che per altro feconderà in modo irreversibile la storia del romanzo moderno dall’Ottocento in poi, ma nasce anche un modello narrativo che, stratificandosi e complicandosi nel corso degli anni, diventerà una componente importante dell’ideologia individualistica, soprattutto nella fase della modernità[2]. Dalla modernità in poi, l’individuo occidentale (e il personaggio-uomo che lo segue o precede come un’ombra) ha subito una progressiva – la chiamo io – tentazione del solipsismo. Sulla tendenza dell’individuo novecentesco e occidentale – oggi possiamo aggiungere: maschio e bianco – a concepirsi sciolto da ogni appartenenza, eredità, lingua comune, si è scritto molto. Norbert Elias è stato l’autore che ha fornito forse la descrizione più compiuta di questa sorta di “patologia” nel suo saggio del 1987 La società degli individui. In quell’occasione, egli formula il concetto di homo clausus. Un membro delle società moderne aspira, raggiunto un certo grado di socializzazione, a elaborare un percorso che lo individualizzi, che lo distingua cioè dagli altri e dia valore a tratti singolari della sua persona. In questo processo, però, egli corre il rischio di spezzare il legame con la società in cui vive e con il mondo di significati condivisi. Tutto questo ha anche a che fare con il concetto di “autenticità”.

Nel corso del Novecento l’autenticità si presenta come una nozione ambivalente: da un lato essa nasce per rivendicare l’autonomia morale dell’individuo nei confronti dei valori collettivi, dall’altro finisce per presuppore e sacralizzare un percorso d’individualizzazione che non solo implica un mandato sociale, ma anche si rivela come inevitabilmente accidentato, e quindi esposto a fallimenti, errori. Charles Taylor ha utilizzato il concetto di self-expression per parlare del modello moderno della soggettività, che vede per la prima volta nella storia l’individuo impegnato in un lavoro di “espressione di sé”. Ed è qui che la nozione di autenticità entra in gioco: l’individuo, nella scelta di occupare un posto nel mondo storico-sociale che lo circonda, deve rimanere comunque fedele à sé, a certe sue particolarità, a certe sue inclinazioni. Il suo destino non è più determinato (unicamente) da modelli eroici, appartenenze di gruppo, norme trasmesse. Il paradosso di questa situazione, che Taylor però sottolinea sempre, è che l’espressione di sé implica la mediazione attraverso il linguaggio, e non può avvenire che nel linguaggio, se vuole essere accolta, compresa, riconosciuta dalla collettività. L’espressione di sé presuppone quindi un lavoro espressivo, che avviene attraverso il linguaggio comune o eventualmente altri tipi di linguaggio, come quello artistico o musicale. Non esiste quindi una singolarità del soggetto già data prima di questo lavoro, una qualche esperienza interiore o un qualche vissuto individuale che precede ogni atto di comunicazione e condivisione. La singolarità, allora, è frutto di un impegno, di una creazione, e come tale essa può riuscire oppure no, può persuadere gli altri oppure no. Questa incertezza sugli esiti del lavoro espressivo – e si consideri a questo proposito tutta la parabola degli scritti autobiografici di Rousseau – è ciò che rende l’espressione di sé una scommessa, un rischio, una serie di tentativi, che possono avere successo, ma anche esiti fallimentari o addirittura tragici.

La letteratura moderna è diventata un terreno privilegiato per vagliare ed esplorare questi ideali “espressivisti”, e quindi un terreno privilegiato anche per inscenare, a seconda dei casi, percorsi autentici oppure inautentici. Quello che è accaduto nel corso del secondo Novecento, però, è la comparsa di una singolarità considerata come un dato acquisito, come presupposto; oggi, addirittura, ognuno è chiamato a produrne prove sempre maggiori e sempre più rassicuranti, in contesti ibridi tra la sfera privata e quella pubblica, come nel caso dei social. Nel novecento, l’espressione di sé era considerata un ideale esigente, sia sul piano politico che letterario e artistico. Comportava scelte forti, rischi e sacrifici. Con il nuovo secolo, l’espressione di sé è un dovere-diritto per tutti; il mercato, le piattaforme elettroniche, persino i media generalisti non sollecitano altro che prove di singolarità. Ma stavolta sono spariti i cammini tortuosi e incerti attraverso cui si conquistava l’autenticità. Ognuno è chiamato alla prestazione, bisogna sbandierare il proprio sé come un prodotto attraente e caratteristico. Siamo passati, come ho già scritto altrove, da un regime dell’espressione di sé (lavoro sul linguaggio e sugli enunciati), al regime di promozione di sé (lavoro sui canali di comunicazione e sui segni di sé – sul proprio logo autoriale/autobiografico).

Questo cambiamento di regime dovrebbe, come lamentano molti, implicare una perdita di qualità delle opere letterarie o artistiche? Non credo. Penso che continuino a esistere opere valide e sorprendenti. Il problema è semmai un altro: vi è tutta una produzione di singolarità più o meno “riuscita”, più o meno “convincente” con cui siamo confrontati a tutti i livelli, e in cui siamo anche coinvolti intimamente, nel doppio ruolo di produttori e consumatori. Noi abbiamo bisogno di emettere prove di singolarità intorno a noi, e nello stesso tempo ne siamo anche i destinatari. Ovviamente la tentazione del solipsismo è oggi favorita ulteriormente dalle piattaforme digitali. “I confini del mondo”, dice il solipsista, “sono i confini del mio mondo”. E la filter bubble, in cui ognuno è comodamente sistemato grazie al servizio di selezione prodotto dagli algoritmi, non fa che rafforzare questa tentazione. Ma sarebbe interessante considerare anche le forme di “solipsismo di gruppo”, che è ben rappresentato dai terrapiattisti, dai negazionisti climatici, e da altre forme del cosiddetto complottismo. In molti casi, frammenti degli ideali espressivisti si trovano nei loro discorsi: alla menzogna sociale, bisogna contrapporre la verità, che il piccolo gruppo d’individui coraggiosi è in grado di cogliere.

 

Gli individui non nascono individualisti, ma lo diventano (in una data società)

Il paradosso dell’individuo nella modernità consiste nell’obbedire a quello che è un’ideale sociale. Esso può essere formulato in due modi: uno monco e oscuro, e uno completo e intelligibile. La formulazione monca sarebbe la seguente: “sii te stesso”. La formulazione completa: “sii te stesso rispetto agli altri in un dato contesto sociale”. Se qualcuno mi esorta, senza fornirmi nessun contesto specifico, ad essere me stesso, ovviamente non so neppure da che parte cominciare. Se qualcuno, invece, di fronte a un mio disagio nell’interpretare un ruolo sociale (quello di padre, di insegnante, di marito, di consumatore, ecc.), mi esorta a essere me stesso, vuol dire che sta lanciandomi una sfida a cui non è detto che sappia rispondere.

Tale paradosso è al centro di un magnifico saggio di Descombes del 1987, Proust. La philosophie du roman (Minuit). In questione non è la poesia lirica, come genere “confessionale” per eccellenza, ma la Recherche in quanto romanzo autobiografico (anche se potremmo applicarle retrospettivamente la categoria di autofiction). Per Descombes, come per altri filosofi come Cornelius Castoriadis o Ferruccio Rossi-Landi, l’ideologia della nostra società è individualistica ma la sua struttura profonda è olistica[3]. Se vogliamo allora comprendere l’enigma moderno dell’espressione di sé non possiamo pensare che riguardi dapprima l’individuo, e che poi cerchi sul piano dell’intersoggettività un terreno di verifica nel confronto con gli altri, con la società nel suo complesso, con qualche significato universale. Bisognerebbe, quindi, riconoscere almeno due cose: 1) l’individualizzazione (il lavoro “morale” di espressione del vero sé) si situa a una certa soglia del necessario percorso di socializzazione dell’individuo empirico; 2) il mandato “morale” di individualizzarsi non è una decisione sovrana dell’individuo, in quanto gli viene appunto dal tipo di società occidentale e individualistica in cui vive. A ciò bisogna aggiungere una dimensione che ho già evocato. Se quanto detto in precedenza è vero, allora significa che l’espressione di sé non può essere giudicata dal semplice individuo che la realizza (ricadremmo nella prospettiva solipsistica), ma deve affermarsi attraverso una negoziazione sociale, una sfida per il riconoscimento, a partire da un “luogo comune”, in cui ognuno può situarsi. (Il “luogo comune” è la seguente domanda: chi sei al di là delle attribuzioni sociali?) In questa relazione per il riconoscimento tra l’individuo e la società, o tra soggetti minoritari e soggetti maggioritari, il linguaggio ha un ruolo decisivo, e quindi la letteratura stessa. Ma come Descombes mostra a proposito della Recherche: ripudiare le appartenenze e le identificazioni sociali, implica un lavoro espressivo arduo e radicale; al successo mondano Proust oppone la paziente, solitaria e incerta creazione di un’opera letteraria.

 

Ideologia della lirica e soggetto poroso

Oggi la “singolarità”, il “vero sé” hanno mutato di statuto. Sono merci tra le altre, sono prodotti da esibire, anche nella forma più elementare, ripetitiva e stereotipata, sulle piattaforme digitali, nelle azioni sportive, negli stili di vita, quindi la poesia è confrontata a un nuovo contesto, a un nuovo orizzonte. Tale situazione corrisponde all’avvento di quello che io chiamo soggetto poroso, un soggetto in cui è davvero difficile distinguere cosa è proprio e cosa non lo è, cosa è autentico e cosa no, ciò che viene dall’esterno, dalla società, e ciò che viene da sé, dalle proprie inclinazioni irriducibili. Chi si occupa dell’impatto attuale delle nuove tecnologie, delle varie applicazioni dell’intelligenza artificiale attraverso gli algoritmi, ad esempio, fa un enorme fatica a distinguere soggetto da oggetto, volontà da automatismo, intimità da estraneità. Proprio nelle nostre bolle digitali, là dove rischiamo l’accusa di solipsismo, di narcisismo, di autoreferenzialità, l’estraneo già agisce in noi, oscuro e inavvertito: preseleziona le informazioni, le organizza, modella le nostre reazioni emotive, ecc.

Secondo l’ideologia della lirica, il soggetto poetante soffrirebbe di una fondamentale dicotomia, che oppone esperienza individuale e linguaggio comune. All’interno del paradigma lirico, l’esperienza individuale è vista come una forza centripeta (autentica), che spinge verso il sé autentico, e il linguaggio comune, ossia il discorso ordinario che si articola attraverso le situazioni della vita di tutti giorni, assume il ruolo di forza centrifuga (inautentica). Secondo questo schema, il conflitto principale si pone tra il discorso poetico (linguaggio al servizio del vissuto singolare) e il discorso comune (linguaggio al servizio della collettività). Fin da subito, insomma, s’instaura una gerarchia che fa del discorso poetico una sorta di super-discorso, rispetto a quello della vita ordinaria, dove si utilizzerebbe un linguaggio di serie B, inautentico, vuoto, ossificato, ecc. Ora da dove salta fuori il super-discorso, con tutte le sue componenti? Non certo dalla vergine interiorità del singolo, ma dal bacino dell’eredità letteraria: forme, figure retoriche, metafore, organizzazione metrica o ritmica, ecc. E il soggetto si costituisce inevitabilmente sotto l’influsso di questa duplice eredità: lingua letteraria e lingua comune. L’inautenticità, quindi, si situa a livello di entrambi gli affluenti del soggetto: lingua letteraria e lingua comune, entrambe intessute di componenti ideologiche, che inevitabilmente sono in parte inconsapevoli. Quando si parla di ricerca letteraria, d’innovazione e rottura formale, si parla di uno sforzo per mettere a distanza entrambe le eredità, che premono sul soggetto che scrive. Questo, si dirà, avviene in tutti i casi. La poesia “moderna” in definitiva richiede proprio questa attitudine. L’innovazione formale, la presa di distanza, si misurerà allora sugli esiti che questo processo ha avuto nell’opera. Quello che mi sembra rilevante nel campo poetico contemporaneo (in Italia e altrove), è la presenza di pratiche di scrittura che, pur rifacendosi alla poesia da alcuni punti di vista, assomigliano molto poco alla raccolta di testi in versi, a cui ci ha abituato il genere lirico novecentesco. Ma bisogna subito precisare che la lirica, pur essendo stato il genere dominante della poesia novecentesca, non è stata l’unico genere. Ancora oggi la maggior parte degli studi accademici sull’argomento fanno fatica a integrare non tanto delle inevitabili tendenze “anti-liriche”, ma pratiche ben distinte, come la poesia sonora, la poesia visiva, la poesia concreta, la poésie-action, la poesia concettuale, ecc. Si è relegata all’eccezione fornita dalle avanguardie e dalle neo-avanguardie tutta una produzione, che in realtà ha continuato, pur essendo extra-canonica, a irrigare ogni ambito della poesia, anche quello più tradizionale e lirico.

Concludo con un riferimento personale alla postura del soggetto entro una cornice lirica e una scrittura confessionale. Commiato da Andromeda (Valigie Rosse 2011 e 2022) sarebbe, in principio, uno dei mie libri più apertamente confessionali e lirici. È un prosimetro, il cui tema è una catastrofe amorosa, la conclusione violenta e sofferta di una storia d’amore. La presenza della prosa elude piuttosto che temperare con una dimensione narrativa la cornice lirica. In effetti, la prosa si pone al servizio innanzitutto di un saggismo “furioso”. E qui interviene la prima rottura rispetto al modello “confessionale”. Per raccontare un evento intimo, per esprimere la sofferenze che mi ha provocato, ho scelto un diaframma estraneo, ossia un mito greco (Perseo e Andromeda) espresso da un pittore rinascimentale (Piero di Cosimo). All’interno di questo diaframma già composito risuonano poi ulteriori elementi legati alla cultura pop contemporanea. Il mito greco e le sue versioni pittoriche rinascimentali sono divenute così occasione di esegesi della rottura amorosa, attraverso un processo d’ibridazione testuale, che ha mescolato prosa ecfrastica, saggio sull’arte pittorica, trattato umoristico sull’amore, e ovviamente testi sia allegorici che lirici. Questo “pluralità disordinata” delle forme è nata in virtù di una diffidenza nei confronti, appunto, della postura confessionale. È nata per aggirare le tentazioni dell’autenticità, e per controbilanciare gli enunciati che hanno una forma lirica. In Commiato da Andromeda, però, non si è trattato solamente di sbandierare lo slogan avanguardistico: “il linguaggio non è trasparente”. Ho voluto – ho dovuto – mostrare che anche l’amante ferito non è trasparente. E questo in un duplice senso: l’amante in questione è inevitabilmente affabulatore (e affabula a partire dalla sua identità di maschio etero) e gli eventi più intimi e traumatici hanno bisogno dell’altro da sé, hanno bisogno della più “remota esteriorità” per rendersi anche solo in parte leggibili. All’opacità assoluta della catastrofe amorosa si sovrappone l’opacità relativa di una superficie pittorica creata alcuni secoli fa. Solo attraverso questa triangolazione è possibile dire qualcosa al lettore su di sé e sulla propria esperienza.

 

Note:

[1] In una relazione del 1974, tenuta a un Convegno sul Neorealismo, il critico Gianni Scalia dice: “Il dibattito “secolare”, che dico?, bimillenario, non termina, anzi si riassume e si esplica, si rende esplicito “dialetticamente”. La realtà è produzione, unità di soggetto e oggetto, essere e pensiero, ragion e storia. Ma comincia con Marx (“ogni inizio è difficile”) la critica della “realtà” come “feticcio”, reificazione”. In Gianni Scalia, Signor capitale e signora letteratura, Dedalo Libri, Bari, 1980, p. 202.

[2] Nozione che io uso nella specifica accezione che ne dà da Marshall Berman nel suo ormai classico saggio del 1982, L’esperienza della modernità (trad. it., il Mulino, 1985).

[3] In termini più precisi Descombes, riferendosi ai lavori di Marcel Mauss e di Louis Dumont (ma anche di Castoriadis), parla di olismo strutturale. Tale concezione nega tutte le fantasie di costruzione di un ordine sociale sul modello del contratto e dell’incontro intersoggettivo tra coscienza già formate. In ogni società una totalità di senso è data attraverso le istituzioni prima delle singole significazioni. In altri termini, impiegando i concetti del secondo Wittgenstein, quando entro in società (in seguito alla nascita), le forme di vita e i giochi linguistici sono già lì ed è solo assumendoli, facendoli miei, che io posso misurare la mia autonomia ed eventualmente contestarli o inventarne di altri.

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Immagine. Dettaglio di Sun Yuan et Peng Yu: “Old peoples home”.

I poeti appartati: Pablo Andrés Rial

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Cinque poesie dal libro Costretto a viaggiare

traduzione in italiano di Simona Adivíncula

 

1.

Mia madre è morta
in un giorno come oggi
un giorno come un altro qualsiasi
poteva essere
un lunedì
un mercoledì
o una domenica d’estate
d’inverno o di primavera
in un’ora come un’altra qualsiasi
potevano essere
le quattro del pomeriggio
mezzogiorno
o le tre del mattino

Quando mia madre è morta
ho coperto la sua casa di fango
ho inondato la sua stanza
e anche il suo giardino
ho strappato i fiori
che curava con tanto amore
ho bruciato la tovaglia
su cui cenavamo
e ho rotto le porte
ho portato via i suoi cani
e li ho nutriti

è stato un giorno come oggi
un giorno come tanti
che non è mai esistito
e che non potrò dimenticare.

*

Mi madre murió
un día como hoy
un día como cualquier otro
podría haber sido
un lunes
un miércoles o un domingo en verano
invierno o primavera
en una hora como cualquier otra podrían haber sido
las cuatro de la tarde
las doce del mediodía
o las tres de la madrugada.

Cuando mi madre murió
cubrí su casa de barro
inundé su habitación
y también su jardín
arranqué las flores que tanto cuidaba
quemé el mantel
donde cenábamos
y rompí las puertas
me llevé a sus perros
y les di de comer

fue un día como hoy
un día como cualquiera
que jamás existió
y no podré olvidar.

2.

Mi emozionano le capitali,
i fedeli che fumano
e il vino.

Mi emozionano le mance sui tavoli,
la mia camicia arrotolata,
i violini che interpretano Vivaldi,
gli inviti che mi restano lontani,
il materasso sottile del mio letto,
la cortesia dei brindisi
in tempi di guerra.

Mi emozionano le mie mani
che si salvano con me
quando scrivono.

*

Me emocionan las capitales
los feligreses fumando
y el vino.

Me emocionan las propinas en las mesas
mi camisa arremangada
los violines interpretando a Vivaldi
las invitaciones que me quedan lejos
el colchón flaco de mi cama
lo cortesano de los brindis
en tiempos de guerra.
Me emocionan mis manos
salvándose conmigo
cuando escriben.

3.

Da mesi
aspetto una buona notizia.

Che qualcuno me la porti
e mi dica
“ho una buona notizia per te”
e io sorrido e gli rispondo
“sapevo che sarebbe arrivata, lo sapevo”.

E che quando se ne va
pianga e sorrida di nuovo
e mi senta quasi salvato
dai pericoli.

Più leggero
meglio preparato
per ciò che
verrà dopo.

*

Hace meses
espero una buena noticia.

Que alguien me la traiga y me diga
“te tengo una buena noticia”
y yo me sonría y le conteste
“sabía que iba a llegar lo sabía”.

Y que cuando se vaya
llore y sonría de nuevo
y me sienta casi como salvado
de los peligros.

