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Il caso Meursault

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DAOUD

di Gianni Biondillo

Kamel Daoud, Il caso Meursault, Bompiani, 130 pag, 2015, traduzione Yasmina Melaouah

C’è un uomo, un algerino, che parla, in una bisca di Oran. E c’è un ragazzo che lo ascolta. Probabilmente uno studente francese, che ha nella sua borsa Lo straniero di Albert Camus. L’uomo ha voglia di raccontargli una storia. Lui è il fratello del morto. Sì, proprio “l’arabo” che muore nel romanzo di Camus. Romanzo geniale – secondo l’autore di questo contro-romanzo, Kamel Daoud – ma anche romanzo crudele, che non si degna neppure di dare un nome e una identità alla vittima. “L’arabo”, viene chiamato da Camus. Una funzione narrativa, non una persona.

Sta in questa idea semplice e geniale il fulcro de Il caso Meursault. Un romanzo che vuole essere come un risarcimento per tutte le vittime dimenticate. Rileggere la storia dal loro punto di vista. Dare loro un nome, una identità, un passato.

Il romanzo è una lunga e confusa confessione dove non si segue un preciso ordine cronologico. Molte delle riflessioni, politiche, filosofiche, religiose, della voce narrante sono evidentemente riflessioni dello stesso autore, cosicché personaggio e scrittore sembrano sovrapporsi. E, per aumentare la confusione dei piani narrativi, spesso, si cade nel paradosso di sapere che il morto di cui si parla è un personaggio letterario, morto solo sulla carta, ma che la voce narrante (personaggio tanto quanto) tratta come avesse vissuto e incontrato per davvero la morte su una spiaggia algerina per mano di un francese che ha fatto la sua fortuna letteraria grazie a quell’omicidio.

L’idea potente che regge tutto il romanzo è però anche il suo limite. Senza conoscere il romanzo di Camus si perde molto del continuo dialogo filosofico che Daoud intesse idealmente con il collega francese. Il caso Meursault, essendo una controinchiesta, dà per scontata la lettura del romanzo a cui si ispira, perdendo così una autonomia che ogni opera dovrebbe pretendere per sé.

(pubblicato su Cooperazione n° 48 del 24 novembre 2015)

Nuvole apparecchiate

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di Orso Tosco

Le montagne dalle cime arrotondate scendono verso il mare trasformandosi in una valle di pietra e sabbia coperta da pietre e sabbie di colore diverso. Intenso è il lavoro del terriccio e della ghiaia per indagare le tonalità dell’ocra. Nel centro esatto della valle, lungo i bordi del sentiero che dal nulla delle montagne conduce al nulla del mare, le pietre sono chiare e grigiastre, quasi color della cenere. Quasi, perché del giallo si fa strada, come a creare un impasto di cenere e grano sbiadito. Ma subito dopo, poco oltre, in un punto che si potrebbe raggiungere anche solo sputando, il grigio giallognolo lascia spazio a un’ocra virato al viola. Un tono morbido e cupo, da lavanda fuori stagione, un viola ampio e fragile che in qualche modo sa di muschio, e che in certi momenti della giornata, specie quando il sole si lascia portare altrove, fa credere che persino il deserto abbia dei rimpianti.

I boschi, appunto. E le ombre perenni. La neve, persino.

Ma ecco che continuando a scendere la sabbia e la pietra acquistano un tono più uniforme, da legna asciutta, un marrone pieno e stabile che è lì per smentire i rimpianti, come dopo una crisi, come si beve un sorso d’acqua dopo un brutto sogno per tentare di tornare a dormire senza paura.

Apparentemente disordinati e casuali appaiono i bassi, rari cespugli secchi, quasi verdi, quasi grigi.

Forse si tratta di costellazioni, ed è soltanto a causa della pigrizia e della sbadataggine di chi li osserva se il disegno complessivo rimane sconosciuto: incomprensibile partitura del deserto, melodia aliena che il vento confonde oppure protegge soffiando senza sosta, lasciandola sottotraccia.

Il vento è forte, teso, trasporta manciate di sabbia e con quelle flagella i corpi dei due uomini seduti sotto l’ombra dell’unico albero presente nel raggio di chilometri. I due uomini di tanto in tanto si puliscono la bocca e gli occhi, inutilmente. Dimostrano un’età sicuramente diversa da quella reale, ed è quindi superfluo citarla. Basti dire che i loro volti sono di cuoio vecchio, i vestiti che indossano sembrano essere stati dissotterrati da poco, e una patina grigiastra ricopre le loro camicie, forse verdi, e i pantaloni di tela, i sandali.

-Ho le labbra sempre rotte perché dico bugie.

-No. È colpa del sole, del troppo sole.

-Se tu hai ragione, allora, lo vedi, ho ragione anch’io.

I due uomini sono appoggiati contro il tronco scheletrico dell’albero, provano a ripararsi sotto l’ombra sottile e frammentaria offerta dai magri rami, così asciutti, così aguzzi da sembrare gigantesche fauci sbrecciate. L’uomo dalle labbra rotte è rivolto verso le montagne, l’altro verso il mare, dove sono diretti.

La valle che dirada verso la costa appare rossa e pulsante, con aree gialle e parti color ruggine, seguite da linee di vegetazione sbiadite, un grigio che tende al bianco, al bianco delle garze.

Di solito, chi riposa sotto quest’albero e ha gli occhi fissi verso la costa, è colui che non riuscirà a raggiungerla. Perché questo è un luogo che richiede tenacia, una tenacia feroce, ma che disprezza ogni volontà troppo chiara, troppo esibita. Questo è un luogo che esige la fatica, lo sforzo, ma soltanto quel tipo di sforzo che è proprio delle cime da ormeggio, quando sono costrette a trattenere il peso delle barche che la corrente e il vento e le onde vorrebbero strappare al molo e che, seppur impegnate in uno sforzo immane, non producono altro che uno stridulo, strozzato miagolio.

L’uomo che si pulisce la bocca dalla sabbia e prova a sputare senza riuscirvi e guarda verso la costa, ha voglia di arrivare. Ha bisogno.

Ed è proprio questa voglia, questo bisogno, che glielo impediranno.

O forse, forse l’uomo che non riesce a sputare ce la farà. Arriverà fino a noi, Dottore.

E lei, pur conoscendo già la risposta, mi domanda il perché. Lei che è venuto via mare, con la bocca umida la testa all’ombra e le mani morbide da bambino, lei mi domanda: perché questi uomini e queste donne mettono a rischio le loro vite per arrivare fino a noi? La verità, come spesso accade Dottore, è poco più di un bicchiere vuoto osservato da lontano, troppo da lontano per sapere se qualcuno abbia bevuto ciò che il bicchiere conteneva, o se invece il bicchiere non sia mai stato riempito.

Dovrei tornare indietro nel tempo, per risponderle. Dovrei ricordare il motivo che mi spinse a fuggire. Ma anche il motivo è distante. Non bicchiere ma grumo, matassa di piante nemiche le cui radici affondano nel terreno e in altri casi sbucano dai muri in pietra, persino dall’acqua.

Difficile separarle tra loro, le ragioni della mia fuga, difficile persino giudicare, ormai, dove sia iniziata una decisione e dove un’altra sia terminata o cambiata.

Sono nato in un paesino bello per essere bambini o vecchi. Lo abbandonai a vent’anni e scelsi di vivere nelle città del Nord. Lo ricorda lei il Nord, Dottore? Forse è troppo giovane per ricordarlo. Era fatto di terra sempre bagnata e mattoni, di avena e cibi cresciuti nel fango. Spesso era composto di isole e coste abbaglianti contro cui s’infrangevano onde nere e grigie, sovrastate da cieli bassi e bui. Il verde dei prati bastava da solo a togliere la sete. Erano terre di banchieri e donne dalle splendide cosce bianchissime, liquori, migrazioni incessanti e difficili.

Vissi nelle città del Nord facendo lavori stupidi che giustamente nessuno ricorda più. Non ero abbastanza abile per ottenere quelle soddisfazioni che m’illudevo di meritare e nemmeno sufficientemente stupido o saggio per non dolermene. Scelsi allora di andare via.

Lavorai in una fabbrica di dolciumi in cui venivano prodotte caramelle gommose destinate agli orfani e ai mutilati. Realizzare caramelle è come scrivere poesie, credo. In entrambi i casi si lavora sugli scarti, o comunque su prodotti iniziali che vengono poi trasfigurati a risultato compiuto. Per fare caramelle si raccolgono assieme tendini, miscugli poco nobili di sostanze chimiche, avanzi di dolcificanti, midollo, coloranti, e tutto viene tritato assieme. Dunque si cerca di dare una forma e un colore gradevoli a questo impasto, modellandolo a forma di banana, orsacchiotto, oppure si lavora nella geometria, nell’astrazione, producendo cerchi, linee, persino linee attorcigliate e scure che sembrano la forma fossile del DNA umano. Non ha mai mangiato caramelle Dottore? Erano già finite? Poco male.

Io, comunque, venni licenziato nonostante quel lavoro mi piacesse: era meschino e futile, eppure mi dava l’impressione di partecipare a un processo alchemico, quasi magico. Era divertente osservare ciò che ribolliva nelle vasche, mi dava gioia essere vittima del senso di nausea causato dai fumi: a quei tempi, deve sapere, andava di moda credere che l’utilità personale di una persona povera, fosse direttamente proporzionale al disgusto provato nel compiere l’attività che le permetteva di restare povera. Svolgere mansioni detestate, e spesso inutili, a fronte di scarse retribuzioni, veniva considerata una condizione sacrosanta ed essenziale per far parte di quella che veniva allora definita società. Non le so dire esattamente da cosa nascesse questa moda o credenza popolare. Le posso dire però che era molto diffusa.

In ogni caso venni licenziato. Dopo il licenziamento decisi di spostarmi verso Sud. Procedevo in senso opposto rispetto alle carovane che tentavano di raggiungere e superare le barriere del Nord, sempre più massicce, aggressive, impenetrabili. Furono giorni di carestia e rappresaglie, le campagne erano devastate, le strade contenevano a malapena il flusso di corpi in marcia, i roghi lambivano gli accampamenti provvisori, con le baracche sorrette dai teli di nylon laceri e le tende. Forte era l’odore della febbre e quello delle erbe bollite. Poco distanti dagli accampamenti, le carcasse dei cani, precedentemente utilizzati nelle cucine di fortuna, venivano ammassate a formare gigantesche cattedrali sempre sul punto di crollare e mai del tutto crollate.

Fu un sollievo raggiungere le città del Sud. Le deserte, calme, pestilenziali città del Sud. Lei non può sapere quanto piacere provai nell’osservare quegli edifici morbidi, bianchi come meringhe. Dopo così tante lamiere, dopo così tante urla e barricate, mi sembrò di aver raggiunto luoghi mortali ma dissetanti, mi pareva di poterle bere, le città del Sud, con le loro piazze vuote e alberate e l’odore di fiori marci nell’aria, i cortili interni, Dottore, i cortili interni e le ossa dei gatti, le fredde scale di pietra e le piastrelle lucide dei bagni pubblici.

Fu allora che la incontrai. Di notte. Mentre dormivo sdraiato in terra, stordito dalla fame, lei mi venne vicino. Si sedette vicino a me e mi raccolse come si raccolgono gli oggetti preziosi e quasi perduti, con mano generosa, con dita riconoscenti. E io mi sentii fortunato Dottore, perché sapevo di non essere prezioso, ma avevo così tanta voglia di non ricordarlo più, d’illudermi di essere altro, un altro, qualcosa di nuovo e inaspettato. Ed è ciò che lei mi fece provare, risvegliandomi con una breve pressione della mano sulla spalla e offrendomi un frutto lungo e storto, sbucciato soltanto a metà, fresco, quasi ghiacciato. Era una donna dall’aspetto sgradevole, sgradevole e necessario. Non parlammo di nulla. Camminammo attraverso il centro storico della Città del Sud, un labirinto di pietra e terrazze malandate senza punto d’ingresso e senza possibilità d’uscita, silenzioso, mollo, distorto appena da alcuni rantolii provenienti da cantine sotterranee. Non m’innamorai di lei, Dottore, se è questo che vuole sapere. Nessuno s’innamora di lei. Noi tutti, noi tutti che l’abbiamo incontrata, abbiamo bisogno di lei, ma non l’amiamo affatto. Abbiamo bisogno di lei perché averla vicina significa interrompere una malattia, significa provare una sensazione stupenda, che soltanto colui che si è salvato appena in tempo da una dissenteria mortale può comprendere. Lei, la donna dall’aspetto sgradevole e necessario, controlla le ghiandole e il respiro, il sudore e il flusso sanguineo, in lei si dimentica la sete, e dimenticando la sete si riposano le ossa e si riposano le tempie: è tutto in ombra, con lei e in lei, un’ombra salvifica che salva fingendo di non saperlo, quando tutto il resto è sole immenso e duro, parco giochi abbandonato che si chiude in se stesso e crolla come un gigantesco fiore secco e croccante.

Ma lei si addormenta Dottore. La faccio addormentare. Sicuramente è colpa mia, no, non mi contraddica; la colpa è mia, è spesso mia. Ho esagerato nel parlare di lei. Ma l’ho fatto cercando di rispondere alla sua domanda, alla sua curiosità. La donna dall’aspetto sgradevole e necessario è il motivo per cui sono giunto sino a qui. La sola notte trascorsa assieme nel centro storico della Città del Sud è bastata a farmi capire che avrei seguito i suoi consigli, i suoi suggerimenti; i suoi ordini.

