Home Blog Pagina 2

L’ultimo pensiero prima dei sogni

0

Tre domande ad Andrea Accardi su Ogni cosa fuori posto

di Noemi De Lisi

“La scena è questa”

Ogni cosa fuori posto (Edizioni Industria & Letteratura, 2024) è l’esordio narrativo di Andrea Accardi, già poeta e prosatore. La storia è ambientata in una indefinita cittadina del Nord. Un luogo avvolto nella nebbia in cui vi sono pochi punti di riferimento chiari per non smarrirsi: un lago, un castello, una scuola. Un perfetto scenario alla “Twin Peaks” in cui la stasi e la noia vengono presto smosse da una serie di eventi molto strani, apparentemente scollegati fra di loro. Il ritmo della prosa è ipnotico e poetico (ma incredibilmente iperrealistico), una nenia funebre che attraversa le pagine, e accompagna i personaggi mentre si muovono dentro una doppia planimetria, quella visibile e quella ribaltata dell’invisibile.
Infatti, il romanzo di Accardi procede per ritorni, per immagini che si depositano e riemergono; e non è detto che tutto ciò che affiori sia in carne e ossa. Ad esempio, nel film Lo zio Boonmee che ricorda le sue vite passate (Apichatpong Weerasethakul, 2010), i morti e i vivi condividono lo stesso spazio, siedono alla stessa tavola: chi è morto si è soltanto “smarrito” e dopo aver vagato a lungo, finalmente torna a casa, ma come fosse un estraneo.
Nel romanzo, l’acqua ritorna in forme diverse: il lago della cittadina, la vasca dei ranocchi, l’acqua stagnante nel “ventre della balena” (p. 33) dell’ascensore, l’uomo terrorizzato da un bicchiere d’acqua…. Diversi specchi d’acqua, quindi, (attenzione alla parola specchi), che riflettono la superficie e contemporaneamente nascondono il fondo (più è torbida l’acqua e migliore sarà la difesa). In entrambi i casi, comunque, sembra proprio che “l’acqua non è quello che sembra”. Non a caso, è proprio la vasca dei ranocchi che Claudio “dimentica” di segnare sulla sua personale mappa, a diventare il luogo gravitazionale in cui l’orrore affiora (“come un fiore giapponese” p. 109). Come se l’acqua fosse il punto cieco della planimetria razionale, la parte che non può essere ridotta a delle semplici coordinate. Mi viene in mente il film A Pool Without Water (Koji Wakamatsu, 1982) dove le piscine si trasformano in luoghi ambigui e desideranti, dove la perversione dell’uomo può risultare perfino romantica (gli specchi d’acqua sono come gli specchi del luna park).

1) Per prima cosa, quindi, ti vorrei chiedere se l’elemento acquatico in Ogni cosa fuori posto è una metafora dell’inconscio, oppure è qualcosa di più concreto e fisico, una materia che corrode e altera la realtà? E soprattutto: perché l’acqua, nel tuo romanzo, sembra sempre sul punto di restituire ciò che si voleva tenere sommerso?

Direi che il significato metaforico, che senz’altro c’è, subentra però in un secondo momento. Invece ormai so che la mia scrittura ha bisogno di emanare dai luoghi, e anche in questo romanzo l’azione ha preso la forma dello spazio, e in particolare quello di due cittadine reali, poco distanti fra loro, che ho qui cucito insieme fino a farne una: Lonato del Garda e Desenzano del Garda. Per un intero anno scolastico (2015/16) ho insegnato nella prima, dove ho anche inizialmente abitato e da cui il lago si avvista dall’alto, per poi trasferirmi a Desenzano, che invece si trova proprio sulla sponda meridionale del Garda. Per me che vengo da un’isola, già quello mi sembrava avere a che fare con un equivoco letterario: un lago così grande da sembrare il mare, ma che mare non è; le anatre al posto dei gabbiani; gli altri piccoli comuni da raggiungere in battello come fossero isolotti, mentre dietro comincia l’autostrada (tutte cose fuori posto, appunto, che avevo già provato a indicare in una vecchia poesia intitolata Gardaland…). Soprattutto, se penso a quei mesi ricordo quanto è stato importante per la scrittura di questo libro il ricordo trepido e tetro, la traccia emotiva di quei luoghi dove ho camminato a lungo, sentendomi spesso estraneo e solo, simile in effetti ai personaggi che racconto. Quello stato puerile e avventuroso, pieno di oscurità ma anche di rivelazioni improvvise, è rimasto a lungo in me come una radiazione di fondo. Ce lo avevo ben presente mentre scrivevo e torna a esserlo ogni volta che mi rileggo, come un senso di esposizione e di mistero che nasceva anche dalla novità dei luoghi, conosciuti peraltro nella sospensione dei mesi più freddi (un intero capitolo, intitolato proprio “Il lago”, è tutto centrato su quell’atmosfera fuori stagione, che diventa più in assoluto rappresentativa di un rapporto sfalsato con il tempo). Poi è chiaro che l’elemento acquatico, come tu dici, adempie non solo una funzione strutturale (la scena di idrofobia iniziale in qualche misura anticipa la violenza finale), ma anche simbolica: “il lago fa un brusio continuo e nascosto come di un problema che prima o dopo andrà risolto in qualche modo”, e invece del tutto non si risolve e il lago sembra restare lì a ricordarlo.

2) Per quanto riguarda il “portare a galla”, com’è nato Ogni cosa fuori posto? In che momento hai capito che non stavi più scrivendo una nuova raccolta di poesie, ad esempio, o di prose poetiche, ma un organismo narrativo con una propria planimetria, visibile e invisibile?

Tra la fine del 2020 e l’inizio del 2022 avevo portato a termine quello che credevo già essere un breve romanzo, ma che in realtà si presentava come una successione di quadri poco collegati fra di loro, fatta eccezione per il personaggio di un estraneo che faceva capolino di quando in quando, portandosi dietro uno strascico di… esplosioni (volevo insomma che coincidesse con improvvisi e indicibili traumi del reale) (Intorno all’Estraneo era il titolo iniziale, e un personaggio similare, ma senza esplosioni e con ben altro peso narrativo, si è poi riproposto dentro il romanzo, ma incarnando in entrambi i casi un più generale sentimento di estraneità che coinvolge tutti). Nel primo scomparto l’estraneo se ne andava in giro in lungo e in largo per la nostra città, in pagine dunque autoescludentisi dall’ambientazione nordica e lacustre di Ogni cosa fuori posto (ma quel capitolo, ampliato, troverà presto spazio, come tu sai bene, in un volume collettivo di scritture su Palermo). Molte parti del libro a venire erano invece già incluse nei capitoli successivi, ad esempio per intero l’episodio iniziale del medico, con il cane idrofobo nascosto nella nebbia e la ricerca di notte dell’ambulatorio, con quel pathos del perdersi che mi sembra un’altra costante in tutto quello scrivo. La vicenda dello studente universitario che finisce dentro una casa piena di ratti in una città straniera (dove l’estraneità si reifica a maggior ragione nello stare all’estero, circondati da un’altra lingua), che nel romanzo sono gli unici due capitoli in cui va in deroga l’unità di luogo, è uno spunto narrativo che negli anni ho ripreso e plasmato più volte, già all’interno delle Cartoline persiane, una rubrichetta tra il serio e il faceto che mi ero concesso sul litblog Poetarum silva tra il 2013 e il 2015, e perfino tra le prose poetiche di Nosferatu non esiste (Arcipelago Itaca 2021), e infine appunto dentro quel blocco eterogeneo da cui ho recuperato tanto materiale. C’era già anche il capitolo sul condominio, con il suicidio della ragazza e il verso della tortora alla fine, ma costruito secondo una polifonia da un interno all’altro che arrivava alle soglie dell’illeggibilità. Pochi mesi dopo sono partito da quell’episodio (la ragazza suicida), che non era centrale nella prima stesura, rivoltando quello che avevo già scritto e fornendogli un vuoto su cui convergere (oltreché fissando uno spazio ridotto e ben definito, dove fare accadere la tempesta in un bicchiere), per ottenere una storia che davvero funzionasse. Aggiungo che è stato per me decisivo, a mo’ di interruttore inconscio, il cinema di David Lynch, e aver visto per la prima volta Strade perdute.

3) Le figure femminili di Ogni cosa fuori posto sono davvero poche, e quasi tutte legate a un’assenza inevitabile (proprio come in un’altra tua opera cfr., Frattura composta di un luogo – Frattura composta di un nome). Il femminile, quindi, sembra funzionare esclusivamente come una sorta di soglia tra l’Heimat e il Fremde; o come una proiezione delle emozioni maschili: desiderio, angoscia per l’abbandono, nostalgia. L’unico modo di veicolare le emozioni dei personaggi maschili è attraverso il femminile e il paesaggio? Parlami delle scelte consce e inconsce che hai operato riguardo i personaggi femminili e se ti cimenteresti mai in futuro in un romanzo con unA protagonistA.

Il dittico delle Fratture (Ladolfi editore 2019 e 2020, poi riunite nel 2022) rappresenta in effetti l’anticipazione in frammenti di quello che sarebbe diventato l’altro libro, e in quel caso era stata la serie “Twin Peaks” ad agitare un immaginario che mi portavo già dentro, risalente al mio soggiorno da studente Erasmus in una cittadina belga (anche lì un luogo piccolo dove ci si perde comunque, e ancora un trauma legato al femminile, stavolta una sparizione). Va da sé che il vortice emotivo di Laura Palmer e del suo tema musicale me li sono trascinati anche in Ogni cosa fuori posto, tanto più che ho visto per la prima volta “Twin Peaks” proprio nei mesi in cui abitavo a Desenzano, in una casa piena di specchi (e in quel periodo traducevo insieme a un’amica e poi commentavo i monologhi della Signora Ceppo, per un’altra rubrica nata su Poetarum per l’occasione, Ciò che disse il legno). Direi che è un romanzo scritto dal punto di vista maschile, ma che i veri protagonisti sono i personaggi femminili, nel senso che mettono loro in moto gli affetti tra i quali ondeggiano violentemente i vari Davide, Claudio, ma anche Lorenzo, il fratellino di Roberta, o Marco, il ragazzo all’estero. L’escursione sentimentale del libro passa così continuamente dallo struggimento per qualcosa di irrimediabilmente perduto (l’abisso su cui si affacciano Lorenzo e Marco, che hanno perso entrambi una sorella) all’angoscia per cose che non si conoscono e non si capiscono (le domande tremanti che Davide rivolge a Marta all’inizio della storia), e io stesso percepisco come questa complessità si agganci a qualcosa per me di doloroso e irrinunciabile. In futuro mi piacerebbe in effetti tirar fuori il femminile dalla custodia di mistero dove l’ho finora narrativamente relegato. Pensavo alle vicende di una coppia, sullo sfondo però di grandi fatti storici traumatici degli anni zero, capaci di modificare anche le passioni private (pensavo insomma di aprire il piccolo dei luoghi al grande e al grandissimo della Storia, ma pur sempre dai luoghi avrò bisogno di partire).

 

She is the Weaker

0

di Nawaal al-Saadawi

(traduzione di Simona Kaldas)

Solo il dito medio della mano destra. Nessun altro dito. Il mignolo era più lungo del dovuto, il pollice più tozzo. L’unghia del dito indice era morta; non era più cresciuta dopo essere stata schiacciata da una zappa. E l’unghia era importante, forse più importante del dito stesso, perché sarebbe stata l’unghia ad aprire la via. Aveva implorato sua madre di usare qualcos’altro, qualcosa di più duro, come la punta di una canna di bambù. Ma sua madre l’aveva punzecchiato sulla spalla con le sue dita forti e lui era rotolato al suolo, incapace di sputare ma solo di leccare il terreno con la lingua mentre guardava gli ampi piedi della madre che avanzavano fermamente, il suo imponente corpo muscoloso che scuoteva il suolo, le sue lunghe dita indurite intorno alla zappa che la sollevavano come se fosse una pannocchia secca, riportandola giù a terra per aprirla in due come un cocomero. Forte come un toro. Sulla testa portava carichi più pesanti di un asino. Lavorava vasche di impasto, spazzava, cucinava, zappava, aveva portato figli in grembo e li aveva partoriti, eppure non si era mai stancata o stufata. Tuttavia, nonostante fosse sua madre, colei che l’aveva generato dalla sua carne e dal cui sangue lui aveva bevuto, si era tenuta la forza per sé. Da lei non aveva preso niente se non bruttezza e debolezza. Il violento bisogno di aggrapparsi a sua madre, di mettere la sua testa sul suo seno e di inalare il suo odore non era amore. Voleva fondersi con lei una volta ancora, così che lei potesse partorirlo di nuovo con muscoli più forti. Voleva inalare un po’ di forza dal suo respiro. Quando la baciava, non voleva davvero baciarla ma morderla e mangiare la sua carne muscolosa un pezzo dopo l’altro. Ma non poteva farlo. Tutto ciò che poteva fare era nascondere la testa sulle sue cosce e odiarla. A volte piangeva, a volte scappava. Una volta era sgattaiolato via dal campo a fine giornata e, con l’orlo della galabiya tra i denti, aveva corso fino ad arrivare in un posto sconosciuto. L’oscurità l’aveva circondato su tutti i lati e, sentendo l’ululato di un lupo, aveva girato sui tacchi ed era corso di nuovo verso casa. Una volta aveva rubato una moneta da 5 piastre dalla borsa di sua madre e aveva preso il treno per arrivare in un paesino di cui non conosceva il nome. Aveva iniziato a girovagare per strada fin quando il suo stomaco aveva brontolato e le piante dei piedi avevano iniziato a bruciare. Così aveva comprato un biglietto ed era tornato al suo villaggio. Un’altra volta aveva rubato un pezzo da 10 piastre ed era andato segretamente dal barbiere-chirurgo. Gli si era parato davanti, ansimante.- Parla, ragazzino. Che vuoi? Aveva provato a staccare la sua lingua asciutta dal palato, le mani nascoste nella sua galabiya. – Le mie dita… – Cos’hanno che non va? – Non tengono la zappa come quelle di mia madre. L’uomo l’aveva colpito sulla spalla – Vergognati, ragazzino. Vai a farti fare mezzo chilo di carne da tua madre e diventerai forte come un cavallo. Aveva pianto sulle ampie cosce di sua madre finché non gli aveva comprato un pezzo di carne che poi aveva divorato. Aveva bevuto e ruttato, una piacevole sensazione di calore che gli scorreva tra le dita. Le aveva contratte e allungate, piegate e allargate, felice del suo nuovo potere. Ma sentendosi le palpebre pesanti, aveva chiuso gli occhi ed era caduto in un sonno profondo. Quando si era svegliato, due giorni dopo, era corso fuori sentendo che i resti della carne erano scivolati via dal suo corpo, insieme al suo nuovo potere. Ci doveva essere una soluzione. Nella sua testa aveva un cervello funzionante. Era l’uomo più sveglio del villaggio. Leggeva loro il giornale, scriveva le loro lettere, risolveva i loro problemi, recitava il sermone del venerdì quando l’Imam non c’era. Ma il suo cervello e la sua intelligenza non l’avrebbero giustificato. Per loro, essere un vero uomo significava avere un corpo forte anche avendo la mente di un mulo. Il suo cervello funzionava ma i suoi muscoli erano deboli. Il tempo passava. Il fatidico giorno si avvicinava e nessuno dei suoi tentativi si rivelava di qualche utilità. Chiudeva a chiave la porta della sala sul retro e si allenava. Contraeva le dita, le piegava e le allargava e le scrocchiava. Si allenava ogni notte. A volte le sue dita si contraevano in un pugno, altre volte si contorcevano e si afflosciavano… Il giorno arrivò. Aveva guardato sua madre spolverare e pulire il salone prima dell’alba e impilare panchine di legno davanti la casa. Aveva finto di essere addormentato o morto, ma sua madre gli aveva punzecchiato la spalla con quelle sue dita e lui era scattato in piedi. Gruppi di persone avevano iniziato a riversarsi nel cortile della casa; uomini che portavano bastoni, che giocavano e ballavano, donne con tuniche di colori vivaci, che cantavano e ululavano, lanciandogli cose che gli pizzicavano la nuca. Era inchiodato al terreno da un paio di nuove babbucce di pelle gialle che gli irritavano i piedi. Intorno al suo collo una nuova kuffiya, che strattonava con dita doloranti e con la quale si sarebbe strangolato se solo i suoi muscoli non fossero stati molli come un impasto. Le sue gambe non si muovevano, venivano spinte da dietro, la sinistra, la destra, facendolo oscillare come se stesse danzando con dei ballerini e barcollando finché non si era ritrovato sull’uscio del salone. Sollevando la testa, aveva visto davanti a sé una cosa curiosa, una cosa coperta a metà da un grande scialle rosso, l’altra metà due gambe nude, al fianco di ogni gamba una donna che l’afferrava con braccia robuste dalle quali sporgevano vene spesse. Era rimasto in piedi sull’uscio, gli occhi accecati, la bocca che tentava di aprirsi per urlare. Ma niente veniva fuori dalle sue labbra se non un rivolo di saliva che scorreva, tiepida e fluida, dall’angolo della sua bocca, come la coda di un serpente inoffensivo… Aveva sentito dita forti come quelle di sua madre spingerlo verso il basso dalla spalla. Si era sentito quasi sollevato, con il sedere sul terreno pulito e umido. Era rimasto seduto, gli occhi chiusi, semicosciente. Ma un altro colpo sulla spalla l’aveva portato ad aprire gli occhi per ritrovarsi faccia a faccia con le gambe divaricate. Aveva distolto lo sguardo e con la coda dell’occhio aveva notato una folla di uomini e donne riuniti nel cortile dietro di lui. No, non avrebbe fornito loro uno scandalo. Non era stupido. Era l’uomo più sveglio del villaggio… leggeva loro il giornale e scriveva le loro lettere, recitava il sermone quando l’Imam non c’era. Doveva uscirne a testa alta, come tutti gli uomini del villaggio, anche lo sciocco ragazzo che balbettava e sbavava… Allungò le dita della mano destra e le portò in direzione delle gambe. Ma il suo braccio tremava, scuotendo violentemente il dito che si afflosciò come la coda di un cucciolo morto… Non si fermò. Ci riprovò e si sforzò. Il sudore scivolava copioso tra le rughe del suo viso e arrivava alla bocca; lo leccò con la lingua, gettando uno sguardo furtivo alle due donne che sedevano vicino a lui. Ognuna teneva stretta una gamba, il viso voltato verso il muro, troppo gentili per guardare una scena simile, o indifferenti a un qualcosa di visto e rivisto, o rifiutando di essere ispettrici della virilità di un uomo durante la cerimonia del suo matrimonio, o imbarazzate o apprensive, o qualcosa. L’importante era che non lo vedessero. Cautamente, portò gli occhi verso la porta per trovare una sezione della folla in piedi che guardava. Con la coda dell’occhio aveva notato il vecchio, il padre della sposa, in piedi sulla porta, gli occhi ansiosi e spaventati che guizzavano dalla porta alle facce delle persone. Si strofinò le dita con sicurezza. Nessuno sapeva la verità. Le due donne non avevano visto niente a parte il muro e il vero interessato era assorto nel pensiero del suo onore… Nessuno sapeva la verità… tranne lei. Lei? Chi? Non la conosceva, non l’aveva mai vista, non aveva mai visto il suo viso né i suoi occhi né un singolo capello della sua testa. La vedeva in quel momento per la prima volta e non vedeva una sposa, non vedeva una persona, vedeva solo un grande scialle rosso dal cui bordo spuntavano due gambe spalancate come quelle di una mucca paralizzata. Ma eccola lì di fronte a lui, che esponeva la sua impotenza. Stava lì come una trappola per la sua debolezza e il suo fallimento e la odiava tanto quanto odiava sua madre. Avrebbe voluto farla a pezzi con i suoi denti o gettarle addosso dell’acido per bruciarla. L’odio gli aveva conferito ingegno e orgoglio. Sputò a terra con scontento e strinse le labbra con disprezzo. Si predispose, si alzò lentamente dal suo posto e si girò verso la porta, la testa alta, il fazzoletto abbassato. Si avvicinò al vecchio con falcate lente e sicure, gli lanciò uno sguardo di superiorità, poi gli gettò il fazzoletto in faccia. Era pulito come prima, immacolato come prima. Non una goccia di sangue rosso l’aveva macchiato. Gli occhi del padre della sposa si abbassarono per l’onta. Le sue spalle si accartocciarono finché la sua testa non raggiunse il suo petto. Gli uomini lo circondarono da tutti i lati per confortarlo, poi si voltarono verso la porta del salone, in attesa… La sposa apparve sull’uscio, sotto lo scialle rosso il piccolo capo penzolante per l’avvilimento, con sguardi brucianti e accusatori lanciati da tutti i lati.

Splendore nel bosco

0

di Paolo Vernaglione Berardi

Ivan Fantini, chef sopraffino, vive insieme alla compagna Paola Bianchi in una casa nel bosco, facendo a meno del denaro. Ma, a differenza della rivendicazione naturista-reazionaria della famiglia catturata nel sovranismo strapaesano e ignorante, da tempo ha fatto esodo dalla farsa oscena del potere.

Il baratto e il recupero di legna e cibo, la danza di Paola, coreografa da sogno, sono “il lusso della povertà” di due individualità, come dice Ivan nella intensa intervista con Leonardo Mastromauro, in anonimo fra gli anonimi (Cronache Ribelli, collana “archeologia del presente”, pp. 48, 8 €.).

La libertà, per Ivan, non è vivere nell’isolamento programmato, permeabile ad ogni cattura del discorso della civiltà, ma è la forma di vita indisciplinata che segue gli orari del giorno e la sequenza delle stagioni e del lavoro degli ingredienti con cui “fa politica”. Il che significa che, da molto tempo, Ivan non mangia, non beve, non legge, non ascolta e non veste con ciò che desidera, ma con ciò che viene da altre persone.

Tutto comincia da una depressione. Anni fa, con l’idea di abbandonare tutto, l’anonimo comincia a disboscare un bosco con pendenza al 38% per farlo diventare un orto per la sopravvivenza alimentare.

Con tre casse di mele trovate sul ciglio di una strada comincia a fare marmellate con la pectina naturale generata da bucce e semi e con la macerazione notturna con zucchero di barbabietola.

Nel boscost’orto , che è anzitutto un luogo di ascolto, si arriva con qualcosa e si porta via qualcos’altro, dopo enormi discussioni di ore intorno al tavolo. A sette anni Ivan inizia a cucinare a casa ciambelle, tagliatelle, piade, lasagne e cannelloni; si iscrive all’alberghiero e viene assunto in un ristorante della riviera romagnola, mentre suona in un gruppo punk. Agli inizi degli anni novanta entra in un circolo ARCI, si licenzia dai due ristoranti in cui lavorava, prepara crepes e concerti nello spazio-locanda annesso e, tra teatro, danza, cene, digos, polizia e banche, scopre, nelle parole di un giornalista penetrato in quegli oscuri luoghi culinari, di essere il più abile cuoco del circondario. Seguono controlli e l’inevitabile chiusura del locale. Chiamato in diversi festival teatrali e nelle house gallery a Roma, apre una mostra di Kounellis e al Macro realizza installazioni fruibili con il cibo. Alla Biennale Teatro ne realizza una imponente per l’impagabile “Societas Raffaello Sanzio”, gruppo di sperimentazione teatrale anni ottanta di rara potenza creativa.

Nei primi anni duemila Ivan Fantini vive e lavora in un mulino ristrutturato del ‘300. Un successo, ma con le leggi sui controlli di qualità haaccp, arrivano le multe, i debiti e l’osteria chiude. Ivan si ammala e inizia a scrivere. Da allora, come sa chi scrive davvero, la vita si trasforma e tutte le parole che si mettono su carta devono essere efficaci. Per fortuna un amico, proprietario di una casa editrice in fallimento, lo pubblica in 300 copie e 100 le vende la sera stessa ai contadini.

Fantini è autore intelligente, rabbioso e colto, che ha realizzato una forma di scrittura che impiega residui biografici in saporose salse in cui esplode l’infanzia. Poichè si scrive per urgenza e non per blaterare di editoria e fare l’apoteosi di se stessi, Ivan smette e rifiuta di partecipare a festival ed eventi in cui si ciancia di recupero, che viene messo nelle mani di chef dai nomi altisonanti, con cene da 130 euro a persona. É una questione di come stare al mondo con il tuo nemico, dice.

Stare tra gli alberi, estirpare edere, formare giacigli, creare un luogo accogliente per nessuno, non fà “stare nel buio”. Si continua a seminare cose che non produrranno nulla, tranne che un convivio per animali selvatici. Si tratta di quel quotidiano lavoro improduttivo che ha molto a che fare con lo scrivere che, se è davvero tale, consiste in una pratica vitale, un pò come quello che Foucault chiamava ‘giornalismo filosofico’. Per questa ragione ci vuole coraggio a smettere di essere cittadino per essere ultimo, per essere nel mondo ma non “del” mondo. “Ma quando ci riesci scopri che hai vinto”.

 

 

 

Lo strano caso dell’attività che non era un lavoro

8

Di Andrea Inglese

Facciamo due ragionamenti. Uno su come si diventa anticapitalisti, il secondo sul perché uno scrittore (poeta per la precisione, ma non solo) considera la sua attività come qualcosa da difendere, preservare, anche al di fuori del mercato del lavoro e del salario.

 

Dove il capitalismo fa male e perché lo si odia

Partiamo dal primo punto. “Che cos’è il capitalismo? Una folla innumerevole di cose, di fatti, di avvenimenti, d’azioni, di idee, di rappresentazioni, di macchine, d’istituzioni, di significazioni, di risultati (…)” (Cornelius Castoriadis, L’institution imaginaire de la société, 1975). I risultati del capitalismo possono essere il riscaldamento climatico, le narrazioni che giustificano i tagli di spesa sociale, le annessioni di territori palestinesi in Cisgiordania. Il capitalismo è ovunque, ma non significa allora che non è da nessuna parte. C’è un contesto, una zona, un ambito dell’esistenza quotidiana, dove l’individuo lo incontra: il lavoro salariato. Nel lavoro salariato io cedo una parte significativa, preponderante, della mia giornata, a un datore di lavoro, in cambio di un salario che mi permette un’autonomia economica. La parte della mia giornata che cedo è dedicata a un’attività, di cui istituzioni pubbliche o aziende private si servono per i loro scopi, siano essi in accordo o meno con i miei scopi. Possiamo definire questo rapporto tra l’individuo singolo, il lavoratore, e il datore di lavoro, come un rapporto tra due entità più generiche: il lavoro e il capitale. All’interno di questo rapporto possiamo – la storia ce lo insegna – individuare condizioni specifiche: di sfruttamento, di alienazione, ecc. Tutto ciò ha ancora senso per noi, queste sono ancora termini che ci permettono di definire la nostra esperienza, e di identificare il punto dove il capitalismo duole. Dove esso ci fa soffrire.

Vorrei però tentare una ridefinizione di questi termini. Vorrei accostarmi il più possibile alla mia concreta esperienza di lavoratore salariato. A quell’esperienza, che manifesta una crescita del dolore, ed eventualmente della collera.

