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STAFFETTA PARTIGIANA gli esiti del concorso

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di Redazione

Come molte lettrici e lettori sapranno, Nazione Indiana ha deciso di onorare l’ottantesimo anniversario della Liberazione italiana dal nazifascismo con un concorso per testi inediti. Un concorso rivolto agli under 35 perché (citiamo dalla nostra call di autunno) “pensiamo sia importante un passaggio del testimone, che quindi una nuova generazione di italiane e italiani assuma il compito di ricordare e raccontare la Resistenza“.

A fine gennaio abbiamo ricevuto i racconti, e ringraziamo tutti per i contributi inviati. In questi tempi bui, in quest’onda autoritaria, essere controcorrente non è una cosa scontata e raccogliere il testimone di valori e storie è sempre più importante e significativo.

I testi ricevuti condividono un pregio non irrilevante, una volontà civile di raccontare quelle storie di antifascismo che, di per sé, va premiata e merita il nostro ringraziamento. Ma il nostro è pur sempre un concorso. Quindi abbiamo valutato i testi dividendoci in due giurie, e ne abbiamo selezionati 12 che ci sono sembrati i più meritevoli di pubblicazione su Nazione Indiana. In realtà 11 testi + uno: c’è una menzione speciale a un’autrice (Alice Ghinzani, 2010), una ragazza che ci ha colpiti per la sua giovane età e che abbiamo voluto premiare.

E così anche Nazione Indiana ha un concorso letterario e una… dozzina. Ci voleva l’ottantesimo della Liberazione per spingerci a tanto.

Le giurie (composte da: Mariasole Ariot, Gianni Biondillo, Silvia Contarini, Francesco Forlani, Lisa Ginzburg, Andrea Inglese, Renata Morresi, Davide Orecchio, Orsola Puecher, Ornella Tajani) si sono poi unite e hanno individuato il racconto vincitore: Sotto la terra di Claudia De Angelis. Il testo si ispira alla storia di un borgo tra Terra di Lavoro e Ciociaria, San Pietro Infine. I suoi abitanti, nel dicembre 1943, cercarono scampo dai bombardamenti nelle grotte della valle. Lo pubblicheremo il 25 aprile.

Ecco l’elenco dei vincitori con il calendario di pubblicazione sul sito.

  • 14 aprile
    Jenide Russo (Alice Ghinzani, 2010)
  • 15 aprile
    La staffetta (Federica Grasso, 2000)
  • 16 aprile
    Il canto (Sean Ashmore, 1993)
  • 17 aprile
    Nascondino (Nicola Maria Fioni, 1996)
  • 18 aprile
    Nun si parti (Sofia Rigoli, 2003)
  • 19 aprile
    Galline di Montagna (Rodolfo Sgro, 1994)
  • 20 aprile
    Vattinne (Giorgia Giuliano, 1994)
  • 21 aprile
    Nebbia di guerra (Chiara Cassaghi, 1998)
  • 22 aprile
    Io sottoscritto Parmigiano racconto e rinvengo il mio operato (Alessandro Tesetti, 2000)
  • 23 aprile
    Il brutto male (Camilla Pasinetti, 1994)
  • 24 aprile
    Nelle retrovie (Linda Farata, 1994)
  • 25 aprile
    Sotto la terra (Claudia De Angelis, 1992)

“Racconti vincitori”… ma dovremmo usare il femminile prevalente. Dovremmo parlare di “vincitrici”, visto che in 8 casi su 12 si tratta di autrici. Nel nostro concorso, insomma, c’è stata una piccola Resistenza delle donne, anzi delle ragazze, ed è forse un elemento virtuoso in più entro un’iniziativa che è sì culturale e letteraria, ma è soprattutto civile e politica.

Un aspetto comune ai testi ricevuti – che li abbiano scritti donne o uomini – è che pressoché nessuno (a parte qualche eccezione) ha scelto di mostrare la guerra vera e propria, né la violenza resistenziale. Ci sarà da riflettere su questo dato più esistenziale che estetico. La guerra resta sullo sfondo. Si incarna in un fratello, o in un padre, o in un figlio che combatte al fronte o in montagna, o che è già morto. In un’assenza. I fascisti e i nazisti ci sono, certo, eccome se ci sono, con le loro torture, con i loro rastrellamenti e i lager. Ma il racconto del combatterli (o del resistere nel sopravvivere, nel durare più che nel fare la guerra) predilige i sotterfugi, le astuzie e le manovre clandestine. E poi l’attesa ctonia in grotte e nascondigli.

Che sia un sintomo del nostro tempo, a suo modo attonito e impotente, più che del tempo che ci liberò ottant’anni fa? Avremo modo di tornarci sopra e rifletterci ancora.

Buone letture e buon anniversario della Liberazione.

“STAFFETTA PARTIGIANA” concorso letterario

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Nazione Indiana promuove un concorso per racconti e scritture brevi inedite sulla Resistenza e la Liberazione.

[Aggiornamento 2 febbraio 2025] Ringraziamo tutti per i contributi inviati. In questi tempi bui, in quest’onda autoritaria, essere controcorrente non è una cosa scontata e raccogliere il testimone di valori e storie è sempre più importante e significativo. Cominceremo a breve le letture dei testi.

Nazione Indiana ha deciso di onorare l’80esimo anniversario della Liberazione italiana dal nazifascismo, che si celebrerà il 25 aprile 2025, con un concorso per testi inediti.

Il concorso è rivolto agli under 35 perché pensiamo sia importante un passaggio del testimone, che quindi una nuova generazione di italiane e italiani assuma il compito di ricordare e raccontare la Resistenza.

La nostra iniziativa può fare per te se hai meno di 35 anni e ami le storie della Resistenza, le storie di chi ha lottato per liberare l’Italia dal nazifascismo.

Pensiamo che valga la pena di leggerle e narrarle ancora perché la memoria storica cambia, si evolve, ma raccontare la Resistenza non perde il proprio valore morale e politico, anzi farlo diventa ancora più importante nell’Italia di oggi, governata da forze che non hanno mai fatto i conti col proprio passato fascista e neofascista, che non lo rinnegano, che al contrario lo alimentano e lo tengono più in vita che mai.

Se ti vuoi mettere in gioco provando a raccontare in un testo – in un racconto appunto, o una biografia, o una scrittura breve o ibrida – una storia della Resistenza e della Liberazione, ecco le regole d’ingaggio di questo concorso:

  • I testi inediti (inediti anche sul web) dovranno essere lunghi minimo 12mila battute e massimo 24mila battute spazi inclusi. I testi che non rispetteranno questa lunghezza non saranno letti.
  • Dovranno essere inviati in formato .doc alla mail staffettapartigiana.ni@gmail.com.
  • La data ultima per la ricezione dei materiali è il 31 gennaio 2025.
  • Per comunicare l’età del mittente basterà un’autocertificazione.
  • Le redattrici e i redattori di Nazione Indiana leggeranno e valuteranno i testi e i migliori saranno pubblicati su Nazione Indiana a partire dal 25 aprile 2025.
  • Il racconto che giudicheremo più riuscito sarà premiato con la pubblicazione su Nazione Indiana il 2 giugno 2025, e il suo autore sarà invitato a leggerlo in occasione della Festa annuale di Nazione Indiana.
  • I migliori racconti ricevuti saranno poi raccolti in un e-book che si potrà scaricare gratuitamente dal sito di Nazione Indiana.
  • Hai carta bianca e piena libertà di invenzione, oppure puoi ispirarti a una storia realmente accaduta, usando e citando documenti e fonti, attingendo dagli archivi, dalle biblioteche o dalle risorse online.

Aspettiamo di leggerti!

VOLANTINO STAMPABILE PER CHI VOLESSE DIFFONDERE LA NOSTRA INIZIATIVA

Oh my bike! Ruote, caucciù e colonie

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di Jamila Mascat

(Tim & Puma Mimi, Oh My Bike, 2019)

Nonna Anna avrebbe detto “sempre meglio che una disgrazia”. Lo ripeteva con nonchalance ogni volta che – e, spesso, per quel che mi sembra di poter ricordare – perdeva un documento, un portafoglio, una chiave di casa. Perfino dopo uno scippo che nel 1985 le era costato trecento o quattrocentomila lire. Da piccola non riuscivo a immaginare una disgrazia senza contemplare la fine del mondo, perché tutto il resto apparteneva alla categoria del sempre meglio. Crescendo, però, ho imparato che anche il dispiacere vuole la sua parte, discretamente e senza clamore. A volte le cose semplicemente dispiacciono. Come la settimana scorsa che mi hanno rubato la bicicletta. Ho reimparato ad andare in bicicletta a 42 anni, dopo 30 anni di astinenza, senza aver mai coltivato alcun feticismo delle due ruote, senza aver mai partecipato a una Critical Mass, senza aver mai nutrito un grammo di ammirazione per i ciclisti vestiti da ciclisti che affannati in fila indiana arrancano sulle strade provinciali la domenica mattina presto, i fanatici del vélib parigino, gli irriducibili che si lanciano nel traffico maleodorante di Roma con o senza casco, gli inossidabili impermeabili che sfidano la pioggia battente di Amsterdam. Al culmine dell’orrore i sellini: stretti, squadrati, appuntiti, rigidi, ridicoli anche se ergonomici, per cui ho sempre provato un’inspiegabile repulsione. Poi sotto la pioggia di Amsterdam, che non è sempre così battente come la credevo, ci sono finita anch’io e sono stata catapultata in un universo della mobilità fino ad allora sconosciuto, ad andamento lento ma non troppo, alternando omafietsen (le bici della nonna, che frenano retropedalando) e bakfietsen (le bici cargo su cui si caricano bambini, cani o oggetti di grandi dimensioni).

(Shadi Ghadirian, Qajar #6, 1998)

La scoperta della bicicletta è stata un’iniziazione alla settima dimensione dei trasporti terrestri. Perché la velocità e la visuale in bici non hanno nulla a che vedere con quello che offrono piedi, treni, auto, tram, bus, quad e motorini. Pedalare è panta rei. Un pezzo pubblicato sul San Francisco Chronicle il 25 gennaio del 1879 – San Francisco a fine Ottocento è l’avanguardia ciclistica degli Stati Uniti –  e intitolato “The Winged Heel” (Il tallone alato) rende omaggio a “l’euforia della bicicletta” celebrando “un’estasi di trionfo sull’inerzia, la gravitazione e gli altri pigri vincoli che ci trattengono”.  In bici, conclude, “You are traveling! Not being traveled!”

(San Francisco, 1870).

Così, l’euforia della bicicletta ha riattivato anche in me quel residuo di ostinazione infantile, a dispetto dell’età, che di fronte al non sapere rivendica ossessivamente il diritto di capire tutto, l’utile e l’inessenziale – Come si raddrizza un manubrio storto? Come si allacciano i catarifrangenti ai pantaloni? Come decorare a festa i raggi delle ruote, ma soprattutto perché? – fino ad essere risospinta alla domanda sulle origini – ma chi ha inventato la bicicletta? –  per rimbalzare sugli orrori estrattivi del caucciù.

Come nel caso di tante invenzioni, perfezionate nel corso dei secoli, anche la bicicletta è il frutto di un general intellect che si è dispiegato lungo circa un secolo per arrivare a produrre un dispositivo su due ruote che somiglia alle bici che conosciamo. In questa staffetta di eureka si susseguono il velocipede (o draisina), ideato nel 1817 dall’aristocratico tedesco Karl Drais, la Treadle bycicle (1839) a pedali, ma senza catena, costruita dal fabbro scozzese Kirkpatrick Macmillan, la Michaudine di Pierre e Ernest Michaud (1869) che sposta i pedali in avanti, sulla ruota anteriore, quest’ultima in crescita esponenziale fino ad arrivare al Grand bi che sfoggia 150 cm di diametro (1870). E ancora la prima bici con catena (1880), fabbricata dal londinese Harry Lawson, e infine la Hirondelle (1900) – la bici dei poliziotti francesi il cui nome deriva proprio dall’aspetto dei ciclisti che indossavano un mantello nero e si aggiravano con ali di rondine –  la cui sagoma già ricorda da vicino la silhouette di una bicicletta dei nostri giorni. Senza addentrarsi nei meandri delle catene, degli ingranaggi e dei freni, di cui l’evoluzione meccanica rimane per me incomprensibile, non si può parlare di bici senza inciampare nel mistero delle ruote e dei materiali di fabbricazione di questi cerchi magici, e poi la fattura, la consistenza, la resistenza, la resilienza. E come per incanto le ruote delle biciclette dischiudono il sipario sugli imperi coloniali.

È soltanto alla fine del 1800 che la gomma diventa un ingrediente fondamentale per la costruzione delle biciclette, mentre fino ad allora circolavano soltanto ruote rigide e non ammortizzate, di legno e metallo Nel 1888 sembra che il chirurgo veterinario scozzese John Boyd Dunlop, osservando il figlio pedalare con fatica in sella ad un triciclo su un pavimento accidentato, si sia posto il problema di come fare per ridurre i contraccolpi. Allora avvolge le ruote con strisce di gomma incollate e gonfiate con una pompa meccanica creando la prima rudimentale camera d’aria della storia. Nasce così il pneumatico, e nasce nel 1890 la Dunlop Rubber che brevetta e commercializza con successo le ruote di gomma. Édouard Michelin l’anno successivo perfeziona l’invenzione di Dunlop e costruisce il pneumatico smontabile, facile e rapido da riparare, con cui Charles Terront nel 1891 vince la corsa ciclistica Paris-Brest-Paris. Inizia così l’età dell’oro della bicicletta che realizza il sogno di libertà di chi non può permettersi le carrozze (né le neonate automobili) e delle donne della buona società.

Nel 1895 si contano 7 milioni di biciclette in tutto il mondo. Dunlop, Michelin, Good Year, Continental, Pirelli fanno impennare la domanda di caucciù per fabbricare pneumatici di gomma. La gomma non è una novità assoluta, già intorno alla metà dell’Ottocento viene utilizzata nelle ferrovie o nell’industria militare per produrre scarpe, stivali, protezioni per baionette, teli, borracce, bottoni, e anche protesi ricostruttive. Soltanto l’invenzione del pneumatico e il boom del ciclismo, però, inaugurano la corsa al caucciù. La gomma sintetica fa la sua comparsa solo dopo la prima guerra mondiale; fino ad allora viene ricavata dal lattice prodotto dagli alberi della gomma (l’Hevea bresiliensis o siringueira) in Amazzonia e dalle viti selvatiche (Landolphia) del Congo. La giungla congolese e la foresta amazzonica (e solo successivamente le piantagioni del Sud-est asiatico) saranno per un quarto di secolo circa i luoghi di estrazione del caucciù per excellence. Così, mentre l’Europa e l’America del Nord si godono la libertà delle due ruote, sotto l’Equatore milioni di individui vengono condannati dalla gomma ai lavori forzati.

In The Thief at the End of the World: Rubber, Power, and the Seeds of Empire (2008), lo storico Joe Jackson racconta che la popolazione dello Stato Libero del Congo, in realtà proprietà privata del re del Belgio Leopoldo II dal 1885 (Conferenza di Berlino) fino al 1908, passò da 25 milioni a 10 milioni, sacrificando 15 milioni di morti sull’altare del caucciù. Un simile destino toccò in sorte alle popolazioni indigene del Putumayo tra il Perù e la Colombia. Leopoldo II non mise mai i piedi in Congo, amministrando a distanza i proventi del caucciù prodotti dalla Anglo-Belgian India Rubber Company, rifondata con capitale unicamente belga nel 1898 come ABIR Congo Company. A vegliare sui dannati del caucciù furono predisposte le milizie della Force Publique, truppe di mercenari, volontari ed ex ufficiali degli eserciti europei (belgi, italiani, danesi, svedesi, norvegesi) amanti dell’avventura, del sangue e delle punizioni corporali.

Alice Seeley Harris, missionaria inglese in Congo considerata come l’iniziatrice di una delle prime campagne internazionali per i diritti umani, raccoglierà centinaia di foto con la sua Kodak, documentando per la prima volta gli orrori delle mutilazioni inflitte quotidianamente alla popolazione congolese per sostenere il ritmo della produzione della gomma. All’inizio del 1906, Alice Harris e suo marito John viaggiano negli Stati Uniti proiettando in 49 città, con il supporto delle lanterne magiche in voga all’epoca, le immagini scattate da lei. Alcuni di questi scatti, quello stesso anno, saranno pubblicati dal quotidiano New York American durante una settimana.

Nel King’s Leopold Soliloquy (1905) Mark Twain aveva indirettamente reso omaggio alla fotografia militante di Harris per bocca del re Leopoldo che, nel corso di un’oscena apologia di se stesso, agita lo spauracchio dei missionari  – “They travel and travel, they spy and spy!”-  e della macchina fotografica – “Then that trivial little Kodak, that a child can carry in its pocket, gets up, never uttering a word, and knocks them dumb”.

Nsala, di Wala, nel distretto di Nsongo a sud di Kinshasa, fissa la mano e il piede di sua figlia Boali, amputati. 14 maggio 1904 (Alice Seeley Harris).

 

“Esperimento su Bòttego”: un nuovo e-book di Nazione Indiana

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Un nuovo e-book di Nazione Indiana

di Andrea Inglese

Nazione Indiana, nonostante la sua un po’ spaventosa longevità, mantiene una sua giovanile inquietudine, una sua curiosità onnilaterale e poco addomesticata, anche se nel mondo letterario più si è domestici più si vive tranquilli. Segno di questa irrequietezza sono i suoi slanci editoriali, che in passato hanno prodotto incursioni puntuali, ma meditate. Alludo ai tre titoli della collana “Murene”, tutti volti all’altrove (Stephen Rodefer, poeta statunitense, curato e tradotto da Andrea Raos; Ingo Schulze, narratore tedesco, curato e tradotto da Stefano Zangrando; Miguel Torga, scrittore portoghese, tradotto e curato da Massimo Rizzante) e nati da una costante passione di condivisione, che ancora oggi non può non caratterizzarci, in quanto blog collettivo, entità policentrica e dialogante. Ai tre volumi cartacei di “Murene”, si affiancano però anche quattro e-book, che hanno la principale caratteristica di raccogliere una pluralità di voci, sia interne che esterne al blog. A parte 25 passi in file indiani, nato come raccolta libera di pezzi apparsi su Nazione Indiana a firma dei suoi redattori, sorta di “carotaggio” estemporaneo rispetto alla ricchezza dell’archivio, gli altri tre si concentrano su questioni d’attualità, cercando di “stringerle” attraverso la diversità degli approcci (e-book sulla “responsabilità dell’autore”, sugli “attacchi terroristici in Francia del 2015”, sull’esperienza della “pandemia di Covid-19”). A queste iniziative va ad aggiungersi, il volume collettivo Piccolo vocabolario autostradale a uso dei contemporanei, a cura di Gianni Biondillo.

Oggi vi presentiamo un nuovo e-book, stavolta non si tratta di una traduzione né di un lavoro collettivo. Il caso come sempre lavora per noi, dal momento che tendenzialmente anarchici come siamo non potremmo permetterci programmi di lungo periodo. Esperimento su Bòttego nasce da un “primo” esperimento, da un primo pezzo che Fabrizio Bondi, amico e attento lettore del blog, mi ha proposto di pubblicare (26 aprile 2022). La prima frase diceva: “Esperimento su Bòttego è un progetto che parte dalla mera e quasi disarmata descrizione di uno specifico oggetto culturale: il monumento parmigiano all’esploratore Vittorio Bòttego, appunto”. Il carattere anomalo, installativo, sperimentale, politico, di quel testo (corredato da fotografie), mi aveva subito convinto. E la sua fuoriuscita dal laboratorio privato ha permesso a Bondi di testarne la “resistenza” alla pubblica lettura e, chissà, ha magari contribuito a suscitargli il desiderio di radicalizzare quel primo accerchiamento / malmenamento di una celebrata figura di esploratore, militare, scienziato, avventuriero, a cui il colonialismo crispino aveva lasciato mano libera nel Corno d’Africa.

L’attuale e definitiva (?) versione di Esperimento su Bòttego arriva giustamente in ritardo rispetto a una recente ondata di attivismo decoloniale diffuso, che si è tradotto in più o meno riusciti sbullonamenti di monumenti possibilmente equestri, o comunque agghindati d’elmi, panciotti e sciabole. Ma è questo che c’interessa: con una zampata che accoglie il lato più corrosivo del post-moderno, Bondi sganghera ludicamente e perfidamente il Vittorio Bòttego, che campeggia intatto davanti alla Stazione di Parma. Mette mano alle opere di questo, riscrivendo, rimontando, sforbiciando. Nello stesso tempo, ne fa un racconto della propria infanzia, della propria vocazione mancata, di naturalista. Una tale opera imbarazzerebbe ovviamente l’asse editore-libraio. In quale collana e genere lo infiliamo? E in quale scaffale? Nazione Indiana non s’imbarazza di questa incollocabilità, nata da una del tutto avverata attitudine sperimentale. Ringraziamo, quindi, Fabrizio Bondi, che conoscevamo come studioso del Rinascimento e critico militante. Ora lo scopriamo scrittore di ricerca.

Un’ultima riga sul tema. Il pensiero decoloniale non è estraneo a Nazione Indiana, così come non lo è l’attenzione alla storia del Ventennio fascista, che riportò in auge miti, velleità e atrocità dell’imperialismo colonialista inaugurati nell’era crispina. (Ricordo, per altro, che Igiaba Scego è stata per un certo tempo, e sicuramente non invano, in Nazione Indiana.)

Il testo che segue, di Giuditta Bassano, introduce più approfonditamente di quanto abbia fatto io il nuovo e-book di Nazione Indiana. Un grazie particolare a Orsola Puecher e Jan Reister, senza i quali nulla di queste prelibatezze digitali sarebbe possibile.

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L’esploratore esplorato

di Giuditta Bassano

Vittorio Bottègo (1860-1897), giovane aitante capitano d’artiglieria, è stato protagonista di una serie di avventure nel Corno d’Africa; attraverso queste vicende, assurse a eroe del colonialismo crispino. Come esploratore di alcune aree fluviali della Somalia e dell’Eritrea Bòttego fu naturalista ma anche uomo d’armi di indiscussa violenza, emblema di un razzismo italico alquanto poco transeunte. Vittorio Bottègo era nato a Parma: davanti alla stazione della sua città esiste tutt’oggi un monumento che ne commemora il coraggio e le imprese. Fabrizio Bondi parte da qui, cioè dall’eredità sinistra di un monumento, “l’accrocchio”, di cui appare difficile riconoscere oggi l’appropriatezza. L’autore si immerge allora nella “pelle linguistica” del Bòttego, perché l’eroe parmigiano aveva eretto “un altro monumento, un monumento a se stesso” mettendo per iscritto i suoi viaggi. Potremmo parlare di una guerriglia ventriloqua, o di una poetica (sperimentale) della vendetta.

Ariostista e professore di letteratura italiana, Bondi arma infatti la  propria sensibilità letteraria e il proprio dominio della metrica italiana (contro la retorica italica dei resoconti dell’eroe) per “montare” una testimonianza su Bòttego con le sue stesse parole. Un esperimento di pidgin politico, in cui le immagini dell’esploratore, le sue impressioni in terra africana, la cosmogonia patriottica di epoca crispina forniscono un bacino semantico che Bondi stravolge attraverso una sintassi inaudita. Saggio e testo letterario insieme, un po’ in prosa e un po’ in versi, “Esperimento su Bòttego” è un lavoro che più che leggere si può piuttosto frequentare e abitare, entrando da un punto qualsiasi del suo congegno narrativo, persino cominciando, se si vuole, dalle note finali. In questa esplorazione ci si imbatterà in una serie di appunti filosofici sul concetto di monumento, nei rapporti tra Bottègo e Carlo Dossi, nelle raggelanti descrizioni dell’efferatezza coloniale, ma non meno nella fauna del Corno d’Africa e nella saggia battaglia che le piante di fico muovono indefesse contro le statue e le opere umane di ogni sorta. È probabile che se ne riemerga convinti, con Bondi, che la “pasta, la materia della lingua, è tutto”.

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Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato epub

Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato mobi

Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato pdf

«Bisogna riscrivere i classici?»: dèmoni e fate della riscrittura

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Untitled (Roses), 2008. ©Cy Twombly Foundation, Photo: Elisabeth Greil, Bayerische Staatsgemäldesammlungen, Museum Brandhorst, Munich

 

Untitled (Roses), 2008. ©Cy Twombly Foundation, Photo: Elisabeth Greil, Bayerische Staatsgemäldesammlungen, Museum Brandhorst, Munich

 

di Ornella Tajani

«Sembra la matrigna di Biancaneve»: quante volte l’avremo detto, o anche solo pensato, per alludere a una donna malvagia o antipatica? La fiaba appartiene da sempre al nostro immaginario, strettamente collegata allo schema di un rapporto governato dall’invidia, in cui un’adulta non riesce a sopportare di essere meno bella di una bambina dalla pelle candida. Che choc psicologico, dunque, scoprire che, nella prima versione dei fratelli Grimm (1812), la donna non è la matrigna di Biancaneve, bensì la madre. Funesto è stato per lei il desiderio di avere una figlia «bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come l’ebano», perché da quel momento, alla domanda «Specchio mio che stai sul muro/sono io la più bella, è sicuro?», lo specchio non farà che rispondere: «Regina signora, siete la più bella in questa stanza/ma Biancaneve vi supera a oltranza!»[1]. Divorata dalla gelosia, la madre tesse varie trame infanticide. Probabilmente troppo «estrema», la stesura originale sarà modificata dagli autori già nell’edizione del 1819, trasformando il personaggio crudele da madre in matrigna, così da rendere il suo odio più “moralmente sostenibile”. Eppure è questa narrazione «aggiornata», modificata, che – almeno per il momento – è passata alla storia, influenzandone la ricezione, generando topoi e finanche clichés linguistici.

È un piccolo esempio dei tanti percorsi della riscrittura: chi fruisce di narrazioni vive immerso in una costellazione di versioni diverse, edizioni scorciate o modificate, traduzioni più o meno infedeli, interpretazioni radicali, che si sovrappongono, sostituiscono o coesistono in un movimento incessante e in buona parte imprevedibile, dimostrando, come diceva Borges, che «il concetto di testo definitivo appartiene soltanto alla religione o alla stanchezza»; e, si sa, Borges ha quasi sempre ragione.

La questione della riscrittura è tornata alla ribalta del dibattito contemporaneo per via del caso Roald Dahl, scoppiato nel 2023 a seguito della decisione, da parte della Puffin Books, di proporre delle edizioni dei suoi libri purgate del lessico suscettibile di urtare la sensibilità del pubblico per motivi di ordine razziale, sessuale o legati alla rappresentazione del corpo. Se ne è molto discusso e nell’arco dell’ultimo anno sono apparsi in Francia due libri che esplorano gli universi delle riscritture.

Il primo è un volumetto tascabile della storica Laure Murat, intitolato Toutes les époques sont dégueulasses (Verdier 2025): distinguendo la «réécriture» (riscrittura creativa, a fini artistici: un esempio su tutti, la Phèdre di Racine, che riprende il mito greco per trasformarlo in una delle opere più belle della letteratura francese) dalla «récriture» (il rimaneggiamento di un testo per ragioni morali o comunque non estetiche: il caso Dahl, appunto), l’autrice sottolinea come la seconda sia quasi sempre dovuta a esigenze di mercato e, proponendo una casistica editoriale varia, evidenzia anche il ruolo politico-culturale importante che hanno e avranno le case editrici negli anni a venire: decidere quali pratiche adottare e quali non (vale, peraltro, anche per l’uso delle IA). Per Murat, contestualizzare (attraverso paratesti, prefazioni, postfazioni, ecc.) e problematizzare (ad esempio a lezione, ampliando lo spettro di letture somministrate) i classici che possono urtare la sensibilità degli studenti è senz’altro una via percorribile, tenendo a mente che la portata delle «récritures», cioè delle riscritture a fini non estetici, è sì da tenere sott’occhio, ma non va confusa col nemico vero e proprio, che è altro ed è rappresentato dalla censura – termine del quale a suo avviso si abusa in tempi di guerre culturali. «Al XXI secolo tocca raccogliere la sfida di questo conflitto fra arte e morale. E questo non può avvenire falsificando le opere, cioè mettendo la polvere sotto al tappeto, ma dando prova di lucidità rispetto al canone, di coraggio intellettuale e, soprattutto, di creatività». Una creatività che può consistere nel trovare nuove maniere di dialogare con testi problematici, come ha fatto Percival Everett con James, in cui ripercorre Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain dal punto di vista dello schiavo Jim. In occasione di un incontro svoltosi all’università Sciences Po di Parigi lo scorso gennaio, Murat, che è autrice di un precedente saggio sulla Cancel Culture intitolato Qui annule quoi? (Seuil 2022), ha evocato l’idea di interagire col passato coloniale non cancellandone le tracce, ma rispondendovi, come è stato fatto ad esempio a Nancy, dove, piuttosto che abbattere la statua del sergente Blandan, figura chiave della colonizzazione in Algeria, è stato commissionato un «contro-monumento», la Table de désorientation, che ora fronteggia e mette in discussione il monumento precedente. Insomma, nelle sue parole, «eliminare ciò che oggi disturba perché lo si ritiene offensivo significa privare gli oppressi della loro oppressione».

