di Giorgio Mascitelli
La progressiva sparizione delle istituzioni della società letteraria, il trionfo del mercato e la proliferazione delle forme di autopubblicazione in rete hanno messo in crisi il prestigio simbolico dello scrittore ingenerando talvolta una nostalgia per un’epoca in cui gli scrittori avevano un mandato sociale. Tale nostalgia rischia però di essere molto pericolosa non solo perché ogni nostalgia lo è, quando cessa di essere dato privato e diventa categoria culturale aspirante a un’oggettività storica, ma perché la stessa nozione di mandato sociale è un concetto ambiguo e non privo di astuzie metafisiche.
La metafora del mandato sociale degli scrittori è per sua natura semantica molto ingannevole e sfuggente perché tende a suggerire tramite il termine ‘mandato’ che sia esistita una delega precisa della società o di sue parti al mondo letterario come ‘organo della coscienza universale’ e che questa delega abbia una dimensione istituzionale stabile in termini di ruoli, scopi e durata. Per esempio quando Fortini, parlando della seconda metà dell’Ottocento, scrive che ‘la borghesia non toglie nel complesso agli scrittori il mandato sociale che aveva loro attribuito nei secoli precedenti’ ( Verifica di poteri, Milano,1965 ora 2017, p.123), sintetizza in una formula un fenomeno sociale di complessa decifrazione e tutt’altro che universale così da indurre l’impressione fallace che si sia effettivamente avuta una delega precisa da qualche parte in qualche momento storico. Questa sintesi proietta nel passato mentalità e idee di una fase storica determinando una serie di aspettative fuori luogo per il presente, cosa che accade tanto più se si usa questa metafora fuori dal contesto di un’analisi di classe marxista, come quella entro cui opera Fortini.
Ciò di storicamente concreto a cui rimanda questa metafora è una fase ben precisa dell’illuminismo settecentesco in cui un gruppo di autori riesce in effetti a incarnare e a rappresentare bisogni, valori sociali e scelte simboliche della borghesia in ascesa, per cui anche attraverso il dibattito su tematiche prettamente letterarie si discutevano nuovi modelli sociali e si sperimentava la critica del principio d’autorità presso il pubblico. La diffusione dei club letterari in Francia dà una dimensione di massa presso la borghesia al fenomeno e si connette con la nascita di un’opinione pubblica, ma esso è un fenomeno tipicamente francese con qualche propaggine tedesca e italiana, sensibilmente più circoscritte, visto che già in Inghilterra è difficile individuare un movimento analogo. Inoltre sotto il termine letteratura vengono rubricate questioni attinenti all’economia, alla politica, all’igiene, alla storia e alla pubblica amministrazione. Nel romanticismo, specie nei paesi in cui la borghesia non ha ancora preso il controllo dello stato o in cui si pone una questione nazionale, viene postulato sulla scorta dell’episodio francese l’esistenza di un rapporto profondo tra poeta e popolo, ma esso resta tutt’al più una petizione di principio o un’abile ricostruzione ex post, come nel caso italiano in cui sarà al massimo qualche opera lirica del solo Verdi a poter riflettere qualcosa di vagamente simile a un mandato sociale, in questo caso di tipo patriottico. Analogamente nell’Ottocento si possono osservare singoli casi di scrittori che raggiungono una posizione simbolicamente alta più per effetto del loro ruolo pubblico che per le loro opere, come Victor Hugo in quanto oppositore di Napoleone III (e varrà forse la pena di ricordare che la borghesia francese, di cui Hugo dovrebbe essere il mandatario, nella sua parte maggioritaria è saldamente schierata con l’imperatore e riscoprirà i valori rappresentati da Hugo soltanto all’indomani del disastro militare della guerra franco-prussiana ). Nel Novecento il mandato sociale degli scrittori è legato alla questione del comunismo e si profila quasi sempre come un rapporto, ora di adesione ora di critica, alla politica culturale del partito perché il comunismo è l’unico movimento politico novecentesco che attribuisce una grande importanza alla letteratura e più in generale alla cultura, sia in positivo sia in negativo, come dimostra la persecuzione di tanti scrittori apolitici da parte delle burocrazie comuniste dei paesi del socialismo reale, che in altri regimi sarebbero stati ignorati o classificati come non pericolosi. Il lavoro degli scrittori per i comunisti è connesso con la lotta per l’egemonia culturale nell’ambito della lotta di classe: qui effettivamente lo scrittore ha un mandato di classe, che talvolta però rischia di confondersi con quello del partito. Finiti i partiti comunisti, tuttavia, è finita anche la possibilità concreta di richiamarsi all’idea stessa di un mandato sociale degli scrittori.
