Home Blog Pagina 248

¡Que viva la traducción! – La letteratura italiana in Argentina

1

(Dopo le prime puntate in Spagna – qui e qui – ecco una nuova intervista per capire che ruolo giochi la nostra letteratura fuori dai confini nazionali. Questa volta esploreremo l’Argentina grazie alla guida di Jorge Aulicino. Il salto tra i continenti non vi sembri così arbitrario: le due culture e i due mercati editoriali sono profondamenti intrecciati. gz)

Un’intervista a Jorge Aulicino di Ilide Carmignani e Giuseppe Zucco

Un'opera di Jaz su una parete di Buenos Aires, Argentina
Un’opera di Jaz su una parete di Buenos Aires, Argentina

Che spazio occupa in percentuale la letteratura italiana nell’insieme della letteratura tradotta in Argentina? E le altre letterature europee?

Non esistono cifre al riguardo. Non sappiamo nemmeno quale sia la percentuale di letteratura tradotta venduta in Argentina. Ma conviene tener conto, prima di proseguire, che il nostro mercato editoriale è dominato da tre grandi gruppi non argentini: Planeta, Santillana e Random House, che hanno assorbito le grandi case editrici locali, come Sudamericana e Emecé. Con un’aggravante: le traduzioni che leggiamo sono in genere realizzate in Spagna, da traduttori spagnoli, con lo spagnolo di Spagna e non con quello che si parla in Argentina. Temo che in questo paese l’epoca d’oro della traduzione sia finita. Ci sono stati, tuttavia, tempi migliori. Dal 1950 alla fine del secolo scorso, le case editrici argentine hanno pubblicato gli autori contemporanei italiani, tradotti da autori argentini: Moravia, Morante, Pavese, Pratolini, Vittorini, Pirandello, Gadda, Montale, Ungaretti, Quasimodo, Pasolini, Calvino e così via. Enrique Pezzoni, editore di Sudamericana, Horacio Armani, Attilio Dabini, Rodolfo Alonso sono stati grandi traduttori e divulgatori della letteratura italiana attraverso case editrici come Sur, Losada, Sudamericana, Fabril. La sinistra ha tradotto Gramsci negli anni Sessanta. José Aricó e Héctor Agosti sono stati i suoi traduttori e divulgatori. Oggi dipendiamo quasi esclusivamente dalla Spagna, cosa abbastanza scandalosa in un paese che ha accolto più di sei milioni di emigranti italiani, che ha una popolazione per il 60% di origine italiana e che parla con un accento dovuto in parte agli andalusi ma soprattutto ai napoletani, come dimostra un recente studio del  Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas (CONICET).

 

Quali sono gli scrittori più conosciuti?

Ho letto su Nazione Indiana le interviste ai traduttori spagnoli e direi che qui il panorama è simile. L’autore più conosciuto è Andrea Camilleri, pubblicato dalla casa editrice spagnola Salamandra. In una cerchia più ristretta di lettori, sono apprezzati Antonio Tabucchi e Alessandro Baricco, pubblicati entrambi da Anagrama. Anche i nomi dei saggisti e dei filosofi sono prevedibili: Umberto Eco, pubblicato da Lumen, è quasi popolare in Argentina. Gianni Vattimo ha, suppongo, delle buone vendite, a giudicare dalla sua presenza sui giornali. Anche lui è stato pubblicato da case editrici spagnole. In una cerchia ancora più ristretta hanno avuto successo anche Toni Negri e Giorgio Agamben.

 

Viene tradotta la poesia? E la letteratura di genere, la saggistica, i libri per ragazzi?

Libri italiani per bambini non se ne conoscono in Argentina. La saggistica, tranne gli autori già menzionati, è legata agli sforzi compiuti da piccole case editrici di dimensioni quasi artigianali. Per esempio, El Cuenco de Plata ha pubblicato pensatori classici come Tommaso Campanella e Torquato Accetto. La stessa casa editrice ha appena pubblicato La divina mímesis di Pasolini, tradotta da Diego Bentivegna. Un’altra casa editrice molto piccola, Winograd, ha dato alle stampe Pico della Mirandola. Sono sforzi direi quasi eccentrici.
La poesia non viene pubblicata né ristampata, eccetto che nelle piccole case editrici. Un lettore giovane, persino uno scrittore o un poeta giovane, qui non trova traduzioni di Montale, Pavese, Fortini, Pasolini, Penna. Non ha quindi accesso ai grandi poeti del Novecento, a meno che non li trovi nelle librerie di seconda mano o dispersi in Internet. Eppure questi classici contemporanei sono stati tradotti quaranta o cinquant’anni fa da poeti come Armani e Alonso. Costituiscono una grande eccezione alcune edizioni recenti, tutte pubblicate da case editrici minuscole: María Julia Ruschi ha tradotto Mario Luzi per Grupo Editor e Milo de Angelis per Hilos; Delfina Muschietti ha tradotto Alda Merini per Bajo la Luna (una casa editrice un po’ più grande); Winograd ha pubblicato le Rimas completas di Dante, tradotte da Marcelo Pérez Carrasco; un anno fa Gog y Magog ha date alle stampe la mia traduzione dell’Infierno de Dante (la traduzione completa di tutte e tre le cantiche uscirà da Edhasa quest’anno, se Dio vuole).
Una presenza così scarsa della poesia italiana non corrisponde all’alto livello dei traduttori di poesia disponibili in Argentina, gente come Bentivegna, Muschietti, Pérez Carrasco, Pablo Anadón, Ángel Faretta, Alejandro Bekes, Carlos Vitale, Guillermo Piro, e gli stessi Armani e Alonso, che sono ancora vivi. Molta di questa poesia viene pubblicata su blog.
L’opera poetica di un autore come Rodolfo Wilcock, che si stabilì in Italia e decise di scrivere in italiano, non è ancora stata tradotta. In Italia l’ha pubblicata Adelphi. Wilcock ha avuto più fortuna con alcuni dei suoi racconti: li ha pubblicati Sudamericana, oggi assorbita da Random House-Mondadori.
Il principale problema che impedisce di pubblicare autori italiani in Argentina, compresi i poeti, è che in genere i diritti appartengono alle case editrici spagnole.

 

Quanto sono tradotti i classici? Quali sono accessibili e quali mancano all’appello?

Mancano praticamente tutti. Alcuni si possono trovare nei cataloghi delle case editrici spagnole, ma non sempre sono presenti nelle librerie. Ho comprato l’ultima traduzione dell’Orlando furioso, realizzata in Spagna da José María Micó, nella libreria online della Casa del Libro di Madrid. Non abbiamo a portata di mano né Ariosto né Machiavelli e nemmeno Dante, tranne che nelle edizioni ridotte. Non è possibile leggere i poeti del Quattrocento nemmeno in edizioni spagnole. Né Petrarca, né Boccaccio, né Tasso, né Leopardi fra gli altri. Ho trovato una riedizione della Divina commedia di Edaf tradotta dal conte di Cheste nell’Ottocento, una vera chicca! Ma passando a quelle spagnole non si trova la traduzione di Ángel Crespo, novecentesca. La cosa peggiore è che non vengono nemmeno ripubblicate le traduzioni argentine della Divina commedia: né quella di Bartolomé Mitre (militare e presidente argentino) della fine dell’Ottocento, né quella di Ángel Battistessa degli anni  Settanta.

 

Quali case editrici dedicano spazio agli scrittori italiani? Che tipo di linee editoriali hanno? Esistono case editrici specializzate in letteratura italiana?

No, non esistono case editrici specializzate in letteratura italiana. Le linee editoriali sono le stesse che valgono in Spagna.

 

C’è un qualche lavoro di scouting sulla letteratura italiana contemporanea? Che parte hanno in questo i traduttori?

Non c’è niente del genere…

 

Quale accoglienza riserva il pubblico argentino agli autori italiani? Gli scrittori più conosciuti  (Eco, Tabucchi, Camilleri, etc.) sono riusciti in qualche modo a fare da traino?

Gli autori italiani sono stati molto amati in Argentina sia dal punto di vista letterario che personale. Calvino, ad esempio, fu molto letto e molto ben accolto durante le sue visite. Perché piaceva la sua letteratura e perché era italiano. La visita di Ungaretti, molti anni fa, fece clamore. La risposta alla seconda parte della domanda è: purtroppo no.

 

I libri italiani che vengono tradotti in Argentina che varietà linguistica presentano in spagnolo?  Si traducono (e si vendono) principalmente libri scritti in maniera semplice o anche libri particolarmente elaborati sul piano della lingua e dello stile?

I pochi libri che si traducono qui, quasi tutti grazie a piccole case editrici, presentano la varietà linguistica del Río de la Plata. Gli argentini fanno fatica ad accettare lo spagnolo di Madrid, persino nelle opere più popolari, anzi forse soprattutto nelle più popolari. Fanno fatica ad accettare che un personaggio di Camilleri dica gilipollas. Naturalmente si vendono di più i libri di scarsa complessità stilistica. Tabucchi è il livello medio.

 

Sono presenti nelle redazioni culturali argentine dei giornalisti e/o scrittori che conoscono il panorama italiano contemporaneo? Esistono riviste o blog letterari che si prodigano nel promuovere e suggerire ai propri lettori libri italiani?

Esistono pochi critici nei grandi giornali che conoscano il panorama italiano contemporaneo. I più importanti – Armani, Hugo Beccacece – sono ormai in pensione. Io stesso non lo conosco e sono stato responsabile del supplemento culturale del “Clarín”, il quotidiano più venduto in Argentina. Dipendiamo completamente da ciò che pubblicano gli editori spagnoli. Sappiamo poco, pochissimo, di quello che accade in Italia, e solo grazie ai giornali online.

 

Che immagine ha il lettore argentino dell’Italia? Gli stereotipi che ci caratterizzano all’estero possono in qualche modo influire sulla scelta dei titoli italiani da tradurre?

Lo stereotipo dell’italiano passionale, che parla a voce alta, è una figura in cui gli argentini si riconoscono. Gli argentini credono di assomigliare ai napoletani, e ne sono felici. In genere, sono orgogliosi delle loro radici italiane e il soprannome tano non è offensivo ma quasi onorifico. Gli immigrati però hanno tagliato tutti i legami con la loro patria e non hanno insegnato l’italiano ai figli. Tuttavia, più del 50% delle parole del lunfardo (il linguaggio che un tempo era della malavita e oggi è il linguaggio della strada) hanno origine italiana: diciamo comunemente naso, gamba, facha (da faccia), laburo (da lavoro), escrachar (forse da schiacciare, ma con senso diverso: distruggere,  denunciare), balurdo (da balordo, ma come imbroglio), grosso, mersa (da merce o mercante: volgare), mina (per dire donna), nonno, birra, mufa (da muffa: noia, malumore), manyar (da mangiare), festichola (da festicciola) e altre mille parole che in genere si ignora provengano dall’italiano o dai dialetti italiani. E normale dire “ma sì” e io credo che anche il nostro vocativo che venga dall’italiano, da c’è: colui che dice “c’è”, cioè l’italiano.
Tutto questo però non si riflette in una particolare presenza della letteratura italiana nelle librerie. Traduttori per vocazione, come quelli che ho nominato, penso che abbiano spesso scelto l’italiano per ragioni familiari e culturali. Ma non abbiamo lavoro nelle grandi case editrici.

 

Affinché uno scrittore italiano acceda al mercato editoriale argentino o latinamericano, quanto conta la sua casa editrice di origine?

Conta, nel nostro caso, quale casa editrice lo ha pubblicato in Spagna, perché è la Spagna a dominare il mercato e il marketing.

 

Che funzione svolge la letteratura italiana nel polisistema letterario argentino?

Nella letteratura argentina, gli autori del dopoguerra, e anche quelli precedenti, sono stati molto influenti, soprattutto Pavese. La poesia argentina attuale, in particolar modo, non sarebbe concepibile senza di lui e senza Montale e Pasolini. Insieme al cinema neorealista sono arrivati numerosi autori che oggi non si pubblicano più. Pratolini, per esempio. Lo stesso Pavese, che ha molto influenzato uno scrittore ormai canonico come Juan José Saer, non si trova più in libreria. Nel campo delle idee, Vattimo è un autore molto letto e discusso, ma non succede la stessa cosa nella letteratura e nella poesia.

