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Lombroso e le carte mancate

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Venerdì 16 settembre si è svolta la Notte degli Archivi presso il Palazzo degli Istituti Anatomici con la lettura di Giorgio Vasta dedicata alle collezioni del Museo Lombroso e del suo archivio. Così ho chiesto a Cristina Cilli, curatrice delle collezioni, e a Giorgio di poter pubblicare il suo intervento su NI.

Il testo è presente anche sul sito del museo, qui.(effeffe)

 

 

 

Di uova, ochette, pellicole, pagine bianche

di

Giorgio Vasta

Qualche tempo fa sono entrato nello sgabuzzino di casa dei miei genitori, a Palermo, ho appoggiato una scala alla struttura metallica che fa da dispensa, mi sono arrampicato fino in cima, impolverando maglietta e pantaloni mi sono allungato fin dove riuscivo, ho portato giù un paio di scatoloni, ho frugato al loro interno e mi sono ritrovato tra le mani due scatole piatte, grigie, scalene, le ho aperte e ho tirato fuori altrettante bobine di plastica nera, rotonde, la pellicola color petrolio avvolta stretta. Nelle scatole, schiacciati sotto le bobine, c’erano due pezzetti di carta: su uno c’era scritto ROMA 1969 VIAGGIO DI NOZZE, sull’altro BATTESIMO GIORGIO 1970. Ho continuato a cercare dentro gli scatoloni, ho controllato e ricontrollato ma niente, non sono riuscito a trovare la terza bobina, quella che precede temporalmente le altre due, il filmato del matrimonio dei miei genitori.

Quello che volevo era portare le pellicole in un negozio di fotografia per farle riversare su un supporto più stabile. Il vecchio proiettore che quando ero bambino veniva usato per proiettare i filmini – un vocabolo che se ha avuto senso per alcuni decenni sta adesso del tutto scomparendo – si è rotto qualche anno fa e nessuno ha avuto voglia di farlo aggiustare, e in ogni caso mi sembrava più sensato che quelle immagini fossero conservate in modo più sicuro, sincronizzandole con la tecnologia del presente. Il presente di vent’anni fa era il nastro magnetico, e infatti già allora avevo provveduto a far riversare le pellicole in una videocassetta (a sua volta, negli anni, sparita), mentre stavolta volevo salvare tutto su un dvd. Non ritrovare la terza bobina mi aveva però innervosito, al fotografo volevo poter portare tutti e tre i reperti, la striscia che simbolicamente collega il matrimonio al viaggio di nozze e poi alla mia nascita, dunque la linea dell’orizzonte dalla quale all’inizio del 1970 ero sbucato io (anche perché sapevo che – secondo tradizione abitudini inerzia del tempo – il mio concepimento era avvenuto proprio durante quel canonico viaggio di nozze, non so se a Stresa o a Parigi).

Come accade quando si ha a che fare con qualcosa che manca, mi sono trovato a ripercorrere mentalmente quei pochi minuti di filmino scomparso: 16 aprile 1969, Palermo; all’inizio l’inquadratura della facciata dell’Oratorio di Santa Cita, la pietra tufacea bruna e porosa, un drappello di invitati che poco a poco raggiunge e percorre la scalinata, le donne che sulla testa hanno i cappellini con la veletta, gli uomini dagli occhiali con le montature nere, e poi le riprese all’interno, uno scampolo di cerimonia in una sala dalle pareti fasciate di scene della battaglia di Lepanto e di amorini che sbucano tra ghirlande di fiori; più in là, smarriti immobili nel bianco incandescente degli stucchi di Giacomo Serpotta, una ventitreenne e un ventiseienne impercettibilmente pallidi, la tensione che trapela dai lineamenti, lui che ascoltando il sacerdote continua a strofinare piano tra loro i polpastrelli di pollice e medio della sinistra, come se schioccasse le dita al rallentatore, lei che a un certo punto si osserva stupita gli anulari, forse cerca di ricordarsi in quale dei due andrà infilata la fede, negli sguardi neppure la minima idea di tutto quello che accadrà da lì a qualche minuto, di che cosa sarà fatta la distesa degli anni che li attende; a rito concluso, gli invitati in conversazione lungo il ballatoio con le maioliche, una cravatta allentata, una veletta sollevata, nelle mani qualche bicchiere, sul pavimento di pietra i luccichii microscopici dei chicchi di riso.

Ripensando a quel filmino sparito ma ricordato – così come agli altri due ritrovati e in generale a tutti i filmini di quell’epoca – mi rendo conto che nella ripresa non c’è continuità. Nel senso che quanto è stato filmato procede per frammenti: trenta secondi di ripresa, uno stacco, un’altra ripresa di venti secondi, un altro stacco, quaranta secondi, ancora un altro stacco e così via. Raramente si tratta della scelta di chi manovrava la cinepresa; a determinare quello che oggi, a posteriori, può venire considerato come un vero e proprio ritmo della memoria, era una ragione strutturale. Le cineprese familiari commercializzate soprattutto durante gli anni Sessanta prevedevano che la bobina fosse inserita nello chassis, agganciata al fuso rotante e poi caricata manualmente tramite una manopola a farfalla; raggiunta la massima lunghezza caricabile, si teneva premuto un pulsante in corrispondenza dell’impugnatura della cinepresa stessa e la pellicola scorreva; esaurita la carica occorreva dunque interrompere e imprimere di nuovo una rotazione alla manopola. Al di là delle proprie intenzioni, questa tecnologia generava una specie di montaggio immediato delle immagini, disseminando la ripresa di lacune di misura variabile durante le quali, mentre le cose, non filmate, continuavano ad accadere, l’operatore doveva riazionare la carica a molla. In sostanza l’opposto di quello che accade oggi quando a filmare qualcosa è una telecamera a circuito chiuso: nessun limite di tempo e una ripresa fissa che documenta un pezzetto di spazio.

I documenti visivi che illustrano la mia origine sono dunque strutturalmente discontinui, cosparsi di interruzioni, di assenze e mancanze, non sono lineari ma puntiformi: per arrivare a una conoscenza di ciò che accadde è necessario – come nel gioco della Settimana Enigmistica – unire tra loro i puntini e scoprire cosa viene fuori. Una circostanza che per un filologo, per uno storico oppure – per avvicinarci al contesto nel quale ci troviamo – per un conservatore museale può costituire un problema oggettivo; meglio sarebbe avere a che fare con documenti che somiglino a un occhio che implacabilmente guarda senza mai dimettersi dal proprio sguardo, vale a dire a un pieno. Per un narratore invece le cose stanno in un altro modo: a un narratore i vuoti tornano utili, le fratture sono il suo patrimonio, la mancanza il suo nutrimento naturale (non essere riuscito a trovare la terza bobina mi innervosisce, certo, ma allo stesso tempo mi sta bene, crea un’occasione).

Tutto questo mi è tornato in mente quando lo scorso giugno ho visitato per la prima volta il Museo Lombroso, e ci ho ripensato ancora quando, nelle settimane successive alla visita, ho continuato a dialogare via e-mail con Cristina Cilli, la conservatrice del museo: pur essendo colpito da tutto ciò che avevo visto e che mi era stato raccontato, vale a dire da tutto ciò che costituiva, nel discorso, il pieno, ero altrettanto colpito, in realtà molto di più, da ciò che non c’era e che non era ricostruibile, da tutte le domande alle quali non corrispondeva una risposta precisa o alle quali era possibile rispondere soltanto Non lo so, non c’è, non sappiamo dove si trova. Sentivo che i vuoti erano i miei complici.

A questo punto, prima di proseguire, mi permetto un breve intermezzo. Da qualche giorno è uscito un libro che ho scritto, parla di deserti nordamericani e di sparizioni, più precisamente dei modi in cui spariscono i luoghi, di come sparisce il tempo e di come spariscono le persone. L’altro ieri mattina un’amica, appena acquistato il libro, mi manda un sms: Nel tuo libro, dice, mancano alcune pagine, e poi mi fa l’elenco delle pagine che non ci sono (o meglio, ci sono ma sono bianche, senza scrittura). Nel pomeriggio dello stesso giorno un amico mi chiama e mi comunica la stessa cosa: È fatto apposta, vero?, mi domanda. Del resto, dice, se parli di sparizioni… Questo stesso amico mi ricorda che anche quando anni fa uscì il mio primo romanzo ci fu lo stesso problema: una parte, seppure minima, della prima tiratura presentava una serie di pagine bianche, sempre le stesse, una decina in tutto. Chi aveva comprato una copia fallata lo aveva segnalato alla libreria che aveva sostituito quella copia con una intera, la libreria aveva fatto presente il problema alla casa editrice e la casa editrice aveva chiesto spiegazioni al tipografo che, dispiaciuto, aveva allargato le braccia dicendo che non succede quasi mai, ma può succedere. E in effetti era successo, ed è successo di nuovo. Le lacune, evidentemente, mi perseguitano. Sempre lo stesso amico mi ha ricordato anche che quando ci si trovò davanti a queste copie orfane di pagine Alice, la ragazza con cui stavo allora, aveva contattato Gipi, il disegnatore – sapeva che mi piaceva molto – e gli aveva chiesto se poteva spedirgli una copia fallata del romanzo in modo che lui potesse illustrare le pagine bianche, non gli chiedeva di indovinare il frammento di narrazione mancante ma di riempire la pagina come preferiva: non doveva fare altro che colmare – disegnando – le lacune. Gipi aveva risposto di sì, Alice gli aveva mandato il libro, però poi non se ne era fatto niente, forse il libro non era arrivato a destinazione o Gipi se n’era dimenticato, fatto sta che, anche se non si è realizzata, quell’idea resta bellissima. In generale – seppure mi auguro che questo riguardi il meno possibile il libro appena uscito perché un ragionamento come quello che sto facendo non verrebbe accolto, e giustamente, molto bene – penso sia utile non farsi scoraggiare dai vuoti, ma al contrario provare a usarli, disegnare sulle pagine bianche, immaginarsi che cosa è successo quando l’operatore stava ricaricando la cinepresa e non filmava.

Fine dell’intermezzo, torniamo a parlare del Museo Lombroso, e facciamolo prima di tutto cercando di capire che cosa c’è al suo interno. In che cosa consiste il suo essere documento. Partendo da una precisazione: questo museo – lo noterete subito – è lucido e scrupoloso nella sua impostazione e nella scansione del percorso; direi persino che è torinesemente – se mi si passa l’avverbio – sobrio, meglio ancora cauto; consapevole di proporre una collezione composta in buona parte di abbagli, di equivoci, di forzature, di esasperazioni di cui è indispensabile prendere atto, affinché esserne coscienti serva da antidoto, da controveleno all’impulso che a volte avvertiamo a semplificare le cose. Su tutto questo tornerò più in là.

Tra le sale espositive che visiterete da qui a poco e ciò che è conservato nel suo archivio, il Museo Lombroso contiene una molteplicità di reperti. Vi troverete davanti a un congegno di legno e metallo che si chiama tachiantropometro, a una cassettiera estesiologica, alle trenta maschere in cera cosiddette «del Tenchini», ai crocifissi-pugnali che una banda di finti monaci usava per compiere le proprie rapine (una cosa del genere l’avevo vista solo – ed ero convinto non fosse altro che un’invenzione narrativa – in un film di Luis Buñuel del 1961 che si intitola Viridiana), a un mobile realizzato da un recluso del manicomio di Lucca che si chiamava Eugenio Lenzi (tra parentesi fate attenzione a dove, in quel mobile, è posizionata la specchiera, irraggiungibile da qualsiasi sguardo), e poi ancora all’abito-armatura di quarantatré chili che Versino – un ammalato di demenza precoce – aveva fabbricato poco per volta sfilacciando gli stracci che usava ogni giorno per le pulizie per poi intesserli tra loro. Osserverete gli orci provenienti da Le Nuove, incisi dai carcerati con scritte e disegni, tra i quali ce n’è uno con occhi naso bocca e la scritta Viva la libertà, leggerete la ricostruzione del caso del brigante Villella, e del clamoroso errore che condusse Lombroso a immaginare che la fossetta occipitale fuori misura del brigante potesse spiegarne biologicamente la delinquenza, e poi ancora vedrete un busto di Caligola e una testa frenologica, così come un altro busto di marmo di un uomo con i baffi la cui identità permane ignota (perché dal pieno del documento affiora a volte la lacuna).

Tra ciò che è contenuto negli archivi è utile citare – e mostrare in questa sede – una serie di disegni di cosiddetti «mattoidi», ritratti di criminali, tassonomie che nella loro elementarità risultano oggi tragicomiche – per esempio Ladra Tedesca, Assassino Tedesco, Brigante Italiana, Maschio Pederasta Tedesco –, fotografie di Lombroso e delle sue figlie (e vale la pena ricordare che Paola Lombroso Carrara, la primogenita – che Ada Negri descrisse così:

«Porta veramente in sé l’anima di una donna, pura e serena, consolatrice e materna, gioiosa delle piccole cure casalinghe […]»– contribuì nel 1908 alla nascita del «Corriere dei Piccoli», dove tenne la rubrica della corrispondenza, firmandosi Zia Mariù), e ancora album di anarchici e di briganti, di uomini tatuati, e poi una serie di spettri bizzarri che fanno capolino dall’angolo di alcune foto tratte dal libro che Lombroso dedicò ai fenomeni ipnotici e spiritici (un libro che da piccolo, tirato fuori dalla libreria di mia nonna, passavo il tempo a sfogliare affascinato da quelle immagini e allo stesso tempo perplesso perché non riuscivo a non accorgermi che quei presunti fantasmi erano solo figurine di carta ritagliate e incollate). L’archivio del museo contiene anche le lettere che Edmondo De Amicis inviò a Lombroso in un arco di tempo compreso tra il 18 agosto 1883 e il 5 gennaio 1893 («Caro Lombroso» è l’incipit con cui l’autore di Cuore inaugura ogni suo messaggio).

versino-2Buona parte di tutto ciò che il museo conserva al suo interno riguarda – lo accennavo prima – quelli che in sintesi possiamo descrivere come strumenti di misurazione dell’umano; qualcosa il cui principio è riassunto nella storia di Procuste, che, si narra, appostato lungo la strada che conduceva da Eleusi ad Atene, costringeva i viandanti a distendersi su un letto scavato nella pietra che gli serviva da unità di misura: a chi era troppo alto Procuste tagliava i piedi, chi invece non era alto abbastanza subiva una trazione delle gambe fino a raggiungere la lunghezza del letto. Procuste era cioè un uniformatore, qualcuno che riportava l’eterogeneità delle cose a una dimensione omogenea avendo ben radicata in mente un’idea fisica di umano alla quale pretendeva che ognuno – nonostante ognuno sia naturalmente differenza – si conformasse.

In un suo testo del 1878 Lombroso esprime una fiducia incondizionata «nel trionfo delle cifra sulle opinioni vaghe, sui pregiudizi, sulle vane teorie». A determinare parte del suo pensiero, in continuità con l’idea di conoscenza titanicamente onnicomprensiva propria del positivismo, era il bisogno di ridurre se non addirittura di estinguere l’incoerenza, il non poter sopportare che se ci si confronta con le cose dell’umano è inevitabile (e giusto) che i conti non tornino mai. Dell’umano, Lombroso sembrava non riuscire ad accogliere la strutturale ambiguità, il fatto che ciò che siamo esiste sempre nell’oscillazione, nell’instabilità, nel brusio, e che per quanto si possa esasperare il desiderio di estorcere alle cose significato – persino presumendo, o meglio pretendendo, che possa e debba esistere, nelle nostre esistenze, un ideale equilibrio vitruviano – le cose restano incerte, tenacemente spurie, irriducibili a un sistema di misure dato.

Ed è proprio questo ciò che del Museo Lombroso mi sta più a cuore e che proverò adesso a condividere con voi: non l’apparentemente misurabile ma lo smisurato, l’umano incontenibile; quella sostanza vulnerabile che solo a stento, e in modo sempre incerto, si può provare a dire.

Raggiunta la sala numero 5 vi troverete davanti a una serie di teche di vetro. Chinatevi in avanti, forse sarà necessario piegare leggermente le ginocchia e flettersi sulle gambe; è una postura che addolora la schiena, è vero, ma ne vale la pena. In uno dei ripiani inferiori, oltre i riflessi del vetro, vedrete una scatola di ferro scuro; dalla scatola affiora un brulichio colorato di forme piccolissime, un magma lieve, volatile, si ha addirittura la sensazione che la teca protegga questa miriade di minuzzoli dal rischio di essere spazzati via al primo soffio di vento. Restate chini, continuate a guardare; vi accorgerete che quelle impercettibili morfologie composte di parti piatte e di spigoli sono frammenti di carta piegati e ripiegati e ripiegati ancora a formare, secondo un origami rudimentale, minuscole ochette. Nient’altro che questo: una covata di ochette, poco meno di seimila, che viene fuori da un cratere di ferro (un contenitore che, guardandolo bene, è un lago davvero troppo piccolo per accogliere questa massa pulviscolare di uccelletti). Una nota informa che le ochette sono state costruite usando quadratini di carta di tre centimetri per lato, su un quadratino c’è un timbro che reca la data del 30 ottobre 1887. Autore unico di questa nidiata di carta modellata è un ricoverato del manicomio di Collegno di cui si ignora il nome.

A questo punto non modificate la vostra postura. Lo so, la regione lombare duole, ma davvero ne vale la pena. Lasciate le ochette e spostate lo sguardo verso sinistra; dovreste vedere qualcosa che somiglia a un fiore bianco screziato di giallo e di azzurro; più precisamente, sostenuto da una piccola base di legno, c’è una specie di bocciolo di camelia, volendo essere ancora più precisi potrebbe essere il bocciolo di una camelia japonica, una varietà bianca che fiorisce tra febbraio e aprile, vive quieta nelle penombre, teme i ristagni d’acqua e soprattutto le gelate. Il bocciolo trapiantato oltre il vetro della teca ha un che di ambiguo, i petali sono elegantemente incurvati ma rivelano una specie di rigidità, sembra che nel disegno di quella corolla il morbido e il duro si siano improvvisamente combinati, a imporsi è la percezione di qualcosa di extratemporale. Continuando a guardare questo bellissimo fiore fossile vengono in mente i versi – dedicati non ai petali della camelia ma a quelli della rosa – che Rilke fece incidere sulla sua lapide: «Rosa, pura contraddizione: piacere d’essere il sonno di nessuno sotto tante palpebre».

Solo adesso ha senso accostarsi ancora un poco al vetro e leggere la nota informativa. Sul micropiedistallo di legno non c’è nessun fiore, per lo meno nessun essere vegetale, ma ciò che M. – non se ne conosce il nome per intero – una donna di Ginevra affetta da monomania persecutoria, costruì assemblando tra loro gusci d’uovo. Non petali, dunque, ma lembi calcarei decorati.

Scrive Lombroso:

7° Un carattere comune a molti è la completa inutilità dei lavori a cui attendono; così una tale M., ginevrina, affetta da monomania persecutoria, consumò interi anni in lavori sopra fragili uova e su limoni, lavori che, malgrado fossero bellissimi, non poterono giovarle nella fama, perché essa li teneva gelosamente nascosti; né io, a cui pure ero affezionata, potei vederli, se non quando morì.

A questo punto dobbiamo fermarci un momento per fare una cosa che non è né immediata né scontata.
Mi spiego.
È naturale che davanti alle ochette del ricoverato del manicomio di Collegno e ai fiori d’uova di M. proviamo un senso di stupore, così come un senso di divertimento nonché di tenerezza. A colpirci non è soltanto che qualcuno abbia lavorato con il fragile conferendo valore all’irrilevante, accogliendo e risignificando i rifiuti, ma soprattutto – credo – che tutta questa delicatezza e tutta questa cura provengano da due persone alle quali tenderemmo a non attribuire la capacità di dare forma a qualcosa del genere – oppure sì, siamo disposti ad attribuire loro questa capacità considerandola però la parte lieve, amorevole, creativa (per usare un termine che ci rassicura) di una patologia psichica: il residuo dolce di una sostanza cupa e amarissima. In un certo senso, fatte – come si dice – le dovute proporzioni, il modo di pensare di Lombroso.

Proviamo allora a non limitarci al nostro stupore, alla registrazione intenerita dell’anomalia, al compiacimento davanti al bizzarro. Proviamo cioè a pensare che quei pezzetti di carta e quei gusci d’uova non siano qualcosa che si esaurisce in una contemplazione commossa o sorridente, ma qualcosa che rimanda ad altro, reperti che guardano fuori scena, in direzione di un altrove reale al quale non è scontato che prestiamo attenzione. Dunque non confondiamoci, non distraiamoci, facciamoci carico della nostra immaginazione, decidiamo di vedere quello che non si vede. Tornando al discorso da cui siamo partiti, penetriamo nelle lacune e trascorriamo un po’ di tempo al loro interno.

E allora prima di tutto stacchiamoci dalla carta e dal calcare e risaliamo lungo le mani – significa che è arrivato il momento di inventarle – che quella carta e quel calcare hanno modellato. Le mani del ricoverato di Collegno sono chiare, coniche, hanno il palmo largo, le nocche brune leggermente screpolate (sembra che nei solchi di pelle che sormontano le nocche sia caduta una pioggerella di limatura di ferro), le dita sono sottilissime, falangi falangine e falangette sono cosparse di piccoli tagli scuri, le lunette delle unghie insistenti. Quando per prendere qualcosa, o per piegare la carta, le dita si richiudono a becco, il movimento è saldo tranne per il mignolo della destra che prende a tremare autarchico, frenetico, separato dal resto della mano, come la coda di un cane in miniatura.

