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Verifica dei poteri 2.0: Alberto Casadei

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[Per collaudare le ipotesi avanzate in Verifica dei poteri 2.0 abbiamo inviato l’articolo a diversi scrittori e critici (alcuni direttamente coinvolti nel web, altri attenti osservatori del fenomeno) insieme a Cinque domande su critica e militanza letteraria in Internet. Le pubblichiamo qui insieme alla prima risposta. Nei prossimi giorni seguiranno le altre. F.G. e M.S.]

Cinque domande su critica e militanza letteraria in Internet

1. Le linee fondamentali di questa ricostruzione ti sembrano plausibili?

2. Quando e perché hai pensato che Internet potesse essere un luogo adeguato per “prendere la parola” o pubblicare le tue cose? E poi: è un “luogo come un altro” (ad esempio giornali, riviste, presentazioni o conferenze…) in cui far circolare le tue parole o ha delle caratteristiche tali da spingerti ad adottare delle diverse strategie retoriche, linguistiche, stilistiche?

3. A tuo giudizio, sempre riguardo alla discussione letteraria, la critica o la militanza, cos’ha Internet di particolare, di specifico e caratterizzante, se ce l’ha, rispetto ad altri mezzi di comunicazione?

4. Ti sembra che la discussione letteraria in rete oggi sia diversa da quella di qualche anno fa? Credi inoltre che la discussione letteraria fuori dalla rete sia stata in qualche modo influenzata da ciò che si è prodotto sul web o è rimasta tutto sommato indifferente?

5. Nel saggio abbiamo lasciato fuori qualsiasi considerazione su come la rete stia o meno contribuendo a erodere i tradizionali processi di legittimazione letteraria. Pensi, ad esempio, che la possibilità offerta ad ogni lettore di dare diffusione a un proprio giudizio di gusto su un libro (siti come aNobii, le recensioni su Amazon, blog personali ecc.) metta in qualche misura in discussione il ruolo e la funzione del critico, oppure sono due ambiti diversi che non si intersecano (o non dovrebbero essere confusi)?

Verifica dei poteri 2.0: Alberto Casadei

Credo che la ricostruzione di Guglieri e Sisto sia molto corretta e efficace, non faziosa pur lasciando trasparire giudizi e valutazioni sui singoli autori o sui vari tipi di blog letterari. Io vorrei rispondere implicitamente a tutte le loro domande, seguendo un ragionamento che dovrebbe toccare gli snodi a mio avviso essenziali per capire anche cosa occorrerà fare in futuro.

Morte del blog?

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di Jan Reister

Massimo Mantellini scrive dello spostamento su Facebook e Twitter di molte attività di socializzazione che qualche tempo fa avvenivano sui blog personali: Dalla blogosfera alla statusfera. Interessanti anche i commenti.

Le sue considerazioni sul valore dei commenti attraverso il tempo sono molto interessanti, mentre non condivido il suo pessimismo sul calo dei lettori negli ultimi 3 anni: come fa notare Marco Cilia, i dati sul numero di visite ricevute sono probabilmente in leggera crescita.

il critico e il suo personaggio

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di Ginevra Bompiani

[Questo saggio è stato pubblicato come introduzione a La signora dell’angolo di fronte, raccolta di saggi tradotti da Masolino d’Amico ed editi per i tipi de Il Saggiatore nel 1978]

Quando uno scrittore scrive di altri scrittori, che cosa fa? Questa è una domanda che vale la pena di porsi in generale, ma che forse s’impone nel caso di una scrittrice la cui opera critica è quasi altrettanto importante dell’opera che si una definire creativa. E, presentando un’ampia scelta di saggi critici, è utile chiedersi se si sta offrendo al lettore qualcosa di sostanzialmente diverso, o minore, rispetto alla produzione per cui lo scrittore è diventato celebre.