Toutes les époques sont dégueulasses mira a distinguere le pratiche di riscrittura, a osservarle caso per caso – ce lo insegna, del resto, l’infinita pratica di riscrittura che è la traduzione, un campo nel quale la frase mantra è «dipende dal contesto»; è un saggio breve che si prefigge di discernere gli scopi puramente commerciali di alcune riscritture, dietro le quali può annidarsi una strumentalizzazione di pur sacrosante rivendicazioni identitarie.

Se Murat invita dunque a non polarizzare il discorso, a uscire dallo schema pro/contro la riscrittura, il recente libro di Tiphaine Samoyault, Toutes sortes de Misérables (Seuil 2026), va oltre e spariglia le carte, facendo esplodere lo stesso concetto di riscrittura in una miriade di frammenti che tutti attraversano la galassia letteraria. Pur ammettendo che il neoliberismo si traduca anche in una pluralità di versioni pensate ad hoc per un certo mercato, l’autrice evidenzia come il movimento della riscrittura abbia una portata molto più ampia: considerarne le diverse declinazioni significa ragionare sulle dinamiche arborescenti e complesse della «repubblica mondiale delle lettere».

Il punto di partenza è ancora una volta Borges: in quanto «fatto mobile», il testo è in continua evoluzione, anche il cosiddetto «testo originale». Questa idea, che presiede all’intera poetica borgesiana e si presta a proficue applicazioni nel campo traduttologico[2], va intesa non tanto alla lettera, ma piuttosto come una direzione ideale; la sua mise en abyme perfetta è il racconto Pierre Menard, autore del Chisciotte, che in Dopo Babele Georges Steiner definiva «probabilmente il commento più acuto e più denso che sia mai stato proposto al problema della traduzione».

Le opere letterarie non sono immutabili, annuncia dunque in apertura Samoyault, ma anzi, nel considerare le loro numerose evoluzioni, sembra che i classici diventino tali anche per via delle loro riscritture, che, pur nella loro diversità tipologica, l’autrice vede come «il contrario della cancellazione», perché sempre serbano memoria dell’originale e contribuiscono in qualche modo a tenerlo in vita. Possono comportare una messa in discussione dell’autorità (patriarcale, coloniale o puramente letteraria, del canone), ma si inseriscono in un movimento tutt’altro che mortifero e raccontano, semmai, una contro-storia.

Mi sono innamorata della letteratura divorando edizioni ridotte – comincia l’autrice – e non permetterò a nessuno di dire che quella non era la vera vita […]. È proprio per aver letto I Miserabili in una versione per ragazzi che poi l’ho letto e riletto in edizione integrale. È un libro che ho amato fin dal primo momento, e fin dal primo momento leggerlo ha rappresentato per me un’esperienza.[3]

I primi due capitoli, che costituiscono una sorta di preludio al saggio, sono dedicati al racconto di tre diverse letture di questo stesso romanzo, senza mai trascurare la «lettre du texte», cioè sempre immergendosi nell’analisi di estratti puntuali del testo nelle varie edizioni. Nel primo capitolo vengono ripercorse le «mille e uno» versioni di Cosette, personaggio dei Miserabili di Hugo, periodicamente presentato dagli editori come un romanzo autonomo: in verità si tratta di versioni abbreviate per l’infanzia, il cui close-reading non è privo di sorprese, quando ad esempio si prendono in esame le implicazioni della rimozione di un’esclamazione dalla forte impronta religiosa. Al netto dei cambiamenti effettivi operati nel testo, della sua incredibile mobilità, Samoyault evidenzia inoltre come, ad ogni rilettura, entri in gioco anche la soggettività di chi legge, trasformando di volta in volta l’opera in questione, perché la sensibilità e l’esperienza mutano col tempo; ci ritorno più avanti.

Questa concezione aperta, borgesianamente irriverente, del sistema letterario dialoga molto bene con ciò che l’autrice definisce una teoria «euforica» della traduzione, meno preoccupata cioè dal rimpianto dell’impossibile fedeltà al testo di partenza, ma piuttosto curiosa e stimolata dal rapporto che le varie traduzioni intessono fra loro; in fondo, se la traduzione dipende dall’originale, è pur vero che l’originale diventa tale solo nel momento in cui viene tradotto. La traduzione finisce per essere la condizione stessa dell’esistenza di un’opera, sicché «un testo dev’essere considerato come l’insieme di tutte le sue traduzioni significativamente diverse»: nel citare il poeta e traduttore Léon Robel, Samoyault compie un passo ulteriore verso un’analisi del testo, dei testi, alla luce di due sue caratteristiche fondamentali, ossia la pluralità e la capacità di cambiamento. Lo si vede nel paragrafo intitolato Voyages lointains e dedicato alle traduzioni di Hugo in Cina, Giappone e Russia. Un caso clamoroso è quello del componimento Les pauvres gens, tradotto in russo da Tolstoj, ritradotto poi in cinese e in questo paese diffuso, fino a tempi recenti, come un’opera di paternità tolstojana, con tutto ciò che ne consegue dal punto di vista della ricezione: nondimeno, Les pauvres gens ha circolato anche in Cina. A cosa serve ritracciare queste traiettorie? Serve a mettere a fuoco che, se al centro del sistema letterario restano i testi, la loro permanenza nel tempo e nello spazio non dipende da una loro presunta immutabilità, da una «materia inalterabile», ma al contrario da una grande capacità di trasformazione.

Ciò che definisce un classico o un autore mondiale, non meno della sua presunta atemporalità, è che si tratta di un’opera infinitamente ripresa, citata, fatta propria, modificata, in una parola, riscritta. Per cui la domanda «bisogna riscrivere i classici?» è una falsa domanda, perché i classici sono tali proprio nella misura in cui vengono costantemente riscritti.

Dunque, più un autore è mondiale, più i suoi libri conosceranno variazioni, e viceversa. Non tutte le variazioni hanno un interesse, né sono «neutre» (così come non lo sono le traduzioni: la stessa autrice ne ha ampiamente discusso nel precedente saggio Traduction et violence, Seuil 2020). Tuttavia, è auspicabile vedere la moltiplicazione dei testi come un’addizione piuttosto che una sottrazione: le variazioni sarebbero così come onde collaterali, che non hanno certo la pretesa di sommergere il testo di partenza. Si può amare la letteratura alla follia nei suoi testi «originali», scrive Samoyault, ammettendo però che i testi circolino seguendo dinamiche varie: è inevitabile quanto confortante, perché testimonia di una condizione non stagnante della letteratura.

Ora, uno degli spettri che la riscrittura porta con sé è, come si accennava, la messa in discussione di un’autorità. L’autrice lo dimostra attraversando una varietà di testi: si comincia con il contro-esempio costituito dalle versioni della Bella e la bestia, successive all’originale e inscrittesi nell’immaginario collettivo perché corrispondenti all’ordine sociale dominante (la storia della fanciulla prigioniera), mentre, nella sua prima apparizione in Francia nel 1740 ad opera di Gabrielle-Suzanne de Villeneuve, la Bella ha un potere sulla bestia e non è intrappolata nel castello, può andarsene quando vuole; «la riscrittura patriarcale delle fiabe trasforma il soggetto della storia tanto quanto una riscrittura femminista. Ma siccome impone una versione che corrisponde all’ordine sociale dominante, non ha alcuna difficoltà a essere considerata come originale». Si passa poi dalla Medea di Christa Wolf (esempio di riscrittura come sovvertimento dell’autorità maschile) al già citato James di Percival Everett (riscrittura come sovvertimento dell’autorità coloniale): queste ultime due opere non mirano a sostituirsi agli originali, ma a instaurare con essi un dialogo. La casistica è ampia e le scelte potenzialmente illimitate: anche rispetto alle traduzioni epurate di termini lesivi di alcune sensibilità, pur definendo «ridicole e inutili» le manipolazioni sui testi di Dahl, Samoyault ritrova nella storia della letteratura esempi di traduzioni persino più razziste degli originali: se queste sono state ammesse, si potrebbe forse concepire anche l’eventualità di traduzioni che lo siano meno.

La memoria culturale non è immobile, come l’autrice ricorda ancora attraverso le parole di Borges: non si rilegge mai un libro allo stesso modo, come non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume; le acque si muovono così come si muovono e cambiano lettori e lettrici, già soltanto rispetto a sé stessi.

Ho fatto la scelta, forse discutibile, di utilizzare lo stesso termine «riscrittura» per parlare ora di riscritture ad usum delphini, ora di adattamenti ludici mirati a sovvertire le versioni canoniche, ora di riprese autoriali di testi del passato. Queste ultime attengono spesso al campo dell’arte, a differenza delle edizioni censurate o dei rimaneggiamenti moralizzanti. Ma l’importanza sociale della letteratura sta soprattutto nel confondere le categorie d’arte e discorso, nell’essere oggetto di usi diversissimi, che non sempre hanno uno scopo estetico. Nella pratica è molto difficile distinguere con certezza cosa ha a che vedere con l’invenzione e cosa le è estraneo. Sebbene alcuni casi siano indiscutibili, molto altro resta nell’indeterminatezza.

Si tratta di un libro ricchissimo di esempi e spunti di riflessione, che spaziano, oltre a quanto già detto, dagli adattamenti teatrali a dei casi di studio finali legati al campo dell’arte, oggetto di considerazioni su cosa sia davvero l’effacement, la cancellazione, e su quale sia anche il suo potere immaginifico. Ma Toutes sortes de Misérables è soprattutto un saggio che invita a non aver paura delle riscritture, a ragionare sul ruolo sociale della letteratura, a pensarla come un sistema in continuo movimento, in cui la collusione fra le trasformazioni a fini estetici e quelle a fini commerciali è in fondo sempre esistita. Inoltre, per l’autrice un testo manipolato perché diventi più appetibile sul mercato è ancora una maniera di far esistere il libro «originale» nello spazio pubblico, uno spazio che tende sempre più a trascurarlo; è molto probabile che desacralizzarlo consenta di farne meglio circolare la linfa vitale, di declinarne in maniera multipla il valore sociale. Le «variazioni» di un testo possono quindi essere interpretate in senso musicale: non comportano mai la scomparsa del tema, ma forse assicurano, attraverso continue metamorfosi, la vitalità della letteratura, che resta in ogni caso «lo spazio della critica di tutte le istituzioni», come detto in chiusura.

Mentre il testo di Murat si presta più immediatamente a una completa adesione da parte di chi legge, perché separa in modo piuttosto netto ciò che è artistico da ciò che è commerciale, ciò che è intellettualmente interessante da ciò che non lo è, il saggio di Samoyault induce a una messa in discussione continua dei propri assunti e rappresenta dunque una lettura che invita all’impegno, nel senso formativo e politico del termine – che invita cioè a interrogarsi profondamente: cosa ci aspettiamo da una riscrittura o da una traduzione, quali sono le funzioni e i parametri che attribuiamo alla letteratura, che ruolo crediamo rivesta nel mondo di oggi?

Questi due libri, diversi per ambizione (come si è detto, un testo breve da un lato e un saggio molto più ampio dall’altro) e per impostazione del discorso, sono interessanti da leggere anche in un’ottica complementare, così com’è stato arricchente ascoltare le due autrici discuterne in occasione della già citata conferenza di gennaio, in un dialogo da cui emergeva un rispettoso e parziale – non completo – disaccordo. È in fondo questo ciò che ci si aspetta dalla vera critica: che non dimentichi le grandi questioni, che non le polarizzi in dibattiti sterili, ciascuno arroccandosi sulla propria posizione da difendere a tutti i costi, ma che apra piuttosto a nuovi e appassionanti modi di guardare alle opere letterarie, più o meno consacrate, sempre mutabilissime e dotate di vite infinite.

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[1] Cito da Tutte le fiabe (prima edizione integrale 1812-1815), traduzione e cura di Camilla Miglio, Donzelli 2015. Ringrazio Bruno Berni, che mi ha suggerito questa lettura a margine del suo intervento al convegno «Tradurre il trauma», Università per Stranieri di Siena, 5-7 dicembre 2023.

[2] Ricordo sempre volentieri un ricco saggio sull’argomento: Sergio Waisman, Borges e la traduzione. L’irriverenza della periferia, trad. Alessio Mirarchi, Arcoiris 2014.

[3] Trad. mia per tutte le citazioni.

Tra le tracce del colonialismo italiano: «Il posto dove dovrei morire», di Marco Perez

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di Mattia Bonasia

La memoria distorta del colonialismo italiano continua a godere di non poca fortuna. “Italiani brava gente”: l’Italia avrebbe condotto un colonialismo minore, tendenzialmente associato al ventennio fascista e alla volontà di ripresa del mito della Roma Imperiale da parte di Mussolini. Sempre più assente dai programmi di scuola, il colonialismo italiano in Africa è stato invece violento, aggressivo e duraturo al pari di quelli di Francia e Inghilterra: cominciato con l’acquisto della baia di Assab del 1869 e concluso con la fine del protettorato in Somalia nel 1960. Nel mezzo una ripugnante storia fatta di campi di concentramento, madamato, ghettizzazione razziale e armi chimiche.

Il posto dove dovrei morire di Marco Perez (Transeuropa, 2025) cerca di colmare questa consapevole amnesia collettiva, e lo fa attraverso gli strumenti della letteratura. Si parte dalla necessità della restituzione della memoria del padre e dello zio dell’autore, tra il 2021 e il 2022, grazie ai quali Perez era entrato in possesso di foto, documenti, archivi relativi al periodo coloniale dell’Italia in Libia. La storia coloniale e postcoloniale viene dunque ricostruita attraverso le genealogie di due clan familiari fittizi, che idealmente collegano i cento anni che dalla fine del dominio turco portano alla caduta di Mu’ammar Gheddafi.

Temi e visioni differenti che si compenetrano nella stessa realtà: la generazione dei pionieri dell’esperienza coloniale, quella dei giunti in Africa negli anni del fascismo, quella del boom economico degli anni Settanta e della caccia al petrolio dei tecnici dell’ENI. Evento fondamentale l’espulsione della comunità italo-libica, da parte del Rais Idris I nel 1970, che approda poi in un’Italia che ne disconosce l’esistenza.

Nel personaggio di Vincenzo Scarpelli queste molteplici migrazioni e narrazioni si compenetrano: da giovane siciliano emigrato a New York viene dirottato a Tripoli; infine, dopo più di quarant’anni passati in Africa, parte per il Nord Italia, negli anni Cinquanta, e nel contesto industriale padano troverà i miti e gli stereotipi del boom economico, che coincidono con la rimozione della memoria coloniale e della guerra. Il titolo del romanzo, Il posto dove dovrei morire, risponde al nomadismo permanente dei personaggi.

Il romanzo gioca molto sulla ripresa stralunata dell’assurda retorica coloniale a cavallo dei due secoli, simboleggiata dal testo La grande proletaria si è mossa (1911) di Giovanni Pascoli, che legava direttamente emigrazione e necessità di colonizzazione:

“È tutta colpa dei nonni” diceva la mamma, ovvero del nonno materno e di quello paterno che al posto di portarci in America, come avevano promesso alle nonne, si erano impantanati tra le dune dello scatolone di sabbia.

La retorica glorificante del processo di unità nazionale dimentica di solito l’enorme emorragia migratoria che portò milioni di italiani nella seconda metà dell’Ottocento a emigrare in America e in Europa. Contadini spesso costretti a fare lavori umili, soggetti razzializzati ben lontani dal contemporaneo expat italiano – che si muove senza frontiere forte del suo potente passaporto europeo –, i soggetti di questa diaspora vengono “richiamati” dalla retorica della riattivazione anacronistica del mare nostrumMake Rome Great Again – e incentivati a portare la loro manovalanza nei territori libici neocolonizzati: «‘Madre mia Zinuzzo, ma dove ci hai portato? Ma nun era meggiu iri pi America?’. Qua è come l’America, con i pistoleri che sparano agli indiani. Solo che qui gli indiani parlano arabo’». D’altronde il migrante italiano negli Stati Uniti non trovava certo un’accoglienza a braccia parte, né veniva visto come un bianco:

Il nonno ci raccontò che per gli anglo-sassoni anche noi non eravamo del tutto bianchi e che quando arrivò a Ellis Island nel 1906 un funzionario della dogana gli aveva distribuito una scheda con scritte tutte le razze di appartenenza. Per esempio un cubano di colore era black e un cubano bianco era hispanic. Gli italiani del nord erano associati ai bianchi e passavano nella lista di “hard-workers”, mentre quelli del sud entravano nella categoria other races e dovevano rispondere a varie domande per capire se fossero anarchici, mafiosi o poligami.

L’autore, Marco Perez, storico di formazione, sceglie la scrittura narrativa perché gli permette di raccontare una realtà più estesa e pluriforme: la funzione della letteratura è qui quella della contro-narrazione rispetto ai discorsi nazionali. Il posto dove dovrei morire, grazie alla forma letteraria ibrida, tra romanzo, biografia e storia familiare, difficilmente etichettabile come biofiction, autofiction e così via, va a colmare i vuoti della storia ufficiale, proponendo una diversa rappresentazione dell’imperialismo (pur straccione, come quello italiano, definizione dell’autore). Da un lato, Perez dà peso a degli eventi del colonialismo italiano poco presenti nell’immaginario collettivo, come la battaglia di Sciara Sciat o il pogrom del 1945; dall’altro restituisce l’assurdità dell’impresa coloniale italiana in Libia, condotta con pochissimi mezzi economici e militari. Costruisce così uno stretto legame tra memoria personale, percorso del singolo e storiografia ufficiale, che ricorda I figli della mezzanotte (1981) di Salman Rushdie, il cui narratore e protagonista Saleem Sinai nasce allo scoccare dell’indipendenza dell’India. Così Vincenzo Perez:

La guerra europea finì dopo pochi mesi, quando concludeva l’anno scolastico e poco prima di fare la comunione, evento che mi aveva obbligato a lunghissime sedute da modello nel laboratorio da modista della mamma. Per la conclusione della guerra mondiale ci volle ancora un po’, precisamente il 2 settembre del 1945, lo stesso giorno in cui compivo 10 anni.

Nel tono grottesco e allucinato si rilegge anche tanta letteratura sudamericana (forse perché l’autore vive e insegna in Spagna?); il real maravilloso di Garcìa Márquez e Fuentes lo accomuna poi a un altro romanzo italiano contemporaneo che ne ricorda lo stile: Ferrovie del Messico (2022) di Gian Marco Griffi.

«Di quando mi recai la prima volta in patria non ricordo nulla, avevo meno di un anno»: il lettore si trova davanti a un testo in prima persona, scritto da un narratore iperbolico, grottesco e ironico che non vuole moralizzare e schematizzare in facili categorie, ma restituire la complessità e l’assurdità dell’esperienza. Nella voce polimorfica del narratore si mischiano le memorie del padre dell’autore e la voce autobiografica dell’autore stesso che mette in relazione eventi del passato coloniale con elementi della globalizzazione iper-contemporanea. Non è dunque una restituzione storiografica, ma un romanzo che vuole restituire l’inaffidabilità della memoria: la distorsione e l’esagerazione dei ricordi interpreta non solo una funzione letteraria ma assume anche un risvolto conoscitivo.

Il narratore si rivolge a un lettore che sembra rappresentare l’italiano medio, la cui memoria del colonialismo italiano non è del tutto rimossa, ma lo ricollega al fascismo e ai suoi crimini, lavandosi la coscienza nel mettere Mussolini a testa in giù:

Cosa dice? Che suo padre era uno dei ventimila coloni mandati dal Duce a colonizzare la Cirenaica alla fine degli anni trenta? Ma certo che so di cosa sta parlando, anzi, le dirò che noi li abbiamo pure visti sbarcare quelle masse di contadini veneti e piemontesi mandati a colonizzare il deserto.

La politica del fascismo nelle colonie era pienamente aderente all’apartheid: separazione netta dei quartieri in base all’appartenenza etnica e interdizione dei rapporti sessuali tra colonizzatori e colonizzati. La comunità tripolina protagonista del romanzo è invece spiccatamente multietnica: accanto ad arabi ed ebrei sefarditi non ci sono italiani, ma siciliani, veneti e romani: il pluristilismo e il gusto per il grottesco e l’assurdo sono accompagnati dal multilinguismo. Se la voce del narratore è italiana, la lingua dei discorsi diretti è il dialetto siciliano, che spesso in maniera anti-mimetica e parodica finisce per strabordare anche in lingua di comunicazione degli alberi o dei militari inglesi («Ognuno parlava l’italiano a modo suo, perché da noi i linguisti preferivano non dire che nel paese c’erano più lingue che in Cina e che tutte quante erano indipendenti dal toscano»).

Anche il narratore è transculturale: «Il mio nome autobiografico è Vincenzo Perez: anche se a casa mi hanno sempre chiamato ‘Nzinu o Zinu o magai Zinuzzo nella variante diminutiva affettiva». E quel cognome che in Italia è esotizzante, come scritto dal narratore, in realtà in Spagna è comunissimo, la norma la fa il punto di vista: «al posto di dire un pinco pallino qualunque, da quelle parti si dice un Perez cualquiera e il cognome perde tutto quel carattere esotico che può rivendicare in Italia».

L’identità transculturale tripolina è dunque essenzialmente opposta a quella italiana, attraverso un procedimento retorico che oppone il noi al voi:

La famiglia Peres, o Perez, arrivò a Tripoli nel 1914, quando papà aveva sette anni e gli italiani erano davvero pochi.

Voi ci siete arrivati negli anni trenta, con le strade costruite e le città piene di edifici razionalisti, un mondo già tutto costruito e allo stesso tempo già decadente e finito. Solo i fascisti potevano pensare di colonizzare l’Etiopia e la Libia in quel periodo, con i movimenti anticolonialisti e panafricanisti già forti e radicati.

Ma nel 1914 noi ci credevamo ancora a quella cosa dell’uomo bianco che porta il proprio fardello in giro per il mondo per civilizzarlo, anche se poi noi siciliani non eravamo molto più bianchi degli arabi e non eravamo così stronzi da pensare che tutti quanti stessero lì ad aspettarci per imparare a stare al mondo. Anche se in fatto di civiltà ne avevamo una molto più antica e nobile di quella dei britannici e del signor Kipling.

L’alterità si misura anche in base all’adesione al fascismo, in particolare nel dopoguerra:

In patria tutti raccontavano più o meno la stessa storia: al passaggio del fronte, magari un po’ prima, si diventava antifascisti. C’erano anche quelli che lo erano stati per davvero, partigiani della prima ora, esiliati o brigatisti della Guerra civile di Spagna. Ma erano casi rari.

In Africa le cose erano diverse. Gli antifascisti erano un fenomeno trascurabile, prima e dopo il passaggio del fronte: magari poteva capitare che una camicia nera diventasse un semplice fascista e che un fascista diventasse un qualunquista, ma tutto finiva lì.

Si misura poi soprattutto attraverso lo sguardo dell’italiano nato in Italia nei confronti dell’italiano libico, una volta tornato in Italia negli anni Settanta, portatore di un’identità africana:«Noi, che in Italia venivamo chiamati ‘africani’ e quando puntualizzavi che eravamo siciliani che risiedevano in Africa ti correggevano così: ‘va ben, inscì ti set un terun, te set cuntent incoeu?’». L’italiano per il narratore è un essere estraneo e diversissimo, personificato dall’ingegnere dell’ENI che ripiomba in Libia negli anni Settanta alla ricerca di petrolio, ma che ora parla una lingua neostandard, perché ha studiato: «Ora venivano ingegneri dell’Eni e dell’Agip, tecnici del petrolchimico, gente studiata che parlava un ottimo inglese e ci guardava come delle creature bizzarre uscite da un libro di Kipling».

Il posto dove dovrei morire è un esordio letterario dirompente, un romanzo-mondo che si muove tra le differenti cartografie dell’identità italiana, deterritorializzandola dalla madre-patria. Si aveva bisogno di un romanzo che trattasse il tema della colonizzazione con questo registro, richiamandone i traumi ma anche le assurdità deformanti, nel segno della grande letteratura picaresca e donchisciottesca.

Les nouveaux réalistes: Piergianni Curti

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Opera di Franyo Aatoth (dettaglio)

Opera di Franyo Aatoth (dettaglio)

L’angelo custode
di
Piergianni Curti

Sono un angelo custode. Un autentico angelo custode. Anche se sono carnale, e mortale, almeno così credo. Non l’ho saputo da subito. Adesso, guardandomi indietro fino alla prima infanzia, vedo chiaramente che era già così da quel tempo. C’erano i segni.
Il primo, e il più sicuro, era questo: la memoria. Possiedo la Memoria Assoluta. Una terribile malattia, se non fossi quello che sono. Una condanna per un uomo normale, un ferro del mestiere indispensabile per me. Ricordo tutto, i minimi dettagli. Se estraggo un istante della mia vita e lo analizzo — lo sottopongo a qualcosa che nello spazio sarebbe una zoomata, ma qui si tratta del tempo — ritrovo innumerevoli microistanti, ciascuno carico di cose da ricordare.
Conoscevo a memoria nome e data di nascita di tutti i miei compagni di scuola, e di tutti i bambini di tutte le classi. Tutte le sere prima di addormentarmi passavo in rassegna un album immaginario: le facce di quei bambini, e sotto ciascuna immagine cognome, nome, data di nascita, come se leggessi sfogliando un catalogo. Ero ossessionato. Non potevo farne a meno. Era come se la loro vita dipendesse dalla mia memoria, e la mia vita da loro, dal tenere sempre acceso il ricordo di quei compagni.
Erano tutti un po’ circospetti con me. Ma ho imparato a diventare, se non proprio un essere sociale, un simulatore. Ho fatto così: ho fatto finta di perdere la memoria. Che ti succede? mi diceva spaventata mia madre. Non ti ricordi più? Certo che mi ricordavo. Ma non potevo più sostenere quell’handicap sociale del ricordo universale e assoluto. Sono diventato come volevano che fossi — ricordavo tutto, ma di nascosto. E ricordare di nascosto è un po’ come non avere memoria.

Il secondo segno era questo: sentivo un bisogno irrefrenabile di seguire la gente. Mi vergognavo perché quello che facevo dovevo farlo di nascosto. Nessuno lo faceva come lo facevo io, con quella necessità. Mi sentivo come un pesce che scivola nel suo ambiente naturale. Gli altri al massimo erano dei bagnanti nel loro mondo innaturale.
Mi ricordo la prima volta come mi ricordo tutte le altre, attimo per attimo. Quella fu la volta che cominciai a seguire l’amico più piccolo e smarrito che avevo, il mio compagno di banco. Lo vedevo andare sulle sue gambette sottili in calzoni corti. Qualunque caratteristica di lui che isolassi — la camminata, il movimento della testa, la posizione delle spalle, la legge matematica della velocità dell’andatura — diventava un’impronta digitale che identificava il mio amico. Di lui memorizzavo quanti passi avesse fatto, la posizione dei piedi, delle mani, quanti respiri, quanti litri d’aria immessi. Dentro di me appariva la sua essenza: fisica, dinamica, sentimentale, emotiva, razionale, felice e infelice.
Da quel momento, e per tutta la mia infanzia, ho seguito con discrezione compagni di scuola, amici di un giorno, maestri, professori, e perfino mia madre e mio padre. Era nel seguirli, nel movimento e nella sua dinamica, che leggevo e mi si rendeva chiara la dinamica interiore. E contemporaneamente deglutivo miriadi di dati che non riuscivo a dimenticare, con fastidio, perché mi sembravano inutili. Cercavo di separarli dal resto della mia conoscenza di quegli esseri nei confronti dei quali, senza esserne cosciente, mi comportavo come un angelo custode in erba. Non sapevo che gli uni erano inseparabili dagli altri.
Tremavo per loro. O tremavo forse per me. Che razza di compito mi aspettava nella vita? Quella di registratore impotente, di banca dati vivente che non sapeva darsi risposta alla domanda: cosa provi per loro?

Per qualche anno andai avanti così, da bambino socialmente perfetto, attestato su ottimi voti senza esagerare, assennato, servizievole, premuroso. Un essere umano tra parentesi. In attesa. Con preoccupazione. Ma imbattibile nella fermezza della simulazione.
Nella mia classe c’erano due poveri, Gino e Guarise. Il maestro li aveva messi insieme nello stesso banco. Al pomeriggio si fermavano al doposcuola. Credo che gli dessero anche da mangiare, ma la cosa non era mai entrata nei discorsi di noi bambini normali.
Gino aveva un barlume di coscienza di classe. Ogni tanto tirava fuori un temperino con la lama non più lunga di quattro centimetri e diceva: ti sbudello, ti sbudello. Il maestro cominciava le lezioni chiedendoci se quella mattina avessimo salutato il nostro angelo custode. Sì, rispondevamo in coro. Anche Gino rispondeva sì. Guarise non si accodava al coro dei sì. E non faceva commenti.
Guarise non vedeva quasi nulla. I suoi occhiali erano tenuti insieme con la carta gommata e avevano delle lenti che sembravano blocchi di ghiaccio giallastro. Per leggere doveva cercarsi delle fessure nel vetro da cui potessero giungere alle sue retine frammenti di immagini. Riusciva a mettere a fuoco una lettera alla volta, e il più delle volte cercava di indovinare l’intera parola dopo aver decifrato le prime due o tre lettere. Ma quando a fatica era riuscito a leggere un’intera pagina non aveva più bisogno di rileggerla. La ricordava perfettamente. Bastava che il maestro pronunciasse la frase fatidica «legga Guarise», che lui, con la sua voce calma e orgogliosamente rassegnata, attaccava a ripetere da quel punto, senza sbagliare una virgola. Aveva anche sviluppato una formidabile memoria uditiva: teneva a mente tutte le lezioni, le domande e le risposte nelle interrogazioni, e perfino le soluzioni dei problemi. Aveva un talento in matematica: era in grado di calcolare a mente il risultato di qualsiasi operazione. Non era il primo della classe perché era lento a scrivere e il maestro non gli dava più tempo che agli altri. Io ero il primo della classe. Ma lo invidiavo.

