di Giacomo Sartori
poi ricordo
quando mi scopro stanco
o le cose smottano
mi dico che
devo proprio chiamarti
(il solito opportunista)
poi ricordo
che sei morta

La legge e la morale
di
Attilio Del Giudice
Oggi è il 12 aprile, una giornata di sole, ma un vento fastidioso di libeccio non la rende piacevole, benché sia bello vedere il cielo terso e il mare di un blu scuro intenso, solcato da un’infinità di creste biancheggianti di spuma.
Sto qui in un bar al porticciolo di Santa Marinella e non riesco a togliermi dalla testa la drammatica vicenda di Daniela.
Ha ucciso il padre, che, all’età di 9 anni, dopo la morte della mamma, l’aveva costretta ad essere la sua schiava sessuale e gli abusi non erano mai cessati per 12 anni consecutivi. La mente di Daniela, per lungo tempo, fu invasa da un coacervo di sentimenti contrastanti, dove, però, a prevalere erano il terrore e la vergogna, finché un giorno trovò la forza di denunciare la relazione incestuosa, che aveva subìto sin dalla fanciullezza come una profonda, immedicabile ferita.
Dai carabinieri fu da subito considerata una malata. Nel verbale si riferisce: “Uno stato emozionale poco controllato, infatti le tremano vistosamente le labbra e le mani, inoltre l’eloquio è impacciato e caratterizzato da carenza di parole significative” (sic). Quando, poi, il padre esibì un foglio sottoscritto da uno psicoterapeuta, dove si parlava di fantasmizzazione, vale a dire di una cosa non vera, ma vissuta psicologicamente come vera, per la tenenza dei carabinieri non ci furono dubbi: “una povera ragazza presumibilmente malata, molestata solo dalla sua morbosa fantasia”.
Passarono ancora sei mesi, ma al fin della licenza…
Il delitto fu perpetrato, nottetempo, durante uno dei tanti amplessi, col taglio netto di un vecchio rasoio nella vena giugulare del turpe amante.
La ragazza si presentò per denunciarsi, presso il presidio dei carabinieri, alle sei del mattino.
Al processo, per la difesa, si presta volontariamente una mia amica, una persona di alto livello professionale e senso profondo della morale.
Questa signora, avvocato penalista, si chiama Marta. Ci conosciamo dai tempi dell’università. Le ho parlato: “ Marta, tu pensi che questa cosa della fantasmizzazione sia una bufala?”
“Si, sicuramente. Innanzi tutto, questo sedicente psicoterapeuta l’ha formulata senza neanche vedere la ragazza, sulla base di un colloquio col padre, una sorta di memoria per un progetto di terapia, infatti dice: ”Il soggetto potrebbe essere affetto da forme psicotiche, con sintomatologie fantasmatiche e maniaco- depressive” Capito? “Potrebbe”. I carabinieri si sono accontentati di questa cartuscella, esibita dal padre, anche perché ‘sto signore si presentava ben vestito, calmo, sorridente, parlava un italiano corretto, quasi forbito, non era brutto, direi che poteva essere considerato un piacione, il che induceva a pensare che non gli sarebbero mancate le possibilità di avventure erotiche fuori casa. Ma nel processo ci vuole qualcosa di più consistente. Io sono sicura che ha mentito. E lo dimostrerò!
Tra l’altro, questo sedicente psicologo terapeuta, a parte la targhetta sulla porta, messa appena laureato, è un ragazzino inesperto e presuntuoso e dovrà rispondere di questa cartuscella scritta su carta intestata e basata su un’ipotesi ricavata dal colloquio col padre, una cosa fuori da ogni deontologia professionale. Poi è significativo che un padre, sentendo ipotizzare che la figlia è malata e ha bisogno di una psicoterapia, non dà seguito per la ragazza a nessuna cura, né con questo imbecille, né con altri psicoterapeuti. La cartuscella porta una data risalente a quasi due anni prima dell’omicidio. Mi sembra evidente che il padre scelse proprio questo cretino per procurarsi una carta, con la parvenza di un documento clinico, da esibire, nel caso di denuncia, cosa che avvenne in realtà. Ti rendi conto?
Pare, poi, ci sia anche la testimonianza di un’amica di Daniela, che ha avuto la confidenza di una donna di servizio. Una che, pare, abbia involontariamente visto qualcosa di strano e inquietante in quella casa. Non so ancora niente di preciso. Devo sentire le due donne domani o dopodomani.”
Marta mi è parsa ferma e convinta e credo che la sua tesi prevarrà, ma le relazioni tra morale e giustizia, morale e legalità restano, a mio avviso, ambigue e sono perplesso su che cosa augurarmi per la sorte di Daniela.
Se prevale la tesi dell’abuso sessuale, quella che noi crediamo essere la verità, la ragazza sarà comunque condannata, perché si è fatta giustizia da sola. Se prevale la tesi che l’omicidio è dovuto a una malattia della mente, quella che noi crediamo essere una menzogna, Daniela sarà, più o meno, salvata da “un’adeguata terapia e ospedalizzazione”, così ho letto sulla cronaca di un giornale locale. “Salvata”? Mi pare quanto meno semplicistico.
Ieri Marta mi ha mandato un messaggio sul cellulare: ”Parlato con signora Assunta, la collaboratrice domestica, grosse novità. Oggi non possiamo vederci. Ti lascio la chiavetta con la copia della registrazione da Nico, qui al bar del Tribunale. So che muori dalla curiosità”….
Marta ha la buona abitudine di registrare, con certi sofisticati strumenti da agente segreto, ogni colloquio che riguardi il suo lavoro, non chiede l’autorizzazione agli interlocutori, ma sa che non ne farebbe mai usi impropri, se ne serve esclusivamente da efficientissimi pro memoria. Quando può, come in questa circostanza, mi rende partecipe. Ho ascoltato il colloquio di Marta con la domestica sul mio iPad:
“Dottoressa che le devo dire? Si, è vero che andavo da Daniela per i lavori domestici, ma solo una volta la settimana, la mattina, quando il padre non c’era, perché lui stava al ministero, che non lo so che faceva là. Cioè doveva essere un pezzo grosso.”
“ Ma lei, signora, in quella casa ha visto o sentito qualcosa che l’ha turbata e che può essere utile alla difesa di Daniela?”
“No, e che dovevo vedere? Cioè niente di …Dottoressa, io ho paura a parlare”.
“Perché ha paura? Di che? Si apra, non si tenga tutto dentro! Avanti! Io so che lei si è confidata con Mariacarla, l’amica di Francesca”.
“Si, dottoressa, e lei mi giurò che non l’avrebbe detto a nessuno”.
“E, infatti, Mariacarla ha mantenuto il segreto. Aveva capito che lei era terrorizzata all’idea che il padre di Daniela venisse a conoscenza che lei sapeva e aveva capito. Ma quel signore è morto e non può farle del male. Ripeto, Mariacarla ha mantenuto il segreto anche adesso, ha solo detto che lei, signora, sa qualcosa e se vuole dire finalmente la verità e liberarsi la coscienza di un peso…lo può fare tranquillamente”.
“Dottoressa, io ho 36 anni e sono vedova e madre di due gemelli, lo so che non corro rischi, ma ho paura lo stesso”.
“Non deve aver paura di me… Io sono solo l’avvocato difensore di Daniela, capisce? E so anche che lei è affezionata a questa ragazza, so che le vuol bene. Su, mi dica, che cosa sa?”
“Si, a Daniela voglio un bene dell’anima e, sapete che vi dico, quello era un demonio e la fine che ha fatto se l’è meritata. Dottoressa un giorno… E’ una cosa brutta….”
“Un giorno?”
“Un giorno andai a fare i servizi di pomeriggio, perché di mattina c’era stata la messa di suffragio per mio marito, buonanima. Lui, il padre di Daniela, venne che potevano essere le sette, non lo sapeva che stavo in casa. Appena entrato, si buttò nella sua poltrona in salotto e chiamò la figlia, due volte e disse gridando una cosa brutta”.
“Che cosa disse?”
“Disse…. Troietta, sto arrapato,vieni a farmi… Dottoressa lei ha capito? Non mi faccia ripetere…”
“Si, certo, ho capito.”
“Daniela stava con me in cucina, mi fece cenno col dito di tacere e mi sussurrò di andarmene senza far rumore. Se scopre che sei qui ci ammazza”.
Ecco, la registrazione si ferma qui. Mi sembra tutto esplicito. Marta ed io non avevamo dubbi.
Io non ho le attrezzature culturali per districarmi nella filosofia della morale e del diritto e approfondire questi rapporti, ma, guardando in una fotografia, il volto di Daniela, il suo sguardo limpido e dolcissimo, ho provato una stretta al cuore e un’istintiva partecipazione al delitto. Sì, una partecipazione come unica e terribile forma di solidarietà.
La mia birra scura sta per finire. Forse ne ordinerò un’altra. Il vento sembra sia aumentato di intensità, lo vedo dall’agitarsi straziante delle petunie di tanti colori nei vasi qui, davanti al bar.
Ma si può essere solidali con un assassinio? Le mie idee del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto sembrano immerse in una valle piena di nebbia, dove mi è impossibile accedere. Mi assale un’angustia, uno strano turbamento, un senso di impotenza, di incapacità a gestire i pensieri che arrivano e scompaiono come piccoli stizziti fantasmi. Il naufragare in questo mare, oddio, non mi è dolce…
Un convegno per la poesia delle nuove generazioni
Milano, 6-7 maggio 2016 
«Velocità della visione» vuol dire essere in grado di rappresentare il proprio tempo. È un moto situazionale, provocato da forze contrastive e convergenti: quelle della tradizione e quelle della sperimentazione. Sperimentare a favore della tradizione, perché la continuità si risolva pure nelle inevitabili fratture della storia.
di Eugenio Lucrezi
Arboraria, 1978
I
aeriam radicem dicebant sorbere aerentem
caeco caelo: et in obscuritatem arbori umores
convehere: ubi spatium simile tempori, cum homines
vivunt vitaque excedunt: supra et supter
1
che la radice nel cielo veniva
raccontata: scheletrica a
suggere dalla cieca luce: che poi
portava l’umore alla pianta (è il contrario?)
nel buio: dove lo spazio
assomigliava al tempo: e dico dell’uomo,
che vive e poi muore: sopra-sotto
2
che mi capisse: dove
foresta di copule tra il nero e l’azzurro
esprimeva: quando non c’era tempo: quando
dita spiegate delle più varie piante:
dove c’era respiro, e noi no:
che poi:
3
che fosse
un verde strano:
infinito di sotto e sopra piano
4
che i sessi dell’albero erano troppi
( io ne ho uno, ma corro )
5
che fosse – nei sogni – più mobile:
come a somigliarlo a chi:
perché l’albero è
accelerabile da
rallentabile ma
annerato in linea di chi
( misteriato )
come se noia capisse, come
se segni, pappa e noleggio, all’albero:
come se chi, e l’albero:
albero e dita sue
( lingue feroci )
lontano è l’albero
( curvo chi intanto )

Arboraria, inchiostro, gesso e tempera su cartone, 2015
Nature morte, paesaggi. Poesie per Paul Klee, 1978
3
Der Schrank
Rappresentare una porta
che si apre e si chiude
è come dire alla propria anima:
tu mi devi lasciare.
Ma se la porta è chiusa
toccare i paesaggi di fuori
con il legno rugoso
che dall’interno non vedo.
6
Se tutte le linee di questo percorso
corrono l’una verso l’altra
l’incontro si annoda e si aggruma.
Così io apro queste ali di inchiostro
e questa poesia continua,
domani, a colare muta
dentro tutte le altre.
7
Paul Klee è un insegnante severo:
racconta che non è mai nato,
e che morirà presto:
ordina a tutti i discepoli, sbigottiti,
di essere altrettanto brevi,
reggendo le code lunghissime
ed attorcigliate
con la mano libera.
8
Keimend
Se una distesa d’orizzonte
o di terra umida
mi preme la testa,
la bucherò nascendo:
ma una nascita è troppo,
se ogni mia morte la racconta.
(da “Arboraria”, edizioni Altri termini, Cuma 1989)
Il cavaliere del secchio, 1995
il cielo, uno scudo proteso
contro chi ad esso si rivolga
Kafka, Il cavaliere del secchio
Stanotte ‘a veco e ‘un ‘a veco,
‘mmiez’ a ‘sti lluce ‘mbrugliòse, ‘a faccia toja,
ccà ddint’ ‘a sento e ‘un ‘a sento,
‘mmiez’ a ‘sti suone ‘mpicciòse, ‘a vocia toja,
mò s’è appicciato e se sta già stutànno
‘o ggenio ‘e sta’ cu’ tte,
me vaco a ffa’ na passiata cca ffôre,
‘o friddo fa’ pe’ mme.
Llà ‘ncoppa tremma e nun trema,
aret’ ‘o ‘mbruoglio d’ ‘e nnuvole, ‘a luna ‘iànca,
ccà ffore canta e nun canta,
‘int’ a ‘sta neve scura, na voce ‘e notte,
mò acchiapp’ ‘o sicchio, ‘o zompo ‘ncuoll’ a cavallo,
faccio nu giro,
vaco a cercà chi me venne ‘o ccarbone
pe’ me scarfà.
Ccà ‘ncopp’ ‘o friddo se sente,
nisciùno sente ‘e lamiente e ‘e ghiastemme,
‘a notte è grande e carogna,
e gira e riggira nun c’esce niente,
‘a giacchetella è liggièra
e nun me pare overo ‘e turnà,
ma chi c’ ‘o ddice a ‘stu sicchio
‘e avutà ‘a capa ô cavallo
e atterrà?
(da “L’air”, edizioni Anterem, Verona, 2001)

Pinup-ameba, omaggio a Franco Cavallo, 2005
(da Incroci, n°16, aprile 2006)
Viola di morte (landolfiana), 2006 – 2012
2
(viola)
Viola che vai centrifuga
Come sole abbrunato:
Congedi ogni tuo braccio
Come fosse mai nato.
Fenomeno autoerotico
Al cuore ti precipiti:
Petalo malinconico
Ti curvi e ti gratifichi.
Prurito intergalattico
Frughi nel buco nero:
In un cosmo sintattico
Non ne violi il mistero.
4
(ghost tale)
Sulla collina della sanità
Nottetempo gli Spiriti Floridi
Nel lucore del latte discettano
Sulle miserie delle pulci umane.
L’uno con l’altro si guardano le mani,
Divertiti si palpano le vene
Morte col sangue appena trombizzato,
Spingendo tra le dita trasparenti
Giocano col trenino dei coaguli.
Poi se ne vanno, e gli Spiriti Stenti,
Salendo sul cocuzzolo, rimpiazzano
Quelle memorie fresche e risentite
Col pietrisco di voci senza eco.
Capire che si dicono è questione
Degna delle morene a fondovalle.
Laggiù l’orecchio ascolta
Periodi millenari, intercalare
Che somigliano a ere. Sospensioni
Pazienti, vene come
Schisti taglienti, sul lato volare
Degli avambracci, sulle stente mani
Che smagrano nel latte della notte.
7
Perché lo sai che ce ne andiamo tutti
Dai pontili distrutti
Dell’alba, al freddo, ansiosi di vedere
L’incerta rima dei flutti e delle stelle,
Dei porti in lontananza, delle spiagge
Che non attingeremo, con le mele
Marcite nel barile, e le borracce
Vuote da tempo, vinti dall’arsura,
Tu ci accogli benevola all’attracco,
O notte.
Come Properzio, 2009
Progredimur facillime inter minas,
rubescere non licet, si fas
procedere quasi viventes, nefas,
nocte lucentia astra mirantes,
vitam fingere ― si pia
somnia veniunt, pondus habent.
Ea nec tu sperne, spider of Mars.
(da “mimetiche”, edizioni oèdipus, salerno-milano 2013)

Signa de rerum jattura vociferantur, inchiostro e gesso su carta, 2014
(da KROWTEN, omaggio ad Alfio Fiorentino, catalogo, edizioni Offerta Speciale, Torino 2014)

Mankind is superior, collage, 2016 (inedito)
Stile
Lo stile è stato, per secoli, il fattore umano dell’arte, la sintesi ideale tra esigenze espressive dell’individuo e consapevolezza partecipe del divenire storico di un gusto comune. Poi l’arte ha smesso di raccontare la realtà in maniera univoca, e l’opera ha preso a rappresentare la complessità della visione, moltiplicando le prospettive fino alla disgregazione dell’identità stessa dell’artefice. Il grimaldello di quanti oggi, in questa maniera, si provano a riscrivere artisticamente la storia collettiva non può essere, pertanto, che l’abbandono dello stile. Al suo posto, l’inciampo, l’interruzione e il ricominciamento permettono ai più audaci di sperimentare una pluralità di materiali e di forme nella più grande libertà, ma a prezzo di una svalutazione d’intenti e di una perenne precarietà di risultati.
(e.l.)
Il brano è tratto dall’articolo intitolato E le arti, moltiplicandosi, si fecero madri di biciclette, in Diario, anno XII – numero 2/3, 19 Gennaio 2007.
Bio-bibliografia
Eugenio Lucrezi (1952) è di famiglia leccese e vive a Napoli. Ha pubblicato quattro libri di poesia: Arboraria, Altri termini, Napoli 1989; L’air, Anterem, Verona 2001; Cantacaruso : Lenonosong (con Marzio Pieri), libro + CD musicale, La finestra, Lavis 2008; Mimetiche, Oèdipus, Salerno-Milano 2013; e i libri d’artista Freak & Boecklin (con Marzio Pieri), Morra-Socrate, Napoli 2006, Nimbus, Eureka, Corato 2015 e Sapìa, Il laboratorio di Nola, 2016. Ha pubblicato il romanzo Quel dì finiva in due, Manni, Lecce 2000. Suona nel quartetto “Serpente nero blues band”, il cui ultimo disco, intitolato Frieda e altre storie, è uscito nel 2013. Già redattore della rivista di letteratura Altri termini, diretta da Franco Cavallo, è attualmente direttore della rivista di poesia e arte Levania.
[ Auto-antologie prosegue con Eugenio Lucrezi e il suo percorso poetico. Appartengono alla stessa rubrica gli spazi dedicati a Francesco Tomada , a Vincenzo Frungillo , a Francesco Filìa e a Viola Amarelli. Sul lavoro di Eugenio Lucrezi è possibile leggere un mio intervento qui B.C.]
Rassegna internazionale di scritture di ricerca a cura di Mariangela Guatteri e Giulio Marzaioli
Per comprendere la realtà EX.IT è necessario entrarvi, farne un’esperienza, attivare modalità di lettura del territorio libere dall’incombenza di difenderlo; predisporsi a uno sguardo fluido, idoneo alla percezione delle aree più frammentate, ma non solo.
«In un certo senso l’exit, l’esodo, la defezione, è una sottrazione intraprendente, cioè non ci si può sottrarre se non fondando qualcosa di nuovo o, per prolungare il richiamo biblico, se non abbandonando l’Egitto inoltrandosi nel deserto e sperimentando lì forme di autogoverno che prima non erano neanche immaginabili.»
di Vanni Santoni
Diversi anni più tardi sono al matrimonio dello Staderini, ormai stabilmente texano. Si sposa con un’ingegnera indiana del suo dipartimento e il matrimonio è in India.
Dopo una prima fase in un resort ci spostiamo su traballanti autobus fino alla giungla del Kerala, dove abita la famiglia della sposa. Ci danno dei bungalow che sono di fatto delle palafitte senza pareti. Cavallette grandi come gattini solcano l’aria e atterranno sull’impiantito e sulle persone. Non tutti apprezzano. Mi informo se ci siano ragni. La padrona di casa mi dice che c’è una tarantola in bagno, dice che le piace lì, perché è più caldo. La guardo negli occhi e capisco che sta scherzando, che fa dell’ironia sul panico che ha colto molti degli invitati occidentali. Eppure, quando rientro, racconto della tarantola agli altri ospiti, serissimo.
Ma se ne sta buona nella sua tela, compa’?, fa un ingegnere elettronico di Gravina (e Houston).
Magari! È una predatrice notturna. Mobile. Rapida.
Aggressiva, compa’?
Forse mi sbaglio, ma credo sia pure di quelle che scagliano gli aculei…
Il ragno che ho creato passa di bocca in bocca, acquista sostanza. C’è chi va in bagno col cappello e chi portandosi dietro una rivista arrotolata o uno scacciamosche; in capo a qualche giorno c’è chi giura di averla vista passare tra il cesso e la doccia. Se ne parla: c’è chi ne descrive i balzi, chi ne approssima le dimensioni con le mani. Mai visto niente del genere, compa’.
Io stesso mi scopro a pisciare a occhi chiusi – io! – e allora apro gli occhi, ridacchio tra me, eppure, lì al buio, in un angolo di quel vespasiano tropicale, forse…
✴
Deserto tra il Portogallo e la Spagna, lago di Idanha-a-Nova, terzo o quarto giorno di un festival goa. Mattina colorata di psicotomimetici, di luce che passa attraverso il nylon della tenda dove già si disegnano motivi aztechi, frattali, volti autoricombinanti, mentre apro gli occhi dopo quello che a stento può essere definito sonno. Sole alto sull’isola, lo si vede bianco attraverso il nylon, i battiti della pista principale una emanazione sintetica che non si slega dall’acqua del lago, dalla sabbia, dalle voci che si chiamano qua e la, dalle ragazze dai capelli colorati che fanno il bagno, dal mio svegliarmi. Irraggiante sulla parete dove c’è la zip, enorme un ragno. Guardo sulla tenda quella tegenaria portoghese che si gode l’umido caldo del mio interno tenda, della mia febbre enteogenica. Cerco un pezzetto di carta; non ce ne sono.
Allora apro la zip, la raccolgo con le due mani, la metto fuori e la guardo sgambettare via; poi tiro un grido al mio compare nella tenda di fronte:
Ohe’.
Che c’è?
Sapessi cosa mi è successo.
Cosa?
Ma niente… Latte ne abbiamo ancora?
L’intero ebook è scaricabile QUI.
di Pino Tripodi