Prendiamo questo caso. Un lavoratore svolge il suo compito in modo apprezzabile. È sfruttato: ossia il valore immaginario che si attribuisce alla sua forza-lavoro è ragionevolmente basso, rispetto ai valori immaginari associati ad altri tipi di forza-lavoro. Questa scarsa valorizzazione, ovviamente, dipende dalle esigenze proprie al datore di lavoro di realizzare profitti e arricchirsi. Va bene. Il lavoratore è anche alienato: le finalità globali della sua attività lavorativa specifica gli sfuggono: dipendono dall’istituzione o dall’azienda per cui lavora. D’accordo. L’individuo storico che sono sa che deve accettare questa condizione negativa, dal momento che non è nato in una società socialista e democratica pienamente e coerentemente sviluppata. So che sono nato in una società capitalistica.

Jennifer, Michael, Mariangela, Gilles. Le Moulin, 15/7/2014.

 

Comunque sia svolgo il mio lavoro – nel caso specifico insegnante per enti pubblici o privati – e il mio lavoro è apprezzato, da colleghi, superiori, studenti. “Apprezzato” significa che, negli anni, nessuno si è lamentato, nessuno ha trovato da ridire, nessuno ha individuato pecche importanti sul piano professionale. Bene. Un compromesso è stato raggiunto. Io mi sorbisco il mio sfruttamento e la mia alienazione, il datore di lavoro utilizza le mie “capacità”, la mia forza-lavoro, e andiamo avanti così. Fuori dalla giornata lavorativa, io cercherò (eventualmente) in diversi modi di agire perché in una società futura sfruttamento e alienazione siano ridotti, combattuti, ecc.

Solo che al capitalismo, ossia al modo in cui è organizzato il lavoro nel nostro mondo, non sta bene che si vada avanti così. Che io faccia il mio lavoro in modo apprezzabile. Qualche mio superiore, qualche autorità più o meno remota, decide a un certo punto che bisogna sabotare, rimettere in discussione, rendere più difficile, stupido, frustrante quanto io stavo facendo.

Il capitalismo non solo mi sfrutta e mi aliena, ma anche vuole impedirmi di fare bene, in modo apprezzabile, il mio lavoro. Quindi cambia le carte in tavola, modifica le regole, complica le cose, muta la gerarchia delle priorità, toglie senso.

Non solo. Io avevo un ruolo, una funzione, uno statuto. E per anni ho rispettato quel ruolo, ottenendo di svolgerlo in modo apprezzabile. Questo è stato un grave errore. Avrei dovuto spendere le mie energie per salire, per competere, per mutare posizione e ruolo, per guadagnare autorità sugli altri colleghi. Avrei dovuto mettere molta energia in questo, ma non solo per guadagnare un po’ di più, non solo per sete personale di potere o prestigio, ma perché solo in questo modo mi garantivo di non diventare l’anello debole della catena. Chi non sale sulla testa degli altri, ad un certo punto non è semplicemente l’ultimo, quello che guadagna di meno, quello che ha meno prestigio: è quello che si può eliminare, quello che si può licenziare, quello che è più facilmente sostituibile.

Di fronte all’invadenza, alla prepotenza e all’idiozia dello stile capitalistico di organizzazione del lavoro, il lavoratore avverte di essere in una situazione totalmente asimmetrica: nonostante le norme ancora esistenti – e non già modificate, allentate, riformate, soppresse – che lo difendono, nei fatti il datore di lavoro ha uno strapotere nel momento in cui si andasse non dico allo scontro, ma alla semplice e più benevola negoziazione.

Se uno quindi non è sensibile al riscaldamento globale, alla limitazione dei diritti garantiti dalla costituzione, a ciò che avviene degli abitanti palestinesi della Cisgiordania, odia comunque il capitalismo, soffre per il capitalismo, per come esso progressivamente rende il suo lavoro più difficile, più idiota, più frustrante, inquinandogli una fetta importante della propria giornata.

(Parentesi: ci sono tipi diversi di anticapitalismo. L’anticapitalismo che vorrebbe ritornare al mondo feudale, ad esempio. Ho sentito un giornalista di estrema destra difendere la società feudale contro l’orrenda società capitalistica. Il mio anticapitalismo ha un modello che non si è realizzato che in rari momenti rivoluzionari nella storia. Grosso modo quelli in cui i lavoratori autogestivano il loro lavoro, e più generalmente la produzione. Una società non capitalista per me è quella dove chi lavora, e ha esperienza del proprio lavoro, dovrebbe decidere come organizzarlo e secondo quali finalità.)

 

 

Perché leggere, scrivere, tradurre può essere per alcun* un’attività non remunerata

Qualcuno pensa davvero che scrivere una recensione, un pezzo di teoria letteraria, un intervento politico, una traduzione, un racconto, e pubblicarli senza essere retribuiti sul blog collettivo (sulla rivista online) di cui si è membri, sia un’operazione da crumiro, sia un sabotaggio della lotta sindacale dei cosiddetti lavoratori della cultura?

Non so se qualcuno ha mai pensato seriamente qualcosa di simile. Ma dietro una tale accusa caricaturale e assurda, si cela una questione vera. Perché si scrivono gratuitamente e si rendono pubbliche cose, che in certi ambiti giornalistici o istituzionali o editoriali, potrebbero essere pagate? Qui ovviamente tutto dipende dal condizionale, ossia dalle condizioni che prevedono una retribuzione per una certa attività “culturale”.

La mia risposta è semplice: nel lavoro salariato, come insegnante (nel mio caso), sono costretto ad accettare dei compromessi per vivere (per avere un’autonomia economica); nell’attività letteraria, come scrittore, non sono costretto ad accettare sempre un compromesso con chi valuta e decide il compenso economico di quanto da me realizzato. Posso dire di no. Posso mandare al diavolo. Posso fare di testa mia. Posso essere autonomo. Il non dipendere da un datore di lavoro (in ambito culturale e letterario) mi dà un’autonomia decisiva su questioni importanti: forma di quello che scrivo, tema di quello che scrivo, lunghezza di quello che scrivo, tempistica di quello che scrivo.

Alessandra, Mariangela, Andrea, Michael, Marc, Jennifer, Gilles, Renata. Le Moulin, 15/7/2014.

 

Naturalmente, questa autonomia, concretamente, in un ambiente come quello letterario, può costruirsi solamente in banda, assieme ad altri scrittori e scrittrici che hanno le stesse esigenze, le stesse ossessioni, la stessa presunzione. Quindi io fin da subito sono stato attirato da tutti i progetti collettivi, tendenzialmente paritari, in cui era più facile garantire un’autonomia radicale a quanto si scriveva e pubblicava. Questi progetti collettivi erano a volte improbabili, a volte molto efficaci, e implicavano relazioni con editori indipendenti, librerie indipendenti, festival indipendenti, ma anche con realtà già affermate, magari istituzionali, ecc.

In questo modo, ad esempio, sono diventato membro di Nazione Indiana e ho continuato a esserlo per più di vent’anni. Un progetto collettivo, per cui svolgo dell’attività “culturale” gratuitamente, assieme ad altri scrittori e scrittrici, e che mi consente un massimo grado di autonomia (forma, tema, lunghezza, tempo) in quello che scrivo.

(Poiché io conseguo da anni questa pratica – attività gratuita in cambio di autonomia –, non ho eccessiva vergogna a proporre a persone che stimo contributi non pagati a Nazione Indiana. Inoltre, a essere sinceri, è abbastanza raro che io proponga dei contributi, e lo faccio con persone che sento davvero vicine, e che non avrebbero alcuna remora a dirmi di no. Nella maggior parte dei casi sono gli altri, persone che conosco o che non conosco, a propormi dei contributi, e io gliene sono ovviamente grato. E se c’è una cosa che il tempo della vita non mi permette di fare è leggere tutte le proposte che ricevo tramite la mail “indiana”. E ammiro gli o le indiane che ci riescono maggiormente.)

Va bene. Ho sbandierato questa mia grande sete di autonomia. Una tale sete, che mi fa preferire guadagnarmi soldi con il salario e un lavoro non letterario, per essere più libero, completamente libero, nell’attività letteraria. Da un lato, mi si potrebbe dire che questa condizione non ha nulla di eccezionale in Italia, perché campare, lavorando come scrittore, è dato a pochissime persone. E alcuni riescono a farlo solo per vie traverse (corsi di scrittura, ecc.). D’altra parte, essere un po’ pagati, riuscire a fare anche parzialmente della scrittura un lavoro, significa essere seri. Se ti pagano è perché te lo meriti (vendi o si presuma che, in quanto personaggio-autore, tu possa vendere); se non ti pagano è perché sei uno scrittore della domenica. In effetti, questo perseguimento dell’autonomia è rischioso. Assomiglia un po’ alla libertà del pazzo. Ma per chi scrivi? Le leggi del mercato – anche quello malandatissimo della letteratura (e del mondo culturale che le sta intorno) – saranno controverse fin che si vuole, ma almeno hanno un radicamento nella realtà, non nella mente di qualcuno, obnubilato da fantasmagorie espressive e chiuso in una stanza a scrivere.

Io, però, avendo stabilito un compromesso con la società in cui vivo, accettando un lavoro salariato non letterario, non ho mai pensato che la scrittura fosse per me un mestiere. La scrittura, inoltre, è sempre stata per me una zona di idiosincrasia forte. Una zona in cui non mi è mai stato granché chiaro quello che facessi, per chi lo facessi, e a quale scopo lo facessi. È in questo modo che sono arrivato alla poesia. Sì, lo ammetto, ero veramente poco preoccupato del “lettore”. Poco preoccupato del “messaggio”. Poco preoccupato di rispondere a un bisogno altrui, di proporre un servizio a una comunità ben definita. Naturalmente mi si potrà venire a spiegare (soprattutto con quella splendente risolutezza borghese) che non ho capito un bel niente di come funziona realmente il mondo editoriale-letterario. Il mondo dove libri vengono scritti e fabbricati, per poi essere venduti a lettori precisi, con esigenze precise. Nulla di questa precisione era mia, e dei miei amici e amiche poeti. Forse ho fatto parte di una strana setta. Sarà il privilegio-maledizione di chi fa le cose come la poesia o l’arte o il romanzo come arte. Pur essendo persone socievoli, persino rispettose del consesso sociale, ci teniamo a creare uno spazio di rarefazione, o di distanza, o di disturbo, rispetto alla mente collettiva che parla in noi. Non abbiamo nessuna pretesa di porci al di sopra o al di fuori di quella mente collettiva, ma costruiamo cose nei suoi vuoti, apriamo dei vuoti e ci facciamo qualcosa, di cui per altro non crediamo di avere il completo controllo. È già questa a suo modo una inoperosità. Una modalità di disfare zone della mente collettiva, eredità della mente collettiva. Naturalmente sarebbe bello essere pagati, per fare questo. In certi paesi – non nel nostro – anche l’attività strana dei poeti, stranamente sociale, è considerata come un lavoro che vale la pena di remunerare. Io non ho proprio niente contro il fatto che si consideri l’attività idiosincratica della scrittura come un lavoro. Quando questo avviene, è perché la società in questione crede di aver capito cosa fare della “poesia” secreta dal poeta. Se la società lo crede, al poeta sta bene. In ogni caso, non è certo lui a decidere come e cosa verrà utilizzato socialmente della sua attività. Come autore, si può solo sperare che qualcosa venga usato.

Michael, Alessandra, Jennifer, Anne, Marc. Le Moulin, 15/7/2014.

 

In estrema sintesi. Dal canto mio, non è mai stato un problema essere uno scrittore intermittente. Uno scrittore senza mestiere, che scrive per lo più in un genere fantasma (la poesia) e in modalità esplorative e critiche, ossia tendenzialmente fuori dalle forme costituite. Certo, facendo le scelte che ho fatto in termini di scrittura, mi sono dovuto confrontare a una sorta di dubbio e incertezza cronica. Esisti oppure no, come autore? I tuoi libri esistono oppure no (anche se pubblicati)? I tuoi lettori esistono oppure no? Ma questi dilemmi sono ormai parte del mio percorso, anzi parte del percorso di parecchi compagni e compagne di strada. Non ci siamo scoraggiati, non ci siamo persuasi della nostra irrilevanza. Facciamo sul serio, senza poterci prendere sul serio (ma un premio Strega, nel sistema culturale di oggi, può davvero prendersi sul serio?).

Il vero problema, quello più urgente, è stato sempre – e lo è tutt’ora – assicurarsi un mestiere per campare. Compito tutt’altro che facile nella società capitalista dove non solo “crepino tutti i poeti improduttivi”, ma non dormano tranquilli neppure coloro che fanno bene il loro lavoro (pur malpagato, pur alienato).

Faccio parte di quelli, e sono in tanti, che non possono mai dimenticare quanto il capitalismo è stronzo, ingiusto, demente, perché non ho mai archiviato il dossier sostentamento economico. Privilegi di classe o no, non posso dimenticarmi che sono sempre sotto il mirino. Che il monte ore d’insegnamento che mi è stato affidato può essere ridotto, che uno dei miei datori di lavoro può lasciarmi a casa, che uno sgomitatore folle può prendere il mio posto. (Certo dovrei fare mille precisazioni – lavoro nell’insegnamento privato, la mia scuola è stata comprata da un grande gruppo. Una volta avevo un capo, un avversario ben preciso; oggi ne ho una legione indifferenziata. Ma continuo a generalizzare, perché è il capitale a imporre generalmente idiozia e sofferenza sul lavoro, a prescindere dagli ambiti e dalle situazioni professionali.) Il capitale mi tiene costantemente sotto minaccia: quello che sai fare bene, anche se è socialmente importante, noi possiamo decidere che non vale niente, che non ti chiameremo e non ti pagheremo per farlo. L’attività letteraria non può fare nulla contro questa condizione, anzi mi rende più esposto, più sprovveduto. (Invece di tessere trame per conservare il mio posto e per prendere quello di un altro, “scrivo poesie” o “leggo poeti e poete”.) Ma scrivendo, traducendo, facendo lavoro di redazione, di commento, di lettura, ecc., io ignoro per un certo lasso di tempo la minaccia, vivo in una temporalità diversa, che non è quella della pura sopravvivenza, della difesa del proprio maledetto lavoro. Nel mondo immaginario del capitale, immagino un altro mondo.

 

Glossa

Autore, ti sei dimenticato il “che fare”! Il messaggio di speranza e di lotta! Non è vero, rispondo. Mostrare che si può costruire e difendere l’autonomia in un’attività per noi considerata importante, nonostante un prezzo da pagare, è già un messaggio di lotta e di speranza. La cultura neoliberista non solo non tollera, ma non comprende neppure il senso di un’autonomia che non sia ben inserita dentro un tessuto economico, e che non sia quindi verificabile sul piano del mercato. Naturalmente, questa mia prospettiva non vuole in alcun modo delegittimare compromessi accettabili che si riescono a realizzare anche nell’attività letteraria (accordi con testate giornalistiche, contratti con case editrici, ecc.). Infine, il che fare nei confronti del più generale conflitto lavoro-capitale, lo lascio formulare a chi ha maggiore esperienza e consapevolezza di lotte e strategie, in ambito lavorativo e politico.

Renata, Marc, Gilles, Anne, Mariangela. Le Moulin, 18/7/2014.

*

Ho voluto accompagnare questo testo con le foto di un’esperienza collettiva, di quelle che rendono “reale” l’attività letteraria non remunerata. Si tratta di un soggiorno a cui hanno partecipato dieci scrittori + un’artista visiva, soggiorno autoorganizzato e autofinanziato, dal 14 al 19 luglio del 2014 a Verberie, una località presso la foresta di Compiègne in Francia. Per una settimana, 5 autrici e autori francesi, 4 italiani e una statunitense, hanno discusso, letto, tradotto, scritto, cucinato, mangiato e vissuto assieme. Da questa attività è nato anche un “prodotto”, uno dei “Fogli” di Benway Series, in edizione bilingue (per un progetto editoriale a cura di Mariangela Guatteri e di Giulio Marzaioli).

*

Della scrittura dentro e fuori il lavoro, di lavoro e basta, si è parlato anche qui & qui.

Un appunto. A proposito di Ramstein

0

di Volker Braun

a cura di Anna Chiarloni

[Volker Braun (Dresda 1939) è uno degli autori più rappresentativi della letteratura tedesca contemporanea. Orfano di padre caduto in guerra, si profila appena ventenne quale esponente della società letteraria della DDR: minatore e macchinista negli anni tra il liceo e gli studi di filosofia, collabora col Berliner Ensemble, il teatro di Bertolt Brecht. Debutta nel 1965 con la prima raccolta poetica, Provokation für mich, centrata – come in generale tutta l’opera, sia poetica che narrativa e teatrale – sull’analisi delle contraddizioni insite nella società tedesca, prima e dopo la caduta del Muro. Nel 2000 viene insignito del prestigioso “Büchner Preis”. Col suo ultimo testo, Luf-Passion (2022), Braun indaga i massacri perpetrati dal colonialismo tedesco al tempo di Bismarck, leggendovi un raccordo con l’attuale dilagare della violenza razzista nel mondo occidentale. A. C..]

.

La Germania ha perso il suo volto. Ha un’espressione fiacca, indecifrabile. Il mondo la ignora e lei non sorride più al mondo.

Il Ministro della Difesa, si legge, “ha siglato un patto militare per l’Indopacifico”. Deal: ecco la ratio politica  di Trump. Un tempo si trattava di difendere un principio, adesso si fanno affari. In piena guerra – e con la guerra. Non è nostra questa guerra ma ci speculiamo sopra. Esportare armi risolleva il bilancio tedesco. La vacillante industria pesante cerca salvezza nel riarmo. Queste le ultime notizie.

Nella biblioteca di mio padre c’era uno smilzo volumetto, edizioni Kosmos: Perché si muore, Stuttgart 1914. Dentro c’è un nome, nero d’inchiostro: Johann Friedr. Braun – e io provavo un certo orgoglio leggendo la chiusa: “La ragione per cui oggi molti finiscono precocemente al cimitero dipende dal fatto che vivono in pessime abitazioni, mangiano male e sono ridotti a malconci schiavi del lavoro. Questi sono fattori molto più decisivi che non i batteri intestinali o un metabolismo carente. È lì che dovete guardare – e raddrizzar le cose!”.

Ma chi era questo Johann Friedr.? Ma certo, ora ricordo: è Fritz, e sarebbe stato mio zio… Quel libro se l’era preso proprio prima di partire per il fronte. Di guerra però l’autore, il Dr. Alexander Lipschitz di Zurigo, non parla. Fritz morì il 21. 4. 1918 presso Bailleul, appena diciottenne. Il libro se lo prese poi suo fratello Erich (che comprò pure il secondo volume della collana: Come invecchiare, 1936). Erich morì nella seconda Guerra mondiale, il 2 aprile 1945, a Ibbenbüren, aveva 40 anni. Noi cinque figli vedemmo Dresda bruciare.

Dalle vite mancate ai fatti compiuti. Sul suolo tedesco alloggia la Air Base di Ramstein. Alloggia, dico, grazie ai suoi comodi privilegi; e naturalmente sferraglia con gran fracasso.

Ottant’anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, di fronte al pericolo di una Terza Guerra Mondiale, il Cancelliere Schröder si batté per tenere la Germania fuori dalla guerra in Iraq. Una decisione essenziale data la situazione interna della Germania riunificata. Tuttavia fu da Ramstein che l’attacco venne sostenuto logisticamente e operativamente condotto. Sì – Ramstein costituì il cardine portante di quella spaventosa aggressione e fu dal cielo di Dresda che sfrecciarono gli squadroni di bombardieri verso l’Iraq. Ancora una volta la guerra muoveva dalla Germania. E così succede adesso con la guerra contro l’Iran. Dire che questa guerra non è la nostra, non ci mette a riparo. Al contrario, una guerra che muove dal suolo tedesco ci rende vulnerabili. Siamo di fatto un bersaglio militare primario e non sappiamo se ci aspetta la vecchiaia o la morte. Che Ramstein fosse territorio americano lo si subodorava; in realtà è una piaga purulenta in Germania. Il suo statuto speciale si è polverizzato, vanificato con questo ripetuto utilizzo in violazione del diritto internazionale. La Germania, se ha un minimo di buon senso, questa base deve chiuderla.

Solo uno Stato sovrano può essere uno Stato pacifico.

Lo scandalo sarà di breve durata; ben altri eserciti si sono già ritirati dalla Germania! Ecco il punto – e allora avanti! Era questa la parola d’ordine di Lipschitz: cambiare la situazione!

Quando decisi di non intervenire sull’ Alexanderplatz il 4 novembre 1989, in quanto rivendicare la libertà di parola e di stampa mi sembrava un approccio troppo limitato rispetto a una piena sovranità popolare, non immaginavo che quella manifestazione autorizzata avrebbe portato a un’auto-organizzazione delle forze democratiche. Quella fu un’autentica esperienza di libertà.

Se io ora mi limito a rendere noto che un problema di Stato è in attesa di soluzione, mentre si tratta di una rivendicazione più ampia, ossia del potere di una società sulle proprie decisioni fondamentali, lo faccio nella speranza che un atto di autodeterminazione, questo coraggio ‘spagnolo’, possa generare un nuovo sviluppo degli impulsi democratici. Un’ebbrezza liberatoria in questa nostra società apatica e spenta per porre fine alla stagnazione, all’impotenza e al suo declino.

Quando il nostro politico più esperto, il presidente Steinmeier, assieme al neocancelliere e al nostro sonnecchiante Parlamento, si gireranno tra le mani questo foglio, ci si chiederà: Quando entra in vigore? – e nell’aria già aleggia la famosa risposta: Entra in vigore… a quanto ne so… immediatamente. Senza indugio.

Questa sarebbe forse la salvezza della Germania, o semplicemente una manifestazione di ragionevolezza: sarebbe il suo sorriso al mondo.

*

L’intervento qui tradotto per “Nazione Indiana” è stato pubblicato il 4 aprile 2026 dalla “Berliner Zeitung” e dalla “Ostdeutsche Zeitung”. Braun esordisce con la denuncia della conversione industriale in armi pesanti, promossa dal neo-Cancelliere Merz, per innescare poi un’intensa riflessione autobiografica sul lutto che attraverso le guerre del Novecento ha colpito la sua famiglia.

Muovendo lungo il solco della tradizione pacifista tedesca, il poeta chiede la chiusura della base aerea statunitense di Ramstein, istituita nel 1951 in funzione antisovietica e forte di 36.000 soldati americani tuttora di stanza in Germania. Si tratta della più grande base aerea statunitense in Europa e costituisce il centro logistico principale per le operazioni militari USA tra Europa e Medio Oriente.

Stefano Bottero: «questo libro è un dalmata bianco»

0

di Stefano Bottero  

 

«Jeannie says my symptoms are unusual as normally you would expect one

eye to go. They’ve never seen two eyes affected in the same way.»

Derek Jarman, luglio 1990

 

«Questo libro è un dalmata bianco che perde i suoi bambini». [installazione] figure della perdita di Stefano Bottero è il nuovo titolo dei Cervi Volanti, collana di scritture poetiche che curo insieme a Giuditta Chiaraluce all’interno del progetto Edizioni Volatili.

«Libri come laboratori, primi confronti, materie pensanti, montaggi e scavi attraverso la carta; libri senza profitto, in tiratura limitata, consegnati agli autori e alle autrici, che ne gestiscono liberamente il transito (esoeditoria); libri evidenti nella loro invisibilità, indirizzati a chi saprà ospitarne l’implicita consegna; libri col solo intento di essere vigilie per una geografia del dopo-diluvio.»

Pubblico qui alcuni estratti in anteprima. Le partiture visive sono di Giuditta Chiaraluce.

 

***

 

17

L’opera presuppone dal corpo una fuoriuscita.

Non solo la spaccatura ma la spaccatura come varco – perdita di un corpo che cola. Emidio Clementi riprende John Cage e scrive «contenitori che perdono acqua noi siamo | nuotiamo, e ogni tanto affoghiamo». «We swim, drowning now and then». Tutto questo consuma.

Nel gesto formale si esaurisce in progressione il corpo. L’opera come il punto dello svuotamento – con Adonis [tradotto da Fawzi al-Delmi] accade «fino a svuotarsi del tutto».

Corrispondere come pesci nell’annegamento, senza lessico. Sguardo che muove nel significato che è il nero, per un momento nel corpo – dopo, il collasso.

 

***

11

Procede per consumazione. La poesia implica in un luogo verbale il vuoto del significato, muove da uno spazio immateriale a un altro, materico. Alterità che si attesta in una forma – gravando sul corpo, lo apre. Fino a dove ha ragione il fisico, l’atto formale incrina progressivamente. Gli occhi dell’artista restano in vita ma senza sguardo.

Penso alle vene di Rothko. Si sporge per valutare lo spazio. Danneggia le costole, si annerisce progressivamente il respiro, porta l’oggetto a essere l’altro e sé stesso. Quando il corpo si contrae la crepa si allarga.

La composizione è quindi il ripetersi continuo del preludio – mai conclusione in essere. Dove avviene il significato, dove si mostra Godot e le costole passano dall’incrinatura alla compromissione, l’atto formale è impossibile. Lo svelamento del nero annulla la pièce.

***

19

Dalla poesia alessandrina in avanti – la composizione impone all’artista non più il collasso ma il ripetersi del collasso. La possibilità di contatto immediato con il significato è ormai negata: la parola della tragedia arcaica è diventata insostenibile.

Insopportabile, il gesto diventa serie – il farsi dell’opera accade una volta per sempre e ripete. si ripete.

La composizione è così esperienza dell’ininterrotto. Dal terzo secolo avanti Cristo il dire è per l’artista pratica del dire, raggiungimento che si nega –

il racconto di Kafka non ha termine.

***

19.1

La relazione con la parola poetica è di per sé una separazione. Rapporto basato sul contatto del corpo, ma contatto tra limiti. Estasi che ricade nel nero – altrimenti

«dovresti stornare gli occhi», scrive nei Quaderni in ottavo, «o diverresti una statua di sale».

 

Abécédaire comique: Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini #lettera B

1

Nota
di
effeffe

Svegliatomi da sogni agitati, mai e poi mai avrei immaginato di trovare accanto al caffé una lettera, chiusa in una busta poco elegante, non affrancata e perfino macchiata di caffé. Quando l’ho aperta non mi sarei nemmeno sognato di leggere le cose che anche tu onorevole lettore di nazione Indiana stai per leggere. Ho deciso di assecondare quel loro desiderio di compilare un’enciclopedia alfabetica del mondo per la sola ragione che se fai incazzare un comico quello diventa molto cattivo, e non c’è nulla di più terribile di un cattivo comico. E se sono due, i comici, allora sono cazzi.

Abécédaire comique
Due comici entrano in una rivista culturale. Non è l’inizio di una barzelletta, ma di una rubrica: Abécédaire comique. Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini: un esperimento di scrittura, due penne, ventisei lettere dell’alfabeto. Ogni puntata una lettera, usata come innesco per il titolo. Per il resto, carta bianca o quasi: l’unico vincolo è che, da qualcheparte, si rida. Attenzione, non “facce ride!”, né travestire la letteratura da monologo: piuttosto, esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera. Come un abbecedario, appunto: elementare solo in apparenza.

Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini

 

Bruno Pizzul, se ci sei batti un colpo
di
Lorenzo Catalini

Da un po’ lavoro come telecronista sportivo. Ho iniziato con grande entusiasmo: avrei calcato le orme di leggende come Bruno Pizzul e Sandro Ciotti, e come loro, chissà, un giorno sarei potuto finire a commentare un Mondiale o, meglio ancora, a doppiare la voce di un topolino in “Space Jam”.
La redazione ha sede a Roma. Non proprio in centro, ecco. Fuori dal raccordo, ecco. A Pomezia, ecco. Si tratta di una vecchia villa semi abbandonata , il cui salone principale è usato come quartier generale dai membri della testata. Le altre stanze, inusate, sono arredate in stile post-bellico: mobili distrutti, vetri rotti, cavi scoperti, calcinacci a terra e soldati stranieri accampati, datisi dispersi per non tornare dalle loro famiglie. La temperatura percepita all’interno è siberiana in ogni stagione, un luogo maledetto dal freddo. L’unica fonte di calore è una vecchia bombola del gas (una bomba ad orologeria): i presenti vi si stringono attorno come una tribù di pellerossa, ed essa troneggia al centro di questo cerchio come un totem; i giornalisti si inchinano a Lei, intonano canti pagani, sacrificano stagisti sul Suo altare, pregandoLa di non spegnersi mai.
La mia prima partita vede fronteggiarsi Top Autoricambi VS Tor Legacy. Il match si disputa in un centro sportivo nel quartiere della Magliana, undici di sera, orario perfetto per girare in quelle zone, soprattutto sei hai in mano dell’attrezzatura per riprese abbastanza costosa. La postazione la telecronaca è sopra ad una torretta. Le scale per raggiungere la cima sono rovinate secondo un disegno ben preciso: un gradino spezzato, tre gradini marci (di un verde così scenografico che è quasi commovente), uno mancate e due traballanti. Lo schema si ripete per tre volte esatte.
Mi sarebbe piaciuto iniziare la telecronaca con un’introduzione ciottiana sulla bellezza del cielo striato d’azzurro, invece la giornata è uggiosa, e promette pioggia. Quando i giocatori entrano per fare il riscaldamento, qualcuno, credo per far gasare la squadra, fa partire da uno stereo “Live is Life” degli Opus, sulle cui note in un prepartita rimasto nella storia Maradona eseguì per gli spettatori del San Paolo di Napoli veri e propri numeri da circo con la palla. Qui il N.10, presumibilmente il giocatore con più qualità, riesce a mettere in fila una serie di palleggi consecutivi massima di tre tocchi . La lista con i nomi dei giocatori mi viene fornita appena un minuto prima del fischio d’inizio, per cui nel primo tempo sono costretto a riferirmi alla maggior parte degli atleti con appellativi come “il n.8”, “quello sulla destra”, “il tipo con scarpini di colore diverso”, “il giocatore con una corsa che definirla tale mi fa sentire disonesto”. Inoltre, c’è una sola squadra in campo (il passivo finale sarà un poco interpretabile 13-0 a favore del Tor Legacy), per cui della squadra in difficoltà, che non vede mai palla, imparo solo il nome del portiere, tale Trinca. Quando però ha inizio la ripresa, guardo verso la porta del Top e Trinca non c’è. L’unico giocatore che ho memorizzato non c’è più. Passano alcuni minuti e a centrocampo noto un giocatore che prima non c’era, e assomiglia tanto a…Trinca! “È proprio lui. Che cazzo ci fa a centrocampo? Cioè, Trinca si sposta in mezzo, e nessuno qua mi dice una sega?!” – dico fra me e me. O meglio, credo di fare così, perché in realtà quello che succede è che lo esclamo a tutta voce nel microfono. Sussurro qualcosa, provo a camuffare la gaffe con qualche rumore di sottofondo, simulo problemi di connessione. Sale il panico. Inizia a piovere. Poi a diluviare. Infine, grandina.
Bestemmio. Di nuovo nel microfono.
Così finirono i miei giorni di telecronista, e non ho altro da dire su questa faccenda.

 

Bramito del cervo, il
di
Alessandro Ciacci

“Lo sai qual è il verso del cervo?”, mi chiede a tradimento Laura.

Vorrei risponderle: Tesoro, non ho sacrificato la mia adolescenza chiuso in biblioteca, mentre fuori, i miei compagnucci trascorrevano il loro tempo misurandosi il pisello usando come unità di misura di turiste straniere, per cadere su una risposta così facile.

Il verso del cervo è il bramito. Dico, “Fammi indovinare, sette lettere? La prima è forse una B? Bramito!” Ma fermi tutti! Laura non sta facendo la Settimana Enigmistica. Cincischia col telefono…

“Macché sette lettere! Come fa, l’hai mai sentito dal vivo?”
Chi è, Bob Dylan?, penso subitaneo. Non mi risulta un Festival San Remo vinto da un’antilope, un muflone giudice di X Factor. Achille Lauro featuring un camoscio.
“Ho visto che organizzano delle gite nella faggeta vetusta (sic) per andarlo a sentire. 180 euro cadauno. Partenza ore 4:00. Di mattina. E se ci iscriviamo subito ci inseriscono nella chat di gruppo per condividere emozioni. La natura selvaggia… ci andiamo?”

La prima cosa che penso non posso riportarla, perché trasgredisce il secondo comandamento “Non nominare il nome di Dio invano”. Sebbene sia difficile dire dove finisca il nominarlo invano e inizi il plaudere la sua camaleontica facilità a immedesimarsi in molteplici specie animali.
La seconda è: voglio devolvere il mio 8×1000 alla Barilla, perché inizi a produrre il nuovo ragù “gusto cervo”.

Ma sto degenerando. Mi dico, vergognati sei uomo di cultura, datti un contegno e vedi di rimanere lucido, a maggior ragione adesso che Laura è malata. Non sta bene, dai, deve avere un malaccio al cervello e questa proposta è un sintomo evidente. Oppure è psicologia inversa. Forse Laura vuole farsi lasciare, ma siccome è una creativa, non ha optato per un banale “farsi sgamare appecorinata con un insegnante di zumba”, no, preferisce regredire di qualche era geologica, tornare indietro di svariati eoni, quando la nostra occupazione culturalmente più impegnata era spaccare crani con la tibia di un mammuth. Per Laura questo bramito è importante, non sia mai che nostro figlio nasca con una voglia di marmotta sulla fronte. Ci tiene proprio alla faggeta vetusta: chissà come ci rimarrà male quando le dirò che il neolitico è finito.

Cara, per curiosità, questo tuo revival dell’Età della Pietra cosa prevede dopo? Dipingere una scena di caccia sulle pareti del salotto? Rispondere alle chat coi segnali di fumo? Accendere la tv sfregando il telecomando? Diceva di amari, Laura! E invece… La natura selvaggia… Il mio concetto di “natura selvaggia” è una camicia senza iniziali ricamate.

Sarà forse la scenografia silvana del quesito, ma inizio subito una metamorfosi platonica e mi trasformo in un segugio, non tanto per inseguire il cervo, raggiungerlo e dargli un valido motivo per bramire, ma perché fiuto subito il pericolo che la proposta di Laura porta seco. Mi ascolto di nascosto delle registrazioni del verso in questione. Sembra il ritornello di una canzone di Ligabue, però intonato, o il rutto di un camionista lituano dopo un’indigestione di Pandoro Bauli.

“Bramito del cervo-experience”: secondo me spendere €180 ha senso solo se il cervo ti canta Baglioni all’alba sotto il faggio. Ma chi li spenderebbe quei soldi? Come lo immagino l’ascoltatore-tipo di bramiti? Secondo me si danno 3 categorie.

Uno: di sicuro c’è un creator, c’è sempre!, l’influencer è come la gotta nel corpo di un aristocratico del ‘700: immancabile. Indossa delle ciabattacce tardo francescane Birkenstock, con calzettone di spugna bianco, un blazer destrutturato pervinca, e un colbacco Armata Rossa vintage, uno dice: perché alle 4 di mattina si è dovuto vestire in fretta e al buio… No, perché ha proprio un gusto di merda in fatto di stile. Già lo vedo, scendere dal pulmino e iniziare a urlare manco fosse un muezzin sotto anfetamine, seminando il panico in un ecosistema delicatissimo.

Due: Signora alternativa sui 60, nata troppo tardi per godersi le orge wagneriane di Woodstock, ma troppo in anticipo per arruolarsi nelle Femen senza scadere nel ridicolo; dopo l’eroina, i fiori di Bach e il sesso anale con un insegnante di danze folk, camuffa la sua mancanza di personalità con la passione per il macrobiotico, che le ha fatto credere di poter guarire quella fastidiosa stitichezza facendosi il bidet con un infuso di kombucha.

Terza e ultima categoria: io! La più miserabile di tutte, ovvero: i partner dei fanatici-del-bramito, che affrontano l’escursione nel bosco come se andassero davanti al plotone di esecuzione, e accettano di andare solo per poter poi ricattare subdolamente la fidanzata.

Ma voglio trovare un lato positivo in questo dramma, per cui mi dico: Poteva andare peggio. Pensa se Laura si convertiva e ti proponeva un viaggio a Medjugorie con Paolo Brosio… “Partenza pulmino ore 4:00 di mattina, 800 euro, chat del gruppo di preghiera”

Stando così le cose, allora, a me piace pensare a un universo parallelo, in cui il mash up raggiunge vette sublimi: c’è la parrocchia che organizza il pulmino, sì, ma per andare nel bosco a sentire il bramito di Paolo Brosio. 1000 euro incluso selfie con flash, grattino sotto al mento e lancio di noccioline. Ci andiamo, cara?

Politiche della memoria

1

di Niccolò Furri

«Mentre l’accumulazione di memoria prosegue monotona» ripete spesso la voce fuori campo in Méditerranée di Jean-Daniel Pollet, a indicare come lo scorrere del tempo sedimenti la storia umana negli oggetti e più in generale nella produzione culturale che la camera inquadra. Ma una tale visione, che si potrebbe dire destoricizzata, che escluda cioè la conflittualità e le forze agenti sulla formazione della memoria, che la astragga dalle condizioni materiali della sua composizione, rischia di naturalizzare questo processo, prendendolo per mera e immutabile necessità. Perché gli oggetti o luoghi, rifacendosi ai lieux de mémoire di Pierre Nora, e la memoria stessa sono campi in cui si scontrano sia i rapporti di potere che li hanno prodotti sia i discorsi che li innervano.

Lo ha rilevato, seppur all’interno della classica scissione tra struttura e sovrastruttura tanto cara al marxismo, Walter Benjamin nelle celebri Tesi di filosofia della storia quando scrive che «Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo “come propriamente è stato”. Significa impadronirsi di un ricordo nell’istante di un pericolo»[1] e questo pericolo è la sua riscrittura, la risignificazione della memoria, la sua tecnicizzazione, ovvero il suo utilizzo distorto a fini ideologici. Il termine memoria, in questo contesto, non si riferisce a ciò che qualcuno ricorda, alle memorie personali che essendo soggettive, per quanto importanti, sono costitutivamente sempre parziali e spesso soggette a ricostruzione specie se lontane temporalmente dai fatti, ma a quella che si potrebbe chiamare macchina memoriale, una politica del ricordo che stabilisce cosa possa essere ricordato, in che modo e da chi. E chi si appropria della macchina, impone la sua memoria.

Ne vediamo il funzionamento ogni 10 febbraio, giornata istituita come Giorno del Ricordo  nel 2004 dalla legge 30 marzo 2004 n. 92. Se all’interno della macchina stanno alcuni fatti, diversamente dalla macchina mitologica jesiana il cui centro è inconoscibile, sulle sue pareti si staglia una serie di elementi di propaganda in questo caso (neo/post)fascista, fatti propri dallo Stato italiano: già solo il giorno (l’anniversario del Trattato di pace di Parigi del 1947, così disconosciuto in particolare per la cessione dei territori orientali) e il nome (mutuato dal Giorno della Memoria, preso a modello ma in contrapposizione a esso) scelti sono indicativi della matrice e della ratio del provvedimento. A più di vent’anni dall’istituzione della giornata la macchina memoriale fascista, che raggruppa arbitrariamente eventi a sé stanti  (le foibe istriane del 1943, quelle giuliane del 1945 e l’esodo istriano-dalmata protrattosi per un decennio circa, indicativamente dal 1947 al 1957), inventando nessi causali e finalità di pulizia etnica, isolando i fatti dalla serie degli eventi che li hanno preceduti e gonfiando le cifre, è diventata ormai narrazione nazional-popolare attraverso opere di dubbio gusto, cerimonie istituzionali e una polizia della memoria che taccia di riduzionismo o di negazionismo le voci critiche. Questo dispositivo al tempo stesso sacralizzante e banalizzante (dove la sacralizzazione mira a «sottrarre un evento […] al suo contesto storico specifico, […] semplificandone la rappresentazione e preservandola da incursioni indesiderabili»[2], mentre la banalizzazione propone «equiparazioni indebite […] le quali finiscono per minimizzare o per relativizzare»[3] il termine di paragone, in questo caso la Shoah, aumentando il capitale simbolico dell’altro termine per falsa analogia) riallaccia il solito vittimismo di destra al mito degli “Italiani brava gente”, uccisi “in quanto Italiani”, per nascondere i crimini del Ventennio e per integrarlo così nella storia citabile come un qualsiasi altro periodo, prodromo alla sua esaltazione legittima o, peggio, istituzionalizzata. Non è un caso che questa narrazione abbia trovato uno spazio sempre maggiore dagli anni Novanta del secolo scorso, quando in Europa il processo di integrazione dei vari Stati nella UE e la caduta dei cosiddetti Paesi a socialismo reale, culminata con la mattanza ex jugoslava, hanno rinfocolato i relativi nazionalismi, mentre in Italia la destra ex missina ha acquistato centralità nell’assetto politico seguito allo scossone di Mani Pulite.

Non è nemmeno un caso, quindi, che proprio nel 1992 il Presidente della Repubblica Scalfaro abbia dichiarato monumento nazionale la Foiba di Basovizza. È questo un esempio estremo ma emblematico di come funzioni la macchina memoriale. Innanzitutto, il termine usato: la cavità assurta a simbolo del fenomeno foibario non è una foiba, ma un pozzo minerario, chiuso da una lastra e sormontato da una scultura che riproduce la struttura portante di un argano usato per le esumazioni, culminante con una croce. Le cifre ufficiose parlano prima di 400, poi di 400-600 e infine di 1500 vittime gettate nello strapiombo tra il 2 e il 5 maggio 1945, mentre la stele esplicativa nelle vicinanze del monumento di 300 metri cubi di resti umani nel 1996, che salgono a 500 l’anno successivo. Le operazioni di recupero condotte dagli angloamericani nell’ottobre del 1945 portarono alla luce corpi di soldati tedeschi e di cavalli lì precipitati dopo la battaglia del 30 aprile. È perciò stratigraficamente molto improbabile che salme successive si possano trovare sotto a quelle precedenti e le uniche che si potrebbero rinvenire potrebbero essere quelle di cui si sbarazzarono i nazifascisti dopo l’8 settembre 1943. Ci sono inoltre le smentite del Comando generale dell’Ottava Armata britannica, del Ministero della Difesa neozelandese (anche se del 1996) e documentazione delle Forze armate statunitensi che qualifica come «inconcludenti» gli esiti della ricerca. Successivamente alla sospensione dei recuperi il pozzo è stato usato come discarica dall’amministrazione di Trieste, quasi completamente svuotato nel 1954 e infine chiuso nel 1959[4]. Se tutto ciò non fosse sufficiente, basterebbe un’ulteriore ricognizione ad appurare i fatti, così da allinearli con una nuova e corretta narrazione, ma si preferisce invece mantenere la parete della macchina memoriale poggiata su discorsi propagandistici.

Un esempio di segno opposto nel trattamento riservato al patrimonio culturale (che Benjamin chiama, a ragion veduta, «preda destinata al vincitore»[5]) è lo Spomenik di Barletta. Alloggiato nel cimitero monumentale della città pugliese, è un Ossario commemorativo dei caduti jugoslavi in Sud Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, realizzato dall’architetto Dušan Džamonja nel 1970. Civili, internati politici e militari jugoslavi fuggiti dai campi di concentramento fascisti in Italia o riparati in Puglia in seguito alle vicende belliche nei Balcani, si unirono alla Resistenza italiana e, dall’estate del 1944, quando la regione divenne una retrovia anche per la guerra di liberazione in Jugoslavia, lì vennero riaddestrati, per poi riprendere la lotta in patria[6]. Nell’ambito della normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi, culminata con il Trattato di Osimo del 1975, con un accordo del 1964 si stabilì la costruzione di alcuni Ossari dove traslare le spoglie delle vittime combattenti. A Barletta, che durante il conflitto ospitava la sede di un contingente militare e di un ospedale e dove già riposavano 175 caduti, venne realizzato il più importante. Si tratta di un monumento brutalista su due livelli che «si sviluppa a raggiera da un nucleo centrale ellittico, costituito dall’oculo posto sulla cripta»[7] a cui si accede scendendo una scalinata, ai cui lati stanno le celle sepolcrali contenenti i resti di 825 salme, le porte bronzee con i loro nomi (a cui se ne aggiungono 463 di dispersi), la vasca in mosaico rosso per le commemorazioni e da dove si accede a una terrazza affacciata sul mare. Al piano superiore, una serie di imponenti blocchi di cemento simili a lapidi aumentano in altezza dall’esterno verso l’interno, fino a raggiungere gli 11 metri di altezza, a protezione dell’accesso alla cripta. I due piani dialogano sia tramite gli incastri tra il solaio e la parete che chiude la scalinata, sia tramite il lucernario che permette «il collegamento visivo dello spazio inferiore con gli elementi del monumento a livello superiore, evidenziando maggiormente la crescita degli elementi verticali dalle fondazioni stesse della cripta al loro punto più alto.»[8] Tre, invece, sono le linee di fuga che segue lo sguardo del visitatore: una, ovviamente, verso la macchia di colore rosso in basso, una frontale verso il lontano, l’Adriatico e idealmente la Jugoslavia e la terza verso l’alto a seguire l’altezza degli steli, che acquistano quasi le sembianze di vele di una nave pronta ad attraversare il mare. Con l’implosione sanguinosa della Repubblica Socialista Federale, alla quale spettava la manutenzione e la conservazione dell’opera, non si è più fatto fronte al deterioramento dello Spomenik causato dagli eventi atmosferici e il suo stato di deperimento si è fatto via via più evidente sia direttamente sui materiali con efflorescenze, licheni, crepe e la scopertura di alcune armature del cemento, sia nell’incuria degli spazi dove talvolta vengono abbandonati rifiuti e che sono usati addirittura come latrina. Lontano dagli itinerari e assente dalle guide turistiche, difficilmente instagrammabile, scenografia per cerimonie ufficiali di commemorazione dei caduti che purtroppo non riescono a svincolarsi dalla retorica nazionalista, statolatrica e militarista, l’Ossario di Džamonja è l’esempio più calzante di un doppio smemoramento: dei fatti e di ciò che è stato pensato per ricordali. Ma, come in un negativo fotografico, «le mutazioni di forma cui è soggetto un edificio sono processi di registrazione: le deformazioni, in quanto materia in formazione, sono anche informazione[9]

Questi due monumenti si configurano, quindi, non solo come lieux de mémoire, ma anche come quelli che potremmo chiamare lieux d’oubli, luoghi in cui la memoria si perde o, meglio, viene fatta perdere e che concorrono alla ri-produzione dell’identità nazionale proprio attraverso il loro oblio. La loro funzione obliante agisce, però, in maniera antitetica. Se la Foiba di Basovizza impone una e una sola memoria, sacralizzandola e impedendo ulteriori ricerche con la tanto simbolica quanto materica lastra a chiusura della bocca del pozzo, per lo Spomenik sono lo stato di abbandono e la marginalizzazione a operare la rimozione. In questo caso si può parlare di oblio in sé o completo (che tende cioè a dimenticare un luogo per dimenticare una serie di eventi, anche se non è mai, sul piano storico, del tutto compiuto), nel primo di oblio relativo o parziale (che tende, ricordando un luogo, a nascondere una serie di eventi). Fortunatamente c’è chi si oppone a tutto ciò proprio perché il nucleo della macchina memoriale è conoscibile, pur con le ovvie difficoltà della ricerca documentale, archeologica e testimoniale. Non ci si limita, infatti, «a girare in cerchio»[10] attorno al centro e, se le sue pareti sono permeabili alla manipolazione, allo stesso modo possono essere attraversate per far emergere quali fatti siano stati occultati, quali inventati e quali siano ricostruibili.

Non si tratta di esaltare la Resistenza titina, in nome di una qualche jugostalgia, né di nasconderne i crimini, ma di (re)inserirla all’interno della lotta internazionale (e internazionalista) al nazi-fascismo, di iniziare, allo stesso tempo, a denazionalizzarla assieme a quella italiana, mettendone in luce le pluralità e, in qualche modo, smitizzarle entrambe, de-eroicizzarle, per sabotarne la latente retorica bellicista. Si tratta di preservarne il ricordo, visto che «anche i morti non saranno al sicuro dal nemico, se egli vince»[11] e non lasciare che la ricostruzione fascista degli eventi rimanga maggioritaria, una ricostruzione che inventa un genocidio per occultare la partecipazione dei suoi progenitori politici a Shoah e Porrajmos, modellata da chi non vuole vedere il genocidio palestinese in corso, di cui è complice, che rivendica le politiche stragiste alle frontiere e quelle concentrazionarie dei centri di detenzione amministrativa.

  • Note

[1] Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia, in Id., Angelus novus. Saggi e frammenti, Einaudi, Torino, 1962, p. 77

[2] Valentina Pisanty, Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah, Bruno Mondadori, Milano-Torino, 2012, p. 89-90

[3] ivi, p. 49

[4] Sulla Foiba di Basovizza, cfr. Claudia Cernigoi, Operazione foibe a Trieste. Tra mito e storia, Udine, Kappa Vu, 2005; Id. La Foiba di Basovizza, La Nuova Alabarda, Trieste, 2011: https://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2012/01/la-foiba-di-Basovizza.pdf; Jože Pirjevec, Foibe. Una storia italiana, Einaudi, Torino, 2009

[5] Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia, in Id., Angelus novus. Saggi e frammenti, cit., p. 76

[6] Cfr. Andrea Martocchia, I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana. Storie e memorie di una vicenda ignorata, Odradek, Roma, 2011

[7] Rosanna Rizzi, Il Cimitero degli Slavi di Dušan Džamonja a Barletta, Politecnico di Bari – Facoltà di Architettura, Bari, 2003/2004: https://www.academia.edu/109464680/Il_Cimitero_degli_Slavi_di_Dusan_Dzamonja_a_Barletta

[8] ivi

[9] Eyal Weizman, Architettura forense. La manipolazione delle immagini nelle guerre contemporanee, Meltemi, Milano, 2022, p. 78

[10] Furio Jesi, Mito, Quodlibet, Macerata, 2023, p. 119

[11] Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia, in Id., Angelus novus. Saggi e frammenti, cit., p. 78

Oltre la diaspora. Storie di fantasmi

0

di Daniele Comberiati

Quello che segue è un estratto del primo capitolo del romanzo Oltre la diaspora. Storie di fantasmi uscito per Rubbettino. Nel libro si racconta la storia di Antonio, rimasto a vivere in Italia, mentre tutti intorno a lui partivano: Barcellona, Amsterdam, Stoccolma, i racconti dei suoi amici espatriati riempiono gli spazi ormai vuoti della sua città. Un giorno riceve una telefonata: il suo amico Livio, emigrato da tempo nel quartiere di Sant Andreu, a Barcellona, è sparito nel nulla. Ma Livio non è il solo ad essere scomparso: Silvia ad Amsterdam, Francesco a Stoccolma, e con loro molti espatriati italiani di cui all’improvviso non vi è più traccia. Antonio inizia così una ricerca impossibile, nei suoi affetti e nella diaspora italiana di ieri e di oggi, affidandosi a memorie personali e a documenti storici. Le lotte sociali di Barcellona all’inizio del secolo, con gli italiani che combattevano nei due fronti, fra gli anarchici e gli agenti infiltrati; la “rivolta degli spaghetti” nella Amsterdam del 1961, quando gli emigranti che lavoravano al porto pretesero cibo decente; i quartieri operai nella Stoccolma degli anni Sessanta e Settanta, un tempo ghetti e ora trasformati in quartieri di lusso. La fuga dei cervelli attuale si lega all’emigrazione storica, attraverso un viaggio nelle tre città che è destinato a non finire mai: perché chi è partito è già diventato altro e gli italiani che cerca Antonio, semplicemente, non esistono più.

Il treno che usciva da Torino percorrendo orizzontalmente la Francia meridionale era uno dei vanti della Rotschild. Quel modello spaccava l’Europa in due: Budapest, Vienna, Torino, Nizza, Barcellona, l’oriente e l’occidente, il nord e il sud del continente erano finalmente riuniti. Anno di grazia 1884, la locomotiva aveva una forma basica nella sua semplicità: macchina con quattro grandi ruote per ogni lato, un fumo nero denso che usciva dal fumaiolo (come una ciminiera…), il tender che sembrava scoppiare per quanto era pieno. Carbone, vapore, fumo, pistoni, cilindri: quel modello era il simbolo di un mondo che era già cambiato, ma an- che una testa di ponte, o un cavallo di Troia. I padroni lo avevano fatto costruire a operai malpagati e sfruttati, e ora proprio quegli operai lo avrebbero utilizzato per trasportare non le merci del capitale, ma le idee della rivoluzione.

Sono anni strani: in Francia un secolo prima c’è stata la rivoluzione, ma la gente continua a sentirsi sfruttata e a scendere in piazza. L’Italia è da pochi anni finalmente unita, eppure i contadini del sud sono poveri come prima, alcuni anche di più. Nelle fabbriche tedesche e inglesi, teoriche avanguardie della rivoluzione industriale, si fanno strada idee diverse, conflittuali, ma accomunate dal desiderio di cambiare, abbattere, andare oltre. Perfino i commerci olandesi e belgi sono in crisi: cominciano a circolare anche lì, apparentemente indistruttibili, i libri di Marx ed Engels, ma la cosa più strana è che questi libri per alcuni sono già vecchi. Bakunin ha passato diversi mesi in Italia a spiegare a operai e contadini che non c’è rivoluzione comunista che tenga se si continua a mantenere l’idea di Stato. Lo Stato, dice Bakunin, conserva i rapporti di potere, le gerarchie, lo sfruttamento. È la semplice sostituzione di una classe sociale con un’altra, per quanto maggioritaria. Ma è davvero questo che vogliamo, dopo una rivoluzione?

