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Lezioni d’inglese

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di Giorgio Mascitelli

L'incendio_delle_Camere_dei_Lord_e_dei_Comuni

( l’incendio della camera dei comuni e dei Lord e dei Comuni di William Turner)

Benché sia una fin troppo facile profezia che le turbolenze a cui la Brexit darà luogo alla fine verranno pagate dagli indifesi, dagli ultimi, da tutti coloro che non vogliono o non possono avere successo in questo mondo e l’unica incertezza consista nell’invenzione dell’acronimo con il quale l’apparato mediatico li ribattezzerà sarcasticamente, può essere una magra consolazione, o almeno lo è per me, provare a imparare qualcosa da questa vicenda.

Da questo punto di vista l’aspetto più interessante di questo referendum è stato lo spettacolo di sorpresa e di impreparazione per la vittoria del leave che hanno offerto i promotori dello stesso referendum, i quali, giova ricordarlo, non sono gli improvvisati capi di un movimento populista fondato da un ex comico o da un ex star televisiva o sportiva, ma i membri del governo britannico e del gruppo dirigente del partito conservatore: gente che ha studiato nelle migliori università del mondo, ha rapporti privilegiati con il mondo della finanza internazionale e conosce tutte le regole del gioco politico. In questo senso si potrebbe definire il risultato che essi hanno ottenuto, ossia quello di far ballare un intero paese intorno a un gioco di potere interno al loro gruppo, come il trionfo della meritocrazia.

L’aspetto più sorprendente della loro sorpresa, sia quella di Cameron sia quella di Boris Johnson, è che tutti i sondaggi parlavano di distanze risicate e di incertezza sull’esito finale della votazione, dunque era abbastanza evidente che potesse vincere anche il leave e non solo il remain. Non sono in grado di dire sulla base di quali elementi fossero sicuri di quest’ultimo esito ( sondaggi riservati considerati più attendibili oppure una cieca fiducia nell’attendibilità dei sondaggi pubblici), ma il fatto che non fosse stato previsto neanche un abbozzo di linea politica nel caso avesse vinto il leave è indicativo di un certo modo di pensare.

Si potrebbe dire che la scelta di convocare un referendum sulla Brexit si basava sulla scommessa che la maggioranza della popolazione inglese razionalmente non avrebbe rinunciato ai vantaggi che l’appartenenza all’Unione Europea comporta, consentendo però ai leader conservatori di giocare il ruolo spericolato dell’euroscettico moderato e pragmatico ( Cameron, Osborne, Theresa May) o di quello duro e puro ( Johnson, Gove, Leadsom). E’ una tipologia di ragionamento molto vicina a quello probabilistico che fa un broker di borsa quando decide di puntare sul ribasso o sul rialzo di un titolo o dell’intero indice, contando sul fatto che il normale risparmiatore, quello che alla borsa di Milano veniva chiamato il parco buoi, agirà secondo linee razionalmente prevedibili, senza preoccuparsi particolarmente delle conseguenze sociali o politiche della sua scelta se il calcolo si rivelerà sbagliato, grazie alla convinzione che tale opzione d’investimento sia reversibile o agevolmente compensabile con altre occasioni. E’ verosimile che un modo di ragionare siffatto si basi su un senso di onnipotenza determinato dalla consapevolezza di appartenere a un’élite, ma siccome non sono particolarmente esperto nella psicologia dei conservatori britannici può darsi che mi sbagli; quello che invece è evidente è che esso è possibile in virtù di un senso di irresponsabilità rispetto alle conseguenze sociali delle proprie scelte, come se esse fossero solo fatti individuali, e di una profonda ignoranza della prospettiva storica, ossia dell’irreversibilità di certe azioni e delle loro ripercussioni sul medio periodo. Niente di strano in tutto ciò: è una cultura abbastanza diffusa nella globalizzazione neoliberista, specie tra le élite,  che ha anche delle curiose ricadute nella mentalità collettiva: il successo della petizione on line che chiedeva di rivotare perché forse qualcuno non aveva capito o si era pentito è un interessante esempio di questa incapacità di pensarsi storicamente.

La propensione di un gruppo dirigente a giocare d’azzardo con i fondamenti di un sistema che favorisce già la propria classe sociale è classificabile a pieno titolo come una forma di avventurismo delle élite. Tra l’altro quella dei conservatori inglesi non è  l’unico esempio, perché anche in Germania Schäuble e la Bundesbank si dimostrano sempre  più attratti da una prospettiva di distruzione dell’euro e dunque del sistema europeo, che è stato letteralmente costruito sui bisogni e gli interessi dell’industria tedesca.

Per spiegare i motivi di questa propensione delle élite all’avventurismo si potrebbero elencare numerose ragioni culturali e sociologiche, tutte assolutamente pertinenti, ma in un’ottica un po’ veteromilitante,  forse però più realistica di tante altre, essa appare come il sintomo più eloquente di una difficoltà politica strutturale. Quelle classi dirigenti che avevano promesso ricchezza e libertà per quasi tutti grazie al neoliberismo, ora che è assolutamente chiaro ai più che questi beni saranno goduti da una piccola minoranza, per mantenersi in sella non possono che ricorrere al mito: sia esso quello di una contea rurale in cui la vita scorrerebbe deliziosamente tranquilla se non fosse minacciata da orde di forestieri, come già in Tolkien,  o quello di un laborioso artigiano tedesco che deve mantenere milioni di sfaccendati sulle rive del Mediterraneo.

Usare il mito significa giocare con il populismo, regolarmente prodotto dall’apparato mediatico, che negli anni d’oro della società dello spettacolo, quando bastava la contemplazione delle merci, era uno scarto di lavorazione, che poteva essere tranquillamente gettato nei rifiuti; ora che la situazione si fa più vacillante, diventa invece preziosa materia prima. Quindi l’avventurismo delle élite non è nient’altro che le forma che assume questo gioco obbligato per conservare il proprio primato.

Molti commentatori, all’interno di una crescente nostalgia neoliberale e tecnocratica per il suffragio per censo, hanno ricavato dal referendum inglese la lezione che su certi argomenti è meglio che il popolo non si pronunci ritenendo evidentemente che il popolo bestia pazza per eccellenza non debba disturbare chi sa più di lui. Al contrario, se si vogliono evitare nuovi scoppi irrazionali come la Brexit, l’unica possibilità è quella di una ripoliticizzazione della cittadinanza che dissuada le élite dall’intraprendere altre iniziativa avventuristiche sulla pelle degli altri.

Modello Butterfly

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di Noemi De Lisi

Non aveva dormito per tutta la notte ma aveva comunque deciso di rimanere sdraiato sul letto, immobile. Quando finalmente sentì la porta d’ingresso chiudersi, accese l’abat-jour sul comodino, si alzò e guardò il cellulare: erano le 8:00. Si girò a guardare il letto: le grinze del lenzuolo e il solco sul cuscino facevano sembrare tutto diverso, come se avesse dormito davvero. Aprì la porta della stanza, fece un passo in avanti e la richiuse dietro di sé. Rimase fermo nello stretto corridoio in penombra: «Buongiorno», disse anche se non c’era nessuno. Sua madre gli aveva insegnato a salutare la casa: “Le case vuote si salutano sempre”, gli diceva. Andò in cucina, spinse l’interruttore del lampadario a neon che singhiozzò tre volte e poi si illuminò. Il piccolo televisore sopra al frigorifero; i pensili sopra al lavello, l’armadio delle pentole, la libreria usata come dispensa, la cucina a gas attaccata alla bombola, la lavatrice, e al centro, l’ampio tavolo rustico rettangolare circondato da quattro sedie con la seduta di paglia. Erano mobili vecchi, diversi fra loro, raccattati dalle case di parenti defunti; perché come diceva sua madre: era un peccato buttarli. A lui non piacevano, lo facevano diventare una bestia. Una volta aveva urlato a sua madre: “Lurida accattona!”, le aveva detto che un giorno avrebbe preso i mobili e li avrebbe fatti volare dal balcone, anzi, che un giorno li avrebbe bruciati, avrebbe bruciato tutta la casa. Eppure, adesso non gli capitava più di innervosirsi in quel modo, si era distratto, non ci pensava così tanto. I mobili fradici, spaiati, il disordine; solo ogni tanto tornavano a disturbarlo, ma sempre meno, ci si era abituato: non c’era nulla di male in questo.

I suoi genitori erano usciti come tutte le mattine. Sua madre puliva le case di diverse signore delle quali lui non ricordava i nomi ma solo le lettere finali: Etta, Dia, Esa, Ela. Suo padre, invece, aveva perso il lavoro da quattro anni, faceva l’operaio. Così, adesso, per tenersi occupato, andava in giro per la città fino all’ora di pranzo: andava al sindacato, a fare la spesa, a fare la fila alle poste; oppure ogni tanto faceva l’autista a una signora anziana, che lui chiamava “Ursula” come la strega del mare.

Aprì uno dei pensili sopra il lavello: se non fosse stato per le lunghe antenne che si muovevano, non si sarebbe accorto dello scarafaggio fermo sull’anta. Prese un bicchiere, guardò ancora lo scarafaggio, e richiuse piano. Aprì il frigorifero, prese una bottiglia d’acqua, riempì il bicchiere fino all’orlo, lo portò alle labbra, bevve e strizzò gli occhi perché ebbe una fitta ai denti. Sapeva bene qual era il pensiero. Non aveva dormito due notti per quel pensiero. Lo sapeva ma voleva fare finta di niente. Scrocchiava le dita stringendo il pugno, ridacchiava e si diceva: «Ma no… non sarà mica per quello!». Lucia lo aveva lasciato e lui la amava ancora. «È mai possibile?», diceva scuotendo la testa con gli occhi sgranati, «è mai possibile?». Erano stati insieme otto mesi, non faceva che ripensarci. Ci pensava così tanto che i fatti cominciarono a mischiarsi fra di loro. Così, lui non sapeva più ricordare se il Primo Maggio avesse cominciato a piovere sul loro picnic. Se avessero dovuto raccogliere tutto in fretta, se fossero corsi in auto imprecando. Se chiusi là dentro, con i capelli umidi e scombinati, avessero comunque deciso di mangiare quello che avevano preparato; restando a masticare in silenzio, senza guardarsi. Oppure, se stesse già diluviando fin dalle prime ore mattutine, nonostante fosse maggio; e loro avessero deciso di rimandare il picnic a un altro giorno. E quando per la prima volta ricordò la festa di carnevale, non aveva dubbi sul fatto che Lucia avesse indossato un lungo kimono a fiori e lui una ridicola divisa da marinaretto con un fiocco blu sul petto. Ma già la seconda volta che lo ricordava, non ne era più sicuro. Fra i coriandoli e la musica della festa, ricordava bene i baffi finti sotto il naso di Lucia, e quanto lui avesse sudato sotto la parrucca che lei lo aveva costretto a indossare. Strizzava gli occhi nello sforzo di capire cosa fosse vero. Forse era stato tutto in un altro modo, forse era stata Lucia a travestirsi da marinaretto; mentre lui, invece, aveva indossato l’elegante kimono, e tutti alla festa gli avevano fatto i complimenti.

Nelle ultime due settimane, da quando si erano lasciati, aveva continuato scriverle su Whatsapp tutti i giorni. Poi lei lo aveva bloccato; così lui aveva cominciato a inviarle sms. Le aveva scritto tutti i loro ricordi, li aveva descritti uno per uno, e quando finirono, ricominciò daccapo, anche se ormai Lucia non rispondeva più. Cinque volte aveva provato anche a chiamarla, e dopo aveva smesso, perché non voleva disturbarla. Quelle volte, aveva sperato che rispondesse fino all’ultimo squillo, finché non era caduta la linea. Se lei avesse risposto, lui avrebbe cominciato a parlare subito: “Amore mio, senti qua: tu ti ricordi il Primo Maggio cosa abbiamo fatto? E com’eravamo vestiti a carnevale? Io com’ero combinato, te lo ricordi?”. Quando non muoveva i pollici veloci sul display del cellulare, trascorreva lunghe ore chiuso nella sua stanza, con la luce spenta, davanti al computer. Guardava e riguardava le loro foto insieme; leggeva e rileggeva le conversazioni della chat di Facebook. La schiena curva, la faccia vicinissima al monitor: l’unica parte di sé strappata dal buio.

Quella mattina era il 19 ottobre. Uscì dalla cucina, aprì la porta del bagno, la richiuse dietro di sé, fissò lo specchio e cominciò a strizzarsi i brufoli con due dita avvolte nella carta igienica. Si voltò, aprì il primo cassetto in alto del mobiletto bianco, prese la crema contro l’acne e lo richiuse; poi spinse anche il secondo cassetto, perché sporgeva un po’ in fuori rispetto agli altri: “Succederà qualcosa di terribile se non lo faccio”, pensava. Spalmò la crema sul viso, insistendo in massaggi circolari sui bozzi arrossati. Poi spalancò la bocca e cominciò a guardarsi la lingua come faceva da bambino. La piegava tenendo la punta sull’arcata superiore dei denti per guardarne la parte inferiore: i filamenti bluastri, lucidi di saliva. La mordeva, la sollevava, l’abbassava, l’allungava a destra, a sinistra, finché non si stancava. Lucia usciva da scuola alle tredici. Aveva deciso di aspettarla davanti al portone di casa. Finalmente l’avrebbe rivista dopo quelle settimane. Le avrebbe detto di nuovo che l’amava, glielo avrebbe detto in faccia: non c’era nulla di male in questo.

Tornò nella sua stanza e cominciò a vestirsi: la sensazione del tessuto sulla pelle la percepì lontana; come se a vestirsi fosse qualcun altro, come se lui fosse affacciato alla finestra e stesse guardando un ragazzo che si veste nel palazzo di fronte. «Lucia, Lucia, Lucia, Lucia», cominciò a ripetere, cambiando ogni volta il tono con cui pronunciava il suo nome: ora supplicante, ora infastidito, ora commosso, ora eccitato. Finì di vestirsi, indossò l’orologio e il giubbotto nero di cerata, quello che si chiudeva al collo con una fibbia. Prese il pacchetto di sigarette dalla scrivania, lo aprì per contarle e lo infilò nella tasca sinistra del giubbotto; prese l’accendino e lo mise nella stessa tasca dei jeans. Prese le chiavi dello scooter dal porta oggetti di legno a forma di mano; una volta gli era caduto a terra e si erano rotte due dita, lui ci aveva messo lo scotch ma continuavano a staccarsi. Prima di uscire dalla stanza si voltò indietro, spense l’abat-jour, aprì l’ultimo cassetto in fondo del comodino, ne estrasse il serramanico modello butterfly e lo richiuse.

