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CROWDFUNDING non troppo educato [litote lenitiva]

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Carissimi,
Ex-Indiani
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sono anni e anni e anni che venite qui a leggerci gràtis, avete letto, gratuitamente, al momento attuale, 10.485 articoli di redattori e ospiti, avete fatto 148.134 commenti.

Rivoluzionare il sogno. Note su “Le giunture del sogno” di Sergio Finzi

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 di Gianluca Garrapa

Se ti dico “psicoanalisi”, probabilmente penserai a “inconscio” e la parola “sogno” la collegherai a “interpretazione dei sogni”. Invece “Le giunture del sogno” è tutt’altra cosa. Le giunture del sogno (Luca Sossella editore, 2016) è un saggio, ma a tratti ricorda un romanzo filosofico, dello psicoanalista Sergio Finzi che, lungi dal ripercorrere la chiave interpretativa freudiana del sogno, evidenzia la sua struttura geometrica connessa con le leggi della natura, del corpo e del pensiero. Un sogno, dunque, più vicino alla filosofia e all’etica, alla matematica e alla libertà dell’uomo.

Je so’ pazzo – un film di Andrea Canova

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di Mariasole Ariot

“Ogni realtà sociale è, per prima cosa, spazio”.

Braudel

 

Riabitare i luoghi di confine significa riscriverne la storia senza cancellarla –  là dove tutto sembra(va) votarsi proprio a questo: all’oblio. Significa dare alla storia precedente, per sottrazione, una nuova voce.

Riabitarli, riscriverli, e infine raccontarli: perché senza una narrazione che sappia entrare nei sotterranei di un passato dimenticato e di un presente riedificato, con occhio spalancato ma con la delicatezza che non sfonda i muri ma li apre come si aprono le maglie del sottile, il nuovo resterebbe confinato all’invisibile.

Il regista Andrea Canova, realizzando il film per la giovane etichetta Inbilico Teatro & Film – e con l’aiuto di una campagna di crowdfundig per sostenere le spese di post-produzione,  con un incedere largo ma in sordina, senza sovrapporsi ai rumori e alle voci del luogo ma posizionandosi dal lato della testimonianza, restituisce una visibilità per molto tempo mancata: ripercorrendo il territorio che si propone di raccontare, lo attraversa non solo nella sua dimensione spaziale, ma anche in quella temporale: è l’alternanza tra il movimento creativo dell’oggi e la staticità coatta di ciò che era ieri l’ex ospedale psichiatrico di Sant’Eframo, ora sede del collettivo Je so’ pazz che, occupandolo nel 2015, l’ha rifondato, dandogli una nuova possibilità di parola, di respiro, di libertà.

La struttura carceraria, ricavata dalle mura antiche di un vecchio monastero del ‘600, convertito in ospedale psichiatrico giudiziario nel 1978 a seguito della Legge Basaglia, e chiuso definitivamente nel 2008, è un’architettura imponente. Un’architettura abitata per anni da un mondo confinato e invisibile, in cui Michele Fragna, voce e corpo narrante che appare a tratti, nell’imprevisto della discorsività visuale, attraverso i suoi vecchi scritti poetici di ex internato, fa riemergere ciò che prima era – e ciò che prima non era – Sant’Eframo.

 

“Quand’anche fosse son pazzo, e allora?/Mi rimane un tanto per essere felice/ Mi rimane un tanto per le mie sofferenze/Mi rimane un tanto per dire ho un amico, per dire ti odio, ho paura/ed altro ancora/Mi rimane un tanto per dire: sono un uomo”
Michele Fragna

 

Dove il colore predominante era il grigio, ora sono murales e tinte forti, dove prima era silenzio, ora sono risa di ragazzini che giocano a pallone, dove prima erano detriti, ora spunta un sottile strato erbaceo, dove prima era muraglia di separazione, ora è palestra di roccia, dove prima erano letti imbrattati di umori, ora c’è il suono di un violino, dove prima erano grida soffocate, il battere di cucchiai sulle sbarre, ora c’è uno strumento che suona, le voci che l’accompagnano.

Perché un paesaggio in cui l’umanità si muove è anche questo: un paesaggio sonoro. E l’elemento sonoro è un’altra componente fondamentale del documentario che, in alcuni precisi momenti, ci riporta al precedente lavoro di Canova, Il vicino.

Riabitare luoghi infernali (“qui ho visto l’inferno”, recita una delle testimonianze appese alle pareti), permette anche (per i “sopravvissuti” e per la memoria collettiva) la rielaborazione di un lutto: il lutto dei dimenticati, di ciò che prima faceva scarto, dei residui corporei, dei vecchi plichi ingialliti, dei frammenti di vita gettati nelle macerie. L’abbandono assoluto, l’uscita dalla scena del mondo.

“Vengo qui perché nel quartiere non abbiamo un campetto da calcio”, dice un bambino.

E come lui, nell’ex opg, oggi trova casa e senso comunitario chi altrove non riesce a costruirlo e a farne parte. L’ambulatorio medico, le aule d’insegnamento, il laboratorio di teatro, le “pizzicate”, la stanza dei violini, l’accoglienza ai migranti, le tavole rotonde, la passeggiata, lo scambio pieno della parola, il riconoscersi, l’appartenenza: una scena che esonda in fermento, che s’interroga sui nuovi significati e i vecchi significanti:

“Non è che sono pazzi, sono persone normali, soltanto che hanno un piccolo problema. Se tu ti spezzi una gamba ti devono chiamare zoppo?”

Nel ricordare è sempre e necessaria anche una “perdita di ricordo”, una dimenticanza : non significa rimozione, negazione, al contrario significa dimenticare qualcosa per poter far rivivere qualcosa di nuovo.

Se questo è quello che il collettivo Je so’ pazz ha fatto concretamente nei fatti, l’operazione del regista si sposta in una zona simbolica pur restando a stretto contatto con un Reale ustionante: nel documentario non si tratta solo di descrivere lo stato attuale delle cose, né solo di tenere a mente ciò che in un tempo straziante è stato: si tratta piuttosto di  questo: raccontare il Possibile.

Non è quindi un’operazione che si limita a denunciare e svelare ciò che non è stato fatto, ciò che non doveva farsi, ma anche e soprattutto: ciò che si può fare, ciò che si può dire. Lì, come nei tanti altrove che ancora, sfortunatamente, permangono nel mutismo.

Come dichiara Werner Herzog “Per una civiltà così avanzata come la nostra, essere senza immagini che siano adeguate ad essa è un difetto così grave come l’essere senza memoria”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un’altra scuola di Francoforte: gli anni Settanta di Jörg Fauser

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Di Daria Biagi

È il 17 luglio 1987 quando un uomo di quarantatré anni, poche ore dopo aver festeggiato il suo compleanno, viene travolto e ucciso da un camion lungo il tratto autostradale tra Feldkirchen e München-Riem, alla periferia di Monaco. Si tratta di uno scrittore francofortese noto per il momento più nell’ambiente delle forze dell’ordine che non nei circoli letterari: ad attirarlo fuori città, secondo alcuni, sarebbero stati presunti informatori con cui si era messo in contatto per un’indagine sui rapporti tra spaccio di droga e politica; secondo altri stava invece semplicemente barcollando verso casa, ubriaco come il personaggio di uno dei suoi libri. Le incertezze su questa strana morte avrebbero contribuito, negli anni successivi, ad alimentare il mito di Jörg Fauser, romanziere, poeta, giornalista, alcolista, testimone polemico della contestazione studentesca e di tutto quello che, in Germania e non solo, ne sarebbe conseguito.

“Pacific Palisades”. Un testo al confine

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di Stiliana Milkova

Pacific Palisades, il nuovo libro di Dario Voltolini, è appena uscito da Einaudi. Pacific Palisades racconta una vita attraverso la mappa di una città. Per specificare, il suo è un testo autobiografico che colloca la propria storia sulla pianta topografica di Torino (la città natia dello scrittore) per poi espandere la prospettiva dell’io narrante e dunque anche quella del lettore fino a comprendere territori lontani e definitivamente stranieri e fare un giro dalla California a Tokyo. Quei territori geografici vengono descritti anche come territori limitrofi, posizionati al confine tra realtà cartografica e immaginazione, tra presente e passato – territori che sono innanzitutto dentro di noi, luoghi che generano la nostra identità e per questo anche plasmano le nostre esperienze. In questo modo l’ottica testuale si muove vertiginosamente dal dettaglio personale alla panoramica globale, si sposta da paesaggi urbani a paesaggi psichici.

una rete di storie festa di Nazione Indiana 2017

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Nella sua storia lunga ormai ben 14 anni Nazione Indiana ha pubblicato più di 10.000 articoli di critica, racconti, poesia, traduzione di inediti e saggistica con quasi 150.000 commenti dei lettori, spesso in appassionate e agguerrite discussioni. La Redazione, composta attualmente da 25 membri, vivendo in uno spazio virtuale fra Italia, Francia, Inghilterra e America, dal 2010 ogni anno sente il bisogno di organizzare un evento festa-convegno, per calarsi nella realtà, guardarsi in faccia, sentire le voci, suscitare dibattiti dal vivo. Quest’anno ha scelto la moderna cornice della ⇨ Mediateca Montanari di Fano, che sabato 28 e domenica 29 ottobre 2017 le ha aperto i suoi spazi con grande disponibilità. L’evento UNA RETE DI STORIE, realizzato grazie alla collaborazione dell’Assessorato alla Biblioteche del Comune di Fano e della Mediateca Montanari-Memo, storie raccontate in rete, che “fanno rete” tra di loro e con il mondo, si articotla fra appuntamenti più specificamente letterari e temi di attualità. Dei numerosi redattori parteciperanno Gianni Biondillo, Francesco Forlani, Andrea Inglese, Helena Janeczek, Renata Morresi, Orsola Puecher, Jan Reister, Giacomo Sartori, Antonio Sparzani, Maria Luisa Venuta.

“Dare tempo al tempo”, un’antologia tematica della poesia novecentesca

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[Segnalo con colpevole ritardo questa iniziativa editoriale interessante. Alma Gattinoni e Giorgio Marchini hanno curato un’antologia dal titolo Dare tempo al tempo. Variazioni sul tema della poesia italiana del Novecento (Giulio Perrone editore, 2016). Nell’intento dei due curatori, che hanno una lunga esperienza d’insegnamento nella scuola secondaria, vi è senza dubbio anche un aspetto pedagogico. E un approccio alla poesia attraverso un tema fondamentale come quello del tempo risulta particolarmente fecondo.]

Dalla postfazione dei curatori, Per un alfabeto poetico del tempo.

Dare tempo al tempo raccoglie, intorno a un grande tema poetico, filosofico e umanissimo, come quello del Tempo, centotrenta autori italiani del Novecento (il più “vecchio è Pascoli, i più “giovani” sono nati oltre la metà degli anni Sessanta), rappresentati ciascuno da un solo testo e proposti in sequenza alfabetica.

Il mondo di Fiorino: autunno

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di Antonio Sparzani

Erano i mesi dell’autunno nebbioso. La quarta ginnasio era passata e Fiorino frequentava la quinta con qualche difficoltà iniziale. Stranezze, pensava suo padre, non abituato a dover firmare brutti voti. Il fatto è che Fiorino perdeva tempo, talvolta come in trance, e poi usciva spesso e aveva cominciato a vedere degli amici nuovi, conosciuti tramite Ernesto. Susa era sparito ed Ernesto si portava dietro spesso un paio di altri ragazzi della sua età che parlavano diversamente e che, in particolare nei confronti di Fiorino, nettamente il più giovane del gruppo, mostravano una specie di affettato paternalismo. Si vedevano nei tardi pomeriggi, bighellonavano per le strade di San Bruno, sotto i portici, ma anche nelle stradette oltre il duomo, vicino al lungolago. Fiorino stava spesso zitto, ad ascoltare e a pensare; pensava qualche volta per conto suo e qualche volta a quel che dicevano gli altri; diceva cose convenzionali, forse per paura di sbagliare, non erano persone alle quali aprire l’animo, come a Franco o a Giancarlo. E tuttavia Fiorino amava la compagnia, quel chiacchierare fitto nella luce filtrata dell’autunno, quei passi che ogni tanto si fermavano per capire meglio cosa si stava dicendo. Non c’era il rumore delle auto nelle zone dove andavano, c’erano dei nuovi mondi di conoscenza che facevano finta di essere da grandi, che imitavano le mosse dei grandi discorsi senza averne lo spessore, che tuttavia qualcosa agitavano nella mente, come un rimestamento in un magma informe per far affiorare ogni tanto una forma definita.
Questi nuovi compagni di strada erano il Meme, piccoletto, sempre infagottato in un cappottino marrone a spina di pesce e poi Corrado, il maggiore d’età, più alto e con un soprabito grigio a doppio petto, sempre dritto sulla persona, spalle indietro, capelli tirati e radi sul biondo cenere, che parlava con un tono pacato e sicuro. Parlava però degli amorazzi che aveva sentito dire a San Bruno e di come fosse sfortunato tizio ad essersi imbattuto nella tale nel momento sbagliato. Quando qualche parola veniva detta, che qualcuno dei grandi pensava potesse offendere le orecchie ancor giovani di Fiorino, gli veniva chiesto scusa, così, quasi per vezzo. Fiorino sorrideva imbarazzato, assicurando che non si turbava per questo e non sapendo bene poi cosa dire, tanto gli sembravano poco naturali tali scuse.
Un pomeriggio, con già l’invito del crepuscolo, incontrarono un ragazzo più vecchio di tutti, Alberto, forse già sui venti, che non andava più a scuola, era impiegato in qualche ufficio. Era di quelli che parlavano fitto, un po’ tra i baffi neri e corti e faceva lunghi racconti. Era triste quella sera e spiegò a tutti perché. Era morto giovane un suo caro amico, che anche gli altri vagamente conoscevano di vista, era uno di San Bruno che girava nell’ambiente della parrocchia. Quel che in particolare sconvolgeva Alberto era che solo poche sere prima di quell’avvenimento erano stati a chiacchierare e l’amico gli aveva parlato della vita e della morte, così, come spesso si faceva allora a vent’anni, con una sorta di tranquillo turbamento, come se fosse una cosa naturale; e veramente lo era, si disse Fiorino che quel pensiero l’aveva spesso. Fiorino in realtà credeva di essere lui un po’ strano a pensare così spesso alla morte e a tutto quello che la circonda, ma scoprì in pochi momenti che non era poi tanto strano. Si dipanò subito un discorso tra tutti, su quest’argomento così insolito, nel quale alcuni ruoli della piccola compagnia vennero rovesciati. Corrado aveva poco da dire, Ernesto parlò invece della sua nonna e di come l’aveva trovata una mattina dolcemente addormentata; il Meme si accalorò sulla questione dell’al di là e di dove si sarebbe poi andati e Fiorino, che aveva la triste esperienza della sua mamma che se n’era andata da pochi anni, arrivò a raccontare dei pensieri che quasi mai aveva raccontato perfino a se stesso. Pensieri sulla tristezza di vedere quelle casse, con quel che contenevano, nascondersi un po’ alla volta in terra, o infilarsi in un loculo di quella pietra che sembra sempre bianca e sporca dei cimiteri, ma anche pensieri di comunicazione con i “propri morti” – così egli li chiamava dentro di sé – come con dei mediatori di un dialogo con se stesso che trovava così uno sbocco più scorrevole. Questa possibilità che quella sera gli venne casualmente offerta di tirar fuori un grumo di riflessioni assai raramente comunicate fu vissuta da Fiorino come una affermazione di sé e della propria identità, di cui, più nascostamente ma anche più testardamente di altri, sempre andava in cerca.
Si sentì esistente; pensò se stesso pensante – usò dentro di sé questa formula appena appresa da qualche insegnante filosofo – e fece un altro passo dentro la vita. La luce dei lampioni di San Bruno, di solito così fioca, sembrava più invitante, la nebbia più amica e Fiorino propose, inauditamente, di entrare in un caffè, pensando con tremore che le poche monete che tastava con le dita in tasca sarebbero forse state sufficienti per un caffè macchiato.
Gli amici, vagamente stupiti, accettarono e trovarono un tavolo intorno al quale potersi sedere, per scaldarsi e raccontarsela il più a lungo possibile. Si sentivano più uguali quella sera, la morte, che già rende uguali dopo, aveva operato la stessa cosa anche prima, bastava parlarne tirando fuori quei pensieri fissi che, senza che normalmente apparisse, ognuno aveva.
Quando uscirono dal caffè, nelle stradette illuminate dalla nebbiolina del crepuscolo che saliva dal lago, si rimisero a camminare, scambiando solo poche battute, ognuno assorbito da quel giro di discorsi che erano emersi anch’essi forse dal lago. Alberto, che aveva innescato la discussione, pareva imbarazzato per l’interesse che i suoi racconti avevano risvegliato, mentre il Meme ruminava tra sé e sé poche incomprensibili parole. Neppure Ernesto riusciva a sfoggiare qualche pensiero chiaro e distinto.
Fiorino rifletteva inorridito che la morte di sua madre gli aveva permesso ora un ruolo insolitamente alto nella discussione con gli amici; che poi tanto amici non si potevano neppur dire – Fiorino stava sempre molto attento all’uso di quella parola – tranne Ernesto, s’intende. Gli altri erano come interlocutori che avevano però il pregio di schermare la presenza talvolta ingombrante di Ernesto, e di creare un contesto nel quale Fiorino s’era sentito libero, e anzi spinto, a mostrarsi.
Era ora di andare a casa per Fiorino, che doveva rispettare orari un po’ più rigidi degli altri. Si congedò con maggior sicurezza del solito e si avviò per la salita con un passo più certo.