Más liviano
mejor preparado
para lo que
después venga.

4.

Sei morta
guardando dalla finestra
io sono seduto
dietro di te.

Fuori
si vede sempre lo stesso albero
– un salice –

La tua sedia ora è vuota
ma tu sei ancora lì, morta
guardando dalla finestra
dove ora c’è solo
un cortile di cemento.

*

Estás muerta
mirando a la ventana
yo estoy sentado
detrás tuyo.

Afuera
se puede ver el mismo árbol de siempre
-un sauce

Tu silla ahora está vacía
pero vos seguís ahí muerta
mirando a la ventana
donde ahora solo hay
un patio de cemento.

 

Nora e noi genitori

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di Claudio Bagnasco

Nora cammina a passi lenti verso la zona di servizio facendo rimbalzare la palla in terra una, due, tre volte, sempre tre, poi si volta verso il campo, l’arbitro fischia e c’è un attimo, prima di lanciare la palla verso l’alto e prendere la rincorsa per battere, in cui osserva il piazzamento delle avversarie ma no, non è così, Nora nel silenzio del palazzetto, con le compagne, l’allenatrice, le avversarie e noi genitori che attendiamo l’esito della sua battuta, e quanto sa essere micidiale la sua battuta, in quell’attimo Nora tiene il peso del mondo intero nello sguardo, proprio a me doveva capitare la responsabilità di essere la più forte, sembra che si domandi, e nello sguardo di Nora, assieme alla paura di sbagliare, c’è quella di riuscire, perché se fa un ace noi genitori ne vogliamo un altro, e un altro, e un altro ancora, così da poterci immedesimare il più a lungo possibile nella sua bravura e nei suoi quattordici anni, e chissà se Nora ne è consapevole o se è soltanto una ragazzina introversa oltre che una promessa della pallavolo, chissà cosa esiste davvero e cosa proviene dalla fantasia fuori allenamento di noi genitori, comunque ogni volta che Nora fa un punto sorride ma dà l’impressione di chiedere scusa, scusa se non ne farà un altro subito dopo, o magari scusa se il punto fatto da lei è un punto sottratto alle avversarie, e quando sbaglia una palla eccolo di nuovo il peso del mondo intero nello sguardo, come mai già tutta quella malinconia, da dov’è che arriva, ma è la tua, Nora, o la nostra, e il motivo per cui nella rappresentativa regionale hanno convocato Lucia e non Nora è che Lucia è più appariscente, mica più forte, esulta senza ritegno dopo ogni punto, incita le compagne, tenta salvataggi impossibili, secondo un padre che durante le partite introduce un nuovo argomento di discussione ogni due minuti, è il suo modo di gestire la tensione, Lucia ha gli occhi della tigre.
Nora, invece, ha gli occhi del cucciolo abbandonato, un cucciolo che per non soccombere alla solitudine ha imparato a difendersi meglio di chiunque altro però quel difendersi dà l’idea di non bastarle, anche dietro i colpi eseguiti con più maestria si intravede un’insoddisfazione, e dietro l’insoddisfazione la tentazione di arrendersi, come se Nora giocasse aspettando l’attimo in cui le sue battute, le sue schiacciate, i suoi muri, le sue finte non saranno più sufficienti a proteggerla oppure l’attimo in cui non riuscirà più a battere schiacciare murare fintare alla sua maniera, o siamo noi genitori a saperlo, a sapere che le cose finiscono, che i quattordici anni muoiono, e poi i sedici, e i venti, e i quaranta, finché rimane la sopravvivenza, sei tu o siamo noi, Nora, e cosa è successo veramente quella domenica pomeriggio, stava per iniziare il terzo set della finale del torneo estivo, avrebbe dovuto esserci lei in battuta, mentre le cinque compagne rientravano in campo Nora è andata con i suoi soliti passi lenti ma non verso la zona di servizio, è scesa per le scale che conducono agli spogliatoi, ai bagni e all’uscita posteriore del palazzetto, qualcuna ha fatto rotolare la palla laggiù dove Nora comincia a prendere la rincorsa per battere ma Nora non rispuntava, l’allenatrice e un paio di compagne sono andate a cercarla e la palla stava sempre là, quanta desolazione esprime una palla a terra in fondo a un campo di pallavolo, no, non una palla, la palla che avrebbe dovuto fare tre rimbalzi, che avrebbe dovuto essere colpita da Nora, ancora un ace, Nora, ancora un ace, torna, Nora, batti, regalaci altri punti dei tuoi, ma Nora non sarebbe rientrata in campo e non l’avremmo più ritrovata, tra noi genitori c’è chi sostiene che abbia fatto una brutta fine, chi giura che ha firmato per una squadra professionistica del Brasile, chi incolpa non si capisce bene di cosa la madre stravagante, mai che gli adulti riescano a mettersi d’accordo sulla verità, e intanto la tua bravura e i tuoi quattordici anni, Nora, figlia perduta, eroina sognata, non ci sono più, non ci saranno mai più.

 

Della mancata genealogia femminile in alcune opere di Beatrice Hastings

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di Chiara Serani

Premessa

Mentre in Italia ancora quasi si fatica ad andare in questa direzione, soprattutto quando si parla di donne, nel mondo anglosassone si discute attivamente di canoni e contro-canoni da più di trent’anni, tanto che nel 1994 Harold Bloom sentì di dover scrivere un testo controverso come Il canone occidentale,[1] pensato in difesa della centralità inamovibile, a suo dire, di una presunta superiorità estetica tramandata dal passato letterario euro-americano contro l’azione di smantellamento di quelle che allora egli definiva “scuole del risentimento”, latrici, in chiave rivendicativa e inclusiva, di istanze politiche varie, soprattutto etniche e di genere – istanze che, va detto, nei casi peggiori sarebbero poi travalicate negli aspetti più beceri della cosiddetta cancel culture. Il canone, tuttavia, non va né abrogato né difeso a oltranza, e men che meno riscritto – il che significherebbe, va da sé, sostituirne uno con un altro – ma aperto e lasciato tale; nondimeno tenendo conto che in fondo, entro certi limiti – di canone femminile non si parla che a partire dal secondo Novecento, per esempio, e non nell’ambito delle nostre patrie lettere fino a tempi recentissimi – aperto e mutevole il canone lo è da sempre: ogni epoca, inevitabilmente, avvalora o pregiudica certi autori a scapito di altri in base alla propria Weltanschauung e alle proprie assiologie, sia estetiche (Dante e Shakespeare per gran parte del Settecento? Orrore! con buona pace di Bloom) che politiche, e dunque non esiste un merito letterario concesso o revocato una volta per tutte.

Ora, premesso questo, problematizzare e dilatare il canone significa certamente, tra le altre cose, portare all’attenzione dei lettori nomi in passato trascurati od ostracizzati proprio perché in contrasto con quella visione del mondo e quegli schemi assiologici di cui si diceva; e però l’auspicio è che ciò non si verifichi, come invece talora avviene, in virtù della sola political correctness né a furia di sfornare “casi letterari” di ripescaggio forzoso e volatile che si rivelano poi fruttuosi solo per qualche stagione del mercato editoriale mainstream. La revisione costante del canone deve invece passare attraverso un’attività di ricerca rigorosa e assidua, come quella intrapresa da Maristella Diotaiuti con la collaborazione di Federico Tortora, anime del caffè letterario Le cicale operose, di base a Livorno, in relazione all’opera di Beatrice Hastings, che da tempo si dedicano a far riemergere e diffondere con pubblicazioni ed eventi vari.[2] Caso curioso, peraltro, questo, perché laddove nei paesi anglofoni gli studi sulla letteratura femminile hanno una tradizione relativamente lunga, Hastings non solo era pressoché sconosciuta da noi, ma tutto sommato anche nella sua terra d’origine e in quella elettiva, Sud Africa e Inghilterra (sparutissimi i contributi a lei dedicati), così che la riscoperta di Diotaiuti e Tortora è doppiamente apprezzabile, sia perché ricolloca Hastings nel perimetro di quella cultura modernista dai cui contemporanei era stata ingiustamente estromessa e contribuisce così ad arricchirne il quadro generale, sia perché consegna alla tradizione della scrittura e del pensiero femminile l’ulteriore tassello di una genealogia ancora in larga misura da ricostruire.

«Non dimentichiamo», scriveva Luce Irigaray, «che abbiamo già una storia, che certe donne, anche se era culturalmente difficile, hanno segnato la storia, e che troppo spesso noi non ne abbiamo conoscenza».[3] Aggiungeva Luisa Muraro, proprio a commento delle parole della filosofa francese, che tale «riferimento alle donne che ci hanno precedute nella nostra ricerca simbolica […] è necessario all’idea di una possibile genealogia femminile, in quanto costituisce il complemento della genealogia di sangue»:[4] la discendenza della donna dal corpo-corpus della Madre, nei termini anche della trasmissione di un patrimonio di esperienze e saperi comuni, è stata storicamente negata, e le donne stesse, volenti o nolenti, hanno dovuto ricusare la filiazione materna per partecipare, fin dalla nascita, all’ordine simbolico-sociale paterno, tanto a livello familiare quanto culturale. Dunque, ancora secondo Irigaray letta da Muraro:

[…] l’instaurarsi di genealogie femminili serve a marcare simbolicamente e socialmente il genere femminile. […] La verticalità […] è sempre stata tolta al divenire donna […]. Infatti, la genealogia femminile nelle società patriarcali viene soppressa, deve essere soppressa, per esaltare la genealogia maschile, il rapporto Padre-Figlio, scritti con lettera maiuscola, con chiaro riferimento alla religione cristiana. […] L’inesistenza di genealogie femminili fa sì che il mondo delle donne sia come risucchiato da quello degli uomini.[5]

Si tratta di un’evidenza purtroppo ancora cogente, quando molte delle nostre contemporanee che occupano posizioni di grande potere, per esempio, si dichiarano apertamente “non femministe” (se non addirittura “anti-”), obliando o tacendo che se oggi possono, tanto per dirne una, governare e decidere delle sorti del mondo è anche e soprattutto grazie al movimento femminista e alle donne che le hanno precedute lottando per conquistare diritti (come quello di decidere del proprio corpo) che, appunto, sembrano ora essere nuovamente sotto attacco.

Ed è proprio questo il principale nucleo tematico della novella (secondo l’uso anglofono) Sepolcri imbiancati:[6] l’appartenenza indotta di una giovane donna, Nan Pearson, al mondo valoriale maschile attraverso il magistero materno, in tutto complice, compiacente, aderente al sistema patriarcale. La modernità di Hastings, sempre in anticipo sui tempi, risiede anche in questo: aver intuito l’importanza delle genealogie femminili ed esservi ricorsa spesso in chiave provocatoria, persino, all’apparenza, antifemminista. La questione del femminismo di BH, non immediatamente classificabile, appare comunque sfaccettata e complessa, non da ultimo perché attraverso i suoi numerosi nom de plume – se ne contano almeno quattordici, alcuni pure di genere maschile, e d’altra parte Beatrice Hastings era al secolo Emily Alice Beatrice Haigh – l’autrice ha operato una moltiplicazione finanche contraddittoria – ma sempre all’insegna di una fertile disseminazione – dei punti di vista, sia per animare il dibattito suo coevo che per coltivare, infine, come scrive in proposito Diotaiuti, un femminismo «libertario, di matrice anarchica»,[7] forse memore anche della lezione politica e morale di Emma Goldman, che BH aveva forse avuto modo di incontrare a New York tra il  1904 e il 1905 e il cui lavoro, questo sappiamo con certezza, conosceva e apprezzava.

La novella esce nel 1909 sul periodico d’impronta socialista The New Age, cui BH collaborerà a lungo con dedizione assoluta, ed è cronologicamente incastonata in mezzo a due scritti tra i più dirompenti della sua produzione, ovvero La donna come creditrice dello Stato[8] (1908) e Woman’s Worst Enemy: Woman[9] (1909), in cui l’autrice, con lo pseudonimo di Beatrice Tina, lo stesso usato per Sepolcri imbiancati, dà pieno sfogo giornalistico e saggistico alle sue idee contestatarie. Se i testi appena nominati rappresentano un trittico coerente, una tessitura politicamente coesa nonché una sorta di pars destruens rispetto a temi quali quelli del rapporto tra donna e Stato, dell’identità femminile e della maternità, il successivo, La commedia delle fanciulle[10] (1910-11), si offre come un’evoluzione costruttiva di quegli stessi temi, una pars construens che porta a superamento la critica vitriolica condotta da Hastings nei confronti dell’ammuffita morale tardo-vittoriana facendola esplodere in un racconto gioioso di autodeterminazione femminile.

La donna come creditrice dello Stato

In questo breve ma nodale articolo BH critica le poche e insignificanti concessioni promulgate dal Parlamento britannico dell’epoca a favore delle donne maritate e le proclama sempiterne “creditrici dello Stato”, in quanto quest’ultimo, secondo Hastings, non avrebbe comunque mai potuto ripagare adeguatamente quelle stesse donne per il loro fondamentale ruolo riproduttivo (un punto, questo, insieme all’invocazione di un salario per le donne di casa, antesignano di future riflessioni, ad esempio quelle del Collettivo internazionale femminista o di Silvia Federici sulla naturalizzazione del lavoro domestico e sulla riproduzione) e, men che meno, per quello che viene definito «il peso della maternità» e «la maledizione di Eva».[11] Fin da questo scritto la maternità si configura dunque per BH come un terribile gravame, che si traduce in una crudele «disability», un’invalidità, una minorazione la quale, insieme al vincolo matrimoniale, impedisce alle donne di godere della «libertà della mente e del corpo» al pari degli uomini.[12] Solo un parlamento al femminile, si legge, potrebbe comprendere appieno le sofferenze e gli obblighi della maternità e dunque legiferare di conseguenza: «[q]uanto esattamente questa disabilità colpisca le donne, e come si possa alleviarne l’angosciante pressione, solo le donne possono comprenderlo. Anche solo su tali basi l’intera pretesa di uno Stato guidato solo da uomini si dimostra indifendibile».[13] BH sembra quindi invocare un’alleanza tra donne, una complicità orizzontale che si tramuterebbe poi, evidentemente, in eredità genealogica, così come più avanti, in Woman’s Worst… rivendicherà il ricorso genealogico a una conoscenza ancestrale usurpata dal maschio, quella legata al travaglio e al parto, giudicando aspramente la preclusione della medicina del suo tempo – ma persino di tante donne agiate, corresponsabili di quell’esonero – nei confronti di ostetriche e levatrici.

Fatto sta che con l’argomento di una rappresentanza parlamentare femminile BH si allinea in parte agli ideali egalitari e quindi alle istanze del movimento suffragista, che in chiusura del pezzo viene anzi indicato come punto di riferimento per una militanza mai docile e asservita. E però, il testo contiene in nuce varie stoccate che cominciano a delineare quel pensiero divergente che costerà ben presto ad Hastings le critiche feroci e la mancanza di sostegno da parte dello stesso movimento[14] e che farà di lei, come ha scritto Erin M. Kingsley, «a shimmering chimera»,[15] cioè una figura polimorfa dal punto di vista politico e letterario, dotata di una voce plurima, continuamente disappartenente, sempre fedele e diseguale a sé stessa. Perché, sostiene BH in chiave apparentemente antifemminista, e con grande radicalità, «[a] lungo le donne si sono accordate per mentire sulla maternità», aggiungendo che «[l]a tortura del parto è l’aspetto più ripugnante della vita umana» e che «[p]er una donna dalla mente acuta e immaginativa, la maternità significa mesi di odiosa ignominia, e infine una lotta con la morte attraverso ondate di fuoco. […] La maternità non è né avventurosa, né stimolante, né divertente».[16]

Naturalmente tali affermazioni vanno contestualizzate e ricondotte al periodo storico in cui prendono forma, tra la quasi totale mancanza di indipendenza per tutte, altissimi tassi di mortalità per le partorienti e condizioni di vita insostenibili soprattutto per quelle donne indigenti a cui il movimento suffragista, quale fenomeno in prevalenza middle- e upper- class, non guardava forse con sufficiente attenzione, a differenza di BH, socialista e anticapitalista. Ad ogni modo, al di là del loro contesto socioculturale, affiora nelle parole di Hastings una nucleare concezione della specificità e dunque della differenza femminile, correlata a un certo determinismo biologico che sembra quasi anticipare alcune considerazioni di Simone de Beauvoir ne Il secondo sesso:[17] il dato corporeo, il suo (presunto) destino biologico di madre congiurerebbe apertamente contro la donna, la sua libertà, la sua affermazione individuale e intellettuale. Ma simile congiurare è colpevolmente aggravato, secondo BH – ed ecco la pietra dello scandalo destinata ad alienarle il favore delle suffragiste, e non solo – da una silenziosa cospirazione tutta femminile delle donne contro le altre donne, ovvero di quelle che, come di qui a poco metterà in intreccio in Sepolcri imbiancati, pur di godere dei privilegi e delle sicurezze dello status matrimoniale sacrificano di generazione in generazione sé stesse e le proprie figlie, impedendo loro di emanciparsi, sull’altare del patriarcato. Allo stesso tempo comincia a sagomarsi, seppur in maniera non ancora del tutto definita, quella precisa figura di «motherwoman», la “donna-madre”,[18] che diverrà il maggiore idolo polemico di Hastings in questi anni, e che andrà ben distinta da altre tipologie di donne (per esempio, già qui, quelle più intraprendenti e autonome e che, consapevoli dei possibili legacci del matrimonio e dei rischi della maternità, «consegn[a]no i mariti e le loro conseguenze al limbo delle cose sopravvalutate»[19]). Si tratta di una figura che non solo, come si vedrà, salvaguarda appieno il femminismo di Hastings, ma persino lo proietta verso un orizzonte da seconda e terza ondata, facendo di lei, per molti aspetti, sia una nostra progenitrice che una nostra contemporanea.

 

Sepolcri imbiancati

La trama di Sepolcri imbiancati è presto detta: Nan Pearson, ignara sotto ogni profilo della realtà coniugale che l’aspetta, è stata cresciuta dalla madre con l’unico scopo di accasarsi e vivere nell’angusto recinto della rispettabilità e del perbenismo tardo-vittoriani. La conosciamo alla vigilia delle nozze come una vaporosa e rosea fanciulla intrisa di vacuo romanticismo, intenta a sognare e imitare le pose dei soggetti femminili (perlopiù estetizzati e limitati al ruolo di beatifiche dame e di muse) dei preraffaelliti Edward Burne-Jones e Dante Gabriel Rossetti, con particolare sua predilezione per il componimento The Blessed Damozel, in cui Rossetti descrive una disincarnata fanciulla – una damigella, si prenda nota – che dall’alto del paradiso piange il suo perduto amore terreno. Non avendo ricevuto non solo nessun tipo di educazione sessuale da parte materna ma nemmeno alcun insegnamento scevro da conformismo, Nan va incontro a un matrimonio infelice e disastroso, al quale tenterà di sfuggire prima con la religiosità e poi col vagheggiamento di una possibile liaison amorosa, cui tuttavia si sottrarrà in nome della reputazione e del quieto vivere, pianificando a questo scopo, dopo alcuni anni di serrato rifiuto, una gravidanza, la quale la isolerà sempre di più e, infine, dopo la morte del figlio ancora piccolo, la lascerà precocemente invecchiata, distrutta nel corpo e nello spirito.