( Do qui un’anticipazione del romanzo Per sempre partigiano di Pino Tripodi, ed Derive e Approdi, 2016, euro 16,g.m.)
la storia inizia per caso. tutto comincia quando decido di fare una vacanza collinosa sul belbo in quel tratto di fiume incastonato tra le province di cuneo asti e alessandria prima che le sue acque ancora giovani si perdano nel tanaro.
il belbo anche lui muore giovane come tutte le vite – suicide o meno – inghiottite da fiumi più grandi di loro.
la politica e i partigiani contano un fico secco in quella decisione. c’entrano invece l’ottimo vino la viranda del mio amico claudio solito e l’idea di rivedere i luoghi pavesiani.
prenoto un albergo e smacchino pigramente da quelle parti. giunto in hotel ho giusto il tempo di sistemare le cosettuole che mi seguono e di chiedere un caffé in camera.
la vita cambia direzione appena mi metto a sfogliare i racconti di cortazar.
quell’11 aprile 1998 il primo tocco – solitario subito soffocato – delle campane a morto mi desta un’immediata curiosità. il suono a bicchiere quello riservato per le celebrazioni solenni annuncia la fine di una persona particolare.
smetto subito di leggere. mi alzo di scatto. dispongo istintivamente l’orecchio sinistro verso la finestra da cui arriva la musica. sette secondi distante il secondo tocco mi indubbia. poi qualcosa prendo a intuire.
dalla memoria inatteso affiora un ricordo che spenso di aver mai registrato. l’annuncio dell’agonia di mio padre con i tre tocchi delle campane a distesa ripetuti più volte tanti anni prima.
dalla musica delle campane s’intuisce che il morto è del posto. si tratta di un uomo di 77 anni. appartiene a qualche confraternita. ma qualcosa rimane oscuro. perché le campane finito il concerto ricominciano a suonare senza attendere le pause canoniche che precedono il rito funebre? a chi vogliono far sapere che qualcuno qualcuno di certo importante se ne anda? quei suoni sembrano smaniosi di infiltrarsi nei padiglioni auricolari di chi non vuole ascoltarli.
dopo quarantacinque minuti con gli orecchi incollati alle campane decido di verificare di persona di che morto si deve vivere quel giorno.
abbandono l’albergo. percorro quel centinaio di metri che mi separa dalle campane. davanti alla chiesa non c’è nessuno. niente parenti niente catafalco. anche le panche e i confessionali dell’interno sono vuoti. guardo nella cantoria oltre l’altare e in sacrestia. nessuno. non rimane che chiedere informazioni al campanile sonante. inizio correndo la scalata ma devo presto accorgermi che le gambe mi diventano lignee. passo passo freno l’ascesa non contando gli scalini. nell’ansia di raggiungere la sommità mi sembrano più dei quattrocento del campanile di giotto.
finalmente arrivo alle campane. si ostinano ad annunciare il transito ben oltre il tempo concesso normalmente ai morti. mi aspetto di incontrare il sacrestano. vedo invece un vegliardissimo sacerdote solennemente vestito con cotta e stola bianca sopra l’abito talare ricoperto dal velo omerale. gli faccio segno più volte. passano più minuti poi finalmente non so se per le mie insistenze o perché quel sistema di concerti funebri termina le campane si tacciono. chiedo al parroco a che ora inizia la funzione.
oggi non c’è alcuna funzione funebre dice con mia enorme sorpresa.
se non oggi quando si svolge in chiesa il funerale della persona di queste campane?
mai.
mai? perché è morto altrove?
forse non si trova il corpo?
no.
è morto suicida?
cosa c’entra.
c’entra che mi piacerebbe conoscere la ragione di un concerto funebre senza fine per un funerale che non ha luogo.
il funerale sta per iniziare non in chiesa.
dove?
direttamente al cimitero.
è perché mai?
perché il morto pensa di non credere.
mi sta dicendo che lei suona le campane così solennemente per un uomo che non è cattolico.
per un uomo che pensa di non esserlo.
perché lo fa.
anche se un uomo è incapace di riconoscere i meriti di dio dio sa riconoscere i meriti dell’uomo.
ma non si suonano le campane per un miscredente.
dio non suona a comando perché così si usa fare.
il mio interesse per il morto cresce.
dove si trova il cimitero?
a cinquecento metri dalla chiesa.
allora andiamoci.
lo dico a me stesso ma il sacerdote lo accoglie come un incoraggiamento a fare quello che la testa sua fino a quel momento non gli ordina. affronto la discesa con gli occhi incollati ai piedi. quei gradini che in salita sembrano solo numerosi ora mi appaiono anche dislivellati smussati bucherellati. l’ideale per capitombolare. giunto in piano mi metto lesto a camminare. la testa ora può occuparsi del mondo senza limitarsi al pensiero piccino di salvare se stessa. dietro di me a passo molto più vecchio il prelato.
il cimitero arriva coi dodici gradini dell’ingresso. oltre a sinistra si presenta subito la camera mortuaria. dentro appoggiata sul marmo una bara già sigillata e tre persone due anziane e una giovane a onorare il defunto. arrivano i becchini uno in più dei congiunti del morto. fanno scivolare il feretro su un carrello. seguiti dai tre da me e dal sacerdote lo conducono presso un loculo. lacrimoso il più anziano improvvisa una brevissima orazione leggendo male da un foglio manoscritto non bene. poi la bara si infila nella sua angusta dimora. presto un manovale cementa l’ingresso del loculo. in attesa del marmo sul cemento ancora fresco uno dei tre il più giovane illacrimabile con un temperino scrive 1921-1998. per sempre partigiano.
mi appunto nome anno di nascita e di morte. è lo stesso nome pronunciato spesso in casa. un partigiano leggendario. ma qualcosa non torna. credo faccia parte del pantheon dei vincitori ma a vederlo ridotto così solingo non capisco.
prima che quel mancato corteo funebre si sciolga provo a chiedere come mai un partigiano tanto importante muore in una solitudine così estrema. di solito gli eroi si accompagnano al viaggio ignoto con bande fanfare gagliardetti e discorsi oceanici.
la storia ha l’altalena mi risponde il sacerdote.
la solitudine e la vita di quel partigiano da allora mi diventano un’ossessione. comincio a chiedermi perché la storia è così capricciosa. perché lascia che alcuni facitori di mondo muoiano tanto soli. perché li usa come schiavetti decidendo alla fine di cancellarli dalla sua vita.
perché gli uomini possono fare a meno della loro storia.
non so dare spiegazioni logiche. amico d’infanzia dell’uomo solo il vegliardissimo sacerdote che da quel giorno accompagno alla morte prima di sparire me ne bisbiglia una.
quel partigiano non possiede il dono della viltà della vita.
da quando la viltà è diventata un dono.
giovanotto forse non ha senso intendere il mio parlare e certo è ancora più vano che io tenti di spiegarlo. non si fermi alla realtà addomesticata delle parole.
mi dia un appiglio.
l’esistenza è fatta di piccole viltà. senza è impossibile vivere. l’esistenza che sfida le viltà della vita è insopportabile agli uomini normali. meglio che venga seppellita fino a quando un mito non le restituisce un briciolo di ghignante beffarda verità.
la vita vera evapora. si salva solo il fumo.
di Ornella Tajani
In portoghese, desencontro è una parola dolceamara, scivolosa e però irresistibile, che contiene la dolcezza di qualcosa che è passato e l’impossibilità amara di restare nell’incontro. «La vita, amico, è l’arte dell’incontro», cantava Vinicius de Moraes in Samba delle benedizioni, sebbene anche lui sottolineasse che l’esistenza è costellata di mille disincontri. Nella versione italiana il termine fu tradotto con «disaccordo», che è solo una delle accezioni possibili, forse la più piatta, quasi che all’epoca dell’album, frutto della collaborazione tra de Moraes, Ungaretti e Sergio Endrigo, fosse sembrata prerogativa linguistica tutta portoghese quella di racchiudere, in una sola parola, molti mondi possibili.
Il disincontro contiene il bene e il male, «meu bem meu mal», canta ancora Gal Costa, e Lisa Ginzburg non manca di ricordarlo nel suo ultimo romanzo Per amore (Marsilio, 2016), un libro di amore e morte, come è stato detto, che è anche la cronaca di un desencontro – sentimentale, culturale, sociale, geografico. Vitulca, documentarista italiana, si innamora di Ramos, un ballerino brasiliano sulla via del successo, incarnazione del carisma, della gioia di vivere e della jouissance, e seguace del Candomblé, religione afrobrasiliana. I due si sposano a Parigi, dove lei vive, nella mairie del XVIII arrondissement: si scattano le foto di nozze in place Jules Joffrin, accanto alla giostra, e in quel momento, quasi vi fosse salita per un giro, Vitulca volteggia fra la propria felicità e gli sguardi scettici degli invitati al pensiero che la loro relazione non durerà.
Col matrimonio inizia anche la giostra di tentativi per reggere un rapporto che costringe ad attraversare di continuo le frontiere (oltre alla Francia e al Brasile, anche Birmingham, Roma, Bitonto, Siviglia), fra voli intercontinentali, telefonate Skype, sfiancanti altalene fra il vuoto e il pieno di una storia a distanza; dopo un po’ anche la presenza diventa faticosa, decisamente troppo piena se per Vitulca passare due mesi in Brasile con Ramos, nel bairro popolare dove lui vive, significa essere quasi costantemente circondata dalla sua tribù, composta da una famiglia numerosa e da un corteo di gente varia, amici, conoscenti opportunisti, ammiratori sempre pronti a «vampirizzare» la sua allegria. Ma è ai sentimenti che Vitulca bada, e in fondo lo ha sempre saputo che «un amore da lontano le si addice»; se è vero che, da documentarista, è abituata a osservare il dato di realtà, dall’altro conosce la regia e il montaggio, strumenti prodigiosi dell’ambiguo: così, l’inquadratura che sceglie di privilegiare vede lei e Ramos in primo piano, il resto sullo sfondo.
Sotto l’abbagliante bagliore della sua vitalità, del suo intenso desiderio di godere della vita, Ramos nasconde però un segreto forse taciuto anche a se stesso, una tragedia intima, un destino «fatale» nel senso di oggetto di interesse da parte del fato, il quale com’è noto solo s’interessa a esseri straordinari. È questo destino che l’autrice ripercorre, con una sintassi a tratti sincopata che rende bene il faticoso lavorio della ricostruzione, il viaggio a ritroso nel tempo che la protagonista s’impone per ricomporre i tasselli di una relazione durata anni. Ricostruire, leggere i segni che in passato si sono trascurati, è un’operazione ossessiva, perché nella realtà i segnali del fato si palesano solo a tragedia già avvenuta, e nondimeno danno luogo a ipotesi diverse, verità molteplici – vari mondi possibili, come detto in apertura.
La tour di Montparnasse, dove Vitulca e Ramos trascorrono uno degli ultimi momenti insieme, è un palcoscenico perfetto per il disincontro: pur offrendo uno dei più bei panorami parigini, è un luogo immensamente tetro, non felice; come se la bellezza lì davanti agli occhi fosse già passata, già ricordo. Nel disincontro però restano, già etimologicamente, i frammenti dell’incontro che è stato, e che in quanto incontro è fondativo, determinante a livello umano, emotivo e identitario. «In fondo, le nostre vite sono i nostri morti»: la splendida citazione di Jesmyn Ward posta in esergo al libro è anche il sigillo ideale di questo romanzo appassionato eppure ostinatamente lucido, il cui ritmo nel finale precipita, stringendosi in una spirale quasi soffocante, subito prima di sciogliersi in una scena tinta di serenità e di cauta, silenziosa speranza.
di Laura di Corcia
3.
Che cosa si prova a non avere
più una mammella
da succhiare,
che cosa si prova a scoprire
che l’asfalto brucia la pelle?
Ricordo il mio stupore, da bambina,
che la bicicletta era una scuola dura.
di Vincenzo Bagnoli

Non credo di ricordarmi come riuscii a trovarla. Non fu facile, comunque; soprattutto perché non la stavo nemmeno cercando. Tutte le sere andavo a piedi alla radio dove allora lavoravo: gli studi non erano vicini, ma mi piaceva camminare ed ero abituato a percorrere chilometri senza difficoltà, provando anche diversi tragitti attraverso la periferia per rendere meno noiose quelle mie passeggiate. Talvolta azzardavo anche qualche «deriva metropolitana» psicogeografica, lasciando che fossero i miei passi a guidarmi: ma quella volta dovevano avermi tratto in inganno, perché la strada sembrava molto più lunga del solito, più faticosa, e più rigida del normale la sera invernale. C’era qualcosa che non tornava. Un po’ disorientato, mi ero fermato a un incrocio, quando la scorsi.
Si trovava in un seminterrato, sul fianco di un palazzo un po’ discosto dalla via che stavo percorrendo. L’insegna, dipinta a mano e priva di illuminazione, recava scritto solo «La boutique du diable»; non si vedeva quasi dalla strada, nel lungo e fioco crepuscolo metropolitano; ma qualcosa mi aveva indotto a sporgermi sul cortile esterno che, sotto il piano stradale, dava accesso ai garage, come se avessi già saputo che doveva essere lì. Scesa una breve scaletta, notai anche la piccola vetrina, un riquadro grande quanto una finestra, in cui stava la scritta in neon rosa «cartomanzia» e, su un fondale optical a larghe righe bianche e nere, erano esposti vecchi fumetti di Brunner, Steranko e Druillet, romanzi erotici e di fantascienza del secolo scorso, LP e singoli degli anni Settanta: Led Zeppelin IV, The Idiot, Voyage of the Acolyte, Over-Nite Sensation, Quicksand, Tubular Bells. Sul fondo, le gambe di un manichino con calze a rete, abbastanza volgari.
La porta lì accanto, una normale porta di legno verniciata di nero e piena di graffiti, non offriva invece nulla allo sguardo di chi avesse voluto curiosare all’interno; nemmeno lasciava intuire se il negozio fosse chiuso o aperto. Malgrado questa sua refrattarietà (o forse a causa di questa), non esitai a spingerla e a farmi avanti, senza annunciarmi o chiedere permesso, un po’ stupito di questa mia sfrontatezza.
Appena entrato, non vidi nessuno nella quasi oscurità: l’unica sorgente luminosa era uno stretto finestrino a vasistas posto così in alto, vicino al soffitto, che mi era impossibile capire se affacciasse all’esterno o su una bocca di lupo. A terra e sui banconi che riempivano tutto lo spazio c’era quello che mi aspettavo di trovare: pile di albi a fumetti, di cassette vhs, di dischi a 33 giri, a 45 giri, pacchi di cartoline; alle pareti scaffali carichi di libri e libri, un grande specchio dall’aria antica e su un espositore, accanto al quale pendeva appeso un poster di Apocalypse Now, alcuni cofanetti e piccole scatole. Senza sorpresa mi trovai a sfogliare affascinato e felice una rivista per ragazzi in cui avevo letto da piccolo le storie bizzarre di Redipicche. Molte altre figure ammiccavano dalle copertine, ognuna allusiva di una storia, più o meno nota; e ogni storia richiamava ricordi della mia infanzia. Ma più di tutto ero attratto dall’espositore. Mi avvicinai per esaminare il contenuto di quei cofanetti, sapendo già cosa aspettarmi: dovevano essere carte da gioco. Avevo ancora le ossa gelate e la stanza non era riscaldata: così, mentre cercavo di aprire una delle scatole, un brivido rese i miei movimenti goffi e il mazzo mi cadde a terra. Raccolsi in fretta le carte e, dopo averle rimesse in ordine, ne girai una. Erano tarocchi e la carta riproduceva il Bagatto.
«Una mano fortunata, la sua», mi dice la voce della Regina di Cuori alle mie spalle, «proprio come quella del caro Athanasius. Il Bagatto è un buon inizio: “vidi me stesso in lui riflesso come in uno specchio, e credetti di osservarmi attraverso i suoi occhi”».
Trasalendo per la sorpresa, poiché il locale mi era parso deserto, mi volto per cercare di guardare la mia interlocutrice in viso, nell’incerto chiarore che filtrava appena nel seminterrato. È seduta mollemente a un tavolo, posto nell’angolo da cui si può tenere d’occhio l’ingresso e l’intero locale, e mi sorride; davanti a lei è seduta un’altra donna, dall’aria austera, che in grembo tiene un libro aperto, come se stesse leggendo, ma pare invece concentrata sulle carte che stanno sul tavolo, quasi fosse intenta a una partita.
«Athanasius? Lei allude a Kirchner?», domando, mentre mi accosto di qualche passo, nel tentativo di trarmi d’imbarazzo con un’arguzia.
«Ma no», mi spiega paziente l’altra donna: «il signor Athanasius era un cliente, un affezionato cliente…».
«Che proprio come questo signore aveva i suoi momenti d’impaccio. È vero, Madame Sosostris?», chiede ironica la Regina di Cuori, raccogliendo da una pila accanto a sé un LP e mettendosi poi a leggere con attenzione le note sul retro della copertina.
«Non hanno proprio la destrezza di un prestidigitatore, certi signori», replica divertita l’altra, sempre fissando le sue carte: «avranno forse intuito, come dicono di avere, una qualche sveltezza d’occhio. Ma non di mano».
«Gli uomini spesso presumono da loro stessi più di quanto si dovrebbe…», sospira la Regina posando ai suoi piedi l’album: è Aquila, del 1970, una rarità.
L’altra commenta, con una punta di asprezza: «spesso presumono di sapere anche quello che li aspetta, quello che troveranno dietro l’angolo, piombando in una casa, in una storia…».
Tento allora di giustificare tanto la mia presenza quanto la goffaggine con il freddo patito.
«C’è freddo», ammette Madame Sosostris, che ha l’aria di non essere proprio in salute; si aggiusta l’ampio scialle per coprirsi meglio, poi aggiunge in modo vago:
«Il cielo promette qualcosa…».
«Neve?» chiedo io; ma dallo sguardo che ottengo per risposta mi rendo conto che è una domanda fuori luogo e abbasso vergognosamente gli occhi. Dalla copertina di una rivista musicale David Tibet, con l’immancabile gatto in braccio, e un severo John Balance mi fissano con silenzioso rimprovero.
«Io direi piuttosto… come una notte di brina e un presagio di sgomento», obietta, prendendomi del tutto alla sprovvista, una voce maschile di cui non riesco ancora a scoprire la provenienza.
Davanti al mio muto smarrimento, la Regina di Cuori torna a prendere la parola e declama con posa teatrale:
«Domande, domande… “L’intera vita altro non è che una serie di domande divenute forme”…». Poi, nel tono di una confidenza: «Vede, noi stiamo qui – qui sotto – come domande che contengono già la loro risposta».
«Così come è sopra è anche sotto», proclama l’altra, con il timbro perentorio di chi affermi una verità assoluta, e con solennità chiude il libro: prima che lo metta da parte faccio in tempo a scorgere sulla costa il nome di Jodorowsky. Incuriosito, vorrei indagare su quella lettura, ma vengo per la terza volta colto di sorpresa da un altro intervento:
«Lo sa che in ogni vita c’è una storia, vero?», mi avverte da una poltrona poco discosta da noi la voce di un lettore, intento a sfogliare le vecchie riviste e i libri della pila al suo fianco: «E ogni vita può essere anzi raccontata attraverso una serie d’immagini ricorrenti, sempre le stesse, incredibilmente, spaventosamente simmetriche, che comprendono l’intero arco dell’esperienza».

La Regina di cuori lo guarda compiaciuta. Quasi cogliendone un gesto o un desiderio inespresso, una ragazzina bionda esce sollecita dall’ombra per versare da una teiera d’argento un tè caldo, che poi raffredda con il liquido contenuto in un altro bricco; quindi pone la tazza sul coffee table davanti alla poltrona del lettore. Mentre lui si piega in avanti per posare il libro e prendere la tazza, cerco di scoprire che cosa stesse leggendo, e nella poca luce del crepuscolo che appena cominciava a rischiararsi del plenilunio intravedo l’inquietante Book of Job di William Blake.
«E cosa c’è, dunque, in questo racconto?» gli chiede la voce maschile che avevo sentito prima. Ora che i miei occhi si stanno abituando alla penombra distinguo l’uomo cui appartiene: siede con le gambe accavallate su una poltrona più in disparte, nell’altro angolo, davanti a una nicchia nel muro – una specie di finestra chiusa, forse il retro della vetrina – e tiene lo sguardo fisso su quella, quasi cercasse di guardare fuori. Un altro lettore, penso, ma poi mi accorgo che quello che tiene in mano con noncuranza, poggiato sul ginocchio, è in realtà un disco: riconosco la copertina dorata di Hunky Dory.
«Una varietà di elementi e funzioni», gli risponde il lettore, riprendendo con la mano libera il suo libro, «ma ricorrenti: tanto che dalle nostre storie si potrebbe tracciare un alfabeto di figure, un mazzo di illustrazioni che copra l’intero arco dell’immaginazione…».
«Molto di più ancora», argomenta l’altro, con lo sguardo ancora rivolto al muro, come per attraversarlo: «se proviamo a concentrare la nostra attenzione allo strato più profondo, possiamo scoprire che dietro quelle figure vi sono forme primordiali, capaci di raccontare la sua esperienza, la mia, e quella degli uomini vissuti millenni fa o che devono ancora nascere. Prototipi universali per le idee che dentro ognuno di noi si manifestano attraverso fantasie e immagini simboliche…».
La discussione s’interrompe quando, da una porta sul retro che pare immettere nelle cantine, entra salendo da una ripida scala un vecchietto magrissimo e curvo, dai grandi occhiali da vista, accompagnato dal frastuono di un macchinario che si spenge non appena richiude dietro di sé l’uscio, facendo piombare la stanza nel silenzio. Il suo grembiule grigio fa pensare che possa essere il portinaio o un custode: senza dire una parola posa la lampada con cui si faceva luce nel sotterraneo su una pila di LP, in cima alla quale noto una copia di Force the Hand of Chance, degli Psychic TV. Poi, sempre tenendo lo sguardo a terra, brandisce la scopa come un’arma antica e si mette a spazzare il pavimento nei pressi dello specchio, andando qua e là, con movimenti obliqui, senza ordine logico, come un rabdomante.
Mentre tutti tacciono provo allora a guardare quali immagini ci siano in me.
c’è una gita scolastica a Vienna c’è il sonno le MS e la sindrome di Stendhal al Kunsthistorische Museum i postumi della Vecchia Romagna c’è questa notte da solo conosci te stesso coca cola e aspirina le prime tracce di una vita che vivrai il mangiacassette poi cut to
c’è una stanza al pianterreno lontana dalla città sperduta nel grigiore di una strada suburbana l’alba e una pioggia che dura da giorni l’odore di caffè di umidità pena fino al quaranta per cento lontana da tutti eppure vicina alla fine e all’inizio della storia cut to
c’è un sole rosso che scende in estate e l’ombra scura in fondo alla valle di alta montagna all’orlo del mare ci sono due bambini in un giardino c’è l’aria di città del nordeuropa e un cielo vuoto il vento veloce ci sono giorni deserti e binari gli arpeggi elettrici nell’autoradio ci sono strade polverose cut to
c’è un marciapiede ruvido alla fine di un pomeriggio di ottobre c’è il cinema la nebbia vaga risalita lungo la fondovalle il grigio dei tetti in fondo allo spazio alla fine del mondo c’è il double-feature negli anni teneri schegge di vetro un gioco al massacro tutti i racconti di Lovecraft cut to
c’è il giradischi la camera al buio la città vista dall’alto il rumore della puntina che cade e cerca il microsolco frusciando l’attacco di batteria il sintetizzatore che disegna la colonna sonora di quelle ore di sera le note del basso che increspano appena la superficie con piccole onde la copertina dei dischi l’odore del vinile le note a calare con cui finisce Atmosphere o Christine i titoli di coda fade to black
A spezzare il silenzio è questa volta Madame Sosostris, che riprende il discorso interpellando il lettore:

«Chi può dirlo, davvero, cosa ci sia, in queste storie? Forse solo ombre, forse solo i “suoni e furori” senza senso dell’idiota, che non significano nulla, come dice il suo poeta… Noi viviamo sommersi dalle parole senza nemmeno capire il senso di quello che ci diciamo, ombre a nostra volta, come quelle dei racconti».
«“La vita è un’ombra che cammina e che si pavoneggia”…», ricorda pensieroso il lettore, seguendo il filo dell’allusione di Madame, con la tazza in mano e lo sguardo perso della semioscurità. Anche la sua voce, mi viene da pensare, è quella di un’ombra, uguale alle ombre del racconto: un’ombra fra le ombre.
Sorseggia il tè, poi continua, esitante, quasi parlando fra sé:
«Quindi… ogni storia che possiamo raccontare è l’ombra di quell’ombra… uno spettro, l’ombra di un vuoto, fatto di lontananza e assenza…»
«…come lo spazio nero che fra poco riempirà nel cielo la distanza fra una stella e l’altra», sentenzia l’altro uomo, con un gesto vago in direzione della nicchia
«“Del nulla versato nel vuoto”», cita sarcastica Madame Sosostris, per rivolgersi poi a me con un cenno d’intesa: «Come vede anche il saggio ermeneuta finisce talvolta col trovarsi in qualche impaccio… così come forse i professori suoi amici spesso s’ingannano molto».
Il lettore scrolla le spalle e torna immergersi nel libro; nella penombra della stanzetta non lo vedo quasi più, confuso nella poltrona, ma lo sento borbottare per tutta risposta:
«Crede di essere più furba, lei, che non ha nemmeno il coraggio di portare il suo nome?»
«E chi lo ha, questo coraggio? Lei forse…?», lo canzona Madame, mentre il lettore poggia anche la tazza, che continuava a tenere in mano, per nascondersi meglio dietro il libro: «E poi di nomi ne ho avuto fin troppi: mi hanno chiamato Sibilla, Lenormand, Osmond, Hyde Lees, Blavatsky…».
Quindi, voltandosi di nuovo verso di me, ritorna seria:
«Tu puoi credere di essere in questi nomi, e nelle tue parole, ma quella che racconti è la tua ombra: non credere in te stesso».
Come recitando l’antifona, subito la Regina di Cuori canticchia:
«Don’t deceive with belief».
«La conoscenza arriva con la liberazione della morte…», conclude l’altro uomo, sempre guardando la finestra che non c’è: «ossia quel momento in cui puoi vedere la tua ombra sulla riva dell’al di là e riconoscere l’altra parte di te, quando puoi prendere coscienza del tuo essere anche un’ombra fra le ombre, e non il sole che immagini di essere dentro di te, ma piuttosto un “conquistatore che non ha ancora conquistato sé stesso” ed è trascinato dagli eventi…».
Da fuori risuona il latrare insistente di un cane; come un richiamo, come un allarme. «Dev’essere la luna piena che agita i cani», suggerisce la Regina di Cuori.
«I cani ci avvertono delle insidie che ci aspettano al varco», la corregge l’uomo col disco, fissando la sua finestra chiusa, quasi cercasse di avvistare attraverso di essa quelle insidie.
«Il cane è amico dell’uomo: è appunto per questo che bisogna guardarsi da lui», ammonisce beffarda Madame Sosostris.
«E perché?», si stupisce l’uomo che continua a tenere lo sguardo sul muro: «Non bisogna temere l’incontro col cadavere. Siddhartha Gautama, mentre viaggiava incontro al destino sul carro guidato da Cianna, ne trasse un fondamentale insegnamento. Come dicevo, accettare la morte significa superare la limitatezza del proprio io, l’insensatezza dei suoni e furori di cui ognuno di noi, come il folle da voi menzionato, riempie la vita. Perciò non bisogna temere di presentarsi sulla sponda d’Acheronte a incontrare le ombre, come hanno fatto anche Gilgamesh, Orfeo…».
«E Dante!», aggiunge il lettore, riscuotendosi: «Anche lui ha dovuto fare quel viaggio per riconoscersi, per ritrovarsi, sulle orme di tanti eroi antichi: Ulisse, Enea, Paolo…».
«In effetti ogni iniziazione passa attraverso l’esperienza della tomba», riconosce Madame Sosostris.
«Come il mio dolce Lucio…», cinguetta affettuosamente la Regina di Cuori.
L’uomo col disco continua con convinzione:
«E non bisogna certo temere d’incontrare la propria stessa ombra. Anzi, è necessario incontrarla, come Medardo incontra Vittorino, perché non si può lasciarla sola, ignorarla: quanto più è nascosta, tanto più diventa nera e densa».
Anche il lettore sembra animarsi:
«A Goethe di solito avveniva d’incontrarsi su un ponte, o altre volte lungo un sentiero che portava da una riva all’altra di un fiume. E Apollinaire, frequentatore di ponti a sua volta, quando era in attesa d’incontrarsi per conoscersi, vede sfilare un corteo di tutti coloro che non sono lui, e che pure lo compongono: coloro che ama, i giganti coperti di alghe, abitanti di città sommerse nelle profondità di mari che sono il sangue delle sue vene, e mille altre tribù… “tutti quelli che sopraggiungevano e non erano me / portavano a uno a uno i pezzi di me stesso / A poco a poco fui costruito come s’innalza una torre”».

Senza nemmeno alzare la testa, anzi continuando con cura meticolosa nella sua occupazione, fa udire la sua voce (più distinta e forbita di quanto mi aspettassi) anche l’anziano inserviente:
«Ma in quei casi non si trattava che di una proiezione della coscienza e non del vero doppio».
L’uomo alla finestra che non c’è annuisce:
«Esatto, non era propriamente ciò che i cabalisti chiamano il “soffio delle ossa”, Habal Garmin, del quale si dice che come discese incorruttibile nella tomba, così risorgerà il giorno del giudizio universale. E invece per vederci chiaro ci è necessario proprio compiere quella discesa, ci è necessario il rigore della morte!».
«E anche noi ce ne stiamo sepolti qui sotto, “dans la nuit du tombeau”, non per non vedere, ma per dissolvere le apparenti superfici, secondo quel ben noto metodo suggerito da Blake…», mi spiega con fare complice Madame Sosostris.
«Lo stesso metodo usato dai suoi colleghi…», propone l’uomo col disco al lettore, che approva:
«Da chi vuole operare sull’insieme di corpo e anima, per usare le parole del poeta: quindi anche dai suoi».
«Già: ed è operazione, che si compie appunto nel mondo infero…», conferma l’altro.
«Oh ma che immagine sinistra…», geme a disagio la Regina di Cuori.
«“Dev’essere il diavolo”….», ridacchia il lettore.
«In fin dei conti, è questa la parte che dobbiamo accogliere, a volte, ed è anche la parte della gioia», arguisce l’uomo posando solo per un attimo su di me lo sguardo, per poi rivolgere di nuovo verso la finestra chiusa il viso.
«Non lo giudichi male, per questa stranezza», mi sussurra premurosa la Regina di Cuori: «il nostro amico è una persona per bene. Certe volte ha degli scatti, dei momenti di rabbia, ma non ha malvagità. Ed è solido il suo intelletto…».
«Come la sua casa… finché reggerà!», insinua malignamente il lettore.
«Penso che abbia saputo cavarsela meglio di altri suoi conoscenti, non crede?» controbatte Madame Sosostris: «Meglio di Roderick, col suo Scorpione obliquo e Sagittario retrogrado; meglio del signor K., con tutti i suoi problemi con la giustizia… E meglio di quel giovane cavaliere… il tenente Willi si chiamava?».
«Sì, sì, mi pare, Willi… poveretto!», le risponde subito la Regina: «Le loro case non erano molto solide, per una ragione o per l’altra, e sono andate in rovina».
«La vostra ossessione per cose materiali come gli edifici è ammirevole», brontola il lettore.
«Mai quanto la sua e quella dei suoi amici, principi della “tour abolie”…», ribatte ridendo Madame Sosostris: «Oltre a quello che ha appena menzionato, era per esempio un emulo di Hiram un altro ‛maestro Guglielmo’ ancora, quello che pose la torre al centro della sua ‘visione’; e Antonin ci ha rimesso la salute mentale, quando scese alle fondamenta del tempio di Emesa per erigere fino al cielo il fallo…».
Ma s’interrompe quando l’uomo seduto in disparte, sempre senza degnarci di un’occhiata, sbuffa, irritato. Allora il lettore le domanda incredulo:
«E che vuole giudicare da queste disavventure? Tutta la vita è una lotteria di Babilonia? O una partita a carte con l’inferno? Chi crede questo…»
«Lo credeva in un certo senso Gherman, ricordate?», prorompe divertita la Regina di cuori.
«Ah, la regina di picche lo ha tratto in inganno!», esclama Madame Sosostris.
«Ma con ragione… e il tre, il sette e l’asso: un bello scherzo, davvero», sogghigna l’altra.
«Davvero credete che ci sia solo questo caos?» sbotta il lettore: «Che non si abbia diritto di mettere ordine, o almeno di cercare un ordine? Allora – parlando di diavolo – perché non tornate a invitare il vostro vecchio padrone, Edward? Lui apprezzava il caos e un certo procedere a ruota libera…».
«Oh, quel brutto muso!» mugola la regina di cuori, versandosi costernata un’altra tazza di tè.
Madame Sosostris si affretta a rispondere, ma in modo pacato:
«Apprezzo la delicatezza che ha voluto usarmi nel non ricordare l’altro nome con cui voleva farsi chiamare. Ma lei comunque sa bene che su questo negozio non può ormai vantare alcun diritto, quindi non lo chiami nemmeno padrone. E comunque, mio caro, i suoi sforzi ai miei occhi sono sempre encomiabili: di certo ne è avvertito».
«E d’altronde anche lei non fa che fare questo», nota conciliante l’altro: «“comunicare con Marte conversare con gli spiriti”, eccetera eccetera… e soprattutto “sfidare l’inevitabile / con carte da gioco” significa tentare interpretazioni».
L’uomo che continua a guardare la nicchia precisa: «Certamente non è solo un gioco di carte. Chi gioca cela la morte interiore. Invece quello che vogliamo fare tutti noi in fondo è proprio “to explore wombs, or tombs, or dreams”»
«“I consueti passatempi e droghe”, lo concedo», dice Madame Sosostris. E poi, rivolta al lettore: «ma è la freddezza con cui lei e altri, per esempio quel suo amico italiano, pensate di poter arrivare ad avere sempre ragione che mi rende inquieta. E inquieta in generale io resto sul futuro, né penso che si possa avere calcolato tutto con esattezza… l’essere umano è un materiale oscuro, opaco. Un corpo nero: difficile calcolarne con esattezza la massa».
Mi guardo nell’antico specchio opaco: anche il mio doppio, nell’oscuro riflesso, non è che un corpo nero, un’ombra.
A quel punto interviene la Regina di Cuori, garrula: «A me non dispiace vederla così: la vita è una partita a carte e a ogni giocatore capitano carte diverse, ma chi manovra come si conviene gli atout, vince…», e accenna maliziosa all’angolo in cui sta un separé decorato con figure liberty. Mi accorgo solo allora, tanto erano immobili e silenziosi, che dietro a quello, sotto a un bizzarro lampadario rococò nel quale non brilla nessuna luce, vi sono un uomo e una donna immersi nell’ombra che si tengono per mano e si guardano negli occhi. Con la mano libera lui regge un curioso bastone da passeggio, decorato con una testa di fanciullo come pomo e due serpenti intrecciati lungo l’asta; lei tiene invece un ombrellino belle époque appoggiato sulla spalla.
«Loro, vede, non prestano neanche più attenzione ai libri, alle storie, presi come sono l’una dell’altro…», continua soddisfatta la Regina di Cuori. «André, sapete, l’ha cercata per tutta la città», aggiunge materna: «prima quando veniva qui s’interessava molto alle nostre cose…».
«Anche Nadja è una dei nostri!», taglia corto l’altra, infastidita: «Se non l’avesse conosciuta qui, non avrebbe mai potuto trovarla!».
«Eh, forse nemmeno cercarla…», sospira il lettore.
Le due donne lo guardano. Il lampadario spento continua a pendere inutilmente e come quello resta sospeso anche il discorso.

«Ma tutte queste chiacchiere dove ci porteranno?» chiede spazientita la Regina di Cuori.
«Da nessuna parte, dovresti saperlo», replica bonariamente madame Sosostris: «è un libro che non comincia e non finisce questo che stiamo leggendo, un libro che cambia ogni volta che lo apriamo…»
«Non sono forse così tutti i libri?», constata il lettore senza nome.
Madame Sosostris si volge soddisfatta dalla sua parte, sorridendo:
«E non è così la tua stessa vita, lettore?».
Dall’angolo in penombra, dove pure non posso vederlo distintamente, non giunge risposta; ma sono sicuro che ha ricambiato il sorriso.
«Bisogna saper accogliere il mistero del torrente che scroscia dalle cime verso le valli», suggerisce allora l’uomo con il disco.
«E quello della nuvola che dal vuoto della valle sale alle cime», conclude l’anziano dal grembiule grigio.
Noto solo adesso che sull’ultimo bancone, il più vicino all’uomo seduto in disparte presso la nicchia, c’è un giradischi acceso. Il piatto sta girando ipnoticamente: sembra quasi invitarmi ad avvicinarmi, prendere dalle sue mani l’album di cui sembra dimentico e provare ad appoggiarvi la puntina, per sentire la voce di Bowie cantare della «warm impermanence». Ma non sono sicuro che l’apparecchio sia collegato a un amplificatore, e soprattutto non sono sicuro che gli altri gradirebbero.
«È tardi», mi avverte Madame Sosostris, come se avesse letto il mio pensiero: «è quasi sera».
«Brilla già la stella di Venere», dice l’uomo alla finestra che non c’è, sempre come se vedesse attraverso di essa.
«Questa è l’ora del giorno in cui si muore…», cantilena Madame Sosostris con aria assente: «e poi si torna a vivere in corpi composti da una muta alchimia con cenere e metano, neve e fango, nel gelo dei colori all’orizzonte….».
«È l’ora del giorno senza parole», seguita l’uomo, «e senza nome per il suo segreto. È qui che si combatte, in vista delle verità addolorate dell’alba, la battaglia contro i suoni e i fantasmi che ci abitano, per l’ascesa al trono del proprio ‘io’»
«Un vigile silenzio intenso e grigio… accettare, andare avanti, durare. Non c’è corona o manto bianco», soggiunge il lettore mentre fissa l’anziano, sempre intento a spazzare nel suo modo bizzarro: «e l’incoronazione può avvenire solo qui, sotto un sole oscuro, nell’ombra in cui il futuro dorme “come il mare nel raggio sanguigno della luna”…»
«…sotto il sole rosso del profondo, l’enigmatico sole della notte, che risplende nel punto più profondo della corrente scura di fiumi sotterranei, dove sono il nero scarabeo e il sangue dell’eroe ucciso…», fa di rimando l’altro uomo.
«Vorrei versare anche per lei una tazza di tè», mi dice premurosa la Regina di Cuori, «ma credo che il mondo là fuori la aspetti».
«Da Kether a Malkuth», sentenzia Madame Sosostris, riprendendo il suo volume. È un’altra citazione? Le sue parole mi ricordano qualcosa che è rimasto sospeso in me, ma non riesco a ricordare cosa. La sento mormorare, mentre rivolge la sua attenzione alle figure sul tavolo: «in questa carta un viaggiatore stanco: cammina, ma fino a quando non so… germe di sole piantato la sera all’equinozio e sotto la luna che schiude promesse lontane e note, sempre in sospeso e sempre mancate, nel segno di stelle ormai tramontate. Fante di spade davanti all’ignoto, poi cavaliere per una regina, sempre sospeso e al bivio di vie…»
Il vento fa sbattere la porta d’ingresso che avevo lasciato socchiusa alle mie spalle: dopo aver urtato sullo stipite, questa torna adaprirsi, come se una mano l’avesse spinta e fosse poi sparita al mio volgere lo sguardo. È un richiamo?
«Si è alzato il vento», osserva la Regina di Cuori: «mi piace questo vento che soffia all’improvviso nei giorni d’inverno, carico di promesse».
«The trumpet of a prophecy», mormora Madame Sosostris, di nuovo assorta nelle sue carte.
Il lettore immerso nell’ombra sembra anche stavolta coglierne l’allusione e recita a memoria:
«O tu / che porti sul tuo carro i semi alati / al loro cupo invernale letto / dove giaceranno freddi e sepolti / come un cadavere nella sua tomba / finché la tua azzurra sorella di primavera suonerà / la sua squillante chiarina sulla terra sognante e riempirà / di vive tinte e odori ogni collina e piano».
È un richiamo anche questo? Un invito ad andare? È ora di uscire da qui?
Vai, ammicca scanzonato John Foxx dalla prima pagina di un numero del «New Musical Express», con la giacca sulla spalla, l’asta del microfono in mano e lo sguardo rivolto in alto.
«Vai», mi dice una voce alle spalle: «ti aspetta la tua ombra».
All’uscita Venere splendeva davvero, ormai bassa sul luminescente orizzonte urbano che non lascia vedere molte altre stelle; presto sarebbe stata cancellata dal fulgore del plenilunio. Per la strada solo la corsa incessante delle automobili, come trascinate da una corrente continua. Nessun essere umano, tranne me stesso, rimasto là ad attendere la mia ombra, appoggiato alla ringhiera sul cortile, lo sguardo rivolto all’ultimo piano di un grattacielo, dove un’unica finestra era illuminata.
Fonti:
G. Apollinaire, Corteo (1913)
L. Apuleio, Le metamorfosi (II sec.)
A. Artaud, Eliogabalo (1934)
Asvagoşa, Le gesta del Buddha (II sec.)
W. Blake, Il matrimonio di cielo e inferno (1790-93) e Il libro di Giobbe (1823-26)
A. Breton, Nadja (1928), L’amour fou (1937)
W.S. Burroughs, Lettere dello yage (con A. Ginsberg, 1953-1963) e Il pasto nudo (1959)
L. Carrol, Alice nel paese delle meraviglie (1865)
P. Celan, Corona (1952)
Guy Debord, Théorie de la dérive (1956)
G. Deleuze e F. Guattari, Mille piani (1980)
T.S. Eliot, La terra desolata (1922), Quattro quartetti (1943)
N. Frye, Fearful Symmetry: A Study of William Blake (1947)
G.I. Gurdjieff, Incontri con uomini straordinari (1960)
E.T.A. Hoffmann, Gli elisir del diavolo (1815-16)
A. Jodorowsky, La via dei tarocchi (con M. Costa, 2004)
C.G. Jung, Anima e morte (1934), Liber novus/Libro rosso (1913-30) [p. 274]
F. Kafka, Il processo (1914-17)
Lao Tsu, Daodeching (IV-III sec. a.C.)
H:P. Lovecraft, La chiave d’argento (1929) e Attraverso le porte della chiave d’argento (1932)
G. Meyrinck, Il Golem (1913-1914)
G. de Nerval, Chimere (1853)
A.S. Puskin, La dama di picche (1833)
A. Schnitzler, Gioco all’alba (1927)
W. Shakespeare, Macbeth (1606)
P.B. Shelley, Ode al vento dell’ovest (1820)
P.D. Uspenskij, Il simbolismo dei Tarocchi (1913)
W.B. Yeats, La torre (1928)
Aquila, Aquila (1970)
D. Bowie, Hunky Dory (1971)
Coil, Horse Rotovator (1986)
Current 93, Thunder Perfect Mind (1992)
C. Debussy, La chute de la maison Usher (1908-17)
S. Hackett, Voyage of the Acolyte (1975)
House of Love, The House of Love (1988)
Iggy Pop, The Idiot (1977)
Joy Division, Licht und Blindheit (1980)
Led Zeppelin, IV (1971)
M. Oldfield, Tubular Bells (1973)
Psychic Tv, Force the Hand of Chance (1982)
F. Zappa, Over-nite Sensation (1973)
L. Bottaro, Redipicche («Corriere dei Piccoli», 1972)
F. Brunner, Doctor Strange («Marvel Premiere», 1973-74; «Doctor Strange: Master of the Mystic Arts», 1974)
P. Druillet, Lone Sloane (Le Mystère des Abîmes, 1966; «Pilote», 1970-72; «Metal Hurlant», 1975-80)
J. Steranko, Nick Fury Agent of S.H.I.E.L.D. («Strange Tales», 1965-69, 1972)