Attraversai il deserto, come stanno provando a fare quei due sotto l’albero, perché lei mi diede appuntamento qui, in questo paese costruito tra le rocce, in questo paese dalle case senza spigoli, in questo paese senza ombre, esposto al mare e al sole e al cielo stellato.

Rischiai di morire, nel deserto, come tutti, come tutte. E come tutti e tutte pensai che forse, forse la donna dall’aspetto sgradevole e necessario mi aveva teso un tranello, invitandomi a raggiungerla nell’unico villaggio della costa, che forse lei, durante quella notte di passeggiate e pressioni della mano, non aveva fatto altro che ingannarmi e che, mentre io rantolavo sulla terra scura e sulla sabbia, lei fosse appostata da qualche parte, e mi guardasse, e ridesse di me e dei miei sforzi. Un pensiero di questo tipo avrebbe dovuto gettarmi nella sconforto, avrebbe dovuto farmi infuriare, e invece io provai una calma improvvisa. Quasi che qualcheduno, o qualcosa, mi avesse appena sussurrato all’orecchio una risposta a lungo cercata e a lungo, troppo a lungo mai trovata. Mi misi immediatamente a scavare, in un punto poco distante dall’albero sotto il quale quei due uomini riposano oppure si spengono. Scavai con le unghie, e finite le unghie scavai con la carne. Non sapevo cosa avrei trovato, ma sapevo che avrei trovato qualcosa. Mi bastava. Mi diede la forza necessaria per andare in profondità, oltre i colori della sabbia e le tonalità della terra. Raggiunsi il letto del deserto, un banco d’argilla nera e umida. Dentro l’argilla trovai piccole radici, poco più grandi di un mignolo, trasparenti, con un punto scuro al centro del corpo simile a una vescica. Le mangiai, me le feci esplodere in bocca come fossero gocce di pioggia. Avevano un gusto leggermente salato. Mi rannicchiai nella buca, schiacciai il viso ustionato contro l’argilla nera, provai la necessità di piangere e vomitare e pisciare e masturbarmi e cacare, e al tempo stesso il bisogno di aspettare, di non fare nulla, di vivere quel conflitto interno, di navigarlo, di lasciare che il conflitto stesso, quel contorto grumo di bisogni, si esprimesse per conto proprio, intatto, senza nessun mio intervento che non fosse l’attesa.

Il vento crebbe in intensità, impose alle nuvole di lanciare ombre sulla terra, ombre veloci e scure, simile al manto di un felino. E le nuvole trascinarono via il sole, lasciarono la notte a prendersi cura di me e del deserto silenzioso.

Il giorno successivo raggiunsi il villaggio. Gli abitanti mi avevano visto camminare nel deserto e si dissero felici di sapere che il deserto non mi aveva spento. Ci vollero mesi, forse anni, per scoprire che tutti gli abitanti del villaggio erano ugualmente in attesa della stessa persona che mi aveva spinto a andare laggiù. La donna dall’aspetto sgradevole e necessario era la ragione per cui ci trovammo, e ancora ci troviamo, a vivere assieme. I più sensibili e i più permalosi col passare del tempo hanno iniziato a rinnegare le loro motivazioni, certi dicono di essere nati e cresciuti in questo posto, e che nessuna donna ha detto loro di fare alcunché: si spacciano come pescatori figli di pescatori, oppure avventurieri, ricercati dalla polizia in fuga. Io ascolto le loro bugie e do loro ragione. Che senso avrebbe costringerli a dire la verità davanti a me? Quando io stesso, e tutti gli altri, li ascoltiamo piangere e pregare di notte, affinché lei rispetti la parola data e venga a noi.

È questa la storia del nostro villaggio, una storia di promesse e attese, nel deserto, davanti al mare.

E lei giustamente penserà che siamo degli sciocchi, non è forse vero? Ma cosa c’è, mi dica, cosa c’è di più dolce che essere degli sciocchi in penombra? Lei, lei sa proporre di meglio che far finta di essere stati amati, e restare così, come gomitoli di lana sulla pietra, così, come nuvole apparecchiate per una cena eternamente rimandata? Sa far di meglio, lei, nascosto dietro i suoi occhiali da sole che riflettono un’adolescenza infinita e guasta?
Oh, Dottore, ci fosse meno correttezza nelle diagnosi e maggiore precisione nella compassione, non sarebbe forse bello? Sapessimo dire le cose giuste, poche cose, simili al silenzio, ma a un silenzio che non è restrizione, un silenzio naturale, che sgorga come acqua da una sorgente, come fiato, Dottore, come l’ultimo o il penultimo respiro prima di annegare.

Occhio di vergine, occhio di vecchia. Su Althénopis

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di Ornella Tajani

Althénopis di Fabrizia Ramondino, recentemente riedito da Einaudi, si apre con l’apparizione folgorante, numinosa, di una vecchia sempre vestita di nero e avvolta da vivaci fiamme variopinte, còlta mentre attraversa con incedere impetuoso, disordinato eppure ancora erotico, la piazza del paese. È la nonna della narratrice, uno dei personaggi più attraenti del romanzo, indimenticabile quando smette di occuparsi dei poveri e sceglie di dedicarsi alla cucina, mettendo a soqquadro mezza casa e inaugurando una festa di creme favolose, fritti e millefoglie, per la gioia dei nipoti e la rabbia degli adulti, costretti alla parsimonia dalla guerra. La sua entrata in scena è una visione, come chiarisce la primissima delle molte note a piè di pagina in cui l’autrice interviene con commenti, parziali spiegazioni linguistiche o filologiche, fantasiose glosse: «Le visioni, che sono verità rivelate, come le ossessioni, che sono verità non ancora rivelate, non si possono dimenticare. Né però spiegare».
È una visione baluginante questa della nonna, che torna in seguito a illuminare altri passaggi del romanzo, fungendo spesso da termine di paragone con la madre dell’autrice, molto più riservata e ombrosa, molto più Madre, con la maiuscola che le sarà attribuita nell’ultima parte del romanzo, in quel momento capitale della formazione della Figlia in cui il ruolo inghiotte la persona. Basti ricordare la differenza fra le mani dell’una e dell’altra genitrice: «L’odore della mano della nonna, di incenso, olio, polvere, cera e fiori, mi calmava; la mano di nostra madre era invece inquietante, pareva sempre cancellare “sciocchezze”, lavare via qualcosa, fresca e odorosa di sapone».
Questa visione, non dimenticabile e non spiegabile, incisiva e quasi ultraterrena, con quel tocco di realismo magico che spesso si ritrova nelle infanzie vissute in qualche sud del mondo, scandisce sin da subito il passo della scrittura di Ramondino, che alterna dettagliate descrizioni dal respiro lento a esplosioni ricche di potenza immaginifica, attraverso le quali s’indovina, nelle parole dell’adolescente, la donna che verrà e che nel 1981 firmerà, ormai già ultraquarantenne, questo suo primo romanzo. Althénopis è un’altalena di paesaggi campani e costieri, una folla di familiari dai nomi greci e altisonanti (Alceste, Callista, Adone) o farciti di stucchevoli diminutivi (Ninì, Chinchino), una sfilata di ambienti e arredi quasi dotati di vita propria, come quei mobili pieni di cassetti e storia, che già per Rimbaud erano un piccolo tesoro nascosto in «un fouillis de vieilles vieilleries». Si tratta però di un’altalena spesso interrotta da un io che straripa dalle note a piè di pagina e si allarga nel testo «come una pianta che crescesse a dismisura». È questo io che con pazienza spiega al lettore i termini castigliani o partenopei del suo lessico famigliare (l’autrice ha vissuto la prima infanzia a Maiorca), o che, fingendo di chiarire, confonde le acque dell’etimologia che trasforma Napoli in Althénopis, in un lungo gioco di toponomastica creativa, o che, ancora, sceglie di intervenire spumeggiante e caustico con una postilla storica o culturale come la seguente, vale la pena citarla per intero:

Sebbene allora la moda non fosse un fatto di massa come oggi, il buon gusto nulla o quasi nulla aveva a che fare con essa. Tutte le edizioni di Gallimard erano di buon gusto, tutto Wilde e Shaw; riservati ai pedanti i classici latini e greci. I merletti (coperte, centrini, colletti, copricuscino) non erano più apprezzati; lo erano invece i tessuti orientali e contadini; non però le cineserie. I mobili ottocenteschi ammessi, gli altri in stile, tranne che nelle antiche case patrizie, erano visti con sospetto; lo stile Liberty e quello 1930 era per nuovi ricchi, per amici dei gerarchi, non per quelli della ex casa regnante. Le signore che andavano in chiesa nascondevano questa debolezza. I neonati non dovevano tenerli in braccio le ciociare, ma le schwester svizzere. Bene i cani, ma non i gatti. I cammei e i coralli erano tabù. Si dovevano ascoltare Wagner e il jazz, ma non Verdi e Beethoven. I pianisti non erano più apprezzati tranne, in privato, Renato Caccioppoli, un matematico di fama internazionale. Il dialetto tollerato solo nei patrizi di antica nobiltà. I tailleur erano di tweed, il principe di Galles abolito. Il visone selvaggio, non l’astrakan. Avere più di tre figli era volgare. Non era più chic morire di tisi.

Nonostante il titolo, Althénopis non è un romanzo su Napoli, che anzi compare più che altro a sprazzi, così come la guerra resta soprattutto un’eco; Napoli è perlopiù lo sfondo in lontananza, è la città che sempre definisce per contrasto lo spazio circostante, l’agglomerato più o meno informe dei paesi per i quali il faro non può essere che uno.
Con una lingua che ama spingersi ai limiti della sintassi, usando la scrittura come uno strumento abituale eppure alla sua prima prova letteraria, Althénopis è una successione di quadri narrativi che soltanto visti dall’alto rivelano il movimento complessivo della formazione dell’autrice, perché di formazione non si può evitare di parlare, dato che la scena finale – il cui tono allegorico è sottolineato, come già detto, dalle lettere maiuscole – è la morte della Madre, la quale trapassa «come un capo tribale». Questa però è soltanto la chiusa di un libro che racconta piuttosto «quelle lunghe stagioni infantili, – come opportunamente si ricorda in quarta di copertina, con le parole di Natalia Ginzburg – che parevano eterne ma sospese nella perenne attesa d’uno scompiglio, d’uno sgombero, d’una partenza, d’un prossimo esilio»; stagioni spesso del colore dell’estate, che in napoletano è la Stagione per antonomasia, forse perché costituisce l’intervallo che scandisce lo scorrere degli anni, o forse perché è il tempo straordinario in cui tutto può succedere.

[F. Ramondino, Althénopis, prefazione di Silvio Perrella; Torino, Einaudi, 2016, € 23]

mater (# 4)

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di Giacomo Sartori

 

Più di tutto

 

amavi i libri

i fiori

i cieli

i film

chiacchierare

Diario parigino 6. Su islamofobia e bigottismo (a margine del costumone).

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Di Andrea Inglese

 

Questo intervento ha un obiettivo specifico. Voglio cercare di mostrare che combattere l’islamofobia, o forme di razzismo esplicito antiarabo, che prosperano nell’opinione pubblica occidentale, non implica disconoscere o mettere in sordina la battaglia per la laicità, che considero sia, ovunque nel mondo, attraverso espressioni che possono avere storie e forme diverse da cultura a cultura, una precondizione indispensabile per una visione radicalmente democratica della società.

Storie di arche e caravelle

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di Antonio Sparzani

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Sembra che d’estate ci si possa concedere di darsi anche a letture cosiddette leggere, non so perché, veramente, visto che appunto d’estate si ha più tempo anche per meditare su letture più impegnative. Io comunque mi dedico, per esempio, a Thomas Mann, ma, per variare, ho pensato di concedermi una lettura che, dal titolo, certo suonava più leggera: si tratta del volumetto Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggio di Riccardo Ferrazzi (Fusta editore, 2016, € 13,00, ottima prefazione di Giuseppe Panella). Veramente c’è un sottotitolo – breve discorso sul mito – che dovrebbe avvertire che non di frivolezze si tratta bensì di riflessioni di peso e di interesse ben maggiori.

Da “La sposa nera”

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di Ilaria Seclì  

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                                   andando via dal tempio velatevi il capo,

                                   slacciatevi le vesti e alle spalle gettate le ossa della grande madre

Ovidio, Metamorfosi, Libro I

 

la palude ha voce, annega

l’albero ammaestra la frusta

metallo di collana nel sangue

il pastore in fumi fiamminghi riparerà

nella casa i piedi e la pupilla nel paiolo.

Flussi diversi. Correnti poetiche a Caorle

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Il Comune di Caorle

in collaborazione con Libreria Diffusa presenta

FLUSSI DI VERSI 9a Edizione Festival di poesia

26/27/28 Agosto 2016

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PROGRAMMA

Venerdì 26 Agosto

17:00/18:00

Caorle tra i dialetti.

A cura di Giuseppe Nava e Christian Sinicco

Ospiti: Luciano Cecchinel presentato da Paolo Steffan Luigina Lorenzini presentata da Giuseppe Nava

20:00-22:00

Reading e letture di

Marthia Carrozzo Francesco Terzago Giacomo Sandron Giovanna  Frene Alfonso Maria Petrosino

Lello Voce & Frank Nemola

Sabato 27 Agosto

11:00 Laboratorio di poesia e lettura ad alta voce per bambini e genitori.

A cura di Dome Bulfaro

13:00-15:00 Editoria di poesia: prospettive, soggetti, sistema.