 

Che tipo di politica culturale persegue l’Italia in Argentina? Potrebbe avere modalità di diffusione più efficaci?

Non conosco la politica culturale dell’Italia in Argentina. L’associazione Dante Alighieri è ancora in piedi, con filiali in varie città, ma non conosco, né credo che esista, una politica riguardo alla musica, alla letteratura, alle belle arti. Non credo che gli enti preposti abbiano una nozione chiara di quale ricezione possano avere qui gli autori italiani. In un certo senso anche l’Italia dipende dall’industria editoriale spagnola. Ci sono due ambiti in cui si potrebbe lavorare: gli incentivi alla traduzione dei classici italiani, compresi quelli ormai canonici del secolo scorso, e gli scambi culturali in genere.

 

Come funziona il mercato editoriale in Argentina? Che scambi ci sono con gli altri paesi dell’America Latina?

Il nostro è un mercato con maggiori possibilità rispetto agli altri paesi latinoamericani. L’Argentina, malgrado abbia un indice di vendita di libri minore ad esempio della Francia, è il paese con il più alto tasso di vendita per abitante di tutti i paesi di lingua spagnola dell’America latina. Si vendono circa 80 milioni di libri all’anno, in un paese di 40 milioni di abitanti. Questo significa due libri all’anno per abitante. E una recente inchiesta ha dimostrato che se prendiamo in considerazione la sola classe media la cifra sale a quattro-cinque libri all’anno.

 

Che ruolo svolge l’editoria spagnola? La distribuzione in Argentina funziona nello stesso modo per gli editori spagnoli e latinoamericani?

La distribuzione delle case editrici spagnole funziona nello stesso modo in tutti i paesi, che io sappia. E questo ha un risvolto terribile, dal mio punto di vista: i libri di autori argentini pubblicati dagli spagnoli in Argentina molto raramente vengono immessi negli altri mercati latinoamericani, e di rado in Spagna. E la stessa cosa accade negli altri paesi latinoamericani. In Argentina non ci sono, a loro volta, case editrici di altri paesi latinoamericani, tranne il Fondo de Cultura Económica del Messico e la colombiana Norma, che ha smesso di pubblicare romanzi e saggi per dedicarsi solo alla letteratura infantile e giovanile. La casa editrice cilena Lom ha però annunciato che quest’anno porterà in Argentina un catalogo molto interessante, che comprende anche Pirandello.

 

Le traduzioni argentine circolano anche in altri paesi latinoamericani e in Spagna? Che conseguenze ha nelle traduzioni il problema delle varianti locali dello spagnolo?

Penso che le traduzioni argentine non circolino affatto. È raro che le grandi case editrici facciano ricorso a traduttori argentini. Anche gli ottimi traduttori argentini che si sono stabiliti in Spagna e lavorano per le case editrici spagnole devono adattare il loro spagnolo rioplatense all’uso peninsulare. Nel nostro paese, l’uso dello spagnolo di Spagna nelle traduzioni ha provocato un grande dibattito fra i traduttori e gli intellettuali in genere, perché è una variante dello spagnolo innaturale per noi.

 

E’ vero che gli argentini sono tradizionalmente considerati traduttori eccellenti?

Sono stati e sono ancora oggi dei grandi traduttori, o almeno dei traduttori appassionati. Molti di loro sono stati anche scrittori. Dall’illustre Mariano Moreno, che tradusse Rousseau ai tempi della Rivoluzione, fino a grandi poeti come Alberto Girri, che dagli anni Cinquanta agli anni Novanta fu il decano dei traduttori di poesia anglosassone, e anche un po’ italiana; o come Armani, senza dubbio il più autorevole traduttore di poesia italiana; senza contare Mitre e Battistessa, che tradussero la Divina commedia.
Enrique Pezzoni ha tradotto con grandissima perizia tanto dall’inglese come dall’italiano. Aurora Bernárdez è stata una grande traduttrice di Flaubert, Faulkner, Calvino, Sartre. Ci sono stati e ci sono così tanti bravi traduttori che è impossibile nominarli tutti. Vorrei aggiungere che in questo momento sono molto attivi Jorge Fondebrider (inglese, francese), Jorge Salvetti (inglese, italiano, francese), Silvia Camerotto (inglese), Diego Bentivegna (italiano), Pablo Ingberg (inglese), Rolando Costa Picazo (inglese), Pablo Anadón (italiano), María Julia Ruschi (italiano), Gerardo Gambolini (inglese), Marcelo Pérez Carrasco (italiano), Andrés Ehrenhaus (inglese), Florencia Baranger-Bedel (francese), Judith Filc (inglese), Ricardo Herrera (italiano), Migel Angel Petrecca (cinese), ma pochissimi di loro traducono per grandi case editrici. Come ho già detto, l’Argentina ha avuto un’età dell’oro dell’industria editoriale e quindi della traduzione. Ma non è questa.

 

Biografia

Jorge Aulicino è nato a Buenos Aires nel 1949. Ha lavorato come giornalista per diverse testate e, dal 1984 al 2012, per il “Clarín” di Buenos Aires. Dal 2005 al 2012 è stato direttore del supplemento culturale del Clarín, “Ñ”. Ha fatto parte del Consejo de Dirección del Diario de Poesía di Buenos Aires. Traduce poeti italiani. Ha tradotto, tra gli altri, Cesare Pavese e Pier Paolo Pasolini, Eugenio Montale e Franco Fortini. Ha pubblicato le Rimas di Guido Calvacanti, nel 2011 l’Infierno di Dante e quest’anno Purgatorio e Paraíso. Gestisce il blog di poesía di lingua spagnola e tradotta “Otra Iglesia es Imposible”. Ha appena dato alle stampe la sua opera poetica nella raccolta Estación Finlandia che comprende tutti i libri scritti fra il 1974 e il 2011, fra cui  Paisaje con autor, Magnificat, Hombres en un restaurante, La línea del coyote, Las Vegas, La luz checoslovaca, La nada, Hostias, Máquina de faro e Cierta dureza en la sintaxis.

[La fotografia dell’opera di Jaz è tratta dal sito Ecosystem]

Minima ruralia – Dove sono le varietà tradizionali?

11

di Massimo Angelini

“Le varietà tradizionali stanno scomparendo”: così si dice e, per dare un esempio e un’immagine, si aggiunge che dove a fine Ottocento si contavano trenta tipi di mele oggi se ne trovano sì e no quattro. Certe affermazioni le sento di frequente, ripetute quasi per inerzia, non tanto perché si conosca con certezza di cosa si parla, ma perché va bene pensare che sia così. Ma non è così dappertutto. Sui monti e nelle terre che l’economia considera marginali non è così.

Sul finire degli anni 1990, durante un corso per agricoltori che si teneva nell’entroterra di Chiavari, avevo chiesto ai partecipanti (tredici persone di età diverse) i nomi delle qualità di frutta, ortaggi e cereali che una volta coltivavano e magari conservavano ancora.

La prima risposta, corale, aveva questi toni: Nu ghe ne ciü! (Non ce n’è più!), Figüemuse se ghe n’è! (Figuriamoci se ce n’è!), Na votta, ghe n’ea, ma oua … (Una volta ce n’era, ma ora …); insomma, delle vecchie varietà non restava neppure l’ombra.

È sempre così: sulle prime i contadini dicono di non avere conservato nulla. Qualche volta non capiscono la domanda; qualche volta la capiscono e se ne stupiscono; spesso diffidano e fanno bene.

Poi, dopo un quarto d’ora di silenzio e di teste che negavano, una donna abbozzò, quasi soprappensiero, che, sì, nella sua frazione era rimasta una Limunin-a, una mela Limonina. Le chiesi il luogo preciso e in corrispondenza di quel luogo attaccai una bandierina a spillo su una grande carta della zona appesa sul muro alle mie spalle. Appena parlò della Limonina, subito qualcuno aggiunse che, vabbè, quella l’aveva anche lui. Ma, a quel punto, anche gli altri avevano qualcosa da dire!

Poco a poco il rivolo dei ricordi diventava un torrente, e tutti facevano a gara per disseppellire dalla memoria le vecchie varietà dei loro posti. Dopo meno di due ore avevo attaccato 128 bandierine: 10 qualità di castagne, 8 di ciliegie, 6 di fichi, 1 di frumento, 13 di legumi, 12 di mele, 1 di noce, 9 di olive, 9 di patate, 8 di pere, 11 di pesche, 7 di prugne, 21 di uva bianca, 12 di uva nera.

Il giorno dopo ho ordinato le informazioni raccolte quella sera e le ho confrontate con due elenchi di varietà di quella stessa zona ricavati dal manoscritto di un proprietario terriero steso nel 1802 e da un’indagine etnografica curata a metà degli anni 1970 da Hugo Plomteux, quindi ho preparato una tabella comparativa da restituire ai tredici agricoltori nel successivo incontro.

Solo di frutta, nel manoscritto figuravano 64 nomi di varietà, nell’indagine 62, e quella sera ne erano stati citati ben 105: il 50% delle varietà conosciute nel 1802 era ancora coltivato quasi due secoli più tardi con lo stesso nome o con un nome molto simile.

Sui monti e nelle terre che non hanno conosciuto l’agricoltura industriale, le varietà tradizionali esistono ancora; solo sono uscite dall’orizzonte percettivo e dalla memoria delle persone ed è come se non esistessero più, ed è questo il primo passo perché sia proprio così, perché ciò che non si vede più, più facilmente può scomparire nel silenzio, anche se ancora esiste, come ancora esistono – anch’essi ormai pressoché invisibili – gli ambiti collettivi, gli usi civici, i patrimoni e le titolarità comunitarie.

Allo stesso modo rischiano di scomparire i saperi condivisi quando sono sacrificati alla dittatura degli esperti, quando la sola validazione del sapere che conti è quella dei professionisti, degli scienziati, dei professori, di coloro che sono iscritti a un ordine professionale, di chi alla sua firma può sovrapporre un timbro.

(anche questo testo, come il precedente, è tratto da “Minima ruralia”, sottotitolo: “Semi, agricoltura e ritorno alla terra”, del filosofo e ruralista Massimo Angelini, pubblicato da “Pentagora”, Savona, 2013)

I poeti appartati: Giovanni Dettori

7

 

albert dubout

 

Leçons de ténèbres

(conversazioni col gatto Théo)

di

Giovanni Dettori

Divertimenti

3

AlighieroBoettidi Gianluca Cataldo

Anfibologia

Il vecchio Anfisbena – come solevano chiamarlo amici, nemici e parenti – si era ritrovato a passare davanti a uno specchio che da sempre era appoggiato al muro del corridoio, lungo lungo la cui lunghezza era interrotta proprio e solamente da quello specchio, che mai Anfisbena aveva notato. Ma quella volta, più che accorgersi dello specchio, aveva scorto la figura che ivi era contenuta, ingabbiata. Ma non vi aveva fatto troppo caso, e aveva proseguito diretto in cucina per un bicchiere gelato di acqua ghiacciata e limone fresco. Faceva tanto caldo in quei giorni. L’estate aveva sgozzato la primavera, non aveva dubbi, e di tale orrendo crimine non un giornale aveva scritta una riga! Ingollato che ebbe l’acqua ghiacciata, se n’era stato a suggere il limone, sbrodolandosi a partire dagli angoli della bocca, ed era quasi tornato nello studio. Quasi perché si era fermato poco dopo il grande specchio, e poi aveva fatto un passo indietro, incerto, ma indubbiamente di grande effetto coreografico. Orrore! Un uomo sfatto, sporco e trasandato profluiva occhiatacce e sudore. La barba incolta, le sopracciglia incolte, un prognatismo evidente, i capelli radi avvolti da una retìna, e una tuta con una toppa rossa sul ginocchio sinistro. Si era avvicinato al suo riflesso e aveva fissato interito un peletto che sulla punta del naso, leggermente ricurvo, si ergeva imponente nella radura deserta delle cartilagini superiori. Con le unghie lunghe e ingiallite dal tabagismo aveva pinzato il pelo e, zac, lo aveva divelto. Quindi si era accorto di se stesso e si era fissato negli occhi. Gli era sembrato di notare livore e disapprovazione nel suo sguardo. Aveva fatto finta di niente e si era rintanato nel suo studio, isolato dal mondo, per terminare di scrivere la sua cosmogonia, mentre di là, in corridoio, nascosto nello spazio invisibile nello specchio, il suo riflesso si era seduto per terra, e fissava il peletto, in attesa della prossima esibizione.