Cercando un altro Egitto
di
Francesco Forlani
Ho conosciuto Giuseppe Acconcia grazie a un incontro che si è svolto a Torino durante la presentazione del suo libro, Egitto Democrazia Militare pubblicato dall’eccellente editore Exorma. Conosciuto di persona perché in realtà eravamo entrati in contatto qualche tempo prima per cominciare una proficua collaborazione con Nazione Indiana in merito a quanto succedeva in Medio Oriente. Giuseppe è infatti corrispondente per il Manifesto e da anni porta avanti un discorso poco prudente in merito ai più recenti avvenimenti, rompendo l’onda delle opinioni correnti piuttosto che cavalcarle, come nella sua presa di posizione a dir poco critica nei confronti dell’autunno abbattutosi in medio oriente dopo le primavere ricche di democrazia e speranza per i popoli del Mediterraneo. Tali posizioni sono state anche attaccate, polemicamente, salvo poi rivelarsi mesi dopo, alla luce di terribili fatti come l’assassinio di Giulio Regeni in Egitto, a dir poco realiste rispetto a quanto sta accadendo in questa nostra parte del mondo.
Introdurre una raccolta di poesie con una nota sulla produzione letteraria e giornalistica del suo autore mi è sembrato giusto per due ragioni almeno. La prima è che in Italia abbiamo soprattutto in questi ultimi anni dei poeti che da anni lavorano in campo politico e sociale con estremo rigore e con eccellenti risultati dal punto di vista teorico e militante. La seconda è che non v’è affatto anomalia nel rilevare tale esperienza della poesia in ambiti che sembrano troppo prosastici e realistici per lasciare spazio alla forma poetica, perfino al credere ancora in essa come azione letteraria sul mondo. Delle poesie di Giuseppe Acconcia sono allora lieto di condividerne con voi una breve selezione tratta dal libro e soprattutto l’approfondita analisi che ne ha fatta Eleonora Rimolo.
da Liberi Tutti (Oedipus)
Poesie
di
Giuseppe Acconcia
Quanto è alto Nero Wolfe?
L’unghia che entrava nella carne del mio dito
veniva curata ogni giorno con acqua e sale,
filamenti bianchi lunghi sguazzavano nella piccola
[conca blu,
la pelle bagnata era libera da un peso, il dito respirava,
ma il liquido giallo fluorescente crostoso
di un intenso odore di cicatrice perenne
ricompariva pochi minuti dopo,
fu in una di quelle notti che avvistammo
il cadavere di un uomo alto, coperto da foglie,
[sulla salita vicino casa,
sospeso sulla terra con un cappello,
nessun segno di colluttazione,
ma le ferite della pelle, come di Marina de Van,
squarciavano le sue gambe.
Poco prima era stato visto in un bar
senza gabinetto dietro alla stazione di Bologna,
buio, frequentato soprattutto da chi spazza,
[banconi pieni di pane,
sul fondo il rumore di una diligenza formata
[da carrozze sconnesse,
aperte e con due passeggeri, insospettabili:
bread, cantante dalla faccia sfigurata
[come fette di pane,
e una donna trafitta da frecce che ne attraversavano
[la carne senza ucciderla,
entrambi avevano appena assistito alla salita
di una cosca di uomini malfattori alla tavola
[alta della Mafia.
Pare che l’uomo sia entrato nel bar per pochi minuti
e per due battute azzeccate abbia ottenuto in regalo
una bottiglia di vino della Valpolicella,
[ancora intatta nelle sue tasche.
Poco prima era stato visto in un retrobottega
mentre amava una donna ninfomane
e veniva travolto dal suo ardore
con il suono di una chitarra
ed una voce impaurita e stentata a vibrare sulle corde,
immersi in un’estasi profonda
sfondarono le doghe del letto
mentre la donna moriva di febbre gialla a trent’anni.
Quella stessa sera fu visto su uno schermo
tra le vie di Ocklahoma City mentre interpretava
[Rusty James.
I ponti della città diventavano templi.
Padre e figli giocavano su un letto,
coinvolti in un’orgia sublime,
piccoli specchi riflettevano la scena.
Nel pomeriggio fu visto mentre chiedeva lavoro
a vecchi signori che lo scoraggiavano a vivere
mentre lui si sforzava di mostrare perfetto
[piglio anglosassone,
tradito da vaghi tentennamenti
e dal dubbio che nessun ufficio fosse fatto per lui.
Uno dei vecchi raccontò che quel ragazzo,
le visiteur du soir lo chiamò,
aveva il volto di chi strappa le foglie per strada,
che di per sé non vuol dire niente,
ma che lui associava a chi vuole giocare non lavorare,
a chi vuole vivere senza tempo,
persino la quotidianità precisa dei giornali era forse
[per lui un’oppressione,
a chi vorrebbe essere espansivo, ma si ferma
[per reticenza altrui,
a chi sarebbe morto solo se lo avesse deciso lui stesso.
Evidentemente il vecchio non aveva capito granché
vista la morte improvvisa dell’uomo.
Attorno a noi la folla cominciava ad arrivare
e le storie più assurde percorrevano le labbra:
una finestra lasciata aperta per trent’anni
avrebbe provocato la morte del giovane
oppure il pugnale amichevole
del fratello di infanzia avrebbe colpito alle spalle.
Da quel giorno, cresceva un bambino
nel mio petto destro. Sentivo formarsi
le prime radici dei suoi nervi duri e la pelle liscia
[del suo volto.
*
Le luci di Belgrado
Quel colore di sole
che ricorda la terra, ma
non quella coltivata,
penso piuttosto alla mai
toccata da piede di uomo,
sabbia indurita, suolo di Marte.
La luce di Belgrado
è di polvere gialla,
stesa sulle strade, lungo i tranvai,
tra negozi, baracche e alberi verdi
conformi ai suoi raggi.
La luce di Belgrado
è negli occhi segnati
di uomini e donne per strada,
sono sguardi di altro pianeta
sembrano fissi, immobili, spenti
senza riflessi o bagliori improvvisi,
sono di terra mai coltivata e
di polvere lasciata.
Le luci di Belgrado
sono ad Ada Ciganljia
la Sava incontra il Danubio,
gialla-verde-marrone,
macchiata di terra, di polvere, di luce del sole,
a lungo guardata da occhi immobili tanto da
darle un nuovo colore,
formaggio di burek o zuppa di pesce,
barconi sul fiume,
pelle gitana come jelen pivo.
*
Non inciampare nei giornali
Sono un mucchio
lì accatastati
tra riviste e giornali.
Sono centinaia di migliaia
formano grattacieli altissimi
raccontano, come si dice, notizie.
Sono carta coperta di inchiostro
distribuita nei piccoli
chioschi aperti all’alba.
Sono pieni di discorsi di nominati giornalisti
i più brillanti, i migliori dei migliori
accozzaglie di parole imprecise.
Sono comunicatori come altri
ma veramente artefatti,
per lo più capaci di parlare
di ogni argomento
senza alcuna conoscenza.
Un’intervista campata in aria,
un fatto nuovo,
un collegamento magistrale
entra in scena il comunicatore
per distorcere quella piccola storia.
Chi come me voleva raccontare,
era affascinato dalle notizie,
metodo infallibile per entusiasmarsi
a qualsiasi cosa,
ma adesso non può far finta di niente.
Non è stato difficile,
è bastato guardare le facce dei chiamati giornalisti,
nessuna serenità, nessuna verità,
ingabbiati loro stessi in cumuli
di parole inutili ed inventate,
ripetute all’infinito, intuizioni errate,
racconti distorti, fatti senza fondamenti
che acquistano ogni giorno potere essenziale.
Guardateli i contabili della scrittura
affaticarsi nei resoconti, nei prospetti, negli schemi,
negli stati patrimoniali,
nelle strutture linguistiche efficaci di comunicazione.
Non farti incantare dall’aria oscura,
dalle cartine ingiallite, dal volto del guru indonesiano
della libreria Odradek, dai vecchi mobili
[di una cantina, da redazioni postpseudocomuniste,
neppure quelle sono eccezioni,
è la velocità che rovina, la tecnica
[che ha colpito definitivamente,
senza alcun segnale di ripresa possibile.
Non pensare che gli esteri siano meglio,
se distingui l’uniformità del discorso politico
[bipolare del tuo paese,
allontanandoti da questioni politiche
tendenti monotonamente verso un infinito
[limite destro,
perché dovresti descrivere altri paesi
solo parlando dei loro altrettanto oligarchici
[affari politici?
Non pensare che i critici siano meglio,
se hai ben chiaro il vuoto della lettura
tra le righe o tra le immagini
senza vedere le righe e le immagini,
come puoi occuparti di raccontare trame o giudicare?
Non pensare che le cronache locali siano migliori,
gli affannati cronisti del mercato bovario
o dei funerali assassini che
facce toste devono avere per fare domande?
Non voglio denigrarvi,
ma non è necessario sapere le cose che raccontate,
anzi, quasi sempre, le poche verità necessarie
[sono altrove,
non serve recarsi a quel chiosco
né accendere lo schermo,
consiglio di mille professori.
Non perdiamo altre forze,
per favore, scavalchiamo quei mucchi di giornali.
Nota di lettura
di
Eleonora Rimolo
Per ricostruire il volto caleidoscopico di Liberi tutti vorrei partire da alcuni versi polemici rivolti da Giuseppe Acconcia nei confronti dei giornalisti, suoi colleghi, definiti i contabili della scrittura˗quasi questi fossero degli attenti burocrati interessati a tutto tranne che alla scrittura, che è l’opposto della burocrazia e della contabilità˗ e nei confronti dei critici letterari. I critici che giudicano e raccontano, (o meglio pretenderebbero di farlo) il vuoto della lettura tra le righe di un testo poetico. Mi sento per tale ragione chiamata in causa, dovendo intervenire criticamente sulle poesie dell’autore. Sappiamo, tuttavia, che la poesia parla soprattutto con i silenzi: le sue pause sono fondamentali, il ritmo non è scandito da ardite narrazioni da ordinare logicamente ma da sussurrate intuizioni inspiegabili, indomabili, afferenti ad una dimensione parallela a quella del naturale vivere comune, ma non udibile, non visibile.
Il mio proposito, dunque, non sarà quello di giudicare e/o raccontare i versi di Giuseppe Acconcia ma di ripercorrere, sulle tracce poetiche dell’autore, i suoi chiari e semplici (cerca di essere chiaro e semplice) sentieri del vuoto tra un verso e l’altro, considerando, come punti cardinali della sua opera, che la poesia è silenzio e menzogna (le bugie della poesia) e il poeta è un ragazzo alla sua lotta costante contro la dittatura della nascita, come se il nascere, leopardianamente, fosse per l’uomo la prima vera, incontestabile ed incontrovertibile imposizione nefasta della Natura maligna.
Considero, fin dalla prima lettura integrale di Liberi tutti, questo titolo, e di conseguenza globalmente questa raccolta, un grido di anarchica istigazione al Desiderio, dove per Desiderio intendo, alla maniera di Lacan, un’esperienza indistruttibile di apertura verso l’alterità che rigetta ogni solipsismo della psiche. Il Desiderio invoca dunque l’Altro, che è radice ultima dell’esperienza del nostro inconscio. E Giuseppe Acconcia cerca disperatamente l’Altro in diversi modi e sotto diverse forme. Cercherò, dunque, di esaminare quelle più persistenti, più rilevanti.
Il poeta riferisce apertamente, fin dalla sua primapoesia, di essere un apolide, poiché non riesce a trovare la propria collocazione nel mondo: mentre gli altri si affannano in mille inutili occupazioni (alcuni ragazzi entravano nella metropolitana puntuale […] altri vivevano in comune, segregati tra le montagne […] alcuni si affannavano alla ricerca/di un lavoro qualsiasi […] altri si immergevano in un lavoro lento,/perenne, immutabile, felicità […]alcuni trentenni si agitavano/e sospiravano nell’attesa del bambino […] altri, più vecchi, raggiungevano cerchi/per passare il loro tempo coccolati […]) il poeta è pronto a rimanere solo, come è giusto che sia per coltivare il silenzio precedentementeinvocato. Nonostante ciò, però, per quanto si ci sforzi di rimanere soli e in silenzio, qualche rumore giunge ancora alle orecchie come elemento disturbante che denuncia una realtà sbilanciata, inadeguata: anche se solo, in assenza di ogni rumore,/sento sempre il sibilo assordante di un acufene.
Giuseppe Acconcia considera la scrittura un accessorio del mondo, e le sue parole sono fatte della stessa materia del suo lardo (come se il mio lardo/fosse fatto di parole): la poesia ha dunque un peso, una corporeità, una materialità che non si può ignorare, poiché non galleggia nella leggera vaghezza di un mondo ultraterreno, ma si àncora alla terra e mette le sue radici via via nel corpo di chi la compone. La corporeità è un elemento essenziale della sua poesia, ed è il primo nucleo tematico: ne è un lampante esempio il grido d’invocazione della poesiaAggrappati al tuo corpo!. Sentire la propria corporeità è necessario per preservare la sopravvivenza, per gettarsi nel mondo e nello stesso tempo restare ancorati alle proprie radici, che si rivelano, però,prima o poi, sempre fragili e fittizie, perché si sta come su un balcone abitato senza parapetto, precari e illusi dell’invincibilità del nostro corpo mortale. Ma a cosa serve questa massa grassa di parole? E a cosa non serve?Sicuramente serve ad invocare ascolto: Ora parlami per favore è, ad esempio, una preghiera perentoria, poiché tutti i rapporti sociali e familiari sembrano, per la peculiare struttura interna del poeta, essere logorati da insopportabili tensioni interne (la tensione/del nucleo familiare/è incontrollabile). Di certo però la poesia non serve come sfoggio di un’erudizione che Giuseppe Acconcia non ha e non vuole avere: mi mancano troppe letture per essere pronto,/troppi film, troppo teatro./I libri sono lì,/sono pronto per leggerli. Perché è inutile affannarsi/dietro vivi che in un batter d’occhio/sono morti? Probabilmente il sospetto della finitudine, che man mano con l’esperienza del tempo assume sempre più i contorni netti della certezza, genera nel poeta un’angoscia che annichilisce, annientando ogni slancio vitale.Certo è che l’esigenza dello scrivere prescinde per Giuseppe Acconcia dalla dimostrazione e dallo sfoggio sterile di una conoscenza presunta, tutta nozionistica e teorica, perché spesso, quando ci si impegna troppo ad apparire, si ci dimentica di essere, e gli elementi che si pensa di conoscere in realtà non vengono interiorizzati e compresi appieno, ma solo accumulati ossessivamente e sterilmente. In questo splendido discorso metapoetico, Giuseppe Acconcia profetizza che prima o poi arriverà un uomo a cui basterà un rigo (Arriverà un uomo a cui basterà un rigo. Quello non farò fatica a leggerlo.), un rigo per spiegare ogni cosa. E se fosse già accaduto? Penso immediatamentead un unico, breve, apparentemente banale verso di Edoardo Sanguineti:E, lo vedi: è la vita. Niente da aggiungereal di fuori di quel che la vita ci mostra a chi è in grado di vedere e di accettare quel che è, nella sua infinita miseria e nel suo profondo mistero.
Giuseppe Acconcia rivela in più punti della raccolta di essere un genuino poeta flâneur, il viandante che attraversa le città, cogliendone gli aspetti più torbidi, più lerci, più interessanti, e osserva con lo spirito critico acuto che lo contraddistingue per deformazione professionale, gli accadimenti e i personaggi che animano le città che visita. Così in Gente 06Roma è animata in modo inquietante da una festa dove le folle confluiscono nelle piazze più grandifinché non arriva l’alba che spegne tutto. Le ambientazioni ricordano con prepotenza mnestica il tumulto delle città colossali descritte dal poeta flâneur per eccellenza, Dino Campana.
Atmosfere cupe su sfondo cittadino sono presenti anche in Quanto è alto Nero Wolfe, dove i ponti diventano templi in una città quasi trasfigurata da un delitto, un vero e proprio inferno cittadino˗sempre citando Campana˗.Un analogo inferno cittadino è anche descritto neGli assassini di Limerick, poesia ricca di presenze demoniache e colpevoli, mentre in Non ti perdereil poeta raccomanda al lettore di non perdere la via alla festa di Locri, o per i vicoli di Toledo, perché la città è, e lo dico di nuovo attraverso un verso di Dino Campana, una perfida Babele e se ci si perde poi si rischia di non sapere più se si ci è persi nel posto giusto o in quello sbagliato (Quali sono i due persi/e quali i due nel posto giusto?/chi può mai dirlo).
E ancora descrizioni cittadine le troviamo in Le luci di Belgrado, in La metropolitana di Mosca e in Le sponde del fiume, in cui il poeta sdoppia le città del mondo e le dispone su due diverse sponde: in una regna l’anarchia e nell’altra una democrazia, che poi si rivelerà una democrazia fantoccio.Queste due sponde sono dunque opposte e non complementari; sono due possibilità che contemplano in sostanza il contrario di ciò che il loro nome dichiara, che rivelano il gioco del rovescio implicito nell’esistenza umana, e anche, e soprattutto, nella Storia.
La città è protagonista anche della poesia senza titolo (Dicono…), insieme alla donna, personaggio cardine dei versi di Giuseppe Acconcia.Troviamo in questa sede un dialogo fittizio tra un Io e un Loro: esso svela un parallelo tra la città e la donna, non di certo estraneo alla storia della lirica˗basti pensare a Trieste e una donna di Umberto Saba, ad esempio, raccolta poetica in cui la città e la donna sono associate e amate per quello che hanno di proprio e d’inconfondibile˗. Tuttavia, per Giuseppe Acconcia, la città, da buon apolide quale ha dichiarato di essere, e di conseguenza da buon migrante, non può essere una sola: lui è affamato di visioni, di terre nuove, di volti diversi, tutti da possedere, da penetrare con il cuore, con l’anima, con tutti e quattro i sensi. Vagare da una città all’altra, nutrirsi di questo poliamore che si chiama cosmopolitismo, non può essere paragonata come esperienza all’esclusività che l’amore erotico per una donna porta con sé: quando si ama –in modo sano˗ una donna si vuole attingere a quella sola fonte. Ma per la città è diverso: è necessario scoparle tutte.
D’altra parte la donna è una presenza forte nella poesia di Giuseppe Acconcia ed è bene osservare che la sua descrizione procede sempre per vie spiazzanti, connotandosi di negatività, di minaccia occulta. I volti delle donne del poeta sono sfigurati, sfumati, intrisi di morte, febbre gialla, grasso nerastro, esoteriche abilità profetiche, mostruosità di varia natura, autoritarismi. La poesia più esplicativa di tutto questo discorso è Gli assassini di Limerick: volto di donna orribile,/baffi e sorrisi di denti nerastri,/morta o mai nata, assassina/incallita.
La città, la donna, la materia. A questa triade argomentativa associo un’ultima, grande presenza della poesia di Giuseppe Acconcia, che insieme riassume, ingloba e completa le precedenti: il mostruoso. Molti sono i personaggi e le situazioni mostruose che il poeta inserisce nei suoi versi, e il mostro si fa presenza del Perturbante in letteratura di freudiana memoria. L’inconscio del poeta rielabora gli accadimenti, e alla spietata ricerca di una logica che non c’è, partorisce mostruosità deformi con le quali categorizza il reale.
Il mostro più terrificante di tutti, il padre di tutte le altre mostruosità, è sicuramente il micrantropo, ossia il piccolo uomo, che dà titolo e voce ad una significativa poesia della silloge. Il micrantropo è un uomo piccolo, non naturalmente in senso fisico, ma in senso del tutto traslato: è colui che non si interessa di niente, non è capace di prendere una posizione, parla con le parole di altri, dipende con le idee dalla massa, o da chi lo sovrasta; è insomma quello che Lacan definisceun uomo senza inconscio: ossia un soggettoin grado solamente di rispondere ciecamente alle sue pulsioni alimentando così un desiderio egoico che non si apre all’Altro ma ripiega solo su se stesso. PerGiuseppe Acconcia questo non può che essere un mostro, il mostro dei mostri, quello che li racchiude tutti e di tutti gli altri è creatore: dei mostri deformi (ti hanno visto/circondato da mostri deformi), deI mostri della notte, e dei mostri descritti ne La spiaggia delle deformità (due nani dalle teste quadrate […] la vecchia violastra […] cinque donne sfigurate in volto […] donne pelate con/occhi e labbra ricurve […] bambini malfermi/legati agli ombrelloni/da fili di orrore). La descrizione di questa spiaggia terrifica, in particolare, ricorda un racconto di Hoffman, ed è quindi un esempio limite di quello che il Perturbante riesce ad evocare in un’opera letteraria attraverso l’attività inconscia del poeta. È un delirio onirico, una suggestione che tenta di dare una collocazione circoscritta a tutto ciò che del reale è avvertito come incongruo. Elementi onirici perturbanti emergono con prepotenza anche nella lirica Il sogno del cieco, in cui la reversibilità inquietante della Storia e della realtà viene denunciata da questi esaedri che si confondono in triangoli/fluorescenti e intermittenti, e lo sforzo interpretativo (esplicito negli ultimi versi) si risolve da parte del poeta in un nulla di fatto, in un’oscurità totale, in un’intempestanocte(richiamata anche neI mostri della notte, in apertura:in principio l’oscurità trasformava ogni cosa […] in un lampo la notte. Assenza di senso e spiazzanti presente inferiche(corvi, gufi, civette, megere, lupi) sono presagi terribili della legge del rovescio, che tutte le cose del mondo sono costrette ad osservare per natura, con i loro volti molteplici, multi prospettici.
Il poeta questi volti vorrebbe conoscerli tutti, sia perché la conoscenza è l’unica cosa che riesce ad eliminare totalmente ogni residuo di paura e di sospetto, sia per una congenita spinta al sapere, per quella curiositasimplicita e quasi ovvia che muove la professione di Giuseppe Acconcia. Ho fame di nuovo, invoca il poeta, e la sua fame di vivere aderisce a quella Legge del Desiderio che non è iperattivismo/mania di avventura,/ossessione esotica, erotomania, ma semplicemente capire il mondo, studiarlo/[…] scoprendo cose nascoste senza pensare/di traversare l’oceano in un giorno. Tutte attività che richiedono tempo, riflessione, ripiegamento su se stessi, attitudine alla lentezza, alla pazienza, alla consapevolezza e all’ammissione dei limiti umani. Ma da un uomo senza inconscio come quello da cui siamo circondati, da un micrantropo insomma, non ci si può attendere tutto questo. D’altrondese non esiste l’uomo vero/a che serve la psicologia?: se, dunque, non c’è attività inconscia, come potrebbero intervenire sul vuoto la psicologia o la psicoterapia? È con questi versi che Giuseppe Acconcia chiude la sua raccolta: prosegue poi, nell’ultima poesia, affermando con estrema limpidezza e incontrovertibilità che ci vuole autocoscienza. Perché, e qui viene citatoHegel,la ragione è la certezza di essere ogni realtà, ma il micrantropo non ha Ragione, e nemmeno potrebbe rendersi conto, cosa che invece sistematicamente tenta di fare il poeta con i suoi versi, che ogni realtà è materia plasmabile, malleabile, camaleontica, possibile.
Eppure la stanchezza è in agguato, e la solitudine ne aggrava i sintomi: i dolori che sento in tutto il corpo/mi ricordano che ho corso per mille chilometri/in una stanza silenziosa senza muovermi di un passo. È quello che, con altre parole, o meglio, con quello che potremmo definire tranquillamente come un solo verso, quell’unico rigoauspicato dal poeta in precedenza, Pessoa afferma inflessibile: Non si è mai vissuto tanto come quando si è pensato molto. E Giuseppe Acconcia è certamente uno che ha vissuto tanto. E noi con lui, leggendone i versi. Cosa rimane quando il suo libricino si richiude? Anche questa risposta è da ricercare nel testo: posizionati circa nella metà del testo leggiamo, infatti, lapidarie, queste poche parole: dopo aver letto/tutto, sentivo freddo.
di Mario Sammarone

