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Insegnare: la relazione innanzitutto

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di Giovanni Accardo

foto-uct-articolo-sulla-scuola-1 Non c’è apprendimento significativo senza coinvolgimento emotivo degli studenti ed esso sarà tanto più facile quanto più l’insegnante sarà sentito dagli studenti appassionato e vicino a loro. Questo ovviamente non significa rinunciare alla naturale asimmetria che c’è in ogni processo di apprendimento, dove chi insegna ha più sapere ed esperienza di chi impara. Però se l’insegnante si mette in gioco, ad esempio con riferimenti alla sua esperienza di apprendimento, renderà più autentico e fecondo il suo sapere. Non ho mai creduto all’insegnamento che trasforma l’aula in una sorta di laboratorio asettico dove l’insegnante siede in cattedra e distribuisce nozioni; meno ancora credo alla valutazione oggettiva, quella che ignora anima e corpo degli studenti con le loro emozioni e i loro odori, le loro storie e le loro esperienze, il loro punto di partenza e le loro provenienze sociali.
C’è una competenza che ritengo centrale nella professione insegnante e che non viene minimamente considerata nel nostro bagaglio formativo, in parte è qualcosa che dipende dal carattere e dalle esperienze personali, ma in parte è qualcosa che si può sviluppare o migliorare, prestandovi la giusta attenzione: la relazione. Credo che l’insegnamento sia innanzitutto e soprattutto relazione con gli studenti, capacità di farsi ascoltare e capire, capacità di ascoltare e mediare. Prima di pensare a cosa insegnare, ogni insegnante dovrebbe domandarsi come farlo, cioè come rendere gli studenti attenti, interessati, appassionati a quello che insegnerà. Ci sono tanti insegnanti preparatissimi, laureati con ottimi voti, che magari hanno fatto il dottorato di ricerca e scritto saggi su riviste accademiche, però quando entrano in aula non sono in grado di farsi ascoltare o di farsi capire: gli studenti si fanno i fatti propri, oppure fingono di ascoltare, mentre in realtà non capiscono nulla di quello che l’insegnante spiega. Questo perché l’insegnante non si pone il problema di costruire una relazione con gli studenti, non si preoccupa di conoscere chi ha davanti.

La relazione con gli studenti

Ho insegnato per diversi anni al Centro di Formazione Professionale della Provincia di Bolzano, un luogo dove arrivavano quasi esclusivamente studenti apatici, demotivati e che avevano in odio la scuola e gli insegnanti, avendo collezionato più provvedimenti disciplinari che regole di grammatica. Al CFP di Bolzano – dove ho insegnato per sette anni, quasi tutti nel corso per elettromeccanici e per automeccanici, con una parentesi con i grafici e le estetiste – non volevano sentire la parola scuola, quello che i ragazzi dovevano imparare era solo una professione. A me, invece, sembrava che i futuri elettricisti, automeccanici, estetiste avessero bisogno di essere scolarizzati e liberati dalla condizione di perdenti con la quale giungevano dalla scuola media. Prima ancora avevo insegnato alla Scuola alberghiera di Merano, dove ero arrivato direttamente dall’università e senza alcuna esperienza di insegnamento. Quando misi piede in aula, non avevo assolutamente idea di cosa fare, l’unico modello di insegnamento di cui avevo esperienza, ma da studente, era quello universitario. Difatti, dopo qualche giorno mi convocò il coordinatore di classe per dirmi che gli studenti di quarta, dove insegnavo italiano e storia, non capivano le mie lezioni, usavo parole e concetti troppo difficili. Semplifica, mi consigliò. D’altronde la parola d’ordine al CFP era descolarizzare, anche se il direttore della Scuola alberghiera disattendeva volentieri quella richiesta. Come tanti altri colleghi, ero arrivato in classe senza nessuna formazione didattica e pedagogica, tutto il mio sapere disciplinare non bastava per costruire una relazione educativa efficace con gli studenti. Cercai di fare del mio meglio, ma sicuramente commisi molti errori. Quando da Merano arrivai a Bolzano e mi trovai davanti ad un’utenza ancora più difficile, capii che dovevo costruirmi degli strumenti e allora m’inventai un “progetto accoglienza” per le prime e che ancora adesso utilizzo nel liceo dove insegno.

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Progetto accoglienza

Quando arrivo per la prima volta in una classe, soprattutto se è una prima, mi presento e racconto di me, soprattutto delle mie difficoltà e dei miei insuccessi scolastici. Ho frequentato il liceo classico, ma di cultura classica ne ho respirata davvero poca, parte per colpa mia, parte per colpa degli insegnanti: freddi, distanti e autoritari. Della maggior parte di loro non ricordo neppure il nome. Della scuola, a dire il vero, non me ne importava molto, in testa avevo soprattutto le ragazze, la musica rock e la politica. In quarta ginnasio faticavo a parlare e scrivere in lingua italiana, la mia lingua madre era il dialetto siciliano, i miei compagni di gioco erano per lo più figli di pastori e di contadini. Al ginnasio, la gran parte dei miei compagni di classe, alcune ragazze in particolare, parlavano un buon italiano e mi mettevano soggezione. Avevo quattro nello scritto, ma mi tiravo su con l’orale, grazie all’ottima memoria e alla voglia di non sfigurare, nonostante la mia paralizzante timidezza. Di studiare, però, non m’importava nulla. Quasi tutti i giorni, quando entro in classe (insegno al Liceo delle Scienze Umane/Artistico “Pascoli” di Bolzano), ripenso allo studente che sono stato e cerco nei miei allievi quel ragazzo annoiato, disinteressato e inquieto che sono stato. Parlo soprattutto a lui attraverso di loro e cerco di salvarli dalla noia, dall’apatia, dal disinteresse.
Dopo essermi presentato, chiedo agli studenti di presentarsi e raccontarmi i loro interessi, se fanno sport o se suonano uno strumento musicale, se sono mai stati bocciati, dove sono nati e dove vivono, se leggono libri e se guardano il telegiornale, dove sono stati in vacanza, ecc. Poi mi faccio raccontare una loro esperienza di apprendimento non scolastico: sciare, giocare a tennis o a calcio, andare in bicicletta, suonare la chitarra o il pianoforte, fare la pizza, danzare, dipingere, ecc. Quindi gli chiedo di raccontarmi per iscritto come hanno fatto ad imparare, man mano che loro leggono quanto hanno scritto, io riempio la lavagna di parole chiave. Quasi sempre viene fuori che hanno imparato da uno più grande di loro e che ne sapeva più di loro (i genitori, l’allenatore, un cugino, ecc.), uno che aveva esperienza; a questo punto emerge facilmente che per imparare serve ascoltare e avere fiducia nell’altro che insegna, serve mettersi alla prova, provare e riprovare. Allora domando loro se per imparare la matematica o l’inglese, l’italiano o la storia il meccanismo non sia lo stesso. In questo modo oltre a riflettere su come funziona l’apprendimento, ci conosciamo, si costruisce un clima d’aula, ci scaldiamo, cominciano a passare le prime emozioni. Nel mezzo ci metto qualche battuta spiritosa, li prendo in giro e mi prendo in giro, umanizzo l’aula, possibilmente muovendomi tra i banchi e usando poco la postazione difensiva dietro la cattedra. Negli anni ho imparato l’importanza di insegnare con il corpo e con la voce, usando bene le diverse tonalità e la gestualità. Molto spesso mi sento un “rianimatore” che cerca di portare ossigeno dove ce n’è poco. E se nessuno di voi andasse a scuola, domando, che ne sarebbe della sua vita? Rimando le risposte a dopo la visione di un film certamente non in sintonia con i loro gusti e i ritmi con cui sono costruiti i film che sono abituati a guardare: Padre padrone dei fratelli Taviani, la storia autobiografica di Gavino Ledda, dalle sue esperienze di quando era un bambino di 6 anni sino ai ventiquattro anni compiuti. Il 7 gennaio 1944 Gavino comincia la scuola, ma dopo solo un mese, il padre lo strappa alla maestra per portarlo a governare le pecore. Dopo aver visto il film, gli studenti fanno un tema e rispondono alle domande che ho preparato. Gran parte di queste attività sono scritte e le utilizzo anche come test d’ingresso, per misurare le loro competenze linguistiche e capire quali lacune sono da colmare.

Motivazione e fiducia

Attraverso questo progetto accoglienza che occupa le prime settimane di scuola, cerco di motivare gli studenti, aggiungendo anche alcune attività sull’ascolto e sul metodo di studio. Per motivarli uso una pratica che ho battezzato “effetto placebo” e che impiego costantemente nel corso dei cinque anni di scuola superiore. Di fronte alle difficoltà io sprono gli studenti come in una sfida, confidando nelle loro capacità. Faticherete, dico loro, ma sono certo che raggiungerete il risultato. Li sottopongo ad iniezioni di fiducia per potenziare l’autostima, utilizzo quello che in farmacologia si chiama effetto placebo. L’aspettativa positiva nei confronti di un farmaco influenza l’atteggiamento che il paziente ha verso la terapia, nel suo cervello, infatti, aumentano i neurotrasmettitori che mediano le sensazioni di piacere e dolore e si riducono quelli coinvolti nell’ansia. Oggi sappiamo che anche gli affetti e le motivazioni personali possono produrre gli stessi risultati. Io lo sperimento tutti i giorni, ovviamente i risultati cambiano in base al clima di classe e sono direttamente proporzionali alla stima e alla fiducia che lo studente ha nei confronti dell’insegnante.
Tuttavia, affinché uno studente abbia fiducia nell’insegnate, deve stimarlo, deve sentire che la sua professione è vissuta con passione e con impegno, che quello che insegna per lui è davvero importante. Come può appassionare un insegnante che non crede in quello che fa? Tra un insegnante severo ma che svolge con serietà ed impegno il proprio lavoro e uno che pretende poco ma è demotivato e fannullone, gli studenti preferiranno di gran lunga il primo, perché un adolescente ha bisogno di adulti autorevoli e modelli credibili. Per troppo tempo questa professione è stata un ripiego per tanti, magari perché in passato offriva tanto tempo libero (Umberto Galimberti sostiene che l’insegnante è sempre stata la professione delle mamme), oppure perché bastava semplicemente inserirsi in graduatoria per essere chiamati a svolgere una supplenza annuale.
Quanti di questi insegnanti demotivanti e conflittuali abbiamo conosciuto? E quanti danni hanno fatto alla scuola e agli studenti questi insegnanti frustrati e incompetenti? Si può dirlo senza essere giudicati presuntuosi o arroganti? Si può pretendere, pensando al futuro dei nostri figli e al di là di ogni retorica, che questi insegnanti cambino mestiere oppure si formino adeguatamente, acquisendo le necessarie competenze didattiche, pedagogiche e psicologiche?

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Conclusione

Ho parlato di relazione, ma in realtà bisognerebbe usare il plurale, perché c’è anche quella con i colleghi, dunque la capacità di lavorare in gruppo, e con i dirigenti, ma anche con i genitori e persino con il territorio in cui la scuola è inserita. Si tratta, insomma, di una professione che mette alla prova costantemente la capacità di ascoltare e confrontarsi, di mediare e proporre, di individuare problemi e ipotizzare soluzioni, di costruire percorsi condivisi. E nel diluvio di riforme che costantemente si abbattono sulla scuola, forse sarebbe il caso che il Ministero se ne occupasse, curando la formazione e la selezione degli insegnanti.

(questo articolo è stato pubblicato sul numero di ottobre della rivista “Uomo, Città, Territorio” (Trento); la fotografia è a cura del laboratorio fotografico Liceo Artistico “Pascoli” di Bolzano, dove insegna Accardo)

Pressioni

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di Luca Minola

*
Le acque migliorano di molto
se chiamo o se resisti al telefono.
Per fissazione, l’inascoltato
si regge su elementi di musica.
La materia macchia, esce, avvolge il giorno.
Non c’è nessuna energia nelle ostilità:
i pomeriggi sono pieni di apparizioni,
polveri sottili.

Impercettibili aquiloni segnano il caldo,
i numeri imprecisati di un contatto.
Si segnalano con l’amore delle massime.

 

 

 

 

*

Vorrei riferirti le cose:
il punto, le soluzioni, l’apertura improvvisa
dopo la strada maestra e quanti sono e fingono di essere.
Quanti vorrebbero segnarsi i modi:
chi si aggiusta l’abito, chi tace silenzioso
con il suo coltello, chi rantola,
chi preme.

 

 

 

 

*

Sarei il sogno a te presente,
l’azzurro spinto al massimo
e saprei che l’anima è cercata.
 

 

 

 

*

Gli stili ci precedono, temuti e assenti.
I solidi della notte, così spenti e ritirati si espandono
pronunciano i loro nomi.
Ogni cosa si confonde, questi palazzi interni e verticali
dove non c’è borsa e i traguardi collidono
e niente è attuale tranne le superfici,
i registri materializzati.

Spingi le precisazioni, la ricerca non tace più
l’ossigeno si alza dalle vie, riempie le ossa.
Si perlustrano le strade, i grandi dormitori.

Segui la traccia, la reliquia parla…
 

 

 

 

*

Ascolta, le radio muovono il vuoto
e l’immagine si è estesa.
Piccole luci entrano dalle vetrate,
la fonte in un giorno di pioggia.
Scarti il latte, la cucina si riempie di idee.
Parli delle sedi avanzate dove saremo esempi,
visitatori costanti e ombre per un futuro di volti.
 

 

 

 

*

L’attesa della casa.
Nessun varco, nessuna nebbia
se non il tuo seguire
un armonioso e strisciato buio.

 

 

 

 

*

Dopo non serve più nessun classico,
nessuno che misuri la notte in metri,
che riceva rassicurazioni, facili progetti.
Con i venti a intermittenza sui lati
e la schiuma della pioggia che scende
come quel caldo blu che sprigiona la notte.
Nemmeno queste bucce d’arancia
riassorbite dal tavolo servono
questa natura morta che riporta il rito,
l’azione che si stempera contro le finestre
in brevi flussi e immagini a campione.

Tutto visto e riportato, quanto basta
per smussare con precisione i marmi
e rendere cartelle e protocolli inutili.
Come se il reale fosse questo stonare di dita,
il movimento, le azioni disciplinate:
l’apertura di un corpo e il suo molle riposo.
 

 

 

 

*

Vuoi dire la luce che avanza.
Segna qualcosa di intravisto: l’ipotesi di altri giorni.
Resterai fuori. I ritmi di sottofondo si aprono.
Ogni cosa spinge con la voce attuale.

Gli alberi si placano nel loro impero,
una seconda notte.

Sparisce ancora per poco un tempo.

 

 

 

 
*
[Nell’immagine: la Stahl House di Pierre Koenig fotografata da Julius Shulman nel 1960]

 