Le precedenti storie di Fiorino sono qui e qui e anche qui.

Tu se sai dire dillo 2017. VI edizione

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TU SE SAI DIRE DILLO  2017

VI EDIZIONE

5, 6 e 7 ottobre

Rassegna a cura di Biagio Cepollaro

La VI edizione di Tu se sai dire dillo si svolgerà presso la Libreria Popolare di via Tadino e si articolerà intorno ai temi: “La poesia di Giuliano Mesa”; “Il lavoro delle riviste il Verri e L’ulisse“; “La poesia di Giulia Niccolai”; “Le collane editoriali ‘Autoriale’ e ‘Perigeion’ della Dot.com Press”; “La questione della drammaturgia poetica e della creazione politica”; “La mostra di pittura di Biagio Cepollaro Piccola Fabrica con una nota di Dorino Iemmi”

 

Giovedi  5 ottobre 2017 

ore 18.30

Inaugurazione della Mostra di pittura di Biagio Cepollaro  Piccola fabrica dedicata a Giuliano Mesa

Biagio Cepollaro e Gianni Montieri leggono Giuliano Mesa

Italo Testa e Stefano Salvi:  la rivista Ulisse

Legge Giulia Niccolai

La rivista il Verri

Con interventi di Paolo Zublena e Angelo Petrella

 

Venerdi  6 ottobre 2017

ore 18.30

Creazioni politiche

A cura di Pino Tripodi e Jacopo Galimberti

Chi è l’autore

Giuseppe Carrara e Giovanni Renzi

La Collana Perigeion: Nino Iacovella, Christian Tito, Giusi Drago in conversazione con Luigi Metropoli

I racconti di Giorgio Mascitelli

 

Sabato 7 ottobre 2017

ore 18,30

La rivista Levania

A cura di Eugenio Lucrezi

Carmine de Falco,Bruno di Pietro, Emmanuel di Tommaso , Paola Nasti, Marisa Papa Ruggiero
Antonio Perrone, Enzo Rega e Enza Sivestrini.

La collana Autoriale

Andrea Inglese: l’autoantologia.

Peli di Francesco Forlani , Fefè, 2017 –

Drammaturgia poetica

a cura di Laura Di Corcia e Vincenzo Frungillo.

Horacio Quiroga: la vita come un crimine

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di Mauro F. Minervino

Esiste su Horacio Quiroga un giudizio lapidario, e forse un po’ malevolo, formulato da J.L. Borges nel 1945: «Ha scritto racconti che aveva scritto meglio Kipling». Non esattamente una riduzione, però. Essere secondi a Kipling non avrebbe dovuto offendere il talento letterario di nessuno, specie se una simile graduatoria fosse stata stilata da un genio della letteratura universale come Borges.
In realtà già il «New York Times», in un articolo del 25 ottobre 1925, salutava Quiroga come ´il Kipling sudamericano». Si trattava, quindi, anche per lo stesso Quiroga, di un riconoscimento ben più che gradito. Infatti Kipling, assieme a Poe, Maupassant e Čechov, sono esplicitamente, il lettore ne troverà conferma anche leggendo queste sue pagine di racconti, i maestri amatissimi («come Dio stesso») che Quiroga richiama puntualmente in pagina in tutti i suoi racconti. Tuttavia, Quiroga, tutt’altro che un epigono, rivolta a suo modo i modelli di questi narratori e li adatta al suo mondo, alla geografia e alla temperatura sentimentale e morale del Nuovo Mondo, ai rigori e ai misteri animistici e ribelli delle foreste tropicali e delle pampe umide. A dire la verità Conrad con i suoi racconti di epica marinara sta agli oceani, all’epopea del mare e alla moralità della vecchia Europa coloniale, come Quiroga starà invece alla torrida e brutale natura del continente sud americano, alla mescola del sangue, agli intrichi vitali dei suoi popoli impulsivi e malinconici, alla vita indominabile delle insidiose e impenetrabili foreste pluviali, al fluire inarginabile dei grandi fiumi amazzonici come il Paraná. Quiroga – che una volta abbandonate Montevideo e Buenos Aires, vivrà buona parte della sua vita lontano dalle grandi città e a contatto con la selva –, capisce che si può prendere l’arte europea del racconto e spostarla di civiltà, trapiantandola e rimetterla con i piedi per terra nell’humus sfarzoso e venefico dell’altrove naturalistico e sociale rappresentato da una civiltà ibrida e ancora aurorale com’era quella dell’america ispanica. “Quiroga cerca l’altro, tanto nel fantastico e nell’orrore quanto nella vita di frontiera e della selva, nell’uomo e nelle belve, nella natura e in città. Sempre sul margine. All’esterno nel mondo, all’interno nel sentire e nello scrivere” (Ernesto Franco).
Non è certo un caso che, oramai a distanza di quasi un secolo da fatti e circostanze biografiche, il lascito letterario di Horacio Quiroga sia unanimemente riconosciuto come il patrimonio di un maestro maggiore della forma breve e del racconto metafisico; il narratore che più di chiunque altro ha influenzato intere generazioni di grandi scrittori sudamericani, da Juan Rulfo a Julio Cortázar.
Al di fuori della tradizione letteraria ispano-americana, è ancora oggi abbastanza inspiegabile come la sua opera sia stata finora così trascurata in un paese come l’Italia.
Questa raccolta magistralmente tradotta e curata da Marino Magliani e Luigi Marfè, e qui proposta nella collana Itaca da Pellegrini Editore, colma così finalmente una grave lacuna nel distratto panorama dell’editoria italiana, proponendo in volume i racconti che formano la silloge quiroghiana de Il delitto dell’altro.
Si tratta di racconti di una misura perfetta, intessuti di “amore, follia e morte”, in cui si alternano atmosfere decadenti e crepuscolari, balenanti fra delirio e incubo, le stesse esperienze ai confini della scienza, della natura e del mistero in cui Quiroga ha saputo dar forma ad altrettante, accurate, strutture letterarie tramate di passioni umane sfuggenti e di sentimenti perturbanti. Come la solitudine, il sentimento del tempo e il senso di morte, l’ironia amara, follia e l’incubo, l’esorbitanza delle forze naturali, inconciliabilità dell’eros (discretamente misogino, fu seduttore sempre sedotto da donne fatue, spesso troppo giovani e appariscenti).
Nel gioco funambolico di passioni e insanabili contrasti vitali di cui si nutrì – tradizionalista e conservatore ma innamorato della modernità e dell’esattezza scientifica, appassionato di cinema e di divi del cinema, fotografo dilettante e ciclista, sperimentatore di galvanoplastica, malinconico e fanatico della velocità di auto e motociclette sino al rischio della vita propria e altrui, collezionista di pelli di anaconda e misogino recluso in angolo primitivo alla selva amazzonica – nella biografia di Quiroga campeggia su tutto l’ombra sinistra della morte. Come accade per il racconto che dà il titolo a questa raccolta, Il delitto dell’altro, la vicenda stessa di Quiroga è quella di una vita disseminata di morti e di epiloghi spesso tragici e violenti. Nel 1902, Quiroga aveva ucciso, per errore, con un colpo di pistola partito accidentalmente, uno dei suoi migliori amici, lo scrittore Federico Ferrando. La sua vita, ne fu sconvolta, e sarebbe restata per sempre avvolta dalla semioscurità della tragedia e dal ripetersi luttuoso del caso.
Già di morte violenta, quando Quiroga aveva solo pochi mesi, era morto il padre, vittima di un altro fatale incidente con le armi da fuoco. Poi perderà anche il patrigno, che si spara un colpo in testa. La prima moglie Ana María, da cui ebbe due figli, nel 1915, dopo una lite furiosa, si avvelenò. Sbagliò il veleno, e morì dopo otto giorni di agonia. Infine, risposatosi in seconde nozze, a cinquant’anni sconta l’infelicità della relazione con una ragazza di vent’anni, mentre la figlia di primo letto, amica e coetanea di questa, gli muore suicida. Come se quella della tragedia nella vita di Quiroga fosse una porta sempre accostata sull’abisso.
Un epilogo tragico, e nel contempo araldico, a cui non sfugge il sigillo che lo stesso autore vorrà posare sul finale della sua vita: il 19 febbraio 1937, Quiroga, saputo di essere malato terminale di un cancro alla prostata, si uccide a Buenos Aires ingerendo una capsula  di cianuro.
Non lasciò nessun commento, nessuna morale, o indizi, prove che potessero favorire alcuna interpretazione dall’esterno al gesto finale di quella sua vita condotta sul margine, sempre spericolata e triste.
Aveva già scritto prima tutto quello che c’era di scrivere; nulla tranne il suo stile: “la bellezza, e la farsa su noi stessi…, la facoltà di presentarsi a se stessi diversamente da ciò che si pensa, e ammettere che sia possibile”.
Quiroga sapeva bene che tutte le vite hanno lo stesso valore, e che in fondo ìla differenza fra gli umani e le tigri è solo una questione di cuore”.

 

NdR: questa è l’introduzione di Mauro F. Minervino alla traduzione della raccolta di racconti di Quiroga “Il delitto dell’altro”, a cura di Marino Magliani e Luigi Marfè, e pubblicata di recente da Pellegrini Editore, nella collana “Itaca Itaca”, diretta dallo stesso Minervino

La lingua non ha os ma rompe l’uossa: “Ottativo”, o della nosteoalgia

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di Chiara Serani

 

La terza prova poetica di Daniele Poletti, Ottativo (Prufrock, Bologna, 2016), è un poemetto in cui a una parola non di rado ricercata e complessa, ma in prevalenza metonimica e referenziale, sembra inizialmente corrispondere una paradossale oscurità – se non addirittura un insensato inceppamento della parola stessa – che è invece intensificazione e complessificazione metaforica del discorso scientifico e dei linguaggi settoriali che vi s’intrecciano e che ambiscono, appunto, a dire il mondo, piuttosto che a ritirarsi in una qualsiasi autoreferenzialità rinunciataria. Al di sotto del complesso intreccio di lacerti mnestici e anatomia, botanica, farmacologia, fisica, linguistica, zoologia, eccetera, di cui si sostanzia l’opera, vi è infatti una profonda riflessione sulla lingua, tradotta materialmente in un continuo scavo retorico, etimologico e fonico – poi semantico – che quella parola metonimica va a minare e sovvertire, trasformandola da segno trasparente in segno stratificato – e non oscuro – enormemente lievitato al di là della sua pura accezione terminologica e, pertanto, amplificato nelle sue potenzialità comunicative. Un segno che aspira dunque alla dicibilità e da essa muove, approdandovi però attraverso una sua articolata e lavorata negazione, in una sorta di “dettato non dettabile” (p. 20) che tuttavia non approda mai alla mancanza di significazione.

Prove d’ascolto #13 – Giulio Marzaioli

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Il volo degli uccelli



Sine pennis volare hau facilest.
Tito Maccio Plauto, ‘Poenulus’

  


Lo studio del volo degli uccelli è stato trascurato.

 

 

Dal 1961 il volo spaziale occupa il primo posto nell’immaginario aereo collettivo, ma sono gli uccelli quanto di più elevato possa vantare il pianeta.

 

 

Lo studio del volo degli uccelli è stato trascurato, considerando che gli uccelli godono di maggior distacco.

 

 

Le penne sono leggere e molto elastiche. Il volo, non a caso, è sinonimo di leggerezza.

 

 

Le penne si distinguono in remiganti primarie, remiganti secondarie, penne di contorno, piume, semipiume, filopiume, plumule e vibrisse. Tutte concorrono al volo senza darlo a vedere.

 

 

Senza darlo a vedere si situava in una zona intermedia. Studiando il volo degli uccelli, gli obblighi dettati dalla quotidianità sembravano corollari alla legge di gravitazione, evocavano la forza peso.

 

 

Bisognerebbe badare alle faccende domestiche con maggior distacco e dedicarsi maggiormente al volo degli uccelli, non limitandosi ad osservarne le volute.

 

 

Studiava il volo degli uccelli e non badava, anche se una volta si prese cura di un passerotto caduto da un ramo.

 

 

In effetti non c’erano particolari motivi perché avesse iniziato a studiare il volo degli uccelli. Il passerotto era caduto da un ramo e lui decise di raccoglierlo. Se ne prese cura e il passerotto sembrava riconoscerlo, ma un giorno volò via e a lui non dispiacque. Il volo contava più del passerotto. Questo era scontato per il passerotto, ma altrettanto non poteva dirsi per lui che certamente era felice per la salute del passerotto e tuttavia non poteva, nel frattempo, non essersi affezionato.

 

 

Spesso le temute fratture ossee delle ali sono semplici lussazioni. Spesso le fratture sono solo lussazioni.

 

 

Presumibilmente la familiarità con l’elevazione in quota provoca un’attrazione per i pendii montuosi. In montagna occorre prestare attenzione per non incorrere in cadute e fratture. Non è tanto in salita il rischio di caduta, quanto nell’euforia della discesa, quando le gambe sembrano leggere e verrebbe da saltare ignorando la gravità.

 

 

Lo studio del volo degli uccelli non può essere considerato un lusso e per alcuni il suo studio diviene una necessità.

 

 

Qualche giorno di immobilizzo dell’ala è sufficiente per la formazione del callo osseo. Bisogna tuttavia manipolare il volatile con cura per non danneggiare ulteriormente l’ala o le penne. Danneggiare un’ala di un uccello è più che sconveniente, per coloro che hanno a cuore il volo degli uccelli. In ogni caso danneggiare un’ala è da ritenere un atto sconsiderato.

 

 

L’asse della penna è detto rachide. Ai due lati del rachide si presentano due espansioni che, nelle penne vere e proprie, sono una più larga, detta vessillo interno perché più vicino al corpo, e una più stretta, detta vessillo esterno.

Il rachide, al pari di qualsiasi elemento osseo, è strettamente legato al tempo e alla percezione che ne abbiamo, mentre i vessilli lasciano interdetti, essendo sempre pronti a scomporsi e a tornare in assetto, come se la regola del vento fosse impressa nella loro struttura autonomamente. Questo a riprova del fatto che il volo prescinde dall’essere in vita, come dimostra l’ondivago svolazzare di una piuma. Tuttavia soltanto un essere vivente può provare l’ebbrezza del volo.