Un giorno il maestro ci diede un tema: scrivi una lettera al tuo angelo custode. Sapevo come fare contento il maestro. Ogni tanto sbirciavo verso Guarise. Con gli occhiali a cinque centimetri dal foglio, le mani sudate che bagnavano tutto quello che toccava, scriveva lentamente, ma senza aver bisogno di pensare. Nella seconda parte della mattinata il maestro corresse i componimenti. Si soffermò più a lungo sul tema di Guarise. Lesse e rilesse. Poi lo chiamò alla cattedra. Gli disse che era un tema curioso. Poi lo rimproverò: tutti ce l’abbiamo un angelo custode. Gli mise un sette. Si rimangiò il voto dicendo che era dispiaciuto perché per il resto era un bel tema, anzi bellissimo, anche commovente, molto originale. Speravamo che ce lo leggesse. Poi disse che non era un tema da leggere in classe. Alla fine gli diede otto, poi gli aggiunse un mezzo punto. Come si poteva dare dieci a un tema in cui si negava l’esistenza dell’angelo custode, seppur solo del proprio?
Però, forse sentendosi in colpa, gli fece una concessione. Da dopo natale lo avrebbe promosso a compagno di banco del primo della classe. Guarise timidamente ringraziò, per il voto e per il premio.
Natale sarebbe arrivato fra quindici giorni. Ero inquieto e confuso. Da una parte sentivo la superiorità di Guarise, e per questo ero in ansia; dall’altra ne ero attratto. Il maestro non aveva fatto altro che apprestare un ring su cui ogni giorno si sarebbe materializzata una gara impari. Il maestro tifava per me, ma sapevo che avrebbe vinto Guarise.
Il primo giorno in cui ci trovammo insieme il maestro ci dettò un problema. Guarise, prima che avessi il tempo di rileggere il testo, incrociò gli indici perpendicolarmente indicandomi il più della somma. Poi li dispose in modo da formare il per della moltiplicazione. Non volse lo sguardo nella mia direzione. Non disse nulla.

È così che divenni il suo angelo custode. Nell’unico modo in cui potevo esserlo: seguendolo come un’ombra. Cos’altro avrei potuto fare per lui che mi era superiore, se non riempire l’unico spazio libero e vuoto nella sua vita? La cosa era divampata di colpo, come un incendio in un deposito di carta. Mi faceva delirare che avesse bisogno di me. Ma il delirio nascondeva la verità: volevo seguirlo perché era il più forte. Volevo rubargli i segreti, mangiargli il cervello e il fegato e impossessarmi della sua potenza. In realtà era lui che mi stava facendo da angelo custode, e questo mi aveva fatto impazzire.
Lo amavo e lo odiavo. Ma non potevo più vivere senza di lui. Mi riempiva d’orgoglio essere suo compagno di banco, ricevere il suo aiuto discreto, e ricambiare come potevo, suggerendogli risposte che lui già conosceva ma che per gentilezza, o complicità, o per pietà, faceva finta gli fossero necessarie. All’uscita mi aspettava e mi ringraziava. E io ero costretto a stare a questo gioco per salvarmi, il che non faceva che alimentare il desiderio e l’impellenza a seguirlo di nascosto fino al tugurio in cui abitava, lungo la ferrovia. Lui avanzava lentamente, con la testa bassa, tastando il terreno con i piedi; sapeva quanti passi dovesse fare e di quale misura. E io credevo che senza di lui non mi sarei salvato.
Formalmente non eravamo amici. Durante l’intervallo lui stava solo. Ma segretamente eravamo amici. Piccoli segnali d’amicizia invisibili agli altri segnavano la nostra mattinata. E lui sapeva di dover stare al suo posto.
All’inizio dell’anno seguente Guarise non c’era più. Il maestro si limitò a dire che aveva cambiato città. Qualcuno aveva messo in giro la voce che fosse finito in un istituto per ciechi. Non avevo più rivali. Ma la malattia di essere il suo angelo custode non mi aveva lasciato. Anzi, era divampata. Sognavo a occhi aperti le avventure di me e di lui, di lui che aveva bisogno di me, che sentiva la necessità del mio aiuto, che senza di me si sarebbe perduto. Quello rimasto davvero solo ero io, non Guarise. Lui non aveva davvero bisogno di me.
Passarono gli anni. Non mi era rimasto, in tutti quegli anni, che essere uno volenteroso e ligio al dovere. Prendevo bei voti, ero benvoluto, non era possibile decidere se fossi dotato di autentica intelligenza o di solo desiderio di emergere. Mi ero specializzato in storia della critica letteraria. Non mi ero sposato. Avevo relazioni di poco conto. Ogni volta che incontravo uno con occhiali spessi da miope provavo un tuffo al cuore. Mi innamoravo di ragazze che portavano gli occhiali e potevo mettere alla prova se il mio innamoramento fosse reale in un modo solo: seguendole. Speravo che camminassero come Guarise. Nessuna camminava come Guarise.

Un giorno mi aveva prestato il suo quaderno di temi casalinghi. Erano meravigliosi. Un altro giorno mi aveva scritto un racconto. Non gliel’avevo più restituito e lui non mi aveva chiesto nulla. Ma conosceva la risposta. Mi tremavano le mani quando avevo ricevuto quel regalo. E mi tremavano ancora quando lo tiravo fuori dalla cartellina in cui lo conservavo.
Quando me lo ritrovai di fronte cominciai a tremare. Ero con Olga al Coleridge, a quel tempo di moda. Si era staccato dal fondo oscuro e si era avvicinato tastando il pavimento del palco davanti a sé. Incerto nell’avanzare, ma sicuro di sé nel tenere il suo strumento tra le mani. Teneva, come già da bambino, i piedi divaricati e le ginocchia flesse in avanti, come se stesse su un inginocchiatoio perenne. Gli occhiali di ghiaccio giallastro.
Cominciò senza preamboli. Tre secondi immobile. Poi dal suo oboe il preludio del terzo atto di Tristan und Isolde, lavorato piano piano, a lungo, fino a farlo scivolare quasi impercettibilmente in una musica tutta sua, dal triste e disperato all’intelligente amarognolo venato di disincanto. Olga mi sussurrò che ne aveva già sentito parlare così bene. Io per l’emozione mi ero versato in grembo il rosso del mio cocktail. Le sussurrai: il mio compagno di banco. Ma stavo per tradirmi e dire: il mio angelo custode. Sudavo. Durò ore. Guarise era instancabile. Poi di colpo smise. Qualcuno andò a congratularsi con lui; gli strapazzava la mano libera e lui si limitava a stringere l’oboe a sé. Salii anch’io.
— Guarise.
— Il mio angelo custode! — disse illuminandosi.
Gli era bastato il suono della mia voce. Con la stessa voce pacata con cui da bambino ripeteva a memoria le pagine appena lette disse al microfono: «Questo è il mio più grande amico». Poi mi abbracciò.
Raccontava a tutti che ero io che lo aiutavo a scuola, che gli suggerivo le risposte, che lo proteggevo. Non lo contraddicevo. Non ce n’era bisogno. Abitava nella Chinatown milanese. Lo seguivo fino a venti metri dalla porta di casa, poi tornavo sapendo che da questa vita non sarei più uscito. Il mio lavoro non aveva bisogno della mia mente. La mia mente era tornata alla piena sintonia con la mia vera vocazione. Ero felice della sua genialità musicale.
— Era l’unica cosa che potessi fare — mi disse una sera. — Sono quasi cieco. Se avessi potuto avrei fatto il matematico. In istituto avevano un oboe. «Può servirti», mi dissero. Intendevano per chiedere l’elemosina. In effetti ho cominciato suonando in strada. Poi il signor Brovida mi ha notato e mi ha offerto di suonare qui. Mi piace. Ho cominciato a comporre. È il mio modo di fare matematica.
Andammo avanti così per un anno. Poi una sera, mentre lo seguivo sotto la pioggia, un’auto sbandò, invase il marciapiede e lo scaraventò contro il muro. L’auto fuggì. Corsi a soccorrerlo. Non sapevo se mi avesse riconosciuto. Stavo lì a guardarlo, inebetito.
— Non è niente — provò a dire.
Cercò di muoversi, ma non ci riusciva. Si puntellò come per tentare di rialzarsi, poi ricadde. Mi feci riconoscere.
— Non muoverti.
— Ah, per fortuna sei qui. — Lo disse con un filo di voce.
— Adesso chiamo il 118. Non muoverti. — Mi tolsi l’impermeabile e lo coprii. — Adesso chiamo.
Ma non riuscivo a chiamare. Non ci riuscivo proprio. Era più forte di me. Qualcosa me lo impediva, qualcosa di profondo. Potevo solo stare lì. Stare lì senza poterci fare niente. Ero finalmente diventato, in modo inequivocabile, il suo angelo custode. Quello che faceva quello che doveva fare. Stare lì a guardare. E basta.

L’utopia indigena di Gabriela Wiener

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di Alice Pisu

In quello che è stato definito dalla critica un monumento al rivoluzionario, La danza immobile, Manuel Scorza si interroga su amore e rivoluzione attraverso le vicende di due uomini che perseguono strade diverse, chi rinunciando alla lotta, chi rendendola l’unica ragione dell’esistenza, nella convinzione che il problema più grave sia l’imperialismo, perché “anche se provvisoriamente la rivoluzione significa la morte per noi, la rivoluzione è e sarà la vita”.

Tra le più alte espressioni della letteratura latinoamericana, il fondatore della corrente letteraria neoindigenista definisce nella militanza e nella scrittura gli strumenti per denunciare le vessazioni delle minoranze e dare voce alle rivendicazioni contadine delle Ande con opere dove l’espediente fantastico amplifica il reale. Nella poetica di Scorza emerge la convinzione che l’essere umano non sarà mai, veramente, né allegoria, né carne, né anni, né sogni, “se prima l’uragano della rivoluzione non spazza via il fango putrido della miseria umana”.

Il pensiero di Scorza anima le istanze sollevate dalla scrittrice e giornalista peruviana Gabriela Wiener che nel suo ultimo romanzo, Atusparia, (trad. Elisa Tramontin, La Nuova Frontiera) delinea un immediato futuro con una politica di sinistra boicottata per essersi fatta portavoce del movimento indigeno, della classe operaia, delle rivolte contadine. Sono pagine vergate dalla denuncia della repressione subita in Perù da quanti nel difendere i diritti negati delle minoranze sono tacciati di terrorismo e arrestati. Atusparia è il nome scelto dalla protagonista per sancire una nuova identità, in omaggio al modello indigenista della scuola sovietica mariáteguista in cui si è formata, intitolata al leader della ribellione di Huaraz del 1885 costata lo sterminio di migliaia di indigeni a opera dell’esercito.

“Siamo i pionieri peruviani che consumano narrativa russa nella lotta contro l’imperialismo culturale in piena Guerra Fredda. Cantiamo in russo per intrattenere i marinai e convincerli della nostra idoneità quali epigoni della Repubblica socialista. Noi siamo il terzo mondo, gli schiavi senza pane, i paria della Terra, famelica regione, quelli che dovrebbero stare in alto invece che in basso, secondo l’inno ufficiale dei lavoratori”.

Quella educazione in un istituto sperimentale di profilo internazionalista che celebra un combattente andino definisce negli anni la coscienza di classe della protagonista, sopita nell’adolescenza tra degrado e dipendenze, e risvegliata in età adulta con l’adesione alla Marcia su Lima contro la deriva autoritaristica della presidente Dina Boluarte. Aspetti centrali nell’intera produzione dell’autrice che già nel precedente romanzo, Sanguemisto, investigava le conseguenze dello sguardo coloniale attraverso quanto compiuto dal suo trisavolo sul finire dell’Ottocento nel saccheggiare migliaia di reperti archeologici peruviani, finiti all’Esposizione Universale di Parigi.

Risuona l’indagine sul corpo, inteso come corpo-patria saccheggiato e offeso, e corpo-oggetto di questioni identitarie, razziali, culturali. Sono emblematiche in Atusparia le descrizioni dell’adolescenza nel complesso residenziale La Resi affrontate con la necessità di un’alienazione da sé nell’abuso.

“Essere giovane e drogarsi è come stare dentro a una serie apocalittica in cui, da copione, il mostro non ti mangerà. Il mio personaggio si diverte a fuggire. Mi spengo e mi riaccendo in un’altra dimensione dei miei io catarifrangenti. Anche la sofferenza è immaginaria, perché con un altro tipo di fragola tossica il dolore svanisce. Ti fumi il dolore. La mia vita alla Resi è fumarmi il dolore”.

Pur essendo strutturato in forma di romanzo, con Atusparia Wiener affronta vicende dimenticate dalla Storia. Attraverso l’impegno della sua protagonista nel collettivo femminista delle Rite, l’autrice ricorda la contadina e maestra Rita Puma, torturata e uccisa per aver fondato e continuamente ricostruito una scuola per alfabetizzare aymara e quechua e organizzare insubordinazioni nelle campagne.

Memore dei racconti scritti dalla sua insegnante Asunción Grass con al centro un alpaca marxista che parla come il comunista peruviano José Carlos Mariátegui, Atusparia matura la necessità di catalizzare le proteste degli oppressi contro lo sfruttamento delle risorse umane e del territorio per interessi internazionali.

L’itinerario letterario e politico dell’opera rivela debiti verso grandi pensatori, filosofi, teologi, sociologi, rivoluzionari, come Alberto Flores Galindo, Aníbal Quijano, Antonio Gramsci, Gustavo Gutiérrez, Hugo Blanco, Víctor Polay, le cui intuizioni sollecitano Wiener a compiere continui ingrandimenti sulle diverse forme di assenza di libertà.

Con pagine memorabili sul quotidiano allucinato in una colonia penale agricola nella foresta vergine, l’autrice illumina il dramma carcerario giocando sul paradosso insito nel nome, “El aire”. Dietro l’abbaglio del carcere felice per leader indigene contrarie allo sfruttamento minerario, attiviste ecologiste, sindacaliste, dirigenti di sinistra, si nasconde il vero volto di una “discarica della Storia” in cui far cadere nell’oblio prigioniere scomode.

“A volte la notte sogna che vive, lavora, ha figli a Wancho. L’utopia andina è esistita con questo nome. Per fortuna, pensa, non bisogna inventare le utopie da zero, le utopie dei vinti sono sempre lì per chiunque le voglia prendere”.

In una sorta di romanzo di formazione politica, Wiener riconosce il ruolo della rabbia nell’agognare un cambiamento radicale, associando la vocazione politica a un sentire ‘vagamente utopico’ in risposta alla guerra intestina, al terrorismo, al dramma dei desaparecidos, agli attentati di Sendero Luminoso, alla crisi economica, alla fine del comunismo, al prosperare della dittatura, tra scorci sul passato e finestre su un prossimo futuro segnato dall’incapacità della società di distinguere tra un rivoluzionario e un assassino.

Nella concezione degli spazi clandestini di militanza femminista come incubatori di utopie, a prefigurare un rovesciamento del potere egemonico è la formazione di una forza sociale che attraverso la mobilitazione e la lotta di massa ambisce all’istituzione di un governo proletario. La pluralità di visioni è scandagliata anche per riflettere su una frammentazione ideologica e una chiusura dogmatica che possono culminare in un settarismo fatale, per divergenze tra chi si apre al dialogo con le istituzioni e chi interpreta in questo intento un tradimento dei principi fondanti dell’antagonismo.

“Non sarà la civilizzazione, non sarà l’alfabeto del bianco né dell’uomo a elevare la nostra anima. È il mito: la speranza che un giorno faremo la vera ribellione nella fattoria. La rivoluzione non sarà né calco né copia, ma creazione eroica dell’alpaca”.

Con Atusparia Gabriela Wiener intona un inno alla disobbedienza civile con l’esortazione a concepire la memoria come pratica attiva attraverso quanto compiuto dal movimento indigeno, dalle lotte anticoloniali, dalle rivolte di Túpac Amaru, Pedro Pablo Atusparia, Micaela Bastidas e Rita Puma, dalle insurrezioni contadine, dalla resistenza zapatista, mapuche, aymara, quechua e amazzonica di oggi. La sovrapposizione temporale con una proiezione su un immediato futuro induce chi legge a oltrepassare il mero esercizio celebrativo per canalizzare il desiderio di riscatto dalle persecuzioni subite dagli attivisti estromessi dalla partecipazione politica. Un invito a coltivare fantasie di cambiamento per riappropriarsi della visione della lotta come poesia dei popoli.

Hajar Azell, Il senso della fuga (Marcos y Marcos 2026)

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di Hajar Azell

Prime pagine del secondo romanzo dell’autrice

Beirut, gennaio 2010
Alice cammina per le strade buie di Beirut un’ora dopo essere atterrata. Passa davanti ai bar dalle luci soffuse, percorre due volte avanti e indietro la stessa stradina prima di riuscire a trovare quello che le aveva indicato Paul, nascosto nel cortile di un palazzo. Entra, si siede su uno degli sgabelli al bancone e ordina: «Vodka, salsa piccante, limone, oliva».
«Il doudou?»
«Sì, tre doudou».
Il barman, intrigato, la guarda buttar giù gli shot. Alice, poggiando l’ultimo bicchiere sul bancone, avverte un bruciore alla gola. Si trova finalmente dove ha sempre sognato di essere: in un paese sconosciuto, da sola, con il giornalismo come unica occupazione. Morde l’oliva scandagliando il locale con lo sguardo. Non assomiglia affatto al covo di corrispondenti che le aveva descritto Paul.
In fondo alla sala, alcuni adolescenti muovono timidamente i fianchi sulla pista da ballo. Il barman le spiega che il locale ha cambiato proprietario da qualche mese. «Per fortuna siamo riusciti a salvare il bancone…» dice passando la mano sul legno segnato. Alice annuisce. Prima che possa prendere il cellulare, l’uomo le mette un bicchiere sotto il naso. «Offre la casa» le dice fiero presentandosi: si chiama Hussein. Alice sorride. Il chili le ha lasciato un sentore di piccante sulle labbra. Sono rosse e lucide. Hussein si apre una birra Almaza. I loro bicchieri si toccano, poi Alice torna a guardare il telefono per leggere la mail di Paul. Quando è riuscita a ottenere lo stage al giornale libanese, è stato il primo a saperlo. Era contento di farle scoprire la città nella quale era stato corrispondente per più di quindici anni. “A Beirut si danza intorno alle tombe” le aveva raccontato, con una strana fascinazione negli occhi. Alice lo aveva aspettato al termine del corso che teneva nella sua scuola di giornalismo per fargli alcune domande. Voleva sapere come diventare reporter, da dove cominciare, dove andare. Da quel momento, ogni volta che doveva prendere una decisione importante, Alice consultava Paul.
A poco a poco il bar si riempie. La musica si alza e i muri sono inondati da lampi di luce. Alice si lascia trascinare dal ritmo, stringendo un altro bicchiere fra le mani. È mezzanotte quando finalmente il dj mette su la dance. I corpi si dimenano al suono di Get It Right degli Y.A.S. Hussein guarda Alice allontanarsi dal bancone per ancheggiare sulla pista con le mani in aria. I lunghi capelli ondeggiano prima da un lato poi dall’altro, e Hussein si chiede chi sia quella ragazza che, dopo aver buttato giù quattro doudou, balla sola la sera. “Let it laugh, let it crash”. La voce vellutata di Yasmine Hamdan si sovrappone ai ronzii elettronici e tutti ripetono in coro: “Let it laugh, let it crash”. Alla fine del suo turno, Hussein si passa una mano tra i capelli e cerca Alice con lo sguardo.
Invano. È sparita. Non l’ha vista uscire. “Let it shine on, let it die”.
Alice esce dalla porta sul retro senza salutare Hussein. Non sa mai cosa dire quando arriva il momento di lasciarsi. Entra in un bar, poi in un altro, si ferma a guardare le persone che si abbracciano, ridono a crepapelle, camminano incespicando, parlano troppo forte. Una sensazione di vuoto la invade.
Si sente estranea alla scena, come se un vetro la separasse da ciò che vede. Continua a camminare tenendo l’ultima sigaretta fra le dita. Fa girare la rotella con il pollice che si arrossa, ma l’accendino si rifiuta di funzionare. Non fa più clic, si sente solo il sibilo del gas che fuoriesce. Nulla per rischiarare la notte.
Alice traccia il suo cammino nell’oscurità allontanandosi dalla festa. Quella mattina era ancora a Parigi, nell’appartamento snobbato dalla luce. E ora, attraversa questa città le cui strade le sembrano già familiari. Cammina senza meta da quando ha lasciato Gemmayzé, poi decide di seguire rue de Damas, la Linea verde. Durante la guerra civile quella linea tagliava in due la città: a ovest, i quartieri musulmani, a est, quelli cristiani. Ha letto decine di articoli a riguardo. La Linea verde: gli abitanti sono fuggiti e la vegetazione l’ha invasa. Nelle foto di Paul, si vedevano alberi cresciuti un po’ ovunque, grandi alberi folti di un verde brillante.
Alice cammina per un’ora, legge i nomi delle vie, tenta di ricomporre i quartieri. Lo sguardo diretto ai piani alti dei palazzi. Gli alberi si erano fatti strada attraverso le finestre, fin negli appartamenti disertati dai loro inquilini. Si chiede chi li abiti oggi. Da che parte stavano quelle famiglie durante la guerra? Quali paure le tormentano ancora la sera? E poi, sfinita dalle domande che le frullano in testa, Alice si ferma alcuni minuti a osservare il cielo. È un’abitudine di quand’era bambina. Ogni sera, prima di dormire, cerca la Luna con lo sguardo. Intorno all’astro perlaceo brillano le stelle, guardiane silenziose di tutte le storie mai raccontate. Fin dai primi giorni a Beirut, Alice vaga per la città. Ama l’ebrezza dell’ignoto, l’euforia delle prime volte. Può finalmente parlare arabo, dopo averlo studiato per anni ai corsi serali. Le persone si stupiscono della sua padronanza linguistica, le chiedono da dove viene, se in fondo, a cercar bene, non abbia un po’ di sangue libanese. Col passare del tempo, finisce per dire che sì, forse viene anche un po’ da qui, chissà.
Il proprietario dell’appartamento che ha affittato è un ex architetto. Le racconta che, negli anni Novanta e Duemila, condomìni nuovissimi sono spuntati un po’ dappertutto, come a nascondere le tracce della guerra. Solo poche famiglie sono riuscite a battersi per salvare la propria casa. La collina verde di Beirut è diventata una montagna biancastra sulla quale il cemento cresce come le ortiche.
Da quando ne hanno parlato, per Alice la città è come un puzzle di cui sta ricostruendo l’immagine.
C’è la Beirut festosa, la Beirut della guerra, la Beirut delle comunità, la Beirut ricca. La città ha in sé qualcosa di inafferrabile che affascina Alice. Da quando è arrivata, ogni fine settimana corre lungo la strada panoramica, l’album degli Y.A.S. nelle orecchie. Alice guarda Beirut sfilare come un film accelerato. Costeggia il lungomare, gli occhi assorbiti dalle onde che si infrangono sugli scogli.
Correre le regala un senso di pace. I pensieri che si agitano confusi trovano finalmente un ordine. Le sembra di rimbalzare sull’asfalto. Quando corre, Alice si sente invincibile.


Hajar Azell è nata a Rabat nel 1992, Hajar Azell non aveva ancora vent’anni quando, tra il 2010 e il 2011, la ‘primavera araba‘ infiammò le strade di Tunisi, Il Cairo, Damasco e Algeri, prima che le speranze che aveva suscitato fossero spazzate via o represse nel sangue. Oggi Hajar vive tra Parigi e Rabat; ha dato vita alla rivista www.onorient.com, che celebra lo slancio creativo del Nord Africa e del Medio Oriente.

Limoni neri

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Foto di Kássia Melo: https://www.pexels.com/it-it/foto/mare-navigando-nebbia-vista-sul-mare-18776745/

Foto di Kássia Melo

di Francesca Coppola

L’estate in cui si fece donna, Cora raccoglieva mozziconi sulla spiaggia. Li fumava di nascosto sul retro di una barca. Polvere e salsedine.

La notte di San Giovanni, si scioglievano tavolette di piombo per interrogare il futuro. A lei non importava, faceva il bagno il ventiquattro di giugno.

«Cosa fai?» le chiese inclinando la testa.

La ragazza sobbalzò. Le cadde il mozzicone, un segno grigio su un angolo del piede.

«Ah ah ah, che bambina!»

Cora si alzò ma il giovane la bloccò.

Neanche lei sapeva perché si fosse nascosta dietro la barca dello zio di Nevio.

Gli undici pescherecci erano in rimessa sulla spiaggia. Nello stretto fra i due palazzi del Corso si rivendicava da cinquant’anni lo spazio destinato ai bagnanti.

«Il polipo ha nove cervelli e tre cuori» disse la ragazza, ricordando di averlo letto da qualche parte.

Il ragazzo fece una smorfia divertita. «Sei fuori di testa ma…»

«E allora?» rispose Cora.

«Sei carina» e le toccò i capelli.

Un vento leggero, il mare liscio. Nel buio gli occhi di Nevio erano ancora più scuri. Si mormorava non ci fossero labbra che lui non avesse toccato.

«Ma fammi il piacere…» rise.

Cora si allungò verso l’acqua ma vide il busto di San Giovanni galleggiare in mare. Solo lui poteva farlo. Un avvertimento che, negli anni, era diventato un canto. Lo si intonava ai bimbi, la sera. Veniva usato per mettere paura ai ragazzi che entravano in acqua di notte. I vecchi lo avevano appreso da tempo, dalla sera dei limoni neri: un rito nato tra le reti dei pescatori quando si incagliavano contro gli scogli e i pesci morivano prima di arrivare a riva.

Erano trascorsi diciassette anni dalla notte in cui partirono dodici imbarcazioni.

“Non si cambiano i nomi alle barche” avevano detto gli altri pescatori al padre di Nevio. La moglie aveva sciolto il piombo per scoprire se avrebbero avuto figli, lui aveva sognato i limoni neri. Erano sposati da sei anni, la pelle cotta dal sole. I limoni piccoli e scuri rappresentavano i bimbi che avrebbero avuto. Così Pandemonio prese il nome di Limone nero, auspicio di prosperità.

Partirono la notte di ferragosto, il mare non raccoglieva preghiere. Un lampo preannunciò la mareggiata. Gli uomini cercarono di mantenere la rotta ma dall’acqua salì il tanfo di alici marce.

La mattina seguente le undici barche tornarono in fila indiana, come a un funerale.

«Allora sei frigida» le disse.

«Ti piacerebbe, vero?»

«E perché mai?»

« Nessuno può resistermi.»

«Gne, gne, gne».

Cora non aveva capito.

Il padre di Nevio non fu mai ritrovato. Da quella notte i limoni caduti dagli alberi vennero rinchiusi nei barattoli di vetro e stipati all’interno della cupola costruita al posto della barca scomparsa. “Il mare non dimentica, prende sempre ciò che è suo”, diceva lo zio.

Per i due mesi successivi le reti calate in acqua restarono vuote.

Fino a quando la moglie dell’uomo scomparso scoprì di essere incinta di Nevio.

Ogni anno, il ventitré giugno a mezzanotte, la gente si inginocchiava davanti al falò, stringendo fra le mani piccoli oggetti di piombo.

Cora aveva provato a interpretare il futuro. Si erano formati dei cuori. Avrebbe voluto sapere dei sogni che faceva, del sangue dalla bocca e del mare che scompariva quando provava a bagnarsi. A volte spostava la frangia dagli occhi, per sentirsi più grande. Due settimane prima, aveva messo il blush sugli zigomi e aveva spento quindici candeline.

«Ha qualcosa di magico la processione, non è vero?» le chiese.

«Boh! L’odore di bruciato mi inquieta.»

«Tuffiamoci allora» propose il ragazzo.

Cora sentiva il cuore saltare come una pietra nell’acqua.

«Se non mi avessi fermato, lo avrei fatto» rispose seccata.

«Il mare è tuo». Nevio restò fermo sulla riva. Gli occhi fissi su di lei.

Il falò non era lontano, le spighe bollivano nei bidoni neri, i gabbiani erano statue sulla scogliera.

La ragazza prese un respiro e si bagnò i piedi. L’acqua era calda come se qualcuno l’avesse già attraversata. Fece un passo indietro. Sotto la superficie qualcosa si mosse. Piccoli limoni neri risalivano dal fondo. Uno dopo l’altro, oscillando. Ne sfiorò uno con la punta del piede: questo si sollevò lento, fino a toccarle la pancia. Cora serrò gli occhi e il mare lesi richiuse intorno. Tremò. I capelli si distesero, le mani aderirono ai fianchi. Trattenne il fiato. Quando riemerse i suoi occhi erano diventati scuri come quelli di Nevio.