Il titolo della novella, col suo caustico richiamo biblico, anticipa la natura più o meno farisea e bigotta di tutti i personaggi e dell’ambiente in cui si svolge la vicenda; e invero, sotto la superficie a prima vista drammatica del testo riluce una satira sferzante dell’irrespirabile morale vittoriano-edoardiana e dei suoi protagonisti, così come sotto l’apparente realismo da tranche de vie si nasconde la struttura di una fiaba nera. L’intero récit di Sepolcri imbiancati si dà infatti, peraltro, come il rovescio grottesco dell’andamento ascendente da commedia – “primaverile”, avrebbe detto Northrop Frye, con ciò implicando l’inevitabile happy ending e il trionfo di eroi ed eroine di turno – e degli ideali familiari di un tipico romanzo dickensiano, di quel Charles Dickens che non solo viene citato proprio ne La donna come…,[20] ma che appare qui imitato nello stile (si pensi al ricorso al narratore onnisciente, per esempio, già abbastanza desueto nel primo decennio del Novecento e certamente per una sperimentatrice come Hastings, per quanto alle sue prime prove letterarie; o anche alla vis comica caratteristica del romanziere inglese) e parodiato nei valori familiari.[21] Il riferimento, in particolare, è a quello scrigno di virtù femminine rappresentato dal cosiddetto angel-in-the-house, “l’angelo del focolare” così caro a Dickens e stampo esemplare nella costruzione vittoriana di genere, tanto che Virginia Woolf, tra le altre autrici del suo tempo, lo prenderà notoriamente a bersaglio per la ridefinizione di una nuova identità femminile, distante dalle sue qualità di abnegazione e domesticità.[22] Ed è proprio questa creatura angelica che in Sepolcri imbiancati subisce un tragicomico scoronamento – come appunto si addice allo spirito “invernale” della satira, sempre secondo la tassonomia di Frye.

Significativo, dal punto di vista stilistico già solo al livello delle microstrutture, è l’utilizzo tutto dickensiano dei nomi propri in chiave simbolica, rispondente al paradigma del nomen omen a partire dalla stessa Nan Pearson. Se “Nan” è infatti nel parlato inglese un diffuso diminutivo informale per “nonna” – elemento che anticipa, con moto circolare, la fine della novella, in cui la fatata futura sposa dell’incipit si è tramutata nel «witch-like “angel”» («l’“angelo” dall’aspetto di strega»)[23] dell’explicit, e ciò a indicare come il suo destino di vittima sacrificale sia segnato ab origine lungo un ciclico passaggio generazionale – “Pearson” è un patronimico in cui “pear” /peər/ è ironicamente omofono di “pair” (“coppia”, “accoppiare”) e “son” significa “figlio”.[24] A dispetto dell’(ironica) implicazione intralinguistica di una coppia genitoriale nel cognome “Pearson”, la discendenza che esso va a denotare, ci suggerisce Hastings, è segnatamente solo quella paterna, e l’identità di figlia femmina di Nan è negata sin dalla nascita e da prima, dal momento in cui le mogli e madri, secondo un uso secolare, hanno abbandonanato il proprio cognome per quello del marito. Non a caso, la genitrice di Nan è quasi sempre comicamente denominata “Mamma Pearson”,[25] come d’altro canto si addice a una donna che, si legge nel testo, ammantato di una corrosiva irrisione, «Amava descriversi quale “madre, moglie, cristiana, e nient’altro”»[26]  (!)  e che nondimeno la penna di Hastings sguarnisce di ogni dote di vera amorevolezza e carità, allontanandola incommensurabilmente, come poi Nan dopo di lei, dall’ideale dei pii campioni materni dickensiani.

Altrettanto evocativo e sagace è il toponimo del sobborgo in cui è destinata a trasferirsi la protagonista della novella e in cui si muove la cerchia “pearsonic” (secondo la buffa aggettivazione di Hastings): “Crone”, col significato di “megera”, “vecchiaccia”, “befana”. La parvente misoginia di questo appellativo si stempera nella denuncia di un determinato habitat sociale e dei suoi frequentatori – quello ingessatamente borghese e devoto dei Pearson – e, al contempo, riconduce ancora a un modulo struttivo fiabesco, in cui però i tre classici archetipi femminili (vergine/fanciulla, moglie-madre, strega/vecchia), che Hastings più volte evoca e manipola consapevolmente, come dimostrano prima lo stesso suo nome di penna “D. Triformis”, probabilissimo omaggio alla diva triformis Diana/Artemide, e i brevi racconti Feminine Fables[27] poi, rappresentano qui tutti un paradigma nefasto. Vale a dire che all’asfissiante altezza sociale in cui viene al mondo Nan, presieduta da un’ortodossia e un moralismo strenuamente puntellati dalla tradizione confessionale (notevole è l’ironico fil rouge con cui nel testo si rincorre l’isotopia della “madonna”, icona artistica maschile, preraffaelliti compresi; e in Woman’s Worst… BH scriverà a chiare lettere che con il cristianesimo le donne sono state costrette a praticare una fede maschile) non vi è spazio alcuno per rappresentazioni o incarnazioni di una qualsiasi forma di reale potere femminile. E tuttavia, centro e perno di questa triade interamente negativa è la matrona, la moglie-madre che condanna scientemente la figlia a diventare una vecchia strega impotente essendosi allineata al sistema patriarcale e avendole negato l’accesso a un più veritiero elemento materno, cinghia di trasmissione non già di quella genealogia femminile cui la giovane avrebbe avuto titolo ma della sua assenza o, peggio, della sua distorsione e perversione.

Al contrario di quel che avviene a Crone, e in questo BH si rivela lungimirante osservatrice di come non possa e non debba esistere un’unica forma di femminismo ma di come fosse già allora necessaria una sorta di intersezionalità ante litteram che tenesse conto non solo del genere, ma anche di altri fattori, come quello della provenienza sociale, «Le ragazze di estrazione popolare hanno le idee ben più chiare sulla vita che le aspetta da adulte rispetto alle sciocche fanciulle allevate dalle classi più abbienti. Un’operaia che si fidanza sa perfettamente quel che l’aspetta, ma la figlia del suo datore di lavoro arriva all’altare innocente come un agnello».[28] Da qui al successivo Woman’s Worst… il passo è breve, e comincia a chiarirsi meglio la posizione hastingsiana sulla maternità, che non è unica e irrevocabile ma articolata e molteplice, un misto di universalismo-essenzialismo, come si vedrà, e di storicismo, tra interpretazione biblica e critica anticapitalistica.

 

Woman’s Worst Enemy: Woman

BH inaugura il testo con coraggiosa esposizione, partendo dalla propria esperienza personale (“il personale è politico”, avrebbe affermato decenni dopo Carol Hanisch) rivelando nella “Dichiarazione” con cui esso si apre, senza infingimenti né veli retorici, un vissuto giovanile molto simile a quello di Nan Pearson (tanto che Sepolcri imbiancati assume in quest’ottica una certa patina autobiografica), lei stessa alle prese con una gravidanza indesiderata frutto di ingenuità e disinformazione, indotta a credere, anche per parte materna, che procreare fosse il percorso segnato per ogni donna.

Se fossi stata educata riguardo a ciò che era mio diritto sapere – l’imminente sviluppo dell’impulso sessuale e la prevenzione scientifica del concepimento – mi sarei risparmiata buona parte dello smarrimento dell’anima e il cieco ateismo che nega qualsiasi gioia, e vede nei piaceri dell’amore solo un inganno imperdonabile. Se avessi saputo che la maternità, come la lotta libera, l’esplorazione, e così via, non è un obbligo, bensì una scelta, sarei stata libera di vedere la dignità sia di Dio che della Donna, che invece fui costretta a dichiarare Tiranno e Vittima. L’Uomo, cominciai a vederlo come nient’altro che l’insignificante strumento della crudeltà.[29]

Chiamare in causa Dio, più che l’uomo, significa naturalmente guardare al creato e alla natura naturata che, da un punto di vista deterministico, rende la donna schiava della sua propria fisiologia; e difatti il primo capitolo del pamphlet, “Le due maledizioni”, si affaccia sullo scenario della Genesi richiamando in vita una Eva tiranneggiata e schiavizzata non tanto da Adamo quanto dalla sottomissione al richiamo della carne e dell’utero – «l’utero […] plasmato per soffrire, ma […] plasmato anche per bramare la propria sofferenza».[30] Pochi paragrafi dopo, BH concluderà, indi, che «lo scontro, in ultima analisi, è tra donna e natura» e non già tra i sessi:[31] con ciò si spiega anche la sua sfiducia ultima e reciproca nei confronti del movimento suffragista, giacché conquistare il voto o parificarsi agli uomini non avrebbe potuto modificare granché, a suo modo di vedere, questo immutabile dato di realtà. Ciononostante, sin da subito BH chiarisce che grazie alla possibilità di scegliere e decidere del proprio corpo e della propria vita, la natura potrebbe essere vinta, non fosse che essa ha dalla sua parte un’alleata potentissima: nella medesima iniziale “Dichiarazione”, BH indica l’esecrata dedicataria del suo testo:

Questo libro è stato scritto per il piacere di denunciare quel tipo di femmina la cui modestia impone un silenzio tombale su questioni così importanti come il sesso e la maternità. Quella che racconta alle proprie figlie che sono nate sotto a un cavolo o che sono state portate dalla cicogna, occultando così la propria sessualità. Quando le figlie si preparano all’altare ha già pronto un altro repertorio di menzogne, insieme al velo e ai fiori d’arancio, e ai suoi auguri fasulli, così che possano giungere mansuete all’altare, come la made prima di loro, prima di scoprire l’inganno. Sicuramente non andrebbero così serenamente di fronte al prete, se sapessero ciò che le attende.[32]

In altre, parole, trattasi di “Mamma Pearson”; ma laddove in Sepolcri imbiancati l’oppressione della «motherwoman», qui detta anche «wife-woman»[33] si esercitava principalmente lungo l’asse madre-figlia, in questo libello BH passa in rassegna una più folta schiera di figure angariate dal credo di questo tipo di donna che, trincerandosi dietro la propria supremazia sociale, avrebbe preteso, ab imis fundamentis, l’umiliazione e la persecuzione delle sue “sorelle”, da cui si sarebbe nel tempo vieppiù separata allo scopo di assoggettarle o farne della paria, e, nella maggior parte dei casi, per ragioni intrinsecamente economiche, giacché «le antenate di queste stolte hanno umiliato tutte le donne che non hanno riposto la loro fiducia economica in un marito»:[34] in sequenza, la donna sterile, la donna nubile, la donna artigiana e lavoratrice (spesso sottoposta, come domestica, proprio alla wife-woman), la madre inadatta, la prostituta. Arrivando in ciò a reclamare, prosegue Hastings, persino l’aggiogamento del marito, “costretto” a mantenerla economicamente, a vedere il proprio buon nome affidato alla sua condotta e a dipendere dal suo grembo per la propria discendenza. In quest’ultimo, paradossale caso, l’uomo viene presentato, come d’altro canto già in Sepolcri imbiancati, quale ulteriore vittima dell’inganno silenzioso della motherwoman, che tace anche a lui della crudezza e della violenza del parto per preservare ai suoi occhi la propria imperturbabile immagine angelica, poiché, si chiede ironicamente BH, «cos’hanno a che fare gli angeli o il paradiso con le donne urlanti?».[35] Tutto, al fine di assicurarsi o conservarsi una posizione finanziariamente vantaggiosa e l’onorabilità sociale (e “il femminismo è per tutti”, sembrerebbe suggerire BH, ovvero per tutti i possibili asserviti alla sua idea di “patrimatriarcato”).

Ne consegue che gli strali di Hastings non sono affatto indistintamente diretti a tutte le madri – anzi, quelle donne che «per inclinazione, complessione fisica e vastità d’intelletto»[36] provano questa disposizione d’animo sono nel testo incoraggiate a seguirla senza indugi – né alla maternità di per sé, ma a quella matrona della buona società che ha reciso ogni contatto con la propria stirpe femminile per essere divenuta una «greed-driven sister» («una sorella guidata dall’avidità»)[37] e aver mercanteggiato e capitalizzato sulla propria capacità riproduttiva. La motherwoman/wife-woman non sembra insomma nemmeno più essere, alla lettura di Hastings, una donna reale, ma l’ipostasi umana di una mater terribilis che divora o castra la propria progenie, e, quel che è più rilevante, mutatis mutandis, la controparte femminile di un patriarca, di un padre-padrone, personificazione muliebre di quello sfruttamento capitalistico e delle classi dominanti che schiavizza ed emargina lavoratori, proletari e reietti nonché, nell’ampia visione politica di BH, nata a Londra ma cresciuta in Sud Africa, anche le altre etnie.

Il femminismo di BH ne esce dunque non azzoppato ma potenziato, incompreso dalle sue connazionali dell’epoca perché troppo radicale, parte di una più estesa critica all’istituzione matrimoniale eteronormativa prevista dalla “vecchia morale” (di cui la motherwoman/wife-woman è cariatide portante, «una persecutrice vecchia come il mondo»[38]), morale la quale si delinea infine come l’unica e vera “peggiore nemica della donna”, che Hastings vorrebbe invece liberata, lei bisessuale,[39] già a partire dalla pratica dell’amore libero, censurato dalle decadenti nazioni europee ma appannaggio dei paesi “più giovani” e meno gravati da rigidi codici di comportamento:

C’è un unico modo in cui questo Stato potrebbe recuperare la propria forza: imitando l’istinto delle giovani nazioni, trascurando i legami matrimoniali e restituendo libertà sessuale alle proprie donne, così che quelle dotate di un istinto materno più forte possano seguire liberamente il genio della maternità. Ma una nazione decadente è una nazione incatenata di titoli e proprietà, ed essendo breve la vita di ogni generazione, la cupidigia individuale impedisce l’allentamento delle norme, finché non arrivi un invasore e i potenti di una volta non finiscano in schiavitù.[40]

Quel che Hastings auspica e caldeggia è alfine la sconfitta della «perversa cospirazione contro la gioventù»,[41] intendendo la parola “gioventù” sia alla lettera – le giovani donne – sia simbolicamente il rinnovamento socioculturale, il sorgere di principi nuovi e, persino, di una nuova civiltà, prossimo argomento de La commedia delle fanciulle.

Concludendo, quel che infine emerge da Woman’s Worst… è una breve ma eloquente elegia alla madre ideale, colei che, avendo avuto la facoltà di scegliere e lungi dall’aver vissuto l’esperienza procreativa come traumatica, assurge, nobilitata da un’aura quasi mitica, ad accogliente e benigno grembo universale:

Immaginiamoci la nostra vera madre. Tutti la vogliamo, e lei vuole tutti noi. Il suo corpo è puro per farci crescere nel suo grembo. Il suo cuore è placido. La sua mente è aperta e la sua compassione abbraccia i figli del prossimo suo.

Più rara di qualsiasi mortale è questa madre.

Il suo travaglio è rapido e non estorce lacrime. La nostra nascita non è per lei una mutilazione, e assaporiamo il nostro primo alimento, una fresca essenza che ci esorta alla vita.

Conosce la scienza della nascita e preserva la propria castità. Lascia passare anni tra un figlio e l’altro. Ogni figlio rivendica il suo corpo immacolato, come fu dato a suo fratello prima di lui.

Sceglie il padre dei suoi figli, come si confà alla sacerdotessa di un così solenne rito.[42]

 

La commedia delle fanciulle

Se ora veniamo all’opera del 1910, da una parte si assiste a una ragguardevole sterzata letteraria, dato che La commedia… nasce come un pastiche[43] il cui palinsesto-ipotesto (per dirla con Gérard Genette) è nientemeno che il Don Chisciotte di Cervantes – e, di conseguenza, l’intero genere del romanzo epico-cavalleresco, parodie comprese – ma dall’altra vi si ritrovano molti dei Leitmotiv dei testi già affrontati. Rispetto a Sepolcri imbiancati, poi, siamo strutturalmente agli antipodi, poiché lo svolgimento del romanzo segue una progressione contraria rispetto alla novella, qualificandosi fin dal titolo come “commedia” e ribaltando perciò il carattere declinante, “invernale”, della narrazione che lo precede. La vicenda è ambientata in Sud Africa, nella catena montuosa dello Stormberg all’epoca delle guerre boere, tra fine Ottocento e inizio Novecento, e attacca con un incipit fiabesco dominato proprio da un’immagine notturna e invernale («l’Inverno del Vento s’impossessò dello Stormberg […]. E la notte c’erano i caroselli delle streghe»),[44] in cui le forze della Natura e quelle buie stregonesche – esattamente l’immagine femminile con cui si chiudeva Sepolcri imbiancati, ma lì depotenziata e ridicolizzata – sussumono allegoricamente, nel pieno delle loro energie distruttive, gli orrori bellici, da cui la narrazione prende congedo rapidamente per seguire le avventure giocose di una schiera di personaggi più meno eccentrici e strampalati. Ben fa Diotaiuti a richiamare il modello di Boccaccio e della peste fiorentina,[45] e ancor più addietro si potrebbe risalire a Sherazade e Le mille e una notte: raccontare allontana la morte e amplia il tempo della vita, principio di cui Hastings si dimostra qui grande padrona, anche a livello formale, articolando infatti un vero e proprio entrelacement ariostesco, che avrebbe potuto conoscere di prima mano oppure attraverso la rielaborazione di Edmund Spenser nel suo grande poema epico-cavalleresco The Faerie Queene (1590).

La fabula è quella di un padre locandiere che, comicamente ossessionato dalla figura del Chisciotte, spedisce le due eroine del romanzo in giro per il mondo (una, Dorothea, ne è la figlia biologica, l’altra, Dota, una trovatella allevata dalla governante di casa) convinto com’è che la cavalleria sia tramontata per la scomparsa di damigelle in pericolo. Compito delle due fanciulle, che vengono significativamente allontanate dalla dimora paterna al compimento dei sedici anni di Dorothea, cioè alla sua maturazione sessuale, è dunque quello di andare alla ricerca di cavalieri erranti (leggi: mariti) impersonando un ruolo, per Hastings, chiaramente obsoleto e improponibile. Emerge fin da subito l’ironia che sottende il testo, e se in Sepolcri imbiancati l’autrice mirava a demistificare il modello dell’angel-in-the-house, qui il bersaglio è quello di un altro tipico cliché letterario femminile, quello della damsel-in-distress, particolarmente affermato nella tradizione anglofona, tanto da generare poi tutto un lignaggio di eroine perseguitate da romanzo gotico. E il cui modello ultimo, tuttavia, è da ricercarsi nelle beatifiche dame medievali tanto care proprio ai preraffaelliti, ovvero figure idealizzate di donne che, attraverso la sofferenza d’amore o il compimento dell’impresa eroica, garantiscono a poeti e cavalieri l’elevazione spirituale e la gloria.[46]

È quindi nuovamente il sistema patriarcale, per mano del locandiere De Villiers,[47] che ha allevato le due ragazze negli ideali di un romanticismo fatuo e irrealistico quasi quanto quello in cui è cresciuta Nan Pearson, a imporre alle giovani donne la strada da perseguire. Tuttavia, Dorothea e Dota sono, non a caso, orfane della madre; ciò, con un duplice portato, al contempo negativo e positivo. Negativo perché manca loro, ab origine, quel magistero materno – anche letterario – che il femminismo è andato faticosamente costruendo proprio a partire dall’epoca di Hastings, e le due fanciulle vivono dunque, recuperando le parole di Muraro, l’«imprigionamento della donna in un ordine simbolico che le è estraneo e […] [l]a paralisi in cui si trova di conseguenza il mondo delle donne»,[48] «quel simbolico in parte ormai muto, ormai sopraffatto dall’ordine patriarcale»,[49] ovvero «un mondo femminile privo di eticità propria».[50] Nel secondo caso perché l’assenza della madre – intesa come motherwoman/wife-woman – equivale, entro il sistema narrativo e speculativo di BH, a una maggiore possibilità di emancipazione, via dall’opprimente peso di un ethos materno tutto antifemminista. Ciò è particolarmente vero per Dota, la quale non ha, in fondo, nemmeno il padre, e personifica infatti la parte più istintuale, selvatica, carnale della nostra coppia di eroine, è insomma il corrispettivo di Sancho Panza, intrisa di una sapienza popolare che le deriva dagli insegnamenti della madre putativa e governante dei De Villiers, Tante Kinkje, laddove Dorothea, più cerebrale e contenuta, si avvicina maggiormente all’allampanato e utopista Don Chisciotte.