 

 

Volare in aereo è deludente. Raramente gli capitò di prenderne. Dalla quota di volo di un aereo non si apprezza quanto valga la profondità. Tutto si appiattisce scontrato al suolo, pressato da un’indifferenza dominante. Per non parlare della postura. Non si avrebbe posizione orizzontale senza verticale e viceversa. La posizione seduta, invece, tende ad essere fine a se stessa.

 

 

Conquistare una parete rocciosa o anche soltanto risalire su una pista da sci dimostra come, differentemente dai volatili, per l’uomo l’elevazione sia strettamente connessa al rapporto con la materia su cui è posato il corpo, sia essa terra, roccia o neve.

 

 

Evitare di distruggere. Il contrario di distruggere è ricordare. Manipolare i volatili con cura.

 

 

Certamente avere iniziato ad interessarsi al volo degli uccelli pareva costituire ragione sufficiente a proseguirne lo studio.

 

 

Costruiva e conservava tutto ciò che gli serviva. Una volta prese un cartone vuoto che conteneva uova e lo trasformò in funivia, usando forbici e spago. Agli occhi di un bambino il marchingegno rappresentava egregiamente il volo, anche se il volo degli uccelli è, evidentemente, un’altra cosa.

 

Il volo degli uccelli non può essere in alcun modo considerato un lusso. Lo studio del volo degli uccelli non può essere in alcun modo considerato un lusso. I tentativi dell’uomo di costruire marchingegni che permettano il volo non possono essere considerati un lusso. I disegni di quei marchingegni sono stati necessari all’uomo più di qualsiasi opportunità  di volare da un luogo ad altro luogo.

 

 

I disegni dei marchingegni di volo sono stati necessari fino a quando non hanno consentito realmente all’uomo di volare. Poi sono diventati utili.

 

 

Può sembrare facile, ma una cosa è disegnare il volo, altra cosa disegnarlo per volare e riuscire nell’intento.

 

 

Quando si conquista il cielo si perde la leggerezza racchiusa nel disegno e non c’è recupero nell’atterraggio, poiché si è mantenuto il peso. Tanto vale non illudere la gravità e rassegnarsi all’assenza di propulsione.

 

 

Nel battito d’ala la propulsione e’ provocata dai vessilli interni, più larghi di quelli esterni, nell’alternarsi delle battute verso l’alto e verso il basso affinché siano piegati i vessilli interni verso l’alto, nella semi-battuta dorso-ventre, e venga così spinta indietro l’aria; o verso il basso, nella semi-battuta ventre-dorso, per assicurare comunque la spinta indietro dell’aria. In tal modo il corpo dell’uccello è spinto in avanti. Osservando un uccello volare è innegabile che l’aria costituisca un elemento imprescindibile del volo stesso.

 

 

È noto che in alta quota la minor pressione rende più difficile la respirazione. La vetta costituisce l’apice dello sforzo polmonare ed il punto di massima resistenza alla tentazione del volo.

 

 

Nel suo caso l’aria costituiva una zona intermedia. Più esattamente l’espressione “a mezz’aria” indica lo spazio che nella sua vita quotidiana si era ritagliato in rapporto alla gravità.

 

 

D’altro canto l’espressione “rimanere con i piedi per terra” in taluni contesti può essere priva di senso e comunque è da considerare discutibile. Osservare un’aquila o qualsiasi altro rapace quando cammina ad ali piegate.

 

 

Gli uccelli non hanno bisogno di imparare la tecnica del volo e per questo volano con maggior naturalezza rispetto all’essere umano, che in millenni di esperimenti non ha mai veramente capito. Osservare da fermi il volo degli uccelli e fare esperimenti al riguardo senza provare a volare in prima persona. Osservare i disegni dei marchingegni di volo.

 

 

Il rischio connesso all’uso della prima persona si percepisce soprattutto grazie al volo, ai tentativi di riprodurre il volo degli uccelli.

 

 

A proposito della prima persona viene da chiedersi se sia maggiormente rappresentativo del volo quello in solitario, ad esempio dell’aquila, o quello in stormi, ad esempio delle anatre in migrazione. Ad un’osservazione superficiale si direbbe il volo in solitario, dal momento che il volo in stormi spesso riproduce forme geometriche e quindi riconduce a misure su un piano statico.

 

 

Il volo è strettamente connesso ad una falsa percezione del vuoto.

 

 

Il vuoto non sostiene. Per quanto variabile, l’aria vanta una densità il cui valore è determinante nella valutazione della portanza e di tale valore dovranno tenere ben conto i piloti d’aereo nelle fasi di decollo e atterraggio.

Disporre di fronte ad un ventilatore alcune piume così come posizionate su un’ala. Così facendo agitava le carte del suo studio.

 

 

Le articolazioni della spalla e del gomito hanno una limitata possibilità di rotazione lungo l’asse longitudinale dell’ala; più ampia quella del polso; sommando tuttavia tali possibilità la mano, dalla posizione del ventre rivolto verso terra, nel volo normale può ruotare il bordo esterno verso l’alto e poi indietro di quasi 180°, portando il ventre a guardare il cielo.

 

 

Lo studio del volo degli uccelli occupava lo spazio in cui viveva. Una corda annodava la vestaglia.

 

 

Faceva tentativi di memoria scrivendo su foglietti. Dormire. Menta mischiata a tabacco. Dormire sempre alla stessa ora e qualsiasi altra cosa accadesse attorno.

 

 

Nella stanza in cui studiava e sperimentava teorie sul volo degli uccelli l’aroma dominante era costituito dall’odore spiccato e amaro delle sigarette nazionali tagliate ciascuna in tre o quattro parti, che venivano poi fumate tramite bocchino. Quando andava a dormire rimaneva l’odore e tutta la stanza, impregnata dalla polvere della sua presenza, continuava, in sua assenza, a costruire immagini di volo.

 

 

La polvere è componente fondamentale dello studio sul volo degli uccelli. Senza polvere si perde equilibrio, non si ha niente da scambiare con l’aria e non si misura il tempo del volo e del tempo dedicato al volo.

 

 

Senza luce la polvere non si vedrebbe. Nella stanza trascorrevano mattine in cui il sole filtrato dalla finestra inquadrava il ferro ed i bulloni utilizzati per gli esperimenti. Gli strumenti utilizzati per dimostrare le teorie sul volo erano da lui ideati e costruiti.

 

 

Ammoniva:.in montagna salutarsi, soprattutto quando ci si incontra ad alta quota.

 

 

Soprattutto tornava sempre a disegnare le battute di volo, come se le precedenti, nel frattempo, potessero cambiare. In effetti il volo di un uccello non è mai uguale a se stesso.

 

 

Filmare il volo degli aironi e poi separare i fotogrammi. Disegnava su lucidi sovrapposti ai fotogrammi e poi li colorava. Diverse posizioni dell’ala in progressione. Nelle zone intermedie si impara a volare. Ad esempio un piano statico su cui si disegnano battute di volo.

 

 

Non era il brivido della velocità, non l’attrazione per il vuoto. Neanche l’ebbrezza del salto.

 

 

Saltando da un aereo si impara a cadere. Imparare a disegnare. Di Icaro non dispiace tanto la caduta, quanto lo scioglimento della cera, la rovina del progetto.

 

 

Era comunque importante dedicarsi ad un erbario fatto in casa, perché il volo non è tutto. Ogni foglia essiccata e fermata su una pagina con la propria descrizione. Soprattutto se inutile, qualsiasi occupazione deve essere svolta con precisione per esaurire con il massimo rispetto il tempo che contiene. E in ogni caso l’esercizio torna utile per studiare con attenzione il volo degli uccelli.

 

Rammentare sempre che il volo di un uccello è quanto mai imprevedibile. Peraltro occorre essere chiari: non può esserci alcun tipo di volo se non c’e’ movimento in avanti. Ciò è determinante in generale e ancor più in particolare se si riferiamo al fenomeno della portanza.

 

 

La portanza è quella  forza che si oppone alla forza di gravità e grazie alla quale un uccello può sostenersi nel fluido aria. Ma, sia pure a parole, questo non è sufficiente.

 

 

Detto sinteticamente: allorché un corpo immobile viene lambito da una corrente d’aria, meglio detto vento relativo, se esso non è perfettamente simmetrico rispetto alla direzione del vento e presenta una curvatura, come accade quando il corpo in oggetto sia costituito da un profilo alare che presenta un dorso, nella sua parte alta, abbastanza curvo e un ventre piatto, il fascio che percorre detto dorso dovrà correre più velocemente di quanto non faccia il fascio che percorre il ventre, per riunirsi al fascio dorsale (si dice infatti che i fluidi hanno orrore del vuoto); questa accelerazione del fascio determina al dorso una depressione che è quella che risucchia l’ala verso l’alto e in definitiva determina la portanza.

 

 

La questione della portanza è fondamentale. Tuttavia dal 1961 il volo spaziale occupa il primo posto nell’immaginario aereo collettivo. Come uscirne?

 

 

Entrando nel suo studio troviamo:

– una tavola di legno appesa alla parete con l’impronta degli utensili disegnata laddove gli utensili sono riposti;

– un congegno elettronico smontato con la traccia dei circuiti segnata a penna;

– materiali per imbalsamare;

– alcuni esemplari di pipistrello conservati sotto formalina;

– vecchie grammatiche, vecchi giornali, scatole di varia dimensione in  cui sono conservati piccoli oggetti divisi per ordine di appartenenza;

– strutture girevoli alle cui estremità sono fissate piume di airone;

– piccoli pesi per una bilancia di precisione;

– foto della città in cui vive, appese alla porta di ingresso;

– foto di una nota attrice da bambina, con il nome scritto a penna a fianco del volto;

– a fianco di ogni mensola, scritta sul muro, la data in cui la mensola è stata montata;

– su ogni mensola numerosi libri, tutti protetti da copertine di cartone su cui sono riportati titolo, autore, edizione, luogo e data di edizione. Prevalentemente:

– libri di fisica;

– libri di botanica;

– libri di idraulica;

– libri di meccanica quantistica;

– libri di zoologia;

– libri di grammatica di varie lingue;

– giocattoli di molti anni addietro;

– macchinari di vario tipo realizzati in casa e attinenti tutti allo studio del volo degli uccelli;

– scatole, scatoline, contenitori di minutaglia regolarmente etichettati ciascuno in relazione al contenuto;

– varie ed eventuali, tra cui penne remiganti in ordine sparso.

 

 

Tutte le penne remiganti primarie e secondarie sono disposte a persiana. Vale la giustificazione che si suole dare e cioè che questa disposizione ha per scopo di creare un efficace sistema portante.

 

 

Al di fuori di un vecchio e piccolissimo carillon a manovella, peraltro  di grezza fattura, nel suo studio non è stato rilevato indizio alcuno di una passione o di un interesse per la musica.

 

 

I profili alari possono essere di vario tipo: piano-convessi, concavo convessi, sottili, spessi. ecc. Si noti che il dorso è sempre convesso.

 

 

Spesso gli uccelli volano per diletto e non è una novità che molte specie cantino per il gusto di cantare. Al contrario, era amante del silenzio. Tuttavia era determinante la pronuncia delle parole straniere.

 

 

Anche se in lingua da lui non parlata, correggeva la pronuncia nella dizione altrui. Era certo di detenere l’esattezza di ogni articolazione fonetica e forse era per questo, e per eccesso di zelo, che non si interessava ad altri suoni.

 

 

In vetta il suono più frequente è il sibilo del vento. Qualora la sorte accosti a quello il grido di un aquila, ci si sorprende la precisione con cui questo taglia gli strati di atmosfera che interferiscono con la sua onda e raggiunge puntualmente l’ascolto, nonostante l’alta quota del volo dei rapaci, laddove altri versi acuti, come quello della taccola, sembrano oltrepassare l’udito provocando una percezione di maggior distanza rispetto al volo più basso di tali passeriformi. Tale seconda tipologia di versi, non a caso,  spesso induce a stati di malinconia.

 

 

L’osservazione del volo non è necessariamente correlata ad una prospettiva verso l’alto: guardando a terra, l’ombra del volo proiettata controluce. Oppure una piuma staccata dal marchingegno, conducendo esperimenti di aerodinamica. Tuttavia tale osservazione sarà priva dell’elemento di contorno, che poi è la componente fondamentale del volo, ovvero l’aria.

 

 

*

 

 

Nel “regime laminare” della scrittura – su “Il volo degli uccelli” di Giulio Marzaioli

di Daniele Bellomi

 

omnes prae sagum parvi futuros

 

(ascolto consigliato durante la lettura del testo: “Before Even After” dei Blind Idiot God, 2016)

 

Elevare al distacco

 

Allora è ciò che manca, a disegnare. È il vuoto che determina, scontrato. Verticale, sino al limite e non oltre. Oltre attacca, sulla schiena, oltre è un sogno. Là dove diserta attacca il volo. (G. Marzaioli, da “Quadranti”, pag.25)

 

Lo studio del volo degli uccelli è stato trascurato (G. Marzaioli, da “Il volo degli uccelli”, p.1)

 

La seconda frase è l’apertura de “Il volo degli uccelli” di Giulio Marzaioli: l’assunto, traslato dal contesto alla sua (mancata, e voluta in quanto tale) validazione storiografica, riesce già a dare una misura empirica circa la postura del discorso in atto, o meglio, sulle possibilità di una sua articolazione evidente, misurabile in gradi di torsione e in compressioni, trazioni e tagli innegabili rispetto alle sollecitazioni proposte dall’evoluzione delle costanti di materia trattata, sia in forma biomeccanica del movimento nel discorso che irrelata rispetto alle parti del discorso.

 

L’iterazione proposta dalla scrittura di Giulio Marzaioli, in questo frangente fortunato di prassi e didascalia, porta dalla trascuratezza al movimento costruttivo, dalla vera e propria manipolazione del volatile alla meccanizzazione del volo degli uccelli (e alla definizione tecnica, almeno al grado di superficie, dello studio del volo degli uccelli). In questo dipartimento di ricerca e sviluppo dedicato a preparativi di applicazione fluidodinamica, il risultato della scienza e della tecnica vive di un “solipsismo intermedio” fra le possibilità di articolazione del movimento (e del discorso) proposte e l’appartenenza naturale, geometrica, del volo in natura, e del volo di natura, che esclude qualsiasi possibile replicabilità (e reduplicabilità) del movimento. L’”errore di progettazione” non è quindi, nella scrittura di Marzaioli, una fase o quantomeno una prova di un processo creativo, ma la dimostrazione dell’impossibilità di associare il processo creativo ai processi di natura.

 

La fase di test, e quindi di verifica degli assunti, è scartata per incompletezza, successivamente allontanata e volontariamente diluita, però, nella creazione aneddotica a supporto di un’esperienza passiva del volo. In termini di convenienza, e anche di economia del discorso, l’espansione ottica si estende fra il passaggio in cui si dice che “[…] Dal 1961 il volo spaziale occupa il primo posto nell’immaginario aereo collettivo, ma sono gli uccelli quanto di più elevato possa vantare il pianeta.” e il minuzioso elenco degli oggetti presenti nello studio in ultima pagina. L’”impatto memoriale” che lo stesso discorso e la sua aneddotica hanno sul lavoro finale riporta alla prassi irrelata di cui si parlava al primo paragrafo: l’elevazione al distacco del volo (e il ruolo stesso che la suggestione del volo imprime alla poetica di questo autore, da In re ipsa, a Quadranti, allo stesso Arco rovescio uscito per Benway Series nel 2014) è il volo stesso. In questo senso possiamo dire che, nella scrittura e nel discorso portati avanti da Giulio Marzaioli nella sua attività di scrittura, l’approccio al tema del volo e la fascinazione nei confronti di questo stesso tema non abbiano subito mutazioni sostanziali nel corso degli anni.