Le mani di M. sono invece scure e annodate, cartilaginee, ossificate, talmente magre che del metacarpo sembra di percepire, sotto un velo di pelle, l’accrocco degli ossetti che ne regolano l’articolazione; l’impressione, continuando a guardarle – a immaginarle, ma immaginare è solo un altro modo di guardare – è di trovarsi al cospetto di una rovina, nel senso che delle mani di M. si riconosce in filigrana quella che fu un’architettura magnifica, una gloria della struttura di cui sono sopravvissute le vestigia; l’anulare della sinistra – lo notiamo adesso – è lesionato in due punti, dove le falangi si articolano, tanto che nel ritagliare i gusci in petali quel dito se ne sta tra le altre dita per conto suo, estraneo, dissociato, il compagno ottuso che non sa accordarsi al lavoro degli altri intorno a lui. Ci sarebbe da chiedersi quando M. si è procurata quelle lesioni – a undici anni oppure a trentaquattro o a cinquantadue, o magari a ventitré – e in che modo – se la lama di un coltello le è scivolata fino alle dita mentre incideva una forma di pane duro, o mentre al lavoro in una filanda immergeva a mani nude i bozzoli dei bachi da seta nell’acqua bollente, oppure estirpando tenacissime radici dai solchi terrosi di un campo da ripulire per la semina, o nel maneggiare senza protezione il fosforo bianco in una protofabbrica di fiammiferi di fine Ottocento.

Adesso che del ricoverato senza nome di Collegno e di M. di Ginevra abbiamo inventato le mani, sappiamo che ancora non basta. Dai loro polpastrelli dobbiamo risalire lungo i polsi e poi percorrerne gli avambracci continuando a fare attenzione a tutto ciò che c’è – dunque a tutto ciò che decidiamo ci sia, per esempio quella vena lunghissima che solca il braccio di M., di un verde che in alcuni punti diventa blu, irregolare, tortuosa, un serpentello di sangue fisiologico che ogni tanto M. si sorprende a guardare, e una volta le è anche successo di sognarselo, quel frammento di vaso sanguigno, del sogno non si ricorda più niente se non che a un certo punto la vena si sollevava oltre la pelle dell’avambraccio e se ne andava via proliferando nello spazio intorno a lei –, e dopo gli avambracci dobbiamo risalire lungo le braccia e le spalle e dilatare la nostra immaginazione fino a percepire le schiene – su quella del ricoverato di Collegno una nitidissima costellazione di nei sembra il riflesso cutaneo del Grande Carro dell’Orsa Maggiore, soltanto che, al di là di noi in questo momento, nessuno la guarda, nessuno lo sa, soltanto una volta, una sola, è successo che una donna (non sappiamo chi sia, dovremmo decidere di inventare anche lei) abbia osservato questi corpuscoli bruni sulla schiena dell’uomo e senza averne una consapevolezza precisa ha pensato proprio alle stelle, poi si è chinata su quel cielo di carne e ha baciato un punto intermedio tra Alcor e Mizar –, e ancora dobbiamo comporre le loro teste, i loro visi, gli occhi il naso la bocca, i corpi interi, i loro nomi, e dobbiamo farci carico delle loro storie individuali, vale a dire di tutti quegli accadimenti logici o assurdi che li hanno modellati incisi modificati, che ne hanno assecondato il percorso o che lo hanno reso insostenibile, dobbiamo poco per volta comporre le loro biografie senza trascurare neppure uno strato, neppure un sedimento, neppure un pigmento, immaginando le situazioni, la fatica, il piacere, tutto quello che ha dato forma a un’epoca della loro vita o che non è andato oltre il barlume, ogni istante possibile, e soprattutto dobbiamo immaginare il tempo necessario a fabbricare una per una quelle figurine animali e quella camelia d’uovo, un tempo in cui c’è la passione ma c’è anche la noia, la concentrazione e il nulla, tutto ciò che ha a che fare con il senso e ciò che resta pura e semplice umanissima dissipazione.

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Totò in Lo Smemorato di Collegno di Sergio Corbucci

Solo allora, immaginato l’immaginabile di quelle esistenze così da renderle il più possibile reali, ha senso tornare a guardare gusci e ochette, a quel punto percependoli in un altro modo, non tanto con un senso di benevolo stupore e neppure con un senso di pietà – perché non si tratta di avere pietà – ma con un senso di rispetto, perché il rispetto – riuscire a percepire quello che non c’è, chi non abbiamo mai conosciuto, percepire l’altro e l’altrove ad altezza occhi, senza condiscendenze, con uno sguardo radicalmente terrestre – è una forma di conoscenza, e allora adesso ha senso tornare anche a quel 16 aprile del 1969, o meglio a ciò che di quel giorno dovrebbe essere la testimonianza, e dunque alla pellicola scomparsa, al documento che manca, al tempo che non risponde all’appello, al mio tentativo di ricordare – che è ancora un altro modo ancora di immaginare – dove non ero, ciò che è accaduto quando non esistevo, mio padre e a mia madre seduti uno accanto all’altra dentro l’Oratorio di Santa Cita, intorno a loro lo strepito muto della battaglia di Lepanto e gli amorini meditabondi, mio padre che continua a strofinare pollice e medio della sinistra, sembra voglia suscitare una scintilla da una pietra focaia, tra qualche secondo il sacerdote se ne accorgerà e non saprà cosa pensare, mia madre che non smette di fissarsi gli anulari mentre sua madre – mia nonna, che però per il momento è ancora soltanto la madre di mia madre che non è ancora mia madre – la fissa a sua volta, vorrebbe intervenire, domandare a sua figlia di darsi un contegno, decenza, equilibrio, di non avere così tanta paura, ma non c’è tempo per dire qualcosa e forse non c’è proprio niente, mio padre e mia madre se ne stanno lì, nel bianco barocco, introvabili, trasformati in lacuna, indistinguibili dal ricoverato senza nome di Collegno e da M. ginevrina, un’unica stirpe di genitori e progenitori dispersa nello spazio e nel tempo, Paolo e Lilla concretissimi in quell’istante di fine anni Sessanta eppure anche loro, come tutti, come le vite degli altri che ininterrottamente siamo, eternamente dileguati – piacere d’essere il sonno di nessuno sotto tante palpebre –, e dunque o mi rassegno al fatto che di mio padre e di mia madre io non so niente oppure devo vestire d’invenzione anche le loro lacune, devo strategicamente mentire anche le loro esistenze, dare forma alle loro espressioni incerte che precedono il sì, al viso quadrato di mio padre quando non era ancora mio padre, alla fronte larga e al naso adunco di mia madre undici mesi prima di partorirmi, e devo arrivare a comprendere che in tutto questo non c’è niente di strano, tanto meno di male, perché quello da cui proveniamo è sempre l’incongruenza, l’ambiguità, la sfasatura, il tremolio autarchico di un mignolo, un anulare dissociato dalle altre dita della mano, ciò da cui proveniamo sono quei secondi di ripresa mancanti durante i quali la vita reale continua ad accadere, secondi che diventano minuti ore giorni anni una vita intera, e a quel punto, anche se è l’aprile del 1969 e non sono ancora nato, quello che devo fare è penetrare anch’io nella lacuna, percorrere l’interno dell’Oratorio guardando le forme curvilinee degli stucchi, le battaglie, gli amorini, e inoltrandomi in tutto quel bianco devo superare gli invitati seduti sulle loro panche e raggiungere quei due fermi davanti all’altare; poi, chinandomi, raccoglierò in una mano le dita di mio padre per sentirne il tremolio, nell’altra quelle di mia madre, toccherò il suo anulare rotto, mi avvicinerò ancora di più e dirò loro sottovoce che va tutto bene, va tutto bene, perché nessuno ha idea di che cosa c’è più in là, nell’umano smisurato e vulnerabile, e di che cosa accadrà, neppure la minima idea, e a quel punto, a chi sarà mio padre e a chi sarà mia madre e adesso è solo un grumo di esitazione e di futuro, chiederò di alzarsi e di muovere un primo passo, un altro, un altro ancora, e di rischiare, di fidarsi, e poi mi allontanerò con loro nel silenzio da cui avrò origine.

 

Salentitudini tondelliane – prima parte

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Trent’anni dopo Ragazzi di piazza. Che cos’è diventato il Salento di Tondelli? Con questa prima tappa si inaugura il tour-reportage di Giorgia Salicandro, realizzato questa estate per Nazione Indiana e illustrato magnificamente da Daniele Coricciati. effeffe

PRIMA PUNTATA / Non è più l’ora dell’aperitivo

Edi Brancolini, titolo: PIER VITTORIO TONDELLI
Edi Brancolini, titolo: PIER VITTORIO TONDELLI

di

Giorgia Salicandro

Attorno al salotto sudamericano di Piazza Mazzini, a Lecce, all’una e mezzo non è più l’ora dell’aperitivo. Arrivo puntuale a un appuntamento che io sola ho deciso. Il luogo è lo stesso, quella l’ora. Trent’anni più tardi. 1986, era estate. L’appuntamento di Pier Vittorio Tondelli con il Salento era partito da qui. La fauna giovane del capoluogo salentino si raduna a varie ore del giorno e della notte con una particolarità: la rotazione.

Non la vedo, oggi.

Un filippino senza età su una panchina di pietra, in ciabatte. Una statua africana, treccine sino ai fianchi e collo ritto sulla schermata di uno smartphone. Si alza il primo, arriva un uomo sui cinquanta, si guarda intorno, si rialza. Piazza Mazzini non è un salotto, ma una sala d’attesa. Al più, è uno spazio sufficientemente dismesso da dare asilo a due quindicenni in incognito – sulla panchina accanto – braccia dritte per tenersi saldi alla propria ora comune, gambe parallele, sorriso schermato dagli occhiali da sole.

Un gruppo di tre inglesi in shorts e capelli rossi ondeggia spaesato, tenta di capire se sia richiesto, da una guida rossa o verde d’occasione, di attivare il proprio equipaggiamento di fotocamere. Se ne va. Due cani al guinzaglio. Quattro giostrine a gettoni addormentate in un telo di plastica blu. No: non è questo il luogo. Non è più l’ora. L’appuntamento con la fauna giovane non è più qui.

foto di Daniele Coricciati

Persino la grande fontana centrale, altissimi getti d’acqua iridescente alla luce, all’una e trenta in punto – è straordinario – si arresta d’un tratto.

Quest’estate il viaggio di Pier Vittorio Tondelli nel Salento conta trent’anni. «Scrittore (“Altri libertini, “Pao Pao” e il best seller “Rimini”), attento osservatore dei fenomeni giovanili», aveva esattamente trentun’anni – li compiva proprio quel 14 settembre – quando L’Espresso presentava il reportage della sua giovane stella, inviata a registrare sul proprio taccuino il tam tam dei nuovi raduni, il silenzio dei vecchi indirizzi degli anni Settanta, i decibel delle discoteche, il brulicare di artistoidi e altri viventi indaffarati a costruire i nuovi itinerari culturali degli anni Ottanta.

A snidare i «Ragazzi di piazza» del decennio. Gli indirizzi scelti furono cinque, non convenzionali le ragioni. Bologna regina decadente, Firenze “dilettante” d’alto bordo, una Venezia indie da tre del mattino, una Napoli da “scena” che faceva scuola. E poi lei, tirata fuori come un coniglio immacolato dal cappello, una domanda aperta che sapeva di provocazione.

Sì: Lecce. Trent’anni fa.

Il Salento d’amare era lontano, nel 1986. Sceso dal treno, nel piazzale della stazione, non c’era lo schermo luminoso con la teoria di pomodori essiccati e onde verde acqua a guisa di benvenuto che oggi accoglie chi arriva a Lecce. Nessuno dei taxi bianchi e minivan pronti a fagocitare i turisti a beneficio di alberghi e bed and breakfast, veri o presunti, del centro storico.

Alla stazione di Lecce, i primi di giugno, oggi e non allora torna a ripetersi come in un tempo circolare il rito d’iniziazione del Salento d’amare. Arrivano in gruppi di dieci, in costumi da bagno e zaini resi enormi dai sacchi a pelo, e sai che li troverai sulla banchina dell’autobus a consultare i geroglifici di una pensilina elettronica, mentre tre signore minute con solo il carrello della spesa scompaiono, arto dopo arto. nel gorgo dei loro trolley.

Arrivano da Torino e da Milano e no, se glielo chiedi ti diranno che non sono vecchi emigrati ma veri turisti che hanno letto un articolo del Lonely Planet postato su Facebook. E hanno trolley abbinati al beauty case, i capelli ordinati in una piega, bianco il vestito di lino e bianco il colore dominante delle loro figure lattee, innocenti, cariche di speranze riposte nel paradiso terrestre del Salento. A fine agosto saranno sodi e bruni e risplendenti di olii solari, i capelli ondulati, seccati dal sole, decorati da treccine africane fatte in spiaggia e cappellini di paglia, felpe e scarpe allacciate l’una all’altra esplosi dagli zaini, i trolley e i beauty case carichi di felicità in barattolo, fichi secchi e pomodori, e orecchiette e altri sogni di quiete primordiale sotto vuoto.

Lecce – Piazza Mazzini- Daniele Coricciati

La macchina della felicità abita qui. «machenesannoagallipoli?» si smarca un ashtag bardato di foto con giostre notturne e piadine sul lungomare di Riccione.

Al termine dell’estate 1986, la giovane stella sarebbe tornata ancora, di certo, sulle spiagge della Riviera, a soffrire e godere insieme l’inconfondibile sausade dell’anno precedente. Improvvisamente quella che è stata la più grande città della notte, una città che dai lidi di Ravenna al promontorio di Gabicce si estende per circa centotrenta chilometri, si spegne.

Nel 2016 è la Riviera Romagnola, leccandosi le ferite da antica gloria, a dover ingaggiare una sfida di marketing contro la città jonica – lei, la “Rimini del Sud”, come si diceva un tempo.

A Gallipoli, turisti stipati anche nei garage. Il Salento scoppia, scrivono i giornali. Il Salento è tutto esaurito fino a settembre. «Salento affollato? Un bel soppalco e tutti in spiaggia» ghigna Daniele Rielli dalle pagine di Nuovo Quotidiano di Puglia.

Salento da bere, Salento d’amare, Salentu lu sule lu mare lu ientu, finita l’età dell’innocenza, Salento disceso dal Cielo e fattosi brand per noi tutti. Il Salento.

Non c’era nessun Salento, trent’anni fa. Il brand non aveva ancora tessuto la sua tela di ragno. Sorprendeva, il giovane del Nord, che esistesse vita a Sud di Bari.

«Lecce, all’epoca forse la leggevi sui cartelli stradali quando andavi a Brindisi per prendere il traghetto per la Grecia» sorride Alberto Giorgino mostrandomi una copia di Rimini con dedica, segnata Lecce, giugno 1986. Quella pagina è l’unica cosa che resta. Non ci sono altri documenti di quel viaggio.

A Correggio, al Centro Tondelli, c’è una cartellina numerata «3.3», arancione, La realtà giovanile. Trovo solo articoli pubblicati e lo schema del nuovo ordine per Un weekend postmoderno. L’armadietto dei feticci di Milano, ambito da ogni tondelliano, non restituisce un biglietto, non una lettera, mi risponde Fulvio Panzeri, curatore dell’opera di Pier.

Lecce – Piazza Mazzini- Daniele Coricciati

Recupero una sola foto, per caso, a Carpi, a casa di Edi Brancolini, il pittore che – lo sanno i tondelliani – ha ritratto Pier in posa dandy e panciotto nobiliare. Abbronzato, sneakers ai piedi, seduto su un lastricato in pietra davanti a una porticina di legno dismessa, il sorriso rivolto a destra, fintamente distratto, il dandy della foto. Nel Salento, sì, con i compagni di sempre Enos Rosa e Giuliano Giuliani, in uno dei molti viaggi che solitamente finivano a Dubrovnik. Non, tuttavia, quello dell”86.

Nient’altro.

2016, trent’anni più tardi. Il mio compleanno è il 15 settembre, trent’anni dopo quello di Pier. Gli stessi lembi della mia pelle stirati dal tempo trattengono lo scarto che separa il qui e ora di questo Salento, dall’altro.

Prendo anch’io quel treno, entro in una carrozza vuota, come nell’utero del passato.

 

In ordine di citazione:

P:V: TONDELLI, Ragazzi di piazza, «L’Espresso», 14 settembre 1986, ora in Opere. Cronache, saggi, conversazioni, a cura di F. PANZERI, Milano, Bompiani, 2001, pp. 251.254

Id., Quando Rimini si spegna. Il fascino della Riviera d’inverno, «L’Illustrazione italiana», novembre 1985 ora in Opere…, cit., pp. 124-127

BLANCO, Riccione stida il Salento con #machenesannoagallipoli? La risposta non si fa attendere, http://www.quotidianodipuglia.it/lecce/riccione_gallipoli_turismo_sfida_machenesannoagallipoli-1662849.html, consultazione: 11 aprile 2016

CELLINI, Boom di B&B abusivi. A Gallipoli i turisti ospitati anche nei garage, «Nuovo Quotidiano di Puglia», 20 agosto 2016

COLACI, Pienone a settembre, spiraglio per i treni, «Nuovo Quotidiano di Puglia», 22 agosto 2016

RIELLI, Salento affollato? Un bel soppalco e tutti in spiaggia, «Nuovo Quotidiano di Puglia», 19 agosto 2016

Il reportage ha potuto godere del prestigioso patrocinio della Città di Correggio e dell’Università del Salento.

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Moshe Kahn: come ho tradotto Horcynus Orca

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testo raccolto da Davide Orecchio

horcynus*** Moshe Kahn è il letterato e traduttore che per primo ha portato Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo in un’altra lingua. Nella sua carriera ha tradotto in tedesco, oltre a D’Arrigo, autori come Primo Levi, Pier Paolo Pasolini, Roberto Calasso, Luigi Malerba, Beppe Fenoglio, Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Andrea Camilleri. Il lavoro su D’Arrigo ha una lunga storia: prima di approdare alla Fischer Verlag (il romanzo è stato pubblicato nel 2015) Kahn ha lavorato a lungo sul testo, sin dagli anni Ottanta, confrontandosi prima con D’Arrigo, poi con altri intellettuali che, come leggerete sotto, l’hanno accompagnato nella decifrazione e resa per la lingua tedesca. Un lavoro durato più di trent’anni, in emula simmetria al tempo che si prese D’Arrigo per creare Horcynus Orca.

Nonostante il prezzo elevato (58 euro) l’Horcynus tedesco, uscito inizialmente con una tiratura di duemila copie, è arrivato a venderne in un anno quasi diecimila: «9.577, anche grazie a una prima critica entusiasta, quasi delirante, alla radio (di 22 minuti!)», precisa lo stesso Moshe Kahn. «Il libro ha ricevuto critiche molto favorevoli, non ne avevo mai viste tante in vita mia – prosegue Kahn –. Ho letto circa cento recensioni, e neanche una negativa. È stato lodato D’Arrigo come un’autentica rivelazione della letteratura europea del XX secolo, è stato elogiato il mio testo come un monumento di ricchezze linguistiche e musicali non ritenute più possibili al giorno d’oggi, ma questo è tutto dovuto all’ispirazione di D’Arrigo».

L’Horcynus Orca di D’Arrigo e Kahn ha vinto tre premi nel 2015: il Premio Italo-Tedesco 2015 dei rispettivi ministri degli Affari esteri per la migliore traduzione dall’italiano; il Premio Jane Scatcherd della Fondazione Ledig-Rowohlt per il coraggio linguistico; il Premio Paul Celan per la straordinaria applicazione di un tedesco ricco e inventivo. Un modo migliore per celebrare il romanzo, a quarant’anni dalla sua pubblicazione, non poteva esserci. Adesso si attendono nuove traduzioni: in francese, spagnolo, inglese. Ma restiamo al caso tedesco. Vediamo com’è andata, nella ricostruzione dello stesso Moshe Kahn. ***

Mi si era rivelata la grandezza e l’unicità di questo romanzo
Un caro amico, Donato Sanminiatelli, mi aveva parlato dell’Horcynus Orca già nel 1975, poco dopo la sua pubblicazione, e mi aveva raccomandato caldamente di leggerlo. Ma lo trovai ancora troppo difficile e complesso per la mia conoscenza della lingua italiana che, comunque, all’epoca era già piuttosto vasta. Solo verso la tarda primavera del 1979, quando ormai mi ero trasferito da Roma in campagna a Anticoli-Corrado, in provincia di Roma, e Sanminiatelli era morto da poco, decisi di riprendere la lettura del romanzo – considerandola una specie di sua eredità – e mi dedicai a questa lettura per ben tre anni intensi, durante i quali mi si rivelò la grandezza e unicità di questo romanzo gigante, non solo nell’ambito della letteratura italiana.

Terminata la lettura volli conoscere quest’autore così radicalmente diverso dagli altri, perché mi interessava sapere com’è fatto uno scrittore capace di produrre un libro di tale portata, un’opera che per me segnava una nuova epoca della narrazione. L’ufficio della Mondadori a Roma m’aveva chiesto di presentarmi da loro perché mi potessero dare tutte le indicazioni necessarie. In questa occasione mi domandarono pieni d’ammirazione se avessi letto veramente Horcynus Orca fino in fondo. Io confermai, un po’ confuso dalla domanda alquanto bizzarra, e la segretaria si congratulò con me dicendo: «Beato lei, io ho smesso a pagina 17».