La coppia vivrà molte e rocambolesche (dis)avventure, al termine delle quali le due giovani donne si ritroveranno cambiate, e sarà proprio Dota a esprimere a chiare e buffe lettere il rifiuto di qualsiasi modello precostituito, esprimendo la sua disillusione non solo verso il ruolo affibbiato a lei e a Dorothea di “damigelle in pericolo”, ma anche verso quello autoimposto di “damigelle erranti”, per concludere infine che la cosa più difficile da fare è essere semplicemente delle fanciulle – dotate di una nuova consapevolezza – in un mondo di uomini che nega loro ogni giusto diritto, persino quelli di nascita, Proclama dunque Dota:

Questa faccenda d’essere una damigella d’ogni sorta – in pericolo, errante, incantata – è un affare che nessuno vorrebbe intraprendere ad occhi aperti! È come vivere per anni senza pensare, e poi all’improvviso ci si aspetta che capiamo tutto! È essere alla mercè dei cavalieri, siano essi buoni o cattivi, e dover riconoscere un cavaliere da un mago, per quanto essi abbiano tutti lo stesso aspetto all’inizio; ja, è così! […] È dover lottare per ciò che è nostro di diritto, e trovare magia nera nei doni. A conti fatti, è cosa assai pericolosa essere una fanciulla […].[51]

Ma soprattutto, pur essendo ancora incline al matrimonio, Dota avrà infine compreso come l’amore possa essere un inganno che conduce al contratto coniugale quale pericoloso incantamento, in cui la donna diviene niente più che una scimmia ammaestrata;[52] innamoratasi del personaggio del Mago, diverrà temporaneamente un’animalesca creatura circense:

Aveva una fune legata attorno alla vita, e una cuffia da notte rossa in testa. “Chi vuol vedere la mia scimmia ammaestrata?” Il mago continuò a gridare finché non gli si radunarono tutti attorno: “può parlare, cantare e recitare le preghiere… parla, scimmia! Dì ai signori e alle signore se mi sposerai!” “Un’offerta, comunque”, rispose la povera Dota; “un’offerta, comunque”, mormorò la folla […][53]

Dorothea, dal canto suo, è spinta dalla volontà di tornare alla casa paterna proprio per riconquistare le proprie prerogative di nascita, ovvero per vedere riconosciuto il diritto suo e di Dota all’esistenza senza l’obbligo di essere cacciate nel mondo in cerca di marito e, finalmente, per poter vivere secondo un proprio ethos personale. Innamoratasi del Cavaliere Viola, Dorothea respingerà qualsiasi incoraggiamento alle nozze da parte di terzi, in particolare dal personaggio della signora Myrburgh, per godere invece con lui dell’amore libero e, conseguentemente, rifiutandosi di invecchiare: fuor di metafora: rifiutando la vecchia morale. È lo stesso narratore extradiegetico a specificarlo: «lettore, torniamo alla nostra Lady, la bambina cresciuta col Romanticismo. Affrettiamoci, poiché, in nostra assenza, qualcuno ha tentato di farla invecchiare».[54] Viene così sovvertito il destino segnato di Nan Pearson e celebrato il trionfo degli eroi (la coppia giovanile) secondo lo schema tipicamente primaverile dell’affermazione del nuovo sul vecchio, col Cavaliere Viola portatore di un’etica dell’azione e del rinnovamento che soppianta infine nel cuore di Dorothea il padre De Villiers, espressione di un romanticismo superato e di un idealismo libresco, non rivoluzionario. Respingendo inoltre l’idea del matrimonio tradizionale, Dorothea afferma la necessaria possibilità di una nuova e diversa maternità: quella del Sé. Sia lei che Dota infatti, avendo attraversato peripezie avventurose, stimolanti e divertenti,[55] ribaltano il quadro della maternità biologica quale era stato tracciato da BH in “La donna come creditrice dello Stato” e mettono al mondo sé stesse, non solo reinventando le proprie vite daccapo secondo le esperienze e le scelte compiute ma, si intuisce, dando il via a una nuova futuribile genealogia femminile. Del resto, BH non chiude il racconto ma, manipolando sapientemente generi e convenzioni letterarie, conclude l’opera con un finale ironicamente aperto:

In verità, ritengo sia fuori dalla portata della natura mortale, e quindi proibito, realizzare una commedia con un finale rotondo. […] considerate le difficoltà di quei vecchi romanzieri che han dovuto forzare lieti fini ai loro racconti! I racconti subivano metamorfosi sotto gli occhi degli scrittori e potevano a stento esser distinti da volgari tragedie. Riflettete sugli eroi dai capelli dorati e sulle eroine abbandonate dai loro inetti narratori all’altare nuziale, gettate nel dimenticatoio per non esser più menzionate nemmeno per uno starnuto![56]

Allo stesso modo, apparentemente indefinita rimane la “morale” dell’opera, ma di quell’apertura antifrastica che si ottiene negando qualcosa che si intende affermare:

Sottolineate soprattutto i Difetti di questo mio lavoro. Egli è un essere morale, ricordate! Quindi fategli scoprire, negandolo, che qui c’è qualche sorta di morale strampalata – “Sorridere e svergognare Satana” – più adatta, forse, ai pagani che ai cristiani, ma, seppur utile solo ai pagani, sempre meglio che nessuna utilità affatto.[57]

Presa di mira ancora una volta l’ortodossia cristiana, così come proselitismo e colonialismo (tutto il racconto abbonda di strali contro gli inglesi, la loro impresa di conquista e amministrazione), BH sembra voler sottolineare che la storia raccontata nella Commedia possa svolgersi solo in un paese come il Sud Africa, non ancora del tutto addomesticato dal dominio culturale europeo: è qui, invero, che BH tratteggia, tramite i suoi personaggi, una visione utopica dell’umano e della società, in cui Città del Capo prefigura «una nuova Atene».[58] Per bocca del Cavaliere Viola, BH propone il proprio credo universalista:

Ora, […] ho avuto una visione. La terra si trasformava in un giardino dove, ampiamente intervallate, c’erano delle case ben fatte e con dei bei colori, e non c’erano alti edifici a parte delle torri, sulle quali le persone salivano lungo sentieri a spirale che percorrevano i muri; e queste torri erano case dell’arte, ognuna circondata da piacevoli foreste e ruscelli che giungevano lì da bacini irrorati dai fiumi che scorrevano tutt’intorno, abbondanti nella stagione delle piogge. E in tutta la terra non veniva compiuto un singolo atto sciocco; e i bambini andavano e venivano a loro piacimento. Tutti gli uomini e le donne lavoravano come artisti, per amore del lavoro; e condividevano ogni cosa. […] Sapevo d’aver visto uno stato che forse non sarebbe mai esistito. Eppure, nonostante la malinconia che provo all’idea che provare a realizzare uno stato simile mi causerebbe l’appellativo di sognatore tra gli uomini, altrettanto certamente morirei deriso se non faccio almeno un tentativo. […] Come fare in modo che anch’essi [i.e. gli altri uomini] sentano, come me, che la terra come un giardino-mercato o una serie di fattorie-azioni è indegna dell’uomo, che le città sono abomini e il commercio la maledizione di Adamo?[59]

Alla visionarietà del Cavaliere Viola si contrappone il pensiero del Professore, espressione, come De Villiers per altri versi, di un sapere retrivo, nonostante la sua raffinatezza antiromantica e scientista, perché patriarcale: esprimendo al Cavaliere la sua ammirazione per un’idea(le) convincente ma non del tutto originale, il Professore suggerisce di continuare a escluderne le donne: «Il vostro tentativo non è nulla di meno che una Crociata della Bellezza. Non è una visione nuova, la vostra, molti grandi uomini l’hanno avuta e i poeti l’hanno di continuo. […] Se ascolterete un buon consiglio, lascerete le donne fuori dalla vostra Crociata. Lasciatele sole a contrattare per quello che amano chiamare i loro diritti!».[60] E invece, laddove la visione del Professore è parziale (riservata al genere maschile) e superata, ciò che in fondo si oppone al cambiamento perché non sufficientemente radicale, quella del Cavaliere Viola inedita lo è eccome, in quanto esposta da un uomo che include le donne nel proprio progetto utopico e in un romanzo scritto da una donna. Dorothea, infine, libera dal nefasto magistero materno e liberatasi da quello paterno, ci appare come il prototipo di una donna nuova, compagna di un uomo nuovo. Emerge ancora la peculiarità del femminismo di BH, incline anche a un certo senso di cameratismo fra i generi – come, per esempio, nella sua poesia Comrades – poiché conscia della necessità di un’alleanza politica in nome della fratellanza universale, una “Crociata della bellezza”, la sua, tesa a ribaltare l’essenza stessa della spedizione militare-religiosa in senso storico e della campagna morale in senso figurato e, quindi, dello sbilanciamento di potere a favore delle culture e delle classi dominanti: a farsi largo, grazie a quella nuova alleanza e a discapito del passato, dovranno essere le nuove nazioni, le etnie minori, i giovani, le donne. E ciò che in conclusione di questo excursus lungo la prima fase della produzione di BH si delinea senza incertezze è un quadro filosoficamente coerente, oltre che letterariamente sfaccettato, a dimostrazione sia della sistematicità della riflessione politica hastingsiana sia della sua poliedricità autoriale, la stessa che negli anni successivi la porterà a confrontarsi continuamente con nuove forme e nuovi argomenti.

*

[1] Cfr. H. Bloom, The Western Canon: The Books and School of the Ages, Harcourt Brace, New York 1994; Il canone occidentale. I libri e le scuole delle età, a cura di F. Saba Sardi, CDE, Milano 1997.

[2] Di particolare rilievo il convegno dedicato ad Hastings e sfociato poi nella pubblicazione, a cura del Caffè letterario Le Cicale Operose, degli Atti del primo convegno di studio “Beatrice Hastings in context, alla ricerca del segno” (Le Cicale Operose, Livorno, 17 aprile 2021).

[3] L. Irigaray, Sexes et parentés, Les Éditions de Minuit, Paris 1987; Sessi e genealogie, tr. it. L. Muraro, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2007 [1989], p. 30.

[4] L. Muraro, “Il concetto di genealogia femminile”, in Id., Tre Lezioni sulla differenza sessuale e altri scritti, a cura di R. Fanciullacci, Orthotes Editrice, Napoli 2011, p. 39.

[5] Ivi, pp. 42, 43.

[6] B. Hastings, Sepolcri imbiancati, a cura di M. Diotaiuti, trad. it. M. Cini, Terra d’ulivi edizioni, Lecce 2023; Id., Whited Sepulchres, originariamente pubblicato in otto capitoli su «The New Age» tra aprile e giugno del 1909.

[7] M. Diotaiuti, “Introduzione”, in M. Diotaiuti, F. Tortora (a cura di), Beatrice Hastings. in full revolt, Caffè letterario Le Cicale Operose, Livorno 2020, pp. 11-41:23.

[8] B. Hastings, “La donna come creditrice dello Stato”, in Id., Woman’s Worst Enemy: Woman, a cura di M. Diotaiuti, trad. it. C. Paolicchi, con testo a fronte, E. Alibrandi, Astarte Edizioni, Pisa 2022, pp. 84-91; Id., Woman as State Creditor, originariamente pubblicato su «The New Age», il 27 giugno 1908.

[9] B. Hastings, Woman’s Worst…, cit.

[10] B. Hastings, La commedia delle fanciulle, a cura di M. Diotaiuti, trad. it. R. Valli, Terra d’ulivi edizioni, Lecce 2025; Id., The Maids’ Comedy, originariamente pubblicato in dodici capitoli su «The New Age tra il novembre 1910 e il gennaio 1911.

[11] B. Hastings, “La donna come creditrice dello Stato”, cit., pp. 85, 89.

[12] Ivi, pp. 84, 85.

[13] Ivi, p. 87.

[14] Per questo e altri aspetti del rapporto di BH con il femminismo del suo tempo si veda la monumentale biografia di S. Gray, Beatrice Hastings: A Literary Life, Penguin Books (South Africa), 2004, come anche E.M. Kingsley, “Beatrice Hastings and the War on Maternity”, in B. Johnson, E.J. Brown (a cura di), Beatrice Hastings. On the Life & Work of a Lost Modern Master, Pleiades Press & Gulf Coast, University of Central Missouri, Warrensburg (MO)-University of Houston, Houston (TX) 2016, pp. 188-203. Si vedano inoltre M. Diotaiuti, F. Tortora (a cura di), op. cit., nonché gli apparati critici contenuti in Woman’s Worst…, di M. Diotaiuti (“Introduzione”, pp. 7-26), S. Tarantino (“L’ascesa della donna contro la tirannia della più potente passione al mondo, pp. 107-122) e G. Bonu (“Postfazione. Il mondo prima di Beatrice Hastings”, pp. 123-141).

[15] «Una scintillante chimera» (trad. mia), E.M. Kingsley, op. cit., p. 199.

[16] B. Hastings, “La donna come creditrice dello Stato”, cit., p. 89.

[17] Cfr. S. de Beauvoir, Le deuxième sexe, Gallimard, Paris 1949.

[18] B. Hastings, “La donna come creditrice dello Stato”, cit., pp. 86, 87.

[19] Ivi, p. 89.

[20] Il riferimento è al racconto The Baron of Grozwig, contenuto in Nicholas Nickleby (1839), e al suo misogino protagonista.

[21] Si tenga conto, in questo senso, anche della felice inclinazione di BH per la parodia: tra il 1913 e il 1914, per esempio, scriverà imitazioni canzonatorie di Ezra Pound e dei futuristi, ma già nel travestimento quasi ludico e polifonico dei suoi diversi pseudonimi Hastings non di rado mima e porta a forzatura voci e linguaggi facilmente riconoscibili estremizzandone in maniera iperbolica registri e posizioni, come nel caso della “radicale” veemente Beatrice Tina o, successivamente, dell’“antifemminista” D. Triformis. Su questo aspetto cfr., per esempio, S. Stalter-Pace, “The English Talent for Adopting: Imitation, Translation, and Parody in Beatrice’s Hastings New Age Essays”, in B. Johnson, E.J. Brown (a cura di), op. cit., pp. 204-218.

[22] Cfr. V. Woolf, “Professions for Women” (1931), in Id., The Death of the Moth, and Other Essays, Hogarth Press, London 1943.

[23] B. Hastings, Sepolcri imbiancati, cit., p. 71.

[24] Anche altri personaggi della novella hanno cognomi evocativi rispetto alle proprie caratteristiche, quali, per esempio, Heck (un’imprecazione colloquiale, come “diavolo!”, per l’irascibile e violento marito di Nan) o Cattle (“bestiame”, per il volgare spasimante).

[25] In italiano nel testo.

[26] B. Hastings, Sepolcri imbiancati, cit., p. 25.

[27] B. Hastings, Favole femminili, in M. Diotaiuti, F. Tortora (a cura di), op. cit., pp. 218-231; Id., Feminine Fables, originariamente pubblicate su «The New Age» nel gennaio 1916.

[28] B. Hastings, Sepolcri imbiancati, cit., p. 28.

[29] B. Hastings, Woman’s Worst…, cit., p. 35, corsivo mio.

[30] Ivi, p. 43.

[31] Ivi, p. 37.

[32] Ivi, p. 31.

[33] Ivi, passim.

[34] Ivi, p. 73.

[35] Ivi, p. 65.

[36] Ivi, p. 51.

[37] Ivi, pp. 46, 47.

[38] Ivi, p. 61.

[39] Tra le sue molte relazioni amorose si annoverano quelle con Katherine Mansfield e Amedeo Modigliani.

[40] B. Hastings, Woman’s Worst…, cit., p. 37.

[41] Ivi., p. 33.

[42] Ivi, p. 47.

[43] Si consideri, peraltro, che il The New Age conteneva una colonna intitolata proprio “Pastiche”, in cui si pubblicavano imitazioni parodiche di vari autori. Cfr. S. Stalter-Pace, op. cit.

[44] B. Hastings, La commedia delle fanciulle, cit., p. 31

[45] M. Diotaiuti, “La crociata della bellezza di Beatrice Hastings”, in B. Hastings, La commedia delle fanciulle, cit., pp. 5-26. Sappiamo inoltre che BH conosceva Boccaccio: cfr. M. Diotaiuti, F. Tortora (a cura di), op. cit., pp. 225-226.

[46] In questa luce, risulta interessante la scelta da parte di BH del suo terzo nome di battesimo, quasi a voler rivendicare direttamente per sé stessa un’identità in trasformazione, dal tradizionale ruolo passivo della beatrix per l’uomo a quello femminile attivo/attivista.

[47] È curioso notare come nel numero del The New Age in cui esce la prima parte della Commedia vi fosse un articolo dedicato a Villiers de l’Isle-Adam, autore, tra le altre opere, di Eva futura, romanzo fantascientifico (o meglio, distopico, almeno per le lettrici) del 1886. Qui, uno scienziato crea un’androide pensata per sostituire e perfezionare una donna in carne e ossa secondo un modello di femminilità tradizionale, maschilista e retrogrado. Dunque, per tornare ai nostri palinsesti genettiani, troviamo forse nel cognome De Villiers, magari proprio suggerito a BH dalla lettura dell’articolo coevo, un’allusione intertestuale in chiave ironica, con fare tipicamente modernista, proprio a Eva futura, di cui la Commedia, col suo orizzonte femminista, rappresenta un rovesciamento ideale.

[48] L. Muraro, op. cit., p. 44.

[49] Ibid.

[50] Ivi, p. 45.

[51] B. Hastings, La commedia delle fanciulle, cit., p. 131

[52] Lo racconterà mirabilmente Marco Ferreri ne La donna scimmia (1964), con la sua critica feroce all’istituzione matrimoniale secondo l’homo oeconomicus. A ispirare il film fu il caso della messicana Julia Pastrana, artista freak molto nota nell’Ottocento come “la ragazza scimmia” a causa della sua ipertricosi; e chissà che anche BH non avesse in mente, nello scrivere di Dota, la stessa triste stessa vicenda di Pastrana, ben conosciuta in Europa e in Inghilterra.

[53] B. Hastings, La commedia delle fanciulle, cit., p. 95.

[54] Ivi, p. 131

[55] Cfr. supra, n. 16.

[56] B. Hastings, La commedia delle fanciulle, cit., pp. 145-146.

[57] Ivi, p. 146. Si consideri che “Pagan” era stato, significativamente, il primo tra i nomi di penna usati da BH.

[58] Ivi, p. 113.

[59] Ivi, pp. 104-105.

[60] B. Hastings, La commedia delle fanciulle, cit., p. 105.