 

“Là dove diserta, attacca il volo”: dove diserta la tassonomia, dove diserta la riproducibilità, oppure dove diserta il relato nel discorso?

 

Soggettività linguistica e volumi virtuali

 

Giulio Marzaioli stava passeggiando lungo un sentiero di montagna quando venne chiamato dal figlio. Il bambino si era fermato ad osservare una grande farfalla posata su una campanula, al bordo del sentiero. La farfalla teneva le ali spiegate. Dopo averla fotografata da diverse angolazioni, Giulio Marzaioli avvicinò lentamente l’indice alla farfalla e con suo grande stupore riuscì ripetutamente ad accarezzarne le ali, senza che la farfalla le ripiegasse o volasse via. Giulio Marzaioli pensò che la vanità fosse uno dei vizi più diffusi tra gli esseri viventi. Soltanto dopo molti giorni Giulio Marzaioli si ricordò che le ali di farfalla sono coperte da piccolissime squame che, nel momento in cui vengono toccate, si rompono, provocando instabilità o addirittura impedendo il volo. (da G. Marzaioli, Arco rovescio, Benway Series, 2014)

 

Il profilo alare, o meglio, la rampa aerodinamica su cui si muove la scrittura di Giulio Marzaioli in questo “il volo degli uccelli” serve da propagazione agli strati di fluido di cui si è parlato in precedenza: l’elevazione al distacco del volo rispetto al discorso, e la marca aneddotico-didascalico-manualistica (in senso tanto più lato quanto più questi tre elementi sono allontanati vicendevolmente dalle proprie differenze) che riporta il discorso al piano della norma e, a ritroso, alla sua progettazione cartacea: blocco bianco e penna a sfera.

 

Il volo degli uccelli, breve testo composto in grande prevalenza di prose brevilinee e brachilogiche, articola il proprio ragionare se stesso seguendo appunto una distinzione (o una distanziazione) dalla norma già acquisita. All’intento tassonomico (legato all’enumerazione delle parti di cui è composto il volatile) segue, a salti e riemersioni, la manipolazione stessa del volatile, prototipo stesso del volo, e la cura del volatile dalle lesioni subite, eventuali o possibili.

 

Arriva a questo punto in soccorso la definizione di flusso laminare [1], fenomeno che ben si attaglia alla scrittura de “Il volo degli uccelli”: proprio in questo caso gli strati di fluido in esame non causano turbolenze, ma si limitano a scorrere l’uno sull’altro, senza rimescolarsi fra di loro. In buona sostanza, questo fenomeno descrive adeguatamente quello che accade alla scrittura di questo testo, in cui la relazione fra i piani del discorso è tanto più efficace quanto più la contaminazione fra i piani del discorso è limitata al piano della virtualità.

La “bassa velocità” che l’andamento del discorso ha nella scrittura di Marzaioli è esattamente funzionale ad impedirne un rimescolamento inopportuno: in questo modo, il “volume virtuale” della scrittura non subisce alterazioni, o impedimenti. Non è molto diverso quello che accade nel passaggio citato poco sopra da “Arco rovescio”, dove la consapevolezza tecnica di un’alterazione biologica dettata dallo sfioramento delle ali della farfalla è temporalmente legata alla fase del ricordo posteriore e del gesto inavvertito, mentre la costruzione aneddotica del discorso e la validazione della vanità creaturale sono disposte in rapida sequenza, su un piano equivalente.

 

Nella “soggettività linguistica” di Giulio Marzaioli, pertanto, l’osservazione del volo è suo stesso auspicio (da avem spicere, appunto) e il discorso (e lo studio del discorso, equiparabile qui allo studio del volo) è confinato nel regime laminare della scrittura, dove compresenza non significa alterazione e dove la stessa scrittura prosegue e delinea il proprio flusso senza che vi siano turbolenze.

 

 

Nota
[1] Flusso il cui comportamento è determinato dalle forze di attrito interno. Nel flusso laminare, a differenza del flusso turbolento, gli strati infinitesimi di fluido scorrono dolcemente uno sopra l’altro, senza che avvenga alcun rimescolamento, neanche a livello microscopico. […] Il flusso laminare può essere osservato aggiungendo un fluido colorato a un fluido trasparente. Se la loro velocità è sufficientemente bassa (riferita alla viscosità) i due fluidi non si mescolano ma il primo resterà separato e confinato nel suo volume virtuale. […] All’aumentare della velocità si ha una prevalenza sempre maggiore dei fenomeni vorticosi (legati alle variazioni di velocità) rispetto a quelli viscosi, con conseguente rottura del parallelismo laminare. Il regime del fluido diventa così turbolento. […] La conoscenza del punto di transizione tra i due tipi di flusso risulta fondamentale in molti settori applicativi, per esempio nel caso della progettazione aerodinamica di veicoli e velivoli. (da “definizione di flusso laminare”, Enciclopedia della Scienza e della tecnica, 2008)

 

 

*

 

 

Prove d’ascolto è un progetto di Simona Menicocci e Fabio Teti

 

Consigli per scrittori di poche parole

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di Domenico Talia
Si può scrivere di un libro stagionato parlandone come fosse frutta fresca da gustare? Si può parlare di racconti rubando le parole a qualcuno premiato per essere autore di romanzi? Sia nel primo sia nel secondo caso, la risposta parrebbe essere negativa, ma con un po’ di volontà qualcosa di diverso si può tentare. Stessa risposta negativa si è tentati di dare a chi volesse provare a sintetizzare in poche frasi un libro di per sé già sintetico. Un po’ come tentare di spremere succo da un frutto siccagno. Eppure, anche in questo caso, si può anche provare a ribaltare la risposta e tentare una strada a prima vista impedita.

ballata della crepa (o dell’onestà)

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di Francesca Genti

canto Kālī canto la crepa
che fa più ornata la porcellana
che fa pregiata la slogatura
che rende la caduta umana

canto l’errore e il disonore
canto ciò che non è edificante
canto la crepa che rende brillante
la giornata senza sole

il vortice canto e la big babol
l’energia di quella che vola
l’allegria di quella che scoppia
la risata che colora

la caduta e l’ipocondria
e ogni tipo di bugia
(quella detta per ferire
quella detta per guarire)

canto la crepa della faccia
la ruga che vince la vanità
il capillare che si incrina
lo scacco matto alla regina

canto il disordine canto la crepa
canto la bimba che se ne frega
canto la bimba oca giuliva
che fa le bolle con la saliva

la carie canto lo zucchero filato
tutto quello che è esagerato
quello che c’è tra cielo e terra
tutti i segni della guerra

canto quello che si rompe
canto i cocci dopo la festa
la paura del dentista
e i suicidi dalla finestra

il terremoto il temporale
la buca la scala il vicolo cieco
canto la crepa sopra il soffitto
e il gradino su cui inciampare

canto Kālī canto la crepa
che fa preziosa la porcellana
che rende onore all’incrinatura
che ti fa bella che ti fa umana.

come faccio senza te (3/3)

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di Giacomo Sartori

 

 

 

 

 

 

 

vedi com’è

com’è la vita

la vita vissuta

nel chiuso di muri

taggati di ricordi

(frasi impiccate

penzolanti nel vuoto

e sorrisi fossili)

Post in translation: Thomas Bernhard

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Da In hora mortis di Thomas Bernhard
traduzione di Luigi Reitani

 

 

 

 

*

Inquietudine è tra le erbe
le capanne sono colte da inquietudine
la campana mi percuote Signore
mio Dio
sono selvagge le colombe
inquieta anche la luna
e la sua falce che affonda nella mia carne
Signore anche la stella è inquieta
e l’orlo dei ruscelli
che non fuggono la neve
mio Dio anche l’albero e il pesce
sono colti da inquietudine.

*

Alla destra siede il Demonio
Signore che mi distrugge le membra
e mi riempie il cervello
di pietra e erba e affanno
di lunghi inverni
Signore
nella carne che a Te grida
nella polvere voglio cercarTi
Signore giudicami
son pronto da tempo
lacerami mio Dio
e non mi lasciare solo
non trovo riposo nel letto
non mi prende il sonno
Signore
annientami
non mi lasciare più solo
non ora
in quest’ora
non nel declino della luna
e non mio Dio
nell’ora estrema.

*

Perché temo il mio invecchiare
la mia morte che mi assale
il grido?
Me temo Signore
temo la mia anima
e il giorno che mi sorregge al muro
e mi dilania
Signore
me temo
temo già la notte
che sta dinanzi ai villaggi
e dietro la casa
che nelle mucche strepita
e danza con le stelle
Dio me temo
al Tuo cospetto
al cospetto della mestizia
che mi lacera la bocca
temo Signore
la mia tomba
e il mio destino nell’oscurità
la morte Signore.

*

Domani Signore sarò da Te
e lontano dal mondo
che di me non ha bisogno
e che non semina il mio chicco
e non il mio dolore
che mi ha ingannato
Signore
che ora mi lava
per paura
la mia primavera cresce
da questo inverno
Signore
il papavero stilla a me da brocche
nero
che da tempo sono cenere.

*

Gli uccelli ahimè gli uccelli
nera la notte
il mio sangue
Signore
strazio per me
di tutti gli uccelli
grido che giallo
brucio la lingua
strazio
ah nel sangue
i coltelli Dio
bevo la mia carne
i coltelli
morto è da tempo
il mio rosso
il mio verde
il mio pungiglione punge
strazio
ahimè
strazio
ahimè
strazio
ahimè
ahimè
ahimè
mio
Ahimè.

Nota di Alida Airaghi

Chi ama Thomas Bernhard non dovrebbe lasciarsi sfuggire questo volume, appena riproposto in una raffinata edizione da SE, con ricche note biografiche e bibliografiche, un’interessante appendice iconografica di foto che ritraggono l’autore dall’infanzia alla maturità, e soprattutto con un’esaustiva e appassionata postfazione del germanista Luigi Reitani, a cui si deve anche la nuova traduzione.
In hora mortis, è un breve poema diviso in quattro sezioni, in cui l’ateo Thomas Bernhard affronta, con la consueta rabbiosa e angosciata inquietudine, l’Assoluto, che chiama filialmente e in maniera ossessivamente ripetuta “Signore” (Herr), aggrappandosi allo scampo di una millenaria tradizione religiosa.
Scritto nel 1958, fa parte della produzione poetica giovanile di Bernhard, poco considerata dalla critica, e solo recentemente rivalutata come fase preliminare e introduttiva alla sua più considerevole attività letteraria in prosa. In quegli stessi anni, il genio saliburghese (nato nel 1931 in Olanda, frutto di una relazione illegittima, dal cui stigma si sentì marchiato per tutta la vita) scrisse altri tre volumi di versi, recentemente pubblicati in Italia da Crocetti e Guanda, che evidenziano sia il suo rapporto conflittuale con la famiglia e l’asfittico ambiente culturale austriaco, sia l’intenso desiderio di recuperare un’avvolgente intimità con la natura, terragna e cosmica.
Quest’ultimo aspetto è presente anche nelle poesie di In hora mortis, in cui la campagna (la terra, le stalle, gli animali, i contadini) offre un suo humus di antico simbolismo sacrale – fatto di giaculatorie e riti scaramantici, più vicini alla superstizione che alla fede -, e il cielo rimane immobile e inavvicinabile, specchio di indifferenza e gelo:

«Selvaggio cresce il fiore della mia ira / e tutti vedono la spina / che nel cielo affonda / stillando sangue dal mio sole / cresce il fiore della mia amarezza / da quest’erba / che i miei piedi lava», «un merlo che non canta / e la mia scrittura nel cielo / straniera alle erbe / Signore mi tormenta la stella», «Signore che mi lasci inginocchiare su neve e ghiaccio / per una preghiera / e la grazia di un cielo lontano», «Signore la mia preghiera crea dalla notte e dal timore / il sole / e la luna», «Signore / che non vuoi la mia preghiera / e divori la mia supplica / sul dorso di stanche stelle / di floridi campi / di tetri cortili / che erigi la mia tomba / che mi uccidi con una scure».

Come risulta evidente dai versi sopra riportati, potentissima è l’eco profetica veterotestamentaria di Isaia, Geremia e dei Salmi (cfr. Sal 10. 17. 87. 129), nella loro implorante richiesta di aiuto, nella loro violenza vendicativa e nella spirale opprimente di colpa-penitenza-redenzione. Ma si avvertono pure risonanze dalle litanie medievali, dalla letteratura pietistica del 1600-1700, fino alle eredità espressionistiche di molti autori di lingua tedesca (Benn, Trakl, Bachmann, Celan), giustamente sottolineate dal curatore del volume Luigi Reitani.
Il tema della morte, che campeggia già nel titolo, è predominante in ogni sezione. Cadenzato da pause di silenzio, da gridi penetranti e da una tenebrosa musicalità da requiem, esso si rifà alla tradizione degli “Sterbebüchlein”, trattatelli religiosi che insegnavano ai fedeli l’ars moriendi, esortandoli alla meditazione interiore prima dell’incontro supremo con Dio.
Ma qui l’assalto al cielo di Bernhard non ha nulla di docile e rassegnato, piuttosto assume i toni di una sfida irosa, esibendo un disperato bisogno di consolazione, l’ansiosa ricerca di una risposta, e insieme il blasfemo rifiuto di ogni acquiescente devozionismo: c’è insomma in queste poesie giovanili già tutto il grande narratore che conosciamo e amiamo di più, la sua tormentata angoscia, il suo urlo di ribellione contro un destino ostile, contro un Deus absconditus e silenzioso da cui si sente tradito e condannato.

Abitare il mondo con stupore

3

di Francesca Matteoni

Ai bambini e alle bambine di Camerino e a Tullio. Con affetto e gratitudine.

 

Tentando di fermare su una mappa un’estate infinita e densa come lo era solo nell’infanzia, nominerò per primo il luogo, Camerino, immerso nelle colline dell’Italia profonda che scivolano l’una nell’altra con i girasoli, le stoppie, il bestiame e i borghi abbandonati, dove fra giugno e luglio un team multidisciplinare di cui ho fatto parte, composto da una psicologa, artisti e documentatori provenienti da Toscana, Umbria ed Emilia, ha abitato e lavorato al progetto artistico IO SONO QUI, coinvolgendo quattro gruppi di ragazzi fra i sei e i tredici anni. Perché l’arte come parametro educativo? Abbiamo più volte sottolineato che l’approccio artistico è laterale, si sposta verso l’inconsueto, i margini dove spesso si annidano nuove possibilità. Vorrei aggiungere che per sua natura l’artista è costantemente a caccia di storie, si allena a scovare il potenziale, a trasformare poeticamente ciò in cui si muove, e dunque è pronto anche a spezzarsi, essere contraddetto, restare in attesa con una pazienza molto simile alla fede, stupirsi. Anzi l’artista vuole tutte queste cose: vuole non sapere, stare un po’ nel vuoto, lasciarsi sorprendere, essere l’approdo e non l’origine delle storie.  Sapevamo di essere arrivati a Camerino a causa del terremoto, della frattura creata in un paesaggio che è al contempo interiore ed esterno, ma sapevamo anche che la parola “terremoto” non poteva venir fuori da noi: è stata lì durante i giorni trascorsi coi bambini, visibile e in attesa di rivelarsi, di trovare un senso altro rispetto all’immediato o più semplicemente di dirsi com’è – ma la semplicità è ardua da definire.

Cosa è accaduto in queste settimane? In modo progressivo siamo entrati insieme ai bambini nel tempo e nello spazio come se non fossero affatto dimensioni scontate e quell’io sono qui è diventato la risposta enigmatica e aperta alla più importante delle domande: non chi sei?, ma dove sei? Dove abiti, cosa ti abita quando dirigi l’occhio alla vita intorno e siete parte l’uno dell’altra: carne, mura, sogni, fili d’erba,  colline, ossa, linfa, acqua, pietre, ricordi.