Uscì per strada. La luce e l’aria fresca lo stordirono. Si strofinò gli occhi, non dormiva da due giorni. C’era stato quell’incubo e da allora non si era più addormentato per paura che continuasse. Aveva sognato di correre per strada, e di sentire la fatica dei muscoli scomparire mentre si trasformava in un animale: una bestia verde, forte, veloce, della quale poteva vedere solo le zampe che si allungavano e ritiravano nella corsa. Poi si era fermato ed era tornato a essere un uomo. Aveva visto Lucia in una chiesa vuota, l’aveva raggiunta accanto al confessionale, e aveva cominciato a urlarle in faccia che sapeva del suo segreto, che ci doveva essere per forza un segreto, che lei doveva dirglielo. Lucia aveva cominciato a piangere, e sottovoce gli aveva detto di avere avuto una bambina quando aveva sedici anni, e che questa bambina le somigliava molto, che questa bambina era come lei da piccola. Lui allora aveva cominciato a picchiarla: «Come puoi avere una figlia?», urlava. Allora tutto quello che si erano detti quando stavano insieme non era vero. Chi aveva badato a questa figlia per tutto il tempo? Come faceva Lucia a stare con lui come se non avesse una figlia? Lui piangeva, urlava e stava perdendo la voce. Lei aveva il viso tumefatto e gli aveva detto: «Mi fa impressione quella bambina ma le voglio bene lo stesso». Si era svegliato con gli occhi bagnati e le lenzuola sudate.

Mentre camminava, la strada cambiava a ogni passo. C’erano persone che gli venivano incontro, che lo seguivano, che lo superavano: “Sono tutti molli, sembrano ancora addormentati”, pensava. I passanti andavano a destra, a sinistra, alzavano le braccia, parlavano fra loro, sorridevano. Ma nonostante questo, lui non era in grado di cogliere in loro nessuna voce, nessuna espressione che non fosse disumana. Raggiunse lo scooter, tolse il bloccasterzo, aprì il bauletto per prendere il casco, lo indossò, divaricò le gambe per salire su, si diede una pacca sulla tasca destra del giubbotto, e accese il motore con un colpo di polso.

Aveva sempre avuto paura di perdere o dimenticare qualcosa. Ricordava bene, fin da bambino, le scenate che faceva sua madre quando non trovava il mazzo di chiavi. Buttava in aria tutta la casa per cercarlo: prima imprecando, urlando, con le vene del collo rosse e gonfie, poi piangendo sempre più sommessamente. Finché il lamento non si trasformava in una filastrocca, ma anziché recitare: «Gesù mio, vorrei fare un grazioso discorsino ma son tanto piccolina che ho paura di sbagliare. Io lo so che tu sei buono e sai leggermi nel cuore, Gesù mio, chiedo perdono se ti ho dato del dolore… », diceva: «Gesù mio, per favore non mi devi più punire, altrimenti poi mi viene subito di morire. Sono io la peccatrice e dai cani son mangiata. Gesù mio, non farmi più soffrire, tanto all’inferno sono destinata.» Lui a quei tempi era piccolo, si andava a nascondere nello spazio stretto fra il letto e il comodino, e rimaneva lì con le ginocchia contro il petto, la testa bassa e le mani premute sulle orecchie. Finché sua madre non si calmava, e con il viso tutto scombinato dal pianto, lo andava a cercare, lo trovava, lo prendeva in braccio e gli diceva: «Le ho trovate, vita mia, guarda, guarda dove sono! Mi pareva di averle perse. Non è successo niente, non è successo niente… ».

Spense lo scooter in via Uditore, davanti il portone di Lucia. Immaginò di vederla arrivare come sempre, come quando stavano insieme e lui l’aspettava proprio lì. Poteva fare finta di non ricordare più che lei lo avesse lasciato. Se lui avesse cominciato a parlarle come quando stavano insieme, allora forse anche lei lo avrebbe fatto. Avrebbe vinto la sorpresa, l’imbarazzo iniziale, e avrebbe anche lei detto frasi come: “Dobbiamo passare in quel negozio dell’altro giorno, ti ricordi? Quello dove c’era quella maglietta scontata. Dai, dai, non ti seccare.”, oppure: “Allora stasera sali a mangiare da me? Ti piace il cuore con la cipolla e il pelato, vero?”. Scese dallo scooter e si mise ad aspettare. La scuola di Lucia era vicina e lei sarebbe arrivata una decina di minuti dopo le tredici. Cominciò a passeggiare nelle vicinanze. Si allontanava dal portone, si fermava e tornava indietro. Si appoggiava al cofano di un’auto posteggiata, ma subito dopo si alzava. Si guardava attorno, si allontanava nuovamente, fantasticava, parlava da solo. Tirò fuori il pacchetto di sigarette dalla tasca, lo aprì e lo avvicinò alle labbra per prenderne una. Prese l’accendino e si toccò l’altra tasca. Bruciò la punta della sigaretta e aspirò il fumo profondamente. Sentiva gli occhi asciutti, come se le palpebre nel chiudersi sfregassero sulla pupilla. Un signore si avvicinò e gli domandò qualcosa, lui sobbalzò:

«Come?»

«Che ore sono?»

Guardò l’orologio: «L’una, adesso», rispose, gettò a terra la sigaretta, e la calpestò.

Fissò il signore allontanarsi. Fra poco avrebbe rivisto Lucia. Sentì lo stomaco scombussolato, come se avesse dentro qualcosa. Così, si ricordò di quel vecchio libro di favole senza copertina e con la rilegatura sfilacciata che c’era in casa. Da bambino lo andava a sfogliare spesso anche se le storie e le illustrazioni gli facevano impressione: una principessa con l’enorme testa di rospo dai bulbi sporgenti; una regina che partoriva un serpente. Si avvicinò al portone, si chinò a guardarsi nello specchietto di un’auto posteggiata, e si pettinò i capelli con le dita. Poi pensò che avrebbe potuto nascondersi dietro l’angolo del palazzo. Così, avrebbe potuto calmarsi senza che lei lo vedesse; poi avrebbe aspettato che si fosse avvicinata, avrebbe fatto un balzo in avanti e detto: “Buh!”. Lei prima si sarebbe spaventata, lo avrebbe chiamato “scemo”, poi sarebbe scoppiata a ridere e lo avrebbe abbracciato.

Si appoggiò al muro accanto al portone e rimase immobile. Nell’attesa, si preparò il dialogo in testa, tutto quello che lui e Lucia avrebbero detto. Decise le battute e le volle provare. Da una parte c’era la sua voce normale, dall’altra la sua voce in falsetto per fare Lucia. Mise una mano davanti alla bocca e cominciò a parlare freneticamente, in un mormorio; tossendo qualche volta, per non fare capire ai passanti cosa stesse facendo:

«Ciao, Samu ma com’è che sei qui?»

«Ma niente. Stavo passando, stavo sbrigando delle cose… e mi sono ricordato che uscivi da scuola.»

«Sì. Ti ricordi quando mi venivi a prendere sempre?»

«Certo che me lo ricordo.»

«Che ne so. Magari ora hai la tua vita… dopo che ci siamo lasciati.»

«Che c’entra la mia vita? Mica si possono scordare queste cose.»

«Lo so. Però non ci pensavo che te lo ricordavi.»

«E secondo te che altre cose mi ricordo?»

«Non lo so.»

«Dai, Lu… dinne una.»

«Non lo so… Ti ricordi che mi ami?»

«Me lo posso scordare mai?»

«Manco io, Samu.»

«Però mi hai lasciato.»

«Ma che vuoi, sono stata una cretina. Me ne sono pentita due giorni dopo, te lo giuro. Ma mi vergognavo a chiamarti, a dirtelo… che poi mi prendevi per pazza, che prima ti lascio e poi ti voglio di nuovo.» Quando finì di dire l’ultima battuta, sentì qualcosa negli occhi. Ci passò su il dorso della mano e vide che era bagnato. Incrociò le braccia sul petto, alzò gli occhi e vide Lucia arrivare in lontananza. Era magra e alta, sembrava un filo di fumo. Lui sorrise e si trattenne dal farle un cenno di saluto, dall’andarle incontro; continuò ad aspettare fermo, ancora.  Lucia camminava insieme a Carmela, sua sorella. Frequentavano la stessa scuola ma in classi diverse, viste da lontano o di spalle, sembravano uguali. Avevano anche la stessa voce, e certe volte, lo avevano preso in giro; lui chiamava Lucia ma rispondeva sua sorella, e lui continuava a parlare senza accorgersene finché Carmela non scoppiava a ridere e lo rimproverava: “Ma com’è che non riconosci la tua fidanzata?”.

Lucia indossava una maglietta che lui non aveva mai visto: era bianca con dei fiori rossi e gialli sul petto, circondati da piccole farfalle nere. Appena Lucia lo vide, diventò seria e abbassò gli occhi. Lui aspettò che le due sorelle fossero a pochi passi dal portone prima di infilare la mano nella tasca destra del giubbotto. Lucia gli passò accanto senza guardarlo, cercò in fretta la chiave del portone nello zaino, la trovò, la infilò nella serratura, ed entrò, seguita dalla sorella. Lui diede una spinta a Carmela ed entrò nell’androne del palazzo insieme a loro. «Che cazzo vuoi, Samuele?», gli gridò Lucia, afferrando per un braccio la sorella e indietreggiando, «non l’hai capito, mi devi lasciare stare!». Lui tirò fuori la mano dalla tasca, mosse tre volte il polso per aprire il coltello e lo sollevò sopra le loro teste.

Vedeva le ragazze agitarsi, e le loro braccia colpirlo sul petto, sulla faccia. I loro occhi erano sgranati e le bocche spalancate. Quando Lucia cercava di scappare, lui la afferrava per i capelli e affondava di nuovo il coltello nella schiena. Carmela gli tirava calci, gli afferrava la mano che stringeva il coltello, lo strattonava, lo picchiava sul braccio, gli si aggrappava al collo, lo graffiava. Mentre lui tutte le volte la spingeva via, facendola cadere davanti all’ascensore, e abbassava il coltello su Lucia continuamente. Carmela gridava, si rialzava, e si metteva fra di loro: una coltellata le finì nel collo, così profonda che un fiotto di sangue lo colpì in faccia. Lui strizzò gli occhi e si asciugò con la manica del giubbotto; Carmela cadde al centro dell’androne, e non si mosse più. Anche Lucia era per terra, ma scossa ancora da singhiozzi. Lui la guardò: era supina, il volto anemico, il labbro squarciato, una guancia bucata, i capelli lunghi sparsi sul marmo tutto sporco di sangue. Le si inginocchiò accanto, alzò ancora una volta il coltello ma si fermò. Sentì delle voci provenire dalle scale: alzò gli occhi e vide che qualcuno stava scendendo, e che la pulsantiera dell’ascensore era accesa. Allora, si alzò, scivolò, si rialzò, e uscì correndo fuori dal portone, mentre qualcuno dal palazzo gli urlava: «Che hai fatto? Fermo! Fermo!». Salì sullo scooter e partì. Sceglieva le vie a caso e accelerava. Gli bruciavano gli occhi, i denti gli battevano, sentiva le braccia molli: «Se come gli altri vorrai sembrar, questa rima dovrai recitar…», prese a ripetere, cercando di tenere i piedi paralleli fra loro, la schiena dritta, il mento sollevato e i denti fermi. Quando si trovò davanti lo svincolo per l’autostrada, lo imboccò.

Raggiunse la stazione di Bagheria nel tardo pomeriggio. Aveva buttato il giubbotto e il coltello dentro un cassonetto isolato, si era lavato la faccia in una fontana, aveva strofinato forte per fare sparire quell’alone rossastro sulla guancia. Si sentiva stanco. Aveva l’urgenza di dovere pensare a qualcosa, qualcosa che aveva perso, forse, e che doveva ritrovare: «Ce l’ho sulla punta della lingua…». Comprò un biglietto del treno e si mise ad aspettare insieme alle altre persone, dietro la linea gialla. Controllava spesso il tabellone sopra la sua testa; doveva partire, aveva fretta: “Ma perché me ne devo andare…”. Poi la gente attorno a lui cominciò a gesticolare, a spostarsi e a voltarsi incuriosita verso un gruppo di poliziotti che stava arrivando. Anche lui si girò e non appena notò le divise, cominciò a correre. I poliziotti lo raggiunsero, lo bloccarono e lo ammanettarono urlandogli di stare fermo: “Ma perché stavo correndo…”. Al suo passaggio la gente sgranava gli occhi e si domandava: «Maria santa, ma che ha fatto? Chi è? Tu lo conosci? No, manco io». Lui camminava a testa bassa tra due poliziotti. Pensò che poteva fare finta di essere anche lui fra la gente che lo stava fissando. Era la prima volta che vedeva un arresto dal vivo. Avrebbe telefonato a Lucia per raccontarglielo: «Indovina che mi è successo? Ero alla stazione di Bagheria e ho visto che arrestavano a uno! Lu, ma tu t’immagini, che ce lo avevo messo accanto mentre aspettavo il treno? Poi si è messo a correre, quelli ci sono andati dietro come pazzi, due l’ hanno buttato a terra, e lui pareva tutto mollo, in faccia era bianco, bianco, ti giuro pareva già un’altra persona. Ora gli hanno messo le manette e se lo sono portato. Ma tu t’immagini se questo aveva una pistola e si metteva a sparare? Ci ammazzava a tutti. Uno non può stare tranquillo appena esce di casa, succedono troppe cose brutte. Lui chissà che ha fatto, forse per cose di droga. Stasera lo diranno al Tgs». I poliziotti lo trascinarono fuori dalla stazione, lo spinsero sul sedile posteriore di una volante e partirono. Mentre osservava la città scorrere sui finestrini dell’auto, finalmente si addormentò.

Sguardo sottratto, dunque doppio

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di Marco Giovenale

La mostra Faccioni, di Eva Macali, installa e dispone a Roma, nelle stanze del Centro Luigi Di Sarro (dal 16 giugno, e ora fino al 22 luglio su appuntamento), e poi in autunno presso la Casa internazionale delle donne, un numero parco ma tutt’altro che avaro di opere: grandi sagome di visi di donne; figure per lo più sottratte alla cartellonistica pubblicitaria, icone dagli occhi sfuggiti-sfuggenti.

 

“Gli occhi, tradizionale sito semiotico dell’unicità, sono in parte tolti” (Jonathan Mullins, in un breve imprescindibile testo sulla mostra).