No, certo, o almeno non tutti. Molti militanti italiani sono frustrati. Hanno combattuto per l’unità nazionale accanto a Garibaldi pensando a Mazzini e credendo di cambiare il mondo. Si sono ritrovati Cavour, il massacro dei briganti e i Savoia. Alcuni, come Foscarini, sono ancora giovani. Hanno creduto in Venezia e si ritrovano Crispi che vuole invadere l’Eritrea. Hanno sognato l’internazionalismo e la caduta delle frontiere e si sono svegliati nel colonialismo di fine Ottocento. Per loro, come per Bakunin, la dittatura del proletariato è solo una dittatura. Nessuna delega, nessuna rappresentanza. Se la massa si ribella, la massa prenderà il potere. Foscarini è uno dei più accesi, nei dibattiti a fine turno nelle campagne emiliane: contro i padroni, contro il Re, ma anche contro il sindacato e contro il partito, ennesimi esempi di un potere centrale che vuole reprimere la forza del popolo.

Qualcuno ne parla a qualcun altro che aveva conosciuto per vie traverse Bakunin, o una cosa del genere. Anche nel movimento anarchico, sottili come steli d’erba ma ugualmente fastidiose nel solleticare la superficie del corpo, esistono le gerarchie. Magari non entrano nel sangue, ma segnano l’epidermide provocandole un ricordo fisico leggero ma non per questo più facile da dimenticare. È uno di questi “emissari” che lo contatta. C’è bisogno di te, in Europa. Ogni idea va amata, come una religione. C’è bisogno di gente che sappia trasmettere il Verbo. E tu, caro Foscarini, sei tra gli eletti.

Per questo su quel treno diretto a Barcellona, nella primavera del 1884, c’era anche il giovane italiano. E con lui decine di anarchici, socialisti, comunisti e -isti vari, pronti a portare testa, cuore e pancia nelle fabbriche catalane, dove si preparava – con toni epici – l’Esposizione Universale del 1887. E quindi cantieri, operai e padroni. E scioperi, boicottaggi, manifestazioni. Riunioni, scontri, rivolte.

Les nouveaux réalistes: Pino Lucà Trombetta

0

 

 

Verda
di
Pino Lucà Trombetta

1

Quando mi vidi riflessa nella porta a vetri del Bouillon Chartier sussultai: occhiaie scure, pelle spenta, capelli spettinati.
Ero uscita dalla Fondation Suisse, dove abitavo, nell’ovatta del sonno. Mi ero sforzata di leggere alcune pagine della Société post-industrielle di cui dovevamo parlare nel pomeriggio. Poggiai la testa sul libro per una ricarica che durò fino alle due e mezza. Ci volevano almeno quaranta minuti: fino al metro, poi linea 4, coincidenza; e di corsa in bd Montmartre. E dovevo rendermi presentabile.

Cercai il pettine nella borsa a tracolla.
Ma c’era Rocco che apriva la porta e mi fissava. Non volevo mi vedesse così. Mi sentii nuda.

– Mi sono addormentata leggendo Touraine – dissi.
– Non aiuta a star svegli – rispose lui ridendo.

Mi ripresi indugiando, nella parete a destra, sulle foto in bianco e nero dell’inaugurazione del ristorante a fine Ottocento. Non volevo confrontarmi subito con le teorie di Touraine sui movimenti sociali che non capivo, e con Arduino: all’ultimo incontro, voleva convincermi delle motivazioni di classe dell’invasione turca a Cipro.

Quando lo raggiunsi, si limitò a un grugnito senza smettere di far stridere il pennarello sulla tovaglia di carta. Fece gli ultimi ritocchi. Poi passò al film “La Ciociara” su cui voleva fare la sua ricerca.

– Parla dello sfruttamento capitalistico…
– Sempre quello – rise Rocco
– …dell’opposizione città e campagna, borghesi e proletari.
– Non è sempre lotta di classe – aggiunsi, per proteggermi soprattutto

Poi Rocco iniziò a spiegare il suo, di schema. L’aveva disegnato sulla tovaglia, accanto all’altro. Era su certe lotte di alcuni anni prima a Reggio Calabria per il Capoluogo. Fu interrotto dal cameriere con un grande vassoio in mano, col Beaujolais e le costolette, che li seppellì entrambi. Ci sedemmo.
Il tavolo era in una postazione rialzata che allargava lo sguardo. Le cappelliere d’ottone, i vetri in motivi floreali, l’orologio al centro della vetrata alludevano alle hall liberty di certe stazioni di Parigi. Ero arrivata da poco in città e m’immaginavo in sala d’aspetto, in attesa di un treno.

Mentre prendevo appunti, fra una patatina e un sorso di rosso, sentii un’euforia che da tempo non c’era. Al diavolo fondotinta e copri-occhiaie – mi dissi, aprendo un’altra pagina del block-notes – Qui valgo per ciò che ho da dire. E Cipro accende sempre l’interesse.
Loro due non sapevano cosa c’era stato e quanto mi riguardasse.
Alla fine proposi di scrivere io l’introduzione comune alle nostre ricerche.

Sul Boulevard ci salutammo. Si era fatto tardi. Arduino corse a raggiungere i compagni del collettivo. Io cercavo le parole, quando Rocco mi propose di tornare a piedi insieme alla Cité Universitaire.

2

Camminammo a lungo. Quando arrivammo alla Fondation Suisse erano le dieci. Lui volle entrare, con la scusa che è una maison storica. Gettonammo due baguette al distributore e sprofondammo nelle poltrone blu del salone, di fronte alla Peinture du silence che riempiva la parete.
Dopo, mi chiese di vedere dove vivevo.

Nel corridoio c’era una lama di luce sotto la porta. La lampada dello scrittoio era rimasta accesa. Sul tavolo La société post-industrielle aperto alle pagine che avevano accolto il mio sonno. L’aria viziata frenava il respiro. Avrei preferito trovarmi ancora di fronte all’affresco di Le Corbusier o prima, sotto le colonne dell’ingresso, e dirgli buonanotte.

Aprii la finestra.
L’umidità e il rombo lontano del Bd Periferique facevano emergere la camera dal suo isolamento.

– Volevo solo fuggire stamattina — dissi.
– Non stai bene qui?
– Non so… non è ancora il momento
– Non sei obbligata – replicò.

Rimase in silenzio.
Ma, a qualcuno dovevo dirlo, forse lo meritava, l’avrei capito dopo.
Un soffio piovoso bagnò la plastica trasparente del grammofono. Abbassai il vetro e schermai la lampada sul tavolo con un fazzoletto rosa. Nella penombra, mi disponevo a raccontare. Lui sedette nella poltroncina, mettendo sul letto i vestiti e la biancheria che c’erano sopra.

Cercavo un punto da cui iniziare.
Mi venne in mente la festa di Hanukkah, a fine anno, a Famagosta.

– Celebravamo, insieme alla Festa delle luci, la vigilia del matrimonio con Eli. Il mio fidanzato di Istambul.
– Non sei nata a Cipro… – interruppe Rocco
– Avevo raggiunto mio padre quando era rimasto vedovo. Per non abbandonarlo in un paese straniero.
– Poi?
– Ci furono le benedizioni cantate da Eli e da mio padre, gli amen entusiasti dei parenti. Io speravo solo che qualcosa interrompesse quella messa in scena. Mi venne in mente un terremoto che demolisse l’appartamento al piano sopra dove avrei vissuto da sposata.
– Nientemeno – commentò.
– Si, da un mese, dopo la scuola, andavo a casa di Yorgo, collega del liceo dove insegnavo. Aveva vent’anni più di me. Non sapevo come dirlo a mio padre e a Eli, a quel punto, ormai.
La mano tremava mentre, con la candela al centro, accendevo gli altri otto bracci. Ogni nuova fiamma avvicinava il punto di non ritorno.

Andai a bere dal lavandino intasato

– Non so perché te ne parlo.
– Puoi smettere… – fece lui, come prima.
– …Forse perché ne ho bisogno.

Tornai al mio posto.

– L’indomani mattina mio padre prima di uscire mi abbracciò stretta: grazie a me, si sentiva finalmente a casa su quell’Isola. Piangeva.
In quel momento decisi.
Scrissi la lettera, la lasciai sul tavolo in mezzo agli avanzi della festa e feci la valigia.

Rocco poggiò la testa fra le mani, protendendosi.

– A casa di Yorgo, mangiammo una torta di spinaci al sole, nel balcone e ci ubriacammo.
Verso mezzanotte, mentre finivamo la bottiglia di retzina, vidi dalla finestra, in fondo al molo, l’agenzia di mio padre illuminata.
C’era andato lo stesso, come se la lettera non l’avessi scritta.

Girai nella stanzetta aspettando che i battiti rallentassero.

– Ti annoio? – dissi per mascherare il rosso che sentivo in viso. – Questo è il primo tradimento: il mio.
– Ce n’è un altro? – chiese lui con un’ironia che mi alleggerì.

Sedetti sul letto, accanto alla poltroncina.
Non gli parlai dell’anno con Yorgo. Ripresi da quando i turchi arrivarono e portarono la guerra civile.

– Il liceo convocò un’assemblea per cancellare il mio corso di cultura turca. Yorgo mi assicurò che avrebbe lottato per me. Ma seppi che l’abolizione era passata all’unanimità.
Il primo pensiero fu: “me lo merito”.
Da un mese non c’era luce nell’agenzia di mio padre.
I turchi evacuavano la città.

Rocco mi raggiunse e mi massaggiò le spalle. Riempii i polmoni e mandai fuori l’aria, lentamente, guardando il linoleum verde striato del pavimento. Restammo così.
Poi propose di riordinare la stanza.

Estrassi il telo verde acqua dalla cassettiera: una delle poche cose che mi ero portata da Istambul. L’avevo comprato in un viaggio con mio padre nell’Egeo, prima di Cipro.
Lo stesi sul letto e appoggiai contro il muro i cuscini blu raccolti da terra. Lui intanto estraeva i capelli dal lavandino. Non volevo, ma lo lasciai fare.

Quando tutto fu in ordine, mi sentii leggera. Andai alla finestra e sollevai il vetro.
Il suono della notte riempì la stanza.
Lui stava sul letto allestito a divano.

– Meriti un regalo – dissi

Il 45 giri era sul piatto. Spensi la lampada sulla scrivania e lasciai che il bagliore giallastro ci avvolgesse. Lo raggiunsi.
Rocco voleva parlare. Per farlo tacere avvicinai la punta dell’indice alle sue labbra; la strinse fra i denti.
L’avevo ascoltata, in quei giorni. Era Across the Universe.
Però il ritmo regolare, gli accordi che il sitar faceva scivolare uno nell’altro risuonavano diversi, come le parole che rimandavano a estasi cosmiche, durature.

Quando il giradischi emise un gracchiare ritmico, aggiunsi:

– Mi aiuta… Chissà se anche per me niente potrà cambiare il mio mondo, come dice la canzone

Gli passai il foglio col testo che avevo trascritto e riavviai:

Le parole scivolano come gocce di pioggia
in una tazza di cartone.
I pensieri vagano come un vento irrequieto
nella buchetta delle lettere.
Jai guru deva om
Niente potrà cambiare il mio mondo.

– Frasi insensate — disse lui.
– No – obiettai – il messaggio è: se rinuncio a capire, capisco.
– Cosa vuol dire?
– È la sconfitta della mente che vuole spiegare, tutto.

Gli dissi che da due settimane frequentavo un monaco giapponese: Deshimaru che mi aveva dato il disco.
Lo rimisi. Entrambi sapevamo adesso che qualsiasi parola o pensiero avrebbe distrutto quell’istante: i Beatles che facevano convergere le emozioni; i bagliori e il sussurro del Périphérique, noi sui cuscini blu, concentrati sul respiro.

3

Alla fine l’avevo convinto.
Sedemmo, come gli atri, sui cuscini che ci eravamo portati. Deshimaru arrivò con la valigia arancione. Tirò fuori la statua del Buddha magro e dorato seduto su un grande fiore di loto. La sistemò su un tavolino. Accese accanto due lumini a olio e uno stecchetto profumato.
Disse poche parole. Poi spense le luci.
Durante lo zazen girava per la sala colpendo sulla spalla con un bastoncino piatto, quelli che gli sembravano distratti o assonnati. Alla fine, dopo quasi un’ora d’immobilità, ci mise in fila e camminammo, lentissimi lungo i muri della sala.
Era una delle due sedute settimanali che teneva al pomeriggio, nel seminterrato della Fondation Suisse.

Una volta disse, all’inizio, che lo Zen deve diventare una consapevolezza che illumina tutta la giornata del praticante. Qualcuno chiese se valesse anche per la sessualità.
Un calore salì alle guance. Mi girai: anche Rocco mi guardava.
Finita la camminata, salimmo nella mia camera.
Accesi un triangolo d’incenso e spensi il neon del soffitto.

L’imbarazzo fu breve.
Continuammo lo zazen a modo nostro nella luce della sera.
Mentre mi spogliavo mi accorgevo che il corpo era perfetto così: con le macchie marron delle lentiggini sulle braccia, la pelle sgranata del seno, i capelli sottili. E anche il suo: con le gambe denutrite, l’assenza di pettorali, il torace senza peli, da ragazzo.
Poi il dolore della penetrazione che si trasformava in piacere, gli alti e bassi dell’erezione, le sensazioni mutevoli generate dalle mani sulle diverse parti del corpo.
L’energia che spingeva a concludere in fretta, la riversai nei movimenti lenti, irregolari, nell’odore di sudore che si mescolava all’incenso, nei bisbigli che ci accompagnavano.
Andavamo avanti, senza le aspettative che minavano gli incontri con Yorgo, finché c’era desiderio ed energia.
Alcune volte ricominciammo dopo la cena al Resto U.

4

Quando Rocco bussò, stavo rimettendo a posto i cuscini e la coperta della seduta con Deshimaru. Da dieci giorni non veniva allo zazen.
L’avevo invitato. Volevo che vedesse come avevo sistemato la stanza.
Dopo i baci sulle guance aspirò il profumo dall’incensiere che avevo piazzato sotto la finestra, accanto a un piccolo Buddha e un bonsai fiorito. Guardò la struttura di bambù che nascondeva il neon al soffitto, il paravento di carta di riso davanti al lavandino, le nuove fodere dei cuscini.

– Se penso com’era… – disse girando per la stanza
– Il primo passo è la cura dell’ambiente…
– È un miracolo
– Iniziato quando, invece di scappare, mi hai aiutato a ordinare.

Gli parlai delle ultime sedute, anche se erano uguali alle altre.
Lui non parlava. Tracciava solchi concentrici col piccolo rastrello nella vaschetta di sabbia rosa che avevo messo sulla scrivania.
Indifferente.

– Perché non sei venuto? – dissi.
– Touraine mi ha fatto riscrivere il progetto sulle lotte per il Capoluogo.
Non so più se Reggio sia una società post-industriale. Se vale la pena andare avanti…
– Lasceresti il seminario?
– Sarebbe meglio, forse.
– …lo zazen?
– Toglie tempo al lavoro.

Aggiunse altre cose.
Una parte di me cercava un senso nelle parole. L’altra, sapeva che c’era altro.
Avevo iniziato a vedere la stanza coi suoi occhi e mi sbagliavo. Mi sentii stupida ad aver comprato il paravento, il pannello di bambù e tutto il resto. Mi alzai; sollevai il vetro della finestra e guardai gli studenti che uscivano dalle Maison per andare in mensa. Come ogni sera. Ci restai un po’ prima di chiudere.
Nella stanza, l’odore d’incenso non mi trascinava nella dimensione che conoscevo. Il silenzio era intollerabile. Spensi il bacchetto, aprii il grammofono e misi sul piatto il disco della prima volta; dall’altro lato: The Long and Winding Road.
Allargai il braccio e appoggiai la puntina dove iniziavano i solchi.
Gli diedi il foglio col testo e mi distesi anch’io sul copriletto verde acqua.

La disillusione si scioglieva nelle armonie e nelle strofe della canzone che parlano del vano desiderio verso qualcuno che non risponde:
Mi hai lasciato qui ad aspettare, tanto, tanto tempo fa.
Rocco volle riascoltarla.

Poi mi abbracciò con una frenesia che non conoscevo.
Per un po’ l’illusione di essere ancora voluta, gli consentì di insinuare la mano sotto il maglione. Ma, cosa voleva? Io ero quella che si abbandonava dopo lo zazen. Non il corpo inerte che cercava di possedere.
Mi allontanai:

– Mi fai pena – dissi riallacciando il reggiseno – vorresti far l’amore con me, ma non puoi più.

Dopo pochi minuti uscì.

Non l’ho più rivisto.

Ricevetti poi la lettera.
Che mi aiutò a capire, e dimenticare.

5

Bologna, 19 aprile 1975

Ciao,

da un mese quell’ultimo incontro mi perseguita, ogni volta con una sfumatura dello stesso dolore.
Notai tutto: il separé, il bonsai, l’albero della vita, la cassetta con la sabbia. Li toccai. Ognuno produceva una fitta al cuore

E poi i Beatles.
Quel lamento senza orchestra, all’inizio.

La strada lunga e tortuosa che conduce alla tua porta
Non scomparirà mai. L’ho già vista quella strada.

Mi riconoscevo.
È un loop: quando lui si avvicina alla fonte del desiderio, una forza ostile lo porta indietro. Somigliava a un sogno che facevo da quando il mio professore, in Italia, mi aveva detto di aver ottenuto per me un posto nella sua università. Non potevo rifiutarlo.
C’erano isole fantastiche nel mare piatto e case meravigliose sull’arcipelago. Potevo prenderne una. Ma qualcosa lo impediva: era occupata, stava crollando, aveva stanze piccolissime. Se l’avessi avuta, sarebbe stata un riparo, definitivo,

dalla pioggia che lascia pozze di lacrime:
il pianto di un giorno intero.

Quella musica mi illudeva che l’obiettivo fosse vicino: possedere te, sdraiata accanto sul telo verde acqua. Come se tu potessi rivitalizzare, per miracolo, l’esistenza parigina che si sgretolava.
Ti accarezzai. La tua pelle morbidissima s’insinuò fra le dita quando raggiunsi il seno.

Ma hai fatto bene a cacciarmi.
Non era te che volevo. Era tutto quello che non sapevo trattenere.
Il seminario, Deshimaru, la Fondation Suisse; la biblioteca con la vetrata insonorizzata su Bd Raspail che faceva somigliare i flussi di traffico al semaforo a branchi di pesci in un acquario. Svanivano; come quei sogni carichi di eccitazione di cui, al risveglio, si ricorda solo che non sono veri.

Mentre tornavo alla Maison d’Italie, nell’aria che gelava le orecchie, mi resi conto di aver percorso per intero la strada lunga e tortuosa: l’alternarsi di desiderio e disperazione, della canzone dei Beatles.

Coraggio.
Forse non ne hai bisogno.
Lo dico a me.

Rocco

Napoli infinita

0

(È da qualche mese in libreria “Napoli infinita”, il libro che raccoglie le escursioni, reali e sentimentali, di Davide Vargas nel cuore di Napoli. Pubblico qui di seguito uno dei suoi racconti urbani, consigliadovi di leggere gli altri 349 presenti nel libro pubblicato da La nave di Teseo)

La biblioteca del Pimentel Fonseca

di Davide Vargas

Il portone è aperto e il richiamo è troppo forte. Non sono mai entrato e c’è aria di famiglia, ricordi ovviamente. In un paese ancora devastato dalla guerra una giovane donna con gli occhi bassi partiva in treno verso l’emancipazione, sulle panche dei vagoni da tradotta conobbe un giovane più spavaldo, si amarono e divennero i miei genitori. Nella mitologia familiare questo viaggio dalla piazzetta di provincia verso il primo Istituto Magistrale di Napoli intitolato a Eleonora Pimentel Fonseca sorretto da una tenace volontà assumeva ad ogni racconto come per i pionieri l’alone di conquista di un territorio più fertile. Via Benedetto Croce all’imbrunire è ormai invasa dall’aria natalizia. All’ingresso, nella cornice del portale, un gruppetto di giovani in divisa fa accoglienza, una ragazza vede la mia indecisione e si offre di accompagnarmi alla biblioteca, ne vale la pena dice, è bellissima. E così entro passando sotto un festone che pende al cancello dopo il portone, percorro il lungo androne e salgo lo scalone. Allo smonto si apre un lungo corridoio ma la mia guida continua a salire. Il secondo rampante sale costeggiando il bugnato a punta di diamante della chiesa del Gesù Nuovo confinante con il convento. Il pianerottolo è la prima tappa. Un grande finestrone inquadra Santa Chiara e puoi vedere il rosone a tu per tu, una vista frontale, senza alzare la testa per capirci. Le luci della città distendono sul paramento tufaceo della chiesa un unico tono dorato, muto e irreale, il vociare della strada qui non entra. Il corridoio superiore è una lunga galleria bugnata interrotta dai fiocchi delle volte. Immagine potente, è la cifra di una città stratificata, dove il nuovo si accosta al precedente, si sovrappone, ne interseca la trama senza mai cancellare del tutto la preesistenza. I ragazzi si trattengono e fanno capannelli con gli insegnanti ed è un bel vedere. Ecco la biblioteca. Una porta di ingresso imponente decorata da pannelli di legno intagliato introduce in un ampio locale rivestito dall’apparato decorativo settecentesco, scaffalature di gusto naturalistico, pavimento marmoreo con intarsi dello stesso colore del legno. La libreria ricopre per intero le pareti lasciando liberi solo i vani delle finestre, il primo ordine scandito da lesene termina con un ballatoio che gira intorno con la sua balaustra rigonfia e traforata, fogliame animali e medaglioni si intrecciano come un unico festone continuo. I libri non ci sono più e gli scaffali sono vuoti. Su tutto la volta affrescata dal Sarnelli nel 1750, chiara e luminosa. Siamo nell’insula dei Gesuiti che giunsero a Napoli alla metà del Cinquecento e fondarono il convento del Gesù Vecchio in cui si provvedeva all’educazione dei giovani. La storia va avanti per ampliamenti successivi favoriti dallo stretto rapporto tra potere politico e religioso, fino alla fondazione della Casa professa. L’espansione dei conventi portava la conseguenza della penuria di spazi verdi e abitazioni. Ma nella Casa professa c’era veramente bisogno di spazi, si curavano le anime e alla fine del Seicento si contavano cinque oratori con sagrestie annesse. Nel vicino Liceo Genovesi la volta dell’antico oratorio dei Nobili è affrescata da Battistello Caracciolo e l’androne di ingresso era l’antica sagrestia decorata con nappe festoni e girali del tardo Seicento. Il liceo Pimentel Fonseca è noto anche come Casa professa. Eleonora Pimentel Fonseca faceva parte dell’élite culturale napoletana impregnata di idee liberali, curò la pubblicazione del “Monitore napoletano” che fu il primo giornale politico e civile della città. Salì al patibolo in piazza Mercato dopo aver assistito senza cedimenti all’esecuzione di tutti i compagni arrestati, qualcosa come le esecuzioni naziste quando Priebke chiamava a nome uno a uno i prigionieri che faceva fucilare. Il contegno degli uomini del ’99 davanti alla morte fu il riscatto eroico rispetto alle ingenuità rivoluzionarie, a tutt’oggi sono un punto luminoso di idee e impegno morale nella nostra storia. È bello che un luogo dell’educazione porti l’utopia del suo nome. Quando esco le ragazze in divisa mi salutano, la sera è tiepida e la strada si è ancora di più affollata. Una zingara si avvicina alle donne offrendo ciondoli a forma di corno e una promessa di protezione contro il malocchio. La guglia dell’Immacolata in prospettiva è una specie di faro, secondo tradizione l’8 dicembre un vigile del fuoco salirà con una scala telescopica e offrirà come ogni anno un fascio di rose alla statua in cima. Il portale in piperno del liceo, alto e solenne racchiude nella cimasa curvilinea l’epigrafe in memoria della Principessa di Bisignano e i grandi finestroni ai lati emettono una luce bianca come lanterne fuori scala.

Davide Vargas, 6 dicembre 2022

 

Scampagnata

0
Foto: Archivio storico nazionale Cgil

di Lucia Mancini

Stamane mi son dovuto alzare presto perché io e i miei amici abbiamo una scampagnata. Non è che è una cosa solo di sfizio, io e i miei amici ci siamo trovati questo mestiere qui e oggi c’abbiamo da accompagnare i villeggianti su per i monti che altrimenti quelli in mezzo ai nostri boschi e con questi paesini tutti uguali mica se la riescono a sbrogliare da soli. Ma non è solo un lavoro. I miei amici dicono che lo fanno per convinzione. Lo dico pure io, ma non lo so mica se è davvero così. Non sono il più sveglio della covata, lo so e non me ne faccio un cruccio. Nemmeno i miei sanno perché sono così, forse per colpa della caduta o della brutta febbre che ho avuto da fantino. Oppure così ci sono proprio nato e non ha senso cercare colpe. Comunque, se non era per i miei amici me ne starei in un canto della piazza a giocare coi tollini o a suonare l’organetto, invece ora ho un compito importante: suonare l’organetto alle scampagnate dei villeggianti.

Quando ci sono queste scampagnate, per prima cosa ci troviamo noi amici in piazza, non quella davanti casa mia, anche se è la più vicina al loro alloggio, ma quella vicino a casa di Lauretta, perché anche se è una femmina è lei il nostro capo. Non ce lo diciamo, però sappiamo tutti che è così.

Di solito sono sempre io il primo ad arrivare, invece stamane Lauretta è già giù. Anche se andiamo in montagna e ci sarà da camminare e da tribolare si è messa tutta precisa e ordinata, con la gonnellina nera e le calzine e la camicina bianca. Chissà come se la riduce quella camicina dopo la caccia. Non so se i vestiti se li lava lei e se glieli lava la su ma. La mia, dopo la prima scampagnata, si è messa a piangere e ha detto che quello scempio me lo dovevo sistemare da solo. Poi è scappata a chiudersi in camera. Io ero fuori al fontanile in strada e la sentivo urlare e singhiozzare dalla finestra aperta e francamente mi è sembrato un po’ esagerato per una camicia e un paio di calzoni. Ma visto che il babbo non c’è e le mie sorelle sono sposate, in casa siamo rimasti solo io e lei e per quieto vivere da allora ai miei cenci ci penso da me.

Ma perché sto parlando di cenci sporchi e dei problemi con la me ma? Il fatto è che io sono così, mi si attorcigliano i pensieri e perdo il filo.

Lauretta si è messa anche due fermagli sopra le orecchie per tenersi i capelli in ordine, li porta corti e un po’ gonfi, come le donnine del cinematografo. Ha pure la borsetta. Dentro ci porta un borsello, un fazzoletto ricamato e una scatola di fiammiferi. Lo so perché una volta me l’ha fatta tenere. Lauretta fuma, ma le sigarette non le ha: ha solo i fulminanti perché così può accendere la sigaretta agli altri e chiederne una in cambio. Non è un cambio molto vantaggioso, per gli altri dico, ma a lei riesce sempre. Se ci provassi io mi riderebbero in faccia. Ma tanto io non fumo, che quando c’ho provato mi sono sentito un rospo in gola. I miei amici hanno riso, ma non mi hanno preso in giro. Loro non mi chiamano infelice, idiota o mentecatto o con altre brutte parole come gli altri ragazzi. È per questo che a loro ci voglio bene e faccio tutto quello che mi dicono.