D’Arrigo insisteva
sulla musicalità del linguaggio

A Roma incontrai D’Arrigo, che mi accolse con un calore del tutto sorprendente per me. Ero abituato a intellettuali distanti e superbi. Lui, invece, niente di tutto questo: era immediato, caloroso, molto comunicativo. In seguito tornai a trovarlo molte volte, mi parlò della sua vita, del suo nuovo romanzo (Cima delle nobildonne), sul quale stava ancora lavorando, degli artisti e pittori che aveva conosciuto. Ma soprattutto parlammo molto di come tradurre il linguaggio unico di Horcynus Orca, in vista di una possibile edizione in tedesco. D’Arrigo insisteva sulla musicalità del linguaggio e mi raccomandava di non attaccarmi fanaticamente al senso filologico di una determinata parola, ma di produrre sempre una musicalità analoga in tedesco, anche a costo di allontanarmi dalla precisione filologica. Ma mi raccomandava pure con insistenza di non tradire mai il senso della frase e del racconto, di non tradire mai il pensiero. Sotto la sua guida ho sviluppato poco a poco un preciso concetto della funzione della traduzione in genere, ossia che le due colonne maestre di una traduzione sono la libertà e la responsabilità dal e verso il testo e il suo autore – due princìpi fondamentali per tutto il mio lavoro di traduttore.

Una pausa lunga vent’anni
Avevo realizzato le prime cinquanta o sessanta pagine – parte dell’incipit del romanzo, parte dell’episodio di Ciccina Circè –, la mia idea era di interessare le due case editrici tedesche più idonee a una tale impresa, cioè la Suhrkamp/Insel e la Hanser. Siamo nel 1982.

Anche Leonardo Mondadori venne a conoscenza del mio interesse e del mio impegno, e mi propose uno stipendio mensile per la durata della traduzione, così da convincere gli editori tedeschi. Ma poco dopo sopraggiunsero profondi cambiamenti all’interno della Mondadori, col risultato che Leonardo lasciò il suo posto e fondò la casa editrice Leonardo. E mentre questo succedeva, gli editori tedeschi decidevano di non accogliere la mia proposta: uno sosteneva che il rischio era troppo grande, dato che D’Arrigo era completamente sconosciuto fuori dall’Italia e il romanzo era troppo voluminoso; l’altro faceva riferimento alle critiche negative apparse all’epoca della pubblicazione in Italia, con nessun accenno a quelle positive che invece abbondavano, e poi scritte da persone di valore. A quel punto il mio progetto si fermò per ben ventitré anni, quando…

L’incontro con un nuovo editore
… quando, nel 2005, incontrai l’editore svizzero Egon Ammann, che mi offrì l’occasione di parlargli di questo romanzo e del suo autore. Dopo alcuni mesi di riflessioni, di consultazioni e di calcoli Ammann mi fece sapere che ci saremmo «imbarcati insieme in quest’impresa avventurosa». Concluse un contratto con la Rizzoli [che nel 2003 ha pubblicato una nuova edizione italiana di Horcynus, ndr.], e io nell’ottobre 2006 ho potuto riprendere il mio lento lavoro di traduzione, trasformazione, assimilazione, acquisizione al tedesco.

Ammann e sua moglie erano i fondatori e gestori della Ammann Verlag, una piccola casa editrice di Zurigo, ma molto prestigiosa. Da sempre lui e la potente S. Fischer Verlag facevano grandi progetti insieme, Ammann le edizioni hardcover, S. Fischer le edizioni tascabili. Nel 2010 lo stato di salute di Ammann si è aggravato a tal punto da costringerlo a chiudere bottega. Io all’epoca ero nel pieno della traduzione e ho temuto il peggio per il mio lavoro. Ma Ammann mi ha tranquillizzato assicurandomi che il progetto Horcynus sarebbe passato direttamente alla S. Fischer Verlag. Ammann, invece, avrebbe continuato ad affiancarmi nel ruolo di editor. E così è stato.

Tradurre Horcynus come se fosse un testo greco
La traduzione procedeva molto lentamente, a volte con belle trovate, ma più spesso con gravissimi dubbi sulla tonalità che stavo cercando di dare al testo tedesco. Intanto D’Arrigo non c’era più, perciò non potevo rivolgermi a lui per chiedere delucidazioni o ottenere incoraggiamenti. Perciò il mio lavoro procedeva a tentoni.

A D’Arrigo si sostituì Stefano Lanuzza, un suo conterraneo, un uomo molto dotto e colto che abita e insegna a Firenze: ha scritto un saggio dal titolo Scill’e Cariddi – Luoghi di “Horcynus Orca”, pubblicato nel 1985, che D’Arrigo aveva molto apprezzato. Quando, dopo anni di lavoro, arrivavo a un punto di totale esaurimento, quando non trovavo più la mia strada all’interno dei periodi sintattici di D’Arrigo, era lui, Stefano Lanuzza, che mi salvava in continuazione e mi rimetteva sulla giusta strada.

Improvvisamente mi è stato chiaro
che il siciliano porta con sé un’eredità greca

In una di queste occasioni ho cominciato a riflettere sull’idioma siciliano, sulla sua storia e sul suo sviluppo nei secoli e millenni. E improvvisamente mi è stato chiaro che il siciliano porta con sé una eredità greca non indifferente. Quando me ne sono reso conto, ho cominciato a tradurre l’Horcynus come se fosse un testo greco, senza più trovare difficoltà nei grovigli sintattici quando si presentavano. È stata come una carica di ossigeno per il mio testo. E così ho portato avanti il lavoro. Ovviamente più tardi, in fase di revisione, ho dovuto adattare i vecchi strati della traduzione alle nuove conquiste linguistiche.

La comparatista Isabella Horn ha scritto un saggio su come e con quali tecniche ho trasformato il testo italiano in tedesco (consultare Google!). Qui osserva che, nonostante certe libertà, ho mantenuto alla perfezione lo spirito e il ritmo darrighiano del linguaggio e della narrazione.

Eppure, a lavoro concluso, non ero ancora contento, c’erano molte pagine da riconsiderare, alcune anche da riscrivere, certe espressioni non mi sembravano riflettere sufficientemente l’intenzione di D’Arrigo. Quindi mi sono messo per due anni a ritoccare, e per ben nove volte, l’intera traduzione.

Quasi dieci riscritture 
All’inizio di settembre 2014 avevo rielaborato la nona versione, ma per un ennesimo scrupolo volevo dare un’ultima, veramente ultima occhiata a tutto il testo. Passò a trovarmi Ammann. Mentre gli preparavo un espresso mi chiese cosa stavo facendo in quel periodo. Gli risposi che mi preparavo a revisionare l’Horcynus per la decima volta, giusto per essere sicuro che fosse tutto a posto prima della consegna all’editore. A quel punto Ammann mi abbracciò e disse con calma che dovevo preparare una valigetta col necessario. Quando gli chiesi perché, mi rispose con un largo sorriso che era giunto il momento di ricoverarmi in un reparto psichiatrico: «Nove versioni sono al limite ancora accettabili, ma dieci fanno un caso patologico».

Il rilancio del romanzo in Italia, e altrove
Sono stato a Cagliari alla fine di febbraio 2016. Sono entrato nella libreria più importante della città. Ho chiesto notizie dell’Horcynus e il libraio mi ha detto che, stranamente, le richieste da parte dei lettori erano aumentate dopo anni di oblio. Non so se sia dovuto al successo in Germania, ma so che alcuni giornali e riviste italiani ne avevano scritto e forse avranno creato un’eco che ha influito. Sarebbe augurabile. Vediamo cosa avverrà quando, alla fine del 2017, verrà pubblicata la versione francese del romanzo, curata da Monique Baccelli e Antonio Werli; e poi tra qualche anno anche quella spagnola curata da Miguel Angel Cuevas, e quella americana curata da Stephen Sartarelli. Forse allora gli italiani capiranno che Horcynus Orca è un monumento della loro cultura, e ne saranno fieri.

La Germania conquistata da un’opera del sud. Un’altra Europa è possibile
Sono del parere che non solo un’altra Europa sarebbe possibile, ma addirittura un altro mondo, se solo la cultura fosse portata sempre al centro dell’attenzione di tutti i popoli e se questi fossero più potenti dei politici che formano una casta dannosa, poco affidabile e di bassa cultura. I soli campi che, dopo tutto, non conoscono frontiere, nazionalismi, odio religioso o razzismo sono quelli della cultura, dell’arte, della scienza: cioè il meglio dell’umanità. Quindi: più cultura significa più comprensione e rispetto e più pace. Ma la cultura ha pochi sostenitori tra coloro che hanno il potere di decidere sul suo finanziamento. Loro, purtroppo, calcolano il «rendimento» e l’«utile» non secondo criteri genericamente sociali, ma in base a categorie prevalentemente economiche. In questo senso la cultura non ha un futuro roseo, perché richiede per forza degli investimenti in modo che il beneficio perduri per secoli e millenni e renda grande una civilizzazione, cosa che i politici d’oggi non sono neanche lontanamente in grado di fare e tanto meno di capire.

Chi è Moshe Kahn
Sono nato nel gennaio 1942 da genitori che da due generazioni non erano più ebrei, ma che i nazisti hanno considerato ebrei lo stesso; fuggirono in Svizzera, dove sono cresciuto e dove ho frequentato il liceo classico. Poi, da adolescente, mi sono convertito alla religione dei padri, sotto la guida del rabbino Robert Raphael Geiss, un allievo di Franz Rosenzweig; seguirono studi in orientalistica antica, filosofia e giudaistica. Dopo gli studi mi sono occupato di teatro lirico e di prosa in qualità di aiuto regista. Nel 1966 sono venuto a Roma per starci per sempre; dopo alcuni anni di pratica teatrale e televisiva, mi sono ritirato «dalle scene» per dedicarmi alla traduzione (assieme a Marcella Bagnasco) della prima grande scelta di poesie di Paul Celan in italiano, per la quale Celan ci aveva scelto personalmente tra tutti gli altri che si cimentavano; la raccolta venne pubblicata nella collana Lo Specchio, ma sparì dopo l’ultima ristampa, perché Mondadori non volle farsi concorrenza all’interno dopo la pubblicazione delle poesie di Celan curate da Giuseppe Bevilacqua. Comunque, ricevetti una breve lettera di Eugenio Montale nel 1977, scritta di suo pugno, con la quale si complimentava con noi per la bellezza del nostro lavoro che per lui rappresentava «l’incontro poetico più importante degli ultimi trent’anni» della sua vita.

Da allora mi sono dedicato alla traduzione in tedesco di grandi autori italiani, tra i quali Andrea Camilleri, Primo Levi, Pier Paolo Pasolini, Roberto Calasso, Luigi Malerba, Fenoglio – per nominare solo alcuni – fino all’Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, in tutto circa cento titoli. L’ultimo, ma non ancora pubblicato, sono i Racconti di Giuseppe Tomasi di Lampedusa nella nuova edizione critica della Feltrinelli, curata da Nicoletta Polo e Gioacchino Lanza Tomasi. In futuro pubblicherò ancora due mie traduzioni: le poesie di Stefano D’Arrigo dal titolo Codice siciliano e il romanzo Cima delle nobildonne. Poi più niente. Mi dedicherò esclusivamente alla pubblicazione di libretti lirici di opere del Settecento (Mozart) e dell’Ottocento prevalentemente italiano, in versione Text Score – un sistema di «partiture dei testi» da me inventato e sviluppato per tutti coloro che non possiedono un’acuta nozione musicale, ma molta passione per l’arte della lirica –. Le partiture saranno disponibili sulla app Operafans of Text Score Systems.

blue rooms (più ripido è il fondale più alta è l’onda)  

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 di Alessandra Cava

«Or come faremo a sapere le nuove del mondo?»

«ci sono pur sempre le rose, / ci sono pur sempre i gerani…»

 

uno spostamento, non un passo, più volte, questa mattina, anche i massi, più volte, causando, rischiando di inghiottire, causando la demolizione, delle correnti

 

si è reso necessario, questa mattina, uno spostamento di forme, queste barriere, figuriamoci cosa accadrà, si ammette che le cose possano cominciare, si ammette che le cose, più volte, possano cominciare prima, anche i massi, ma non che possano finire, questa mattina, dopo di noi

Dieci motivi per cui vale la pena leggere “Le cento vite di Nemesio”

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nemesio-cop(Marco Rossari ha pubblicato un nuovo romanzo. A Sergio Garufi è piaciuto, qui sotto ci spiega perché. Io lo farò questa sera assieme a Maria Rosa Mancuso, alle 19,00 alla Libreria Verso, in corso di Porta Ticinese 40. Come si dice in questi casi: sarà presente l’autore)

di Sergio Garufi

Perché è un libro coraggioso, e lo si capisce dall’incipit lettoricida. “Sono nato da uno sperma vecchio”, come dice il protagonista, è tutto meno che l’adescamento canonico prescritto da molti manuali di scrittura creativa. L’attacco suona talmente antipatico e respingente che somiglia più al buttafuori di un locale che a una prostituta ammiccante. Però funziona lo stesso, fa sì che t’intestardisci a volerci entrare.

Poi è un romanzo con diversi livelli di lettura, e non è necessario riconoscere le tante parafrasi e allusioni colte disseminate nel testo per gustarlo appieno. L’incipit, per esempio, è una frase che trae la sua necessità dal fatto che la pronuncia un uomo generato da un padre settantenne, e tuttavia non si esaurisce lì, nel senso attribuitogli dall’intreccio. È anche l’angoscia dell’influenza di cui parlava Harold Bloom, quella che colpisce ogni artista di fronte al peso della tradizione, o quella che schiaccia le ambizioni del figlio di un pittore famoso e ingombrante come Nemesio, relegandolo a vivere in un monolocale e a fare il custode di un museo, quasi compiacendosi di essere ignorato dal mondo.

Poi è molto divertente. Si ride perfino dopo, a libro chiuso, quando ripensi a certe scene come quella corale della seduta spiritica, in cui Rossari dirige le voci e le interazioni di parecchi personaggi che ruotano attorno a una medium napoletana in un caleidoscopico salotto dei primi del Novecento.

Poi per come usa gli ossimori e i paradossi. Spesso la profondità e il chiaroscuro di un personaggio o la contraddittorietà di una situazione vengono fatti emergere attraverso una presentazione che illustra equamente pregi e difetti, vantaggi e svantaggi, quasi fosse una bilancia, oppure col ribaltamento meccanico di un attributo corrente (tipo “il silenzio assordante”), mentre qui si scava dall’interno, le contraddizioni sono costitutive, e anche un luogo comune può rivelare un senso inaspettato a seconda di chi ne è il destinatario. “La vita continua: continua a restare ferma”, è il commento alla routine del giovane Nemesio. E altrove, dopo aver preso un cazzotto in faccia da una camicia nera, il padre protesta: “Questa è un’aggressione di stampo fascista!”, e la camicia nera risponde: “Verissimo!”. In sintesi la lezione di Manganelli, che per elogiare un libro lo definiva “deliziosamente irritante”, e che considerava la depressione per un letterato “una condizione catastrofica e illuminante”.

Poi è un romanzo molto originale. Sulla quarta di copertina si spendono i nomi di Stefano Benni, Kurt Vonnegut, Jaroslav Hašek e i Monty Python, ma io ci vedo un film: Big fish di Tim Burton. Il rapporto conflittuale padre-figlio (seppur a ruoli invertiti), la verità del mito (e il mito è ciò che resta nella traduzione, e Rossari nasce come traduttore), la necessità della fantasia e del sogno (“l’immaginazione è l’esperienza dello scrittore”), sono tutti temi che appartengono a entrambe le opere.

Poi perché è un romanzo d’amore capace di rendere romantica una lista della spesa.

Poi perché quando lei si ammala ed è a letto incosciente Nemesio va in confusione, e facendo la spola fra l’ospedale e l’università finisce per trascorrere “lunghi pomeriggi a spiegare il Vallo di Adriano alla sagoma immobile di Lotte e indimenticabili ore a lezione mormorando ex cathedra: «Amore mio fatti forza: non tutto è perduto», nel silenzio imbarazzato degli studenti”.

Poi per le similitudini poetiche che inventa, come quella del finale, quando nella notte romana il giovane Nemesio apre la finestra e lascia che si libri sui tetti una cosa a cui teneva molto, “con l’attenzione che una ragazza madre dedica al figlio quando lo abbandona sui gradini di una chiesa”.

Poi per l’escatologia rovesciata del piccolo Nemesio, nella quale si sta come le mummie di Ruysch, intenti sempre a propiziarsi il passato, non il futuro, perché il male è l’impossibilità di recuperare qualcosa che è già accaduto da qualche parte nel tempo: un momento decisivo nell’economia della propria esistenza, il punto in cui tutto è deragliato, forse la scelta di rinunciare a vivere.

Poi perché a differenza di Reger, il protagonista di Antichi maestri di Thomas Bernhard, che sosta quotidianamente di fronte a un ritratto del Tintoretto per cercarne i difetti, Nemesio ogni giorno sorveglia e investiga tre quadri dell’avanguardia dei Vuotisti solo per vedervi contraffatte le proprie ossessioni, oltre che la cifra del suo destino.

Poi perché ci restituisce l’immagine di un secolo, il Novecento, cupamente picaresco, gravido di lemuri come un teatro di ombre cinesi; un grande luna-park in cui passano in rassegna poetesse dalle pause interminabili, scienziati pazzi, squadristi lapalissiani, ciarlatani di ogni risma e badanti sudamericane con mille cognomi; il tutto condito da una prosa febbricitante e lunatica, lussureggiante e visionaria.

E anche per altri motivi, ma mi sa che ho già superato i dieci.

Photomaton & Vox/2

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22032620Herberto HelderPhotomaton & Vox, Assírio & Alvim, 1979 – 2006
traduzione inedita di Giacomo Sandron
[seconda parte]

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Una negra californiana, prevedendo la morte imminente del suo cane, volle acquisire una concessione perpetua in un cimitero canino. Il responsabile rifiutò la richiesta con la seguente nota: “I cani i cui proprietari siano negri devono essere inumati in cimiteri per cani negri.”

La popolazione della città sta aumentando e il numero dei morti cresce in proporzione. Nei cimiteri non c’è più spazio per seppellire nuova gente.

Un ingegnere ha avuto un’idea: seppellire i morti in piedi. E ha precisato: “Ci stanno molti più cadaveri ed è più igienico.”

Cristovão Tezza, La caduta delle consonanti intervocaliche

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di Giacomo Verri

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Heliseu da Motta e Silva è un professore di filologia, è il professore per eccellenza, un “bracciante” della mente, uno scienziato che “racimola le cose pian pianino”, sui libri, nella mente, nell’aula – suo regno –, sacerdote della parola dalle facoltà ludiche e della lezione dai poteri curativi. Una carriera di prestigio, da che all’inizio superò “tutti gli esami e i concorsi per scandaloso eccesso di competenze”, a oggi, questa mattina in cui, a settant’anni, riceverà una medaglia per meriti accademici. O professor di Cristovão Tezza (magistralmente portato in italiano da Daniele Petruccioli nel titolo infedele ma splendido, intuizione di Valentina Bortolamedi, di La caduta delle consonanti intervocaliche) è un’autobiografia suonata a ritroso dal flusso di coscienza di un vecchio, abbracciato ormai sempre a un nemico – il corpo, la memoria, la mancanza di senso? –, vittima della consueta “catena di angosce mattutine”; alle spalle il matrimonio sbagliato con Mônica, la paternità guasta con il figlio gay (che ha lasciato il Brasile e tutto quanto, parla adesso un inglese perfetto, “eppure non sono mai riuscito a comunicare con lui in nessuna lingua”), i trascorsi con Therèse, dottoranda e amante, e quella sapienza – utile, inutile? – intorno alla caduta delle consonanti intervocaliche che generò mill’anni or sono lo iato tra Spagna e Portogallo.

Il tempo del racconto è chiuso nella manciata d’ore di un mattino; Heliseu si alza, va in cucina per il caffè con l’immancabile dona Diva, tenace signora di servizio, prende una doccia e, vestito, cerca di farsi il nodo alla cravatta. Intanto ricorda una vita intera, quella pubblica che funzionava bene, e la privata della quale “non c’era più niente da salvare, immersa com’era in una sequela di piccoli ma irrimediabili disastri”. Che era successo? Aveva lasciato Mônica la Mnemônica alla sua memoria sbalorditiva e inutile (“cosa ha ricavato da questa sua spettacolare capacità riepilogativa della vita e del mondo? Niente”), aveva dimenticato il figlio e i doveri coniugali per abbracciare la bella Therèse (un accento perduto nel documento di convalida della cittadinanza brasiliana), si era invaghito dell’“innocente ricatto” della sua bellezza non conciliata e della “razionalità tranquillamente aggressiva” della sua mente, immerso nell’odore di una casa diversa e ambigua, di conserva, forse, al tema della ricerca accademica condotta dalla fanciulla, “il non detto brasiliano”, mai ironico e necessario sempre come l’aria per respirare.

Come sia accaduto tutto quanto, Heliseu non lo sa dire chiaramente. La sua è una memoria infedele, a volte assetata di oblivione. Forse è successo per rabbia, o per noia, o perché con Mônica il rapporto, mai salvificamente formale, li condusse a essere “pericolosamente intimi”. Forse Therèse aveva una marcia in più, o era solo giovane e bella; forse Heliseu, forse questo anziano corpo intento a denudarsi per farsi bello, è ingannato dalla vecchiaia stessa, nocchiera che conduce ognuno “al limitare dell’utopia”.