Per primo è venuta l’esplorazione della settimana di S-GUARDO, in cui i bambini hanno percorso i luoghi della città in compagnia delle loro macchine fotografiche per riprendere il brutto e il bello, il piccolo e il grande, il vicino e il lontano, il naturale e l’artificiale, scoprendo che l’atto del guardare è regolato dalle prospettive, dal “come” più che dal “cosa” si guarda.  Da vicino, ad esempio, anche il piccolo diventa grande. E accade perfino il contrario, perché lo sguardo consapevole richiede la lentezza in cui il panorama si allarga: un albero è grande per noi, ma rimpicciolisce quando l’occhio sale alla montagna. Osservare così conduce a selezionare e poi ritrovare qualcosa che procede sempre al nostro fianco, ma non la si riconosce abbastanza finché non facciamo attenzione ovvero iniziamo a  “camminare con uno scopo”. Può accadere allora che anche il bello e il brutto subiscano variazioni a seconda del nostro stato d’animo e anche il grigio del cielo non pesa, se sotto di lui giochiamo insieme. Mutano le domande: non cosa vedi, ma che sensazione provi? Muta il senso della parola armonia, si fa personale e inclusiva, e allora qualcuno scrive che guardare una cosa bella fa sentire “energico, commosso, emozionato”, perché la bellezza ha radici forti nella memoria e la risveglia. Memoria di luoghi dove si è stati, perfino memoria di quanto ancora non c’è, una  appartenenza radicale che ci riguarda. Alcuni dei bambini sono ritornati alla Rocca, il punto più alto di Camerino, proprio accanto alla zona rossa e davanti alle montagne, per la prima volta dopo il terremoto, forse compiendo un primo piccolo passo nella riappacificazione col tutto dopo la disarmonia – quel qualcosa che si interrompe e crea uno spasmo nelle sensazioni come nelle parole. È stata realizzata una mappa percettiva della città, con tutti i posti del cammino e delle future giornate di laboratorio: il D’Avack, sotto gli alberi, la Rocca, l’orto botanico, la foresteria e per ogni posto si è mescolato il bello e brutto, seguendo il cuore e la mente, oltre che l’occhio. Abbiamo preso confidenza col posto, iniziando a riconoscerlo.

Nella seconda settimana lo sguardo è diventato gioco nel laboratorio + SPAZIO, ribaltando le categorie, provando a misurare il tempo con lo spazio, rispondendo a strani quesiti senza soluzione: quanto dura il poco? Quanto dura il tanto? Un’ora dura sempre nel solito modo? E di domanda in domanda ci siamo detti che “un bambino può essere un posto piccolo, ma dentro di lui può entrarci tanto”; o che la pioggia che ci ha sorpreso mentre eravamo in giro con i più grandi è la materializzazione del “tempo nello spazio”. Ci siamo estesi come i monti e ridotti a sassolini o a creature che stanno nei buchi, abbiamo liberato l’idea di spazio con tutto quello che ne viene – allargamento, costrizione, straniamento, sopravvivenza; abbiamo giocato con le parti dei nostri corpi, componendo statue umane un po’ ridicole, un po’ provocatorie, ci siamo rifugiati su una zattera immaginaria dove l’aria a disposizione diminuiva velocemente e dove quindi siamo stati spinti a cercare vie di fuga, utilizzare altre parti della nostra persona oltre alle gambe e le braccia; ci siamo trasformati in tribù di animali ciechi, che tentavano riunirsi tramite i versi caratteristici: ruggiti, cinguettii, nitriti, miagolii, fuori dal linguaggio umano e dal più abusato dei sensi – la vista. Quando le possibilità di movimento e interazione si riducono si attivano altre risorse, la nostra fantasia è in fermento per arginare il disagio, ma anche semplicemente per accettare la sfida. Alla fine Tempo e Spazio sono venuti a trovarci quali personaggi di una fiaba a cui però mancava il finale. Perché? Certo, perché il finale dovevano scriverlo i ragazzi, ognuno con la sua sensibilità e senza il timore del giudizio, ma, più in profondità, perché il vero finale di qualsiasi storia è nel lettore. Le storie, infatti, si scrivono almeno in due – chi le inizia e chi le interpreta, portandole nel suo quotidiano. È un po’ quanto accade con le memorie che non aderiscono mai al fatto in sé: cambiano, si fanno fluide a seconda delle stagioni. L’immaginazione crea, riporta in superficie frammenti che non sembrano importanti per l’approvazione della massa, ma lo sono quando ci si ascolta uno a uno. I bambini hanno scritto, imparando che nessun ricordo e nessuna fantasia sono sbagliate, ma è difficile, come scriveva W.B.Yeats in una sua poesia, andare fra gli altri senza magnifici mantelli – ci vuole più coraggio a camminare nudi – ovvero vestiti delle cose perdute e ritrovate, dei palloncini che un giorno sono scappati di mano e dimorano per sempre in qualche casa di vento.  Stare nel qui vuol forse dire mirare all’essenziale, smettendo di pensare “il tempo nemico dell’uomo e lo spazio sempre insufficiente”, lasciando andare i pesi inutili, ancorati dentro di noi nei nomi e nei pezzi di passato. Vuol dire ripetersi che “ci vuole tempo per guadagnare spazio”, un tempo di cammino, osservazione, crescita; questo è l’insegnamento del gioco e nelle frasi dei bambini anche Gioco è un personaggio del girotondo di Spazio e Tempo, perché “pure la fantasia gioca”: perfino le storie dicono la verità giocando, prendono per mano paure e desideri.

Siamo giunti così alla terza settimana e all’incontro con Alice, la bambina saputella che precipita nel paese delle stramberie, dove i discorsi non hanno capo né coda, si aprono scuole sotto il mare e i conigli bianchi, come è noto, sono in ritardo. Alice cade in un buco, desidera ardentemente raggiungere il giardino che intravede da una serratura, cerca di esprimere un senso in un universo che ne è privo, diviene consapevole dei confini fra il mondo del sogno e della veglia e di come entrambi partecipino della realtà. Nei laboratori di ALICE IN 4 TEMPI i bambini hanno inseguito un animale chiudendo gli occhi e affidandosi alla visione interiore; sono caduti in luoghi scomodi, larghi, familiari, strani, senza poter parlare per via della “terra in bocca”; atterrando su “ un prato di trifogli con il vento che soffiava”;  vincendo “l’ansia” e trovando la “felicità” per l’incontro con la ragazzina letteraria. Dove sperimentavano la caduta? Quale il luogo reale – quello del nostro appuntamento quotidiano o quello della loro esplorazione fantastica? Dove il qui e l’ora? Restano domande aperte perché in un’esistenza sola sono molte le vite che immaginiamo, che addirittura viviamo popolando il solito prato di sensazioni molto diverse a seconda di quando ci andiamo, con chi, con quale stato d’animo. Riempiamo il posto con noi stessi e poi impariamo che il mondo esiste come in un verso di Montale, anche quando noi siamo altrove. Ma se non si cade, se non ci si arrende una prima volta al potere del luogo nel nostro cuore non possiamo nemmeno desiderare, che significa alla lettera sentire la mancanza delle stelle, di quelle luci che guidano, così serene e fredde, mentre ci troviamo al buio e tendiamo il viso al cielo. Ai loro desideri i bambini hanno dato una forma nuova, realizzando un piccolo disegno che li rappresentasse restando tuttavia misterioso, non didascalico, segreto. Come è lunga la strada da un buco nel suolo agli astri, anche per toccare i propri desideri c’è da colmare un tragitto segnato con il pennarello e di volta in volta simboleggiato da una linea tortuosa, elegante, ingarbugliata, colorata, dritta, interrotta, che dà al percorso la sua dimensione emotiva. Alcuni desideri appaiono facili, altri impossibili, alcuni si avverano solo nella fantasia: l’importante è mettersi in moto per avverarli, anche se cambieranno o si scorderanno. Dopo il desiderio viene l’apprendimento e siamo entrati con la fantasia in scuole particolari, una per ogni bambino che ha descritto la propria, raccontando dove si trova, di cosa è fatta, quali sono le materie di studio, incoraggiati dall’episodio assurdo e irriverente della Tartaruga d’Egitto e della sua scuola nelle onde dell’oceano. Per qualcuno la scuola ha coinciso con la propria camera, per un’altra era di gelato, zucchero filato e senza mal di pancia; al suo interno si può imparare a “diventare più piccolino”; “a portare fiducia in se stessi”; a “volare e inseguire i propri sogni”. Certo alcune fantasie e insegnamenti colpiscono di più l’attenzione dell’adulto, ma tornando ai bambini e alla generosità con cui si sono donati, tutto quanto è stato detto ha un valore speciale: diventare piccolini, per esempio, è riuscire a nascondersi e rammentarsi dei dettagli che rendono unico il vissuto. Per qualche bambino la scuola deve essere trasparente e antisismica e magari sorge proprio nel centro storico di Camerino. Piano piano ci siamo avviati in una fiaba vera e prossima – la finzione ci ha permesso di rimuovere l’imbarazzo o il timore; piano piano siamo usciti nell’espressione e con sorpresa di tutti ci siamo diretti proprio verso la zona rossa, che per giorni abbiamo costeggiato, raggiungendo la recinzione di legno che protegge la chiesa di San Venanzietto. È lì che abbiamo scritto i messaggi al mondo traendoli fuori dalla scuola immaginaria, fuori dalla scatola di tempo che sono i bambini; abbiamo scritto un libro di gesso, legno e precarietà, di sole acceso e un po’ solenne sul primo rientro per alcuni nei pressi del centro storico, e anche noi, le traghettatrici, siamo state  trasportate da loro nelle parole. “Capire gli animali”; “condividere la felicità”; “prendersi cura delle piante”; “cercare sempre ciò che si è perso”, sono solo alcuni dei messaggi, ma vorrei che un attimo riusciste a scorgerli anche voi, mentre percorrono la breve salita, scelgono il colore, alcune bambine si commuovono e si abbracciano. Una volta dato voce al nostro muro, siamo scesi via dalla zona rossa per l’ultimo incontro con Alice e come lei eravamo ormai prossimi al risveglio. Con il blocchetto e un pennarello i bambini hanno scovato oggetti di qualsiasi tipo, da una foglia a una grata di ferro, nei quali identificarsi attraverso tre aggettivi con cui hanno composto una poesia di tre versi sul sonno, il sogno e ciò che siamo. Abbiamo scritto veloci, seduti su un muretto o su una panchina, accanto all’albero di susino su cui qualcuno avrebbe voluto arrampicarsi per cogliere i frutti scuri: la scrittura è il nostro sogno lucido: mentre il corpo dorme, se ne anima un altro plastico e sottile che riflette tutto quello che vede.

Un corpo come proiezione emotiva e mentale di sé è stata la linea guida della quarta settimana, dedicata al laboratorio IMMAGINE CORPOREA.  Siamo partiti dalla Rocca cercando la sintonia con l’ambiente: davvero il nostro corpo finisce nella punta delle dita o dei piedi, sulla cima della testa, nei fili dei capelli? Cosa significa toccare qualcuno o qualcosa, possediamo, noi, mani invisibili che accorciano la distanza? I bambini hanno vagato per il parco verso le montagne all’orizzonte o il tetto della cattedrale, sperimentando un contatto nuovo e abbracciando le cose con lo sguardo. Sempre sono lì i crinali, le case, il verde, e perché allora solo guardando tutto con intenzione, come riemergendo a se stessi dal gioco delle scorse settimane, si manifestano nella loro novità, ci stupiscono? Ci siamo stretti agli alberi e qualcuno ha raccontato che accade spesso di toccare questi fratelli maggiori; abbiamo abbracciato i pali dei lampioni e il muro di una casa; abbiamo riconosciuto un altro elemento del paesaggio, umano, ma quasi assorbito dalla città: i militari con la loro camionetta. Chi ha voluto quindi è andato loro incontro, stringendo la mano, avventurandosi all’interno del mezzo, perché gli accadimenti traumatici sconvolgono e portano mutamento nei luoghi e nelle persone e il vero rischio è abituarsi al presente senza conoscerlo, senza scoprire che ciò che ci protegge – una fronda, la mano di un soccorritore, un’arma, un muro, un cielo aperto e saldo – è ciò che ci espone. Molti bambini si sono sentiti tristi o strani abbracciando la chiesa o un palazzo, identificando tra i monti un’abitazione divenuta inaccessibile, eppure erano pronti per accogliere il sentimento, qualsiasi esso fosse: abbiamo fatto un passo nella riconciliazione.

Ho scritto all’inizio che il terremoto è una frattura ambivalente – fisica e spirituale. Quello che posso aggiungere ora, è che una frattura è anche lo spazio che nel dramma lascia filtrare la luce. La distanza fra i bambini e le montagne, la ruvidità fra corteccia e pelle, le lacrime e le finestre spezzate sono tutte manifestazioni di frattura e di vuoto in cui ci rialziamo dopo la caduta. Protetti prima, poi esposti alla forza delle nostre emozioni, infine, con le parole di una bambina, aiutanti: “ho sentito di voler aiutare e proteggere la mia città”. Con una passeggiata siamo arrivati al muro solido del cimitero, lo abbiamo guardato, toccato, sentito, ci siamo appoggiati per gettare gli occhi più lontano possibile davanti a noi, abbiamo sostenuto la pietra antica in silenzio. Nel pomeriggio a ogni bambino è stato assegnato un grande foglio: lavorando a coppie hanno tracciato le sagome gli uni degli altri e dopo hanno riempito il ritratto con due colori contrastanti – il più e il meno amato. Ospitiamo differenze dentro di noi, quanto ci piace e quanto non ci piace là fuori si radunano nelle nostre varie parti – le gambe, il busto, la testa, la sinistra o la destra, le braccia. Lasciando vuoti gli spazi degli occhi e del cuore, i ragazzi hanno elaborato stili soggettivi di disegno e decorazione all’interno dei confini corporei. Poi con un pennarello hanno scritto le cose che portano negli occhi e nel cuore e ciò che li sostiene lungo la spina dorsale. Negli occhi “gli alberi che fanno stare bene” , “quiete”, “stranezza”, “tranquillità”, “un muratore”, “il vivere bene”; nel cuore “libertà”, “ricordi”, la sorella o la mamma, “la natura”, uno sport, “il canto”, “il mio cane”, i nomi degli amici, “l’affetto per quasi tutti”, una passione. E lungo la spina dorsale a sostenerci “io”, “ la lealtà”, “la fiducia in me stessa”, “le grandi amicizie” “delle pietre molto, molto resistenti da non crollare per la paura”.  Le sagome erano tutte a terra nel tendone, ognuna con un bambino e un paesaggio dentro, e noi sul finale con un bel po’ di magone e silenzio, perché abitare un posto è abitare se stessi, il più straniero dei luoghi, il più imprevedibile, il più nascosto, mentre lo si esibisce fra gli altri.

Nell’ultima settimana, dedicata alla preparazione dell’evento finale con tutti i suoi materiali, ma anche alla decorazione delle scatole personali dei ricordi, ci siamo raccontati le sensazioni rimaste dai laboratori, il significato di IO SONO QUI, che si è rivelato vicinanza, aiuto, sostegno reciproco, attesa. Io sono qui perché ciò che provo non può essere sciolto mai da ciò che mi accoglie, da ciò che si anima attorno.