Transustanziazione

Come ogni domenica, Giordano si recò a messa per sussurrare tra i denti, rivolto al prete, «Canaglia pezzente!». La piccola chiesetta sorgeva alla fine del grande corso, anonima come tutte le chiesette di quartiere, con una piccola croce sopra il portone in legno a indicare che quella era la casa del Signore, e ospitava un numero esiguo di fedeli cui bastava ristorare lo spirito invece che gli occhi. Il parroco era un omino dal busto corto agganciato a due lunghe gambe che gli conferivano un aspetto sghembo e vagamente comico. Fortunatamente per lui, la rigida estetica cattolica impone tonache lunghe fino ai piedi, e solo in pochi avevano notato quella sua strana forma. Tra questi Giordano, che più di una volta si era soffermato dopo la messa, seduto su una panca verso le ultime file, a fissare in cagnesco il pretino che sistemava la sala dopo la cerimonia delle dieci, in attesa di quella delle undici. Anche Don Tommaso – questo il suo nome – gettava ogni tanto uno sguardo di sottecchi verso quell’uomo torvo che non si perdeva una messa. Bruno di carnagione, e statuario d’aspetto, aveva uno strano sguardo inquisitorio che metteva a disagio il povero parroco, turbato da tanta attenzione da parte di un uomo che, era risaputo, non credeva né in Dio né nella curia romana. Tuttavia, scacciati i cattivi pensieri, alle undici spaccate Don Tommaso salutò i fedeli, recitò il Kύριε ἐλέησον, e dopo la liturgia della parola, cadenzata dagli sbuffi sarcastici di Giordano, si inginocchiò per la celebrazione eucaristica. Qualcosa però andò storto, perché l’ostia, rivolta verso il cielo con aria di sognate contrizione da parte del pretino, cominciò davvero a grondare sangue, che gocciolava sul vino e sull’altare. Colto da terrore, Don Tommaso lasciò cadere l’ostia e fuggì via correndo, mentre Giordano – riferiscono alcuni attoniti testimoni – si gettava con cannibale riverenza sul corpo di Cristo.

Il neo

La sveglia suonò alle otto come ogni mattino e, come ogni giorno, lei pigiò il tasto snooze e si rigirò su un fianco stringendo tra le gambe un cuscino, cercando la parte più fresca del letto. La trovò in fondo a destra, quasi a cavalcioni sul materasso e a contatto col muro. Sollievo. Nei dieci minuti concessi dal cellulare – odiava i ticchettii delle vecchie sveglie – fece un sogno strano, della densità di un buco nero, nel quale incontrava se stessa, con educazione si salutava, e poi si oltrepassava attraversandosi letteralmente, come fosse un ectoplasma. Dopo si sentiva l’altra se stessa, e tornava da dove era venuta come fosse la prima volta che percorreva quella strada. Il sogno fu interrotto dal suono del cellulare, e stavolta si alzò. Indossò le pantofole e con gli occhi gonfi di sonno andò in cucina, dove, con grande sorpresa, trovò la moka già pronta e un bigliettino di Luis. Sorrise e accese il fornello, prese una tazzina che riempì eccessivamente di zucchero e, mentre aspettava che il caffè salisse, si accinse a rispondere al messaggio. Tuttavia a metà le cadde la biro di mano perché si accorse che stava scrivendo con la destra, nonostante lei fosse sempre stata mancina. Con timore raccolse la penna e provò a scrivere con quella che alle elementari, dalle suore, tutti definivano la mano del diavolo, e si spaventò nel vedere sgorbi d’inchiostro comparire a fatica sul foglio, mentre l’altra mano scorreva fluida come quella di un amanuense. Tremolante corse in bagno per sciacquarsi il viso, convinta di essere ancora sotto le coperte immersa nel suo sogno, ma l’acqua non la svegliò, giacché ne dedusse che era già sveglia. Gocciolante si fissò allo specchio, e notò che il neo di cui andava tanto fiera, sotto l’occhio sinistro, si era come spostato sotto il destro. Dall’altra parte la sua immagine sembrava dirle «Adesso tocca a me».

*

Immagine: Alighiero e Boetti.

Si chiama noi

3

pattumiera
di Fiammetta Galbiati 

Il mutuo gliene dissipa la metà e la figlia lontana un altro terzo. Il resto se lo fa bastare, tanto nipoti non ne ha e magra, era già magra prima. A tavola mette solo pasta e patate, e le verdure marce che raccatta all’imbrunire al mercato. Il sapore del pane è un ricordo antico, come tante altre cose, la speranza per esempio, ma finché ha un tetto ha tutto.

Ai Weiwei – Disposition

1

Ai Weiwei – Disposition

Evento collaterale della 55. Esposizione Internazionale d’Arte – Biennale di Venezia

29 Maggio – 15 Settembre 2013

Giudecca e Sant’Antonin, Venezia

Anteprima Stampa: 28 maggio ore 10.00

Come Evento Collaterale della 55. Esposizione Internazionale d’Arte – la Biennale di Venezia, Zuecca Project Space presenterà, dal 29 maggio al 15 settembre 2013, una mostra di nuove opere di Ai Weiwei. Si tratta dell’unica grande personale dell’artista nel 2013 e avrà luogo in due diverse sedi veneziane: il complesso delle Zitelle, sede di Zuecca Project Space, e la Chiesa di Sant’Antonin. Opere di Ai Weiwei saranno inoltre esposte in altri punti della Biennale di Venezia nell’ambito della mostra collettiva del Padiglione Tedesco.

Rivista Sud on line

6

Da qualche settimana l’intera collezione di Sud è scaricabile gratuitamente qui Moltissime sono state le collaborazioni eccellenti per i quindici numeri pubblicati ma anche gli esordi che la nostra rivista ha reso possibili. Il testo che vi propongo è stato scritto da Yasmina Khadra per noi ed è stato pubblicato sul numero uno, edito da Raimondo di Maio (Dante & Descartes) .(effeffe)

Pages-from-SUD-011-700x500

Viva il talento
di
Yasmina Khadra
traduzione di Martina Mazzacurati

Sono rimasto pensieroso, quel sabato 30 novembre 2002. Pensieroso e scosso. Letteralmente preso in contropiede. La Francia sempiterna rendeva omaggio ad uno dei suoi più sbalorditivi romanzieri, Alexandre Dumas, innalzandolo all’empireo del Pantheon. Il presidente Chirac ostentava la sua più solenne gratitudine nel rivolgersi alla spoglia di Alexandre Dumas, quel mulatto dai capelli crespi la cui pelle non abbastanza chiara offriva in passato il fianco a tanta indelicatezza. Quella sera, in una Parigi completamente sedotta, abbiamo capito una cosa essenziale: il genio si sottrarrà sempre alla meschinità.

Eppure, in altri tempi, questa stessa Francia non era stata così tenera con i suoi scrittori. Hugo, Zola, Jules Vallès, per citarne solo alcuni, erano stati messi al bando, con schiere di creditori alle calcagna, di sbirri zelanti, quando non si trattava di oscuri critici allergici alla luce radiosa del talento.
Quanti poeti eccelsi, vero, Baudelaire? Quanti romanzieri illuminati, giganti straordinari hanno dovuto subire l’esclusione e la crudeltà dei loro detrattori, restando a vegetare in condizioni penose, aspettandosi il peggio solo perché offrivano ai loro simili il meglio di sé?

Ma la Francia, che non perdona mai, sa come farsi perdonare. Dopo le grettezze e le piccole ingratitudini, ecco arrivata l’ora degli omaggi tardivi, belli, sinceri, magici, grandiosi, per ridare evidenza alla grandezza incontestabile della nazione. Parigi ricorda e si raccoglie; le sue strade si prestano straordinariamente alla messinscena della mitizzazione; la guardia repubblicana cadenza il passo sulla marcia funebre; la Francia degli dei riscopre il suo olimpo, raramente ha superato sé stessa come in quel sabato.

E tuttavia, proprio nel momento in cui Alexandre Dumas viene innalzato al rango che compete alla sua generosità, le consorterie segregazioniste di ieri si preparano a infierire. La cerimonia è appena terminata e già la falsa bohème rimette in campo le sue frustrazioni, le lingue biforcute, abilissime nel dire tutto e il contrario di tutto, riprendono il volo e i guru delle Lettere rinnovano la loro stupefacente vocazione: proscrivere il colpo di genio, destituire i meriti, dequalificare il talento autentico e consacrare volgari scempiaggini a scapito di opere sublimi.

In quella medesima settimana, mentre i Francesi esumavano il loro Grande estinto per portarlo alle stelle, in Algeria si continuava a profanare le tombe e a “resuscitare” i nostri cari dispersi solo per buttarli nel fango. Un superbo poeta, Tahar Djaout, assassinato dagli integralisti nel 1993, viene bruscamente strappato al sonno eterno per essere esposto agli anatemi. Ed è così che un tale scrittore fallito, Tahar Ouettar, autore di lingua araba nonché guru nei suoi momenti bui, trova che il fatto di scrivere in francese sia gravemente oltraggioso.
Oltraggioso per chi?

Per la letteratura algerina o per quei pennivendoli da serraglio, a lungo adulati in mancanza di concorrenza nell’epoca in cui le vere vocazioni erano imbavagliate dalla canaglia messianica che ci governava e che oggi si ritrovano faccia a faccia con la loro mediocrità?
A quei nostalgici del tempio virtuale vorrei dire che la letteratura non è una questione di lingua, ma una questione di “verbo”. E il “verbo” è innato, viscerale – lo si possiede o non lo si possiede. E certo non s’improvvisa, né se ne fa merce di scambio, e se – per le esigenze della Causa – lo si dovesse costruire di tutto punto, non durerebbe che il tempo di uno slogan, perché l’autenticità del talento si valuta a conti fatti, in funzione della sua longevità. Gogol non è un genio perchè è russo, lo è grazie alle eccezionali doti di domatore di parole, come Camus, Naguib Mahfouz, Mutis, o Musil. Questi esseri divini addomesticano la lingua a beneficio delle parole; quando scrivono, si innalzano al di sopra dei vocaboli per raggiungere gli spiriti; diventano maghi, incantatori, visionari illuminati, e mettono il loro talento al servizio degli uomini, di tutti gli uomini senza distinzione di razza o di costumi perché la letteratura è la patria di tutti.

Lo scrittore che non ha ancora centrato il problema, commette un grossolano errore di processo; il suo posto non è nei libri, ma nel disprezzo degli assennati.
“Scrivere” non ha bisogno di complementi, è un verbo autosufficiente. In arabo, in cinese, poco importa; tutti gli incantesimi si assomigliano, a patto che non ci siano guastafeste. La felicità di uno scrittore sta nell’essere letto. I lettori non sono più Australiani, Indiani, Fiamminghi, Croati, Italiani o Libanesi; sono i SUOI lettori. Le frontiere non hanno senso quando gli uomini si capiscono. E quando degli energumeni riescono a perdere il treno, quando sanno che non hanno niente da dare, quando la loro insignificanza li riacciuffa, diventano malvagi come iene.
Non c’è peggiore orrore della gelosia.

Invece di mobilitarsi intorno ad uno splendido progetto, di consolidare i bastioni delle nostre ambizioni e di operare perché l’intelligenza dia scacco matto al gioco d’astuzia e alle connivenze, nel mio paese ci si accanisce a sgozzare le teste che predominano.
Brahim Llob scrive al riguardo: “ In Algeria, le cose vanno così, senza scampo. C’è in noi una sorta di piacere perverso nel non dissociare il successo altrui dall’eresia, o dalla fellonia. Questo pregiudizio esercita su di noi un prurito doloroso e piacevole al tempo stesso; potremmo grattarci a sangue senza pertanto volerci fermare. Cosa volete? Ci sono persone strutturate così: contorte perché incapaci di restare dritte, cattive perché hanno perso la fede, infelici perché amano profondamente esserlo. A memoria di Algerino, non abbiamo mai nemmeno tentato di riconciliarci con la nostra verità. Quale salvezza possiamo mai prescrivere ad una nazione quando il fior fiore dei suoi figli, che dovrebbe risvegliare le coscienze, comincia con il travestire la sua?”