Buon rimedio l’utopia. Per mettere a tacere i sensi di colpa sulla tragica morte di Mônica, sul rapporto d’estraneità con il figlio, sull’amore naufragato anche con la dolce francesina. “Sto bene”, dice alla fine. Se ne convince, il nodo alla cravatta non viene (“questo nodo di merda”), ma la vita è trascorsa comunque e il professore si è salvato da tutto e da tutti, dalla noia per le traversie politiche del Brasile, dall’ansia di credere in qualcosa (come quei giovani comunisti universitari). Disidratata la memoria da ogni illusione, consapevole che i sogni viaggiano senza grammatica e che “il mondo basta a se stesso”, Heliseu si lascia però andare alla più sottile di tutte le chimere, all’unico rimedio per restare umani: darsi cioè alla “lotteria delle piccole scelte” che è la vita, offrirsi in olocausto alla parabola del tempo che non pareggia i conti neppure quando aleggia la morte. È l’unico sentiero praticabile, ché “la vita può anche essere priva di senso, però ha una direzione, è instradata verso qualcosa, per quanto non sia qualcosa di troppo bello”.

Sto bene”, dice Heliseu. Nonostante le delusioni, nonostante il tempo passato e dal quale “non ci si redime”, mai. Con un colpo di mano che scarnifica, Tezza consegna, nel romanzo da certi definito  “il più proustiano” dei suoi, la lezione forse meno proustiana che si sia ascoltata nell’ultimo secolo: “la turbolenza emotiva della vita, col tempo, si era staccata dai ricordi per scomparire – restava soltanto, ormai, la memoria fredda dei fatti, un gioco di costruzioni a incastro”.

Cristovão Tezza, La caduta delle consonanti intervocaliche, Fazi, pp. 237, euro 17,50

mater (# 6)

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di Giacomo Sartori

Adoravi i risotti

adoravi i risotti

il prosciutto di Parma

i formaggi cremosi

i bianchi secchi

i rossi leggerini

la frutta gonfia di succo

e i dolci

tutti i dolci

morbidi o crostosi

Appunti nomadici 1

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di Giuseppe Cossuto

Con questo articolo, inizio a trattare alcuni argomenti, più o meno noti, legati alla presenza dei “nomadi” (e di coloro considerati tali) in Europa. Inauguro con gli “Zingari Bianchi” (i Jenisch) e le politiche di sterminio dei nazisti riguardo costoro, considerati “primitivi” e portatori del “gene del nomadismo”, capace di “infettare e degenerare” le popolazioni stanziali.

I nazisti, “Il gene del nomadismo” e l’eliminazione degli “Zingari Bianchi”

I “nomadi” o, meglio, coloro che si spostano e sembrano non avere dimora se non carri e tende, sono quasi sempre stati visti con sospetto dalle popolazioni stanziali dell’Europa medievale e moderna. Tollerati in quanto utili alle società stanziali, siano state esse urbane o rurali, in quanto soli in grado di poter esercitare mestieri poco consoni o molto specialistici, spesso vietati o malvisti dalle consuetudini proprie dei sedentari.

I nomadi veri e propri, gli allevatori di cavalli e armenti e conquistatori d’imperi nell’Eurasia antica e medievale, o allevatori di renne nell’estremo nord d’Europa poco avevano a che vedere (e meno che mai hanno attualmente) con i grandi gruppi di persone che, dagli inizi del IX secolo (Jenisch, di lingua tedesca) e dal XV secolo (rom e sinti), cominciano a spargersi per l’Europa occidentale. Questi ultimi infatti sono caratterizzati economicamente non da un movimento da transumanza o da organizzazione militare, ma da spostamenti in piccoli gruppi che andavano spesso a supplire alle esigenze periodico di commercio, piccolo artigianato o funzione ludica (di ogni genere) di città murate o villaggi remoti.

I gruppi, anche specializzati (compagnie teatrali e circensi, mercenari, artigiani del metallo e del legno) col tempo, si moltiplicano a causa delle guerre, degli editti di allontanamento o di esclusione. Guerre ed editti che causano anche il loro spostamento dalle zone dove abitualmente girano e delle quali ben conoscono le necessità (fiere, mercati periodici, tempi di raccolta, ecc.). Spesso, per necessità, i singoli erranti o scacciati si uniscono a gruppi già esistenti.

Il “Fahrendes Volk” (popolo errante) ossessiona gli Europei dell’Europa Centrale, almeno nei documenti, dal IX secolo, ovvero mezzo millennio prima dell’arrivo degli Zingari Sinti e Rom. Questi gruppi di erranti di lingua tedesca sono presenti in Europa occidentale nello stesso periodo durante il quale alcuni popoli delle steppe, nomadi veri e propri si susseguono nell’Europa centro-orientale e orientale (Ungari, Peceneghi, Cumani, Tatari).

I grandi sconvolgimenti politici e frontalieri che smembrano gradualmente gli imperi dell’Europa Centrale e gli Stati dalla metà del XIX secolo fino alla fine della Prima Guerra Mondiale, provocano, oltre a grandi crisi economiche, grandi e disordinati spostamenti umani, determinati dalla mancanza di lavoro, dalle incertezze della vita e dalla distruzione del tessuto sociale abituale. Questi spostamenti aumentano fortemente il numero dei coloro che vagano cercando di arrangiarsi in ogni modo, che si vanno ad aggiungere ai precedenti “zingari” e vaganti, in un’Europa post-bellica devastata dalla crisi economica e squassata dalle rivoluzioni riuscite o fallite o dalle controrivoluzioni.

Il numero degli “zingari bianchi” (Weisse Zigeuner in tedesco, Tsiganes Blancs in francese) e di coloro che le società sedentarie considerano come tali, aumenta in relazione ai periodi di crisi economica, di mutamento territoriale o di torbidi sociali e politici.

La marginalizzazione spesso si protrae qualora si sedentarizzino in gruppi più o meno grandi, e persiste sino ai nostri tempi, come ad esempio è avvenuto a Marsiglia, nella bidonvile di Ruisseau Mirabeau.

Dopo l’esclusione, la persecuzione e la tolleranza temporanea del medioevo e dell’età moderna (a volte erano addirittura apprezzati dalla nobiltà settecentesca come svago e divertimento) verso questi gruppi di erranti, assistiamo, dalla metà del XIX secolo a forme di controllo sempre più attente. da parte delle autorità e delle popolazioni stanziali, con frequentissimi episodi persecutori che arrivano all’organizzazione di battute di caccia in grande stile per catturare gli erranti.

Per le autorità ed i sedentari lo jenisch è quindi, anche se si sedentarizza, sempre “errante” e figlio di errante, anche se ha un mestiere ed è sottopostosto agli stessi obblighi e dovere degli altri cittadini.

Secondo l’opinione comune anche lo jenisch, come il rom o il sinto, trasmetteva geneticamente il suo patrimonio culturale e il suo “modo vita errante”, considerato arcaico ed inferiore socialmente. Nel 1899, a Monaco di Baviera, venne istituito un’apposito ufficio come centro studi sugli zingari (ricordiamo, nei paesi di lingua tedesca, in buona parte di tipo jenisch) che cambiò denominazione nel 1929, in “Ufficio centrale per la lotta alla piaga zingara”.

Piaga zingara che il governo tedesco (oramai nazista) si proponeva estirpare nelle maniere più assurde, come la deportazione di massa in Polinesia o la più attuabile reclusione in campi di lavoro, dapprima come “asociali” (tringolino nero, lo stesso riservato a molti anarchici tedeschi).

Un punto di svolta nell’attuazione delle ricerche sul “gene del nomadismo” si ebbe dal 1936 con l’opera del direttore dell’istituto di ricerca Rassenhygienische und bevölkerunsgbiologische Forschungsstelle (Istituto di ricerca sull’igiene razziale e la biologia della popolazione), il neurologo, psichiatra e psicologo sociale Robert Ritter. E già dal 1936 gli “zingari asociali” cominciarono ad essere inviati a Dachau in numero di 400, per disposizione di Heinrich Himmler in persona che, proprio grazie a queste azioni, consolidava il suo prestigio. Allo stesso modo, in occasione dei Giochi Olimpici del 1936, tutti gli zingari di Berlino vennero rastrellati e confinati nel lager di Marzahn. L’insediamento coatto era il primo passo per andare, in seguito, nel lager di lavoro.

Lo staff di Ritter identificò un “gene pericolosissimo” tra i rom, gli Jenisch ed altri gruppi di “erranti”: l’istinto del nomadismo, ovvero il “wandertrieb” (l’istinto migratorio).

Se i Rom e i Sinti, secondo Ritter, provenendo dall’India, avevano perso la loro “arianità” mischiandosi con le popolazioni e gli strati sociali più infimi e diversi, la soluzione trovata per far quadrare il cerchio con gli “zingari bianchi” era quella che costoro fossero degli europei pre-ariani, quindi una “razza parallela”, mischiatasi anch’essa poi durante i secoli con altre minoranze degenerate (ebrei e rom) o con ariani degenerati (prostitute, criminali, ecc.).

Il “campo di lavoro” per gli asociali con il gene del nomadismo era eufemisticamente “educativo” e di avviamento al lavoro. In realtà, Ritter stesso aveva scritto (1940) che: “Il primitivo non cambia né si lascia cambiare. E’ necessario arrestare mediante la separazione dei sessi e la sterilizzazione l’ulteriore natalità di asociali primitivi e di delinquenti ereditari”.

I “sangue misto” e gli Jenisch erano per Ritter più pericolosi dei Rom, in quanto rappresentanti la degenerazione razziale e, essendo fisicamente non distinguibili dagli altri Europei, potevano facilmente “infettare” il resto della popolazione.

La classificazione degli zingari (Jenish inclusi) era indicata con la sigla ZN (zingari). Con ZN+ se si avvicinava più allo zingaro puro e ZN- se si avvicinava alla classificazione del “non zingaro”, mostrando un grado di ibridità con una certa percentuale di sangue zingaro.

Ritter e i suoi collaboratori, tra i quali spicca la zelante figura dell’educatrice, antropologa e pedagoga Eva Justin, detta la “Missionaria”, con le loro analisi genealogiche, cercavano di stanare gli Jenisch “sedentarizzati” ad un livello tale che avere persino due ascendenti di quarto grado considerati “nomadi” poteva compromettere (e spedire al lager, almeno dal 1943) anche iscritti allo stesso Partito Nazionalsocialista.

La Justin già dal 1933 con fare da missionaria, appunto, aveva imparato la lingua romanì ad un buon livello e si era introdotta tra vari gruppi di zingari e si era specializzata nell’identificazione del “gene del nomadismo” tra i bambini, sia tra quelli presenti negli orfanotrofi, sia tra quelli adottati da famiglie “non nomadi”. Sinteticamente le conclusioni della Missionaria erano che i bambini “primitivi” se educati da sedentari diventavano asociali e quindi era del tutto inutile qualsiasi tentativo di educarli. Per gli adulti, invece, l’unica soluzione era la sterilizzazione.

A livello legislativo, sempre nel 1933, erano stati varati dei provvedimenti (14-7-1933) contro i “girovaghi non-gitani”, tesi alla “prevenzione di prole tarata” e la “legge per la sicurezza e il miglioramento della stirpe” (24-11-1933).

Gli Jenisch, quindi, vennero quasi completamente sterminati nei lager e il loro notevole numero attuale (circa 200.000) ha fatto ipotizzare ad alcuni esperti, quali il dottor Siegmund A. Wolf (uno studioso e linguista molto esperto della questione e molto quotato prima della sua opposizione al nazismo) che gli Jenisch in Germania e in Austria del dopoguerra non siano imparentati con gli Jenisch d’anteguerra ma siano famiglie e singoli tedeschi datisi al vagabondaggio come è sempre successo dopo ogni catastrofe sociale o guerra. E, in particolar modo dopo la Seconda Guerra Mondiale, milioni di profughi, specialmente di lingua tedesca, migrarono senza mezzi dall’Europa dell’Est nella Repubblica Federale Tedesca.

L’antagonista

1

cover_antagonista(esce domani il romanzo d’esordio di Edoardo Zambelli intitolato L’antagonista, Laurana editore, collana Rimmel. Ne ha parlato qui su Vibrisse Giulio Mozzi. L’editore ci regala un estratto e noi lo ringraziamo con piacere.)

di Edoardo Zambelli

Aveva smesso di piovere. Densi nuvoloni neri facevano però presagire che si trattasse solo di una breve tregua. Si accedeva al cimitero tramite un viale di ghiaia, costeggiato da alti cipressi. Il bianco del viale creava uno strano contrasto da fine del mondo con il cielo nero che lo sovrastava. Al termine del viale, c’era un pesante cancello nero. Aperto. C’era una sola macchina parcheggiata accanto ai bidoni della spazzatura. Oltrepassato il cancello, c’era il gabbiotto del custode. Un uomo obeso, sui quarant’anni. Stava leggendo un giornale. Bussai al vetro del gabbiotto. Mi rivolse uno sguardo un poco assonnato. Mi chiese cosa volevo. Gli spiegai che stavo cercando la tomba di Erika, feci nome e cognome. Lui mi fissò in un modo strano. Al nome di Erika l’espressione sonnolenta era sparita lasciando il posto a una diffidenza mal dissimulata.

La ragazza che si è suicidata?”

Sì, lei”.

Strizzò gli occhi, facendoli scomparire nel a faccia rotonda e chiazzata di rosso. Non riusci a capire cosa stesse accadendo.

Sembrava stranamente sulla difensiva. In ogni caso, dopo qualche istante di silenzio, mi indicò la strada. Mi allontanai, con la sicurezza che mi stesse seguendo con lo sguardo. Non che importasse granché, ma l’espressione sul suo viso mi aveva leggermente turbato. Ebbi l’impressione che mi stesse nascondendo qualcosa, o forse, che pensava che io gli stessi nascondendo qualcosa. A un tratto mi trovai a fissare gli occhi di Erika. Lei, come la ricordavo, giovane e sorridente. La foto doveva essere stata scattata proprio ai tempi della nostra relazione o comunque poco dopo o poco prima. I capelli ancora dorati, il viso immacolato, senza l’orrenda cicatrice che avevo visto sul giornale. Mi ritrovai in lacrime. Sentivo le forze venirmi meno. Non mi aspettavo una reazione del genere. Non riuscivo a staccare i miei occhi dai suoi. Ero triste e felice insieme. Al contempo, l’avevo ritrovata e l’avevo persa di nuovo. Stavolta per sempre.

Sulla tomba c’erano due mazzi di fiori. Uno piccolo e l’altro invece molto grande, sfarzoso. Quello piccolo aveva anche un biglietto. Mi rammaricai di non aver preso parte al funerale.

Certo, forse mi sarei sentito a disagio. Ma almeno le sarei stato vicino, un’ultima volta. Forse avrei colmato, almeno ai miei occhi, un po’ di quel vuoto che dieci anni di lontananza avevano creato. Avrei potuto chiederle scusa per non averle risposto. Mi sarei sentito assolto. Era questo che cercavo? Un’assoluzione? Sapevo che ciò che le era accaduto non poteva avere alcun nesso con me. Eppure non riuscivo ad allontanare il senso di colpa. Mi tormentavo al pensiero della sua solitudine. Una solitudine nella quale, qualche volta, aveva invocato sottovoce il mio nome. E quando aveva trovato finalmente il coraggio di cercarmi era stata ignorata. Se n’era andata senza nemmeno sapere che mi aveva effettivamente trovato.

Sentii dei passi alle mie spalle. Mi voltai di scatto, spaventato. Era il custode. Mi osservava con lo stesso sguardo di prima. Stavolta però sembrava incerto, come se non sapesse se parlare o meno.

Lei è un parente?”, mi chiese, dopo una breve esitazione.

No, un vecchio amico”.

Lo vidi strizzare nuovamente gli occhi. Capii che quella era l’espressione che assumeva quando rifletteva su qualcosa. Gli occhi finivano ingoiati nella superficie gommosa del suo viso.

Il doppio mento prendeva a tremolare leggermente. E chissà quali pensieri si agitavano in quel corpo gigantesco in quei momenti.

Si aprì finalmente in un sorriso imbarazzato.

Non so se sia il caso di parlarne…”

Parlare di cosa?”, chiesi.

Be’ sono successe delle cose… strane”.

In che senso strane? E in merito a cosa? Non la seguo”.

In merito al funerale. Le ho chiesto se lei è un parente perché… vede, al funerale non c’era nessuno”.

Come sarebbe nessuno? E i fiori?”

Nessuno, le assicuro. I fiori li ho trovati lì, ma non so chi li abbia lasciati. Qui entra parecchia gente, non posso star dietro a tutti. Ho cercato di fare attenzione, ma se qualcuno non voleva farsi vedere ci è riuscito molto bene”.

Rimasi in silenzio. Certo, non era ciò che mi aspettavo.

Avevo immaginato parenti e amici in lacrime, sconvolti dal dolore. Era ancora molto giovane. Mi era già capitato una volta di perdere un amico a quell’età e ricordo la cerimonia come qualcosa di straziante. La morte di una persona giovane fa sempre una certa impressione. E comunque, al di là di queste considerazioni, c’è il fatto che amici e parenti presenziano sempre a un funerale. Il fatto che a quello di Erika non si fosse presentato nessuno era effettivamente una cosa strana. Ma pur volendo ammettere la stranezza di un funerale deserto, erano cose che potevano accadere per mille motivi.

Vedendo che non parlavo, il custode riprese.

Forse ho fatto male a parlarne con lei. Non volevo certo turbarla”.

No, si figuri. Anzi, ha fatto bene. Anche se, sinceramente, non vedo cosa ci sia di così strano”.

Vede, non le ho detto tutto. Forse è il caso che parli con don Diego. Lui potrà dirle di più. Mi aveva chiesto di avvisarlo quando e se si fossero fatti vivi parenti o conoscenti della ragazza”.

Dove posso trovarlo?”

Mi indicò la strada per la chiesa. Ci ero passato davanti andando al cimitero. L’avrei trovata senza problemi. Poi il custode si congedò e tornò nel suo gabbiotto, lasciandomi di nuovo solo con Erika.

Guardai ancora la sua foto. Poi i fiori sulla tomba. In effetti, era davvero strano che al suo funerale non fosse presente nessuno. Mi inginocchiai. Guardai verso il gabbiotto per assicurarmi che il custode non mi stesse fissando. La testa era china e non mi stava guardando. Doveva essere tornato al suo giornale. Ora che mi aveva parlato, come togliendosi un peso, aveva esaurito il suo interesse per me. Non c’erano motivi per tenermi d’occhio. Presi allora il mazzo di fiori più piccolo e ne sbirciai il biglietto. Era un pezzo di cartoncino bianco piegato in due.

Lo aprii.

Dentro, a stampatello, c’era scritta una sola parola: perdonami.

.

Da un Sordello all’altro

1

di Giorgio Mascitelli

 

Molloy sta osservando in una vuota pianura irlandese un signore, il signor B che si allontana in direzione opposta alla città dopo l’incontro con il signor A. Molloy è accovacciato sotto una roccia vestito di grigio e si immagina che il signor B non possa notarlo.  Nel descrivere la sua posizione il vagabondo ricorre a una citazione dantesca, che suona così: Il regardait  autour de lui ( il signor B), je l’ai déjà fait remarquer, comme pour graver dans sa mémoire les carachtéristiques du chemin, et il dut voir le rocher  à l’ombre duquel j’étais tapi,  à la façon de Belacqua, ou de Sordello, je ne me rappelle plus. (1 ) Naturalmente nessuna sorpresa che Molloy faccia una citazione di questo genere perché un carattere costitutivo di questo personaggio è far “trapelare tracce di un’educazione superiore ormai negletta” ( 2) né questa sorpresa può venire dai personaggi citati: Belacqua, il liutaio fiorentino che riteneva con Aristotele che l’anima diventi più sapiente se si riposa molto,  appare frequentemente nell’opera beckettiana (3), e probabilmente la sua indolenza è una proiezione di uno scetticismo beckettiano.  L’elemento interessante è invece paradossalmente la confusione tra Sordello e Belacqua.

Se è vero che i due personaggi appaiono all’inizio nella stessa posizione, seduti e isolati lungo le pendici del monte del Purgatorio, essi sono assolutamente inconfondibili (4): Sordello è descritto da Dante in guisa di un leone a riposo che con grande dignità sta lontano dalla calca di anime questuanti, ma non appena sente il nome della sua città pronunciato da Virgilio si alza e abbraccia il concittadino (5); Belacqua  invece siede accucciato sotto una roccia e con ironia commenta l’impegno di Dante nell’ascesa del monte(6). Insomma la figura di Sordello è quella della dignità e nobiltà (7), quella di Belacqua rappresenta l’indolenza.

L’equivoco di Molloy consiste nel confondere la sua posizione, che è decisamente simile a quella di Belacqua con quella di Sordello ( anche nel testo dantesco il poeta non si accorge dell’amico sotto la roccia finché questi non lo chiama, viceversa di Sordello si accorgono subito sia Dante sia Virgilio). Non solo ma il medesimo equivoco ritorna anche nel Malone muore. ( 8). Nel caso però del Malone il giovane sdraiato che assomiglia a Sordello  si trova sotto una roccia ed è meno fiero dell’eroe dantesco. D’altro canto se si toglie la fierezza al Sordello dantesco, si toglie il nucleo allegorico e umano del personaggio o, se si preferisce, resta solo un tizio stravaccato all’ombra come  Belacqua: in altre parole la confusione tra Sordello  e Belacqua di Molloy diventa una fusione sotto il nome di quello di Goito presso il narratore di Malone muore.  Se le cose stanno così, allora non resta che chiedersi in quale tipo di lettura e di lettore questi due personaggi che per il lettore umanistico sono inconfondibili diventano intercambiabili.