A cura di Julian Zhara e Luca Rizzatello (Prufrock spa) Interventi di: Franco Buffoni (poeta e traduttore)

Maria Borio (Nuovi Argomenti) Luigi Socci (direttore artistico de La Punta della Lingua)

16:00 Inaugurazione della mostra di Dino Ignani

“INTIMI RITRATTI, i volti dei poeti”

17:00-18:00 Il dialetto nella poesia del Nord-Est

A cura di Giuseppe Nava e Christian Sinicco Ospiti: Fabio Franzin presentato da Julian Zhara

Giacomo Vit presentato da Francesco Terzago

19:00 Performance “Golden Hour”

di Tiziana Cera Rosco

21:00-22:00 Reading e letture di

Dome Bulfaro Franca Mancinelli Tommaso di Dio Francesca Matteoni Maria Grazia Calandrone Luigi Nacci

Domenica 28 Agosto

05:30 Performance “Golden Hour”

di Tiziana Cera Rosco

06:00 Le notti chiare erano tutte un’alba.

Letture dei poeti soldati nella Prima Guerra Mondiale al sorgere del sole.

11:00 Laboratorio Poesia e Fiaba per bambini e genitori

A cura di Francesca Matteoni

13:00-15:00 Editoria di poesia: prospettive, soggetti, sistema.

A cura di Julian Zhara e Luca Rizzatello (Prufrock spa)

Interventi di: Gian Mario Villalta (direttore artistico Pordenonelegge) Francesco Forte (Oedipus Edizioni)

Laura Liberale e Francesca Diano (Carteggi Letterari)

17:00-18:00 Il dialetto nella poesia del Nord-Est

A cura di Giuseppe Nava e Christian Sinicco

Ospiti: Piero Simon Ostan presentato da Christian Sinicco Ivan Crico presentato da Giuseppe Nava

19:00 Premiazione a Franco Buffoni

20:00-22:00 Reading e letture di

Bernardo Pacini Andrea De Alberti Maria Borio Luigi Socci

Gian Mario Villalta Franco Buffoni

22:00- 22:45 Hip Hop Poetry

Concerto di Eell Shous

22:45-23:30 Electric Poetry Party.

A cura del pj luigisocci

 

POESIA ESPRESSA durante tutto il Festival, in Piazza Papa Giovanni un poeta a turno, scriverà delle poesie espresse per i passanti.

La mostra di Dino Ignani “INTIMI RITRATTI, il volto dei poeti” ci sarà per tutti e tre i giorni consecutivi. Inaugura Sabato 27 alle 16:00 Centro Civico di Caorle, Piazza Vescovado.

Le letture e i reading avverranno in Piazza Vescovado (in caso di maltempo le letture si sposteranno nel Centro Civico di Piazza Vescovado)

Il reading di poesia dialettale si terrà sotto i Portici del Centro Civico in Piazza Vescovado L’Electric Poetry Party e L’Hip Hop Poetry si terranno al Bafile Gran Cafè, piazza Matteotti 1

La PERFORMANCE DI TIZANA CERA ROSCO avverà al tramonto sul lungomare della Spiaggia di Ponente. All’alba sul lungomare della Spiaggia di Levante.

Organizzazione: Libreria Diffusa Direzione artistica Julian Zhara Ufficio Stampa Alessandro Burbank

Contatti flussidiversicaorle@gmail.com

L’oscurità e il godimento: una lettura di “Il Galateo in Bosco”

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di Andrea Inglese

 

Ho letto Il Galateo in Bosco molto giovane e ovviamente poco ne capivo. Non ricordo neppure se fosse il primo libro che mi trovassi a leggere di Zanzotto, ma ancora oggi, passati molti anni, e sedimentate molte letture, Il Galateo è come se rimanesse, per me, il libro di Zanzotto, il libro riassuntivo ed esemplare, quello che, alla fine, ho letto più spesso, e quello che ho sempre nuovamente voglia di leggere. È senza dubbio un libro legato al percorso auto-iniziatico della poesia, e custodisce, quindi, quelli che, molto presto, considerai dei valori fondamentali del testo poetico moderno e contemporaneo: oscurità e godimento.

La condizione estiva ( una bagatella per le vacanze)

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di Giorgio Mascitelli

 

Cerco l’estate tutto l’anno e all’improvviso accendono l’aria condizionata. Un intero anno trascorso trastullandosi nella nostalgia del tepore e un’intera primavera per avvezzarsi poco a poco al suo arrivo e subito bisogna armarsi di golfino e di sciarpina e di calze con i trenta gradi centigradi fuori dall’abitacolo o dal negozio o dall’ufficio. Se vi fosse almeno tolleranza, si potrebbe a ragion veduta affermare ‘almeno c’è tolleranza’, ma di essa non c’è traccia in questo mondo estivo globale. Per esempio quando in ufficio scoprirono che Guido della Veloira portava la maglietta della salute in pieno luglio scattò subito la convocazione dal direttore del personale che voleva scoprire cosa ci fosse sotto ( ma sotto c’erano solo le fragili membra infreddolite di un uomo, Guido della Veloira per l’appunto). Guido della Veloira, invece di dirgli, come sarebbe stato giusto, di non essere disponibile a prendersi i torcicolli, le febbricole, i mal di schiena e i cagotti perché l’azienda nella sua disperata caccia di profitti possa continuare a fingere che le stagioni non ci sono più ( d’altronde se tutti dicessimo ciò che è giusto al momento giusto, tutti saremmo o morti o disoccupati o finiti come il povero Ursino), si limitò a ricordare che il modo più naturale e al contempo più nobile per difendersi dagli eccessi di calura è passare la giornata sotto i portici ombrosi di un patio che racchiude un verde cortile al cui centro zampilla una fontanella d’acqua bevendo bibite fresche alla menta o al limone. Il direttore del personale lo osservò in modo insolito come sotto una luce nuova. Il direttore del personale è un tipo anfetaminico e si sa che i tipi anfetaminici sono collerici e si sa che i tipi collerici sono impulsivi e si sa che i tipi impulsivi sono ridondanti nell’espressione e si sa che i tipi ridondanti sono sgrammaticati sicché è possibile non capirci nulla. In ogni caso non fu mai pronunciato un tassativo divieto di portare la maglietta della salute, ma piuttosto c’era l’interesse di scoprire se sotto questo atteggiamento passatista e sconveniente covassero le braci della rivolta, ma sotto, come si è visto, non covava nessuna brace quanto un gelo improvviso fuori stagione come l’annuncio di un messo infernale che tornava nel mondo.

Se Guido della Veloira era sfuggito ai rigori di una sanzione diretta, non poteva d’altra parte non aspettarsi che l’ombra del sospetto, ossia di essere annoverabile tra i nemici del progresso, aleggiasse su di lui. ‘L’aria condizionata è uno standard della vita moderna’ gli venne ricordato. Essere contro gli standard significa oggettivamente essere nemici del progresso. Un collega gli batté una mano sulla spalla dicendo che in fondo si trattava solo di abituarsi, visto che erano pochi anni che c’è l’aria condizionata, neanche un battito di ciglia nella prospettiva dell’evoluzione, e forse se le avessero cambiato nome, che so ‘moderatore climatico’ o ancora meglio qualcosa in inglese, anche Guido della Veloira l’avrebbe accolta più serenamente.

Uscito dall’ufficio e scampato al gelo del metro, Guido della Veloira ebbe la dabbenaggine di pensare di trovare solidarietà nella sua maglieria di fiducia, dove faceva incetta di magliette della salute, sperando che l’elogio dell’uso parsimonioso dell’aria condizionata in quell’esercizio e il principio della ragione del cliente gli avrebbero guadagnato il sostegno del titolare. Tali aspettative furono frustrate: il titolare alla cassa abbassò lo sguardo senza spalleggiarlo, mentre i numerosi clienti accorsi ad acquistare freschi completini estivi lo guardavano muti e interrogativi.

La principale tendenza morale del nostro tempo è quello di una gran massa di servi, persuasi non solo di essere liberi, ma, nei casi più disperati, di essere dei padroni. Basti pensare a un’intera generazione fermamente convinta che essere liberi significhi fare il cameriere a Londra. Di fronte a questo sfacelo l’unica reazione possibile è quella dell’ironia, che, incomprensibile ai più, è una reazione estetica, mentre ce ne vorrebbe una politica, ma non si può costruire un discorso politico sull’ironia. Che le cose stiano così è perfettamente dimostrato dal fatto che oggi è un gran casino usare parole tipo ‘libertà’ o ‘libero’ e io stesso, quando devo prenotare al ristorante, preferisco chiedere se c’è un tavolo disponibile per non generare malintesi ( d’altronde non vado quasi mai fuori a cena). Comunque di queste cose è meglio non parlare troppo a lungo pena il rischio di finire come il povero Ursino.

Il momento più grave restava però quello della spesa a causa delle temperature polari che si raggiungevano nel supermercato e della necessità della sua visita per procurarsi del cibo. Non diversamente si saranno sentiti i soldati di Annibale alle prese con la traversata delle Alpi in cerca di preda; non diversamente si sarà sentito il povero Ursino di fronte al suo fato. Oggettivamente il supermercato anteponeva il mantenimento dello stato solido di una tavoletta di cioccolato alla salute dell’uomo, anche se Guido della Veloira per fortuna non si rendeva pienamente conto del significato di questo dato di fatto.

Così per caso, esternando la sua amarezza ad Amadeo Boni, un vecchio conoscente, questi gli suggerì di sfruttare i vantaggi dell’ipermodernità e, visto che davanti al supermercato stazionavano sbandati di vari continenti, avrebbe pur sempre potuto incaricarne uno in cambio di una congrua mancia di fare la spesa al suo posto aspettando tranquillamente fuori, finché il suo uomo non fosse arrivato alle casse, dove gli sarebbe subentrato per pagare con il bancomat.

L’organizzazione del mondo è però ideata in tal modo che è impossibile che in un supermercato con un certo tipo di climatizzazione all’avanguardia come quello facessero fare la spesa con tanto di carrello a uno sbandato di qualsiasi continente, giacché lì non si era razzisti, e veramente Guido della Veloira rischiò di finire come il povero Ursino. Quando gli addetti ebbero attorniato il suo incaricato e gli ebbero chiesto conto della sua presenza e lui ebbe spiattellato questa storia incredibile di uno che non sopportava l’aria condizionata e gli aveva chiesto di far la spesa al sui posto e già essi cominciavano a dargli sulla voce chiedendogli se pensava che erano scemi, l’uomo di uno dei continenti indicò la figura di Guido della Veloira ferma oltre le porte a vetro scorrevoli.

Le autorità supermercatorie sospettarono Guido di ricettazione e quelle submercatorie di essere un cinico trafficante di essere umani che voleva riempire di delinquenti il quartiere. A nulla valsero le sue spiegazioni: esse accusavano. Capì allora che la sua strada si faceva stretta, che tante porte si chiudevano, che diventava pericoloso e complesso volere ciò che fino a una generazione prima sarebbe stato ovvio avere. E si sentì esattamente come mi sento io che anelo e sogno sempre un’estate al mare, neanche troppo eccitante, con qualcosa di rinfrescante senza esagerare però, come viene viene, ma di stile balneare.

 

L’ultimo arrivato

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LUltimoArrivato_Balzano di Gianni Biondillo

Marco Balzano, L’ultimo arrivato2015, Sellerio editore, 205 pagine

Un uomo, sdraiato sul letto della sua cella, in attesa di scontare gli ultimi giorni della sua lunga pena, ricorda. Si rivede bambino, in una Sicilia antica e immobile, ricorda la curiosità che scaturiva ascoltando le storie del suo maestro elementare, ricorda la fame disperata, il lavoro nei campi, la madre malata, il padre anafettivo, l’abbandono forzato della scuola. Ninetto, si chiama. Pelleossa, per chi lo conosce. A nove anni, senza famiglia, emigrerà verso la speranza di una vita migliore, al Nord. Sembra una storia d’altri tempi, eppure ci sono ancora uomini e donne che potrebbero raccontarci, oggi, la loro vita di bambini lavoratori senza famiglia. Marco Balzano, col suo L’ultimo arrivato, ne ha fatto un romanzo di quelle storie.

Il protagonista si muove fra un oggi grigio e disilluso e una Milano del boom dura con gli immigrati dal Sud ma latrice di un illusoria emancipazione collettiva. Le fabbriche, oggi tutte dismesse, erano il sogno di una vita normale per chi ha conosciuto solo fame e disperazione. Finito quel mondo che dava allo stesso tempo tranquillità e alienazione, cosa abbiamo avuto in cambio?

L’ultimo arrivato è sostanzialmente un lungo monologo che parla una lingua che non è più innervata sul dialetto dell’infanzia di Ninetto e non è ancora un italiano coerente e condiviso. Una specie di lingua di mezzo, irrisolta. Come è irrisolta l’esistenza del protagonista, il suo carattere chiuso, scontroso, ma anche curioso e limpido. Ninetto uscirà dal carcere, ma continuerà a rinchiudersi nei ricordi, personale prigione consolatoria. Per tutto il romanzo ci chiediamo quale sia la ragione materiale della sua condanna, anche se sappiamo, forse già dalle prime pagine, che la vera pena è stata la sua stessa esistenza. Una vita senza infanzia. Una condanna che nessuno merita.