Aren’aria

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di Marino Magliani

marino_copertinaarenariaPreso posto sulla corriera per Caprasottana, il geometra P. Prensotti aprì il suo libretto su Santa Maria Maddalena.
Pensò a un torrente lontano, ma poi successe una cosa che gli tolse il sorriso: si era accorto che i passeggeri maschi usavano uno strano protettore di cuoio, un cinturone, evidentemente a doppio uso, che reggeva regolarmente i pantaloni e nello stesso tempo proteggeva i genitali.
Prensotti notò che anche l’uomo salito alla fermata successiva era dotato di un cinturone simile.
Essendoglisi costui seduto accanto, con la coda dell’occhio, Prensotti si dispose a studiare la cosa.
Il cinturone era di pelle scadente, logora, e dove avvolgeva la zona dei genitali era rinforzato da uno strato di pelle scamosciata sul quale brillavano le lettere M e F.
Saranno le iniziali, pensò il Prensotti.
L’uomo si sentì osservato e sorrise. A quel punto Prensotti tornò sul libretto. Non leggeva, o leggeva qualche riga e poi pensava a come far venire il discorso per saperne di più, ma quando era lì per dire qualcosa si bloccava. Come si fa a chiedere a uno: perché, brav’uomo, sente il bisogno di proteggersi i genitali?
Lasciata l’Aurelia, lungo l’asfalto s’alternavano vigne e orti a paesini con un solo negozio, il palazzo del municipio al centro e le mura del cimitero fuori dell’abitato.
Il motore si spense in una piazza circondata dalle palme.
Prensotti aspettò che la corriera si svuotasse e s’avvicinò al posto di guida.
«Cosa bisogna fare per attirare un po’ di turismo» disse l’autista notando lo stupore di Prensotti nel vedere che anch’egli si stava allacciando un orribile cinturone.
Prensotti si presentò: «P. Prensotti, geometra della Regione, devo andare in Comune perché ho un appuntamento».
L’autista, con quel gesto dissimulato che viene naturale quando le mutande stringono, si abbassò quattro dita, le dita sistemarono meglio il cuoio. Poi scese dalla corriera per spiegargli dov’era il municipio.
E comunque, disse ancora, se si perdeva, ad ogni angolo di strada trovava un contenitore pieno di opuscoli con la piantina di Caprasottana e alcuni cenni storici sul castello dei Crosalis.
Era un ometto ben disposto, Prensotti lo ringraziò pensando che a quel punto poteva chiedergli apertamente come mai portavano tutti quanti quel genere di cintura.
L’autista sorrise.
«Da dove viene lei, geometra?»
«Da Genova, sono un funzionario della Regione.»
«Allora in Comune le racconteranno tutto, io non sono neanche della valle, ma cosa vuole, qui anche gli autisti devono stare alle regole.»
Di là della piazza c’erano un paio di supermarket, con agenzie immobiliari e diversi bancomat.
Prensotti seguì le indicazioni dell’autista, quando successe una cosa strana: una macchina dei carabinieri, giunta a grande velocità, gli frenò accanto con stridio di gomme, e scese un maresciallo, un omaccione barbuto.
«Faccia presto» suggerì il carabiniere rimasto alla guida.
Il maresciallo si diresse al bancomat ma, quasi subito, accorgendosi della donna che gli correva incontro, balzò nuovamente a bordo e la Uno blu schizzò via, inseguita dalla donna.
Un battito di ali alle spalle spaventò Prensotti. Un paio di pappagalli, uno variopinto e l’altro tutto verde, rasentavano l’asfalto. Poi un terzo pappagallo, spellato e grassottello, a larghi giri planò sul gioco delle bocce.
Il sindaco in municipio non c’era.
«Avevo un appuntamento» si lamentò Prensotti.
«Vuole che le chiami il vice?» disse il messo.
«Mi chiami il vice.»
Al di qua del bancone venne un signore abbronzato, indossava un bel completo di tela bianca, e un gran proteggiballe ricamato.
«Il sindaco non dovrebbe tardare. Io sono il vicesindaco.»
Prensotti gli diede la mano.
«P. Prensotti, geometra della Regione, sono qui per esporre al sindaco il progetto della strada dei Ballei.»
Il vicesindaco sbadigliò: «Lei, geometra, non deve esporci proprio nulla, avendo noi stessi, il sindaco ed io, caldeggiato quel progetto, il suo compito semmai è di convincere chi a quel progetto si oppone…».
E finì picchiando col piccolo pugno sul bancone.
Il geometra Prensotti restò calmo, aprì la borsa e tirò fuori e aprì una mappa.
Il vicesindaco gliela tolse di mano. «Ecco vede, geometra, chi si oppone? Il maledetto è il proprietario di tutta questa roba qui.»
Prensotti cercò nella borsa altri fogli, visure catastali e mappali. La sorpresa fu grande: le terre di cui parlava il vicesindaco appartenevano a una sola persona. Arturo Testina Crosalis.
«È un discendente della dinastia Crosalis?»
«Esatto, e vive a Caprasoprana, e oltre alle terre alte possiede i palazzi e il rudere del castello e colline di ulivi, ma si oppone alla strada.»
«Non c’è la possibilità di far passare la strada accanto alle sue terre?»
Il vicesindaco mosse gli ossetti delle guance. «Vuole una bastonata sulla faccia? Lei pensa che se fosse possibile non avremmo già provveduto?»
Ma poi cambiò tono.
«Dia retta a me, torni fra un’ora, così parla col sindaco.»


Questo è l’incipit del racconto lungo (incompiuto), o romanzo breve (incompiuto) che dir si voglia, “Aren’Aria”, di Marino Magliani, ovvero Fernando Guglielmo Castanar (per capirci meglio si veda la bella introduzione), pubblicato recentemente da Fusta Editore, Saluzzo (Cuneo). Il testo è bilingue (italiano e tedesco), e è accompagnato da lunghe e precise note dello storico dell’arte Alessandro Giacobbe, e da fotografie di Ariodante Calvini. Un libro, tutto ligure, come solo Magliani può ideare e realizzare, insomma.

 

Glenn Gould e l’Idea del Nord

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di Roberto Lana

Glenn Gould da sempre ha suscitato una grande attenzione da parte di studiosi, biografi, musicologi, ma anche di semplici appassionati che hanno trovato nel pianista canadese la combinazione ideale di eccellenza interpretativa ed eccentricità. La vecchia, ma sempre efficace, accoppiata genio e sregolatezza.

La maggior parte delle pubblicazioni a lui dedicate si concentrano sulla peculiarità del suo repertorio pianistico, sulla postura, sulla sua prodigiosa memoria o sulla spasmodica ricerca del pianoforte perfetto . Poco, troppo poco, sulla sua attività di autore radiofonico.

È giunto quindi il momento di mettere in luce la qualità della sua produzione radiofonica, in particolare del primo episodio della Trilogia della Solitudine The Idea of North, trasmesso il 28 dicembre 1967 dal secondo canale della Canadian Broadcasting Company, in occasione del primo centenario della Confederazione Canadese.

Il programma presenta caratteristiche formali innovative, sintetizzabili nella formula del contrappunto radiofonico, che segnerà la successiva produzione radiofonica di Gould. Si tratta di un docudramma sulla regione settentrionale del Canada: quattro personaggi in viaggio per Fort Churchill, la località canadese più a nord raggiungibile in treno, si confrontano sulla loro esperienza nel grande Nord. Un quinto personaggio Wally McLean – realmente conosciuto da Gould proprio su quel treno qualche anno prima – ha la funzione di narratore e di sintesi.

The Idea of North è un’occasione per riflettere sull’idea di solitudine, che non è un’esclusività del Nord, né la prerogativa di coloro che vi si trasferiscono, ma che accomuna chiunque decida di vivere isolato. Si tratta di un’idea astratta del Nord realizzata raccontando le esperienze di vita di quattro personaggi reali che per ragioni differenti hanno deciso di spendere parte della loro vita nel Nord, con aspettative e reazioni diverse.

Il programma radiofonico di Gould è una vera e propria opera musicale, in cui gli interlocutori costituiscono le voci di una complessa tessitura che sembra raccogliere l’eredità della Sprechstimme del Pierrot Lunaire di Schoenberg e del contrappunto, realizzando così una forma originale di composizione.

In fondo Gould poteva davvero definirsi «uno scrittore, compositore e produttore radiotelevisivo che suona il piano nei ritagli di tempo». Un compositore.

La genesi
Nel giugno del 1965, abbandonata la vita da concertista , Gould si concesse un viaggio di oltre mille miglia, da Winnipeg e Churchill, nel Manitoba, sulla riva sud-ovest della Baia di Hudson. Il viaggio fu una vera fonte di ispirazione. Tornò a Toronto con un entusiasmo per il Nord che lo aiutò ad «attraversare un altro detestabile inverno di vita cittadina» , cominciò a documentarsi sulla regione del Nord del Canada e a considerare come poter utilizzare gli spunti e le idee frutto del viaggio in una forma artistica, qualunque essa fosse.

Nel 1967, anno del centesimo anniversario della Confederazione Canadese, la CBC ebbe a disposizione un budget straordinario per la produzione di programmi celebrativi dedicati al Canada.

All’inizio dell’anno, la produttrice del programma, Janet Somerville, chiamò Gould ed egli immediatamente le suggerì il titolo del programma: The Idea of North. Gould passò buona parte dell’anno a concepire il programma e a selezionare le persone da intervistare. L’intero programma era già concepito nei minimi dettagli. Glenn Gould intendeva realizzare un’opera di «stati d’animo» con gli interventi di un gruppo di persone che, per scelta o per necessità, avessero vissuto l’esperienza del Nord e sperimentato diversi livelli di solitudine.

Dopo aver pensato a un numero maggiore di interlocutori, la scelta si limitò a quattro personaggi più un narratore, simulando delle conversazioni nella carrozza ristorante del treno diretto a Churchill. L’ascoltatore avrebbe svolto il ruolo del cameriere, passando accanto ai viaggiatori, cogliendo brani di conversazioni, a volte sovrapposte, a seconda della distanza dai tavoli.

La sovrapposizione delle voci è l’aspetto che caratterizza maggiormente i documentari di Gould e il percorso che porta il compositore a una scelta così singolare è ancora oggi poco chiaro. Gould pensava di dividere il programma in cinque episodi, uno per personaggio, senza dubbio una «cattiva eredità dei modelli ascoltati in gioventù» e raccontare cinque storie servendosi ogni volta di un personaggio, mentre gli altri quattro avrebbero avuto diritto a una battuta o poco più. Era quindi già prevista una certa dose di contrappunto, ma ancora troppo legata a un andamento monofonico e lineare.

Poco più di un mese prima del termine dei lavori Gould si accorse di essere lontano da ciò che intendeva realizzare e di non riuscire a differenziare sufficientemente i personaggi né a creare situazioni drammatiche all’interno della forma documentaria.

Dopo un primo e intenso lavoro di montaggio si trovò di fronte a circa ottanta minuti di trasmissione, mentre il programma ne prevedeva solo sessanta. Si rendeva necessario eliminare una scena, ma nessuna sembrava essere sacrificabile; l’idea di far parlare simultaneamente due o più personaggi fu quindi dettata tanto dalla necessità di contenere i tempi di trasmissione quanto dall’esperienza musicale e sensoriale di Gould, capace di comprendere distintamente più stimoli acustici simultanei. Ma anche lo spettatore medio sarebbe in grado di assimilare informazioni complesse, comprenderle e di reagire di conseguenza: la fiducia di Gould nelle capacità critiche del pubblico è riscontrabile anche nei celebri articoli relativi al processo di registrazione e di montaggio pubblicati sulla rivista «High Fidelity» . Egli pensava che si potesse lavorare con le voci dei narratori come se corrispondessero alle singole linee vocali di un componimento contrappuntistico, tanto da poterle distinguere, anche nei momenti di sovrapposizione.

La sfida era quella di lavorare sulle prospettive, sul senso dello spazio e della prossimità. The Idea of North era registrato ancora in mono e non era quindi possibile assegnare una posizione nel panorama stereofonico ai singoli personaggi. Gould volle creare invece una serie di caratteri drammatici, utilizzando una serie di accorgimenti per dare rilievo alle voci in modo dinamico e renderle comprensibili anche in caso di sovrapposizione.

Per realizzare ciò fu indispensabile la collaborazione con il tecnico del suono Lorne Tulk. La loro collaborazione al tempo di North fu estremamente intensa: lavorarono al missaggio per circa tre settimane, spesso fino all’alba, ad un ritmo insostenibile ben oltre le ore previste dal contratto. Tulk nutriva una totale devozione per Gould e, guardandoli lavorare fianco a fianco, Janet Somerville non poteva fare a meno di pensare a Don Chisciotte e Sancho Panza.

La loro sfida contro i mulini a vento era appena cominciata.

I personaggi
L’intera idea narrativa di North ruota attorno al numero cinque. Cinque scene, cinque personaggi, cinque punti di vista differenti sul Nord. Vi è inoltre un sesto personaggio che resta in scena per tutta la durata della trasmissione: si tratta del suono del treno che, a guisa di basso continuo, accompagna le conversazioni dei personaggi, dando loro un forte senso di continuità. Gould riteneva che questo aspetto costante dei suoi documentari radiofonici (in North è il treno, in The Latecomers è il rumore del mare, in The Quiet in the Land, la funzione religiosa dei Mennoniti) fosse derivata dalla sua esperienza di organista, dal conforto e dalla stabilità che i bassi organistici consentono .

Per la stesura della sceneggiatura del documentario Gould utilizzò i personaggi nello stesso modo in cui si scrive una pièce teatrale. Voleva poter disporre di punti di vista differenti: un entusiasta, un cinico, un funzionario preposto al controllo del bilancio e un disilluso dal Nord. Voleva inoltre qualcuno la cui esperienza potesse racchiudere le posizioni di tutti gli altri personaggi. Naturalmente la voce di questo narratore sarebbe stata quella di Wally McLean, i cui discorsi sul treno avevano ispirato la sceneggiatura di The Idea of North.

 

La partitura
La partitura

Gould trovò dei personaggi particolarmente espressivi e rappresentativi di ciascun punto di vista: un’infermiera, un geografo, un antropologo e un funzionario governativo.

Nessuno dei personaggi si incontrò durante la produzione della trasmissione: furono intervistati e registrati separatamente. McLean per primo, nel fine settimana del giorno del Ringraziamento, a Winnipeg; in seguito vennero intervistati gli altri quattro, tra Toronto e Ottawa, con un Ampex 350 mono, allora utilizzato presso gli studi della CBC.

La prima voce a prendere la parola in North è quella di Marianne Schroeder, l’infermiera che incarna la disillusione di chi va al Nord alla ricerca del proprio avvenire. Schroeder inizia il suo intervento dichiarando di essere affascinata dal Nord; si nota un entusiasmo quasi puerile nei confronti del paesaggio nordico e la rassicurante ricerca di luoghi comuni come la presenza di orsi polari o foche. Nell’arco di poco più di un minuto, però affiorano le prime avvisaglie del disincanto che accompagnerà sempre più il suo racconto. Marianne ha l’impressione di addentrarsi nel nulla e più avanzava verso il Nord, più il paesaggio le appare monotono.

Nella terza scena Marianne Schroeder riconosce il fallimento della propria permanenza nel Nord.

L’apice della sua disperazione viene toccato nel punto centrale del movimento di Rondò della terza scena. Schroeder è sempre più insicura, non sa più quale sia il suo scopo e si interroga se, andando al Nord, abbia effettivamente compiuto la scelta migliore.

In quanto donna è molto attenta alla condizione e alla funzione femminile nella società del Nord. Osserva con amarezza che la donna occupa un ruolo marginale nella società degli Eskimo – dove la nascita di una figlia femmina è vista come una disgrazia, tale da essere chiamata Karmala, “parassita” –, comprendendo a fondo la loro ostilità nei confronti del sesso femminile, soprattutto della donna bianca e con una carica autorevole.

Frank Vallee è il secondo personaggio in ordine di apparizione in The Idea of North. È un sociologo incaricato del governo federale nell’Artico Centrale che, a parte un breve intervento nel prologo, occupa solo la parte centrale dell’opera.

Il Nord gli sembra irritante e si mostra insofferente nei confronti delle idee romantiche dei suoi interlocutori. Si sente a disagio nei grandi spazi del Nord, soffre di una sorta di agorafobia e trova nell’immensità dei paesaggi del Nord il concreto pericolo di perdersi.

Vallee ha un’idea assolutamente anti-romantica dell’impegno al Nord. Lo paragona a una brutta fidanzata della quale tutti vedono i difetti tranne lo sposo, che dopo poco ne rimarrà profondamente deluso. L’innamoramento nei confronti del Nord dura poco ed è frutto di una visione idealizzata e romantica, che svanisce al primo contatto.

Il terzo interlocutore a prendere la parola è Bob Phillips, un funzionario federale e membro del Consiglio della corona. Ha un atteggiamento decisamente pragmatico ed è convinto che il governo possa contribuire a migliorare le condizioni di vita della popolazione attraverso l’istituzione degli insediamenti e la politica di sviluppo del Nord.

Il pragmatismo di Phillips si manifesta in tutta la sua forza quando riconosce che tutte le idee romantiche che si trovano sui libri di scuola sono vecchie illusioni. La vera integrazione e il vero successo del programma di sviluppo del Nord sarà raggiunto quando il primo Eskimo si alzerà per difendere la propria identità, piuttosto che farsene attribuire una gradita ai bianchi.

Gould, nella quinta scena, assegna a Phillips un lunghissimo intervento che la occupa quasi per intero. Ha una visione decisamente realistica del futuro dei territori del Nord. Li immagina – con estrema soddisfazione – simili al resto del Canada e alle periferie delle grandi città, soprattutto per gli aspetti deteriori.

Jim Lotz è un geografo e antropologo inglese, docente presso l’università di St. Paul a Ottawa. È l’ultimo dei personaggi a prendere la parola. Il suo è un atteggiamento entusiasta, utopico e a tratti ingenuo nei confronti del Nord. In un paese dove la possibilità di sfruttamento agricolo è pari a zero, la (r)esistenza dell’uomo nel Nord per lui è quasi grottesca.

Nel 1960 partecipò per il Ministero del Nord ad una ricerca sugli squatters di Whitehorse nello Yukon, riuscendo a dimostrare che non si trattava di delinquenti, ma semplicemente di persone con un differente punto di vista sul mondo.

Il Nord non è semplicemente un luogo, ancorché eccezionale. È uno stato mentale, un processo. Come per i cercatori d’oro: non si tratta di possedere il prezioso metallo, la sfida è la ricerca stessa. L’esperienza di vita nel Nord è questo. Una ricerca.

Lotz si scontra con la posizione di Phillips, vede nel Nord la grande potenzialità di diventare un laboratorio all’aria aperta dove gli studenti potranno sperimentare la biologia, la botanica e studiare complessi problemi di cambiamento sociale.

Il personaggio più emblematico e in buona sostanza il responsabile dell’ispirazione di Gould nella stesura di North è Wally McLean, l’unico tra gli interlocutori del programma che si trovava realmente sul Muskeg Express con Gould nel viaggio dell’estate 1965.

McLean ha una posizione di spicco rispetto agli altri personaggi. Nonostante non sia il primo a prendere la parola, è colui che apre effettivamente l’opera: il prologo ha la stessa funzione dell’ouverture in un’opera lirica, ci suggerisce il tema, qualche motivo, nel caso specifico la particolarità della forma del contrappunto radiofonico; l’introduzione di Gould, poco più di un paio di minuti, ha una funzione di mera presentazione e di contestualizzazione al pubblico radiofonico.

Possiamo così affermare che l’intera opera viene aperta e chiusa da McLean. È la cornice, il fondamento e il coronamento di North. Non è difficile quindi trovare nella persona di McLean l’alter ego di Gould.

