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da “Economia”

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di Domenico Lombardini

inguaribile strabismo dell’osservazione – puntare
un dito frangendo uno schermo acqueo che riverbera
in onde concentriche i tocchi; così osservare
modifica l’oggetto, senza una possibile oggettività

°

non è questo il migliore dei mondi, diceva
– è forse il peggiore; l’altro ascoltava
e fissava la granulazione salivare sul labbro, non capiva

°

Imprescindibile

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One Man Show dello scrittore Franz Krauspenhaar. Tra poesia, racconti, improvvisazioni e altro ancora.

Venerdì 9 Luglio a Milano

presso la Fondazione Durini, Sala delle danze –
all’interno della mostra “Il Mito del vero/il ritratto/il volto” in via Santa Maria Valle 2 (vicino a via Torino, MM Duomo.)
Dalle ore 21 fino ad orario imprecisato.

FK sarà presente in sala anche fra le 18 e le 20 per due chiacchiere preventive.

L’Aquila vola su Roma

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ma la cura dei terremotati non era il fiore all’occhiello del nostro governo?

Gesti senza domani

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di Carlo Tirinanzi De Medici

(a F., con autonomia)

Diversi romanzi usciti in Italia negli ultimi anni hanno per protagonisti bambini e adolescenti. Al di là delle evidenti differenze di qualità, stile e scopo, in opere come Io non ho paura di Niccolò Ammanniti (2001), Il tempo materiale di Giorgio Vasta (2008), Stabat mater di Tiziano Scarpa (2008), Riportando tutto a casa di Nicola Lagioia (2009) o Acciaio di Silvia Avallone (2010) si racconta di ragazze e ragazzi non ancora maggiorenni che devono destreggiarsi in un mondo distante, misterioso, a tratti incomprensibile: quello degli adulti. In questi romanzi si racconta l’epoca dell’immaturità e il percorso che disegnano è quello di una conquista progressiva della consapevolezza da parte dei giovani.

Leggendo Robert Walser

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di Franco Fortini

Quanti mai mi attribuiscono sordità a scritture che hanno a proprio oggetto la condizione “limbale”, l’al di là dei nostri giorni intravveduto dall’Idiota dostoevskiano. E invece la proposta di chi riesce in qualche modo ad annunciare quella condizione, come paradossale contatto di presente/avvenire e di possibile/desiderabile, l’ho sempre udita. Vorrei non sentirmi scorato per non essere riuscito, almeno in prosa, a far capire o a capire io per primo che tutto un ordine, una schiera di verità, quali lo stato del secolo ha affidato in gestione a corpi intellettuali più o meno remoti da me, o anche remotissimi, sono sempre stati e continuano ad essere il fondo ma anche il sostegno e in definitiva la ragione di tutto quel che mi pare debba essere perseguito. O fede, se così si vuol chiamarla.

Flebo

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di Alice Keller

Flebile tubicino che mi entra nel braccio, che buca la mia sottilissima vena per cercare di ristorare con un po’ d’acqua questa terra secca e arida, per cercare di dare quel nutrimento, quel liquido vitale, che ormai chi doveva farlo non le dà più. Mamma che dà l’acqua a un bambino che non è in grado di gestirsi da solo. Bimba irresponsabile, non sei capace di occuparti di te, non vuoi bere, capricciosa, ora ti imbocco io, te la do io, l’acqua, bimba in coma anche se cammina ancora.

Brotherhood

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di Aldo Busi

Bisogna assolutamente promuovere il film più bello in circolazione, “Brotherhood” (2009) di Nicolo Donato, origini italiane e cultura danese, gli impressionanti interpreti principali si chiamano Thure Lindhardt e David Dencik, distribuito in Italia dal coraggiosissimo Occhipinti (un nome con una garanzia di segno opposto: molto impegno e pochissimo mascara). Dobbiamo fare in modo che almeno i nostri occasionali lettori vadano a vederlo prima che la grande distribuzione se lo inghiotta togliendolo dal cartellone. E’ un’opera magnificamente brutale e brutalmente magnifica sul machismo del branco (con relative sguince tam-burine) e la subcultura ispirata da Dio Patria Famiglia nelle giovani menti, non sempre già tossicodipendenti, gestite da fanatici vecchi nostalgici del mito della Natura Naturale.