 

Il taglio del supporto di cartone o plastica, infatti, e dunque la sagomatura del volto femminile esposto, staccano-eludono-elidono gli occhi dalla nostra visione dell’immagine. Gli occhi, tolti o intaccati, vengono inoltre privati di un ulteriore ventaglio di materia, in modo che questa assenza di sguardi finisca per mimare in negativo il darsi di (quasi) fasci di luce irraggiati proprio dagli incavi orbitali.

 

Pudicizia post-pop o/e irraggiamenti anti-pop, suggerisce questo Fayyum accecato: comunque una raffica di laser mancanti. (La suggestione dei laser è evocata da Roberto Gramiccia).

 

Sguardi in meno, tracciati ed esaltati dal più di evidenza dato dalla sagomatura. Al punto da non offrire chiarezza sullo statuto di quell’osservare (il) (volto) femminile: c’è ironia su queste sottrazioni di sguardo (e materia)? Ironia sul guardare ed essere guardati? O frontalità e affermazione? “Messaggio”? (Qualcosa del genere: dopo esser state ‘salvate’ dalla pubblica anzi pubblicitaria impiccagione, le teste di veneri si vendicano negando la fascinazione degli occhi per sostituirla con un’assenza raggiante, quindi con una diversa modalità del positivo). (Che dialoga con lo spazio che le contiene e sostiene, cioè il muro, suggerisce Mullins). (E l’artista stessa precisa: “Restituisco lo sguardo a queste donne e quello che vedono è il mondo intero che abbraccia lo spettatore. In questo modo ribalto la relazione gerarchica tra chi guarda e chi è guardato”).

 

Non tutto, però, è detto, è dato, così. E negli spazi del non detto/dato sta una ulteriore parte – appunto ambigua polisemica sfuggente – del senso della mostra. Da rintracciare forse nel silenzio definitivo dei visi, definitivamente parlante, interrogativo.

 

Il senso e silenzio non afferrato si accresce forse – e si reimposta – in forma di prassi-performance suggerita da altri elementi aggiunti, non meramente accessori. Eva Macali ha infatti conservato le scocche degli sguardi, le sagome arcuate dei pannelli, dov’era ed è immaginabile il fascino-”fascio laser” originato dalle occhiate. E di queste ondulazioni ha fatto maschere, mascherine asimmetriche per coprirsi (occhi, viso) con non diversa …pudicizia di spettatori.

 

Oppure ha ricavato – dalle stesse scocche – delle lenze-macchine celibi, multimateriche, da azionare daccapo in guisa di (più articolate) maschere. Canne da pesca per acciuffare o celare o disturbare – oscillando – il gesto del vedere. Che, come si sa, sempre risponde ad altro sguardo: legge e scrive ciò da cui è letto e scritto.

 

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Sul sito dell’autrice:

http://www.evamacali.info/index.php/faccioni

http://www.evamacali.info/index.php/faccioni/centro-di-sarro/

 

Album:

http://www.evamacali.info/index.php/faccioni/album/

 

Centro Luigi Di Sarro:

http://www.centroluigidisarro.it/eva-macali-faccioni-2/

 

 

Di cosa è fatto il niente

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lecture_on_nothing28042016153340Lecture on Nothing di Robert Wilson al Festival dei 2Mondi

di Maria Anna Mariani

Lecture on Nothing: quali aspettative si schiudono per lo spettatore davanti a un titolo così, un titolo che ostenta il niente come tema di una conferenza presentata a teatro? Chi compra il biglietto e poi una sera di luglio si incammina su per le salite di Spoleto verso il teatro Caio Melisso, perché lo fa? Forse perché sa che c’è Robert Wilson a portare in scena quel testo di John Cage che pretende di articolare il nulla, di plasmarlo con le parole e srotolarlo nel tempo. E dunque anche se il contenuto della rappresentazione minaccia di essere vuoto, il contenitore – il corpo sonoro di Bob Wilson – dovrebbe valere, di per sé, la scalata su per i vicoli puntuti di sassi e la sosta a teatro per un’ora e poco più, a slogarsi il collo da un posto disgraziato, da dove non si vede nulla, nulla.

Parole sotto la torre – X edizione

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Parole-2016

Nόστοι, i ritorni

Da un approfondito esame delle sceneggiature delle pellicole di produzione hollywoodiana sembra che la battuta più ricorrente della storia del cinema di tutti i tempi sia “Back home”. “Tornare a casa”.

Tutta la narrazione occidentale è fatta, in buona sostanza, di due storie: una guerra fratricida durata dieci anni, e un ritorno a casa durato altrettanto. Da tremila anni a questa parte non facciamo altro che combinare questi due elementi primari per raccontare la nostra storia, la nostra identità culturale.

Il ritorno, in letteratura, significa molte cose. Per tornare bisogna innanzitutto essere partiti. Aver lasciato la terra natia, o le proprie idee, i pregiudizi, il mondo conosciuto, sempre identico a se stesso, per poi scoprire l’altro mondo, nella sua molteplicità e nelle sue differenze. Farsi straniero, conoscere la solitudine, intrecciare amori, amicizie, gioie e dolori. Tornare, poi, vuol dire scoprirsi diversi. La patria tanto amata non ci somiglia più, noi siamo cambiati e forse il nostro sguardo e la nostra esperienza saprà cambiare, in parte, la terra dei nostri padri.

“I ritorni”, in letteratura, non implicano necessariamente un viaggio fisico. Può avvenire anche nell’animo. Ogni romanzo in fondo è il percorso di un essere umano attraverso la scoperta del suo vero io. Le identità non sono mai fisse. I protagonisti che abbiamo conosciuto nelle prime pagine del libro, saranno differenti nelle ultime. Leggere resta il modo più semplice e più avventuroso di conoscere se stessi, conoscendo al contempo il mondo intero. Leggere. Tornare a leggere.

Programma

MERCOLEDÌ 20 LUGLIO

Ore 21
Proiezione del cortometraggio: L’amore… tutta un’altra cosa
Di e con Ignazio Vacca e Petula Farina
Conduce Andrea Contu

GIOVEDÌ 21

Ore 21
Tornare al territorio
Giacomo Sartori, Sebastiano Venneri
Conduce Lello Caravano
In collaborazione con Legambiente Sardegna

Ore 22.30
Il ritorno a scuola
Edoardo Albinati
Conduce Gianni Biondillo

VENERDÌ 22

Ore 19.30
Partire è tornare
Ilario Carta, Anna Maria Falchi
Conduce Stefania De Michele

Ore 21
Non si fugge dalla storia
Alessandro Mongili, Giorgio Todde
Conduce Nicolò Migheli

Ore 22.30
Il Vento – Storia di Gavino e di altri dispersi
Spettacolo teatrale di e con il Theatre en vol

SABATO 23

Ore 21
Il ventre molle della nazione
Roberto Costantini, Francesco Recami
Conduce Gianni Biondillo

Ore 22.30
La fine della storia
Marco Balzano, Gigi Riva
Conduce Marco Zurru

DOMENICA 24

Ore 21
L’isola dei sogni ricorsivi
Cristian Mannu, Gesuino Nemus
Conduce Marco Zurru

Ore 22.30
Il ritorno delle stagioni
Samuel Bjork
Conduce Anna Rita Briganti
Interprete Virginia Dessì

Ho ucciso l’Anticristo

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di Matteo Pascoletti

l43-cagliari-mostra-marco-130613182501_bigQuando Luciano decise di rubarmi i pensieri avevo diciotto anni e lui quaranta. In paese l’ammiravano tutti perché faceva il chirurgo, ma siccome non poteva aprirmi la testa e prendermi i pensieri dal cervello, trovò un’altra via. Eravamo poveri, così una domenica mattina andò al campo, da mio padre, a dirgli che voleva sposarmi, e lui acconsentì. Quella sera, a cena, quando dissi che non volevo, perché Luciano era vecchio e gli puzzava l’alito, mio padre mi prese a schiaffi davanti a mamma impietrita. Allora mi piegai.
Da sposati, Luciano prese a frugarmi i pensieri. La prima volta provai paura, ribrezzo e dolore, e infatti persi sangue; poi solo paura e ribrezzo. M’invadeva e cercava, sbrigandosi: quando trovava un mio pensiero lo sradicava e fuggiva, lasciando dentro i propri, come immondizia abbandonata di notte per strada. I suoi erano pensieri sudici, perché poi mi diceva sempre “vatti a lavare”. Solo che, per quanta acqua e sapone usassi, lo sentivo che mi restavano dentro. E se provavo a resistere Luciano mi prendeva a schiaffi e pugni, e se picchiava troppo forte e finivo all’ospedale, un suo collega scriveva che ero caduta per le scale o inciampata. E quando uscivamo in paese e parlavamo con le persone, Luciano mi prendeva in giro dicendo che ero maldestra.
Dopo un anno trascorso a rubarmi i pensieri, ho capito cosa sarebbero stati quelli di Luciano dentro di me: sarebbero diventati l’Anticristo. Così sono andata in Chiesa per chiedere aiuto a Gesù, ma lui non ha detto nulla, e nemmeno suo padre. Mi raccoglievo sul legno freddo della panca, piangendo li imploravo che scacciassero l’Anticristo prima che mi deformasse la pancia, altrimenti non avrei più potuto nasconderlo a Luciano. Ma loro niente, e intanto Luciano continuava a nutrirlo coi suoi pensieri sudici. Allora ho parlato col prete, ma lui m’ha cacciata via dicendo che aiutarmi non sarebbe stato esorcismo, ma omicidio. Tornata a casa Luciano era ancora all’ospedale, così ho usato i pensieri rimasti per preparare da me l’acquasanta, e l’ho bevuta. Ma l’Anticristo ha iniziato a lottare dentro il mio corpo: mentre si dibatteva ho sentito le fiamme nella gola e nello stomaco, ho avuto paura di morire e ho chiesto aiuto. I vicini sono arrivati e hanno chiamato l’ospedale, così Luciano ha scoperto che avevo ucciso l’Anticristo. Insieme ad altri maschi, dottori come lui, m’ha chiusa in un carcere a forma di reparto, da cui non si poteva uscire.
In carcere noi detenute avevamo la divisa bianca, come un sacco coi buchi per la testa e gli arti. Le guardie semplici avevano la divisa verde, mentre le guardie capo avevano la divisa bianca come noi detenute, ma aperta davanti. Le detenute e le guardie erano tutte femmine, gli unici maschi ammessi erano i parenti da fuori, durante le visite. Mio padre è venuto una volta sola, con mamma. Quando l’ho visto gli ho sputato in faccia e non è più tornato, e nemmeno mamma.
I capi venivano a visitarmi tutte le mattine, mentre un pomeriggio a settimana lo passavo discutendo con un capo solo, che mi chiedeva “Lo sa perché è qui, Bruna?”, e io dicevo “perché ho ucciso l’Anticristo e mio marito è Satana”, e lei mi guardava severa, anche se era femmina. Da principio non capivo il motivo, poi ci sono arrivata. Era un trucco: solo noi detenute eravamo femmine, infatti usavamo un bagno diverso dalle guardie, che in quei giorni ci guardavano con disgusto, come fanno i maschi. Le guardie e i capi si travestivano da femmine per raggirarci: infatti le detenute che stavano lì da più tempo o parlavano poco, o per niente, o dicevano frasi senza senso. Perciò avevo sbagliato a dire la verità sull’Anticristo: rischiavo informassero Luciano, e non volevo sapesse che m’erano rimasti dei pensieri. Così un giorno, a colloquio privato con la guardia capo, gli sono saltata addosso, a quel truffatore, aggrappandomi alla parrucca riccia. Poi l’ho graffiato per strappargli la maschera da femmina, però le sue urla hanno fatto arrivare le altre guardie. M’hanno presa di forza e buttata in una cella senza sbarre o letto, con le pareti che sembravano cuscini. Addosso avevo una divisa diversa: sempre bianca, ma con le cinture che si allacciavano dietro. Non potevo muovermi bene, avevo paura che Luciano entrasse da un momento all’altro, così ho iniziato a gridare, ma poi mi sono stancata e ho smesso. Non so quanto tempo è passato, però a un certo punto mi hanno riportata nella camera e legata al letto; anche lì ho avuto paura, perché da immobile se veniva un maschio e provava a rubarmi i pensieri mica potevo difendermi. Così appena avevo fiato gridavo “ladri, vigliacchi”. Allora le guardie semplici mi hanno messo uno straccio bianco in bocca e le parole le potevo solo pensare. Poi hanno iniziato a farmi le punture, e giorno dopo giorno mi sono resa conto che le punture mi facevano sparire i pensieri.
Così il carcere funziona che prima provano a rubarti i pensieri, e poi se non ci riescono te li ammazzano uno a uno, come fossero mosche. Io però sono riuscita a prendere questo pensiero e a nasconderlo bene, dove nessuna siringa e nessuna guardia potrà trovarlo, e nemmeno Luciano. Quando muoio lo do alla Madonna, perché è femmina.

Allons enfants de la Patrie

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https://www.youtube.com/watch?v=lu3eSNi__4w

Atti osceni in luogo privato

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missiroli di Gianni Biondillo

 

Marco Missiroli, Atti osceni in luogo privato, Feltrinelli, 249 pagine

C’è un punto di non ritorno fra l’infanzia e l’adolescenza. Per alcuni può diventare un trauma. A Libero Marsell, dodicenne franco-italiano, capiterà di scoprire il tradimento della madre, una sera a cena, col migliore amico del padre. Il sesso per il non più bambino si svelerà un mondo incomprensibile, un polo di attrazione e di mistero, di dolore più che di liberazione.

Quello raccontato da Marco Missiroli in Atti osceni in luogo privato è a tutti gli effetti il classico romanzo di formazione borghese. Dove più che gli avvenimenti, le avventure, gli incontri straordinari, saranno i sommovimenti del mondo interiore a far maturare il giovane Libero.

Il protagonista cerca nel suo corpo una spiegazione al mistero della sessualità, trova nello sfogo onanista una sorta di affrancamento dal trauma infantile. Negli anni incontrerà amori, amicizie, mentori che gli daranno una mano a liberarsi dai suoi tormenti.

La scrittura è controllatissima, incapace di colloquialità, letteraria. Spesso fatta di sentenze e aforismi freddi e perfetti. La narrazione è in prima persona, come una sorta di memoriale. Forse anche per questo Missiroli decide di spostare gli avvenimenti di questo romanzo che cerca un respiro “europeo” fuori dai confini geografici e temporali della sua biografia. Libero, sembra dirci, non è Marco, non si fa voyerismo in queste pagine. È fra Milano e Parigi, nel cuore degli anni Ottanta, che si muove il protagonista. Anche se potrebbe essere dieci anni prima o dopo, dato che la Storia sembra essergli indifferente. Chiuso fra i libri che legge e le donne che frequenta, Libero sembra involontariamente inconsapevole che tutto in quegli anni stava cambiando, non solo lui.