L’idea del Nord per McLean è come un viaggio, un lungo viaggio che costringe a confrontarsi con sé stessi. E la monotonia del viaggio e dello stesso paesaggio è parte del sentimento di infinito che caratterizza il Nord e le sensazioni di chi vi si confronta.

L’epilogo è completamente occupato da un lungo e intenso intervento di McLean, sottolineato dall’ultimo movimento della Quinta Sinfonia di Sibelius. È una lunga riflessione sul profondo significato del Nord, una sintesi che rappresenta pienamente il pensiero di Gould.

Lettura della traduzione italiana del prologo di North in occasione della presentazione del graphic-novel Glenn Gould, una vita fuori tempo di Sandrine Revel

La struttura
I documentari di Gould richiedevano un tipo di ascoltatore esperto, molto diverso dal pubblico dei notiziari e dei programmi di intrattenimento della CBC. Ciò è vero soprattutto per North, che fu il primo esempio di contrappunto radiofonico e che, di conseguenza, generò il più profondo smarrimento tra gli ascoltatori .

Egli era profondamente consapevole e orgoglioso di ciò che aveva realizzato con i suoi documentari radiofonici, tanto da dichiarare, nel programma televisivo The well-tempered listener, che riteneva irrealistico non considerare il lavoro di montaggio radiofonico una vera e propria composizione musicale.

Già Marshall McLuhan, in un’intervista con Gould, aveva espresso il profondo convincimento che la parola è sempre musica, è una forma di canto e che, d’altra parte, nell’esperienza della musica concreta e aleatoria ogni elemento acustico ha dignità di materia musicale. Non era solo Gould, quindi, a essere pronto per un’esperienza così innovativa. Janet Somerville, la produttrice della serie radiofonica Ideas, dichiarò che North era vera musica, una «Finlandia» per il Canada. Nientemeno.

L’opera si divide in cinque sezioni, anticipate da un prologo – una forma di sonata-trio – della durata di circa tre minuti e da una breve introduzione dell’autore, con la presentazione dei personaggi e del contenuto, seguite da un epilogo di nove minuti, in cui – unico caso in tutta la trasmissione – è presente un brano di musica convenzionale: il terzo movimento della Quinta Sinfonia di Sibelius, diretta da Von Karajan.

Qui Wally McLean riassume magistralmente i temi toccati nel programma e propone un’originale sintesi, che possiamo considerare come la posizione dello stesso Gould.

Prospettive
La messa in onda di North provocò lo sconcerto di molti ascoltatori, ma anche l’unanime consenso da parte dei critici, che ne apprezzarono la tecnica estremamente raffinata e la coraggiosa innovazione formale.

Il documentario radiofonico tradizionale era stato completamente reinventato. I critici se ne accorsero immediatamente e Barbara Frum, nelle pagine del «Toronto Daily Star» mise in guardia sul pericolo di un’imitazione puramente formale del nuovo linguaggio, relativamente facile da ottenere, ma con ogni probabilità priva del senso di equilibrio e della raffinatezza di cui solo Gould era stato capace. Egli passò gli ultimi anni della sua vita diviso tra le incisioni pianistiche e la realizzazione di questo nuovo tipo di composizione musicale, del quale poteva a ragione considerarsi il precursore.

Oltre a North Gould portò a compimento, dal 1967 al 1977, altri due documentari radiofonici legati al concetto di solitudine e riguardanti territori e popolazioni del Canada, come l’isola di Terranova a cui dedicò The Latecomers e la comunità dei Mennoniti, protagonista dell’ultimo episodio della trilogia della solitudine, The Quiet in the Land.

La lungimirante volontà di incidere i documentari radiofonici su disco ha facilitato la loro diffusione e la possibilità di farne materia di studio e di ispirazione. Gould aveva ridefinito la forma del documentario radiofonico, creando un docudramma, una sintesi di tre discipline: documentario, teatro e musica, con una potenziale influenza su ciascuna di queste arti .

La notorietà di Gould scrittore, saggista, compositore e produttore radio-televisivo non è paragonabile alla sua fama di pianista. Tuttavia Gould era tutto questo e la sua complessa personalità artistica non può prescindere da nessuno di questi aspetti che si influenzano profondamente l’un l’altro . L’intera sua produzione esecutiva, compositiva e musicologica presenta ancora oggi una visione estremamente personale e innovativa su repertori e musicisti a volte trascurati.

In particolare, l’eredità dei documentari radiofonici di Gould è ancora lungi dall’essere esaurita e l’originalità delle idee formali e delle riflessioni contenute nelle sue trasmissioni è estremamente attuale, sebbene poco indagata. A più di trent’anni dalla morte del compositore, il contrappunto radiofonico deve ancora rompere il muro della diffidenza di coloro che faticano a considerarlo musica a tutti gli effetti. Musica la cui forza ci ispira e sorprende ancora oggi e chissà per quanto tempo ancora.

In occasione della presentazione del recente graphic-novel Glenn Gould, una vita fuori tempo di Sandrine Revel, gli attori Massimiliano Grazioli, Alberto Branca e Francesca Grisenti hanno dato vita alla lettura del prologo di Nord davanti ad un ammirato Bruno Monsaingeon. La reazione di attento stupore del pubblico presente ha dato prova evidente della vitalità dell’opera di Gould.

(Questo articolo è la riduzione e adattamento di un testo precedentemente pubblicato sulla «Nuova Rivista Musicale Italiana», n. 4/2012. Ringraziamo Giacomo Verri per averlo segnalato a Nazione Indiana)

mater (# 9)

4

di Giacomo Sartori

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Come potevano

come potevano

l’incongruenza del pensiero

la presunzione

la foia di primeggiare

cinéDIMANCHE #28 ORSOLA PUECHER Cucù di Robert Desnos

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di Orsola Puecher

L’incontro fortuito con Robert Desnos [Parigi, 4 luglio 1900 – campo di concentramento di Theresienstadt, 8 giugno 1945] avviene tramite L’étoile de mer di Man Ray, che, ispirandosi a una sua breve omonima poesia, nel 1928 gira un film delicato e misterioso di evanescenze, filtrato da un vetro smerigliato che a tratti copre l’obbiettivo, nel non dover dire, spiegare simboli e mostrare tutto per forza.

Didascalie: Patrizia Posillipo\Francesco Alessio

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catalogo della mostra
catalogo della mostra

di

Carla Benedetti

La vita che c’è dentro a una fotografia

Da piccola guardavo con la lente d’ingrandimento le immagini di paesi lontani che trovavo tra le cartoline o nei libri di geografia. Cercavo i particolari non visibili a occhio nudo, ma che pure dovevano essere rimasti impressi nella pellicola. Scrutavo negli angoli delle strade, tra gli alberi o dentro una finestra, per cogliere qualcosa di più di quel mondo ignoto, quasi per entrarvi dentro. Ovviamente, ingrandendo, ottenevo solo la sgranatura della fotografia, non la vita che credevo ci fosse dentro. Ma io insistevo. E  se non vedevo niente, sognavo di vederlo, fantasticavo.

L’idea che la fotografia abbia una vita rappresa dentro di sé, che aspetta di essere tirata fuori e fatta rivivere sotto i nostri occhi, la ritrovo ora guardando queste fotografie di Patrizia Posillipo elaborate dallo scultore Francesco Alessio. La prima impressione che ne ho avuto è stata fortissima. Ho subito immaginato che lo scultore avesse fatto su quelle foto qualcosa di simile a ciò che io cercavo di fare da piccola con la lente d’ingrandimento: ne ha fatto venire fuori qualcosa che stava imprigionato là dentro, lo ha reso visibile a occhio nudo, e non solo all’occhio ma anche al tatto, e all’occhio tattile che c’è in ognuno.

Le barche di sasso

Guardo per prima quella intitolata Carghi. E’ una costa marina in controluce. So che è stata scattata in Islanda. Al centro tre faraglioni neri si stagliano da una striscia nera sottile, perfettamente orizzontale, in mezzo a altre due strisce di costa di maggiore altezza, anch’esse orizzontali. Tutto qui dentro ha un andamento orizzontale, anche i solchi neri che rigano lo specchio d’acqua antistante. Tutto, tranne quelle tre sagome bizzarre che si stagliano invece verso l’alto. Così, per quella loro verticalità contrastante, mi paiono di colpo incominciare a muoversi, lentissime, in quieta processione. Sono tre figure che avanzano calme, da sinistra verso destra: la prima in posizione avanzata e fallica, la seconda più tranquilla e bonaria nella sua massa panciuta, la terza, quella che chiude il corteo, premurosamente inclinata in avanti.

Carghi – particolare Posillipo/Alessio

E poi, sopra tutto questo, ecco stagliarsi altre sagome dai profili bizzarri, altre ombre, ma chiare invece che scure, come se fossero il positivo delle figure nere che stanno dietro. E soprattutto più pesanti, corporee, intagliate nel marmo. Come barche di sasso.

Anch’esse paiono muoversi lentamente, raddoppiando la processione. Solcano trasversalmente la fotografia, ne superano i bordi, fanno ponte con un fuori. Dove staranno andando questi fantasmi di pietra? Forse sono gli spettri di tutte le imbarcazioni che hanno solcato o che solcheranno quel tratto di mare nel tempo, nel passato e nel futuro, le cui tracce sono rimaste imprigionate nella foto? E che ora si rendono visibili, prendono letteralmente corpo, acquistano una consistenza materica, tridimensionale.

La fotografia non è solo immagine.

Quando vidi per la prima volta il famoso dagherrotipo che ritrae Balzac in camicia, con il collo nudo e la mano appoggiata sopra il petto, non potei fare a meno di pensare al tempo che c’era voluto affinché il corpo dello scrittore, immobilizzato per diversi minuti, lasciasse tracce di sé su di una lastra di rame ricoperta d’argento. Balzac era convinto che il dagherrotipo trattenesse qualcosa del corpo fotografato, e che questo perdesse nel processo uno dei suoi “spettri”, cioè una parte della sua essenza costitutiva. Noi oggi non lo crediamo più. I pixel hanno sostituito l’immaginazione alchemica. Eppure quella credenza, ormai superata, è più vicina al vero di quanto si pensi. La fotografia non è solo immagine. E’ anche corpo, è anche materia incanalata nella luce, pulviscolo d’atomi precipitati su di una superficie sensibile.

E’ questo che ho pensato guardando questi oggetti, chiamati fotosculture.

Mondi dischiusi

Ma è appropriato chiamarli così? Certamente lo è, visto che qui fotografia e scultura si incontrano, e a un’immagine piana, bidimensionale, si sovrappongono dei corpi dotati di tre dimensioni. Ma nello stesso tempo fotoscultura è anche un termine generico, che nei due secoli passati è stato usato per indicare tecniche disparate, e operazioni artistiche tanto diverse da questa e anche tanto diverse tra di loro. Dalle statue in argilla realizzate a Parigi da François Willème a partire dal 1859, e ottenute per mezzo di un pantografo che ricalcava in successione profili dello stesso soggetto, che erano stati prima ripresi contemporaneamente da diverse angolazioni, ai bassorilievi in plastilina degli inizi del Novecento realizzati  e fotografati da Domenico Mastroianni. Oggi si chiamano fotosculture tutti gli oggetti tridimensionali ottenuti inserendo fotografie in supporti disparati. Perciò c’è bisogno di un nome nuovo per suggerire la particolarità di questi interventi scultorei su foto. Ne azzardo uno: fotografie dischiuse, oppure – perché no? – sculture di spettri.

Ciò che le contraddistingue è che la fotografia qui è presente nella sua figuratività originaria, senza alterazioni né ritagli, distesa sul suo fondo piano. Ad essa lo scultore aggiunge una sorta di commento materico dell’immagine: un complemento di creazione, che sprigiona un ulteriore senso possibile, implicito oppure nascosto nella fotografia.

Tumuli
Tumuli- Posillipo/Alessio

 

Il dentro è fuori

Guardo ora il paesaggio con cascata intitolato Ponti. Anche questa foto è stata scattata in Islanda. L’acqua si è scavata un solco tra due lembi di terra arida e rocciosa. Nessun ponte lo attraversa. I ponti – se ve ne sono – li ha aggiunti lo scultore. E sono sezioni di mattoni da edilizia in parte smaltate di azzurro, dello stesso colore del cielo. Nella loro forma fantasiosa vagamente ricordano le arcate sovrapposte di antichi acquedotti. Ponti irrealistici, che del resto non collegano i due orli di terra della cascata. A cosa fanno ponte allora? Forse agli elementi: all’acqua, al cielo, alla terra (del resto rappresa nella stessa materia aggiunta, nei mattoni da edilizia di terracotta) che vengono legati senza tuttavia congiungersi nel mondo rappresentato .

Molte cose qui si intersecano senza congiungersi. Così anche la scultura e la fotografia. Se qui esse si avvicinano è per dar luogo a un incontro sospeso, che produce qualcosa di più della loro semplice ibridazione. Invece di fondersi restano due attività autonome, individuali, mentre tendono entrambe verso qualcosa che le trascende.

O forse i ponti collegano il micromondo fotografato con tutto ciò che gli sta fuori. Anche qui infatti, come nelle altre fotografie dischiuse, Carghi, Strade, Tumuli, Porta, Solco e Vascelli, la struttura aggiunta oltrepassa lo spazio della fotografia, esce dal suo bordo, dando un senso di continuazione e di infinito.

In Tumuli si vedono sul fondo delle semplici tombe comuni di cemento chiaro, cilindriche, prive di scritte. So che la foto è stata scattata nel cimitero ebraico di Fez, in Marocco (lo stesso che si vede anche in Porta, ma là se ne vede la parte monumentale, con le tombe importanti recanti scritte in ebraico). Sopra è stata aggiunta una griglia di ferro che chiude le tombe in un fuori, oppure in un dentro. In un certo senso li contiene, li mantiene al loro posto, ma senza impedire loro di ricadere fatalmente di qua, anche nel nostro mondo, con frammenti di pietra che sembrano staccati da quei tumuli, e rimasti impigliati tra le maglie della grata. Sono ossa che sporgono fuori da un armadio a rete metallica, come nella chiesa di San Bernardino delle Ossa a Milano?

Se al posto della fotografia avessimo un dipinto, in quanto entrambi raffigurazioni bidimensionali, potremmo allora paragonare queste fotosculture a ciò che già avveniva nell’arte antica o in quella arcaica. La plasticità della materia che si mescola al disegno, l’oggetto ‘reale’ che si aggiunge alla rappresentazione piana del dipinto, sono procedimenti che appartengono all’arte, soprattutto a quella religiosa, fin dalle sue origini. Al Sacro monte del Varallo ad esempio, nelle diverse cappelle-stazioni che raffigurano scene della passione di Cristo, scultura e pittura si integrano con effetti sorprendenti. Davanti vediamo statue a grandezza naturale, dietro di esse, a proseguire la scena e a farle da fondale, c’è un affresco. E a volte capita che un cavallo dipinto sporga fuori dal muro con la testa, non più dipinta ma in rilievo, modellata in terracotta. O che una statua esca camminando da una porta dipinta con tutto il volume plastico della sua figura, in scala uno a uno. Oppure si pensi agli ornamenti in vero oro o in vero argento che si possono vedere incollati sopra molti dipinti antichi, a decorare volti di Madonne, di Cristi o di Santi.

L’ibridazione di tridimensionale e bidimensionale è qualcosa che appartiene all’arte fin dalle sue origini, e che forse la pittura postrinascimentale, nella sua via maestra, e purista, ha scartato, quasi si trattasse di un procedimento impuro. I dadaisti la ripresero in chiave trasgressiva, quando incollavano sopra i loro quadri pezzi di oggetti trovati. Nelle fotografie dischiuse di Posillipo e Alessio il procedimento ritorna ma in tutt’altra forma, innanzitutto al posto della pittura c’è la fotografia. Inoltre l’invenzione è in chiave poetica, non ironico-trasgressiva. Infine, a differenza di quel che avviene in certe installazioni, come la Caduta di Berlino, un diorama con macerie ‘reali’ collocate proprio di fronte all’immagine, le aggiunte materiche qui non sono realistiche, non mirano all’illusionismo realistico della rappresentazione, ma alla costruzione di un senso maggiore che trascende l’immagine fotografica e l’idea stessa di rappresentazione.

(testo pubblicato nel catalogo della mostra aArte29 Project room)

 

Mondi dischiusu- Posillipo/Alessio
Scala-particolare Posillipo/Alessio

The real things

di

Francesco Forlani

Oggi più che mai l’immagine sembra aver perduto la propria innocenza. In piena epoca, la nostra, di réalité augmentée, con la fine dell’asservimento della “figura rappresentata” alla realtà – per la fotografia ancor più che per la pittura- sembra essere svanita, sfocata anche la purezza che attraverso il dispositivo\artificio del verosimile veniva custodita. Tale affrancamento dalla sua subalternità ha comportato la fine dell’innocenza in nome di una spietata “nuova realtà” senza complessità, sbavature, senza più umanità, senza tempo. Il passaggio dall’analogico al digitale ha sicuramente giocato un ruolo fondamentale in questo strappo e se i nostri immaginari oggi sono condizionati anche in altri campi, da quello letterario a quello politico-sociale, e soprattutto nel linguaggio, dall’eterno presente, sarebbe da idioti non collegarlo a questo mutamento della percezione.