(pubblicato su Cooperazione n° 43 del 20 ottobre 2015)

Educazione sentimentale dell’indiano: Memorie di una maitresse americana

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memorie di una maitresse americanadi Mariasole Ariot

Tutto si svolgeva alla luce del sole
N. Kimball

Nella casa senza tetto non c’erano libri. Solo una vecchia enciclopedia tagliata al centro da mio padre per nasconderci monete preziose arrivate dall’America : era il nostro tesoro , un tesoro come un porcile, uno scavo tra le parole per riporci i soldi : raccapricciante e allo stesso tempo meraviglioso. Mi agitavo con le mani e le braccia quando aprivo la pagina duecentotrentasette del terzo volume : c’era un buco scavato a taglierino da mio padre, un buco meticoloso, e nel buco una manciata di metallo racchiuso in singole confezioni circolari. Protetto, perché niente laggiù era protetto. Si potevano leggere gli anni : la più vecchia moneta era la più grande. Poi lui le ha cedute fondendole tutte lontano da casa per farci su qualche soldo vero. Spendibile, come tutto doveva essere nella casa senza libri e senza mura.

Ma questo era un affare per adulti e per bambini con la pelle d’oca. Io avevo già la mia, la tenevo nascosta per i momenti in cui la casa si svuotava : era un libro proibito. Nella casa grande e gonfia di silenzi c’era solo quello e un vecchio manuale femminista per capire il proprio corpo : erano i regali di una cugina combattente, che cercava di acchiappare una parola da quel tombale, da quegli inutili faldoni di Quattroruote e riviste di casa. Nei tempi brevi, quando uscivano per la spesa, io mi arrampicavo sulle parole enciclopediche e lo prendevo. Fuggivo inseguita dal mio ladro privato, quello che mi stava sempre alle costole anche quando non combinavo niente, quello degli sguardi assassini e benevoli, delle grandi risate nel muro dei pupazzi e dei giocattoli. Percorrevo le scale al contrario per non essere presa dal mio senza-testa e chiudevo la porta senza serratura come si chiudono gli scaffali morti o le orecchie per non sentire le urla. Avevo il mio libro proibito, e le mie ore di libertà. Ero la storia di una puttana americana, una storia di sesso, di pagliai, di bordelli, di spazzole usate come giocattolo, di sorelle, di fughe dalla finestra, di stalloni in amore, di quindicenni, di esplorazioni, di corpi, di vita bollente, di piccole menzogne, di verità spalancate come cosce mature e come la cosa più naturale da fare. Forse a nove anni non sapevo nemmeno cosa significasse maitresse, ma dalla copertina intuivo che qualcosa là dentro bruciava- e infatti bruciava.

Nell scopriva il suo corpo e io scoprivo il mio, ritagliavo lembi di tempo per scappare con lei nel grande pagliaio pieno di stelle, di aghi che s’intrecciano ai vestiti, di povere cose. La mia soffitta alta in cui mi nascondevo era la sua stanza da cui lei voleva scappare.

Quell’aprile Charlie disse che ce ne saremo andati, saremmo scappati non appena fosse riuscito a mettere le mani sui soldi che gli spettavano.

“E dove andremo, Charlie?”

“Scenderemo il fiume, e poi prenderemo una nave per il Brasile”. Aveva questo tarlo del Brasile che gli trapanava il cervello, ma a me non importava niente, fosse Cina o Brasile, fintanto che avevo qualcuno che pensava a me. Non avevo nessun’idea di nessuna parte del mondo, tranne North Pike, Indian Crossing, e quella cascina lì attorno. Per il mondo che conoscevo, avrei quasi potuto arrivare ai suoi confini con uno sputo.

Il ricordo è sensoriale. Sento l’odore del fieno, gli umori della pelle, l’acre dello sperma dimenticato nel bordello del mattino, gli zoccoli dei cavalli, il rumore della monta, le grida, il fiato trattenuto della prima volta, il suono bello e grave dell’attributo “garzone”. Lei apriva le gambe e io spalancavo la bocca e gli occhi, lei aveva il petto gonfio e una leggera peluria rossa sul corpo tornito, io ero come miniaturizzata, la sorella minore che ha tutto da imparare, che crede ancora alle bambole. Ma non ci credevo più. Memorie di una Maitresse americana è stato questo : il mio salto generazionale senza corpo. Con la testa mi precipitavo fuori casa, tra i bordelli e le strade americane battute dal vento, mi spingevo più in là per capire come avrei fatto io, a mia volta, a fuggire dalla mia prigione, dagli sguardi senza testa che popolavano i miei incubi da sveglia, ma il corpo non cresceva, restava bambino, e con questa scusa potevo farla franca. Gli adulti avevano la loro enciclopedia monumentale per ricercare l’ultimo re, io avevo il mio libro mondo per cercarmi quando non mi trovavo.

[ madre, tu che sai sempre tutto : mi mai hai scoperta? No, non mi hai mai scoperta : sono scoperta da sempre ]

Appena un rumore varcava la soglia di casa io correvo giù a precipizio, scivolavo le scale sbattendo le ginocchia sull’ultimo gradino, mi arrampicavo, riponevo la copia di Adelphi che allora mi sembrava grande e pesante sul ripiano più alto, nascosto dietro il nascondiglio dei nascondigli, e fingevo indifferenza, con il viso rosso di vergogna e di eccitazione per la mia scoperta sensibile. Ero adulta anche quando non avevo che un piano liscio al posto del petto, mentre la sorella americana si dimenava ancora tra le radici della testa, prendeva una carrozza e scappava verso Saint Louis – e io la seguivo ammattita, col desiderio rosso di ricominciare quelle pagine.

A volte ne saltavo, volevo percorrere la storia al contrario : tornare sempre al principio, alle prime pagine in cui con una penna dorata scalfiva i dolori adolescenziali per farne materia di studio. Studiava i movimenti degli animali con una passione tremolante eppure stretta come stringeva le gambe per sperimentare nuove modalità di rumore. Io la seguivo, seguitavo a non parlarne con nessuno : erano i miei nove anni, i miei novembri frebbrili che dovevano essere scaldati dalla monta dei calori. E precipitavano stelle, magma infuocati dai calcagni alla punta più alta della testa, sul suo naso che immaginavo all’insù. Lei si descriveva con una tenacia da prima donna, ma era anche l’ultima, e questo mi piaceva : essere con lei tra gli ultimi, ultima arrivata nel bordello, a fare le fusa con uomini maturi e gonfi di vino e di liquido bianco negli occhi. Da allora vedo sempre quei corpuscoli come piccoli spermatoozoi che viaggiano in cerca di un ovulo da fecondare : strizzavo le palpebre per oscurarle alla grande bugia di casa, le premevo forte con le dita piantellate sulla parte molle e vedevo il bulbo colorarsi di arancione intenso, un fuoco denso e vivo in cui vivevano le microparticelle con la testa più grande del corpo. Immaginavo facesse così anche lei, la piccola prostituta di campagna che prima di partire voleva provare il dolore delle cose, la rugosità delle giornate assolate e assetate. Poi mi hanno spiegato che si trattava solo di polvere.

[ padre, perché non hai tagliato la testa anziché tagliare un libro? perché non hai la testa?]

Volevo i suoi capelli rossi, la sua posizione supina, i suoi fianchi coperti di stracci e di lustrini sporchi : la sporcizia mi piaceva, vendicava gli atti di pulizia che venivano compiuti ripetutamente in casa. Mangiavo la terra, e i sassi, e le ossa lasciate sui piatti, e con lei mangiavo tutto, mi rotolavo sugli spazi vivi di quelle noie da sabato pomeriggio, quando i libri di scuola non bastavano e io non bastavo a me stessa. La piccola ragazzina cresceva e io mi fermavo appena prima, tornavo indietro, volevo di nuovo il pagliericcio e la sua prima volta, descritta con una punta di ferro infiammata, incisa sulla lapide della sua età adulta.

“A sedici anni ero piena di quelle che seppi si chiamavano illusioni; nella mia testa c’era una gran confusione, su che cosa era il mondo, su ciò che la vita offriva, quali effetti aveva su una persona, e come sarebbe stato il futuro. M’informavo ascoltando e osservando. Avevo un corpo molto bello e robusto, seni meravigliosi, pieni ma non fuori misura, coi capezzoli di un rosso fragola, non scuri o macchiati come hanno certe donne. Avevo una pelle di un rosa perlaceo, i capelli e la peluria alle ascelle e in mezzo alle gambe di un oro rossastro. Ero prudente per natura, spesso però anche troppo fiduciosa. Non mi ero ancora resa conto che la società fuori dalla nostra portata aveva soltanto una sottile vernice di moralità e di valori sociali – come la crosta di una torta. Frasi convenzionali e cortesia formale.”

Era la sua scrittura di carne a catturarmi, come se ci fossero zampate animali e pagine sporche di sangue mestruale sulla curvatura della copertina consumata : l’ammiravo per questo. Per il suo saperci fare con la crudeltà e le stellate. Per questo forse ho cominciato a dire il nero del nero, a lottare per l’indicibile : perché tutto quello che non si poteva dire né sussurrare andava scritto, trafitto sulla tela, macchiato dell’irresponsabile e di tutto l’opposto : la responsabilità del vero. Con cui lei parlava, con cui io ascoltavo. E così l’amore – inciso sul foglio al suo grado zero.

“Avrei dovuto accorgermi che mi ero innamorata. Ma non avevo mai avuto un’esperienza simile, non sapevo come un atto potesse diventare un sentimento e una follia che sconvolgeva e annullava tutto il mio vivere, tutte le mie difese per proteggermi. Tutto era liquefatto, come fossi fatta di zucchero e mi stessi sciogliendo dentro una vasca da bagno. Ero una giovane puttana piena di confusione che in quel momento desiderava l’amore come avrebbe desiderato un’altra testa.”

Eravamo l’indice dei libri proibiti, eravamo proibite, eravamo due donne sul pagliaio, eravamo sporche di fango, spalancate, addormentate sul letto del bordello, eravamo arrampicate allo scaffale della libreria fasulla, eravamo di pietra e di foglia, eravamo ammuffite, eravamo fresche, eravamo indici, radici di parole mescolate all’aria, tuoni di fine stagione, sempre fuori stagione, inopportune, verità con la testa alzata, capogiri del reale, piccole minacce per gli sconosciuti : eravamo proibite. Restiamo proibite anche in questo scriverci a distanza da secolo a secolo, in questo ricostruire i passi, fare memoria delle cose perdute, delle case senza tetto, dei seni maturi, di quelli buoni al latte, delle carcasse, del pagliericcio che ho incontrato più adulta, della sua irriconoscenza.

La coda di Ferragosto

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di Luca Ricci

Friedrich-Viandante_mare_nebbiaL’uomo, mettendosi in macchina a Ferragosto- benché avesse programmato con largo anticipo una partenza a un orario cosiddetto “intelligente”-, sapeva che sarebbe stato vittima di un evento ineluttabile: la coda per raggiungere il mare. Gli era già capitato un migliaio di volte di restare imbottigliato, eppure sul suo volto si dipinse uno stupore infantile mentre scalava le marce dalla quarta alla prima. Subito dette la colpa a tutta una serie di circostanze nefaste: la seconda colazione al bar, il rifornimento superfluo di giornali all’edicola, il lavavetri che si era avventato sul parabrezza con il semaforo verde… 

les nouveaux réalistes: Giuseppe Checchia

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Claude Lazar – dipinto

Anatomia di un interno

di

Giuseppe Checchia

 

Quello che sta dormendo sul letto con la voglia a forma di isola sulla guancia è mio zio. Si chiama Vincenzo, ma tutti lo chiamiamo col suo secondo nome Gino. Quell’altro in piedi con il coltello in mano invece sono io.

Nella ricostruzione mentale che mi faccio degli eventi che hanno portato a questa situazione, le cose sono andate così:

1) un giorno di molti anni fa la mosca si è semplicemente poggiata sopra la voglia a forma di isola di zio Gino, che in quel momento dormiva perché altrimenti non si spiegherebbe come mai non l’abbia scacciata.

2) la mosca è rimasta immobile sulla voglia a forma di isola per un tempo abbastanza lungo che automaticamente la stessa voglia ha finito per inglobarla. Un po’ come è successo quella volta che mi sono sbucciato il ginocchio cadendo dalla bici e il giorno dopo c’era una crosta del tutto simile alla voglia dello zio che aveva ricoperto la ferita.

3) sono anni che la mosca è sepolta sotto quella voglia dalla forma incredibilmente simile a un’isola. E questa volta sono qui per liberarla.

Mi sono dimenticato di dire che siamo a casa del nonno.

Adesso lui è di là che fuma una delle sue sigarette Stop. Di sottofondo, a volume molto basso ma perfettamente percettibile si sente la musica che esce dal giradischi Pioneer di sua proprietà. Un operetta che ho sentito mille volte, di cui però non conosco il nome.

 

Già la luna è in mezzo al mare,

mamma mia, si salterà.

L’ora è bella per danzare,

chi è in amor non mancherà.

Già la luna è in mezzo al mare,

mamma mia, si salterà…

 

La camera è quella di zio Gino, illuminata da una lampada poggiata sul pavimento. Gli scuri della finestra sono tirati anche se sono le quattro del pomeriggio.

La voglia a zio Gino gli occupa gran parte della guancia destra, ma c’è una specie di rigonfiamento nerastro. Qualcosa sottopelle, proprio al centro della voglia.

È lì che è sepolta la mosca.

La voglia a forma di isola l’ha fagocitata, come la pianta carnivora dell’Amazzonia che la maestra Lea ci ha fatto vedere a scuola. Mi chiedo solo come mai nessuno l’abbia notata. Voglio dire, il nonno e la nonna. O forse anche loro l’hanno notata, in fondo vivono sotto lo stesso tetto da sempre, solo che non vogliono dirlo allo zio per non sembrare indiscreti. Oppure è lo stesso zio Gino a essere al corrente di avere una mosca impiantata nella guancia, ma è come se la cosa non lo interessasse.