Molloy è indubbiamente un tipo svagato e impreciso, a proposito del quale non si può non condividere il senso di irritazione di Moran , ma non privo di acribia in quanto narratore nel descrivere i dettagli di ciò che entra nel suo campo di osservazione e nel formulare ipotesi sulle azioni e gli stati d’animo futuri propri e altrui. Basterà ricordare qui l’attenta osservazione degli spostamenti di A e B e l’intensa attività predittiva connessa a questa osservazione. Se anche non si ricorda esattamente se assomiglia a Sordello o a Belacqua, ma gli interessasse determinarlo, non avrebbe certo problemi a escogitare appropriati calcoli mentali che gli consentano di superare il vuoto di memoria. La prova di questo disinteresse è che nel Malone, cioè nel romanzo successivo della trilogia, il dubbio è risolto con una fusione completa dei due grazie alla creatività della memoria (9).  Insomma se Molloy non si ricorda è perché non gli interessa di ricordare: chiunque per qualsiasi ragione pratica o psicologica si sdraia o si siede vicino a una roccia o in altri posti aperti è simile a lui, che è un vagabondo emarginato .

Molloy è indifferente alle motivazioni che hanno spinto ciascuno dei due personaggi ad assumere questo atteggiamento di abbandono, confusione invece che sarebbe inammissibile per qualsiasi lettore della Commedia collocato entro la tradizione umanistica.  Questo vuol dire che non solo egli è indifferente alle sostanziali differenze allegoriche, morali e anche psicologiche intercorrenti tra i due personaggi, ma perfino al fatto decisivo che Belacqua è una figura comica e Sordello è una figura seria e nobile.  Naturalmente questo particolare, forse non privo di rilievo,  è spiegabile con la circostanza che lo stesso Molloy è un personaggio comico e se comprendesse questa differenza arriverebbe a un livello di autocoscienza, che di solito viene attribuito ai collettivi e non ai singoli individui; altrettanto ovviamente questa differenza è del tutto nota a Beckett, per il quale può essere utile postulare come ipotesi di lavoro un rapporto con il suo personaggio simile a quello indicato con il  concetto di autore nascosto che Gian Biagio Conte (10) usa per Petronio nel Satyricon. Infondo entrambi gli autori dominano i loro personaggi dall’alto della loro cultura signorile, ma se in Petronio il riso sgorga dalla sicurezza sociale dell’autore rispetto al suo personaggio, Beckett è in una posizione paradossale: egli sa bene che, se l’umanesimo è una lettera ad amici lontani nel tempo, come è stato scritto (11), sta diventando ormai una lettera morta. Egli è il postino che consegna una lettera sapendo che non c’è nessuno ad attenderla all’indirizzo e ride di questo suo supplizio di Tantalo. Ma se restiamo al livello di Molloy, che è il livello di noi lettori del resto, è abbastanza spontaneo incorrere nella confusione tra i due riferimenti danteschi perché è abbastanza spontaneo guardare  al comportamento di gente sfaccendata all’aria aperta come al frutto uniforme di certe distorsioni umane o sociali anziché alle motivazioni e al modo di essere che hanno portato a un tale risultato. Non credo che si rischi di essere tacciati di marxismo volgare nello spiegare questa indifferenza ai motivi dei due personaggi come un prodotto dell’etica capitalistica del lavoro, che utilitaristicamente vede solo il risultato immediato di ogni azione, in particolare rispetto alla produttività. Di conseguenza la dignità e la nobiltà proprio per il fatto di non avere prezzo, e dunque non essere sul mercato del lavoro, sono assimilabili a forme di disagio sociale o mentale.

Nulla di sorprendente  che questa mentalità sia riscontrabile in Molloy: se lo si esamina  con occhio privo di pregiudizi, senza farsi fuorviare dalle circostanze della sua vita esiziale, è del tutto evidente che egli sia un tipico rappresentante della ragione strumentale al pari di molti altri personaggi beckettiani.

Sordello così non è più Sordello, diventa muto come un pesce e si annega in Belacqua.  Nell’immenso continente beckettiano questo è un dettaglio, credo secondario, che non esaurisce nemmeno quanto è possibile dire di questo personaggio ( 12), ma non lo è per la nostra posizione di lettori. Ciò che ci riguarda non è il fatto che venga attribuito a un personaggio dantesco un nuovo valore o sfumatura, cosa accaduta  nel corso dei secoli già molte volte, ma che condividiamo con Molloy questo nuovo Sordello  perfettamente confondibile con Belacqua. Non importa che le note delle nostre edizioni della Divina Commedia riportino ancora la corretta spiegazione dei due personaggi, che il filologo la possa recuperare per noi, che lo stesso Beckett la conosca,  la nostra sensibilità  è già in accordo con Molloy, la sua confusione potrebbe essere la nostra.

Da questo Sordello all’altro, quello di prima, non si può più tornare perché siamo assolutamente moderni.

NOTE

1: S.Beckett Molloy, Paris, Minuit, 1994, p.12

2: : cfr. A. Tagliaferri  Introduzione a S.Beckett Trilogia, Torino, Einaudi,1996, pag.XX

3: cfr.D.Caselli Beckett’s Dante, Manchester university press, Manchester e New York, 2005, cap.II

4: cfr. M.Robinson From Purgatory to Inferno p.10 in Journal of Beckett’s studies 5, 1979

5: cfr. Purgatorio VI vv. 61-75 e nel successivo canto lo stesso Sordello sarà solerte anfitrione dei due poeti nella valletta dei principi.

6: cfr. Purgatorio IV vv.97-135

7:  è pressochè inutile citare la mole di studi relativi a questa interpretazione dantesca della figura del trovatore di Goito, che è altro dalla sua figura storica, ma questa tradizione è lunga e ancora attiva nel Baldus folenghiano, sia pure probabilmente nella forma dell’omaggio al genius loci, visto che Cipada è parte del contado di Mantova.

8: S.Beckett Malone meurt,  Paris Minuit,1995, p.188

9: : Tagliaferri ricorda che nella trilogia personaggi e situazioni di opere diverse vanno lette come completantisi tra loro; analogamente D. Caselli op.cit. p.135.

10: G.B. Conte L’autore nascosto. Un’interpretazione del Satyricon, Bologna, il Mulino, 1997, nel quale testo si afferma che dietro il narratore omodiegetico del Satyicon ossia Encolpio, l’autore articola la propria voce senza esprimere direttamente commenti sulla vicenda, eppure facendo emergere il suo punto di vista.

11: E’ Peter Sloterdijk che dà questa definizione dell’umanesimo, riprendendola da Jean Paul in Regeln fűr den Menschenpark in FAZ 9 ottobre 1999.

12: cfr. D.Caselli op.cit

questo testo è apparso in versione leggermente diversa su Puntocritico2 nel marzo 2013, g.m.)

Sotto il manto dell’orso

2

di Michele Cocchi

Questo racconto è apparso sul numero III/IV della rivista cartacea e online dell’associazione Palomar.

C’è un piccolo dosso, e poi lo stradello di terra battuta curva leggermente a sinistra, lasciandosi definitivamente alle spalle l’ampio recinto del lupo.
Mio figlio mi stringe un po’ più forte la mano e io ricambio la stretta. Se ne sta in silenzio e io a quel silenzio mi accordo. Dev’essere l’effetto che nell’uomo provoca la vista del lupo. Un rispetto innato e primitivo. Mentre lo guardava trottare avanti e indietro tra i balzi erbosi, mio figlio ha detto: – È come un cane.
– Sì, è come un cane. Te l’ho detto che non faceva paura. Sono parenti stretti.
– Che significa parente?
– Che fanno parte della stessa famiglia. Come tuo zio Michele, e tua zia Sara.
– È più bello di un cane.
Ho sorriso. – Sì, è vero. È più bello di un cane. – Ho pensato di dirgli che il lupo ha qualcosa di più selvaggio, ma ho preferito non insistere.
Adesso cammina silenzioso e io so bene che sta rimuginando su questa cosa del lupo, per cui preferisco rispettare i suoi pensieri e non parlare, nonostante siamo a ridosso del recinto dell’orso, e io l’orso già lo veda, lento e goffo, camminare tra gli arbusti. Mio figlio no, non può vederlo, è troppo basso, e il muricciolo sulla sinistra che delimita la vasca dei pinguini gli copre la visuale.
Non mi sono mai documentato, ma immagino che l’orso provenga da qualche zoo siberiano, o da una villa di privati che lo tenevano incatenato nel parco per mostrarlo agli amici; per via di quel suo strano comportamento ritualistico. L’orso, infatti, compie sempre lo stesso percorso, un centinaio di metri attorno alberi e rocce. Non posso constatarlo, ma sono quasi sicuro che poggi le zampe esattamente sulle sue stesse impronte impresse sul terreno. Vederlo muoversi così è angosciante, come angosciano certi bambini che vedo nella mia stanza di terapia, quando ossessivamente ripetono lo stesso gioco ora dopo ora, seduta dopo seduta. È a questo punto che ho l’immagine di un orfanotrofio. Una di quelle Case dei bambini dove i piccoli senza famiglia dell’est europeo trascorrono i primi anni della loro vita. Ho pensato che fosse stato l’orso a guidarmi verso quest’immagine. Poi la mia attenzione si è spostata su un ragazzino con un impermeabile blu che se ne stava affacciato alla balaustra a guardare l’animale. Un tredicenne circa, di cui vedevo il profilo affilato. Il mio cervello lo aveva registrato prima che io ne fossi consapevole. Quanto prima? Prima che pensassi all’orfanotrofio? O anche prima che riflettessi sul passato traumatico dell’orso? Non importa. Il ragazzino era Gabriel e il mio cervello lo sapeva molto prima di quanto non lo sapessi io.
Isso mio figlio sulle spalle e gli dico: – Lo Vedi?
– Dove?
– Laggiù. Quello che cammina intorno alle rocce. Guarda quant’è grande.
– Eccolo!
– L’hai visto?
– Sì. È grande!
– Certo che è grande.
– Andiamo più vicini.
– Ora andiamo. Aspettiamo ancora un poco. Da qua lo vediamo meglio.

Gabriel è cresciuto. Si è fatto alto e sottile. Eppure c’è qualcosa nella sua figura che richiama il suo modo di essere spavaldo e graffiante. Incurante del rischio. Forse un certo modo di sporgersi dalla balaustra. O di tenere la testa diritta e il mento sporgente. Non so, non so dire. Lo fisso ancora un poco, da una distanza tale che non possa riconoscermi. Poi invento una scusa a mio figlio, gli dico che dobbiamo tornare indietro per un pezzetto di strada e che dall’orso torneremo più tardi. Lui protesta, ma lo convinco con la promessa che la tigre non lo deluderà.

A casa, il giorno dopo, cerco il quaderno con gli appunti delle sedute. Gabriel era un abile narratore e i giochi erano chiari e diretti. Trame articolate ma ben orchestrate che io seguivo, inscenando i ruoli che lui mi attribuiva. Frequentemente, però, mi scoprivo a pensare: Come devo sentirmi, Gabriel? Guidami, per favore. Cosa devo provare? Sono un personaggio triste? Arrabbiato? Confuso? Tu non me lo dici, e io non riesco a capirlo.
Ora lo so: il problema era proprio questo. Più di tutto il resto. Più del fatto che fosse stato adottato. O che fosse un potente provocatore. O che si mostrasse arrogante coi suoi genitori adottivi. Gabriel non sapeva cosa avrebbe dovuto provare in una certa situazione. Forse perché, a lungo, era vissuto nella condizione di non avere adulti con cui condividere le emozioni. O forse, le emozioni, aveva dovuto ricacciarle in profondità, nelle caverne buie che lui costruiva nei suoi giochi di fantasia.

Nella steppa siberiana c’è un piccolo villaggio. Cespugli, pochi alberi solitari. La terra dura e fredda e case di legno squadrate dove vivono poche famiglie. In una di queste un uomo ha cresciuto due orsi fratelli. Li tiene nel giardino della casa, si prende cura di loro. Non si conosce la loro età, ma sicuramente sono ancora cuccioli. Ogni mattina l’uomo va a lavoro. Prende il suo furgoncino e guida fino a un grande cantiere dove è impiegato come carpentiere. Lavora fino a sera, poi torna a casa dalla moglie e dai due orsi.
Una mattina, improvvisamente, qualcosa cambia. L’uomo, diretto al cantiere, lascia la casa come se fosse intenzionato a non farvi più ritorno. Appare freddo e distante, disinteressato ai due cuccioli e alla donna. I due orsi devono cogliere il cambiamento, perché corrono dietro al furgoncino, lo vorrebbero raggiungere per bloccarlo e non farlo andar via. Ma l’uomo guida indifferente lungo la strada senza accorgersi di loro. Oppure fa finta di non vederli. – L’uomo, – spiega Gabriel, – pensa che gli orsi siano diventati appiccicosi, si è stancato di loro. – Quello dei due che corre più veloce riesce a raggiungere il furgoncino e affiancarlo, così che l’uomo possa vederlo dal finestrino. Il furgoncino improvvisamente sterza e lo colpisce a una zampa, gliela calpesta con la ruota. L’orso è ferito e deve fermarsi, non può proseguire. Rassegnato, guarda il furgoncino allontanarsi e perdersi all’orizzonte. Il fratello si ferma per soccorrerlo, lo aiuta a trascinarsi fino a casa.
– Hanno paura? Sono arrabbiati? – Domando. Gabriel non sa rispondermi.
Io mi sentirei sconvolto, ma io non sono quei due orsi. Non posso dire come mi sentirei io. – E l’uomo? Come si sente?
– Non lo so. Decidi tu.
Lui non mi aiuta e io, nonostante mi sforzi, non provo alcunché. Non sento le emozioni dell’uomo, né quelle della moglie, né quelle dei due orsi. Il terreno emotivo è come quello dove sorge il villaggio: brullo e indurito dal freddo.
Nelle settimane successive gli orsi attendono invano il ritorno dell’uomo. Le notti si susseguono ai giorni con regolarità. Il sole siberiano non arriva mai a scaldarli davvero, è soltanto un cerchio pallido velato di nubi. Loro non soffrono il freddo, hanno pellicce folte che scaldano. Non escono mai dal giardino, lo sguardo puntato nella direzione della strada, nella speranza di vedere il furgoncino ritornare. Eppure gli orsi non appaiono particolarmente ansiosi, o addolorati, o furiosi. Questa è la loro storia e loro la affrontano, come se non esistesse un’alternativa.

La mia stanza di terapia di allora era molto ampia. Addossata a una parete, una sabbiera dove Gabriel costruiva il villaggio con le casette di legno. L’uomo – un pupazzetto di legno e corda – sedeva nel furgoncino e si allontanava, percorreva un lungo tratto di pavimento, saliva sopra il tappeto, scompariva sotto la poltrona, nascosto alla vista dei due cuccioli.
Molte volte ho chiesto a Gabriel cosa provassero gli orsi, cosa pensassero.
– Gli orsi non pensano niente.
– Niente.
– Niente.
– E cosa provano?
– Niente.
– Né pensano, né provano emozioni, – dico.
– Esatto.
– Probabilmente è meglio così. Se lo facessero, per loro sarebbe molto doloroso.
Gabriel indossa questo mantello che lo tiene caldo e sufficientemente distante dagli altri. Allungare una mano verso di lui è penetrare nello strato di pelle, grasso e peli della pelliccia dell’orso. Non lo si raggiunge mai per davvero. Cosa c’è sotto il mantello? È rimasto qualcosa del cucciolo? C’è mai stato un cucciolo Gabriel?

Le giornate siberiane hanno avuto temperature molto rigide. Quella dentro il gioco, e quella che io sentivo correre tra di noi. Un freddo che non si può mitigare. Nemmeno per mezzo della voce che cerco di far uscire avvolgente. L’entusiasmo che metto nella seduta. – La mia zampa. La mia zampa è ferita, – dico con dolore. – Il mio padrone l’ha colpita. Come ha fatto a non accorgersi di me? Eppure ero lì, proprio lì vicino al furgoncino. Doveva vedermi. Forse non ha voluto. Sono un orso appiccicoso. Un piccolo orso appiccicoso e inutile.
Un giorno, l’uomo torna a casa e uccide i cuccioli. Gli spara. – Era stanco di loro, – spiega Gabriel. È un’esecuzione rapida e pulita. Nella notte, mentre loro festeggiano il suo ritorno, lui punta il fucile e spara.

Gabriel non mangia carne. Nemmeno un pezzetto. Non ne sopporta la consistenza. Strano incontrare un orso che non mangia carne, ho pensato. Ha sette anni. Gli occhi grigi come certe pietre di fiume. Le labbra piegate in un sorriso amaro. I capelli biondi arruffati. Piccolo di corporatura, i muscoli sempre in tensione, pronti a fargli spiccare un balzo in avanti. A casa trascorre gran parte del suo tempo giocando nei campi. Si arrampica sugli alberi. Costruisce strumenti per la caccia in pietra e legno. Trappole. Scava buche profonde, cerca nascondigli naturali, anfratti e crepe nelle rocce sufficientemente larghi da contenerlo. Colleziona reperti naturali: sassi, ossi, pigne, animali morti, ogni tipo di seme che riesce a raccogliere.

In realtà, nelle nostre storie, gli orsi la carne la mangiano, carne di pesce che cacciano nel lago ghiacciato vicino casa. Incidono il ghiaccio con le loro forti unghie e con un colpo della zampa fanno saltare fuori i pesci. Non sono morti. Le ferite riportate non erano mortali. Se la cavano con un po’ di riposo e qualche impacco a base di erbe medicinali. Il maggiore si prende cura del minore. Quando finalmente possono sciogliere le bendature, rimane soltanto un circolo di pelle privo di pelo. Una cicatrice che ricorderà loro dove l’uomo ha colpito.
Insieme lasciano la casa e intraprendono un viaggio, diretti al grande mare. Giunti al porto, osservano le piccole imbarcazioni lasciare la terra ghiacciata e dirigersi a sud, verso terre più miti. Un pomeriggio, mentre guardano le persone salire sulle barche, i due orsi intravedono il loro padrone. L’uomo, in procinto di partire, si sporge dall’alto parapetto di una nave che trasporta uomini e merci. Gli orsi corrono verso di lui, ma non fanno in tempo a raggiungere la scaletta fuoribordo. La nave sta salpando e loro decidono di gettarsi nell’acqua gelida. Nuotano controcorrente, mentre l’acqua fredda punge loro il naso e gli occhi, e le onde prodotte dal movimento della nave li respinge e minaccia di farli affogare. Eppure loro non desistono, nuotano disperatamente, chiamano, gridano, vogliono raggiungere l’uomo.

Mentre scrivo questo racconto, sento l’angoscia assalirmi. La paura e il dolore. Ma allora non sentivo niente. Gli appunti sono chiari: nella seduta non provo alcun sentimento. Come se non potessi permettermi di provare emozioni. Come non potessero permetterselo i due orsi. Pena: un dolore troppo grande. Inconcepibile.
– Sei sicuro Gabriel?
– Sicuro di cosa?
– Sicuro che lottino con tutte le loro forze e rischino la vita per un padrone che ha sparato loro contro?
– Tu che dici?
– Non lo so. Io non sono sicuro che lo farei. Non sono sicuro che potrei ancora fidarmi.
– Loro lo fanno.
– Forse hanno paura.
– Forse.
– Io l’avrei.
– Loro invece stanno bene.
Ha ragione lui. Sto usando la testa, non il cuore. Adesso è troppo presto per usare la testa. Questi pensieri devo tenerli per me. Lui ha bisogno che gli orsi lottino per raggiungere l’uomo. E io devo ascoltare questo bisogno.
Uno dei due fratelli riesce nell’intento. Raggiunge la nave, lo issano a bordo. L’altro deve arrendersi.

Gabriel cresce e sta meglio. È meno provocatore. Smette di farsi la pipì addosso la notte. Comincia a interessarsi agli altri bambini. La carne, però, ancora non la mangia.
All’orso rimasto in Siberia crescono lunghe zanne affilate. Le zanne sono ottime per difendersi dai predatori, utili per uccidere, ma ingombranti se si ha necessità di incidere la carne per mangiarla. Sono uno strumento di difesa molto efficiente, ma allo stesso tempo rischiano di farlo deperire e morire di fame. L’orso sonnecchia tutto il giorno, si lima le zanne con una pietra speciale per tenerle sempre appuntite, esce di sera con la luce soffusa del tramonto, respinge gli attacchi dei lupi famelici scesi dalle montagne in cerca di cibo.
– L’orso non caccia?
– Non caccia. Tanto non saprebbe come mangiare la carne.
– Allora come fa a nutrirsi?
– Senza carne.
– Ci riesce?
– Ci riesce.
– Certo che è inusuale trovare un orso vegetariano.
– Lo sai. Ha le zanne troppo lunghe.
– Sì, lo so. Secondo te perché?
– Perché cosa?
– Perché gli sono cresciute queste zanne?
– Ne aveva bisogno.
– Per difendersi?
– Per difendersi.
L’orso raccoglie carcasse di animali morti. Le trascina dentro la caverna, un ampio spazio circolare con una volta a botte. Le scuoia. Le spolpa con le unghie. Spezza le ossa e le trita. Versa il trito nell’acqua e beve la mistura. Le sue zanne diventano sempre più lunghe e robuste. Questo orso teme la sua stessa natura, penso. Uccide solo se è davvero indispensabile alla sopravvivenza.