In altri termini è come se si fosse rovesciato il mito della caverna del buon Platone; a credere ai fantasmi non fossero più, soltanto, i prigionieri incatenati alle ombre proiettate sulla parete ma proprio le cose, d’improvviso dotate di coscienza, che  proiettavano se stesse attraverso la luce del gran fuoco alle loro spalle.

Cosa succede, invece, quando la realtà decide di irrompere nel paesaggio? Quando rivendica la propria materica autenticità rispetto alla semplice e guasta percezione che viene imposta dalla nostra epoca digitale? Succede esattamente quanto Patrizia Posillipo e Francesco Alessio hanno realizzato con il proprio laboratorio “Mondi dischiusi”.

Mondi dischiusi - Posillipo/Alessio
Scala – Posillipo/Alessio

Laboratorio e non semplice azione perché il progetto è stato a lungo maneggiato, articolato, rifondato, montato, smontato all’inverosimile e soprattutto in un’azione quella della scultura sostanzialmente in differita, in alcuni casi, rispetto a quella della fotografia. I paesaggi di Patrizia Posillipo definiti da una scansione temporale, cronologica oltre che geografica, componevano già un flusso vitale posto in essere prima della sovrapposizione degli interventi scultorei di Francesco Alessio. Altre opere venivano ricomposte in tempo reale ma nell’uno come nell’altro caso parlare di sovrapposizione sarebbe limitato oltre che ingiusto. In realtà le forme “concrete” di Francesco Alessio agiscono sui paesaggi di Patrizia Posillipo solo perché agiti dalle forme immateriali che ne determinano l’orizzonte di significato.

Felice allora il titolo “Mondi dischiusi” che ben rappresenta questa esperienza epifanica dell’arte, tanto dalla parte della creazione che da quella della semplice fruizione, ovvero di un’arte in grado di recuperare la propria innocenza sostanzialmente attraverso nature, materie, cose, per statuto uniche e allo stesso tempo soggette alla trasformazione del tempo; esperienza della realtà che nuovamente si offre in tutta la sua caducità .

Infos: la mostra “Mondi dischiusi” è stata inaugurata il 28 ottobre alla galleria aA29 Project Room,  Via Leonetti 29, Caserta. La mostra, a cura di Carla Benedetti, Federica de Stasio, Luigi Fusco  resterà aperta fino al 25 novembre.

ELOGIO DELL’ECCEDENZA

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esafoglio
 
di ⇨ Anna Tellini

 

«Non ho bisogno che le persone capiscano,
voglio solo che non siano scortesi»

«”Le cose come sono” vogliono essere notate»

 
Certo la cosa fu ben più complessa, ma per me – così disattenta agli scioglimenti – tutto aveva avuto inizio quando “Ella”, a contrastare “l’impoverimento affettivo che si verificava in lui”, gli aveva inviato in dono una piantina di trifoglio, quasi che la vita di questa unità di misura dell’insignificante coincidesse con quella del loro amore, e “Lui” per un po’ l’aveva curata, la piantina, ben consapevole delle attenzioni e protezioni che una creatura tanto debole e mite reclama.
Poi però entrambi avevano deciso di “perderla in un vasto campo di trifogli”, perchè insopportabilmente simbolica, ormai: fu proprio allora che, di ritorno, “Lui” colse un’altra piantina, questa volta però scelta per il Dolore:
 

“E sembra che fu per quel che vedevo, per questa formulazione di tedio, di non senso delle cose, di non finalità, di tutto è lo stesso, dolore, piacere, crudeltà, bontà, che si fece strada in me il pensiero di diventare il torturatore di una piantina”, così da “ottenere il suicidio del Cosmo per la vergogna che nel suo seno prosperasse una scena così ripugnante e codarda”


 
Io invece, nel mio piccolo, quella mattina lo guardavo – assemblaggio imprevisto, apparizione onirica persino – come si vede il mondo la prima volta, e nella sua amabilità lui si offriva turgido della sua bellezza disparata: sei foglie, e non tre, come norma dispone, e per giunta ipertrofiche, e con un che di sanguigno ad orlarle. Secondo logica, un trifoglio mutante contagiato da un fungo – viceversa ai miei occhi un’esorbitanza, un’esuberanza di differenze non sconfitte, e cariche anche di tonalità affettive, sature di informazione.
Abitatore di confine, creatura dei crocicchi, monstrum di belle speranze proliferante inquietudine e vita, forte della sua tara il mio esafoglio aveva potuto scartare dall’abitudinario, esibendo il cambiamento:
 

“la mutazione presuppone la diversa lettura di un messaggio – un errore? -, come se il lettore, mancino, o il trascrittore, zoppo, avesse dato anche segni di strabismo”.


 
E’ logico dunque che in tempi andati sia stato un fabbro giustappunto strabico, nonché mancino (di quel di Tula), a riabilitare portentosamente l’onore degli artigiani russi agli occhi dello zar Nicola, quando questi si trovò in mano l’omaggio che il suo predecessore Alessandro aveva ricevuto in dono dagli inglesi: una pulce d’acciaio a grandezza naturale – custodita in una noce di brillante racchiusa in una tabacchiera d’oro contenuta in uno scrignetto di madreperla avvolto in un panno verde -, una pulce che, se opportunamente sollecitata da sette giri di una microscopica chiavetta, prendeva a saltare come si conviene. Solo lui, il fabbro strabico e mancino, poteva calzarne con scarpette d’oro le zampette pressochè invisibili, costruendone e ribattendone i chiodini tanto piccoli da dover essere osservati al microscopio… .
 

– Ora so cosa fare. Caricami, subito! Hai sentito o no, trasportami come un uccello!
– Dov’è che andiamo? – fece tristemente il diavolo.
– A Pietroburgo, dritti dalla zarina!, e il fabbro allibì dal terrore, sentendosi sollevare nell’aria.


Nikolaj Andreevič Rimskij-Korsakov
da La notte prima di Natale [1894-1895]
Polonaise [Atto Terzo Scena III]


D’accordo che “le storie non hanno pretese di dimostrazione né di verità” , il fatto è che Vakula si riprende ben presto, tanto da divertirsi a canzonare il diavolo – che tra l’altro non fa che tossire e starnutire -, e a stupire qua e là uno stregone e varie streghe che come lui stanno volando per l’aria trasparente, salvo fermarsi a guardarlo, prima di ritornare alle loro faccende; e che, una volta toccata terra, e messosi il diavolo in tasca, si rivolge con linguaggio alato alla sovrana (dama alquanto pingue, incipriata e sorridente), lodandone i piedini di puro zucchero, e deliziandola con la sua richiesta; e che, infine, potrà tornare trionfante al villaggio con le scarpette d’oro della zarina, conquistando una buona volta il cuore della riottosa Oksana.
 
Esilio di qualunque tassonomia, di ogni razionalità surcigliosa, queste figure – figlie dell’iperbole – a mio parere invitano, impudenti, ad entrare nel regno dell’indecidibile, nell’oltrepassamento dei confini dell’appropriato.
 
“Fenditure e varchi via via aperti verso i possibili”
una cartografia azzardosa e in espansione
uno spartito di eventualità estensive
uno spazio poetico di scambi e di intaglio, fitto anche di cespi di dissennatezza.
In questa topografia dai margini incerti – dove gli ostacoli esistono solo per essere superati -, anche se lo ignora il mancino di Tula – che pure ha perfezionato nell’oro della sua opera il ben più vile acciaio della pulce -, può vantare impegnative ascendenze, e contiguità strabilianti: “nati nello stesso nido”, a fabbri e sciamani si riconosceva un tempo la padronanza di tecniche esoteriche e, in particolare ai primi, il “potere di guarire e perfino di predire l’avvenire” … Non solo: possedendo il dominio del fuoco, erano loro a forgiare gli ornamenti metallici essenziali per il costume rituale degli sciamani.
La forgia dunque, fortemente simbolica, assume anche un aspetto iniziatico, mentre la “magia dei metalli”, che come il fuoco dimorano nelle viscere della terra, mette potenzialmente i fabbri in contatto con le potenze demoniache, dando loro la reputazione di “temibili stregoni”…. e intanto lì, nascosti sotto il suolo, nella loro crescita lenta
 

“i metalli stessi desiderano ardentemente di ritornare allo stato superiore dal quale sono decaduti” ,


 
pronti perfino alla propria tortura e messa a morte, pur di “perfezionarsi” e trasformarsi in oro, il che equivale a dire l’elemento iniziatico dell’alchimia, oltre che il punto di incontro della fede di antichi metallurghi e alchimisti nel carattere vivo e sacro della materia, e nella possibilità di operare una sua trasmutazione, tramite il fuoco.
E se
 

“l’alchimia è l’arte del fuoco e gli alchimisti, come molti testi ripetono, sono ‘artisti del fuoco’” ,


 
l’incombustibilità degli sciamani rivela che essi hanno superato la condizione umana, che essi partecipano ormai della condizione degli spiriti.
Di più: come il linguaggio alchemico con le sue opposizioni tipiche da ricondurre a congiunzione, anche quello sciamanico si nutre di un pensiero dell’iperbole e del paradosso, di un’articolazione dalle conseguenze estreme.
Durante i rituali lo sciamano mette in gioco simultaneamente le sue diverse identità, ed è insieme guaritore e stregone, umano e divino, uomo e animale, e, grazie al processo di androginizzazione, maschio e femmina, per “giungere, attraverso mezzi concreti, fisiologici, a una totalità paradossale dell’essere umano” . A una sua trasmutazione.
L’androginia non è la ricerca del controllo del rapporto tra gli opposti, è semplicemente il procedere tra di essi: “non c’è bisogno di cavalcare la corrente, si può diventare la corrente” .
Dal canto suo – deragliando dai parametri della riconoscibilità, sfuggendo al principio di non contraddizione e alla coercizione degli opposti -, nel suo sporgersi dal mito tra di noi “l’androgino lascia che la vita sia non intenzionale, che le cose accadano” :
 

“Non sono un maschio, pensavo di esserlo perchè non sono interamente una femmina”
“Non sono un maschio o una femmina. Sono non binario, sono nel mezzo”
“Dunque non sei nessuno dei due?”
“Non credo. Io sono entrambi”


 
 
 

La frontiera

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lafrontiera  di Gianni Biondillo

 

Alessandro Leogrande, La frontiera, Feltrinelli, 2015, 316 pagine

Semplificando all’estremo la letteratura italiana sembra in questi anni polarizzata fra il mainstream del romanzo borghese da una parte e l’universo del “genere” dall’altra, indipendentemente dalla (alta o bassa) qualità espressa. Anche per questo libri d’altra natura, come quello di Alessandro Leogrande, riescono a portare un po’ di bibliodiversità all’asfittico paesaggio letterario nazionale.

La frontiera punta tutto sul suo valore testimoniale. Ci racconta di quel cambiamento, non solo storico ma addirittura epocale, che stiamo attraversando, senza che lo si stia intuendo per davvero. A leggerlo si comprende come non potrà mai esistere alcuna frontiera artificiale che possa bloccare al di fuori una specie, quello umana – indifferentemente dalle etnie e dalle culture – che cerca una emancipazione dalla guerra o dalla fame.

Nessuna tesi buonista, solo una presa d’atto da parte dell’autore che ha deciso di raccontarci questo esodo non attraverso cifre o statistiche, ma con la voce delle persone – afgane, eritree, curde – che ha incontrato strada facendo e che gli hanno confessato le loro tragiche e assurde traversie.

Ma Leogrande guarda anche alle reazioni delle classi sociali più povere dei paesi che stanno vivendo questa “accoglienza forzata”, consapevole di come il mutamento provochi tensioni sociali e rigurgiti razzisti. Da che parte si ponga l’autore è evidente, alla sua scrittura manca l’asetticità del saggio sociologico. La partecipazione emotiva è esplicita, persino il senso di frustrazione del suo ruolo di “semplice” testimone.

D’altronde, al di là della resa letteraria, quello che conta è come questi libri riescano a farci ragionare fuori dalle urla e dalle banalizzazioni televisive su un tema, quello dell’emigrazione, che o sapremo governare con intelligenza o che ci travolgerà tutti. E il primo passo sta nel non perdere l’umanità. Di chi arriva e di chi accoglie.

(pubblicato su Cooperazione, numero 52, del 21 dicembre 2015)

Salentitudini tondelliane – quarta parte

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Trent’anni dopo Ragazzi di piazza. Che cos’è diventato il Salento di Tondelli

Edi Brancolini: PIER VITTORIO TONDELLI
Edi Brancolini: PIER VITTORIO TONDELLI

QUARTA  PUNTATA / Tricase. Una nuova alba

qui la prima, la seconda e la terza tappa

 di

Giorgia Salicandro

 «Andate, ma non lo troverete. Un palazzo a due piani, un lungo balcone, una saracinesca. Sembra una casa privata: lo è. Forse solo il numero civico è lo stesso».

No, in via Spallanzani, a Tricase, neanche il civico è sopravvissuto alla stagione del Tam Tam. Era il 13, ora è il 33. La nostra spedizione a ritroso lungo la storia vertebrale di un decennio si avviluppa su se stessa in giri a vuoto. In via Spallanzani, a Tricase, il silenzio più certo avvolge la notte. Agglomerati ben piantati in terra riposano di un sonno domestico, pesante, nella tranquillità del paese, nella periferia della notte.

Arriviamo in quarta con la radio accesa, due birre chiuse e l’illusione che le nostre presenze da sole bastino a riattivare la storia. Al numero 13 c’è una villetta con una graziosa buca delle lettere. Dal palazzo di fronte di avvicina un uomo, pare esser sceso per gettare la spazzatura. «Il Tam Tam? Non è qua, deve essere quell’altro, sulla strada principale. Un locale di balere, non è così?».

È sabato notte, il 30 luglio 2016, e in via Spallanzani non è rimasta neppure la memoria dei ragazzi dell”86. Restiamo disarmati con le nostre birre e le nostre attese fuori luogo. Solo ora mi rendo conto di aver scelto un vestito inutile all’inchiesta, buono invece per non si sa quale sabato sera. Ripercorriamo come ciechi il subbuglio di anni e numeri civici. Al 33 troviamo la saracinesca, il balcone, e pareti che sembrano rosa alla luce dei lampioni. È lui – tristemente, è lui.

Tricase- foto di Daniele Coricciati

Al tempo del Tam Tam, così si dice, l’uscita di sicurezza valeva più della porta d’ingresso. Qui pagavi il biglietto per salire a bordo del tour, lì te lo giocavi offrendo una sigaretta a Massimo Urbani, a Steve Lacy, agli altri alieni finiti da queste parti. Appena girato l’angolo lo vediamo, il nostro star gate in Anticorodal. Impolverato, la maniglia traboccante di depliant arancioni che chiariscono la nuova agenda: prosciutti, asciugatutto, pacchi famiglia di pasta Divella. Buoni, da soli – come se l’ingresso non bastasse – a raccontare la storia di un disfacimento, una lunga notte scintillante in dismissione. Una resa.

Dall’ultimo sabato al Tam Tam, sono trascorsi venticinque anni.

I weekend in discoteca sono stati un’invenzione degli anni ottanta, sosteneva Pier. E con questo termometro tarato su neon e fari e migliaia di corpi impegnati nella memorabile impresa del proprio storytelling, gli anni Ottanta andò a cercarli anche nel Salento. E li trovò.

A Tricase, a Casarano, la stagione d’oro delle scarpe era iniziata da un decennio. Piccole fabbriche nascono, in pochi anni avranno mille, duemila operai. In settimana si taglia e si cuce, il sabato sera è degli anni Ottanta. Con la macchina di famiglia in prestito – che tanto madri e padri non escono di certo – ci si sposta come falene, dove c’è luce. Il Capo è un unico tessuto reagente. Una farfalla sbatte le ali a Maglie, l’uragano arriva a Leuca, a Parabita, a Scorrano. E poi, chi invece di lavorare ha trascorso gli ultimi cinque anni a capire che cos’è la vita a Firenze, a Padova, e a Bologna nel tempo di un weekend, ha voglia di tornare. Eccolo qui, il gruppo di Carmine Zocco.

«Si poteva fare qualcosa. C’era questo locale dismesso, noi lo prendiamo e lo trasformiamo del tutto. Una cabina di regia fissa, un baretto di fronte, un palco con un fondale che fa da maxi schermo. In tv avevamo visto Mister Fantasy di Carlo Massarini, e la cosa ci aveva impressionato. Il palco lo puoi smontare e toh, si trasforma in una passerella, la pista da ballo, con qualche decina di tavolini, diventa una music hall. Eccolo, il Tam Tam. Tutto partì così, pezzo dopo pezzo, in maniera rudimentale».

“Bologna rock dalle cantine all’asfalto” era il titolo di una rassegna nata sulla scia del ’77, capace di richiamare all’appello l’intero firmamento del garage punk. Quando, nell”86, in via Spallanzani si diede corrente agli amplificatori e almeno tre isolati di famiglie intorno ebbero cognizione che la quiete domestica era finita, quella stagione si chiamò “Onde rock”, «che era come portarsi dietro un po’ di Bologna, come dire On the road, con questi gruppi che venivano fuori dal reggae, da rivisitazioni rockabilly, dal garage rock. On the road, o se vuoi On the rock».

Tricase – Daniele Coricciati

Ma fu quando arrivò l’onda del jazz, che iniziò la stagione del mito.