Quello che resta, a poche settimane dalla conclusione e dall’arrivederci, sono alcuni dettagli, perché è troppo presto per raccontare o sapere tutto, se mai lo sapremo, e i semi piantati hanno bisogno di pazienza per crescere e ramificare. Penso, pensiamo, alle bambine e ai bambini che sono stati i nostri compagni in tutti questi giorni e li vediamo fra anni ritornare con la memoria, magari sorridere, sentire che non ci siamo perduti nonostante la lontananza, come non si perde chi condivide un momento di verità. Li vediamo schiudersi alla speranza fino alla fine. Ora, pescando nella sfera brillante dei giorni d’estate, ecco che escono certi occhi vivaci, le teste che si immergono sotto la fontana e le risa mentre camminiamo dalla Rocca al D’Avack, dei fiori di malva e di cicoria che ci spiano e a volte raccogliamo, delle mani, delle magliette e delle gambe d’improvviso azzurre, verdi, gialle per il colore a tempera che si è sparso ovunque, uno zaino efficientissimo, dove c’è quanto serve per cavarsela in ogni stagione, un primo amore, della pioggia che ci mette in difficoltà e poi ci rende più vicini. Ci ricorderemo che le nuvole vanno velocissimo quando ci si prende il tempo per sdraiarsi in un prato e guardarle, a qualsiasi età, in qualsiasi posto – recuperiamo il tempo e lo spargiamo nel cielo. E che il cielo dell’amicizia fra noi, voi, le indimenticabili colline di quest’Italia centrale, si può frangere, turbare e piangere a dirotto, ma che poi trova un suo modo, si ricompone.

IO SONO QUI – geografie del sé e dell’ambiente intorno a sé

Presentato da Zappa! Ideato, curato e condotto da Emanuela Baldi, Francesca Campigli, Francesca Matteoni, Paola Papi.
Realizzato con il patrocinio del Comune di Camerino, in collaborazione con Istituto Comprensivo Ugo Betti e Sistema Museale di Ateneo – Orto Botanico Carmela Cortini.
Progetto selezionato dal bando Progetti volti alla promozione di attività volte al recupero delle regolari attività scolastiche ed extrascolastiche nelle zone colpite dal terremoto, sostenuto da MIUR, IPSSEOA Costaggini Rieti, Ripartiamo dalla Scuola.

Fotografie di Guido Mencari.

Video di Lorenzo Bernardini e Michele Manuali

Grafica di Marino Neri.

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Per Inventario privato di Elio Pagliarani. Parte seconda

2

di Andrea Dionera

[Pubblico qui la seconda parte di un estratto della tesi di laurea di Andrea Donaera dedicata ad un libro di Elio Pagliarani, Inventario privato del 1959. La prima parte si può leggere qui. E’ un testo relativamente poco frequentato dalla critica e che merita maggiore attenzione. B.C.]

  1. Lo stile “doppio”

Il processo dialettico messo in atto da Pagliarani, che fa confrontare il mondo cittadino e industriale con la dimensione intima e privata, si rileva con grande impatto anche nello stile con il quale viene scritta la raccolta. Uno stile “doppio”, con cui Pagliarani allestisce anche una doppia retorica, allegorizzando il mondo industriale e quello privato: «alienazione e vitalità che si contrappongono nel destino degli amanti metropolitani. Ma anche coesistono come una sfida» (Cepollaro, 2015).

Reduce dall’esordio Cronache nel quale già si percepiva la reazione alle tendenze ermetiche e postermetiche, in questa raccolta Pagliarani insiste nella creazione di un doppio registro, una doppia voce in grado di proporre contemporaneamente un linguaggio “alto” e uno invece vicino – lessicalmente e semanticamente – alla lingua parlata, che alla fine degli anni Cinquanta, tra l’altro, iniziava ad assorbire mutamenti notevoli provenienti dal linguaggio commerciale e dei media, e così dunque anche la poesia.[1] Questa scelta stilistica, evidentissima già in Inventario privato, sarà sempre uno dei marchi distintivi della poetica di Pagliarani, poetica estremamente inclusiva, in grado di far convogliare al suo interno anche riferimenti letterari disparati[2] (in Inventario privato, come si vedrà, il dialogo con la tradizione, anche in forme parodistiche, riguarda certa poesia medievale).

Nel seguente testo emergono fortemente «le due retoriche» di Inventario privato (e del Pagliarani successivo): una che si nutre della scrittura e una dell’oralità; una legata alla tradizione, al mestiere letterario, un’altra che invece ascolta il parlato e trasmette ciò che si è ascoltato. Si crea infatti «una feconda contraddizione tra il piano della retorica scritta e il piano della retorica orale, la prima analitica, separante, anti–naturalistica, la seconda sintetica, coinvolgente, musicale» (ivi).

 

Che ci portiamo addosso il nostro peso

lo so, che schermaglia d’amore è adattamento,

guizzo, resistenza necessaria perché baci

la nostra storia i nostro uomo-donna

non solo all’ombra dei parchi

l’imparo ora, forse.

 

Oh, ma scompagina come il vento

freddo di viale Piave i giorno scorsi, e spaura,

quanto di me non solo porto

sulle spalle, ma mi tocca travasare

adattare al tuo fusto flessibile

e scontroso.

Io che speravo

necessario e sufficiente solo il fiore

che affiora, tocco con le carezze oltre che il tuo

fusto flessibile lo specchio la certezza

di come sia insufficiente il mio amore

per la tua capacità di comprenderlo,

per la tua capacità di comprenderlo

come sia immane il mio bisogno d’amore. (Pagliarani, 1959)

 

Si possono notare la compresenza e la sintesi degli intrecci sia tematici che stilistici presenti in Inventario privato: il lessico e la struttura del verso “alti”, con assonanze, vocativi e perifrasi tanto stereotipate da assumere un retrogusto parodico («il fiore / che affiora»; «Oh, ma scompagina come il vento»; «lo so, che schermaglia d’amore è adattamento»), e quelli “bassi” e quasi narrativi («quanto di me non solo / porto sulle spalle, ma mi tocca travasare / adattare al tuo fusto flessibile / e scontroso»); i luoghi cittadini e gli oggetti della modernità («l’ombra dei parchi», «viale Piave»), la tensione amorosa ridotta ai minimi termini («il mio bisogno di amore»). Il risultato è un testo denso, carico di immagini e dotato di una plurivocalità nel suo presentarsi tanto variegato.

Questa presenza di più voci, appartenente sia al Pagliarani dell’esordio[3] che specialmente a quello futuro[4], si ripresenta come una caratteristica formale puntuale in vari punti della raccolta. Come se si causassero delle interferenze nello svolgersi del testo:

 

[…] e perfino una scoperta

abbiamo riserbata: anche a te piace

camminare? (e a te non stanca? che porti

tacchi alti, polsi, giunture fragili

che il mio braccio trova a fianco,

il tuo fianco, le mani provate sopra i tasti

milanese signorina) (ivi).

 

Un effetto di disturbo e interferenza si verifica non solo attraverso i dialoghi, ma anche con la presenza di voci off, esterne alla situazione descritta – effetto garantito perfino dall’impostazione grafica dei versi, posti in corsivo e che interrompono la lettura:

 

se ci pare che quadri tutto questo

con l’anagrafe e il mestiere, non il minimo buonsenso

 

un taxi se piove / separé da Motta

Ginepro e Patria / poltrone alla prima

 

ci rimane, o dignità, se abbiamo solo in testa

svariate idee d’amore e d’ingiustizia. (ivi).

 

Tra le ventuno poesie presenti in Inventario privato, molte sono brevi componimenti, stilisticamente quasi antesignani degli Epigrammi che verranno; in questi testi però si evince molto a proposito della vicinanza di Pagliarani ad alcune movenze di certi autori della Linea Lombarda (con i quali, con tutta probabilità, Pagliarani entrava in contatto proprio in quei suoi anni milanesi[5]), ma anche a un recupero, interessante e forse solitario nel panorama dell’epoca, dell’esperienza dei Vociani[6]. I versi “semplici”, l’utilizzo di immagini nitide, il linguaggio scarno, sembrano denotare un legame con quella tradizione vociana che era una sorta di alternativa alla tradizione ermetica[7]. Fortini, parlando de La ragazza Carla, noterà che «Pagliarani ritrova dopo quasi mezzo secolo accenti che furono del milanese Rebora» (Fortini, 2003), e questo pensiero può essere agganciato alla veste stilistica di alcune poesie presenti in Inventario privato.

In questi componimenti è ben nitida la dinamica che coniuga il doppio animo di questa raccolta, in cui cura stilistica e tecnica si sciolgono in una lingua facile, quotidiana. Fino a produrre poesie minime, esili, fondate anche solo su un’unica metafora, in cui ci sono «l’attenzione alla concretezza degli oggetti unita ad una mancanza quasi spietata di frivolezza, la potenza espressiva che scolpisce i testi in maniera drammatica» (Santini, 2004):

 

È già autunno, altri mesi ho sopportato

senza imparare altro: ti ho perduta

per troppo amore, come per fame l’affamato

che rovescia la ciotola col tremito. (Pagliarani, 1959)

 

O su un discorso diretto, in una semplicità lessicale disarmante, ma con una cura stilistica meticolosa, creando ancora un contrasto, ancora un’interferenza, grazie alla quale «i mezzi retorici sono elementi di disturbo rispetto alla sequenza abituale della lingua parlata» (Cepollaro, 2015):

 

Amore, la tua angoscia trasparente,

«potrei perdere le mani, gli occhi», dicevi,

trasparente timore dell’amore. (Pagliarani, 1959)

 

Oppure poesie che risultano quasi dimesse, nella loro semplicità, ma che dimostrano un denso “realismo sperimentale”. Nel testo seguente, per esempio, con l’assenza di punteggiatura e i primi tre versi dalla metrica rigorosa, si assiste alla fine a un componimento semplice e prosastico, ma corroborato da una potenza retorica (presente in tutta la raccolta) in cui «la violenza dell’enjambement afferma e contemporaneamente nega il flusso del dire orale, sottolineando drammaticamente che la lingua parlata si sta consegnando al regime retorico della lingua scritta» (Cepollaro, 2015):

 

Basta che tu li sfiori nella nuca

un momento con gli occhi quando brillano

i bambini si voltano a guardarti

avvertono la tua presenza. (Pagliarani, 1959)

 

La lirica in Inventario privato, da un punto di vista stilistico, non è quindi più soltanto un fatto che deriva dalla tradizione, ma è anche intesa e praticata come allargamento delle potenzialità di un genere, da reinventare con criterio. L’intenzione, legata all’apertura del linguaggio da applicare con urgenza nell’ambito della poesia italiana, senza però dover rinunciare al valore del genere lirico strettamente inteso[8], viene esplicitamente espressa da Pagliarani in un intervento scritto proprio negli anni di Inventario privato, cioè tra il 1957 e il 1959:

 

Non ha senso negare l’identificazione lirica = poesia senza una reinvenzione dei generi letterari. E ciò è già stato storicamente dimostrato: il tempo e la realtà incaricatisi di rompere un diaframma, la poesia allarga i suoi contenuti, ma non può farlo se non dilatando in corrispondenza il vocabolario poetico. Ma arricchire il vocabolario non significa necessariamente arricchire il discorso, può anche voler dire che si arreca turbamento e confusione. […] La reinvenzione dei generi è quindi la necessaria conseguenza della più ampia e variata modulazione sintattica del discorso poetico conseguente all’arricchimento del lessico[9]. (Pagliarani, in Giuliani, 2003).

 

  1. «Un conto delle cose che non tornano». Inventario privato e La ragazza Carla: legami e anticipazioni

 

L’accenno a Paolo e Francesca nel paragrafo precedente non è del tutto casuale. Infatti il legame principale che Pagliarani instaura nella stesura di questo libro è proprio con un poeta medievale, amico di Dante Alighieri, cioè lo stilnovista Guido Cavalcanti. In particolare è la ballata Quando di morte mi conven trar vita a essere la fonte letteraria prediletta da Pagliarani (Ballerini, 2008). In particolare è la domanda presente nella prima strofa della ballata a confluire poi nel testo:

 

Quando di morte mi conven trar vita

e di pesanza gioia,

come di tanta noia

lo spirito d’amore d’amar m’invita? (Cavalcanti, 2011)

 

Come spiega Andrea Cortellessa nell’introduzione a Tutte le poesie, questo interrogativo «può essere parafrasato in questi termini: “com’è possibile che Amore ancora mi adeschi, proprio adesso che mi riduco a vivere di morte e gioire dei miei abbattimenti, proprio ora che il mio stato è così doloroso?”» (Cortellessa, in Pagliarani, 2006). E questo è sostanzialmente lo spirito che anima semanticamente Inventario privato, squisitamente lirico nell’utilizzo del topos dell’amore coniugato alla morte: un amore che, nel suo (non) concretizzarsi conduce a una morte, una «morte interiore, morte dei sentimenti: se a essa si sopravvive, senza rimedio, in uno stato ben simile a quello del malinconico stilnovista di sette secoli prima[10]»; un’idea di morte che, nel procedere della storia d’amore, diventa sempre più fissata in un’abitudine, tanto da sembrare come se il soggetto parlasse in un dialogo tra un io vivo e un io già defunto[11], come si legge nella lirica che segue:

 

A dirli di questi mesi sembra agevole

con il margine di rischio necessario

a chiamare la vita col suo nome:

primavera invocata tempestiva

fu tempesta, e in vista della terra

il naufragio balordo; giugno vissi

per rassegnarmi a perderti; è di luglio

la più cupa speranza di riuscire

a fare della morte un’abitudine. (Pagliarani, 1959).

 

Il legame con Cavalcanti non è però soltanto utile a una comprensione totale di questa storia d’amore e disamore circondata da una idea di morte (Cortellessa, in Pagliarani, 2006). Si veda, infatti l’ultima lirica di Inventario privato:

 

Il verso «quanto di morte noi circonda»

apriva, e nella chiusa, isolato, bene in vista

«tu sola della morte antagonista».

 

Ma già prima del termine di giugno

la mia palinodia divenne sorte:

nessun antagonista alla mia morte.

 

E sono vivo, senza rimedio

sono ancora vivo. (Pagliarani, 1959).

 

Il verso virgolettato «quanto di morte noi circonda» è uno dei versi conclusivi del poemetto La ragazza Carla, all’epoca ancora non ufficialmente licenziato. Si tratta, quindi, sì di un rimaneggiamento del verso d’apertura della ballata di Cavalcanti, ma non solo: «esso è autocitazione, con tanto di virgolette, proprio dal corsivo finale» (Cortellessa, in Pagliarani, 2006) de La Ragazza Carla, e questo porta a comprendere che «alla pubblicazione di Inventario privato, La ragazza Carla fosse già ultimato e circolante» (ivi), e un indizio sicuro di ciò è «costituito dal fatto che nella Prefazione al libro del’59 Giacomo Zanga citi passaggi del poemetto come fossero già di dominio pubblico, addirittura venuti a dimensione proverbiale[12]» (ivi).

I due libri sono quindi legati a doppio filo, e in modo palesato dall’autore, dalla fonte letteraria di Cavalcanti – quindi dal tema di fondo della morte, sebbene in prospettive diverse[13] – e dal periodo in cui le opere vengono scritte o, se non pubblicate, almeno rese note a un pubblico di amici e conoscenti.

 

Inventario privato e La ragazza Carla sono unite fortemente anche dai temi affrontati nelle due opere, in particolare il tema del mondo del lavoro. I personaggi protagonisti dei due libri non solo orbitano attorno al mondo impiegatizio della Milano del boom economico: ne sono assorbiti, tanto da acquisire tratti costitutivi delle loro personalità e delle loro esistenze. Questo modo di trattare il mondo del lavoro è una delle peculiarità più rilevanti della poetica di Pagliarani, presente dall’esordio alle ultime opere; in queste due opere, sicuramente anche a causa della vicinanza cronologica della stesura, ci sono particolari punti di incontro attorno a questo tema, tanto da far sì che la «milanese signorina» di Inventario privato ricordi molto da vicino la Carla del poemetto. Entrambe le giovani donne svolgono un lavoro d’ufficio, e Pagliarani, per entrambe, fa assurgere questa dimensione lavorativa a una dimensione esistenziale.

Ecco che dunque in Inventario privato si entra in contatto «con le ambientazioni che ritroveremo – presto, ormai, prestissimo – nella Ragazza Carla» (Cortellessa, in Pagliarani, 2006):

 

[…] Quante ore

d’ufficio e quanti giorni in questi anni

d’ufficio fanno il totale della giovinezza?