In un monastero dell’Italia centrale, Renacavata, realmente esistente, si celebra questa piccola epopea personale situata in un tempo che però sembra del tutto metastorico. In realtà, leggendo, ci accorgiamo da alcuni particolari di trovarci ai nostri tempi, ma la vicenda potrebbe svolgersi nel Medioevo come pure nell’Ottocento: il protagonista, un ventenne senza nome che potrebbe essere ognuno di noi, vive il suo anno di noviziato in questo convento, in un esilio volontario dal mondo che non sappiamo se sfocerà nel perfezionamento del percorso fino ai voti, oppure sarà solo un episodio di un tratto di vita. In questo convento, fondato nel 1531 da Matteo da Bascio, riformatore cappuccino staccatosi dal tronco principale dei minoriti osservanti francescani, vivono la loro vita frati vecchi, che sembrano fatti di legno come gli stalli del refettorio, e frati giovani, ospiti per l’anno di noviziato, frati primaverili, fatti di nuova linfa vitale e accoccolati nel convento come in un ventre materno pronto ad accoglierli.
Il protagonista è fuggito da una vita insana, terribile e senza senso, da un lavoro in fabbrica che gli chiedeva l’esistenza in cambio di una perdita di memoria e di sé che lo perdesse ad ogni speranza. Si rifugia in questo che chiama il “Giardino”, prefigurazione dell’Eden come egli stesso con i suoi compagni sono prefigurazione della “glossolalia finale”, periodo nel quale ognuno parlerà nella sua lingua autentica e sarà capito, così come a sua volta intenderà quella degli altri. Un anticipo escatologico dunque, questo gruppo di ragazzi che vivono di dubbi e di meraviglie, di fede e capacità di vedere oltre, con un “Fervore”, appunto, come dice il titolo di questo libro di Emanule Tonon (Mondadori, 2016), che dovrà bastare loro tutta la vita, che dovrà essere come un’acqua da mettere da parte per la traversata del deserto che sarà la vita vera fuori del convento, arida e piena solo dell’infinita vanità del tutto.
Nel Giardino tutto è rivissuto in una dimensione estatica, che trasfigura ogni cosa o evento che accada, rendendo tutto poesia e fede assoluta, in un anelito ad impossessarsi di dio prima che Egli sparisca dalla loro vita, di assaporarne la presenza prima di perderlo, quando saranno usciti dal tepore di quel noviziato vissuto come un assoluto, un’occasione che mai più avranno di addomesticare il sacro, il loro Dio.
La via di Damasco del protagonista è stata una gita al santuario di Castelmonte, alla Madonna nera, dove un culto quasi misterico, catacombale, lo colpisce e lo chiama verso qualcosa che non sia più la sua fredda vita incatenata. Scopre una religiosità furiosa – come furiosa era la santità di Francesco, che aborriva la pompa mondana e la sapienza dei dotti per arrivare diritto fino a Dio senza mediazione. Trova nel convento i vecchi frati legnosi, arcaici, ignari della loro stessa santità, burberi ed innocenti, sporchi e sprezzanti di ogni concessione al mondo. Sono gli ultimi santi, disperati per questo, ma felici di avere Dio stretto a loro. Anche i giovani novizi vogliono farsi fontanelle di Grazia, sgorgare in un oceano d’amore, ossessionati di non lasciare da solo Cristo nel Getsemani, invocando una Parusia attesa, vivendo il calendario liturgico come tappe del tempo per arrivare ad essa.
Vivono una vita quotidiana fatta di preghiere mattutine, immersi ancora nel sonno non finito, in notti passate a combattere con un pensiero del peccato da cui sono attratti e respinti, umore tra gli umori primaverili della terra che lavorano in silenzio, rugiada tra le rugiade mattutine. Sono figli di contadini, che sono pagani per istinto, proni alla terra, ma loro vogliono vestire i panni di un’altra povertà. Cantano e pregano, tesi verso l’alto per non entrare troppo nell’abisso dell’anima, in cui la notte cela ogni incubo. Vivono ogni cosa con innocente gravità, nella nostalgia del Paradiso perduto, della Gerusalemme celeste: il Carnevale, con le sue vestizioni in cui ci si traveste per gioco compagni femminili, diventa l’occasione per creare l’essere androgino, l’unità dei sessi primigenia; le vipere, a cui dedicano una specie di culto bambino, che al pari degli angeli vegliano benevole su di loro, per morderli ai calcagni mentre giocano a pallone, per donare loro così in anticipo una scorciatoia per il cielo, vipere amiche perché in questo modo risparmierebbero loro il perdersi nella vita esterna, in balia del Signore di questo mondo.
Sono fraticelli ortolani, lavorano la terra inchinandosi ad essa, come poi nel coro si inchinano a Lui nel canto e nella preghiera. Le due Sante – con il nome di Teresa, d’Avila e di Lisieux, sono lette e meditate dal novizio protagonista nel silenzio della sua cella, frequentate in ore impensate, alle 5 del mattino così come la sera rubando tempo al sonno, e così questi giovani vivono una specie di continua trance, un dormiveglia in cui il loro bisogno adolescenziale di riposo vira verso un delirio continuo di allerta mistica, di ardente abbandono al Tutto, di essere solo un pensiero di Dio senza necessità di una coscienza di sé, in un delirante ardore di preghiera.
Francesco, lo “stregone medioevale” e certamente non ancora il Santo con le stimmate, funzionale alla Chiesa regnante, aleggia su tutto, presenza ed esempio, desiderio di tutti loro in un unico sogno collettivo che copre il convento come una coltre onirica. Quel convento, nascosto nel segreto dei boschi, come Francesco nelle grotte, dovrà essere abbandonato dopo l’anno di noviziato, il “ragazzo vestito di sacco” deve uscire dal “Giardino”, uscire dalla porta della sua cella che è Porta Santa, dalla culla segreta, dal suo Sabato del tempo e dal suo universo dove c’è tutto ed ogni cosa, e andare verso lo svelamento, verso il mondo. Oppure decidere di restare. Continuare a lavorare la terra con la stessa devozione che hanno verso Dio, sfinendosi di fatica perché tutto deve farsi pane. Non lasciare che la vita disperda il loro goffo, innocente fervore. Restare protagonisti della narrazione cosmica, immemore e necessaria affinché essa si racconti. Essere l’epifania inconsapevole, nel tempo, di ciò che è fuori del tempo. Essere trottole nelle mani di un Dio bambino. Tracciare, come piccole lumache, un segno di bava nel Giardino sicuro, accordati alla voce di Dio. Farsi vita allo stadio puro, iniziale, che crea il mondo e gli dà forma. Rimanere nel saio come in una nuova pelle. Essere carità e profezia fatte carne, fuoco sacro che arde senza bruciare, come il roveto ardente di Mosè. Restare nel ritmo divino, impresso al mondo all’inizio dei tempi: “Così fu sera, e poi fu mattina”.
Questa stupenda “storia di un’anima” scritta come un diario per concessione di Padre Gianni al protagonista, è un commovente ed intenso percorso mistico degno degli scritti di Teresa di Lisieux. La prosa di Tonon, visionaria e poetica, è in pieno accordo con il contenuto, che diventa esso stesso preghiera. Uno scritto raro nel panorama nel panorama letterario, è una vera “dossologia” narrativa che porta alla meditazione e ci dona una storia “laterale”, insolita, ma necessaria per ripensare ciò che siamo stati come comunità e, forse, non sappiamo più essere.
di Vanni Santoni
Essere sta
to morso da un ragno velenoso ribalta la mia prospettiva. L’evento, per essere tollerato, chiede di venire ricacciato nel territorio dell’immaginazione, di diventare uno di quei ricordi che non si sa bene se sono reali o sognati. Quel mignolo blandamente mutilato può ben diventare nella memoria il risultato di una piccola operazione o di un incidente domestico, e separarsi così dal ragno, dai ragni, che possono così a loro volta avviarsi a diventare qualcos’altro.
Può capitare di rientrare in c
asa dopo una furiosa litigata con la propria ragazza e trovarne uno sulla parete dell’ingresso, minacciosa acuminata raggiera di zampe sul bianco, e rifarsela con lui, schiacciandolo con una scopa sulla quale si è messo un panno.
Può capitare di andare in campeggio e ricevere la visita di un ragno in tenda, a suggello di una bella litigata in quei due metri cubi.
Può capitare di rientrare dopo le vacanze, più stressati di prima poiché i giorni liberi sono serviti solo ad accumulare impegni da evadere, il tempo della vita che pare essersi improvvisamente accelerato, e la terra insensata che è il nostro futuro, ci appare nella forma di un ragno dalle zampe sottili intrappolato nella vasca da bagno, e allora ci vendichiamo con l’acqua, apriamo la doccia e lo spazziamo via, lo facciamo risucchiare da un gorgo e ancora spruzziamo acqua, apriamo anche il rubinetto e immaginiamo la corsa rotolante inarrestabile di quel ragno travolto, attraverso tubi e snodi e mondi sotterranei.
✴
Ma può capitare di avere ora una diversa ragazza, che vive in terre fredde e lontane dove di ragni se ne vedono pochi, e un giorno che ne vediamo uno, è un ragnetto solitario, piccolo, sul soffitto. Mi chiedo se possa mai cadere giù, se possa capitare di ritrovarselo sul letto, ma lui è sempre ben visibile su quell’intonaco bianco, tra pareti e imposte e mobili bianchi, colpito da luce bianca anche alle una di notte. I traffici di quel ragno – ma cosa fa? Perché oggi si è spostato laggiù? Perché ora va in là? Secondo te dorme di giorno o di notte? – e la sua caccia a prede invisibili, diventano per noi, stesi o abbracciati a giornate su quell’amplissimo letto bianco, un intrattenimento prima inevitabile, poi addirittura gradito. Il ragno prende le funzioni di un gatto: quel ragno nordico, dalla strana morfologia, le due zampe davanti più lunghe di tutte le altre, l’addome filante, il colore nero, di smalto, si fa domestico e dà sostanza alla nostra relazione, ne rimarca l’esistenza. Il nostro ragno. Io te e il ragno. Sono rimasto a casa col ragno. Dov’è il ragno? Ah, là nell’angolo.
Questo finché lei una mattina se lo trova in mezzo ai trucchi e lo schiaccia con un pezzo di carta igienica. Quando me lo comunica io me la prendo moltissimo, lei mi dice ma dai, chissà quanti ne avrai uccisi di ragni in vita tua. Magari ne hai pure torturati, insiste. Dico che non c’entra niente. Lei dice che finché stava sul soffitto era ok, ma quello non era il suo posto. La sua freddezza mi sgomenta. Purtroppo, aggiunge vedendo che non mi sono calmato, non è che puoi dargli uno scapaccione come a un cane, l’unica punizione possibile per un ragno è la morte. Le chiedo dove sia il corpo, lei mi guarda strano, poi indica il water.
[VII – continua]
In conclusione: il mondo è grande e terribile e complicato, e noi stiamo diventando di una saggezza che diventerà proverbiale.
Lettera a Giulia Schucht
del 18 Maggio 1931
di Orsola Puecher
“Vivo, sono partigiano.” scrive Antonio Gramsci l’11 febbraio 1917, quasi cent’anni fa, e in questo imprescindible sillogismo, in questo cogito ergo sum fra vivere, essere vivo e partecipare, parteggiare nella vita della πολις, in questa esistenza politica, in questa politica esistenziale, sta in nuce il primo seme della futura Resistenza. Nel proto partigiano Gramsci, una condanna a morte lunga undici anni, fra confino e carcere, ai quali resistette con le sole armi della parola e del pensiero scrivendo i 32 ⇨ Quaderni del Carcere, e il composito patrimonio delle ⇨ Lettere dal carcere, c’è lo stesso coraggio, la stessa forza morale di quegli uomini e donne che scelsero, che non furono ⇨ indifferenti, che si opposero alla fatalità della storia e davanti alla morte reagirono con lo stesso spirito vitale.
[le uniche rare immagini filmate di Antonio Gramsci
al IV Congresso dell’Internazionale Comunista
Pietrogrado e Mosca 5 novembre – 5 dicembre 1922 ]
Roma 20 dicembre 1972
[…] Circa l’incontro di Gramsci con Lenin a cui accenni, e di cui desidereresti qualche particolare, non posso dirti molte cose. Gramsci si riferì spesso a quell’incontro nel corso delle lunghe conversazioni che io ebbi con lui durante la mia permanenza a Mosca, tra la fine dell’ottobre e la metà del dicembre 1922; ma sempre accennandovi in rapporto alle questioni politiche di cui in quel momento particolarmente ci occupavamo. Non ricordo, ad esempio, se mi disse la data precisa di quell’incontro, o altri particolari circa il luogo e il modo, che dovettero essere poco diversi da quelli dell’incontro con Lenin che nei primi giorni del novembre potemmo avere Bordiga ed io.
[…] Lenin era malato; i medici non permettevano che avesse lunghe conversazioni politiche.
[…] Io ero arrivata a Mosca con qualche anticipo rispetto alla data di inizio del congresso: il IV congresso dell’I.C. di cui ero delegata. A Mosca avevo ritrovato Gramsci, che dal maggio di quell’anno rappresentava il P.C.I. nell’Esecutivo dell’I.C. […] Pensavo di dare qualche aiuto a Gramsci, che ritrovavo in non buone condizioni di salute. Era stato gravemente malato, e ricoverato in una casa di cura dall’inizio dell’ottobre.
[…] Durante quelle nostre conversazioni Gramsci mi disse di aver espresso a Lenin il suo profondo dissenso con Bordiga, non soltanto sul problema dei rapporti con il Partito Socialista, ma sul giudizio del fascismo, della situazione italiana, delle sue prospettive, e sulla politica del Partito, settaria, chiusa, e in definitiva inerte e inadeguata alle esigenze del momento.
[…] “Lenin, mi diceva Gramsci, conosce le cose nostre assai più di quanto supponiamo”
[…] Lenin volle conoscere direttamente il pensiero di Bordiga sui nuovi avvenimenti italiani.
[…] Ma ad interrompere quei discorsi tra me e Gramsci, giunse a Mosca la notizia della cosiddetta “marcia su Roma” e del governo instaurato in Italia da Mussolini; e arrivò a Mosca Bordiga portando di quei fatti la diretta testimonianza. […] Su di essi si manifestò la insuperabile diversità di pensiero politico esistente fra Gramsci e Bordiga: Bordiga sottovalutava le conseguenze dell’avvento fascista al potere; prevedeva per il nuovo governo la possibilità di una convergenza socialdemocratica; e si limitava a riaffermare la schematica e indifferenziata contrapposizione: Stato Borghese-Stato Proletario.
Lenin volle conoscere direttamente il pensiero di Bordiga sui nuovi avvenimenti italiani. […]Lenin ascoltò con evidente meraviglia le sue opinioni, rigide ed astratte; a cui indirettamente rispose poi nel suo discorso al Congresso, accennando agli insegnamenti che i comunisti italiani avrebbero dovuto trarre dalla propria esperienza in regime fascista.
[…] Forse, da quella conversazione avuta con Gramsci e dalla seguente con Bordiga, può essere derivata – in Lenin e nell’Internazionale – la decisione, presa dopo breve tempo che Gramsci, non rientrasse in Italia, ma si riavvicinasse al Partito, trasferendosi a Vienna, con un proprio ufficio, e là riprendesse la pubblicazione della rivista “L’Ordine Nuovo”, e quel lavoro verso i compagni che – sviluppato poi successivamente nell’azione politica in Italia – portò al superamento nel Partito del bordighismo, alla formazione di un nuovo gruppo dirigente; alla direzione politica di Gramsci, fino al suo arresto.
in La storia di una famiglia rivoluzionaria
APPENDICE / LETTERE
di Antonio Gramsci jr. pag 194-197
Editori Riuniti [2014]
da ⇨ Igelkottens träd [1987]
di Mari Marten-Bias Wahlgren
L’albero del riccio
di Antonio Gramsci
da ⇨ L’albero del riccio
ANTONIO
Il topo e la montagna
da ⇨ L’albero del riccio

[ illustrazione di Maria Enrica Agostinelli
per ⇨ l’edizione Editori Riuniti – 1966 ]
ANTONIO

David Ojstrach in ⇨ Légende Op. 17
di ⇨ Henryk Wieniawski [1835-1880]
[ suonato da Giulia Schucht nel 1918 al Concerto di Capodanno
a Mosca, a Lefortovo, nell’edificio dell’ex scuola di Alekseev ]
in La storia di una famiglia rivoluzionaria
MIA NONNA GIULIA
di Antonio Gramsci jr. pag 62-63
Editori Riuniti [2014]

Dopo la nascita del primo figlio Delio, in un unico momento sereno, Giulia e Antonio vivranno alcuni mesi a Roma, ma l’aggravarsi della situazione italiana induce il ritorno a Mosca. Giulia aspetta il secondo figlio, Giuliano. Antonio non lo conoscerà mai, ne mai più dopo l’arresto rivedrà Giulia. Il rapporto epistolare proseguirà fra alti e bassi. Antonio lamenta spesso i lunghi periodi di silenzio di Giulia, ma ignora che dopo il ritorno a Mosca la sua salute, già fragile, si è incrinata, soffre di epilessia e di continui esaurimenti nervosi, di cui non vuole far sapere nulla al marito, già in una situazione così difficile.
18 aprile 1927
Mia carissima Julca,
riprendo a scriverti, dopo tanto tempo. Ho ricevuto solo pochi giorni fa due tue lettere: una del 14 febbraio e l’altra del 1° marzo e ho pensato tanto tanto a te; ho proprio fatto un inventario di tutti i miei ricordi e sai quale immagine m’è rimasta piú impressa? Una delle prime, di tanto tempo fa. Ricordi quando sei ripartita dal bosco di argento, dopo il tuo mese di vacanze? Io ti ho accompagnato fino all’orlo della strada maestra e sono rimasto a lungo a vederti allontanare. Ci eravamo appena conosciuti, ma io ti avevo fatto già parecchi dispetti e ti avevo fatto anche piangere; ti avevo canzonato col comizio dei gufi e avevo avuto l’elettricità dei gatti quando tu suonavi Beethoven. Cosí ti vedo sempre mentre ti allontani a passi brevi, col violino in una mano e nell’altra la tua borsa da viaggio cosí pittoresca. Qual è adesso il mio stato d’animo? Ti scriverò piú a lungo le prossime volte (domanderò di scrivere una doppia lettera) e cercherò di descriverti gli aspetti positivi della mia vita di questi mesi (gli aspetti negativi ormai sono dimenticati); vita interessantissima, come puoi immaginare, per gli uomini che ho avvicinato e le scene alle quali ho assistito. Il mio stato d’animo generale è improntato alla piú grande tranquillità. Come posso riassumerlo? Ricordi il viaggio di Nansen al Polo ? E ricordi come si svolse? Poiché non ne sono molto persuaso, te lo ricorderò io. Nansen, avendo studiato le correnti mari ne ed aeree dell’Oceano Artico ed avendo osservato che sulle spiaggie della Groenlandia si ritrovavano alberi e detriti che dovevano essere di origine asiatica, pensò di poter giungere o al Polo o almeno vicino al Polo, facendo trasportare la sua nave dai ghiacci. Cosí si lasciò imprigionare dai ghiacci e per 3 anni e ½ la sua nave si mosse solo in quanto si spostavano, lentissimamente, i ghiacci. Il mio stato d’animo può paragonarsi a quello dei marinai di Nansen durante questo viaggio fantastico, che mi ha sempre colpito per la sua ideazione, veramente epica.
Ho reso l’idea? (come direbbero i miei amici siciliani di Ustica). Non potrei renderla in modo piú breve e sintetico. Dunque non preoccuparti per questo lato della mia esistenza. Invece, se vuoi che io ti ricordi sempre con tenerezza (scherzo, sai!), scrivimi a lungo e descrivimi la tua vita e quella dei bambini. Tutto mi interessa, anche le minuzie. E mandami delle fotografie, ogni tanto. Cosí seguirò anche con gli occhi, lo sviluppo dei bambini. E scrivimi anche di te, molto. Vedi, qualche volta, il signor Bianco? E vedi quel curioso tipo di africanista che una volta mi promise un fritto di rognoni di rinoceronte? Chissà se si ricorda ancora di me; se lo vedi parlagli di questo fritto e scrivimi le sue risposte; mi divertirò un mondo. Sai che non faccio altro: pensare al passato e riandare tutte le scene e gli episodi piú buffi; ciò mi aiuta a passare il tempo, qualche volta proprio rido di cuore, senza neanche accorgermene. Cara, Tania mi annunzia altre tue lettere; come le attendo!
Saluta tutti i tuoi.
Ti voglio molto bene.
ANTONIO
Tania è proprio una bravissima ragazza. Perciò io le ho dato parecchi tormenti.
di
Matteo Maria Orlando