(pubblicato su Cooperazione n° 17 del 21 aprile 2015)

Il doppio sguardo di Sophia

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di Susanna Mati
doppio sguardo di Sophia
Divagazione politico-filosofica a margine del volume: Carla Stroppa, Il doppio sguardo di Sophia, Moretti & Vitali, Bergamo 2016, pagg. 262, €20,00.

Da quando il femminile ha preso la parola, ed è cioè diventato capace di tenere il discorso (prerogativa riservata per millenni quasi esclusivamente al maschile), si sta recuperando con impensabile velocità il tempo perduto. Esiste attualmente in tutti i campi una grande ricchezza di contributi autointerpretativi da parte delle donne, tanto che oggi è piuttosto il maschile ad essere ormai ammutolito, e a rivelarsi nei suoi caratteri di estrema fragilità e, assai spesso, come le cronache testimoniano, di arretratezza – che sono poi la fragilità e l’arretratezza non tanto di singoli individui, ma di un intero sistema culturale di valori giunto al tramonto, con lo sconcerto e lo smarrimento che questa perdita degli orientamenti tradizionali comporta. La morte di Dio e del Padre genera poche volte nostalgia, talvolta violenza, più spesso lamento, incertezza e paura del nuovo.

Il maschile ha ormai poche parole, è oggi connotato da una povertà di discorso, perfino da uno sbandamento tangibile, e per lo più tenta ancora debolmente di identificarsi con i residui di quel discorso che il pensiero femminista ha definito patriarcale. Al contrario, il femminile ha avuto modo di rivelare sempre di più la sua natura generatrice, creativa, anche nel regno – finalmente – della parola e del pensiero; e se le prime scrittrici vere e proprie, consapevoli di questo ruolo, risalgono all’Ottocento, e le prime filosofe vere e proprie al Novecento, l’essenza affabulante e mitologica del femminile – che ovviamente è sempre esistita – è giunta finalmente in luogo pubblico. Anticamente, Diotima poteva sì parlare, ma in quanto donna, straniera, sacerdotessa (dunque invasata dal dio), poteva parlare proprio perché era esclusa dalla polis. Platone, nella cui città ideale anche una donna sarebbe potuta diventare filosofo-re (anzi, filosofa-regina), aveva avuto eccezionalmente il coraggio di darle la parola, per esporre il più eversivo dei discorsi, quello su eros. Potremmo ricordare pochi esempi di questo tipo – fino ad oggi.
Tuttavia: il discorso femminista – che prendiamo qui genericamente, nel suo complesso, senza distinzioni che pur sarebbero opportune -, che così tanto ha dato negli ultimi decenni, riuscendo a modificare – mai ancora abbastanza – la società, può forse esaurire l”essenza’ del femminile, la sua immagine, la sua totalità? Ed esiste poi davvero questa ‘essenza’, al di là delle proiezioni che il maschile ha elaborato per secoli? Lasciamo stare le proiezioni, e poniamo che questa caratteristica peculiare, in qualche modo, esista, seppure in modo complesso, metaforico e anche ambiguo e contraddittorio (è per questo che la parola essenza è tra virgolette, essendo intesa in un significato antimetafisico del tutto improprio); e che riguardi in realtà, come cercheremo di dire più avanti, il futuro di entrambi i generi. Oggi la donna pare avervi la chance di un accesso privilegiato.
È appunto su questo terreno che, con una posizione di grande originalità, si pone il libro di Carla Stroppa – scommettendo temerariamente su un aldilà possibile rispetto al discorso esclusivamente sociologico e politico sul femminile. Un aldilà, naturalmente, anche rispetto al ‘semplice’ discorso biologico e perfino al discorso di genere. Una tensione verso l’alto percorre questo libro, come se Carla Stroppa ci dicesse: sì, va bene, nessuna di noi vuole tornare indietro, ma… ma, rispetto al piano delle rivendicazioni, c’è anche qualcos’altro, un elemento ulteriore, meno caratterizzabile, meno afferrabile, anche meno discorribile e categorizzabile, e tuttavia necessario a connotare la grande varietà e contraddittorietà del femminile, nonché le sue più intime risorse. C’è un in più, più sfuggente, più sottile, più profondo, che connota la donna – il femminile – come tale. Una specie di essenza, appunto, una caratteristica ineludibile, preziosa.
Il pensiero analitico junghiano, in questo caso, viene in aiuto nel tentativo di guardare una totalità – quella del femminile – nella sua interezza, senza nascondersi le sue ombre, con un “doppio sguardo” che ha origine nella complessità contraddittoria dell’inconscio. Lo scopritore dell’inconscio, Freud, si era arrestato davanti al presunto ‘mistero’ del femminile (che poi, magari, non era affatto tale: ma sconosciuto ed enigmatico rimaneva a questo sguardo maschile), facendo al massimo della donna un maschio manchevole, con peculiarità esclusivamente deficitarie – e ‘misteriose’, appunto. Ma nella mitologia archetipica esisteva invece da sempre una certa parità di genere, per così dire; le grandi dèe mediterranee, vicino-orientali, le “signore del labirinto”, stanno all’origine della nostra cultura. Prima di Dioniso, il più grande dio dell’Occidente, a Creta c’era già Arianna. E solo attraverso il loro temperato dualismo, talora convergente in uno, talora divergente, e la loro armonica differenza, la loro diversa eguaglianza, l’intero panorama dell’umano può trasparire e trasfigurarsi nello specchio ampio del divino. (Premesso che questo percorso è appunto un labirinto, un percorso mai in pace, forse mai concluso).
Continuando a parlare per immagini mitologiche, c’è una Sophia che è dentro entrambi i generi, insieme per unirli, dividerli e trascenderli. Possiamo dare un nome a questo elemento comune e ulteriore? Forse il suo nome – come l’antica sapienza filosofica occidentale ci avrebbe detto – è anima. L’autrice nota giustamente la significativa circostanza di come “l’accezione simbolica di anima sia da sempre ascrivibile alla fenomenologia femminile, e supponiamo che questo non sia un caso” (p. 11). No, non è un caso, perché appunto pare che il femminile sia portatrice, specialmente oggi, della possibilità di un diverso ordine del discorso, di una vera e propria rivoluzione. Ma da dove partirebbe questa rivoluzione?
Ridiscendiamo sulla terra, tenendo in mente questa immagine dell’anima: il femminismo, sempre benemerito, cerca di superare le debolezze storicamente patite, “ma troppo spesso”, scrive Carla Stroppa, “eludendo il confronto con il proprio mondo interiore e con i propri limiti” (p. 17); da ciò deriva il pericolo di “un’idea troppo sommaria dell’emancipazione femminile” (p. 34), se essa viene limitata a rivendicazioni sociali e politiche, in cui questo mondo interiore, in effetti, non trova alcuno spazio, alcuna voce. Per questo motivo, sostiene ancora l’autrice, rischiamo “di raggiungere la parità di opportunità nell’alienazione, nella scissione tra pensiero e corpo emozionale” (p. 59). Il pericolo, evidentemente, esiste. Questa ricerca di parità non deve essere basata “unicamente sulla dimensione sociale e orizzontale, ma su un sentimento di valorizzazione dell’umana dignità che si inoltra nel profondo e si protende verso la trascendenza” (p. 63), creando dunque un ordine, un cosmo davvero alternativo; altrimenti “la donna, a forza di prendere distanza dalle proiezioni d’anima che l’uomo fa su di lei e cercando di definire sempre meglio l’ambito del proprio Io, rischia di prendere le distanze anche dall’anima transpersonale, col risultato paradossale di assomigliare sempre di meno all’immaginario dell’anima che l’uomo proietta su di lei, questo sì, ma sempre di più all’Io evidente, mondano, arrampicatore dell’uomo” (p. 66).
Non importa essere addentro ai termini della psicologia junghiana per comprendere il nucleo di questo discorso: per non rimanere schiacciate (e schiacciati) sul modello maschile di potere, con i suoi risvolti negativi (cos’hanno mai di femminile, nella loro azione, le potenti governanti che, fortunatamente, stanno affacciandosi sempre più nella politica mondiale?), questo modello bisogna superarlo in altezza, in verticalità, e non certo pretendere di parificarsi ad esso. Perciò “la mia riflessione sull’anima”, scrive l’autrice, “oltrepassa quella relativa al genere sessuale” (ivi). Questa riflessione è infatti egualmente valida anche per l’uomo: sia l’uomo che la donna devono superare il modello maschile di potere, così decaduto e deprivato di anima.
Anima che è la più efficace immagine occidentale di memoria, desiderio, cultura, ricerca di significato. Rispetto all’adeguamento all’ordine del discorso ormai in sfacelo, e alla parificazione ad esso, il pensiero dell’anima può consentire l’accesso ad un totalmente altro, ad un novum.
Si sarà capito dove voglio arrivare: nel ricchissimo libro di Carla Stroppa si forniscono alcuni elementi inediti per rimettere tra l’altro in questione, con uno sguardo comprensivo e originale, nientemeno che i rapporti tra la politica e l’anima. Quello che è in fondo il problema platonico per eccellenza (come può darsi società giusta, quando è composta da anime ingiuste?) ritorna urgentemente alla nostra attenzione, declinato al femminile. Ma ritorna anche un altro punto fondamentale della riflessione platonica: cioè che, per cambiare la società e il mondo, e ancor prima noi stessi, dobbiamo ‘possedere’ un sapere, uno sguardo e una visione non orizzontali (per ripetere l’aggettivo usato dall’autrice), bensì che trascendano il mondo stesso – come avviene al filosofo della Repubblica platonica. Solo la “saggezza iniziatica” dell’anima (p. 67) – anch’essa, come la filosofia, assai più una ricerca che un possesso – ci dà questo potere alternativo, capace di futuro, per tutti i generi.
In questa direzione, tutta da percorrere e da scoprire, la psicoanalisi e la psicologia del profondo possono offrire un contributo importantissimo per una critica dell’appiattimento e dell’adeguamento ai vecchi modelli invalsi di potere – e per una reale fuga al di là di essi.

Il corpo del libro : La Steppa di Sergio Baratto

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di Mariasole Ariot

SteppaCi sono luoghi mentali – e fisici – in cui la parola si carica di peso, luoghi in cui l’estrazione  o la rimozione di una singola frase – anche solo una – aprirebbe un buco, un foro da cui sottrarsi o in cui cadere, ma con cui inevitabilmente sarebbe necessario fare i conti. E ci sono libri in cui quel peso si fa tratto distintivo, dove ogni frase appare (in un flusso che però  sorpassa il chirurgico per diventare carne – per mostrare la carne sottostante)  inserita nel testo in un processo quasicorporeo : un corpo duro, solido, in cui testa e arti si muovono all’unisono, coordinati perfettamente. Dove in quel corpo convivono diverse età, in un presente che è già passato e che sta diventando futuro : tutto è lì, di fronte e non di spalle, tre tempi concentrati in un organo pulsante.

La Steppa di Sergio Baratto, romanzo d’esordio con cui l’autore ha vinto il Premio Berto, è uno di quei libri : un libro-corpo, in cui tutto – dal movimento della narrazione al contenuto della stessa – porta il segno dell’autenticità e del necessario.
Ho letto il testo in un maggio di frontiera, in cui non solo io mi ritrovavo fisicamente confinata, ma in cui il silenzio dello spazio in cui arrancavo per sopravvivenza  si appoggiava alle pareti costruite dal testo : la lettura è diventata allora – ma lo sarebbe stata a prescindere – un corpo a corpo con il reale. Un reale in cui – per contraddire Sartre per il quale ” tutti gli autori sono concordi nel notare la povertà delle immagini che accompagnano la lettura d’un romanzo” – lo sguardo della parola è qui al contrario uno sguardo che non solo può vedere, ma produce esso stesso visione. I luoghi descritti – Arimiate, Ortonago, la Steppa – diventano allora produttori di Immaginario, i protagonisti della vicenda s’interfacciano con i luoghi in un continuo movimento di andata e ritorno : spazio, tempo, e persona(ggi) vivono l’uno nell’altro e l’uno dell‘altro, e ogni parola diventa fondante e fondativa, pietra e carne.

La Steppa, in cui, come scrivono i giurati del premio Berto ” un angolo della provincia lombarda si allarga a contenere il mondo intero” è esattamente questo: siamo nel microcosmo di una scena vicina, che ci appartiene biograficamente e generazionalmente, dove folle di corpi militarizzati e centurie sparano alla cieca nel tentativo di preservare una realtà “pulita”, da sterilizzare – ma siamo anche trasportati in un al-di-là che è già qui, in un mondo a tratti spaventoso, segnato dalla ferita, dal brutale e dalla paura che non è solo una rappresentazione di una realtà distopica, ma è pure qualcosa che già ci appartiene, che è già davanti agli occhi, solo sotterranea. Il velo con cui ci copriamo il volto per “non volerne sapere” si lacera, si aprono feritoie attraverso cui l’autore ci mostra qualcosa che già stiamo vivendo.

Un uomo correva in mezzo alla strada con la testa coronata di fuoco, stringendo sotto l’ascella un grosso raccoglitore, e a ogni passo le fiamme gli scendevano un po’ di più lungo la schiena e le braccia. Incrociandoci, mi ha fissato per un attimo con lo sguardo incredulo. Era il sindaco Due. Pochi metri dopo è crollato sull’asfalto e ha continuato a bruciare, immobile, finché non è stato che un puntolino ardente nello specchietto retrovisore.

Verso la periferia le strade erano disseminate di auto incendiate. Gente che aveva cercato di fuggire ma era stata raggiunta dalla colata lavica, forse qualche camerata non così coraggioso da farsi massacrare con onore in battaglia. Tra le vampe vedevo balenare all’interno degli abitacoli sagome annerite, ormai fuse con i sedili e i poggiatesta, o braccia carbonizzate sporgere come rami secchi dai finestrini esplosi.
Fuori città, all’imbocco dello stradone che attraverso i quartieri industriali virava a nord verso il canale, ci siamo fermati per un istante a guardare dietro di noi.
Arimiate bruciava. Una muraglia di fumo grigiastro si levava alta contro il cielo nero, sciogliendosi man mano nella luce vermiglia dell’immensa fornace che ardeva spalancata sopra i tetti dei palazzi in fiamme.

Eppure, in questo spavento, nello svelamento in cui Sergio Baratto ci accompagna, là dove lo scabroso del Reale riemerge, non c’è freddo : tutto resta delicato e commovente : l’amore e la scintilla della bellezza sono elementi altrettanto fondativi che aumentano la densità del romanzo, il suo peso specifico.