Uno dei saggi qui contenuti Mr Bennett e Mrs Brown, descrive un incontro in treno con una misteriosa Mrs Brown, e i brandelli di conversazione colti fra lei e un altro passeggero, cui è unita da chissà quale storia. Si domanda Virginia Woolf: quale degli scrittori contemporanei parlerebbe di Mrs Brown in modo da farle attraversare le sue pagine dallo scompartimento del treno agli occhi del lettore? E la risposta è che nessuno lo farebbe: non gli scrittori che lei chiama edoardiani (i Wells, i Bennett, i Galsworthy), così impegnati a costruire intorno a Mrs Brown tutta un’intelaiatura di notizie, dalla casa che abita al prezzo della spilla che porta, dalla tappezzeria dello scompartimento al lavoro femminile nelle fabbriche che sfilano fuori dal finestrino, – e non gli scrittori georgiani (i Forster, i Lawrence, gli Stratchey, i Joyce, gli Eliot), tutti presi nella distruzione dell’intelaiatura e degli strumenti di lavoro edoardiani – fra le cui dita Mrs Brown scivolerebbe intatta e ignorata, dimenticata.

Con tutti i suoi poteri di osservazione, che sono meravigliosi, con tutta la sua simpatia e umanità, che sono grandi, Mr Bennett non ha mai, nemmeno una volta, guardato Mrs Brown nel suo angolo.

Per Michele Sovente

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[Me lo ha comunicato Giancarlo Alfano, inviandomi questi testi. Il 25 marzo “il Mattino” dava la notizia della scomparsa di Michele Sovente.]

(da Cumae, 1998)

Di sbieco

Lungo rantolo all’ombra

mondo confuso diviene

lingua di grumi ingombra

e asfittica pianta. Il prisma

slitta l’enigma. La grazia

soccombe. Tutto si tiene.

L’occhio strabico strazia

piumaggi e fossili. Si vive

si scrive di sbieco.

.

Saturazioni

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di Simona Menicocci

http://www.giornalettismo.com/archives/111597/storie-di-ordinaria-follia-trento-il-cuoco-non-gay-violentato-con-una-staccionata/

col bastone anzi coi bastoni acuminati
incuneati a fondo cieco denudato
nelle parti esposte la piega faccia
intinta nella neve al fingere di avere
volto copre urla
atta a percosse e sassi
a sfrondare aste
                          e quindi poco grave
un-due-tre come da bambini da bravi
pali e pali da fare grandi glandi – ferini,
ferire l’altro, fermarsi sopra, feci.

*

Qualunque fotografo ti dirà lo stesso

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di Lyn Hejinian traduzione di Marilena Renda

In qualche punto del passaggio dall’infanzia alla maturità può accadere che una ragazza si interessi alla religione. Sarebbe corretto chiamarla pre-cognizione o paranoia, non intuizione. Chiedevano a mia madre di correggere le mie idee, o di tenermi a casa. Gli uomini ciechi vendono scope. Dall’ipocondria vengono le frasi e i ricordi. In California durante l’estate le ombre sono fredde e scure e la luce del sole è calda e luminosa. Ma poiché abbiamo solo sette giorni la luce sembra ordinata, quasi prevedibile. Una pausa, una rosa, qualcosa su carta, implicito nei frammenti. Il calendario Maya ha più giorni. La ragazza paffuta ma incerta crebbe virtuosa nell’amore del bruno orizzonte. Allontanarsi dall’acqua che si muove è difficile. Spesso burbera e urlante; femmina sempre, ma non sempre femminile. Immaginavo l’assenza che precede la nascita, e pensavo che era dio. Preparazione.

I territori della criminalità oltre Gomorra

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lunedì 28 marzo, alle ore 15 presso la Scuola di Architettura e Società del Politecnico di Milano

a cura di Paola Savoldi e Daniela De Leo

L’assunto da cui il seminario prende le mosse è che sia urgente osservare e discutere anche nei territori dell’Italia settentrionale i nessi tra radicamento territoriale, forme non solo locali di organizzazione della criminalità, produzione di reddito e processi di speculazione che non riguardano esclusivamente i quartieri più fragili ma pure spazi urbani di diversa natura.

I caratteri di un governo urbano fortemente centrato su strategie di esternalizzazione di opere e servizi pubblici, su forme di cooperazione con i promotori privati spesso regolate da accordi deboli, su processi intensivi di finanziariarizzazione delle trasformazioni della città contribuiscono a rendere più permeabile alle infiltrazioni mafiose anche contesti e mercati urbani settentrionali con effetti non ancora sufficientemente indagati.