«Riuscimmo a entrare nel circuito che passava da Reggio Calabria e da Bari, dove c’erano i locali che contavano. Chi suonava lì, finiva da noi per ammortizzare i costi. Una fortuna. Da queste parti non c’era stato nulla di simile fino ad allora. Il nome cominciò a girare, arrivò gente anche da Brindisi, da Taranto, qualche volta da Bari se l’ospite era autorevole. La rassegna fu seguita dai giornali, Toni Robertini scrisse un bellissimo articolo per il Quotidiano di Lecce – chissà dov’è. E soprattutto, ne scrisse Pier Vittorio Tondelli».

Al telefono, mentre tengo ancora lo sguardo fisso sulla saracinesca di via Spallanzani, Carmine Zocco fa una pausa.

«Avevo letto Altri libertini all’Università. Facevo il militare mentre usciva Pao Pao, le nostre vite sembravano andare avanti in contemporanea. Poi una sera me lo ritrovo lì con Toni e qualcun altro. Domande ne fece, ma avevo l’impressione che gli interessasse soprattutto raccogliere suggestioni. Aspettai l’articolo, presi l’Espresso appena uscì. Era una piccola consacrazione. Avevamo aperto quello stesso anno, in inverno».

Il resto, è storia. Massimo Urbani, Steve Lacy, Lee Konitz, Paolo Fresu, Kassandra Wilson. Persino Chet Baker arrivò al Tam Tam.

Ma la cosa più stupefacente accadde fuori, tornati a casa, finito il weekend. La domenica mattina, il lunedì, persino il venerdì sera fino a notte, il tema divenne lo stesso. Si faceva a gara per procurarsi i vinili, qualcuno iniziò a strimpellare un paio di standard, poi si prese il coraggio del palco. Prima di allora, sorride Carmine Zocco, a Tricase non c’era nessuno che suonasse jazz.

«Ed eccoci qui. Nel ’92 siamo stati sfrattati. Io mi convinco a fare il concorso, inizio a insegnare filosofia. Poi divento anche assessore alla Cultura. Il Tam Tam, invece, diventa un garage».

 

Tricase- Daniele Coricciati

In via Spallanzani è ormai notte fonda, quando rientriamo in macchina. La telefonata è finita, la nostra notte invece continua. Il 30 luglio a Marina Serra, Tricase, per il terzo anno il Locomotive jazz festival approda qui.

L’aria è turchese e liquida, come uno specchio d’acqua, quando mi sporgo dal muretto che separa la strada dallo strapiombo di roccia. Sulla scogliera, ai piedi del palco, mi sembra di scorgere una migrazione di minuscoli granchi. Teli, birre medie, ciabatte, zampette che si affannano a trovare una concherella in cui annidarsi. Altri, vestiti ancora per il sabato sera, traballano sui tacchi, si accovacciano. Migliaia. Una teoria infinita di segni scintillanti, mentre Raffaele Casarano chiude l’ultimo giro di sax.

«Vedi ciò che conosci», riflette Daniele Coricciati, un secondo prima di scattare. E io riconosco loro, i ragazzi dell”86. Come esplosi dalla storia, portati qui in risacca, granchietti sulla spuma degli anni.

All’ex Tam Tam, accanto all’uscita di sicurezza ingozzata dai volantini, c’è un altro ingresso. Due gradini che danno su un’enorme superficie bianca, nessuna porta. Eravamo rimasti a lungo a fissarla, prima di andarcene. Immobili, nel silenzio della notte, a interrogarci se fosse possibile per gli anni passati migrare lì, a diecimila giorni di distanza, nell’immensa platea di un concerto jazz su una scogliera, all’alba.

 

 

Citazioni

P.V. TONDELLI, Il weekend postmoderno, «Uomo Harper’s Bazaar», n. 69, maggio-giugno 1991, ora in Opere. Cronache, saggi, conversazioni a cura di F. PANZERI, Milano, Bompiani, 2001, pp. 619-622.

 

 

 

Minchiababba e Babbannacchia 2.0

2

di Antonio Sparzani

Il 19 agosto 2005 ero appena entrato in Nazione Indiana e non sapevo ancora bene, io, un fisico piombato in un mondo di letterati e poeti, cosa avrei potuto e saputo fare, ovvero pubblicare. Ma in quei giorni del luglio avevo appena conosciuto la poesia di Jolanda Insana e ne ero entusiasta, come del resto rimango tuttora, così che per tutto l’agosto pubblicai suoi testi, il primo qui.
Jolanda Insana (Messina 1937) ci ha lasciati il 27 ottobre scorso.
Per cui ripubblico qui con grande dolore la prima poesia (che dà il titolo a questo post) che avevo allora pubblicato, e poi un’altra di vari anni dopo. Notizie sulla poetessa si possono trovare qui e più diffusamente qui, ma il meglio è ovviamente leggere le sue varie raccolte.
1
non dovea pigliare latte
ma restare con la bocca secca
avvoltolata in spine santare
2
m’avventai con la zapponella
per farti glinglòn
ma eri della cosca
e io finii coglibosca
3
nericata e smorfiosa
rùmmicarùmmica
continua camorrìa
sarà un modo nuovo di fare
poesia
4
malanova pigli e quagli il sangue
all’orba d’una minchiona
che chiamata in aiuto
apri gli occhi e m’atterri
5
culoperciato
ho la legna a malo
passo
e il fiato grosso
6
per non dare sazio a quella rompina
rompigliona rompiculo d’una morte
la vita se ne va
con gli occhi aperti
7
che scanto
quando la minchiababba e babbannacchia
ci prende per stanchezza con il fiato di fuori
8
faccia di sticchiozuccheràto
non aspettarti gioie
da minchiapassoluta

[da Sciarra amara, nell’antologia di poeti Guanda 1977]

L’offerta
la smania di dire i mesi e i giorni
quando la macchia è più odorosa e annoda le parole
e poi è la casa dello scontro dove disfatto il nodo
tre volte sigillato resta il nome
nell’offerta del sonno e del sorriso
ma la mano getta sale e spezzando l’incanto
spezza la schiena
e così scopro che i ruscelli vanno dov’è
il loro cammino
davanti a sé
e non contenta acchiappo il primo piccone che trovo
per segnare la traccia del letto e però sbaglio
e scavo una cateratta
dove saltare o non saltare è questione di acqua

attratta dal suo fuoco tambura e ramazza
nel varco costruito togliendo

attiva l’aria bianca e nel poco rampollare
gran piacere sentono le piante e a ogni animale
chiedono conto del loro sangue e della vita
per non lasciarsi né sfasciare né sfaldellare

dove potrebbe tramontare la luna
se non ci fossero montagne
e non ci fossi tu a credere che le montagne esistono
perché la luna possa tramontare
dopo il turbamento dell’alveare

si sbarazza della spoglia e ridiventa giovane
l’anima prima gelata e rannicchiata
e non è per meraviglia di un momento
che pernotta in orazione

per banchettare alle mense del sole
ho abbandonato il nero nadìr e l’insulto
e fattami una nella mano e nel cuore
ho perso la doppia vista

il meglio che ho perduto fu la lama del coltello
soperchiata per lusinga più che per minaccia

e incontro a sì bella sorte
uscita da una via oscura e addormentata
vado a cogliere anemoni azzurri in buone terre
leggere e non sassose
dimenticando la lama e ogni ferimento
poiché non c’è nessuna colpa nella raccolta

disse una parola
e ne fui bruciata
perché non c’è nulla di nascosto e tutto è rivelato
[da Medicina carnale, Il Nuovo Specchio Mondadori, 1994]

Italian contemporary poets

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Segnalo l’uscita dell’antologia in lingua inglese Italian contemporary poets, a cura di Franco Buffoni. L’opera si rivolge a chi è interessato alla cultura italiana ma non conosce la lingua. Concepita per gli Istituti Italiani di Cultura, le Ambasciate, i Consolati, le Fiere del libro, è la prima antologia di poesia italiana redatta esclusivamente in lingua inglese. 40 autori ciascuno con 4 testi ben tradotti e nota bio. L’antologia si può scaricare e leggere  qui.

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cinéDIMANCHE#27_Ritratto di una pigra_Chantal Akerman

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di Ornella Tajani

Il cortometraggio che segue è tratto dal film collettivo Seven women, seven sins, del 1986. Le registe sono: Helke Sander (Gola), Bette Gordon (Avarizia), Maxi Cohen (Ira), Valie Export (Lussuria), Laurence Gavron (Invidia) e Ulrike Ottinger (Superbia). Quello qui proposto, Sloth, di Chantal Akerman, noto anche come Portrait d’une paresseuse, è dedicato all’accidia.

In francese, il termine paresse è utilizzato, al pari del più raro acédie, per indicare uno dei sette peccati capitali, come conferma il Trésor de la Langue Française (qui), che non prevede invece nessuna forma per l’acédie. Dando per buona la definizione di Alberto Savinio, secondo il quale l’etimologia è “il luna-park della filologia”, possiamo divertirci allora nel ricordare quello che Roland Barthes diceva della paresse:

Se si guarda l’etimologia si nota che in latino l’aggettivo piger vuol dire «lento». È l’aspetto più negativo, più triste, della pigrizia, che è di fare sì le cose, ma male, controvoglia,
di soddisfare l’istituzione dandole una risposta, ma è una risposta che si trascina.
In greco invece pigro si dice argos, contrazione di a-ergos, molto semplicemente «che non lavora».
Il greco è molto più franco del latino.

La verità è che Barthes non sarebbe mai stato d’accordo con Savinio: per lui l’etimologia è una cosa seria, e pigrizia e accidia non vanno confuse, nemmeno in francese. Altrove, infatti, all’interno del suo seminario “Comment vivre ensemble”, Barthes spiega che cos’è l’accidia: è il lutto non dell’immagine, ma dell’immaginario; è il momento in cui non si può più investire né contare sugli altri, il momento in cui ci si sente un rifiuto, un rifiuto “senza nemmeno un secchio della spazzatura”, come conclude prima di darci appuntamento al mercoledì successivo –> qui.

Bisogna decidere da che parte stare, se con Savinio o con Barthes – oppure, in una pura logica accidiosa e ipertestuale, non decidere affatto, e concludere con un’ultima citazione che sparigli le carte:

Forse il futuro dell’accidia risiede nei peccati contro ciò che oggi pare connotarci sempre di più
– la tecnologia.

Thomas Pynchon, qui

[V.O. con sottotitoli in inglese]
https://www.youtube.com/watch?v=QNqs6G1IG3c

Il muretto

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di Francesca Matteoni

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Narrare l’inquietudine dell’adolescenza. Narrare chi è niente affatto” né carne né pesce”, ma al contrario fin troppo sé, fin troppo nel suo pieno. Narrare con il bianco e nero la trasformazione adolescenziale alla fine degli anni Ottanta, sul ritmo della musica dark e punk, i Crass, i Bauhaus, Mano Negra, fisicamente condivisa ascoltando insieme a un proprio simile un vinile, una cassetta registrata. Narrare lo struggimento della soglia, del rito di passaggio Narrare lo struggimento della soglia, del rito di passaggio per cui si traghetta la forza disarmata, senza pelle e violenta di alcuni adolescenti nel mondo adulto. Ci riescono Céline Fraipont, sceneggiatrice, e Pierre Bailly, illustratore, ne Il Muretto (Eris, 2014), storia a fumetti dura e commovente, ambientata in Belgio, nel 1988. Protagonista è Rosie, ragazzina abbandonata a se stessa dalla madre che è andata via di casa, seguendo un altro uomo, e dal padre assorbito dagli impegni di lavoro. Sola ad affrontare la sua identità in divenire, Rosie oscilla fra l’universo infantile e l’impulso a infrangere ogni regola, fra il desiderio di meritare l’amore e la fiducia del padre e un’indipendenza anarchica e ribelle, refrattaria a ogni regola. Come in un gioco si rifugia sotto una coperta a leggere, ascoltare la musica e pensare quasi fosse la sua tenda-nomade, ma allo stesso tempo marina la scuola, beve alcolici, fuma e perde la migliore amica. È così che si arriva al muretto, luogo di confine su cui arrampicarsi e da cui saltare giù, dove Rosie incontra Jo, sedicenne che abita da solo sopravvivendo grazie a piccoli furti e allo spaccio e che la inizia al mondo dei concerti, ai dischi dei Cure e dei Ramones. La musica, quale trama che unisce i destini, fa rispecchiare i due ragazzi l’una nell’altro, dice la loro rabbia e intensità. Jo è attraente e pericoloso, incarna una possibilità di vita condivisa, sebbene ai margini – è una sponda in cui Rosie trova riparo, sebbene sia fatta di buio, si popoli nel tratto del fumetto dei volti ombreggiati e nervosi delle dipendenze, dell’irregolarità che ci sembra liberazione quando gli affetti familiari, le norme sociali, l’apprendimento obbligato ci costringono in uno spazio troppo angusto per l’anima. Questa favola d’amore e perdita porterà Rosie all’estremo di sé, a conoscere il dolore che inutilmente voleva chiudere in un cassetto con le lettere mai aperte, ricevute dalla madre. Eppure solo chi si affaccia sull’inferno, chi con la sua fragilità si lascia toccare dalle fiamme, dalla paura, dall’amore totale, può trovare uno sguardo lieve, fiducioso sul tempo a venire.

Quando chiudiamo il volume è l’immagine di una donna-bambina a imprimersi in noi. Non sorride, ma attende. E nell’attesa il tempo si fa umano, smette di respingerci o di spingerci a un’inutile corsa. Cosa resta, dunque, quando la vita ci mette alla prova, ci tira giù brutalmente dal muretto, ci sorprende e non ci fornisce nessuna istruzione per l’uso del dolore? Forse la differenza sottile tra chi cade nell’ombra e chi l’accoglie dentro di sé, impara che tutto quanto il male taglia, è ricucito dalla grazia di essere ancora vivi.

Una vacanza non riuscita ( appunti di lettura su Houellebecq e l’individualismo)

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di Giorgio Mascitelli

 

Nel romanzo Sottomissione di Michel Houellebecq il protagonista François, un professore universitario specialista di Huysmans, decide di trascorrere un periodo presso l’abbazia di Ligugé che aveva ospitato anche il suo autore prediletto dopo il ritorno alla fede durante la sua formazione spirituale. E’ del resto un momento delicato per François: posto forzatamente e anticipatamente in pensione dal nuovo governo islamista francese a causa della sua laicità, l’equilibrio della sua umbratile e moderatamente infelice esistenza di uomo senza qualità, non privo però di una sua arguzia,  è messo gravemente a repentaglio. In un frangente del genere nulla di più naturale che cercare un po’ di raccoglimento e, per così dire, di abbeverarsi alle fonti che hanno ispirato il lavoro di una vita, anche se in François forse non c’è completa consapevolezza di questo bisogno.

Comunque sia, l’esperienza si rivela un completo fallimento. Infatti i tic e le mille piccole abitudini consumistiche di cui è schiavo gli impediscono  non solo di apprezzare la comodità un po’ spartana della sua stanza nel convento, ma anche di concentrarsi sulla meditazione. In particolare l’impossibilità di fumare in stanza e il contestuale fastidio per i sensori antifumo si rivelano ostacoli insormontabili. Ecco allora che François si ritira dal ritiro ben prima di quanto previsto con un’uscita condotta secondo un perfetto stile da bigiata. Benché non sia particolarmente soddisfatto di ritrovare i propri concittadini, egli condivide tacitamente con loro un certo gusto per le comodità irrinunciabili che il mercato contemporaneo mette a disposizione del consumatore.

In fondo si potrebbe affermare senza cadere neanche eccessivamente nel paradosso che il ritiro nell’abbazia ha funzionato alla perfezione consentendo a François di conoscersi autenticamente: recatosi a Ligugé con l’idea di essere un misantropo in cerca di un senso profondo per la vita, scopre che la sua misantropia è molto più mondana e sociale di quanto credesse e che in definitiva essa non è nient’altro che la manifestazione del suo individualismo consumistico. A onore di François va detto che a seguito di questa epifania non si perde in psicodrammi da antieroe novecentesco, ma con postmoderno pragmatismo trae le sue conseguenze di questa scoperta: essa infatti è il passo logico immediatamente precedente a quello conclusivo del romanzo ossia la conversione del protagonista all’Islam per ragioni di carriera.

Non va condannato François per questo passo: il dilettantismo esistenziale dimostrato nell’abbazia e l’attaccamento puro e semplice alle cose e ai loro nomi senza neanche l’appiglio di qualche illusione offerta dall’ideologia dominante fanno letteralmente di lui uno sbandato.  Purtroppo per lui a differenza del protagonista de Le particelle elementari François non crede al progresso. Come ogni sbandato egli è nave senza velo e senza governo spinta dal vento che vapora non povertà nel suo caso, ma l’insignificanza dell’esperienza. In effetti, il sistema di relazioni di François assomiglia pericolosamente a quello di un emarginato nella sua strumentalità e irregolarità; c’è una certa comunanza, per esempio, tra la sua situazione emotiva e relazionale e quella del protagonista del Diario di un senza fissa dimora di Marc Augé, che finisce a dormire in macchina. Ora il problema ovviamente è capire se Houellebecq abbia tratteggiato un caso individuale, per quanto interessante, o una sorta di miniatura, di sineddoche della vita contemporanea.