Sono i capelli bianchi di Aili, la fiaba infilata nella tasca interna del giubbotto del protagonista nel trascorrere degli anni, il volto e la mano di Fiammetta, gli occhi azzurri del figlio di Emelian morto di febbre, il corpo fumoso di Stragačić quando dice “Uno cerca di fuggire dal passato, crede di esserselo lasciato alle spalle, e invece il passato è lì che lo aspetta al varco. Davanti, non dietro”, l’allergia ai gatti, le risate adolescenziali (sì, perché La Steppa è anche un romanzo di formazione) l’amore di Zeno nei cimiteri di notte.

“Dove siamo?”
“In un posto sicuro. Sottoterra.”
“Sottoterra?”

“Scaviamo buchi e ci mettiamo lì, quando fuori fa troppo freddo o dobbiamo scappare”

La potenza di questo libro vive (anche) di questo : di questo parlarsi, di questo scavare buche nel dolore per potersi proteggere, del riemergere dallo scavo quando, con quel dolore, è necessario farci i conti per poter salvare la quota di bellezza che nonostante tutto riesce a sopravvivere. Come una pianticina che se muore in un punto rispunta dalla terra in un nuovo altrove, impossibile da sradicare del tutto. Perché nell’indicibile e nel terrore qualcosa fa scarto, una lucina continua incessantemente a brillare, ad illuminare un angolo di mondo che dev’essere – mi azzardo a dire per dovere etico – protetto come si protegge un figlio.

Quando mi sono assopito, disteso sull’erba umida, Aili e Fiammetta si stavano abbracciando in silenzio, e forse ridevano e piangevano insieme. O forse era solo il pigolio degli uccelli appena nati nei loro nidi sugli alberi del bosco, che piano piano si svegliavano e aprivano i becchi ancora molli, le ali ancora nude, gli occhi ancora ciechi.

E se Sergio Baratto, con una lingua viva e densa, nell’intenso, sembra dirci con perfetta lucidità e ancoraggio al quotidiano : guardatelo : l’orrore esiste, è già qui, è davanti e non dietro; guardatela : esiste l’ipocrisia, la violenza, il brutale, la volontà di mantenersi rigidi e risoluti nella volontà di far fuori “un nemico” e la sua marginalità;  guardatela : esiste la catastrofe e non è distante ma è anzi già abitata; sembra anche indicarci una zona residuale, un interstizio dove sotto le macerie, o forse sopra, permane il segno della parola e del nome, la commozione, la quota di bellezza che sporge da un corpo dilaniato, verso cui è altrettanto necessario e doveroso dirigere lo sguardo.

Eadweard Muybridge e le GIF di fine Ottocento

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di Ornella Tajani

Clicca qui per iniziare:

 

 

Philip Glass A Gentleman’s Honor

Nel 1872 l’allora governatore della California, Leland Stanford, sospettava che ci fosse un attimo in cui, durante il galoppo, nessuna zampa del cavallo toccasse il suolo. Chiese così al fotografo inglese Eadweard Muybridge di provare a verificare la sua ipotesi. Muybridge sistemò dodici fotocamere una dopo l’altra, lungo il percorso del cavallo, in modo da scattare in sequenza; dopo vari tentativi poté constatare che il governatore aveva ragione: c’era un momento in cui il cavallo al galoppo era sospeso nell’aria.

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Fu a partire da quel momento che Muybridge iniziò ad appassionarsi al modo di catturare in immagine ciò che non era possibile vedere a occhio nudo: si specializzò nel campo della fotografia in movimento e ideò lo zoopraxiscopio, uno strumento che permetteva la proiezione di scatti fotografici in sequenza: in sostanza, un antenato del proiettore cinematografico, dai risultati molto simili alle GIF di oggi.

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Nello stesso anno, Muybridge, cinquantaduenne, sposò la ventunenne Flora Stone. Due anni dopo scoprì che Flora, ormai incinta, aveva una relazione con il critico teatrale Harry Larkyns. Andò a casa di Larkyns e, dopo avergli detto “Buonasera, mi chiamo Muybridge, le ho portato la risposta alla lettera che ha inviato a mia moglie”, gli sparò.

Fu processato per omicidio e assolto dalla giuria per “justifiable homicide”.

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In seguito Muybridge proseguì le sue ricerche, sperimentando la cronofotografia e dedicandosi soprattutto allo studio del movimento negli animali e negli atleti; i frutti di queste ricerche hanno contribuito allo sviluppo della biomeccanica.
Il suo lavoro ha inoltre influenzato numerosi artisti di varie discipline, epoche e nazionalità, da Duchamp a Francis Bacon, a Jim Morrison. Il brano che state ascoltando è tratto da The Photographer, l’opera che Philip Glass ha composto nel 1982 ispirandosi alla sua figura e, in particolare, alla vicenda dell’omicidio di Larkyns; il libretto dell’opera ha tratto spunto anche dai verbali processuali e da alcune lettere di Muybridge alla moglie.

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Appunti su “Tutta un’altra storia” di Giovanni Dall’Orto

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di Carlo Alberto Frassanito

Quando ho letto per la prima volta Dall’Orto ero uno sbarbatello alle prese con l’etimologia dell’ingiuriativo “finocchio”. Non mi convinceva la vulgata, in auge allora come adesso, sui roghi sodomitici all’aroma d’anice. Tramite la rete, unico strumento di ricerca che potessi all’epoca permettermi, m’imbattevo casualmente nel checcabolario, dictionnaire raisonné dell’onomastica
omosessuale. E di lemma in lemma prima, di articolo in articolo poi, cominciavo ad avvicinare quel pozzo senza fondo di materiali e idee che era, ed è tuttora, giovannidallorto.com.

A secoli di distanza dalla pubertà, conclusa la lettura dell’ultima pubblicazione di Dall’Orto, Tutta un’altra storia. L’omosessualità dall’antichità al secondo dopoguerra (edito da Il Saggiatore), la sensazione che ho avvertito è stata inaspettatamente la medesima dei miei lunghi anni imberbi, vale a dire quella di chi si rende conto di essersi perso un pezzo della storia, un pezzo bello grosso per giunta.

Nel suo libro Dall’Orto racconta svariate cose interessanti. La sua personale idiosincrasia nei riguardi dei luoghi comuni lo induce a capovolgere cliché storici putrefattisi da tempo nella nostra privata Weltanschauung. E se alcuni di questi smascheramenti provocano istantanei sollievi – è il caso della presunta bisessualità grecoromana, oppure dell’ascendenza biblica del pregiudizio sulla contranaturalità omoerotica, di origine in realtà accademico-stoica – altri generano un certo fastidioso imbarazzo (se non altro nel sottoscritto), come le prove di un’aspirazione al matrimonio egualitario risalente almeno al XVI secolo e de facto più vecchia di quanto era lecito aspettarsi; Altri ancora, poi, non è difficile vaticinarlo, susciteranno ulteriori occasioni di dibattito, primo fra tutti il rinvenimento di una concezione innatista dell’omosessualità databile all’età antica.

Tutta un’altra storia è per sua esplicita ammissione uno “strano” libro di storia. Eppure, la sua “stranezza” non risiede nel programmatico rifiuto dell’impostazione per exempla, dell’immancabile, e invero un po’ voyeuristico, martirologio delle checche illustri, né tantomeno nello stile, lontano anni luce dalla prosa sedativa a cui ci ha reso avvezzi l’accademia e che, se non temessi di essere frainteso, definirei “frocio”, vale a dire ironico, franco e scintillante. Si tratta, invece, di un libro “strano” perché costantemente e volutamente polemico.

Fin dalle premesse del suo discorso, Dall’Orto ingaggia una mordace battaglia contro coloro chedefinisce, con intento più critico che semplificatorio, “invenzionisti”, ossia i sostenitori della tesi, di derivazione foucaultiana, per la quale l’omosessualità rappresenterebbe una costruzione sociale formatasi tra il XVIII e il XIX secolo, piuttosto che una realtà ontologica o un’immanenza umana.

Alla confutazione di Foucault l’Autore ha dedicato finanche un intero capitolo che, per discutibili ragioni editoriali, è rimasto escluso dal volume cartaceo, benché reperibile online.

C’è da dire che la polemica non è affatto pretestuosa, la questione che s’intende discutere è tutt’altro che gratuita e da essa dipende lo statuto stesso del saggio: se non si dà l’esistenza dell’omosessualità cade di necessità la ragion d’essere di una storia della stessa.

I termini della diatriba, nondimeno, appaiono come offuscati da alcuni fraintendimenti di fondo. Se è vero che Dall’Orto dimostra, prove documentarie alla mano, che concezioni essenzialiste e performative dell’omosessualità si sono sovrapposte in pratica da sempre e ben prima del XVIII secolo, dall’altro non si può omettere, in primis, che Foucault non era, a suo stesso dire, uno storico
stricto sensu e che più volte nelle sue opere si premura di chiarire che le sue ricerche sono funzionali più al sostegno di un ragionamento, che all’accuratezza della ricostruzione storica; in secundis che, proprio in virtù della sua atipicità, Foucault muoveva da presupposti (speculativi) già di per sé antiessenzialisti, a prescindere dal fatto che si occupasse di sessualità, di follia o di checchessia.

L’intento di Dall’Orto appare peraltro più che nobile e s’intreccia alle motivazioni che lo hanno persuaso a scrivere una storia dei finocchi occidentali. Il ricercare nel passato le tracce di un’antica frocietà palesa il disegno di rinsaldare quell’identità omosessuale tanto a lungo e faticosamente costruita a partire dagli anni settanta del secolo scorso e così indebolita negli ultimi decenni.D’altronde, un effetto della prolificazione dei discorsi post-strutturalisti circa le nozioni di sesso, genere e orientamento sessuale, emblematizzato secondo Dall’Orto dall’infinita sequela di lettere giustapposte quotidianamente all’acronimo LGBT, è stato in modo incontestabile quello di frantumare man mano l’unità e la forza politica di una comunità minoritaria, un tempo conscia dell’importanza della sua compattezza e ad oggi focalizzata pressoché soltanto sulla propria
parcellizzazione individualistica.

In questo processo di minorazione della minoranza, analogo a quello riscontrabile in altri gruppi “minoritari” come quello delle donne, dei precari, dei migranti e via dicendo, non è infondato scorgere una futura dissoluzione della stessa e quindi del suo potenziale oppositivo e antisistemico.

L’evidenza, in più, che certi discorsi di moltiplicazione identitaria provengano dall’accademia nordamericana, quelli di Butler innanzitutto, e che, come ben rileva Dall’Orto, denuncino una certa tendenza all’esportazione di modelli di contestazione estranei a quelli nostrani, porta a sospettare che stiamo forse saggiando, per dirla con Foucault, degli inediti dispositivi di sapere e potere.

Lungi dal voler offrire, in questa o in altra sede, alcuna proposta risolutiva circa la vexata quaestio se froci “lo si è” oppure “lo si fa”, mi limito a suggerire come la negazione di una realtà ontologica all’omosessualità non escluda a priori la costruzione di un’identità omosessuale contingente. In altre parole, non vedo perché in un contesto storicamente dato non possa comporsi senza sensi di colpa un profilo identitario, quantunque socialmente e culturalmente fondato, che accomuni fra di loro gli invertiti e con essi le lesbiche, i bisessuali, i transessuali e qualunque altro individuo sia portatore di una sessualità alternativa alla norma.

Si obietterà che un siffatto esperimento di artefatta integrazione possa risultare castrante e riduttivo per i soggetti che vi sono coinvolti, che sia pericolosamente simile ad alcuni tentativi di fondazione identitaria studiati a tavolino, come l’italianità neoromana di matrice fascista o la padanità pseudoceltica della Lega ante Salvini, che finisca per essere eterodeterminato dalla norma perché si realizza nella negazione della stessa. Eppure tutti questi vizi di forma sono compensati dalla forza oppositiva che una comunità coesa eserciterebbe, e al contempo attenuati dalla consapevolezza che il collante sarebbe in ogni caso un’identità ideologica e non “reale”.

Si tratterebbe, in sostanza, di sostituire ad un’identità gay tout court un’identità gay indebolita quel tanto che basti a non scadere, alla stregua di tutte le ideologie, in derive autoritarie, gerarchizzanti, escludenti e colonizzatrici (come quelle di chi tenta di sbiancare Stonewall). Un’identità che si collochi nella contingenza, nell’Italia, ad esempio, in cui una legge dello Stato, salutata come progressista, non soltanto istituzionalizza una discriminazione, ma impone che il riconoscimento giuridico dei rapporti interpersonali sessualizzati passi in maniera esclusiva dallo scimmiottamento della coppia eterosessuale; oppure, per dire, nell’Occidente che sullo sfondo di una strage omofobica proietta l’arcinoto spettacolo sullo scontro di civiltà, mentre tace sulla liberalizzazione, imposta dalle lobby transnazionali, del consumo della violenza armata.

Nessuno nega che si parli di una possibilità molto semplice sulla carta, ma oltremodo più difficoltosa nella pratica, una possibilità destinata gratia sui a parecchi compromessi, errori e scacchi. Se non altro, tuttavia, assumendo una teoria identitaria del genere, in una prospettiva, mi si passi la locuzione vattimiana, di “sessualità debole”, una storia come quella di Dall’Orto può addossarsi il significato di quello che in effetti è: un’azione politica, l’atto sovversivo di un movimento di interpretazione omosessuale.

Giovanni Dall’Orto
Tutta un’altra storia
Il Saggiatore
ISBN 9788842818748
Pagine 728
€ 27.00

 

Da “Fiore inverso”

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(È da poco uscito Il fiore inverso, ultimo lavoro – libro+cd – di Lello Voce e Frank Nemola. Pubblichiamo qui un estratto del saggio Per una poesia ben temperata, incluso nel libro, e una traccia audio.)

 

di Lello Voce

(…) Una delle ragioni per le quali la poesia ‘muta’ e gli integerrimi custodi della letteratura, i critici letterari e i filologi, hanno avuto cura di rifiutare con costante fermezza ogni rapporto possibile tra poesia e musica, pur dinanzi all’evidenza storica di un dialogo costante e di una condivisione sentita a lungo come necessaria da entrambe le arti, è probabilmente proprio il bisogno di cancellare ogni memoria di un rapporto che, al solo ricordarlo, avrebbe posto di nuovo la poesia di fronte alla sua natura sostanzialmente orale e sonora.