Al di là di questo ambito circoscritto e di quello molto classico di aperta subordinazione al potere politico di una letteratura di propaganda e di celebrazione dell’esistente ( una situazione ormai storica, visto che oggi simili funzioni sono passate alla cinematografia, alle serie televisive e all’estetizzazione dell’informazione), l’unica pratica di istituzionalizzazione di un rapporto con la letteratura, tipica di alcune società moderne democratiche e liberali, è stata la canonizzazione di alcuni singoli scrittori che sono sembrati incarnare determinati valori civili o patriottici. Ciò però è avvenuto in forma episodica e tendenzialmente postuma (peraltro anche il conseguimento del più prestigioso premio letterario internazionale ossia il Nobel non è condizione sufficiente per essere canonizzati come dimostrano le fortune di Nelly Sachs, di Vincente Aleixandre, di Quasimodo e della maggioranza dei premiati). Proprio la natura di questa canonizzazione spiega bene che lo sguardo della società o delle sue classi dirigenti è uno sguardo postumo, che sceglie e coglie a posteriori solo determinati valori simbolici ed eventi, spesso neanche quelli riconosciuti dalla comunità letteraria come i più significativi. Per esempio ciò che nella storia italiana è stato il più chiaro esempio di canonizzazione, la traslazione dall’Inghilterra alla basilica di Santa Croce delle ceneri di Foscolo il 24 giugno 1871, non fu dovuto al fatto che circa sessant’anni prima il poeta si sentì investito della missione di poeta vate della causa nazionale, ma che dopo il XX Settembre occorreva creare un ideale pantheon di ghibellini fuggiaschi per celebrare la natura laica dello stato liberale contro l’opposizione cattolica.
Questa breve carrellata pur nella sua sommarietà evidenzia che il concetto di mandato sociale tende a presentare come stabile e continuo ciò che è transitorio e raro e come regola sociale sistematica particolari operazioni culturali e politiche sulla letteratura o meglio su alcuni singoli autori. Così perfino un evento meramente interno alla società letteraria come l’inclusione nel canone scolastico di un autore rischia di essere scambiata come il prodotto di tendenze sociali o storiche oggettive. Nella situazione attuale il ricorso a questa metafora finisce per suggerire l’idea dell’esistenza di una sorta di età dell’oro della letteratura, di solito improvvidamente collocata nel romanticismo (data la abbondanza di fonti disponibili che smentiscono questa credenza), in cui la società pendeva dalle labbra dei poeti. Tale mito dell’età dell’oro finisce con il favorire due atteggiamenti opposti, ma complementari: da un lato la ricerca della visibilità mediatica come succedaneo del mandato sociale che non c’è più, dall’altro una sorta di nichilismo apocalittico in cui nulla conta più e tutto è amaro e fango nel mondo.
Da questo punto di vista, l’istanza tipica delle avanguardie di superamento dei confini tra arte e vita rivela un’analisi ben più realistica dello statuto effettivo della letteratura nella società. La lotta per il superamento della barriera riflette la consapevolezza, per quanto spesso in forma megalomane e soggettivistica, che nella società capitalistica ogni forma di legittimazione per tutta l’arte è precaria. In questo senso i più coerenti saranno i situazionisti, che, portando il discorso alle sue estreme conseguenze, propugneranno il superamento dell’arte verso la politica. Naturalmente per formulare un programma del genere bisogna avere una concezione unilaterale dell’arte come se fosse significativo solo il suo polo progettuale e utopico e non anche quello sensuale, immediato e quotidiano, per così dire; ma la sconfitta dell’avanguardia sia nella forma della sua istituzionalizzazione sia in quella politica, come i situazionisti nel maggio parigino, ha comportato la perdita della consapevolezza dello statuto precario dell’arte.