La nonna dice che da quando è andato in pensione il nonno non fa altro che fumare le sue sigarette Stop e ascoltare quei vecchi dischi.

 

Presto in danza a tondo, a tondo,

donne mie venite qua,

un garzon bello e giocondo

a ciascuna toccherà,

 

Mentre cerco la posizione giusta per praticare l’incisione della voglia a forma di isola, a zio Gino dormiente viene una specie di sussulto e io istintivamente rimango pietrificato. Ma alla fine lo zio semplicemente si rigira sul cuscino e torna a russare fuori tempo.

 

finché in ciel brilla una stella

e la luna splenderà.

Il più bel con la più bella

tutta notte danzerà.

 

Poco fa ero a pranzo col nonno, la nonna e zio Gino che però non ha mangiato perché deve fare certe analisi e deve saltare i pasti. Che è anche il motivo per cui deve sempre riposare. In effetti ora che ci penso neanche il nonno ha mangiato, però a differenza della nonna non mi ha nemmeno rivolto la parola. L’unico momento in cui l’ha fatto è stato quando ha detto: – Mangia, -. Ha spento una sigaretta Stop nel posacenere e subito dopo ne ha accesa un’altra.

A un certo punto, la nonna si è alzata per prendermi una banana. Ma a me la banana non mi è mai piaciuta, così anziché mangiarla ho cominciato automaticamente a giocare con la buccia. È stato allora che il nonno ha detto – Mangia, -. Prima che lo dicesse, però, io avevo già fatto scivolare il coltello nell’incavo del polsino della polo a righe.

Adesso che zio Gino si è risistemato sul letto la grande voglia che gli copre la guancia mi sta proprio davanti e posso finalmente liberare la mosca. La musica di sottofondo del nonno prende una piega più colorata.

 

Salta, salta, gira, gira,

ogni coppia a cerchio va,

già s’avanza, si ritira

e all’assalto tornerà

Già s’avanza, si ritira

e all’assalto tornerà!

 

La nonna dice che da quando è andato in pensione il nonno è diventato una specie di melomane, una parola strana che vuol dire che non può fare a meno di ascoltare i suoi vecchi dischi. Dice che in parte è anche un po’ colpa di zio Gino e dei suoi strani comportamenti. Ma io so che la colpa è solo della mosca. O meglio, che la colpa è:

  • della voglia a forma di isola sulla sua guancia.
  • della mosca che vi si è andata a depositare.

Ma quando provo a dirlo, ogni volta che provo a spiegargli che zio Gino non è malato ma ha solo una mosca sotto la pelle della voglia a forma di isola, che dunque una spiegazione c’è, ed è per giunta lì, sotto gli occhi di tutti, la nonna fa sempre la stessa cosa:

1) mi accarezza la testa guardando accuratamente altrove.

2) sorride distratta, mentre il nonno invece non mi ascolta proprio, e anzi solitamente in quel momento spegne un’altra sigaretta Stop nel posacenere di cristallo.

 

Serra, serra, colla bionda,

colla bruna va qua –

 

La musica si ferma all’improvviso. E io mi immobilizzo per la seconda volta. Un crepitio di passi strascinati. Lo scalpiccio delle pantofole contro il pavimento e la porta che si apre. L’odore delle sigarette Stop del nonno che si fa sempre più inteso.

E tu che ci fai qua?

Nascondo il coltello della nonna sotto il polsino della polo a righe senza farmi vedere. A quanto pare, anche questa volta non riuscirò a liberare la mosca.

Il nonno aspira una boccata, si sfiata un rutto in gola e mi prende in braccio. – Avanti, alzati.

Il nonno cerca di parlare sottovoce per non svegliare lo zio, – Usciamo-.

Uh… Che succede?

Zio Gino si tira su con la schiena.

Ma quanto ho dormito?– sbadiglia, si strofina gli occhi, alla fine si accorge anche di me – E tu che ci fai, qua?-.

Il bambino è venuto che voleva giocare, ora usciamo.

Volevi giocare, eh? – e comincia a farmi il solletico sotto le ascelle – volevi giocare, eh? -. Ma per fortuna si ferma subito. Zio Gino stringe gli occhi e si tocca la fronte con un’espressione di dolore come se sentisse un sibilo fortissimo nei canali delle orecchie.

Adesso vai a giocare insieme col nonno.

Il nonno mi prende la mano. Dopo il fallimento della missione sabato scorso, l’ennesima buca nell’acqua. Perché questa è una cosa che posso fare solo di sabato, il giorno della settimana in cui resto a mangiare a casa del nonno e della nonna. Ma sono convito che un giorno ci riuscirò. Un sabato o l’altro. Sì, dev’essere così. Non so perché ma questa consapevolezza me la sento dentro. Arriverà un sabato che riuscirò ad aprire quella maledetta voglia a forma di isola e liberare finalmente la mosca. E lo zio, e il nonno e la nonna e, indirettamente, anche me stesso. Magari quando cresco, l’anno prossimo magari, quando avrò dieci anni ci riuscirò di sicuro. A dieci anni sei grande abbastanza per prenderti la responsabilità delle tue azioni. Mi procurerò un coltello migliore e il momento giusto arriverà. Ne sono sicuro. Ma adesso, basta. Stringo forte la mano odorosa di sigarette Stop del nonno. L’unghia dell’indice e parte della falange del dito medio sono colorate di colore caramello. Lo guardo. Andiamocene, nonno, e chiudiamoci questa storia alle spalle.

La prossima volta andrà meglio. Il prossimo sabato.

Il nonno mi guarda, sorride, poi guarda lo zio. Anche lui sorride. Il nonno si gira, intravedo la testolina della nonna fare capolino sullo stipite della porta della camera di zio Gino. – Dai un bacio allo zio e andiamo, – dice il nonno.

Cosa?

Avanti, un bacetto allo zio.

Mi autoconvinco che non può essere. Spingo la testa contro le gambe del nonno. Ti prego, non farmi questo. Questo, no.

Avanti.

Zio Gino si sporge in qua con il viso butterato dall’abuso di antibiotici, continuando a indicare la voglia a forma di isola: – Dammelo qua, proprio qua-. Chiudo gli occhi.

Li riapro e vedo il nonno che sorride e fa un cenno di approvazione con la testa da una distanza che mi sembra lontanissima.

Allora mi ricordo di quello che ha detto la maestra Lea sulle cose difficili che non capisco e faccio una lista.

Una lista per fare chiarezza.

Avanti, un bacio allo zio Gino.        

1)

1)

Non sarai mica già un ometto?

1)

Non riesco a fare nessuna lista.

Zio Gino alza e abbassa le sopracciglia ritmicamente mentre il dito indice della sua mano destra continua a indicare la voglia a forma di isola. La testolina della nonna non si stacca dallo stipite della porta. Il giradischi Pioneer. Il nonno fa un movimento al rallentatore e spegne la sigaretta Stop contro il tacco della scarpa.

– Proprio qui. Sulla guancia.

Fosca Massucco,Per distratta sottrazione

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copMASUCCO

di  Clizia E. Guerrini

Il secondo libro di Fosca Massucco, dopo L’occhio e il mirino del 2013, si presenta con una grande apertura verso il territorio abitato dall’autrice: il Monferrato di Beppe Fenoglio, da sempre letto e riletto con incondizionato trasporto. Le impostazioni metriche da lei usate hanno l’andamento lirico di certe pagine di Una questione privata, quando nell’uno e nell’altro caso la poesia si spalanca alla luce perfetta di quelle colline. Ci sono segni del territorio natìo e precisioni scientifiche che fanno pensare a folte letture zanzottiane, anche se non sono particolarmente d’accordo con Elio Grasso, in sede di prefazione, quando avverte che l’opera del poeta di Pieve di Soligo potrebbe condurre Massucco a prove future ancora più profonde e salde. A me pare che possano essere differenti, e altrettanto importanti, i percorsi da affrontare e fare propri. Senza escludere, come suggerimento non casuale, il Sereni del Posto di vacanza. Non fosse altro che per le avvedute attenzioni verso la realtà, dei luoghi e dell’anima, e per le robuste abilità prosodiche. Le tre poesie, successive al libro, e recentemente pubblicate nel terzo Almanacco della poesia edito da Raffaelli sembrano confermare, nella loro tempestiva luminosità, questo mio pensiero. Forte delle sue competenze tecniche e scientifiche (l’autrice ha una laurea in Fisica e lavora come Tecnico del suono) i temi della raccolta vengono sviluppati secondo linee di conoscenza religiosa, uno spartiacque tra la visione per così dire esteriore del paesaggio e quella interiore dell’anima. La scansione delle sezioni rivela chiaramente come a Massucco interessi prima di tutto lo studio dei particolari nei testi sacri, e il metodo più conveniente a trasportare nella propria visione quotidiana il ricco fiume ideologico e devozionale. Immergendoci nelle pagine di Per distratta sottrazione si avverte una responsabile e autonoma volontà di ricerca, ogni premessa viene portata a compimento sia sotto forma di luce diretta sulle personali visioni sia sulle corrispondenze trovate nei prediletti autori. Questi non vengono mai citati, ma la sintonia del libro vale per la raffinata annessione che si avverte e di cui, mi sembra, si possa godere. Da un capo all’altro dell’opera, sorvolando la fin troppo estesa Prefazione, annidamenti e svelamenti conducono alla nobilitazione di quanto oggi cerchiamo nel vasto e controverso mondo della nuova poesia.

Bisogna avere grande prudenza,
è tutto un universo di avvisi.

       “Lavori in corso” – “Caduta pietre da sinistra”

Prestare attenzione ai messaggi
ritardi annullamenti partenze
non attraversare i binari, non mangiare
con le mani, nessuna mano
nelle mutande, i congiuntivi.

        Nessuna leggerezza, pericolo!

Si potrebbe perdere un’acca o l’ombrello,
un ricordo doloroso, la testa per un critico,
la garanzia che per un paio d’anni
qualcuno aggiusti gratis tutti i cocci
sostituisca i fusibili, speli i fili e le vene.

       Cautela,
       un dosso (o una cunetta)

la doppia croce di Sant’Andrea avverte:
passaggio a livello, reazione chimica
in colonna a sinistra
due concentrazioni di liquidi al centro
e in mezzo quella da raggiungere.
Concentrazione, sforzo sublime!
Ma ci vorrebbe pace, e quel fruscio
invariante delle foglie d’aprile.

     “Animali selvatici vaganti”

li intravedo nei cespugli di erba sparta,
nascosti dagli steli fino a notte.
Poi stelle – e buona condotta.

      (pericolo, onde elastiche!)

Meglio, ottima conduzione
che rende tenero il mio focolare –
su cui appendo stelle di porporina
con la perfezione del buio.

Fosca Massucco, Per distratta sottrazione, Raffaelli Editore, Rimini 2015, pp. 64, € 12,00

Messico invisibile

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Pubblichiamo il prologo al libro di Fabrizio Lorusso, Messico Invisibile, voci e pensieri dall’ombelico della luna, Edizioni Arcoiris, Salerno, 2016

di Alessandra Riccio

Il Messico è un grande paese dell’America del Nord che, secondo un detto popolare, è troppo lontano da Dio e troppo vicino agli Stati Uniti. Come spesso succede, la saggezza popolare scaturisce da profonde verità: il lunghissimo confine che separa il Messico dagli USA –la frontera– è stato sempre un luogo di conflitto, di guerre lunghe e sanguinose che hanno spostato il limite sempre più a sud con la perdita di circa un terzo dei territori della ex colonia spagnola a favore della giovane, aggressiva e indipendente Confederazione di Stati del Nord. California, Texas, Arizona, Colorado, Nuovo Messico, come indicano i loro nomi, erano gioielli del Vicereame della Nueva España prima che, nelle alterne, drammatiche e discontinue vicende dell’indipendenza messicana, andassero ad aumentare il numero delle stelle nel vessillo della Confederazione.

Un evento segna significativamente l’entrata del Messico nel XX secolo. Nel 1910 esplode una rivoluzione popolare e contadina le cui vicende sono ormai diventate leggenda come lo sono le due figure più emblematiche di quegli anni, di quelle rivendicazioni e di quegli esiti drammatici: Pancho Villa ed Emiliano Zapata.

Da quegli eventi maieutici scaturisce, nella prima metà del novecento, un rinascimento artistico straordinario, una rivoluzione sociale importante, un protagonismo statale capace di grandi gesti come l’accoglienza agli esiliati della Guerra di Spagna o dell’esule Trotsky, l’affermazione di uno stato laico quando non addirittura anticlericale, il riconoscimento e il supporto alle lingue, alle culture e alle attività artigianali delle popolazioni originarie, un’alfabetizzazione diffusa e popolare. Il francese Jean-Marie G. Le Clézio, premio Nobel per la letteratura, descrive così quella Città del Messico: “Una città in cui si agitano la creazione, l’invenzione, la novità. Indubbiamente, nessun’altra città fu mai così rivoluzionaria, faro per i popoli oppressi d’America. Un luogo così importante, durante il decennio 1920-1930, così fertile per l’arte e per le idee come lo furono Londra ai tempi di Dikens o Parigi durante la belle époque di Montparnasse.” (Jean.Marie G. Le Clézio, Diego e Frida, Il Saggiatore, 1997, p. 16)

Prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale, il Messico è stato terreno di generosa solidarietà, ospitale, pieno di creatività, eccessivo a tratti, ma portatore di una cultura non solo identitaria ma anche densa di novità, suggerimenti, integrazioni, contributi originali alla cultura universale. Ricordare i nomi dei grandi pittori del muralismo, dei fotografi pronti a rivelare nuovi mondi, l’ardimento di donne straordinarie, è doveroso. Frida Kahlo e Diego Rivera, Tina Modotti e Julio Antonio Mella, Rosario Castellanos, José Guadalupe Posada, il brillante ministro Vasconcelos, il vero animatore e protettore di quest’epoca d’oro, il Presidente Lázaro Cárdenas, poi anche ministro, a cui si deve la riforma agraria e la nazionalizzazione del petrolio e delle ferrovie, e tanti altri ancora che hanno configurato un mondo politico culturale nel pieno della corrente mondiale ma con punte di avanguardia e originalità che lo hanno reso unico.