Phyla – invertebrati

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di Mariasole Ariot20150911_192816

 

Sono nata da un’assenza. I volti appesi alle pareti grondano sulle cose, spargono dolore sui movimenti, zittiscono. Di questo silenzio non ci diciamo che millenni, piccoli rimasugli di terra nelle bocche che occludono il passaggio : chinàti a raccoglierci non facciamo ombra, siamo come mantidi dello stesso sesso che sputano i resti nello spazio.
Eppure a volte, nella congiuntura immobile delle gambe, responsabilizziamo un futuro per accogliere il passato  : anni di non dire, del non fare dimenticanza né vuoto, di paesi che immensano cascate, un cerchio imperfetto del reale.

Quanto non sentito, quanto non finito : l’intervento dell’irremediabile è combustione.

Poi arriva il sonno delle cause, il debole chiudersi di una corolla poco prima del risveglio : se non siamo che questo indicibile svenire, origliamo il rumore della parola e della pietra, annusiamo i ricordi e ci fermiamo.

Il tempo è chiuso, la cinta delle rocce ci contiene.

***

Ma nei primi giorni di caldo, le nostre facce si mettono a seccare, ci piantiamo ulivi per non piangere vergogna. Di questo esperimento della fine, del fine che fa uno col finire, resta un buco nel costato, una debole cavità della parola. Nella stanza ha un luogo l’ombelico – e sotto lo sterno, che brilla di postura e di selciato, si aprono contesti matricidi :  un occhio dentro l’occhio che non cade, sospeso al terrore minaccioso, un incubo pensato nel mattino.

Urla : lo spazio del silenzio. Preme : un luogo di materia, un sasso fosforoso come il niente.

Quando arriva il sonno districhiamo gli arti : braccia a braccia con il vuoto accade il germinare : di quanta indegnità circondo, di quanto non valere è il mio stupore? Resto accovacciata sul bordo della vita, scardino una mensola di libri, m’intossico di Indegno.

I giochi dei bambini sono nudi, la testa si fa fossa e si pronuncia.

***

Nelle ore più fredde ci asciughiamo il viso, il pianto forestale di una cavità terrestre. La mia paura è la nostra paura, cieca come un cane disperato dalla luce, un comodo abbassarsi e ritornare, un fuoco che scolpisce la mia parte, che porta in seno una miseria : il resto di uno scarto di frattaglie.
La cura è cominciare l’inatteso.

Ma : madre di costola e di fiume, dove si arresta il termine comincia il tuo lamento : un falso brulicare della mente. L’angoscia è questo cadere dal basso, le pupille dilatate, il non stormire. Muovi un passo, fraseggia i miei conati.

***

Poi ci sediamo. Mescoliamo le parole per vendetta [umida figura dell’udire]. Se non siamo sguardo, se non siamo ombra, se l’ombra ricade come oggetto, se il gettito di cosa non annuncia : pietrifica.
A tratti separiamo, dividiamo il fogliame dalla morte, da questo incunerasi del tentare. L’esistere è già caduto, un pallido imitare l’esistenza, un gatto imbalsamato per il lutto. Di quanto mondo è un mondo? , di quanto non finisce il non finire?
I torturati hanno addosso un Assoluto, vestono i vestiti della nebbia, si chinano sul bordo delle cose.
Se il vero è il già parlato, di cosa è materia il non vissuto?

***

Sulla scena del mondo piangono le donne, detriti derisi dall’umore – e io mi affaccio, striscio come un verme sugli oggetti, mi cibo della terra, il particolato sottile in sospensione. Lui scrive : intestini del suolo.

***

Dico – dici che sia un peccato
Perdere questa casa, quantificare
la perdita, durare.
Dici che sia
Quando non è dire ma adornare
Di piccoli gesti i giudizi, i falsi giochi
Le giunture.
Dico – dici che sia peccato
Piovere sulle cose
Quando è un come, il derivato, la deriva
Dici che sia, di gesti ingiusti, vittima.
Dici – Dico che sia vita.

 

 

Tolleranti a tutto. Preparati a niente.

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chimiary brilli

di Alessandro Trevisani*

Ci vuole rabbia, ferocia, determinazione e probabilmente anche premeditazione. Ci vuole parecchio di tutto ciò per uccidere un uomo con le proprie mani. Pare che il colpo letale, a Emmanuel Chidi Namdi, 36 anni, sia stato dato con un palo della segnaletica stradale. Una botta alla nuca che gli avrebbe spappolato il cervelletto, riducendolo in coma irreversibile, nella serata di martedì. Fino alla morte, avvenuta ieri sera. Piange la compagna Chimiary, 24 anni, che nella colluttazione coi due “ultras” della Fermana le aveva prese anche lei. Piange l’anima di tutto il Paese, almeno quello che non si lascia abbrutire da sottilizzazioni e crudeltà che fanno gelare il sangue – per averne un saggio leggete i commenti a questo articolo del Giornale.

La storia di Emmanuel e Chimiary, poi, era già agghiacciante prima del fatto: avevano perso i genitori e una figlia di 2 anni in un attentato di Boko Haram a una chiesa, in Nigeria. Lei ha perso un altro figlio durante la traversata nel Mediterraneo, per raggiungere quell’Italia dove il marito ha trovato la morte. E mentre c’è un indagato – un fermano 38enne, tale Amedeo Mancini, stando a CM – la sola cosa certa è che è successo tutto qui da noi, nelle Marche, in un humus di razzismo e provincialismo nutrito a Facebook e Quinta colonna, dove un distinguo benaltrista (“E a casa loro, figurati, come fanno?”)  è la premessa di un sillogismo pratico che autorizza a tutto. E finisce con le botte che uccidono, senza che nessuno si accorga, prima, che c’è qualcosa che non va, in curva, a scuola, in palestra. Che c’è gente fuori controllo che si regola “per contro proprio”.

Intanto, però, diamo la parola a Don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, che da 8 mesi ospitava Emmanuel e quella che di fatto, pur non essendo sposati, era sua moglie. Prendiamo qualche frase da questa intervista telefonica a Radio Capital, pubblicata online da La Repubblica.

Sull’ambiente in cui si innesca l’episodio: “C’è un’arroganza gratuita nei confronti degli stranieri. Un mondo ristretto, ma violento, di una violenza gratuita”. 

Sugli autori del fatto: “Personaggi che si divertono a diventare coloro che salvano la patria, se la prendono coi preti che aiutano gli stranieri o fanno opera di accoglienza, approfittando della tolleranza che la gente ha. Teste calde che fanno una specie di circolo, coinvolgono i giovani…”.

Sulle Marche e il fermano: “Non è mai stata una terra di rifiuto e di razzismo. Chi sta al mare è sempre tollerante, ma questo fa da sostrato a questi picchi di arroganza che la passano liscia. Questa è gente conosciuta dalla polizia, condannata più volte. C’è una specie di sottovalutazione del fenomeno”.

Don Vinicio dice pure che gli autori del fatto sono del “giro delle bombe davanti alle chiese“. Noi ne avevamo scritto sulla nostra pagina Facebook: i luoghi di apostolato di Don Vinicio, da gennaio in qua, sono stati colpiti da quattro ordigni. Tre esplosi senza far vittime, davanti a tre chiese: Duomo, San Tommaso, San Marco alle Paludi, quella dove fa messa Don Vinicio. E un quarto inesploso, ma trovato sotto il portone della chiesa di San Gabriele dell’Addolorata a Campiglione di Fermo.

Partiamo da qui. Le bombe per Don Vinicio. Prete scomodo, criticato, prete dell’accoglienza. Prete che toglie le prostitute dalla strada, a Lido San Tommaso. Che organizza un’agenzia, Redattore Sociale, dedicata a emarginazione, handicap e integrazione, che ha fatto scuola nel mondo del giornalismo. Un prete che ricovera 124 profughi, tra cui 19 nigeriani, al seminario arcivescovile di Fermo (NB Emmanuel aspettava da almeno 7 mesi la risposta alla sua domanda di asilo – e fuggiva dagli islamisti tagliagole di Boko Haram, mica dalla Brexit, ne vogliamo parlare?). Ad ogni modo le bombe dirette a intimidire Don Vinicio avevano “conquistato” i titoli di apertura del Carlino, del Corriere Adriatico, dei nostri giornali. Ma questo sarebbe ovvio. E soprattutto non basta. Erano quattro bombe. QUATTRO. Sulle nostre chiese. Quanti, nelle Marche e fuori, conoscono questi fatti? Chi li ha messi a tema? Chi ci ha fatto un’inchiesta? 

Ma andiamo avanti. Noi Don Vinicio l’avevamo conosciuto due settimane fa, partecipando a un’affollata e bellissima serata de L’altro festival, alla terrazza di Capodarco. Si tratta di una kermesse di cinema condotta ogni anno dalla iena Andrea Pellizzari. Per farsi un’idea solo quest’anno c’erano ospiti Jasmine Trinca, la iena Pif, i Marlene Kuntz, in un pout pourri di lungometraggi, cortometraggi, degustazioni gratuite. Quella sera c’era Luca Marinelli, lo Zingaro di Lo chiamavano Jeeg Robot, che in mezzo a 400 persone si è rivisto un altro suo bellissimo film, Non essere cattivo, per poi concedersi a una cinquantina di entusiasti “selfisti”.

Con Don Vinicio, invece, avevamo scambiato due parole a fine serata. “Io la tengo d’occhio, Don Vinicio, per la prossima intervista che faccio”, fu il nostro approccio, “a proposito, le indagini?”. E lui: “Mah, i carabinieri di qui non hanno la logistica, non hanno i mezzi. Non ce la fanno”. Poi Albanesi aveva imboccato l’ingresso della Comunità e noi l’avevamo congedato con una frase amara: “Bene. Anzi, male”. Una chiacchieretta rachitica, che dice molto del nostro essere marchigiani, tolleranti, morbidi, cinici, e perciò, volendo, inclini ad ingoiare di tutto.

Proprio così. Stavamo parlando di bombe, e abbiamo fatto cadere il discorso. Come se un’intervista con Don Vinicio, per essere fatta, debba aspettare la prossima bomba – cosa che però è parte del giornalismo, che batte il ferro caldo, non ragiona a freddo, né fa dibattito su una bomba di 2 mesi fa, 2 settimane, anche 2 giorni fa, ma scherzi?, e infatti un settimanale aveva già declinato una nostra proposta d’intervista, a maggio. Non solo, Marchebbello su quelle bombe aveva preparato un post, Bomba o non bomba, che faceva un mazzo solo con l’ordigno inesploso trovato davanti al Tribunale di Ancona il 28 aprile scorso. Un pezzo che giace da due mesi nelle nostre “bozze”.

Eh già. Perché noi di Marchebbello siamo marchigiani pure noi, cosa credete. Mica stiamo lì col taccuino aperto e la videocamera carica 24h. Macché. Anzi. Sentiamo il terremoto all’alba nel letto, al largo di Numana, e ci giriamo dall’altra parte. Picchiano una ragazza incinta mandata a prostituire in pineta, a Porto Recanati, e lo lasciamo scrivere agli altri. L’Hotel House, 3mila abitanti, quasi 4 d’estate, è senz’acqua potabile da 7 mesi, e lo diciamo “di sbiffo” in un post di campagna elettorale. Perché ci vuole una bella dose di paciosa, criminogena, autolesionistica tolleranza, per dirsi marchigiani, oggi. Si indigna poco, il marchigiano, fa l’uomo di mondo. C’è puzza di riciclaggio intorno ai soldi dell’operazione “turistica”? “Evabbeh, chissà come li faranno gli alberghi, al giorno d’oggi! Eddaje!”, ti risponde un compaesano. “Oh, sarà pure la mafia, nomme frega: se fanne el resort io vojo sapè, venno più pizze?“, ci chiede un altro baldo conterraneo, due anni fa. E via languendo, tollerando. Uniformandosi.

Quindi ha fatto centro Don Vinicio, parlando alla radio. La nostra “tolleranza” non è comprensione. Ma il “sostrato”, lo sfondo dove tutto sta bene, tutto si incastra e convive: picchi di talento, generosità, inventiva, coraggio sportivo, ma anche squallore, violenza, ferocia, intimidazione. Tamberi, Di Francisca, Vale Rossi. Delitto Sarchiè, Banca Marche, strage di Sambucheto. Il marchigiano vede ma non contempla, sbircia ma non giudica, valuta, ma non apprezza, né condanna. “Strozza” tutto con la Passerina, con la crema fritta, con la Vernaccia.

E non si lascia colpire, il marchigiano, sfuggendo così alla teoria dello “choc”, enunciata da Walter Benjamin 100 anni fa, e diventata da tempo il principio regolatore della nostra società: per l’uomo moderno ogni esperienza è un piccolo knock out, un urto senza il quale non ci accorgeremmo di nulla (da cui la cultura della discoteca, la società dello spettacolo, il culto del corpo e dell’immagine). Ma il marchigiano “medio” – similmente a tanti italiani, per carità – è già oltre: non va mai KO, non si impressiona, metabolizza senza crescere, diventa “grande” senza fare imprinting, quindi senza prepararsi. Ha il pentagramma “alto”. Mette tutto tra le righe. Perdona. Anzi, dimentica. Anzi, fa finta de gné, fin dall’inizio. Gli occhi a mezz’asta, il fare scocciato, non si compromette, non si manifesta, non si espone. Non critica, si adatta. Non vive, sopravvive. Si comporta ammodo. E mal sopporta chi diverge dall’andazzo generale, anzi lo bacchetta, lo avverte, lo biasima a forza di co’ te frega?

Così stamattina verrà Angelino Alfano a Fermo. E si farà un giro “riverginante” tra i profughi, per aggiustarsi l’immagine stropicciata dal caso delle “nomine” e farsi bello coi giornalisti “de sinistra” e i partner di governo. E con Alfano ci rivergineremo anche noi: gli indifferenti, i malavoglia, i lassa ‘ndà. Ci sarà un bel po’ di “cinema”, altro che Marinelli, e i giornali confezioneranno qualche reportage su “Fermo violenta”, sulle frange del tifo impazzito. Qualcuno si offenderà, obietterà che “non siamo così, è un’immagine distorta”. E poi via come prima. Duri di testa, come gli scogli. Morbidi di atteggiamenti, come il ciauscolo. Fino al prossimo Emmanuel.

 

 

*L’articolo di Alessandro Trevisani è apparso su Marchebbello https://frontedelportoblog.wordpress.com/
TOLLERANTI A TUTTO, PREPARATI A NIENTE. PRATICAMENTE MARCHIGIANI
(7 luglio 2016)

La foto di Chimiary è di Ennio Brilli.

 

Extraterrestrial activity #3: Oscurità

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solar-darkness-8 copertina di reflector 2012 rivista di astrofotografia

Lord Byron*

Ebbi un sogno, che non fu per nulla un sogno

Diritto d’asilo: cosa stiamo aspettando ?