La mia sconfitta, la nostra salvezza

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di Farid Adly

Vivo questi momenti con angoscia. Sono convinto antimilitarista, pacifista e nonviolento.
Vivo la guerra libica come una sconfitta personale. La mia generazione di libici è fallita. Non abbiamo fatto abbastanza per sconfiggere politicamente la dittatura gheddafiana. L’opposizione era frantumata in mille rivoli, dai monarchici fino ai socialisti, ma tutti regolarmente all’estero e uno contro l’altro. Perché all’interno del paese c’erano soltanto Abu Selim (eccidio di 1200 detenuti politici, nelle loro celle, il 26 Giugno 1996, del quale ha parlato nel 2009 solo il manifesto) oppure le esecuzioni in pubblico negli stadi. Non abbiamo avuto sufficiente voce per farci sentire e, forse, anche il mondo non ci aveva dato ascolto, perché gli orecchi dei grandi erano tappate da cerotti di petrolio e dalla carta moneta delle commesse di armamenti.

Nina, il testo, la scrittura

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di Daniele Giglioli

Tanti anni fa, in un’intervista, Cesare Garboli propose il seguente paradosso: bisognerebbe far sposare Niccolò Ammaniti e Isabella Santacroce, perché il primo sa raccontare ma non sa scrivere, la seconda sa scrivere ma non raccontare. Messi insieme farebbero scintille. La battuta è brillante, il retroterra in cui affonda un po’ meno: la sempiterna scissione tra scrittore e narratore, Balzac e Flaubert, Moravia e Gadda, e peggio ancora il lamento classico del critico secondo cui, maledizione, qui da noi chi ha qualcosa da dire non sa dirlo, e chi parla bene non ha nulla in testa. Ma mi è tornata in mente quando, finita la lettura di Nina dei lupi (Marsilio, 221 pagg., 18,50 euro, seconda prova di Alessandro Bertante), mi sono sorpreso a pensare: un bellissimo romanzo scritto male. Un paradosso ancora peggio di quello di Garboli. E non ci si aspetti che il recensore tiri fuori dal cappello una qualche sorta di coniglio dialettico per dimostrare che la contraddizione è solo apparente: no, la contraddizione è reale, specie per chi non crede affatto che un testo letterario possa essere scomposto in “livelli” (intreccio buono, storia appassionante, personaggi belli, stile così così…).

Il più dolce delitto

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di Francesca Bertazzoni

gianCarlo Onorato è cantautore di lungo corso, produttore, scrittore e pittore. Nel 2010 è uscito il suo quarto lavoro da solista, il disco “Sangue bianco”, con la collaborazione di Anna Lamberti-Bocconi per i testi. Oltre a “Il più dolce delitto” ha pubblicato il racconto “L’officina dei Gemiti” (Millelire/Stampa Alternativa, 1993) e la raccolta di racconti “L’ubbidiente giovinezza” (Il Sestante, 1999).

Il più dolce delitto è tutto fuorché una lettura facile, piuttosto un libro da percorrere concedendosi delle pause: si patisce, leggendolo, di eccesso di stimoli.

La scrittura è ingannevolmente tersa, elegante, mobilissima. Dico ingannevole perché l’estrema gentilezza (gentilezza, gentile sembrano essere parole molto care all’autore) non cancella la brutalità, l’efferatezza, la crudeltà dei fatti narrati: un medico che indaga su soprusi e violenze subiti dai pazienti di una clinica psichiatrica, dal nome beffardo di Porta del Sole. La casa è collocata sulle Alpi svizzere, affacciata su un lago, la cui presenza è a tratti ossessiva e ostile, contrariamente a quanto ci si potrebbe attendere. Anche i colori partecipano di una visione ridotta della realtà, quella cui sono condannati i malati: colori algidi, sfumature di luce e di bianco, di grigio e di buio, non colori, forse.
Il protagonista, Marlo, si lascia assorbire totalmente dalla vita della Casa e da una paziente giovanissima, il cui recupero è, a detta di tutti coloro che ci hanno provato, impossibile: invece Geli, inverosimilmente e immediatamente, ha fiducia in lui.