L’artista e la poetessa

0
Maessen e Avalle - 1973

di Romano A. Fiocchi

Helma Maessen. Attraverso le sue poesie, Collezione Libri d’Arte Casa Museo, 2025.

Helma Maessen – copertina

Questa è una storia vera che merita di essere raccontata. Siamo nella seconda metà degli anni Sessanta. Due giovani, un ragazzo e una ragazza, si incontrano per la prima volta in Inghilterra, poi si ritrovano in Olanda. Lui si chiama Filippo Avalle, è nato da padre italiano e da madre svizzera nei pressi di Ginevra, nel 1947. Alle spalle ha un percorso di studi artistici sino all’Accademia Albertina di Torino. Lei si chiama Helma Maessen, nata nel 1946, è una poetessa ma non sa ancora di esserlo. È di nazionalità olandese. Insieme, in sella a una moto, visitano musei in Germania, Francia, Paesi Bassi. Si sposano e si stabiliscono a Torino. Avalle organizza mostre personali e collettive, passa dalle opere polimateriche all’impiego del metacrilato, meglio noto come plexiglass.

Con la piccola figlia Saskia vanno ad abitare a Milano, dove Avalle entra in contatto con l’ambiente culturale della città, firma un manifesto artistico con il filosofo Giovanni Bottiroli, espone nella galleria di Philippe Daverio e Paolo Baldacci. La sua opera Incendio al Beaubourg va in trasferta per un anno e mezzo al Lehmbruck Museum di Duisburg. Negli anni Ottanta, dopo un soggiorno in Canada, la famiglia si trasferisce nella casa-studio di Brienno, sul lago di Como. Qui nascerà il figlio Jacopo Zeno. Intanto Avalle approfondisce la sua ricerca sul metacrilato, inventa gli ‘olotratti’, realizza su committenza quello di Ezra Pound per l’editore Vanni Scheiwiller. Parallelamente coltiva l’architettura, l’illuminotecnica e il design, collaborando con aziende, gallerie e musei. Per quasi vent’anni affianca anche l’attività di docente presso la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano.

Helma si dedica invece all’insegnamento delle lingue e alla traduzione, collabora a cataloghi e a presentazioni di mostre, è consulente e musa del marito. Nonostante si sia da sempre occupata di parole, solo in età avanzata incomincia a scrivere versi. Sono poesie di ‘scrittura speculare’, ora in neerlandese con traduzione italiana, ora viceversa. Una lingua è sempre specchio dell’altra. Helma le ama entrambe: la prima perché lingua del Paese nativo, mai dimenticato, l’altra perché lingua del Paese scelto per amore. Nei primi anni Duemila incomincia a pubblicare varie raccolte poetiche: Scrittura speculare/Spiegelschrift (2004), Riprese di interni ed esterni/Binnen en buitenopnamen (Galleria Il Salotto, 2005), Rifrazioni di luce/Brekend licht (Mobydick, 2009), Punti di fuga/Verdwijnpunten (LietoColle, 2016). Ha problemi agli occhi, la malattia degenera fino alla cecità. Avalle passa allora a incidere più profondamente le lastre di metacrilato per renderle leggibili ai polpastrelli di Helma, come una sorta di arte Braille. Poi avviene l’irreparabile: nel 2024 Helma Maessen si spegne.

Filippo Avalle alla Libreria Cardano (2026) – foto scattata da me

Tuttavia la storia non si ferma qui. Filippo Avalle pubblica un libro interamente dedicato a lei: Helma Maessen. Attraverso le sue poesie. È un libro bellissimo. Copertina cartonata a colori, 118 pagine di carta vergata, esce in 350 esemplari edito dalla Collezione Libri d’Arte Casa Museo, Brienno. In prima di copertina è riprodotto un particolare dell’opera Helma del labirinto mio, in quarta l’interpretazione grafica della lirica Non era il caso. All’interno ci sono ventisei poesie ‘speculari’ italiano-neerlandese tratte dalle ultime due raccolte di Helma Maessen. Si alternano ovviamente a una quarantina di riproduzioni di opere di Avalle, tra dipinti, disegni, schizzi, particolari di grandi opere, tavole di manoscritti, tutti su materiali vari tra cui l’immancabile metacrilato. Ma la cosa più suggestiva sono i contributi di trentatré amici di famiglia di varia nazionalità, per lo più artisti, intellettuali, insegnanti. Sono ricordi di lei, delle sue poesie, dipinti, ritratti, fotografie. Avalle ha dato spazio a chiunque volesse dedicarle qualcosa. Ne esce un macroritratto della poetessa italo-olandese fatto di frammenti di esistenza, dove tutto è retto dalla simbiosi umana e artistica tra lei e il compagno di una vita. Lo testimonia un appunto emblematico della stessa Helma: «Filippo-io, controcanto, sì; dialogo con stimoli; poesie nate da opere, opere nate da poesie».

Come ho conosciuto questa storia. È stato il caso fortuito di trovarmi alla presentazione del libro Helma Maessen organizzata presso la Libreria Cardano di Pavia, nell’aprile scorso. Le storie belle esistono ancora e sono sotto i nostri occhi più di quanto possiamo credere. La casa-studio di Brienno è intanto diventata una Casa Museo visitabile su appuntamento. Anche questa è una bella storia che continua.

Helma Maessen e Filippo Avalle (1973) – foto estratta dal libro Helma Maessen

Due liriche ‘speculari’ di Helma Maessen:

Il bosco sacro

Verrà il momento in cui la casa risuonerà vuota

quando le scavatrici avanzeranno

un martello perforerà la roccia, e gli alberi

piangeranno, a terra

camere nude osservano impotenti

il mondo materiale scatenarsi là dove

nel bosco regnava un silenzio solenne

ammutolita la natura, non dice una parola

così come noi

quando lasceremo

quel che non si può trasferire

.

Het gewijde bos

Straks zal het huis leeg zijn, hol klinken

als graafmachines oprukken

een drilboor in de rots dringt

bomen uithuilen op de grond

naakte kamers zien machteloos toe

hoe werelds woelen tekeer gaat

in het bos waar een gewijde stilte hing

verstomd zwijgt de natuur in alle talen

evenals wij

als we achterlaten

wat niet verplaatsbaar is

.

Una mano d’artista

Nella mia immaginazione

saltai nella sua mano

dove lui mi osservò attento

prima di venir incisa senza provare dolore

su lastre trasparenti

felice ero di essere immersa

in bagni di meravigliosi colori

che divennero i miei.

e lui mi costruì

in spazi con luminose prospettive

per giorni futuri

lì vissi tante vite

guarda…

non ho che parole per raccontare

ascolta…

.

Een kunstenaarshand

In mijn verbeelding

sprong ik in zijn hand

waar hij me aandachtig observeerde voordat ik

zonder pijn te voelen

in transparante platen werd geëtst

vreugdevol liet ik me onderdompelen in verfba-

den met prachtige kleuren

die de mijne werden, hij bouwde me op

in ruimtes met lichtperspectieven voor dagen die gingen komen

vele levens leefde ik er

kijk…

slechts woorden heb ik om te vertellen

luister…

Les nouveaux réalistes: Francesco Forlani

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Autres directions
di
Francesco Forlani
La banlieue non esisterebbe se non ci fossero treni e per ogni variazione, gradazione di periferia ne esiste un solo tipo di convoglio in grado di rompere la barriera del “sono” che separa il centro dal resto del mondo. Soltanto in quella banda larga di case popolari e massa scorgi il cartello “autres directions” quasi a rivendicare un diritto all’ascensore sociale, guasto da tempo immemorabile, il solo in grado di farti superare il determinismo sociale che il mondo ti incolla con un post-it sulla fronte per rendere ben conoscibile il verdetto: pauvres. La linea Paris St.Lazare- Mantes la Jolie, per esempio, è un treno che si snoda attraverso milioni di destini intrappolati in eterna transumanza, nomadismo coatto che ti fa macinare chilometri senza spostare di un centimetro il destino dal punto di partenza. Ecco perchè, se è possibile, se gli orari te lo permettono, ti becchi un transilien che almeno ti scarica all’inferno senza troppi preamboli. O in paradiso.
Come quella volta che di ritorno alla capitale in orario più serale che pomeridiano, m’ero imbracciato una copia di Repubblica dietro alla quale potere scomparire senza che alcuna Ligue, nessun parentato o gerarchia pretendesse di sapere dove fosse finito un desaparecido uguale a un milione d’altri penultimi bloccati nel gran giro di giostra. Una fermata dopo, a Mantes, che non era più jolie erano saliti in cinque, caïd di quel quartiere Le Val Fourré che nel 1991 s’era incendiato dopo un grave caso di violenza poliziesca. Un collega che veniva da li’ mi aveva raccontato che una notte ci fu una sparatoria tra un abitante della Rue Camus e una famiglia della Rue Sartre – forse qui la memoria mi gioca brutti scherzi sui nomi- e proprio a causa di quell’enorme rivolta Il 26 septembre 1992 fu decisa la demolizione delle “quatre tours des Écrivains. E già, perché gli urbanisti che alla fine degli anni settanta s’erano inventati il sogno della cité avevano dato alle strade i nomi degli intellettuali e degli artisti.
Prima che treno facesse il suo stop a Mantes, era salito con me un ragazzino di tredici anni, ben vestito, ben educato che nonostante gli scompartimenti fossero alquanto deserti mi chiese di potersi sedere vicino, in quel comparto generalmente un poco sopraelevato dove in sedute da quattro il “passegggiere” può per il tempo del tragitto appartarsi dall’open space delle distese di sedili sui due piani del vagone. Così quando i cinque erano saliti a bordo, senza chiedere alcunché e malgrado la desertitudine del treno s’erano messi a sedere esattamente dove eravamo noi; tre a sinistra e due a destra, di fatto chiudendoci ogni via d’uscita, ogni spazio libero dal finestrino a cui avevo incollato una guancia per chiudere gli occhi al corridoio.
I minuti che erano seguiti parevano non finire mai e per quanto mi avessero lasciato fuori dalla rappresaglia affibbiandomi il solo ma insostenibile ruolo di testimone, ogni volta che s’inventavano un’angheria ai danni dell’innocente – perché si può essere borghesi e insieme innocenti- provavo un dolore fisico oltre che mentale che di fatto mi trascinava al centro dell’arena. La cosa che mi aveva colpito di più era che la loro rappresaglia si avvaleva degli stessi codici di coloro che ritenevano essere i propri persecutori. – Caccia i documenti! gli aveva sibilato il più grande di loro, probabilmente il capo della banda e il ragazzino aveva eseguito l’ordine come se a darlo fosse stato un poliziotto. -Palliduccio eh! aveva sentenziato un altro digrignando i denti e facendo ridere gli altri, tutti gli altri tranne me e il ragazzino. Io ero dietro al mio giornale che mi aderiva al volto come il sudario al Cristo velato della Cappella San Severo.
Non ho mai avuto nè la stazza nè lo stato mentale del guerriero e dunque ero ben consapevole che la paura che mi attraversava lo spirito, questa volta, non era un riflesso della paura del giovane compagno di viaggio che mi aveva chiesto protezione come un tempo i contadini facevano con il proprio signore; quella paura era tutta mia.
Dopo i documenti era stata la volta dello zainetto che si passavano di mano in mano trattenendolo a sé quando l’altro- assai timidamente invero- tentava di riacciuffarlo. Mi ricordava quell’azione detta del torello per cui un calciatore rimane nel mezzo di una cerchia a tentare di intercettare un passaggio che quelli che gli stanno intorno, con finte e risa vere, si fanno l’uno con gli altri.
E accade che perfino ai più pavidi baleni l’idea in grado di ribaltare il risultato, di rompere le catene della fatalità, del destino che non ammette eccezioni, con un semplice gesto, una parola che trasforma le cose da come stanno in come potrebbero andare altrimenti.
Con un gesto secco e una parola ferma e decisa avevo chiuso di botto il giornale per attaccare senza fronzoli il discorso.
– Eggià! Perché voi mica c’eravate a Napoli il 29 aprile del ’90. Voi, Diego Armando Maradona, lo avete visto solo in tivvù. Io no, io c’ero e ho le prove.
A partire da quel momento avevo cominciato a raccontare ogni dettaglio della grande festa che per tutto il mese di maggio aveva dipinto d’azzurro mare e cielo di Napoli mare e cielo che azzurri da tempo non lo erano stati più. Delle scene di cui ero stato testimone percorrendo la città in lungo e in largo insieme ai compagni d’università e di vita bruciata nelle settimane delle occupazioni della Pantera. Ogni singola scritta, da quella del cimitero: non sapete che vi siete persi, a quella ancora più definitiva: Marado’ ssi meje e ‘o raù e mammà. E poi ogni singola azione, di tacco, di punta, spalla testa, alla Don Lurio, e ogni gol mimato ad arte, marchiato a fuoco nella memoria poetica come quelle vignette nell’Almanacco del Calcio che ritraevano tutti i gol più spettacolari dell’anno, con le frecce, le corse sulle fasce e la faccia attonita e glaciale dei portieri. A un certo punto, facendomi aiutare dal giovane assistente che a quel punto non ci credeva affatto di essere stato tirato su dal fossato in cui era caduto, li avevo schierati in barriera per rifare la leggendaria punizione in area juventina in cui il Pibe de oro sfidando ogni legge della fisica l’aveva infilata nella lucarne con buona pace degli Agnelli a cui il lupo, per una volta, era riuscito a fare la pelle.
Quando la voce del capotreno fino ad allora rimasta silenziosa aveva annunciato che saremmo entrati nella Gare Saint Lazare, il giovane si erà già catapultato sulle porte non senza avermi prima ringraziato, prendendo le mie mani tra le sue. I Caïd, invece, avevano preso tutto il loro tempo. Il racconto, la Belle Époque del Santo Lazzaro li aveva sottratti per un’ora al sonnambulismo violento in cui la storia li aveva relegati lasciando che almeno per una sera la Leggenda, il Te Diegum facesse capolino nell’anfratto di tempo sospeso del mondo che solo il Mito si gode alla faccia di tutti noi, lazzari ma salvi, in un viaggio senza fine.

Provare a capire

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di T.T.

Il fatto è questo: non c’è nessuna storia se non quella di un silenzio. Non parlare, non ricordare, non tramandare. Arrivando in Italia mio padre ha tentato di ricostruirsi, di essere altro, di dimenticare. Sono nato nel solco di questa amnesia, uno spazio nuovo e salvifico in cui semplicemente poter cominciare da capo. Così questa stanza bianca, appena intonacata e ridipinta è stata coperta e agghindata da pezzi sparsi, frammenti e stracci appesi alle pareti: qualche parola in libanese, alcune immagini familiari, i sapori della cucina mediorientale e poco più. Sono coperture, pezzi di un tutto che manca all’appello, superfici senza sostanza, cocci che uniti insieme non producono senso, ma nascondono – questa è la loro funzione – un passato che mi è stato lasciato in eredità.

Non parlo arabo, non sono arabo; non sono libanese, non mi sento libanese. Il seme di mio padre nel ventre di mia madre, un innesto.

Eppure ci sono memorie e forme che non possono essere offuscate. Nei gesti, nei sospiri, nei non detti, in ciò che non ci si rende conto di fare o agire, probabilmente si stratificano e si miscelano storie implicite e somatiche, millenarie, contatti tra corpi, carezze e aggressioni, ricordi trasmessi che hanno la forma della sensazione. Così insieme al precetto che imponeva di non chiedere, non nominare, non toccare, e di negare, è passato qualcosa di tattile e sordo, silente e non rappresentabile, ruvido e materico come la pietra. Non basta imbiancare le pareti, non è sufficiente fingere che nulla sia accaduto, ortopedizzare le memorie svuotandole di profondità. Se qualcosa esiste, ritorna.

Luglio 2025. I miei erano alla stazione Termini, sul finire di una vacanza romana. In attesa, nel caos ferroviario, un grosso tonfo, probabilmente una valigia caduta a terra, attira l’attenzione dei viaggiatori. Mio padre (diamogli un nome, il suo nome, qualcosa che non può cancellare), Rami, inizia a correre a più non posso, mentre mia madre (diamole un nome, il suo nome, che costituisce a sua volta una storia e un’eredità, che al momento non è il caso di disturbare), Cristina, cerca di stargli appresso, chiamandolo preoccupata. Rami sale sul primo vagone del treno che gli capita a tiro, è visibilmente agitato, fuori di sé. Si siede affannato e si addormenta. A poco sono serviti i tentativi di mia madre di ottenere una spiegazione.

L’accaduto mi viene raccontato il giorno successivo, a casa, mentre Rami riposa a letto. È supino, smagliato, con le mani conserte sul petto brizzolato; il sole pomeridiano illumina la sottile ricrescita del cranio liscio. Mi guarda sereno, circondato dal candore delle lenzuola appena sfatte. Non ascolta ciò che mia madre, seduta poco più in là, sul bordo del materasso, cerca di descrivere.

Non ascolta o non sente. È sempre stato un mistero per me. È parzialmente sordo, forse per una semplice degenerazione genetica, forse a causa di una bomba, esplosagli quarant’anni prima a pochi metri di distanza. Nessuna spiegazione attendibile, nessun senso, solo pezzi sparsi. Coprire il vuoto con stralci di ricordi e non guardarlo, evitarlo. È una sordità che grida di voler essere lasciata in pace, dimenticata.

Cade il silenzio. Le valigie del viaggio sono ancora sparse per la stanza, testimoni di quanto è accaduto. Senza nemmeno rendersene conto Rami prende parola. Non gli era mai successo qualcosa di simile dice, se non qualche mese prima in aeroporto. Era seduto sulle poltroncine d’attesa del gate, quando ha notato un tizio che correva trafelato. Immediatamente si è buttato a terra, stringendo gli occhi e coprendosi la testa. Solo dopo si è accorto che era un semplice turista in ritardo per il volo di ritorno. Cos’è successo? Nessuna spiegazione, nessun senso. Pezzi sparsi.

Mettere assieme i pezzi, invano tentare di chiudere il puzzle. Perché erano a Roma? In vacanza dicevo, ma non una vacanza qualsiasi. Era un ritrovo, una rimpatriata, con un amico di gioventù, che non vedeva da almeno 20 anni. Charbel Karam, diamogli un nome e un cognome, compagno fraterno di Rami nell’infernale Beirut degli anni ’80. A differenza di mio padre ha scelto il Canada come meta di espatrio, trovando lì fortuna e una moglie di origini calabresi. Una vacanza in Italia, ha pensato allora Charbel, per rivedere un amico, con lui ricordare, con lui forse dimenticare. Ciascuno però dimentica a modo proprio, i pezzi sparsi rischiano di non rimanere così isolati, di sfiorarsi, innescare connessioni: non ricordare, non guardare, non tramandare.

Charbel era presente quando scoppiò quella famosa bomba che forse, e dico forse perché “non si sa”, e dico forse perché è solo un pezzo sparso, ha innescato l’ipoacusia di mio padre. È una storia che so, ma che sono convinto di non aver mai sentito uscire da nessuna bocca. È qualcosa che ho scritto addosso, proprietà del mio essere innesto, inciso tra i tessuti dei muscoli, irrimediabilmente parte di me. La conosco non essendoci stato, non avendo mai saputo, non avendola vissuta, sempre presente e sempre assente, materia invisibile che fa da sfondo ad ogni interpretazione delle azioni di mio papà.