A casa Brescia non risponde nessuno

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di Sarah Zuhra Lukanic

In quel pomeriggio piovoso e bigio, mi ero riparato sotto il portico che conduceva a casa di Alessandro Brescia. I miei abiti, neri e logori, preannunciavano la brutta notizia che stavo portando. In quel periodo mi faceva da scorta Luek, un ragazzo singalese. Nel nostro cantiere era una specie di gatto randagio, benvoluto da tutti. Il suo nome era composto di 52 lettere, ma lui si faceva semplicemente chiamare Luek, che in singalese vuol dire amico. Con noi lavoravano parecchi lavoratori stranieri. Alcuni venivano con Albert, il rumeno che possedeva una ditta edile e se la passava piuttosto bene. C’era un macedone, c’erano due ragazzi moldavi e poi Danilo l’ucraino. Albert spifferava in giro la storiella che Danilo avesse fatto la guerra. Io so che la guerra in Ucraina non c’era stata, ma era inutile contrariare Albert.

l’Eugenio

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[È nato un nuovo blog, l’Eugenio, tenuto da Francesco Guglieri. Questo è uno dei primi pezzi apparsi.]

tumblr_l49jh8SZHk1qzzrfqo1_500 “Cos’è questo libro?” verrebbe da chiedersi, parafrasando un’altra opera di Tiziano Scarpa, appena ci si ritrova tra le mani questo suo ultimo La vita, non il mondo. Nel volumetto della collana “Contromano” – che, lo dico subito, è indirizzato unicamente ai più ferventi devoti dello scrittore veneziano – sono raccolte un centinaio di esperienze personali, descritte in modo sintetico (al massimo mezza cartella), vissute da Scarpa nel corso di un paio d’anni. Non è una collezione di prose d’arte – e non vuole esserlo: uno degli intenti di tutta l’operazione è proprio la messa tra virgolette del concetto di estetico. E a dire il vero è un intento perfettamente raggiunto dal momento che raramente questi pezzi si possono definire “belli”… – ma neanche propriamente un diario. Assomiglia piuttosto a un esperimento. Di nuovo si è costretti a specificare. L’esperimento non è nella ricerca di una qualche forma, appunto, sperimentale: precedenti illustri nella tradizione novecentesca non sono difficili da trovare (tra i tanti possibili, uno a caso: il Perec de L’infra-ordinario con la sua indagine “sull’abituale”), e non rappresenta un’eccezione neanche in un’opera, come quella di Scarpa, che ha fatto dello scarto dalla norma una regola. No, si tratta piuttosto di un esperimento filosofico (un’indagine fenomenologica): cosa resta dell’Io quando lo spogliamo di tutto ciò che non è Io? Ovvero, cosa resta della vita quando le sottraiamo il mondo.

Chat noir Chat

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disegni di Raffaella Nappo

Schwarze Katz (il gatto nero)