Outre-mer

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di Guido Giuliano

“Non dire di alcun mortale che è felice prima che abbia varcato il suo ultimo giorno.” 

Sofocle, Edipo re

Michel-Gazi Bretodeau guarda il mare e non lo vede. I suoi occhi vanno oltre l’orizzonte e il cielo. Due spilli neri piantati in un giovane viso di métis. Sul ponte della nave mastica rabbia e salsedine mentre la camicia azzurra aperta sul petto litiga col vento. Tra i piedi un borsone di tela, stretto nel pugno destro affondato in tasca un oggetto di metallo sottile.

Il cargo sul quale si è imbarcato a Mahé lascia dietro di sé una scia di spuma come una cicatrice tra le onde, finché supera Pointe des Galets e attracca a Le Port.

Grattacieli di container, baracche, gru e, lungo le banchine, imbarcazioni battenti bandiera francese. Non è poi così diverso dal porto commerciale di Marsiglia, dove è cresciuto respirando carburante e alghe marce.

Si avvicina al chiosco in legno di un’agenzia che affitta auto. Dietro il bancone un’impiegata dai tratti asiatici mangia pollo al cocco da una vaschetta di plastica e gioca un solitario sul computer dondolando la testa al ritmo di una maloya trasmessa alla radio. Quando si vede porgere le chiavi di una vecchia Peugeot e una pianta stradale sulla quale si legge: “Bienvenue à La Réunion!”, il ragazzo le chiede indicazioni per Saint-Denis.

Désolé monsieur,” risponde l’altra continuando a masticare, “cette semaine les rues les plus directes sont fermées pour travaux. Vous devrez faire un détour plus long.”

MichelGazi si trattiene dal dare un calcio al bancone e torna a stringere quel piccolo oggetto di metallo che ora gli pare di sentir bruciare in tasca.

Un dito ancora ancora un pounto di pollo gli indica sulla cartina il percorso alternativo. Dopo un tratto verso sud lungo la costa, dovrà tagliare nell’interno, per poi affacciarsi sulla riva opposta e risalire a nord.

Mais l’île est petite et vous arriverez en tous cas avant le soir.”

Compra un piccone e una pala in una ferramenta alluscita del porto. Li soppesa per qualche istante. Poi li butta nel bagagliaio e richiude il portellone.

Saint-Paul, Saint-Leu, Saint-Louis. Quasi tutte le città sul mare portano nomi di santi, ma ovunque moschee, templi buddisti e induisti sorgono impassibili accanto alle chiese. I volti che scorrono oltre i finestrini sono mosaici di discendenze malgasce, europee, indiane e cinesi. È in questa goccia di Africa che Parigi ha incontrato Bombay sulla strada verso Pechino.

Per le vie del centro facciate colorate di case in stile coloniale si mescolano a bettole che sfoggiano grandi insegne ridicole nel tentativo di richiamare boutiques e locali della Ville Lumière. Nel vento caldo, odore di fritto e di rum alla vaniglia, donne in abiti sgargianti e auto di seconda mano.

Tra un santo e l’altro la strada scivola accanto all’Oceano Indiano. Michel-Gazi si lascia alle spalle lunghe spiagge di sabbia bianca dove le onde si mettono in fila per frangersi sulla barriera corallina: il genere di panorami che catturano i turisti dalle vetrine delle agenzie di viaggi. Ma Michel-Gazi Bretodeau non è un turista, passa oltre e non li vede, mentre le ruote alzano polvere sull’asfalto. Per lui la bellezza che sta attraversando è una contingenza irrilevante, la strada da percorrere non è altro che una distanza da azzerare al più presto, un ostacolo tra sé e un cimitero a Saint-Denis.

Già a Mahé aveva cercato un cimitero. Quello nel quale era convinto di trovare su una lapide il nome del padre, ma, una volta lì, aveva scoperto che i suoi resti erano stati buttati in un ossario, come ci si disfa degli scarti del pesce dopo una cena. Soltanto questo aveva saputo guadagnarsi in tutti gli anni sperperati lontano da casa quell’Ulisse incapace ubriaco di sogni sbagliati.

Francese di Marsiglia, Pierre Bretodeau era partito giovanissimo per il Burkina Faso, assunto da una multinazionale come coordinatore responsabile dell’attività estrattiva in una miniera d’oro. Ed era vissuto lì fino a quando una sua imperizia aveva causato un incidente, il crollo nel quale erano morti alcuni minatori, tra cui Gazi Sanou, padre di Akanke, la ragazza quindicenne dalla quale aspettava un figlio. Licenziato, tornò a Marsiglia portandola con sé e trovò lavoro alla dogana del porto. Michel-Gazi aveva quattro anni quando suo papà iniziò a trascorrere le serate fuori giocando d’azzardo. La madre non riuscì o non volle mai integrarsi nel Paese dove era sbarcata orfana, seguendo l’uomo che le aveva ucciso il padre, ma iniziò a fare in casa piccoli lavori di rammendo e cucito per riuscire a restituire quanto gli strozzini venivano a pretendere dopo aver prestato a Pierre i soldi che giocava. E Pierre perdeva quasi sempre. Ma una notte vinse da un uomo a cui mancava l’occhio sinistro – un disgraziato di passaggio che disse di non possedere altro – una piastra d’argento che recava inciso un codice. Lo stesso oggetto che vent’anni dopo Michel-Gazi e sua madre ricevettero per posta il giorno in cui arrivò da Mahé un plico con i documenti, i pochi effetti personali e il certificato di morte di Pierre. La stessa piastra che ora viaggia nella tasca di un ragazzo su una vecchia Peugeot, mentre da una strada costiera de La Réunion svolta verso nord-est, in direzione delle foreste e dei vulcani dell’entroterra.

Nel consegnarlo a Pierre, l’uomo gli aveva raccontato la storia del medaglione e lui, raccolti dal cassetto gli ultimi quattro soldi che c’erano in casa, aveva lasciato Akanke e il bambino in quella stanza che dava sul porto, forse cogliendo l’occasione per fuggire da una vita che per nessuno era stata una scelta. Stregato come chissà quanti altri prima di lui, era partito per le Seychelles con gli occhi e il sorriso di un pazzo, certo di avere tra le mani le più belle carte che la vita avrebbe mai potuto riservargli e con la presunzione che sarebbe stato in grado di decifrare le diciassette righe di quel crittogramma. Una scrittura iniziatica forse legata al simbolismo massonico, allo zodiaco o alla Chiave di Salomone.

La piastra d’argento era appartenuta a Olivier Levasseur, ufficiale di marina, poi corsaro ai Caraibi al servizio della Corona di Francia sotto il Re Sole e infine pirata nell’Oceano Indiano, quando, al termine della guerra di successione spagnola, aveva rifiutato di cedere il comando della propria nave e di rientrare in patria. Si era guadagnato il soprannome di “La Buse”, “La Poiana”, per il naso adunco e l’abile ferocia con la quale attaccava le sue prede. Un colpo di sciabola lo aveva reso cieco da un occhio, ma non aveva fermato le sue ali veloci.

Un giorno d’aprile del 1721 la poiana volò in picchiata su Nossa Senhora do Cabo, un galeone portoghese che tornava dall’India verso Lisbona. A bordo il Viceré, il vescovo di Goa e il tesoro della sua cattedrale. La Buse si impossessò del carico senza sparare un colpo. Pochi giorni prima, per salvarla dal naufragio durante una tempesta, i marinai avevano ricevuto l’ordine di buttare a mare i settantadue pesanti cannoni di cui era armata la nave. Quando La Buse la sorprese, Nossa Senhora do Cabo era ferma in una baia a la Réunion con le vele ammainate, mentre l’equipaggio riparava le falle che la burrasca aveva aperto nelle fiancate. Una lepre ferita senza vie di fuga.

Nella stiva sete, gemme, metalli preziosi, forzieri pieni di monete e poi reliquie e oggetti sacri, tra i quali l’enorme Croce fiammeggiante della Cattedrale di Goa in oro massiccio. Ci vollero tre uomini per caricarla sulla nave di Levasseur.

La Buse aveva tra gli artigli uno dei più grandi tesori di tutta la storia della pirateria, ma non aveva modo di goderne. L’Olivier di un tempo, l’ufficiale di marina nato a Calais, il corsaro che era stato o un qualunque onesto suddito di Sua Maestà avrebbe potuto acquistare palazzi, cavalli, carrozze e poi avere servi, organizzare balli e banchetti. Ma non l’Oliver pirata. Come può un fuorilegge sempre in fuga da una costa allaltra sfruttare una ricchezza simile vivendo per mare? Solo tornando a essere un borghese rispettabile, solo chiedendo l’amnistia offerta dalla Corona francese ai pirati dell’Oceano Indiano che avessero rinunciato alla loro attività.

Nel 1724 Levasseur inviò un messo al governatore dell’isola de La Réunion per contrattarne i termini. La risposta non potè soddisfarlo: la Francia era disposta a concedergli il perdono, ma il prezzo che chiedeva in cambio era proprio il tesoro di Nossa Senhora do Cabo. A una poiana non serve il perdono se gli viene tolta l’unica ragione per la quale lo ha chiesto.

Nell’attesa di decidere in quale direzione volare, scese a terra per nascondere tutte quelle ricchezze in una qualche isola. Molti dicono a Mahé. Ma, quando si posa, un predatore può diventar preda. Fu catturato vicino a Fort Dauphin, in Madagascar, e condannato a morte.

Per un bizzarro dispetto del caso, quella che avrebbe potuto essere la sua più grande fortuna lo portò alla forca proprio là dove l’aveva incontrata, a La Réunion. Olivier Levasseur fu impiccato per pirateria a Saint-Denis il 7 luglio 1730 alle cinque del pomeriggio.

Pochi istanti prima dell’esecuzione, come un attore consumato salito sul palco per la sua ultima replica, dal patibolo lanciò tra la folla accorsa a vedere lo spettacolo il medaglione che aveva al collo, gridando: “Trouve mon trésor, celui qui saura le comprendre!”

Dicono che il suo cadavere sia stato esposto appeso in riva al mare, che in seguito sia stato sepolto in una fossa sulla spiaggia sotto la linea dell’alta marea e quindi del suo corpo si sia persa ogni traccia.

Nel cimitière marin di Saint-Paul esiste però una tomba con una croce di pietra sulla quale sono incisi un teschio e due ossa incrociate. A lato si vede un piccolo cannone e dall’altra parte un cartello nero in metallo:

Olivier Levasseur
dit
La Buse
Pirate
des mers du Sud

Un monumento celebrativo alle sue imprese, un’eco della sua leggenda. Turisti e appassionati di storie sui pirati vengono a lasciare sulla lastra sepolcrale biglietti, monete, fiori e collane. Ma talvolta compaiono anche targhe di remerciement, sigarette e bicchieri di rum lasciati da gente del posto durante rituali di magia nera.

Peccato che il cimitero sia stato costruito quasi sessantanni dopo l’esecuzione di Levasseur. Peccato che quella tomba sia comparsa solo nel 1970. Peccato sia vuota. E peccato sia nel posto sbagliato.

Michel-Gazi questo lo sa, perché lo sapeva suo padre.

Pierre non riuscì mai a decifrare il crittogramma di La Buse, ma, dopo aver scoperto su alcuni scogli della costa sud di Mahé graffiti scritti forse nello stesso alfabeto, si convinse di aver individuato l’area nella quale concentrare le proprie ricerche. I suoi trascorsi di responsabile dell’attività estrattiva nelle miniere in Burkina Faso gli consentivano di muoversi con agio nell’ottenere autorizzazioni ufficiali per procedere agli scavi, aprire cantieri, assoldare manodopera locale, affittare metal detector ed escavatori. A ogni fallimento lui aumentava il raggio delle sue illusioni, mentre diminuivano i mezzi che aveva a disposizione, così come il numero delle persone che volessero ancora lavorare per lui. Finché rimase da solo, con una pala, un piccone e una bottiglia di rum.

Nei primi anni tornava a casa per Natale, talvolta anche per il compleanno di Michel-Gazi, poi soltanto quando aveva finito i soldi, per prenderne altri dal cassetto di Akanke. Diversi gli occhi, scuri, di straccione. Il giorno in cui non gli restò nemmeno di che comprarsi il biglietto per Marsiglia, i soldi iniziò a farseli mandare.

Dapprima, attraverso racconti di avventure in luoghi esotici e promesse sempre rinnovate di un imminente ritorno con ricchezze favolose, l’eroe faceva sognare il bambino. Quindi, con le sue assenze e le continue richieste di denaro, l’egoista sordo ai suoi doveri e agli affetti familiari accendeva la rabbia nel ragazzo. Infine la solitudine e la miseria che il fallito non poteva più nascondere proiettavano nel giovane uomo un’ombra di pietà che attutiva appena il suo rancore e lui avrebbe preferito non provare.

Chissà se a quel punto suo padre avesse già capito che per lui non sarebbe mai arrivata la mano vincente, ma avesse ritenuto meno disonorevole bluffare raddoppiando ancora la posta, piuttosto che lasciare il tavolo, tornare a casa e ammettere davanti a chi l’aveva visto partire di aver perso anche quella partita.

Dopo vent’anni trascorsi cercando il tesoro di Goa, Pierre Bretodeau, esaurita ogni risorsa e lasciati alla moglie e al figlio nientaltro che debiti, crepò di cirrosi sullisola di Mahé.

Per un bizzarro dispetto del caso, come già era accaduto a Levasseur, quello che all’inizio gli era parso il più grande colpo di fortuna della sua vita aveva avuto come esito ultimo la morte.

Akanke, appassita anzi tempo per la fatica e gli stenti, con la stessa rassegnazione con la quale aveva seguito il marito dal Burkina Faso alla Francia, di lì a poco lo aveva raggiunto anche in quell’altro Paese, il più lontano, l’ultimo. Solo dopo averla sepolta, Michel-Gazi aveva deciso di partire.

A Mahé, nello scoprire che suo padre non aveva nemmeno una tomba sulla quale potesse sputare, aveva di nuovo provato pena per colui che credeva di odiare e dentro di sé aveva dirottato il capitale di rabbia accumulato nel tempo verso chi, lanciando come una maledizione quel medaglione alla folla, per quasi trecento anni aveva illuso e portato alla rovina chissà quanti altri Pierre Bretodeau.

Aggrappandosi a un particolare tra tanti nelle favole narrategli dal padre quando era bambino, si era imbarcato sul primo cargo che partisse per La Reunion, con l’intenzione di vendicare oltre a lui, anche la madre e sé stesso. Una sera, uno degli uomini con i quali aveva scavato, dopo molti, troppi, bicchieri di rum perché lo si potesse prendere sul serio, aveva raccontato a Pierre una storia: nella sua famiglia si diceva che il cadavere di Levasseur, raccolto dal suo secondo in un gesto di deferente pietà, fosse stato tenuto nascosto per anni e poi sepolto tra i senza nome in un cimitero sul mare a Saint-Denis.

Tra il Piton des Neiges e il Piton de la Fournaise, che quando vuole riversa ancora nell’oceano il suo carico di fuoco, si distende come un corridoio la regione percorsa dall’unica strada che attraversa per intero La Réunion. Su questa, ora Michel-Gazi si inerpica con la sua Peugeot in mezzo a monti e foreste pluviali. La vegetazione sempre più intricata inghiotte l’auto tra felci arboree e tamarindi, lungo crateri di vulcani o strapiombi nati dal crollo di originarie camere di lava sotterranee. Il verde scurissimo è interrotto dai nastri d’argento delle cascate che talvolta rimbalzano direttamente sull’asfalto e come improvvise tende d’acqua coprono per qualche secondo il parabrezza di chi le attraversa.

Il ragazzo supera i piccoli centri urbani dell’interno, quelli in cui si stabilirono per primi gli schiavi malgasci o africani fuggiti dalle piantagioni di vaniglia, caffè e canna da zucchero. In questa zona un tempo inaccessibile, adesso Michel-Gazi può comodamente fermarsi in un Leclerc dove comprare per pochi euro un panino alla salsiccia rougail e una Pepsi-Cola. Nel parcheggio del supermercato alcune rane saltano tra i resti di quelle schiacciate dalle ruote delle auto, millepiedi giganti dormono sotto le rocce nelle aiuole, mentre enormi ragni gialli e neri catturano zanzare nelle loro tele filate tra i carrelli della spesa.

Sceso sulla costa orientale, lungo la strada che lo riporta verso nord, incontra altri santi: Saint-Benoît, Saint-André, Sainte-Suzanne, Sainte-Clotilde.

Tra una città e l’altra frangipani e zuccherifici si inseguono fino a Saint-Denis. Onde di spuma e perle dacqua battono grandi rocce nere sulle quali talvolta alcune iscrizioni ricordano persone scomparse in mare.

Quando arriva al cimitero il sole sta tramontando e il guardiano ha già chiuso i cancelli. Michel-Gazi lascia l’auto sul lato verso Rue du Cimetière de l’est, prende dal bagagliaio la pala e il piccone e scavalca senza fatica il basso muretto di cinta.

Nella parte nord i ricchi riposano in cappelle di basalto scuro tra vialetti curati, a sud tombe modeste si accalcano senza ordine. Cammina rapido guardandosi attorno finché trova la zona più vecchia del camposanto, quella dove erano accolti clandestini, schiavi, stregoni il cui nome non andava nemmeno pronunciato e cadaveri di naufraghi che il mare aveva riportato a riva. Chi ha per epigrafe un sole e una luna, chi un serpente, una tartaruga o uno squalo, chi un’ancora o una rosa dei venti, ma tra le tombe coperte di muschio e senza nome ce n’è una rivolta verso il mare, sulla cui pietra sepolcrale è inciso un uccello con le ali spiegate. Michel-Gazi le spezza, spaccando la lastra col piccone. Il rumore dei colpi fa eco ai rintocchi cupi di un campanile in città. La poiana non vola più.

Sposta i frammenti di pietra e pianta la pala nel suolo compatto. Scavando scopre lo scheletro di due mani che trattengono sul petto l’impugnatura di una sciabola. La terra ha colmato le orbite nel cranio, ha riempito la bocca dietro le arcate dei denti, tra le coste ha preso il posto dei polmoni e del cuore, ha inondato il bacino.

Raccoglie la sciabola. Incise sull’elsa due lettere: O. L.

Michel-Gazi ora ne è sicuro. Vibra di rabbia e soddisfazione mentre nell’alito caldo della notte si toglie la camicia azzurra e riprende il piccone per sbriciolare quel che resta di un uomo vissuto di violenze e rapine, un assassino diventato leggenda che, nonostante tutto, a differenza di suo padre, una tomba ce l’ha.

Ripensa a se stesso bambino, ripensa alla madre, a quegli anni trascorsi aspettando che a Natale tornasse prima l’eroe, poi l’egoista e quindi il fallito che, oltre alla propria vita, stava spendendo anche quelle della moglie e del figlio.

Schegge dosso schizzano via sotto i suoi colpi, ma a un tratto, tra le coste spaccate, dietro lo sterno, dove poteva esserci il cardias, un oggetto scintilla sotto la luna. Si inginocchia per prenderlo. È una piastra d’argento simile a quella che ha in tasca, ma forata. La Buse poteva averla inghiottita poco prima di salire sul patibolo. Una copia? No. Sovrapponendole per confrontarle Michel-Gazi si accorge che con uno scatto si incastrano in un’unica posizione possibile. Attraverso le fessure della seconda ora si legge sulla prima un messaggio inequivocabile: una serie di numeri. Delle coordinate.

Ovvio che suo padre e nessuno prima di lui fosse mai stato in grado di decifrare quell’alfabeto misterioso, quelle diciassette righe in codice che da sole non volevano dire niente. Non una scrittura iniziatica, ma un escamotage pensato allora secondo lo stesso banale principio per cui oggi si tiene il PIN separato dalla carta di credito. Il lancio sprezzante dal patibolo era stata solo un’esca, una beffa volta a trarre in inganno chi per quel tesoro lo aveva impiccato.

Sul Cimetière de l’Est gridando striduli volano in cerchio i pipistrelli. Michel-Gazi guarda i numeri sulle piastre d’argento ora ricongiunte e le labbra scoprono i suoi denti di maiolica in un sorriso di luna. Negli occhi la luce di un pazzo, la stessa che aveva visto in quelli del padre il giorno in cui era partito la prima volta andandosene oltre il mare.

Pianta la sciabola di Levasseur nel trito di terra e ossa rotte con l’elsa girata in modo che si leggano le iniziali. Salta di nuovo il muro di cinta e corre via.

Nella notte, lieve e continuo lo sciabordio delle onde.

 

“L’amore malfatto”, il progressismo esorbitante di Giusy Sardella

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di Carola Susani

Giusy Sardella, L’amore malfatto, Fazi 2026

L’amore malfatto di Giusy Sardella è molto altro rispetto a quello che appare a un primo sguardo. Certo è la storia di un coro di personaggi, molto ben raccontati, vividi, che abitano in Abruzzo alla fine della seconda guerra mondiale. Angela, zoppa, la gamba deforme, per via della polio contratta da bambina, Isolina, beccamorto e ostetrica: due donne acute, la cui stessa condizione porta a opporsi allo stato delle cose, se non altro a fare attrito. C’è poi Nino, per il quale le due donne hanno uno sguardo di protezione e attesa, Isolina ne è l’ostetrica, Angela la zia. Nino è ermafrodita ed è stato fatto crescere da maschio, ma ora, alla soglia della pubertà, è segregato in casa dal padre e dalla madre chiusi nell’angoscia per un segreto non più sostenibile. Questo è il nodo che dà avvio alla storia. Attorno a loro, Italia, madre di Nino, Alfonso, suo fratello, Bernardo, il padre, Gaetano (personaggio bellissimo, un mediocre in perenne fuga da se stesso), e così via, una gran quantità di personaggi, notati anche solo per un tratto ma mai con distrazione. C’è una conoscenza dell’umano, della sua propensione all’obnubilamento, all’incantarsi di fronte al disgustoso o anche solo di fronte alla stranezza, bella perché senza paura.

Non a tutti i personaggi principali ci si avvicina allo stesso modo, alcuni sono guardati da fuori o da lontano, la voce della narratrice risuona pienamente in Angela e soprattutto in Isolina. Sembrerebbe la trama di un libro che si legge senza inciampi, progressista, dove le donne mettono in discussione la società, dove la disabilità, l’ermafroditismo e altre condizioni non conformi alle aspettative culturali vengono messe a tema in chiave di giustizia negata, fino all’ineluttabile esito tragico.

Un bel libro affabulatorio che se ti acchiappa difficilmente riesci a mollare. Peppe Stamegna, che come me conosce Giusy Sardella a partire da un racconto fantastico, Il pesce Fred (uscito su Linoleum, la rivista online che Giusy ha fondato con Elena Panzera), esilarante e crudele, recensendo il libro positivamente ha scritto sul suo blog Memoriette & favole che qui la narratrice ha boicottato la scrittrice. Se si confrontano le due opere istintivamente si è portati a dargli ragione. La scrittura nell’Amore malfatto è trascinante, in più si piega all’oralità, costruisce l’atmosfera di un parlato che si vuole contadino, gioca con il dialetto senza mai scivolare oltre la soglia della comprensibilità; funziona molto bene con un lettore, una lettrice che abbia voglia di lasciarsi trasportare dondolando.

Eppure, ci accorgiamo che qualcosa spinge, rende inaspettata qua e là una riga, già a pag.2: “Uno strusciare, scavare, frugare nel dirupo l’aveva tenuta sveglia fino all’alba e un nervosismo dalla gamba era sceso come un prurito verso il basso”, in cui la similitudine abbassa inaspettatamente il nervosismo in prurito, un prurito animale, preparato da tutto quello strusciare, o anche, a pag.39, e questo è Bernardo, che: “Pareva ammorbare l’aria con le parole: gli uscivano dalla bocca e volavano per aria come i frantumi di carne e sangue quando, nel macello, l’accetta spacca le ossa”. Sembra che paragoni e similitudini stiano lì a contenere un’energia che altrimenti potrebbe montare. Ma anche, inaspettate intuizioni sensoriali, “Alfonso, disteso, sentiva l’umidità della terra come fosse il proprio sudore” (pag.164). L’amore malfatto è un romanzo in cui il corpo è sede di effetti e li produce, un romanzo di sensi, di orecchio, di olfatto, di tatto. I personaggi prendono consistenza a partire dai dati fisici, la gamba di Angela; dalle idiosincrasie, il disgusto di Gaetano per tutto quello che non è pulito, preservato, che si capovolge nella travolgente passione per la gamba deforme di Angela.

Anche su un piano diverso, quello delle scene, ci sono dei momenti di energia così intensi che rompono le aspettative che abbiamo sul romanzo storico dell’oppressione sociale e ci portano in tutt’altro territorio: il ballo sfrenato di Angela e Nino attorno alla radio, un ballo nuovo, deforme, per creature deformi e galvanizzate a dispetto; l’ansia di Gaetano nell’avere a che fare con il volatile caro a sua madre e con le sue deiezioni; le rane pulsanti che giunte in casa di Isolina da chissà che pantano risolvono un parto disperato; l’allegria esplosiva dei centrini. Quando l’energia vince sulla struttura, ci sono immagini che fanno pensare alla scrittrice catalana Merce Rodoreda e desiderare che Giusy Sardella si lanci a capofitto, rompa gli argini.

L’umido, il sensoriale, il denso, l’enigmatico ci portano nel livello intermedio, quello che indica nel libro la presenza del realismo magico, di uno spirito della terra che si manifesta, di una magia ctonio, naturale. Potremmo fermarci qui, di nuovo lasciarci trasportare nel già noto, ma forse faremmo un torto a Giusy Sardella, che sì, parla della natura, ma della natura, della condizione dei viventi, ha sua una visione. Qui la natura non è il sostrato atavico e selvaggio che emerge brumoso dai recessi, non esattamente, non soltanto. L’idea di Sardella tiene insieme vitalità, evoluzione e sviluppi più prossimi della scienza, quanti e stringhe. Questa natura è vitale, sì, ma darwiniana, Darwin riletto alla luce di una passione sfrenata per il nuovo; in questa chiave, le deformità sono mutazioni e le mutazioni promettono un futuro inimmaginabile, la novità ben più radicale di quella arendtiana è la sua legge. Questa natura è anche uno scenario in cui l’osservatore cambia la realtà. Il miracolo stesso è continuamente e naturalmente iscritto nelle sue leggi. In questo senso sì, il libro di Giusy Sardella è un libro progressista, non di un progressismo pettinato che conosce già la forma del suo desiderio, ma di un progressismo esorbitante, un futurismo ctonio, appunto una novità.

Da “Verso a fronte”

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di Valerio Magrelli

[Questi testi sono tratti da una plaquette uscita nel 2023 per l’editore Stampa dal titolo Verso a fronte. In origine, i testi sono stati realizzati dall’autore per la rivista «il Reportage», testi in versi, ognuno dei quali accompagnato da un autocommento.]

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III

MAIALI

Sono stato a visitare dei maiali
in mezzo a un bosco,
ma non ho fatto neanche in tempo a vederli:
già trenta metri prima,
ci avvolse un fetore mortale.
Eppure non era un allevamento intensivo,
solo bestie, bestie allo stato brado.
La violenza era tale da farmi ricordare
una gita sull’Etna. Chiacchiere,
sole, allegria, fino a quando,
girando una cresta,
fummo investiti da un alito di zolfo.
Non era un odore cattivo,
piuttosto un morso chimico,
che non lasciava spazio
ad alcuna reazione.
Morte, era pura morte. E adesso penso
che animali e vulcani appartengano
a un mondo diverso dal nostro,
un mondo che respira in modo diverso,
protetto da una forza spaventosa.
Forse è per questo, forse è per vendicarci,
che stiamo distruggendolo.

*

Questi versi raccontano un’esperienza di assoluta alterità, anzi due,
visto che la prima evoca immediatamente la seconda, nel segno
disumano del fetore. Si tratta di una dimensione che la società odierna,
sterilizzata e igienizzata (aggiungo: per nostra fortuna) ha ormai
praticamente relegato alla sua periferia. Eppure, per secoli e secoli, la
sfera dei miasmi ha avuto una sua illustre tradizione. Ne è la prova la
quinta fatica di Ercole, consistente nel pulire le enormi stalle del re Augia
malgrado le insopportabili esalazioni dello sterco.
Ebbene, il testo mostra come lo stesso “fiato di morte” emani da
soggetti completamente diversi tra loro: prima degli animali, poi un
cratere. È come se, a distanza di anni, mi fossi imbattuto nella stessa
presenza sotto due diverse forme, riconoscendole però come provenienti
dalla medesima origine. La conclusione rappresenta il tentativo di trovare
un elemento che accomuni i due fenomeni, elemento che mi è parso di
poter individuare nella loro estraneità rispetto all’uomo. Quanto alla
conclusione, si tratta di una semplice riflessione sul nostro atteggiamento
predatorio nei confronti del mondo, che sembrerebbe essere
riconducibile (questa la mia ipotesi) proprio alla differenza che esso
oppone al sapiens.