Ernesto diavolo della pampa
figlio della tempesta
perfetta così come la palla
spedita appena sotto la traversa
sottratta, con l’inganno l’artificio
a Frey lasciato trafitto battuto
dal tuo nome
venuto al Via del Mare – a sabotare
il già visto il consueto, l’ordinario

di Gianni Biondillo
Abbiamo imparato grazie alla televisione cos’è un “cold case”. Detto in inglese lo fa apparire come una cosa tecnica, persino indolore. Tradotto si mostra in tutto il suo cinismo: “caso freddo”. Fa venire i brividi. C’è una presa di distanza che sembra quasi indifferenza. Chiamarli “casi irrisolti” ci mette di fronte alla nostra inadeguatezza. Significa ammettere di non aver saputo svolgere le indagini, confermare quanto il mondo sia più complesso di un giallo, dove l’assassino trova sempre la sua punizione e il bene trionfa sempre sul male. Un caso irrisolto ci mette di fronte al fatto che il mondo è uno gnommero, come diceva Gadda. Un gomitolo indistricabile, spesso crudele, spesso insensato.
Non è raro che mi venga chiesto di scrivere o di parlare di casi di cronaca nera. Che sia una rapina, un assassinio d’impulso, una rapimento, un crimine efferato, uno stupro. C’è un curioso pensiero da parte di chi mi interpella. Tu che scrivi gialli di certo saprai entrare nella mente del criminale. Tu che fai svolgere le indagini al tuo personaggio seriale, saprai di certo capire chi è il vero responsabile, quello che la polizia non riesce a trovare. Tu sai. Tu puoi dirci come è andata a finire. Come fosse un romanzo.
Io resto sempre attonito di fronte a queste richieste. Io non so. Io non so nulla. E non mi permetto di ipotizzare alcunché. Ci sono persone che seguono i casi, da mesi, anni; professionisti, inquirenti, che ci stanno sbattendo la testa, con quale arroganza, io, che la giornata la passo davanti a un computer, posso permettermi di dire la mia?
Non fidatevi degli scrittori che pontificano in radio, degli esperti che traggono soluzioni d’accatto in televisione. Non fidatevi dei decantatori di plastici. Ne sanno meno, molto meno, di chi su quei crimini ci lavorano, colmi di frustrazioni per l’insondabilità, il mistero del crimine.
Ho sempre rifiutato gli inviti delle sirene della stampa. Forse sbagliando, perché, inutile nasconderlo, apparire di continuo in televisione, presentarsi come esperto di menti criminali e affini, di certo gioverebbe alle vendite dei miei romanzi. Ma io non riesco ad essere insincero con i miei lettori. Io nella mente di un criminale, uno vero, non ci so e non ci voglio entrare. Mi bastano i miei incubi personali, quelli privati. Mi bastano i miei romanzi.
Nei casi di cronaca, non dimentichiamolo, i morti sono veri. Bisogna averne rispetto. Ho sempre trovato morbosa questa attenzione mediatica, l’ho sempre trovata oscena. Qualcosa che, etimologicamente, deve stare fuori dalla scena, non deve essere rappresentata, perché manca di umanità nei confronti non solo delle vittime ma anche dei superstiti. Gli amici, i parenti. Decidere di mettere in piazza le proprie idee, dall’alto di non so quale autorità, cercare come una sciarada soluzioni alternative a quelle degli inquirenti, ipotizzare legami fra sospettati, accusare esplicitamente qualcuno di un crimine, fuori da un regolare processo, mi sembra oltre che immorale, pornografico.
Poi quando si tratta di “cold case” siamo addirittura alla sublimazione del cialtronismo mediatico. Figuriamoci se ci ricordiamo qualcosa di questi casi, alcuni vecchi di decenni, presi come siamo dai nostri problemi quotidiani. Eppure continuiamo a parlarne, a scriverne, a discuterne. Mi chiedo, allora: è solo morbosità la nostra? Siamo completamente assuefatti da questa idea di guardare dal buco della serratura, al sicuro delle nostre casa? Siamo solo questo? Cinici imbrutiti alla ricerca di traumi virtuali, di emozioni forti che la realtà quotidiana non sa più darci?
Vederla solo in questo modo non fa di me, alla fine, un intellettuale snob, che disprezza le basse passioni (o, come altri hanno detto meglio di me, le “passioni tristi”) del popolino?
Perché se è vero che noi non sappiamo nulla di queste tragiche morti, e se è vero che bisogna averne rispetto, non si può negare che l’insistenza da parte dei parenti di molte di queste vittime a voler riaprire i casi ha dell’eroico e del tragico. Me lo ha fatto capire mia madre. Donna del popolo, con una semplice quinta elementare nel cassetto, sempre davanti al televisore di casa. La persona che meno immagino a sbirciare da alcun buco della serratura, la meno morbosa che conosca. Non è scoprire chi è l’assassino, come in una partita di scacchi, quello che a lei interessa. È la pietà nei confronti dei vivi. Scoprire come sono andati i tragici eventi, ovvio, non ci restituisce la vittima. Ma quanto meno ci permette di seppellirla simbolicamente. Ci aiuta a organizzare un piccolo spazio d’ordine nel caos dell’esistenza. Un po’ come ci diceva Foscolo: i sepolcri servono ai vivi, prima ancora che ai morti. Queste vittime innocenti sono, mediaticamente, a noi vicine. Sono nostri figli, nostre sorelle. Non vogliamo sapere soltanto come sono morte – in fondo lo sappiamo già – ma perché, nel nome di quale follia, le stiamo piangendo. Alla ricerca del risarcimento di un conto che, purtroppo, non torna mai.
(pubblicato su Grazia, numero 15 del 6 aprile 2016)
di
Francesco Forlani
Qui di seguito i primi dieci capitoli del nuovo romanzo a cui sto lavorando. Tutto è cominciato qui su NI e tutto finirà, come condivisione libera, con questa prima parte. Spero di annunciare in giugno la fine della stesura e magari entro l’anno la sua pubblicazione. Dedico a Giovanni Lamanna questa mia azione per il lavoro che stiamo facendo insieme. Buona lettura. effeffe
*
Le tournant (romanzo, in preparazione) Corsica. Un’edicola votiva, memoriale di un automobilista morto in un incidente. Ma nella realtà non c’era stato nessun incidente e tanto meno il morto, inventato di sana pianta dal sindaco per indurre chiunque passasse di lì alla prudenza. Un’invenzione. Una fantasticheria che però aveva salvato un mucchio di persone. Così alla morte del geniale sindaco la giunta vuole commemorare l’uno, lo storico primo cittadino, e il secondo, il morto che non c’è, premiando quest’ultimo con una nuova vita, anzi vita tout court visto che non era nato nemmeno una volta. E lo fa ingaggiando uno scrittore per scrivere una storia; vitto e alloggio pagato in Corsica, per un anno. Il protagonista si chiama Franck, d’origine italiana ma in Francia da una mezza vita, fisarmonicista e scrittore; comincia a raccontare la saga familiare del morto, inventandosela dalla dominazione genovese, ai moti rivoluzionari dell’Ottocento e all’occupazione fascista degli anni Quaranta dopo la resa della Francia. Lo scrittore se la gode alla grande, come Ulisse da Calypso. Beve e mangia da dio, s’innamora, ma la vera notizia è che i suoi testi man mano pubblicati sulla gazzetta regionale riscuotono un successo che nessuno dei suoi libri aveva mai ottenuto. Tout baigne, direbbero in Francia. Solo che, a un certo punto, riceve un chiaro invito a fermarsi, quando scopre che sotto l’altarino c’erano davvero delle ossa…
Ouverture
Ci sono due modi per arrivare in Place des Vosges. Uno è percorrendo da Bastille il boulevard Beaumarchais prima di imboccare la rue du Pas-de-la-Mule; ben altra cosa però è raggiungere la meta sfilando lungo la rue des Rosiers, trecento metri di strada, rue des oubliés, des émigrés, des retrouvailles. In un angolo di giardino che precede la piazza, Franck osserva le panchine di legno disposte ad arco e le persone che se ne stanno sedute durante la pausa pranzo. Franck ne distingue i profili e ne indovina le conversazioni nonostante si trovi a una certa distanza e alle spalle. Ad attirare la sua attenzione è la panca di sinistra, dove due donne sulla quarantina hanno disposto nel mezzo alcuni dolci, Blancmange e Baklava, acquistati in uno degli innumerevoli ristorantini, falafel che popolano la strada.
Certamente è colpito dall’eleganza delle due signore, ma è la loro disinvoltura ad attirarlo, per i gesti con cui accompagnano le parole, per la semplicità dell’atto di mangiare una cosa su una panca in un giardino, semplicità rivestita di abiti di marca e calzante scarpe di lusso. Le osserva per un tempo infinito prima di avere come un presentimento di non essere solo. Con la coda dell’occhio ha infatti percepito, al termine di una diagonale che attraversa lo spiazzo, una presenza, concentrata come lui sulle donne, ma per altri motivi, in una prospettiva totalmente diversa dalla sua. Non sa dire se l’altro se ne sia accorto, per quanto, per un breve istante, abbia avuto l’impressione che i loro sguardi si siano incrociati tipo a metà strada, in campo neutro; l’assoluta perseveranza del suo alter ego aveva però dissolto ogni dubbio a riguardo e ne aveva dedotto che della sua presenza non se n’era affatto reso conto.
Una cosa però ora sa di certo; l’attenzione che aveva fino ad allora totalmente dedicata alle due amiche – la confidenzialità che la vicinanza dei corpi trasmetteva faceva pensare a un’amicizia di lunga data- era stata distolta e dedicata ad altro come se la triangolazione in atto tra lui, l’altro e le due donne, al pari di una catena di Sant’Antonio non si potesse rompere e trasformarsi in un accerchiamento. Così Franck osserva i pensieri e i movimenti dell’altro con meticolosa concentrazione, quasi convinto del fatto che qualcun altro stia osservando lui, e quello, a sua volta, sotto gli occhi di un altro ancora come del resto stava già accadendo alle due donne che non lesinavano affatto, tra una battuta e l’altra, una risata, occhiate ai passanti, specie se prestanti o da insicure donne accompagnati.
Ci sono due modi di vedere le cose, le persone. Si possono contemplare, ammirare, riconoscendone un valore superiore, quasi una possibilità di riscatto interiore in quella esperienza di bellezza o di sublime manifestazione di una presenza tanto inattesa quanto catartica, nei fatti; perché uno si sente migliore quando la bellezza diventa un viatico imprescindibile come le parole di un amico prima d’intraprendere un viaggio; lo sguardo allora si lascia fagocitare e allo stesso tempo nutrire e l’estasi indurre a un’immobilità per certi versi feroce dei muscoli se non si avvertisse dentro un movimento frenetico – il battito accelerato del cuore, il freddo alle ginocchia, le vertigini. Diverso è lo sguardo del predatore perché anticipa un movimento, una sequenza ripetuta mentalmente, un piano d’azione che non lascia adito al fallimento, non ammette sconfitta. In realtà esiste un altro modo di guardare ma si tratta piuttosto di un non vedere, come in effetti accade alle due donne sedute sulla panchina molto prese nella conversazione.
Al punto di non accorgersi affatto del topo che dopo averne registrato le pause, i movimenti, la durata delle distrazioni dai dolci- generalmente dopo averne preso uno dal vassoio e per buona educazione attendere la fine della frase prima di portarlo alla bocca- con una mossa del cavallo e un salto da dietro alla panca ne afferra quello più sul bordo, e per quanto grande, ben più grande del muso sgattaiola via sotto alcune lamiere di un cantiere in corso. Certamente Franck è colpito dalla rapidità del roditore ma è soprattutto l’agilità quasi felina del topo ad attirarlo, la precisione dell’azione tutta svolta nel silenzio e con una tale sapienza che le due signore non si sono rese conto di nulla. Franck abbandona la sua posizione dirigendosi verso di loro. Non ha voglia di dirglielo, avvisarle, non vuole interrompere il sodalizio che la giornata di sole, la freschezza del giardino ornato con piante di fico, una pausa pranzo dal lavoro, una certa spensieratezza ha reso possibile.
Ma quando se le ritrova quasi di fronte e ne nota lo stupore di non ritrovarsi uno dei dolci – il numero pari delle porzioni, calorie da spendere in parti uguali, dopo il furto, era ormai decaduto – gli viene un sorriso, lo stesso che la lettura di un’inserzione su Libèration poco prima gli ha provocato:
Cercasi scrittore. Vitto, alloggio, rimborso spese, gettone. Durata un anno. Disponibilità a trasferirsi.
Seguivano indirizzo mail a cui inviare la candidatura e referenze richieste. Franck non ha dubbi adesso. Sarà sa part de gateau.
Le journal
I
Un giornale che nel 1973 annuncia la sua nascita reclamando la restituzione della parola al popolo. Sartre, Mauriac e Serge July sono seduti al tavolo con altri e immagino il numero di posaceneri, le nubi di fumo che si aprono un varco attraverso larghe finestre che danno sulla rue de Lorraine, per raggiungere le acque immobili del canal de l’Ourcq. Libération dagli anni ottanta abita in un garage al numero 11 della rue Béranger, a una manciata di minuti dalla Marianne de la République.
Ci lavora Marongiu, alle pagine culturali, e Franck che di fatto è un musicista prestato al mondo delle lettere, tiene per lui dei corsi di fisarmonica, per arrotondare. Jean Baptiste, d’origine sarda, una volta alla settimana lo accoglie nella rue d’Alésia, estremo sud della città, per passare un’ora – generalmente la sera dopo aver consegnato il suo pezzo al compositore del giornale- sui tasti in madreperla di una vecchia Meister rossa acquistata al marché aux puces della Porte de Montreuil per pochi franchi. Quando Franck lo chiama, Jean Baptiste è in redazione, sta sorseggiando un caffé ed è convinto, sulle prime, che la telefonata abbia a che fare con il suo corso d’accordéon.
– No, Jean Baptiste, non ci sono problemi per il corso di domani, almeno per me; ti chiamo per un’altra ragione.
– Spara! Mentre lo dice tira fuori una sigaretta dal pacchetto per fumarsela dopo il caffé
– Sai l’annuncio uscito ieri sulle pagine cultura?
– Quello dell’isola? Non dirmi che anche tu! I centralini sono letteralmente impazziti; o qui sono diventati tutti scrittori o non ci ha una lira più nessuno. Lo sapevo che sarebbe finita così ma era un annuncio a pagamento e la mia nota di accompagnamento serviva soltanto per creare un effetto di rêverie.
– E ha funzionato. Infatti se ti ho telefonato è stato solo per via della tua nota
– Tra musicisti ci si capisce, no?
Franck sorride. la velocità con cui l’amico trova una battuta felice, è davvero sorprendente. Così prende fiato e riparte all’attacco quando Jean Baptiste gli chiede: e allora?
– Niente, pensavo che magari, chissà, potrebbe essere una buona idea per sbarcare il lunario…
– Da musicista desideroso di riapprendere a suonare mi guarderei bene dal dare al mio maestro una dritta che me lo porti via ma, c’è un ma; visto che su quell’isola ci passo tutte le mie vacanze, e che il maestro è un bravo scrittore, sai che ti dico?
Franck è sorpreso. Raramente gli ha sentito pronunciare la frase “bravo scrittore” ed è sicuramente per questa ragione che le sue recensioni sono molto seguite dai lettori, temute dagli scrittori per una sua etica inamovibile in materia. Pur frequentando molti autori nessun affetto, peraltro giustificato in certi casi da una vera condivisione e intimità, avrebbe interferito con la sua attività di critico.
– Dai dimmi
– Tra meno di un’ora passano quelli dell’annuncio per firmare un documento che avevano dimenticato di contrassegnare. Se ti precipiti da me ci parli direttamente e en plus ti faccio da garante.
– E in cambio ti pago un couscous chez Omar.
Franck non abita lontano dalla redazione di Libé. C’è un autobus diretto dalla rue Monge e se si dà una mossa- per Franck darsi una mossa equivale a una decisione tanto grave quanto imprescindibile- in una ventina di minuti dovrebbe arrivarci. C’è stato due volte in quella redazione; una per discutere con Jean Baptiste del corso e una seconda in occasione dell’uscita del suo libro che aveva voluto recapitargli di persona. Per accedere ai piani alti bisogna percorrere una rampa a spirale di quelle che in genere si trovano nei parcheggi. Più che un giornale è un’officina delle idee e per quanto lo stampino a St Denis e che al posto delle macchine da scrivere ci siano comodi computer da tavolo, si sente l’odore d’inchiostro, lo stesso che ti lascia le dita sporche di grasso come quelle dei meccanici. Lo accompagna una strana euforia mentre raccoglie curriculum, riviste, una rassegna stampa e un paio di copie salvate dal macero e dagli editori.
La commission
II
La sala riunioni della cultura è al quinto piano. Jean Baptiste abbraccia Franck con il solito aplomb da isolano. Alla profonda calma con cui si eseguono convenevoli e gesti consueti di benvenuto, generalmente, corrisponde nell’uso continentale una tale maniera, un tale grado di formalità che diventa difficile nelle metropoli determinare quanta benevolenza ci sia davvero in chi ti accoglie. Franck segue l’amico e con la consueta maldestraggine quasi trascina dietro di sé il portapenne di uno dei colleghi di Jean Baptiste che con prontezza riesce ad evitare il peggio agguantandolo prima che rovini al suolo. Franck vorrebbe fermarsi almeno per scusarsi ma è proprio questo a fargli segno di andare in fretta visto che i due assessori di Piana se ne sarebbero andati via di lì a poco.
– Bene, è appena arrivato l’amico di cui vi dicevo. Come scrittore posso dirvi che è tra i migliori che io conosca; come lavoratore – è il mio professore di fisarmonica, aveva aggiunto per inciso e con un certo orgoglio- ha il rigore di noi isolani, e per finire non è francese ma italiano, il che dovrebbe superare ogni diffidenza che è legittimo provare verso chi non è delle nostre terre solo per uno strano gioco del destino, ma che per carattere e indole sarebbe potuto essere un vostro compagno di scuola o di scorribande.
– La juste distance- aveva aggiunto quello che dei tre era sicuramente il più importante. perché era più anziano, e si sa quanto l’età conti su un’isola nella fabbricazione delle gerarchie, ma soprattutto perché, come aveva notato Franck entrando nella saletta era stato il primo ad alzarsi quasi prevedendo che a lui per primo Jean Baptiste avrebbe rivolto la parola. Cosa sapeva Franck della Corsica? Niente. Ne aveva vista solo la silhouette, il bianco delle scogliere di Bonifacio, dalla torre spagnola di Santa Teresa di Gallura, in Sardegna durante un viaggio reportage con il suo compagno di collegio Marco Murgia, di Cagliari. Più giusta distanza di quella, sinceramente, non poteva immaginarlo.
– Certo, quel mix di appartenenza e di estraneità che dà allo sguardo la possibilità di vedere oltre e soprattutto meglio il bene che vive in un luogo per fare in modo che chi vi abiti non abbia più dubbi sul proprio stare al mondo. Perché proprio quello è il migliore dei mondi possibili indipendentemente dal fatto che quelle radici non si siano scelte, ma soprattutto da quanto sia magnifica o terribile quella che i più con una certa enfasi dicono essere: terra mia.- aveva concluso Marongiu.
Alla parola radici Franck associa immediatamente l’immagine dell’enorme fico secolare che si trova nel jardin accanto alla Place des Vosges. Le braccia che si diramano tentacolari filo terra gli erano sembrate dalla prima volta in cui l’aveva scoperto, dei rami-radici, staccati da terra, aerei, sospesi. Il vice sindaco- perché al momento delle presentazioni era stato svelato l’incarico del più importante- ad ogni frase di Marongiu annuiva come per apporre un sigillo di verità ad ognuna delle affermazioni. Fisicamente somigliava un po’ al Gino Cervi di Peppone e Don Camillo, tanto più che il più giovane, l’assessore alla cultura aveva una vaga, molto vaga somiglianza con Fernandel che del prete manesco era riuscito a dare una rappresentazione quasi più fedele di quella contenuta nell’opera del Guareschi.
– Ha detto bene, Jean Baptiste – il tono confidenziale aveva suggerito a Franck che i due condividessero più di una striscia di mare- allora proverò a spiegare al suo giovane amico di cosa si tratta.
Si mise a sedere pregando Franck di fare lo stesso intorno al tavolo di cristallo che rifletteva tra gli incartamenti il cielo e i tetti del Marais rifratti dalle vetrate dei finestroni.
– Come vecchio vice-sindaco conosco la storia meglio di chiunque altro. Posso dirle ogni cosa dell’allora sindaco, delle sue gesta, della generosità con cui ha governato la Commune facendo in modo che non mancasse nulla ai suoi concittadini. E quando dico nulla mi riferisco non soltanto alle cose materiali ma anche, e soprattutto, ai valori che danno lustro a una comunità o la piombano nella cattiva reputazione. Sindaco dal trentasei fino al novantanove. Può immaginare allora quanta acqua è passata sotto ai ponti, almeno quelli che non furono fatti saltare in aria. Ma il motivo per cui siamo qui, la ragione dell’annuncio che ha potuto leggere ha a che fare solo in parte con il sindaco Angelini. Nel ‘69, infatti con l’unica rivoluzione che abbia veramente cambiato la nostra vita ovvero quella delle quattro ruote e della diffusione delle utilitarie può immaginare di quanto e con che grado di mortalità aumentarono gli incidenti sulle nostre strade. Strade che come avrà modo di vedere con i suoi occhi si arrampicano su per falesie regalando ai passeggeri viste mozzafiato, su cui la cautela deve essere massima e dove basta davvero la minima disattenzione per precipitare in mare senza che le cinture di sicurezza possano evitare il peggio.
Alla parola cinture i due accompagnatori del vicesindaco avevano avuto la medesima reazione di stupore, di quella meraviglia che precede una grassa risata ma che fu soffocata ancor prima di nascere in quella circostanza.
– Così Angelini Mario, di professione sindacalista e sindaco, (in italiano) ma a questo gioco di parole i francesi a differenza di noi corsi e italiani non ci possono arrivare, s’è inventato la storia del morto.
Alla parola morto Franck, completamente preso dal racconto, per lo stile che il vice sindaco riusciva a trasmettere con pause, sguardi, ritmo della parola, aveva chiesto: quale morto?
– Il morto non morto, per essere precisi nemmeno vivo se è per questo. Eravamo insieme proprio durante quei terribili sopralluoghi insieme alla stradale per recuperare una famiglia intera da un dirupo, sulla strada che da Piana porta a Girolata, quando gli è venuta l’idea. Mi aveva prima offerto una emmeesse, a proposito le fanno ancora in Italia? alla vecchia maniera sa? Con un colpetto, facendola scivolare dal pacchetto morbido e dopo averla accesa a entrambi, con una certa aria grave aveva esordito dicendomi: questa storia deve finire. In realtà ci sarebbe un modo e credo che ci si debba mettere all’opera subito. Hai presente il tornante? Certo gli avevo risposto. Non le solite nostre maledette curve, no no, dico le grand tournant quello della strada che porta da Piana a Sartène, sulla D355. Gli avevo fatto segno di aver capito. Con piglio deciso mi ha detto: Domattina ci si va con il necessario e gli uomini giusti e ci inventiamo il morto, il primo vero morto di questa rivoluzione sull’asfalto. Al che gli avevo obiettato che seppure finto un nome doveva pur avercelo, al che aveva ribattuto Ferrari, un genovese sarà perfetto. Costruiamo un’edicola, non un chioschetto mi segua, Vinciguerra – così Franck aveva appreso anche il cognome del suo maggiore interlocutore – e assicuriamo che ci siano sempre fiori, magari si mette a libro paga una delle nostre vecchiette o uno anticu, in modo che ci sia sempre qualcuno a onorare il morto. Sulle prime, le confesserò caro Franck che l’idea mi era sembrata un po’ bislacca, poi me ne convinsi e quando anno dopo anno cominciammo ad avere i primi risultati, u miraculu, ovvero meno incidenti mortali, raggiunsi la certezza che “il Morto” sarebbe riuscito a mantenere non poca gente in vita. La questione è che avremmo voglia di onorare il morto adesso, a trent’anni di distanza dalla costruzione dell’edicola. E onorare il nostro non più vivo sindaco, nella stessa occasione. Però può ben immaginare come sia difficile onorare qualcuno se il qualcuno non è mai esistito. Questo sarà il suo compito Franck – Franck si rese conto solo in quel preciso momento che il posto era suo- raccontare la vita di Paolo Ferrari, della sua famiglia, da quando sbarcò da Genova come dominatore fino al momento della sua morte. Se per lei va bene potrebbe cominciare anche domani.
E gli porse il bigliettino da visita. Ottavio Vinciguerra, vicesindaco. E così conosceva anche il suo nome, adesso
Hortus
III
Prepararsi a fare le valigie, chiudere casa, partire. Delle tre la più difficile è la casa, perché non la chiudi mica come una valigia e di certo non puoi portartela appresso. La casa abbastanza piccola e spoglia che l’unica cosa che sia davvero d’ingombro è molto probabilmente solo Franck, fisico imponente, andava lasciata a qualcuno. ma a chi? E poi se le cose non fossero andate nel migliore dei modi lì in Corsica come riprendere casa adesso che non ha nemmeno più uno straccio di busta paga in grado di assicurare agenti immobiliari e soprattutto i proprietari. Un anno non è un semplice tempo, è una durata, un concetto a cui Franck, da anni non è più abituato; la sua vita, e per vita si intende la sua esistenza, non è mai andata oltre la mesata, l’affitto da pagare, le varie scadenze amministrative e soprattutto i corsi da piazzare qui e lì dove e quando possibile. Certo c’erano i gatti e le piante. Da quando è andato a vivere da solo Franck ha sempre vissuto in quella che ama definire la catena Darwin, senza sapere se fosse una decisione legata alla salvaguardia della specie, la sua specie, o per non essere solo. La pianta è un partner ideale, un esercizio della cura da compiersi in silenzio e i gatti , due gatti trovati nel quartiere, figli ideali cui destinare le carinerie spesso ricambiate al momento dei pasti.
I gatti allora all’amico anarchico portoghese Mani e le piante a Fiammetta e Fortunato. Perché Fiammetta, che ha un laboratorio di ceramica poco distante, ha le mani d’oro e una perizia botanica da giardiniera provetta. Il passaggio da Mani che adora i gatti al punto di portarseli in boîte alla Java che gestisce da sempre è sempre costellato da frasi felici che nessun romanziere sarebbe in grado di sfornare, generalmente in piedi, tra una cosa e l’altra. L’arrivo di Franck alla Java è salutato da Christine con la simpatia che li lega da sempre e dunque senza particolari cerimoniali se non la luce degli occhi e un caldo abbraccio, cose da riservare a pochi, da distribuire con parsimonia altrimenti si rovinano. Sempre.
Mani è nella grande sala a seguire il lavoro dei due operai che stanno rimettendo il parquet e devono assolutamente finire entro le venti all’arrivo dei musicisti. Mani ha appena liberato il più giovane dal peso dell’auto rimossa dalla polizia municipale. Ha chiamato il deposito, pagato la contravvenzione in tempo reale e offerto al carpentiere gli estremi per il ritiro. La gratitudine accresciuta dal gesto si esprime nell’estrema diligenza con cui Mani gli indica come eseguire il lavoro. Perché le lamelle di betulla sembrano a un certo punto piegarsi à banane, e sfuggire all’allineamento. Mani osserva da vicino e dopo un attimo di silenzio dice:
– Sai, sono orbo da un occhio e per questo posso dirti quando le cose sono veramente allineate.
Mani ha perso un occhio da ragazzo, un incidente, ma ha una visione delle cose soprattutto della vita infallibile come quando ha risposto a Franck che gli chiedeva se frequentasse più i suoi amici ballerini:
– Vedi Franck, si cambia amici quando si cambiano le droghe.