di Francesco Forlani

a Raul di Isabella

Un nome così a Berlino, a Parigi, non suscita mica ilarità, mica si presta ai doppi sensi, con quella sua pronuncia che sulla seconda parola accentua le zeta con indomita soddisfazione, come succede da noi, mica da voi. Da noi se chiami un Pub Schwarze Katz, minimo minimo ti arrestano per oltraggio al comune senso del pudore, oppure, non se ne fa nulla perché da noi tutto è oltraggio. La città moderna è oltraggio alla Reggia che si gira sull’altro fianco della pianura, e a quella antica che si limita a darle un’occhiata dalla Torre impizzata nella collina. E la guarda fare, la sua vita che è oltraggio alla vita. Alessandra Schwarze Katz era la vita. Avevamo pochi anni, ma nell’epica di quei pochi anni diciamo che lei era l’eroina mentre io non contavo un cazzo per nessuno. Per nessuno tranne che per lei, che mi dedicava sempre grandi sorrisi ogni volta che ci vedevamo in comitiva, giganteschi mostri di motorini e braccia che si muovevano lungo un perimetro assai ristretto e che si sviluppava intorno al centro della città lungo un asse che andava dalla sala giochi del Jolly Joker, con il muretto poco distante di una piccola piazza, fino alla fine della centralissima Via Mazzini. In una delle stradine sulla destra c’era appunto lo Schwarze Katz, il gatto nero. Il mio gatto invece era grigio, pelo lungo, persiano, una gatta in verità dal nome imprestato dagli Aristogatti, Minou come qualche anno prima avevamo depredato per il nostro dalmata, il nome Pongo alla carica dei centouno. Avevamo in famiglia di vero borghese soltanto gli animali domestici e dio.

Manuale di infiltrazione nei lavori per Expo e di connivenza alla milanese

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di Giuseppe Catozzella
Procediamo con ordine.  Le ultime tre settimane sono state fondamentali per comprendere quello che si sta preparando al tribunale di Milano, quale sarà lo scenario a cui assisteremo nei prossimi mesi. Lunghi anni di indagini su moltissimi fronti separati stanno infatti cominciando a portare i primi frutti. Si comincia a intravedere quella che sarà una stagione durissima di condanne alla mafia lombarda, simile a quella degli anni Novanta, gli anni dei maxiprocessi per mafia al tribunale di Milano, quelli che comminarono migliaia di anni di carcere agli affiliati alle cosche.
Quello che viene fuori dai recentissimi eventi è da un lato un manuale della perfetta infiltrazione nel tesoro dell’Expo e dell’altro la fotografia di una classe di imprenditori, quelli lombardi, che non solo non denuncia affatto e mai, ma che spesso preferisce la collusione per motivi di affari.

La consapevolezza dello sguardo

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Corrado Benigni dialoga con Davide Ferrario

Indagare il tema della visione, guardare oltre il velo dell’apparenza, educare lo sguardo alla rivelazione per oltrepassare la mera impressione.
Se fin’ora abbiamo chiesto ad alcuni poeti di aiutarci in tutto questo, di intrecciare il loro punto di vista con quello del cinema, questa volta ci siamo affidati alla sensibilità di un regista per creare un ponte tra due diverse modalità di sguardo. Ad aiutarci in questo cammino è Davide Ferrario, classe 1956, regista tra i più originali del nostro cinema (“Tutti giù per terra”, “Dopo mezzanotte”, “La strada di Levi”), oltre che sceneggiatore e scrittore, autore del romanzo “Dissolvenza al nero”, uscito nel 1995. Ferrario da sempre ha posto alla base della sua opera la riflessione sul tema della visione, proprio indagando quel processo di permeabilità tra parola e immagine.

carta st[r]ampa[la]ta n.22

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di Fabrizio Tonello

Confesso: la vita dei giornalisti delle pagine culturali mi affascina, forse perché in Italia “pagine culturali” è un ossimoro, come “ghiaccio bollente”, “Berlusconi incensurato” o “Scajola cosciente di ciò che accade intorno a lui”. Nelle sezioni Cultura (di solito accuratamente nascoste tra i listini di Borsa e il gossip televisivo) gli infelici redattori che abbiamo descritto su Nazione Indiana la settimana scorsa convivono faticosamente con “le Firme”.