Un libro vi trasporterà: Riccardo De Gennaro

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qui da loro, del giovedì
effeffe

Nonostante Auschwitz

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[Pubblico, per gentile concessione dell’editore, le ultime pagine dell’importante saggio di Alberto Burgio Nonostante Auschwitz. Il “ritorno” del razzismo in Europa, edito da DeriveApprodi, un libro che non è solo un’indagine storico-filosofica che “fa il punto” su una serie di questioni decisive, ma anche, e forse soprattutto, l’offerta di un dispositivo concettuale che ci permette di comprendere un elemento fondamentale della nostra società globale – letto però non come  portato della globalizzazione, ma come parte integrante della modernità europea. mr]

di Alberto Burgio

A proposito di immigrazione, si suole ripetere che l’integrazione di nuovi gruppi di popolazione è una sfida. Con ciò non ci si limita a sottolineare la complessità del fenomeno; si tende il più delle volte a suggerire che la violenza che spesso lo accompagna è una sua conseguenza inevitabile. Questa rappresentazione del problema si limita, per dir così, a fotocopiare il senso comune, che nell’immigrato scorge un intruso, non di rado prepotente e aggressivo. Alla base di un simile modo di pensare (che è a sua volta un prodotto del discorso dominante) opera uno schema che vediamo spesso all’opera quando viaggiamo su un mezzo pubblico affollato.

VIOLA AMARELLI la lastra e il cristallo

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1.1.
 
Una fatica la schianta, una fatica qualunque. Dipenderà dagli enzimi. O dagli ormoni, il metabolismo. L’ipofisi o la tiroide. Ci giurerebbe col cuore.
 
Procede a strappi. Con il lavoro. Con i bambini. Con i servizi di casa. Concentra e incendia. Un fuoco che si esaurisce con poco.

Smettiamo di chiamarla «letteratura della migrazione»?

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A proposito di un romanzo di Igiaba Scego (e non solo) (1)

di Daniela Brogi

1. Cominciamo con un esempio, e partiamo da una definizione che in un contesto europeo sembra scontata, ma che in Italia invece è ancora percepita come inconsueta, tant’è vero che si tende a non usarla: non è famigliare. Ecco la definizione: Oltre Babilonia(2) è un romanzo scritto da un’autrice afroitaliana, ovvero da una cittadina della lingua italiana, che non usa più l’italiano come strumento per comunicare, o per testimoniare la propria storia – come nei primi libri di autori migranti usciti negli anni Novanta(3); e neppure si tratta di un impiego dell’italiano inteso precipuamente come maniera retorica, marca di letterarietà, ovvero praticato in quanto lingua eterogenea (:“altra lingua” di un’”altra cultura”), come dal Medio Evo in poi è accaduto a molti scrittori che hanno usato l’italiano per l’espressione dell’amore (magari componendo un sonetto petrarchesco); tutti scrittori, in ogni caso, che si sono cimentati da outsiders con l’italiano: per limitarci a qualcuno dei tanti esempi, potremmo citare Montaigne, Byron, Pound(4).

Il cuore non è una chiatta

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di Mirfet Piccolo

Il giorno che vide il corpo di sua madre essere chiuso dentro una cassa di legno, Aldo Oriani decise che ne aveva avuto abbastanza, e prese quindi la ferma decisione che mai e poi mai avrebbe, in futuro, versato ancora lacrime, provato paura, tristezza e rabbia, e, per essere certo di fare le cose bene, senza sbavature e inutili rischi, decise anche che non avrebbe più provato gioia tra i suoi compagni ed amici, che non avrebbe desiderato nessun gioco nuovo né andare al parco, che il minestrone e le patatine fritte avrebbero avuto lo stesso sapore e che perciò non avrebbe fatto differenza mangiare l’una o l’altra cosa. Niente. Ed era un niente che aveva senso. Così decise Aldo Oriani, maschio, altezza un metro e quarantuno centimetri, anni otto.
– Povero bambino, povero piccolo -, gli disse il prete accennando una mano aperta verso la guancia del bambino, e Aldo, che non aspettò il compiersi della carezza, si voltò verso il padre e con voce limpida domandò, papà questo vuole dire che la mamma è morta con tutti i soldi?

Big sexy noise

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di Marco Simonelli

Sono più di trent’anni che Lydia Lunch fabbrica bombe a mano per far detonare la nostra percezione del reale. Ha iniziato a farlo impugnando una chitarra, usandola come fosse una pistola, giocando alla roulette russa con la psiche. Esplorando a suo modo, con la grazia e la leggerezza di un tir fuori controllo su un’autostrada affollata, le possibilità di ogni disciplina. Dal rock noise dei Teenage Jesus & The Jerks fino allo psycho-ambient di Twist of Fate (collaborazione con Philippe Petit, Monotype Records).