 

Non so quanta saliva ha da secernere

la ragazza incollando francobolli, so

che cosa bruci per tenere in luce

te soave e i capricci. (Pagliarani, 1959).

 

Si confronti, infatti, con questo brano da La ragazza Carla:

 

Carla spiuma i mobili

Aldo Lavagnino coi codici traduce telegrammi night letters

una signora bianca ha cominciato i calcoli

sulla calcolatrice svedese.

 

Sono momenti belli: c’è silenzio

e il ritmo d’un polmone, se guardi dai cristalli

quella gente che marcia al suo lavoro

diritta interessata necessaria

che ha tanto fiato caldo nella bocca

quando dice buongiorno

è questa che decide

e son dei loro

non c’è altro da dire. (Pagliarani, 1962).

 

Nel procedere del canzoniere, il contesto lavorativo incornicia pienamente, o anche soltanto di passaggio, la storia di Inventario privato, in cui la «milanese signorina» sembra figura futurorum della ragazza Carla:

 

Al sole d’aprile del giorno

del tuo compleanno gli dico

che t’ho accompagnata all’ufficio

 

e non poteva bastarmi.

[…] (Pagliarani, 1959)

 

*

 

Poi chissà perché, mai fatto prima,

Aldo la segue all’uscita le offre un Campari

Carla adesso rifiuta – ci ha già pensato scendendo

[…] (Pagliarani, 1962).

 

La ragazza Carla è considerato un caposaldo della letteratura sul tema del mondo del lavoro, avendo portato Pagliarani a inserirsi «nella critica al mondo industriale attraverso una narrazione che accentua, anche col linguaggio quotidiano e con l’impiego materico di manuali e trattati, la “resistenza del reale”, i fallimenti e il senso di solitudine della protagonista» (Segre, 1998). Più complesso è quindi individuare il tema del lavoro – e della critica al mondo industriale – in un canzoniere d’amore, considerato opera secondaria sia dalla critica che, per un certo periodo, dall’autore stesso[14]. Eppure, non solo per quanto visto negli stralci in precedenza, il discorso della dimensione impiegatizia è davvero alla base di Inventario privato, ne fissa la struttura, ne crea una dimensione: questa dimensione, appunto, impiegatizia è resa esplicita finanche nella struttura stessa della raccolta, impostata, sin dal titolo, come un inventario commerciale, un prospetto di conteggio.

“Il primo foglio” è la sezione che apre il libro, e si apre con i versi «Se facessimo un conto delle cose / che non tornano», che risultano quindi programmatici in riferimento alla dimensione ragionieristica data al canzoniere; la seconda sezione, “A riporto”, si presenta come una serie di annotazioni riguardanti la vicenda amorosa esposta nella prima sezione, in cui il poeta, privatamente, arriva a una conclusione, nell’ultimo verso dell’ultima poesia: «e non mi ami»; la sezione conclusiva rende lampante l’intenzione di Pagliarani di trattare la raccolta come un vero e proprio rendiconto: “Totale S.E. & O.” è infatti una «abbreviazione in uso nelle fatture commerciali e in altri prospetti di conteggi, della locuz. salvo errori e omissioni»[15], e questo conteggio si conclude, negli ultimi due versi della raccolta, ponendo centralmente il topos dell’amore coniugato alla morte: «E sono vivo, senza rimedio / sono ancora vivo».

Mantenendo la coerenza con la doppia retorica stilistica e con la doppia dimensione tematica che nutre la raccolta, Pagliarani incornicia dunque questa sorta di “canzoniere pseudo-burocratico” in una collocazione grottesca, riducendo la storia d’amore a un fatto d’ufficio, crudamente gettata nelle mansioni della realtà, in una «porzione di vissuto non teatralizzata, non narrativizzata» (Cortellessa, in Pagliarani, 2006).

E Pagliarani, per la prima e unica volta, si offre «squisitamente lirico […] ma col suo linguaggio: ormai perfettamente calibrato nei suoi scompensi procurati, nelle sue intermittenze, nei suoi stordenti cambi di ritmo. Con la spietatezza di sé che ormai gli conosciamo (“Non devi amarmi se ti sbriciolo / su una tovaglia lisa; e non mi ami”)» (ivi).

 

 

Note

[1] Cfr. Montale, 1996, nel saggio Poesia inclusiva del 1964: «I poeti […] esprimono l’aspetto fenomenologico del loro esser uomini “in situazione” (anagrafica, temporale e strettamente individuale). Inclusivi di tutto, escludono la trascendenza di quella che fu tradizionalmente la poesia e l’alta retorica». Cfr. Testa, 1999, in cui, a proposito della poesia che si sviluppa in questi anni: «S’innesta […] il rinnovato rapporto che questa poesia intrattiene con la cosiddetta ‘lingua comune’; non più pedinata con l’obiettivo della mimesi né scardinata con gli usurati strumenti dello sperimentalismo, essa […] si costituisce in raffinato e scaltrissimo parlato-scritto […]».

2 Andrea Cortellessa, nell’introduzione a Tutte le poesie, di Pagliarani, nello scrivere a proposito de La Ballata di Rudi, sottolinea i numerosi riferimenti «alla tradizione, tanto popolare quanto colta» presenti comunque in tutta l’opera dell’autore: «[…] l’Ottocento “basso” […]. Ma anche qualche eco della ballata antica, lirica e “alta” anzi “altissima” […]. Poi senz’altro un Novecento “basso” […] e, forse soprattutto, “bassissimo”, spicciamente demotico» (Cortellessa, in Pagliarani, 2006).

3 Cfr. Pagliarani, 2006. Un esempio da Cronache e altre poesie è il componimento Romanza sotto la pioggia.

4 La presenza di più voci, dotate di più registri linguistici, sarà una delle caratteristiche principali anche de La ragazza Carla: «La “storia” di Carla è molto meno vera della Milano che ha intorno; una Milano che è fatta veramente di parole, cioè di un tessuto sintattico studiato sul vero» (Fortini, 2003).

5 Cfr. Santini, 2004: «La poesia lombarda è fatta di una combinazione di attenzione alle cose, al paesaggio, a una quotidianità dimessa e pungente […]. Tali qualità permangono anche nei lavori di autori lombardi della generazione successiva, come Elio Pagliarani, Giancarlo Majorino, Giorgio Cesarano, o il più giovane Maurizio Cucchi».

6 Cfr. Giuliani, 1977, in cui, a proposito dei poeti accostabili all’area lombarda, parla di «una vocazione morale […] che ha i suoi antecedenti e i suoi numi sin troppo palesi in Parini e Manzoni e un riferimento più recente, sostanzioso e quasi segreto in Clemente Rebora»

7 Dall’intervista che Biagio Cepollaro ha concesso per la tesi di laurea da cui è tratto questo articolo: «Quella scarnificazione, quella secchezza, quella retorica del grado zero si possono ricondurre forse alla tradizione dei Vociani, alternativa primonovecentesca, a quell’epoca, a ciò che era stato prodotto in ambiente ermetico».

8 Cfr. Mazzoni, 2005.

9 Cfr. Testa, 1999: «Che poi con questo italiano d’uso, sondato nei suoi intenti comunicativi e nella concretezza del suo vocabolario di fondo, si affrontino, liquidati insieme il crisma della separatezza lessicale e lo stigma della nobiltà tonale, temi centrali del pensiero contemporaneo e nodi essenziali della nostra esperienza, presente e remota, è un dato così importante da renderlo, credo, difficilmente trascurabile, costituendo, esso, un punto di passaggio, di transito e di svolta […] nella storia della nostra poesia novecentesca».

10 Cfr. Cavalcanti, 2011: «Canto, piacere, beninanza e riso / me’n son dogli’ e sospiri: / guardi ciascuno e miri / che Morte m’è nel viso già salita!».

11 Sulla questione, molto più vasta rispetto a quella rintracciabile in Inventario privato (senz’altro più forte nel Pagliarani futuro), del rapporto vivi–defunti nella poesia di questi anni, cfr. Testa, 1999: «Il discorso della poesia riattiva strutture antropologiche (destinandole a funzioni diverse da quelle primarie ed offrendone una versione ormai priva dell’originaria finalità pragmatica) che significano pur sempre – anche se sul piano simulativo proprio della scrittura letteraria – un recupero della comunicazione: […] si scorge così […] una mimesi, catafratta e distorta, dei riti della relazione morti-vivi, della loro funzione e del loro fine».

12 Cfr. Pagliarani, 1959. Nella Prefazione, Giacomo Zanga cita integralmente i primi quattro versi del corsivo conclusivo de La Ragazza Carla.

13 «Quello che in Cavalcanti è solo un gioco concettoso […] nella Ragazza Carla è effettiva possibilità di opporsi alla morte che noi circonda e trarne, dunque, davvero, vita. […] Inventario privato capovolge […] i termini: no, non si dà risoluzione; insanabile è il conflitto e irrimediabile, senza antagonisti, la mia morte» (Cortellessa, in Pagliarani, 2006).

14 Cfr. Pagliarani, in Piemontese, 1990: «Dall’uscita delle Cronache […] mi preoccupava il peso, che mi pareva eccessivo, delle mie vicende personali sulla mia poesia e m’era diventata pesante nello scrivere la “tirannia dell’io”». Ma questo non ha impedito, successivamente, un parziale recupero dell’opera da parte dell’autore. Come si legge in appendice alla raccolta del 1985 Esercizi platonici: «Prigioniero, almeno in parte, come avevo cominciato a sentirmi, del mio verso lungo, sempre più lungo, […] ho voluto cercare di riacquistare facoltà di articolazione più variegata (mi riferisco, per esempio, al pedale sommesso dell’Inventario privato)» (Pagliarani, 2006). Sull’argomento cfr. anche l’intervista che Concetta Petrollo ha rilasciato per questa tesi e pubblicata qui in appendice, in cui si parla diffusamente del recupero di Inventario privato da parte di Pagliarani anche durante le ultime letture pubbliche della sua vita.

15 Cfr. il sito dell’Enciclopedia Treccani: http://www.treccani.it/vocabolario/s-e-e-o/

 

Bibliografia

 

Ballerini L., 2008, 4 per Pagliarani, Scritture, Piacenza;

Cavalcanti G., 2011, Rime, Carocci, Roma;

Fortini F., 2003, Saggi ed epigrammi, Mondadori, Milano;

Giuliani A. (a cura di), 2003, I Novissimi. Poesie per gli anni ’60, Einaudi, Torino;

Giuliani A., 1977, Le droghe di Marsiglia, Adelphi, Milano;

Mazzoni G., 2005, Sulla poesia moderna, Il Mulino, Bologna;

Pagliarani E., 1959, Inventario privato, Veronelli, Milano;

Id., 1962, La ragazza Carla e altre poesie, Mondadori, Milano;

Id., 2006, Tutte le poesie (1946 – 2005), Garzanti, Milano;

Piemontese F. (a cura di), 1990, Autodizionario degli scrittori italiani, Leonardo, Milano;

Segre C., 1998, La letteratura italiana del Novecento, Laterza, Bari;

Testa E., 1999, Per interposta persona. Lingua e poesia nel secondo Novecento, Bulzoni, Roma;

 

Sitografia

Cepollaro B., 2015:

https://poesiadafare.wordpress.com/2015/05/14/biagio-cepollaro-su-inventario-privato-1959-di-elio-pagliarani/

Santini F., 2004: http://escholarship.org/uc/item/4v91s2cs#page-1

 

 

come faccio senza te (2/3)

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di Giacomo Sartori

 

 

 

 

 

 

 

come faccio senza

senza la tua eleganza

di pantera nera

la tua grazia

senza grazia

poche cose

così poche

mi dan pace

Les nouveaux réalistes: Gabriele Drago

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Evidences

di

Gabriele Drago

 

Siamo precipitati sulla calce, rotolando tra i ciottoli, nella polvere. Andrea modellava il mio viso con carezze lancinanti. Si allontanava per guardarmi, poi mi afferrava la mandibola e mi baciava. Anche io lo stringevo forte, ma nel furore gli ho preso la testa e glie l’ho sbattuta su una pietra per cinque o sei volte. L’ho sollevato da terra e l’ho lanciato su uno stelo di ferro che sbucava da un pilastro. È rimasto trafitto nella schiena, con i piedi che pendevano da un lato e le braccia da un altro. Mi sono inginocchiato per baciarlo ancora. Passavo le dita tra i suoi capelli, con una mano gli reggevo la nuca. La montagna di pietre faceva da sfondo al suo corpo tragico e il Bobcat scintillava sotto gli ultimi raggi di sole.

Siamo stati in questo posto che tagliato così sembra un paesaggio lunare, ma se allargassi l’inquadratura si mostrerebbe per quello che è: un deposito di pietre per la costruzione di un palazzo in mezzo alla campagna. Siamo stati qui perché Andrea doveva parlarmi, anche se a me nel tempo libero piace stare in silenzio.

Con il lavoro che faccio, il rappresentante porta a porta, mi tocca dire e spiegare, fino a che me ne devo stare zitto.
Ho provato a farmi una posizione con la mia professione, il fotografo, ho guadagnato poco, pochissimo, niente. Mi è toccato vivere con i miei e a un certo punto ho dovuto scegliere se sottostare alla dittatura di mio padre o alla schiavitù di un capo. Scelsi la schiavitù. Questa è la libertà alla quale posso aspirare, passare da una gabbia più piccola una più grande, cercare di stare comodo. E adesso sono comodo, talmente comodo che non me ne frega nulla.

Quando io e Andrea ci incontravamo per parlare, in realtà nessuno ascoltava l’altro. Ci conoscevamo da una vita e sapevamo già cosa ci saremmo detti. I problemi erano sempre gli stessi, forse variavano gli attori, ma il copione rimaneva uguale.

«Non risolveremo mai i nodi delle nostre esistenze, qualcosa sempre resta e non cambia. I traumi dell’infanzia, l’orrore a fondo perduto che sono le nostre vite», lo sappiamo.

«Siamo stati abituati alla menzogna. Le ansie dei nostri genitori dovevano essere placate con una vita finta che stava diventando vera. Quelli che conosco fingono di essere maturi e fingendo diventano tristi, come gli adulti che sono. Su questa pietra abbiamo costruito la nostra chiesa» e via dicendo con il lamento continuo al quale non credeva neanche lui.

Mentre parlava, Andrea aveva strappato una spiga che faceva scorrere tra le dita. Aveva preso un masso e l’aveva spaccato per terra. Era rimasto a guardarne i frantumi. Tirava le pietruzze al muro secco. Sembrava che la sua volontà fosse quella di distruggere tutto ma operava senza rabbia, per gioco.

Per giustificare la mia presenza in quel luogo con Andrea, avevo portato la macchina fotografica. Almeno avrei trovato qualcosa di insolito nella ripetizione delle nostre vite. È la magia della fotografia che salva dalla noia. A un certo punto un palo o una pietra escono dalla banalità della loro presenza e diventano interessanti senza motivo.

Andrea aveva smesso di drogarsi, mi diceva, anche se non ci sarebbe nulla di male nell’andare ancora a un rave party o nel prendere un goccetto di acqua più all’mdma, ma no, tempi andati quelli. Adesso pensava alla carriera, anche di sabato. Si addestrava alla rinuncia come un asceta. Aveva trovato altri modi per togliersi di mezzo.

Nelle palestre o nei corsi di fitness, Andrea immaginava di non morire mai. Nel mangiar sano, nelle verdurine, nel tofu, la malattia non lo avrebbe sfiorato. Nel flusso infinito della Home, dove con un click discerneva il bene dal male, lui che si era autogenerato, che era padre e madre di se stesso, imprenditore di se stesso, si credeva un Dio fatto uomo.

Ma la mortificazione del godimento creava la sua malattia, il suo ego ipertrofico, la colpa di non riuscire mai a raggiungersi.