Il museo dell’arte luccicante

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testo di Chiara Cerri

foto di Nicola Gnesi

Era un freddo cane.
Un anno fa nel periodo di natale, quando ci è venuto in mente di andare al circo.
Ma non per stare seduti sulle sedie di plastica rosse ad impiastricciarci le mani di zucchero filato e a sgranare gli occhi davanti ai funamboli in corsa.
Ci era venuta voglia di andare dietro a vedere come funziona.
C’era questo circo, appena arrivato, nel nostro paese: uno di quei circhi a cui non daresti una lira. Mica come quello “Du Soleil”, uno di quei circhi piccoli che non ha un impatto mediatico sulla gente , alla “Orfei” per intenderci.
Un circo che si serve ancora degli animali. Di quei pochi ancora rimasti e sopravvissuti all’orda di associazioni animaliste infuriate e occupate in mille (giustissime) campagne anti-sfruttamento.
Un circo controtendenza che non si risparmia certo critiche, sberleffi e calci nel sedere.
All’inizio non è stato semplice fargli capire che la nostra non era un incursione giornalistica o meglio lo era nei nostri intenti, ma non di quelle a far male.
Volevamo solo capire.
“Siamo curiosi di vedere com’è là dietro”.

Massive Attack: Srebrenica

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di
Azra Nuhefendić

Nel quindicesimo anniversario del massacro di Srebrenica, la casa editrice Beit di Trieste pubblica il libro testimonianza di Emir Suljagić “Cartolina dalla fossa”. E’ un registro sulla vita a Srebrenica prima della tragedia, con le immagini storiche di quei giorni cruciali, i contributi di esperti e studiosi e una cronologia che ripercorre gli avvenimenti più importanti del conflitto in Bosnia dal 1992 ai giorni del massacro.

Quel giorno, il generale serbo Ratko Mladić si sentiva come Dio. L’11 luglio 1995 svuotò quella cittadina della Bosnia orientale, Srebrenica, dai suoi 40 mila abitanti, musulmani bosniaci; trentamila tra donne e bambini furono deportati e più di ottomila uomini e ragazzi uccisi. La città, il cui nome diverrà il simbolo degli orrori delle guerre moderne, come Lidice, Oradour, Babi Yar o Katin, venne così “regalata al popolo serbo”. Il massacro che accadde a Srebrenica fu un genocidio, come stabilì, in modo inequivocabile, il Tribunale delle Nazioni Unite dell’Aja per i crimini di guerra. Contro ogni previsione, Emir Suljagić, un giovane musulmano bosniaco, sopravvisse. “Io sono vivo perché Mladić aveva il potere assoluto di decidere sulla vita e sulla morte” scrive Suljagić nel suo libro “Cartolina dalla fossa”. Il generale Mladić guardò la carta d’identità di Suljagić, gli chiese che cosa stesse facendo e poi gli disse che poteva andare.

L’Architettura dei Luoghi

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XX Seminario Internazionale e Premio di Architettura e Cultura Urbana CAMERINO 2010
Tema: L’Architettura dei Luoghi. Contesto e Modernità
Luogo: CAMERINO MC – I – Centro Culturale Universitario
Data: 1 – 5 agosto 2010
Temi progettuali:
Locale/Globale. Il regionalismo critico
Naturale/Artificiale. Il progetto di paesaggio
Tradizionale/Innovativo. Materiali e tecniche costruttive ecologiche

Scadenza iscrizione: 28 luglio
Scadenza iscrizione con partecipazione al premio: 9 luglio
Info: www.unicam.it/culturaurbana

[segue comunicato stampa e programma]

finis terrae

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di Massimo Bonifazio

freddo: spasmo delle reni. alla fine della terra, sulla piazza.
ridotta dell’elmo, ridotta carlo alberto, coperte dalla neve:
che cade sui lumini: sulle torce, le lanterne.
…………………………………………………………non
ci aspettava qui, sverna al pignerol, il governatore:
corteo dei dannati, in ceppi. all’imbocco delle valli.
forche caudine dell’ultima reggente, bianca in campo rosso,
dei selvaggi
……………….e scuri, neri.
………………………………..biancastre qui le carni,
che il seme si confonde sopra i ventri? a ogni portone,
angolo: floride donnette, rossicce, che mettono tristezza
che cosa non mette qui
……………………………….a guardarci passare. e il sapore metallico del ghiaccio
– senza zucchero, limone, senza immagini. neve sui borboni,
imprigionati: senza opporre troppa resistenza, il minimo
onorevole. curioso, quasi, di quanto lontano possano portare
chi dentro non sta comunque fermo. qui tutto bene
bianco se potessi scriverti una lettera direi

