di Carla Benedetti
(E’ il testo del mio intervento all’incontro di Torino La restaurazione” che si è svolto al salone del libro il 9 maggio. Potete leggere una cronaca dell’inconto, più o meno completa, sui siti di Alderano e di Lipperini c.b)
Questo incontro è per lanciare un allarme, non per dire che siamo spacciati. Quando si dice che zone della terra sono a rischio di desertificazione, non vuol dire che ci sia già il deserto.
Il cosiddetto mondo della cultura, quello “ufficiale” s’intende, sembra non rendersi conto della desertificazione crescente provocata in questi anni da certi meccanismi economici e di mercato che agiscono intrecciati alla macchina pubblicitaria e mediatica, e che stanno restringendo le possibilità di espressione, di pensiero e di circolazione della cultura, imponendo formati, operando selezioni (non naturali) di strutture e di forme, anche mentali, clonando ciò che è già stato collaudato in vista di profitti facili e senza sforzo, cancellando possibilità. E tutto questo in una maniera così pesante da far impallidire il vecchio concetto di “industria culturale” introdotto da Horkheimer e Adorno nel 1947.
Non sono meccanismi ineluttabili e nemmeno invincibili. Però se non li nomini non puoi combatterli.






L’ultimo numero di 

Leonardo ha più di 30 anni e dirige una piccola e agguerrita casa editrice.
L’idea di portare a termine un antico progetto, la scrittura di una novella sulla figura di San Giuliano l’Ospitaliere, venne a Flaubert proprio mentre attraversava uno dei periodi più bui e cupi della sua esistenza: la causa prima di questa disperazione (curiosa coincidenza con ciò che era accaduto, pochi anni prima, a Beethoven con il famoso nipote Karl) stava nella difficilissima situazione finanziaria di una sua nipote, verso la quale lo scrittore nutriva un trasporto affettivo persino eccessivo, transfert ricorrente in chi devia e surroga la paura/desiderio di paternità, indirizzandola verso un membro prediletto della propria tribù d’appartenenza.
In questo periodo mi viene di pensare spesso alla distinzione tra esserci ed essere sviluppata in modi diversi, tra gli altri, da Heidegger e da Sartre (che non sono nemmeno filosofi miei, ma che importa?). Ecco quella trascendenza dell’ente di cui parla Heiddegger, o la progettualità (la libertà ontologica che sbocca in progetti e in valori, in vie d’uscita) di cui parla Sartre mi sembrano mostruosamente compresse dall’imponenza granitica di quel che c’è. E’ come se tutti dicessero: non ci sono vie d’uscita; è come se ogni comportamento ribadisse che c’è un solo grande corso che si governa da sé. A ognuno di noi non resta altro che schiodare la rosa del futuro dalla croce del presente, ritagliarsi un giardinetto fiorito perché non sia mancata la festa, com’è giusto. La mostruosa bolla di idolatria scoppiata con la morte di Wojtyla e con gli assurdi festeggiamenti di massa per un nuovo papa retrivo e arroccato nella difesa di cose morte, mi sembra l’epifenomeno di un segno di impotenza collettiva, una totale perdita del senso di trascendenza dell’ente. Un’impotenza a cui non deve essere estraneo quel dislivello prometeico patito dagli esseri umani rispetto a un mondo supertecnicizzato incontrollabile e sproporzionato nell’offerta di cui parlava una quarantina d’anni fa il filosofo Gunther Anders.

Due settimane prima di essere ucciso, Pasolini pubblicò questo pezzo sul “Corriere della sera”. Delle stragi a cui si riferisce in molti casi non si conoscono ancora i veri colpevoli. Tuttora non si conoscono neppure i veri colpevoli dell’omicidio di Pasolini.