Nella foresta fredda del nord un orso ha la tana dentro un grosso tronco cavo. Vive con il suo cucciolo di pochi mesi. Caccia le prede con forza e agilità, le azzanna al collo, le uccide e le squarta. Mangia la carne, e altra carne la porta nella tana per il piccolo. Il piccolo deve crescere, ha bisogno di molto cibo, così l’orso deve allontanarsi per trovare nuove prede. Ha paura. Teme che un altro orso possa entrare nel suo territorio, fiutare l’odore del cucciolo, ucciderlo o portarlo via. Così si muove circospetto, annusa con attenzione ogni pietra, albero o cespuglio, compie movimenti concentrici attorno alla tana, allontanandosi progressivamente, torna costantemente a controllare che il cucciolo stia bene.
– Chi è questo orso?
– In che senso?
– È l’orso che ha raggiunto la nave?
– Quella è un’altra storia.
– E l’orso che può arrivare chi è?
– Un orso.
– Vive lontano?
– Non troppo lontano.
– Potrebbe essere l’orso dalla zanne affilate?
– Sì. Potrebbe essere lui.
– Secondo te è davvero pericoloso?
– Potrebbe venire. Lo sai, uccide le prede senza mangiarle.
– Perché lo fa?
– Cosa.
– Perché uccide?
– Non lo so.
– Potrebbe essere per paura?
– Forse sì. Potrebbe essere.
– Oppure?
– Oppure è cattivo.
C’è un fratello lontano, penso. Un fratello molto impaurito. A lui è andata peggio: non ha cuccioli, ha fame, il cibo scarseggia. Potrebbe tornare incattivito. Potrebbe tornare accecato dall’invidia e uccidere suo fratello. Ucciderne il cucciolo. Non comunico a Gabriel questi pensieri. Perché non so da dove provengano. Se provengono da lui, allora provengono da luoghi molto remoti di lui.

Alla fine il timore si materializza. Un orso scende dai monti del sud, si avvicina al territorio di Gabriel e trova rifugio in una grotta, non troppo distante dal tronco cavo. Non è l’orso dalle lunghe zanne affilate, oppure, sei è lui, ha perduto le zanne. Come l’altro, ha un cucciolo da proteggere.
Devo procedere gattoni sul pavimento. Costruire una grotta di cuscini e coperte. Scegliere un peluche da portarmi sempre dietro. Il nuovo orso sono io.
Usciamo fuori dalle nostre tane, portiamo i nostri cuccioli con noi. Stringiamo delicatamente tra i denti la loro collottola e loro si abbandonano. Zampe e testa molli che dondolano assecondando i nostri movimenti. Mi avvicino alla tana di Gabriel e vi entro. Lui entra nella mia. Occupo il suo territorio. Lui il mio. Ci scambiamo: Io sono lui, lui è me. Siamo simili eppure diversi. Finché un giorno io esco a caccia e lascio il cucciolo nella tana pregandolo di non uscire. Gabriel fa la stessa cosa. Due immagini speculari. Due fratelli. I cuccioli sono curiosi, intraprendenti, escono disattendendo le raccomandazioni. Si allontanano troppo. Io catturo il suo, lui cattura il mio. Va bene così: a lui il suo cucciolo non manca, a me non manca il mio. Iniziamo a scambiarceli, tanto uno vale l’altro, non c’è differenza.

I due orsi portano ai cuccioli la carne che strappano dagli ossi delle prede. Spolpano le carcasse. I cuccioli crescono e i due orsi decidono di unire i loro territori. Vanno alla ricerca di un’unica grande tana tra le rocce. Sono maschi? Sono femmine? Gabriel non lo sa. Penso ai due fratelli orsi divisi dal mare che si sono ritrovati. I loro cuccioli diventano fratelli a loro volta. La storia si ripete ciclicamente.

Arriva un mattino in cui la foresta è immersa in uno strano silenzio. Irreale. Gli uccelli non cantano. Le scimmie non gridano. Gli orsi cuccioli sono fuori dalla tana, si sono avventurati ben oltre il loro territorio. All’orizzonte vedono animali che non avevano mai visto. Esseri che camminano con due zampe e utilizzano le due zampe libere per trasportare bastoni e altri oggetti. Sanno dell’esistenza degli uomini, i due orsi adulti ne hanno parlato spesso.
Si avvicinano e gli uomini puntano loro contro i bastoni, gridano qualcosa in una lingua incomprensibile e si abbassano. I bastoni non assomigliano affatto a dei bastoni. Sentono un suono e un dolore cupo. Provano a scappare ma dopo pochi metri le zampe posteriori cedono sotto il peso di una invincibile stanchezza. Si accasciano sulle foglie. Quando si risvegliano sono dentro una gabbia. Una grande gabbia con sbarre di metallo.
Il sole acceca loro gli occhi. Hanno fame e sete. Nella gabbia gli uomini hanno lasciato loro acqua e cibo. Io mi aspetto che i due cuccioli si avvicinino, si tocchino, trovino conforto un con l’altro. Ma non accade, è un bisogno mio, non un bisogno di Gabriel. Gabriel non ha paura, almeno apparentemente. Davanti a noi, fuori dalla gabbia, pali di legno ben piantati nel terreno delimitano il territorio del lupo. – Dove siamo? – Gli chiediamo.
– Non l’avete capito?
– No, non l’abbiamo capito.
– Gli uomini vi hanno catturato. Siete in uno zoo.
– Possiamo scappare?
– Perché dovreste?
– Non vogliamo stare in uno zoo. Vogliamo essere liberi,– dice Gabriel.
– Qua stiamo bene, – dice il lupo. – A noi animali non manca niente. Abbiamo cibo, acqua, un recinto spazioso.
– Ma siamo in prigione.
– Dipende da te, – dice il lupo. – Puoi pensare di essere in prigione, oppure in un posto tranquillo in cui vivere.
Passano i giorni. Gli uomini ci nutrono e noi li guardiamo sospettosi.
– Secondo te che succede, Gabriel?
– In che senso?
– I due orsi hanno paura?
– Non hanno paura.

Finalmente ci trasferiscono. Gli uomini si fidano abbastanza di noi per portarci dentro un recinto. Credono di averci addomesticato. Credono che non fuggiremo. I pali di legno sono alti, ma non abbastanza da non permetterci di fuggire, se lo volessimo. Lo vogliamo? Non lo so. Gabriel non me lo dice. Probabilmente non lo sa nemmeno lui.
– Difficile decidere, – dico.
– Decidere cosa?
– Se restare o andare.
– È semplice invece
– Tu che hai deciso?
– Non te lo dico. Dillo prima tu.
È una trappola. Non posso scegliere io per lui. Non sarebbe giusto. Dico che non lo so, sono combattuto. Da una parte vorrei andarmene, tornare in libertà, nella foresta. Dall’altra qua si sta bene. Gli uomini con noi sono buoni. Ci danno cosa buone da mangiare. Ci hanno costruito una tana robusta dove riposare. Si prendono cura dei nostri bisogni. E poi abbiamo fatto amicizia: il lupo, la tigre, la zebra. Sarebbe doloroso perderli.
Non è soddisfatto, lo sento. Finalmente sento qualcosa: la sua insoddisfazione. Allora lo dico: – Lo so. Le mie risposte sono insoddisfacenti. Sono un fratello orso che non sa scegliere la strada. Il problema è che non so se posso fidarmi.
– In che senso?
– Fidarmi degli uomini. Ti ricordi i due orsi in Siberia? L’uomo, il loro padrone, tentava di ucciderli.
– Ma poi sono guariti.
– È vero. Ma gli orsi hanno dovuto separarsi. Uno è diventato buono, l’altro cattivo. L’hai detto tu stesso.

Gabriel decide di fuggire via. Nella stanza di terapia c’è una bella luce. La giornata è solare e calda. Tra poco ci saranno le vacanze estive. Lui ha sentito un richiamo. Non ha resistito. Gabriel mi guarda, sull’estremo limite del tappeto che delimita il nostro recinto. – Tu che fai? – Mi domanda.
– Cosa vuoi che faccia?
– Devi decidere tu.
Provo a uscire dal personaggio: – Secondo te, Gabriel, cosa dovrebbe fare l’orso?
– Te l’ha detto: devi decidere tu.
Decido di seguirlo. Ma è una scelta che faccio razionalmente, non emotivamente. – Altrimenti finisce come l’altra volta. – Dico
Gabriel annuisce. – Esattamente.
– Uno era andato e uno rimasto. Ma non era stata la scelta migliore.
Girovaghiamo per due giorni in cerca di cibo. Siamo stanchi e deboli. Le iene ci attaccano. Dobbiamo difenderci. Lo facciamo insieme, siamo uniti nella lotta. Io penso allo zoo, là stavo bene, mi mancano i miei amici ma non dico niente. Finalmente me lo domanda: – Cosa pensi?
– In che senso?
– Abbiamo fatto bene?
– Comincio a pensare che questa libertà sia molto faticosa. Nello zoo non eravamo liberi, ma ci sentivamo contenti.
Così decidiamo di tornare. Gli uomini e gli altri animali festeggiano il nostro ritorno. Finalmente i due fratelli sono davvero uniti. O almeno così sento io. Due orsi uniti. Ma anche qualità opposte che possono integrarsi: la ferocia e la bontà. L’intraprendenza e la mitezza. Il senso di indipendenza e quello di dipendenza. Il carnivoro e l’erbivoro.

Ho visto i genitori adottivi di Gabriel. Il padre ha spesso gli occhi lucidi. Lei spaventati. Chiedo come vadano le cose a casa, poi racconto i progressi che vedo. I movimenti emotivi di Gabriel. Gli racconto che il tema del fratello per lui è importante. È un fratello immaginario? È un’altra parte di sé? Difficile a dirsi. Entrambi spalancano gli occhi, si agitano sulla poltrona. Il padre sospira due volte rumorosamente.
– È un tema spinoso? – Domando. – Ho la sensazione di avervi messo in agitazione.
– Crede che sua sorella c’entri qualcosa, dottore?
Per un attimo non capisco. Strizzo un po’ gli occhi come faccio solitamente quando qualcosa non mi è chiaro. – Sorella, – dico a bassa voce.
– Si ricorda? Gabriel ha una sorella. Una sorella maggiore che è rimasta in Polonia.
Non me lo ricordavo. Eppure lo sapevo. Loro me lo avevano raccontato. Appena usciti dalla stanza, sono corso a recuperare il quaderno degli appunti. Sfoglio le prime pagine, quelle che ho scritto durante gli incontri coi genitori. Sorella. L’avevo scritto, e a margine del foglio avevo anche fatto tre piccoli freghi verticali per segnalare che era un’informazione importante. Eppure lo avevo dimenticato. Com’è possibile che abbia dimenticato un dato di realtà così rilevante?
Gabriel non sa di avere una sorella. Il padre e la madre hanno deciso di non raccontarglielo. Non per adesso, almeno. Di lei, all’epoca dell’adozione, non si avevano tracce. Era stata portata in un’altra Casa, per bambini più grandi, e poi probabilmente adottata. Anche se loro avessero voluto, non sarebbe stato possibile portarla con loro. Avrebbero voluto? Mi domando. Forse non è una domanda importante. La domanda importante è: Gabriel sa di avere una sorella? La ricorda?
Certamente sì, se non la ricorda a un livello consapevole, la ricorda sicuramente a un livello inconsapevole. La ricorda il suo corpo: da qualche parte l’esperienza di una bambina che ti accarezza o ti colpisce; da qualche parte la sua voce, i suoi pianti e le sue risate; da qualche parte il tuo sentimento di ammirazione e la tua gelosia. Eppure io l’ho dimenticata. Come Gabriel. Qualcosa mi ha indotto a dimenticarla. Qualcosa di mio o qualcosa di suo?

Con mio figlio sono tornato molte volte allo zoo. Superato il recinto del lupo, ho sempre una certa fretta di raggiungere quello dell’orso. Gettare un’occhiata in lontananza nella speranza di vedere il ragazzino con l’impermeabile blu. Adesso non avrei timore di andargli incontro e salutarlo. Adesso che ho dato un ordine alla sua storia e ai miei pensieri. Ma Gabriel non l’ho più visto, chissà se il suo manto di orso, nel tempo, si è fatto più spesso o più sottile.

Overbooking: Carla Stroppa

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I viaggi d’Anima e il farmaco di Sophia

di

Lucio Saviani

Siamo nei pressi del fiume Amelete. La giornata si avvia alla fine, le anime si sono accampate sulla riva del fiume dopo giorni e giorni di cammino. Durante il viaggio, sono state per sette giorni in un luogo divino: c’erano due coppie di voragini contigue, una in cielo e l’altra in terra, e tra esse sedevano i giudici delle anime. Da due di queste voragini scendevano e risalivano anime reduci da un viaggio di mille anni, in cielo o sotto terra. Ora, raggiunto il fiume Amelete, le anime che stanno per reincarnarsi sono chiamate a bere l’acqua del fiume, ma in una giusta misura, che della vita precedente salvi sia la dimenticanza sia la memoria. L’anima che berrà oltre misura dimenticherà tutto. A sera le anime si addormentano, ma un terremoto notturno le getterà nell’evento della nascita.

E’ la parte finale del mito di Er, che Platone pone al termine della Repubblica. Un congedo mitico, di gran risalto, memorabile.

A queste anime rinascenti per acqua, al dormiveglia sulle sponde del fiume, all’arida e afosa pianura del Lete, che sembrano il perfetto doppio della terra desolata e delle morti per acqua nei versi di Eliot, tornerò commentando il libro di Carla Stroppa Il doppio sguardo di Sophia. L’eterno femminino e il diavolo, nella vita e nella letteratura (Moretti & Vitali, Bergamo, 2016).

Queste pagine danno vita a un lungo cammino, che è un viaggio nei meandri delle pluralità dell’in-dividuo, come attraverso un arcipelago. E’ una scrittura ulissiaca, tra ombre, specchi d’acqua, sirene, terre emerse, isole nascoste, approdi e scuri abissi. La lettura a cui chiama è un viaggio nel viaggio. E’ viaggio e labirinto. Molto presente, anche in agguato, nel libro di Carla Stroppa l’immagine del Labirinto: “Certo, finché si è dentro il labirinto non si potranno eludere gli inganni dell’occhio, le strade a fondo chiuso, gli specchi deformanti, i doppi perturbanti e gli sconcertanti cambi di registro, i colpi di scena. Tant’è, fanno parte del viaggio in Anima. Fanno parte del femmineo labirinto che lei stessa è, e di cui lei stessa offre il filo per uscire” (249). Nel labirinto ci si può smarrire, come nel naufragio di un viaggio per mare, o come nell’Ombra, dove ci si può ritrovare in una via senza uscita. Perché un labirinto è sempre doppio, proprio come l’immagine sacra della labrys. Un ingresso porta nel labirinto; il labirinto porta ad una uscita e, nello stesso istante, all’ingresso in una nuova condizione: è come un percorso tra due soglie. Come attraversare la doppia superficie di uno Specchio. Un modello iniziatico: al labirinto è sempre legata l’idea della morte e di un passaggio ad una nuova condizione.

Nell’Iliade, nel diciottesimo canto, vediamo come un disegno sullo scudo di Achille: è una danza labirintica. La danza esegue lo schema del labirinto cretese, doppio come la labrys che ne è simbolo: da Oriente ad Occidente e da Occidente a Oriente, e riproduce le peregrinazioni di Ulisse, l’eroe protetto da Apollo – dio del “percorso giusto”; Ulisse è l’uomo dall’ingegno acuto ed è colui che si smarrisce: è insieme, Dedalo e Teseo.

Scrittura ulissiaca, composizione labirintica quella all’opera nel libro di Carla Stroppa: riflessione esistenziale, esperienza clinica, immaginario letterario. E scrittura del doppio. Perché doppio è il tema che lo attraversa; qui tema può essere inteso nel senso musicale, un periodo musicale proposto inizialmente nella sua forma originale e successivamente riproposto più volte attraverso variazioni, aggiungendo o togliendo note, modificando le sfumature relative all’intensità del tema: il simbolo (syn-ballein, unire, armonizzare, mettere insieme) e il Diavolo (dia-bàllein, lanciarsi attraverso per separare: il calunniatore, colui che crea attraverso l’inganno una frattura nell’anima), il Faust di Goethe e l’eterno femminino, tensione spirituale dell’anima e maschera sociale della Persona, anima, animus e processo di individuazione, tema psicologico e topos letterario, scienza e umanesimo: “Scienza e umanesimo dovrebbero collaborare all’insegna dell’etica che è un attributo dell’anima capace di mediare il sentimento col pensiero. Per ribadire il tema: possiede il doppio sguardo si una conoscenza superiore. Intreccia, reintegra, connette le parti”. (29)

Il tema attraversa la tessitura del libro proprio come un respiro (il vento, il soffio vitale, il respiro esprimono fin dai primordi una delle fondamentali dimensioni attribuite alla realtà dell’anima).

Chi è Sophia? Cosa indica questo nome? In che consiste (e a cosa mira) il suo doppio sguardo? Ecco il tema che ritorna attraverso le sue variazioni “La donna nel suo evolvere (in quello ideale beninteso) passa dall’elemento più semplice e legato alla Madre natura rappresentato da Eva, a quello più spirituale legato alla figura gnostica di Sophia. I miti e la storia dell’immaginazione tutta narrano che per realizzare questa evoluzione ideale, la donna passa attraverso lo stadio romantico ed erotico rappresentato dall’Elena pagana, e attaverso quello di spiritualizzazione rappresentato dalla Maria cristiana. Sophia, la sapienza superiore, è il traguardo ideale, il compimento più alto in cui gli elementi del femminile e delle differenti religioni convergono” (82-83); “Ebbene, proprio questa capacità di riconnettere i frammenti appartiene alla visione affettivo-emotiva e assieme cognitivo-simbolica dell’anima” (81); “per ricontattare la scintilla di anima che rende un individuo se stesso (…) Jung ha previsto l’attraversamento di tre fasi esistenziali che corrispondono a tre fasi del processo individuativo: differenziazione dell’Io dall’inconscio collettivo, affermazione dell’Io, che trova i suoi confini e il suo luogo nel mondo; ritorno creativo e consapevole dell’Io alla fenomenologia dell’anima, che attinge alle immagini e alle emozioni dell’inconscio collettivo mediate dai simboli finalmente diventati percepibili in virtù di uno sguardo che vede il doppio o l’altra parte dei fenomeni. Il suo luogo sarà quello della conoscenza profonda e misterica della Sophia gnostica, la sapienza superiore del femminile iniziatico che riconnette le polarità separate col suo doppio sguardo” (30).

E’ attraverso questo sguardo doppio che torniamo ora al mito di Er. Prima di giungere sulle sponde dell’Amelete, le anime sono state messe in fila e presentate a Lachesi da un araldo. L’araldo ha preso dalle ginocchia della Moira delle sorti e dei paradigmi di vita annunciando: “Anime, che vivete solo un giorno, comincia per voi un altro periodo di generazione mortale. Non vi otterrà in sorte un dàimon, ma sarete voi a scegliere il dàimon. E chi viene sorteggiato per primo scelga per primo una vita, cui sarà necessariamente congiunto. La virtù (areté) è senza padrone (adéspoton). La responsabilità è di chi sceglie; il dio non è responsabile” (617d). (Nel libro di Carla Stroppa la responsabilità è una variazione attraverso cui il tema più volte ritorna).

Nella mitologia greca, il dàimon è la creatura divina che presiede alla sorte di ciascuno. Ma in questo racconto, ciò che siamo dipende dalle scelte che facciamo.

La maggioranza delle anime sceglierà i paradigmi di vita sulla base delle abitudini della vita precedente: Agamennone sceglie la vita di un’aquila e Ulisse, stanco di avventure, la vita di un uomo comune.

E’ il racconto di Er, il valoroso soldato caduto in battaglia che ritorna in vita con la memoria dell’aldilà, di quelle doppie coppie di abissi, una diretta in cielo e l’altra nelle profondità della terra e dell’acqua, rimedio e danno, oblìo e memoria, doppi come ogni pharmakon. E con il ricordo di quelle anime pronte a prendere corpo, il loro ambiguo, doppio domicilio.

La “nostra sovrannaturalità domestica”, così Jankélévitch chiama l’anima. La cura domestica dell’anima, come la filo-sophia, è amore per l’impossibile da possedere. Addomesticare l’ignoto, non per dominarlo ma per renderlo familiare, cioè accoglierlo.

L’anima prepara la domus per tale accoglienza.

Il dislivello vertiginoso “tra il Quaggiù e l’Ulteriore” che separa l’empirico dal “tutt’altro ordine” dell’incomparabile superlativo mantiene, in Jankélévitch, i due estremi nella loro radicale differenza ma sempre ponendoli nell’assoluta necessità di un contatto.

Al subitaneo, sempre imprevedibile contatto del kairòs la cura domestica dell’anima ci prepara. Come la “metafisica concreta” di Florenskij, la sua parola di “verità vivente, che respira”, essa prepara ad accogliere quel segreto lampo di tenebra in cui i due mondi si toccano, l’attimo in cui “invisibile, soffia un alito che non è di quaggiù”.

Una delle radici più forti del ‘labirintico’ cammino di pensiero di Jankélévitch è la cultura slava, con il suo caratteristico tono di nostalgia verso una ‘patria mistica lontana, ovunque e in nessun luogo’, “quella specie di realismo mistico che è una delle costanti del pensiero russo”, come dice Jankélévitch nella sua opera giovanile dedicata ai Temi mistici nel pensiero russo contemporaneo, E’ proprio a questa tradizione di pensiero che, in una pagina del suo libro, Carla Stroppa fa riferimento: “Sophia è il valore stesso della trasformazione. Per seguirne i passi sul piano teologico occorrerebbe rivolgersi all’Oriente, ai mistici della chiesa ortodossa e a quella conoscenza che Sergej N. Bulgakov ha definito Sofiologia” (91). Nei temi mistici del pensiero russo contemporaneo è presente anche la “pneumatologia”, propria della tradizione cristiana. E’ attraverso l’interpretazione pneumatologica che si comprendono tanti personaggi di Dostojevskij, che, ad una analisi psico-logica, restano destinati ad apparire anime bizzarre, contraddittorie, paradossali.