Quello che dovremmo ritenere della nostra rovina odierna è, senza ombra di dubbio, questa cecità morbosa che ci impedisce di vedere la bellezza di ognuno di noi, questa ostilità cretina che ci aizza come un’orda di cani rabbiosi contro le nostre prodezze, questa grettezza che ci rende fragili ogni volta che la notorietà apre le braccia ad uno di noi. Dal momento che una rondine non fa primavera, nessuno scrittore può, da solo, incarnare la letteratura.
Così come, quando il talento eccelle, diventa ridicolo contestarlo. Anzi, bisogna saperlo salutare. E’ là che risiede il buonsenso. La grandezza non consiste nello sminuire gli altri nello scopo di sovrastarli; essa è il coraggio e la probità intellettuali di inchinarsi davanti alla magnificenza che li distingue.

Il costo della vita

1

di Angelo Ferracuti

img407aGeorge Orwell nel suo saggio sui minatori inglesi La strada di Wigan Pier, una cittadina mineraria dell’Inghilterra del sud, a un certo punto scrive sgomento: ≪La media degli infortuni fra i minatori è cosi elevata, a confronto con altre attività, che le morti sono accettate come cosa normale, quasi come si farebbe in una guerra minore≫. Come succede in Italia, dove attualmente ci sono 8oo.ooo invalidi e 130.000 tra vedove e orfani che percepiscono una pensione. E’ una cosa che viene da lontano se si pensa che nel ventennio 1946-66 si sono verificati 2.2860.964 casi di infortunio e di malattia professionale, con 82.557 morti e 966.880 invalidi: quasi un milione di menomati, il doppio di quelli causati dalle due guerre mondiali, che furono mezzo milione. Mentre la media degli infortuni e delle malattie professionali negli anni della ricostruzione e del boom economico è stata lievemente superiore a un milione di casi annui, dal 1967 al 1969 la cifra è salita a oltre 1,5 milioni e nel 1970 a 1.650.000. Con un primato successivo: il nostro paese nel decennio 1996-2005 è risultato quello con il più alto numero di morti sul lavoro in Europa. Infatti continuano a creparne più di quattro al giorno. Rachid Chaiboub, un operaio marocchino di trentadue anni, è morto a Desio mentre stava pulendo una tramoggia spargisale. Ha sollevato la grata di protezione dei rulli ed è precipitato all’interno del macchinario. Fabrizio Pagliano, trent’anni, e morto alla cartiera di Torre di Mondovì: era rimasto impigliato con la tuta in una apparecchiatura che poi ne ha provocato la morte per soffocamento. Francesco Calderaro, operaio di quarant’anni, è scomparso tragicamente a Palagiano cadendo dall’impalcatura di un capannone mentre stava rimuovendo alcune lastre in eternit dal tetto. A San Nicandro Rachid Douioi, trentun anni, bracciante agricolo, è stato travolto brutalmente e senza scampo dalla macchina rotante del trattore mentre recuperava dei tubi per l’irrigazione. Sono alcune vittime di una strage infinita, e sembrano i personaggi della piccola America di fine Ottocento cantati da Edgar Lee Masters nell’Antologia di Spoon River. Dopo  un secolo ecco i nuovi Butch Weldy, che saltò in aria mentre la cisterna esplodeva nella fabbrica di scatolame e ricadde ≪con le gambe spezzate e gli occhi bruciati come uova fritte≫, o Herman Altman, ≪arso nella miniera≫; per non parlare di quel Mickey M’Grew che per pagarsi la scuola finì operaio giornaliero e morì mentre puliva la torre dell’acqua:

Sempre la solita storia la mia vita:

qualcosa al di fuori di me mi trascinava in basso,

non fu la mia forza ad abbandonarmi.

Ci fu una volta che mi guadagnai i soldi

per andarmene via a studiare,

e all’improvviso mio padre si trovò in difficolta

e dovetti dargli tutto.

E così un giorno mi ritrovai

uomo tuttofare a Spoon River.

E quando si trattò di pulire la torre dell’acquedotto

e mi tirarono su a settanta piedi di altezza,

mi sciolsi la fune dalla cintola,

e slanciai allegramente le braccia gigantesche

verso il liscio orlo d’acquaio della cima della torre –

ma scivolarono sul perfido limo,

e giù, giù, giù, affondai

nella tenebra ruggente!

Massimo Occhiuzzi, quarantun anni, è stato schiacciato da una pressa in una fabbrica di Avezzano dove si lavorano ferro e profilati. Al povero Gaetano Saraceni, trentuno anni, è stata fatale una sbarra metallica mentre lavorava vicino a un macchinario in un’azienda specializzata in stampaggio di metalli, a Solbiate Arno. Michela Vagaggelli, portalettere di quarantun anni, è morta a Siena: mentre percorreva una via in ciclomotore è stata urtata da un’auto che viaggiava a forte velocita nel senso opposto di marcia. Per lei non c’è stato scampo. Cambiano i nomi, i cognomi, ed eccone di nuovi. Nella società dello spettacolo parlarne significa cancellarli. Sono esistiti per trenta secondi, per un minuto, qualche loro familiare diventa protagonista di un programma di intrattenimento del primo pomeriggio. La faccia di un conduttore mostra un’espressione commossa, l’invitato piange, lo share si alza, si impenna, va su. Per altri di questi operai il lavoro è fisiologicamente letale, perché è rischioso ed espone a malattie a volte incurabili.

Forse pochi lo sanno, ma nel nostro paese ci sono ancora i minatori. Non vanno quasi più nelle miniere, non scavano cunicoli per estrarre il carbone come accadeva nel distretto di Marcinelle, ma uno di loro, Pietro Mirabelli, crepato a cinquantadue anni nella galleria Alptransit del Canton Obvaldo, in Svizzera, anche lui aveva lavorato insieme ad altri suoi compagni nei cantieri dell’alta velocita del Mugello: otto ore e più a massacrarsi di fatica nel sottosuolo e una paga da fame. I rischi per la salute sono ancora altissimi: il più comune si chiama silicosi. Per capire quanto la silicosi sia legata a questo genere di mansioni, basti pensare che qualcuno l’ha soprannominata la tisi dei minatori: una malattia che attacca i polmoni causata dall’esposizione prolungata a un minerale molto pericoloso, il biossido di silicio. I sintomi più frequenti possono comparire anche dopo tanti anni dall’esposizione: difficolta respiratorie, tosse, insufficienza cardiaca, tubercolosi. Sempre George Orwell, in quel libro ormai diventato di culto, definì con esattezza estetica la condizione degli uomini del sottosuolo: ≪Più di ogni altro, forse, il minatore può rappresentare il prototipo del lavoratore manuale, non solo perché il suo lavoro e cosi esageratamente orribile, ma anche perché è cosi virtualmente necessario e insieme così lontano dalla nostra esperienza, così invisibile, per modo di dire, che siamo capaci di dimenticarlo come dimentichiamo il sangue che ci scorre nelle vene≫. Molti di questi lavoratori non li vediamo, nessuno ce li racconta, come gli addetti ai fumi, che rischiano l’avvelenamento da mercurio, o quelli che lavorano nelle cave, soggetti a gravissime malattie dell’apparato uditivo che causano ipoacusia da rumore. Per non parlare della costante esposizione ai gas che aumentano il rischio di cancro ai polmoni. Qualcuno sa dei palombari che resistono alla mitologia di Jules Verne e dei suoi romanzi avveniristici, per caso? Ebbene, molti sono vittime di un’infermità che colpisce chi opera in cassoni subacquei o dentro scafandri elastici. E ancora ci sono gli operai delle fonderie costretti a maneggiare materiali che contengono amianto e quelli che lavorano in spazi ristretti, all’interno di condotti, cunicoli di servizio, oppure pozzi, fognature, serbatoi e caldaie, un lavoro invisibile come i tanti lavoratori che si calano nelle segrete di una nave, nei bassifondi lerci, oscuri, puzzolenti, e che si chiamano in gergo picchettini.

Al porto di Ravenna, nei cantieri navali Mecnavi di proprietà dei fratelli Arienti, il 13 marzo 1987 tredici di loro morirono asfissiati per via delle esalazioni di acido cianidrico provocate da un incendio nelle stive della Elisabetta Montanari, una nave cisterna in secca adibita al trasporto di Gpl. Davanti all’ingresso del palazzo comunale, a metà della scalinata, c’è una lapide che li ricorda, vicino a quella dei partigiani, perché questa è la citta di Arrigo Boldrini, il comandante Bulow. Ma la lapide e un po’ troppo generica: ≪La citta di Ravenna alla memoria dei morti sul lavoro≫. Morti dove, perché? Parafrasando la frase scritta davanti ai cantieri navali di Monfalcone che ricorda i morti per amianto (≪Costruirono le stelle del mare, li uccise la polvere, li tradì il profitto≫), avrebbero potuto scrivere: Pulivano le navi dei petrolieri miliardari, li uccisero i tempi di consegna, li tradì il profitto. Si chiamavano Filippo Argnani, e aveva quarant’anni, Marcello Cacciatori, ventitré, Alessandro Centioni, ventuno, Gianni Cortini, diciannove, Massimo Foschi, ventisei, Marco Gaudenzi, diciotto, Domenico Lapolla, venticinque, Mosad Mohamed ne aveva solo trentasei, il povero Vincenzo Padua, sessantenne, stava per andare in pensione e si trovò li per puro caso, chiamato all’ultimo momento per uno scherzo del destino, ed era l’unico assunto e veramente in regola dalla Mecnavi; e ancora Onofrio Piegari, ventinove anni, Massimo Romeo, ventiquattro, Antonio Sansovini, ventinove, e infine Paolo Seconi, anche lui di ventiquattro. Tredici lavoratori morti come topi, asfissiati nel ventre della balena metallica. ≪Non credevo che esistessero ancora simili condizioni di lavoro, a Ravenna, alle soglie del Duemila≫, disse il procuratore capo della Repubblica Aldo Ricciuti che svolse le indagini. Fu una giornata tragica e indimenticabile per la città, e ai funerali, tre giorni dopo, arrivarono la presidente della Camera Nilde Iotti, tutti i massimi dirigenti del partito, e le foto in bianco e nero dell’epoca mostrano il primo cordone di uomini e donne delle istituzioni, i cappotti scuri e le cravatte nere, e dietro una folla immensa e impietrita con gli striscioni dei Consigli dei delegati del porto e delle fabbriche della zona, i vecchi comunisti dagli sguardi increduli, gli occhi lucidi, con ancora le bandiere rosse e in cima un cerchio di metallo dorato con la falce e il martello, un clima da messa da requiem. Mancò il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che non ritenne opportuno recarsi nella terra dei ≪bolscevichi≫. Tre giorni dopo Miriam Mafai dalle pagine di ≪Repubblica≫ fece una riflessione citando un autorevole commentatore della televisione giapponese, il quale diceva, rivolto a noi italiani: ≪Voi ci avete dimostrato che si possono raggiungere buoni risultati economici senza trascurare la qualità della vita≫. ≪Purtroppo poi, – scriveva la giornalista, – arriva una tragedia come quella di Ravenna a dirci che le cose sono un po’ più complicate: il secondo miracolo economico, l’aumento del Pil, della produttività e del profitto non sono frutto soltanto di robotica informatica elettronica, ma anche di lavoro più o meno nero, lavoro all’antica “al limite delle possibilità umane”, come ha commentato un magistrato, “in un buco senza uscita, sdraiati per dieci ore al giorno, con l’aria che mancava e la testa che girava per le esalazioni di anidride carbonica”, come ha raccontato un ragazzo che si è salvato perché ha preferito licenziarsi. Dunque, nel felice paese che ha superato l’Inghilterra, nella Pirlandia che è il quarto paese industriale del mondo, in una regione che è fra le più progredite d’Italia, si può morire anche così: un giovane disoccupato, diplomato in ragioneria, a fianco dell’ex tossicomane che intendeva liberarsi della droga e dell’immigrato del Nordafrica che aveva trovato alloggio in una baracca dei bagni di Marina di Ravenna. Visto che celebriamo quotidianamente la scomparsa della classe operaia, come classificheremmo dal punto di vista sociologico questi morti?≫

(questo testo è tratto da “Il costo della vita”, Einaudi, 2013; l’immagine è una delle fotografie di Mario Dondero incluse nel volume)

I poeti “appartati”: Eugenio Tescione

0
Kertesz- Underwater
Kertesz- Underwater

Mezza giornata d’amore
di
Eugenio Tescione

Pomeriggio di lavoro

Vengono, uno dopo l’altro
puntuali, raccontano quel che sognano
l’agire e i pensieri
i reali dolori gli strazi gli amori
la rabbia per gli strali del destino…

Io ti aspetto, aspetto che oltrepassi
la mia soglia alleggerendomi di quei massi
il solo sentire la tua chiave che gira.
Mi contagia la tua allegria
che rivoluziona il moto
la tua presenza che inverte l’orbita:
dimentico dei fondi bui mi diverte
il tuo sorriso che sforbicia
il telo della vita, aggiunge nuova trama
altro colore e modo al mio lume.
Mi investe raffinato
luminoso il tuo costume.