Lauretta è nervosa e batte il piedino sul selciato. Tiptiptip. Io ci dico solo buongiorno perché so che di prima mattina è inversa e oggi è davvero presto, manca un’ora all’alba. Anzi, no, secondo me è ancora più prima perché il cielo è nero nero. La me nonna diceva che il mattino c’ha l’oro in bocca, ma secondo me quello di Lauretta c’ha il fiele.

«Dove diavolo sono finiti gli altri?»

Io mi gonfio tutto perché Lauretta non mi parla spesso. È perché sono un po’ lento mentre lei è veloce.

«Arrivano, arrivano. Hanno fatto solo un po’ tardi.»

«Dovrebbero essere già qui» fa lei. Ma mi sa che stavolta non è arrabbiata, sembra preoccupata. Si morde pure una pellicina e lei non lo fa mai perché le mani delle donne non devono essere da contadina e non devono avere le unghie mangiate. Lo ha detto una volta e io me lo ricordo ancora perché sto attento quando parla lei. «Spero che i bastardi non li hanno presi.»

Ah, ecco perché è preoccupata. Lei sì che è intelligente, io non ci avevo punto pensato ai bastardi.

Ma i bastardi questa volta non c’entrano perché dall’angolo della piazza spuntano Otta’, Miglio e quel lungaccione di Durante. Portano tutti a tracolla uno schioppo per la caccia, mentre io a tracolla c’ho l’organetto.

Lauretta mi prende per il braccio e mi trascina dagli altri e mi ribolle il sangue, perché lei non mi tocca mai.

«Cecco è più affidabile di tutti voi messi insieme.» Si mette le mani sui fianchi e mi sembra ancora più carina. Un po’ perché così si vedono di più le puppe, un po’ perché mi ha fatto un complimento. Ma non ha tempo di rampognarli perché si rischia di fare ancora più tardi coi villeggianti, che quelli sono buoni e cari, ma sull’organizzazione non sentono ragioni. E così corriamo a rotta di collo e ci fermiamo solo all’angolo prima del loro alloggio così possiamo tirare il fiato e sistemarci perché noi ai villeggianti ci facciamo da guida e li aiutiamo, ma loro devono capire che siamo loro pari, che non scattiamo sull’attenti appena schioccano le dita. Per tutta la corsa sono rimasto un metro dietro a Lauretta, così con la gonnellina che saltellava ci ho guardato per tutto il tempo le cosce. Sarò pure lento, ma per certe cose sono furbo.

Lauretta apre la borsa e piglia uno specchietto. Ecco, prima mi sono dimenticato di dire che nella borsetta ci tiene pure quello. Comunque piglia lo specchietto e si mette il rossetto. Il rossetto non se l’era messo mai, quindi non ero tenuto a sapere che aveva pure quello. È buffa, sembra che si è sporcata con la pomarola, ma questo non lo dico perché mi sa che per lei invece è importante quel rossetto, che poi chissà dove l’ha trovato. Comunque quando si è rimessa in ordine ci passa in rassegna. Sistema la camicia di Miglio, il fazzoletto di Durante e poi si lecca una mano per abbassare il ciuffo di Otta’, che capelli così sgrendinati non ce li hanno nemmeno i bastardi. A me non sistema niente e un po’ mi dispiace, però non devo rimanerci male, significa che andavo già bene, no?

Ci fa cenno e svoltiamo l’angolo. Lauretta per prima. Otta’, Durante e Miglio dietro e io per ultimo. I villeggianti sono già tutti sulle camionette e ci urlano qualcosa. Certo che campano male questi, anche se stanno in villeggiatura sono sempre neri. Il capo dei villeggianti ci viene incontro e gesticola come un matto. Durante, che parla un po’ della loro lingua ed è diventato amico del loro cuoco che gli passa sottobanco qualche lattina di latte condensato e di carne, una volta mi ha detto che i villeggianti ci prendono in giro perché parliamo forte e gesticoliamo tanto con le mani. Mi ha fatto pensare a quella storia che raccontano i preti sulla trave e il ruscello, perché francamente come urlano e gesticolano questi qui io non ho visto mai nessuno dalle nostre parti.

Comunque Lauretta ci dice qualcosa, pure lei parla un po’ della loro lingua, ma questo non stupisce perché lei impara sempre tutto quello che c’è da sapere. E quello subito si calma. Sbuffa un po’, questo sì, però è tranquillo. Ci fa montare sul cassone delle camionette, insieme ai villeggianti. Io e Lauretta siamo insieme, uno di fronte all’altra. Durante e Miglio, che conoscono meglio la strada, sono saliti di fianco a due autisti mentre Otta’ è finito su un altro cassone. Poveretto: è da solo e non capisce niente, quindi può solo dormire o guardare il panorama. Non può nemmeno giocare a carte perché magari loro giocano con regole diverse e possono pensare che li vuole gabbare.

Partiamo. Le camionette tossicchiano e borbottano, mi ricordano il rumore del paiolo con la zuppa. Usciamo dalla città e cominciamo a salire su per i monti. Il cielo è scuro, ma le montagne cominciano ad avere un po’ di aureola quindi significa che l’alba si sta avvicinando.

Le strade sono messe male. Erano bruttine pure prima, però adesso con i botti di questi e i botti di quelli sono tutte un crepaccio e sul cassone ballonzoliamo come patate in un sacco. Era pure divertente se potevamo buttarci di qua e di là seguendo le curve o saltando quando la camionetta prendeva una buca. La prima volta che sono partito per una scampagnata facevo proprio così e continuavo a buttarmi contro il mio vicino che però non era tanto simpatico e mi ha subito urlato: «Capù». Aveva uno sguardo così arrabbiato che mi sono fatto piccolo piccolo e per tutto il viaggio me ne sono stato buono buono abbracciato al mio organetto. È stato a quel punto che mi sono accorto che sul cassone della camionetta i villeggianti stanno buoni buoni e fermi fermi, e mi è tornato in mente quello che ci dice sempre Lauretta: «Se non sapete cosa dovete fare, guardate gli altri». E in effetti funziona sempre.

Un po’ devo aver dormito perché adesso siamo molto più in alto, il cielo è rosa e ho il mento tutto sbavato. Lauretta scherza con il villeggiante vicino a lei. Ha le gambe un po’ allargate e ci vedo le mutandine. Al ritorno se le toglie e si allontana con uno dei villeggianti. Forse il fortunato di oggi è lui. Mi sa che i ragazzi ci piacciono biondi e col naso piccolo, ma chissà, magari quando i villeggianti se ne tornano a casa deve farsi andare bene i bruni col nasone. Una volta, dopo una scampagnata, l’ho vista con un villeggiante. Erano appoggiati alla camionetta e lui aveva i calzoni alle ginocchia. Lo sapevo che mi sa che me ne dovevo andare, però lei mi ha visto e non si è arrabbiata. Anzi, si è messa a guardarmi e a miagolare più forte e a quel punto mi sono toccato. Di solito cerco di resistere perché è peccato e la Madonnina piange, ma quella sera lì non ce l’ho proprio fatta. La notte mi sono sentito tanto in colpa che continuavo a girarmi nel letto e non riuscivo a dormire. La mattina, di buonora, sono andato a confessarmi. L’ho detto subito ed ero tutto preoccupato perché pensavo che don Martino s’arrabbiava. Ma don Martino è stato zitto. Io ho contato aspettando che mi sgridava, sono arrivato a quarantasei però non ho cominciato subito, quindi era di più. Invece lui mi ha chiesto: «E non devi dirmi altro?». Io ci ho pensato e ho detto di no, che la me ma non sapeva niente perché i vestiti della scampagnata me li lavo da solo, e che comunque ero molto dispiaciuto e non lo facevo più. Ed è stato a quel punto che don Martino si è arrabbiato. È uscito dal confessionale, mi ha tirato per un braccio che credevo che me lo staccava e mi ha buttato fuori dalla chiesa. Ha detto che, povero di spirito o no, lui lì dentro non mi ci voleva vedere mai più e che l’unico peccato della me ma era che non mi avvelenava la minestra, che Gesù Cristo l’avrebbe perdonata. Ci sono rimasto male, ma mica perché si è arrabbiato, lo sapevo che avevo fatto una cosa che non si fa e infatti ce l’avevo detto subito. Ci sono rimasto male perché non ha accettato le mie scuse e voleva farmi confessare altre colpe che però io non avevo, perché non avevo dato incomodo alla me ma. Comunque in chiesa non ci sono più tornato, anche se adesso don Martino non c’è più. Ci hanno sparato in testa una settimana fa, è morto in mezzo alla piazza. La testa ci è esplosa e quello che c’era dentro si è tutto streminato per terra. Io ho detto: «Sembra un cocomero spiaccicato». Ho copiato quello che aveva detto Miglio a una scampagnata, solo che quando l’ha detto lui tutti hanno riso, mentre quando l’ho detto io la me ma è scappata a casa e quelli che stavano portando via il corpo di don Martino mi hanno guardato male. Forse perché mi sono sbagliato e ho detto «spiaccicato» invece di «spappolato», che se dicevo «spappolato», come aveva detto Miglio, magari faceva ridere. Comunque sono stati tutti molto cattivi. Uno ha detto che gli idioti come me andrebbero affogati da piccoli, come si fa con i gatti. Un altro che il mio babbo, a sapermi così, moriva di crepacuore. Che poi anche lì, è difficile capirli. Prima tutti mi tiravano i sassi e mi prendevano in giro perché el me ba è al confine, mentre ora dicono solo «povero il tu babbo». Comunque ce l’ho raccontato ai miei amici e loro mi hanno detto di non preoccuparmi, che si prenderanno cura di me, ed è per questo a loro ci voglio così bene.

Mi sa che siamo vicini perché il monte col nome d’uccello è proprio qui, el me ba me ci provava a insegnarmi i monti ma io sono poco buono coi nomi, non mi ci vogliono rimanere nella testa. Anche questo fiumiciattolo lustro qua di sicuro el me ba me l’ha detto come si chiama. Per questo il maestro a scuola mi bacchettava le mani e mi mandava dietro la lavagna, mettendomi in capo il cappello d’asino. Anche con le persone c’ho lo stesso problema, devo vederle spesso e allora sì che i nomi me li ricordo. Come per i miei amici.

La nostra camionetta, quella di Miglio e quella di Otta’ si ferma, mentre quella dove c’è Durante a guidare l’autista prosegue insieme ad altre due. L’importante, quando si fanno queste scampagnate, è la panificazione, l’ho sentito dire a Lauretta. Bisogna che i villeggianti si fermino in due punti e poi piano piano si vengano incontro per trovarsi a mezza via, perché così i polli e i bastardi non possono scappare e la caccia è più grossa. Però ieri diceva che secondo lei di bastardi oggi ce ne toccano pochi, solo polli, perché di sicuro quelli hanno sentito la storia della santa e sono scappati. Devono avere l’orecchio fino questi bastardi perché sentono sempre storie che io non conosco. Comunque ha detto che noi e i villeggianti ci faremo andare bene quello che troviamo, e questa è una grande dimostrazione di saggezza. La me nonna me lo diceva sempre che si campa bene solo se ci si accontenta.

Smontiamo e ci raccogliamo all’inizio del paese. È un paese come ce ne sono tanti in queste montagne qua e infatti io non so proprio come facevano a sbrogliarsela da soli i villeggianti se non c’eravamo noi a indicarci la via. Be’, lo so che la via ce l’hanno indicata Otta’ e Durante, non voglio fare la parte di quello che si prende i meriti degli altri, ma come dice Lauretta noi siamo una cosa sola, come le dita di una mano, e quello che fa uno è come se lo avessero fatto gli altri, e se qualcuno fa qualcosa a uno di noi è come se l’avesse fatta a tutti. Noi siamo più di una famiglia, siamo amici. I parenti non si scelgono, gli amici sì.

I villeggianti scaricano l’attrezzatura, sono tutti bardati, chissà che caldo sentono. Quando siamo tutti pronti Lauretta mi fa un sorriso e con un gesto del capo mi incoraggia a partire. Eh sì perché questo è il mio momento e lei si è impegnata tanto a strappare il permesso al capo dei villeggianti, dice che è il nostro numero distintivo. E così io mi incammino per l’unica via del paese con tutti dietro e attacco a suonare l’organetto. Lauretta dice che così tutti capiscono che siamo noi e che cosa ci sta per succedere perché nessun altro ha un suonatore di organetto che accompagna le scampagnate. Dice che così cominciano a farsela sotto prima ancora di vedere gli schioppi. Capito? Il numero distintivo sono io, sono io che faccio capire che siamo noi! Non ero mai stato così importante per nessuno. E allora io do sempre il meglio quando suono. A dire la verità non è che mi costa tanta fatica, perché suonare è l’unica cosa che mi è sempre venuta, mi basta sentire una musica che subito la so rifare. Dipenda che c’ho l’orecchio soluto. El me ba se n’è accorto quando ero piccino ed è stato lui a comprarmi l’organetto. La me ma mi rinfaccia che lui non ha mangiato un mese per comprarmelo e che ora lo uso per sviolinare quelli che l’hanno mandato al confine, ma mica sono stati i miei amici a mandarlo via e mica suono un violino. Comunque nel silenzio del primo mattino con il cielo ancora rosa e il ruscello che cinguetta io attacco a suonare e la musica del mio organetto riempie il paese, rotolando contro i muri e rimbombando. Cominciano a sentirsi dei rumori che vengono dalle case, ma non è che capisco mai bene, perché sono concentrato a suonare e a camminare, perché ci manca che inciampo proprio sul più bello.

Il mio momento non dura mai tanto, però non so se è davvero così perché quando suono mi sembra che il tempo passa in fretta. Poi i villeggianti cominciano a fare baccano: prendono a calci le porte, entrano nelle case ed escono trascinando i polli per i capelli. E qui secondo me sono un po’ esagerati perché vabbè che i polli sono stupidi, però magari se ce lo chiedi gentilmente escono pure da soli. Ma forse loro ce l’hanno chiesto e quelli non ne hanno voluto sapere e allora i villeggianti sono stati costretti a fare così, io questo non lo so perché sto sempre fuori e faccio avanti e indietro coll’organetto. Qualche sparo c’è subito, ma pochi, mica come dopo. Comunque i botti fanno scappare gli uccelli e comincia il finimondo. La gente esce per strada e cerca di scappare, di andare nei boschi e su per i monti. Mi sa che aveva ragione Lauretta, sono quasi tutte donne e vecchi. E poi ci sono i fantini e gli storpi. Però non bisogna farsi ingannare perché magari non sono bastardi però sono loro amici. Qualche giorno fa i villeggianti avevano preso una ragazza. Non era una bastarda, ma credevano che sapeva qualcosa. Magari ci era amica o magari era una loro stufetta. Che poi anche i bastardi sono un po’ polli, che bisogno hanno di una stufetta ad agosto? Ma ora non devo perdere il filo, che mentre suono mi fa bene raccontarmi le storie. Insomma, i villeggianti avevano preso questa fanta e l’avevano portata al loro alloggio. Era pomeriggio e io e i miei amici eravamo lì fuori. Durante e Lauretta fumavano, Miglio e Otta’ no perché non erano riusciti a farsi offrire una sigaretta e per questo erano un po’ inversi. La ragazza era tutta altezzosa e quando ci ha visto ci ha sputato contro. Io ci sono rimasto male perché non la conoscevo, e che bisogno c’è di essere cattivi con qualcuno che non conosci? Miglio però si è messo a ridere e ci ha urlato dietro: «Brava, brava, mo ci pensano loro a farti la festa». I villeggianti l’hanno portata fuori che era quasi il tramonto e io me ne stavo giusto andando perché la me ma non mi fa mangiare se arrivo tardi. Lei era tutta disordinata e un po’ traballante, sembrava briaca. È mezzo inciampata e un villeggiante l’ha riacchiappata per un braccio, lei però ci ha dato uno schiaffo e sembrava che piangeva. A quel punto io ci ho urlato: «Guarda che mica erano tenuti a farti la festa!». Perché a un certo punto ai maleducati bisogna dirlo che sono maleducati. I miei amici si sono girati tutti verso di me e sono scoppiati a ridere, e hanno battuto forte forte le mani. Al che la fanta mi ha guardato e ha detto: «Tu sei quello che mi fa più schifo di tutti». E se n’è andata. E a me il dubbio che la conoscevo è venuto, perché altrimenti come faceva a dire così? Ma Lauretta mi ha detto che noi siamo famosi e ci conoscono tutti: «Noi siamo quelli dell’organetto». E allora io penso che el me ba sarà orgoglioso che il su figliolo è diventato famoso coll’organetto che ci ha regato lui.

Le donne corrono per strada, urlano ai bambini di nascondersi dove sanno. I proiettili fischiano. Sono sempre un gran casino queste cacce. Lo so che casino è una brutta parola e non la dovrei usare, però ogni tanto nella mia testa mi scappa. Io non so perché ci insegnano che ci sono le brutte parole che non vanno usate e quando andavo a confessarmi da don Martino e ci raccontavo delle brutte parole che mi dico nella testa lui non sembrava curarsene e voleva sapere di altri peccati che però non avevo fatto. Perché oltre alle parole brutte e a quella cosa di Lauretta che ora non voglio ridire perché altrimenti mi distraggo, io di altri peccati non ne ho mica sulla coscienza. Avrei voluto chiedercelo a don Martino, ma lui mi ha cacciato e adesso non c’è più.

Durante spara alla testa alle donne e Lauretta si arrabbia, dice che è meglio se prima di ucciderle si spara ai loro figlioli così quelle urlano e si disperano, che così è più divertente. I villeggianti hanno radunato una ventina di vecchi e storpi contro una parete e ci hanno montato davanti un treppiede. Grande macchina, quella! Con una sventagliata falcia tutti, quando vengono colpiti i corpi fanno una specie di balletto tipo burattini e rimangono in piedi finché il treppiede non smette di sputare proiettili, poi si afflosciano e finiscono per terra. Alla fine sono tutti così scomposti e mischiati che sembrano una brancata di rumenta. L’unica cosa che non mi piace del treppiede è il rumore. È troppo forte e dopo mi sembra di sentire tutto ovattato, ho paura che non mi fa bene all’orecchio soluto, che è l’unica cosa che ho. Ma Lauretta dice che il bello è proprio quello, e allora mi sa che sono storto io.

Miglio ha preso per la collottola una ragazza e la sta portando in casa, mi sa che ci vuole fare la festa. Io non lo so come fanno a sapere quando è il compleanno o lo nomastico delle ragazze per farci la festa, ma è per questo che non sono il più svelto della covata, ma non mi lamento: a me basta sapere che devo correre un metro dietro a Lauretta e che mi devo sedere davanti a lei sul cassone della camionetta.

Comincia a sentirsi odore di bruciato, mi sa che i villeggianti hanno portato pure lo sputafuoco. Ecco quello non mi piace per niente, mi fa paura. Però me lo tengo per me perché Lauretta dice che è saltante, e Miglio dice sempre che i polli hanno proprio l’odore dei polli.

Lauretta ha preso una donna che stringe in braccio uno fantino piccolo piccolo e viene verso di me. La donna cade in avanti e boccheggia, Lauretta si gira e questa volta si arrabbia proprio con Durante perché lui lo sapeva cosa voleva fare. Gli va contro a brutto muso e ci dà pure uno schiaffo. Durante dice a Lauretta che dovrebbe accontentarsi di ammazzarli, e Lauretta dice a Durante che così lui toglie tutto il divertimento. Che poteva essere il brindisi di quella sera, perché lei brinda sempre al pollo che ci dà più soddisfazione. Stanno litigando e a me non piace proprio perché noi siamo amici e gli amici si devono voler bene. Comunque Lauretta rivolta il corpo della donna, prende il fantino che è piccolo piccolo perché è ancora in fasce e dice qualcosa all’orecchio del fortunato di oggi. Quello ride. Lei allora lancia in aria il fantino e quello ci spara contro. Il bambino esplode come un uovo e cade a terra. Io non lo so come mi sento, e non mi piace quando succede così, mi sembra sbagliato. Ma io non ho fatto niente quindi posso stare tranquillo. E poi Lauretta sa quello che fa, e questi polli hanno aiutato i bastardi che hanno ucciso dei villeggianti e che vogliono cacciare il caro duca, soffrire l’ordine stituito, bruciare le chiese e far venire baffone. E non va mica bene. È per baffone che el me ba è al confine, se non c’era lui, el me ba rimaneva con me.

Comunque io continuo a fare su e giù per la via coll’organetto. Le mani cominciano a essere stanche, mi fanno male le dita, però non posso mollare mai. «Boia chi molla» dice il duca e lo diciamo anche noi amici. E perciò continuo con le quadriglie, i valzer e le porchette. Ogni tanto pure le canzoni che canta Otta’: Baciami piccina, Maramao e Falcetta nera. Quando proprio le dita sono pesanti pesanti vado coi ritmi lenti, quando poi mi sono riposato un po’ vado su quelli più veloci. Ai margini della via c’è una donna riversa a terra con un palo che ci attraversa la pancia. Si trascina e lascia una scia, mi ricorda una lumaca. Quando ero piccolo, dopo la pioggia, el me ba mi portava a raccoglierle, poi la me ma ce le cucinava. Andavamo pure nel bosco a raccogliere le castagne, novembre era il mese che si mangiava meglio e che si mangiava di più.

Stanno suonando le campane, non so perché. Però potrebbe essere la mia testa, quando sono molto stanco mi fa sentire cose che non ci sono. Però questa volta dovrebbe essere vero, perché nel campanile mi sembra di vedere il riflesso di qualcosa che si muove e che luccica. Bisogna stare attenti alle campane perché possono essere un segnale per i bastardi.

La strada è tutta un pasticcio, è sporca e scivolosa come il pavimento del mattatoio e c’è pure lo stesso odore. In alcuni punti devo trattenere il fiato perché ho lo stomaco debole e rischio di rovesciare. E non farei una bella figura a rovesciare davanti ai villeggianti e ai miei amici. Non voglio lamentarmi perché non è giusto lamentarti quando hai la fortuna di coprire un ruolo di responsabilità, però più passa il tempo e più diventa difficile. È una cosa che mi dimentico tutte le volte e poi me la ricordo solo quando mi ricapita: le dita pesanti, la strada scivolosa, il fiato da trattenere, far attenzione a non intralciare la caccia. Sono tante le cose che vanno tenute a mente e io mi stanco. E ora ci si mettono pure le mosche, arrivano a nuvole, io non so come fanno a essercene sempre così tante. Non so perché quando non si caccia non ce ne sono, e quando la caccia comincia e spunta il sangue arrivano e coprono il cielo e allora io mi chiedo dove stanno di solito.

Lauretta è con Miglio e il fortunato. Durante non c’è, si vede che ci sta lontano per non litigare. Tengono per le braccia una pregna. Deve mancare poco, perché cammina come quelle che stanno per sgravare, con le gambe larghe e i piedi d’infuori. Si dimena e chiede pietà per il bambino. Lauretta la tranquillizza, dice che glielo faranno vedere il bambino e che stasera brinderanno a loro. Avevo ragione: la camicina se l’è conciata da buttare. È tutta rossa e tutta bagnata, le sta appiccicata alla pelle e si vede il reggipetto. In alcuni punti il sangue ha cominciato a seccarsi ed è diventato marrone, ma a lei non sembra dispiacere per la camicia, forse le palanche che prende le usa per i vestiti e magari per il rossetto. Anche a me le avevano date, ma io non so che farci e allora dico ai miei amici di spartirsele. Perché quando le ho portate alla me ma lei è scoppiata a piangere. Ha ragione Miglio a dire che le donne son buone solo a piangere, lo dice quando Lauretta non c’è perché lei non è come le altre e non vuole offenderla. Comunque la me ma i soldi non li ha voluti, ha detto che i soldi sporchi di sangue in casa nostra non dovevano entrare. E allora io li ho controllati e ci ho detto: «Oh ma, non son mica sporchi questi soldi». E lei ha pianto ancora più forte e mi ha buttato fuori casa. Quella notte ho dormito in strada e mi è andata bene che cominciava già a fare caldo, perché altrimenti avrei patito il freddo. Potevo andare dai miei amici, che loro mi avrebbero ospitato, ma non volevo che loro poi parlavano con la me ma. Perché quando qualcuno mi tratta male loro poi ci vanno a parlare e dopo tutti mi lasciano in pace. Ma anche se la me ma qualche volta è cattiva, a me non mi va che la trattano male, e allora piuttosto soffro io. Perché la notte che el me ba l’hanno portato via, lui me l’ha detto che dovevo fare il bravo figliolo e voler bene alla mamma.

Mi sa che la scampagnata sta finendo, sono rimasti solo i villeggianti e uno di loro mi guarda e si passa il dito sotto la gola, da destra a sinistra. O da sinistra a destra, non lo so mai. Comunque quello è il segno che usano per dirmi che ho finito e che posso fermarmi. Mi metto l’organetto in spalla e vado a cercare i miei amici. C’ho le mani pesanti, le orecchie che fischiano, lo stomaco che brontola e mi fan male i pe. Risalgo la via per andare nella piazzetta che ho visto facendo su e giù e che sta più o meno a metà paese, secondo me sono tutti là. Mentre cammino vedo Otta’ che rivolta i corpi di quelli sparati dal treppiede per controllare le loro tasche, perché con la miseria che c’è è un peccato che i morti si tengano risorse che possono aiutare i vivi. Tanto a loro non servon più, no? E infatti Otta’ a un certo punto fischia e esulta perché ha trovato un bel po’ di tabacco.

Nella piazzetta ci sono tutti e Lauretta mi chiama e dice: «Cecco, Cecco vien a vedere!». E magari il fortunato stasera sono io. Mi avvicino e vedo che la pregna è seduta su una panca. Ha uno squarcio dalle puppe in giù e in braccio c’ha un groppo piccolo piccolo e coperto di sangue e io ci metto un po’ a capire che è il suo fantino. Ma non riesco a guardarli più di tanto perché Lauretta mi prende sottobraccio e riscendiamo alle camionette. Durante non c’è, magari si è offeso, lui ogni tanto si offende e per un po’ non si fa vedere, ma poi ritorna. Ritorna sempre. Lauretta fa passetti corti corti per non scivolare e si regge stretta stretta a me, ride e chiacchiera veloce che non riesco a starle dietro. Però quando mi dice «oggi sembravi proprio indiavolato con quell’organetto» lo sento bene e mi inorgoglisco tutto.

I villeggianti caricano le loro cose e alla fine montiamo sul pianale. Io sempre davanti a Lauretta. Lungo il viaggio però mi addormento. Quando mi sveglio è quasi notte, Lauretta sta baciando il fortunato di oggi, fanno degli schiocchi umidi. Lui le infila una mano sotto la gonna e avevo ragione: si è tolta le mutandine, ce le ha arrotolate a una caviglia, ma è quasi buio e non si vede niente. E penso che sono stupido, perché magari se stavo sveglio il fortunato di oggi ero io. Comunque va bene così, sono stanco ed è tardi. Quando arriviamo in città saluto tutti, i miei amici mi chiedono se voglio andare con loro all’osteria a bere un bicchiere di vino e brindare alla donna sbudellata, ma dico di no. Ho bisogno di dormire tanto e poi la me ma mi chiude fuori se arrivo tardi a casa. Loro non insistono perché sono buoni e sanno cosa è meglio per me. È questo che la me ma non capisce: loro non mi forzano mai a fare le cose, se faccio qualcosa è perché lo voglio fare.