*

VI

MODULI

Per me, compilare un modulo
equivale a subire un affronto.
Sono molestie, sevizie, sono Forche Caudine;
nel pc, poi, c’è addirittura un cronometro,
tanto per aumentare l’ansia.
Non solo devi farlo, ma devi farlo in fretta,
senza confondere password, codice utente o pin.
Infine, devi anche dimostrare che tu non sei una macchina,
bensì un uomo,
e devi provarlo a una macchina.
Ma se io sono un uomo, perché mi trovo qui?

*

Infinito è il dibattito su quanto abbiamo perso e quanto guadagnato
rispetto al passato. Nel mondo radioso, incontaminato di una volta,
vigeva una violenza incontrollabile, per non parlare della mortalità
infantile o della mancanza di anestesia. Come rimpiangere quei tempi
spaventosi? Eppure, una simile tentazione riemerge prepotente in me,
ogni volta che entro in contatto con la burocrazia e i suoi derivati.
Spesso, senza timore di esagerare, penso che non valga la pena vivere, se
per farlo si deve passare da un modulo. Nell’Unno e nel burocrate il gusto
per la sottomissione altrui, la brutalità dell’omicidio, il piacere del
sopruso, sono identici: hanno soltanto assunto forme diverse.

*

VII

BEL PASSATO

Accendo il cellulare di mattina
e mi trovo davanti una serie di foto
scattate qualche anno fa durante un viaggio.
La giungla, il paradiso, mia figlia che sorride:
sento una fitta al cuore.
Quanta felicità, e quanto lontana!
Poi però mi ricordo che quel giorno di merda
zoppicavo per un’operazione,
litigai con gli organizzatori,
litigai con mia figlia.
Ma perché, allora, tanta tenerezza retrospettiva?
Perché il passato è la nostra vita senza noi,
è il tempo con la museruola,
un tempo senza il morso del presente,
bello perché passato, perché assente.
Poi il telefono suona
e dolcemente riprendo a litigare.

*

Alla fine ho deciso di affrontare il mistero della nostalgia: come mai
le foto, nostre o dei nostri cari, emanano tanta dolcezza? Certo, le
scattiamo nei momenti di gioia, durante le feste o in vacanza. Certo,
racchiudono il segreto della morte addomesticandolo, rendendocelo
familiare. Eppure, c’era qualcosa che ancora non mi convinceva. Con
questi versi, ho cercato di avvicinarmi alla soluzione.
Almeno per quanto mi riguarda, la bellezza di quelle immagini, la
bellezza di una felicità distante, dipende molto semplicemente dalla sua
distanza, ossia dalla mia mancanza. Se guardando quei luoghi mi sento
così bene, è appunto perché oramai ne sono assente. Infatti, tranne
qualche eccezione, io sto bene soltanto dove non mi trovo più: ecco
perché il verbo “godere” andrebbe declinato solo al passato,
possibilmente remoto.

*

Immagine: Karel Du Jardin, Drie zwijnen bij een heg.

Béla Tarr e la dignità del crollo

2

 

 

di Luigi Menna

Vinicio Capossela ha colto l’esatta frequenza del cosmo di Béla Tarr fin dalle prime righe del suo reportage “Béla Ciao”, pubblicato il 21 febbraio 2026 sulle pagine culturali di Internazionale. Il cimitero di Fiumei út, l’attesa, i due mesi concessi al corpo per decomporsi e sparire prima del rito. Non si tratta di un ritardo burocratico. È l’ultima regia di un creatore che ha speso l’esistenza a filmare l’usura spietata del tempo sulla materia. L’incipit restituisce la temperatura clinica di una famiglia spirituale prima ancora che artistica.

Tarr, László Krasznahorkai e Mihály Víg non hanno mai ceduto alle lusinghe dell’intrattenimento. Hanno eretto un muro contro l’estetica consolatoria della nostra epoca, e lo hanno fatto mentre la narrazione globale accelerava verso il consumo rapido e la superficie. Loro ostinatamente scavavano nel fango. Krasznahorkai, con la prosa ipnotica e spietata che gli è valsa il Nobel nel 2025 come voce del terrore apocalittico, ha tracciato la mappa verbale di questo disfacimento. Víg ha dato corpo al folle in Cristo con le sue melodie circolari, al profeta da osteria che ride in faccia alla rovina di stato: il mozzicone di sigaretta tra le dita e la chitarra randagia. Tarr ha tradotto la loro voce in luce cinerea e piani sequenza interminabili.

All’interno di questa costellazione, l’autore ungherese rappresenta il rifiuto totale del compromesso. Ha costretto la macchina da presa a fissare il difetto fatale dell’Occidente: l’incapacità nevrotica di sopportare il silenzio e la fine. Il suo cinema esige la fatica fisica dello spettatore. Obbliga a guardare la pioggia cadere, la zuppa fredda consumata in silenzio. Obbliga soprattutto a sentire lo sforzo muscolare di camminare controvento sapendo che non c’è nessuna destinazione. È un Viaggio dell’Eroe ribaltato, dove il trionfo non consiste nella conquista della vetta, ma nella stoica resistenza alla forza di gravità.

Vinicio riconosce in Víg la medesima vis artistica, la stessa malattia. I capelli arruffati, la gravità dei gesti lenti. Un teatro ambulante. L’ubriachezza e il fumo denso di Budapest diventano l’unica carne possibile per opporsi all’anestesia asettica del presente. Ma è Tarr a consegnarci l’ultimo monito archetipico, costruito su un’arca visiva che rifiuta ogni speranza posticcia per preservare una lucida disillusione.

L’opera di Tarr non mirava a salvarci ma a restituirci la dignità del crollo, ad addestrarci a restare immobili davanti all’abisso per uscirne, a proiezione finita, meno vili.

Il vizio della narrazione contemporanea resta quello che il suo cinema ha diagnosticato: l’ossessione per la velocità e l’evitamento del trauma, la pretesa che ogni storia debba risolversi senza lasciare lividi. Chi accetta questa diagnosi sa che la risposta non passa dal compromesso estetico. Passa dal rifiuto di rassicurare. Dalla fatica fisica di restare fermi mentre il vento soffia e nessuna destinazione appare.

 

La mano del mondo

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di Marco Di Pasquale

 

affannarci in una curva alle spalle di cui ci siamo liberati, staccando con una pedalata folle le foglie, il risucchio del brecciolino, la fosse d’asfalto che potrebbe ingoiarci
le gambe sforzano in salita, la velocità s’ingolfa del dubbio che si fa materia nelle bocche mascherate
dell’anziano col maglione verde marcito per ogni stagione, della bambina che ci fissa senza averne mai saputo il nome, della commessa che svaga l’angoscia a minimi passi verso il supermercato

 

*

 

negli incontri sfiorati avremmo potuto
spostare una spalla mostrandoci disposti
al contatto, a chiarire gesti fraintesi
aprendo un rito di parole, cortesie da tè
commentando pasticcini a sfoltire
la diffidenza – sarebbe parsa la distanza
solo una trappola a cui ci congratulavamo
di essere sfuggiti
invece le occasioni
sono tutte sfumate, il tè freddo nel lavandino
neanche una briciola è stata morsa e per le scale
non ci concediamo l’educazione di un cenno
un attestato di esistenza

 

*

 

ogni volta che parte lo scatto
che spicchi il salto evolutivo
inciampi in atterraggio
vinto dal vincolo di delusione
che spegne lo slancio

me è dovere continuare, emettere
ancora un segnale ché nella notta
un’antenna ci sarà, ché qualcuno
manderà in soccorso una sonda
consolando i lividi entusiasmi

 

*

 

siamo certi, nessun volto ci somiglierà
ma almeno un movimento della voce
o un semplice disegno del pensiero
dentro un discorso che si era iniziato
e da qualcuno sarà pronunciato

 

*

 

con una bocca belva
tra gli abbagli dei lampioni
che inacidiscono i viali
mastica piano e fa’ durare
finché non ti inonda il mare

 

 

_______________________

Forse perché conosco Marco Di Pasquale da molti anni, e perché siamo stati compagni di strada nell’organizzazione di piccoli, piccolissimi, a volte bellissimi, eventi poetici – eventi che lui continua con grande passione a ideare e sostenere – non riesco a leggere questi testi separandoli dalla sua esperienza di animatore culturale, in radio, nei reading, negli incontri dal vivo, con la musica o senza, a scuola, in enoteca, in libreria, su un prato o su una zattera, tra le viuzze di un borgo, col megafono o in biblioteca, sempre, sempre con enorme pazienza a cucire i sensi alla pagina, la presenza a una prova di ascolto.
Leggendolo trovo, insomma, che le sue poesie lavorino proprio intorno al grande carico di responsabilità e di cura che l’autore reclama per la parola poetica, insieme a ciò che perpetuamente vi si insinua: “s’ingolfa del dubbio” che il suo segnale possa – per estremo idealismo, contatto differito, abbandono istituzionale, difficile natura, e via dicendo – cadere a vuoto. Dentro questa incertezza Di Pasquale continua a interrogare le condizioni perché la poesia possa ancora farsi “atto di resistenza alla passività, uno strumento di risveglio collettivo”, come scrive Riccardo Frolloni nella sua nota di lettura a La mano del mondo. Come investire così tanto nella poesia come strumento di costruzione di una “eutopia” (la parola la usa Marco in una intervista per Rai3 a cura di Alessandro Trevisani), ovvero di un luogo buono, quando pure la comunità stessa a cui si rivolge è fragile? Non capisce più. Non si riconosce. Tutto le rimane difficile o ignoto. Non si concede neanche più “un attestato di esistenza”.
Mi sorprende trovare in un suo testo una espressione forte, così poco accattivante in tempi in cui la parola sembra sempre chiamata a sedurre o sofisticarsi: “è dovere continuare”. Una perentorietà scomoda, in testi puntuti, che giocano spesso con l’attrito di ripetute sinestesie – una perentorietà scomoda proprio perché chiarissima.
Lo scrittore ungherese László Krasznahorkai sostiene che tutto il mondo della letteratura ‘alta’ è destinato a scomparire. Non ci credo tanto, se non altro perché per il suo ‘museo’ si spendono cifre da capogiro. Certo, talvolta sembra davvero di essere soltanto testimoni di una dissipazione, magari custodi di qualche pagina, più spesso anonimi addetti a trascrivere il disastro sulle pareti di una tenda che brucia. Marco Di Pasquale lavora evidentemente in un altro scenario mentale: se anche il prestigio della letteratura si consuma, possiamo ancora capire quali pratiche rendono questo luogo, questo starci assieme, abitabile. Come si fa a mantenerci vigili, a costruire scritture che non siano solipsismo o canto del cigno, a celebrare la poesia come arte di comunità, come gesto che mette insieme le persone a parlare e a costruire pensiero, senza facili psicologismi, senza accademie, senza nostalgie, senza retrotopie, con fiducia nel valore, nella disseminazione, nella sapienza, e quale, e quali, senza dimenticare il movimento trasversale della poesia, dal suono al tocco, dalla mano al mondo? “Scrivo per motivazione e non per ispirazione”, dice Di Pasquale in una intervista citata in postfazione. Anche la motivazione ha qualcosa di meno suadente dell’ispirazione, sì: evoca ostinazione e lavoro, più che illuminazione. È una parola quasi artigianale, mi ricorda una resistenza apparentemente elementare: scrivere per continuare, ma saltando la familiarità, le somiglianze, la biologia, la comunanza facile, insomma. Cercare invece una parentela più scelta, e un metodo più scomodo – quel “dovere”. Nell’adesione tra scrittura e fare in Di Pasquale esso smette di suonare come precetto. In “un movimento della voce / un semplice disegno del pensiero”, vedo, o spero di vedere, la responsabilità della presenza, il ritorno del politico. (rm)

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Testi tratti da: Marco Di Pasquale, La mano del mondo (puntoacapo 2025).

 

Marco Di Pasquale è divulgatore letterario e animatore culturale, e insegna Lettere alle scuole superiori a Macerata, dove risiede. Coordina gruppi di lettura e di scrittura e dirige rassegne poetiche come “Mistero Aperto“, a Montecosaro (MC).
Del 2009 il suo esordio, Il fruscio secco della luce (Wizarts), ripubblicato in edizione riveduta e ampliata per Vydia nel 2013. Nel 2017 Arcipelago Itaca ha dato alle stampe Formula di vapore; nel 2019 è uscita per Transeuropa Dai sentieri divorati. Racconta la propria esperienza di scrittura e di riflessione sulla letteratura nel blog www.marcodipasquale.it.

Il Museo

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Foto di Soly Moses: https://www.pexels.com/it-it/foto/verdure-colorato-frutta-dolci-14707014/

Foto di Soly Moses

di Silvano Panella

Il cielo nuvoloso e opaco attutisce i nostri passi, le nostre parole, cela i dettagli, le distrazioni, protegge le case del borgo medievale dall’eccesso di visibilità, impedisce che si frantumino al Sole, che diventino sabbia.

Entro nel museo di storia locale, un museo composito, ricco di oggetti d’ogni epoca, dagli etruschi al ventesimo secolo, corredi funerari, anfore, borchie di carri, statuine, pezzi di trattore.

Nella prima sala ci sono frammenti di lapidi – nomi, anni, mestieri in latino. Raccolti e decontestualizzati, portati qui perché non v’erano più le tombe. Come può disintegrarsi una tomba? Non so. Il clima, le razzie, l’agricoltura.

Mi affaccio alla bifora, la mano infilata tra due colonnine esili, una tortile e una liscia, accostate per la prima volta quando costruirono questo palazzo. Le colonnine sono d’età romana e provengono dal ninfeo scavato più volte.

«Il saccheggio fu condotto con grande precisione», una voce femminile mi sorprende alle spalle.

Mi volto. È Demetra, la direttrice del museo.

«Grande precisione? Quindi non c’è stata una distruzione brutale», dico.

«No. Capivano più di oggi il valore delle cose.»

«Mi sembra strano. Oggi siamo così preparati.»

Demetra osserva la strada in basolato, gli abitanti che comprano il necessario per il pranzo, i turisti che scoprono un mondo diverso dal loro, i negozianti che tormentano proprio quella mela, proprio quella camicia. E controlla che il duomo e il palazzo del governo siano ancora in piazza. Sono ancora in piazza, sotto il cielo ancora offuscato.

«Abbiamo le nozioni ma non ci interroghiamo sul valore delle cose. I barbari invasori erano un po’ impulsivi ma sapevano quanto valesse una spilla d’oro e quanto valesse simbolicamente.»

«Immagino abbia scelto la spilla per fare un esempio come un altro.»

«Ho scelto la spilla con grande cognizione di causa», Demetra dice, e si avvia.

La seguo nella sala in allestimento. Il pavimento in cotto, il soffitto a cassettoni, scaffalature semivuote. Osservo l’oblunga statuina di un guerriero in bronzo, l’asta impugnata.

«Le piace? Se le piace lo metta in salvo. Il museo potrebbe esplodere», Demetra dice, confondendomi per un momento.

«Lei è stanca, logorata dal troppo lavoro»

«Non si azzardi a giudicare senza sapere tutto. Il museo potrebbe esplodere. Una deflagrazione precisa, puntuale, una pioggia di reperti su tutti i passanti. Quelle persone che abbiamo visto poco fa. Persone intente a essere loro stesse.»

«Chi è che non intende essere se stesso? E poi, i reperti sono delicati.»

Demetra solleva un corno in pasta vitrea, colorato, ricco di riflessi. Lo lancia a me. La paura di non farcela, lo prendo al volo.

«I reperti sono finti. Copie. Un museo di finzioni. I reperti autentici sono al sicuro nelle cantine – mura possenti, archi belli. A parte quel corno di vetro le copie sono fatte di resina ultraresistente, rimarrebbero integre dopo una esplosione.»

«E se anche fosse? Il palazzo è antico. Non vale, il palazzo?»

«Il palazzo è solido, non crollerebbe. Le finestre sono in vetro di scena. Come quel corno. Si disintegrerebbero senza causare ferimenti.»

Forse si tratta di una trovata mediatica. Demetra indossa un abito nero, il ciondolo dorato spicca sul suo petto. La testa leggermente reclinata, i capelli folti e neri ricadono su una spalla, gli occhi lucidi, bistrati. Attende. Attende che le chieda…

«Non ho capito a cosa servirebbe una deflagrazione illusoria», dico.

«Niente di illusorio. Ci sarà il boato, ci saranno le faville, le scintille, i fuochi. Reperti sparsi dappertutto nella piazza. Sa che un tempo la piazza era costituita da mattoncini a spina di pesce? Volevo ripristinare l’antica pavimentazione ma no, il comune non ha voluto finanziare questo recupero e i visitatori vengono soltanto per gironzolare, non capiscono nulla. Avrei voluto rendere le loro camminate più complicate, passare da un pavimento a un altro. Sono sette. Sette diversi pavimenti. Due in piazza e cinque qui.»

«Perché cambiavano tanti pavimenti, nell’antichità?»

«Per appagare il buon gusto, per non forzare le scelte. Abbiamo strati e strati di bei pavimenti, l’eccesso, l’opulenza, non è possibile averli tutti insieme oppure sì, parzialmente, scandendoli. I visitatori camminano per le sale restando all’oscuro di tutto ciò. Se ricevessero una pioggia di reperti si renderebbero conto dell’opulenza, si renderebbero conto di quanto poco sanno della storia.»

Per un momento penso di raccontare a Demetra la mia visita alla chiesetta. Avevo ricevuto una sensazione di pace, avevo sottratto una candela, l’avevo accesa, ero uscito fuori. Il museo spicca da lontano, la sua posizione è strategica, un tempo era un fortino poi divenne un palazzo nobiliare, un simbolo di prestigio. Non credo che l’esplosione possa avvenire in sicurezza. Demetra sembra non capire la reale portata di oggetti che piovono sulla gente, forse immagina un mondo di morbido marzapane. Se solo i reperti fossero di marzapane! I dolci tipici del borgo sono fatti di marzapane, il rimando storico ci sarebbe.

Le piace il marzapane?
Quel dolce assai affine
Alla consistenza dei nostri sogni
Un mondo onirico
Modellabile intorno a noi

Demetra risponde:
Breve vita ha il marzapane
Sbriciolato, mangiato
È alimento proteiforme
Eppure lo modellano
In compatti filoncini

«A causa della testardaggine dei cucinieri», aggiungo.

Demetra sorride, va via. Chissà se svilupperà il mio suggerimento.

Radio Days: Mirco Salvadori

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Il Rigore della Risonanza
  La Biennale 2025-2026 sposta il rigore dalla delimitazione alla coerenza poetica
di
Mirco Salvadori

La Biennale Musica del biennio 2025-2026, affidata a Caterina Barbieri dal Consiglio di Amministrazione della Biennale per due anni, nasce sotto il segno di una scelta che appare subito netta: non presidiare un territorio già definito, ma ridefinire il territorio stesso. Barbieri, nata a Bologna nel 1990, formata in chitarra classica e in composizione elettroacustica, con una tesi in etnomusicologia sul rapporto tra minimalismo americano e musica classica hindustani, arriva alla direzione artistica della Biennale Musica con un profilo che intreccia formazione accademica e ricerca di confine fra composizione, elettronica, percezione dell’ascolto e dimensione immersiva della performance. È un dato biografico verificabile, e conta, perché in un festival la poetica di chi sceglie non è un dettaglio laterale: è spesso il principio ordinatore, talvolta persino il filtro invisibile attraverso cui tutto viene fatto passare.

Già il primo titolo, La stella dentro, con cui si presenta il 69° Festival Internazionale di Musica Contemporanea, dice molto. Il programma 2025 si propone infatti di esplorare il tema della “musica cosmica”, e lo fa attraverso una lingua curatoriale che insiste su parole come cosmo, metamorfosi, risonanza, interconnessione, ascolto profondo. Nella presentazione ufficiale il suono non è descritto innanzitutto come forma, scrittura, tecnica o conflitto fra linguaggi, ma come vibrazione che mette in relazione il vivente, come esperienza che trasporta fuori dai confini dell’ego e apre all’alterità. L’anno successivo, con A Child of Sound, il 70° Festival, in programma dal 10 al 24 ottobre 2026, radicalizza quella stessa linea: il “bambino di suono” diventa simbolo di rivoluzione e guarigione, e il cartellone viene presentato esplicitamente “al di là di una rigida distinzione di genere, epoca e stile”, con molte commissioni originali, lavori site-specific e pratiche di ascolto partecipative. Non si tratta dunque di una semplice alternanza di programmi, ma di un biennio pensato come discorso unitario.

È qui che la domanda più interessante, e forse più necessaria, si impone senza nostalgia meccanica ma con un minimo di memoria storica: era meglio quando era “peggio”, cioè quando la Biennale Musica si esponeva come luogo più severamente dedicato alla musica contemporanea? La formula è volutamente provocatoria, ma il punto non è difendere per riflesso un passato irrigidito in canone. Il punto è chiedersi che cosa si guadagni e che cosa si perda quando un’istituzione nata per rappresentare, discutere e spesso anche irrigidire criticamente il contemporaneo musicale comincia a parlare una lingua più larga, più porosa, meno gerarchica. Nel 2025 il programma annuncia Meredith Monk e Laurie Spiegel, ma anche Johann Sebastian Bach; nel 2026 mette insieme Keiji Haino, Laraaji, Gigi Masin, ML Buch, Kara-Lis Coverdale e Sarah Davachi, e lo fa rivendicando proprio l’attraversamento di genealogie diverse. È una dichiarazione di poetica, non un accidente.

Se si guarda il disegno da vicino, diventa chiaro che Barbieri non sta tentando di “popolarizzare” banalmente la Biennale. Sarebbe una lettura pigra, e non suffragata dai fatti. Gli artisti scelti nel biennio non sono nomi accomodanti né figure da consumo culturale semplificato. Meredith Monk è una figura decisiva dell’avanguardia multidisciplinare; Laurie Spiegel appartiene a una genealogia cruciale della musica elettronica; Chuquimamani-Condori, Leone d’Argento 2025, viene presentata dalla Biennale come voce visionaria della sperimentazione contemporanea; Keiji Haino, Leone d’Oro 2026, è definito “poeta del rumore” e pioniere dell’improvvisazione radicale; Sarah Davachi, Leone d’Argento 2026, è indicata come una delle voci più coerenti del paesaggio contemporaneo, incentrata su una ibridazione innovativa di linguaggi elettronici e acustici. Insomma: non c’è abbassamento del livello, né desiderio di compiacere il gusto medio. C’è piuttosto un mutamento di asse.

Questo mutamento si può definire così: il centro della Biennale, sotto Barbieri, sembra spostarsi dalla nozione di avanguardia come conflitto linguistico alla nozione di suono come campo esperienziale. Non scompare la composizione, ma perde il monopolio simbolico; non scompare la ricerca, ma non è più identificata soltanto con la scrittura; non scompare la contemporaneità, ma viene intesa meno come frontiera storica e più come intensità di ascolto. È una differenza capitale. Per decenni molte istituzioni dedicate alla musica contemporanea hanno costruito il proprio prestigio sulla capacità di delimitare: qui la ricerca, là il repertorio; qui il nuovo, là il derivativo; qui il rischio, là l’intrattenimento. Barbieri, invece, sembra voler costruire una Biennale che non delimita anzitutto, ma connette. Il problema critico, allora, non è accusarla di eclettismo: è chiedersi se una istituzione di questo tipo, mentre connette, riesca ancora anche a discriminare, nel senso più alto e meno ideologico del verbo.

Perché il guadagno è evidente. Una Biennale che mette in dialogo Monk e Bach, Haino e Laraaji, Davachi e Gigi Masin, non produce soltanto una somma di nomi diversi: tenta di restituire il contemporaneo come costellazione, non come caserma. Restituisce la musica a una continuità più ampia, dove l’innovazione non nasce soltanto dalla rottura, ma anche da un ascolto obliquo della tradizione, da una diversa temporalità, da un’attenzione alle soglie, alle persistenze, ai ritorni. In questo senso la formazione di Barbieri, che tiene insieme studi classici, composizione elettroacustica e interesse etnomusicologico per il minimalismo e l’India, non è un elemento accidentale: aiuta a capire perché la sua Biennale tenda a leggere il suono come luogo di relazioni piuttosto che come sistema chiuso di appartenenze.

Ma proprio qui si apre anche il limite possibile del suo disegno. Quando la curatela privilegia il suono come esperienza di espansione, immersione, trance, meditazione, rito, interconnessione, si finisce inevitabilmente per favorire artisti che, pur molto diversi tra loro, condividono un certo clima spirituale e percettivo. La processione site-specific di Chuquimamani-Condori nei canali di Venezia, costruita attorno a un immaginario rituale e collettivo dell’acqua; il ruolo di Laraaji come maestro della meditazione sonora; la presenza di Sarah Davachi con il suo lavoro per organo da camera e nuova commissione; la valorizzazione di figure come Meredith Monk, che da sempre pensano la voce e il corpo come spazio di trasformazione: tutto questo non denuncia un difetto, ma mostra una predilezione precisa.

Il rischio, allora, non è la confusione ma quasi il contrario: una coerenza troppo atmosferica. Vale a dire una Biennale dove le differenze di linguaggio esistono, ma finiscono per essere raccolte dentro un medesimo alone simbolico. La parola chiave non sembra più essere “contrasto”, bensì “risonanza”. E una rassegna costruita sulla risonanza tende naturalmente a escludere, o almeno a marginalizzare, tutto ciò che insiste sullo strappo, sull’attrito, sullo scandalo della forma, sulla secchezza analitica, sulla dimensione progettuale della composizione intesa nel suo senso più duro. Non perché questi elementi siano incompatibili con Barbieri in assoluto, ma perché non sembrano stare al centro della narrazione ufficiale del biennio. Nei testi di presentazione dominano immagini cosmiche, organiche, infantili, terapeutiche; molto meno visibile è il vocabolario storico della complessità, della discontinuità, della dialettica fra sistemi compositivi.

Per questo la domanda “era meglio quando era peggio?” merita una risposta meno sentimentale di quanto sembri. Se con quel “peggio” si intende una Biennale più esclusiva, più autoreferenziale, più rigidamente custodita da codici di legittimazione novecenteschi, allora no: non era necessariamente meglio. Le istituzioni troppo chiuse finiscono spesso per parlare solo a se stesse. Ma se con quel “peggio” si intende una Biennale più disposta a definire un campo, a sostenere conflitti estetici, a esercitare una funzione selettiva più aspra, allora la nostalgia qualche ragione la conserva. Non perché il passato fosse più puro, bensì perché aveva un fuoco più riconoscibile. La Biennale di Barbieri ha invece una luminosità diffusa: affascina, avvolge, invita, ma talvolta sfuma il confine tra mappa e programma, tra apertura e dispersione.

Anche i Leoni del biennio sono rivelatori. Nel 2025 il riconoscimento alla carriera a Meredith Monk e l’Argento a Chuquimamani-Condori definiscono una linea che tiene insieme genealogia dell’avanguardia e sensibilità rituale, corporea, non eurocentrica. Nel 2026 la coppia Keiji Haino-Sarah Davachi ribadisce un doppio asse fra radicalità storica dell’improvvisazione e lavoro di lunga durata su risonanza, organo, continuità timbrica. Non sono premi casuali: sono quasi l’autoritratto indiretto di una direzione artistica che si riconosce nelle pratiche dove il suono è evento fisico, presenza, vibrazione mentale, esperienza trasformativa.

In questo senso le connessioni tra una direttrice artistica giovane e i musicisti che sceglie di proporre non vanno lette in chiave generazionale o, peggio, mondana. La questione non è anagrafica e non autorizza alcun gossip. È semmai una questione di affinità poetica e di paradigma estetico. Barbieri non programma dei “simili” nel senso debole del termine; programma artisti che rendono leggibile una sua idea del suono. Questa idea è seria, colta, internazionalmente aggiornata, e possiede una sua necessità. Però, proprio perché è così riconoscibile, espone la Biennale a una domanda che ogni curatela forte deve accettare: quanto una visione sa illuminare il presente, e quanto invece lo seleziona in base alle proprie premesse fino a trasformarlo in conferma?

La sensazione, guardando il biennio nel suo insieme, è che Barbieri abbia avuto il merito raro di restituire centralità immaginativa alla Biennale Musica. Non un semplice cartellone di eventi, ma un racconto del suono. In tempi di programmazioni spesso compilative, questo è già molto. E tuttavia un racconto, per essere davvero critico, deve ogni tanto ferire la propria stessa continuità, mettere in crisi il proprio lessico, introdurre ciò che non gli somiglia. La Biennale 2025-2026 sembra invece preferire una persuasione sottile, una continuità di visione, un’idea di ascolto come riconnessione. È una postura nobile, ma non neutra. E forse il punto, alla fine, è tutto qui: non siamo davanti a una Biennale meno rigorosa; siamo davanti a una Biennale che ha spostato il rigore dal terreno della delimitazione a quello della coerenza poetica. Non è poco. Ma non è nemmeno la stessa cosa.