La cena invernale

E il tutto s’incalora
in questo spazio
mentre di fuori il gelo
assedia la mia stanza.

Gennaio incanala l’era
verso l’inizio già pensato,
verso il lontano che ristagna
nella caldaia come finta primavera.

E sulla schiena ingobbita
per la postura sulla sedia
– mala posa della vita
che passa in riga in scrittura –
si scalda a un fuoco interno e lento l’ora
che presto abolirà ogni distanza.

Dopocena I

Non una, ma due, le lampade comprate
che il dépliant di carta lucida nomina Costanza.
Due linee di metallo sormontate
da un cono tronco, che danno luce come da un opale.
Calde, fecondano i due angoli con dei raggi
che in invisibili capriole e immaginarie
tonde traiettorie circondano deridendo
il favoloso buio del fondo della stanza.
O riposano, fonti di luce e di ragione,
quando intorno le parole disattese
assecondano il mostruoso che risale.

Ma, non più detriti, vestigia di templi diroccati e crepe,
non più rovine e spigoli smussati, ma linee dritte
pareti lisce e bianche, perfetti squadri
dopo cena sul divano, con le loro luci accese.

Dopocena II

Col pigiama trotterelli leggera
al nuovo divano. Ti stendi
(non ti siedi), e t’addormenti.

La sera il dopocena è un mondo
chiuso, un’area d’enclave lontana
protetta dalla rete dei tuoi capelli
paralleli e meridiani sull’atlante,
assi dell’intelligenza cartesiana.

Vive il fondo, umano più che umano
dell’opera del giorno, in quest’ora
silenziosa e vera.

Dopocena III

Ti scrissi “trotterelli al divano”
e, senza che tu lo sapessi, ieri come vamp
che fa il gioco della vamp, sei venuta
al divano con la nuova camicia, nera
con i fiorellini, forse rosa,
nell’incedere enfatico d’una sfilata,
ad uso del nostro sorriso, per esso amata.

Notte I

Dopo cena
tu presto t’addormenti,
molto presto, tanto stanca.
I tuoi capelli lisci e fini
allineati sciolti come i fili
di tante tue dipanate trame,
a cui non fanno argini i limiti
reali, né i tanti
immaginari tuoi cuscini.
Io, preso dai movimenti
e dai respiri tuoi, ti seguo,
i sensi racchiusi in desideri
sognanti e lievi, nei leggeri
ritmati tocchi alla tua schiena
della mia pancia.

Notte II

Ti tocco il fianco con la mano:
tu stai già dormendo. Non uso
parole e parlo, spero; intanto
navighi tra il sonno e il risveglio
tra il corpo chiuso nel pigiama
e il pensiero nudo, illuso già dal sogno.
Poi m’inganna il tuo sorriso,
il tuo languido mostrare disimpegno:
dormi, sei lontana. Io accendo
il lume e leggo. Il meglio dell’amore
è questo, penso: stare accanto.

Notte II

Il risultato del nero di una notte in novilunio insonne
con te che dormi come l’alba al mio fianco,
discinto nella camicia il corpo chiaro d’una luce
come luna accesa nella stanza,
è che ora so perché si dice
notte in bianco.


Sinfonietta amorosa del risveglio

Se è no, è no.

Alle cinque e mezzo del mattino
prima dell’ouverture, il suono
della sveglia, andante allegro m’avvicino.
Tra le onde del lenzuolo la mia mano,
i tuoi occhi aperti come soglia, sipario
che aggiunge al mondo interno quello esterno.
Rispondi con un suono ed un sorriso,
il tuo no è l’adagio obbligato
dal pensiero dell’opera del giorno.
Ma io non so se è il preludio
o l’intermezzo.
Mi alzo e sento, pari ad un allucinato
dongiovanni mozartiano,
le notizie del primo giornale radio.

La colazione

Argomenti d’amore sono i bassi
suoni dei tuoi piedi nudi
quando di mattina muovi i tuoi passi
e in pigiama vieni in cucina da me,
pudica assonnata bambina, per il caffè.

Postilla

Svolto il compitino,
e forse così eluso un compito più grande.
Ma ora, computate le parole, aggiunto e tolto
ai lemmi il sempre,
poi messo virgole, fatte cancellature e barre,
così rimosso l’ostacolo trasparente,
ora corri corpo nell’aria: corri, dattela a gambe.

Nota
Venerdì 12 aprile si è conclusa la seconda edizione di Suona Visibile la Parola, la rassegna di letture pubbliche di poesia italiana organizzata Eugenio Tescione e Ortensia De Francesco al Teatro Civico 14 di Caserta.
La rassegna (iniziata il 17 marzo 2011 – 150mo anniversario dell’unità d’Italia – con la serata Muore ignominiosamente la repubblica da Mario Luzi), è strutturata su temi poetici illustrati dalle poesie dei poeti italiani, poesie lette da persone che accettano di farlo, iscrivendosi al cosiddetto club dei lettori. Quest’anno, dopo aver affrontato temi come La Luna, Il Sonetto, Mia pagina leggera (Caproni),sono state inserite due serate di Certamen: poeti (inediti) che leggono se stessi, come contraltare alla sezione Un Poeta si legge, dedicata alla lettura di poeti laureati (sono stati ospiti Patrizia Cavalli, l’anno scorso; e Luigi Trucillo, quest’anno).
In quell’ultima serata Eugenio tescione ha proposto una sua breve raccolta. Ho chiesto a Eugenio di pubblicarla per intero su Nazione Indiana e lo ringrazio per aver accettato la mia proposta. (effeffe)

Nuovo discorso sul metodo: su “Le qualità” di Biagio Cepollaro

5

[Segnalo questo intervento importante su uno dei libri di poesia più belli apparsi in questi anni. a. i.]

di Luigi Bosco

Ho letto molte volte e in modo quasi ossessivo Le qualità (La Camera Verde, Roma, 2012), l’ultima raccolta poetica di Biagio Cepollaro. L’impressione che ne ho ricavato (o meglio: ricevuto) è stata quella di trovarmi di fronte ad un’opera come se ne incontrano poche: di quelle in cui sai – mentre leggi – di poterci trovare condensato tutto quello di cui avrai bisogno da ora in avanti; di quelle che hanno sempre qualcosa da insegnare e che, ad ogni nuova lettura, si offrono come deposito alla stratificazione dell’esperienza dell’umano da cui attingere per tentare un avanzamento. [Continua a leggere qui.]

Nota su Geologia di un padre

10

di Livio Borriello

Tristan und Isolde. Fonte: Wikipedia.

Ci sono libri che non sono solo libri, ma cose della vita che attraversano lo stadio di libro , per diventare poi nel lettore di nuovo cose della vita. Sono libri spesso lungamente sedimentati, che si sono depositati da sé sulla pagina, che hanno imposto le proprie leggi e la propria fisionomia espressiva allo scrittore quasi riluttante, e che proprio perciò, trascendendo l’intenzione letteraria, diventano parola nel senso più pieno. Uno di questi libri è forse Geologia di una padre di Valerio Magrelli, scritto nell’arco di 10 anni, in una forma anti-narrativa in cui convergono la massima densità linguistica e la tenuta e capacità di coinvolgimento di un racconto.

Minima ruralia – Contadini, dunque villani

4

di Massimo Angelini

Nel deposito delle parole che formano la nostra lingua, per dire di qualcuno che è rozzo, grossolano, o maleducato, o comunque per denigrarlo, si usa un termine che, se vai a vedere bene, vuole dire “contadino”: per esempio, “villano”, “burino”, “bifolco”, “terrone”, “cafone”, “buzzurro” e così andando.

Risalendo all’origine delle parole: villano è l’abitante della villa, dell’insediamento rurale; burino, chi usa gli attrezzi agricoli; bifolco, il guardiano dei buoi; terrone, il lavoratore della terra; cafone è il cavallo castrato da lavoro e, per estensione, chi fatica in campagna; buzzurro, il venditore ambulante di castagne e polenta.

Chi lavora la terra dà da mangiare a tutti e solo per questo il suo lavoro dovrebbe essere considerato tra i più importanti, se non il più importante, invece nel tempo è stato collocato sui gradini più bassi della scala sociale, oggetto di dileggio e disprezzo. Il lavoro che sporca le mani è considerato un lavoro sporco e allora sporco e, dunque, rozzo è chi lo fa.

Questo modo di costruire le gerarchie è lo specchio di un modo urbano di pensare il mondo che al centro dello spazio pone la città e chi ci vive e il contado ai suoi margini; e nella filigrana di questo modo si potrebbe leggere anche la contrapposizione tra le civiltà che nascono dalla scrittura e quelle generate nell’oralità o, forse, tra la propensione all’astrazione e l’ancoramento alla conoscenza materiale, tra un mondo asettico, immacolato e deodorato e un mondo che odora di terra, letame e sudore.

Comunque sia successo, il disprezzo per i contadini viene da lontano, vive in caricatura nella commedia classica e procede lungo tutta la storia della nostra letteratura.

L’istoria de soa natevità

voyo che vu indenda.

La zoxo, in un hostero, si era un somero;

de dré si fé un sono, sì grande come un tono:

de quel malvaxio vento

nascé el vilan puzolento.

     Così nel XIII secolo, arguto, ma sprezzante, Matazone da Caligano, racconta la generazione dei contadini attraverso il meteorismo degli asini!

E ancora sull’origine infima e ignobile dei “villani”, nell’Orlandino (1526), Teofilo Folengo sbeffeggiava:

Transibat Jesus per un gran villaggio

Con Piero, Andrea, Giovanni e con Taddeo;

Trovan ch’un asinello in sul rivaggio

Molte pallotte del suo sterco feo.

Disse allor Piero al suo maestro saggio:

“En Domine, fac homines ex eo”.

“Surge, Villane”, disse Cristo allora;

E’l Villan di que’ stronzi saltò fora.

     Di altri esempi, se ne potrebbe fare un libro.

Ancora qualche anno fa, sentirti contadino poteva recarti disagio o vergogna. Nel secondo dopoguerra da questa condizioni potevi solo fuggire o nasconderti. La modernità chiamava in città: se non ascoltavi, ti condannavi all’arretratezza. E se volevi sposarti facevi bene a non dirlo il tuo mestiere, ché dalle tue parti una moglie probabilmente non l’avresti trovata, salvo chiedere aiuto a un mezzano che ne avrebbe fatta salire una dal meridione. Lo racconta bene Nuto Revelli ne L’anello forte (1985).

Nell’Italia industriale e progressiva, i contadini non erano considerati solo arretrati, potevano anche odorare di Battaglia del grano o di sacrestia. Kulaki. Qui da denigrare, altrove da sterminare sotto la luce metallica del sole dell’avvenire.