La storia in questione vuole che Rami, Charbel e un terzo amico, diamogli il suo nome, Jean, fossero per le strade di Beirut, a fine serata, pronti per tornare a casa. Cade una bomba. Un’auto esplode. Jean viene travolto, mentre Charbel e Rami, sufficientemente distanti dalla zona di impatto ne escono intatti seppur frastornati. I due trasportano il terzo amico in ospedale. Jean viene salvato. Lieto fine. La storia si ferma qui, stop. Pezzo staccato e isolato. Non farsi altre domande, andare avanti.

C’è una seconda inedita versione dei fatti. Esce direttamente dalla bocca di mio padre, sdraiato sul letto, proprio dopo gli eventi di Roma, ancora circondato dalle valigie del viaggio. La racconta a me e mia madre come se non l’avessimo implicitamente incamerata, senza averla mai nemmeno sentita. Rami, Charbel, Jean e un quarto amico, a cui non darò un nome perché non c’è più un nome, sono per le strade di Beirut, precisamente ad Achrafieh, quartiere storicamente maronita della città. Giocano a basket assieme, evitano il dramma della guerra, cazzeggiano e si danno manforte, sono amici in un mondo in piena rovina. Dal cielo una bomba impatta direttamente sul quarto amico, di cui non dirò il nome perché non c’è un nome, perché non c’è mai stato modo di nominarlo e pensarlo, non c’è mai stato e se c’è stato è stato polverizzato, cancellato, muro bianco. Rami non pensa, non capisce. Si volta e corre fino a casa senza mai fermarsi, chilometri e chilometri in direzione Nord-Est, tra strade e vicoli, chilometri senza sosta, non provando alcuna sensazione, alcuna emozione, gambe da cestista veloci su per le scale, gradini a due a due, fino al terzo piano, dove entra in casa e annuncia a chi è presente: “non so se qualcuno è ancora vivo”.

Ha poi scoperto dopo che Charbel era uscito incolume dall’esplosione, mentre Jean era gravemente ferito. Rami non ha salvato nessuno. Qualcuno, di cui non dirò il nome, è morto.

Mio padre tace, ha gli occhi vivi di un adolescente, brillano e si interrogano senza saperlo, mentre il pomeriggio si avvia verso sera. Durante la cena, per la prima volta da quando esisto, papà racconta della sua infanzia. Storie spensierate, tra piante di melograno e corse nei prati. Storie per non pensare. Mangiamo tabbouleh e manousheh di kishik e zaatar, lo facciamo da sempre.

Il giorno dopo sono in auto per le vie del centro. Un vecchio marocchino si getta in strada per attraversare; inchiodo. Mi sorride e con un cenno si scusa. Lo guardo attentamente mentre si allontana svelto. Ha le stesse fitte borse sotto gli occhi che aveva mio nonno Ibrahim; baffi spessi e grigi, carnagione color cuoio, un certo modo di tendere le gambe nel passo.

Scoppio a piangere.

Sento un vento polveroso e violento soffiare dietro di me, il colpo di un’onda d’urto che non ho mai esperito. Qual è il mio ruolo ora?

(Immagine: Da sinistra a destra: Rami, Jean, Charbel e basta)

La parola prodromi

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Foto di Dmitriy da Pixabay

di Davide Rigiani

Foto di Dmitriy da Pixabay

Ecco una storia ispirata a fatti che mi sono realmente accaduti. È una cosa ambientata nel mondo della sanità italiana, quindi è comunque un po’ fantasy.

Sono svenuto due volte, nel giro di pochi giorni, tra Natale e Capodanno. Una volta, passi. La pressione bassa, mangiato poco. Chi lo sa. Ma due. Mia moglie esige che io vada dal medico di base. Anche io penso che sarebbe il caso, però non ci voglio andare. Ho paura che mi trovino qualcosa. O che mi prescrivano delle terapie, o degli esercizi che poi mi toccherebbe pure fare. E poi perché anche solo cercare la tessera sanitaria, prendere e andare, trovare il posto, capire a chi tocca, spiegare, stare a sentire: io non ne ho voglia. Variazioni di questo approccio alle cose definiscono il mio rapporto con il mondo. Ma se mia moglie esige, esige. Andiamo dal medico di base.

*

A Rocchetta di Vara, settecento abitanti, in Val di Vara, in provincia di La Spezia, niente medici di base. I medici di Rocchetta sono due ma seguono già il numero massimo di pazienti. Ci siamo trasferiti qua da circa un anno. Prima abitavamo a Sarzana. Là ero seguito da un medico che andava per i novecento anni e riceveva al pianoterra di un palazzo dalle parti del Conad. Online i suoi orari, il numero di telefono e l’indirizzo dell’ambulatorio non erano aggiornati, per stanarlo bisognava andare al vecchio indirizzo, trovare su una bacheca zeppa di bigliettini quello con l’indirizzo nuovo, risolvere gli indovinelli della Sfinge e poi una caccia al tesoro. Oltretutto l’ambulatorio da fuori era mimetizzato da ristorante di pesce, uno non l’avrebbe mai detto. Dentro era minuscolo e condiviso da vari dottori. Macchinari medici parcheggiati dove c’era spazio. Si attendeva il proprio turno in mezzo a ecografi rotellati e altri apparecchi misteriosi. Sembrava uno studio medico fatto con i pezzi avanzati da altri studi, come un’automobile costruita con i pezzi di ricambio.

A ogni modo questo signore, il quale una volta non fu in grado di aprire i file di una tac che egli stesso mi aveva prescritto, se n’è andato in pensione esattamente quando abbiamo traslocato. E quindi eccomi qua, a Rocchetta, settecento abitanti, due svenimenti, zero medici di base.

Dice: nei paesini piccoli di montagna può succedere: cerca un altro dottore a Sarzana. Anche a Sarzana niente medici di base. Ce n’è uno in un comune ancora un po’ più in là, piuttosto fuori mano. All’Anagrafe Sanitaria un impiegato logorato dalla sanità lascia intendere che, se questo medico è l’unico che ha ancora posto, un motivo ci sarà. Decidiamo di lasciar perdere.

Che milioni di italiani siano in questa situazione è cosa nota. Il motivo, a volerlo indagare, va indagato in un groviglio politicoamministrativo oramai impossibile da sciogliere, il quale può essere interessante quanto ti pare, ma io però sono svenuto due volte per davvero, sono qua e sono un po’ preoccupato. Che si fa? Si fa che a Rocchetta di Vara c’è l’ambulatorio medico di prossimità. L’hanno organizzato apposta per far fronte a tutta questa faccenda.

*

Una volta alla settimana, dalle alle, nel tal posto, è disponibile questo ambulatorio per i cittadini senza medico di base. Si va su appuntamento. Ovviamente io, all’ambulatorio medico di prossimità, non ci voglio andare. Ho un metodo per persuadermi a fare le cose che non voglio fare. Ce l’ho fin dall’adolescenza, ma è praticabile solo se si vuole scrivere. Mi dico che è tutta materia da romanzo. Le esperienze spiacevoli che nella vita tocca affrontare: materia da romanzo. Vado, le affronto, prendo qualche appunto, rimugino e filosofeggio. In seguito magari ci scriverò qualcosa. Soprattutto, così facendo, mi trasformo in un osservatore esterno della mia vita, e queste cose spiacevoli è come se capitassero a un altro.

E funziona? Macché. Assolutamente no. Se vado all’ambulatorio medico di prossimità è solo perché mia moglie esige.

In macchina mi prepara psicologicamente. Non ti piacerà il posto, dice. Lei non ha nessuna idea di come sarà il posto, ma sa che non mi piacerà. Non ti piacerà il loro modo di fare. Bisognerà aspettare una quantità di tempo offensiva. Dirai che sono incapaci e ostili.

È importante che lei mi ricordi tutte queste polemiche eventualità, così da non aggiungere, all’eventuale disagio, anche la sorpresa, la quale si applica alla misura del disagio come un moltiplicatore, e a quel punto il climax esponenziale è un attimo, come niente ti ritrovi in pubblico, in piedi su una sedia, a strillare questo paese è una vergogna e uno schifo. Partire con aspettative bassissime è fon da men ta le.

*

E l’ambulatorio di Rocchetta com’é? Dipende. Il posto è uno spazio comunale in prestito, e non è sempre lo stesso. In questo caso si tratta di un’ex scuola elementare, credo, un paio di stanze vuote al piano superiore. Al piano di sotto c’è un negozio, ti vendono i trattori, i rastrelli e altra roba da giardinaggio. Ci avevamo portato il tosaerba quando mi era rimasta in mano quella corda che si tira per metterlo in moto. Ci avevano cambiato la corda in un attimo e ci era costato cinque euro. Cosa vuoi di più.

Per trasformare uno spazio di proprietà del comune in un ambulatorio di prossimità servono: un paio di impiegate dell’ASL, un dottore, una porta che si possa chiudere, uno stetoscopio, un paio di portatili, una stampante, tavoli, sedie, un lettino, e in questo caso anche una stufetta elettrica portatile, perché comunque siamo in gennaio, sono le otto del mattino e hanno appena aperto l’ambulatorio.

Arriviamo e una delle due impiegate dell’ASL si sta appunto scaldando le mani sulla stufetta appena accesa. L’altra mi domanda il codice fiscale e tutta la tiritera. Non aspettiamo che cinque minuti, dopodiché ci riceve una dottoressa.

Una persona normale, bendisposta. E non ha nemmeno novecento anni. Le spiego e lei mi sta a sentire. Sta a sentire anche mia moglie. Mi domanda. Mi ausculta. Nel breve incontro non ho avuto tempo di farmi un’idea approfondita, ma ipotizzo che si tratti di una persona animata da un travolgente ottimismo perché con me ha usato almeno due volte la parola prodromi.

In caso di svenimento è rilevante stabilire se ci sono stati dei prodromi, cioè se hai sentito arrivare lo svenimento, o se invece no, sei caduto come una peracotta senza preavviso.

Ora. Realisticamente. Se fermassimo per strada uno a caso e gli domandassimo cosa vuol dire prodromi, che probabilità avremmo di sentire una risposta grosso modo sensata? Pensiamoci un attimo.

Però, prima di farci tutti sconvolgere dal contagioso ottimismo della dottoressa, rivediamo un attimo quelle disperanti statistiche che ogni tanto compaiono sui giornali a proposito di cultura, di scuola e di editoria. Quelle cifre dell’Istat che misurano i lettori in Italia, ad esempio. Sapete quali. Quelle in cui se uno legge un paio di libri in un anno è già un lettore forte. E, anche così, con questo ridicolo metro di giudizio, rimangono cifre risibili. Oppure quelle cronache dell’apocalisse che ci ricordano come un adulto su tre non sappia leggere e comprendere il senso di semplici frasi scritte. Tra l’altro molti di loro scrivono libri, spesso di successo. Poi ci sono i genitori che aggrediscono gli insegnanti perché hanno dato un brutto voto ai figli, le serie tv scritte in modo ridondante perché la gente le guarda scrollando con il cellulare, l’Università del Massachusetts che dice che non siamo più in grado di rimanere concentrati per più di tredici secondi. Insomma, tutte queste informazioni davanti alle quali non c’è speranza, percentuali ed episodi che mettiamo in un cassetto del cervello che non apriamo mai, perché comunque uno cosa può fare.

Bene. Tiriamo fuori queste nozioni e, anche stimando che magari una parte sarà allarmista, facciamoci un’idea realistica delle probabilità che una persona presa a caso sappia cosa vuol dire prodromi. Magari lo sa, eh. Magari non lo sa. Vogliamo fare un cinquanta percento? Io francamente dico di meno, ma facciamo un cinquanta. Ecco, anche in questo caso dare per scontato che un estraneo a caso lo sappia è comunque precipitoso. Per questo dico che la dottoressa sia una persona ottimista.

Se invece sono pessimista io e ho esagerato ad abbassare le aspettative allora, è chiaro, è colpa di mia moglie.

A ogni modo. I prodromi, dicevamo. I prodromi io ce li avevo avuti. Avevo sentito che stavo per svenire. Lo dico alla dottoressa. La dottoressa pensa. La dottoressa ipotizza: sindrome vasovagale. Vorrebbe dire che svengo se provo emozioni forti, o se vedo del sangue, cose del genere. Speriamo che sia così, perché la sindrome vasovagale non è una cosa grave. Per verificare l’ipotesi mi prescrive esami cardiaci e neurologici. Bisogna andare per medici.

*

Me ne esco, devo dire, abbastanza soddisfatto. L’ambulatorio improvvisato sopra al negozio di trattori non è una clinica avveniristica, ma sono stato visitato bene, senza perdere tempo e non ho speso un euro. Certo, se fossi uscito di casa aspettandomi di andare in un edificio superattrezzato me ne sarei andato dicendo questo paese è una vergogna e uno schifo. E invece. Merito di mia moglie.

Fuori, a due minuti dall’ambulatorio, ci sono il municipio di Rocchetta, l’ufficio postale, la chiesa, la farmacia. La farmacia di Rocchetta è una cosetta piccina picciò, con dentro un genovese abbastanza simpatico, che nel retro ha una stufa a pellet e un computer per prenotare gli esami. Lì, in quattro e quattr’otto, ci prende tutti gli appuntamenti che ci servono e nel giro di un paio di settimane. Ed è molto meno di quello che mi ero preparato ad aspettare, sempre per via di quella cosa delle aspettative basse.

Prima cosa: analisi del sangue e ECG, per i quali andiamo al poliambulatorio di Brugnato, una metropoli in confronto a Rocchetta: milletrecento abitanti. Arriviamo la mattina presto. All’entrata non si vede anima viva. Non c’è una segreteria o uno sportello. C’è un portone in alluminio, una scala, varie porte, tutte chiuse. Tutto è tappezzato di fogli A4 con stampate frecce e indicazioni in Arial corpo trecentocinquanta. Ufficio Tal dei Tali, Ufficio Talaltro. Entrare, Non entrare. Pediatria.

La segnaletica fatta con i fogli A4 attaccati con lo scotch è un indice importante, misura la precarietà del mondo. Più fogli A4: più precarietà. Sapete quei film in cui un cambio di uffici o di dirigenza viene sottolineato mettendo nella scena un operaio che con un raschietto stacca per benino le lettere dorate da una porta a vetri? Fantascienza. O magari cattivo cinema. Registi italiani che volessero fare il realismo oggi dovrebbero inscenare un infermiere che arriva, stacca un foglio dal muro, ne attacca un altro e se ne va. In un attimo ambienti privi di caratteristiche diventano avamposti comunali, regionali o statali in virtù di questa segnaletica provvisoria che più provvisoria non si può, e con altrettanta semplicità possono tornare a essere ambienti vuoti. Come niente il reparto di oncologia ti diventa l’anagrafe zootecnica, il catasto, il magazzino dei pompieri. Ecco qua un colpo di Stato: un uomo arriva, stacca dal portone di Palazzo Chigi il foglio A4 con scritto Repubblica Italiana, ne attacca un altro con scritto Gran Confederazione del Davide. No, davvero, niente grida solidità istituzionale come la solidità fisica, datemi retta. Delle belle lettere di pietra, grandi come utilitarie, costose da mettere, difficili da rimuovere. Avete visto qua fuori la nostra scritta gigante Gran Banca del Credito del Davide, tutta di marmo di Carrara? Significa che ci penseremo due volte prima di sostituire questi uffici con una lavanderia e scappare con i vostri soldi.

Comunque sia. Le indicazioni qua, oltre che precarie, sono anche abbondanti, ma non per questo esaurienti. Arriva un signore, un novantenne con berretto degli alpini. Anche lui non capisce dove deve andare. Il posto non è grande, procedendo per esclusione saliamo le scale. Al primo piano c’è un corridoio con sedie di plastica allineate lungo i lati. Ci sediamo. Arrivano altre persone. Si siedono. Un tipo con un braccio rotto parla ad alta voce, lui solo in mezzo a un gruppo di estranei che tacciono. Monologa. Non so, parla di Facebook.

Comunque di lì a poco un’infermiera mi preleva il sangue, poi arriva la cardiologa. Un’altra persona normale, bendisposta, un’altra che non ha novecento anni.

Trovo leggermente imbarazzante riferire l’ipotesi che io svenga a causa di un’emozione più forte del normale. In quanto figlio maschio del patriarcato sono conscio di respingere inconsciamente l’idea di essere svenevole. E poi comunque non sono mica svenuto mentre guardavo un film horror o cosa ne so. Stavo a casa, seduto a scrollare col telefono apocalittiche notizie in materia di editoria. Dunque riferisco sì la teoria della sindrome vasovagale, ma rilevando che comunque io boh. Mentre riferisco, immagino che la dottoressa immagini quanto sopra a proposito del fatto che sono un uomo, e dunque, almeno per quanto riguarda certe questioni, un imbecille. Cosa più che giusta, vi dirò.

Mi domanda se fumo. Ho smesso da 12 anni. Nel referto mi indicherà comunque come ex fumatore. Mi domanda dei prodromi. Ancora con questi prodromi. Sono sinceramente in ansia per la mia salute, un sacco di cose gravi possono incominciare con un paio di svenimenti, ma siccome sono anche uno scemo mi viene in mente che Davide e i Prodromi sarebbe un gran nome per una band. Se mi organizzo con l’alpino e quell’altro col braccio rotto possiamo fare delle serate, sul palco sveniamo, ci facciamo venire degli attacchi epilettici e degli infarti. Davide e i Prodromi, siore e siori.

Alla dottoressa dico solo che i prodromi, in effetti, li ho avuti. Mi ausculta. Mi fa questo ECG, cioè mi attacca degli elettrodi e io, modestamente, produco un grafico. L’esame durerà sì e no dieci minuti. Tutto normale, pare. Mi prescrive comunque un test da sforzo, un ecodoppler e un holter. Ecco che gli esami medici si moltiplicano.

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A casa comincio a misurare pressione e battiti tutti i giorni, con la macchinetta, sempre alla stessa ora. Misuro tre volte e poi faccio la media, come mi hanno detto le dottoresse. Non l’avevo mai fatto prima, non con questa costanza, e ora che lo faccio sono preoccupato. Ho i battiti lenti, dicesi bradicardia. È normale negli sportivi, e io non sono uno sportivo. Cerco sull’internet e scopro che morirò. Bradicardia e svenimenti possono indicare cose gravi. Si parla come minimo di un pacemaker. Avevo uno zio col pacemaker. Ho quarantacinque anni. A quarantacinque anni si può già essere in condizioni di dover pensare a un pacemaker?

Veniamo all’holter. Io, che non so mai niente, credevo fosse chissà che. È un aggeggio che ti attaccano con una cinturina tipo marsupio e ti misura i battiti per ventiquattr’ore. Magari devi stare un po’ attento a non ingarbugliarti con i fili degli elettrodi mentre dormi, ma questo è tutto. La cardiologa me l’ha prescritto perché, quando un medico mi ausculta, i battiti mi salgono per l’ansia da prestazione, è più forte di me. Mia moglie sostiene che dovrei fare meditazione.

A ogni modo l’holter te lo mettono giù ad Arcola. Arrivo alla clinica di Arcola e non c’è neanche un singolo foglio A4 appeso da nessuna parte. È una struttura privata. C’è anche una reception, una saletta che biancheggia come i laboratori nelle pubblicità dei dentifrici. Videocamere discrete sorvegliano la sala d’attesa, peraltro vuota. Due dottori biancheggiano e bighellonano. Due segretarie fresche di parrucchiere. Io ne traggo subito conferma che una volta ancora le mie idee in materia di apocalisse sono valide: quando la società democratica si sbriciolerà le società private resteranno in piedi, e noialtri, we, the people, ci daremo guerra brandendo scudi con il logo di Google o della Nestlé. Una specie di monarchia medievale capitalistica, non mancano certo le narrazioni distopiche che ce lo spiegano.