Nella situazione attuale la trasformazione più significativa è il lento ma progressivo imporsi di un’estetica del profitto in opposizione al canone dell’originalità di origine romantica, che domina ancora largamente nel Novecento. Con questo termine non indico il fatto che la grande editoria privilegi il successo commerciale rispetto ai valori culturali perché ciò è sempre accaduto da quando è nata l’editoria moderna ( il che non ha impedito che talvolta venissero pubblicati testi scelti per il loro pregio letterario né lo impedirà nel futuro), ma la crescente convinzione, assolutamente spontanea presso il pubblico e presso molti addetti ai lavori, che il successo di mercato di un’opera ne rifletta il valore estetico. Quanto all’effetto di appiattimento e banalizzazione prodotto dalla rete, dove chiunque può immettere i propri testi indipendentemente dal loro valore, esso può assumere un significato così drammatico per molti autori, in particolare poeti, solo in ragione del tramonto del canone dell’originalità, avvenuto non certo a causa di internet.
Così oggi, se dovesse esistere un mandato sociale verso gli scrittori, sarebbe quello di cercare il successo di vendita in ogni modo. Naturalmente, però, non esiste nessun mandato sociale, non solo per la sua natura storicamente mitica, ma perché nell’ideologia dominante attuale, come è noto, non esiste nessuna società, ma solo individui che compiono libere scelte sulla base di una razionale aspettativa di successo. Insomma, riassorbita l’esperienza delle avanguardie e sconfitto il comunismo, non c’è nessuno spazio per una validazione sociale dell’attività di scrittura, ma c’è solo il riconoscimento tributato al successo commerciale di singoli individui e di singoli libri.
Questa prospettiva per la letteratura in sé, per quanto poco esaltante, non è che la prosecuzione di una tendenza già presente nella modernità, come dimostra la considerazione di Paul Valery ( morto nel 1945) che il problema di ogni libro innovativo è quello di costruirsi il suo pubblico senza potersi avvalere di circuiti di ricezione predeterminati. Naturalmente il nostro tempo porta dei fattori negativi specifici quali l’accelerazione dei tempi di vita, che rende più labile l’esperienza della lettura, oppure il processo di subordinazione della scuola alle esigenze del mercato, che avrà come effetti collaterali un abbassamento del livello culturale che si ripercuoterà sulla pratica della lettura. Forse potranno esserci perfino difficoltà nella circolazione dei testi rispetto ad altre fasi della modernità, ma anche queste non insormontabili in una società ipertecnologica come la nostra. Insomma gli scrittori senza mandato dovranno cercare nuove forma di organizzazione culturale.
Per tutto il resto, bisogna rassegnarsi all’idea che la scrittura letteraria sia un’attività senza garanzie come lo è sempre stata e quel passato che sembra indicarci un percorso lineare e chiaro è soltanto l’illusione prospettica di un occhio troppo angosciato dal futuro.



Lettera 22 


D’altronde gli abitanti di Teheran non sono arabi. Sembra una banalità ribadirlo, ma per chi ha una visione monodimensionale del mondo, l’Iran è una continua messa alla prova dei propri pregiudizi. Quando scendi dall’aeroplano le scritte in arabo ti ingannano. Poi appena li senti parlare capisci che la loro lingua non ha nulla a che vedere con le lingue semite. Sai che sono musulmani, ma da buon occidentale ignorante, non distingui la differenza che c’è fra sunniti – il resto del mondo – e sciiti. Loro. Che, alla fin fine, sono persiani. È quello che mi dicono di continuo. Veniamo da lontano, abbiamo migliaia di anni di storia sulle spalle. Siamo un popolo di costruttori, di architetti. E di ingegneri, aggiungo. La più alta presenza di laureati in ingegneria procapite al mondo, dopo la Cina.