………………………………………………………..qui tutto bene, bianco

Radio Kapital: Luc Boltanski

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Sono talmente ambizioso da pensare che guadagnare

dei soldi sia facile, mentre fare un’opera è molto più complicato.

Christian Boltanski

Krisis
di
Anna Maria Merlo
PARIGI. La crisi colpisce duramente il mondo attuale, da finanziaria, è diventata economica e sta trasformandosi in sociale. Vediamo gli stati correre dietro al mercato, piegarsi ad esigenze che vengono considerate “oggettive”, ineluttabili, contro le quali non si puo’ intervenire. A Luc Boltanski, il sociologo che nel ’99, pubblico’, assieme a Ève Chiapello, l’importante libro Le nouvel esprit du capitalisme (Gallimard, in uscita per Feltrinelli), chiediamo una lettura della crisi attuale. Alla discussione partecipano due giovani sociologi, Bruno Cousin e Cyprien Tasset.

Luc Boltanski: “Siamo di fronte a una doppia crisi: la crisi del capitalismo e quella del nuovo stato che si è istituito in relazione con il capitalismo. Negli anni ’50-’60 era stato raggiunto un compromesso tra lo stato e la grande impresa: lo stato garantiva al capitale la riproduzione della forza lavoro e le grandi imprese pagavano le tasse. Questo modello è andato in crisi dalla fine degli anni ’60, crisi approfondita nel periodo ’75-’90. La risposta è stata allora la deregulation, l’esternalizzazione del lavoro, la finanziarizzazione. Con l’effetto, per le grandi imprese, di poter eludere il pagamento delle imposte. Quindi, quando oggi si sente dire che lo stato è povero, la cosa puo’ apparire assurda, ma in fondo è vera.

Il cantiere delle parvenze

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di Marina Pizzi

1.
la mia sciarpa è un tragitto lontano
uno scalmanato talamo di nebbia
dove è agreste il cielo e logica la tana
di perdere la vita.
rotta anemia della città calva
senza nidi di cuccioli cantanti
né elemosine badanti il veritiero
abbraccio. s’intani il mio straccio
che non vede né attende nulla.
la maestria dell’alba bada a non
gridar di troppo le rondini bambine.

La scimmia infaticabile

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di Andrea Inglese

CODA

io da piccolo ero per le scimmie, davvero mi dicevo: “ma guarda le scimmie!, guarda come sono inarginabili, carnevalesche, insolenti le scimmie!”, non dicevo “carnevalesche”, ma dicevo: “forza, ancora, sempre più scimmie! Anzi facciamo tutti quanti le scimmie, imitiamo nel dettaglio le scimmie, sempre più gridando e saltando, arrampicandoci ovunque, mostrando il culo, la lingua, tirandoci l’uccello!”, anche le pantere, sinuose, mute, elegantissime, anche le pantere nere mi piacevano, molto meglio dei leoni, delle tigri, dei leopardi, con un esercito di pantere e scimmie gli adulti erano spacciati, avremmo sconfitto in un quarto d’ora la mia famiglia, e le figure parentali sostitutive, spazzate via nonna zia danda, e tutte quelle canaglie di signore e signori complici, le maestre, i preti, i tutori, sbranati, dileggiati, con le scimmie che pisciavano in testa a tutti, meglio dei crass, di jello biafra, scimmie e pantere molto meglio del punk, scoperto dopo, ultima spiaggia della pernacchia