Comunque sia, uno dei due dottori mi attacca gli elettrodi. È contento di avere qualcosa da fare e fa con calma. Intanto mi racconta che gli piace andare a caccia. Dice che dovrò tornare domani a riconsegnare l’holter. Tra l’altro domani è il mio compleanno. Quando avevo vent’anni festeggiavo con gli amici, mangiando e bevendo. Domani ne farò quarantasei e festeggerò andando a togliere l’holter. Magari dopo faccio colazione in pasticceria, dài.

L’esito degli esami del sangue si può scaricare online. L’interfaccia del Fascicolo Sanitario Elettronico, in questo mondo che da trent’anni sembra non fare altro che aggiornare le app per modificare leggermente un’icona o spostare un menù a tendina, mi fa tornare giovane perché sembra una cosa uscita dai miei ricordi di Prince of Persia o di Lemmings. Nondimeno fa il suo dovere e mi scarica un pdf con gli esami. I valori, da quel poco che capisco, che è poco, sono nella norma.

Bene, per l’elettroencefalogramma, il test da sforzo e l’ecodoppler bisogna andare al Sant’Andrea di La Spezia.

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Urge definire meglio la teoria: i fogli appesi e poi rimasti lì a ingiallire sono indice della stabilità della precarietà. Cioè: non siamo precari in modo precario, siamo precari in modo stabile. Siamo precari da anni. Ci si può contare su questa precarietà.


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In ospedale ti arrabbierai davvero, m’informa mia moglie. Ci sarà da aspettare. Ti passeranno davanti in fila. Saranno sgarbati. Non si capiranno le istruzioni. E poi ti perderai.

In effetti mi perdo subito. A quanto pare il Sant’Andrea è composto da nove edifici diversi, e io li provo tutti. Ovunque vado vedo anziani meglio orientati di me, in coppie o anche in triplette. C’è la solita vegetazione di istruzioni e frecce stampate su fogli A4 attaccati con lo scotch. Entrare, non entrare. Neurologia struttura complessa. Chissà che cavolo significa. Paginate fitte di informazioni sul trattamento dei dati personali durante la prestazione ambulatoriale. I signori utenti sono pregati di attendere in sala d’attesa. Offendere o aggredire verbalmente o fisicamente gli operatori di questa struttura è un reato. È obbligatoria la mascherina. Ecco, l’obbligo della mascherina è ribadito più e più volte, ma non ce l’ha quasi nessuno.

Mi domando se sono cartelli rimasti appesi lì dai tempi del covid. A prima vista questo potrebbe essere in contraddizione con la teoria sulla precarietà del mondo. Cioè. Come fa un’indicazione fatta con un foglio appeso con lo scotch a indicare precarietà, se poi rimane lì stabilmente per anni? Urge definire meglio la teoria: i fogli appesi e poi rimasti lì a ingiallire sono indice della stabilità della precarietà. Cioè: non siamo precari in modo precario, siamo precari in modo stabile. Siamo precari da anni. Ci si può contare su questa precarietà. E infatti ci contiamo, siamo abituati, viviamo così.

A ogni modo. Io son qua con in mano la cartellina delle mie scartoffie sanitarie assortite, che è già diventata un bel mazzetto, e sono vestito in tuta, perché per la prova da sforzo ti devi presentare vestito pratico. Non mi piace essere in tuta fuori di casa. Sotto sotto mi sento che sto già cominciando ad andare in giro vestito da ospedale. Come in quel racconto di Buzzati, i Sette piani, in cui un tizio viene ricoverato per un nonnulla e un po’ alla volta lo spostano sempre più vicino al reparto dei malati gravi. Alla fine, ora non mi ricordo bene cosa succede, ma, diciamocelo, probabilmente il tizio schiatta. E queste cose iniziano così, andando in giro in tuta. Come niente ti ritrovi a tuo agio in pubblico col camice aperto dietro e l’asta rotellata che ti regge la flebo.

Comunque forse ho trovato il posto. Un cartello dice che devo attendere e verrò chiamato. Sono italosvizzero, dunque in quanto svizzero il mio impulso sarebbe quello di rispettare l’indicazione come fosse un dogma della fede, ma in quanto italiano ho imparato che devo ignorarlo e domandare a qualcuno. Infatti l’infermiera che tiene le redini di tutta la situazione, che per inciso non è fresca di parrucchiere ma è precisa e paziente, non si turba. Lo ignorano tutti quel cartello. Mi conferma che l’elettroencefalogramma si fa lì, e mi dà da firmare cose che non leggo.

L’elettroencefalogramma è quello che tu ti sdrai e ti attaccano degli elettrodi sulla testa. Dura un quarto d’ora. Ti dicono tenga gli occhi chiusi. Ti dicono si rilassi. Io, mi dicono si rilassi, mi agito. Ho messo l’holter apposta perché mi agito. Non è che mi agito da smaniare, ma forse è comunque sufficiente ad alterare le mie attività cerebrali. Lo è? Non lo è? E io cosa ne so. Ora mi rilasso. A cosa penso per rilassarmi? A cose assolutamente pigre e piacevoli. Ai miei gatti che cercano la posizione per dormirmi addosso. A un racconto di Barthelme che ho letto e che non ci ho capito niente. A cosa c’è per cena. Risotto al pomodoro. Molto bene. Ti sei rilassato? Guarda che, se non ti rilassi, verranno fuori dei valori sballati. Vuoi essere operato d’urgenza al cervello perché non ti sai rilassare?

Mi fanno aprire e chiudere gli occhi. Fanno lampeggiare delle luci. Ecco Davide, di Davide e i Prodromi, che adesso si fa venire un attacco epilettico, siore e siori, rullo di tamburi. Ma tanto quale posto migliore al mondo per farsi venire un bell’attacco epilettico del reparto di neurologia del Sant’Andrea? Siamo in una botte de’ fero.

Bene, quanto il test è finito domando al tizio che mi sta staccando gli elettrodi dalla testa se, così, grosso modo, ha mica visto cose rilevanti. Siccome mi risponde che lui è solo un tecnico, io ne deduco che morirò, che lui questo lo sa perché lo ha visto nel mio encefalogramma, ma vuole che sia qualcun altro a dirmelo.

Venite che adesso andiamo tutti a farci fare un bell’eco color doppler al cuore. È tipo un’ecografia a colori, a quanto ne so. Alla parete della stanzetta è appeso un foglio A4 con stampata l’immagine di una scultura del Canova. Paolina Borghese, pare, una bianca signorina stesa sul fianco sinistro sul suo triclino, perché a quanto pare per fare l’eco doppler bisogna appunto stare a torso nudo stesi sul fianco sinistro.

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Il dottore che mi ecografa è uno simpatico. Sarà sui cinquanta. Mentre mi ecografa, mi domanda cosa faccio. Ho una risposta strategica per questa domanda, di solito dico, molto genericamente, che lavoro in editoria. Se la circostanza lo richiede, spiego meglio: prima facevo il redattore, dico, cioè correggevo i romanzi degli altri, poi ne ho scritto uno io, ora magari ne scrivo un altro. Comunque evito, se posso, di usare la parola scrittore. La parola scrittore accende spesso nella fantasia delle persone due possibili idee, diametralmente opposte, entrambe problematiche. La prima idea: uno scrittore: certamente un saggio, un inarrivabile genio. Ma per favore. La seconda idea: uno scrittore: un cretino disoccupato.

Ecco, io non voglio rientrare in nessuna di queste due categorie, se possibile, quindi al dottore dico, molto genericamente, che lavoro in editoria.

Bello, dice lui.

Bello è bello, dico io.

Una volta leggevo, dice lui.

Non ho dubbi che sia vero. Tutti leggevamo quando i libri costavano undicimila lire, non c’era Netflix e non avevamo uno smartphone al posto della mano.

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E come vanno le cose in editoria, molto genericamente? mi fa.

E come vanno. Ecco che sento i prodromi.


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E come vanno le cose in editoria, molto genericamente? mi fa.

E come vanno. Ecco che sento i prodromi. Al medico che in quel momento mi sta letteralmente guardando dentro al cuore con un ecocardiografo a colori, mi scappa di dire che l’editoria italiana, e dunque la letteratura italiana, è piena di problemi. Le cose vanno male, dottore, gli dico. E poi gli riassumo le solite cose, le cose che si sanno: le librerie indipendenti non ce la fanno, in classifica c’è spesso roba indegna o libri di cucina, i piccoli editori non pagano, i grossi editori monopolizzano, l’amichettismo, la siccità e le cavallette. Dico che l’unico che paga l’affitto alla fine del mese è probabilmente il distributore, cioè quello che sposta fisicamente il libro dalla tipografia al magazzino, dal magazzino alla libreria, dalla libreria di nuovo nel magazzino, dal magazzino al macero. Se conta il profitto, il libro produce profitto più che altro come oggetto fisico da spostare di qua e di là. Tanto varrebbe spostare dei manubri.

Mi rendo conto che mi sto agitando, ma non posso fare a meno di dire anche, a questo signore qua che in fin dei conti mi ha solo domandato come va, che, secondo me, quando ero un adolescente, la letteratura faceva bene al mio equilibrio mentale. Non solo per le cose su cui fare qualche bella pensata che si possono trovare nei libri validi, ma anche, banalmente, perché per leggere ti devi concentrare e chiudere fuori il mondo, il che mi faceva un gran bene. Eccola la meditazione che mia moglie dice che dovrei fare. All’epoca non sapevo nemmeno distinguere tra una casa editrice e l’altra ed ero più sereno, caro il mio dottore, mentre oggi mi sembra che le cose che so dello stato dell’editoria mi avvelenino l’atto di leggere e quello di scrivere. E tanti saluti alla meditazione e all’equilibrio mentale, dico. E poi svengo.

Dopo so solo che un’infermiera mi sveglia con una sberla, devo dire una sberla assolutamente competente. Sto bene sto benissimo, dico. Mi tengono lì sdraiato venti minuti, per sicurezza. Mi danno un succo di frutta.

Ho un’oretta prima del neurologo e del test da sforzo. Rimuginando e filosofando cerco la prossima stanza. In un incontro che dura credo tre minuti, un neurologo annoiato dalle mie condizioni di salute non interessanti guarda le mie scartoffie, si dichiara d’accordo con la sindrome vasovagale, mi congeda. Non ho fatto in tempo a sedermi, ma va bene così.

È quasi fatta. Cosa rimane? Rimane l’ultimo cardiologo, il terzo. Questo non mi domanda né dei prodromi né che cosa faccio. Anzi, non spiccica una parola. Risponde alle mie domande a proposito della bradicardia in modo appena rassicurante, ma senza una parola di troppo, non un avverbio, non un aggettivo in più del necessario. Mi piace. Un minimalista, lo chiameremo Raymond Carver.

Mi mette su una cyclette, mi attacca elettrodi da tutte le parti, mi fa pedalare per un quarto d’ora. Io non mi preoccupo, è un esame che capiterà di fare anche agli anziani, penso, o a gente meno in forma di me. Si pedalerà così, un po’ in scioltezza. Tipo scampagnata. Col cavolo. Il minimalista qua aumenta sempre di più la resistenza della cyclette, ogni paio di minuti i pedali diventano più duri. Ecco qua uno che, molto genericamente, lavora in editoria che arranca su una cyclette mentre tutti gli elettrodi del mondo misurano quando ci vuole per fargli venire un infarto. Ce la farà? Ci rimarrà secco? Tutto è contro di lui. Si pubblica sempre di più, sai, e si legge sempre di meno. I libri costano sempre di più, si viene pagati sempre di meno. E io che faccio? Io pedalo, siori e siore.

*

Come va a finire. Alla fine l’infarto non mi viene. Anzi. Raymond approva il mio sistema cardiorespiratorio. È soddisfatto, forse persino orgoglioso. Mi fa appena un impercettibile sì con la testa. Sembra niente, ma è un po’ questa l’essenza del minimalismo, no? In un sistema di espressioni trattenute, di rimozione del superfluo, un gesto minimo è una cosa enorme. Imparo che la felicità non sta nel coronamento del vero amore, ma nel sorriso del cardiologo che ti ha messo su una cyclette.

Questa storia termina qui. In totale ho fatto sei esami nel giro di tre settimane, e ho speso circa 230 euro di ticket, che non è tanto. Me ne torno a Rocchetta di Vara portando con me l’immagine del personale sanitario di tutta Italia che fa del suo meglio in questo mondo precario, come d’altro canto fa la gente dell’editoria.

Quanto a me, tutto ha confermato la diagnosi della dottoressa ottimista, ed è un sollievo. Grazie per l’interessamento. Sono uno che sviene, a quanto pare, un po’ come faceva Dante quando non sapeva come finire un canto.

Non solo Taormina: viaggio nell’Appennino siciliano

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di Ornella Tajani

«La radio più ascoltata di tutta la Sicilia sud-orientale», recitava con orgoglio il jingle dell’emittente Agira International durante un road trip nel maggio 2011, quando accompagnai Peter, amico e lontano parente americano, sulle tracce dei suoi antenati di Gagliano Castelferrato. Fu un viaggio bellissimo, in un’epoca della vita in cui credevo ancora che esistesse una felicità senza compromessi.

Gagliano Castelferrato è un paesino in provincia di Enna: la prendemmo larga, arrivandoci dopo aver percorso il perimetro dell’isola; il paesaggio ennese mi lasciò incantata. Ho ritrovato tutto quell’incanto leggendo Viaggio nell’Appennino siciliano di Luca Alerci (Tarka, 2026), studioso di meteorologia e docente di scienze. Non si tratta di un racconto di viaggio, perché in quelle zone l’autore ci vive: il piacere della lettura sta proprio nel ripercorrere insieme a chi scrive sentieri ch’egli conosce perfettamente, e che nondimeno continuano a lasciarlo stupefatto, ad esempio sui monti Nebrodi, vicino Floresta, dove

Il cielo, spesso coperto da una coltre densa di nubi, incute timore e il dedalo di sentieri che da questo vallo dipartono, più che un invito alla scoperta, diventa un enigma, una scelta di salvezza.

Il libro è accompagnato da bellissime fotografie che fanno da contrappunto al testo insieme a citazioni letterarie, ad esempio dei versi di Quasimodo che l’autore rievoca davanti al lago di Maulazzo: «e tu amore, non portarmi davanti a quello specchio infinito: vi si guardano dentro fanciulli che cantano e alberi altissimi e acque».

Idealmente ambientato in autunno, il viaggio che Alerci propone nel primo capitolo attraversa faggeti, vegetazione varia, boschi di abeti, venti, rocce e stagioni. Non solo poesia, però:

Le difficoltà, il disincanto, la dissipazione delle terre del sud sono, purtroppo, evidenti pure quassù, nell’incapacità di coltivarli questi sogni, nella negazione che questa bellezza sia per tutti. Non ci si è stancati dello stigma della terra selvaggia, inesplorata, mitica? Io credo si abbia bisogno di storia, non di mito, di scoperte, non di nascondimenti.

E ancora:

Una mattina, era inverno, vi salii perché volevo visitarne i laghetti ghiacciati. La neve superava le mie ginocchia, e non avevo portato le ciaspole. Quando raggiunsi la cresta, c’era questo spettacolo di vapori, suoni, vite nascoste. Bisogna guardare la Sicilia anche da queste forre, e restare, sì, bisogna restare, fermarsi dove si è nati, imparando dagli alberi.

Nel secondo capitolo l’autore compie un’incursione nel mondo letterario attraverso le figure di grandi scrittori siciliani come Sciascia, Vittorini, Consolo. Quest’ultimo gli aveva raccontato di un suo viaggio in Grecia e della visione, a un tratto, del camion di una ditta di traslochi sul quale c’era scritto «metafora»: trasporti. L’aneddoto diventa per Alerci un modo per definire il senso che la scrittura riveste per lui, appunto «trasporto, disseminazione, immedesimazione, emozione».

Nel terzo capitolo di questo libro ibrido, che tanto parla di alberi ed è a sua volta arborescente, le conoscenze climatologiche dell’autore dettano un percorso fra le quattro stagioni, proseguendo in quel «vortice tra dissipazione e conservazione» che per lui rappresenta la sicilianità. Si chiude con due racconti d’impronta biografica.

È un viaggio pieno di grazia, quello proposto da Luca Alerci, la cui prosa dal tocco delicato e autentico si adatta bene a ciò che narra, fondendosi col paesaggio descritto.

 

Facciamo Kolchoz

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di Pasquale Vitagliano

Per Emmanuel Carrère la Russia è un enigma senza più alcun mistero (forse). È un enigma perché per un francese non è facile scegliere tra Tolstoj e Dostoevskij. Eppure, non è più un mistero perché è figlio di Hélène Carrère d’Encausse, la più autorevole studiosa della Russia e dell’Unione Sovietica. Il 3 ottobre 2023, cinquantanove giorni dopo la sua morte, le viene reso l’onore nazionale. La figlia di poveri esuli russi, che ha dovuto imparare il francese a cinque anni, sarà infine eletta all’Académie française e la prima donna a guidarla. Siede virtualmente sullo stesso scranno di Corneille e Victor Hugo.
Carrère stesso lo afferma. Adora le storie che presentano contemporaneamente la dimensione orizzontale della vita e quella verticale. Orizzontali sono i rapporti privati, l’amore, l’amicizia. Verticali sono i rapporti tra le generazioni, e dunque anche la storia, tanto quella privata quanto quella collettiva. Per dirla alla maniera di Leonardo Sciascia, predilige i cruciverba. E l’anima russa è stata spesso il centro di queste coordinate. Se in Limonov il percorso è stato più orizzontale, in Un romanzo russo è stato in prevalenza verticale. Kolchoz è perfettamente in asse. Accede contemporaneamente all’una e all’altra dimensione dell’esperienza umana. E ci offre così il segreto dei grandi libri.
È anche il racconto di una catastrofe. Anzi, di più catastrofi. Del tracollo, addirittura, della nostra civiltà. Ma se il mondo crolla, resta il mestiere di persone come lui per renderne conto. Kolchoz allora è un luogo protetto. Un punto di salvezza. “Facciamo Kolchoz”. È l’invito affettuoso della madre a suoi tre piccoli. Tutti insieme sotto le lenzuola nel lettone. “Facciamo il tendone” (quello del circo), era invece la mia proposta felliniana. Chissà perché scegliere proprio il nome di una azienda agricola sovietica da parte di una figlia di esuli russi. Ironia o magari inconsapevole, malinconica nostalgia. Comunque, tutti i mondi che Carrère racconta hanno origine in questa parola. È uno snodo, un crocevia, dal quale se ne espandono altri, alcuni possiedono persino sbocchi imprevisti e imprevedibili, e ognuno di noi lettori può scegliere liberamente il suo itinerario. Non c’è modo di perdersi, anche se si sceglie di procedere a brulichio, senza un seguire un sentiero lineare.
La lettura intrapresa è un viaggio stellare tra le parole scritte. Il punto di gravitazione è la storia familiare dei Carrère, e Emmanuel non si limita a raccontare tutto su sua madre. Anche il padre Louis è presente. Eccome. Forse è proprio suo padre “l’autore di queste righe”. Di questa lunghissima storia è stata sua madre la protagonista, ma ad avergliela dettata è stato lui dal fondo del suo studio scuro tappezzato di iuta verde bottiglia. Mi ha fatto pensare all’immenso oceano senziente del pianeta Solaris. Kolchoz, dentro questa realtà, è un’isola fluttuante nel mezzo della catastrofe dell’Occidente.
I tre quarti degli uomini muoiono nel dolore, è Carrère a citare il naturalista de Buffon. La nostra speranza, non solo quella di Carrère, è di far parte del quarto restante. In fondo, si scrive e si legge per questo.