Fra le caratteristiche di quel mondo vi è stato –e continua ad esserci- un impegno politico dichiarato ed esercitato anche a costo di prezzi da pagare molto alti mentre il paese si trasformava inesorabilmente in un narcostato, nella terra dell’impunità, della mafiosità diffusa, del militarismo e del femminicidio, delle atroci sparizioni come l’ultima e la più terribile, quella dei 43 desaparecidos di Ayotzinapa. Maestri e giornalisti, scrittori e musicisti, pittori e poeti, hanno fatto e fanno sentire la loro voce contro un degrado che sembra inarrestabile e contro gli abusi del potere sia locale che statale che federale. L’ultima, dignitosissima voce che ha denunciato il deplorevole stato del paese, è quella di Fernando del Paso. Il grande scrittore, nel ricevere l’importante Premio Cervantes nell’Università di Alcalà de Henares, davanti ai Re di Spagna, non ha voluto lasciar passare l’occasione senza far sentire la sua autorevole voce di accusa per il pericolo che corre la democrazia messicana a causa dalla Legge Atenco, recentemente varata: “A marzo dell’anno scorso, quando ho avuto l’onore di ricevere nella città messicana di Mérida il Premio José Emilio Pacheco, ho fatto un discorso che ha causato un certo scalpore. So bene che quelle parole hanno risvegliato una grande aspettativa riguardo alle parole che pronuncerò oggi in Spagna: da allora, le cose in Messico sono cambiate in peggio, continuano le rapine, le estorsioni, i sequestri, le sparizioni, i femminicidi, la discriminazione, gli abusi di potere, la corruzione, l’impunità e il cinismo. Criticare il mio paese in un paese straniero mi fa vergognare. Bene, inghiotto questa vergogna e approfitto di questa platea internazionale per denunciare ai quattro venti l’approvazione nello Stato del Messico della Legge Atenco, una legge oppressiva che consente alla polizia di arrestare e perfino di sparare nelle manifestazioni e riunioni pubbliche contro chi, a suo giudizio, attenti contro la sicurezza, l’ordine pubblico, l’integrità, la vita e i beni sia pubblici che privati. Sottolineo: è a criterio dell’autorità, non necessariamente presente, che questa misura estrema viene permessa. Ciò prefigura il principio di uno stato totalitario che non possiamo consentire. Se non lo denunciassi, allora sì, proverei davvero vergogna.” (23.4.2006)

Le nobili parole di Del Paso sono armi spuntate contro una situazione che viene descritta da questo libro di Fabrizio Lorusso in numerosi frammenti della realtà messicana che servono a comporre il terrificante mosaico di quel paese, ridotto oggi a pura violenza e illegalità. Eppure, nel panorama degli straordinari cambiamenti dell’America Latina in questo Terzo Millennio, cambiamenti purtroppo attualmente messi di nuovo a rischio, il Messico continua a mantenere il suo prestigio in quanto “buon vicino” degli Stati Uniti, obbediente al Washington Consensus, fedele alleato in una fallimentare lotta al traffico di droghe, una battaglia che è certamente all’origine dell’attuale degrado del paese. Anche l’Italia mantiene ottime relazioni, e lo conferma il recente viaggio del Primo Ministro Renzi, di cui si parla in questo libro dove, oltre ai rapporti di politica estera fra i nostri due paesi, si dà conto di altre, diverse relazioni, come quelle intrattenute da Libera e da don Ciotti su corruzione e mafie, l’interesse di Roberto Saviano per questo e per altri paesi latinoamericani i cui rapporti con la delinquenza organizzata italiana sono fin troppo evidenti, l’opinione dello scrittore Pino Cacucci, conquistato dal Messico e dalle sue contraddizioni, o le visite di due Papi in un paese ufficialmente anticlericale. Della visita di Bergoglio, Lorusso sottolinea il silenzio sul degrado istituzionale e morale, sull’illegalità eclatante e sulle violazioni dei diritti umani. Papa Francesco ha anche officiato una messa in Chiapas –una periferia delle periferie- che dà conto della resistenza culturale di quelle popolazioni originarie le cui credenze religiose sono molte e differenti e riporta all’attenzione una regione dove una resistenza silenziosa e attiva ha consentito l’esperimento insolito e notevole delle cinque comunità o caracoles –cinque come le dita della mano- impegnate a realizzare forme di autogoverno in un territorio ostile, la Sierra Lacandona, assediata dall’esercito federale fin da quando, il 1° gennaio 1994, l’Esercito Zapatista di liberazione Nazionale, la prima guerriglia postmoderna, ha conquistato con le armi la città di San Cristóbal de las Casas.

Negli ultimi anni, di pari passo con il declino del paese, il culto più particolare sembra essere quello della Santa Muerte, una forma estrema di familiarità con la morte non nuova in Messico, ma adesso pericolosamente sprofondata nella superstizione e nel criptico linguaggio espressivo della delinquenza, praticata prevalentemente nelle città. D’altra parte, la mitologia contemporanea eleva agli altari delinquenti come El Chapo Guzmán, capo indiscusso del narcotraffico, o il suo contrario, il dottor Mireles, un medico esasperato dai ricatti e dalle violenze imposte dal gruppo criminale Caballeros Templarios, che ha guidato le sue pattuglie di autodifesa in vere e proprie operazioni di guerra nello stato del Michoacán.

Su questo caotico panorama di un grande paese sprofondato in una crisi grave e ormai cronica ha speso qualche amara parola, nel contesto di un discorso politico sul discutibile impeachment di Dilma Rousseff, Presidenta del Brasile, Cuauhtémoc Cárdenas, uomo politico e figlio dell’amatissimo Presidente Lázaro Cárdenas:

“Conviene pure gettare uno sguardo al nostro paese, il Messico. Qui il golpe è stato morbido: il neoliberismo ha imposto al nostro paese il modello che soddisfa l’egemonia, gli interessi finanziari e politici che comandano negli Stati Uniti. Si è appropriato dei nostri mercati interni, distruggendo capacità produttive della campagna, smantellando settori industriali e impedendo la creazione di catene produttive, eliminando istituzioni, annullando principi costituzionali basilari per l’esercizio della sovranità nazionale e aprendo ad interessi alieni le aree e le risorse strategiche dello sviluppo economico. D’altra parte, il golpe che è stato realizzato gradualmente in Messico è stato duro: ha provocato un impoverimento crescente della popolazione, un’esorbitante concentrazione della ricchezza, un continuo flusso migratorio che disprezza il valore del lavoro al nord, mentre qui produce una crescita della disoccupazione e del lavoro informale, della violenza e della delinquenza senza controllo, con un alto costo di vite, insieme a corruzione e impunità.”

Questo grande paese ha dentro di sé il veleno e l’antidoto e la battaglia è, inevitabilmente, all’ultimo sangue.

Copertina lorusso-messico-invisibile

Photomaton: dietro ogni foto c’è una storia

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di

Azra Nuhefendić

Per vent’anni ero andata a fare tutte le mie fototessere dal fotografo “Đumišić” che ha tutt’ora un piccolo negozio nel centro di Sarajevo. L’avevo scelto per un motivo ben preciso. Lui modificava parecchio le fotografie, all’epoca si diceva che faceva il retusche, e sulle foto eravamo tutti belli e perfetti. Non si vedevano le rughe, sparivano i brufoli, il viso era liscio come la porcellana.

Ho ancora una di quelle fototessere, per il passaporto, l’immagine è talmente ritoccata che quasi non mi riconosco: sopracciglia sottili, capelli folti, occhi grandi, ciglia lunghe… Boh! Sembro una bambola!

Da noi, negli anni Sessanta, le macchine fotografiche erano ancora rare. Una ce l’aveva mio zio, un ingegnere che lavorava all’estero. Quando veniva a farci visita ci fotografava tutte, una per una, e noi dovevamo considerare questa cosa come un regalo o un evento speciale.

Una di queste mie foto era stata esposta, per un certo periodo, sul vetro della credenza. “Così puoi vedere come sei brutta quando sei accigliata”, aveva detto mio padre. Ero piccola, non mi piacevano questi sistemi di educazione, ma non ci potevo fare nulla. In seguito scelsi il fotografo “Đumišić”, che sulla foto mi rendeva perfetta.

Nel passato le foto personali e di famiglia si facevano raramente, al massimo una volta l’anno, oppure in casi particolari, come la nascita. Nella nostra famiglia questo voleva dire ogni due anni, quando arrivava una di noi sei sorelline. Per l’occasione si chiamava il fotografo locale a immortalare l’evento.

Degli anni Quaranta del secolo scorso mi mancano le foto dei miei genitori quando, durante la Seconda guerra mondiale, facevano i partigiani. Ad eccezione delle medaglie e di qualche ordine di un comandante, scritto a mano su un pezzo di carta sottile e ingiallita, non ci sono altre prove della loro partecipazione alla guerra. Peccato. Mi sarebbe piaciuto vedere ad esempio una foto di mia madre, quando da giovanissima partigiana si metteva nel centro del villaggio e cantava, cercando di far capire ai contadini che i partigiani non erano cattivi. Oppure di avere una foto di mio padre da partigiano che, fantasticavo, doveva essere più o meno come Che Guevara in quella sua famosa foto con il berretto.

Se anche altre famiglie, come la nostra, si facevano fotografare una o due volte all’anno, in casi rari e per occasioni eccezionali, come facevano i fotografi, mi domandavo, a guadagnarsi da vivere?

La risposta la ricevetti quando ormai non la cercavo più, e nel momento meno probabile.

Durante l’ultima guerra in Bosnia Erzegovina.

Uno di questi fotografi, “che non sapevo come facesse a guadagnarsi da vivere”, della città bosniaca di Višegrad, disse al settimanale “Bosna” che, proprio facendo le fototessere e fotografando gli eventi importanti delle famiglie, riusciva ad arrivare alla fine del mese.

Ivo_Andric_largeA dire la verità questo fotografo, Alija Akšamija, non era uno qualunque, era un vero maestro. Il suo sogno di fare una foto che diventasse un simbolo si è avverato. È proprio lui l’autore della famosa foto del premio Nobel Ivo Andrić, ritratto accanto al protagonista del suo romanzo, il ponte di Mehmed Pasha Sokolović a Višegrad.

Per decenni quella fotografia è stata riprodotta in tutto il mondo, è comparsa in antologie, monografie e riviste, ed è diventata l’immagine emblematica dello scrittore. Ciò nonostante, per molto tempo non si era saputo chi fosse l’autore di quell’immagine, finché un giorno non è apparsa la famosa foto con la firma di Alija Akšamija.

Scattata nel 1963, quella foto in bianco e nero è bella ancora oggi. Con il passare del tempo non ha perso nulla della sua forza, della sua vivacità e della sua poesia. Evoca ancora la forte simbiosi tra lo scrittore e il ponte sulla Drina. Anche se Akšamija non avesse fatto nessun’altra foto, sarebbe bastata quella per farlo considerare un artista.

Nei media bosniaci, però, Alija Akšamija è comparso per parlare di un’altra cosa derivata dal suo mestiere, utile ma inattesa.

Durante la guerra, Akšamija scappò da Višegrad e si rifugiò a Sarajevo. Nella sua città migliaia di musulmani bosniaci furono uccisi, violentati, messi al rogo, e sono ancora più di mille le persone scomparse.

I sopravvissuti parlano dei criminali, conoscono i nomi e i soprannomi degli assassini, li descrivono. Ma spesso non si riesce a dare un volto ai colpevoli, agli aguzzini, ai ladri, agli stupratori.

L’archivio fotografico che Akšamija aveva portato in salvo, scappando da Višegrad, si è mostrato utile perché, scrutando attentamente le sue pellicole, le sue foto, i suoi negativi, si è riusciti in certi casi ad abbinare i nomi ai volti dei colpevoli.

Talvolta non occorre cercare, né esaminare gli archivi fotografici o le foto segnaletiche in possesso delle autorità giudiziarie. Spesso i mostri, orgogliosi delle proprie nefandezze, si fanno fotografare accanto alle vittime, mentre stanno per compiere il crimine, nel momento in cui sparano per uccidere, mentre torturano, assaltano, distruggono.

Ne è un esempio la foto, diventata simbolo, che mostra il capo della polizia del Vietnam del Sud, il generale Nguyen Ngoc Loan, mentre giustizia per strada, sommariamente, un prigioniero Vietcong (sospettato), Nguyen Văn Lém, a Saigon, nel febbraio 1968.

Una foto quasi identica fu scattata durante la guerra in Bosnia, nell’aprile 1992. L’autore è il fotoreporter americano Ron Haviv, che documentava l’assalto alla città di Bijeljina da parte dei paramilitari serbi comandati dall’infame Željko Raznatović “Arkan”.