A piedi, ribadisco. Kamran scuote il capo. “Credo sia impossibile attraversare Teheran a piedi” mi dice, infine, quasi scusandosi per avermi contraddetto. In realtà ha ragione lui. Non ho molto tempo per visitare tutte le architetture contemporanee che sono state costruite in questi anni. Il dopoguerra ha fatto esplodere il settore edilizio, dando l’opportunità ai giovani talenti di sperimentare forme, spazi, materiali. Un’intera generazione di architetti che ha studiato in Europa, in America, in Giappone, che naviga su internet, che studia e che ora costruisce senza complessi d’inferiorità o timori provincialistici. Sono i progettisti di una nuova borghesia, ricca e colta, antipauperista. Gaudente. Teheran ha dimensioni spaventose. Otto milioni di abitanti che raddoppiano contando l’area metropolitana. Quasi ottocento chilometri quadrati di edifici che premono dall’altopiano sulle pendici dei monti Elburz. Le distanze e le differenze altimentriche da sud a nord della metropoli sono tali che potrebbe nevicare in una parte della città mentre nell’altra splendere il sole. Ci vorrebbe una macchina per poter visitare le ville borghesi, i grattacieli residenziali, i complessi sportivi, gli alberghi, gli spazi espositivi che stanno facendo Teheran una capitale dell’architettura contemporanea in Asia (e non solo).
Da qui in poi, muovendomi generalmente verso nord est, mi perdo in una architettura minore, a metà fra residui di eredità razionalista, speculazione di bassa qualità e nuovo edificato che tenta di imitare improbabili stili internazionali, vernacolari, pseudo-classici, para-decò. Un desiderio di rinnovamento caotico, spurio, spesso solo di facciata. Trash. Tipico, a pensarci, di ogni metropoli contemporanea. Non esiste un progetto di arredo urbano coerente, ogni edificio privato rifà il suo pezzo di marciapiede, chi in pietra, chi in mattoni, chi in cemento. Cammino così in un incongruente spazio pubblico, residuale per i suoi abitanti, che lo vivono con indifferenza. Attraverso le strade a otto corsie grazie a cavalcavia pedonali che mi permettono una visione dall’alto del traffico, poi mi ributto nel chiuso dei quartieri residenziali. Così, per chilometri.
La densità dell’incasato è impressionante. Teheran ha cambiato faccia più e più volte, in un’orgia edificatoria senza regole. La devastazione del terremoto del 1990 a qualche centinaio di chilometri dalla capitale – oltre 40 mila morti – sembra non abbia lasciato memoria. A detta di molti sismologi iraniani la verità è che si dovrebbe spostare la capitale da qualche altra parte. Il prossimo movimento tellurico potrebbe radere al suolo buona parte della città, causando un numero di vittime di gran lunga più esorbitante. Giunto al Saiei Park faccio una pausa. Osservo i grattacieli in vetro e acciaio di Valiasr Street, così prevedibili nel loro linguaggio internazionalista. Come puoi far transumare quindici milioni di persone?, penso. È chiaro che il primo dei problemi è adeguare l’intero edificato – non solo quello di nuova fattura – a norme più severe. Sarebbe uno sforzo economico enorme, chiaro. Ma alla distanza il più redditizio.


























Non tanto nei contenuti quanto nella forma, o forse meglio nella ‘dizione’, la lettura dei libri di Thomas Bernhard ci appare ogni volta come l’incontro con una mente molto simile, e in quell’incontro c’è qualcosa di autorevole. Se, come affermano gli scienziati il divagare è il modo basilare della mente umana, vale a dire l’andamento naturale del pensiero sul quale si innesta o si innerva tutto il resto, dalla concentrazione all’attenzione, dai calcoli ai bei ragionamenti, leggere i libri di Bernhard può somigliare a un allenamento, a dimostrare di fatto come la narrazione non sia tanto l’orpello culturale quanto invece stia lì fin dall’inizio e per necessità.




, una sorpresa che Antonio ha lasciato come eredità significativa del suo ‘volto umano’; un romanzo scritto insieme a Paolo Colonnello, responsabile della redazione milanese de La Stampa, sassofonista (la notizia ci tornerà utile alla fine).


di Andrea Inglese