Mani conosce i due gatti di Franck. Era già capitato in passato di occuparsene come del resto all’amico italiano quando durante la chiusura della Java Mani e Christine se n’erano partiti per lunghi viaggi in moto.
– Allora che ne dici di questa storia?- gli chiede mentre l’amico gli serve un calvados dal bar.
– Dici la Corsica? Beh ci mancherai, vuol dire che la sera farò un po’ di chiacchiere con loro per non abituarmi alla tua assenza. Tu droghe non ne prendi.
– Ma sei sicuro per la durata? Prima che mi sistemi per bene, di capire se me li posso portare sull’isola passerà almeno un mese.
– Non ti preoccupare, vorrà dire che te li portiamo noi e così ci faremo un po’ di mare.
Stanno per salutarsi quando l’amico anarchico gli porge un libro, pregandolo di leggere la dedica.
– Ma Mani, è la tua copia di quand’eri a scuola, sei sicuro?
– Luís Vaz de Camões ormai ce l’ho dentro. Leggilo, è il nostro Dante e poi il tempo non ti mancherà. Questa invece – intanto era uscito da dietro al bancone per recuperare dalla borsa accanto al casco una partitura- te l’ha presa Christine; l’ha trovata d’occasione su una bancarella e visto che ti mancava ha pensato bene di fartene omaggio.
Il commiato da chi si vuole bene è sempre un momento difficile soprattutto quando l’incertezza del tempo a venire non permette di determinare una data di ritorno.
Da Fortunato e Fiammetta accade lo stesso. Franck ha un numero di amici equivalente alla quantità di parole che riesce a mettere insieme, da sobrio, in una conversazione. Con Fiammetta sono andati all’Hortus della Rue des Rosiers.
– Cosa ci suonerai di bello?- gli aveva chiesto, dando un’occhiata ai fogli che aveva in una mano.
– Cage, Piano works 1935-1948. Dream. Questo è il pezzo che cercavo.
– Un amico spagnolo diceva: El anarquista del silencio. Come te, no?
– Sai Fiammetta, il nostro, per me che suono, per te che lavori con la scultura, non è mai silenzio, è risonanza. Ci sono strumenti, forme d’arte in cui la nota, un gesto muoiono nel momento in cui l’azione si arresta. Prendi una nota di piano, il disegno. Invece per la fisarmonica come per te la terra o la ceramica, si muovono, persistono, vivono, risuonano appunto e a lungo dal momento in cui li abbiamo toccati.
– Ributtano! – aggiunge Fiammetta infilandosi in uno dei sentieri che portano alla piccola serra e cogliere della cicoria ben cresciuta.
– Sai, pensavo alla storia del fico che c’è qui nell’area del sottobosco. Ai rami che sembrano radici. I fichi ributtano come gli ulivi, mi hai detto…
– Quando la pianta sembra essere morta, su un lato, prepara sull’altro la sua rinascita. A proposito visto che c’è Jocelyn, – da lontano sopraggiunge l’addetto comunale al verde pubblico, che nel giardino si occupa della parte a carico della Mairie lasciando il resto alle associazioni di cui si occupa tra l’altro Fiammetta – perché non gli chiediamo da quanti anni c’è il fico?
Jocelyn ha la tuta da lavoro e qualche attrezzo per le pulizie. Un grande sorriso e soprattutto una disponibilità totale verso quei volontari della terra, sempre alla ricerca di consigli utili o di precise diagnosi in caso di cattiva crescita o di funghi come quelli che avevano devastato una buona metà dei meli distesi lungo il muro a rami incrociati.
– Jocelyn, il fico da quanto c’è?
– Son trent’anni che lavoro qui e ai Blancs Manteaux, e c’era già. Ti ho detto del cassettone del compost?
– No, ho appena chiuso una buca che un porcospino s’è scavato per fare colazione coi vermi.
– Porcospini? No, Fiammetta sono topi, e non di taglia modesta. Da un mese a questa parte padroneggiano nel quartiere. Bisognerà fare attenzione ai cassettoni. Il vostro, per esempio va riparato.
Lo sguardo di Franck è assente, preso dall’eleganza delle quattro betulle i cui tronchi bianchi si stagliano contro il cielo. Ha appena ripassato a memoria il cartello informativo che c’è ai piedi del fico. Si dice che la creazione di quel sottobosco ha permesso il proliferare di un certo tipo di fiore, di pianta, d’insetti e perfino il ritorno dei trogloditi mignon.
– Jocelyn cos’è un troglodite mignon?
– Un passerotto, vivace. E se mai ve ne fossero ancora a mio avviso farebbero bene a tenere gli occhi aperti per non diventare un boccone prelibato.
– Per i gatti?
– No, per i topi
– I topi?
Ferry-boat
IV
Dalla Gare Maritime di Nizza ad Ajaccio ci vogliono circa sei ore. Quando la nave si stacca da terra il mare l’accoglie digrignando i denti, sferzando l’aria che è schiuma di fiocchi. C’è in questo mezzo di trasporto qualcosa di ancestrale quasi più di un vecchio carro, perché la naturalezza con cui un corpo può lasciarsi portare dalla corrente qui si ripete, nonostante l’artificio del ferro, delle ancore, dei motori. Franck ha trascorso le ultime ore parigine in compagnia di Fortunato, alla libreria. L’amico gli ha offerto il caffè, bien serré, spingendo la capsula nella macchinetta. Gli ha perfino regalato una cartina della Corsica per raccapezzarsi; nella mail il vicesindaco gli ha scritto che verranno a prenderlo in macchina a Bonifacio. Poi escono un attimo, lasciando Fabrizio alla cassa, per fumarsi una sigaretta. Franck gli racconta quello che è appena successo in metropolitana.
– A un certo punto è salito su, un pazzo, cioè mezzo matto, un matto gentile però; era ben vestito, da hipster, con barba e occhiali, e incollando la faccia al vetro delle porte appena chiuse ha cominciato un soliloquio dove era questione di gatti, di gatti e bambini. In realtà non era un soliloquio, non è mai un soliloquio, in questi casi, ma una conversazione in cui esiste un interlocutore anche se non si vede; è invisibile agli occhi di tutti come dio nelle preghiere di chi ci crede. Ora, lo sai Fortunà, il tono interlocutorio di solito è dato dalla maniera di formulare le frasi, dal loro rimontare verso il punto interrogativo della fine, no?
Fortunato ascolta, fuma, ne asseconda quel desiderio di parlare che in persone taciturne come Franck ha sempre qualcosa di sorprendente, quasi miracoloso, e sa che quando capita è perché il credito di parole, il loro peso dentro è al limite della sostenibilità e deve allora liberarsene.
– Invece questo ragazzo, ti assicuro, dai modi gentili, un po’ sopra le righe, perfino violento quando tagliava le frasi, come una litania ripeteva, dis-donc, e subito dopo, si chiedeva ma quasi ripetendo la domanda del suo interlocutore – qualcosa aveva suggerito però a Franck che si trattasse di una donna, tipo la sua donna- come si scrive? di i esse di o enne di ci.
– Non mi è mai capitato di sentire una cosa del genere- aveva replicato Fortunato
– Capisci? A che pro chiedere di ripetere la parola lettera per lettera, domandare come si scrivesse visto che il piano di scambio pareva tutto costruito sull’oralità e invece quella frase, quella richiesta pareva venire da qualcuno che stesse prendendo nota; e in quella strana domanda c’era una grazia, un’attenzione che faceva di quell’essere invisibile agli occhi dei più, una presenza benevola e consolatrice.
– Melogrammatica?
Franck era scoppiato a ridere. Con Fortunato condivideva tre grandi amori: il silenzio, che era d’oro, la buona letteratura, l’argento, e che di fatto gli dava da campare e un buon bicchiere di vino la mirra, quest’ultima solo per comporre tutta l’epifania laica del loro incontro.
Ora che la città vista dal ponte gli si stava disgregando a contatto con la distanza non un pensiero, non un ricordo, un pezzo di frase, un’immagine, un affetto lo tratteneva dalla partenza; le piante e il gatto erano in salvo, in buone mani e davanti a sé, oltre all’isola c’era una storia di cui non sapeva assolutamente nulla, e solo lo confortava il fatto che nessuno ne sapeva niente. Per fortuna il suo giubbotto di salvataggio ancora una volta era tutta in quella frase, per di più in latino appresa da ragazzo sui banchi dell’università. Fingunt simulque credunt, mutuata da un libro di Carlo Ginzburg, citata da un’opera di Gian Battista Vico. Frase che aveva mandato a memoria anche nella traduzione dello storico: quel che avevano immaginato, credevano dappoi.
Franck si guarda intorno. Il vento gli sferza la faccia e si alza il collo del cappotto per non esporre la gola a cedimenti. Adesso che è solo non rimpiange affatto, come invece gli era capitato fino al momento dell’imbarco, di essersi portato dietro la fisarmonica. L’enorme custodia la rende invisibile anche se non è tanto difficile indovinare dalla foggia di che strumento si tratti. Uno strumento da zingari diretto in un’isola di banditi. Gli ingredienti per un romanzo criminale c’erano tutti. Prende posto nell’enorme sala che c’è al primo piano. I televisori sospesi negli angoli fanno in modo che dovunque si giri la testa gli occhi ne verranno come stregati. Dagli altoparlanti si informano i viaggiatori della rotta di navigazione, delle condizioni del mare, di quelle metereologiche. Lui decide di cacciare lo strumento un po’ per fargli prendere aria, un po’ per controllare che nei vari passaggi, treno, nave, sia tutto a posto; ma forse lo fa perché nessuno abbia a temere che nasconda qualcosa di brutto, un’arma? una bomba? Da metà degli anni novanta, dall’attentato a St. Michel basta poco per farsi delle strane idee. Però ci piace pensare che Franck lo voglia mostrare per dare un volto al proprio amico del cuore, quello che se anche non si vede c’è e che quando si mette a parlare, quando libera i suoni dai bottoni di madreperla, li soffia, si resta sempre incantati.
Poi dà un’occhiata fuori dai finestroni. Un’altra nave, ma da crociera, enorme quasi li affianca. Gli pare di scorgere in quella silhouette la Vlora, la nave dolce che un mattino d’agosto apparve all’orizzonte di Bari con ventimila anime a bordo.
La bibliothèque
V
Corsica, anello tra le due nazioni. Così la definisce Nicolò Tommaseo che all’isola aveva dedicato le sue migliori energie e i versi che sono su un manifesto all’entrata della biblioteca:
L’ ombre ne’ miei pensier: vedrò ’l pallore
Umile e altero delle Corse donne
Percotermi nel cuor più che d’ amore,
Udrò simile alla cirnea vendetta
Urlar tra i sassi e le ulivete il vento,
E per le selci la levata fiamma;
E il Vócero che cupo a passo lento
Segue l’ombre de’ morti, e chiama sangue.
E te pur penserà, che dalla forte
Terra in cui l’adulato esule nacque,
Mandi del canto l’ospital saluto
Franck si aggira tra le sale lettura per trovare un posto tranquillo dove stare. Cécile, la responsabile della sezione manoscritti l’ha presentato al collega Alberto che gli ha già preparato una pila di libri da consultare. Sono passate poche ore dall’arrivo a Piana e già si sente uno di casa. La casa in cui starà ha una vista su più orizzonti. Dalle finestre della cucina si vedono le cime dei monti mentre dalla camera da letto letteralmente si sprofonda nella vista sul mare. I calanchi di Piana ce li avrà sotto al sedere ma non per questo non dormirà sonni tranquilli. Ci sarà una signora a sbrigare le faccende di casa due volte a settimana e con un piccolo supplemento, gli è stato detto, potrebbe perfino preparagli da mangiare. Franck deve abituarsi al lusso che il destino gli ha servito su un vassoio d’argento in un momento in cui non c’erano vassoi in casa a Parigi, ma soprattutto non c’era l’argent. Accade sempre in situazioni come queste che ci si senta come impostori, come dei clandestini – questa sostituzione della parola vita con destino non poteva essere più appropriata- a meno che non si incorra in quello strano computo, nella sequenza causa-effetto inesorabile per cui se ci succede qualcosa di buono ora tale fortuna verrà pagata poi. In questi casi però Franck aveva elaborato una sua strategia che consisteva nel fare inversione di successione e giustificare il bene inaspettatamente ricevuto per tutto il male subito fino a poco prima. La Corsica ha due grandi biblioteche, una ad Ajaccio e l’altra a Sartene, nel Couvent Saint-Joseph. Ci lavorano cinque persone e la direzione è affidata a Cecile. Il fondo manoscritti è assai ricco e i primi titoli che Franck ha sotto mano sono:
Storia succinta delle rivoluzioni dell’isola di Corsica
Storia delle rivoluzioni dell’isola di Corsica e della esaltazione di Teodoro I al trono di questo stato
Scintille di Nicolò Tommaseo
Relazione della Corsica di Giacomo Boswell scudiere, trasportata in italiano dall’originale inglese.
Journal of a landscape painter in Corsica di Busch.
Fotografa man mano le pagine che potranno servirgli per la sua saga tutta inventata. Vuole fare proprio il motto che uno storico aveva ripetuto ad una recente conferenza di uno storico italiano, Carlo Ginzburg all’Istituto di Cultura di Parigi. A un certo punto la direttrice aveva chiesto allo storico se nella sua idea di secolarizzazione, ovvero occupazione da parte dello stato degli spazi un tempo destinati al potere religioso vi fosse stato un qualche riferimento all’opera di Carl Schmitt . Il magister aveva avuto come un sussulto, un rigurgito intellettuale e aveva ribattuto assai stizzito che del pensatore nazista – il richiamo ideologico ovviamente era stato intelligentemente evitato da parte della sua interlocutrice- se ne sopravvalutava l’opera tanto a destra che a sinistra e che, comunque sia, ben prima di lui e di certo meglio, altri avevano ben descritto tale ” dinamica”, a partire dagli antichi e continuando con i moderni come Machiavelli e Hobbes. Degli antichi Carlo Ginzburg aveva inoltre ben spiegato la formula chiave, la formula di Tacito che dice: “credevano in ciò che avevano appena immaginato” . “Fingunt simulque credunt”, che tra l’altro Giambattista Vico avrebbe riportato in primo piano nella sua rifondazione delle scienze storiche. Franck aveva così immaginato che se si fossero trovati a un importante colloquio internazionale di medicina e sentito un ipotetico moderatore proporre all’invitato una relazione tra quanto appena detto e le scoperte di Mengele, probabilmente l’intero pubblico in sala avrebbe reagito come lo storico in questione. Allora perché questa differenza di trattamento? Lui comunque avrebbe sicuramente inventato e per quanto riguarda il crederci questo non era contemplato nel contratto. Di certo la cosa più importante era che i lettori vi credessero, ovvero appassionarsi alla storia della famiglia del tale che con la propria morte, con l’incidente in uno dei tornanti e la costruzione della piccola edicola a futura memoria aveva salvato tante vite. Ma allora da dove cominciare non gli era affatto assai chiaro. Certo a Franck sarebbe piaciuto mettersi sulle tracce, almeno nello stile di uno scrittore morto da poco in Sardegna, Sergio Atzeni che con la sua ultima opera, Passavamo sulla terra leggeri, aveva reinventato i miti fondatori dell’isola. Franck però non aveva questa ambizione; il suo sarebbe stato un racconto picaro, qualcosa di più simile a un romanzo d’appendice che a un poema epico. Sull’esempio di una delle storie che Alberto il bibliotecario gli aveva portato, avrebbe riassunto quindici secoli di storia in una ventina di pagine, magari ammantate di mistero, fino alla dominazione genovese e raccontato con più dovizia di particolari le rivoluzioni che tra settecento e ottocento avevano infuocato l’isola. Più o meno tra il trattato di Versailles e la nascita di Napoleone l’inizio per poi continuare con l’ottocento degli anarchici e il novecento dei fascisti. Mentre si lascia andare col pensiero a tutte queste riflessioni si è fatta ora. A cena sarà ospite del vice sindaco. Non vuole presentarsi a mani vuote e così si fa dire da Cécile dove acquistare del buon vino, del vino importante.
La femme de ménage
VI
Franck si muove con circospezione nella villa messa a sua disposizione; la vista sulle calanche ha in sé qualcosa di struggente e l’aria è talmente pura che rischia di farsene un’overdose, con tanta purezza. Pensa ai gatti lasciati a Parigi e alla loro felicità quando verranno a stare da lui. Il giardino è immenso e regolare ed è forse per questo che la villa l’hanno chiamata u pratu ; l’erba è forte e i muretti di cinta a proteggere la proprietà dai cinghiali gli ricordano le trincee della prima guerra mondiale visitate in Trentino anni prima. La signora che si occupa di lui si chiama Rosa. Quando l’ha incontrata in mattinata sulle prime era rimasto un po’ sorpreso; s’aspettava una donna vestita di nero con fazzoletto in testa, dalla faccia segnata dal sale, dalle braccia larghe e di poche parole, una signora. Invece Rosa è giovane, ha un paio di jeans strappati sulle ginocchia, stivaletti neri da pirata e una camicetta la cui scollatura lascia intravedere un reggiseno che ha l’aria di essere il pezzo di sopra del costume. Una ragazza che ama nuotare.
Mentre bevono in terrazza, immersi nel sole di pieno mattino, la curiosità di lei verso quell’uomo forestero è concentrata soprattutto sul suo lavoro; farsi pagare per immaginare storie, inventarsi le cose ecco questo non poteva capirlo. Non solo. Trova perfino ingiusto che si possa fare; in realtà Rosa ama leggere, scrivere, cantare come le capitava fino a poco tempo fa in un locale tenuto da una cugina e che d’estate si riempiva di gente per lo più turisti in cerca di qualcosa di veramente esotico quando nulla poteva esserlo su un’isola di un posto tenuto da sole donne; eppure lei non riesce a sedare la propria sete di risposte, con quanto Franck a volte imbarazzato, per lo più impacciato, le serve insieme alla birra ghiacciata. Franck ne è affascinato. La giovane età? Lo sguardo che occhi liquidi rendono invincibile, il potere di trascinare ogni cosa in chissà quali abissi dell’anima, e che allo stesso tempo come sospeso alle parole, ai gesti, diventa quello di una creatura perduta, perduta e sola, alla maniera di una ragazzina che avesse perduto per via delle correnti l’orientamento e al ritorno da una nuotata non riconoscesse più casa tra le file degli ombrelloni. In questo sono sicuramente simili, però se a salvare Franck è la musica, la fisarmonica, in lei, invece, è la rivolta, il seme della disobbedienza, a farle da angelo custode proprio quello che a Franck mancava e avrebbe sempre desiderato possedere perché qualcosa crescesse in lui.
– Continuo a non capire…- ha aggiunto lei rientrando in casa. Si siede su una delle poltrone e aggiunge – comunque le prometto che mi spiegherò meglio la prossima volta. A proposito, prima di entrare ho sentito che stava ascoltando Janis Joplin
– Little girl blue
– È la mia preferita
– A proposito della fatica, cioè del lavoro che non capisce come si possa definirlo tale, in un certo senso la capisco. Anche a me quando dico che mi guadagno da vivere così in genere il mio interlocutore mi ribatte che deve essere molto figo fare qualcosa che si ama fare, in cui può capitare perfino di divertirsi e in più essere pagato per questo
– Riassume bene la cosa, questo che mi dice – ha aggiunto lei.
– Però in realtà tutti dovrebbero campare facendo le cose che si amano, no?
– Per lo più non è così
– Infatti nemmeno per me, e faccio la fame
– Un po’ sciupato lo è, se posso permettermi.
Solo in quel momento Franck realizza quanto siano differenti. Lei ha la pelle abbronzata, i tratti distesi e naturali. Perfino la leggera arrossatura sotto il labbro ha un suo perché come una mela acquistata a peso d’oro in un mercato bio del quinto arrondissement. Le sue mani levigate dai saponi sanno di terra e per la prima volta sente il desiderio di prendergliele tra le sue per poterne sentire le screpolature, alleviarne la durezza ma si trattiene dal passare all’atto. Si sono appena conosciuti e in più lei ora lavorerà per lui.
– Sa che faccio? Ingrasserò capitolo dopo capitolo e quando sarò bello panciuto vorrà dire che sarò abbastanza voluminoso e pronto per andare in stampa.
– Tanto lo sa che cucino io
– Comunque mi ha dato un’idea
– Cosa?
– Domani vado in un caccia pesca e tutto sport e mi compro un paio di pesi per polsi
– Cosa?
– Sì quelli in piombo che usano i sommozzatori
– Per andare a fare immersione?
– In un certo senso, però sulla pagina. L’ho sentito dire a Ferdinando Camon in una conferenza a Parigi, al Pompidou
– Chi? Cosa? – Rosa sembrava non seguirlo affatto ma il sorriso che aveva fatto seguire alla raffica di domande aveva una leggerezza e una sincerità che sembravano assecondare la voglia di parlare di Franck più che stabilire una distanza, quella rovinosa per cui la gente non si capisce.
– Camon uno scrittore del nord est figlio di gente che lavorava i campi. Raccontava che aveva cercato di vincere la vergogna della propria emancipazione dalla fatica costringendosi a scrivere mettendo ai polsi i braccialetti da sub e far provare alle mani dello scrittore la stessa fatica dei padri contadini.
– Se vuole la accompagno io. L’unico negozio che c’è in paese è di mio zio, il Buonarroti
– Lo scultore?
– No, l’anarchico, ma non per questo senza il martello
Les Innocents
Cap.VII
Per descrivere una passeggiata ci vogliono scarpe buone.
Franck non ricorda affatto in quale libro e per bocca di quale autore abbia sentito per la prima volta questa frase; eppure risuona in lui dalla mattina presto in cui la sveglia del mondo con una buona mezz’ora d’anticipo su quella digitale, l’ha tirato giù dal letto.
E insieme alla frase si ripete a mente l’incontro in municipio delle undici con il libraio dell’Adelfia, Cossu Giovanni che con Castellani in Place de la Fontaine si divide la piazza dei libri. Glielo ha presentato lo zio di Rosa, il Buonarroti della chincaglieria dove accompagnato dal vicesindaco si era recato poco prima per procurarsi i pesi per i polsi.
Lo aveva in verità un po’ sorpreso l’indifferenza con cui i due ospiti avevano accolto quella sua richiesta; il fisico da sub di certo non lo aveva, né tanto meno del culturista ma allora a che pro comprarsi quegli attrezzi? L’unico a esserne sorpreso, ma anche un po’ lusingato per la stranezza cui aveva voluto cedere, sembrava proprio lui mentre ne pesava la massa, passandoseli da un palmo all’altro delle mani, e controllato l’aderenza al polso. Se li era fatti regolare dal vicesindaco che sembrava più avvezzo all’uso; di certo adesso Franck poteva solo immaginare in che modo avrebbe influito sulla sua scrittura, quali movimenti condizionato nel battere le frasi al computer visto che se ne avesse mimato sul posto i gesti l’avrebbero rispedito nella capitale con un TSO. Il libraio, alto, leggermente claudicante e con forti labbra da isolano – la barba invece rada e brizzolata sulla faccia scura sembrava tradurre i segni di un mestiere di mare, di navigazione o di porto – si era subito portato disponibile a dare una mano per le sue ricerche d’archivio sciorinando tutta una bibliografia mentre l’anarchico Buonarroti seguiva tacendo e con pochi cenni del capo i consigli del letterato.
– Conosco bene l’Italia; a Firenze; ci ho lavorato a lungo negli anni settanta e animato perfino una comune insieme ad altri pazzi. A me e ai due sardi, di Porto Torres, ci chiamavano gli “incontinenti”
– Non aveva l’aria di essere un complimento- aveva detto Franck posando i pesi sul bancone e preparandosi a pagare
– In un certo senso sì; in quel gioco di parole c’era un sottile apprezzamento per l’intraprendenza di uno dei due, l’architetto e di riflesso la nostra, per semplice natura isolana. Mi ha detto Vinciguerra che ti ispirerai alla crociata dei fanciulli per far cominciare la dinastia del nostro eroe dei tornanti
– Sì, il primo Ferrari, in realtà l’ho immaginato come il figlio di Ugo Ferro uno dei due mercanti che s’era venduto come schiavi i ragazzini al Sultano imbarcandoli a Marsiglia con la promessa di condurli in Terra Santa
– Jolie famille!
– Il punto però è che lui non è come il padre, anzi farà di tutto per riscattare il nome. Sarà la sua personale crociata anche se la storia della famiglia sarà per i secoli a venire segnata da quella maledizione.
L’anarchico negoziante gli aveva lasciato il resto dei cinquanta franchi sul banco. S’era ritirato nel retrobottega per tornare con un libro: una vecchia edizione della Crociata dei fanciulli di Schwob, quella curata da Borges per Franco Maria Ricci. La copertina azzurrina faceva pensare alla carta da zucchero. Franck non conosceva quella edizione. Gli sarebbe tornata utile anche perché all’inizio non era chiaro ai committenti se le puntate della storia sarebbero state in francese o in còrso, salvo poi decidere più o meno all’unanimità che l’avrebbe scritta in italiano e in un secondo momento tradurle nelle due lingue, mttendo sullo stesso piano lingua dei dominatori e dei dominati. “La lingua di Paoli!” aveva sentenziato il vicesindaco alla fine della discussione.
Quando Franck torna a casa la prima cosa che avverte è la presenza di Rosa. Ne cerca ogni traccia di passaggio – la prima cosa che aveva notato era che avesse rifatto il letto nonostante vi avesse provveduto prima di uscire. Ogni stanza sapeva di Javel, e la lavanda sulla mensola della cucina si lasciava portare dalle correnti per coprire l’odore metallico di varichina. La lavatrice era ancora in funzione e sul ripiano aveva trovato una nota, stringata, della ragazza:
“ Ripasso nel primo pomeriggio per stendere i panni. Spero le convengano i detersivi che ho usato. Per strada ho raccolto della lavanda. Non so perché ma pensavo che potesse corrisponderle come profumo. A dopo, comunque. ”
Franck si avvia sul terrazzo grande come per sottrarsi a lei e sistema il tavolino bianco da giardino in modo da poterci appoggiare il computer e i primi libri recuperati in biblioteca e utili per cominciare il racconto. Ha già in mente il titolo, Le tournant, così in francese. Perché la parola suggerisce un luogo, quello per cui è stato chiamato a scrivere, e un personaggio che di colpo ritorna sulla scena per raccontare se stesso. Ferrari, Arturo Ferrari sarà il Revenant. Ha già una fotografia. L’ha trovata sulla rivista che aveva consultato in Biblioteca, una pubblicazione curata dall’associazione Ràdiche. Rappresenta il poeta corso irredentista Santu Casanova. Non sa se l’ha scelta per il nome o effettivamente per la faccia, poco elegante, estremamente ordinaria.
Quando avvicina la sedia in metallo al tavolo ha già indossato i pesi da immersione ai polsi. La prima impressione è di vigore, e quando una volta preso posto comincia a scaldarsi le dita sulla tastiera, non ne ravvede alcun impedimento ma ne percepisce lo sforzo fisico, quello inseguito da Camon e ora da lui realizzato. A penna su un post-it ha scritto due frasi veloci ripensando al bigliettino della lavatrice:
vederti a fior d’acqua lasciarti portare dalle correnti
come quando da bambini impariamo a fare il morto
Per immergersi ha bisogno di una spinta che lo faccia tuffare nel magma di voci e suoni che diventeranno parole, poi pagine, un libro. Tra i vari appunti contenuti in una cartellina rosa pastello emerge all’improvviso la stampata della voce Corsica di wikipedia.
Separata dalla Sardegna dal breve tratto delle Bocche di Bonifacio, emerge come una grande catena montuosa ricca di foreste dal mar Mediterraneo, segnando il confine tra la sua parte occidentale, il mar Tirreno ed il mar Ligure.
Ne ammira la precisione geometrica, la sintesi di una descrizione così concreta. Si chiede chi sia il compilatore ma anche se saprebbe rintracciarne il nome, visto che ha un amico registrato proprio come contributor, in realtà ad interessarlo è proprio la vita del tipo che per ragioni che gli sono oscure ha dedicato alla voce Corsica un periodo della sua vita ma soprattutto la sua eleganza di scrittura. La prima nota con sottolineatura gialla riguarda invece il compare di Hugues Ferro, ovvero Guglielmo Porco.