Ecofascisti

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di Francesca Santolini

ringraziando l’editore per la disponibilità, pubblichiamo la prima parte dell’ultimo capitolo (“Conclusioni”) del saggio di Francesca Santolini “Ecofascisti. Estrema destra e ambiente”, pubblicato da Einaudi (2024)

«Il fascismo era un totalitarismo fuzzy. Il fascismo non era una ideologia monolitica, ma piuttosto un collage di diverse idee politiche e filosofiche, un alveare di contraddizioni», sintetizzava Umberto Eco nel Fascismo eterno (1995), delineando al passato un profilo che sembra essere ancora oggi perfettamente somigliante, come abbiamo visto aggirandoci tra i gruppi di (piú o meno) estrema destra: eterogenei, contraddittori, ma al tempo stesso in movimento, in ascolto della società, anche se per coglierne gli umori piú irrazionali e pericolosi. Nella società di oggi l’umore da intercettare è certamente quello sulla questione climatica: il tema politico fondamentale da cui dipenderà il senso della storia, attorno al quale si ridefiniranno gli antagonismi sociopolitici, le sfide del futuro. Non si può prescindere dalla crisi climatica. E questo è ormai chiaro a tutti, a sinistra come a destra.
Al netto degli ultimi fervori negazionisti, segmenti sempre piú numerosi della destra radicale in Europa e negli Stati Uniti non solo riconoscono il collasso ambientale in corso, come abbiamo visto, ma lo considerano un’opportunità per riorganizzare la società secondo logiche autoritarie, xenofobe, quando non apertamente razziste.
Esiste il rischio che l’ecologismo possa diventare il fattore normalizzante di ideologie di estrema destra? Dobbiamo prendere sul serio il pericolo di una deriva ecofascista?
Per rispondere occorre innanzitutto, ormai lo sappiamo, abbandonare la convinzione che l’ambientalismo progressista sia il titolare esclusivo dei temi ecologici. Perciò abbiamo iniziato questo percorso dalle radici dell’ecofascismo. E lí, alla fonte, abbiamo visto formarsi l’idea aberrante ma ampiamente argomentata nel tempo della convergenza tra purezza razziale e concetto di ambiente come parte del piú vasto concetto di patria: ogni nazione e ogni etnia è stata fusa con il proprio ambiente, la protezione dell’una comporta quella dell’altra.
Se l’ecologia ha vinto una fondamentale battaglia culturale e politica per cui oggi il cambiamento climatico è in cima alle preoccupazioni dei cittadini italiani ed europei, l’esigenza di occupare questo spazio politico anche da parte dell’estrema destra sfocia in misura e forma diverse nell’opportunismo politico, quando non nella grave manipolazione ideologica.
Nelle mani della propaganda di estrema destra, l’idea progressista di proteggere l’ambiente e gli esseri umani viene distorta, manipolata e strumentalizzata per diffondere false teorie, nazionalismi, xenofobia, per fomentare divisioni sociali e conflitti politici, alimentando le paure verso i cambiamenti nel nostro stile di vita, dai trasporti all’alimentazione.
Soffiando sul fuoco delle paure per le ricadute quotidiane che avrà la transizione ecologica, l’“ambientalismo” di estrema destra promuove un’ideologia tecnicamente reazionaria, che mira a difendere il modo di vivere e di consumare dei cittadini, denunciando qualsiasi evoluzione green possa minacciarlo.
Un approccio politico opportunistico appunto, che cerca di creare una contrapposizione tra il “buon senso paesano” e l’“ideologia urbana borghese”. Da qui, o accanto a questo approccio quello altrettanto radicale piú strettamente ruralista, che considera la globalizzazione e le politiche europee come il nemico dei paesaggi e della tradizione.
Nel collage ideologico fuzzy dell’ecofascismo, però, ci sono anche alcune caratteristiche dominanti che sono emerse con estrema chiarezza dal percorso che abbiamo seguito. Il tema centrale è quello dell’idea di Stato e di autorità. L’ecofascismo in maniera largamente condivisa (salvo qualche irregolare solitario come FC/Unabomber) auspica la costruzione di uno Stato forte che ha il compito di proteggere il suo ordine naturale dal degrado ambientale, dalla sovrappopolazione e dalla contaminazione etnica: tutti fattori che minacciano contestualmente l’identità e l’integrità del popolo e del suo habitat naturale.
L’ecofascismo sostiene che l’integrazione di determinati gruppi di persone, come migranti o stranieri, non sia (piú) possibile: i loro modi di vita e il loro numero in costante crescita costituiscono una minaccia per l’ambiente naturale e per le sue risorse, oltre che evidentemente per l’identità della comunità. I migranti vengono paragonati a specie «infestanti» e incarnano, in tale impostazione ideologica, l’irruzione di una natura nociva per l’ecosistema.
Per l’ecofascismo, la difesa di una comunità passa attraverso la preservazione ecologica del suo territorio, l’assegnazione delle risorse a coloro che vi sono nati e la stigmatizzazione sociale dei gruppi considerati estranei. La «grande sostituzione» di Renaud Camus ha dunque aggiunto alla sfumatura etnica anche quella ambientale: la distruzione consapevole di un ambiente naturale perpetrata dagli “invasori”, un “ecocidio”. E il termine «sostituzione» per parlare dei fenomeni migratori è entrato nel lessico anche di molti politici di destra: ha parlato di «sostituzione etnica», per esempio, il ministro dell’Agricoltura di Fratelli d’Italia Francesco Lollobrigida2. In Francia invece a parlare di remplacement sono soprattutto politici come Marine Le Pen ed Éric Zemmour, leader del partito di estrema destra Reconquête, condannato a piú riprese per incitamento all’odio razziale.

Una questione di vita o di morte

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di Mattia Majerna

 

Dopo un’ora e mezza di lavoro, con la costruzione a metà, ci siamo accorti che è da rifare. Tutta. «Non tutta» mi dice Jacopo che, a quanto pare, mi legge nel pensiero. E mi spiega la sua teoria: possiamo conservare alcune parti della struttura, già montate, e rifare quella sotto. Con la solita proprietà di linguaggio, che ha smesso, almeno da due giorni, di stupirmi. La compagnia delle persone anziane ha reso il suo lessico più ‘maturo’. Persone troppo stanche per semplificare la propria lingua o per incoraggiare, in lui, la sgrammaticatura, che, d’improvviso, rivela una falla nei costrutti di noi adulti.

«La fabbrica del Duomo! Hai presente? Se ci rimettiamo al lavoro finiremo tra cinque secoli e addio divertimento!»

Allora mi fa un’altra offerta: non importa se lui è venuto apposta con la scatola di un nuovo castello Lego da costruire, impresa che non può portare a termine a casa, né con il nonno (deficit visivo e artrite), né con la nonna (non gioca, bensì veglia su di lui e tutta la sua persona è impegnata a permanere).

«Usciamo! Il tempo è splendido!» (i nostri dialoghi sono sequele di esclamazioni).

Ci guardiamo per un attimo, misurandoci nelle nostre rispettive solitudini, è come se confrontassimo la taglia di due grosse trote pescate negli abissi, ciascuno nel proprio. Una voce mi ammonisce che paragonare la mia alla sua è un’indecente forma di vittimismo, però, per una ragione o per un’altra, è così che ci troviamo in un pomeriggio di fine agosto, nella casa di montagna dei miei. Solo io, e solo lui (il nonno ha dovuto accompagnare la nonna all’ospedale, o il contrario, o forse ne approfittano per farsi visitare entrambi).

Quindi abbandoniamo tutto e usciamo davvero con una palla. D’altronde, è cominciata così. Poche mattine prima, mi trovavo sul terrazzo a guardare niente di particolare, il che consiste precisamente nel rifiutarsi di mettere a fuoco i dettagli e, da lì, ricostruire il paesaggio intorno, un’unità organica, a cui, un po’ per partito preso, non volevo riconoscere alcuna bellezza. Aspettavo che il mondo si accorgesse della mia assenza e m’inviasse un cenno. Mi sarei accontentato, in mancanza di meglio, di un simbolo, un evento minimo e singolare, stagliato sulle giornate tutte uguali, da interpretare nelle ore che precedono il sonno. Il telefono, però, rimaneva silenzioso. A volerci trovare un senso a tutti i costi, si sarebbe detto che aspettavo l’esito delle cure di mia madre, ma tutto è più vago di così, estraneo alla cruda logica binaria della vita e della morte. Per l’attesa, poi, ho talento. Se si vuole trovare un mio eguale, lo si deve cercare tra i cani: lontano dal padrone, per loro, ci sono solo attimi d’inesistenza; non possono fare altro che aspettare, come se il ritorno dipendesse dalla loro dedizione, dalla loro pazienza. Un uovo da covare finché non si schiude: il padrone riappare!

Qualche mattina fa, dicevo, sul tardi, è arrivata una palla. Ne ho potuto apprezzare la parabola fulminea al di sopra della siepe che divide il mio dal giardino accanto.

«Posso entrare a prenderla, per cortesia?»

Il recupero della palla, da parte di un bambino di otto anni, biondissimo, con gli occhiali dalla montatura spessa, Jacopo, è bastato a creare un precedente (ho dovuto far conoscenza con la nonna che, dall’interno della casa, dove ci si orienta a stento con la bava di lumaca dell’argenteria, si è subito accorta dell’assenza del nipote; e sono stato approvato: vivace, ma nel rispetto delle regole). Non ricordo neanche più come, quello stesso pomeriggio, ci siamo messi a giocare. Io ero abbastanza sfaccendato, lui bisognoso di un compagno; in assenza di un coetaneo, si faceva andar bene un adulto che, a certe latitudini della giornata, fosse disposto a rinunciare alla serietà.

Tornando a oggi, abbiamo giocato a calcio davanti alla casa, più che altro per mancanza di fantasia (che cosa fare con una palla?), nessuno di noi due è capace, un punto in comune che rende divertente sbagliare di continuo i passaggi, colpire di punta con tanta goffaggine. Le nostre terminazioni nervose s’interrompono all’altezza del ginocchio, si vede. Poi, la palla finisce dall’altra parte e abbiamo la sensazione che qualcuno ci abbia tenuto a spiattellarci la morale della favola (il cancello di casa sua è chiuso a chiave, la palla irrecuperabile), ma noi la conoscevamo già. Facciamo spallucce. Jacopo, solo appena scomposto (una sprimacciata veloce e ritorna come prima, piega dei pantaloni e scriminatura a piombo), mi propone allora di giocare a nascondino. Il giardino della casa dei miei, dietro, è sterminato e, se avessi con chi giocare, ci giocherei ancora. Oggi si dà il caso che qualcuno c’è: Jacopo. A contare inizia lui. In due è un vero duello.

Per me il giardino ha conservato le dimensioni indefinite che aveva nella mia infanzia, la stessa ombra impenetrabile; addentrandosi tra gli alberi, ci si trova in un boschetto. Gli aghi di pino attutiscono i passi, per ogni scampolo di paradiso, con more e lamponi, c’è un girone infernale di ortiche, magari vipere. A tracciarne il perimetro su una carta, non saprei da dove cominciare. Insomma, non ci vuole molto prima che io sia travolto dall’eccitazione del gioco. Trovarmi solo all’improvviso mi offre un inatteso sollievo. Non perché mi sia stufato di giocare con Jacopo, anzi. È solo una vacanza temporanea dai bisogni che la presenza di un’altra persona genera. Diciamo che adesso siamo legati con una corda più lunga e godo della mia nuova libertà di movimento tra le felci. Mi appoggio a un tronco per scendere la scarpata che porta al campo da tennis abbandonato. M’inzacchero di resina ed è come se mi sporcassi con qualcosa che ho rovesciato io trent’anni prima, ma il pensiero della malattia di mia madre raddrizza la freccia del tempo. Succede così, in due battute: prima ho la sensazione che ci sia qualcosa di sospetto nel quadro che mi circonda, un elemento illusorio che, una volta scoperto, renderà solo più dolorosa la verità; cerco quindi di ricordarmi perché, tra tutti i giorni dell’anno, oggi non ho diritto alla spensieratezza, e la risposta arriva immediata: mia madre è rimasta a Milano per farsi operare e cominciare subito la chemio. La consapevolezza della mortalità di mia madre mi trafigge proprio mentre sono più indifeso e sto sperimentando un inatteso ritorno all’infanzia. Regredisco finché posso e sbatto la faccia contro l’assenza di chi n’è stato il custode. Improvvisamente spero che Jacopo si dimentichi di me e vada ad aspettare i nonni davanti al cancello di casa (anche lui un giudizioso cagnolino). Mi aggiro intorno al campo da tennis inselvatichito. Sarà finita la conta? Se viene da questa parte mi vedrà subito, ma il giardino è grande, posso sperare che perlustri un’altra zona. Che io ricordi nessuno ha mai giocato a tennis, qui. La rete è floscia da sempre, dalle crepe crescono, a ciuffi, fragoline di bosco. Alla fine, spossato, mi siedo sulle radici di un nocciolo, ai confini della proprietà. Cerco di cancellare le tracce di pianto e aspetto che Jacopo mi scopra, il più tardi possibile, mi auguro. Raccolgo una manciata di frutti acerbi o vizzi, come capirlo?, di certo mangiarli è escluso. Quindi li sbuccio solamente, con un po’ di trepidazione per quel che troverò. Le risate mi riscuotono, m’affaccio dietro al tronco, guardo in giro e, solo al ripetersi del suono, un liquido che si riversa dal collo di una bottiglia, a singhiozzo, vedo Jacopo nel campo da tennis, issato sulla sedia da arbitro (mi ha visto), e io mi affretto a raggiungerlo, ormai dimentico del gioco. È vecchia e rugginosa, innumerevoli le possibilità di farsi male. Lo prendo in braccio (i suoi otto anni pesano poco, come sei, sette al massimo, tutto in lui dimostra una maggiore età, o una minore, l’impressione è quella di uno sviluppo difficoltoso: lo sguardo meditabondo vs la statura, la proprietà di linguaggio vs la calma con cui attende le istruzioni dei grandi, come se il mondo debba essere ancora premasticato da uno sguardo adulto, affinché lui lo assimili) e lo rimetto a terra.

«Vittoria! Vittoria!»

Si dimena. Non sto a precisare che per vincere dovrebbe correre alla tana e strillare il mio nome, il tutto prima che ci arrivi io e, considerata la differenza delle nostre falcate, ci sono poche probabilità che ciò accada. Vorrei proprio correre. Il “Libera tutti” mi si gonfia in gola. Immagino un giorno del giudizio, in cui Cristo sfreccia alla tana e si limita a gridare, e dopo basta, le spoglie spolpate tornano alla pienezza della vita, le guance si gonfiano per i sorrisi a lungo trattenuti nella morsa dei teschi, le orbite si riempiono di vecchia nuova lucentezza. Più Tim Burton che l’Apocalisse di Giovanni.

Dentro un pomeriggio di fine-estate c’è un bambino nascosto. Siamo con il fiato sospeso. È in mezzo a un cespuglio di felci. Tutto, lì, pizzica: le foglie, i rami, i moscerini. Il solletico di una presenza furtiva dietro il collo, sul polpaccio, dove il suo sguardo non arriva e, quando ci arriva, o ci porta la mano, nel caso della nuca, non c’è mai nulla, solo un’ombra di un’ombra. È accovacciato sulla terra umida, le sensazioni a brandelli: lo scampanio dell’ora, i rintocchi si sparpagliano, impossibile contarli, il filo teso del vento, che si accorda al pulsare dei raggi solari, sfogliando le fronde sopra di lui, un bruciore sul ginocchio; è scivolato sulla scarpata, si è fatto male, ma la necessità di nascondersi, lo ha reso stoico, si è allontanato più che ha potuto dal campo da tennis, non voleva commettere un errore già commesso da me, ha seguito la recinzione e presto solo il numero dei passi, che ci sono voluti per arrivare fin lì, gli assicura che si trova in un buon nascondiglio. Si chiede se lo sto ancora cercando o l’ho dato per disperso. Se saprà trovare la strada di casa da solo, mentre io proseguo la ronda a vuoto e mi domando dove sia finito. Un bambino senza genitori è facile da perdere, anzi è già perso. S’infonde coraggio: tra poco spunterò da qualche parte e sarà per lui facile cogliermi di sorpresa. La sua paura si cristallizzerà in un’effervescenza, su e giù di tante bollicine. O magari l’ho abbandonato come mamma e papà, prima uno, poi l’altra. Ma non è il momento di pensare ai suoi genitori. Nel corso degli ultimi due anni ha già imparato che ci sono momenti in cui è autorizzato a ricordarli e momenti in cui è pericoloso, rischia di farsi male. Forse la morte dei suoi genitori è colpa sua, della sua tendenza a farsi male. Se solo fosse stato senza paura, non sarebbero morti. Come i cani, che ti mordono se hai paura di essere morso. Con la testa sul cuscino, per esempio, può ricordarli, quando la loro presenza, nel passaggio dalla veglia al sonno, torna reale, incontrovertibile. Nei sogni il suo cuore è una ciliegina sottospirito. Magari se si addormenta, saranno loro a trovarlo, lì dov’è adesso, dove non sa. Io lo cerco e piano piano scivolo sotto la sua pelle. Cercare ed essere cercato, ruoli di colpo reversibili. Anch’io mi nascondo in una macchia di felci di tanti anni prima, ho un ginocchio sbucciato e il bosco freme intorno a me. Il fruscio delle foglie mi sfiora con impazienza come se fossi un’epigrafe in braille, da decifrare alla svelta. In bocca il sapore di un lampone trovato nei dintorni s’attenua fino a scomparire. Mi sento al sicuro nel mio nascondiglio, perché il perimetro del mio spazio vitale è presidiato giorno e notte da mia madre. E, quando finiremo di giocare a nascondino, mi darà la merenda, il pasto più importante della giornata, il più solenne, perché è pura celebrazione, dell’estate, della luce che ha intriso i frutti fino a scoppiarli nella pentola, e sono diventati marmellata da spalmare sul pane, tanta marmellata e tanto pane, per tutti. Se il mio amico mi trova, andremo dritti a far merenda. I suoi genitori non verranno a prenderlo, non sono morti, no, ma il sole è ancora alto, e a farlo scendere non bastano i salti della corda o i rimbalzi della palla. È tutto così denso intorno a me, sono isolato da tanti strati protettivi (una ciliegina sottospirito!), sensazioni e ricordi si confondono: la spremuta del mattino, il sangue sul ginocchio, il cerotto che mi metterà mia madre sulla sbucciatura, ecco ora posso dimenticarmene, nel caso, sarà sempre lei a sostituirlo, perché è la mamma che tiene la luna al suo posto quando chiudo gli occhi, la mamma non gioca a dadi con l’universo. Se tua madre ti ama, puoi nasconderti dove vuoi, ma sei sempre dentro, nel cerchio di luce che accendono tutti i suoi sguardi, un puntino sul suo radar…

Dov’è Jacopo? È quasi un quarto d’ora che vago per il giardino, cercandolo. Ho una mezza intenzione di chiamarlo e ordinargli di uscire allo scoperto. Ha vinto. Tra non molto torneranno i suoi nonni ed è meglio farci trovare seduti al tavolo a montare il castello, anziché spettinati, con sgommate d’erba su gomiti e pantaloni. Qui tutto è rimasto uguale, eppure, da un lato, sento che vorrei congedarmi una buona volta, ho paura che nuovi ricordi, nuovi tempi si sovrascrivano a quelli più antichi, che il groppo nella gola si diluisca in un sorso omeopatico di malinconia. Percorro il giardino lungo la recinzione esterna, convinto che prima o poi lo troverò, ho superato il campo da tennis, ho evitato un isolotto di ortiche e adesso sto tornando all’altezza della casa. Uno sfrascare alle mie spalle e vedo Jacopo che mi corre incontro a perdifiato, come se stesse scappando da qualcosa, o lo stessi facendo io. Gli sorrido. C’è qualcosa nei bambini che mi commuove infallibilmente: l’urgenza che li fa scattare all’uscita della scuola per coprire la breve distanza che li separa dai genitori, la facilità con la quale mettono in gioco tutto l’ammontare del loro piccolo universo, e magari lo perdono, ma poi è di nuovo lì, a loro disposizione per la puntata di un nuovo impossibile amore, fino a quando?

«Dove ti eri cacciato? Iniziavo a preoccuparmi»

«Lì, tra le felci»

«Chi ti ha insegnato a riconoscerle?»

«La mamma o forse la nonna non ricordo»

E questo è tutto quello che ci diciamo sul tema, per oggi. Mentre m’incammino verso casa lui mi affianca e mi prende per mano. Io gliela stringo forte.

 

Les nouveaux réalistes: Oliviero Carugo

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Il mercato di C
di
Oliviero Carugo

In città c’è un mercato coperto, costruito in vetro e acciaio nel 1874, ben rifornito e affollato. La storia che racconto si svolge lì e mi è stata raccontata da due che persone che ci lavorano e che non si sopportano. Inaspettatamente, le loro versioni concordano, per cui credo che sia ragionevole pensare che le cose siano andate proprio così.
Loro sono Tarek e Guillaume.
Il primo gestisce un caffè con una bella terrazza riempita da una ventina di tavolini di fronte all’ingresso principale del mercato. È di origini tunisine ma vive in città da quasi vent’anni. Guillaume, invece, viene dalla Normandia e da quasi vent’anni anche lui lavora in città, aprendo quotidianamente il suo grande bancone di fruttivendolo, sotto una tettoia di tela, di fianco all’ingresso principale del mercato.
Con Tarek lavorano moglie e figlia, la prima bassa e sovrappeso come il marito e la seconda alta e slanciata, con una curiosa bocca che sembra una ventosa. Con Guillaume, lavorano fratello e nipote, imponente il primo e magrolino come lo zio il secondo. Essendo cliente da tempo di entrambi, ammiro la loro voglia di lavorare, facendo al meglio il proprio mestiere, senza mai una lamentela o un mugugno. Sgobbano come pochi e a me sembrano persone molto a modo, magari il mondo fosse fatto solo da gente come questa!
Circa coetanei, sui cinquantacinque anni, Tarek e Guillaume si incontrano quotidianamente, tranne il lunedì mattina, quando Guillaume non apre il suo bancone e riposa a casa con la moglie. Ma non si sono mai frequentati, mai oltrepassando un freddo e cordiale buongiorno. Fino al confinamento del 2020, imposto dalle autorità per contrastare l’epidemia di Covid-19.

Entrambi, come la maggior parte dei commercianti del mercato, erano in quel periodo molto critici nei confronti del governo. Il confinamento della popolazione toglieva la clientela che garantiva le loro entrate e, contrariamente ad altri settori del commercio, loro non avevano la speranza di rifarsi una volta finita l’epidemia. Infatti, i venditori di scarpe o cappelli potevano ragionevolmente sperare di vendere domani quel che non vendevano oggi, dacché si può procrastinare l’acquisto di paio di sandali, ma alla fine li si compra lo stesso. Invece, la frutta e verdura invenduta oggi, non la si potrà vendere tra qualche mese così come il cliente che non beve una birra oggi non recupererà alla fine del confinamento.
Tuttavia, a Tarek e Guillaume non era andata troppo male in confronto ai colleghi che occupavano gli stalli all’interno del mercato coperto, che erano tutti chiusi per ostacolare la diffusione del virus. Loro due, lavorando all’aperto, avevano avuto il permesso di continuare a lavorare e, in mancanza della concorrenza, i loro affari andavano ragionevolmente bene.
Durante quei pochi mesi di confinamento, sembrò che diventassero persino amici, non si limitarono al cortese ma pur sempre formale buongiorno, ma si scambiavano battute più o meno salaci la mattina presto, prima delle sette, quando avevano il diritto di cominciare a fatturare.
Guillaume prese l’abitudine di prendersi un caffè da Tarek ogni mattina, dopo aver scaricato le cassette dal camion e averle ben disposte sul bancone, verdure a destra e frutta a sinistra e in mezzo frutta secca e tropicale, e prima di apporre i prezzi a ogni prodotto in vendita, che tanto, prima delle sette e mezza – sette e quarantacinque non si vede nessun cliente. Per Tarek, Guillaume non era il primo cliente, si fermavano da lui parecchi operai – imbianchini, muratori, idraulici, elettricisti – per un caffè sulla strada verso uno dei numerosi cantieri di ristrutturazione in centro storico, un quartiere vecchiotto e pittoresco, ma decadente e, si può ben dire, letteralmente cadente, con case appoggiate le une alle altre come un castello di carte.

Solitamente, Guillaume era il solo europeo nel caffè di Tarek, perché gran parte degli operai erano immigrati, per lo più magrebini, anche se non mancavano ucraini, rumeni e altri europei orientali. Forse, persino qualche russo. Talvolta, si sentiva fuori luogo, circondato da chiacchiere in lingue incomprensibili e dai suoni così poco francesi.
Ma il caffè di Tarek era buono, migliore della media, meglio persino di quello che beveva a casa verso le tre del mattino, preparato la sera prima per far presto, prima di correre in camion con fratello e nipote al mercato generale dove ritirare la frutta e la verdura prenotata il giorno prima. Il caffè del thermos, poi, era del tutto privo di aromi e sapori, e serviva unicamente a scaldarsi le mani nelle fredde mattine d’inverno.
Mai che Tarek gli avesse offerto il caffè, malgrado fossero, per così dire, colleghi. Vero è che neanche lui aveva mai regalato niente al barista, nemmeno la frutta un po’ stanca di fine giornata, buona per le marmellate. È anche vero che Guillaume non era sicuro di potergliela regalare senza metterlo in imbarazzo. Non si sa mai, la gente può essere suscettibile. Certo che quella frutta mica andava buttata, c’era una piccola azienda di marmellate che la ritirava a basso prezzo, ma non gratis. Insomma, meglio che buttarla.

Con la fine delle restrizioni sanitarie, bastarono pochi giorni perché tutto tornasse alla banale normalità col trambusto della folla, le cartacce razziate dai vortici di vento e i piccioni a frugare nell’immondizia. Guillaume riprese le vecchie abitudini, tra le quali il caffè al mattino al solito bar, non quello di Tarek. Il caffè, bisogna ammetterlo, era peggiore, non molto diverso dalla brodaglia di casa, un vero e proprio jus de chaussettes, per dirla in modo elegante. Ma migliore era l’atmosfera, calda e familiare, la stessa da vent’anni, le stesse facce, alcune non proprio simpatiche se non addirittura sinistre ma tutte prevedibili e rassicuranti. Non c’era niente di sorprendente, lì dentro, dove tutto era prevedibile, come piccioni e cornacchie accanto all’immondizia del mercato. Non c’era niente da temere in quell’ambiente dove si rideva sempre delle stesse battute fatte dagli stessi avventori, ognuno con le sue specialità, chi la moglie, chi i figli, chi il vicino molesto, chi appassionato di rugby, chi vicino alla pensione. Un teatro dal repertorio modesto: questo era il solito bar, non quelli di Tarek.

Quest’ultimo ricordava i suoi inizi da barista, da suo cugino, a Sidi Bou Said, la collina di case banche e imposte azzurre a picco sul mare turchese, dove, assieme all’anima di Paul Klee, la clientela araba si mescolava ai turisti europei nel reciproco disinteresse. Non capiva come mai Guillaume gli avesse girato le spalle d‘un tratto, per rifugiarsi in quello squallido baretto da francesi fumoso e maleodorante. E non credette alle sue orecchie quando, con la calma di un cane feroce, Guillaume gli sparò una mattina: volevo dirtelo in faccia, io, da te, venivo solo perché eri l’unico aperto: perché le facce come la tua non dovrebbero stare su questa sponda del Mediterraneo. Non morse, ma è come se lo avesse fatto. O, almeno, così parve ad entrambi. E forse a entrambi non parve vero di avere pronunciato e ascoltato queste parole.
Prima di trasferirsi in città, con la moglie aveva peregrinato parecchio, prima in Tanzania, a Zanzibar, poi in Italia, a Genova, e poi ancora in Grecia, sull’isola di Cos. Ovunque aveva fatto il barista e in nessun luogo aveva visto qualcosa di simile: i francesi del mercato di C. preferivano segregarsi tra loro, in un locale angusto e trascurato, piuttosto che mescolarsi con stranieri, sia turisti sia immigrati. Ché di turisti francesi, nel loro baretto sudicio, non v’era traccia.

Dalla fine del confinamento, Guillaume e Tarek si salutavano appena, con finta noncuranza, come ex-amanti, con quell’imbarazzo di chi prova pena per l’altro e anche per sé stesso.
Tarek non ne parlò mai con sua moglie; nonostante vivesse nel XXI secolo, era ancora permeato dall’antico orgoglio maschile, gonfio di steroidi, che gli impediva di condividere l’amarezza, i dolori o le preoccupazioni.
Guillaume, da parte sua, iniziò a rimuginare senza sosta, come un ruminante.
I chimici chiamano efficacemente questa relazione come un antilegame. È una repulsione la cui ragione sfugge anche all’intuizione più acuta, proprio come accade con tutta la chimica quantistica, del resto.
Con l’arrivo dell’estate, puntuale come una data sul calendario, giunse la canicola, tanto micidiale quanto minacciosa, poiché più intensa di ogni anno precedente e, probabilmente, mano intensa di quelle degli anni a venire. Col caldo, Tarek si rifugiò nelle limonate profumate all’acqua di rosa e Guillaume nei vapori di Pastis gelido e stemperato. Bevande incompatibili.