Poi, nel corso degli anni 1990, c’è stata una svolta. Dietro la frana di tante ideologie, il mondo contadino poco a poco è stato riletto come fronte di resistenza al consumismo, all’accumulazione capitalista, alla globalizzazione, spazio di possibile libertà e autonomia. E c’è del vero, ma è vero anche che tanti, così, si sono rifatti la purezza ideologica perduta, lasciando le bandiere, alzando l’immagine della zappa, senza però comunque rinunciare al gusto degli slogan e ai toni da comizio.

Oggi, 2013, mi pare che siamo nel pieno di questo processo di ridefinizione. Prima ci si vergognava di dirsi contadini, oggi c’è addirittura chi lo ostenta, a volte con buon diritto, a volte anche se coltiva un orto o poco più e le sue mani e il suo viso sono chiari e senza segni. E, tra questi, c’è chi volentieri si fa rappresentante dei contadini, loro alfiere ideologico e portavoce, ma purché siano contadini “consapevoli”, ambientalisti, biologici, progressisti, alternativi, forse rivoluzionari, proprio come lui. Il moralismo è lo stesso di chi qualche decennio fa aveva “preso coscienza” e voleva farla “prendere” agli altri, stessa l’astrazione e il disprezzo per la gente che non è “consapevole”, che non “partecipa”, che non si adegua ai nuovi dettami della modernità, e per i contadini che non esercitano la nuova agricoltura e non vanno a ostentarla in piazza: villani, questi, condannati dalla storia. Come sempre.

(questo testo è tratto da “Minima ruralia”, sottotitolo: “Semi, agricoltura e ritorno alla terra”, del filosofo e ruralista Massimo Angelini, pubblicato da “Pentagora”, Savona, 2013)

Divagazioni del tram

4

di Antonio Sparzani
tram in viale Corsica

Faccio lunghi percorsi in tram e leggo le storie di cronopios e di famas di Julio Cortázar, che si adattano al tram dato che sono racconti per lo più brevi che finiscono prima della fermata di largo Augusto dove spesso scendo un po’ mi spiace leggere lungo tutta la tratta perché questo mi impedisce di guardare il panorama che spesso è interessante la solita strada direte voi e invece non è mai la stessa lo sappiamo oggi per esempio c’è un sole proprio bello e capelli così rossi e luminosi come quelli della ragazzetta che è appena passata non li avevo mai visti così

Il flâneur della desolazione

1

(La pagina che segue è la prima del nuovo libro di Franco Arminio. La pubblico nel primo giorno in libreria di questa sua Geografia commossa dell’Italia interna, un titolo che è già sintesi della cura della residenza, del diritto alla divergenza e della coscienza della globalità che ho imparato a conoscergli negli anni. In appena una pagina riesce a tenere assieme le parole ‘corpo’ e ‘politica’ e ‘poesia’. Sono molto curiosa di scoprire come farà.) 

 Franco Arminio

Sono partito dalla percezione del corpo, perché il corpo mi dava pensieri, il corpo faceva salire alla testa pensieri più che sensazioni. Questi pensieri si mettono in un’area della testa che si potrebbe chiamare area dell’apprensione: è quest’area che mi porta a disperare del mio corpo, a sentirlo incapace di avvenire. Ogni corpo ha una sua idea di avvenire. Nel mio caso un’idea bruciante, pochi mesi, pochi giorni, poche ore. Questa immaginaria salute precaria s’incrocia con la reale salute precaria dei luoghi in cui vivo. E allora la ricognizione dei luoghi è il frutto di uno spostamento d’attenzione, dal sintomo del corpo al sintomo del luogo, dall’ipocondria alla desolazione. La mia scrittura non ha il rigore della scienza, non vuole e non può essere attendibile. Il primato della percezione sul concetto, del particolare sull’astrazione.

Questo non deve trarre in inganno, la mira è comunque altissima e non ho bisogno di concordare con nessuno il bersaglio. La paesologia non vuole fare riassunti o postille al lavoro altrui. In un certo senso è una disciplina indisciplinata, raccoglie le voci del mondo, sente quel che vuol sentire, dice quello che vuole dire. Un lavoro provvisorio, umorale, ondivago e volatile.

 

La vicenda si complica quando si pronuncia la parola “politica”. In questo caso la fragilità non è più una forza, ma un qualcosa che dà i nervi. Perché la politica è o dovrebbe essere un’elaborazione collettiva. Il pericolo e l’opportunità è che al punto in cui siamo arrivati anche la politica appartiene alle discipline dell’immaginario. Non si sa che strada prendere e allora si fanno arabeschi, congetture. La modernità finisce ogni giorno e ogni giorno prolunga la sua esistenza con una magia collettiva che occulta ciò che è in piena evidenza: non crediamo più alla nostra avventura su questo pianeta. Non abbiamo nessuna religione che ci tiene assieme, nessun progetto da condividere. La paesologia denuncia l’imbroglio della modernità, il suo aver portato l’umano dalla civiltà del segno alla civiltà del pegno. Navighiamo in un mare di merci, e intorno a noi è tutto un panorama di navi incagliate: le nazioni, gli individui, le idee, tutto è come bloccato in un presente che non sa volgere la sua fronte né avanti né indietro.

 

In uno scenario del genere una politica possibile è la poesia. La poesia non è il fiore all’occhiello, è l’abito da indossare, ma prima di indossarlo dobbiamo cucirlo e prima di cucirlo dobbiamo procurarci la stoffa. La poesia ci può permettere di navigare nel mare delle merci lasciandoci un residuo di anima. La poesia è la realtà più reale, è il nesso più potente tra le parole e le cose. Quando riusciamo a radunare in noi questa forza, possiamo rivolgerci serenamente agli altri, possiamo scrivere, possiamo fare l’oste o il parlamentare, non cambia molto. Quello che conta è sentire che la modernità è una baracca da smontare. Una volta che la baracca è smontata, piano piano impareremo a guardare la terra che c’è sotto per costruire in ogni luogo non altre baracche, ma case senza muri e senza tetto, costruire non la crescita, non lo sviluppo, costruire il senso di stare da qualche parte nel tempo che passa, un senso intimamente politico e poetico, un senso che ci fa viaggiare più lietamente verso la morte. Adesso si muore a marcia indietro, si muore dopo mille peripezie per schivare la fine. E invece c’è solo il respiro, forse ce n’è uno solo per tutti e per tutto. Spartirsi serenamente questo respiro è l’arte della vita. Altro che moderno o postmoderno, altro che localismo o globalità. La faccenda è teologica. Abbiamo bisogno di politica e di economia, ma ci vuole una politica e un’economia del sacro. Ci vuole la poesia.

*

 

da Franco Arminio, Geografia commossa dell’Italia interna, Bruno Mondadori, Torino, 2013, pp. 3-4.

Trevigliopoesia 2013 – VII edizione

2

Si svolgerà dal 24 maggio al 2 giugno la settima edizione di Trevigliopoesia (www.trevigliopoesia.it), festival di poesia e videopoesia

Polittico

6

polittico

di Davide Orecchio

Battere un concetto, concimare un’idea
Che fine hanno fatto i filosofi? Perché neanche un post, uno status, un tweet sulla tesi e l’antitesi? E la sintesi, che fine ha fatto? La dialettica, il servo e il padrone, il superamento? Se ci siete ancora, filosofeggiate. Battete un concetto. Colmateci la mente. Ne abbiamo bisogno. Siamo stanchi del pensiero economico. Del pensiero sociologico. Della scienza politica. Battete un concetto. Versatelo nei nostri recipienti. Siamo aridi e incolpevoli. Concimate un’idea.

***

Longevità del tiranno
Il tiranno muore a novant’anni. S’è goduto ogni ruga, ogni centimetro di stempiatura, i dolorosi privilegi della senilità. I privilegi. Negati. Alle sue vittime. La longevità del dittatore non sembra appartenere alla bontà del mondo. Risulta da un bieco Graal, neppure cercato, offerto in dono dalla naturalezza bendata: è la persistenza – del tiranno. Tossica. Incommestibile. Non potabile.

1983 – 2013: trent’anni di poesia di Biagio Cepollaro

0

a cura di Giusi Drago, Francesco Forlani, Pino Tripodi e del Laboratorio 1 aprile:
Festa Cepollaro

Ascolto sovversivo

1
Die Schachtel, O’ e Sincronie
presentano:
L’ASCOLTO SOVVERSIVO
mercoledì 22 maggio
ore 19.15 – 21
presso O’, via Pastrengo, 12 Milano

“Intonare i rumori”
Un ascolto sovversivo non si rivolge soltanto al rinnovamento  delle pratiche tradizionalmente associate alla fruizione della musica,  ma anche e soprattutto a riconsiderare come musicale quello che normalmente viene considerato semplice rumore. In alcuni casi ciò ha portato alla nascita di nuovi strumenti, che esistono solo per lo spazio di una performance o che, come per l’americana “asse da bucato” finiscono con il prendere il proprio posto nella storia della musica, accanto agli strumenti della tradizione più classica. In questo laboratorio d’ascolto, che riprende e sviluppa i temi affrontati nel 2012, esploreremo alcuni esiti della ricerca di suoni inauditi o inascoltati ottenuti con la costruzione di nuovi strumenti o andando a raccoglierli là dove nessuno aveva cercato prima.
Ascolteremo musiche di:
Giorgio Battistelli, Staalplaat Soundsystem, Jean-François Laporte, Eistürzende Neubauten e altri.
L’incontro è curato da Eleonora Ravasi e Massimiliano Viel.
ingresso libero
per maggiori informazioni: info@sincronie.org | on@on-o.org
È possibile richiedere la tessera di Sincronie a partire da www.sincronie.org
Staalplaat

Note all’edizione italiana di Expanded Cinema di Gene Youngblood: un glossario minimale

1

di Francesco Monico

gene youngblood

[Ospitiamo con piacere su Nazione Indiana questa anticipazione del volume, pubblicato negli Stati Uniti nel 1970 e ora finalmente tradotto in italiano da Simonetta Fadda, in uscita a settembre per CLUEB nella collana Mediaversi diretta da Pier Luigi Capucci. AB]

Cinema Espanso è la traduzione italiana del termine composto inglese Expanded Cinema. Il significato sta nella relazione tra due parole in cui la seconda è oggi la più chiara: espanso deriva da espandere, un verbo transitivo che deriva dal  latino ‘ex’, che sta per “fuori”, e  ‘pândere‘ che vuol significare “allargare”, “diffondere”, “ingrandire”, la magnitudo del fenomeno. Infatti oggi l’esplosione informatica sta espandendo le relazioni tra le cose e le conoscenze, sta appunto cambiando la magnitudo del senso.

Un calcio alle menzogne

2

Denis-Bergamini

di Gianluca Veltri

Non sarà necessario riaprire il rosario pasoliniano dell’«io so». Quel misto di acume intellettuale e buonsenso popolare che spinse lo scrittore di Casarsa alla sua preveggente scomunica: «io so […] ma non ho le prove». Noi sapevamo, abbiamo sempre saputo che Denis Bergamini non si era gettato sotto a un tir.

Lo abbiamo sempre sentito in una parte di noi più intima, che non mente mai, che non può mentire. Sappiamo decifrare gli scricchiolii troppo stridenti. Quando ci raccontano una bugia, ci accorgiamo che i conti non tornano. E i conti, nella fine di Bergamini, non tornavano già da quella sera di novembre, tragica e nera, quando ci riempirono gli occhi e la testa di frottole. Dentro di noi qualcosa protestava. Il nostro cuore urlava «NO», e non era solo un fatto di cuore. Non c’era bisogno d’essere un ultrà per rifiutare quella verità confezionata, vile, accomodata. Non c’era bisogno di essere un acuto pensatore per affermare con la massima certezza: «non ci sto, le cose non sono andate così».

Ci dissero che Bergamini era passato a prendere la fidanzata un sabato pomeriggio di novembre del 1989, abbandonando di soppiatto il ritiro della sua squadra, il Cosenza. Che in un preda a uno stato febbrile di parossismo e panico, si avviò insieme a lei in macchina verso Taranto, per poi fermarsi sulla SS 106 all’altezza di Roseto Capo Spulico, scendere dall’auto e gettarsi sotto a un TIR in corsa.