Non ci metto tanto ad arrivare a casa perché non abito lontano dall’alloggio dei villeggianti, è più lontana la casa di Lauretta. Comunque quando arrivo trovo la me ma tutta precisa e ordinata con il vestito che ha messo per il matrimonio de la me sorella e con i capelli belli pettinati. Mi sorride e mi saluta felice e a me sembra di essere tornato a quando c’era el me ba e vorrei abbracciarla ma lei fa un passo indietro, io mi guardo e allora capisco che non voleva sporcarsi il vestito. «Vado subito a lavarli.» Ma lei mi dice di no, mi dice di buttare i vestiti nel fuoco e di andare di sopra, che mi ha messo il cambio buono sul letto. E io ci chiedo se è impazzita a bruciare i vestiti che le palanche non crescono mica sugli alberi. E lei mi dice che ci aveva dei risparmi e allora penso che ha ragione Miglio quando dice che alle donne non bisogna crederci perché la me ma diceva sempre che non avevamo gli occhi per piangere e invece i soldi c’erano. E allora lei mi dice che questa notte partiremo per un viaggio e che andremo dal babbo, e possiamo lasciare tutto che poi ci pensa lui a noi. E a me viene da piangere perché sono tanti anni che non vedo el me ba e pensavo pure che era morto e non volevo crederci perché faceva troppo male e ora sono felice e ho fatto bene a non crederci perché stanotte andiamo da lui. Corro a lavarmi e a vestirmi. La me ma mi ha fatto trovare la brocca e il catino e pure il cencio per asciugarmi e sul letto ho i calzoni buoni e la camicia del matrimonio della Piera. Mi lavo e mi vesto tutto preciso e vado in cucina. La me ma dice: «Prima mangiamo». Vedo che a capotavola ha messo la foto incorniciata del babbo. Io mi siedo e lei mi versa la minestra. La assaggio ed è buonissima, ha un sapore che non conosco. Ne ha fatta tantissima, non so da quanto tempo non ne preparava così tanta. Continua a versarmela e se la versa anche lei. «Che buona, con cos’è?» Lei si pulisce la bocca, guarda el ba e dice: «Stamane sono andata per erbi». Qualche volta ce l’ho accompagnata, ci chiedevo sempre di insegnarmi anche a me ma lei non ha voluto perché diceva che è niente scambiare un’erba per un’altra. Però mi faceva ripetere i nomi: borasna, cicerba, orecia d’asen, piscialetto, papavero, raponzolo, ortiga, margherite, pimpinela, crescione, radicchio, sciopeti… Sono tanto felice e ce lo dico alla mamma, perché voglio che io e lei andiamo d’accordo e ci dico pure questo. E lei mi guarda, è triste però sorride. Si asciuga gli occhi, ma mi sa che stavolta piange di felicità. Son strane le donne, piangono per piangere e piangono per ridere. E mi dice:

«Lo so, è colpa mia. Dal babbo dovevamo andarci prima». E lo penso anch’io che dal ba dovevamo andarci prima, ma io mica lo sapevo che nell’isola di confine potevamo andarci pure noi che sennò glielo dicevo io di andarci prima. «Lui mi voleva più bene di tutti» e quasi mi viene da piangere, ma non lo faccio perché tra poco lo rivedo. «Lo so» dice la me ma, «e di sicuro è contento che andiamo da lui, lo avrebbe fatto anche lui al mio posto.» Mangio finché non sono pieno pieno e rimango a chiacchierare con la me ma. Era tanto che non chiacchieravamo così. Da quando ho fatto amicizia con i miei amici lei era sempre inversa e da quando ho cominciato a suonare alle scampagnate non mi parlava più e ce lo dico. Lei però dice: «Non parlare di loro, non stasera. Parliamo del babbo». E allora continuiamo a parlare del ba finché non mi sento gli occhi pesanti pesanti e anche alla me ma deve essere venuto sonno perché sbadiglia pure lei. E dice: «Vai a riposarti figlio mio, quando ti svegli siamo dal babbo».

*

Sebbene molte delle efferatezze qui descritte si siano effettivamente consumate nei paesini apuani lungo la Linea Gotica, questo racconto rimane un’opera di fantasia. Come pure di fantasia sono tutti i personaggi. Per approfondire l’argomento rimando al libro di Agnese Pini, Un autunno d’agosto (Chiarelettere, Milano 2023), che ricostruisce con umanità e precisione storica alcuni dei più tragici eccidi perpetrati dalle SS e dalla Brigate nere nella provincia di Massa Carrara [NdA].

Un libro, anzi almeno quattro, di “Rais” Perotti

2

di Giuseppe A. Samonà

Il 1492 è un anno eccezionalmente gravido, e apre di fatto il formidabile XVI secolo, in cui l’Occidente si sarebbe per la prima volta fatto mondo, con una vera e propria globalizzazione ante litteram. Si pensa subito, ovviamente, al 12 ottobre, in cui Colombo tocca le coste delle Bahamas, cioè le propaggini dell’America. In realtà quel 12 ottobre non si può capire se non si considera prima il 2 gennaio di quello stesso anno: Granada cade nelle mani delle forze cristiane e Boabdil II, ultimo sovrano musulmano d’Europa, si ritira nell’Africa del Nord. Si chiude così, in Spagna, uno scontro durato sette secoli: ne erano state protagoniste due delle più grandi religioni monoteiste, o meglio si dovrebbe dire due culture, due modi di pensare la società e il mondo. Se si considera che all’estremità orientale dell’Europa Costantinopoli, una cinquantina d’anni prima, era caduta in mano agli Ottomani, si capirà meglio la “naturalezza”, per così dire, di un riequilibrio dell’espansione a Ovest, la strada a Est essendo ormai impraticabile: fra l’altro, la fine della guerra contro i “Mori” rendeva disponibili le forze di Spagna ad altre imprese. In mezzo a queste due date, c’è il 31 marzo, sempre nel 1492, con l’editto dell’Alhambra, che sancisce l’espulsione degli ebrei dai Regni di Castiglia e di Aragona, i quali ebrei si ricollocheranno soprattutto lungo i bordi del Mediterraneo e nel florido Impero ottomano. D’altro canto, la lotta fra Cristianità e Islam è tutt’altro che finita, ma non matura più nel continente europeo, bensì attraverso il Mediterraneo, e al posto degli arabi Omeyyadi troviamo appunto i turchi Ottomani: fra i suoi picchi c’è la famosa battaglia di Lepanto, nel 1571.

Questo il quadro dentro il quale si muove il romanzo di Simone Perotti (Rais,Frassinelli, 2016; nuova edizione Oscar Mondadori, 2025), che segue l’itinerario della vita di Dragut Rais, il “Capo” Dragut, un pirata, nato povero in uno sperduto villaggio dell’Anatolia e diventato a un certo punto Kapudan Pascià, cioè Ammiraglio supremo della flotta della Mezzaluna, come dire, il più importante comandante di mare dell’Impero ottomano. Parallelamente, il romanzo segue l’intrigo, la lotta per il possesso della misteriosa carta di Piri Rais, una sorta di portolano dell’inizio del XVI secolo che, ben prima della loro scoperta o esplorazione, traccia le linee dell’Africa Occidentale e del Sud America e forse, più a sud, addirittura i contorni del continente antartico: più precisamente, l’itinerario di Dragut Rais e quello della carta sono indissolubilmente intrecciati l’uno con l’altro, anche per via di un dettaglio su cui tornerò fra breve. Da notare che la carta di Piri Rais è veramente esistita, è stata scoperta nel 1929 durante degli scavi al Palazzo Topkapi: se la carta è vera, tuttavia, nella ricostruzione di Perotti l’intrigo è totalmente inventato, ma lo è con una tale sapienza nel contempo nascosta e ben governata, da sembrare vero – anzi, mi verrebbe da dire, da vecchio appassionato e frequentatore del XVI secolo-viaggiatore, da diventare vero. Sapienza nascosta, discreta, di cui si è nutrito il romanzo, ma che qua e là affiora nella navigazione del libro, come la punta di uno scoglio nel mare, frammenti, alcuni estremamente precisi – ad esempio, ma è solo uno fra tanti, una finissima disquisizione intorno al Trattato di Tordesillas, che due anni dopo la scoperta di Colombo traccia un’ideale frontiera di demarcazione che dovrà permettere di assegnare alla Spagna o al Portogallo le future scoperte – i quali tutti rivelano un lavoro di ricerca che dev’essersi protratto per molti anni.

Un romanzo storico a pieno titolo, dunque. E invece no: la Storia, la storia di quegli anni, c’è tutta, ma come se fosse stata assimilata, facendosi quasi invisibile, non è quella che Perotti cerca di raccontare attraverso i suoi personaggi, ed è ciò che mette questo romanzo in una prospettiva originale, su diversi piani – il che è stato il primo motivo che mi ha dato voglia di parlarne.

Innanzitutto è originale come la storia si costruisca attraverso l’intreccio di una serie di voci diverse e con diversa modalità di narrazione. C’è la voce di Dragut Rais, neutra, oggettiva, raccontata alla terza persona, come in un romanzo classico: i suoi dialoghi con l’attendente Kadir snocciolano naturalmente alcune perle di saggezza che sono anche un altro modo di raccontare il romanzo: “Sai qual è il momento più triste del guerriero? La vittoria” potrebbe essere quella che le intitola tutte, a testimonianza dell’autentico soffio omerico che spinge in avanti queste pagine. C’è la voce di Bora, una schiava, sin da ragazza vive reclusa in un’isola sperduta e Dragut di tanto in tanto le rende visita: il libro è anche la storia del loro grande amore, per entrambi in realtà l’unico, anche se iniziato sotto il segno della violenza, l’unico linguaggio che il pirata sembra conoscere (fino all’incontro con lei); e Bora invece parla alla prima persona, il suo tono è quello di una donna, femminile e caparbia come solo una donna sa esserlo, la cui coraggiosa trasparenza è incomparabilmente più onesta, più assoluta di quella di un uomo, e si rivolge a un invisibile personaggio che la interroga oramai vecchissima, e che solo alla fine scopriremo essere l’Inquisitore (altro scoglio di sapienza che emerge): parla di se stessa, certo, ma anche, da una diversa prospettiva, vibrante di amore, aggiunge un altro tassello alla comprensione di Dragut. C’è la voce di Keithab infine, La Spia, colui che accompagna fedelmente Piri Rais e lo tradisce, passando al nemico… Si può essere nel contempo fedeli e infedeli? Sì, si può, e la potenza della letteratura riesce a raccontarlo… Keithab ha un registro di narrazione particolarissimo, il suo è una sorta di sfogo-testimonianza a futura memoria, destinato a lasciare la traccia dell’incredibile storia appunto della Carta di Piri Rais. Ma la sua, è anche una riflessione sul destino, sulle strade diverse dei destini, sull’amicizia e sul tradimento, su come possano correre insieme, sulle contraddizioni che attraversano la vita… Perché Keithab e Dragut sono stati amici da bambini, sono stati catturati insieme, anzi, Dragut è stato catturato perché è tornato indietro a difendere l’amico… Ma uno è diventato pirata, l’altro alto dignitario, e poi Spia, la spia che ha tenuto in scacco insieme due mondi, per poi ritrovarsi di fronte l’uno all’altro, Dragut oramai morente, anche se vincitore, e lui prossimo a soccombere. E a distanza i due uomini amano anche la stessa donna, che tuttavia ama il pirata, non il dignitario, la spia…  Così, tutti i personaggi hanno uno spessore, una nobiltà, una luce, al di fuori del giudizio morale, e su tutti emerge, da tutti raccontato, Dragut, che sceglie il mare anche per il suo bisogno di libertà, per la sua incapacità di obbedire a lungo (la “terra”, la politica comportano obbedienza…), nel contempo condannandosi, quasi contro la sua volontà, alla solitudine, a diventare Rais. Da notare anche che il suo contrappeso, Keithab, la “terra”, la politica appunto – con Bora in mezzo, a tenere la rotta –  è colui che permette alla storia di trasformarsi veramente in storia, facendosi libro. Non è un caso, credo, che Kitap in turco significhi Libro.

Eccolo, il primo livello di originalità. Un romanzo che è, classicamente, un romanzo, come non se ne vedono più (la “classicità” dunque ha qualcosa di originale), che iniziato non si può smettere sino alla fine, semplicemente perché il meccanismo narrativo, nonostante la sua polifonia, è accattivante, è accattivante lo studio dei caratteri: non è questo il primo, indispensabile segno della riuscita di un libro? Semplicemente, che prenda, che non annoi.

Anzi, dovrei dire meglio, un vecchio, classico romanzo di mare, nella sublime scia di Melville o Conrad. In questa prospettiva, si intravedono in chiaroscuro altri personaggi: in particolare Piri Rais e il suo corrispettivo cristiano, Colombo, orientato però in una luce insolita, e attraverso di lui l’Atlantico, ma osservato, analizzato dalle coste della Turchia, attraverso il Mediterraneo, che è, in certo senso, il vero protagonista del romanzo. In questa prospettiva, il secolo delle grandi scoperte, sognato, seguito, spiato con gli occhi dell’Islam ottomano rivela alcuni aspetti insospettati.

Ma soprattutto – ed è quel che più mi ha catturato nel libro – è lo stile a essere autenticamente marino. Le tre voci narranti sono infatti diverse l’una dall’altra, e questa è di per sé una prodezza, ma tutte hanno la potenza, l’irruenza del mare, che procede fra onde e correnti, tumultuosamente. Ogni singola pagina zampilla di immagini, di idee, di situazioni, ci si perde in continuazione, in continuazione ci si ritrova, a ogni pagina supplementare abbiamo imparato qualcosa di più, di come si vive nel mare, cioè di come si vive tout court. Vallate, cascate di scrittura, una punteggiatura tumultuosa, frasi che si susseguono senza punto fermo per una, due, tre pagine, con intuizioni, lampi, riflessioni, osservazioni che si inanellano una dopo l’altra, anche se lo stile di Bora è suadente, quello di Rais è ruvido, quello di Keithab piano, come flautato. Un esempio fra molti (con la voce di Dragut): “… di tutto possiamo fare a meno, tranne del nemico, balsamico avversario, destinatario di ogni maledizione, causa di ogni sventura…” (e giù per tre pagine, senza un punto fermo, con lo sviluppo di un’idea su quel che è il nemico che, di nuovo, ci riporta all’epica omerica).

Non è un caso, Simone Perotti è un uomo di mare, anzi, del Mediterraneo, vi ha dedicato la sua vita, e non saprei dire se questo abbia influito sul suo stile di scrittura, o se in qualche modo, volontariamente, abbia cercato di imitare quel mare in cui si muove con così grande agio. Quel che so è che le sue scelte di vita e di scrittura si sono in qualche modo confuse. In qualche modo, al di là dei suoi libri – una ventina, fra romanzi, saggi filosofici e non, diari, etc… – è come se avesse voluto scrivere la sua propria vita tra i flutti, cioè libera, o aspirante tale (perché la libertà non è mai definitiva, è sempre da conquistare e difendere), anche facendone uno strumento di agitazione artistica e, soprattutto, sociale. Già, perché una ventina d’anni fa Perotti ha lasciato una comoda posizione di manager editoriale in RCS MediaGroup, a Milano, per adottare una scelta di vita minimalista, monacale, anche se “socialsmente” alacre, e andarsene ad abitare su una sperduta isola del Mediterraneo, dando inizio a un modello rivoluzionario alternativo, dal basso, da dentro, oggi noto come downshifting (riduzione del lavoro puramente alimentare e del reddito, aumento del tempo libero e della libertà, ricentraggio della propria vita sulle relazioni, sulla creatività etc., con evidenti implicazioni ecologiche, sociali, dal momento in cui molte persone cominciano a praticare questa via, etc.): e appunto, ha tradotto in scrittura le diverse tappe di questo percorso, con tre libri che sono anche manuali di attivismo e rivolta (Adesso basta, 2009; Avanti tutta, 2011; L’Altra Via, 2021). Parallelamente, sin dal 2013 ha armato, culturalmente e scientificamente, una barca a vela, e, con spirito profondamente odisseico, ha compiuto diverse spedizioni attraverso il Mediterraneo – e si noti bene, il che vibra in ogni pagina di Rais, che il Mediterraneo tiene insieme ben tre continenti: Africa, Europa, Asia… – toccando decine di paesi, incontrando scrittori, antropologi, scienziati, con l’intento di promuovere un vero e proprio meticciato transculturale e, all’orizzonte (l’utopia di Eduardo Galeano?), lo splendido progetto degli Stati Uniti del Mediterraneo: e di nuovo, anche questa esperienza eccola trasformata in scrittura, con Rapsodia mediterranea (2019), molto diario di viaggio in prima persona, singolare e plurale (Perotti è un comandante, un “rais”, ha formato un gruppo di marinai-esploratori, che in fin dei conti sono un po’ rais anche loro) e anche quaderno di appunti filosofici, una sua ossessione, testimonianza di vita e di avventure, ma molto meno degli altri tre appena menzionati manuale-modello di rivolta: al suo posto, semplicemente, travolgentemente, il mare, la vita appunto, il mare che è la vita. Soprattutto questa infatti è, in generale, la sua caratteristica più forte: Perotti non separa vita e scrittura, non le sente, come molti scrittori, in competizione. Innanzitutto vive, Simone, con entusiasmo, alimentarmente, enologicamente, fisicamente, intellettualmente: incontri, chiacchiere notturne senza limiti, allegre bicchierate di vino, scorpacciate bambinesche di ostriche, flâneries fra porti e bar, senza meta, sempre sorretti, attraversati da una costante riflessione sul mondo e su di sé, come un basso continuo, ma subito, sempre, c’è il bisogno – anche assistito da un naturale talento di inanellare parole a getto quasi continuo, incontenibile, a volte graforroico, ma quasi sempre interessante – di trasformarsi, se stesso, la propria vita, i propri desideri, le ostriche, le chiacchierate, le riflessioni, in scrittura. Insomma, Perotti appartiene alla categoria degli scrittori “prolifici”, ma senza allontanarsi dalla vita, anzi: è come se la vita gli esplodesse dentro, accanto, di fronte, e lui, trasformandola in scrittura, tentasse di navigarla, di governarla, volendone catturare ogni schizzo, ogni onda, ogni dettaglio, che a volte il lettore pensa, ecco, ora scoppia, e invece si salta, con incredibile freschezza, in un’altra pagina, in un’altra situazione.

Li ho letti tutti e venti, i suoi libri? No. Quelli che ho letto, mi piacciono tutti con la stessa intensità, nello stesso modo? Neanche – e per altro meriterebbero un’analisi a parte i libri più direttamente legati al suo attivismo, con le luci e le ombre proprie di ogni attività, in particolare con i rischi che sempre implica, dal punto di vista della letteratura, la preminenza del  “messaggio”. Ma ecco: ho appunto letto e molto amato Rais, come anche nella stessa prospettiva L’estate del disincanto, 2008, il suo primo romanzo marino che, anche se la storia è diversissima, lo prepara; e poi Rapsodia mediterranea appunto (anche se non lo è, l’ho letto come un romanzo) e Atlante delle isole del Mediterraneo, 2017, che trasforma la geografia in una sorta di itinerario dell’anima e della sua inquietudine (e di nuovo, è letteratura, ogni singolo tassello, luogo descritto avendo il soffio di un vero e proprio racconto). È come se con questi quattro libri il messaggio, nel senso potenzialmente negativo di cui dicevo prima, rientrasse in se stesso, scomparisse, o quantomeno vivesse discreto nella testa del lettore, che si pone domande, nel testo ormai c’è solo pura letteratura. Così, dopo aver passato non poco tempo fra le pagine di questi suoi quattro libri, sono arrivato alla paradossale conclusione (provvisoria, come tutte le conclusioni…) che quello che a volte inizialmente mi sembrava un difetto, è in realtà, come spesso capita appunto nella vita, una qualità. Voglio dire: ecco che ci imbattiamo in un paio di pagine che ci sprofondano nell’essenza dell’andare per mare, come se stessimo navigando noi, e poi, dietro l’angolo c’è un’esemplificazione di quel che sono o non sono gli italiani, i francesi o gli spagnoli che, pur se Perotti mette le mani avanti (“attenzione alle generalizzazioni”) finiscono per scivolare nello stereotipo, sia pur elegantemente espresso – perché Perotti scrive bene, sempre, naturalmente. O anche: in poche battute Perotti attraverso il suo non-incontro con Naguib Mahfouz riesce a raccontare qualcosa di quell’eccelso scrittore, come se lo avesse incontrato, o viceversa descrive il suo reale incontro con Abraham Yehoshua, del quale in qualche riga restituisce un ritratto di grande profondità; e poi, del tutto inaspettato, qualche pagina dopo ci imbattiamo in un elogio di Michel Onfray, che il lettore avvertito non può non stropicciarsi gli occhi. E poi, eccolo nei suoi riferimenti di letture sul Mediterraneo orientale con una lista di persone fra le quali, e sembra fatto apposta, mancano da un bordo all’altro i nomi dei pensatori e storici più importanti, che so Edward Saïd o Zeev Sternhell, tanto per citarne due, il che farebbe storcere il naso a più d’uno, al primo approccio. Anch’io l’ho storto del resto, il mio naso, ma poi l’ho ristorto nella direzione opposta, perché appunto questo difetto, apparente o reale che sia, nasconde una ben più grande qualità: Perotti, al di fuori da un cursus intellettuale diciamo accademico, nutrito da letture intense anche se a volte disordinate, non sempre canoniche, ma sempre pronto a leggere ancora, in tutte le direzioni (perché è cocciuto ma anche molto aperto e curioso), fa parte di quei rari esseri umani che hanno un fiuto spesso giusto di quel che è bene o è male, che rifugge le semplificazioni, perché soprattutto, prima e al di là delle letture, possiede la capacità di incontrare la vita e la gente, di ascoltarla, tutti con la stessa intensità, con la stessa naturalezza, con lo stesso rispetto e spontaneità, che si tratti di un anonimo pescatore del porto di Marsala, o di uno dei più grandi scrittori viventi. Qua e là ci sono scorie? ostacoli? sobbalzi? Che importa finalmente, mi verrebbe da dire. Attraverso molte delle sue pagine, soprattutto appunto quelle marine, ho letteralmente avuto l’impressione di navigare, ogni tanto una secca, uno scoglio sfiorato, un pezzo di legno che ci viene addosso, o un’onda imprevista e beviamo un po’… Ma il senso di arricchimento, di viaggio appunto, di essere più che lettori viaggiatori insomma, non ha pari, e si nutre anche di questi contrattempi – insomma, almeno coloro che amano il Mediterraneo dovrebbero leggerlo.

Ed io mi chiedo – è l’interrogativo, l’altra motivazione che mi ha spinto a scrivere questo lungo articolo – come mai di uno scrittore con dietro per altro case editrici importanti (Perotti pubblica soprattutto con Bompiani e Mondadori), alcuni dei cui libri sono diventati best sellers, long sellers, con molte pagine di ottima, originale letteratura, e assolutamente originale nel suo itinerario di vita, sia rimasto, di fatto, ignorato dalla nostra critica ufficiale… Forse pesano la natura e le forme, i mezzi del suo “attivismo”, che come dicevo meriterebbe di essere analizzato. O forse pesano la sua eterogenea geografia di frequentazioni e amicizie, in cui non spiccano uomini e donne “di lettere”, anche se quando li incontra, come si è visto, sa entrarci facilmente in sintonia; il suo non appartenere a nessuna parrocchia, e magari a volte il suo meticciarle, infrangendone le regole corporative, anche dal punto di vista del suo modo di scrivere, del suo linguaggio, il non essere completamente da nessuna parte, il che per altro mi fa una gran simpatia, il suo essere profondamente solo, nonostante il suo continuo crepitio comunicativo, legato appunto soprattutto all’attivismo, il suo essere più che per terra per mare, dove non ci sono né salotti né premi, né (come suggerisce Dragut) gli intrighi della politica – in una parola, il suo aver messo la ricerca della libertà al di sopra di ogni calcolo, di ogni convenienza. Ma non basta a spiegare: il persistente silenzio critico che avvolge queste migliaia di pagine molte delle quali pregevoli resta per me un mistero. Una sorta di caso letterario in negativo.

Si può uscire dalla catastrofe? Su “Adieu” di Balzac

0

 

di Marco Viscardi 

Adieu di Honoré de Balzac
Saggio introduttivo di Alessandra Ginzburg
Traduzione dal francese di Mariolina Bertini
Roma, Il ramo e la foglia edizioni, 2026

Addio è una parola fatale, e come tutte le parole fatali porta con sé una carica di melodramma, di eccesso e di falsa coscienza. È davvero possibile dirsi addio? Lo si vuole davvero? Forse, dietro questo commiato così definitivo, c’è la speranza di una contraddizione, di un ritorno che capovolga l’addio in un bentornato, o – ma qui siamo nel campo dell’utopia – in un nuovo e vero inizio. Ci avviciniamo a questa novella di Balzac con in mente le nostre idee sull’Addio. Innegabile. Ma prima di parlare della trama, situiamo l’opera nella produzione d’autore.

La prima edizione di Adieu risale al 1830 ma, dopo qualche trasformazione, la sua forma definitiva arriva solo nel 1845. La prima stesura dunque risale a un momento chiave nella carriera dello scrittore. La rivoluzione di Luglio, di lì a poco, avrebbe mandato all’aria il regime dei Borboni di Francia e in contemporanea Balzac avrebbe dato alle stampe il primo vero pilastro della Comédie Humaine: quella strepitosa riflessione sul desiderio che è La Peau de chagrin, nella quale il realismo è già declinato verso il delirio, l’allucinazione e la magia.

In Adieu, il fallimento della relazione adulterina fra l’ufficiale napoleonico Philippe de Sucy e la contessa Stéphanie de Vaudières, moglie di un generale dell’Armata, si intreccia al fallimento dell’avventata invasione napoleonica della Russia: l’ultimo sguardo fra i due amanti avviene nel caos tragico della Beresina, il momento più desolante della ritirata delle truppe francesi.

Balzac sceglie di non dirci nulla della relazione che lega i due amanti. Di quella che intuiamo essere stata una passione travolgente conosciamo solo la separazione definitiva. Si può dire che in Adieu si celebri il mistero della fine.

La trama del racconto è così appassionante che vorrei solo abbozzarne l’inizio, per non togliere al lettore il piacere del testo: Philippe de Sucy e il suo amico D’Albon, l’uno ufficiale dell’Impero e l’altro magistrato della Restaurazione, durante una battuta di caccia – che sembra riprodurre in trentaduesimo le asperità della campagna di Russia –, giungono ad un convento le cui mura separano quello spazio, un tempo sacro, dal resto del mondo.

Come nelle leggende medievali, questi due cacciatori, incarnazione della vecchia Francia napoleonica e di quella nuova e reazionaria, arrivano alle soglie di un mondo altro che, anche se desacralizzato, appare separato dai pericoli della vita: «un rifugio ai confini del mondo» dove non trovano spazio «le passioni umane». Un luogo di esilio, «funesto [e] abbandonato» che a D’Albon pare lo spettrale capovolgimento del «palazzo della Bella Addormentata» nel bosco (pp. 43-45).