Di Houellebecq si dice, soprattutto in relazione a questo romanzo, che sia un islamofobo; personalmente non sono convinto che sia vero, ma mi rendo conto che nel corso degli anni ha rilasciato tutta una serie di dichiarazioni, immagino più che altro per scopi promozionali, che hanno costruito questa sua nomea. Comunque la si pensi, deve essere chiaro che tra Houellebecq e un’Oriana Fallaci e un Thilo Sarrazin si frappone la complessità del discorso letterario al di là delle sue posizioni politiche vere o presunte. E’ il criterio di lettura che suggerisce Engels a proposito di Balzac, allorché ne sottolinea la capacità di cogliere e rappresentare le tendenze della società a prescindere dalle proprie opinioni politiche e ideologiche. In questo senso il ritratto dei gruppi dirigenti francesi che emerge da Sottomissione è quello di un ceto disposto a qualsiasi azione e a qualsiasi compromesso pur di mantenere almeno parzialmente i propri vantaggi economici e sociali. Ogni loro tattica sembra essere orientata a questo fine senza alcuna altra strategia di più ampio respiro e lo sbandamento di François non sembra essere che il corrispondente  sul piano individuale di questa assenza di strategia.

Peraltro il fallimento del soggiorno di Ligugé appare determinato dall’inconsapevole conflitto di due ordini di aspettative, l’una turistica e l’altra spirituale, che si risolve con la vittoria della prima. Del resto anche l’organizzazione dell’ospitalità nell’abbazia, sospesa a metà tra il modello alberghiero e quello conventuale,  alimenta in qualche misura il conflitto tra questi due ordini di aspettative. Ma cosa vuol dire in concreto che l’aspettativa turistica prevale sull’altra? Che l’esperienza del viaggio e dell’altro da sé non può sussistere che in forma di merce.

Fin qui si potrebbe dire null’altro che una banalità sociologica, ma l’aspetto interessante è che questo turisticizzazione dell’esperienza non avviene in un personaggio culturalmente fragile o in un benpensante, ma in uno studioso, un intellettuale che sa di compiere non un semplice viaggio, ma una raffinata citazione di Huysmans: circostanza tanto più notevole quanto più tutti i critici della società dei consumi e dell’estetica della merce hanno sempre sorvolato sul grado di coinvolgimento dei ceti intellettuali in questi meccanismi. Non si tratta però di una polemica antintellettualistica, ma, in virtù dell’autostraniamento con la quale è condotta la narrazione in prima persona, della constatazione di quella che è ormai diventata una seconda natura di tutta la popolazione francese o meglio occidentale. Infatti quando Myriam, la studentessa ebrea amante di François in procinto di trasferirsi con la famiglia in Israele dopo che il primo turno delle presidenziali ha mandato al ballottaggio Marine Le Pen e il candidato islamista, a casa di lui si lancia in un suo commosso Addio monti alla Francia nell’evocare le ragioni del suo attaccamento per la propria patria non trova altro da citare che il proprio amore per il formaggio e François da par suo la rincuora dicendo che ne ha in frigorifero. Qui sembrerebbe quasi che Houellebecq sia tentato da una via flaubertiana alla critica del capitalismo e dell’estetica delle merci.

E insomma appare chiaro e proprio questo lo rende un personaggio tipico, almeno in una lettura tendenziosa come la mia che esclude tutta la componente fantapolitica del romanzo, che il turista dell’esistenza François in mancanza di approdi alternativi non può che convertirsi all’Islam per mantenersi fedele alla sua vera religione ossia il capitalismo. E questa seconda religione si staglia come un contorno sfumato di ombre dietro  alla fantasmagoria della descrizione dell’ascesa al potere dell’islamismo, ma va dato atto a Houellebecq che solo uno scrittore apolitico e radicalmente ossessivo come lui avrebbe potuto cogliere il tema dell’individualismo delle nostre società nella sua integralità svolgendolo in maniera spietata e rappresentando così le tendenze sociali dominanti del nostro tempo.

Overbooking: Lisa Ginzburg

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Allegri (ma non troppo) tropici

di

Francesco Forlani

nota su Spietati i mansueti (Gaffi Editore)

Cinque racconti, scanditi dallo stesso numero di pagine ( con minime variazioni) come i cinque sensi. Un’edizione graficamente ineccepibile a cura di Maurizio Ceccato. Cinque promenades della ville lumiére essenzialmente dislocate sulla rive droite. Quando ho cominciato a leggere i racconti di Lisa Ginzburg il passo che vi ho riconosciuto è stato quello di Vite di uomini non illustri di Giancarlo Pontiggia. Negli Spietati vige lo stesso dispositivo narrativo usato da Pontiggia, deliricizzazione della lingua, delle situazioni, l’unico in grado d’illustrare (rendere illustri) vite altrimenti normali, poco significative, minime. Come in Pontiggia  si parte sempre da una persona nella sua singolarità, per restituirla alla comunità ignara di tali esistenze grazie a un’applicazione alla lettera della tecnica biografica, generalmente destinata alle vite famose e certamente fonte d’ispirazione ai necrologi familiari.

Da una parte lo slancio vitale, che nella sensibilità dell’autrice si traduce con la passione che disordina (o al contrario organizza) le vite dei suoi personaggi, e dall’altra la micidiale finitudine e ineluttabilità del destino contro cui le lancette del tempo si spezzano, prima o poi. Esemplare da questo punto di vista il primo racconto, intitolato Buonanotte gattina e in cui la protagonista, Galia, a fronte della sua debordante vitalità deve far fronte al sostentamento compilando i necrologi di “uomini e donne non illustri”. Una domanda però sembra seguire nodo dopo nodo, racconto dopo racconto, la trama della tessitura dei personaggi: esiste un tempo prima della fine di un amore?

Lisa Ginzburg si serve degli oggetti, delle cose per ricomporre tessera dopo tessera il mosaico di ogni mondo dove perfino un orologio da polso, un semplice mazzo di fiori può diventare il metronomo impietoso dello “still life” piazzato nelle stanze ordinarie di ogni amore, legittimo o illegittimo che sia. Del resto la rue du Paradis dove quelle stanze sono, non è forse l’incrocio di due strade, la rue de la Fidelité e l’impasse du Désir che illustrano meglio di ogni altra carta questo strano paesaggio? E come non pensare alla magnifica ouverture dell’incompiuto romanzo di Bobi Bazlen, Il Capitano di lungo corso,  dominata dalle piante di Ortensia sulle finestre, le stesse che il protagonista ritroverà appassite due pagine dopo o addirittura trasformate nel finale quando quegli stessi fiori, diventati di plastica, rinunciano alla propria natura e caducità, per trovare nel kitsch la propria salvezza e immortalità?

” Mi sono comportato come quei pittori che, cercando di evocare un colore, inventano aspetti del paesaggio” leggo sulla quarta di copertina dell’opera di Giancarlo Pontiggia, nell’edizione Oscar Mondadori del 91. Questo è forse il maggiore antidoto alla deriva lirica del kitsch, trappola infernale per chiunque si avventuri nel mondo delle passioni, e questa la maggiore qualità di quest’opera di Lisa Ginzburg che con uno stile di grande eleganza e sottile ironia, racconto dopo racconto riesce  a trasportare il lettore nell’arena delle passioni senza cedere all’illusione di sconfiggere il tempo nè a quella ancora più terribile della resa ad esso.

*Segnalo la presentazione a Parma, domani 27/10/2016 – Libreria Piccoli Labirinti – Ore 19.00 Via Gramsci, 5, Galleria Santa Croce, del libro  Spietati i mansueti, Gaffi. Saranno presenti l’autrice e l’editore. Conduce l’incontro Gian Carlo Zanacca. Letture a cura di Giuseppe Boles e Paola Ferrari

I treni non esplodono. Storie dalla strage di Viareggio

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A settembre ho presentato insieme agli autori  I treni non esplodono. Storie della strage di Viareggio edito da Piano B. Leggere questo libro è stata un’esperienza dolorosa, per la vicinanza dei luoghi, per l’approccio che Federico e Ilaria hanno scelto, quasi facendosi da parte perché le voci risuonassero in tutta la loro verità, mettendosi in altre parole al servizio. La vicenda è recente, non ancora risolta, irrisolvibile per chi in quel fuoco ha perso gli affetti più cari. Eppure, e questa è l’unica cosa che mi sento di dire, se questo è prima di tutto un libro che chiede giustizia con la dignità delle storie èanche un coro della speranza. Che ci ricorda che davvero c’è il bene in fondo all’essere umano, quel bene che spinge qualcuno a raccogliere tutti i cani e i gatti sbruciacchiati per la via, qualcun altro a cercare per giorni i resti di un amico risucchiato dentro l’esplosione, una madre a presentarsi agli altri nell’abito migliore per rispetto della gioia di esistere della figlia che non c’è più, qualcun altro a raccogliere ogni memoria,  ogni tributo in una piccola baracca divenuta Casina dei Ricordi, perché i vivi e i morti non sono mai davvero separati ed entrambi hanno bisogno di giustizia (f.m.).  

di Federico Di Vita e Ilaria Giannini

«È successo un casino vai a prendere la telecamera e fai le immagini»

Diego Granzetti, 31 anni

(Operatore video)

Diego Granzetti è un uomo alto, con un sorriso aperto e qualcosa di lieve nei modi che lo fa sembrare più giovane della sua età. Lo incontriamo in un locale davanti al mercato all’ora dell’aperitivo e poco dopo veniamo raggiunti dalla sua compagna e dalla loro bambina. Ci siamo ritagliati un po’ di intimità nella sala sul retro, è la prima volta che accetta di parlare di quella notte: anni prima ci aveva provato ma senza riuscire a mettere in ordine le idee. Dal 2009 a oggi per Diego Granzetti sono cambiate molte cose: ha lasciato Viareggio per andare a vivere nell’entroterra, verso Lucca, di là dal Monte Quiesa, inoltre è diventato padre. In via Ponchielli non torna più, ogni tanto la occhieggia dal finestrino, quando arriva in treno.

Il 29 giugno ero uscito con la mia ex compagna e stavamo litigando di brutto. Non ci vedevamo da tantissimo, eravamo a cena fuori a Pietrasanta, dov’è l’inceneritore, verso la capannina del Pollino. Avevamo appena finito di mangiare e stavamo in macchina per tornare a Viareggio quando scoppia una lite furibonda. In auto continuiamo a urlare, offese, un casino. Abbastanza passionale come storia. E c’ho questa immagine che non scorderò mai per tutta la vita, quando stavamo riappacificandoci, in un secondo momento, c’era ancora tensione, lei mi si siede sulle ginocchia e io con la macchina ferma guardo fuori, avevo il parabrezza davanti, la macchina era puntata da Pietrasanta verso Viareggio. Mentre parlavamo vedo come un’alba: tre bagliori e poi un chiarore enorme. E rimango sbalordito. Fermo. Capisco subito che è qualcosa di inimmaginabile. Il litigio passa in secondo piano e le dico: partiamo. Faccio la parallela dell’Aurelia – via Macchia Monteggiorini – a una velocità folle, roba da sbandare in curva. Sono abituato a guidare forte perché per il lavoro che faccio sono sempre in autostrada e cerco di arrivare a casa prima, è un po’ incosciente, però… Il limite era a 50 e io penso di aver fatto anche 120 sui drittoni, c’ho messo meno di 10 minuti. Sono arrivato nella via del Fortino, tra Lido e Viareggio, dove c’è il ponte, lì vedo le fiamme. Sapevo che erano a Viareggio ma non pensavo potessero arrivare… vedevo gli alberi della pineta e poi, sopra, le fiamme.

Quando sono partito da Pietrasanta credevo che l’unica cosa che potesse aver provocato quel chiarore fosse al porto, immaginavo una nave, anche se non abbiamo un porto grande come Livorno che gestisce i gas e queste cose qua. Non pensavo davvero che un treno – come dice sempre la Rombi – potesse esplodere.

Quando da quel ponte vidi le fiamme capii che era qualcosa verso l’interno, non sapevo bene dove, e allora mi viene in mente che al bowling, al vecchio bowling, c’è un ponte da cui magari avrei avuto una visuale migliore. Quando arrivo in zona inizio a vedere tutte le macchine parcheggiate in doppia fila, forse anche qualche sirena lampeggiante, sarà passato nemmeno un quarto d’ora.

Tiro dritto e posteggio dietro i Vigili del Fuoco. Mi saluto con la mia ex che mi dice di lasciar perdere. Ma era impossibile, qualcosa mi spingeva ad andare.

Passo dallo studio e prendo la telecamera, dietro non avevo niente.

Una sfiga assurda è stata che il mio collega non aveva messo in carica le batterie, non trovavo la camera, non trovavo le cassette, non trovavo niente. Avevo il panico addosso e iniziavo a sentire delle grida, prendo l’unica batteria che trovo mezza carica, afferro un nastro e parto. Di corsa ritorno verso i vigili, passando da dietro.

Vado verso via Ponchielli e vedo tutti questi alberi anneriti, però la cosa che proprio mi colpisce è la cisterna enorme di un tir che aveva preso fuoco. Lì dico: ma vaffanculo, ma guarda che cazzo è. Non so perché ma pensai che fosse stato questo enorme tir ad aver scatenato il tutto[1]. Inizio a far delle immagini, ma riprendendo mi resi conto che qualcosa non quadrava. Di ambulanze ne erano arrivate forse due, la polizia non c’era…

Via Ponchielli era sempre aperta, fino alle 3 potevi fare quello che ti pareva[2], ci potevi entrare con un carrarmato, era anarchia pura, la gente gridava. A quel punto capisco che c’è qualcosa di più grande. Quindi sempre di corsa – andavo sempre di corsa, forse ero nervoso, avevo questa adrenalina – vado sull’Aurelia ed entro in via Ponchielli da dietro. [Fa una lunga pausa] La prima scena che vedo è qualcuno che portava via un vecchietto in vestaglia, sapevo che era il Cappelli, aveva uno studio dove aggiustava cose d’epoca, tra l’altro aveva delle rarità enormi nell’ambito della fonica, un tecnico vecchissimo, avrà settant’anni.

Naturalmente lo vedo attraverso la camera, la scena la vedo in un totalino: ci sono le persone che vengono portate via e tutto il resto scuro. Macchine esplose, tutto nero, acqua in terra, non so dirti quanti vigili correvano, poi vedo delle fiamme enormi dalla parte opposta, dove c’erano la passerella e il parcheggio del dopolavoro ferroviario.

Ero talmente nel pallone da non sapere dove mi trovavo, non so perché ma credevo di essere dall’altra parte delle rotaie, tanto che quando ho telefonato al mio collega per dirgli di raggiungermi con un’altra telecamera gli ho dato delle indicazioni totalmente errate, gli ho detto di essere dalla parte della Stazione, verso la Superal.

Io non è che Viareggio la conosco bene, di più, ci son nato e cresciuto: ero completamente andato fuori di testa, non connettevo bene.

Mentre ero al telefono arriva un vigile del fuoco che mi strattona e mi fa oh, digli ai tuoi colleghi… – ma in modo irruentissimo – sono delle teste di cazzo, lo vedi che ne è esplosa mezza, ne è esplosa una e basta, se esplodono le altre siamo tutti morti.

Allora mi giro, guardo i binari e vedo queste fiammate enormi, stavano prendendo fuoco le macchine che erano parcheggiate di là, era tutto nero e le fiamme illuminavano in controluce le sagome delle cisterne. Lì ho capito. E sono rimasto così. Lui mi diceva c’hanno le infradito, i tuoi colleghi sono venuti in ciabatte. Ho pensato che fossero di Rete Versilia, hanno saputo che era successo qualcosa e sono partiti così come stavano, in calzoncini.

Per prima cosa mi tiro nei binari e vado vicino alle cisterne, inizio a vedere delle persone, indossavano quelle divise tipo Anas, arancioni, con delle luci controllavano per terra, non so che facessero. La vampata aveva annerito tutto, aveva distrutto le macchine ma non credevo avesse fatto dei danni, non credevo assolutamente ci fossero dei morti. Ricordo un discorso, si diceva ci saranno forse due morti, non pensavo a quest’impatto impressionante.

In fondo alla passerella, dov’era l’unico parcheggio a strisce bianche di Viareggio –  sempre affollatissimo – c’erano delle macchine che avevano preso fuoco da cui partivano fiammate di venti metri.

Ho attraversato i binari fino alla Croce Verde, poi sono tornato indietro perché ho capito che il grosso era dall’altra parte. Sono passato vicino alla Stazione e ho visto i sassi dei binari tutti sdraiati sulle banchine: una distesa di sassi.

Torno in via Ponchielli, l’attraverso tutta, l’asfalto fumava, una roba apocalittica che vedi solo nei film.

Era tutto distrutto. La cosa più allucinante era l’interno delle case, quelle che ora non ci sono più: erano nere, era scoppiato tutto. Erano scoppiati i mattoni che tenevano il muro in piedi, erano esplosi dal calore, le pentole si erano fuse.

Alcuni pezzi invece… mi ricordo un poster di Eros Ramazzotti, un poster, la cosa più effimera del mondo, attaccato a una parete, sano.

Ho visto delle scene che non mi scorderò mai nella vita. Ho visto una di quelle bacinelle dove mia mamma mi lavava da piccino, di quelle blu, ci vedo infilato dentro un uomo di 50 anni, nudo. Con le braccia e le gambe fuori, era vivo. Sicuramente qualcuno l’aveva tirata per strada… tutte queste cose non le ho filmate però.