Ad ogni incontro, Guillaume era assalito da pensieri disturbanti. Si chiedeva qual vento avesse portato Tarek proprio lì, di fronte al suo bancone della frutta. Con tutti i posti a disposizione e con tutti quelli dove era già stato! Forse era una spia, forse i servizi segreti tunisini si servivano di lui per monitorare i propri espatriati, forse il suo caffè non era che una copertura per altre attività, magari persino illecite. Certo è che gli affari dovevano andargli bene per potersi permettere un appartamento in centro, non lontano dal mercato, dove lui, Guillaume, non avrebbe potuto permettersi nemmeno un monolocale o una piccolissima mansarda. Pare persino che non fosse in affitto ma proprietario della propria abitazione.

Lui, invece, doveva vivere nell’estrema periferia, ai confini con i primi campi di colza e i primi frutteti, in una casetta che era sì accogliente e in ordine, ma valeva al catasto poco più di un garage in centro città. Ci viveva con sua moglie, che coltivava l’orto perché loro volevano verdure più fresche di quelle in vendita al mercato. Non come i fagiolini marocchini che avevano viaggiato per almeno una settimana prima di essere messi in vendita. O come i meloni algerini, che marcivano dopo meno di due giorni.
Pensieri torbidi, densi e viscosi come catrame, più amari dei fiori di luppolo, aggrovigliati come un canneto. E inutili. Inutili come una vita vuota, una vita meramente animale, l’attesa automatica e ripetitiva di un’alba dopo l’altra, tutte identiche e indistinguibile tra loro. Inutili come l’idiozia balistica di credere, per pigrizia, in semplici soluzioni a problemi complessi. Inutili come un accendino sott’acqua o come un salvagente nel deserto.
Tarek sospettava che Guillaume fosse un elettore di uno di quei partiti populisti di estrema destra, quelli che avevano una sola e sempre la stessa risposta a qualsiasi problema: cacciare gli stranieri. Questi ultimi erano il perenne capro espiatorio, adatto a pretendere e rivendicare qualsiasi cosa. Se le tasse sono troppe, se i pedofili agiscono indisturbati, se il clima impazzisce: colpa degli stranieri. Se i figli vanno male a scuola, è per via degli immigrati, che non parlano francese e che per di più sono prolifici come conigli. Se la droga invade ogni strada, piazza e cortile, è a causa dei ragazzini immigrati pronti a tutto pur di riempirsi le tasche. Se è diventato difficile trovare un medico di famiglia, è per via degli stranieri che sembra che si divertano ad ammalarsi in continuazione, bastava sedersi in una sala d’attesa qualsiasi per rendersene conto.

Con ogni probabilità, secondo Tarek, quelli come Guillaume lo sospettavano di essere un religioso fanatico o perfino un jihadista armato fino ai denti. Solo perché di venerdì sua moglie copriva i propri capelli con un velo di lino. O forse per via di alcuni clienti barbuti che rifiutavano qualsiasi bevanda alcolica.
Scoramento. Era quel che provava Tarek nell’essere considerato un fanatico religioso, quasi un terrorista. Proprio lui, cresciuto in una Tunisia laica, anche se non liberaldemocratica, ma allergica a qualsiasi eccesso religioso e rispettosa più di Dio che degli imam. Proprio lui che si era sposato prima davanti al sindaco e poi, ma solo poi, nella moschea di Sidi Bou Said. Proprio lui, che quando portava un bel paio di baffi sembrava un ballerino cubano o, vista la pancia, un chitarrista mariachi. Proprio lui che, gli islamisti, avevano esplicitamente minacciato di morte. Era principalmente per questo, del resto, che aveva abbandonato la Tunisia ed era finito in città.
Le vite di Tarek e Guillaume continuarono a lungo e furono forse persino felici. La figlia del tunisino studiò chimica all’università e trovò un eccellente impego presso un’azienda che sviluppava batterie per automobili. Il nipote del francese, invece, continuò l’attività di famiglia, affiancandola a una piccola fabbrica di frutta sciroppata. Il caffè fu venduto a una società di fast-food e la figlia di Tarek e il nipote di Guillaume non si incontrarono più. Sia Tarek sia Guillaume passarono la loro pensione in città con le proprie consorti, senza traslocare in nuove abitazioni.
Ma ognuno visse in un suo universo, impermeabile a quello dell’altro. Caffè turco da un lato et jus de chaussettes dall’altro. Limonata in uno e Pastis nell’altro. Multietnico il primo e rigorosamente bianco e francese il secondo.
Ci sono storie come questa, in cui due esistenze si sfiorano quasi piacevolmente e, malgrado la reciproca curiosità, senza clangore, si separano, come amori effimeri e superficiali, lasciando la scena a poco più che sguardi furtivi lanciati di sottecchi. Si chiudono in questo modo i sipari su storie che non potranno essere raccontate, nel dissiparsi di futuri possibili.

Arbitri e arbìtri del caso a Garlasco

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NE BIS IN IDEM
di
Seia Montanelli

Alberto Stasi entra in carcere nel 2015. Ha trent’anni. Nel 2026 è ancora lì, in semilibertà. Intanto, per lo stesso omicidio, si indaga su un altro uomo.
Chiara Poggi viene uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di Garlasco. Stasi trova il corpo, chiama i soccorsi, entra in quella vicenda e non ne esce più. Viene assolto due volte, nel 2009 e nel 2011. Nel 2013 la Cassazione annulla, critica la valutazione degli indizi e riapre il processo. Nel dicembre 2015, davanti alla Cassazione, il procuratore generale Oscar Cedrangolo dice di non essere in grado di stabilire se Alberto Stasi sia colpevole o innocente. Aggiunge che nemmeno i giudici possono esserlo e chiede l’annullamento della condanna. La Corte la conferma: sedici anni.

Chi ha studiato legge sa che la verità processuale non coincide con quella dei fatti: deriva dal sistema probatorio al centro del dibattimento, da ciò che si può dimostrare o che sembra più plausibile. Ma il principio del ragionevole dubbio deve tenere sempre. Gli indizi devono essere gravi, precisi e concordanti e la loro valutazione complessiva serve a coglierne la convergenza. Le Sezioni Unite lo hanno detto con una formula che bisognerebbe tenere a mente: più zeri non formano un’unità. È un principio che viene da lontano: nel 1764 Beccaria scrisse che è preferibile assolvere un colpevole che condannare un innocente. Nel caso Stasi, per anni, quella soglia è stata abbassata.

Fuori dall’aula, poi, la logica si rovescia del tutto, perché lì non servono prove e non esiste assoluzione. Ciò che non tiene diventa racconto, e il racconto tiene anche senza fatti. Ogni dettaglio della vita di Stasi è diventato indizio, ogni esitazione prova, fino a costruire una coerenza che nei fatti non c’era ma nel racconto diventava tale: un processo che non finisce mai, replicato ogni giorno fuori dalle aule.

Alessandro Manzoni, ne La colonna infame, racconta il momento in cui la colpa pubblica smette di avere bisogno dei fatti. Kafka, nel Processo, spinge quella logica più avanti: la colpa coincide con l’aspettativa che la genera.
La sentenza passata in giudicato per il caso Garlasco è diventata un sigillo usato in modo selettivo: definitiva quando condanna, più incerta quando assolve, scomparsa quando complica, mentre è proprio lì che dovrebbe tenere. Il ne bis in idem, da principio tecnico, finisce per indicare qualcosa di più elementare: il diritto a non essere giudicati in eterno per lo stesso fatto.

Adesso Andrea Sempio è indagato e convocato dalla Procura di Pavia. Nel nuovo impianto accusatorio è l’unico responsabile dell’omicidio. Questo non dice ancora nulla sulla sua colpevolezza, ma è segno che la storia si è rimessa in moto e che può prendere di nuovo quella forma. Vale per lui ciò che dovrebbe valere sempre: la presunzione di innocenza. Colpisce però la rapidità con cui attorno a questa nuova ipotesi si è creato un riflesso di cautela. È una cautela giusta. Ma arriva tardi.

A Chiara Poggi è stata strappata la vita. Ad Alberto Stasi, se innocente, e il dubbio qui non è teorico, sono stati sottratti anni che nessuna revisione saprà restituire. Tenere insieme questi fatti non significa confonderli. Un errore giudiziario non ripara un omicidio, lo prolunga. La giustizia non si esaurisce nella sentenza: deve saper tornare sui propri passi, riaprire, verificare, correggere. Quando lo fa, non si tratta di una concessione, ma di ciò che la rende eticamente sensata e pubblicamente credibile.

Eppure, è proprio qui che il meccanismo si inceppa. Attorno a questi casi si è costruita un’economia riconoscibile: podcast, comparsate televisive, libri, spettacoli, carriere intere fondate su una colpevolezza data per certa. La colpevolezza diventa una rendita, e ogni dubbio serio entra come un guasto. Anche quando si tratta solo di verificare se si è sbagliato, viene respinto e ridotto a fastidio. Non si difende la verità, si difende ciò che nel frattempo si è costruito attorno a quella verità.

Ho studiato giurisprudenza sull’onda dell’assassinio di Paolo Borsellino e degli agenti della scorta: era il luglio del 1992, avevo diciassette anni, ero in Sicilia. Volevo che il male avesse un nome, un volto, una pena. Il diritto mi ha insegnato altro: che il limite conta più dell’ordine, e che un processo sbagliato non restituisce nulla, a nessuno.

Dal 1992 a oggi, in Italia, decine di migliaia di persone sono state detenute ingiustamente, e lo Stato ha speso quasi un miliardo di euro per indennizzarle. Non sono eccezioni. Sono vite finite dentro il punto cieco del sistema. Molte delle voci che hanno chiesto di riaprire il caso non vengono da luoghi culturali che sento miei, e questo mi pesa più di un disaccordo. La sinistra, che dovrebbe avere un riflesso naturale davanti agli abusi dello Stato sulla persona, qui tace. Il dubbio ragionevole, la libertà personale, il rapporto tra accusa e difesa non sono temi di parte: sono il minimo sindacale di una civiltà.
Voltaire intervenne sul caso Calas mentre il danno era ancora aperto. Zola scrisse J’accuse mentre il caso Dreyfus era in corso. Non dopo.

E dunque mi espongo. Per Alberto Stasi, prima di tutto.
E per Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo in un processo in cui la prova genetica resta al centro di obiezioni mai davvero sciolte nel pieno contraddittorio. Per Monica Busetto, in carcere da dodici anni per un omicidio confessato da un’altra donna.
E per gli altri quando la giustizia sembra avere più paura di correggersi che di avere sbagliato.
Il caso Tortora oggi è una serie tv. Gli altri continuano a svolgersi.

Scritto nel maggio 2026, mentre Andrea Sempio è convocato dalla Procura di Pavia e si discute la revisione del processo a Stasi

Riappropriarsi di sé: la conoscenza impegnata di Rose-Marie Lagrave

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di Ornella Tajani

«Il femminismo mi ha fatto diventare donna», scrive Rose-Marie Lagrave in Riappropriarsi di sé, apparso in Francia nel 2021 e ora pubblicato dalle Edizioni Alegre nella traduzione di Annalisa Romani, all’interno della collana «Working Class» diretta da Alberto Prunetti. Rimodulando la celebre affermazione di Beauvoir nel Secondo sesso – «Non si nasce donna: lo si diventa» –, l’autrice, sociologa e per anni Directrice d’études all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, dichiara così il ruolo fondamentale che il pensiero e la militanza femminista hanno rivestito nella sua formazione.

Tale consapevolezza è alla base di questa «inchiesta autobiografica di una transfuga di classe femminista», come recita il sottotitolo. Constatando quanto la questione di genere sia trascurata dalla maggior parte degli autori transfughi, Lagrave decide di farne il perno del suo racconto di vita, che difatti inizia incisivamente così: «Mia madre è stata incinta per centodiciassette mesi, quasi dieci anni; ha fatto nascere tredici figli, due dei quali sono morti in tenera età». Il pensiero, sconvolgente, di un corpo impegnato, “occupato” tanto a lungo nella gravidanza traccia la direzione del saggio autosociobiografico in cui Lagrave, dopo anni di studi scientifici sul mondo rurale e sull’intreccio fra disuguaglianze di genere e di classe, si ritrova ineditamente a scrivere usando la prima persona singolare.

Il libro è un resoconto del suo percorso di vita, di transfuga di classe, di militante femminista, di intellettuale a cui la sociologia fornisce le chiavi di comprensione del mondo, di donna e madre che riesce, studiando e lavorando contemporaneamente, a raggiungere l’apice della carriera accademica e a rivestire ruoli importanti all’interno dell’istituzione universitaria. Il suo racconto ha qualcosa di prodigioso. L’autrice offre il suo romanzo familiare e personale con una completezza tale da restituire davvero, a chi legge, la traiettoria di una vita intera, mostrando il tessuto sociale che l’ha resa possibile: la famiglia prima, poi le compagne e insegnanti di scuola, i docenti universitari, l’MLF, cioè il movimento per la liberazione delle donne, infine le colleghe e le allieve, che, dopo aver imparato da lei, le hanno a loro volta insegnato qualcosa.

Dopo un’introduzione in cui si delineano le sfide che una scrittura più personale pone alla studiosa di sociologia, il libro si divide in tre parti. Inizialmente Lagrave racconta il contesto familiare in cui è cresciuta, l’ambiente rurale della sua infanzia in Normandia, l’educazione cattolica, gli anni del liceo. La seconda comincia con l’arrivo a Parigi: gli studi universitari, il dover lavorare per vivere, gli equilibrismi per coniugare lavoro e studio, l’incontro con Pierre Bourdieu e con la sua sociologia critica, determinante anche per altri autori transfuges come Ernaux, Eribon, Édouard Louis; ma anche la crescita personale, l’occasione di riscattare la propria vergogna sociale viaggiando e lavorando per una istituzione prestigiosa come l’EHESS. Questa sezione centrale contiene infatti anche un capitolo intitolato “Diario di un’oblata”, riprendendo il termine usato da Bourdieu per coloro che si dedicano devotamente a un’istituzione, riconoscendola come “salvifica” per il proprio percorso. Successivamente Lagrave condensa le tappe salienti della sua formazione femminista. Nell’ultima parte, infine, dedicata a “l’ora della verità”, l’autrice riflette sul come la vecchiaia sia concepita nella società di oggi e sulla particolare coloritura che assume per le donne questa fase esistenziale. «Bisognerebbe poter essere vecchi tutta la vita – scrive –, per rallentare i ritmi di lavoro, per osare dire che ci sono dei limiti alla resistenza e ammettere che si ha bisogno degli altri».

Come si diceva, il prisma del pensiero femminista è centrale nel libro:

Il femminismo è stata una scuola di formazione all’autonomia intellettuale, alla critica sociale, alla rivelazione delle trappole della neutralità assiologica nelle scienze sociali, così come ha orientato i miei oggetti di ricerca e confermato la tendenza ascendente della mia traiettoria. A questo proposito, coniugando la classe sociale, la razza, il genere e le sessualità, gli studi di genere e l’internazionalizzazione delle lotte femministe hanno aperto la possibilità di una nuova forma di “conoscenza impegnata”.

Si tratta nuovamente di un’espressione di Bourdieu: la conoscenza impegnata, insieme naturalmente alla coscienza impegnata (e «imbrigliata al corpo», potremmo aggiungere con Susan Sontag), si struttura all’interno del campo del sapere.

Quello che colpisce, leggendo il libro di Lagrave, è proprio assistere al progredire della sua coscienza, che, come in ogni percorso di formazione compiuto, costruisce conoscenza e contemporaneamente è costretta a decostruire retaggi, a liberarsi dai clichés introiettati; interessante, ad esempio, il capitolo che l’autrice dedica al cattolicesimo e al modo in cui è evoluto il suo rapporto con la religione: discostandosene, liberandosi dalla sua «morsa», ma continuando in qualche maniera a dialogarvi.

Lagrave riesce nella decostruzione coniugando studio e pratica militante sociale e femminista. Poco a poco vediamo come la giovane sociologa e poi docente affermata cominci a mettere in discussione lo stato di cose, a far sentire la sua voce davanti al dominio maschile contro cui si ritrova costretta a scontrarsi nella pur illuminata École dove insegna: la riflessione femminista inizia a permeare tutti gli aspetti della sua attività di studiosa, di docente che non smette di interrogarsi sul come istituzionalizzarsi «senza perdere il potenziale sovversivo iniziale». È commovente e arricchente ripercorrere gli anni di storiche lotte che sono state alla base di grandi conquiste, come il diritto all’aborto, percependone l’energia al contempo distruttrice e creatrice che v’era alla base: un’energia che oggi può fungere da monito, da modello e che suscita sempre, almeno nella sottoscritta, infinita gratitudine.

Per Lagrave la scrittura di Ernaux è stata fondamentale: le due autrici appartengono alla stessa generazione, sono cresciute in contesti simili e hanno raccontato, ciascuna con i propri strumenti, la loro traiettoria. Questa comunione d’intenti è all’origine del denso dialogo fra le due, già pubblicato con il titolo Una conversazione (in italiano per Oligo, 2024); in quella sede Lagrave ha sottolineato l’importanza della distinzione fra autobiografia (o autosociobiografia, nel caso di Ernaux) e inchiesta autobiografica: per lei il termine «inchiesta» implica il dovere di raccogliere fonti e documenti così da provare che i risultati di una ricerca, di una ricostruzione non dipendono soltanto dalla propria soggettività, ma sono fondati su materiali empirici. Quali sono queste fonti? Le carte di famiglia, le agende della madre, le lettere di fidanzamento dei genitori, i risultati scolastici dei suoi fratelli e sorelle, gli atti di battesimo, le fotografie — colpisce, a questo proposito, che la primissima frase del libro evochi una «foto color seppia», esattamente come nell’incipit del racconto L’altra figlia di Annie Ernaux. Esplorare questo materiale significa appunto passare dall’autobiografia all’inchiesta autobiografica, poiché non ci si affida più ai soli ricordi personali.

Se è vero che i confini fra la letteratura e la sociologia sono porosi, e sempre più lo diventano con la grande diffusione dei racconti di transfughi sociali, Lagrave però mantiene una separazione fra i due campi, che anche a me pare essenziale: in questo libro – ricchissimo di note e di rimandi ad altri testi, una miniera di informazioni che racchiude un pezzo di storia francese – l’autrice, pur assumendo la prima persona, mantiene la sua démarche da sociologa, il suo passo, il suo approccio specifico, ed è questo che ne rende la lettura diversamente stimolante e foriera di riflessioni rispetto a un testo di narrativa.

Nonostante tale specificità, il dialogo con la letteratura, in particolare con i libri di Ernaux (ma non solo) è continuo: Lagrave, come Ernaux, risvegliano la coscienza sociale raccontando i loro percorsi. Ci sono espressioni e concetti che ricorrono in entrambe, come l’immagine del palinsesto (altrimenti declinata), o il trauma della vergogna sociale, trasformata dall’autrice soprattutto in stimolo «a lottare contro [sé] stessa e rimanere a tutti i costi nel sistema scolastico». Rispetto al percorso d’istruzione Lagrave articola un’attenta critica della retorica del merito, ma, al contempo, rivendica con fermezza l’importanza dello stato sociale. Vale la pena citarne qualche passaggio:

Ora che il merito è diventato un dato manageriale e una ricompensa onorifica, mi dichiaro non meritevole, con buona pace di alcuni giudizi che ancora mi attribuiscono questa qualifica. L’uso del termine meritevole, riservato a chi proviene da classi sociali svantaggiate, nasconde in realtà un disprezzo di classe che rimanda direttamente alle proprie origini. Il termine assistita, invece, lo rivendico, perché descrive accuratamente il contributo finanziario dello Stato senza il quale, in una sola generazione, la mia famiglia non avrebbe potuto conoscere l’ascesa sociale decisiva che provo a mostrare qui.

E ancora:

Esaltare il merito significa far ricadere il peso di un ipotetico successo sugli individui, cancellando la funzione di riproduzione sociale della scuola. Esaltare il merito significa pulire la coscienza di chi mette l’accento su una scuola che appiana le disuguaglianze sociali e non smette di invocare le eccezioni per confermare la regola. Non voglio pulire loro la coscienza col mio esempio.

Anche per Lagrave, come per Ernaux, la vergogna sociale provata diventa un motore per defatalizzare l’esistenza, cioè per capire, come recitano le ultime righe del libro, che «nessun destino è già scritto», ma anzi «bisogna lottare collettivamente per abolire il dominio maschile e la società di classe in modo da non dover più passare da una classe all’altra» – rendendo così la stessa condizione di transfuga impossibile perché innecessaria.

 

Il sistema. Per Willard Van Orman Quine (2000 ✝ – ?)

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di Fausto Paolo Filograna

“Dio ha la faccia piena di latte”

Da quando mi hanno incaricato di scrivere la necrografia di Quine, non penso che a lui.

Se qualcuno mi chiedesse il motivo, non lo so dire precisamente, ma di sicuro ha a che fare col fatto che l’illustre era mio fratello e che sono poeta. Se qualcuno mi chiedesse cos’è una necrografia, direi che non è che una biografia che parte dalla morte di un individuo.

Ho ricevuto l’incarico, e con la musica di Chopin in sottofondo, giù a lavorarci e a sopportare il dolore dell’infanzia comune. Con me, secondo la volontà dell’editore, ha iniziato a scrivere anche Randolph (Università di Houston, Texas), il quale è stato suo discepolo in senso stretto, come Pietro con Cristo. Randolph farebbe a meno di me se l’editore non l’avesse costretto a dividere l’onere di questa necrografia.

Ora posso solo stare seduto, e scrivere.

***

Il giorno di Natale dell’anno 2000, mentre stava contando i soldi depositati sul centrotavola all’ingresso per uscire a comprare delle tortine da dare ai suoi sei nipoti (due piccolini della figlia femmina e quattro del figlio maschio), il lume della filosofia Mr. Willard Van Orman Quine, detentore della cattedra “Edgar Pierce” di Harvard[1], fu preso da un infarto terribile, e in meno di due ore, da quello che dissero i medici (riunitisi in sei attorno al suo eminente cadavere) morì, restituendo alla terra il movimento che gli era appartenuto per oltre novant’anni con tanta dignità. La terra, ora, lo ospitava steso, accanto alle chiavi di casa e a degli spiccioli, indistinguibile da questi perché le cose, si sa, non hanno volontà a questo mondo.

Era il giorno di Natale, ma se quando si svegliò fosse stato davvero, ancora, Natale, nessuno può più dirlo. Perché da quello che so Willard Van Orman Quine si era ritrovato nell’aldilà, dove persinolui non si poteva nemmeno sapere se fosse davvero ancora lui, ovvero quello che per novant’anni abbiamo chiamato a gran voce sul pulpito dell’aula Pierce: Willard Van Orman Quine, professore di logica.

“Via, via, lo sapete, meno parole si usano e più si è accurati”, aveva detto in una sua intervista. Ma ora risvegliatosi in mezzo ai morti, non aveva detto proprio nessuna parola. E il perché va reso chiaro dall’inizio.

Bisogna dire apertamente che lui dagli studi di Harvard, dalle passeggiate a Mulholland Drive, dalle occhiate alle vetrine, dai panini che addentava con passione, dalle sciarpe che desiderava acquistare e impacchettare per la figlia e per i nipoti, dai nostri giochi infantili nella vecchia casa dove approfondì i suoi tic, da tutte queste delicatezze sperava, con spietata ma discreta, misurata amarezza, di liberarsi, quando fosse arrivato il suo momento, con la stessa velocità con cui era venuto al mondo.

Un giorno, riunitici nel suo studio prima di uscire a cena insieme, qualcuno dei suoi disse che voleva “passare” da questo o quel posto a ritirare dei libri. Lui non rispose altro che “sicuro, sicuro, Donald, che ci passiamo”. Poi fece una pausa, prima di riprendere a dire: “Tutti passiamo”, e mettendosi comodo su una poltrona aveva aggiunto: “Per me gli uomini, le donne sono corpi; finiti quelli, finita la festa, passiamo. Come taxi che vanno nel nulla, e vengono dal nulla”; poi, allegro come sembrava di carattere, cercò fumando di dimenticare quanto detto. Eppure io so che quando gli si diceva con leggerezza “passiamo di qua?”, le sue orecchie sacrificavano il punto interrogativo, e lui di colpo pensava alla morte.

E ora che la morte lo aveva preceduto c’è chi giura che si sia stretto la mano sulla bocca, per corrispondere con un gesto all’attività lussureggiante del suo cervello, che ancora raziocinava. C’è chi giura che lì, lì dentro all’aldilà, quel giorno che qui era Natale, lo si sentì bofonchiare qualcosa vedendo quelle pletore di morti a perdita d’occhio.

Ce n’erano infiniti e solenni, come erano stati i suoi pensieri da vivo. E ogni volta che vedeva uno qualunque di quei morti, bofonchiava – ma io so che erano lamenti. Quando gli appariva un’entità, lui subito emetteva un lamento.

Camminavano un po’ sospesi, a qualche centimetro da terra, camminavano spontanei, definiti, come le proposizioni di quando era vivo, sì, e forse proprio per questo – e per come si coprì la testa con le mani – c’è chi giura che tutto ciò gli sembrò intollerabile, ben più che marcire nella tomba.

Ma soprattutto gli alberi (che dovevano essere la cosa più innocua agli occhi di un intelletto meno che divino, dice Randolph). Erano sospesi, con le chiome altissime e il grande apparato radicale che ciondolava all’altezza dell’occhio di Willard. Gli alberi, io lo so, lo riportarono a pensare ai viali verdeggianti di Johnstone Gate, in mezzo ai quali si svolgeva il cenacolo delle nostre risse verbali, delle nostre guerre proposizionali su nostra madre. Ora anche quegli alberi sradicati e sospesi da terra (come i feti nelle pance delle madri quando queste passeggiano) gli sembrarono intollerabili.

Lo si vide, preso dalla smania, correre verso uno di quegli alberi e provare ad appendercisi per ripiantarlo nella terra a forza di salti. Ma poi, dato che non pesava più nulla, gli dovette sembrare di aver fatto qualcosa di stupido e smise. Io so che gli sembrò di appendersi a cordoni ombelicali al termine dei quali non c’era nessuna donna, nessuna rissa, nessun manicomio, nessuna vita.

Tutti quegli uomini, quelle donne, che assomigliavano tanto alle donne agli uomini dell’altro mondo, ma senza il corpo. Come chiamarli? Si chiedeva, sentendoli intollerabili. Con che parole pensarli? Le parole possono indicare ciò che non ha corpo? E se non si possono pensare, come possono esistere? Forse, rifletteva, non esiste niente di tutto ciò che vedo, dice Randolph, il quale si è soffermato maniacalmente su come la filosofia di Willard lo condizionò nell’aldilà – mentre io su qualcosa che Randolph dice di non aver capito, e che riguarda il fatto che io scrivo poesie, e questo è certo un segno di malattia mentale, dice lui, ben più grave della parentela.

Ma ecco il punto, che nelle mie note sul filosofo emerge come l’unico centro della faccenda, e mi scusi Randolph se non è il suo centro. Ma se l’editore vorrà tenerci entrambi, dovremo mettere il mio centro.

Quine non era certo un’aquila, un’aquila dai due occhi feroci, come afferma Randolph a chiunque gli parli, ma al massimo un ciclope, che di occhio non ne aveva che uno, e quell’unico occhio, seppur miope, aveva potuto vedere il suo cosiddetto sistema, il suo cosiddetto sistema perfetto a due varianti, il sistema di Quine, che io soltanto so come e da dove nacque. “Qualunque parte si attacchi, ecco che bisogna attaccare tutto il sistema: non la madre, non il figlio, non la moglie, ma tutta l’umanità” aveva detto in vita, e aveva poi aggiunto “Si dubiti di tutto, o si lasci tutto com’è”.

Ecco dunque il punto, che io ho dovuto aggiungere per amore di verità, nonostante Randolph lo ritenesse intollerabile: c’è chi giura di aver visto Quine tentare di strapparsi i capelli, quando in un angolo, nemmeno troppo tempo dopo essersi svegliato per così dire morto, in mezzo alla folla, vide nostra madre. Camminava distratto, lontano da tutti, e vide nostra madre. Qui sta il punto, io dico. Ecco l’occhio che intravide il sistema.

Impossibile che fosse lei, pensò, eppure so che provò un desiderio insopprimibile di parlarci. Non è d’altronde normale avere fame quando si ha lo stomaco vuoto, anche se non si crede nell’esistenza del cibo?

Nei miei appunti c’è scritto: “si alzò e la seguì, ma lei non si girava mai, non si girò mai a guardarlo”. Ed è lì che Willard tentò di chiamarla per nome, ma niente, tentò altri nomi, mentre i capelli si staccavano nelle sue dita che li tiravano smaniosamente. Elencò aggettivi, verbi, li articolò in proposizioni, in ordine alfabetico ma nessuno si girava, e nemmeno lei, la madre del professore di logica analitica, nostra madre.

Allora Quine cominciò a girarle attorno, come aveva sempre fatto, come fanno gli animali che studiano le prede. C’è chi giura che cominciò a dire suoni animaleschi, i quali qui bisogna trovare un modo per trascrivere: “gicola” “ruxonatis”, “uahuar”, “ararararar”.

Infine, stremato nell’anima (non aveva che quella) le si avvicinò e le si sedette a fianco, muto, come un bocciolo spuntato sullo stelo di un fiore, non sapendo nemmeno se fosse ancora sua madre (si è ancora madri e figli quando si è morti?).