Note d’autore: Strade bianche

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Marinai e navigatori by effeffe

Strade bianche, Enrico Remmert, Marsilio, 2010
secondo Pasquale Vitagliano

Ho letto da qualche parte che “si viaggia per vincere la paura di camminare”. Sarà per questo che Vittorio suona il violoncello. Devi tenerlo puntato sulla terra. Il musicista diventa una protesi dello strumento. E questo penetra nel suolo come un fiore. “Dio ci ha piantati in un posto e lì dobbiamo stare”, dice Don Geppe a Vittorio. “Siamo come fiori. Ed io, appena mi spostano, sto male”.
Strade bianche di Enrico Remmert è stato definito un road-movie dell’anima. Troppo facile. I tre riders, Vittorio, Francesca e Manu, non sono affatto facili, easy. Questo viaggio al meridione delle loro vite, loro non l’hanno scelto. Non lo ha scelto Vittorio, pugliese emigrato a Torino, che parte perché gli è stato offerto un posto da sostituto orchestrale al Petruzzelli; non lo ha scelto Francesca, che per paradosso decide di accompagnarlo per trovare il coraggio di lasciarlo; non lo ha scelto la sua migliore amica Manu, che fugge via come una ladra.

Carla Benedetti, “Disumane lettere”

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di Teo Lorini

Le Indagini sulla cultura della nostra epoca (così il sottotitolo) che compongono questo nuovo libro di Carla Benedetti hanno varia origine: atti di convegni, interventi in rivista, in rete e così via. Eppure esse compongono un testo che colpisce per compattezza e che si apre con la constatazione che mai, neppure nelle epoche più tenebrose del passato, l’uomo si è trovato a confrontarsi con la prospettiva dell’estinzione, oggi invece ritenuta un rischio concreto da parte degli scienziati che registrano la sovrappopolazione, il surriscaldamento del pianeta, la consumazione delle sue risorse ad opera della razza umana. Nel Tradimento dei critici (2002) Benedetti aveva descritto come, a partire dalla seconda metà del Novecento, la vita culturale era stata progressivamente invasa da cupe descrizioni che davano “tutto per liquidato”, fino a ripiegarsi su se stessa, autocondannandosi a una perenne epigonalità. Qui riparte da quella considerazione, constatando con stupore e amarezza che, persino in un orizzonte ogni anno più drammatico, le humanae litterae cui per secoli i grandi ingegni della nostra razza hanno attinto, facendone scaturire prospettive innovatrici e vivificanti, sembrano inerti e arrese al concetto mortificante e mistificatorio del “non possiamo farci nulla”.

Post in translation: Adamo

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Les filles du bord de mer

Je me souviens du bord de mer avec ses filles au teint si clair
Elles avaient l’âme hospitalière c’était pas fait pour me déplaire
Naïves autant qu’elles étaient belles on pouvait lire dans leurs prunelles
Qu’elles voulaient pratiquer le sport pour garder une belle ligne de corps
Et encore, et encore, z’auraient pu danser la java

Z’étaient chouettes les filles du bord de mer
Z’étaient chouettes pour qui savait y faire

Come un sisma senza precedenti ha svelato un “sistema irresponsabile rispetto all’energia atomica” senza precedenti

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di SHIOYA Yoshio
giornalista scientifico

traduzione di Laura Napolitano e Andrea Raos

[Testo tratto da qui, apparso il 15 marzo scorso.]

“Sommando i dispositivi a prova d’errore che mettono in conto sia l’errore umano sia il guasto meccanico, e le multiple protezioni, nonché il rispetto di piani anti-sisma quasi eccessivi, è improbabile che in una centrale nucleare giapponese si verifichino casi come Three Mile Island o Chernobyl.” Il mito della sicurezza dell’energia atomica, di cui si vantavano la TEPCO [Tokyo Electric Power Company] e il Ministero dell’Economia, del Commercio e dell’Industria e acriticamente accettato dai mass-media, è miseramente crollato. Alla centrale di proprietà della TEPCO Fukushima I, dopo il terremoto (magnitudo 9.0) e lo tsunami che hanno colpito il Tôhoku, sta avendo luogo la graduale fusione dei nuclei e, benché si sia presa la decisione radicale di riversare acqua marina nei reattori, non si è ancora arrivati al loro raffreddamento, arresto e stabilizzazione. Quel che è peggio, gli abitanti dei dintorni, già duramente provati dal violentissimo terremoto, sono tutt’ora costretti a vivere da sfollati, con gravi disagi.