Poche pagine dopo, il lettore scopre che questo convento era intitolato un tempo ai bons-hommes, quasi un annuncio di questi due strani visitatori che, sbirciando oltre le grate, vi scorgono figure ellittiche, fantasmatiche, sfuggenti.

La prima ad apparire è una «donna strana» che, dice D’Albon ricordando la scena, «mi sembrava appartenesse più alla natura delle ombre che al regno dei vivi» (p. 47). Si tratta ovviamente di Stéphanie, che qui vive il suo isolamento alienato accanto ad un’altra donna, una contadina folle per amore, che è lo stralunato doppio della nostra eroina. Entrambe vivono sotto la protezione del medico Fanjant, che, veniamo a scoprire, è anche lo zio della nobildonna.

Fanjant è una figura di passaggio fra i grandi precettori della narrativa illuminista e i manipolatori occulti del mondo balzacchiano. Non ha l’ossessione del potere dei Vautrin o dei Tredici, ma mette in opera la sua azione medica allo scopo di guarire una donna, sua nipote, che la follia ha allontanato dai modi e dalle convenzioni sociali.

Persa nel suo delirio, Stéphanie vive in un eterno presente animalesco. Assomiglia a un uccello, ma anche ad un gattino, a uno scoiattolo, a un cane obbediente, a un daino sensuale, ad una scimmia. Vive nel suo corpo senza morale, cerca lo zucchero che ora la delizia mentre quando era in possesso della ragione detestava. La donna che è stata contessa di Vandières è perfettamente identificata col suo corpo. Un corpo mobile e disumanizzato. Creaturale e rarefatto come quello della Vegetariana di Han Kang.

Stéphanie è il mistero di questo racconto: come ho già detto di lei conosciamo pochissimo, la guardiamo solo dall’esterno, impenetrabile e perturbante. Indifferente alle cure degli uomini che vorrebbero plasmarla a loro modo: lo zio dall’attaccamento morboso e il vecchio amante ferito dalla guerra. Fra i due uomini si crea un legame di insopprimibile rivalità: entrambi vogliono curare la donna, entrambi però vogliono addomesticarla al loro compiacimento.

Stéphanie è prigioniera del passato: non riesce a superare la tragica separazione dal suo amante, avvenuta durante la ritirata della Beresina, a cui è dedicata la seconda parte del racconto.

In Adieu, Balzac riesce a far convergere e intrecciare le passioni private e la grande storia collettiva. Incorniciato fra due parti che si svolgono nella Francia della Restaurazione, il centro del racconto ripercorre l’orrore e il disonore della Beresina: la parte forse più disarmante della tragica campagna napoleonica di Russia, quando Napoleone e la Grande Armata, incalzati dall’esercito russo, trovano fra le acque della Beresina dei blocchi di ghiaccio che ne rallentano la ritirata. Siamo nel novembre 1812, e se il fiume fosseutto ghiacciato, come avveniva di solito, i soldati non avrebbero avuto problemi ad attraversarlo, ma le acque sono solo parzialmente gelate e questi blocchi che galleggiano costituiscono una difficoltà ulteriore. Occupata la città di Studzianka, i genieri francesi e olandesi riescono a mettere in piedi due ponti di legno che devono contenere il passaggio di moltitudini di esseri umani e animali, verso i quali si è compattata la micidiale forza nemica.

Quando i russi si avvicinano troppo, ai francesi non resta altro che dare fuoco ai ponti, sacrificando le vite di chi si trovava sopra e di quanti erano rimasti in territorio nemico.

L’amore di Philippe de Sucy e della contessa Stéphanie de Vaudières si chiude in una distesa di cadaveri, quell’Addio intimo e privato è soffocato dalla rovina collettiva. Ma in fondo il disonore della Beresina è anche un evento fondante: è il punto di caos dal quale iniziano la caduta di Napoleone e la Restaurazione. Per quanto Balzac abbia ammirato in Sir Walter Scott l’inventore del romanzo storico, il suo modo di procedere è agli antipodi di quello dello scrittore scozzese. Se Scott mette al centro dei suoi romanzi la felice soluzione delle crisi nazionali, Balzac mostra il disfacimento e la perdita. C’è la coralità di Tolstoj, ma senza la serena nobiltà che accompagna anche i momenti più atroci di Guerra e Pace.

La storia è catastrofe, mancanza di redenzione: il disordine dei corpi e dei cadaveri, la vigliaccheria, lo smarrimento delle gloriose armate di Francia inghiotte la vicenda dei due amanti. De Sucy e la contessa de Vandières sono due reduci di guerra, due revenants, come un’altra grande figura balzacchiana, il Colonnello Chabert, eroe eponimo del racconto del 1832.

Hyacinthe Chabert, soldato valoroso fatto conte da Napoleone, torna alla società degli uomini dopo che per anni è stato creduto morto eroicamente combattendo ad Eylau. Nella nuova Francia della Restaurazione, questo relitto del passato chiede vanamente che gli venga riconosciuto il suo patrimonio monetario e affettivo, ma nel frattempo la moglie si è risposata col conte Ferraud, ambizioso protagonista della nuova fase politica, col quale ha avuto due figli.

Come Stéphanie de Vandières, anche Chabert è un fantasma: una figura liminare fra mondo dei vivi e mondo dei morti, che non riesce a integrarsi nel mondo nuovo. esta imprendibile, sta sulla soglia, ma – a differenza della struggente Stéphanie – fatica ad accettare la sua non esistenza, protesta, sbraita, ma non penetra nei ranghi della nuova Francia, di cui non capisce le convenzioni e le furberie.

A un certo punto della sua vicenda, irretito dalla moglie che tenta in ogni modo di rispedirlo ai margini del vivere civile, Chabert coglie in lei la trasformazione; era una contessa dell’Impero, frivola, sensuale, elettrica, ora è diventata una contessa della Restaurazione: calcolatrice, devota per interesse, madre per essere accettata in società.

Nella Restaurazione il vecchio mondo napoleonico perisce, scompaiono il conflitto, l’eroismo, la vocazione ed appaiono il compromesso sociale, la scalata al successo e l’ansia di arrivare secondo le regole di una società capitalista e feroce.

Nel suo passaggio dal passato al presente, Stéphanie si rarefà, si perde, si smarrisce nel delirio e nella natura. Diventa il mistero di sé.

Questa edizione di Adieu è stata magnificamente tradotta da una delle maggiori studiose e conoscitrici dell’opera di Balzac: Mariolina Bertini, ed è preceduta dalla densissima introduzione di Alessandra Ginzburg, preziosa per orientare il lettore nelle pagine del testo, ma che andrebbe letta alla fine per ripercorrere mentalmente la trama e coglierne tutte le dinamiche segrete, psicanalitiche.

La pubblicazione di Adieu si inserisce nel consolidato lavoro di Bertini e Ginzburg che sta riportando in libreria testi apparentemente minori del grande romanziere francese, come Il figlio maledetto o I martiri ignoti, che sono altrettante chiavi di lettura essenziali per comprendere l’insieme della sua opera. La loro militanza balzacchiana è un dono per tutti noi lettori.

Come forse si sarà capito, in Adieu si intrecciano tanti elementi: amore, malinconia, follia. Dei singoli e delle nazioni. La storia di un amore ma anche un enigma. L’addio del titolo non è solo commiato di chi teme di non ritrovarsi, è la voce del destino che crepa per sempre le esistenze di due individui e del loro mondo.

Verrebbe da dire che nessuna relazione di amore e passione si può chiudere in modo pulito, ma in quella raccontata in queste pagine la separazione fa emergere i fantasmi latenti della coscienza. Forse gli stessi fantasmi di una nazione che non aveva ancora elaborato la vergogna della sconfitta storica che aveva convertito l’eroismo dei campi di battaglia nella foga amorale della speculazione economica.

Adieu è la storia dei fantasmi mentali che ci aspetta alle soglie della Comédie Humaine. Un racconto sulla sopravvivenza impossibile: sopravvivere alla Beresina non vuol dire uscirne indenni, perché ciò che si è perduto — la dignità, l’amore, il senso, la speranza — non torna più.

Memoria contemporanea

0

di Luca Vettori

All’interno del libro Il futuro alle spalle, l’antropologo inglese Tim Ingold analizza il modo in cui diverse culture e differenti generazioni hanno sviluppato, nel corso dei secoli, una consapevolezza dello scorrere del tempo e una specifica percezione del futuro.

Osserva ad esempio come i Ciukci, indigeni dell’estremo nord-est della Siberia, distinguano nella propria lingua la parola “vita – unatgirgin” dalla parola “esistenza – va’irgin“. Da una parte, scrive Ingold, “unatgirgin” si riferisce agli esseri e alle cose che incontriamo intorno a noi, che vivono ed esistono nel loro particolare percorso, andando avanti nel tempo nel loro fluire. D’altra parte, “va’irgin” specifica come questa esistenza sia solo una specie di attorcigliamento, un avvolgersi di un eterno movimento creativo.

In questa visione, la natura percettiva degli esseri viventi sembra essere quella di girare su sé stessa, in una ricorsività, in uno scavo – come scriveva René Char nei suoi formidabili Feuillets d’Hypnos: “Sprofonda nellignoto che scava. Costringiti a roteare.

Intervistato da Daniela Passeri a settembre 2024, in risposta alla domanda su come l’arte contemporanea possa aiutarci a immaginare un mondo migliore, Ingold risponde che “l’arte può avere un ruolo importante.” Ma specifica subito che contemporaneo significa letteralmente «condivisione del tempo». “Penso che questa condivisione non debba essere solo cronologica, non debba parlare solo all’oggi, ma possa attraversare il tempo per darci l’opportunità di dialogare idealmente con gli artisti che sono vissuti in epoche diverse. Come fanno, per esempio, gli aborigeni australiani che durante le cerimonie dipingono i loro corpi come facevano i loro antenati e così diventano in qualche modo contemporanei dei loro antenati. L’arte contemporanea il più delle volte esprime quella perdita di amore per il mondo di cui abbiamo parlato prima e dà sfogo a paura, frustrazione. È come un urlo, che dura il tempo di un attimo. Invece penso che abbiamo bisogno di arte che parli ma non solo al presente, ma a tutte le epoche, che sia universale.”

Mascha Schilinski, per il film Sound of Falling – Il suono di una caduta – vincitore del Premio della Giuria al 78° Festival di Cannes (ex aequo con Sirât), ha spiegato che il progetto prende vita dal suo interesse per il modo in cui la memoria e la percezione si intrecciano, evidenziando le fratture e le trasformazioni che avvengono nel corpo e nella mente.

In un susseguirsi di fluttuazioni narrative, come in parabole mescolate le une nelle altre, la regista tedesca nasconde abilmente delle soglie, dei portali che permettono a chi guarda di scivolare nella grana onirica di immagini senza tempo, intervallate abilmente anche con materiali d’archivio come dagherrotipi e Super 8 e arricchite da una magistrale sonificazione.

A restare fisso come un perno – pur nelle sue metamorfosi materiali – è un luogo. Una fattoria nell’Altmark fra Berlino e Amburgo, dove si alternano in differenti periodi storici, tra gli anni che precedono la Prima Guerra fino al tempo presente, le protagoniste femminili.

Sono i loro corpi a fremere, a tremare dentro al suono della caduta: corpi di donne che spalancano il tempo, che abitano i medesimi spazi, sguardi che indugiano sugli stessi corridoi, ammutoliscono alle stesse finestre o lungo le stesse sponde di fiume, volti che sprofondano nel medesimo silenzioso suono – ovattato, fugace, acquatico come un sogno. Sebbene separate dal tempo, le loro vite iniziano a risuonare segretamente l’una nell’altra, scomposte e ricomposte, intrecciate e innervate come le fibre di una corda.

“Trovo che a volte il mio corpo restituisca dei ricordi come se potessi osservare dall’esterno un’esperienza che nel presente avevo vissuto in modo completamente diverso” rivela Mascha Schilinski. “Volevo far raccontare il film da soggettività molto precise ma anche dare ai personaggi l’opportunità di guardarsi indietro da un altro punto di vista”. Alma, Erika, Angelika e Lenka, di differenti generazioni, sono le protagoniste del film che viene raccontato e attraversato dalle loro voci e per mezzo dei loro sguardi, con l’alternato ritmo di un lento quotidiano che scorre insieme a rituali contadini, bisbigli nel grano estivo, addii. Vengono introdotti “qua e là indizi che potrebbero far pensare che i personaggi siano in qualche modo connessi tra loro, attraverso le decadi” commenta Giulia D’Agnolo Vallan su il manifesto, “ma che quegli indizi siano false piste o no, e che si tratti della stessa famiglia o meno non è importante nell’intricato/delicato sistema di sovrapposizioni che fanno collassare tempo, memoria e storie dei personaggi in una sorta di unicum. Una sincronia corale di meraviglia, desiderio, dolore, e anelito che danzano tra di loro.”

Dove risiedono i nostri ricordi? Nelle cavità cerebrali elettriche della mente, come dentro un archivio segreto e nascosto? O lungo le vie arteriose del nostro corpo?

In questo senso, negli studi svolti in ambito sportivo si parla di “memoria muscolare” come di quella capacità del corpo di recuperare rapidamente tono, forza e massa, persi durante un periodo di inattività proprio grazie agli adattamenti neurologici e cellulari pregressi. In ambito paralimpico e non solo si parla del fenomeno dell’”arto fantasma”, quando il soggetto prova dolore in una parte del corpo amputata, accusandone sensazioni moleste, talora addirittura di movimenti come se questo fosse ancora presente.

A ricordare sono dunque il corpo e le nervature che ci attraversano?

O a ricordare sono i ricordi stessi, come apparizioni che ci raggiungono, che ci attraversano, simili a fantasmi o ad angeli verso cui ci voltiamo?

La memoria si nasconde, si camuffa, talvolta gioca persino con noi.

Alcuni luoghi che abbiamo abitato, forse, si sono trasformati in crocevia di transiti, stanze di soglia che ospitano residui di scie, luoghi che noi abbiamo attivato con il nostro passaggio e la nostra danza.

A tentar di rispondere a questi interrogativi nel loro intero, sulla memoria dei luoghi, della storia, della letteratura, del teatro, si svolge il lavoro macroscopico – al microscopio – della compagnia teatrale Archivio Zeta.

Alternando la metodicità rituale di chi affonda nei documenti e nei testi – negli archivi viventi – con l’invito all’orizzontalità di un’esplorazione, il loro teatro espande i confini della scena: trasforma la confessione della voce in ponte, diviene eterotopia. La memoria, nei loro spettacoli, ha luogo.

Oltre alle stagioni (dal 2003) presso il Cimitero Militare Germanico del Passo della Futa, ribattezzato dalla compagnia Teatro di Marte, uno dei loro ultimi lavori, Gran Teatro Anatomico, liberamente ispirato a tre racconti contenuti nella raccolta I Vagabondi di Olga Tokarczuk, è stato allestito negli ambienti dell’antico convento olivetano di San Michele in Bosco, sede dell’istituto ortopedico Rizzoli a Bologna.

Gli ambienti dell’istituto Rizzoli, come la biblioteca seicentesca, i chiostri, la sala del disegno anatomico e il refettorio, dove si articolano le scene di Gran Teatro Anatomico, permettono con i loro straordinari oggetti simbolici, quali gli antichi trattati medici, l’enorme mappamondo o gli atlanti di anatomia, il riverbero dei temi trattati.

Sono tre storie distinte e lontane nel tempo, che condividono al loro centro la riflessione sul corpo e la sua memoria, sui corpi amputati, osservati come vagabondi che si muovono in epoche diverse, che s’intersecano in diverse trame insieme ai loro frammenti “che, come reliquie, sono la traccia di vite vissute ancora in grado di irradiare significato per i vivi”, commenta Alessandra Sarchi in un articolo su Doppiozero.

In una scena tra le più sublimi, nelle circolarità del chiostro ormai buio, il pubblico gira in circolo osservando al centro del chiostro Enrica Sangiovanni che s’appresta ad aprire una crepa nel tempo, nel teatro, e la vertigine della sincronicità di cui parla Sarchi si palesa: “siamo a fine Cinquecento, siamo nel Settecento, siamo nell’Ottocento ma anche nel presente.”

Il filosofo Gilles Deleuze dà un nome a questa ciclicità ricorsiva che abbiamo fin qui evocato – visiva, gestuale, sonora – e che potremmo prendere a prestito: la chiama ripetizione “della differenza pura”.

“Queste ripetizioni”, commenta Jane Bennett nel suo L’incanto della vita moderna, “somigliano più a una spirale che a un ciclo.” Nella rotazione a spirale “le cose si ripetono ma con una svolta. E questa svolta – deviazione – rende possibili nuove formazioni (tutte originariamente mutanti ma alcune delle quali troveranno una nicchia produttiva all’interno di una rete più ampia).”

In questo senso, i diversi intervalli, i diversi strati, nel loro ripetersi e nel loro incontrarsi subiscono una mutazione, “come in una perenne fase di micro-metamorfosi.”

Il modus operandi di Archivio Zeta – Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni, così come la filosofia interna al film Sound of Falling di Mascha Schilinski, sembrano applicare in opera le intuizioni “ripetute e rotanti” di Deleuze e Bennett, al pari delle analisi di Tim Ingold di un “futuro alle spalle”, da cui siamo partiti e a cui ora torniamo – di nuovo in un cerchio – per tirare le fila.

“Dove i terreni sono impilati, la memoria si presenta come un archivio. Le memorie più vecchie giacciono sotto e vi si può accedere solo rimuovendo le più recenti. E se invece supponessimo che il terreno non si impila ma si rivolta? Sotto e sopra possono assumere significati diversi. Nel ciclo di rotazione, sotto significa salire e sopra scendere: tutto non è né sotto – nel passato, né sopra – nel futuro, ma è in svolgimento”, in un processo vitale di dissotterramento, di morfismi, di bagliori.

Il terreno che si rivolta, i corpi che si palesano nelle nervature scomparse, le stanze che producono eco segrete, i ricordi che si mescolano come suoni di sogno, i monumenti che si trasformano in scenografie di senso esortano a praticare questa relazione sincronica, per salti, – in avanti, indietro – con l’arte: multipla, sorgiva, mai identica, contemporanea.

Crediti immagine: Da Homographs, edito da Shibboleth, dizionario visivo dove le parole selezionate hanno almeno due referenti diversi e sono disposte su una doppia pagina per sottolineare la ristrettezza del linguaggio rispetto all’ampiezza del mondo. Nella foto Mold è sia stampo, che muffa.”

«Brava Giulia» di Anna Toscano, il romanzo delle parole ritrovate

0

di Antonella Cilento

“Le famiglie infelici sono cospirazioni di silenzio”, scrive Jeanette Winterson in Perché essere felice quando puoi essere normale?, titolo del suo straordinario memoir che proprio Anna Toscano, tanti anni fa, mi fece leggere.

Ho pensato a questo assunto sin da quando Anna mi inviò il manoscritto di Brava Giulia, che per un anno è stato accanto al mio computer, pronto per essere commentato con l’autrice, in attesa che guarisse, o stesse un po’ meglio. Di volta in volta, saliva e scendeva dalla pila, sempre in cima alle stampate da correggere, agli esercizi degli allievi, ai miei quaderni man mano che finivano. Sotto la copertina c’era il biglietto scritto nella sua bella grafia larga e chiara che mi diceva: te lo mando stampato, perché io detesto leggere a schermo e pure tu.

Ne avevamo parlato a Pordenone e poi a Milano, le ultime volte che ci siamo viste da vicino: il primo romanzo di Anna Toscano dopo tanti libri di poesia (Doso la polvere, Una telefonata di mattina, Al buffet con la morte per La vita felice, Cartografie, per Samuele edizioni), dopo i libri di studio (Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza, la curatela delle poesie di Sapienza, Ancestrale, entrambi ancora per La vita felice) e le antologie dedicate alle poete (due volumi, Chiamami col mio nome), usciti sempre per La vita felice, e dopo i libri in cui Anna aveva usato la prosa per incarnare e raccontare altre donne o personagge, invenzioni di altre scrittrici: era stata Lisetta Carmi, celebre fotografa, o la Modesta de L’arte della gioia che per una volta raccontava la sua autrice, Goliarda Sapienza, in due preziosi libri editi da Electa nella collana Oilà, Con amore e con amicizia e Il calendario non mi segue.

Dopo la passione per Agota Kristof, per Susan Sontag, per Mariella Mehr e per tante altre, era venuto il suo momento, senza alibi, senza travestimenti, come già accadeva in poesia. Adesso, invece, c’era lei, senza filtri, scrittrice di romanzo.

Poi, lo scorso dicembre, Anna ha lasciato questo giardino per raggiungerne un altro da cui avrà guardato, questo 17 aprile, Brava Giulia uscire da nottetempo edizioni, grazie all’amore e alla determinazione di Gianni Montieri, suo marito, a sua volta poeta e scrittore. In copertina, una delle sue splendide foto, poiché l’arte dello scatto era la sua seconda anima. Una gioia che avremmo voluto condividere con lei e che qui celebriamo.

Dunque, le famiglie infelici come cospirazioni di silenzio.

“Da piccola Giulia era convinta che gli uomini non parlassero, che lo facessero solo le donne.” A raccontare la storia di Brava Giulia in prima battuta è proprio Giulia, che ricava questa fulminea intuizione dal fatto che suo padre è sempre muto, mentre la madre, le nonne, le zie, parlano eccome. Giulia è cresciuta in una famiglia davvero speciale, dove però c’è antagonismo, anzi una guerra è in corso: “medici contro eccentrici”.

La famiglia del padre è composta infatti solo da medici: i nonni, suo padre, e naturalmente tutti si aspettano che anche lei faccia il medico, la vedono già primario in corsia. Fare il medico è un habitus, un’attitudine che esclude ogni altra idea di mondo: i nonni sono curvi come se portassero tutti i giorni ancora lo stetoscopio al collo.

La famiglia della madre è eccentrica: artisti, artigiani, si occupano di stoffe di design. L’azienda di stoffe d’arte per il padre di Giulia è una “fabbrica di stracci” mentre per la madre di Giulia è un “covo di bellezza”, per suo nonno è stato “impresa”, per il bisnonno “azienda”.

Dunque, Giulia è uno scherzo del sangue: medicina e arte s’incontrano in lei, al punto che da bambina empatizza con i quadri esposti nei musei, dove sua madre la porta, a dispetto di suo padre, avvertendo i dolori di vecchiaia di san Geronimo o il freddo che la bambina con in mano una colomba, ritratta da Simon Vouet ed esposta al Prado, avverte. Ma per il padre l’ipersensibilità di Giulia e di sua madre sono solo avvisaglie della depressione suicidaria che scorre nel ramo femminile e artistico della famiglia. Occorre trattare la madre, e anche la figlia, come malate.

In verità, tutti i genitori sono chimici dilettanti: nella famiglia di Giulia l’operazione algebrica, la reazione chimica, fra i coniugi, assai infelici, dà come prodotto Giulia stessa, che ci racconta la sua versione dei fatti, e solo dopo ascolteremo la versione della madre e per ultima quella del padre. Naturalmente, gli episodi sono spesso gli stessi ma la visione del loro senso e significato, il valore emotivo, l’interpretazione non collima mai.

Si tratta di trovare la soluzione, di eseguire bene il compito, sta a Giulia essere brava, come il titolo recita, brava come quando fa tanti esami all’università con esiti straordinari, così brava da sciogliere un nodo gordiano che i genitori e i nonni non hanno fatto altro che imbrogliare e stringere sempre di più, al punto che il romanzo è costellato da tre morti, quella del nonno, il suicidio di uno zio, il suicidio della mamma malata terminale.

Questa è quindi la storia di una profonda incomprensione, di una famiglia che, come forse tutte le famiglie del mondo infelici, come scriverebbe Tolstoj e ripete Winterson, non ha una lingua comune, anzi non ha proprio lingua.

L’immagine più potente del romanzo è racchiusa nella visione di Giulia che osserva la nonna preparare le lingue salmistrate per le anziane amiche che “le sono rimaste”: enormi lingue di vacca che assorbono parole al punto che Giulia si chiede quante parole possa contenere una lingua grande come quelle, rivalsa di una famiglia “senza parole, senza bocca, dai sorrisi stirati e i baci secchi”. Giulia una notte avrà un incubo: vedrà tutte le lingue salmistrate mettersi a parlare. A ogni parola salta fuori una rana, e tutte le rane si mettono in fila per saltarle in bocca, risvegliandola urlante.

S’immagina subito, leggendo queste pagine, che La lingua salvata di Elias Canetti sia l’antenato diretto di Brava Giulia (e naturalmente La lingua perduta delle gru di David Leavitt). Se a Canetti si aggiunge un’atmosfera linguistica, oltre che geografica, di diretta appartenenza, il Veneto, ecco l’altro antenato di parole perse e salvate, Goffredo Parise.

E ai racconti di Parise si pensa spesso leggendo Brava Giulia, perché questo è un esteso racconto, che avanza con l’andamento misterioso che a volte i romanzi non hanno.

Qui abitano le antenate, anche: il rapporto madre-figlia sempre al centro dei romanzi e delle pièce di Fabrizia Ramondino, da Althènopis a Terremoto per madre e figlia. Ma anche Natalia Ginzuburg e Alice Ceresa, scrittrici che più diverse non si può ma che contengono nelle proprie pagine lo smarrimento dell’infanzia e lo sguardo alieno delle bambine sugli adulti che Anna Toscano qui centra in pieno.

A chi tagliano la lingua: alle bambine che troppo vedono e sentono, o la questione è che dagli adulti si apprende sempre e solo a tagliare la propria lingua?

Giulia, che da grande studia arte a Londra, è il prodotto del silenzio del padre e dell’atipica essenza della madre: la madre la ama, le trasmette passioni, è accanto ai suoi amori. La “materia amore” che Giulia sceglie a scuola, innamorandosi di Nico, una sua compagna di pallavolo, è quella che a casa più le manca, perché, come ha scoperto, non si può essere amati da tutti e chi ci ama spesso lo fa nel modo sbagliato.

Padre e madre, entrambi, credono di amare Giulia nel modo giusto e che l’altro genitore la ami nel modo sbagliato. Si litigano un amore che cercano di preservare, di salvare dalle mani dell’altro. E Giulia, in mezzo, viene strappata.

Eppure, se amare significa trovare nell’amato o nell’amata un mondo nuovo, questo accade sia al padre di Giulia, che da giovane lo trova in sua moglie, sia a Giulia che lo vede chiaramente in Nico. Eppure anche chi ama giudica: il padre oculista che è divenuto intimamente cieco alle emozioni altrui a furia di guardare negli occhi degli altri e che con gli occhi giudica e taglia. Tanto che sua figlia si vede odiata, come sua madre, e a sua moglie non resta che indossare occhiali colorati, anche se pure quelli il padre, per errore, calpesterà. Sono indimenticabili le tre voci di questo romanzo, per differenza, per la straziante impossibilità a tradursi, a capirsi, a farsi conoscere fra loro, per la lama che taglia la famiglia.