Erano già arrivate le prime ambulanze, forse della Misericordia di Lucca, qualcuno mi dice che in una casa erano morti due bimbi. Vado verso un edificio crollato e vedo il nonno di questa famiglia che girava come uno zombie. Mi hanno detto che era il nonno dei Piagentini, una figura alta, sulla sessantina, tutti lo guardavano, era sicuramente un familiare.

Sulla strada da lì in poi – l’uomo nella bacinella era davanti al gommista, al Passaglia[3] – c’era una distesa di quei lenzuoli termici che mettono quando sei gravemente ustionato, con della gente sopra. Magari stavano aspettando un altro viaggio delle ambulanze, non lo so. Ce n’erano già molte ferme e chiuse, stavano prestando i primi soccorsi. Da quella notte in poi quando sento un’ambulanza – non pensavo mai di poter fare un discorso del genere – penso a quelle sirene e al 29 di giugno.

C’era gente che andava e veniva, curiosi, qualcuno fotografava. Miei colleghi che non hanno rispetto di nessuno, andavano dai feriti e gli piazzavano la camera a tutto grandangolo davanti – senza entrare in polemica, son cose che ho visto. Miei colleghi non credo professionisti, tra l’altro. Tante cose penso di averle rimosse. Non ricordo molto altro.

Sono stato lì per due giorni credo, non ho mai dormito. Non ho dormito la mattina dopo perché verso le 6 ha cominciato a squillare il cellulare per le aziende per cui lavoro, poi ho iniziato a fare un servizio per il Tg3 nazionale. Non ho smesso di lavorare fino al giorno dopo, quando è arrivato Berlusconi. Le immagini che ha usato Sky erano le mie, non era neanche tantissimo, avrò girato una quarantina di minuti, perché combattevo continuamente con questa cazzo di camera che non mi stava accesa, quindi nell’assurdità, nella tragedia, poi ti confronti con piccoli problemi del cavolo.

Credo di avere un istinto per queste cose, per via del mio lavoro, però non mi era mai successo niente del genere. Quella sera il caso ha voluto che ci sia stato un incidente a due passi dallo studio dove ho sempre lavorato, avevo l’attrezzatura lì e il cervello ha fatto uno più uno.

Le immagini non le ho più riguardate. Non le guardo e non passo più da via Ponchielli. Mi ricordo un sentimento fortissimo: dal secondo giorno volevo pensare ad altro. Forse era una cosa per salvaguardarmi, un senso di rifiuto.

Quando ho iniziato questo lavoro a Rete Versilia ho beccato gente morta in autostrada, impiccati, persone che si son tirate sotto il treno, li ho visti faccia a faccia. Il primo incidente che ho visto erano quattro morti e non ho mangiato carne per una settimana. Ti viene il disgusto. Però il magone più grosso che ho provato nella mia vita è stato intervistare la Rombi.

Ho fatto tre interviste a Daniela Rombi, tra cui l’ultima in via Ponchielli, dove non volevo andare – e anche lei mi ha detto che non ci va mai – era per La7, volevo andare a casa e, non lo so. In assoluto se qualcuno mi chiedesse qual è tra le persone che ho intervistato quella che mi ha massacrato di più, è stata lei. Perché parla con freddezza, non con la pietà che ti aspetti da una a cui è morta una figlia. Sì, ce l’ha la pietà, ma è anche pragmatica, dirompente, quando racconta. Penso di aver pianto insieme all’assistente. Forse perché ricordo sua figlia al vecchio Cro[4], la sera.

Non posso dire di aver conosciuto Emanuela, però sapevo chi era, la vedevo. Magari si era tre stupidi al Cro il martedì sera, mi ricordo lei e Sara, non la conoscevo ma a Viareggio siamo in dieci, se ti vedo una sera al Cro, la sera dopo al Cro e siamo i soliti tre, insomma, mi ricordo di te. Poi aveva dei lineamenti molto particolari, le vedevo al Sars[5], in altre situazioni anche, non ci siamo mai salutati ma quando poi ho visto le foto…

* * *

Voglio raccontarvi di una cosa che è stata ritrovata, si parla di una macchina, la cosa più stupida del mondo. A me fa ridere perché conosco il proprietario. La mattina del 30 giugno per lavorare mi danno come assistente Carlo, un vecchio fonico di sessant’anni. Ci incontriamo alle 6 di mattina al piazzale della Stazione e lui ha una faccia sconvolta.

Carlo ha due passioni, le armi – è un collezionista – ma non lo devi vedere come un Rocky, è un sessantenne, single, come ti posso dire, appassionato di armi, soprattutto storiche, dalla balestra…  ne possiede un sacco. E di macchine, adora le macchine. Di recente aveva comprato una Porsche d’epoca, bellissima, anni ’70 o ’80. Qualche giorno prima sua sorella l’aveva tamponato facendo retromarcia e lui aveva portato la macchina nell’autofficina di via Ponchielli.

Passiamo tutto il giorno insieme, era un uomo distrutto. Ci teneva a questa auto, ci parlava. Il giorno dopo io proseguo da solo, per la prima volta fanno un cordone stampa e ci fanno entrare dentro via Ponchielli: non ti potevi fermare assolutamente, c’era un piantone all’inizio e uno alla fine, te proseguivi, facevi immagini, ti fermavi un secondo e andavi avanti. Perché era pericoloso, non si poteva sostare.

A un certo punto lato monte, passo, guardo il forno dell’autofficina: distrutto. Pensavo alla macchina di Carlo, poveraccio. Mi giro, guardo dentro l’autosalone e mi sembra di vedere una Peugeot sfondata e dietro questa una fila di macchine bruciate, e in fondo c’era la sua: intonsa. Pigio REC alla camera, il giornalista vede che mi stavo veramente facendo i cazzi miei in quel momento lì, dovevo fare altre robe, gente che lavorava, macerie, non mi importava una sega, volevo fare quella macchina lì.

Rendetevi conto che dall’inizio alla fine io ci dovevo mettere cinque minuti, era quello il tempo che avevamo, ne ho passati tre chiamando Carlo.
Carlo, c’è la tu’ macchina!
Non mi prendere per il culo Diego.
Ti giuro Carlo è la tu’ macchina, è nòva, è intonsa! Te l’ho filmata, te la mando sul Tg3.
Prendo il giornalista e gli faccio: oh queste immagini qui vanno in onda stasera, quella macchina ce la devi mettere. Non lo so se è andata, però Carlo la sera m’ha chiamato, era felicissimo.

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[1]    Era il tir guidato dal camionista polacco Malek Marcin, che aveva parcheggiato davanti ai giardinetti di via Ponchielli e si era addormentato. L’uomo di 38 anni, rimasto gravemente ustionato nell’esplosione, è stato curato al centro grandi ustionati dell’ospedale Cto di Torino e si è salvato.
[2]    Diego è giunto sul luogo dell’esplosione dopo circa mezz’ora, quindi alle 00:30, probabilmente in quel momento in via Ponchielli non erano ancora arrivate le forze dell’ordine che poi hanno impedito l’accesso alla zona.
[3]    Fulvio Passaglia è un gommista che si trova a poche decine di metri dal luogo della strage, all’incrocio tra largo Risorgimento – la parallela di via Ponchielli – e via Porta Pietrasanta. Il negozio, forse grazie alle vistose lettere gialle dell’insegna, è preso da molti come punto di riferimento.
[4]    Il Circolo ricreativo operaio di Viareggio, che si trova in Darsena, in via Coppino.
[5]    Un centro sociale in Darsena, vicino alla piscina comunale.

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Postfazione

Una sera di qualche ottobre fa, quando già avevamo iniziato da tempo a lavorare a questo libro, un amico di Firenze mi domandò come mi era venuto in mente di imbarcarmi in un’impresa di tale portata. Mi chiese un semplice perché e io, che avevo scritto due romanzi e professavo una letteratura il più libera possibile dai vincoli della realtà, scrollai le spalle e non seppi cosa rispondere.
Era la stessa questione che mi era risuonata così spesso nella mente, quando dovevo alzare il telefono o scrivere una email per fissare un’intervista, quando varcavo la soglia delle case di chi aveva perso gli affetti più cari o affrontato le ustioni: ogni volta mi chiedevo come avevo fatto a ritrovarmi invischiata nelle vite degli altri. Dove nasceva la spinta con cui mi ero arrogata il diritto di raccogliere le loro storie, che sicuramente meritavano di essere raccontate, ma perché io, perché noi, perché in questa forma?
Per darmi una spiegazione posso solo tornare a quel 29 giugno che per i versiliesi fu un vero spartiacque, uno di quei momenti di coscienza e storia collettiva che frantumano come terremoti l’orizzonte piatto della vita, tanto che tutti noi conserviamo una personale versione di quella notte impressa nella memoria.
Persino io, che abitavo a Firenze e avevo lasciato ormai da otto anni il paese del Comune di Massarosa dove sono cresciuta, fui raggiunta in tempo reale dalla notizia come se non mi fossi mai spostata da lì. Era passata da un minuto la mezzanotte e stavo leggendo in pigiama quando il cellulare si mise a suonare: era mio fratello minore, rientrato proprio quel giorno da una vacanza negli Stati Uniti. Ci telefoniamo di rado e visto l’orario sentii due dita di panico piantarsi in gola. Tutto bene?
Io sto bene ma sono in Darsena, è scoppiato qualcosa, ci sono delle fiamme altissime, stiamo andando a vedere cosa è successo, guarda se su internet dicono qualcosa.
Mi precipitai al computer ma ancora non c’era traccia del disastro, solo a mezzanotte e un quarto cominciarono a trapelare le prime, confuse notizie, che diventavano di ora in ora sempre più gravi.
Dormii male e mi svegliai convinta di stare ancora sognando: partii per Viareggio per raccontare quello che era successo sul giornale online per cui lavoro. Io e il cameraman raggiungemmo in macchina la città e parcheggiammo nei pressi della Torre Matilde. La sensazione di irrealtà era fortissima: il cavalcavia che sovrasta i binari era chiuso e presidiato dalla polizia, la Croce Verde era devastata dal fuoco, le strade ingombre di carcasse di auto incenerite, via Ponchielli ridotta a un buco nero.
Questa era la città dove avevo frequentato cinque anni di liceo classico, queste le strade che avevo percorso milioni di volte con lo scooter per andare al mare o a ballare in discoteca, dove avevo passeggiato per mano alle mie prime cotte. Viareggio, la città che più avevo amato tra quelle dove mi ero ritrovata a vivere, il paese del Carnevale e dell’adolescenza eterna, era irriconoscibile.
Ricordo quella giornata come una bolla impastata di sonno; mi muovevo al rallentatore e ancora più lentamente mi sembrava si muovessero quelli intorno a me: gli sfollati rimasti senza casa alloggiati nel campo provvisorio davanti al Comune, i volontari che sudavano nelle divise, i tantissimi viareggini che si erano trascinati in piazza Nieri e Paolini per ritrovare amici e parenti, contarsi a vicenda, toccarsi il viso e le mani, assicurarsi di essere ancora vivi.
Facevo interviste e pensavo all’Abruzzo colpito dal terremoto, che sempre per lavoro avevo visitato qualche settimana prima: adesso toccava a me provare lo stordimento della terra che ti cambia sotto i piedi, questo era il mio turno di incontrare vecchi compagni e conoscenti sconvolti e inorriditi, di essere travolta dalla rabbia del popolo esplosa all’arrivo della politica nazionale in pompa magna.
Viareggio toccava a me e mi toccava da vicino: nei mesi dopo, negli anni successivi, non avrei mai smesso di figurarmi l’attimo esatto in cui il convoglio aveva perso la sua traiettoria, l’istante prima che quelle vite venissero deviate per sempre, diventassero qualcos’altro. L’ultimo minuto in cui tutto era stato come doveva essere.
L’avrei immaginato, avrei ricordato e sempre, tornando a casa in treno, avrei cercato con lo sguardo quel che mancava in via Ponchielli.
Così ho iniziato a desiderare che altri insieme a me conoscessero e ricordassero, non solo chi perse la vita in un incidente che poteva essere evitato ma tutte quelle esistenze che sono cambiate alle 23.48 del 29 giugno 2009. Tutti i volti, le voci, le storie che dopo pochi mesi appena erano state spazzate via dalla velocità della cronaca, dall’oblio della modernità, dalla difficoltà di accettare che quel lunedì d’inizio estate a Viareggio trentadue persone erano morte nelle loro case, nei loro letti, nei loro giardini, nelle loro macchine, nei loro cortili.

Ho saputo del disastro ferroviario di Viareggio dalla televisione. Sullo schermo c’erano immagini di enormi fiamme lontane, e molto caos. Doveva trattarsi dell’edizione speciale di un telegiornale: rimasi come ipnotizzato dalla tragedia che colpiva una città di cui non sapevo praticamente nulla. A Roma era una serata afosa, rientravo da un giro in motorino fatto col solo scopo di farmi rinfrescare dal vento. Doveva far caldo anche a Viareggio perché molte delle vittime avevano le finestre aperte, da lì erano entrati il gas e la vampata di fuoco. Questo particolare è stato chiaro sin da subito? Non lo so. Continuavo a guardare le immagini correre in loop nel rettangolo del televisore, le prime coperture erano parziali. Era già evidente che il numero dei morti era destinato a crescere di ora in ora. L’ingiustizia a volte assume forme cariche di magnetismo. Continuavo a fissare il video, ero solo e in ogni caso non avrei avuto niente da dire. Non ne ho parlato nemmeno nei giorni successivi, fedele al precetto che i soli ad avere il diritto di esprimersi sono i familiari delle vittime, se ne ha voglia qualcuno degli amici.
Viste le responsabilità che sin da subito istintivamente imputai a Trenitalia (se in città deraglia ed esplode un treno che trasporta Gpl, di chi può essere la colpa?), immaginai le facce unte dei politici planare su Viareggio e l’infinito chiacchiericcio che si sarebbe fatto di tutto ciò.
Poi passarono mesi e anni. Incontrai Ilaria, che è di quella zona, e che mi parlò della strage – la chiamava proprio così, la strage. Sapevi che gli abitanti di via Ponchielli avevano firmato una petizione per chiedere la costruzione di un muro che separasse la strada dalla ferrovia?
Non sapevo niente. Me ne parlò altre volte, poi altre ancora. Avevo sbagliato a pensare che ne avrei sentito discutere a lungo: passati i primi giorni i mezzi di informazione nazionali non se ne sarebbero occupati più. Nonostante le presunte responsabilità di Trenitalia. Nonostante il processo che finalmente si cominciava a celebrare. A Roma era passato in sordina ma, come ho avuto modo di constatare, anche a Firenze, dove nel frattempo mi ero trasferito, nessuno sembrava curarsene. Il silenzio ribadiva il dominio dell’ingiustizia. A forza di sentir parlare della strage di Viareggio, in contrasto col distratto oblìo in cui andava sprofondando, ho finito per prendere a cuore la vicenda. Ilaria qualche volta mi accennò di aver pensato, in passato, di volerne scrivere ma di non aver mai cominciato. Adesso a informare le persone con cui tiravamo fuori il discorso eravamo noi.
Sua madre fa parte sin dall’inizio di uno dei comitati nati in seguito a quella notte. Avevamo informazioni di prima mano e un canale per entrare in contatto con molte delle persone coinvolte. A un certo punto ci fu chiaro che il modo migliore di indagare le circostanze della strage di Viareggio era lasciar esprimere chi le aveva vissute in prima persona. Per questo abbiamo incontrato chi ha avuto il destino di trovarsi quella notte a lato dei binari. Ci interessava ascoltare le storie dalla viva voce di chi le aveva vissute. Ci ritrovavamo in un bar, o alla Stazione, o in casa del testimone con cui avevamo appuntamento. Accendevamo il registratore, lo mettevamo su un tavolo e lasciavamo che la conversazione prendesse il suo corso. A volte questi incontri sono durati anche due ore. La verità emersa dalle parole di chi ha vissuto quella sera sarebbe stata diversa da quella pronunciata nelle aule del tribunale, indipendentemente dall’esito giudiziario. Volevamo dare spazio a questi racconti e all’unicità di chi li ha vissuti, fare in modo che si smettesse di considerare le vittime come numeri.
In alcuni casi, come per i macchinisti, siamo andati al Polo fieristico di Lucca dove viene celebrato un processo troppo grande per entrare nelle strette aule del tribunale cittadino. Abbiamo raccolto così le deposizioni di alcuni testimoni chiave che ci sarebbe stato impossibile raggiungere diversamente.
La lavorazione del libro è durata più di tre anni, la distanza delle testimonianze rispetto alla notte del 29 giugno varia da tre a cinque anni. Tra quelli che abbiamo intervistato c’è chi ha avuto molte occasioni di parlare, anche pubblicamente, della propria esperienza, altri invece accettavano per la prima volta di farlo – fino ad allora avevano preferito non tornare su quei momenti. Per la stessa ragione alcuni hanno scelto di declinare il nostro invito.

Da “Terra di mezzo”

0

di Marco Aragno

 

Era la tua salvezza:

ripetere i gesti minimi, quotidiani

come accendere le luci

alla stessa ora

tenere vivi i fiori sul balcone,

dare da mangiare ai cani.

mater (# 8)

3

di Giacomo Sartori

 

Portavi i fiori

portavi i fiori

sulla tomba di famiglia

brullo muro

nel cupo del colonnato

(neoclassicismo malmesso

dei cimiteri)

dov’è il dandy

che tanto t’è mancato

cinéDIMANCHE #26 FRANCESCO DAL BOSCO Amnesia (I morti ritornano)

2

 

di Francesco Dal Bosco
(con una intervista al regista curata da Giacomo Sartori)

Cos’hai voluto fare con questo lavoro?