I nomi, nell’aldilà, devono essere come cordoni ombelicali senza ombelichi. Si rassegnò al silenzio, e seduto accanto a lei (o a quel che era ora) la ripensò da viva, e pensò alle sue parole, poiché nient’altro che parole vecchie, parole di quando era viva potevano restargli nell’aldilà.

“Perché passiamo da un reparto all’altro, Willard” gli aveva detto dal suo letto bianco di un ospedale di Los Angeles nostra madre, “non vedi come ormai passiamo solo e soltanto dal reparto di maternità a quello di psichiatria? Da quello di maternità a quello di psichiatria. Al punto che uno, quello di psichiatria, sembra a tutti gli effetti essere diventato la prosecuzione dell’altro, quello di maternità. C’è in effetti un solo corridoio tra i due reparti. Vorrei alzarmi, Willard”, gli disse, e lui aveva pensato che nemmeno la sua enorme intelligenza avrebbe avuto tanta forza da sollevare un corpo da un letto. “Stiamo sempre e solo stesi nel nostro letto, e qualcuno, quando ancora siamo lunghi poco più di qualche centimetro, come un sedano, come un ramoscello, ci porta dal reparto di maternità a quello di psichiatria. E poi, di nuovo, qualcuno ci porta al reparto di maternità, come quando mi ci portarono per metterti al mondo, per poi andare in psichiatria in due. Perché passiamo da un reparto all’altro, Willard, eh? Te lo dico io: perché il mondo è un ospedale. E perché il mondo è un ospedale, eh, Willard? Be’, perché siamo corpi. E siamo tutti malati, Willard. Vorrei alzarmi, ma per andare dove? Questa casa, Willard, è solo un ospedale. L’Europa, l’America, il mondo è ormai solo un ospedale, e chi guarisce non sa dove andare. Gli uomini non sono più che malati di orfanezza o di testa, orfani o matti. Si può solo, camminando, cambiare reparto, andare in camera da letto o in cucina, o in bagno. So che hai cambiato il bagno per me, che lo hai ridipinto, e che sopra gli ci hai fatto scrivere “Toilette”, perché dicevi che era impossibile che fosse “così vecchio e così ostile”, e hai rifatto la cucina che era “feroce e assurda”. Hai cambiato i nomi delle stanze per confondermi e solo per confondermi, ma io so che ovunque vada non sono che dentro un ospedale, sì, e che la verità non è la verità, ma l’abitudine, la natura non è la natura, ormai essa è inquinata fino al midollo, la natura è solo abitudine, sì, e ormai non ci sono in America e in Europa che orfani e matti, e tutto ora è un ospedale. Oh ma io vorrei alzarmi. Non per cambiare i nomi delle stanze, ma per far saltare in aria tutto l’ospedale, vorrei alzarmi” gli aveva detto, mentre lui guardava fuori dalla finestra gli spazzini che svuotavano i bidoni stracolmi di spazzatura, e masticava per l’ennesima volta, fino a portarla al compimento, la parola sistema, e io sedevo lì accanto a rileggere le mie scialbe poesie.

La ripensò così, in quel giorno lontano. C’è chi giura che da allora lo si è sentito dire suoni per formare parole, “givova” “ruxonatis”, “uahuar”, e simili burle, aspettando che qualcuno di quella pletora di morti si girasse a guardarlo mentre vagava.

Oggi, dunque, 23 Ottobre 2025, dopo più di vent’anni dall’inizio della necrografia e contrariamente a quanto pattuito con Randolph, che mi ha escluso dal mio lavoro, assieme al consenso dell’editore, segno solo:

Parla Willard. Dì cose che assomigliano ai tuoi “schiacciante…”, “ora tentiamo”, “la similarità”. Ma di tutto quello che dici laggiù, qui non arriva che il grandioso atroce pianto di un bambino.

[1] Per il suo studio sulle proposizioni analitiche e sintetiche.

La corsa

3

di Francesco Gallo

La telefonata arrivò mentre il tempo gli scorreva tra le dita. Video brevi, uno dopo l’altro: guerra, una risata registrata, un corpo che si muoveva per qualcuno che non era lì. Non c’era ordine, solo continuità.
Il numero dell’agenzia comparve sul più bello, quando il movimento di un culo si faceva promessa. Ma lo schermo si oscurò.
Rimase un attimo col pollice sospeso. Poi rispose.

La ragazza dell’agenzia parlava in fretta, con l’entusiasmo di chi teme che una buona notizia cambi idea se la si trattiene troppo al telefono.

«C’è un signore molto interessato.»

L’uomo portò il telefono all’orecchio.

«Molto interessato quanto?»

«Molto interessato nel senso che oggi stesso sarebbe disposto a fare la visita. E se gli piace come gli sono piaciute le foto, anche una proposta.»

L’uomo guardò fuori dalla finestra. Il cielo sopra i tetti era basso e grigio.

Si era trasferito lì qualche mese prima, quando aveva capito che attraversare la città per andare al lavoro era una perdita di tempo.

«A che ora?»

«Riesce fra… quaranta minuti?»

«Sì,» disse. «Ce la dovrei fare.»

Aveva lasciato la casa pronta per le visite.
Un tavolo, due sedie, una pianta. Il necessario per accennare una vita senza suggerire troppo.

«Benissimo. Il cliente preferisce fare la visita con il proprietario.»

«Lei quindi non viene?»

«Ho un’altra visita. E le ho detto, col proprietario. Non dimentichi le chiavi.» Infilò una mano in tasca. Le sentì.

«Mi raccomando, non faccia tardi. Mi ha dato l’impressione di essere uno serio.»

La ragazza puntava spesso sulla serietà. In tre mesi aveva visto passare nell’appartamento abbastanza persone da formare ormai una categoria precisa: le persone serie. Così serie da non buttare soldi in case.

Entravano con passo prudente, come se la casa fosse una creatura suscettibile.
Guardavano le stanze. Le immaginavano piene. Aprivano i rubinetti, bussavano sui muri. Chiedevano della facciata, delle spese, del vicino del piano di sopra. Poi se ne andavano con un sorriso educato.

Si alzò. Prese il cappotto. Ritastò le chiavi nella tasca dei pantaloni e uscì.

Aveva piovuto fino a poco prima e il marciapiede luccicava. Alzò una mano.

Un taxi si fermò accanto a lui. Era un’auto scura, pulita, ma piuttosto vecchia. Salì e diede l’indirizzo.

«È dall’altra parte della città», disse il tassista.

Aveva una voce calma, neutra, una voce che non si lamentava: constatava.

«Ho un appuntamento. Dice che in mezz’ora ce la facciamo?»

«Ce la faremo.»

All’inizio il tragitto non ebbe nulla di strano. Le strade erano quelle di sempre: semafori, officine, il negozio di materassi, il bar con le sedie rovesciate sui tavolini, un autobus fermo in doppia fila. Se il traffico teneva, sarebbe arrivato con qualche minuto di anticipo.

Guardò il cellulare: due tacche di batteria. Lo rimise in tasca e si sistemò meglio sul sedile. L’abitacolo profumava di plastica tiepida e di un deodorante al pino tanto discreto da sembrare un cipresso.

Il tassista guidava bene. Non accelerava mai inutilmente. Non inchiodava. Non parlava.

A un certo punto, ebbe l’impressione che stessero facendo un percorso insolito.

«Scusi,» disse, sporgendosi appena. «È la più veloce?»

«È la più scorrevole.»

Guardò fuori. Non riconosceva nulla, ma questo di per sé non significava molto. Da quando aveva lasciato il suo quartiere, si accorgeva di quanto poco conoscesse la città oltre i tragitti abituali.

Passò altro tempo. Poi altro ancora. Le macchine diminuirono. Anche i palazzi si fecero più radi. Comparvero capannoni, un distributore abbandonato, prati spelati con pneumatici in fondo, un cavalcavia sopra un cavalcavia sopra un altro ancora.

«Ma… quanto manca?»

Il tassista sollevò appena gli occhi verso lo specchietto.

«Non molto.»

Guardò il tassametro. L’importo saliva con una rapidità irritante ma ancora compatibile con un disguido. Decise di non dire niente. Un uomo adulto non può agitarsi per una deviazione di dieci euro. Un uomo che sta per vendere casa deve mostrarsi all’altezza.

Passarono davanti a un cimitero. Le linee bianche si persero poco dopo lungo una serie di campi sportivi, oltre un quartiere di villette tutte uguali. Alla rotonda con la statua di una vela in cemento capì di non essere mai stato in quel posto.

«Mi scusi, ma questa non è la strada.»

«Dipende.»

«Da cosa?»

«Da dove bisogna arrivare.»

L’uomo sorrise, non perché avesse trovato la frase divertente ma per educazione, come si fa con gli estranei quando si teme di aver sentito male.

«Ma ha capito bene l’indirizzo?»

«Ci arriviamo. Non si preoccupi.»

«Quando?»

Il tassista non rispose subito. Girò a destra. Un sole basso entrò nel parabrezza e restò per qualche secondo sospeso nell’abitacolo, come un ospite che avesse pagato anche lui la sua corsa.

«In tempo per il suo appuntamento.»

L’uomo avvertì una stanchezza precisa, la stanchezza delle cose cominciate male. Decise di non farne un problema. Avrebbe aspettato ancora dieci minuti, poi avrebbe chiesto di fermarsi e sarebbe sceso.

Dieci minuti dopo costeggiavano un canale lattiginoso lungo il quale crescevano alberi senza foglie. Le sponde erano coperte di una brina sottile.

Si raddrizzò.

«Ma un’ora fa non era ottobre?»

Il tassista non sembrò sorpreso dalla domanda.

«Era una stagione di passaggio.»

Nei campi c’erano strisce bianche. Non pioggia, non nebbia: neve vecchia, compatta. Un uomo con una pala camminava sul bordo della strada. Per un attimo gli sembrò di conoscerlo. Si voltò di scatto, ma il taxi l’aveva già dimenticato.

«Fermi un momento.»

«Qui?»

«Sì, qui.»

«Non conviene.»

«Perché non conviene?»

Il tassista esitò un istante.

«Non è ancora il punto giusto.»

Sentì montare un fastidio più pulito della paura. Si sporse fra i sedili.

«Guardi, io ho un appuntamento. Lei mi sta portando in giro da non so quanto. Si fermi.»

Il tassista accostò. Il motore restò acceso.

Fuori c’era una distesa bianca e piatta. Non un edificio, non un cartello, non un’edicola, non un essere umano. Solo il respiro del riscaldamento e un tergicristallo che, senza bisogno, strisciò sul vetro.

«Benissimo,» disse il tassista. «Se desidera scendere, possiamo finirla qui.»

L’uomo guardò fuori. Il vento trascinava aghi di ghiaccio rasoterra.

«Dove siamo?»

«A metà.»

«A metà di cosa?»

«Del tragitto.»

«Non ha senso.»

«È la strada.»

Ebbe l’impressione che, se avesse aperto la portiera, il paesaggio lo avrebbe assorbito senza restituirlo a niente di riconoscibile. Non aprì.

«Andiamo,» disse.

«Come preferisce.»

Dopo l’inverno venne una primavera torbida. Non avrebbe saputo dire quanto tempo dopo. Lungo la strada comparvero campi gialli, biciclette appoggiate a recinzioni, ragazzi in maniche corte. A un certo punto l’uomo pensò di aver dormito. Si svegliò con il collo piegato e la certezza di essersi perso qualcosa di importante.

«Possiamo fermarci a mangiare?» chiese.

«Si può.»

Non si fermarono.

Il tassista, però, allungò una mano verso il sedile accanto al cambio e gli porse una brioche.

«Non la voglio.»

«Come crede.»

Passò un’ora, o un mese, e l’uomo la mangiò. Aveva un sapore di tempo e zucchero.

Il paesaggio mutava senza transizioni. Un pomeriggio primaverile diventava pioggia d’estate. I boschi diventavano cantieri. I cantieri centri commerciali. Gli stessi cartelloni tornavano con pubblicità diverse, come se il tempo mutasse la pelle lasciando intatto lo scheletro.

Controllò il viso nello specchietto. Gli sembrava uguale, poi più stanco, poi uguale di nuovo. Una mattina notò un filo grigio che non ricordava.

«Da quanto stiamo viaggiando?» chiese.

«Abbastanza.»

«Quante ore?»

«Non saprei.»

«Lei non guarda il tempo?»

«Ho il tassametro.»

L’uomo cercò di mettere ordine nei pensieri. Aveva messo in vendita l’unica cosa di valore che possedeva, un valore diventato scomodo.

Ripercorse le stanze, una per una. Ingresso stretto, soggiorno con la finestra larga e il radiatore che ticchettava, la cucina dove d’estate si moriva, il bagno con la piastrella crepata dietro al bidet, la camera che al mattino prendeva luce da est.

«Lei l’ha mai vista, la mia casa?» chiese all’improvviso.

Il tassista sterzò a sinistra.

«Quale casa?»

«La mia. Quella dove stiamo andando.»

«Potrebbe chiamarla ancora sua?»

Sentì un colpo allo stomaco. «Finché non la vendo, sì.»

«Certo,» disse il tassista. «Finché non la vende.»

Attraversarono una zona di colline. Su una di queste c’era un condominio identico al suo: stessa facciata ingiallita, stessi balconi chiusi a veranda, stesse tende azzurre. Per un istante ebbe la certezza che il suo appartamento fosse lì, al terzo piano, e che se avesse suonato si sarebbe aperto lui stesso, qualche stagione più giovane, con una tazzina di caffè in mano.

«Si fermi.»

Il tassista rallentò.

«È quello?»

«Vuole che sia quello?»

Guardò meglio. Al balcone del terzo piano era steso un lenzuolo con stampati dei limoni enormi. Lui non aveva mai posseduto un lenzuolo del genere.

«No,» disse. «Non è quello.»

Il taxi riprese la sua corsa.

Una sera – la chiamò sera per via della luce arancione, ma avrebbe potuto benissimo essere un’alba di settembre o il riflesso di un incendio lontano – cominciò a parlare da solo, per non lasciare al motore del taxi l’unica compagnia possibile. Elencò a bassa voce gli oggetti rimasti nell’appartamento: la pianta, le due sedie, gli asciugamani, il tavolo. Poi ripassò i pregi dell’immobile, come se dovesse ancora illustrarli a un cliente: posizione strategica, doppia esposizione, spese contenute, vicinanza ai servizi, soffitti alti, stabile tranquillo. A “stabile tranquillo” rise. Rise abbastanza da tossire.

«Vuole un po’ d’acqua?» chiese il tassista.

«No. Ha già piovuto abbastanza.»

Accadde anche che fuori, sopra un qualche marciapiede, comparisse sua madre. Non intera: prima il cappotto color cammello che portava l’inverno in cui si ruppe il femore; poi, più avanti, il modo in cui inclinava il capo davanti alle vetrine. L’uomo non disse nulla. Era cambiato abbastanza da non essere più nemmeno suo figlio.

Una mattina di un mese qualunque, il tassista disse:

«Ci siamo quasi.»

L’uomo non reagì. Lo aveva già sentito due o tre volte, forse di più.

Fuori comparvero strade sempre più note. La panetteria all’angolo con la saracinesca rigata, il tabaccaio, la cancellata verde della scuola, il platano storto che sollevava i sampietrini con le radici.

Si sporse in avanti. «Questo lo riconosco.»

«Immagino di sì.»

Il cuore cominciò a battergli forte.

Anche il negozio di ferramenta dove aveva rifatto le chiavi. Il fruttivendolo che teneva le cassette delle arance così in fuori che se eri distratto ci andavi contro. E il bar dove, il giorno del rogito dei suoi genitori, avevano festeggiato con un prosecco e un succo all’albicocca.

Il taxi rallentò. Svoltò nella sua via. E davanti al portone, si fermò.

L’uomo rimase qualche secondo fermo.

Il condominio era lì. Il citofono con i nomi storti. La cornice annerita dell’ingresso. Il vaso di orchidee finte nell’androne. Al terzo piano, dietro la finestra del soggiorno, gli sembrò di vedere il riflesso del cielo sulla parete vuota.

Si toccò la tasca per sentire le chiavi. Non si erano mosse da lì.

«Sì… Siamo arrivati. Quanto le devo?»

Il tassista spense il motore.

Poi girò il tassametro verso di lui. L’uomo guardò la cifra. La lesse una volta.

Poi una seconda.

Poi avvicinò il viso come se il problema fosse la vista.

Ma quello era il prezzo da pagare. Non arrotondato. Non approssimato. Esattamente quello. Fino agli ultimi tre nove che l’agente immobiliare gli aveva suggerito per ragioni psicologiche e che ora gli si ribaltavano addosso come una maledizione.

Sentì un vuoto nelle gambe. «C’è un errore.»

«È stata una corsa lunga.»

Guardò il portone. Poi di nuovo il tassametro. Poi l’uomo davanti a lui. Studiò per la prima volta con attenzione il suo volto: sui cinquanta, forse meno, con un viso ordinario, pulito, senza alcun tratto memorabile se non l’indifferenza. Le mani sul volante erano asciutte, curate. Lo guardava con la calma di chi si presenta a un appuntamento dopo essere arrivato in anticipo.

«Nessuno può pagare una cifra simile per una corsa in taxi.» Ridacchiò. «Chi è lei, il Diavolo?»

Allora rise anche l’uomo davanti. «Possibile che non l’abbia capito?»

Si fermò. E capì. Il cliente. Lo pensò con la fatalità con cui si sarebbe scritto il nuovo cognome sul citofono del terzo piano a sinistra.

Un colpo di fiato. «Questo non ha nessun senso.»

«Al contrario. Ci serviva quella cifra.»

«A lei! Ma io che ci guadagno?»

«Lei ha avuto la sua corsa.»

«È assurdo.»

L’uomo davanti si girò a guardarlo. «Lei aveva un immobile di cui voleva liberarsi e io un mezzo. Lei ha chiamato e io sono venuto.»

La cifra non si muoveva più. Era arrivata dov’era necessario arrivasse.

«Lei mi ha truffato.»

«Non direi. La corsa è stata reale.»

Guardò fuori. Dietro quel portone c’erano trentadue anni di vita compressi in settanta metri quadri: le domeniche di febbre, la muffa nell’angolo nord, il primo stipendio contato sul tavolo della cucina, il padre seduto vicino alla finestra con le scarpe ancora ai piedi, la donna che una notte di agosto gli aveva detto che non sarebbe rimasta, il soffitto osservato per ore quando il sonno non arrivava, il silenzio dopo i temporali, la piastrella rotta, l’alone del quadro all’ingresso, l’odore del detersivo nelle mattine d’inverno.

«Lei non può comprarsi una casa così,» disse.

«Perché no?»

«Perché non si comprano le case con una corsa in taxi.»

«Molti le comprano con molto meno.»

Strinse le chiavi nel pugno fino a farsi male. «E adesso dovrei semplicemente darle le chiavi?»

«Se preferisce possiamo salire insieme. Controllo lo stato dell’immobile.»

La frase lo colpì più di tutto il resto. Non la truffa, non l’assurdo, non la cifra. Quel tono professionale, quasi notarile. Era questa la cosa più intollerabile.

Guardò ancora quella cifra. Esatta. Guardò il portone.

Dal balcone del primo piano una donna scosse una tovaglia a fiori. Le briciole caddero nel vuoto e si dispersero nell’aria. Qualche briciola cadde sul parabrezza.

«Lei cosa ci farà?»

«Ci abiterò.»

«Tutto qui?»

«Non basta?»

Non seppe rispondere. Era la risposta più terribile. Non speculazione, non vendetta, non truffa. Solo abitare. Entrare, sistemare le proprie cose, aprire le finestre, mettere una tazza in un pensile, dormire dove lui aveva dormito, guardare la stessa luce arrivare sul pavimento.

Il cliente tese una mano aperta, discreta, verso le chiavi.

Avrebbe potuto scappare. Attraversare la strada, infilarsi nel bar all’angolo, chiamare qualcuno, gridare. Ma raccontare cosa? Di aver preso un taxi troppo a lungo? Che il tempo era scivolato troppo in fretta? Che il taxi non era solo un mezzo ma anche il fine?

Aprì il pugno.

Le chiavi gli lasciarono nel palmo un segno rosso.

Le posò sulla mano del cliente, che le prese senza avidità, come si ritira un documento atteso o un testimone alla fine di una corsa.

«Grazie,» disse.

«E io?»

L’uomo infilò le chiavi nella tasca interna della giacca e il tassametro tornò lentamente a zero.

«Se vuole,» disse al passeggero, «posso riaccompagnarla a casa.»

L’etica comunicativa delle élite da Kant a Donald Trump

1

di Omar Bellicini

Quando Kant, nel 1784, risponde alla domanda «Che cos’è l’Illuminismo?», la definizione a cui si affida è: «L’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che deve a se stesso». Una minorità non provocata da difetti d’intelligenza o carenze di cultura, come penserebbe – forse – un erudito mondano, bensì di coraggio. Sapere aude, scrive il filosofo: osa conoscere. Un invito che condensa l’ethos di quella stagione intellettuale, presentando l’Illuminismo come volontà di sottoporre autorità, tradizioni e presunte «realtà di fatto» al vaglio del ragionamento; cioè, dell’argomentazione. Un altro tedesco, Jürgen Habermas, avrebbe completato la riflessione circa due secoli dopo, focalizzandosi sul metodo: la razionalità – ammonisce – è il prodotto di una conversazione a più voci; non una conquista meramente individuale (v. Teoria dell’agire comunicativo, 1981).
Al netto delle diverse sensibilità per l’interazione con l’altro, per oltre duecento anni la capacità di argomentare è stata la fonte di legittimazione di ogni discorso, culturale e politico, e ha costituito perciò una qualità ineludibile delle classi dirigenti. Non importa che le soluzioni individuate fossero tra loro divergenti o persino inconciliabili: dalle teorie reazionarie di De Maistre alla sovversione mazziniana, dalle «leggi economiche» liberali allo storicismo marxista, il comune denominatore era l’ambizione di fondarsi su criteri razionali; la pretesa di appellarsi a verità – rivelate, scientifiche o appunto storiche – capaci di giustificare le rispettive visioni. La politica, in breve, si concepiva come interpretazione coerente del mondo; e non solo la politica: perfino il culto – per abitudine antica, ma con rinnovata energia – cercava nei «buoni argomenti» un veicolo di diffusione e una garanzia di reputazione.
Così nel passato, anche recente. La fotografia dell’oggi, però, restituisce un paesaggio diverso. Il discorso pubblico si compone di stimoli emotivi, slogan, contrapposizioni elementari. Le leadership contemporanee – in genere – non si propongono più come attuatrici di modelli di pensiero: reagiscono agli avvenimenti, orientandoli solo di rimbalzo. La psicologia sociale, del resto, ha dimostrato ormai da decenni come i meccanismi di conferma del pregiudizio e l’euristica dell’affetto – fenomeno per cui il benessere emotivo influenza le scelte ben più della razionalità – determinino le propensioni collettive in misura più efficace della ponderazione. La sociologia dei media, poi, ha evidenziato il consolidarsi, nell’accesso all’informazione, di comunità omogenee, in cui le convinzioni preesistenti si sclerotizzano: sono le cosiddette «camere dell’eco», divenute d’attualità soprattutto con l’avvento dei social.
In questo contesto, l’argomentazione perde terreno rispetto alla sollecitazione. Non si domanda al cittadino di comprendere, ma al consumatore politico di accogliere. Per comprendere la portata della frattura occorre tornare alle ragioni storiche dell’Illuminismo. Esso nasce in un’Europa lacerata da conflitti dinastici, in un continente che ha sperimentato per più di un secolo il prezzo dell’assolutismo e dell’intolleranza religiosa. L’appello alla ragione, allora, può essere letto come strategia di pacificazione: si intende sottrarre il potere all’arbitrio, si cerca di fondare l’azione di governo su principi valutabili. La convinzione è che l’uso politico dell’intelletto possa migliorare fattivamente le condizioni di vita. La scienza diventa quindi un modello, non solo per l’indagine dei fenomeni naturali ma anche per l’organizzazione del dibattito. Da quel momento in poi, la politica – anche quando si traveste da mito o da fede, come nel caso delle ideologie novecentesche – si sente in obbligo di spiegare se stessa. L’avversario, persino il nemico, è anzitutto «qualcuno che sbaglia».
Nel XXI secolo, questa tensione verso la ricerca del vero sembra però attenuarsi. Il termine «post-verità» – selezionato dagli Oxford Dictionaries come parola dell’anno, nel 2016, in concomitanza con la prima elezione di Donald Trump – è entrato nel lessico comune per indicare una fase in cui le narrazioni contano più dei fatti: una questione che non riguarda soltanto la proliferazione di notizie false, favorita dai nuovi media, quanto la diffusa indifferenza nel distinguere tra il vero, il verosimile e addirittura l’inverosimile. Dal «Pizzagate» – teoria del complotto secondo la quale esponenti dei Democratici statunitensi avrebbero gestito un traffico di minori in una pizzeria di Washington – ai «350 milioni di sterline a settimana» prelevati dall’Unione Europea – slogan della campagna in favore della Brexit – fino ai dati distorti su migrazioni e vaccini, la smentita non produce più scandalo. Il politico non teme di essere colto in contraddizione: confida nella volatilità dell’attenzione.
Le premesse di questo disinteresse sono profonde. La secolarizzazione ha eroso l’idea di una verità ultima, che trascenda le opinioni. Concezioni novecentesche, come il post-strutturalismo di Foucault e Derrida, hanno messo in discussione la possibilità stessa di un accesso neutrale al reale, insistendo sul carattere artificiale dei discorsi: se tutto è linguaggio, se ogni affermazione va situata in un contesto, la differenza tra interpretazione e manipolazione tende ad assottigliarsi; è solo questione d’intenzioni. Insomma: la critica alle grandi narrazioni, nata per liberare, ha finito per disperdere il senso, aprendo la porta a nuove contraffazioni.
A queste trasformazioni si sommano, inoltre, cause tecniche. La crisi dei media tradizionali ha indebolito i dispositivi di verifica che per decenni avevano filtrato le informazioni: le redazioni ridotte, la precarizzazione del lavoro giornalistico e la competizione per l’attenzione comprimono il tempo da dedicare all’analisi delle fonti. Le piattaforme digitali, dal canto loro, offrono un ambiente in cui notizie effettive e pure invenzioni condividono la forma grafica, lo stesso ambiente di circolazione. Non c’è diversità di rango tra una ricerca scientifica e un’opinione improvvisata. Marshall McLuhan aveva intuito, già nei primi anni ’60 – nel pieno del trionfo della televisione –, che il mezzo di comunicazione non è un semplice canale di trasmissione, ma un contenitore che modella il contenuto; e, se il medium continua a essere «il messaggio», nel contesto dei social ciò si traduce nella radicale equivalenza tra i contenuti che si susseguono nei feed. I social network, infatti, si propongono come apparentemente antigerarchici: evitano quella dichiarazione implicita di valore che, sui giornali, viene data dall’organizzazione di pagina. Il contenitore non guida più l’interpretazione. Il lettore scorre, reagisce, condivide. Il tempo lungo della riflessione cede al flusso veloce dell’impressione.
In questo scenario, il potere avverte sempre meno la necessità di giustificare se stesso. La legittimazione non passa più attraverso l’argomentazione, ma attraverso la capacità di interpretare umori diffusi e occupare spazio mediatico. Sono venuti meno i tre pilastri che sorreggevano l’etica dei Lumi: l’apprezzamento per il dibattito ragionato, l’ammirazione per il metodo scientifico, come paradigma di rigore, e la fiducia nell’avvenire, sostituita da una pulsione distruttiva nei confronti del presente. La competenza diventa sospetta, l’ottimismo fatuo – o come si usa dire «buonista». L’apoteosi di tale tendenza è rappresentata da Donald Trump, il cui stile combina infantilismo psicologico — uso sistematico dell’insulto, semplificazione estrema, personalizzazione del conflitto — e avventurismo politico-economico. Il comune denominatore è l’ostilità alle regole: normative, di opportunità, finanche linguistiche. La trasgressione è prova di autenticità.
D’altra parte, non solo la politica ma anche la produzione artistica sembra aver rinunciato a proposte programmatiche, manifesti, visioni coerenti: la domanda orienta, l’opera si adegua al gusto anziché sfidarlo. È il postmodernismo descritto da Fredric Jameson, in opposizione al modernismo delle avanguardie novecentesche, che si percepivano come avamposti di trasformazione (v. Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo, 1989). Oggi, prevale una pluralità senza centro; talvolta brillante, ma raramente sorretta da un’idea di progresso o di verità. Se l’età dei Lumi aveva insegnato a dubitare dell’autorità, la nostra epoca sembra dubitare della possibilità stessa di fondare qualcosa.
Dire «fine dell’Illuminismo», ad ogni modo, non significa auspicare un ritorno ai dogmi o alle gerarchie incontestabili. Significa riconoscere che l’imperativo categorico di esporre le proprie ragioni non è più un presupposto condiviso. Resta da chiedersi se sia possibile riattivare quel coraggio sollecitato da Kant; non come nostalgica rievocazione, ma come esigenza presente. Perché, senza l’ambizione di distinguere il vero dal falso, il potere non ha bisogno di spiegarsi; e una società che non chiede spiegazioni al potere rinuncia, in fondo, a un approccio adulto; e alla libertà di scelta che contraddistingue gli adulti.