Certo, l’idea di un naufragio a pochi anni di distanza dall’eccidio del 1212, che coinvolgesse il figlio di Ferro poteva funzionare e la cosa gli suonava talmente bene che per un attimo pensò al fatto che evocasse l’acqua di vite di terra sarda il filu ‘e ferru.
La stesura
Cap.VIII
Franck non si è accorto del tempo che è trascorso da quando ha cominciato a scrivere le prime dieci pagine del suo memoriale. Non si è reso conto nemmeno del peso ai polsi tranne quando in una delle pause sigaretta infilando istintivamente la mano in una tasca della giacca per tirarne fuori l’accendino poco mancava che ne strappasse il tessuto. Così mentre si porta la sigaretta alle labbra ha seguito la parabola del braccio come intento in un esercizio fisico e non l’ha sentita entrare preso com’era dall’osservazione del corpo che a questo punto non gli sembrava nemmeno più il suo – una tale estraneità l’aveva provata quando dopo una partita con i suoi amici a Vincennes si era storto una caviglia e costretto a inventarsi un modo di camminare diverso s’era sentito espropriato delle sue gambe. Il profumo di lei lo spinge voltarsi e a coglierla prima nell’atto di chinarsi sulla bacinella ricolma di panni appena lavati e a seguire in quello di stendere il primo dei capi sul filo di ferro teso da un capo all’altro del terrazzo. È una camicia bianca che porta le cifre di suo fratello Geppi. Ne distende le maniche con cura e l’immagine che ne ha è la stessa di una maestra di ballo intenta a mostrare all’allievo prediletto la posizione delle braccia. Per eseguire quell’operazione Rosa ha disteso le braccia e Franck rimane come turbato dall’aureola di peli radi che sotto le braccia nude si mostrano in tutta la loro naturalezza. Distoglie lo sguardo da subito come se provasse vergogna di essersi messo a guardare, invece di vedere l’amica nel suo insieme di presenza e ospite, violando il tempo e lo spazio della ragazza. La saluta con garbo per divenire d’improvviso presente. Rosa si volta e gli sorride per ricambiare.
– Rosa, grazie mille per tutto
– Lei lo sa che sono pagata per questo, no?
– Sì, ma non di farlo con la cura che le ho visto dedicare alle mie quattro cose. E comunque, lo sa che siamo in perfetta sincronicità? Sono anch’io alla mia prima stesura
– E allora? Soddisfatto?
– Non so ancora, però…- mentre le sta parlando nota come lo sguardo di lei si sia posato sui polsi inghirlandati dal piombo- ah, dimenticavo di ringraziarla per avermi indicato il negozio di suo zio
– Le stanno bene, sa, se fossi in lei li terrei anche per uscire la sera. Le danno un’aria da galeotto e su un’isola come la nostra è un punto a favore
– Potrebbe essere la mia fuga dai piombi. Intanto signorina le presento il mio protagonista, Casanova 
Rosa ha preso la fotografia in mano dopo essersela asciugata sui jeans e con aria interessata ha chiesto come facesse di nome
– Santu, Santu Casanova, uno dei vostri più illustri poeti
– Io non ho poeti miei. Quelli che amo appartengono a tutti; per lo più esuli e rivoluzionari.
– Le posso chiedere una cortesia?
– Mi dica pure, però sappia che le toccherà parlare mentre continuo la mia stesura. Come diceva una signora buona da cui lavoravo, i panni appena lavati dopo un minuto muoiono se non li stendi e infatti perdono ogni profumo e puzzano di morte
– Ah già, scusi. Comunque volevo solo chiederle se potevo leggerle le prime dieci pagine del romanzo. La lettura ad alta voce è il primo esame da superare per una scrittura. Se non funziona te lo dice la voce. Però farlo da solo mi annoia; posso prenderle in prestito un orecchio? Non si preoccupi, non le chiederò se le piace
– E perché? Non si fida delle mie orecchie?- per dirglielo s’era voltata e l’aveva fissato tenendosi le orecchie con le mani e piegandole come fanno i bambini quando si trasformano in mostri.
– Allora se vuole, prenderò in prestito anche la sua anima.
– E in cambio?
– Cosa posso darle? Non ho niente
– Ho visto la fisarmonica in camera. Mi piacerebbe sentirla suonare, un’aria, quella che vuole, quando avrò finito il lavoro e chiaramente quando avrà terminato la lettura.
– Affare fatto.
Franck ha recuperato i fogli del primo capitolo e mettendosi a sedere poco distante comincia a leggere il manoscritto. Si è tolto i pesi e solo allora si rende conto dalla pelle arrossata quanto stringessero. L’attacco è perentorio:
“ A nessuno è dato di sapere il giorno, il mese, l’anno preciso in cui la piccola nave che salpata da Marsiglia fece naufragio lungo la costa occidentale della Corsica, da Capo Còrso a Capo Pertusato. Se una tempesta non si fosse abbattuta sul convoglio avrebbe proseguito lungo la Sardegna prima d’inforcare la Ruta de Las islas. Che tra i pochi sopravvissuti vi si trovasse in ceppi Martin Ferru, figlio legittimo di Hugues, nemmeno il padre lo venne mai a sapere e fu un bene per le cose che sarebbero in seguito successe(…)
Mentre dice il testo, assecondandone il passo, la falcata, nei momenti di maggiore enfasi e il suo oscillare tra nature e paesaggi incontaminati, attraversati dalla fatica dei personaggi, di tanto in tanto solleva lo sguardo per cogliere in un’espressione del volto di lei un segno, per quanto minimo di consenso o di perplessità magari di non comprensione di un passaggio o di indifferenza alla storia. E invece non solo in certi momenti Rosa si fermava come per capire meglio e riprendere subito dopo la molletta di legno per fissare un pantalone o una mutanda, ma rideva con gusto dove Franck avrebbe voluto che il lettore ridesse o corrugava la fronte quando l’eroe sembrava perduto come quando nella scena dei lupi il povero Martin si salva dal branco grazie al provvido intervento di un cinghiale gigante.
A un certo punto ha perfino colto in una contrazione del volto di Rosa, quel non so che di orientale che l’aveva colpito dal primo incontro.
Quando legge l’ultima frase si alza dalla sedia e rivolge alla ragazza la domanda che darà alla ragazza la possibilità di esercitare il diritto che spetta stipulato dal principio, l’inalienabile diritto di ogni lettore.
– E allora? Soddisfatta?
La bacheca
Cap.IX
Sulla Place de la Fontaine ci sono la Mairie, il café de la Mairie, L’Eglise de Sainte- Marie, e la libreria Adelfia. Qualsiasi cosa si voglia fare, dovunque si voglia andare, mare o montagna, che si abbia in testa di percorrere a piedi nudi la lunga spiaggia di Arona o rimanere in religioso silenzio sulle calanche rosse e chiedersi come fare per raggiungere la caletta che s’intravede, è da li che si deve passare. Franck ha approfittato della bella giornata per farsi accompagnare fin lassù da Rosa. La segue nei discorsi, nelle descrizioni e nelle storie che racconta molto più vive di quelle un po’ alla volta ricostruite attraverso i libri della biblioteca e le ricerche in rete. L’acqua è sicuramente l’elemento che domina ogni cosa. L’acqua e la pietra. Tanto più conosce meno sa Franck di quest’isola che gli avevano detto – perché l’aveva letto? Perché in Francia così si diceva di questa strana gente? Di tutti i popoli d’Europa gli isolani di Corsica sono i soli che siano nati per essere continuamente infelici. Eppure a Franck, per quanto cosciente del privilegio che gli era stato accordato per quel suo nuovo lavoro, i Corsi gli sembravano tutt’altro che infelici. Anarchici sicuramente, e altrettanto certamente consci della propria storia rivoluzionaria, memoria alimentata da elementi mitici capaci di tenere insieme giganti come Napoleone o bislacchi monarchi come lo fu Theodor Stephan von Neuhoff, detto anche Teodoro I di Corsica, che per nove mesi tentò in pieno settecento di liberare l’isola dal dominio dei genovesi. Un re improbabile pieno di debiti. Ma è l’acqua che affascina Franck più di ogni cosa e a un certo punto lo dice a Rosa che un’acqua così non l’aveva vista mai.
– L’ochji sò d’acqua- ribatte lei tenendosi un po’ distante dalla ringhiera a strapiombo sul mare come chi soffra di vertigini mentre Franck ci tiene i gomiti appoggiati mentre parla. È alto, molto più alto di lei e seppure abbia poco più che quarant’anni in realtà ne dimostra una trentina. Da quando le ha suonato l’indifférence ha un solo desiderio ed è che lui le insegni a suonarla.
– Cosa vuol dire?
– Che quel che vedono i nostri occhi non è infallibile
Franck si è voltato verso di lei quasi a contraddire quanto appena detto. Potrebbe essere sua figlia e Franck non ha figli. Potrebbe essere però un’amica importante e poiché di amici ne avrà bisogno per un anno, bisognava pur cominciare da qualche parte. Così girandosi verso di lei voleva solo dirle che a lei, lui credeva e che se questo era stato possibile lo si doveva di certo agli occhi di lei, per come sembravano dire più di quanto la parola potesse, ma anche i suoi che ne avevano indovinato la profondità.
Rosa si è fatta avanti tirando un bel respiro come di chi debba vincere una paura sottile del vuoto e indicandogli un punto imprecisato della spiaggia deserta gli dice:
– Lì, vedi, alla baia d’Arone, grazie a un sommergibile sbarcarono le armi per la Resistenza. 450 mitragliatrici e 60 000 cartucce.
– E come si chiamava ?
– Michel Bozzi
– No, chiedevo il sottomarino
– Casablanca
– Nulla in quest’isola è lasciato all’immaginazione
– E ancora non sa nulla
Quando sono ritornati nel pomeriggio in paese Franck non si aspettava di trovare un capannello di persone davanti alla bacheca esterna del municipio. Man mano che si avvicinava il presentimento che la cosa lo riguardasse sembrava dopo aver preso piede cominciato a battere in segno di vittoria. Il che non era affatto cosa nuova per Franck. Come tutti coloro che escono di rado dal silenzio, che non si lasciano erodere l’anima dal linguaggio, dalla voce, dal vento delle parole, anche lui s’era dotato d’una grammatica dell’ascolto e del sentire che lo aveva reso granitico nelle convinzioni premonizioni e che per lo più si rivelavano vere. Non aveva nemmeno attraversato la piazza che un paio di loro, fino a pochi minuti assorti nella lettura, di un comunicato? Un annuncio del sindaco? Lo avevano raggiunto per complimentarsi con lui.
Franck faceva finta di aver capito annuendo e tendendo la mano a chi protendendo la propria ne richiedeva la stretta. Solo quando il vice sindaco Vinciguerra quasi sottraendolo alla foga, per quanto benevolente dei suoi concittadini, lo prende sottobraccio, gli rivela l’arcano; di come avesse deciso in mattinata, poco dopo aver ricevuto il primo capitolo di stamparlo e affliggerlo in bacheca.
– Affliggermi?
– Affliggere? Ma no, cosa ha capito, affiggere, afficher, affissà a historia nant’à i muri.- aveva replicato facendosi una grassa risata
– E allora ?
Nel giro di poche ore per ben tre volte si era trovato davanti al muro di quella domanda. Chiunque abbia avuto l’occasione di fare qualcosa che non solo pretendesse un interlocutore, per sua natura, ma che dovesse a questi per forza piacere per onorare un contratto, sa bene quanto pesante possa essere quel tipo di domanda, pesantezza da cui soltanto la risposta insindacabile e positiva del committente poteva liberare. Il primo capitolo della sua storia, della storia di un’isola di cui non sapeva nulla, di cui non possedeva alcun ricordo o memoria poetica, cui non lo legava nulla, e di cui, ne era certo, mille altri avrebbero potuto molto meglio di lui dire, era piaciuta. Non poteva di certo sapere Franck se la decisione del vicesindaco di metterla in bacheca fosse legata a una sua incertezza, a un non sapere dire se quanto iniziato fosse nella giusta direzione, dunque prigioniero anche lui di un e allora? Oppure l’avesse messa proprio per dare lustro all’impresa che lui per primo aveva architettato per la città di Piana.
– Lo sa che nel nostro paese di Porcu e Ferro ne trova quanti ne vuole?- dice facendo riferimento ai due mercanti che s’erano venduti i ragazzini delle crociate al sultano
Sono entrati nel café de la Mairie e Franck non ha potuto rifiutare il moresque che gli è stato appena offerto. Per la prima volta si trova a faccia a faccia con lui. Ne scorge la barba ruvida, la pelle segnata dal sole come la frusta di vento fa con la sabbia senza farla sanguinare. Ne sente il tabacco delle emmeesse, inconfondibile come l’incenso in chiesa, e prova una profonda invidia per quelle mani che pesano il doppio delle sue anche se le dita agili quando stringono il baffo sinistro o accarezzano il bicchiere sembrano quelle di un pianista.
– Lo so, Vinciguerra, ma forse quello che nessuno sa è che questa è un’isola abitata da fanciulli. E aggiunge- fanciulli felici.
–
Come se non bastasse l’Inutilità del concorsone #1 gli avvenimenti dei giorni scorsi consentono una Inutilità del concorsone #2. Esse (le inutilità), nella mia testa, si armonizzano in una gigantesca Inutilità globale che finisce, tra le altre cose, per rivelare il graduale infiltrarsi dell’impolitica laddove meno te la aspetti, ovvero nella politica governativa. Che certe scelte del Governo in carica siano politicamente suicidali (sia a breve che a lungo termine) mi sembra ovvio, ma di questo mi importa relativamente. Che la politica italiana non sia in grado di uscire dal pantano in cui siamo immersi da tanto (mixando débâcle della Prima Repubblica, ventennio berlusconiano, avvento dei populismi, ecc.), giocando pericolosamente con l’ideale democratico, mi preoccupa assai di più. Prima delle riflessioni generali, però, la hit parade delle Inutilità del concorsone della settimana.