Con questo video, che dovrebbe essere il primo di una serie, ho cercato di riattivare e restituire energia a un’iconografia altamente significativa degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, quando queste figure e queste parole proiettavano nel mondo una volontà di resistenza e cambiamento. Prima che venissero depotenziate, rese innocue dalla rete della comunicazione globale. Immagini diventate in un certo modo intoccabili, svuotate di ogni vitalità, relegate nel territorio proibito degli stereotipi, del “già visto” e dell’ovvio.

Cosa intendi per ridare energia, quando anche il tuo sguardo non è più quello che era quando queste immagini le vedevi la prima volta?

Restituire energia significa per me, in primo luogo, ricordare. Ho letto qualche giorno fa un’intervista a Hans Ulrich Obrist a proposito della pratica quotidiana della pittura che mi ha molto colpito, anche perchè utilizzava il termine “amnesia”, che è il titolo che ho voluto dare al ciclo di film a cui sto lavorando.

Guardiola e Mourinho, i duellanti di Paolo Condò

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di Giovanni Dozzini

condoEro arrivato a Barcellona da due mesi esatti, il 23 settembre del 2002, e un paio di volte m’ero spinto fino agli isolati intorno al Camp Nou per ammirare da fuori l’enorme catino in cui una settimana sì e una settimana no sembrava riversarsi mezza città per assistere alle partite della compagine allenata da Louis Van Gaal, l’olandese rubizzo col naso da boxeur e i capelli impomatati. Il calcio, a Barcellona, era una confessione laica che al tempo ribolliva ben più dei recenti istinti indipendentisti del popolo catalano, ma lo squadrone di Leo Messi e Pep Guardiola era ancora molto di là a venire. Degli eroi del futuro dream-team quella sera scesero in campo solo Charles Puyol, l’enfatico capitano dalla chioma frondosa, e Xavi, il raffinato architetto, allora ancora ventiduenne. Due icone del barcellonismo che più tardi sarebbero entrate nella storia del club e dell’intero calcio spagnolo.

Nell’autunno del 2002, quindi, io ero a Barcellona per studiare da Erasmus. Sui giornali e in metropolitana captavo il nervosismo dei tifosi, che pochi mesi addietro avevano dovuto ingoiare il rospo dell’ennesima Coppa dei Campioni finita nella bacheca del Real Madrid, per di più dopo che i merengues erano venuti a espugnare il Camp Nou con un sonante due a zero in semifinale. E nel Real Madrid, la sera di quel 22 novembre 2002, giocava anche Luis Figo, portoghese dal ciuffo inscalfibile, ala destra elegante e un po’ compassata, che dopo essere stato per anni idolo dei sostenitori culé nell’estate del 2000 li aveva traditi per cedere alle lusinghe dell’odiato nemico madrileno. Nelle due stagioni precedenti, tra Liga e Champions, per qualche ragione Figo non aveva mai calcato il proprio vecchio terreno di gioco con addosso la maglia del Real, e gli idolatri di un tempo, adesso, decisero di riservargli un’accoglienza da brividi. Successe piuttosto presto, dopo che l’ingresso dei blancos era stato salutato da una bordata di fischi e da un calpestio di piedi che aveva fatto tremare tutto lo stadio. Ero riuscito a trovare un biglietto grazie ai buoni uffici di mio fratello, che ora mi sedeva accanto, e vidi distintamente una testa di maiale in porchetta planare in campo dalla curva alla mia sinistra. Era diretta a Figo, avvicinatosi alla bandierina per battere un calcio d’angolo, come poteva anche chiarire il coro cantato pressoché da tutti i quasi centomila tifosi presenti, una volta di più fattisi portavoce degli umori dell’intera Catalogna: “Ese portugues, hijo puta es”. La partita divenne memorabile proprio per quell’episodio, perché in sé fu invece un incontro brutto, noioso, uno zero a zero che scontentò i tifosi di casa e venne incassato senza entusiasmo da quelli del Real. Al di là del maiale e al di là del boato anti-madridista, per me fu impressionante assistere allo spettacolo del Camp Nou ricoperto di blaugrana mentre gli altoparlanti lanciavano l’inno ufficiale. Una coreografia semplice e mostruosa: tutti gli spettatori, noi inclusi, avevano trovato sul seggiolino un foglio di carta da sollevare al momento opportuno. Blu o granata o giallo sul retro, le parole dell’inno sul fronte. Una marcetta da banda paesana, ma urlata come fosse un’esortazione epica e insieme un grido d’aiuto rivolto ai giocatori e ai tifosi dai tifosi stessi: uniti siamo forti, ne abbiamo passate di cotte e di crude, abbiamo dimostrato che nessuno ci potrà piegare. Quanto all’effetto dei fogli levati sulle nostre teste, mozzava il fiato. Tutto lo stadio era un gigantesco stendardo blaugrana, con la scritta “Força Barça” dipinta in giallo proprio dirimpetto a noi. Un capolavoro di minimalismo.

Fu insomma il mio battesimo del fuoco al Camp Nou, dove negli anni sarei tornato altre due volte per vedere delle poco significative partite di Champions, e col clasico. Fu allo stesso tempo una delusione, perché al momento di assicurarmi il biglietto speravo di poter vedere giocare insieme a Figo un altro Giuda per antonomasia, e cioè Ronaldo, il Fenomeno, che poche settimane prima aveva tradito anche me e tutta la gente interista come me, il presidente Massimo Moratti in testa, mollandoci per il Real proprio quando si era rimesso finalmente in sesto dall’ennesimo infortunio, e proprio quando più ne avevamo bisogno: la ferita del 5 maggio all’Olimpico di Roma, con lo scudetto perso all’ultimo respiro a beneficio degli odiati arcinemici della Juventus, era ancora pulsante, e dolorosissima. Ma quella sera Ronaldo aveva qualche acciacco fisico, e persi così l’occasione di ammirarlo giocare dal vivo. Non mi era mai capitata prima, né mi sarebbe più ricapitata. È ancora oggi un mio grande rimpianto.

Al Camp Nou purtroppo non c’ero otto anni più tardi, quando l’Inter di José Mourinho andò a difendere con le unghie e con i denti il tre a uno conquistato eroicamente a San Siro nella semifinale di andata della Coppa dei Campioni, edizione 2009/2010. Era l’anno del Triplete, e anche se so che non tutti possono ricordare a memoria ogni singolo istante di quelle due partite come invece succede a me, immagino che dilungarsi troppo risulti pleonastico: in casa, coi tre gol in rimonta dopo lo svantaggio a opera di Pedro, fu un’impresa da libro di storia, ma al ritorno, dopo l’espulsione di Thiago Motta seguita alla sceneggiata di Busquets, fu un esercizio di grande letteratura. Per giorni a Barcellona avevano alimentato il mito della “remuntada”, perché passare il turno avrebbe significato giocarsi la finale al Bernabeu di Madrid, il tempio nemico da profanare oscenamente e irreparabilmente, e invece non ci riuscirono. Non ci riuscirono grazie alla stoica resistenza dei dieci interisti rimasti in campo per più di un’ora di gioco e alla benevolenza del dio del pallone, che illuminò l’arbitro belga De Bleeckere al momento di annullare il gol di Bojan a una manciata di secondi dal fischio finale per un fallo di mano di Yaya Touré sacrosanto ma difficilissimo da vedere. Se dopo l’espulsione avventata di Motta e la convalida del gol irregolare di Piqué che aveva riaperto i giochi a meno di dieci minuti dalla fine (il fuorigioco del difensore centrale catalano era netto, ma lì per lì se ne accorsero in pochissimi, e di sicuro né io né De Bleeckere) fosse arrivato anche quest’altro torto probabilmente Mourinho, alla fine dell’incontro, avrebbe sferrato il più poderoso attacco mediatico della storia ai colori e alla tradizione del Barça. Invece, per fortuna, l’arbitro fece il suo dovere, e l’isterismo del portiere Víctor Valdés e degli irrigatori sparati contro il giubilo di Mou e della sua truppa a fine partita conferì un tono ancor più epico all’affermazione dell’Inter. Anni più tardi alcuni tifosi del Barcellona mi dissero che quel giorno per loro era stato importante, perché gli aveva insegnato ad affrontare la sconfitta. Ma sono piuttosto convinto che di quell’insegnamento, in realtà, avrebbero fatto volentieri a meno.

Ad ogni modo l’appuntamento tra Mourinho e il Barcellona, o meglio tra Mourinho e Guardiola, sarebbe presto diventato un’abitudine. Un secondo dopo la finale di Madrid vinta dall’Inter contro il Bayern Monaco, il 22 maggio 2010, l’ormai già ex allenatore nerazzurro salì su una macchina del Real che l’avrebbe portato dal presidente Florentino Pérez per firmare un nuovo contratto con la squadra del potere per definizione, la casa ideale per un conservatore portoghese di famiglia salazariana che nel suo mestiere aveva sempre fatto dell’arroganza, dell’egocentrismo e della presunzione la propria cifra essenziale. Ecco, se il mio debito di riconoscenza nei confronti di José Mourinho per la gioia purissima regalatami con la vittoria della prima sospirata Champions League della mia vita è incommensurabile, il mio giudizio su di lui non dico come uomo ma almeno come personaggio fuori dal campo è invece molto severo. E in me questi due sentimenti convivono in maniera ambivalente, lo devo confessare, perché quando Mou parla alla pancia dei suoi tifosi, quando li convince delle esasperate situazioni di accerchiamento in cui ritiene di versare insieme a loro e alla squadra e alla società, soli contro tutti, sempre e comunque, quando evoca il rumore dei nemici e gli zero tituli dei cattivi di sempre e di quelli di turno, ebbene, in quei casi Mou riesce a parlare un po’ anche alla mia pancia. Siamo uomini, siamo tifosi, e da tifosi forse ci possiamo ogni tanto concedere il privilegio dell’irrazionalità. Ma con ciò onestamente fatico a scendere a patti, visto che so benissimo che uno come Mourinho, così plasticamente in grado di incarnare un sistema di valori reazionario e molto lontano da quello a cui ritengo di ispirarmi, non mi dovrebbe piacere per niente, e non dovrebbe piacermi mai. Eppure, a essere altrettanto onesti, nemmeno il perbenismo garbato ed elegante di Guardiola, che per rimanere in politica sarebbe pure una figura tendenzialmente assimilabile al mondo progressista, mi piace. Proprio per niente. Di più: il suo Barça stellare spesso m’ha annoiato, come sempre m’hanno annoiato le squadre troppo esatte, troppo leggiadre, troppo aggraziate. Se mi date Pep o Mou, come allenatore, io mi tengo Mou, come mi tenevo il Trap quando tutto il mondo pendeva dalle labbra di Arrigo Sacchi. Ma quel che penso o sento io in fondo c’entra poco, perché lo scontro tra Mourinho e Guardiola negli anni successivi al Triplete interista è stato totale, e a tratti è tracimato in qualcosa che col calcio non aveva niente a che fare. Nell’aprile del 2011, un anno esatto dopo la semifinale di Coppa Campioni tra Inter e Barcellona, il caso decise di apparecchiare quattro clasicos nel giro di tre settimane: il ritorno di Liga, la finale di Coppa del Re e le due semifinali di Champions. Mou contro Pep, Real contro Barça, Madrid contro la madre di tutte le autonomie. Un altro portoghese, dopo Figo e dopo Cristiano Ronaldo, era pronto a diventare il figlio di puttana per eccellenza del Camp Nou.

La storia di quei venti giorni di fuoco viene oggi raccontata magistralmente da Paolo Condò, una delle prime firme della «Gazzetta dello Sport», in un libro meticoloso come un saggio e avvincente come un romanzo. Si intitola Duellanti (Baldini & Castoldi), e riesce a restituire appieno tutta la fosca magia dell’immaginario del clasico. Condò batte da subito sui tasti giusti, e peraltro sa benissimo che quella tra Mourinho e Guardiola è stata considerata, e lo è tutt’ora, una sorta di guerra di religione che ha luogo dentro e fuori dal terreno di gioco. L’assunto di fondo del giornalista della rosea è intrigante: quando a metà anni Novanta Mou era il secondo di Bobby Robson al Barça Guardiola prese le sue difese al termine di un infuocato scontro con il Real, e forse proprio quel debito di riconoscenza verso l’allora giovane uomo che gli aveva risparmiato almeno un paio di ceffoni ben assestati è un tarlo che nel tempo ha scavato nell’amor proprio di colui che per sé ha avuto l’ardire di coniare il soprannome di “Special One”. Guardiola difese Mourinho, quella volta, e Mourinho non se lo può ancora perdonare. Per questo negli anni in cui entrambi hanno finito per sedersi sulle panchine di alcuni dei più grandi club del mondo José da Setubal ha fatto di tutto per cancellare l’onta e anzi chiarire agli occhi di quello stesso mondo chi dei due aveva il talento, la forza e le palle per prevalere sull’altro. I maschi, alla resa dei conti, restano galli che vogliono il pollaio tutto per sé. Mou è un maschio alfa, e di sicuro anche Pep è un maschio alfa. L’incontro tra i due non poteva che generare scintille.

Condò racconta quelle quattro partite, e soprattutto tutto ciò che gli è stato intorno, con la forza della suggestione e delle informazioni. Il mestiere lo aiuta moltissimo, e in queste pagine traspare soprattutto l’enorme amore che Condò per il suo mestiere nutre: perché fare giornalismo sportivo a certi livelli, oggi, è uno degli ultimi modi per fare il reporter a libro paga, e Condò svela con gusto tutto il sistema dei contatti, dei legami, delle amicizie e delle inimicizie, delle conferenze stampa e dei dietro le quinte, dei viaggi e delle cene, soprattutto le cene, perché mangiar bene e bere bene aiuta a pensare, a capirsi e spesso pure a scrivere. È un mondo sempre più distante, a ben vedere, distante dall’ora e dal qui, i soldi son sempre meno e i giornali sono in crisi dappertutto, e quell’idea di giornalismo romantico e da osteria incarnata dal cronista auto-immortalatosi in Duellanti tende a sfibrarsi ogni giorno di più. Anche per questo il libro è prezioso. La qualità della scrittura di Condò è alta come chi legge i suoi pezzi ogni giorno sa già benissimo, e qui ha il merito di tradurre in una lingua lampante e mai retorica la guerra di logoramento combattuta in quei venti giorni di primavera tra due comandanti che si somigliano come il giorno e la notte.

Il duello tra José e Josep, tra il Giuseppe lusitano e il Giuseppe catalano, li ha costretti a lasciare sul campo di battaglia innumerevoli energie, e in un modo o nell’altro nessuno dei due, dopo di allora, è più stato lo stesso. La cesura netta tra prepotenza madridista e buonismo barcellonista che tante volte mi sono sentito raccontare nei miei mesi e nei miei viaggi in Catalogna, d’altronde, non esiste, come non può esistere un crinale capace di dividere in maniera definita e definitiva i torti di Mourinho dalle ragioni di Guardiola, i vizi dell’uno e le virtù dell’altro, nonostante la pressoché totalità della stampa italiana abbia nel tempo deciso di parteggiare per il principesco condottiero separatista. Guardiola è simpatico, gentile, carino, innovativo, rispettoso, Guardiola è sveglio, Guardiola è smart, così smart da farsi invitare a Palazzo Vecchio da Renzi e diventarne, diciamolo a spanne, amico. Mourinho è l’opposto, è uno che accusa i giornalisti di prostituzione intellettuale e dà del vecchio a Ranieri anni prima della sua parabola da Libro Cuore al Leicester, Mourinho avalla le teorie del complotto e attacca frontalmente tutto e tutti, se gli fa comodo, così come fece con Guardiola e il Barcellona alla vigilia del terzo round di quell’aprile 2011, l’andata di Coppa Campioni, la partita più importante delle quattro della serie. Condò in effetti in questo libro è molto onesto: non prende posizione, anche se è chiaro che nel gioco delle parti Guardiola, al di là di qualche eccesso melenso, è il buono e Mourinho il cattivo. Però il lato oscuro intriga tutti, ed è altrettanto chiaro che qui intriga anche lui. Duellanti si inscrive in una tradizione letteraria calcistica che negli ultimi anni in Italia ha prodotto libri notevoli, come i due di Sandro Modeo su Mourinho (L’alieno Mourinho, del 2010) e sul Barcellona (Il Barça, 2011), entrambi editi dalla compianta nonché insolvente Isbn, anche se sposta l’accento su un piano decisamente più epico, sfruttando al meglio il grande potenziale del confronto tra due personalità così marcate, carismatiche e antitetiche. Oggi José Mourinho e Josep Guardiola siedono sulle panchine delle due squadre di Manchester, lo United per il portoghese e il City per lo spagnolo. Il primo scontro è stato già archiviato a favore di Pep, e al momento, sarà colpa dell’aplomb che si respira a quelle latitudini, l’uno e l’altro (ma soprattutto l’uno) riescono a non andare mai sopra le righe. Ma siamo ancora all’inizio. Paolo Condò già sa che presto o tardi sarà senz’altro costretto ad aggiungere un nuovo capitolo al suo libro.