Era un demone minore Andrea, tentato dal bene e inibito nel farlo. Questa la goffaggine incerta dei suoi movimenti, il dubbio timoroso che si portava dietro dal liceo. Se avesse saputo scegliere il bene, il suo bene, sarebbe stato più sicuro, in pace o morto. Sempre meglio dell’inferno in cui si era cacciato, con la sua vita finta, a non voler deludere nessuno.

Siamo stati in questo cantiere aperto e fermo. Io fotografavo, Andrea parlava. Parlava della complessità della mente, se ricordo bene, di chi siamo noi e di chi sono loro e di quanto di loro c’è in noi, della riflessività del giudizio, tipo giudica e sarai giudicato, e tante altre cose, le solite cose, che non ricordo.

I discorsi erano più difficili rispetto a dieci anni fa, servivano più concetti per comprendere cosa ci stava succedendo. Quelli di Andrea apparivano però come formule di cortesia per compiacere il suo pubblico che in quel momento ero io. Si sentiva che la sua voce non era autentica, che le parole non aderivano alla carne. Ma che bisogno aveva di fare così anche con me? Conoscevo la sua nullità e gli volevo bene lo stesso quando perdeva quella solennità ebete e il sorriso gli si allargava mentre ci insultavamo le madri o quando saltava sulle panchine del lungomare in inverno o mentre tirava un calcio alla lattina schiacciata che portavamo ai passaggi fino in macchina.
Le sue menzogne erano diventate mediocri, non aveva le abilità per creare il personaggio glorioso che voleva essere. L’esistenza misera che spesso raccontava era più misera di quella che viveva. «Se la gente sapesse quanto è poco interessante non sarebbe più mia follower», si preoccupava.

Il controllo esasperato del feedback, il resoconto al minuto dei like ai suoi post, i selfie sorridenti nei luoghi dei suoi viaggi, lo consumavano.
Una volta a Cracovia era rimasto in ostello per tre giorni. Visitava un monumento, si faceva un selfie, lo condivideva e tornava in camera a contare i mi piace. La seconda sera voleva tornarsene a casa. Non avrebbe voluto fare quel viaggio, niente di tutto quello che faceva avrebbe voluto farlo. È sempre stato così. Questo il motivo della sua lentezza, lo sforzo di vivere che lo stancava come una febbre.

Mi ero interessato alla montagna spianata che faceva da pista all’aggressiva azione del Bobcat. La fotografavo ammaliato, ma non ne usciva nulla di buono. Mi ero accorto in quel momento che non volevo fotografare e non volevo neanche ascoltare Andrea. Glie lo avrei detto presto, perché io, il coraggio di deludere gli altri, c’è l’ho.

Non lo sopportavo. Dovevo dirgli di starsene zitto. A ogni sua parola mi spostavo, muovevo le pietre, creavo composizioni senza ragione pur di non sentirlo. Salivo su un masso, mi allontanavo, controllavo il diaframma, l’otturatore, non capivo nulla. Andrea mi dava la nausea con la sua luce artificiale che cercava di diffondere ovunque e allora ha dovuto dirglielo. Ho dovuto dirglielo che non lo stavo ascoltando, che non non me ne fregava un cazzo. Ho dovuto dirglielo perché gli volevo bene e non volevo mentirgli.

«Non me ne frega un cazzo, sai? Non me ne frega proprio un cazzo di quello che stai dicendo», gli ho detto.

Mi aspettavo una reazione violenta come quelle che sgorgavano della sua paranoia quando un gesto fortuito confermava la logica persecutoria con la quale interpretava il mondo. Pensavo di suscitare la sua collera e dopo avergli detto che non me ne fregava nulla della sua disperazione, per un momento, avevo perso il coraggio di guardarlo in faccia. Ripensavo al braccio rotto di Leda, la sua ex compagna, e agli occhi gonfi dell’uomo sul traghetto. A entrambi bastò scambiarsi uno sguardo per meritarsi una scarica di legnate. Andrea poi andò a rifugiarsi nel bagno in preda ai sensi di colpa.
Era una superficie colorata Andrea, sotto la quale si agitavano ingovernabili turbini.

Armeggiavo con il display della macchina fotografica, sentivo i suoi occhi di stucco su di me. Nonostante ciò continuavo a dirgli di stare zitto.

«Zitto devi stare con le tue cazzate», mormoravo con gli occhi bassi.

Sentivo che una catastrofe imminente sarebbe arrivata. Il cantiere fermo era diventato immobile. Il Bobcat teneva in alto la ruspa colma d’acqua che da un momento all’altro sembrava riversarsi sulla testa di Andrea e su tutto. Un’alluvione, un fiume in piena, la campagna allagata e il suo corpo galleggiare in una pozza di fango immaginavo. A un certo punto volevo vederlo annegato e me ne vergognavo.

«Devi stare zitto», ho detto un’ultima volta.

Andrea era fermo su una dunetta di terriccio poco più in là. Se si incazza, se mi umilia, lo ammazzo. Deve stare zitto, pensavo.
Non volevo ferirlo, ma a lato c’era un tondino di metallo sottile come i capelli di una frusta. Prenderlo e schioccarglielo in faccia, uno squarcio lungo gli farei, dalla fronte alla bocca.

Andrea non parlava più. Sentivo i suoi passi strisciare e la sua presenza avvicinarsi.

«Potevi dirmelo prima che non volevi ascoltarmi», ha detto con calma quando era a circa un metro da me.

Mi ero abbassato lentamente per prendere il tondino di ferro che stava per terra. Calcolavo che con una sola mossa sarei riuscito a girarmi e ficcarglielo nell’occhio.

«Perché non me lo hai detto prima?» continuava.

Aspettavo il momento giusto per fiondargli il pezzo di ferro in faccia, ma lui ha steso il braccio per prendere la mia mano e mi sorrideva. Quel gesto mi ha disorientato e ho lasciato cadere il ferro.

«Che vuoi con quella mano?» gli ho detto mentre gli porgevo spontaneamente la mia.

Lui ha azzerato velocemente la distanza, mi ha agganciato il collo e mi ha abbracciato. Mi sono ritrovato appeso al suo corpo, con l’orecchio vicino al suo orecchio. Non ci siamo detti nulla, poi mi ha dato una stretta forte e ho perso l’aria. Gli occhi mi si sono spalancati sulle colline bianche che circondavano il cantiere, sulle impronte lasciate nella terra dai cingoli del Bobcat. Mi ha stretto di nuovo talmente forte che il mento mi si è alzato verso il sole e il cantiere attorno è scomparso diventando solo cielo. La sua mano ha cominciato a scorrermi sul collo, ad avvolgermi la nuca, mi spingeva dolcemente la testa sul suo petto. Mi sentivo rigido, fragile e incollato come un vaso rotto. Andrea ha sollevato lentamente il viso dalla mia spalla. Le nostre guance si sono sfiorate forte. L’attrito delle barbe descriveva una linea che è finita sulle nostre labbra e le ha unite. Gli occhi mi si spalancarono ancora, ricevevo sul busto il suo peso morbido, un flusso caldo che mi scioglieva le braccia. Per alcuni larghi secondi, qualcosa di denso, di oscuro, voleva trapassarmi. Non sapevo nulla di ciò che provavo né quanto sia durato quel bacio. Eravamo sconvolti al crepuscolo. L’ultima foto l’avevo fatta alle quattro, dopo avevo abbandonato la macchina per terra e inclinato la testa per ricevere ancora le labbra di Andrea.
Le sue mani e le mie arrivarono ovunque, mosse da una forza che aveva più a che fare con la materia che con la nostra volontà. La stessa forza sovraumana che mi spinse a sfondare il suo cranio in preda all’orgia.

Quando l’alito di Andrea si è spento e ho visto la sua agonia pendere appesa al pilastro ho avuto una visione. Forse la più intensa della mia carriera di fotografo. Tutto intorno splendeva di una gloria nera. I ferri, le fondamenta, l’acqua torbida dei barili, quella specie di montagna biblica sotto la quale giaceva Andrea come un Cristo morto, erano rivoltanti nel loro ordine meraviglioso. Allora mi sono alzato dal suo volto che tenevo tra le mani, sono corso verso la macchina fotografica e ho scattato, scattato e scattato, fino a esaurire la batteria. Mi sono arrampicato sulla gru, ho scalato le rocce a quattro zampe, tornavo al corpo di Andrea, lo fotografavo e lo baciavo in uno stato di grazia incontenibile. Il mirino della macchina apriva un canale diretto con questo buco nero impronunciabile e mi univa a un grande mistero del quale ne facevo parte insieme al Bobcat e alle pietre. Diventavo immenso come la natura oscura del cosmo che attraversava ogni cosa. Mi ero frantumato altre volte nell’assurdo. Sempre deciso a scolarmi tutto il veleno, era impazzito ma non ero mai morto. Stavolta sentivo che sarei scomparso davvero, ma ero felice, pazzo di gioia per questa libertà oscena e che stavo diventando.

Vede signor giudice, ci sono luoghi dentro noi che è meglio non frequentare. Lì risiede la verità, ma ad altre leggi deve rispondere la vita, altrimenti si rischia l’estasi o il martirio. Questa è l’ultima foto che ho fatto. Andrea era morto da pochissimo. Il sangue gli cola sulla fronte e il tondino è in sezione aurea con il suo cranio, le piace? Non dà serenità allo sguardo? Non la calma?

A doppia mandata ( bagatella delle porte)

3

di Giorgio Mascitelli

Nella casa dove talvolta Guido della Veloira si trova a soggiornare egli deve fare grande attenzione alle porte. Il primo problema è innanzi tutto l’assenza di un ordine generale relativo a tutte le porte, di porta in porta la situazione muta. Vi è una muta gerarchia tra le porte che nel suo silenzio spicca ancor più fragorosamente: la porta del bagno è quella che occupa la posizione principale come dimostra la dovizia di avvertimenti che la concernono; essa deve restare chiusa durante il giorno, salvo il momento in cui la si apre per accedere ai servizi, e di notte deve restare aperta per far circolare l’aria nell’appartamento dalla finestrella del bagno, che è sempre aperta, ma questo ordine notturno non è valido nelle notti di vento, che non sono rare nel posto dove si trova la casa, qualora sia aperta la finestra della cucina perché si creerebbe una corrente d’aria fastidiosa, con l’eccezione delle notti estive di calura, non frequentissime ma comunque presenti nel luogo dove si trova la casa, nelle quali detta corrente è al contrario auspicabilissima. Occorre quindi nella penombra della notte, nel cuore della quale magari ci si è destati per espletare il più ovvio dei bisogni, procedere a una veloce analisi metereologica della situazione per decidere se chiudere o meno la porta all’uscita del bagno. Un paio di volte Guido della Veloira assonnato in preda all’incertezza ha optato per una soluzione compromissoria lasciandola accostata, della quale al risveglio al mattino si è tacitamente redarguito per primo. La centralità della porta del bagno è dimostrata dalla natura sussidiaria della porta delle stanza nella quale Guido della Veloira dorme, le cui apertura e chiusura notturne sono direttamente correlate sia pure in forma inversa alla posizione della sovraordinata.  E’ comunque un destino migliore di quella della porta della dispensa, chiusa per definizione senza bisogno di giri di parole o di preamboli, così come quella della cucina è sempre aperta con la medesima assenza di spiegazioni, mentre la porta dell’altra stanza da letto della casa, ora aperta ora chiusa, sembra partecipare della stessa natura di quella dove dorme Guido della Veloira sebbene a lui non sia stato comunicato alcun tipo di regola che riguardi questa seconda stanza. La porta del salottino, invece, sembra godere dello stesso privilegio che fu accordato a Dioneo perché è aperta o chiusa a orari intermittenti senza nessun criterio, al massimo a seguito di una richiesta specifica e occasionale, ma soprattutto questa anarchia non è oggetto né di rimproveri né di rimostranze. L’unica porta che possa competere per rilievo con quella del bagno è peraltro quella d’entrata nell’appartamento, dove però non è questione di apertura o chiusura, ma di modalità della chiusura. Se la porta è da chiudere a chiave solo nelle ore che sarebbero del coprifuoco se vigesse la legge marziale oppure nelle giornate di vento, cosa di per sé chiara e naturale, di statuto più complesso si rivela l’operazione in sé della chiusura che deve essere precisa e rapida per evitare d’inverno l’entrata del gelo e d’estate quella delle mosche e delle zanzare nell’ora in cui le prime cedono alle seconde.

Come si sa, uno dei topos delle fiabe paurose e dei film dell’orrore è l’intimazione ‘non aprite quella porta’, ma qui Guido della Veloira si trova a vivere una condizione ben più complessa perché il suo problema è sì talvolta non aprire, ma talvolta è aprire oppure chiudere o anche non chiudere e poi chiudere in un certo modo. Le intimazioni non sono affatto chiare e sono molteplici e nascoste e spesso si presentano in forme amichevoli o contraddittorie, ben diversa è insomma la situazione rispetto ai tempi delle favole, quando i re erano re e gli impiccati erano impiccati, allorché il protagonista spinto dalla curiosità infrangeva il divieto emesso da una precisa personalità e apriva quella porta e magari finiva pure all’inferno, ma poi sapeva di uscirne o addirittura ne traeva dei vantaggi, facendosi perdonare per l’infrazione o incontrando qualcuno di risolutivo per la sua vita. Qui, in tutto questo aprire e chiudere senza ordini espliciti, ma solo con richiami a regolamenti e scelte obbligatorie tra due possibilità imposte, Guido della Veloira perde la testa senza la possibilità di ritrovarla come nelle fiabe. Una notte addirittura rientrando dal bagno ha battuto il naso nella porta di camera sua a tal punto era impegnato a riflettere se la porta del bagno quella notte andasse lasciata aperta o chiusa. Le cose stanno così: viviamo del resto in un purgatorio artificiale, sebbene con tutti i comfort.

Guido della Veloira è convinto che il fine di questa intensa attività regolativa, nonostante i disagi che gli provoca, sia una salubre circolazione dell’aria e la sicurezza dell’appartamento. Fa sua insomma la spiegazione ufficiale, ma non sa che un’altra finalità sottaciuta  è quella di lasciare un’impronta indelebile nel suo spirito; essa non è un effetto collaterale, ma va considerata più precisamente come un’ulteriore finalità e non certo l’ultima per importanza. Quanto alla sicurezza: forse che le cure del giorno e i timori per la nostra salute non troveranno modo di incunearsi in questo sistema di porte chiuse, di trovare scanalature, piccoli fori, di incamminarsi sotto microscopici spazi negli stipiti come una lunga fila di formiche nere?

Se bastasse non aprire quella porta o al limite aprirla come ai tempi delle fiabe, dei re e degli impiccati, tutto sarebbe più facile e anche la scelta di Guido della Veloria sarebbe più semplice:  ubbidire o non ubbidire all’unica grande paura. Qui invece c’è tutta una complessa architettura che afferma che se Guido apre o non apre quella porta, poi dovrà chiudere o non chiudere un’altra con conseguenze imponderabili, che però Guido deve scegliere liberamente, che soprattutto non deve aver paura, che non c’è bisogno di aver paura perché la paura è un retaggio del passato e quindi come tale non ha ragion d’essere oggi, al massimo esistono delle conseguenze imponderabili se lui sceglie di aprire e di chiudere ciò che andava rispettivamente chiuso e aperto o anche di chiuderlo o di aprirlo con una tempistica e una modalità sbagliate. Forse la soluzione sarebbe quella di affidare l’apertura e la chiusura delle porte a un supertelecomando o a un robottino domotico che sappia quali, come e quando porte aprire. Certo così sarebbe impossibile evacuare o riposare alle ore volute, ma a questo forse il supertelecomando o il robottino domotico saprebbero ovviare con un surplus di procedure. Le procedure hanno questo di vantaggioso che per essere eseguite richiedono concentrazione e impegno. Così il tempo scivola via più velocemente e Guido della Veloira con esso.