Sapevamo, abbiamo sempre saputo, che tutto questo non è mai avvenuto, non così; però non abbiamo mai avuto prove.

Oggi sappiamo che anche gli esami obiettivi, all’epoca rilevati e relazionati, sono stati, diciamo, imprecisi. Un’opera di depistaggio è stata messa in atto. Oggi, che al dispiacere e alla rabbia fanno seguito il disgusto e l’incredulità, ci chiediamo: quale può mai essere stato un interesse così rilevante, così prevalente, da mettere in secondo piano la vita di un ragazzo di 27 anni morto ammazzato? Quale tutela era più importante? Cosa poteva esserci di tanto inconfessabile da giustificare l’impunità dell’assassino, o degli assassini, di Bergamini?

Mettiamo su due piatti di una bilancia i due pesi: da una parte c’è l’esistenza giovane di Denis Bergamini straziata e interrotta, inopinatamente. Aveva davanti a sé tanta vita. Gli è stato impedito di viverla con violenza barbara. Sull’altro piatto c’è il piano cinico di qualcuno disposto a un delitto tanto efferato. E anche vigliacco, perché, alla morte della vittima, ha voluto abbinare l’infamia, come se quella vita perduta valesse così poco da non meritare punizione per alcuno. Tanto si è ammazzato da solo, chissà cos’aveva combinato.

È importante come verrà ricordato chi non c’è più: il tempo per cui non ci saremo è molto più lungo di quello in cui siamo stati sul mondo. Il modo in cui moriamo, in cui si racconta che siamo morti, soprattutto se non assomiglia a come abbiamo vissuto, condiziona e marchia tutta la nostra vita precedente. Ebbene, il racconto della morte di Donato Bergamini è stato falsato, artefatto, stravolto a piacimento dai suoi aguzzini. Un po’ come era accaduto, una decina di anni prima, per Peppino Impastato.

La sua memoria, la loro memoria, inchiodata a una menzogna.

Possibile che sia stato considerato più socialmente considerevole, più “pesante”, l’istanza di chi ha voluto architettare e insabbiare, fuorviare e mentire, anziché il diritto di Denis a vivere, o comunque a lasciare di sé un ricordo veritiero sulla propria fine, per i suoi famigliari, per le tante persone che lo hanno conosciuto? È possibile, quando a imporre la versione dei fatti sono la prepotenza, la prevaricazione, la falsità.

Adesso, dopo quasi venticinque anni, anni di vita sottratti a Denis Bergamini e anni di disprezzo per la sua famiglia, adesso basta. Adesso per favore diteci chi lo ha ammazzato. Adesso esigiamo che si vada fino in fondo, che le indagini siano fatte come si deve, con meticolosa serietà, senza guardare in faccia a nessuno. Che non vi siano zone grigie. E che paghino finalmente la giusta pena coloro che si sono macchiati di questo delitto. Che in questi anni senza Denis hanno continuato a dormire la notte, a vivere la propria vita: ma come avete fatto? Come avete potuto?

Dilemma in lemma

4

Palabras

Glossario del cronista onesto

L’uso sciatto e militante delle parole da parte dei giornalisti snatura il linguaggio e distorce la realtà, spacciando luoghi comuni e opinioni personali per verità universali. Ecco alcuni esempi. E relativi antidoti etimologici

di
Francesca Bellino

Tic verbali, parole usate a sproposito, superficialità diffusa, applicazioni improprie del senso, semplificazioni, stereotipi abusati e neologismi impregnati di pregiudizio dilagano sui media italiani soprattutto quando si parla di stranieri, minoranze e migrazione. Sfogliando i giornali e ascoltando radio e televisione si scopre che nel racconto dell’Altro si annidano numerosi vizi linguistici dai quali scaturiscono rappresentazioni falsate e fuorvianti che formano, di conseguenza, un’opinione pubblica distorta e giudicante. In primo luogo, come sottolinea la filosofa Daniella Iannotta, “il peggior vizio linguistico del giornalista è l’uso del giudizio che può esprimersi semplicemente usando il presente indicativo al posto del più corretto condizionale. Se il giornalista non esplicita il punto di vista e non si colloca all’interno della struttura narrativa è portato a generalizzare e universalizzare i fatti, facendo passare una verità, la sua, per la verità assoluta. In questo modo, dunque, abusa del linguaggio”.

Che la parola abbia il potere di creare realtà e che l’informazione contribuisca alla costruzione di nuove rappresentazioni sociali è indubbio, ma che succede quando termini neutri vengono intrisi di sensi aggiuntivi, spesso denigranti e devianti rispetto al significato originario, e giungono nel lessico comune attraverso i mezzi di comunicazione? “Quando uno stereotipo si diffonde non è mai isolato, ma avvia una catena che spinge a ragionare per deduzione” spiega la linguista Francesca Dragotto. Così, per esempio, dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 a New York gli stereotipi sull’Islam si sono arricchiti e rinvigoriti e un termine neutro come musulmano (seguace dell’Islam) è stato associato ad arabo, a omicida, a terrorista, a kamikaze e a jihadista (anche se un grande numero di musulmani non è arabo, ma indonesiano, senegalese o pakistano, e nella maggior parte dei casi non ha mai commesso atti terroristici), fino a coniare il termine islamopoli per definire le città che necessitano di moschee per i fedeli. Un’altra catena che sfocia nell’errore e nel pregiudizio scatta quando si parla della minoranza di cultura rom. Questa può comprendere: romeno (anche quando si parla di persone non provenienti dalla Romania, ma dai Balcani, dalla Bulgaria o dall’Italia stessa), extracomunitario (anche quando si parla di romeni, quindi europei), campo nomadi o zingaropoli (anche quando ci si riferisce a gruppi stanziali), fino a ladro e scippatore.

Un’altra catena molto diffusa è quella legata alla migrazione che come termine di partenza ha immigrato (da non confondere con rifugiato, richiedente asilo, esule) al quale si legano a cascata: irregolare, illegale, clandestino, lavoratore stagionale, fino a delinquente e stupratore, che sostituisce quella che un tempo scattava con emigrante, meridionale, napoletano, calabrese, etc. “Siamo di fronte a tipologie lessicali dell’esclusione accuratamente da evitare – sostiene il linguista Massimo Arcangeli – Il termine più rispettoso sarebbe migrante perché neutralizza l’alteritudine, limitandosi a marcare l’idea dello spostamento da un luogo all’altro, dunque l’idea del viaggio e della sua naturale provvisorietà, e non quella dell’estraneità dal punto di arrivo e quindi dell’essere intruso, alieno, solo perché straniero”.

“Le catene di termini si fondano sull’apparente sinonimia da un lato e su un processo consequenziale dall’altro. E’ come sgranare un rosario! – sottolinea Dragotto – Il problema è, però, che si arriva a usare i termini più per quello che evocano che per quello che significano. Ci troviamo, infatti, nell’era della plasticosità dove la parola diventa di plastica, perde significatività e vitalità perché troppo abusata, e viene poi caricata di nuovi significati frutto di ideologie e stereotipi. Insomma si narrano fatti veri ma con una semantica fasulla, meccanismo che rende verosimile il racconto pur portando con se significati deformati”. Per cercare di arginare questo tipo di distorsioni dell’informazione, nel 2008 è nata la Carta di Roma, un protocollo deontologico concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti redatto dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, in collaborazione con l’Unione Nazionale Cronisti Italiani, presente nei nuovi volumi “Studiare da giornalista”. “L’esigenza a intervenire è diventata urgente dopo la strage di Erba quando dall’informazione italiana emerse un riflesso incondizionato di tipo razzista nei confronti del tunisino Azouz Marzouk, considerato colpevole nelle 24 ore successive al dramma, mentre a uccidere erano stati gli italianissimi Olindo e Rosa, che destò serie preoccupazioni anche all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) – racconta Roberto Natale, presidente FNSI -. In questi anni i giornalisti si sono trovati impreparati di fronte a certi temi e si sono lasciati strumentalizzare dalla politica, diventando spesso trasmettitori di germi razzisti e xenofobi. Per questo abbiamo avviato corsi di formazione in tutta Italia con la speranza che si ribalti anche l’antica regola del giornalismo per cui solo le cattive notizie sono buone notizie”.
L’ambito in cui ci muoviamo è ampio e delicato, ma di seguito proveremo a chiarire i termini maggiormente utilizzati dai media italiani per narrare l’alterità: sia parole italiane usate in modo discriminatorio, sia forestierismi entrati nella lingua ma con significato errato.

Badante: il termine nasce dal verbo badare. Si usa il participio presente per definire colui/colei che bada, così come si fa con insegnante (da insegnare). “L’origine dell’uso risale alla fine degli Anni ‘80 quando nel lessico della burocrazia fu necessario definire questo nuovo tipo di lavoratori, in sostituzione di infermiere/a, e con gli anni è entrato nel linguaggio comune e, nel 2002, è stato introdotto nel dizionario GRADIT” spiega Francesca Dragotto. Nell’uso quotidiano il termine, però, oggi si lega prevalentemente a lavoratrici straniere. Dire badante fa subito pensare alla nazionalità – alle donne dell’Est, soprattutto ucraine e bielorusse, che si occupano di anziani e malati – a differenza di altre etichette che si legano al mestiere. Dire filippino porta con se la professione: fare le pulizie. Lo stesso accede con polacco che diventa muratore, con bengalese che diventa venditore di rose, brasiliano che diventa trans o con nigeriana che diventa prostituta. Diverso è il caso di marocchino spesso usato indistintamente per chiunque venga dall’Africa sostituitosi al neologismo vu’ cumprà usato tra metà degli Anni ’80 e inizio dei ’90 per definire i venditori ambulanti (e abusivi).

Burqa: per parlare delle problematiche relative all’uso del velo delle donne islamiche nelle società occidentali si tende a usare indistintamente il termine burqa’ senza porsi il problema che esistono diversi tipi di veli. “Il Burqa’ è un capo d’abbigliamento indossato quasi esclusivamente dalle donne afgane e reso obbligatorio sotto il regime dei talebani – spiega l’arabista Lidia Verdoliva -. E’ di colore azzurro o nero e ricopre il corpo, con una griglia all’altezza degli occhi per permettere alla donna di vedere. Dunque non è un copricapo ma un abito”. Il termine con cui si dovrebbe indicare il velo è, invece, hijàb. “Questo è un copricapo adoperato già in epoca preislamica nelle società mediorientali per marcare lo stato sociale della donna – aggiunge Verdoliva -. La donna dei ceti superiori lo indossava per proteggersi dagli sguardi del popolo, mentre alla serva non era permesso tale privilegio. Con l’avvento dell’Islam, in base a quanto stabilito dalla shari’ah, è stato prescritto alle donne di mostrarsi in pubblico coperte da abiti che non mettano in evidenza le forme e che lascino scoperti solamente il volto e le mani. A tale scopo le musulmane indossano lo hijàb che si presenta in varie forme e colori a seconda delle diverse tradizioni dei paesi islamici, il quale è atto a coprire i capelli e il collo della donna incorniciandone il viso. Secondo alcune interpretazioni, tuttavia, è considerato buona norma per la donna particolarmente attraente coprire per intero la persona per salvaguardare l’integrità della comunità stessa. Per indicare il velo integrale, utilizzato in pochi paesi islamici, che nasconde anche il viso e talvolta gli occhi, si usa la parola niqàb e in alcuni casi khimàr, termine che compare nel Corano nella Sura 24 al versetto 31”. In passato sui media occidentali compariva anche il termine chador per designare il velo, per via del peso mediatico che ha avuto la rivoluzione islamica in Iran a partire dal 1979. Il termine, infatti, è di origine persiana e indica un foulard o una mantella dalla forma semicircolare che ricopre il capo e le spalle ma che lascia scoperto il volto.