“Così come il mondo è doppio, una parte è materia e l’altra è intelligibilità, l’essere umano possiede un doppio sguardo, uno che si conosce, l’altro che conosce il mondo: una parte comprende l’altra”. A commento di questo nota di Melchior-Bonnet, Carla Stroppa presenta e interpreta la formidabile galleria di autori e personaggi di cui si compone la seconda parte del libro: Musset, Hoffmann, Nerval, in particolare Carmilla di Le Fanu e Biondetta del Diavolo innamorato di Cazotte: protagonisti di un mondo in cui il doppio “lungi dal risolversi in sintesi simbolica, a dire in quella pienezza di sguardo che contempla in unità i poli opposti dei fenomeni, insidia la psiche come rischio di scissione e di disorganizzazione psicotica” (141). Ai personaggi convocati da Carla Stroppa si potrebbero accompagnare alcune figure del Perturbante come l’Uomo nero di Sergej Esenin, il Romanzo di Mac Millen di Karasek, o il Principe di Homburg, la cui vicenda è forse tutta un sogno, una storia che comincia con il sonnambulismo e termina con uno svenimento…

Sono proprio queste storie, infatti, a fare da sfondo, fondamento e fertile humus della ermeneutica di Carla Stroppa: ”Si dovrebbe scrivere un libro apposito sulla soglia sottile che divide la ragione dal sogno, o meglio li intreccia al di là di ogni “ragionevole illusione” di controllo (…) Hermes, il divino mediatore tra le altezze dello spirito e le valli dell’anima, trapassa i muri, il tempo e lo spazio (…) Si vede il rovescio dei fenomeni, il doppio di ogni cosa e si intercetta un valore aggiunto che è in grado di spostare i piani di interpretazione e attribuire significati non convenzionali ai fenomeni. Le mode del “pensiero” medio collettivo e gli scontati consensi che ne derivano vengono insidiati, ivi compresi quelli che riguardano un’idea troppo sommaria dell’emencipazione femminile, che non fa i conti con il mondo interiore. Certo questa attitudine inquieta la coscienza, perché lungi dall’adagiarla nei consueti alvei dell’appartenenza allo spirito del tempo, le fa fluttuare tutt’attorno un sospetto, un’inquietudine, un che di estraneo e perturbante, ma per la solita legge dei doppi, quel perturbante è anche salvifico e seducente: traghetta verso la visione simbolica. Anche per questo la mia riflessione sull’anima oltrepassa quella relativa al genere sessuale” (34).

E’ un esito del libro annunciato in una nascosta anticipazione nelle prime pagine. Uno tra i non pochi caratteri di preziosità del libro di Carla Stroppa risiede proprio in questa occasione che la sua “riflessione sull’anima”, sul femminile e su Sophia come sapienza superiore del femminile iniziatico rappresenta per la filo-sofia: il doppio sguardo come pharmakon filosofico, come assunzione misurata di memoria, scelta e appassionata responsabilità.

 

 

 

 

 

 

 

Gianni Montieri. Auto-antologie-5

6

di Gianni Montieri

 

Risparmi

Io sto al sud proporzionalmente
appartenenza più che somiglianza
porto tracce degli umori, la durezza
-certi sguardi-

(ci allenavamo a sognare
davanti alla chiesa di San Giovanni
certi che Dio non sarebbe passato
ma questo ci ha reso tenaci
indossiamo una pazienza
non concessa altrove)

se non fai attenzione
nei miei occhi non vedrai le briciole
di una purezza conservata a stento
sotto strati di maglioni a fibra mista

dicono che non ho l’accento
particolare privo d’importanza
le parole tronche, questo conta
sono tutti i miei risparmi

(all’una tornavamo a casa
l’appuntamento per la partita
il pomeriggio di nuovo urla, risate
altri sogni).

*

Stagione di concerti

È un rarefarsi lento d’aria livida

un colpo battuto in terra di nessuno

questo sintomo di vento umido

che non scompone foglie

su noi non lascia traccia

 

non piove in segno di rispetto

in memoria di un’estate troppo breve

di nuotate in vasca corta

 

mentre è già stagione di concerti

di code ai botteghini.

 

*

Restyling

Di questi tempi è pieno di gru

la città si espande verso l’alto

da ottomila al metro quadro

 

(non ci sfioriamo, non ci parliamo

gli extracomunitari puzzano

la 90 prendila tu)

 

anche Marta va in analisi

non cena mai al cinese

“vai a sapere che ci mettono in quei fritti”

 

Milano sarà perfetta, in tempo per l’expo

piazza Duomo ripulita ancora più rettangolare

-via i piccioni, via i neri e i braccialetti-

 

stamattina ci siamo salutati

ti ho detto ciao, mi hai dato un bacio

io uno zaino, tu una borsa

io Londra, tu altrove

cos’ha Milano che non va?

 

*

Abitudini

Non saranno più le scarpe fuori posto

un nome al suono della sveglia

fra qualche tempo sapremo dirci: è giusto

che abbiamo avuto tanto

 

io, io non lo so davvero

se saprò dare un senso

alle porzioni monodose, alla cottura crisp

addormentarmi voltato dal tuo lato

senza tremare, senza farci caso.

Da Futuro Semplice, Lietocolle, 2010

 

 

Milano mi somiglia, non il fiume

che l’attraversa all’ora dell’aperitivo

l’aprire e chiudere il giornale,

il doppio giro al collo

che fa la sciarpa in pieno inverno

nemmeno stasera che è bello

e me ne vado in bicicletta verso casa

 

a volte è il grigio che disegna la Ghisolfa

o il suono secco della parola Lambro.

Cose che si tengono da parte

come vestiti che non vuoi buttare.

 

Mi somiglia nei pomeriggi estivi

quando stiamo zitti entrambi

stupefatti dal colore che fa verso le sei

il sole, quando piomba in fondo al viale.

*

Invecchiare così, da adesso in poi

contarsi le rughe sulla fronte

i passi, le varianti di ogni sorriso

lo scricchiolare umido delle ossa

 

dicono che un posto valga l’altro

e invece no, è questo solo questo

il tempo nostro, riflesso addosso

nello specchio d’acqua

 

che rimanda l’intreccio di due mani

soltanto due: la mia, la tua.

*

Sant’Angelo all’alba, guardo Rialto

e saluto il solito signore coi baffi

mi hai detto “ciao” da dentro il sonno

e “torni presto?” poi un bacio

 

mentre l’1 scivola sul Canal Grande

mi guardo indietro a San Silvestro,

a Ca’ d’oro, ti ripenso quando dormi

appoggiata ai vetri del vaporetto

le gocce d’acqua che sbattono contro

la morte, mai stata così lontana.

*

La Madonna viola ha un pugnale nel petto
più sotto una dark scatta una fotografia
il metallo della lama, degli anelli, dei piercing
tra i banchi un uomo prega al cellulare
la schiena di un Cristo, palme sulle braccia
trans in borghese fanno spesa al market
ragazzini crackati la fanno tra la spazzatura

eccoli dormire ripiegati sotto le luci di Sampa
città infinite – una dentro l’altra –
sottoterra cinque linee della metropolitana
e una più sottile di candele accese
rosario che divide la vita dalla morte.

*

Tutto quello che ti è cucito sul cuore
tutto il metallo, il ferro arrugginito
il ricamo irregolare lungo il tessuto
del muscolo, tutti i vestiti raccolti
in fondo all’armadio, i medicinali
scaduti, il cappello che hai regalato
a tuo padre, l’inutilità perpetua
di un ottavo di Coppa Italia, i quattro
quarti musicali che non hai mai capito
il tempo tolto all’amico perduto
l’amore (questa parola e non un’altra)
salvo, già salvato, ancora da salvare.

*

Dalla seconda parte: (sud) in caso di morte

*

I

Gli spararono in faccia

che tutti sapessero, che tutti ricordassero

la sera stessa in piazza

commenti da stupidi ventenni

stabilivamo con una birra in mano

il grado di importanza di una morte

(chi lo conosceva, quanti colpi

se c’era tanto sangue, quanta polizia)

 

qualcuno stava zitto, qualcuno parlava

pochi minuti per tornare all’ordinario:

la biondina in jeans tagliati  a chi la dava

il centravanti squalificato, il motorino truccato.

*

III

Ai funerali di mio nonno non ho pianto

e tutti a chiedersi: ma come lui non soffre?

Domanda lecita, pare fossi il nipote preferito

da noi se non piangi, non urli, non ostenti

vuol dire che non t’importa

 

ora vivo al nord, il dolore qui è privato

la sua mancanza che non racconto

che non dichiaro.

*

VII

Le vecchie sedute fuori dai cortili

sulle spalle scialli fatti a mano

il pettegolezzo mischiato alla preghiera

assolvere o benedire ogni passante

tessevano ricami delicati, uncinetti

uccidevano una donna in tre parole.

*

XII

Io morivo, naturalmente

fingendo fosse sacrificio

ma se si muore è per pigrizia

per omessa volontà

si muore per cazzeggio.

*

XXII

Per esempio mia nonna

era il punto più distante

dalla morte. Nonna era il bianco

quella che restava in piedi

sulle macerie, tra le briciole

(sempre poche) da spartire.

Lei era di un altro Sud

sorrideva, non moriva.

*

XXVIII

Se posso telefonare a mia madre,
a mio padre, e chiedere da routine
come state? Che fate? Credimi
è per culo, se mia sorella sta bene
se riesce a uscire e a entrare da casa,
prendere suo figlio a scuola, convinciti,
è per culo. La terra dove lo tengono
il culo, quello vero, non è terra
è modificata da altro materiale,
scarto territoriale altrui, dal saldo
positivo su conti correnti sconosciuti.
Se passa l’autobus in orario, segnatelo,
è per culo, se la vicina quarantenne
muore troppo presto è chimica.
Arrivare in tempo al lavoro o non morire
hanno lo stesso numero di probabilità.
Restare vivi è culo, è matematica.

*

XXIX

Non pensare che fosse indifferenza
la nostra piuttosto un modo di vivere
le cose così come si vivono:
tutte insieme, una per volta.
La sparatoria dietro l’angolo,
la partita di calcetto i compiti da fare,
poi uscire la sera il bar, la storia di tutti,
tutti tornavamo a casa per cena.

Da Avremo cura, Zona, 2014

 

Alcuni testi inediti da un libro in costruzione: “Sui segni” (titolo provvisorio)

*

Il palmo della mano
esteso, teso, verso l’alto,
una sola spanna tra il gesto
e il soffitto, dove va a morire
l’aria, una sola azione
si produce dal letto al sonno,
tra il fiato e il niente.

*

Non sapere come sia andata
immaginare la mano che forma
il cappio con un tessuto,
il braccio che tira verso l’alto
e provoca uno strappo,
qualcosa si scuce:
c’era un difetto nella trama.

*

Un corpo morto s’abbraccia
a una madre, c’è vita
in questa doppia morte
così l’acqua dello Stretto
appiccica col sale, non separa
ciò che è stato vivo
due volte, chi ha tentato
disperato la terza via.

 

*
Pollice e indice, li unisco,
poi li separo, e così dico.

Il resto del mio peso
è una carcassa che mostro
come ultima protesta.

*
Hanno girato un video:
più di ottanta ore, pensate
la durata, pensate la stanchezza
dell’operatore, nel filmato
ci sono io legato a un letto,
mani e piedi al mio morire;
soffro anche ora che non sono,
mentre guardo la mia mano
che tenta l’allungo al comodino,
al cibo portato dall’infermiere,
anche nel replay dell’azione
la mano non arriva, e prima
che io muoia ritirano il vassoio.

*
Un gesto quando arriva
e si sistema, le ginocchia
sulla borsa, giù dall’Accademia,
l’altro quando allunga
il bicchiere vuoto di Grom
ad aspettare le monete,
la testa bassa sui masegni
ma quello non è un gesto,
è soltanto un segno.

 

Nota.

Ho scelto di inserire in questa breve nota poesie tratte da Futuro Semplice e Avremo cura, e alcuni inediti che, con ogni probabilità, contribuiranno a formare la prima parte di un libro in costruzione. Se penso ai due libri editi, mi pare ora chiaro che i discorsi del luogo, del tempo e della memoria abbiano sempre fatto parte della mia idea di scrittura; ciò che è cambiato nei quattro anni trascorsi tra le due pubblicazioni è il modo in cui si sono concretizzati. I luoghi del sud, ad esempio, prima erano racconto, ma come di un altro, qualcosa di accaduto ma distante, addirittura da dimenticare. In Avremo cura sono tornati ad essere ciò che erano, scansione perfetta della memoria, testimoni e complici di nascita e vita, personale e collettiva. Il tempo ha fatto la sua parte, il tempo ha misurato e ha deciso quando si poteva far pace, quando quella realtà poteva essere misurata e messa in poesia. Il passato, finalmente, guardato per quello che è, qualcosa che accade continuamente, nella ripetizione dei giorni e nei salvataggi della memoria, consente – ed è in quella direzione che va letto Avremo cura – il rimedio, l’attenzione e un’idea possibile di futuro. Tra il primo e il secondo libro ho capito che quello che ci riguarda davvero non si dimentica, si trasforma. Milano merita un discorso a parte, perché è la città  che è stata riparo, rifugio, salvezza, crescita. Se non ci fosse stata Milano non avrei mai scritto una sola parola. Per quello che riguarda l’aspetto formale, credo che mi sia sempre interessata un’armonia generale, che a volte rispettasse la metrica, altre no, ma che sempre consentisse un suono il più diretto possibile e quindi più efficace. Per questo preferisco i testi brevi, ho bisogno di quell’accelerazione che solo la poesia consente. Questi temi non mi abbandoneranno mai, suppongo. Sempre mi riguarderanno le persone, il racconto della realtà passa attraverso l’uomo, a quello che fa o che sceglie di non fare. I testi inediti che ho scelto di inserire qui sono stati scritti dopo l’ascolto di un discorso fatto da Luigi Manconi al Festival dei Matti, a Venezia, nel maggio 2015; Manconi fece un bellissimo discorso sui segni e sui gesti, quando diventano l’ultima cosa che resta. Da quello sono partito per scrivere le nuove poesie, ovvero tentare di vedere con gli occhi di un altro, quando gli rimane poco o niente; immaginarmi, poi, in un altro e per entrambi pensare a quello che resta, dopotutto. Il libro futuro sarà – forse – un resoconto sulle rimanenze. Tutto quello che ho scritto è servito a far ordine e a non avere paura.

Gianni Montieri

 

Bio-bibliografia

Gianni Montieri è nato a Giugliano, provincia di Napoli nel 1971. Vive da molti anni a Milano.

Ha pubblicato: Futuro semplice (Lietocolle, 2010) e Avremo cura (Zona, 2014)

Suoi testi sono rintracciabili nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) della rivista monografica Argo e sui principali siti letterari italiani.

Ha riscritto la fiaba Il pifferaio magico per il volume Di là dal bosco, Le voci della luna 2012.

Sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, Cfr edizioni 2014.

È stato redattore della rivista monografica Argo. Scrive di calcio su Il Napolista.

È capo redattore del litblog Poetarum Silva e membro di Progetto Santiago.

 

[Auto-antologie prosegue con Gianni Montieri e il suo percorso poetico. Appartengono alla stessa rubrica gli spazi dedicati a Francesco Tomada ,  Vincenzo Frungillo ,  Francesco Filìa,   Viola AmarelliEugenio Lucrezi e a Renata Morresi.  Sul lavoro di Gianni Montieri è possibile leggere un mio intervento qui   B.C.]

 

mater (# 5)