La foto mostra un civile terrorizzato che prega per la propria vita. La sua paura è quasi tangibile, il suo sguardo supplica pietà, le spalle abbassate (per proteggersi dai colpi?) e le mani (che tremavano?) alzate in alto. Guardo la foto e ogni volta mi stupisco e ho paura come se quello che è successo vent’anni fa stesse per succedere adesso. Mi pare di sentire il pianto e la voce della vittima. Guardo la foto e penso a come si sentisse l’uomo, consapevole di stare per essere giustiziato.

Molti infami criminali, quando arriva il momento di fare i conti con l’“eroismo” immortalato sulle foto, cercano di negare, di “spiegare il contesto”, parlano di “equivoco”, accusano i testimoni di aver interpretato male, di non aver visto bene, criticano gli altri per aver falsificato, minacciano…

La parola pronunciata, anche davanti ai testimoni e in pubblico, può essere contraddetta, negata. La fotografia invece è spietata, è un documento imbattibile, una testimonianza solida.

Sono convinta che un tale Jelenko Mićević, alias Filaret, vescovo della Chiesa serbo ortodossa, darebbe tutto se oggi potesse far sparire la foto scattata nel 1991 sul fronte in Croazia, che lo ritrae davanti ad un carro armato con un kalashnikov in spalla. E non solo lui!

Nel 1992, a Belgrado,

ero presente quando un gruppo di lobbisti per la causa serba discuteva se fare dei grandi manifesti di un mujaheddin che si era immortalato esibendo la testa tagliata a un serbo bosniaco durante la guerra in Bosnia.

Contrariamente a quello che si pensa o si crede, le immagini “intrise di sangue” non sono necessariamente anche quelle che ci scuotono di più. Di fronte alle immagini troppo crudeli giriamo lo sguardo dall’altra parte, non resistiamo. Il messaggio è: “Ho pietà di te, ma non posso sopportare di guardare”.

Vedran-Smailbegovic-nella-Vijecnica_largePer esempio le fotografie della strage di 22 persone in fila per il pane a Sarajevo nel 1992, dove tutto è bagnato di sangue, hanno avuto molto meno impatto sull’opinione pubblica della foto del violoncellista di Sarajevo, Vedran Smajlović. Vestito in smoking, noncurante dei bombardamenti e dei cecchini nella Sarajevo assediata, Vedran aveva suonato l’Adagio in sol minore di Tommaso Albinoni per ventidue giorni, un giorno per ogni vittima uccisa in fila per il pane. L’immagine del violoncellista è stata molto più esplicita, e descrittiva di quanto stava succedendo in Bosnia, rispetto a molte fotografie di orrori, morte, distruzione o sofferenze. “Un popolo sotto il fuoco d’artiglieria riesce a mantenere l’umanità”, con queste parole il “New York Times” aveva pubblicato la foto del violoncellista.

La fotografia diventata icona del tradimento di Srebrenica da parte di Europa, Stati Uniti e Nazioni Unite, e che infine ha cambiato la posizione americana nei confronti della guerra in Bosnia, è quella che raffigura la giovane donna bosniaca Ferida Osmanović, impiccatasi nel bosco dopo che la città era stata presa dai serbi. Questa foto fu mostrata durante il dibattito su Srebrenica nel congresso americano, ed ebbe un impatto decisivo sulla politica degli Stati Uniti in Bosnia.

A un primo sguardo non si coglie la tragedia di quell’immagine. Si vede solo una giovane donna in piedi nel verde del bosco, è quasi un’immagine idilliaca. Solo guardando più attentamente si notano i piedi che non poggiano a terra, e la sospensione del corpo.

Un’altra delle fotografie simbolo della guerra in Bosnia raffigura un paramilitare serbo che, nella città di Bijeljina, prende a calci la testa di una donna bosniaca, già morta, stesa a terra accanto ad altre due vittime.

L’autore è il fotoreporter americano Ron Haviv che, con il permesso del criminale Arkan, fotografava i membri dei paramilitari, le così dette “Tigri”, durante l’assalto alla città di Bijeljina.

Uno di loro è giovane, alto, snello, con il lanciarazzi a tracolla, nella mano destra un kalashnikov, nella sinistra una sigaretta accesa, un nero passamontagna sotto la spallina e occhiali da sole in cima alla testa.

Il giovane, a confronto dei rozzi colleghi “assetati di sangue” (giudicando dai loro sguardi), sembra un “cittadino”, una persona più fine. Ma è proprio lui con lo stivale nero destro alzato che sta per colpire la testa della donna morta.

Il contrasto tra quella figura fine e il gesto malvagio è da brividi. Lo fa con scioltezza, come si prende a calci una lattina vuota, un pallone che ci arriva all’improvviso mentre passeggiamo vicino a un parco. Inoltre il giovane “cittadino” lo fa sapendo di essere fotografato, lo testimonia l’autore dell’immagine Ron Haviv.

Dietro ogni foto c’è una storia,

scrive Susan Sontag nel suo famoso libro “Sulla fotografia”.

La testa mozzata con la quale si è fatto fotografare un mujaheddin apparteneva al soldato serbo bosniaco Blagoje Blagojević, che nel 1992 fu catturato in Bosnia centrale e decapitato. Il combattente islamico che si è fatto fotografare con la testa tagliata era un cittadino francese, Christopher Kaze, convertitosi all’islam, e che all’inizio della guerra era arrivato in Bosnia. Fu ucciso in uno scontro con la polizia belga.

La giovane donna di Srebrenica, Ferida Osmanović, si impiccò nei campi circostanti Tuzla l’11 luglio 1995, dopo il sequestro di suo marito da parte dei serbi bosniaci. Solo pochi giorni prima lo aveva convinto a rimanere con lei e i loro due figli invece di fuggire nel bosco. Fu sepolta come sconosciuta, e solo sei mesi dopo la morte fu identificata dai suoi figli dall’unica foto che avevano della madre.

Il civile che pregava per la propria vita si chiamava Hajrus Ziberi. Nell’aprile 1992 aveva ventiquattro anni, era sposato da soli tre mesi. Il giorno in cui fu scattata la foto stava andando a lavorare, fu catturato dalle “Tigri”, buttato giù da un palazzo, sopravvissuto, poi torturato e ucciso. Il suo corpo fu gettato nel fiume Drina, ripescato nella città serba di Sremska Mitrovica, sepolto come uno sconosciuto, esumato e identificato nel 2004, e infine sepolto nel suo paese d’origine in Macedonia.

La donna morta presa a calci si chiamava Tifa Šabanović. Fu uccisa davanti alla propria casa insieme al marito e a un vicino.

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A lungo non si è saputo chi fosse il “fine” paramilitare. Il suo volto era ignoto. Sulla foto è inquadrato di spalle. Dopo un arresto a Belgrado per droga e possesso di armi, si “scoprì” che si trattava di Srđan Golubović.

Dopo Bijeljina, Srđan Golubović non si era nascosto. Anzi, stava proprio sotto i riflettori della scena musicale di Belgrado. Il kalashnikov e il lanciarazzi li aveva sostituiti con il giradischi e il sintetizzatore. Il suo nome d’arte oggi è DJ Max. Negli ultimi vent’anni ha fatto carriera occupandosi di musica Trance e di “after party”. Dicono che le sue feste fossero tra le migliori nella capitale serba.

Srđan Golubović, alias DJ Max “è uno di quelli che ci permettono, dopo ogni grande festa, di continuare a divertirci”. Così veniva reclamizzato il “fine” ragazzo, “il cittadino” che, dopo aver preso a calci la testa della donna morta, aveva continuato a divertirsi.

Vent’anni dopo lo scatto della famosa fotografia, Srđan Golubović è stato arrestato. Non per i crimini di guerra, però, ma per possesso di droga e armi non dichiarate. E poco tempo dopo è stato rilasciato.

articolo pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso

Memoriale dell’inganno

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di Gianni Biondillo

Jorge Volpi, Memoriale dell’inganno, Mondadori, 2015, 380 pagine, traduzione di Bruno Arpaia

Chi è J. Volpi? Il finanziere ebreo newyorkese che accusato di frode nel 2008 vive ora in un luogo segreto da dove ha spedito ad un agente letterario un libro, il Memoriale dell’inganno, che racconta la sua storia, in presa diretta? Lo scrittore messicano Jorge Volpi che si è immerso nella mente di un personaggio eticamente orribile fino a fargli assumere il suo nome, inventandosi una genealogia fittizia che lo giustifichi? Il figlio di un pacifista ebreo che ha visto nascere il Fondo Monetario Internazionale e che forse era una spia sovietica? Un narratore borghesiano, raffinatissimo, capace di passare da un registro stilistico ad un altro nel volgere di poche pagine?

Cos’è questo fluviale libro? Una narrazione di pura finzione, un atto di accusa contro la finanza criminale moderna, un regesto di fatti e di cronache documentatissimo, un intimo romanzo di formazione, il racconto epico della nascita di una nazione moderna?

Monologhi alati, dialoghi asciutti, documenti, diari, fotografie, personaggi familiari e personaggi pubblici, morti poetiche e vite squallide. Questo e altro ancora. Conoscerete la passione per musica classica del protagonista, la sua infanzia a Brooklyn, una madre anafettiva, una vita di inganni e di ricerca tardiva della verità. Memoriale dell’inganno è un oggetto narrativo imperscrutabile. Misterioso e affascinante. Non credete a nulla di quello che viene detto qui dentro. Fidatevi di tutto quello che leggerete. La verità dell’inganno, l’unica ammessa dalla letteratura.

(pubblicato su Cooperazione n° 26 del 23 giugno 2015)

Domenica pomeriggio sul ponte (un racconto)

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di Giacomo Sartori

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à Gilles Weinzaepflen

Un poeta con un corpo leggero e come sospeso nell’aria da poeta camminava su un ponte che scavalcava un fiume tranquillo ma anche greve di marrone determinazione, perché nelle settimane precedenti aveva invaso le rive, quasi scavallando nelle vie della cittadina. Con lui c’era una donna leggera e come sospesa nell’aria che scuoteva le anche a ogni passo, ma con una grazia trattenuta di cavalla ben educata, la quale era la sua compagna ormai da tanti anni. E anche un uomo straniero che calcava a ogni passo le scarpe da ginnastica sull’asfalto come per incollarle meglio che poteva, forse proprio perché essendo straniero aveva bisogno di sentirsi attaccato a qualcosa. Camminavano fianco a fianco, visto che il marciapiede era largo, e sembrava voler contribuire alla tranquillità di quella domenica pomeriggio così nervosamente contemporanea ma anche per certi versi ottocentesca. Si dirigevano verso la fermata del treno urbano che li avrebbe riportati nell’aria sporca del cuore della metropoli.

Mentre avanzavano un fruscio violento spostò l’aria accanto alla spalla dello straniero, non lontano anche – sull’altro lato – dalla spalla della donna leggera, facendo lievitare ancora di più il suo corpo sottile, che si staccò quasi da terra, come gli angeli in certi vecchi quadri. Si trattava di una bicicletta che sfrecciava ardita, e non contenta di averli sorpresi disegnò una virtuosa ansa attorno a una donna con una forma di medusa che incedeva davanti a loro, facendola caracollare dall’altra parte, simile a un lenzuolo gonfiato dal vento. Qualche metro dopo la ruota anteriore del rampichino fiero delle proprie prodezze perse però aderenza e scivolò leggera sul marciapiede, o forse meglio un po’ sollevata sopra di esso, disarcionando il conducente, il quale nella caduta si diresse molto lentamente ma con traiettoria determinata verso l’asfalto, come succede nel tempo rallentato degli incidenti, e molto lentamente ma anche con estrema violenza picchiò alla fine della sua corsa la spalla contro di esso. Non era però finita, perché adesso era la testa che si dirigeva lenta ma inarrestabile contro la pietra della base della spalletta del ponte: ormai lo schianto sembrava ineluttabile. Quella testa rallentò invece per qualche ragione la corsa, fermandosi qualche centimetro prima dell’impatto.

I tre camminatori non vecchi ma nemmeno giovani passarono a fianco dello spericolato corridore, e con sorpresa constatarono che non si trattava di un ragazzo, ma di un uomo con basette di uomo ben ancorato all’asfalto. S’era già rialzato, e tenendo gli occhi bassi osservava la ruota anteriore del rampichino, tutta a onde come un mare aperto arrabbiato. Fece qualche tentativo per fare avanzare la bicicletta, ma questa proprio non voleva saperne. Sembrava incredibile che quei moderni materiali che qualche istante prima erano regolarissimi e efficienti, nella cosiddetta realtà era stato un attimo, fossero adesso così malridotti, e la ruota non potesse più girare. Pareva l’unica prova che era davvero successo qualcosa di non banale, quasi un monito sulla fragilità dell’esistenza. Lo straniero alla ricerca di aderenze sul suolo guardò l’uomo, che sembrava anche lui straniero, seppure di territori più soleggiati e indomiti, per chiedergli se aveva male o aveva bisogno di aiuto, ma era evidente che lui era vergognoso di quanto era successo, e voleva solo scapparsene via per conto suo. E quindi continuarono il loro cammino verso la stazione, alla fine di quella domenica per molti versi ottocentesca passata tra ragazzi che erano ormai uomini fatti, ma chi più chi meno avevano difficoltà a aggrapparsi alle cose quotidiane, essendo tutti artisti con inquietudini e infantilismi per certi versi senili di artisti.