Clandestino: è colui/colei che ha fatto ingresso in un Paese eludendo i controlli di frontiera. Per Fabrizio Gatti, giornalista dell’Espresso più volte fintosi migrante per narrare dall’interno l’esperienza della migrazione, il clandestino è “l’eroe contemporaneo perché rischia la vita attraversando deserti e mare su mezzi precari praticando un diritto soggettivo fondamentale: la ricerca del miglioramento delle sue condizioni di vita e dei familiari”. “Un paragone a noi vicino – spiega Gatti – sono gli esploratori, i campioni del trekking estremo, i velisti solitari. Se fosse nato in Europa, Nord America e Australia, il clandestino indosserebbe abiti e cappellino con marchi di sponsor e riceverebbe riconoscimenti internazionali. Poiché è nato in Paesi a basso prodotto interno lordo, una volta arrivato in Europa, Nord America e Australia rischia la detenzione senza processo in centri di isolamento, l’incarcerazione, l’espulsione o una vita di stenti. Il mancato riconoscimento dei diritti individuali pone il clandestino all’ultimo livello della scala sociale. In Italia la legge non gli riconosce nemmeno il diritto a presenziare al processo di cui è parte civile: se è vittima, anche di gravi reati, deve comunque essere immediatamente arrestato o espulso. Il clandestino, non l’autore del reato. Questo ne fa il modello di lavoratore preferito per lo sfruttamento nell’agricoltura, nell’edilizia, nell’industria e nei servizi. Anche se non viene pagato, il clandestino non può rivolgersi al giudice senza a sua volta rischiare l’arresto o l’espulsione. L’impiego strutturale di clandestini nell’economia ha consentito dal 1995 la riduzione verticale del costo del lavoro e il conseguente aumento dei profitti delle imprese. Profitti redistribuiti in dividendi per gli azionasti e in stock option per i manager. Il numero di clandestini sfruttati è inversamente proporzionale alla capacità dei cittadini di un Paese di provare vergogna”.

Etnia: è un termine che deriva dal greco ethnos, popoli e genti diverse da quelle che abitavano la polis, la città-Stato; popolazioni alle quali si attribuiscono comuni origini e una forma di organizzazione sociale anteriore, e implicitamente inferiore, a quella della polis. Sono, dunque, genti che si autogovernano alle quali manca la compiutezza delle istituzioni e i caratteri della civiltà. Quando la parola passa in latino ed entra nel linguaggio dei cristiani, le etnie diventano pagani, senza fede. Nell’era del colonialismo, poi, il termine viene usato per definire i popoli arretrati, non civilizzati, dunque da colonizzare. “Etnia ormai viene usata come sostituta di razza, diventata tabù, e denota il processo di etnicizzazione dell’Altro – spiega l’antropologia Annamaria Rivera, autrice de “L’imbroglio etnico” (Dedalo) – L’idea di razza, termine e concetto ormai in disuso, dunque, si continua a coltivare sotto il nome di etnia. Le etnie, nel linguaggio comune confuse anche con nazioni, in realtà non esistono, sono state inventate dai colonizzatori che hanno avviato il processo per cui oggi tutto diventa etnico. Il ristorante e la cucina etnica, o l’abbigliamento etnico, sono forme di esotizzazione di ciò che non è nazionale ed europeo. Ma è chiaro che si riferisce a popoli considerati inferiori. Per un ristorante americano, pur non essendo italiano, né europeo, non si direbbe mai etnico”.

Harem: è un termine preso in prestito dalla lingua araba usato con un significato inverso. “Harem, più correttamente harìm – spiega l’arabista Lidia Verdoliva – corrisponde a tutto ciò che è dotato di hurmah, ossia di un valore di inviolabilità, di sacralità, che rende quel luogo o persona inaccessibile a estranei e a chiunque non sia in possesso di determinati requisiti. Può essere considerato harìm il luogo di lavoro, in quanto prevede il rispetto di una serie di codici comportamentali, o la moschea in quanto chi vi accede deve rispettare alcune prescrizioni e trovarsi in una condizione di purità rituale, o la casa perché chi vuole entrare deve rispettare i suoi abitanti e attenersi alle sue abitudini. Anche le donne sono harìm in quanto possiedono delle connotazioni tali che impongono agli uomini di portar loro rispetto e il dovere di proteggerle da chi intenda approcciarle in maniera inappropriata”. Se si considera l’ harìm nella sua comune accezione di gineceo, dunque, ossia il luogo della casa in cui le donne si ritirano per non mostrarsi a uomini estranei alla famiglia, bisogna tener presente che esso nel mondo arabo è dotato di limiti morali e confini spaziali di natura quasi sacrale, in netto contrasto con l’idea che si è creata nell’immaginario occidentale, quale luogo in cui un uomo può trarre piacere da un certo numero di sue concubine sessualmente disponibili. “Tale concezione si è imposta nell’immaginario collettivo occidentale, secondo quanto sostiene la sociologa marocchina Fatema Mernissi in “L’harem e l’Occidente” – aggiunge Verdoliva -, a causa di un’errata rappresentazione di stampo esotista degli antichi ginecei arabi a opera dei pittori orientalisti dell’800 e dalla libera traduzione dei racconti delle “Mille e Una Notte” realizzata dal francese Antoine Galland che ha voluto mettere in evidenza soprattutto gli aspetti erotici di tali narrazioni. In opposizione a tale concezione dell’harìm, Mernissi sottolinea invece la condizione di semidetenzione cui erano costrette le donne che vivevano nelle abitazioni tradizionali dotate di gineceo (sistema ormai in disuso) in cui le donne avevano scarsa possibilità di movimento e di libera iniziativa.

Italieni: il termine nasce come dal nome di una rubrica pubblicata nel 2001 sul sito del settimanale “Internazionale”, e poi sul cartaceo, e contiene due parole: italiani e alieni. All’origine si riferiva ai giornalisti stranieri residenti in Italia che raccontavano la loro Italia e poi è stata estesa ad autori di seconda generazione, i cosiddetti G2, figli di immigrati nati in Italia, allargando il senso del termine. “L’idea del nome è della graphic-design Martina Recchiuti – spiega il giornalista Piero Zardo – . A distanza di anni la rubrica esiste ancora ed è affidata, come all’origine, ai giornalisti stranieri, un po’ italiani, un pò alieni, che si cimentano nelle recensioni di film e libri italiani”.

Irregolare: è colui/colei che ha perduto i requisiti necessari per la permanenza sul territorio nazionale dei quali era in possesso nel momento d’ingresso. “Per il Ministero dell’Interno è il caso di chi è entrato per motivi turistici ed è rimasto oltre la scadenza del visto, di chi ha inoltrano la richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno con tempi o modalità sbagliate che hanno portato al respingimento della domanda oppure di chi aveva un’autorizzazione per motivi di lavoro, ha perso il posto e non ha trovato altro impiego nei termini concessi – spiega l’invito Mediaset, Alfredo Macchi -. Ma per la legge italiana irregolari e clandestini vanno trattati allo stesso modo: se fermati devono essere immediatamente espulsi oppure, se questo non è possibile per mancata identificazione, devono essere trasferiti nei CIE (centri identificazione ed espulsione) dove possono restare fino a 18 mesi. Infine l’allontanamento, volontario o coatto. Ma si può dire che un’automobile in sosta oltre la scadenza del parchimetro o fuori dagli spazi regolamentari è clandestina?”.

Jihad: è un termine maschile che vuol dire sforzo, impegno. Sui media italiani, invece, viene reso al femminile e sottintende l’intenzione di tradurlo con “guerra santa” risvegliando nell’immaginario collettivo lo spettro delle crociate. “Esistono due tipi di impegno per il credente nell’Islam: il grande jihad (al-jihad al-kabir) e il piccolo jihad (al-jihad al-saghir) – spiega l’arabista Lidia Verdoliva -. Quello che maggiormente influisce sulla vita quotidiana dei credenti è il grande jihad che prevede un impegno da parte del fedele affinché le forze del bene prevalgano su quelle del male innanzitutto all’interno del suo animo, una lotta interiore spirituale contro il peccato e le tentazioni. Il piccolo jihad ha invece una connotazione di tipo collettivo e indica una battaglia che la comunità dei fedeli (ummah) può ingaggiare contro chi ne minaccia la stabilità. Si può fare ricorso al piccolo jihad solo per legittima difesa in caso di aggressioni e invasioni esterne”.

Sbarchi: è uno dei termini abusati dai media italiani soprattutto tra febbraio e l’estate del 2011 in riferimento agli arrivi di migranti da Tunisia e Libia. “Sembra un termine neutro e usato bene, ma in realtà esprime in maniera errata quello che è successo – sottolinea Giorgia Serghetti, ricercatrice Parsec –: le barche non sono arrivate quasi mai a riva, ma venivano intercettate in mare e i migranti venivano portati, nel caso specifico, a Lampedusa. Dunque non sono sbarcate”. Il termine sbarchi, inoltre, ha avvisato una catena denigrante perché associato a pericolo, allarme, invasione fino a “tzunami umano”. “Nei primi mesi del 2011 è emerso uno dei vizi dell’informazione: utilizzare il numero per argomentare un fenomeno – spiega Marco Bruno, ricercatore dell’Università La Sapienza di Roma –. Se prendiamo come esempio il talk-show “Porta a porta” si vede chiaramente che per sostenere un’argomentazione, in questo caso l’idea dell’invasione, si sono usati in maniera disinvolta e non accurata dati di ordini di grandezza differenti. Questo atteggiamento provoca lo svuotamento del significato aritmetico e ne fornisce uno retorico e, in questo caso anche sbagliato, se si pensa che ci sono stati più arrivi di migranti tra il 2007 e il 2008 e che la maggior parte degli ingressi normalmente non avviene via mare, ma con i camion e gli aerei”.

Zingarata: è un termine di tradizione ottocentesca che inizialmente, come voce di ambientazione letteraria, voleva dire maleficio, incantesimo, che poi ha preso il significato di goliardiche e dissacranti bravate collettive, usato nella lingua parlata soprattutto negli Anni ’70 dopo l’uscita del film “Amici miei” di Mario Monicelli. “E’ facile collegare il significato di bravata alla presunta “irregolarità” del comportamento degli zingari e alle loro azioni (spesso compiute in piccoli gruppi) per ingannare il prossimo – spiega il linguista Massimo Arcangeli -. In un dizionario ottocentesco (N. Tommaseo, B. Bellini, Dizionario della lingua italiana […] con oltre centomila giunte ai precedenti dizionari […], Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino-Napoli) leggiamo alla voce zingaro: “Una razza di gente vagabonda, senza patria, che vive di furti e d’inganni, predicendo la buona ventura. Vanno a frotte di dieci o dodici, uomini, donne e fanciulli, e albergano sotto le tende”. E non andiamo meglio con altri repertori del XIX secolo: “Colui che appartiene a una razza di gente vagabonda, senza patria, senza religione, che vive di furti e di inganni, predicendo la buona ventura. Vanno a frotte di dieci o dodici uomini, donne e fanciulli; e ora dove si posano, danno voce di rassettare caldaie e vasi di rame, e albergano sotto le tende” (G. Rigutini, P. Fanfani, Vocabolario italiano della lingua parlata, nuovamente compilato da G. Rigutini e accresciuto di molte voci, maniere e significati, Firenze, Barbèra, 1891 e 1875)”. Il termine zingaro oggi è stato quasi del tutto sostituito da rom anche se, con il tempo, ha assunto la stessa connotazione negativa. “Rom – spiega Federica Dolente, che ha partecipato alla ricerca condotta dalla Fondazione Basso e da Parsec che in autunno pubblicherà una Guida sulle Alterità realizzata con Redattore Sociale – si riferiva originariamente ad alcuni gruppi che vivevano nei Balcani e nell’Europa dell’Est, ma attualmente è utilizzato come termine generico per indicare tutte quelle popolazioni che a livello locale si chiamano sinti, roma, kalè. L’origine di zingaro non è certa, ma di fatto si tratta di una denominazione che le principali lingue europee hanno utilizzato per secoli. Lo ritroviamo in francese (tsiganes), in tedesco (zigueneur) e in svedese (zigenare) e, secondo una teoria generalmente riconosciuta, il termine deriverebbe dal nome di un’antica setta eretica dell’Asia Minore”.

Articolo vincitore del Premio Talea 2013