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il 18 ottobre 2013 pubblicavamo qui su Nazione Indiana un post, firmato da tutta la redazione, intitolato Diritto d’asilo: una proposta politica. Al quale rispondeva dopo sei giorni il diplomatico Domenico Fornara, spiegando in qualche modo cosa può fare la diplomazia internazionale e cosa non può.

Adesso è sotto gli occhi di tutti quello che accade: centinaia e centinaia di morti, e morte, in Mediterraneo, il “Nostro mare”. Noi ci chiediamo ogni giorno che passa: cosa stiamo ancora aspettando? Cosa aspettiamo per superare le ragioni dell’ufficialità diplomatica e ascoltare quelle di una ragione più alta, e in ogni caso, da ogni punto di vista, migliore?
È stata riferita in questi giorni la notizia, ancora non ufficialmente confermata, che i cosiddetti scafisti ammazzano chi non può pagare e vendono i suoi organi al mercato nero relativo.
Che cosa aspettiamo ad organizzare un trasporto legale, sicuro e gratuito per chi si affolla sulle coste nordafricane, con le nostre navi, visto che l’Europa sembra sempre più in altre faccende affaccendata; le nostre navi che, comunque e sacrosantamente, sono tutto il giorno in mare a recuperare corpi vivi e corpi morti, tutti i giorni e tutte le notti a rispondere alla disperazione e alla sofferenza. Noi crediamo che spenderemmo anche di meno ad istituire un simile servizio legale ed efficiente, metteremmo fuori gioco i sempre più ignobili scafisti (invece di arrestarli in Italia e poi subito rilasciarli che vadano a continuare il loro sporco lavoro), daremmo la possibilità a esseri umani, che fuggono dalla guerra e dagli orrori, di arrivare da noi con la certezza di non lasciare la pelle in mare. Cosa stiamo aspettando? Quanti morti e quante morte, uomini, donne e bambini dobbiamo ancora sacrificare sull’altare della ragione diplomatica?

Da una lingua caraibica: due poesie di Raffaele BB Lazzara

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di Raffaele BB Lazzara

( Nelle scorse settimane è mancato improvvisamente nella sua casa di Cormons Raffaele BB Lazzara, poeta in friulano ma anche in italiano alla ricerca di una lingua caraibica secondo le sue parole, membro del collettivo poetico dei Trastolons, militante anarchico. Ricordo qui il suo lavoro poetico con due sue poesie, g.m.)

 

Mattutino ( Collio friulano al mattino)

 Come l’uccello del mattino

che canta nella nebbia l’oro in bocca

così canta il bambino che suona i suoi tamburi

trabocca di sangue e vino la sua bocca margherita

e il suono risveglia le colline, alza le nubi, sa di vita

cenciando duri si rallegrano i questuanti neri

fra la meraviglia del destino e la chiglia della nave di rubino

che riporta alla tua porta l’escluso e poi l’imbocca

di parole ragnatele in una lingua che elemosina il ripudio

ed il cammino senza scorta d’ogni cuore buono

senza patria senza porta senza graffi di parole a un cuore stanco

ed è a matita che spunto questo sudore clandestino

‘ché dai colli discendono le fate

per fare dei prati lente rugiade di gemme e di zaffiro

nell’aria azzurra che respiro

e questo andare

in faccia al tondo mondo di bambole e bastardi

che “succhiami le croste fra i capelli radi”

che “svelami le tue caviglie” sempre tardi

e il ballo incombe sulle luminarie

fra i posacenere, Bacco, tabacco e Venere

piccola ala di piccolo uccelletto

apri la tenda, scoperchiami il tetto

e fra i diamanti nell’erba marcia e calda

acida e rara

spacca la tazza e ammazza la talpa.

 

Cormons 2011

 

Soredut ( Pachamama te veo tan triste)

 

Soredut

jo ‘o cròt

ch’a sedin sclets

i fruts ch’a nasin cole y crac

le bisebove

il farc

i vecjus mats e ju scauets

sclaudâts, scuincjâts,scuardâts

 

 

e cheste int scalembre

cjale le lûs dal ceil

tanche una bausie no

e podares fâ mai

 

tequile y tocai

pal tananai dal maj

pai stuarts e i sants

pai canai

in zouc

in dance dilunc dal fosai

 

sclets i fradis dal Cercli

dal blancunin, dal gneur

dal crot sclitsât

par l’asfalt cu l polear crevât

e le bighe sgonfle

lu zarviel pintât di zâl

tanche il flour dal violâr.

 

Camino al Tagliamento 2001

 

Soprattutto ( traduzione italiana dell’autore)

 

Soprattutto

credo

che siano veri

i bambini che si fanno di colla o di crack

Il tornado

la talpa

i vecchi matti

gli schiodati gli sconditi gli scordati

 

e questa gente storta

guarda la luce del giorno

come una bugia

non potrà mai

 

tequila e tocaj

per i casini del maggio

per gli storti e i santi

per i bimbi

in gioco in danza

lungo i fossi

 

soprattutto credo che

siano veri i fratelli del cerchio

del bianconiglio della lepre

della rana spiaccicata

lungo l’asfalto con il pollice tagliato

e il membro duro

il cervello pitturato di giallo

come il fiore del violâr

 

Nota:  violar è la violacciocca

Omaggio a Horcynus Orca

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di Davide Orecchio

horcynus

C’era un uomo coi capelli rossi, che non aveva né occhi né orecchie. Non aveva neppure i capelli, quindi dicevano che aveva i capelli rossi tanto per dire. Non poteva parlare, perché non aveva la bocca. Non aveva neanche il naso. Non aveva né braccia né gambe. Non aveva neanche la pancia, non aveva la schiena, non aveva la spina dorsale, non aveva le interiora. Non cera nulla! Insomma, non sappiamo nemmeno di chi stiamo parlando. Meglio non parlare di lui mai più”. – Daniil Charms

 

Molti anni fa. Pochi anni fa. Conoscevo uno scrittore italiano.

Se non fosse stato italiano, lo scrittore che io conoscevo, potrei dire della sua altezza media, dei suoi capelli soffici e neri, della sua lieve miopia. E che portava gli occhiali di John Lennon: rotondi, dorati, sottili. E che indossava felpe di cotone e pantaloni larghi. E giacche di velluto. E che mangiava kebab. E che non era interessato alle cose attuali della vita, alla cronaca, ai fatti e ai misfatti. E che amava i libri. E che cercava la vita nei libri.

Molti anni fa. Pochi anni fa. Conoscevo quindi anche un lettore. E se fosse stato solo un lettore, colui che io conoscevo, potrei dire della sua grandezza. Aristocratica. Perché molti anni fa, pochi anni fa, oggi: ciascun lettore che è solo un lettore, che non vuol essere altro, ha una grandezza. Aristocratica. Una libertà. Una completezza. Ed è raro. Ed è pregiato.

Ma lui, che io conoscevo, non era solo un lettore, era anche uno scrittore, era solo uno scrittore italiano e dunque dovrò dire che non era né alto né basso né di altezza media. Che non aveva capelli. Che non aveva occhi né occhiali. Che era nudo. Che non vestiva alcun abito. Che non mangiava. Che non beveva. Che era invisibile. Che nessuno aspettava la sua scrittura: non per un giorno, non per un mese, non per vent’anni. Che a nessuno interessavano le sue correzioni, i suoi progressi, le prime stesure, le seconde stesure. Che nessun editore gli versava anticipi e attendeva consegne da lui.

Non per un giorno, non per un mese, non per vent’anni.

Molti anni fa, pochi anni fa, oggi, nel nostro tempo questo scrittore italiano non aveva le mani per digitare sui tasti e non arrivava all’altezza del tavolo e, privo di un corpo, non poteva sedere, accendere, guardare, correggere, moltiplicare le pagine, mettere al mondo capitoli, diventare nonno di paragrafi, zio delle digressioni, bisnonno di indici e ringraziamenti.

Non per un giorno, non per un mese, non per vent’anni.

Ma c’era la casa. Lo scrittore per sua fortuna aveva una casa. Piena di libri, questa era davvero la casa ideale per un lettore, e per lo scrittore. I libri erano migliaia ed erano creature che si offrivano come in un parco di giochi (sali sulla mia giostra), o come in un quartiere a luci rosse (scegli me, vieni a divertirti). La casa era la madre dei libri, o forse la ruffiana, e li conosceva tutti e nella casa lo scrittore non era invisibile. Nella casa lo scrittore aveva gli occhi, gli occhiali, l’altezza media, le mani per scrivere, le dita per accendere il computer, la forza di mettere al mondo capitoli, diventare nonno di paragrafi, zio delle digressioni, bisnonno di indici e ringraziamenti.

E aveva i libri.

Alcuni li portò lo scrittore. Altri già erano nella casa, i più misteriosi: perché erano vecchi, più vecchi dello scrittore, perché erano nati prima di lui e avevano polvere, odore antico, un colore giallo di fossile, benda di mummia. Lo scrittore, che abitava la casa da sempre, si fidava di lei, la notte si addormentava sereno dentro di lei, non temeva spettri né fantasmi e nessuna imboscata nei corridoi fitti di scaffali e volumi. Ogni tanto prendeva un libro, lo leggeva e qualcosa di lui cambiava. Questa era la scrittura del mondo. E il mondo entrava nello scrittore.

Ma lui cercava una voce. Molti anni fa. Pochi anni fa. Prima ancora che io lo conoscessi. Lo scrittore era stato giovane. E aveva iniziato a cercare una voce. Questa voce, pensava lo scrittore, un giorno verrà fuori e sarà solo mia, inconfondibile, forse roca, forse acuta, ad alcuni piacerà, ad altri farà schifo, ma sarà pur sempre la mia voce e io non sarò più invisibile. Nel frattempo lui esercitava la voce. Perché aveva i libri per esercitarsi.

Lesse Carver e iniziò a scrivere frasi brevi per racconti concisi. Lesse Proust e per imitarlo si perse in un proprio journal intime di periodi incatenati. Erano solo stagioni della sua scrittura. Mentre cercava una voce. Esercitava lo stile. Non sapeva chi fosse. Rubava agli altri lo stile. Si infilava in un ventriloquio di stile. Erano solo stagioni. Molti anni fa. Pochi anni fa. Della sua scrittura. Lo scrittore ne usciva sempre. Lasciava Proust alle spalle. Lasciava Carver alle spalle. E andava avanti.

Finché da uno scaffale, una notte, tirò giù un libro.

E tutto, all’improvviso, cambiò1.

La copertina del libro era una cornice di blu. Il libro era enorme. Il libro contava più di mille pagine. Eppure lui non si scoraggiò, decise di leggerlo, aprì la prima pagina e il sole tramontò quattro volte sulla sua lettura e alla fine del quarto giorno e della quarta notte lo scrittore italiano che io conoscevo, molti anni fa, pochi anni fa, era diventato un marinaio, anzi un nocchiero, e viaggiava nel paese delle Femmine, e solcava i mari dello scill’e cariddi e il sole lo aveva raggiunto

 

«COL SUO FREDDO RIFLESSO DI MORTE. DALLE ISOLE, E OLTRE, DA GIBILTERRA, LA SUA LUCE RASENTE AL MARE APPRODAVA UN’ULTIMA VOLTA A QUELLA RIVA, SENZA PIÙ PESO NÉ FULGORE, E PIGLIAVA A SALIRE, OSCURANDO PER LA SPIAGGIA E LA PLAIA: DIETRO, FRA IMPROVVISE SERPENTINE, BIANCHE E ROSSE, DI FIAMMA, SI FACEVA VIAVIA L’OMBRA, COME SE GLI ULTIMI RAGGI SI CONSUMASSERO DA SOLI IN UN GUIZZO, RIDUCENDOSI IN CENERE E CARBONELLA, CONFUSI AI GRANELLI DI SABBIA».

 

E lui leggeva, viveva, s’inoltrava nel viaggio, arrivò persino a «nuotare un bel pezzo fra tenebre e trasparenze azzurrastre, andando e venendo in giro fra gli scogli sabbiosi (…) in un silenzio senza schiume». Nuotava «il nuotare del pesce che nuota nel verso del pelo marino». Però lo scrittore, che adesso era un lettore, e che abitava una lingua potente, «gira gira, non si ritrovava, qualcosa gli sfuggiva sempre e questo qualcosa gli pareva di averlo sempre alle spalle e gli pareva per questo di inseguire se stesso».

Insomma era pieno di dubbi, ma senza il tempo di coltivarli perché già gli appariva l’orcaferone che intitolava il libro di polvere dalla cornice di blu, e questo «animalone» affiorò proprio tra lo scill’e cariddi che lui andava leggendo, e aveva una «piagona sdilabbrata» il cui fetore raddoppiava nel sole e lui, lo scrittore che io conoscevo, molti anni fa, pochi anni fa, fece il gesto di turarsi il naso mentre la bestia enorme, terribile «andava sfilando» «da mare a mare e nella gran solitudine dello scill’e cariddi, attorno alla sua mole gigantesca, attorno alla sua sagoma tenebrosa e rabbrividente» e «sembrava spirare un alone di spaventevole fatalità, come di essere fantastico e irraggiungibile» e lo scrittore – ormai un lettore – pensò – nella lingua che lo possedeva tutto, con le parole esatte del libro che diventavano anche sue proprie, anzi era lui che apparteneva a quelle parole – di assistere a «un essere dell’altromondo, per il quale vita e morte facevano una cosa sola, e lui aveva, contempo, tutte e due le cose insieme e nessuna delle due», e ascoltò poi «il fischio o sibilo, sgraziatissimo» dell’orcaferone che nel suo «massimo nuoto» gli passava accanto (a lui, allo scrittore che io conoscevo) e sfiatava, spruzzava, pigliava l’acqua «sfacciatamente». E si spaventò di quello che lesse e di quello che vide.

Al quinto giorno interruppe il libro. Si alzò dal letto. Accese il computer. Provò a scrivere ma non trovò più la sua voce. Trovò invece un pupazzo parlante. Il pupazzo parlava la lingua di Horcynus. Il pupazzo era lui. Legava i vocaboli in nuove parole. Lessicava in dialetto. Non faceva che nominare fere e femminote, e pellisquadre e femminotari, naviscuola porpose e uomini insoldatati e vermiditerra. E vedeva solo lo Stretto, e le isole, e l’isola grande, e i delfini feroci, e il più grande dei pesci, e non aveva più nomi se non quelli nominati da Horcynus, e non aveva più verbi se non quelli coniugati da Horcynus. E di nuovo si spaventò. Anche ai pupazzi capita di spaventarsi. Avrebbe potuto fare l’inchino come un gatto di legno. E, come un orsetto di pezza, avrebbe potuto, fino all’esaurirsi delle sue batterie, cantilenare il verdone che, «si sa, è lui il vero pellesquadra, lui è lo sguardo di nome e di fatto, lui è l’origine, pelle per squadrare, rasposa come la cartavetrata».