La scrittura di Anna Toscano si travasa nella prosa con la stessa esatta e acuta nitidezza che ha quando si esprime in poesia: Giulia che ha lo sguardo ceruleo e sorpreso di chi arriva a una festa e sta già finendo. E l’immagine di Ritratto di bambina con colomba, anno di grazia 1622, dove Simone Vouet ritrae sua figlia, mostra lo scatto della piccola Giulia che la romanziera fa usando un quadro: arrossata, la bocca schiusa a un gridolino di felicità, gli occhi stropicciati d’amore, la camiciola in disordine, bruna e allegra, la colomba fra le mani. Ma Giulia la guarda e dice alla mamma: ha freddo.

Scrive Patrizia Zappa Mulas a margine di La morte del padre di Alice Ceresa che esistono scrittori per lettori e scrittori per scrittori, a sottolineare la qualità di chi scrive non asservendosi a logiche di mercato ma compiendo la propria, rischiosa, personale ricerca: Anna Toscano in Brava Giulia ha portato a termine una ricerca personale e stilistica, formale di straordinaria e gentile qualità, come era lei, e al tempo stesso lascia un romanzo che sarà un buon viatico anche alle giovani lettrici di solo romance. Perché di famiglie infelici ve ne sono ovunque e di giovani lettrici in cerca, anche. L’augurio che facciamo loro è di incrociare Brava Giulia.

Premio di poesia Tirinnanzi: il bando

0

Il Comune di Legnano, la Famiglia Legnanese e la Fondazione Tirinnanzi, per ricordare il poeta Giuseppe Tirinnanzi (Firenze 1887 – Legnano 1976), indicono la quarantaquattresima edizione del Premio di Poesia Città di Legnano – Giuseppe Tirinnanzi.

Il premio si divide in tre sezioni: a) Lingua italiana; b) Giovani poeti e poete c) Premio alla carriera.

La partecipazione è libera e gratuita.

  1. a) Sezione Lingua Italiana. Solo per libri editi nell’ultimo biennio.

Si partecipa inviando quattro copie di un libro di poesia stampato tra il 1° gennaio 2024 e il 30 aprile 2026. I 4 volumi, corredati da breve biobibliografia, dati anagrafici e recapito dell’autore/autrice, nonché dalla dicitura “Partecipa al Premio Tirinnanzi 2026”, vanno inviati entro il 30 aprile 2026 (fa fede il timbro postale) al seguente indirizzo:

Segreteria Premio Tirinnanzi c/o Fam. Legnanese, C.P. 71 – 20025 Legnano Centro (Milano).

La Giuria Tecnica, composta da Franco Buffoni (Presidente), Uberto Motta, Fabio Pusterla e assistita dal Presidente della Famiglia Legnanese o da un suo delegato, dal Sindaco di Legnano o da un suo delegato, da un membro della Famiglia Tirinnanzi e dal Segretario Luigi Crespi, sceglie tre libri i cui autori/autrici saranno invitati alla cerimonia di premiazione che si terrà a Legnano sabato 21 novembre 2026 h 16.45 presso il Teatro Tirinnanzi, piazza IV Novembre 4, Legnano (Mi).

Ciascuno/a dei tre finalisti riceverà un premio in denaro di euro 1.500. Non sono ammesse deleghe. In caso di forzata assenza il/la finalista rimarrà tale, ma non riceverà alcun premio in denaro.

Alcuni testi di ciascun/a finalista saranno stampati nel programma di sala. Nel corso della cerimonia ciascuno/a dei/le tre finalisti/e sarà intervistato dal Presidente della Giuria e verrà invitato/a leggere le poesie stampate nel programma di sala. Al termine, la Giuria Popolare esprimerà su apposita cartolina il proprio voto decretando il/la vincitore/vincitrice, che riceverà un ulteriore premio di euro 2.500.

  1. b) Sezione Giovani. Tra i libri pervenuti per la Sezione Lingua Italiana la Giuria premierà anche, con euro 1.000 ciascuna, 2 opere prime o comunque di giovani poeti e poete. Non sono ammesse deleghe. In caso di forzata assenza il vincitore/la vincitrice rimarrà tale, ma non riceverà alcun premio in denaro.

Seguirà una festa del dialetto milanese con l’artista e performer Dome Bulfaro che reciterà testi della grande tradizione lombarda.

  1. c) Premio alla Carriera della Fondazione Tirinnanzi. Già assegnato nel 2010 a Luciano Erba, nel 2011 a Franco Loi, nel 2012 a Giampiero Neri, nel 2013 a Giorgio Orelli, nel 2014 a Vivian Lamarque, nel 2015 a Milo De Angelis, nel 2016 a Valerio Magrelli, nel 2017 a Maurizio Cucchi, nel 2018 a Biancamaria Frabotta, nel 2019 ad Antonella Anedda, nel 2020 a Giuseppe Conte, nel 2021 a Umberto Fiori, nel 2022 a Dacia Maraini, nel 2023 a Eugenio Finardi, nel 2024 a Walter Siti e nel 2025 ad Antonio Prete. il Premio alla Carriera di euro 4.000 verrà assegnato a un/una autore/autrice di chiara fama che si sia particolarmente distinto/a nella propria ricerca linguistica, tematica e nell’impegno civile. In caso di forzata assenza il vincitore/la vincitrice rimarrà tale, ma non riceverà alcun premio in denaro.

Ai sensi del Regolamento UE 679/2016 e del D.Lgs. 196/2003 e s.m.i., i/le concorrenti autorizzano la Segreteria al trattamento dei propri dati personali forniti per la partecipazione al Premio, per tutte le finalità connesse alla gestione dello stesso. Con la partecipazione i/le concorrenti danno atto di aver letto l’informativa di cui all’art. 13 del citato Regolamento UE, pubblicata sul sito Internet www.premiotirinnanzi.it.

La partecipazione costituisce implicita accettazione delle norme del bando. Per quanto non previsto valgono le delibere della Giuria, il cui giudizio è insindacabile.

Contatti:    telefono: 0331-545178

mobile:    347-5913468

Un marsupio di pietre e di terra

0

di Marino Magliani

il testo che segue è tratto dalla parte iniziale del racconto lungo del narratore Marino Magliani “Fondovalle”, pubblicato di recente dalla casa editrice Carabba, che ringraziamo

Poi, c’era il marsupio. Una parola che non avevo mai usato e avrei imparato solo col tempo. Conoscevo l’entroterra, tutto composto di vallate una accanto all’altra, dalla spalliera delle montagne al mare, con i suoi costoni, i suoi vallonelli interni, i torrenti, e un giorno la scrittura mi insegnò a vedere e cercare parole nuove. Scoprii così che ogni vallata era un marsupio di pietre e terra, di paesi e di parole e che io l’andavo abitando. Il fondovalle era il marsupio. Il marsupio era il fondovalle.
Lo riconoscevo lentamente. Era una specie di luogo interno, ben definito e spopolato, l’unico mondo, in quanto privato, che mi apparteneva interamente. La notte assomigliava a una camera, piena di luna e di listelli di persiana. Io ancora non lo sapevo, ma intuivo avesse anch’essa la forma di un marsupio.
La questione verbosa, sia chiaro, la potevo risolvere da solo. Anzi era la sola questione che non potevo spartire con nessuno. Le parole, in dialetto e in italiano, davano un senso alla mia incapacità, al sentirmi pienamente inadatto alle diverse proposte di lavoro e ai diversi aspetti del mondo del lavoro. E nello stesso tempo riuscivano a farmi accettare da un buon numero di cose mute, come la campagna ulivata e gli orti, i muri intatti. Ciò che intendo è che i muri con la pancia, prossimi a crollare, non mi ferivano se mostravano una possibile frattura tra me e la natura, al contrario, attraverso il racconto e le parole, persino nell’eccezionalità sintetica di un dirmi «belin», le parole esaltavano in me una quota di ingegno.
Uno scrittore ligure, di un paesino di fondovalle come il mio, ma più di frontiera, pur non avendo mai rialzato un muro, si occupava di queste questioni, tra il lirico e il pratico, diventando una specie di guru, di santone in grado di esercitare fascino, di costruire la sua poetica della decadenza. L’avrei voluto conoscere e mi chiedevo se anche a me non fosse riservato un destino simile. Ma io non scrivevo, non lo facevo ancora, l’avrei mai fatto? Sentivo, tuttavia, senza mai aver eccelso nelle materie umanistiche – o in altre – che mi attendeva un destino, una missione. Un giorno mi convinsi a confessarlo ai miei genitori. Fu verso agosto, durante un pranzo. Non lo sarei diventato o non lo avrei fatto, non c’era niente da fare o non c’era da fare niente, che è diverso, semplicemente ero lo scrittore di quella valle e lo sarei stato persino di un insieme di vallate, rigorosamente senza mai scrivere nulla.
Mio padre disse «belin», mia madre inclinò la testa e trattenne, mi pare di ricordare, un meschin.

Per il resto dell’estate, il pomeriggio prendevo un asciugamano e andavo a un laghetto. L’agitazione dell’acqua piena di girini e di una vita da osservare sotto la pelle dell’acqua mi dava un senso di movimento, era l’impressione di far parte di un mondo frenetico, di avere per me e per quel mondo un’occupazione. Senza saperlo esercitavo per ore l’occhio, mi descrivevo la ruvidità del paesaggio come se ne stessi elaborando la poetica, il corso dell’acqua mi accoglieva e mi chiedeva di realizzare un impianto botanico e zoologico, collocare tutti quegli animaletti anfibi in una storia. Abbassavo un filare di americana che attraversava il torrente, e quando l’uva non bastava a togliermi fame e sete, tornavo in paese. Immagino che mio padre avvertisse il rumore dei miei zoccoli come io sentivo le sue ciabatte e i gambali infangati. A casa facevo una faccia da lavoratore stanco, come se avessi faticato a qualche prosa, e in effetti a qualcosa del genere avevo lavorato.

Il signor Rodolfo

0

di Emil Zebru

Il signor Rodolfo amava il gelato: andava pazzo per il gusto malaga. Rispondeva cono, scuotendo la testa, quando veniva messo davanti alla scelta tra coppetta e, appunto, cono. La domanda era del tutto superflua, perché alla gelateria lo conoscevano bene, ma a loro divertiva chiederglielo comunque, proprio perché già pregustavano la sua reazione: era una specie di rito. Il signor Rodolfo in cuor suo sapeva che lo facevano apposta per canzonarlo, ma ne percepiva la natura affettuosa e quindi non se ne aveva a male. Come sempre, estraeva dalla tasca dei pantaloni qualche moneta, pagava lasciando la mancia, poi prendeva un tovagliolino (o sarvietta come diceva lui); sfilava il gelato dal porta cono sul bancone, e si congedava facendosi accompagnare all’uscita dai saluti cordiali del personale. Il signor Rodolfo, da che se ne aveva memoria, prendeva sempre e solo il cono al malaga, per poi sputare nella sarvietta le uvette, tant’è che molti gli chiedevano perché non prendesse il gelato alla crema se non gli andavano le uvette, ma il signor Rodolfo respingeva l’obiezione con forza. Terminata la pallina di gelato e arrivato al cono, il signor Rodolfo lo rosicchiava, ruotandolo tra le dita fino al raggiungimento dei trecentosessanta gradi, liberando così il gelato rimasto intrappolato in quella gabbia di cialda; cialda che poi sputava. Perché si incaponisse tanto a prendere il cono se poi non lo mangiava non era dato saperlo, ma forse era proprio sputare la cialda a dargli gusto. La storia del cono al malaga, così come altre sue innocue stramberie, erano note a tutti; quando il signor Rodolfo passava, le mamme lo indicavano ai bambini che, sorridenti, agitavano la mano per salutarlo. Il signor Rodolfo era un abitudinario, tutti i giorni pranzava con la pasta al ragù, e la sera cenava con del caffelatte nel quale inzuppava il pane vecchio. Tutti i giorni, dopo pranzo, indossava il completo carta di zucchero, si metteva l’orologio, l’anello d’oro con una pietra nera e si schiaffeggiava il collo con l’Aqua Velva; poi prendeva l’autobus per recarsi in città a mangiare il gelato. Si serviva sempre alla gelateria Gianni perché il proprietario (Gianni) era un suo conoscente di vecchia data. Gianni portava un foulard di seta al collo che gli dava un tocco giovanile e raffinato e, sotto la sua giacca intonsa da gelataio, era sempre vestito elegante. Con il signor Rodolfo, Gianni era sempre felice di scambiare quattro chiacchiere ed era chiaro che avrebbe voluto si fermasse lì con lui, ma il signor Rodolfo non voleva disturbarlo.

Un giorno, brandendo il cono al malaga come se fosse uno scettro, il signor Rodolfo imboccò il sentiero di una straordinaria passeggiata a strapiombo sul fiume, gremita di gente che si godeva il bel tempo e la frescura data dall’ombra proiettata dagli alberi. Trovando una panchina libera, il signor Rodolfo si sedette a contemplare quello scorcio di natura e a inebriarsi dell’odore dell’osmanto; nel mentre, sputacchiava le uvette nella sua sarvietta. Lo incantava ammirare il fiume lì sotto che, impetuoso, si faceva strada tra i massi che albergavano nel suo letto, mentre i piccioni, nel frattempo, si litigavano la cialda del suo cono. All’improvviso il sole si oscurò quasi totalmente, come durante un’eclissi, poi fu solo un’ombra, e davanti al signor Rodolfo si piazzò un gabbiano dalle dimensioni mai viste. Il ramo su cui si posò crepitò sotto il peso dell’uccello e sembrò quasi cedere quando questo, con un rapido movimento di becco, si sistemò le piume scomposte prima di assumere la posizione definitiva. Le pupille del gabbiano si dilatarono sempre più, fino a spalancarsi come un buco nero pronto a inghiottire il  signor Rodolfo, ma il signor Rodolfo sembrava non curarsene, neppure quando lo spazzino del mare intimò:

«Dammi le uvette!»

«Le uvette sono mie e sono la cosa più preziosa che ho».

«Ma se le hai scartate».

«Le conservo per gustarmele in un’occasione speciale».

«Allora… ti mangerò gli occhi» disse con tono di sfida l’uccello.

Il signor Rodolfo aggrottò le sopracciglia distogliendo lo sguardo dal gabbiano e dirigendolo al fiume, poi abbassò la mano con la quale teneva il gelato e iniziò a guardarsi attorno e, come se parlasse tra sé e sé, disse:

«Non importa, mi ricorderò del verde di questi alberi, e l’impeto di questo fiume, anche solo udendo l’acqua che scorre veloce tra le rocce».

«Se ti mangio gli occhi morirai, vecchio» ghignò il volatile.

«Ah, questo non m’importa!» tuonò in risposta il signor Rodolfo.

Il gabbiano sobbalzò rimanendo a becco aperto per la reazione del vecchio, il quale scattò in piedi facendo alzare in un volo sgraziato lo stormo di piccioni. I pezzi di cialda croccante scricchiolavano sotto le scarpe del signor Rodolfo mentre, con le uvette strette in pugno, si sporgeva al limitare del sentiero. Quando il signor Rodolfo si fermò, alzò la testa verso le chiome degli alberi arruffate dal vento; così fece anche il gabbiano che, quando abbassò di nuovo la testa, si accorse che il signor Rodolfo non c’era più.

 

Les nouveaux réalistes: Claudia Ferretti

0

 

 

L’appartamento
di
Claudia Ferretti

Non ero felice quando sono venuta ad abitare in questo appartamento. La vita come la conoscevo era finita. Ed era finita male.

«Adesso tu mi dici che cos’hai.»
«Niente.» dici tu, come sempre.
«Hai un’altra.»
Silenzio.

Dicevano che nel 2012 sarebbe finito il mondo, invece siamo finiti noi.

«È una casa perfetta per una donna single. Vede signorina, qui c’è la cucina con il piano a induzione. Mentre lì, davanti a lei, c’è il divano. E non è un semplice divano, è un divano letto! Provi, signorina, si sieda.» dice l’agente immobiliare spingendomi verso il divano.
«Si sieda, forza. Così. Ora si giri e guardi verso destra. Vede che bellissima vista verso il cortile del palazzo? È dell’Ottocento.»
«Il divano?» chiedo io.
«Ma no, signorina… Il palazzo».
Non ce la posso proprio fare.
«Non credo che questa casa faccia per me. È davvero piccola. Non amo l’idea di avere i fornelli accanto al computer e l’odore di cipolla nel letto.»
«Nel divano letto, un bellissimo divano letto.»
«Sì, scusi. Il divano letto dell’Ottocento.»

Ti chiamano “Il Lustrina”, perché tutto deve brillare al bar della stazione. Anche a casa. Ogni acciaio deve essere uno specchio e ogni vetro deve essere tanto lindo da sembrare invisibile. Come quella volta che pulisti la boccia di Antony Ionio, il nostro pesce rosso, così bene che ebbe un attacco di panico e morì. O forse fu una reazione all’ammoniaca che usasti per togliere il calcare.
Il giorno dopo galleggiava a testa in giù. Mancava solo la bandiera bianca issata a poppa.

«Passi qui nel viale, mi segua. Questa è la porta d’ingresso, faccia attenzione e lasci sempre le scarpe sempre qui nella scarpiera condominiale. In questo modo manteniamo lo stabile igienizzato e silenzioso. Non vogliamo scatenare una nuova pandemia vero?»
«Credo che con la terza guerra mondiale non avremo molto tempo di pensare a queste stronzate.»
«Mi scusi?»
«Stavo mandando un vocale.»
«Dicevo, che l’igiene per noi è fondamentale.»
«Anche i cani si puliscono le zampe prima di entrare?»
«Quali cani? Gli animali sono banditi dal palazzo.»
«Io ho un gatto.»

«Molly resta con me.» dico.
Silenzio, come sempre.

In questa casa c’è tutto ciò che mi serve: una stanza abitabile (così è scritto nel contratto), un bagno, una cucina e il balcone per Molly. Tutto qui, ma può bastare. Il prezzo è ottimo e la posizione perfetta: a due passi dal centro storico e a due semafori dalla tangenziale. Un giorno resto e un giorno scappo. Come piace a me.

Ami circondarti di cose belle, anche se non hai un euro. Ami le stampe d’autore, i quadri dei tuoi amici artisti e gli oggetti di design.
«Guarda com’è bello questo vaso color piombo.»
«Tesoro, questo È di piombo.»
«Allora?»
«È tossico e tu non hai piante.»
«Potremmo metterci il tuo…»
Silenzio.

«Ho comprato un tappeto nuovo.»
“È così grigio che può confondere anche la polvere.” penso io.
“Guarda che bei ciuffi” pensa Molly.
Le sue ore sono contate.

“Ecco, la metto qui.” dici a te stesso mentre attacchi la calamita a forma di pizza napoletana tra gli ombrelloni di Rimini e la birra tirolese.
Ma c’è ancora chi attacca le calamite al frigorifero? Io pensavo fosse una moda anni Novanta, come gli scobidou, i frisè e i leggins psichedelici.

«Mi aiuti? Sono pesanti.»
«Cosa sono?»
«Mensole. Le fa Dugo, ricordi lo scultore?»
Le portiamo in sala.
Guardandole ci si chiede quale sia il vero significato della parola “mensola”, quale sia lo scopo di questo oggetto, la sua ragione di essere, il suo intimo desiderio.
Usiamo dieci fischer per appendere al muro le Dugo in legno massiccio. E non sono ancora stabili. La notte mi sveglio di soprassalto sognando che cadano facendo implodere tutta la casa su se stessa: un grande buco nero di calamite e ciuffi di pelo.
Il mattino, mentre faccio colazione, guardo le mensole proprio davanti a me, ne osservo la forma. Sono due trapezi scaleni: quadrilateri convessi con due lati paralleli e gli altri due di lunghezza diversa. Ogni lato è diverso dall’altro, uno più lungo, l’altro più corto e così via. Ovviamente nelle Dugo i lati più corti sono quelli orizzontali, quelli che rendono una mensola una mensola. Quelli su cui avrei voluto porre i miei libri, o le mie piante, o i miei soprammobili. Perché a questo serve una mensola, ad appoggiare le cose.
Invece sulle Dugo no: tutto appoggi e tutto scivola via. Un monito alla caducità della vita.

Quando sono arrivata in questa casa non c’era niente. Solo io, Molly, il letto, il microonde, il water e la doccia. E quella mensola, rossa, lunghissima, liscia, in legno. Che poi non è proprio rossa. Per intenderci: non è di un rosso primario o magenta, ma tende leggermente all’arancio. Solo leggermente. Io odio l’arancio. L’arancio è il più brutto dei colori: non ha traccia di nostalgia.

Io AMO questa mensola rossa (non arancione), lineare, lunga, liscia.
Posso riempirla di libri, di vecchi compact disc, di piante grasse e di vasetti. Oppure lasciarla vuota e immaginare nella sua cornice l’orizzonte che preferisco.
Qualsiasi cosa io posi su questa mensola diventa meravigliosa.
L’altro giorno vi ho appoggiato persino il cofanetto con tutti i successi di Festivalbar ’87. È diventato così bello che quasi quasi lo avrei inviato su Voyager. Così gli alieni avrebbero potuto ballare Boys di Sabrina Salerno.
Questa è la mensola dei miei sogni. Un monito alla stabilità e alla fantasia.

Quando sono arrivata in questa casa non ero felice.
Ma qui ho trovato la mia mensola.
E non mi importa se non c’è mai parcheggio nel cortile interno. Non mi importa e se ogni quarto giovedì del mese fanno la pulizia delle strade e io al suono delle spazzole sul cemento mi sveglio nel pieno della notte con il cuore che pompa a duemila, scendo in strada, in pigiama e ciabatte, e sposto la macchina per non prendere la multa.
Non mi importa se ogni volta che piove devo indossare le scarpe da guado perché il vialetto del condominio si trasforma nel Rio delle Amazzoni.
Non mi importa se quando sono in call con gli scienziati dell’Istituto Nazionale di Astrofisica Italiano i vicini di casa ansimano e urlano per ore e se nemmeno la correzione automatica del rumore di Meet riesce a cancellare i loro versi.
Non mi importa se l’ascensore non si ferma MAI perfettamente allineato al pavimento del pianerottolo: è un attentato alle caviglie di tutte le donne che indossano i tacchi.
Non mi importa se quando esco di casa incontro sulle scale la mia anziana padrona di casa che si prepara per andare alla riunione parrocchiale a cui è stata invitata il 3 gennaio 1983.
«Signora, si fermi. Ormai è in ritardo. La riaccompagno a casa.»
Mentre aspettiamo insieme che arrivi il figlio mi racconta la sua vita attraverso le ceramiche appese al muro. «Questa l’ho presa quando sono andata in Svizzera. E questa me l’ha regalata mio figlio quando è andato in Francia, il mio Gianfranco è così bravo…» Sono più di cinquanta.
«Eccolo, è arrivato. La lascio con lui, non è sola. Mi raccomando, la prossima volta sia più puntuale. È maleducazione fare aspettare le persone tutti questi anni.»

Non mi importa di essere sola in questa casa. Io amo la mia solitudine.
Non mi importa di essere sola in questa casa. Io non ho paura.

Non mi importa, perché questa è la casa che desidero. Una casa con una mensola rossa che io possa vedere ogni mattina.

«Il gatto lo prendo io. Ti lascio il tappeto e l’aspirapolvere.» Ti dico senza guardarti in faccia.
«Se vuoi le mensole prendile tu, so che ci tieni.»

Bando del Premio Nazionale di Poesia Pietro Polverini

0

 

Premio di Poesia Pietro Polverini

Prima Edizione – 2026

Il Comune di Fiastra (MC), per ricordare il poeta Pietro Polverini (1992-2023), indice la prima edizione del Premio Nazionale di Poesia Pietro Polverini, con la collaborazione di MediumPoesia (www.mediumpoesia.com) e dell’associazione RicostruiAMO Fiastra (https://www.incantoperilmondo.it/project/ricostruiamo-fiastra/).

  1. Partecipazione

La partecipazione è libera e gratuita. Si partecipa inviando, entro il 2 maggio 2026, in formato digitale e cartaceo, un libro di poesia italiana (compresi libri in lingue minoritarie o dialetti dell’Italia) stampato tra il 1° gennaio 2025 e il 30 aprile 2026.

  1. Modalità di invio

Il Premio prevede due invii del proprio libro:

  • Invio Digitale: è richiesto l’invio del PDF editoriale del libro candidato, insieme alla copertina del volume e a una scheda contenente breve biobibliografia, dati anagrafici e recapito dell’autore/autrice, all’email: premiopolverini@gmail.com. L’oggetto dell’email dovrà essere: Candidatura al Premio Pietro Polverini – Nome e Cognome del candidato.
  • Invio Cartaceo: è richiesto altresì l’invio di una copia del volume, corredata dalla scheda biobibliografica e dalla dicitura Partecipa al Premio Pietro Polverini 2026, al seguente indirizzo: Via Marconi 10 – 62035 Fiastra (MC), Biblioteca Comunale.

Non potranno essere accettate le proposte che non siano pervenute entro il 2 maggio 2026 (fanno fede il timbro postale e il giorno di invio dell’email con gli allegati) in entrambe le modalità indicate nel bando (invio per email e invio cartaceo).

  1. Giuria e Selezione

La Giuria Tecnica – composta da Franco Buffoni (presidente onorario), Franca Mancinelli, Renata Morresi, Luigi Socci e Francesco Ottonello (segretario del premio) – selezionerà tre libri vincitori. Gli autori e le autrici saranno tenuti a prendere parte alla cerimonia di premiazione, prevista per il 25 luglio 2026, ore 18.00, a Fiastra (MC), presso il Castello Magalotti, Auditorium di via San Paolo snc.

  1. Premi

Ciascuno dei tre vincitori riceverà un premio in denaro di euro 500 e dovrà essere presente alla cerimonia di premiazione che si terrà a Fiastra (MC), il 25 Luglio 2026. L’organizzazione del Premio provvederà a fornire l’alloggio. Non sono ammesse deleghe: in caso di assenza, il premiato non potrà ricevere la somma in denaro e quest’ultima verrà destinata ad altro partecipante secondo la graduatoria redatta dalla Giuria. Nel corso della cerimonia ogni vincitore sarà intervistato dalla Giuria e verrà invitato a leggere le poesie stampate nel programma di sala. Al termine, una Giuria Popolare esprimerà su apposita cartolina il proprio voto decretando il vincitore assoluto, che riceverà un ulteriore premio di euro 1.000.

  1. Privacy e Accettazione

Ai sensi del Regolamento UE 679/2016 e del D.Lgs. 196/2003 e s.m.i., i concorrenti autorizzano il trattamento dei propri dati personali per le finalità connesse alla gestione del Premio. La partecipazione costituisce implicita accettazione delle norme del bando. Per quanto non previsto valgono le delibere della Giuria, il cui giudizio è insindacabile.

Contatti della segreteria organizzativa (Luca Chiurchiù)

telefono: +39 3334106630

email: premiopolverini@gmail.com

La pagina del premio: https://www.mediumpoesia.com/premiopietropolverini2026/