 

Monumento Mori. La rimozione coloniale dell’Europa.

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Monumento Mori

di

Francesco Forlani

Mentre camminavamo per le strade del quartiere europeo di Bruxelles ho chiesto al mio amico Renzo dove potessi comprare delle sigarette. Lui mi ha indicato un negozietto poco distante da noi e promettendogli che avrei fatto in fretta mi sono involato verso la mia quotidiana dose di Tabacco. Il fatto è che nulla lasciava intendere all’avventore che vi si vendessero le adorate Lucky Strike nè tanto meno le altre marche. Non v’era nulla che ricordasse anche lontanamente la tradizionale carotte rouge, insegna dei bureaux de tabac parisiens. La carota? Vi chiederete voi ed eccovi spiegato l’arcano. I primi pacchetti di sigarette, di tabacco, si ottenevano usando le foglie arrotolate e legate in modo da ottenere proprio la forma di una carota.

Non v’erano le carote parigine, dunque, e nemmeno i bastoni in forma di fascio delle amministrative regie insegne italiane. Ad ogni modo se da fuori nulla lasciava pensare che vi vendessero le sigarette in quel negozio, dentro andava anche peggio perché di marche e pacchetti non v’era nessun segno tangibile. Ho dovuto chiedere allora alla negoziante ed è a quel punto che il muro di pannelli dietro di lei, come certe scarpiere metalliche grigie modello Le Roi Merlin, si è aperto mostrando l’oggetto, proibito, del desiderio mio e di tanti altri, ça va sans dire. Un nascondiglio perfetto che avrebbe reso felici gli intrepidi scafisti blu, marinai e contrabbandieri che sfrecciavano negli anni Settanta e Ottanta davanti al golfo di Napoli inseguiti dai finanzieri.

Per una sintetica ma approfondita storia del tabacco si rimanda qui alla voce Treccani che ci racconta perfino l’origine della parola sigaretta: Ma i Maya avvolgevano anche le foglie di tabacco nei teneri involucri delle pannocchie del mais, e le fumavano: davano a questi rotoli il nome di sicar, donde è derivata la parola “sigaro”, nome che più o meno modificato si trova in tutte le lingue europee. Da non crederci. Di certo non avrei mai immaginato che quest’esperienza mattutina straniante mi avrebbe permesso di capire meglio quel che sarebbe successo nel pomeriggio

Il fatto

La mostra Post colonial? alla Maison de l’histoire éuropéenne ( curatori Kieran Burns, Ayoko Mensah, Simina Badica and Joanna Urbanek ) me l’aveva indicata la mia amica Francesca, organizzatrice della presentazione dell’Amico Spagnolo alla Piola, libreria animata da Jacopo e sodali. Tabacco e colonialismo, da sempre legati a doppio filo, corde con cui si legavano milioni di schiavi per lavorare nelle piantagioni, si presentavano a me dunque in una strana sincronicity. In questa incursione a Bruxelles la verità della storia andava cercata in un labirinto che a differenza di quelli impervi e classici della tradizione si poteva  risolvere soltanto in un modo, ovvero aprendone le pareti come la gentile e sorridente tabaccaia aveva fatto con me in mattinata. In altre parole solo frugando tra i rimossi riposti nei cassettoni dell’inconscio collettivo di un continente poco kantiano nei fatti.

 

 

Ci sono stato dunque con Remie, amica parigina originaria della Martinica, che mi ha fatto da guida in quella cartografia del dolore, senza perdere quella leggerezza caraibica che attraversa le storie danzando. Era impossibile non ritrovarsi in ceppi davanti a ognuna di quelle isole documentarie, prigionieri di un passato in cui l’essere bianchi o neri di pelle non è un dettaglio ma l’interstizio, la ferita senza cicatrice e insieme spiraglio di luce di fronte a un arcipelago di rimozioni. Due sono state le storie che mi hanno particolarmente colpito e per ragioni differenti. La prima sulla questione dei monumenti da abbattere o imbrattare in nome di una riscrittura della storia da parte dei vinti,come nel movimento Black lives matter  e la seconda sul progetto Eurafrique  che pochi conoscono- io per esempio ne ignoravo totalmente la portata – ovvero la matrice coloniale come fondamento dell’origine della Storia dell’Unione Europea.

La rimozione

C’è un articolo di Nicola Martellozzo, pubblicato in Dialoghi Mediterranei n. 45, settembre 2020, che si interroga a mio avviso in modo molto esaustivo sulla questione dell’anti monumentalismo. Particolarmente felice per esempio la distinzione che lo studioso riprende  tra memoria storica e patrimonio: Occorre fare una netta distinzione tra la Storia, intesa come tentativo sistematico di descrizione del passato, e patrimonio, come assemblaggio contemporaneo ottenuto dalla Storia attraverso processi selettivi e interpretativi che chiamano in causa la memoria pubblica ( Kisić, Višnja, 2016, Governing Heritage Dissonance, Amsterdam: European Cultural Foundation). Mentre osservavo la galleria fotografica dei monumenti imbrattati, sbullonati, decapitati dai collettivi della Counterculture, ho tentato di mettere ordine nelle esperienze e nella memoria legata ai monumenti.  Particolarmente al modo in cui il popolo, la gente, le persone potevano difendersene attraverso operazioni situazioniste di détournement, come il famoso e delicato storytelling popolare dei re immortalati davanti al Palazzo Reale di Napoli.

Chi ha fatto pipì per terra?”        “Io non ne so niente”          “Sono stato io, e allora?”     Sguainando la spada: “Eviriamolo!”

Ne esistono centinaia, forse migliaia di azioni collettive di “trasformazione” del messaggio dotati della stessa capacità dissacratoria dell’imperdibile e ben più hard intervento commesso  sul Monumento dell’Armata rossa a Sofia, 18 giugno 2011. L’iscrizione significa: «al passo con i tempi» [foto Ignat Ignev – CC-BY-SA 3.0].

Propongo questo esempio perché utilizzato in un altro interessante articolo di Elena Pirazzoli, Sul piedistallo della storia. Statue innalzate, contestate, difese e demolite dalla Rivoluzione francese a oggi. Nel saggio si fa riferimento, tra i molti autori citati, a colui che credo abbia rivoluzionato più di tutti il rapporto alla grandeur, attraverso l’invincibile arma dell’humour romanesque: Robert Musil.

A proposito dei monumenti ci offre forse la migliore via d’uscita al dilemma su cosa fare dei monumenti indegni ma ancor di più di quelli degnissimi:

[…] la cosa più strana dei monumenti è che non si notano affatto. Nulla al mondo è più invisibile. Non c’è dubbio tuttavia che essi sono fatti per essere visti, anzi, per attirare l’attenzione; ma nello stesso tempo hanno qualcosa che li rende, per così dire, impermeabili, e l’attenzione vi scorre sopra come le gocce d’acqua su un indumento impregnato d’olio, senza arrestarvisi un istante.

Robert Musil, Monumenti, 1927

Non occorre dimenticare i monumenti, ci suggerisce l’autore dell’Uomo senza qualità, perché di fatto i monumenti sono fatti proprio per non ricordarsene. La mia proposta, da questo punto di vista potrebbe allora essere di eliminarli tutti preservandone però il basamento, come nella splendida maglietta di Banksy creata in difesa dei quattro attivisti che avevano sbullonato la statua del celebre mercante di schiavi Edward Colston durante il Black Lives Matter protests nel 2020, maglietta esposta nella mostra, lasciando all’immaginazione di tutti di posarvi chiunque ai suoi occhi meriterebbe tale riconoscimento. Accompagnato dalla dicitura: è fortemente raccomandato di non posare sul piedistallo per evitare deiezioni di piccioni.

Europei, brava gente. La ligne claire.

Ed eccoci al secondo punto, forse più importante o quantomeno sorprendente di questa mia incredibile histoire belge. Lo farò partendo da Hérgé ovvero Georges Rémi che pare si vantasse di essere insieme a Simenon il Georges più famoso in Belgio. Nella mostra Postcolonial? ci imbattiamo a un certo punto proprio sulle avventure di Tintin in Congo pubblicato per la prima volta nel 1931. Hergé, quasi coetaneo del creatore di Maigret, ha ventitré anni, Il Congo è stato “donato” al Belgio da Re Leopoldo II.

In una bella intervista pubblicata su Philomag la ricercatrice Felwine Sarr – Comment décoloniser Tintin au Congo – prova a rispondere alla domanda dell’intervistatore che non riesce a spiegare il successo in Congo di questo album, ritirato dall’editore Casterman per molti anni a partire dagli anni sessanta e oggetto ancora oggi di accuse di razzismo. A un certo punto la mia amica Remie me lo ha perfino detto che la semplice vista della copertina in bacheca le aveva dato il voltastomaco.

È un fenomeno strano. Non credo che si possa spiegare con un ribaltamento dello stigma, in virtù del quale Tintin dovrebbe incarnare la stupidità dell’impresa coloniale. Propendo piuttosto per l’ipotesi che degli africani abbiano interiorizzato lo sguardo dell’Occidente. Al momento dell’indipendenza del Congo nel 1960, divenuto poi lo Zaire, il generale Mobutu rivendicava una politica dell’autenticità africana che camuffava a fatica la dittatura. Il che ha sicuramente contribuito a creare una coscienza divisa. Come evidenzia lo scrittore Albert Memmi nel libro Portrait du colonisé, pubblicato nel 1957, il colonizzato interiorizza lo sguardo che viene posato su di lui: desidera assimilarsi, ma poiché non viene accettato, si ribella e ritorna a una originaria forma di autenticità; eppure non riesce a coincidere a pieno con la propria identità. È quindi scisso: descritto dal colono secondo il modello della mancanza e del deficit (di ragione, di tecnica, ecc.), nell’emanciparsi vuole innanzitutto rassomigliare a colui che si presenta come uno a cui non manca nulla. Ma questo non funziona: viene rigettato dall’altro. Di conseguenza, nel tentativo di ritrovare se stesso, finisce per rivestire l’identità che gli è stata assegnata dallo sguardo del colono. Questi continui andirivieni sono al cuore della coscienza postcoloniale e può aver avuto un ruolo nella ricezione positiva di Tintin au Congo in Africa. 

Come dicevamo prima, Le avventure di Tintin in Congo sono contemporanee alla cessione di un territorio ottanta volte più grande del Belgio e soprattutto al periodo di più grande violenza di matrice coloniale. Ecco perché nella mostra tra i “monumenti” molestati e imbrattati con la vernice rossa vi è anche quello del regnante belga.

Quel che rimane confuso nella percezione che abbiamo di noi, italiani, a questo punto europei brava gente, non ha ragione di esserlo di fronte alle prove fattuali e storiche di violenza disumana perpetrata dai nostri concittadini, compatrioti, familiari in molti casi, sulle popolazioni di Eritrea, Somalia, Libia, Etiopia dal 1882 al 1960, peraltro evocate nella mostra in questione.

La ligne est claire, verrebbe da dire con una piccola allusione allo stile di Hergé, molto amato da Simenon. E la linea era non solo profondamente chiara per i paesi europei coinvolti nella fondazione dell’Europa, ma potremmo dire fondante del potere economico che voleva darsi. L’Union européenne fut aussi un projet colonial è il titolo di un dossier curato da Peo HansenStefan Jonsson per Contretemps.

Si tratta in realtà del capitolo introduttivo al volume Eurafrique pubblicato dalle éditions de la découverte ( sarebbe importante che un editore italiano trovasse il coraggio di tradurlo e pubblicarlo anche da noi) e credo che bastino questi passaggi a comprendere la portata di una scoperta, personale, da non addetto ai lavori a dir poco sconvolgente almeno per due ragioni. La prima perché ci fa capire meglio le due anime dell’Europa, la sua evidente schizofrenia, nel pensarsi come il migliore dei mondi possibili senza al contempo rinunciare al peggiore dei modi possibili di esistere, grazie al suo potere coloniale, per rendere chiara e credibile la terza via in quel mondo del dopoguerra ormai dominato dai due blocchi, americano e sovietico. Tale schizofrenia è ravvisabile anche in questa opera meritoria, l’ideazione di una mostra del genere nel cuore dell’Unione Europea, ovvero nell’istituzione che ne custodisce la memoria e la storia. La seconda ben più preoccupante è il disegno che si sta sempre più delineando di una rinnovata alleanza, postcoloniale, per rispondere alla drammatica questione di grande attualità di accesso alle risorse energetiche e alle materie prime indispensabili per queta nuova era tecnologica, senza dover per forza ricorrere alle altre potenze economiche, a Russia, India, Cina e Stati Uniti. In poche parole liberarci dagli uni per sottomettere gli altri, ovvero il continente africano. Seguono alcuni passaggi a mio avviso estremamente illuminanti, rivelatori di qualcosa che non va mostrato, tenuto lontano dagli occhi e del cuore, come pacchetti di sigarette che senbrano preoccupare più i non fumatori dei fumatori, e infatti me ne accendo una, a questo punto.

Brani tratti dall’introduzione al volume Eurafrique ( edizione francese)

(…)Non deve affatto sorprenderci il fatto che la versione ufficiale della storia dell’Unione europea promossa da Bruxelles insista sul consenso popolare che avrebbe accompagnato la sua fondazione all’indomani della Seconda guerra mondiale, periodo durante il quale i leader politici avrebbero cercato, attraverso l’integrazione europea, di favorire la pace e la cooperazione per così superare le rivalità nazionaliste e le aspirazioni imperialiste. Il che emerge chiaramente dalla promozione, da parte della Commissione Europea, di diverse narrazioni relative alle tappe storiche della costruzione europea, ai padri fondatori e ad altre storiche figure retoriche, tutte destinate a offrire ai cittadini europei di oggi l’immagine di un’organizzazione impegnata in una nobile causa e con il solo fine storico di provvedere al bene comune. Una tale strategia è risultata particolarmente evidente durante le celebrazioni del cinquantesimo anniversario dell’UE  nel 2007. L’assegnazione del Premio Nobel per la Pace all’Unione europea nel 2012 non ha fatto altro che rafforzare ulteriormente tale immagine.

(…)Lo storico Mark Gilbert solleva una questione importante quando propone l’idea che gli Studi europei (European Studies) non sono ancora riusciti a liberarsi da una visione finto ingenua della storia del proprio tema. Troppo spesso, infatti, gli studi europei assumono come principio il fatto che l’integrazione europea sia un fenomeno dettato da uno spirito e da una teleologia progressisti, proprio come in passato gli intellettuali nazionalisti  si rifiutavano di osservare con uno sguardo critico le origini storiche dei progetti nazionali. La sostituzione del mito alla storia è pericolosa. Si insegna a studenti e al grande pubblico a considerare il progetto europeo in una maniera che, in realtà, è ben poco «europea», se lo si separa da una delle poste in gioco più importanti della storia europea: il progetto imperialista.

(…) Nello specifico, intendiamo mettere in luce un progetto politico e una costellazione geopolitica troppo a lungo dimenticati, o rimossi, che ci sembrano indispensabili per comprendere a fondo la storia dell’integrazione europea e le storie intrecciate di Africa e Europa nel XX secolo. Questa costellazione portava il nome di Eurafrica, ed è questa la storia che ci accingiamo a raccontare.

Mostreremo come l’Eurafrica, pur passando dallo status di rappresentazione geopolitica dai tratti utopistici negli anni Venti a quello di realpolitic negli anni Cinquanta, sia sempre stata il luogo per eccellenza in cui l’interesse per l’integrazione europea coincideva con le ambizioni colonialiste. Secondo il principio dell’Eurafrica, l’integrazione europea poteva realizzarsi soltanto attraverso uno sfruttamento coordinato dell’Africa, e l’Africa poteva essere sfruttata efficacemente solo se gli Stati europei avessero cooperato unendo le loro competenze economiche e politiche.

(…)Vedremo come l’Eurafrica abbia assunto una forma politica concreta con la fondazione, nel 1957, della Comunità Economica Europea (CEE), antenata dell’attuale Unione Europea. Al momento della sua creazione, la CEE comprendeva non soltanto Belgio, Francia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Germania Ovest, ma anche i principali possedimenti coloniali dei suoi Stati membri. Nel linguaggio ufficiale, questi ultimi erano designati come «Paesi e territori d’oltremare» (PTOM) e comprendevano principalmente il Congo Belga, l’Africa Occidentale Francese (AOF) e l’Africa Equatoriale Francese (AEF). L’Algeria, che allora faceva parte integrante della Francia metropolitana in quanto insieme di dipartimenti, era ufficialmente integrata nella CEE, pur restando esclusa da alcune clausole del trattato.

(…) «Verso l’Eurafrica», si poteva leggere in prima pagina sul quotidiano Le Monde il 21 febbraio 1957, il giorno successivo alla conclusione con successo dei negoziati preliminari al Trattato di Roma da parte dei sei leader europei. Pochi giorni dopo, il presidente del Consiglio francese Guy Mollet scese dal suo aereo a Washington per incontrare il presidente americano Dwight D. Eisenhower e annunciargli che non solo gli europei avevano deciso di unirsi, ma che era nata anche «un’unione ancora più grande: l’Eurafrica».

(…)«All’epoca nessuno chiese il loro parere sulla questione, perché non disponevano di una voce autonoma», scriveva nel 1962 Schofield Coryell sulle pagine della rivista Africa Today. Tuttavia prevalse la maggioranza europea, sotto l’impulso di convinti sostenitori dell’Eurafrica come il capo del governo francese Guy Mollet, il ministro degli Esteri belga Paul-Henri Spaak e il cancelliere della Germania Ovest Konrad Adenauer. La nuovissima CEE venne così istituita nella forma di ciò che la rivista Business Week definì, in un reportage pubblicato dopo le cerimonie della firma del trattato a Roma, «un New Deal per il continente nero».

In altre parole, l’immagine che l’Europa offre di se stessa e le narrazioni che produce riguardo al proprio rapporto con l’Africa si incrinano non appena vengono messe a confronto con gli archivi storici. Questi ultimi, ricchi di una documentazione esplicita e eloquente, delineano infatti la storia di un soggetto europeo che, preoccupato per la propria futura sostenibilità economica e geopolitica, si rivolge all’oggetto africano per ritrovare nuova vitalità. Come osservava un analista nel 1955, due anni prima della creazione della CEE: «È in Africa che l’Europa si farà».

(…) Il capitolo 3 si apre con il rilancio dell’integrazione europea avviato dalla Conferenza di Messina del 1955, che conduce due anni più tardi alla creazione della Comunità Economica Europea e alla concretizzazione dell’Eurafrica attraverso l’associazione al mercato comune dei territori coloniali degli Stati membri. L’analisi si conclude con la realizzazione del regime associativo eurafricano sancita dal Trattato di Roma del 1957.

Tornando in serata dal mio amico Renzo, ho esitato per un attimo davanti alla sua bellissima casa. Come in un quadro di Magritte, ho pensato. La realtà oltre ogni principio di realtà. Ci sono radici nascoste come pacchetti di sigarette, di alberi che sovrastano le case in cui abitano i sogni.