Allora spense il computer. Pupazzo horcynusorcizzato. Scrittore di una scrittura d’altri. Immaginatore di fantasie in prestito. Creatore di creature già create. Pensò: faccio ancora in tempo a salvarmi? E già correva al libro dalla cornice blu. E lo prendeva. E apriva un ripostiglio di cappotti e coperte. E ci seppelliva il libro di Horcynus. E chiudeva il ripostiglio. E chiudeva la stanza dov’era il ripostiglio. E andava lontano, nella casa, nel punto più distante dal ripostiglio. E pensava: forse mi sono salvato, adesso riprendo a parlare e vediamo se sono ancora un pupazzo.

Molti anni fa. Pochi anni. Lo scrittore che io conoscevo parlò e gli tornarono in bocca fere e femminote, e pellisquadre e femminotari, naviscuola porpose e uomini insoldatati e vermiditerra.

E gli tornò in bocca l’animalone.

Allora era finito. Era posseduto. Non aveva più la sua voce. Moriva la speranza di trovare una voce.

Moriva la speranza.

Ma da uno scaffale, a quel punto, cadde un libro. Questo volume s’intitolava Una storia di amore e di tenebra, ed era dell’israeliano Amos Oz. Il libro cadendo si aprì su una pagina. Lo scrittore che io conoscevo raccolse il libro e lesse la pagina, dove il padre di Oz (studioso di polvere, navigatore di tomi e biblioteche) raccontava questa storiella: “Se rubi la tua sapienza da un libro solo sei un ladro letterario. Un plagiatore. Ma se rubi a piene mani da cinque libri, non sei più un ladro bensì uno studioso, e se poi ti industri a saccheggiare da ben cinquanta libri, allora assurgi al grado di luminare”.

Adesso ho capito – esclamò lo scrittore rivolgendosi alla casa –, hai fatto cadere questo libro per mostrarmi la cura. Posso guarire da Horcynus solo con un altro libro e poi con un altro e un altro ancora. Centinaia di libri mi guariranno da Horcynus. Questo consiglia il padre di Amos Oz. Ma da dove iniziare? Io sto soffrendo. Cosa mi indichi?

E da un altro scaffale cadde un secondo libro. E lo scrittore che io conoscevo, molti anni fa, pochi anni fa, si precipitò a raccoglierlo e subito lesse e si ritrovò in una squadra che ‘era giunta ai piedi dell’ultimo pendio’ e vide che Johnny sospirava ‘al calvario che esso comportava: era così plasmato di fango lievitante che la superficie ne pulsava tutta. L’argilla bulicante aveva pochissimi, quasi ironici cespi di erba fradicia’. Attorno non c’era mare, non c’erano mostri marini, né fere né animaloni. C’era giusto Johnny con la sua squadra, Johnny che ‘prese ad inerpicarsi sui ginocchi, ancorandosi al fango con la mano libera; s’inerpicò e ricadde. Così gli uomini’, così lo scrittore che io conoscevo, molti anni fa, pochi anni fa, ‘l’angoscia strappando loro bestemmie ed insulti. In una scivolata si perdeva in un lampo quel che era costato minuti di penosa ascesa. Il ricadente precipitava su quello che saliva speranzoso, ed entrambi crollavano al fondo in un abbraccio di disperazione ed ingiurie’.

 

Al fianco dello scrittore che io conoscevo ‘JOHNNY GIACEVA A MEZZA COSTA, ANSANTE E PAZZAMENTE ASSETATO, IN QUELL’ORGIA D’ACQUA; ATTRAVERSO LE MANICHE IL FANGO GLI SI ERA INSINUATO FINO ALLE ASCELLE. SI VOLTÒ A GUARDARE DALLA PARTE DEL NEMICO; FRA UNA FASCIA DI VAPORI VIDE L’AVANGUARDIA FASCISTA A MEZZO CHILOMETRO (…) ALLORA SBATTÉ PIÙ SU LA MITRAGLIATRICE, COME UN TRAGUARDO EMBEDDED NEL FANGO, LA RAGGIUNSE SALENDO SUL VENTRE, LA RISBATTÉ PIÙ SU ED ANCORA LA RAGGIUNSE, FINCHÉ EMERSE, UNA STATUA DI FANGO, SUL CIGLIONE’.

 

Molti anni fa. Pochi anni fa. Conoscevo uno scrittore. Che si rivolse al partigiano Johnny e gli disse: io qui, su questa altura, sono felice al tuo fianco. Adoro la tua lingua di foresti, valli e macchioni. Adoro la tua browning. Il tuo fango. I tuoi altipiani. Partigiano Johnny. Qui ci sono solo fascisti. Uccidiamo fascisti. Questa è vita. Questa è lettura. Forse sono guarito. Guarda laggiù verso il campo nemico: se tutti dormono, possiamo attaccare, e possiamo vincere. Raggiungeremo il campo passando per il lago che l’affianca. Non hai visto quel lago? Non c’è nelle tue pagine? Vieni con me. Il lago esiste. Immergiamoci. Nessuno ci vede. Il nemico dorme. Saranno poche bracciate. L’acqua non è fredda. L’acqua è calma. L’acqua ci è amica.

Ma molti anni fa, pochi anni fa, lo scrittore che io conoscevo si sbagliava su tutto. Si sbagliava sull’acqua. Si sbagliava su Horcynus. Perché nell’acqua di quel lago, mentre il partigiano Johnny spariva, mentre lo scrittore avanzava in un nuoto sottomarino, all’improvviso, ancora una volta, riassommò l’orcaferone, persino nell’acqua dolce, «aggallando come d’abitudine, veniva ormai da dire, simile a un isolotto lavico in ebollizione, che raffreddandosi si mostrava ribellato, qua e là, da macchie di filamenti bianchi, striato d’argentature, di tenebrosi luccichii».

E mentre lo scrittore che io conoscevo lo seguiva in silenzio, attentissimo, «e lui si metteva a sfiatare l’acqua imbarcata, impalmandosi la testa con lo zampillo», molti anni fa, pochi anni fa, lo scrittore, «come non si potesse trattenere», come se gli venisse proprio dal cuore, gridò all’animalone: «anima pia, animona generosa e pia», sono ancora il tuo pupazzo, sono ancora prigioniero di Horcynus.

Molti anni fa. Pochi anni fa. Conoscevo uno scrittore. Che cercava una voce. Che perse la voce. Che si spaventò. Che lasciò il libro di Johnny. Che cadde sul pavimento della propria casa e le disse: non ha funzionato, sono perduto, tutto è perduto. Ma da un nuovo scaffale cadde un terzo libro, e poi ne cadde un quarto. E lo scrittore che io conoscevo, molti anni fa, pochi anni fa, si precipitò a raccoglierli e subito lesse e si ritrovò su un sentiero di nidi di ragno assieme a un bambino di nome Pin, e tutti e due, bambino e scrittore, camminavano << nel gracidare delle rane >> che << nasce da tutta l’ampia gola del cielo >>, e << il mare è una grande spada luccicante nel fondo della notte >>. Camminano assieme << per i campi coltivati a garofani e a calendule >>. Cercano di tenersi alti << sul declivio delle colline, per passare sopra alla zona dei Comandi >>.

Poi scenderanno al fossato. Questi sono i loro luoghi.

 

<< FRA GRANDI SASSI BIANCHI E IL FRUSCIARE CARTACEO DELLE CANNE. IN FONDO ALLE POZZE DORMONO LE ANGUILLE, LUNGHE QUANTO UN BRACCIO UMANO, CHE A TOGLIERE L’ACQUA SI POSSONO ACCHIAPPARE CON LE MANI. (…) ECCO IL BEUDO, ECCO LA SCORCIATOIA CON I NIDI >>.

 

Riconoscono le pietre. Dissotterrano una pistola. Poi, il bambino Pin e lo scrittore che io conoscevo, si addormentano. E al risveglio vedono << i ritagli di cielo tra i rami del bosco, chiari che quasi fa male guardarli. È giorno, un giorno sereno e libero con canti d’uccelli >>.
Sereno. Così si sentiva lo scrittore leggendo. Immerso in una scrittura rasserenante. Perspicua. Ragionevole. Non mostruosa. Rispettosa di lui. Una scrittura che non l’avrebbe mai potuto trasformare in pupazzo. Molti anni fa, pochi anni fa, lo scrittore che io conoscevo pensò che forse stava guarendo da Horcynus e prese l’altro libro e tutto andò sempre meglio intanto che lui viaggiava tra le città invisibili. Per un breve periodo visse a Sofronia, una città sottile che

 

<< SI COMPONE DI DUE MEZZE CITTÀ. IN UNA C’È IL GRANDE OTTOVOLANTE DALLE RIPIDE GOBBE, LA GIOSTRA CON LA RAGGIERA DI CATENE, LA RUOTA DELLE GABBIE GIREVOLI, IL POZZO DELLA MORTE COI MOTOCICLISTI A TESTA IN GIÙ, LA CUPOLA DEL CIRCO COL GRAPPOLO DEI TRAPEZI CHE PENDE IN MEZZO. L’ALTRA MEZZA CITTÀ È DI PIETRA E MARMO E CEMENTO, CON LA BANCA, GLI OPIFICI, I PALAZZI, IL MATTATOIO, LA SCUOLA E TUTTO IL RESTO. UNA DELLE MEZZE CITTÀ È FISSA, L’ALTRA È PROVVISORIA E QUANDO IL TEMPO DELLA SUA SOSTA È FINITO LA SCHIODANO, LA SMONTANO E LA PORTANO VIA, PER TRAPIANTARLA NEI TERRENI VAGHI D’UN’ALTRA MEZZA CITTÀ >>.

 

Proprio in questo intervallo lo scrittore che io conoscevo si stancò di Sofronia e decise di partire per Despina, << città di confine tra due deserti >>, città che si raggiunge in due modi: << per nave o per cammello >>, << e si presenta differente a chi viene da terra e a chi dal mare >>. Lo scrittore che io conoscevo, molti anni fa, pochi anni fa, decise di raggiungerla dal mare e, << nella foschia della costa >>, dal ponte del veliero, già gli sembrava di scorgere la gobba di un cammello, ossia la città di Despina.

Ma si sbagliava. Si sbagliava sull’acqua. Si sbagliava su Horcynus.

Al suo fianco, molti anni fa, pochi anni fa, c’era un marinaio. Viaggiava con lui. Lo scrittore però non s’era accorto di lui. Solo adesso lo vedeva. Studiò il suo profilo, il naso d’aquila, i capelli di corvo, e poi gli chiese: tu sei Calvino? E quello rispose: sono io, mentre tu sei un illuso.

Perché?, domandò lo scrittore che io conoscevo.

Perché non posso aiutarti, rispose Calvino, e tu non puoi fuggire da Horcynus.

Che vuoi dire? Io sono sereno nella tua scrittura. Raggiungeremo Despina. E poi un’altra città. Già si vede la costa.

Non è la costa che vedi, lo corresse Calvino. Quella gobba laggiù, che affiora dal mare, non è la città. Guarda bene. Cos’è che vedi? Non vedi?

Molti anni fa, pochi anni fa, lo scrittore che io conoscevo guardò meglio la gobba che affiorava dal mare. E iniziò a piangere. Senza rimedio. Perché vide che non era la gobba di un cammello, né quella di una città. Invece era il dorso di un animale che «brancolava ancora cieco e sonnoso, oscuro e inavvertito come tutti i cataclismi nelle loro sotterranee origini, quando non se ne ha ancora segno e sono già sotto i nostri piedi. La sua immensa mole» apparve «affusolata» allo scrittore che io conoscevo mentre «saliva preceduta dall’alta pinna dorsale ad ascia, come un sommergibile dal suo periscopio, e salendo, dalle bocchette dello sfiatatoio sprigionava un sibilo come di fuoco che va per acqua, di lava di vulcano che erutta dagli abissi e raffreddandosi, forma un isolotto in superficie. E qui, alla superficie, dall’apertura occhiuta dietro la grande testa incorporata, rigettava acqua soffiando come una tromba marina».

Era di nuovo il pupazzo, lo scrittore che io conoscevo. E la nave affondava. E Calvino annegava.

E l’animalone nuotava «sempre dov’era rema morta, come se lo attirassero acque d’abisso, fredde e ferme, in cui appiccionarsi senza temere sconzo. Era l’Orca, quella che dà morte, mentre lei passa per immortale: lei, la Morte marina, sarebbe a dire la Morte, in una parola».

Dava morte anche a lui, allo scrittore che molti anni fa, pochi anni fa, cercò una voce, e poi cercò scampo, e non lo trovò, e pianse, e nuotò nel suo pianto, e poi si stancò, e annegò nel suo vasto mare di pianto.

Ma, di nuovo nella casa, trovò l’ossigeno che serve per sopravvivere. Adesso sveglio. Rincasato. Risorto. Sconfitto. Horcynusorcizzato. Rimproverò la casa: non mi hai aiutato. Si alzò da terra. Raccolse i libri. Li chiuse. Li ripose negli scaffali. Molti anni fa, pochi anni fa, lo scrittore che io conoscevo liberò il libro di Horcynus dal ripostiglio, poi disse alla casa: è evidente, il padre di Amos Oz il libro di Horcynus non lo conosceva. Il suo consiglio dunque non vale. Cento libri non nascondono il libro dell’orca. Io invece, che lo conosco, mi sottometto al libro dell’orca. Non fuggo più.

Che sia fatta la sua volontà.

 

***

 

Le citazioni
Tra « … »: Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca.
Tra “ … ”: Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra.
Tra ‘ … ’: Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny.
Tra << … >>: Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, Le città invisibili.

Nota
1 «Nei racconti si trova spesso questo “all’improvviso”. Gli autori hanno ragione: la vita è così piena di cose inaspettate». Anton Čechov, La morte dell’impiegato.

Questo testo è un intervento tenuto al convegno «Horcynus Orca. Il quarantennale», 9-10 ottobre 2015, Arcinazzo romano -Trevi nel Lazio. Successivamente è stato pubblicato su «Lo Straniero», Aprile 2016 – N. 190.

i poeti appartati: Christian Tito

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Copia di copertina tito

Ai nuovi nati

di

Christian Tito

Incisione

Alejandro Fernandez Centeno

ed. FIORI DI TORCHIO

Amici del Libro d’Artista Seregn de la Memoria Circolo Culturale

prefazione di

Corrado Bagnoli

 

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