A quel punto il poeta rise, seppure in modo un po’ ineffabile, perché anche i poeti più ineffabili sfogano la tensione ridendo, seguito dalla sua compagna così simile a una delle matite longilinee che era abituata a tenere in mano, e dallo straniero avvezzo a stipare tutto quello che aveva capito del mondo in libri non grossi ma nemmeno sottili e leggeri come quelli del poeta tanto simile a un giunco. Allo straniero piaceva infilare quello che aveva capito anche nei discorsi, pur non essendo un abile conversatore, e quindi spiegò che non c’era da stupirsi che lo strano corridore fosse caduto, visto che lo avevano fissato con sguardi intensi e pieni di rimprovero. Il poeta stentava a capire, perché pur essendo un poeta ultracontemporaneo rotto a qualsiasi sperimentalismo era malato di razionalismo, e anche la sua compagna disegnatrice a dispetto dei suoi disegni bizzarri era prigioniera dello stesso scientismo. Lo straniero se lo aspettava, perché conosceva il paese dove viveva e al quale cercava di abbarbicarsi, e quindi mentre si allontanavano dal ponte e dalla sua acqua simile a caffelatte spiegò che non è poi così difficile per la forza del pensiero far cascare una bicicletta, soprattutto quando varie persone ben decise uniscono le forze.

Il poeta e la sua compagna così simili nella loro elegante fragilità androgina resistevano con esitazioni imbarazzate, ma poi capitolarono, e anzi erano felici di fare loro quella spiegazione con il fascino delle cose esotiche: adoravano giocare assieme con la fantasia. Ormai convinti, o fingendo di esserlo, chiesero al loro amico alcune precisazioni, e lui gliele diede. Allora potremmo rovesciare anche un camion delle spazzature?, domandò dopo qualche attimo di silenzio la donna filiforme, con la fronte solcata da una ruga verticale di bambina seria. Lo straniero in realtà già quasi anziano spiegò con un tono allegro ma anche condiscendente che certo loro tre non sarebbero riusciti a ribaltare un camion delle spazzature, ma forse se fossero stati più numerosi, o a loro si fosse unito qualcuno con facoltà molto potenti, ce l’avrebbero fatta, vallo a sapere.

 

(questo racconto è stato pubblicato sul mensile UCT (Uomo-Città-Territorio), numero 486, luglio 2016, Trento; l’immagine è una dea-madre, al Museo Archeologico di Cagliari)

 

 

La strategia del contagio e la corta memoria occidentale

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di Andrea Arrighi

 

Sarà difficile sapere se l’Isis aveva programmato o previsto la creazione di una simile sensazione di incertezza e paura nei paesi occidentali e non solo. Sto parlando del contagio che l’azione di un soggetto suicida esercita, sia esso un singolo cittadino dilaniato da disagio personale o un fiero combattente in nome di qualche religione. E’ ormai patrimonio della psicologia più comune il fatto che è meglio non rivelare pubblicamente l’avvenuto suicidio di qualcuno. Altre persone gravemente disagiate potrebbero infatti pensare che è venuto il momento “giusto” per potare a termine anche la loro vita. Così, nelle metropolitane delle città più popolate non viene mai comunicato esplicitamente che la circolazione dei treni è interrotta per un suicidio portato a termine; talvolta non si parla neppure di “incidente”, ma quasi sempre di “guasto tecnico”.

Ecco che, con clamoroso ritardo, i mezzi di informazione capiscono il pericolo di un contagio al di là di ogni immaginazione, legato proprio alla diffusione della mania di pubblicizzare foto, immagini di ogni tipo e informazioni o commenti su quanto di peggio accade nel nostro quotidiano. E’ proprio grazie alla diffusione di immagini e notizie macabramente dettagliate di soldati fondamentalisti che si  fanno esplodere uccidendo civili,  che è possibile sollecitare suicidi simili in soggetti non necessariamente  ispirati da qualche fanatismo religioso. Il suicida, nel suo isolamento sociale, appare strettamente quanto  letalmente collegato a quella  società che lo ignora, non lo valorizza abbastanza, ma che tuttavia lo circonda e resta importante per lui.

Già gli studi classici di E.  Durkheim ci raccontano di questo collegamento dell’aspirante suicida con gli altri. Il suicidio può apparire egoistico se l’individuo si suicida per una mancata integrazione nel suo contesto; ma può essere altruistico quando l’individuo si suicida, invece, identificandosi con l’ideale del gruppo di appartenenza; così il suicidio è anomico quando l’individuo, in seguito al disgregarsi delle sue relazioni sociali, perde anche la propria identità. Il suicida, nota la psicologia kleiniana, compie sia una vendetta che un’espiazione. Si vedica di torti subiti, portando su di sé la colpa di uccidersi e uccidere e si sente tuttavia anche vittima innocente sempre di quei torti che ritiene gli siano stati indirizzati nelle più svariate maniere. Il suicida, come appare spesso evidente, in molti casi si uccide provocando almeno problemi più o meno gravi alla collettività che lo circonda: blocca i mezzi pubblici, fa saltare in aria la palazzina dove abita con il gas, ecc. L’Isis ha offerto una motivazione in più per un suicidio spettacolare, che danneggia gravemente chi viene coinvolto, senza distinzioni di razza o di appartenenza religiosa (i musulmani risultano tra i più colpiti) e sembra garantire al suicida anche una relativa celebrità post-mortem. Il che si inserisce nelle tematiche di molti suicidi che, nel loro disturbare la quotidianità, esprimono in maniera definitiva e massima il loro odio e rimprovero a tutti quelli che rimangono.

Frustrazione e rabbia albergano in ognuno di noi e come psicoterapeuta spesso mi capita di occuparmene clinicamente. Il classico pensiero distruttivo “vorrei uccidere quasi tutti, cioè genitori, partner, colleghi di lavoro o capiufficio”, legato a motivazioni di vario genere, più o meno consapevoli, se non elaborato, può facilmente sfociare nel  progetto indicibile: “per uccidere gli altri uccido anche me stesso, così –  come si accennava –  divento carnefice e vittima!” L’Isis ha quindi creato uno stato di tensione che probabilmente non immaginava. In Europa, non siamo abituati – e facciamo di tutto per non abituarci – all’idea di essere in una situazione di guerra. In Iraq o in Siria, per citare solo due esempi, la situazione è inequivocabile: nessuno è sicuro di essere vivo nel futuro prossimo. Da noi no: è troppo angosciante immaginare di essere coinvolti in una guerra di un genere nuovo: non c’è un esercito “nemico” che arriva nel nostro paese a cui   arrendersi o coi cui eventualmente collaborare.

Si pensi alla controversa storia italiana nel suo rapporto col nazifascismo, ad esempio. (Si veda il recente saggio di F. Focardi Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale. Laterza, Bari, 2013). Qui il “soldato nemico” è un apparentemente innocuo partecipante ad una manifestazione nel nostro tempo libero che improvvisamente ci uccide, uccidendo se stesso. Oppure, aspetto ancora più inquietante, è un nostro concittadino, interessato al fondamentalismo religioso solo per quanto gli può servire a rendere  importante mediaticamente il suo gesto. L’attentato di Nizza o quello di Monaco di Baviera (Luglio 2016) sono infatti compiuti da soggetti ispirati da tematiche razziste e religiose, ma non da convinti soldati di un qualche Dio, come possono essere gli appartenenti alle truppe del califfato che lottano a Sirte, in Libia.

Se non c’è allora nessun “nemico riconoscibile” da affrontare e la sicurezza è affidata a soggetti che non solo non sono riusciti a impedire i diversi attentati, ma che, in alcuni casi, come quello nella chiesa di Saint- Etienne du Rouvray, avevano schedato e conoscevano bene gli attentatori e le loro intenzioni, allora la sensazione è quella di essere in periodo simile a quello degli anni ’70 in Italia, caratterizzato da quella che, secondo alcune opinioni, veniva definita come la strategia della tensione. Noi italiani dovremmo almeno conoscere e ricordare alcune stragi compiute non da fondamentalisti islamici ma da terroristi made in Italy, che non si suicidavano ma provocavano stragi ben più gravi di quelle attualmente compiute in Europa o almeno non meno drammatiche: alludo, per citare quelle più importanti, alla strage di Bologna ( 2 agosto 1980, un ordigno esplode alla stazione di Bologna e provoca il crollo dell’ala ovest: 85 morti, 200 feriti.), Piazza Fontana ( 12 dicembre 1969, un ordigno all’interno della Banca nazionale dell’Agricoltura uccide 17 persone e ne ferisce 88). Ovviamente diversi sono i contesti, i periodi storici e le motivazioni e dolorosamente controverse sono tuttora le interpretazioni storiche di quel periodo e di quei fatti: ma l’obiettivo sembra assai simile, cioè creare una situazione di incertezza generale nella popolazione civile. Come anche gli opinionisti di destra notano, neppure le forze di polizia, per quanto potenziate, esaltate e lasciate libere di compiere significative restrizioni nelle comuni libertà civili, come quella di partecipare a manifestazioni, sembrano garantire una sicurezza minima auspicata da ogni posizione politica. Questa strategia della tensione è infatti congruente con gli obiettivi dell’Isis che, contrariamente a quanto propaganda, non sembra mirare ad una conquista dell’Occidente – per ora neanche lontanamente raggiunta, se paragonata all’ascesa rapida della Germania nazista in Europa dal 1939 al 1944 – ma ad un suicidio collettivo in nome di paradisi fantasticati. Oppure l’obiettivo dell’Isis è, in termini sempre corrispondenti alla letteratura sul suicidio accennata, psicoanalitica ma non solo, quello di essere vendicatori e vittime suicidali di torti subiti. Quali possono essere questi torti? Le diseguaglianze planetarie che da secoli vengono confermate da politiche economiche gestite dall’Occidente, soprattutto a suo favore? Identità e integrazione sociale promesse e mai mantenute ai figli di migranti di prima, seconda o terza generazione in stati europei? Probabilmente entrambe queste motivazioni, ma anche altre, scarsamente conosciute dal pubblico italiano. Ricordiamoci che ogni fonte di informazione è solo una delle tante “finestre sul mondo”, non l’unica.

Restando invece sul tema dell’identità, credo interessante ricordare che in nome di ideali e di identità nazionali più o meno solide anche in Occidente non si è certo risparmiato in termini di perdite inutili di vite umane. Si pensi alle operazioni di guerra palesemente suicide gestite dal nostro generale Cadorna che, nel suo “Libretto Rosso sosteneva esplicitamente che negli attacchi “le prime file dei soldati servivano soltanto a fare da scudo alle seconde file”. Quindi alcuni soldati – non pochi – erano inevitabilmente destinati a morire, indipendentemente dalla loro capacità di combattere e dalla fortuna in combattimento. Del resto, lo stesso psicoanalista e polemologo Risè sostiene che “L’uomo è stato disponibile a morire per millenni, per avere un’identità, ed evidentemente lo è ancora”.

Quindi la situazione si fa sempre più drammatica. Non si tratta quindi di blindare ulteriormente le nostre frontiere. Il pericolo può arrivare da giovani, anche di origine europea, in cerca di un’identità “forte” per riscattare una vita anche economicamente agiata, ma priva di senso. Ecco che l’Isis propone proprio questo: chiunque può diventare soldato di Allah, se disposto ad immolarsi. Del resto, l’idea di avere “Dio dalla propria parte” non è per niente originale: l’Occidente quasi in tutte le sue guerre di conquista e civilizzazione passate e recenti  si è  sempre presentato come guidato da Dio; naturalmente, quello a sua immagine e somiglianza.

Che fare dunque? Se polizia ed eserciti vivono nella consapevolezza che non possono neppure agire come nel più totalitario degli stati, dato che se è (forse) possibile incarcerare tutti i possibili sospetti di simpatie fanatico religiose o tutti i possibili soggetti contrari ad un governo (come sta avvenendo in Turchia), è credo impossibile controllare e segregare tutti i soggetti con possibili turbe psichiche (spesso non facili da diagnosticare con certezza), tendenze suicidali o variamente emarginati. Il rischio che corriamo lo possiamo comprendere leggendo tra le righe un altro punto della definizione generale di suicidio:

“Siccome l’isolamento favorisce il suicidio, si è constatata una maggiore incidenza nei grossi centri urbani e tra persone che vivono sole rispetto ai coniugati; più numerosi si sono rivelati i suicidi nelle classi economicamente più agiate rispetto a quelle meno abbienti.” Quindi le persone da “controllare scrupolosamente” diventano davvero troppe per qualunque paese. Ecco che allora il gesto “jihadista”, come nota anche Recalcati, suscitando emulazione “si moltiplica coinvolgendo anche chi non professa quella ideologia”. Verrebbe da commentare, con una certa ironia, che sarebbe meglio indirizzare quei (numerosi) giovani in cerca di un’appartenenza “forte” alle tante altre sette occidentali esistenti certamente meno suicidali rispetto all’Isis. Purtroppo, sempre con amara ironia, appare anche poco credibile, data l’inarrestabile diffusione di mezzi tecnologici e il sempre vivo interesse per il macabro, raccomandare, come hanno  anche fatto recentemente le forze di polizia tedesche, la non trasmissione e diffusione di immagini di attentati, violenza e azioni terroristiche di vario genere. Come possiamo attenerci a questo consiglio, se stampa e (soprattutto) televisione o mezzi audiovisivi in generale prosperano soprattutto mostrando, in modo dettagliatamente morboso, quasi come un macabro mantra ripetuto ad orari regolari, (quasi) solo il peggio di quello che avviene nel pianeta? Forse una volutamente semplice risposta potrebbe essere cominciare a prendere consapevolezza dell’esistenza delle tante contraddizioni sociali, politiche, etiche , economiche per citarne solo alcune, della storia dell’Occidente che di vittime militari e soprattutto civili ne hanno prodotte tante.