1

di Giacomo Sartori

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Il tuo fascismo

il tuo fascismo

era la voluttà della neve

l’asprigno di resina

Il cinese

4

di Stefano Zangrando

E va bene, stia a sentire: mio nonno paterno fu il figlio bastardo di un’avventura di guerra con un soldato austro-ungarico.
La notizia fu diffusa tra i parenti più stretti, poco dopo la morte del vecchio, da una cugina di mio padre, una distrofica di fede comunista. Era una tipa tosta, militante, sempre al corrente del peggio che si potesse affermare sulla classe governante di turno. Come abbia saputo lei di quella debolezza di guerra, rimane un mistero. Forse la confidenza di un parente ormai estinto, non so. Ma di lei, se mio padre non mente, ci si può fidare. E io mi fido innanzitutto di mio padre, quel povero saggio dilettante, tanto più che è politicamente molto diverso da quella cugina in trincea: non filisteo, non credulone, tuttavia inspiegabilmente esposto alle correnti dominanti. Del resto, la dimensione privata è sempre stata il solo ambito in cui il suo amor di verità potesse trovare conforto. Lei – si chiamava Tilde – la vidi soltanto due o tre volte intorno ai vent’anni, prima di andarmene di casa, quando ci fece visita assieme al compagno, un ex-seminarista calvo e placido, uno di quei tipi ascetici molto versati nell’informatica. La grande notizia mi giunse invece proprio da mio padre, che pochi giorni dopo il funerale del nonno a Bolzano aveva incontrato Tilde, assente alle onoranze funebri a causa di un’improvvisa infezione polmonare, nel corso di un tour parentale nel Cadore.
Tilde si spense poco tempo dopo quel gossip – pare che sulla cerchia dei Marinel quella notizia abbia avuto davvero l’effetto di uno sconveniente svelamento. In mio padre, tuttavia, a quell’altezza era già sbocciato il quantum d’ironia che l’iperuranio gli aveva concesso per aver intrapreso una minima cura dell’anima dopo troppi decenni di sottomissione alle verità precostituite. Quel giorno ero a pranzo dai miei, un sabato o una domenica. Mio padre raccontò la cosa durante il secondo. Martina, mia sorella, gridò allo scandalo. Mia madre rimase zitta e sparì in cucina con i piatti sporchi. Io assecondai incerto il sorriso intenerito di mio padre: quella notizia gettava di colpo una luce straniante sul ricordo che ciascuno di noi aveva del vecchio Astolfo. Voglio dire che la seriosità con cui mio nonno andava fiero del proprio cognome, e con cui aveva sempre indotto figli e nipoti a fare altrettanto, mi appariva all’improvviso non solo in tutta la sua fragilità, ma tanto più giustificata dalla natura meramente civile di quell’appartenenza – voglio dire non-biologica, generata unicamente dall’atto di responsabilità di quel primo Marinel che, prima ancora che mio nonno nascesse, scelse di riconoscerlo come figlio proprio. Provi a immaginare il grumo di amore, odio e ammirazione che dovette avere mio nonno per quell’uomo! Ma forse a questo punto è opportuno che le racconti un po’ più da vicino come andarono le cose.
Lina, così era chiamata quella mia bisnonna dai compaesani cadorini – doveva chiamarsi Carolina, o Adelina –, era stata una donna sfortunata. Il suo primo marito l’avevano trovato all’inizio del bosco con la gerla semivuota ancora in spalla, stecchito da un arresto cardiaco mentre raccoglieva rami secchi da farci fascine per la stagione fredda. Non aveva neppure trent’anni, ma era obeso, e in Cadore si beveva molto alcol. I maschi dei ceti più bassi invecchiavano presto. Rimasta vedova, Lina si divise tra l’economia domestica – orto, pollaio – e la chiesa, dove il parroco le dava qualche soldo per tenere puliti e in ordine banchi, altare e pavimenti. C’era anche una perpetua, ovviamente, ma quella il don se la teneva in casa; Lina, per così dire, era la responsabile del suo spazio d’intervento comunitario, la sua public manager. Solo quando il prete la raggiungeva tra i banchi deserti per soddisfare un appetito particolarmente invadente, solo allora, dopo aver accondisceso suo malgrado, Lina lasciava un ricordino in un angolo, vicino al confessionale o al seggio dietro l’altare – mai vicino al tabernacolo –, facendo credere all’uomo in nero che ci venissero a pisciare i ratti. Non lo faceva con rabbia, no, era solo una forma di sofferenza, una lacrimazione sui generis.
Allo scoppio della guerra, la vita si fece più dura. Il fronte italo-austriaco era a due passi, non era raro dover accogliere e confortare, in molti sensi, soldati stremati dalla guerra di posizione. E fu ancora nell’estate del ’17, ben prima di Caporetto, che un fante ramingo dell’esercito imperial-regio sbucò dallo stesso bosco dove due anni prima era crollato il marito di Lina e cercò rifugio nella baracca che ospitava la legnaia e il pollaio. Ma la cosa più strana, come notò Lina appena ci entrò per raccogliere le uova fresche, era che quel soldato aveva gli occhi leggermente a mandorla e la pelle brunastra. Era un chirghiso, capisce? Va bene che l’Impero austro-ungarico era un pot-pourri di lingue e nazionalità, ma un muso del genere in uniforme blu scura era tra le rarità più esotiche che un contadino veneto di cento anni fa potesse aspettarsi di trovare tra le proprie galline.
Ora, mi crede se le dico che quel soldato straniero fu il primo, tra tutti i militari che Lina aveva incontrato, a degnarla di un vero corteggiamento? E poiché il disertore non poteva certo uscire allo scoperto, tutto si svolse nella penombra di quella baracca. All’inizio bastava poco: quando Lina gli portava qualcosa da mangiare, una zuppa di patate o un pezzo di polenta con un po’ di vino, il soldato fingeva di contraccambiarla porgendole con goffa cortesia un uovo che aveva sottratto poco prima alle galline – non c’è bisogno che le ricordi quale significato simbolico abbia l’uovo, non solo nella nostra cultura. Così Lina e il soldato iniziarono subito a sorridersi. Poi si sforzarono di comunicare un po’ di più – la seduzione, si sa, è tutto un gioco di segni, e il chirghiso, cosa insolita ma non impossibile per un soldato in quelle condizioni, pareva incline al temporeggiamento, a un gentile rinvio. Masticava un discreto tedesco, Lina però se la cavava male, così cominciarono a darsi lezioni l’un l’altro tra l’impettito chiocciare delle galline e i canti sempre più rassegnati e pro forma del gallo, il quale dopo una certa aggressività iniziale per la violazione della sua zona di copula si era presto sottomesso alle pedate della padrona. Da “uovo, Ei” e “vino, Wein” – polenta è intraducibile – si passò presto ad “acqua”, “lavarsi”, “dormire” e poi, un giorno, “sogno” e, pensi un po’, “vestito bianco”, quando il soldato cercò di raccontarle che la notte precedente lei gli era apparsa in una veste chiarissima e si era addormentata accanto a lui, sul pagliericcio. Lina arrossì incredula, inspirando confusa il puzzo acre degli indumenti dell’uomo mescolato all’olezzo naturale degli uccelli domestici.
Cose come questa accadevano tra l’alba e il tramonto, quando la luce penetrava almeno un poco in quella baracca senza finestre. Nei primi giorni Lina non entrò mai lì dentro nelle ore buie. Solo una sera, nella prima oscurità, quando udì dei gemiti prolungati provenire dal pollaio, Lina osò uscire con cautela e attraversare l’orto verso la baracca, se non altro per intimare a quel bizzarro traditore imperial-regio di tacere o di fare più piano, qualunque cosa stesse combinando. Non era ingenua, sapeva che il soldato era un uomo anche lui, e il fatto che fino a quel momento non avesse osato allungare le mani, preferendo indugiare in quel flirt da giovinetti, più che indispettirla l’aveva incuriosita.
Lina si sbagliava di poco: trovò il soldato con le mani tra le cosce, ma non intento nell’atto che lei si aspettava. Era vestito e lamentava dolori. Dovette mostrarle i genitali. Lina inorridì. Il chirghiso, ammutolito dalla vergogna, le lasciò intendere con pochi sguardi quel che era successo. Anziché arrangiarsi, si era sfogato con le galline e si era preso un’infezione.
Quando Lina girò i tacchi per correre in casa a preparare un impacco curativo, a metà orto udì chiamare il suo nome dalla strada. Il parroco, di ritorno dalla visita a un morente, la pregò di ospitarla brevemente per un bicchiere di vino. Lina ne fu spaventata, fino a quel momento il pretaccio non aveva mai osato disturbarla in casa. Lina cercò di sottrarsi con una scusa, disse che il gallo stava male, molto male, che doveva occuparsi del gallo, ma il prete non si lasciò dissuadere e avanzò oltre il cancelletto aperto.
Così quella sera, per la prima volta, Lina dovette sottostare all’incontinenza ansimante del parroco nella stessa alcova dove aveva dormito il suo compianto marito, sperando fino all’ultimo che il religioso, troppo preso dalle proprie voglie, non scambiasse i gemiti del gallo per quel che erano veramente.
Tutto andò liscio, per fortuna, e già quella notte, smammato l’uomo in nero, Lina poté prendersi cura del soldato. Ma a quel punto lui non poteva stare lì ancora a lungo, perché se il prete avesse iniziato a bussare più spesso alla porta di Lina, come lei temeva, il rischio che lo scoprisse diventava una minaccia per entrambi. Lui sarebbe finito prigioniero, lei svergognata di fronte all’intero paese – a letto con il nemico! Così, appena il soldato iniziò a star meglio, dovettero separarsi. Una mattina, alle prime luci dell’alba, il chirghiso le disse “A presto”, le baciò le mani e sparì nel bosco dal quale era sbucato qualche settimana prima.
Lina tornò, non senza qualche sospiro, alla vita di prima, certa che non avrebbe mai più rivisto quello strano disertore che forse, chissà, era già morto sotto i colpi di fucile di un alpino. Poi ci fu la disfatta di Caporetto e fu occupato anche il Cadore. Gli austriaci non andavano per il sottile, sequestravano bestiame, foraggi e ogni bene possibile, e anche Lina, benché fosse sola, dovette subire il destino comune. Finché, un giorno della primavera del ’18, mentre spolverava i banchi in chiesa, udì aprirsi la porta della sagrestia. Si rabbuiò in volto, già quasi sentendo le mani del prete girarle sui seni e presagendo il bisogno impellente che l’avrebbe colta dopo, ma nessuno la chiamò per nome, come faceva sempre lui prima di arrivare a toccarla. La presenza silenziosa le si avvicinò da dietro e Lina, prima ancora di voltarsi, sentì il puzzo di soldato, poi una voce nota le sussurrò all’orecchio: “Vestito bianco…”
Ecco, mio nonno fu concepito così, tra i banchi di una chiesa in piena guerra mondiale, nell’unione di una vedova cadorina e un fante austro-ungarico di origine chirghisa. Il soldato – Dio solo sa come avesse fatto a ritornare indenne nelle file dell’esercito che aveva abbandonato – si era intrufolato in quel luogo sacro, come scoprì Lina alla fine di quel miracoloso incontro, dopo aver legato il prete a una sedia e averlo costretto, sotto gli occhi atterriti della perpetua, a bere un uovo crudo dietro l’altro finché non aveva vomitato tutto per terra, dritto dritto sulla chiazza di orina ed escrementi che già aveva rilasciato per la paura. Lina era troppo felice per restare davvero schifata da quell’obbrobrio, riuscì solo a fingere malamente, al cospetto della perpetua in lacrime e del parroco umiliato, lo sconvolgimento per la presunta violenza subita, senza potersi togliere di mente le parole misteriose con cui l’amante si era congedato, stavolta per sempre, sparendo oltre la soglia del portone principale: “Seni seviyorum,” le aveva detto.  Significa “ti amo”, è turco. Il che non significa che io abbia – anche – origini turche, ma che quel soldato arrivava chissà da dove, che una parte del mio sangue affonda le sue radici in un oriente insondabile. In ogni caso, ora sa da chi ho preso questi occhi e questa carnagione; mentre io, quando conobbi la storia svelata dalla cugina di mio padre, vidi illuminarsi un dettaglio che mio nonno Astolfo mi aveva citato spesso, ma sempre sconnesso, assoluto, senza darmene una spiegazione. “Al paese mi chiamavano il cinese,” mi diceva, con una serenità di cui solo oggi riesco a riconoscere l’artificio, ogni volta che finivamo a parlare degli occhi che mi aveva trasmesso saltando, chissà come, quel conformista di mio padre.

 

(questo racconto è stato pubblicato sul mensile UCT (Uomo-Città-Territorio), numero 486, luglio 2016, Trento)

Parigi. The Great Smog

5

di Jamila Mascat

Londra nel 1952 andrò in fumo a causa di un’emergenza ambientale – the Great Smog  – che annebbiò la città al punto da impedire la circolazione di individui e mezzi di trasporto, e che nel giro di quattro giorni (dal 5 al 9 dicembre) causò più di 12mila morti.

Le foto che seguono sono state scattate da Jean SeguraAlhil Villalba durante la mobilitazione contro la Loi Travail tra i mesi di aprile e giugno di quest’anno.

Il fumo è stata la cifra dominante delle manifestazioni di piazza grazie all’uso massivo e sistematico di gas lacrimogeni da parte della polizia.

L’ordine delle immagini non è cronologico, ma ideologico.

9avrilManifestazione, Place de la Nation, Parigi, 9 aprile.

 

28rueManifestazione,  Place de la Nation, Parigi, 9 aprile.

cheminot in fumoManifestazione dei ferrovieri à Montparnasse, Parigi, 10 maggio.

28grèveSciopero generale contro la Loi travail, corteo da Place Denfert-Rochereau a Place de la Nation, 28 aprile.

28nuageSciopero generale contro la Loi travail, corteo da Place Denfert-Rochereau a Place de la Nation, 28 aprile.

28marcheSciopero generale contro la Loi travail, corteo da Place Denfert-Rochereau a Place de la Nation, 28 aprile.

fiori_26maggioManifestazione contro la Loi Travail, Place de la Nation, 26 maggio 2016.

invalides_estintore fumoManifestation contro la Loi Travail, Esplanade des Invalides, 14 giugno 2016.

police in fumoManifestazione contro la Loi Travail, verso l’Esplanade des Invalides, 14 maggio.

corridore in fumo 26 maiManifestazione contro la Loi Travail, Place de la Nation, 26 maggio 2016.

monnezza in fumoManifestazione contro la Loi Travail, Esplanade des Invalides, 14 maggio.

black block in fumoManifestazione contro la Loi Travail, Place de la Nation, 26 maggio 2016.

28istanbulManifestazione contro la Loi Travail, verso l’Esplanade des Invalides, 14 maggio.

racchetta manManifestazione contro la Loi Travail, Place de la Nation, 26 maggio 2016.

Passione per il western

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di Ugo Cornia

La passione per il film western è un fenomeno che accomuna molti genii. Notissimo il caso di Ludwig Wittgenstein e di John Maynard Kejnes, insieme all’amico Pietro Sraffa, che grazie ai soldi di Wittgenstein avevano rilevato un piccolo cinema di Cambridge, dove proiettavano esclusivamente e continuamente i film western che poi andavano a guardarsi, mangiandosi dei sacchetti di carne di maiale fritta.

Programma della festa indiana: a Torino il 24 e 25 settembre

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La festa indiana si terrà dal 24 al 25 settembre a Torino, e presso l’Unione Culturale Antonicelli. Ecco il programma.

 

Unione Culturale Franco Antonicelli

Via Cesare Battisti, 4, 10123 Torino

011 562 1776

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Ferragosto a Milano

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in fila per il pranzo di ferragosto

di Gianni Biondillo

Una piazza del Duomo piena di gente il 15 di agosto non l’avevo mai vista. File interminabili di gente che aspetta paziente di entrare nella cattedrale. La Milano estiva della mia infanzia è vuota, spettrale, tutt’altra dalla Swinging Milano che mi appare sotto gli occhi. Turisti, sopratutto. Stranieri. Moltissimi gli arabi, curiosi di conoscere il nostro stile di vita, le nostre bellezze artistiche. I loro vestiti, i veli che coprono il capo delle donne, non li fanno sembrare pericolosi. Appaiono come principi di favole esotiche. Non fanno paura. Sono altri quelli che spaventano il popolo rabbioso della rete, quello che urla proclami contro l’invasione in atto. Non i turisti, ma i profughi, quelli che fuggono da fame, guerra, disperazione. I poveri, sono loro che ci fanno paura. Decido allora di inforcare la bicicletta e di muovermi verso la stazione Centrale. Lì, il popolo rabbioso dei social nei sui commenti lividi e grevi, mi assicura che è pieno di terroristi, mangia pane a tradimento, furbi approfittatori della nostra ricchezza e del nostro buonismo.

Il sole è alto. Li vedo dormire su fazzoletti di prato alla ricerca dell’ombra delle chiome frondose. Sono maschi, in maggioranza, soprattutto africani. Alcuni fanno capannello seduti sui muretti, vicino a turisti che fanno selfie a ripetizione. Noto una famiglia magrebina al completo, più appartata un’altra famiglia, ad occhio e croce direi siriana. Poi ragazzi. Ragazzi ovunque. Eritrei, etiopi, sudanesi. All’imbocco con via Vittor Pisani c’è un bivacco di uomini, raggruppati sotto un albero. Almeno cinque seduti, un paio dormono ancora, appoggiato al tronco c’è una catasta di valigie. Questi hanno un aspetto più trasandato, macilento, straccione. Pochi passi più avanti una ragazza bionda prende il sole. In piazza, nel frattempo gli operatori dell’Amsa stanno passando l’idrante per ripulire i rifiuti. Spazzano via bottiglie, bicchieri di plastica, lattine di birra. I migranti (profughi, clandestini, come devo chiamarli?) si muovono assieme verso un altro cono d’ombra. Alcuni stazionano sotto la scultura di Michelangelo Pistoletto, l’enorme “mela reintegrata” pensata per Expo e ora installata qui. Si spostano lenti con il girare del sole, come lancette di un orologio. Passo di fronte al padiglione posto di fronte all’ingresso della stazione. Un tanfo d’orina mi pervade le narici. Ovunque macchine della polizia locale e dei carabinieri. C’è pure una camionetta. Tutto sembra sospeso. Sembra di vivere dentro un’infinita attesa. Di cosa?

Prendo la bicicletta, costeggio tutta via Sammartini tenendomi lo spiccato ferroviario sulla destra, in prossimità di Greco vedo un nugolo di persone. Qui forse avrò la risposta. “Aspettano di partire” mi spiega Alice, del Progetto Arca, una realtà che lavora da un ventennio sul tema dell’accoglienza. Senza tetto, anziani, migranti. Senza distinzioni. “È un flusso continuo” mi spiega. “Arrivano a Milano, cercano di superare le frontiere, raggiungere i parenti in Germania o in Svezia. Fosse per loro non si fermerebbero”. Ma le frontiere sono chiuse. A Como, a Ventimiglia. Quindi tornano indietro, si fermano qui, per qualche giorno. Cercano un posto dove dormire, un pasto caldo, degli abiti. Poi tornano verso la stazione, instancabili, verso il loro destino. Nei tre anni che l’Hub d’accoglienza è operativo, non s’è visto un aumento del flusso migratorio. I numeri sono gli stessi degli scorsi anni. Sono quelli che tornano, rimandati indietro, che sono aumentati. L’Italia è ormai un grande cul de sac, la convenzione di Dublino ha garantito le frontiere interne dell’Europa addossando agli stati più esterni il compito di gestire l’emergenza. Avete firmato l’accordo? Arrangiatevi, insomma. E la Germania con i siriani allora?, chiedo. “Si sono mossi bene e in fretta” è stata la risposta di Hani.

Hani parla con un cadenza che è più milanese della mia. È di origini egiziane, il suo ruolo è fondamentale. Non solo perché parla arabo, che è come il latino era per noi nel medioevo, una lingua franca che gli permette di comunicare con chi non conosce inglese o francese; non solo perché si occupa di identificare e registrare tutti le persone di passaggio per poi distribuirle nei vari centri d’accoglienza; non solo per il suo lavoro insomma. Ma anche perché ha un sorriso talmente accattivante che sembra impossibile non fidarsi di lui. Mentre mi parla ci passa vicino un gruppetto di ragazzine eritree. Una di queste lo saluta e poi corre avanti vergognosa. Hai fatto colpo, gli dico. Lui quasi arrossisce. Alice lo prende in giro: “Piace molto alle ragazze”, lui, forse per cambiare argomento, riprende il suo discorso. “La Merkel ha colto al balzo l’occasione. I siriani sono i profughi più ricchi e più colti. Anche quando arrivano qui si distinguono. Stanno fra loro, raramente interagiscono con gli altri. Una volta ho visto una famiglia prendere un taxi per andare al centro accoglienza di via Mambretti.” Ma di siriani, comunque, se ne vedono sempre meno. Non c’è una logica d’arrivo, mi dice Alice. Certe volte arrivano ondate di donne con bambini, altre di vecchi. “Noi qui potremmo ospitare solo 75 persone a notte, ma in situazioni d’emergenza siamo arrivati fino a 400 in una notte. C’erano così tante brande che di notte non si riusciva ad alzarsi per andare in bagno senza camminare sui letti.”

Ci viene a salutare Ahmed. È un ragazzino egiziano. Un minore non accompagnato, per essere fiscali. È in Italia da quattro mesi, mi racconta. Da due è stanziale qui, è diventato un po’ la mascotte del centro. Ha una faccia vispa, uno sguardo vivido. “Spesso va da solo davanti alla stazione, recupera un po’ di migranti e li accompagna qui al centro”, mi dice Alice. Ahmed afferma di avere quattordici anni ma non gli credo, ne dimostra un paio di meno. Di certo ha le idee chiare. “Voglio fare qualcosa di importante, qui in Italia” ci dice. “Quando sarò grande studierò medicina, oppure ingegneria.” Abbiamo un ottimo Politecnico, gli rispondo, augurandogli di realizzare i suoi sogni.

Mi guardo attorno. La maggior parte degli ospiti bivacca seduto sui bordi del marciapiede, come li vedevo nei miei viaggi in Ciad, Uganda, Etiopia. Aspettano. Hanno raccolto tutti i loro averi, pagato fino a 6000 dollari per il viaggio, attraversato il deserto. La maggior parte delle donne, raggiunta la Libia, hanno conosciuto l’umiliazione e la violenza brutale dello stupro, si sono imbarcati su gommoni precari, hanno visto morire annegati o disidratati i loro compagni di viaggio. Aspettare non è certo un problema. “In tre anni che lavoro qui” mi dice Hani “Non ho mai assistito ad una rissa. Sanno di essere tutti sulla stessa barca.” Quella che li ha traghettati qui. Si avvicina una signora, sembra mia zia. “Mi chiamo Graziella” ci dice “Vorrei dare una mano”. La Milano che urla livorosa sembra esistere solo sui social o nei commenti degli articoli on line. Quella silente si presenta per dare una mano. “Almeno 30 persone al giorno” mi dice Alice. “Vengono e portano vestiti, generi alimentari, giochi per i bambini. Noi cerchiamo di indirizzarli sulle nostre pagine Facebook o sul nostro sito, chiedendo di volta in volta le cose di cui abbiamo bisogno.” La Milano silente si muove. E s’organizza. Questo Hub è già un modello, vengono da molte parti d’Europa per studiarlo. Qui differenti realtà del terzo settore si sono messe in rete. Non c’è solo il Progetto Arca, ma anche Save the children, l’Albero della Vita, il Banco Alimentare, oltre al Comune di Milano.

Forse il governo centrale è distratto ma Milano c’è. Al di là delle logiche di bassa cucina politica. L’Assessore Majorino è una presenza fissa, mobile, attiva. Così come non è raro che vengano esponenti dell’opposizione e, non ostante i rituali distinguo, finiscano per donare il loro tempo e il loro denaro a questo miracolo d’accoglienza. Alberto Sinigallia, il Presidente di Progetto Arca, stima una spesa di 5000 euro al giorno per far muovere l’intera macchina. I pasti, oltre 600 al giorno, i posti letto, l’assistenza sanitaria, la logistica. Per tutti, ben inteso. Non solo i migranti, anche per i senza tetto italiani. Che nessuno resti indietro.

I miei ospiti mi mostrano le strutture. Si stanno apparecchiando i tavoli, è quasi ora di pranzo. Guardo lo spazio dedicato ai bambini, i loro disegni appesi ai muri, come in un qualunque asilo infantile. Fra questi ce n’è uno. Una bandiera somala circondata da un cuore, affiancata da una bandiera italiana. “Thanks to Italy” c’è scritto, con mano incerta. Fuori si sta organizzando la fila per la distribuzione del pasto. Alcuni volontari separano gli uomini dalle donne e i bambini. Il più attivo è Gianluca, un uomo dalla parlata spiccia, capelli bianchi raccolti in una coda. “Sono un leghista” mi dice, cercando di provocarmi. “Sono per il territorio e contro il buonismo. Ma la prima accoglienza deve essere per tutti, non pigliamoci in giro” poi mi sciorina un discorso di meravigliosa incoerenza, che fonde ordine, razionalità, sentimento e rabbia. “Pensa che oggi c’era l’inaugurazione del bar di mio figlio, a Omegna. Solo che qui stanotte c’è stato un allarme antincendio e allora sono rimasto a dare una mano”. Conosco anche Bianca. Viene dalla Toscana. Non sapeva come passare l’estate, non era interessata a mangiare l’anguria sotto il solleone di Rimini. Ha prenotato un albergo a Milano e da due settimane fa la volontaria. “Mi sento arricchita”, mi dice. Che paese incredibile siamo.

Nessuno, qui, ha la bacchetta magica. E, a dirla tutta, non tocca a loro trovare la soluzione ad un cambiamento di tale fattura nel nostro tessuto sociale. Loro, però, che stanno in prima linea sono quelli che hanno più chiaro il problema. Ne hanno una visione più lucida. “Ci vorrebbe una accoglienza diffusa” mi dice Gianluca, per quanto i suoi amici sindaci della Lega non vogliano ospitare nessuno. “Piccoli gruppi da distribuire nel territorio. Si creerebbero meno tensioni.” La soluzione prospettata, invece, è quella di aprire un grande centro d’accoglienza in una caserma. “Meglio quella” mi dice Alice “Che nulla”. Qui si sta andando avanti con le donazioni e la buona volontà. Non basta. Da Roma non si ha una visione progettuale su che fare in Italia dopo la prima accoglienza. I profughi aumenteranno, lo sappiamo tutti, la politica dello struzzo non basta più.

Oggi Sirte è stata liberata, dico. “La sai una cosa?” mi dice Gianluca. “Prima o poi arriveranno anche i profughi libici.” Quelli che magari s’arricchivano con la tratta dei profughi, fustigavano gli uomini e stupravano le donne. “Io non so cosa succederà quando questi ragazzi eritrei o sudanesi li riconosceranno.” Hani annuisce e, per la prima volta da quando sono qui, non lo vedo sorridere.

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(pubblicato in una versione più breve su Panorama dello scorso 24 agosto 2016, corredato dalle belle fotografie di Luca Rotondo)

Le parole liberate dagli outsider

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di Giacomo Sartori

Tiziano Spinelli (1 di 1)_rit

 

 

 

 

 

 

 

Le parole che leggiamo sono prigioniere, se ne stanno rassegnate nelle loro gabbie modulari, hanno gli occhi spenti. Sono stufe di loro stesse, stufe di noi.